IL TRANSUMANESIMO È LA NEGAZIONE DELL’UMANESIMO di Paolo Emilio Bogni*
Premessa
Lungi dall’essere una semplice disputa accademica, quella del rapporto tra Umanesimo e transumanesimo è invece una questione dirimente nello stabilire quale atteggiamento assumere – oggi – nella battaglia antropologica, culturale e politica al fine di fuoriuscire dall’attuale epoca nichilista. Chi ritiene (come il cattolico tradizionalista Martino Mora, vedi il suo giudizio sulla Enciclica Magnifica Humanitas ) che l’Umanesimo sia l’anticipatore, il precursore e il preparatore del transumanesimo (e con esso in perfetta continuità) è – a nostro modo di vedere – confuso sul piano ontologico, antropologico e predisposto all’impotenza nell’azione politica. Tutto questo ammettendo – contemporaneamente – l’ammirazione per il Professore liceale di Storia, cattolico tradizionalista, che rappresenta una delle più lucide tra le odierne figure intellettuali italiane capaci di cogliere in profondità le radici del male oscuro della nostra epoca. Martino Mora (a differenza di molti “astrattisti” filosofico-politici) riconosce un nesso ineludibile tra l’attività criminale delle potenze del sistema capitalista (che lui nomina con i termini semplici di oligarchie dell’alta finanza, plutocrazia …) e la dissoluzione dei valori genuinamente umani. Egli individua soprattutto nell’economicismo, nell’individualismo e nell’egualitarismo i tre principali disvalori su cui avviene la sovversione che porta all’attuale epoca della dissoluzione. Anche i grandi pensatori, però, sono potenzialmente criticabili, soprattutto in quei punti del loro pensiero ove la diagnosi epocale risulterebbe migliore se non fossero presenti debolezze di analisi. E la supposta filiazione del transumanesimo dall’Umanesimo lo è indubitabilmente.
L’Umanesimo è invece l’ultima modalità filosofica che – aggiornato alla tragica epoca attuale – sia in grado politicamente di disinnescare il progetto di suicidio di specie e superare – attraversandola e inibendola – l’odierna società digitale del tecno-capitale. Il transumanesimo è la principale ideologia di accompagnamento del tecno-capitale e rappresenta da un lato la narrazione ibrida di programmi nichilisti alla luce del sole (intelligenza artificiale, identità digitale, cibernetica, bioingegneria, nanotecnologia, eugenetica, bio-laboratorialità,…) e dall’altro lato la narrazione occulta che prepara all’ultimo miglio verde dell’umanità – l’ultimo stadio del tecno-capitale -, quello dell’ultimo tratto prima dell’auto-estinzione. Il transumano, ovvero l’essere umano radicalmente alienato e che integralmente ha assorbito il nichilismo ibridandosi nel Dispositivo tecnico planetario, è l’übermensch nietzsciano che finalmente getta la maschera e urla all’Universo cosa è la volontà di potenza. La volontà di padroneggiare la morte e – malgrado tutte le dissimulazioni – rinunciare alla vita naturale in nome di una sua plastica e artificiale parodia. Il suicidio di specie come trasvalutazione dei valori. Umanesimo e transumanesimo non sono semplicemente due correnti di pensiero che abitano l’anima, ma sono due veri e propri eserciti tra loro irriducibili, inconciliabili e antitetici che danno luogo a una guerra civile alle soglie della stessa coscienza. Lo spirito umano è l’emanazione a un livello ontologico inferiore rispetto l’apice supremo dell’Uno, simbolo – quest’ultimo – dell’integralità dell’Essere. La tensione tra necessità e libertà (in seno allo stesso Uno) designa due diverse traiettorie con cui è realizzata la perfezione delle Leggi universali della Totalità. Nella necessità ancestrale della notte dei Tempi vi è la perfezione della realizzazione di esse. Questo tipo di perfezione è però la fotografia Unica dell’attualità eterna senza movimento e senza una potenzialità che lo generi. Nella libertà, invece, la perfezione è il traguardo storico (nel tempo, lo spazio e la materia, ovvero l’energia del divenire) da raggiungere partendo dai livelli ontologici inferiori e al prezzo della fatica della risalita alla casa del padre (l’Uno) anche attraverso molte e diverse esperienze vitali. Perché la libertà può tutto, anche contrastare il desiderio di perfezione ontologico e indurre azioni che portino alla disintegrazione spirituale e fisica. Ma la casa naturale dello spirito è l’Uno. E se l’umanità non sceglie il suicidio del corpo e dell’anima (e inconsciamente lo sta scegliendo…), la sua missione potenziale è il ritorno a casa. La libertà può misconoscere finché vuole questa missione, ma l’Umanesimo è la sola modalità filosofica che esclusivamente designa l’essere umano come un viandante in cammino alla ricerca di una e una sola strada: quella che porta al rientro – da persona e comunità libere e giuste – in seno all’Essere. Il ritorno all’Itaca ontologica è compiuto attraverso una e una sola navigazione interiore: la Tradizione, ovvero la trasmissione coerente metastorica – nella Storia – delle Idee innate che nella memoria dell’Essere mette in relazione l’Uno con l’essere umano vivente in comunità e nella propria identità etno-culturale. L’universalità coniugata alla diversità. la Tradizione è la conoscenza fondamentale e sottile dell’intera totalità del Reale. La Tradizione è la conoscenza monomondana che unifica gli archetipi ancestrali (che sono appunto le fondamenta) con le successive dimensioni spazio-temporali in cui ha senso lo sviluppo della Storia. Essa dunque è la trasmissione coerente dei principi arcaici di cui è sostanziato l’Uno che capillarmente si diffondono – all’Alba dei tempi – in tutte le diverse etno-culture che – divise dal contesto geografico, climatico, culturale – sono però ancestralmente e universalmente unite da questi archetipi che unificano tutto nel riferimento alla primordialità. Il corollario che ne consegue è che Tradizione e conoscenza esoterica sono intimamente collegate e svolgono il ruolo – la prima – della veicolatrice dei principi divini espressi attraverso archetipi simbolici, mentre – la seconda – quella della sede di una scienza dell’arcaicità sottile in cui le Leggi universali (amore, unità, ordine, armonia, misura, bellezza e giustizia) sono studiate quali radici della Conoscenza e di tutte le conoscenze mondane.
1 – Umanesimo quale negazione del transumanesimo
Che il transumanesimo sia la negazione dell’Umanesimo è vicenda così ovvia che sembra assurdo anche solo affermarla o ribadirla. In realtà, anche noi che riteniamo ovvio asserire una formula del genere, siamo costretti a faticare per dimostrarne la bontà e – nell’esercizio di dimostrazione – dobbiamo accettarne l’onere, non fosse che chi ci “costringe” a farlo – Martino Mora, una delle eccellenze intellettuali del cattolicesimo tradizionalista – con grande forza asserisce che – invece – il transumanesimo sia in continuità con l’Umanesimo e ne rappresenti il “naturale” sviluppo e approdo. Dunque, con doverosa umiltà, togliamo l’asserzione secondo la quale il transumanesimo neghi l’Umanesimo dalla zona di conforto dell’apparente ovvietà e procediamo a dimostrarlo con un processo discorsivo che sia all’altezza della presunta ovvietà. La diversità tra i continuazionisti abramitici – in particolare i cattolici tradizionalisti – (coloro che affermano la continuità tra Umanesimo e transumanesimo) e i negazionisti (noi che neghiamo la continuità tra Umanesimo e transumanesimo) si origina nella distinta interpretazione che viene riconosciuta soprattutto al primo – l’Umanesimo – che non tanto al secondo – transumanesimo – quali due poli del confronto. Come abbiamo ampiamente dimostrato in altri nostri lavori (Usciamo dal cyber-capitalismo – disinneschiamo il progetto di suicidio della specie umana, 2026), noi riteniamo che il transumanesimo rappresenti la radicale e netta distruzione antropologica della nostra specie e che esso costituisca dunque un carattere di totale discontinuità nei confronti dell’Umanesimo. Esso è il dramma antropologico per eccellenza nella storia dell’umanità. Siamo perciò obbligati a dimostrare – al di fuori dell’ovvietà – la fondatezza di questa discontinuità da noi teorizzata e affermata in quanto reale e concreta. Per ottemperare a questo dovere autoimpostoci, iniziamo con l’esplicitare quelli che sono i concetti polari di Umanesimo e di transumanesimo. Da qui, poi, metteremo in risalto i connotati d’incompatibilità tra i due poli tale per cui proveremo l’infondatezza della continuità abramitica (islamici, ebrei e, in generale, i cristiani – tolto i loro umanesimi minoritari legati a eccezioni quali Omar Khayyam, Martin Buber ed Erasmo da Rotterdam), in particolare quella dei cattolici tradizionalisti, nella persona di Martino Mora, che celebrano l’Umanesimo come preparatore e anticipatore del transumanesimo. Cos’è dunque l’Umanesimo? Esso è la modalità filosofica per la quale il genere umano – che noi definiamo aristotelicamente come un ente libero dotato di linguaggio espressivo e perciò presente, essente, vivente, esistente in comunità e che attraverso il lavoro libero e creativo trasforma la realtà – percepisce e sviluppa se stesso nella materia, nello spazio e nel tempo a partire inequivocabilmente, insindacabilmente e fondamentalmente da una sua Natura (che definiamo Natura umana) che prescinde e trascende (nell’immanenza) quella materia, quello spazio e quel tempo, ponendosi dunque a cavaliere tra l’eternità e la temporalità storica. Natura umana quale condizione basica da cui dedurre la propria ragion d’essere e la propria ragione di esistere, quali anche condizioni pre-politiche per congiungere il pensiero con l’azione e la teoria con la prassi. Una Natura umana che perciò ha un suo contenuto, i suoi protocolli e i suoi obiettivi, ricordando che l’esistenza impone e presuppone il passaggio dalla potenzialità all’attualità concreta in forza della libera volontà quale caratteristica inalienabile di ogni essere umano. Dalla Natura umana si deduce la conoscenza dell’intersecazione perpendicolare tra l’orizzontalità storico-sociale delle relazioni tra Enti nella materia, spazio e tempo con la verticalità ontologica sulla quale intersecazione l’essere umano vivente in comunità declina eticamente la qualità della propria adesione all’integralità ontologica simbolicamente espressa da archetipi esprimenti l’Essere (Dio, Uno, Principio,…). La Natura umana, sulla quale solo e soltanto è espressa la modalità filosofica dell’Umanesimo, è dunque un sinolo biologico-spirituale caratterizzato dalla fusione tra corpo (materia nello spazio-tempo) e lo spirito, quest’ultimo eredità della Notte dei tempi, quando ogni Ente all’oggi presente, essente, vivente e esistente permaneva nella perfetta eternità, immutabile, incorruttibile. Eternità realizzata ontologicamente – nella necessità – alla sua massima espressione. In seno all’Essere supremo, la necessità abbraccia la totalità unica. Il punto zero da cui l’Unico diviene Molteplice e da cui si sarebbe originata la frammentazione infinita degli Enti nello spazio e nella materia – all’Alba dei tempi – è determinato dalla tensione esplosiva – in seno allo stesso Essere supremo – tra la necessità imperante e la sua opposizione che caratterizzerà una piccola parte degli Enti (gli esseri umani) emanati dal big bang ontologico: la libertà.
La Natura dell’essere umano – dalla quale elaboriamo, mettendolo a tema, l’Umanesimo – è dunque un sinolo tra l’elemento materiale denominato corpo e l’elemento formale (essenziale) denominato spirito. Corpo e spirito sono complementari nel definire la Natura umana. Sono l’estremo ontico della densità e della rarefazione ontologica unificate dal denominatore comune a entrambe e alla Natura cosmica della totalità divina: l’energia. Il senso dell’essere, la libertà, la missione, la vocazione personale, la capacità valutativa etica, la capacità potenziale di trasformare la realtà, l’indirizzo destinale e i potenziali obiettivi da raggiungere sono però tutte espressioni che abitano solo ed esclusivamente lo spirito che per questi motivi ha l’indubbio primato nel definire l’essenza dell’essere umano. Il corpo ha un’importanza vitale nel costituire il tempio dell’anima (spirito nella sua individualità e personalità specifica) e deve essere custodito e valorizzato per integrare energeticamente le attività spirituali creatrici.
L’Umanesimo è dunque la modalità filosofica riferita alle caratteristiche dominanti dello spirito che s’incarna nei corpi biologici e – per esteso – nel corpo sociale e comunitario. Nella propria Natura – e qui sta il cuore dell’Umanesimo – l’essere umano dapprima riconosce (nell’Educazione permanente) la propria essenza e da qui realizza – nella libertà – il potenziale destino inscritto nel contenuto profondo della stessa che altro non consiste se non nell’attività riproduttiva storico-sociale (nella dimensione comunitaria) delle idee innate quale traccia eterna della portata divina delle sacre Leggi universali. Il corpo biologico è il gancio materiale alla dimensione spazio-temporale. Lo spirito è invece l’aggancio alla dimensione unica di cui il sinolo è emanazione. Le Leggi universali – improntate nell’essenza umana – sono la potenziale perfezione che ispira la volontà nella libera scelta umana. È questa perfezione, questa meravigliosa possibilità, che caratterizza e definisce l’Umanesimo quale modalità filosofica che coniuga la libertà con l’etica e dunque il progetto di realizzazione del Bene comune nella dimensione politica quale riverbero del cammino verso la perfezione e quale sentiero dell’evoluzione spirituale nel tragitto ontologico del ritorno a casa. La definizione di Umanesimo – e qui richiamiamo l’attenzione particolare degli abramitici, tra i quali la piccola ma agguerrita frazione dei cattolici tradizionalisti – non contempla ma – anzi – tassativamente esclude che la potenziale perfezione da raggiungere e la possibilità che la presuppone siano esprimibili nella potenzialità assoluta oppure nella libera scelta di possibilità poste al di là del bene e del male. L’Umanesimo è dunque la prospettiva filosofica ed esistenziale della Natura umana quando questa esprime la coniugazione tra la libertà e l’etica quale svelamento della verità delle Leggi universali realizzantesi nel Bene comune sociale e politico. Questo è l’Umanesimo. Questo è l’essere umano espresso alla massima potenza. Questa è l’”essenza” dell’essenza della Natura umana. L’errore da non commettere – tipico degli abramitici in generale – è quella di intendere modu proprio il concetto di Umanesimo a partire dalla Natura umana nella quale la libertà è congiunta non all’etica ma alla potenzialità totale delle scelte poste in una forbice aperta al di là del bene e del male, quindi non tutta circoscrivibile nel Bene comune. Ma la libertà senza metron non è Umanesimo. Se non è chiaro questo passaggio, non è ricevibile la radicale critica al continuazionismo postulato da Martino Mora in particolare o dagli abramitici in generale, eccetto quelle correnti interne (viste poco sopra) a Cristianesimo, ebraismo e Islam che ammettono l’esistenza di una Natura umana e di un Umanesimo, le quali esprimono una tematica ambigua su cui torneremo tra poco. La conclusione dei continuazionisti è che, così intesa la libertà legata a dimensioni al di là del bene e del male, nell’alveo dell’Umanesimo, la libertà potenzialmente assoluta e senza metron promuova – per partenogenesi – il moloch del transumanesimo. I continuazionisti potrebbero avanzare l’obiezione che la Natura umana si debba formulare tenendo conto di tutte le possibilità, dunque anche quella della scelta legata all’illimitatezza e al male. Ma l’essere umano non è un animale, non è un vegetale o un minerale. È un essere senziente che conosce e discrimina il bene dal male. Perciò la sua Natura non può essere postulata al di là del bene e del male. L’essere umano è un soggetto etico per definizione, proprio perché libero a differenza degli altri animali, vegetali o minerali. Dunque, il transumanesimo si rapporta all’Umanesimo in una relazione di totale autonomia, distacco e radicale conflittualità. Perciò, noi negazionisti non ammettiamo alcun carattere di continuità tra Umanesimo e transumanesimo.
Lo spirito di ogni singola entità (sinolo) ha come irrifiutabile eredità ancestrale le Leggi universali che là – al livello supremo dell’Essere – sono già compiute nella necessità. Queste Leggi universali sono impresse – nella matrice di ogni singolo appartenente al genere umano – come Idee innate. Sono le Idee di amore, unità, ordine, armonia, misura, bellezza e giustizia. Sono Leggi che rendono necessariamente perfetto il Macrocosmo naturale. Non sono la volontà cieca e irrazionale proiettata dalla depressione shopenaueriana. Sono la razionalità cosmica a cui è votato l’Essere nella sua totalità. L’essere umano ha la straordinaria possibilità di ri-produrre questa razionalità nel microcosmo sociale e definire – come una sublime Opera d’arte – la perfezione divina nella libertà. Perfezione declinata nelle relazioni umane che costellano la realtà storica spazio-temporale e nel mutualismo olistico con la Natura ambientale. Il Bene – che è comune a ogni membro della Comunità umana, nessuno escluso – è rappresentato dall’adesione di queste sette Idee innate alla dimensione storico-sociale e planetaria nel suo complesso. Vi è dunque una strettissima corrispondenza biunivoca tra la Libertà quale inalienabile condizione dell’essere umano (senza la quale è assolutamente inutile parlare – perché ontologicamente prive di fondamento – di filosofia, religione e politica) e l’Etica quale Scienza della Verità che emerge dall’adesione tra le migliori potenzialità delle Idee innate e loro declinazione storica nella Comunità sociale umana e nella fusione olistica – simbiotica e osmotica – con la Natura ambientale. Il concetto di Umanesimo è sì vincolato alla libertà, ma non alla sua espressione assoluta e cioè espressa nella totalità del pensabile e dell’agibile. No. È invece legata alla libertà nella sua versione migliore, più alta e suprema, cioè nella realizzazione del Bene comune e della fusione olistica con i boschi, mari, fiumi, laghi, foreste, campagne, colline, deserti, lagune e tutti i variegati paesaggi faunistici, minerali e floreali della meravigliosa Natura ambientale. Riepiloghiamo prima di proseguire. L’Umanesimo è la modalità filosofica dove la libertà umana si coniuga con l’Etica. Quella Libertà non è né assoluta (al di là del bene e del male) né tantomeno astratta (morale kantiana). È una libertà perimetrata dal metron aristotelico e perciò dunque una libertà che rispetta la coesistenza del singolo con la Comunità e – per esteso – con il Pianeta. Quel perimetro è una dichiarazione trascendentale di scopo, di fine, di obiettivo e di senso. Il senso del limite predispone la libertà allo sposalizio con l’Etica. È una promessa matrimoniale di felicità. Se la libertà in seno all’Essere primordiale (nella Notte dei tempi) era un polo dialettico e oppositivo alla necessità, nella dimensione storico-sociale (all’Alba dei tempi) essa ne cerca invece una conciliazione. Non ci riferiamo certo alla necessità delle Leggi della Natura vegetale, animale e minerale. La nostra libertà – onde essere compatibile con l’Etica per sostanziare l’Umanesimo – non è certo adattabile alla forza di gravità o alla fotosintesi clorofilliana. La necessità che il metron della finitudine ricerca nelle relazioni storico-sociali è di ordine morale e riguarda il fine e lo scopo di realizzare alla massima espressione le migliori potenzialità inscritte nelle Idee innate, cuore della nostra Matrice spirituale. In particolare l’idea innata della Giustizia. Nella saldatura tra libertà umana e necessità morale ritroviamo le tesi – pur provenienti da diversi percorsi – di Spinoza, Hegel e Marx. Non il mero capriccio o l’indistinta totalità del pensabile sono dunque il faro della libertà, ma quello di riconoscere invece la necessità morale di realizzare alla massima espressione la propria umanità. Questa è la libertà perimetrata dal metron – riconoscente la necessità dell’evoluzione spirituale e l’emancipazione storico-sociale – che si coniuga con l’Etica comunitaria che disciplina la vita popolare quale riproduzione suprema dell’essenza della matrice spirituale umana.
Se l’etica ha dunque come presupposto la libertà, l’Umanesimo è indiscutibilmente la modalità filosofica che strutturalmente esige la verità e il Bene. O meglio: il Bene comune. Viene smontata e stroncata – dunque – l’idea secondo la quale scegliendo liberamente il male (per esempio progettando un suicidio di specie) l’essere umano vivente in comunità permanga nel respiro umanistico. Scegliendo il male, invece, è radicalmente disatteso l’Umanesimo come prospettiva filosofica dallo stesso soggetto storico di riferimento. Non c’è dunque alcuna continuità tra Umanesimo e transumanesimo. Con buona pace degli abramitici (ebrei, cristiani e musulmani) e – soprattutto – dei cattolici tradizionalisti rappresentati qui (nei termini di un confronto) da Martino Mora. Gli abramitici, o rigettano l’Umanesimo perché non tollerano la centralità dell’essere umano e della sua libertà – e quindi postulano la continuità tra Umanesimo e transumanesimo – oppure (in alcune loro correnti minoritarie umaniste), come già anticipato all’inizio di questo Saggio, ridefiniscono l’Umanesimo motu proprio con un essere umano a libertà e sovranità limitate, de facto immaginando l’umanità come una colonia terrena in tutto dipendente da un imperialismo ontologico derivante dall’essenza divina posta in un altro mondo (una Washington celeste dell’al di là…) nel quale è ubicato il presunto principio della realtà (Dio). Gli abramitici, inoltre, non tollerano sentire parlare di Umanesimo (tolte le eccezioni elencate fin dalle fasi iniziali di questo scritto) in quanto non ritengono – nella sostanza e a fronte di ogni dissimulazione – che l’essere umano stesso e la Natura ambientale tutta siano divini e dunque sacri.
Definiamo divino quel respiro totale e quella magia alchemica nei quali sono realizzate alla massima espressione le Leggi universali che – nell’essere umano – sono inscritte, potenzialmente disponibili e riconoscibili simbolicamente attraverso archetipi modulati nel linguaggio, per essere trasmesse (zoon logon echon che si fonde con lo zoon politikon) nelle relazioni della vita comunitaria e nello scioglimento olistico – osmotico e simbiotico – con la Natura ambientale. Il divino è l’aura dell’esistenza; è invisibile ma presente, dunque incarnato in essa. Èpercepibile come energia sottile. Il divino è la trascendenza immanente. È il Principio trascendente che abita l’ente, distinguendosi ma sciogliendosi da e con esso. È l’Uno nel molteplice. Il divino trascende nella sua assoluta superiorità ontologica l’ente – e dunque anche l’essere umano – ma partecipa ai livelli inferiori dell’Essere abitando lo spazio e il tempo costituendosi nell’immanenza monomondana. Il Mondo è sacro e divino perché è Uno, molteplice e monomondano. Definiamo sacro ciò che abita il divino, le sue forme archetipiche, i suoi ritmi, i suoi cicli, ciò che è meravigliosamente universale anche nel più piccolo particolare. Definiamo sacro il divino che emana la vita e l’esistenza. È perciò sacro ciò che è intangibile, intoccabile e indisponibile in quanto principio vitale e esistenziale. È sacro ciò che partecipa alla divinità e perciò dunque rispetta radicalmente (come Ecologia insegna) la Vita e i suoi cicli naturali. È sacro ciò che – attraverso archetipi ancestrali – simbolicamente esprime segni che costituiscono un rimando a essi. È sacra la Vita in tutte le espressioni che santificano la Morte naturale.
2 – Umanesimi monoteistici
Quelli di Khayyam (musulmano), Buber (ebreo) ed Erasmo da Rotterdam (cristiano) sono una sorta di Umanesimo a scartamento ridotto. Un Umanesimo che vorrebbe rendere dignità alla copia dell’originale restando però essa un duplicato sdivinizzato e desacralizzato, inerte e privo di radicalità. Presumiamo che Martino Mora non accetti nemmeno Erasmo, ma le sue posizioni e quelle dell’olandese – pur in apparente contrasto – sono invece unite sulla figura non centrale e del tutto subordinata dell’essere umano all’al di là metastorico che rende di conseguenza la Storia stessa il luogo del nichilismo realizzato. La tesi di Mora è che lo stesso concetto di Umanesimo intimamente porti nel suo seno l’ateismo, il materialismo e la diretta applicazione del prometeismo. In questa prospettiva, la Washington ontologica dell’al di là non tollera minimamente la centralità, l’autonomia, la libertà e la sovranità dell’essere umano – nell’al di qua – e declinato nella qualità di scrittore, sceneggiatore e protagonista della Storia. In generale, anche al di là delle tesi di Martino Mora, la cristianità sostanzialmente percepisce l’umano come semplice attore che simula comportamenti liberi e volontà consapevoli. È dunque l’essere umano post-moderno (non più) vivente in comunità che ha tracciato il proprio destino negando l’Umanesimo quale modalità filosofica che ispira la valorizzazione delle migliori potenzialità inscritte nella matrice spirituale. L’ultimo uomo nietzsciano post-moderno e transumano tradisce la propria essenza. Questo tradimento è la negazione dell’Umanesimo. E sia ben chiaro che l’essenza dell’essere umano è stata tradita con un atto di libera scelta. È l’essere umano che nega l’Umanesimo. Anche se questa libera scelta – onde esorcizzare la brutalità finale di questo atto configurantesi con l’auto-estinzione – nella gran parte degli appartenenti al genere umano è un atto dissimulato, misconosciuto e rimosso dalla luce della coscienza e confinato negli scantinati dell’inconscio collettivo.
Non solo, perciò, siamo in presenza della negazione del proprio essere. Qui siamo in presenza della negazione dell’Essere in quanto essere. E le due negazioni in realtà sono una e la medesima. Perché la negazione della Vita è la negazione del Principio. La classica imperdonabilità del suicidio (da esse però trattata solo nella dimensione del singolo…) è addirittura patrimonio delle stesse religioni abramitiche. Ma l’imperdonabilità sarebbe da ricercare non solo nel misconoscimento esistenziale ma anche in quello ontologico. L’oblio dell’Essere heideggeriano è dunque da inserire in un discorso più profondo e complesso che non quello riguardante il solo ambito metafisico del Principio del reale. L’oblio dell’Essere è l’argomento filosoficamente corretto che “nasconde” l’oblio più angosciante e quello filosoficamente scorretto e inconfessabile: l’oblio dell’Esserci, cioè l’oblio di colui il quale apparentemente si pone il problema di interrogarsi su “qualcosa” apparentemente autonomo da sé, ovvero sia l’Essere, perché inconfessatamente – sulla scorta di quell’interrogativo – teme di mettere a nudo la (propria) angoscia della morte, la (propria) mancanza di perdono di sé e la deriva nichilista nell’abisso della (propria) libertà. Quando l’Esserci s’interroga sull’Essere, in realtà sta interrogando la matrice trascendente di sé nell’immanenza della propria esistenza. E se la risoluzione della metafisica obliatrice è il disvelamento del non essere rappresentato dal Dispositivo tecnico planetario sussunto nel capitale, la verità è che l’essere umano volontariamente ibrida volutamente se stesso nel mondo delle macchine modulato dagli algoritmi e gestito dall’intelligenza artificiale per dare luogo al non-essere, dunque al suicidio di specie. L’Umanesimo – che ci salverebbe dall’auto-estinzione – è la modalità filosofica con cui l’essere umano al contrario rappresenta se stesso e la propria divinità nel limite della finitudine tipica della terra di mezzo quale attuale livello ontologico dello spirito incarnato in un corpo biologico e – per esteso – in un corpo sociale, comunitario e politico. Altro che prometeismo o delirio di onnipotenza, che invece costituiscono i connotati fondamentali del transumanesimo! L’Umanesimo è invece a favore di un ragionato, sensato ed equilibrato uso di qualche mezzo tecnologico (solo alcuni…E comunque affrancati dalla tecnica e dal capitale) in funzione dell’equilibrio osmotico e simbiotico tra tutti gli esseri presenti, senzienti, viventi ed esistenti su questo pianeta. Il disinnesco del suicidio di specie passa anche attraverso il ritorno all’Umanesimo. Per dirla con Moreno Pasquinelli, un nuovo umanesimo rivoluzionario. “…L’essere umano concepito dagli umanisti di punta è un essere poliedrico, onnilaterale, che invoca impegno politico per rimuovere i mali del mondo, che apprezza la natura e le scienze naturali ma non le oppone ad altri tipi di sapere, che nella gerarchia dei saperi pone in cima quelle che oggi chiamiamo scienze umane. È sì un uomo mondano che tuttavia non esclude la trascendenza, che non pone una muraglia tra il mondo della carne e quello dello spirito, (…). Quello umanista, nelle sue complesse sfaccettature, è stato un modo di pensare, di vivere, di agire, di stare nel mondo; ove la riscoperta della classicità greco-romana non è nostalgia passatista ma condizione e mezzo per procedere verso l’uomo nuovo…”. Abbiamo stralciato un suo significativo brano dal Saggio intitolato In difesa dell’Umanesimo italiano, Moreno Pasquinelli, Novembre 2025, SOLLEVAZIONE. In quel passaggio, il filosofo e politico umbro certifica – chiaramente e al di là di ogni ragionevole dubbio – la bontà del ripristino della centralità della libertà umana di scrivere la Storia liberandola progressivamente dai mali nel contesto – però – di un radicamento nei concetti e valori della classicità greco-romana che – ipso facto – scongiurava, attraverso il metron aristotelico, ogni atteggiamento assunto nella hybris e, soprattutto, ogni deriva prometeica accogliente le prospettive del transumanesimo. Il disinnesco del progetto di suicidio di specie necessita però di un riconoscimento preliminare: quello del tradimento che l’essere umano compie rispetto all’obnubilamento della propria essenza. Questo tradimento fondamentalmente non è però la negazione del Dio che sta nell’al di là, come suppongono le religioni monoteiste abramitiche che – da questo presupposto – postulano la ovvia e conseguente secondarietà della figura della creatura umana. Il tradimento è invece il misconoscimento della divinità inscritta direttamente nella Matrice spirituale umana, che lega i diversi livelli ontologici dell’unica dimensione monomondana dell’Essere. L’essere umano non diviene transumano perché abbandona l’inesistente Dio dell’al di là. L’essere umano diviene transumano perché nega la divinità nell’al di qua, nel mondo reale e ideale, l’unico mondo esistente. Negando la divinità quale trascendenza immanente, viene negato il sacro; vengono negate la naturalità della morte e la ciclicità della vita. Secondo gli abramitici di ogni risma (quindi tutte le famiglie dell’ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam indistintamente e al di là delle loro conflittualità interne), la divinità coincide invece con il (loro…) Principio che – ipso facto – non è di questo mondo, ma di un altro mondo, vale a dire il fantasmatico al di là. Con la divinità assente nella Storia (nell’al di qua), perde di ogni significato anche il sacro.
3 – Abramo, il padre del nichilismo
Ed è su questo punto che noi contrattacchiamo. Non solo rifiutiamo con fermezza la tesi secondo la quale l’Umanesimo anticipa e prepara il transumanesimo ma, dal banco degli imputati quali siamo stati confinati, ribaltiamo i ruoli di accusatori e accusati. I monoteisti abramitici, in particolare i cristiani (soprattutto i cattolici tradizionalisti, tra i quali Martino Mora) negano all’essere umano una divinità e una sacralità intrinseche. Al pari di tutto ciò che loro considerano “creato” (Natura cosmica, Natura ambientale…), la “creatura” essere umano – pur essendo definita come forgiata a “immagine e somiglianza” del creatore – è elemento ontologicamente differito, copia altra dal principio e invenzione assolutamente insignificante se svincolata dalla subordinazione al proprio creatore situato altrove. L’essere umano, dunque, come un oggetto costitutivamente disponibile, accessorio, apparentemente libero ma sdivinizzato e desacralizzato alla pari della Natura ambientale. Un oggetto ontologicamente depotenziato (alla pari di tutto il “creato”) e dalle illusorie potenzialità evolutive. È negata all’essere umano l’autosussistenza ontologica in virtù della libertà a sovranità limitata, ove la forbice tra il bene e il male è ristretto a un futuro non già definibile dalla creatività storica o dal libero arbitrio ma da premonizioni e eventi già previsti e fissati da “sacre scritture”, dando vita a un’ennesima versione di anti-umano storicismo. Per anti-umanità noi intendiamo l’annullamento della vera libertà, del divino e del sacro dall’esistenza stessa dell’essere umano. Se sono sacre quelle scritture che ipotecano il futuro e annichiliscono – de facto – la libertà dell’essere umano, a non essere sacri sono l’umano stesso e il mondo da lui abitato. La de-sacralizzazione e la sdivinizzazione dell’essere umano e della Natura ambientale affondano la loro radice nella stessa filosofia (teologia) abramitica: il creazionismo. L’Essere è strutturato su una frattura ontologica determinata dalla divisione tra un creatore perfetto, eterno e immutabile (che mantiene l’esclusiva del principio e l’ovvio primato ontologico. Non avrai altro Essere al di fuori di me creatore… Anzi. L’Essere è fuori di e da te creatura…) e un creato che assume il ruolo del derivato accessorio, del subordinato e della deresponsabilizzata copia sbiadita (a immagine e somiglianza…). Divisione che ha come tragico corollario la separazione inconciliabile – malgrado tutte le dissimulazioni portate dalla figura del Nazareno – tra un mondo dell’al di là e un mondo dell’al di qua. Frattura ontologica che comporta che l’Essere sia ubicato in un altro mondo, mentre in questo vi sia una miriade di enti condannata al non essere e dunque a una vita costituita dallo scorrere di un flusso d’immagini fagocitate dall’unico modo con cui si esprime il non essere: il nichilismo. È dunque nella pancia stessa della filosofia del cristianesimo (e dell’abramitismo in genere) che alberga il nichilismo. Le religioni monoteiste – attraverso il creazionismo che genera la frattura ontologica (con l’al di là sensato e vero e con un al di qua nullificato e sostanzialmente illusorio) – preparano il terreno a correnti filosofiche, di pensiero e della prassi, che lo compiranno e lo realizzeranno, quali l’empirismo, il meccanicismo materialista, l’illuminismo, l’utilitarismo, (la filosofia politica del) liberalismo, il positivismo, il neo-positivismo, lo scientismo e il pragmatismo che, in ultima lettera e lettura, rendono esse precorritrici e progenitori del transumanesino. Inoltre, sono da leggere come sovrastrutture ausiliarie del capitale e dei suoi processi storico-sociali sussunti all’auto-estinzione. Tutte correnti di pensiero e visioni del mondo predisposte a riempire quella frattura con l’artificialità prometeica dello sviluppo e del progresso al servizio del capitale quale generatore di presunta ricchezza materiale e addirittura di un crescente benessere spirituale basato sulla liberazione dalle radici e dagli archetipi (visti come sorgenti di superstizione…) e sul progresso etico del libertarismo. Un nichilismo arcobalenico multicolore quale cecchino finale dell’umanità. Le suddette correnti della modernità sono tutte sorrette da una particolare centralità dell’essere umano che non coincide affatto con la modalità filosofica dell’Umanesimo. Questa centralità moderna (e post-moderna) è la soggettività de-storicizzata, de-socializzata e de-sacralizzata delineatasi in una linea di pensiero che da Cartesio giunge a Kant. Quantunque un filone interpretativo – sul quale s’innesta la tesi continuazionista di Martino Mora – sostenga che la principale di queste correnti di pensiero – l’Illuminismo – sia coerente e compatibile con l’Umanesimo per via di una coincidente “centralità” dell’essere umano in ambedue le modalità filosofiche (e da qui Martino Mora collega poi l’Umanesimo al transumanesimo), nella realtà – al contrario – questa “centralità” ha diverse e incompatibili caratteristiche che non le accomunano affatto. La centralità dell’essere umano per gli illuministi (e altre filosofie sorelle) ruota intorno a una ragione che organizza il mondo nei termini matematico-quantitativi interni alla matrice nichilista del divenire del tutto estranei – se intesi come l’apice del sapere – all’umanista, che invece intende la centralità dell’essere umano come assunzione di responsabilità nel creare il mondo delle relazioni ripristinando l’etica classica greco-romana pagana ove preponderante era il metron quale senso del limite che disciplina il rapporto con il proprio simile e con il pianeta abitato. La centralità dell’essere umano nello sviluppare e realizzare storicamente le sue migliori potenzialità (simbolicamente rappresentate dalle archetipiche e ancestrali Idee innate) attraverso le sette declinazioni e traduzioni di logos (linguaggio espressivo, ragione lineare, ragione dialettica, dialogicità, alterità comunitaria, socialità e calcolo sociale) – centralità, questa sì fondante l’Umanesimo – è messa in relazione con il ripristino e la rilettura rinascimentale sia di Platone, quanto di Aristotele.
Questo riesame – inoltre – che pur non mancava al suo interno di forti dispute tra gli opposti esegeti sia dell’allievo di Socrate, quanto dello stagirita, non è tanto indirizzato alla distinzione tra i due Giganti, quanto alla loro convergente complementarietà che sullo sfondo aveva la grecità antica come luogo della loro sintesi. Soprattutto – da questa temperie culturale – la maestosa sintesi si concentrava su due cruciali topos che andavano a fondersi. Il primo è il già riconosciuto e affrontato concetto di metron aristotelico quale limite etico e materiale all’agire di un essere umano che nella libertà responsabile riprendeva il primato (smarrito nella subalternità medioevale) nella scrittura della Storia. Il secondo – e pure questo a noi già noto – concetto è quello dell’ancestralità platonica costituita dalle radici ontologiche della Realtà quali sono le Idee innate, pur opportunamente emendata dalla bi-mondanità espressa dal Maestro (in questo consiste il nostro modesto aggiornamento, senza il quale l’Umanesimo rivoluzionario sarebbe incompiuto…). L’ancestralità platonica è la dimensione archetipica che situa la centralità dell’essere umano non nella propria egoicità o in una storicità fine a se stessa, ma nella Storia che contempla ontologicamente la diversa gradualità dell’Essere da ascendere o discendere nel libero arbitrio della dialettica che potenzialmente prospetta al genere umano la possibilità (il dinamey on aristotelico) di realizzare le storicamente migliori virtualità. Il complessivo legame tra libertà, etica, dialettica, ancestralità e metron – sotto l’ala protettiva della Dea greca platonico-aristotelica – delinea un Umanesimo che scongiura l’antropocentrismo senza cadere nel nichilismo abramitico. Soprattutto, nega e scongiura ogni deriva di antropocentrismo prometeico. Tutto l’opposto dell’Illuminismo. Sorvolando, inoltre, che il neo-platonismo (Plotino su tutti) ripreso dagli umanisti della prima ora (anche l’Umanesimo ha una sua Storia, un suo sviluppo e una sua evoluzione) costituiva già una sintesi tra Platone e Aristotele tredici secoli prima (Ficino per tutti), che dunque non potevano essere visti come elementi divergenti ma poli di complementarietà filosofica e etica, del tutto distanti dalla temperie culturale illuminista. L’Umanesimo è perciò in discontinuità anche con le filosofie moderne e post-moderne le quali – sì – sono quelle veramente ed esclusivamente antesignane del transumanesimo.
In definitiva, le filosofie della modernità e della post-modernità quali l’empirismo, il meccanicismo materialista, l’illuminismo, l’utilitarismo, (la filosofia politica del) liberalismo, il positivismo, il neo-positivismo, lo scientismo e il pragmatismo non sono certo imparentate o debitrici dell’Umanesimo post-medioevale, in quanto questa modalità filosofica inaugurata nel XIV° secolo in Italia non toglie l’essere umano dalla Storia (mentre tutte le filosofie moderne e post-moderne lo isolano in un eterno presente), ma anzi lo obbliga eticamente ancor più a interessarsene creativamente; non atomizza la figura dell’essere umano rendendola monade estranea alla comunità e competitiva in quell’aggregazione ostile chiamata società. Lo obbliga, invece, eticamente a impegnarsi e ad assumersi la responsabilità civile e politica della cosa sociale e comunitaria; infine, l’Umanesimo non spoglia affatto l’essere umano (al contrario delle filosofie moderne e post-moderne prima citate) dalla dimensione sacra e divina che lo rende comunità e in comunione olistica con la Natura ambientale. Anzi, in forza della trascendenza immanente del vero Principio – dell’Essere integrale al suo livello supremo – sente e avverte la potenzialità di quel divino da riguadagnare al massimo grado etico e ontologico. L’empirismo, il meccanicismo materialista, l’illuminismo, l’utilitarismo, (la filosofia politica del) liberalismo, il positivismo, il neo-positivismo, lo scientismo e il pragmatismo sono invece bene accolti – nel mondo della secondarietà nichilista – da quella voragine provocata dalla frattura ontologica di abramitica e cristiana memoria. Il mondo della secondarietà nichilista – quello creato dal creatore dell’al di là – è dunque il perfetto scenario desacralizzato e sdivinizzato per la realizzazione del progetto di suicidio di specie. La materia inerte che abita il secondo mondo (quello dell’al di qua) è la pietra angolare da cui ogni ente (Natura umana e Natura ambientale) è ridotto a essere oggetto del dominio della tecnica, la quale è una particolare visione del mondo; una sorta di appello metafisico che prevede che ogni punto (ente) della secondarietà nichilista sia autonomo dall’etica e funzionale al calcolo, alla coatta disponibilità, alla fungibilità eterodiretta, alla collocabilità nel Dispositivo tecnico planetario integrato nel capitale in cui il residuo umano (il post-umano candidato al trans-umano…) funge da ingranaggio in mezzo ad altri ingranaggi per corroborare un sistema digitale indirizzato all’ultimo tempo dello sfruttamento, del parassitismo, della sorveglianza e dell’alienazione capitalisti. Il lontano preludio al transumanesimo si è verificato, dunque, nel tradimento dell’essere umano nei confronti della propria essenza. Tradimento che si è consumato in gran parte nelle regioni inconsce dell’animo umano. Tradimento che rappresenta uno dei corollari immediati dell’angoscia della morte, della mancanza di perdono di sé e dell’abisso prometeico della libertà emerse dopo il big bang ontologico in cui la molteplicità fuoriesce dal seno dell’Uno primordiale. Questo tradimento – come già anticipato in altri nostri lavori – è connaturato al progetto di suicidio di specie.
Nella Storia, vi sono stati tentativi di contenimento e di potenziale disinnesco del progetto auto-estintivo. L’Umanesimo – nelle sue variegate tappe e diverse espressioni, comprese quelle autorevoli (Khayyam, Buber, Erasmo da Rotterdam) delle contraddittorie religioni monoteiste abramitiche – s’inscrive all’elenco di questi tentativi. Agli abramitici, noi consigliamo di riflettere (anche sulla scorta delle riflessioni dei loro umanisti) sulla genesi e sul profondo significato di questo tradimento, che non è esercizio compiuto verso l’al di là ma attuato nell’al di qua e non verso una divinità astratta ed esterna alla coscienza ma pienamente deliberato al suo interno e nei confronti di una divinità immanente. Mettano in relazione il radicale contrasto tra la libertà dell’esserci (l’essere dell’essere umano) nel negare se stesso e l’Umanesimo che – al contrario – esalta la soggettività altrettanto libera però responsabilmente messa al servizio di un percorso evolutivo e di uno emancipativo che solo questa modalità filosofica descrive, suggerisce e promuove indicando nel secondo l’obiettivo esistenziale (emancipazione storico-sociale) e nel primo (evoluzione ontologica) l’obiettivo vitale.
4 – Cristianesimo, Umanesimo e transumanesimo
Nella nostra risposta che sin qui abbiamo dato come commento alla tesi di Martino Mora, noi non ci siamo limitati a difendere passivamente la posizione degli umanisti rivoluzionari ingiustamente attaccati, ricordando che non c’è alcuna continuità tra Umanesimo e transumanesimo. Non solo abbiamo respinto con forza i contenuti continuazionisti di Mora secondo i quali noi umanisti saremmo i precursori dei transumanisti. Ma siamo passati al contrattacco. Sì, proprio con loro. I cristiani e gli abramitici in genere. Mettiamo sotto accusa la profondità dell’impianto ontologico e filosofico delle religioni abramitiche in generale e del cristianesimo in particolare. Se studiamo le implicazioni della dottrina dell’Essere nel cristianesimo (e anche dell’abramitismo in generale, con dentro dunque ebraismo e islam), scopriamo immediatamente una frattura ontologica che rende la religione monoteista attrice protagonista della realizzazione (insieme a altre culture) del nichilismo nella Storia. Questa frattura è situata nella destrutturazione dell’Essere stesso provocata dalla bi-mondanità in cui sono dimorati e irriducibilmente divisi (senza che l’esperienza storica del Maestro Gesù la colmi) il Dio creatore e il creato. È dunque il creazionismo a determinare nel mondo abitato dagli enti creati il nichilismo quale terreno fertile del transumanesimo. E i padroni del mondo – i signori del tecno-capitale – conoscono benissimo questo aspetto del cristianesimo e dell’abramitismo in generale, che considerano – dal loro punto di vista – assolutamente positivo e perfettamente funzionale da un punto di vista ideologico. Lo considerano positivo perché – ideologicamente – lo schema dei due mondi separati – ove in uno vi è la stanza del supremo principio e dell’insuperabile morale astratta (copiata – non a caso – nell’al di qua da Immanuel Kant) e nell’altro vi è la condizione del creato inerte, secondario, inerme, de-sacralizzato e condannato alla fungibilità, alla strumentalità tecno-scientifica, alla disponibilità, alla calcolabilità e alla funzionalità – è quanto di più utile e adatto allo sviluppo delle logiche sostanzianti gl’interessi del tecno-capitale diffuso capillarmente nella rarefazione transumana.
Attraverso la strumentalità del creazionismo, il cristianesimo è usato come ideologia di ultima istanza dal capitale. La metafora del dio creatore necessario è l’argomentazione finale con cui il capitale legittima le sue logiche di dominio quand’anche fossero (ancora) percepite come vessatorie, discriminanti e ingiuste. Il mondo delle ingiustizie fisiologiche – questo è il messaggio subliminale ideologico – è comunque creato dall’altro mondo (dunque è intrasformabile in quanto creato da Dio padre), quello perfetto e giusto. Nella separazione dei due, la totalità del significato rimane nell’al di là sconosciuto, a scapito del mondo abitato dell’al di qua sostanzialmente insignificante nella sua secondarietà nichilista. Un mondo (il nostro) de-sacralizzato e sdivinizzato, secondo le sottili e subliminali argomentazioni sovrastrutturali della propaganda attuale, è presentato come un mondo plasmabile al di là del bene e del male (stante l’insignificanza su cui è retto) ma funzionale a una “morale” di ordine superiore, quella impartita dall’appello metafisico (tecnica) di un dispositivo che tutto fagocita nel nome del capitale digitale, creatore della nuova necessità eterna (ci torneremo tra poco), quella che inesorabilmente e incessantemente riproduce in automatico le logiche di accumulo nella rarefazione elettronica. Nel tecno-capitale vi è una totalità olistica nera normata da quella “morale” di ordine superiore (anticipata poco sopra) che agisce per conto dell’oscurità e che assolutizza l’ultimo stadio della forma-merce emersa dalle profondità della Quarta qQuarta rivoluzione industriale e che vede la “soggettività” umana trasformata nella dimensione transumana. Un’apparente ancorché breve digressione è qui d’obbligo. Se il progetto di suicidio di specie è il denominatore comune a ogni membro del genere umano ed esso – per la stragrande maggioranza delle persone – è confinato nella dimensione inconscia (che dunque rende apparentemente inspiegabili alcuni fenomeni di sado-masochismo storico-sociale), dobbiamo chiarire – se non lo fossimo già stati sul punto specifico – che la minoranza di persone che invece conosce, intuisce e percepisce questo congenito lato oscuro dell’umanità (non tutte le persone hanno lo stesso grado di coscienza. Già Platone indicava la selezione politica di una gerarchia dello spirito quale necessaria condizione per formare la classe dirigente…) si divide inesorabilmente in due partiti. Il primo è quello che vuole portare a termine il progetto di autoestinzione e dunque promuove tutte le logiche di sviluppo del capitale e la definitiva trasformazione della nostra specie nell’ibrido transumano. Il secondo è quello che – al contrario – mantiene viva la potenzialità dell’emancipazione storico-sociale e dell’evoluzione ontologica e dunque lavora per il disinnesco e l’annullamento del progetto di suicidio di specie. I cristiani dovrebbero capire una volta per tutte (al di là della dualità ontologica scaturita dalla loro filosofia creazionista…) da che parte vogliono stare. Se con l’oscurità, oppure con la Luce. Fine della digressione. Quando il mondo viene diviso in due – e in linea di principio accettiamo la provocazione di Nietzsche, di cui però ci teniamo distanti da molte sue conclusioni – e quello disabitato viene però percepito come il luogo del principio (quello del Dio creatore), mentre in quello abitato dalle “creature” – il nostro – c’è il nulla rappresentato come il tutto illusorio, non possiamo più lamentarci che in quest’ultimo imperino i massimi mostri del nichilismo, quali l’intelligenza artificiale e l’identità digitale. Vi è un secondo aspetto del cristianesimo (il primo è il creazionismo) anch’esso utile ideologicamente come rafforzativo del transumanesimo quale narrazione di sostegno del tecno-capitale. Si tratta del cosiddetto peccato originale. Esso è, in seno alla cristianità (la forma abramitica a noi più vicina e che più culturalmente ci riguarda), la colpa specifica che l’umanità porta sulle spalle per avere esatto la libertà, di contro alla comfort zone (inglesismo voluto) offerta dal Giardino dell’Eden al prezzo della sottomissione alla necessità perfetta e realizzata. Con la libertà, il genere umano ha creato la Storia attraverso la coscienza della dualità del Bene e del Male, i quali – nella compresenza – rappresentano il silenzioso dramma dell’Uno (che i cristiani identificano con il Dio creatore), già turbato dalla tensione sopita (ma anch’essa presente e stringente) della polarità costituita dalla libertà e dalla necessità. Il peccato originale è dunque il peso ontologico che il Dio creatore riversa sulla Natura del più cosciente delle sue creature. Il motivo per il quale i gestori delle sovrastrutture manipolatorie del tecno-capitale fruiscono ideologicamente del peccato originale (con annessi il senso di colpa e il rimorso) in funzione degli interessi di Amazon, BlackRock e Silicon Valley è che il creazionismo difeso da Martino Mora ha una similarità con l’emanazionismo difeso da noialtri anche se – altrimenti non avrebbe senso il Saggio di risposta che stiamo scrivendo – il primo dà luogo alla bi-mondanità e alla frattura ontologica quali condizioni preliminari dell’avvento storico del nichilismo, mentre il secondo mantiene la mono-mondanità e – soprattutto – l’integrità ontologica che, sebbene storicamente non metteva al riparo della libera scelta del Male, metteva però al riparo dal nichilismo antiumano. La similarità tra i due modelli – su cui giocano la loro sporca e sudicia oscurità i Bezos, i Buffet e i Musk – consiste nell’ascendenza o discendenza dei diversi livelli dell’Essere e su come esso è percepito a seconda del diverso grado di coscienza. L’Uno emanatore integro e il Dio creatore abramitico nichilista hanno però in comune (e su questo il tecno-capitale agisce) il ruolo e il luogo dell’Essere espresso alla massima versione. Sono il ruolo e il luogo in cui il principio è da intendersi proprio come il Principium inconcussum veritatis. Principio che origina il logos di cui l’essere umano è l’espressione suprema nella sua potenziale realizzazione storica e ontologica se intesa, quest’ultima, come la missione etica quale viatico del ritorno a casa nel seno dell’Uno. Questa similarità permette agli agenti del tecno-capitale di fruire del peccato originale cristiano come matrice del senso di colpa al fine di irrigimentare le masse popolari (rese preventivamente acefale) negli schemi comportamentali in cui il rimorso funga da movente. Ma movente per cosa? Quello di ricongiungersi con la totalità perduta in quell’ancestrale istante di (apparente) superbia nei confronti dell’assoluto. Ma l’assoluto di Amazon, BlackRock e Silicon Valley è ridefinito, riveduto e corretto (nella realizzata e compiuta forma-merce) nel Dispositivo tecnico planetario sussunto alle logiche del capitale digitale al tempo della Quarta rivoluzione industriale. Al peccato originale – e qui è situato il vero peso specifico ideologico – è dunque legato il senso di colpa a cui è sussunto il rimorso. I narratori di regime, per quanto criminali, sono perfettamente coscienti – quantomeno ai vertici delle loro agenzie e nelle alte stanze dei loro mandanti legati all’alta finanza e al grande capitale – del progetto di suicidio di specie. Indubbiamente sono dotati di una diabolica intelligenza sottile. Ben conoscono – questi assassini – le premesse che fondano l’inconscio desiderio di auto-estinzione della nostra specie. Legato alla mancanza di perdono di sé vi è quell’atavico senso di colpa che è uno degli ingredienti preferiti dal sistema del tecno-capitale per destrutturare, manipolare, riformattare, condizionare e indurre ad azioni e comportamenti orientati nell’essere umano. Chiariamo da subito un aspetto fondamentale quando parliamo d’ideologia di sostegno a tutte (non solo quella odierna) le epoche del capitale. Nemmeno questi assassini credono alla divisione dell’Essere in due mondi (un al di là vero e un al di qua fugace e vacuo). Essi bensì credono alla negazione dell’Essere (sono i partigiani del suicidio di specie); sono i soldati dell’oscurità e – di fronte all’universale prospettiva del progetto auto-estintivo – non lavorano certo al suo disinnesco ma – al contrario – operano attraverso il sistema capitale affinché esso giunga al suo compimento. Questi maledetti genocidari conoscono perfettamente la fisiologia spirituale dell’essere umano e dunque conoscono l’angoscia della morte e l’abisso prometeico della libertà. Dalla mancanza di perdono di sé, questi delinquenti deducono quel senso di colpa che ancestralmente sta all’origine dell’avventura umana nell’Universo. Il senso di colpa ancestrale dell’essere umano è dovuto al rimorso per l’atavico ardire superbo nel separarsi dalla Necessità suprema, eterna, immutabile e perfetta, onde sperimentare la mortale Libertà. Questi assassini – gestori sovrastrutturali di agenzie al servizio del tecno-capitale – sull’ancestrale, naturale e spiritual-fisiologico senso di colpa umano si organizzano per creare un Dispositivo (quello tecnico planetario…) che accolga e risolva – dal loro punto di vista – due tipi di rimorso che atavicamente – sin dall’alba dei tempi – caratterizzano il senso di colpa umano legato alla mancanza di perdono di sé per essere fuoriuscito dalla perfetta necessità dell’Uno quale assoluto principio della Totalità. Il primo è il rimorso nostalgico della necessità, quella che norma – al livello supremo dell’Essere – l’immutabilità, l’eternità e la perfezione dell’Uno. Per rimuovere il rimorso (esattamente è questo il compito ideologico), le sovrastrutture del tecno-capitale – agenzie “educative” legate alla cultura, allo spettacolo, all’informazione, alla formazione e all’istruzione – propongono e impongono la creazione artificiale di un dispositivo universale che riproduca la necessità quale modalità di azione e di governo delle gesta (trans)umane. Azzeramento dei contesti in cui possono avere luogo imprevisti o varianti sui temi canonici e predisposti; dati, algoritmi, schemi, metodi, nessi ripetitivi, razionalizzazione dei sentimenti e delle emozioni. Contemporaneamente, questo dispositivo artificiale impone all’essere umano la fungibilità, la calcolabilità e la disponibilità a essere parte passiva di un concerto polifonico atto alla riproduzione della perfetta necessità. Il sistema epocale del tecno-capitale subdolamente – anche con messaggi subliminali – invita implicitamente l’essere umano a rinunciare a quella libertà (come l’inconscio del suicida vuole farsi dire…) divenuta oggetto di sequestro — per usare una formula cara a Stefano Falcinelli – onde affidarsi a questo dispositivo universale che riproduce la necessità perduta nel metaforico e cristianissimo giardino dell’Eden. Per rendersi credibile e persuasivo, il circo della propaganda, della destrutturazione emotiva e cognitiva, della manipolazione e della ri-formattazione, associa questa complessiva riproduzione all’offerta d’immortalità (subliminale, inconscia, implicita, inconfessata, stante il carattere di immediata e razionale assurdità), mentendo -sapendo di mentire – in quanto il padroneggiamento della morte a cui tecnicamente sono deputate la bioingegneria, l’ingegneria genetica, l’eugenetica, la robotica, la cibernetica subdolamente lo spostano verso l’accettazione della vita artificiale sul crinale del passaggio dall’umanità – in cui la Natura umana è viva in carne e in spirito – alla trans-umanità – in cui la Natura umana è morta nella carne ibridata alla macchina e nello spirito disintegrato nell’etere -. Il surrogato della tecnica quale appello alla “virtuosa” fungibilità di ogni ente al funzionamento di un Dispositivo planetario sussunto al capitale non padroneggia la morte in vista della celebrazione della vita vera e naturale (che prevede un biologico inizio e una biologica fine), ma la padroneggia in funzione della sua artificiale (con vista illusoria sull’immortalità…) riproduzione decretata dalla trasformazione transumana dell’ex essere umano.
Il secondo è il rimorso nostalgico della perfezione, corollario non automatico del primo se esso è legato alla necessità in generale ma intorno a essa solo se riferito alla necessità dell’Uno. Il meccanismo di superamento di questo rimorso – attraverso l’imposizione di un surrogato che evochi la perfezione – è la diabolica e portatrice di crimini contro l’umanità qual è la forma-merce, l’essenza del capitale che si realizza storicamente. La perfezione è qui raggiunta e percepita (stante il preventivo lavoro di manipolazione universale) costituendo una particolare conciliazione. Quella tra la dimensione finita dell’essere umano vivente nel rimorso con la dimensione dell’infinito, dall’alba dei tempi vissuta invece come inafferrabile e vista come l’isola che non c’è (più…) e motivo di angoscia della morte, mancanza di perdono di sé e abisso senza senso della libertà. Conciliazione che immediatamente richiama alla necessaria immortalità quale prospettiva del marchio di fabbrica del Dispositivo tecnico planetario. Cosa intendiamo qui per infinito? Quale orizzonte esprime l’infinito nei termini della concretezza quotidiana e storico-sociale? È un infinito che si manifesta in due modalità legate a una costante reiterazione. La prima è quella della reiterazione costante dell’accumulo di capitale da cui dedurre il profitto. La seconda è quella della reiterazione costante della dilatata pensabilità di ogni e qualsivoglia ente quale oggetto di consumo da trasformare nel suo illimitato bisogno da soddisfare ed esaudire. Senza dimenticare che l’illimitato bisogno è oggetto di trasformazione immediata in un diritto esigibile anche giuridicamente. Sono dunque l’accumulo di (moneta-debito) capitale e l’esaudimento dell’illimitato bisogno quale risoluzione nella totalità del pensabile a costituire i moventi dell’infinito come polo di conciliazione con il finito, onde artificialmente creare la perfezione ancestralmente perduta. La valenza ideologica del peccato originale come leva su cui il capitale gioca il suo sottile inganno è confermata da quanto la creazione artificiale della perfezione proposta dalla forma-merce espressa dal Dispositivo tecnico planetario induca alla facile tollerabilità e alla benigna sopportazione dell’iper-debito legato all’iper-consumo. Il debito (pubblico o privato che sia…), malgrado la sofferenza personale, famigliare e sociale che comporta, è dunque accettato – anche con energie inconsce… – in vista di un obiettivo (la perfezione creata dal Sistema) di ordine superiore. Il peccato originale – argomento ideologico mutuato dal cristianesimo – è anche il perfetto anticipatore dell’essenza del debito pubblico. Così come ogni essere umano – secondo il magistero cattolico e protestante, con l’eccezione degli ortodossi – nasce nella peccaminosa condizione di disarmonia nei confronti del suo creatore, al tempo stesso ogni essere umano nasce – con ancora il ciuccio in bocca – con una quota (all’oggi di svariate decine di migliaia di euro pro-capite, se riferito all’Italia) di debito sul groppone quale prova di disarmonia del genere umano nei confronti del creatore di moneta-capitale qual è il sistema bancario globale, vale a dire il padrone di tutte le banche, multinazionali, gruppi assicurativi, fondi d’investimento, agenzie di rating, borse valori e ministro di tutti i trattati liberoscambisti planetari.
A onor del vero, nel cristianesimo (abbiamo ormai ristretto il campo degli abramitismi alla sola religione cristiana) vi sono anche pulsioni e valori dottrinari – che fungono da lodevoli anticorpi – assolutamente fastidiosi alla modernità capitalista. La tragica bi-mondanità scaturita dal creazionismo e la conseguente frattura ontologica nell’ambito filosofico quale generatrice del nichilismo sviluppato in seguito dalle correnti della modernità capitalista non tolgono valore in sé ad almeno cinque aspetti della dottrina cristiana generale, ovviamente se si esclude la corrente protestante-calvinista, anche se essi sono ovviamente vissuti nella contraddittorietà e nella confusione (non esiste nella Via lattea un gruppo di enti viventi più confuso e contraddittorio di quello a cui appartengono i cristiani. Si veda a riguardo l’insufficienza d’analisi della complessiva “dottrina sociale” della Chiesa cattolica, ad esempio…). Il primo aspetto anticapitalista della dottrina cristiana presa da noi in esame è la sua forte e sincera diffidenza e contrasto per il bisogno superfluo e la dominanza della materialità. Le logiche di sviluppo del capitale esigono al contrario bisogni e consumi illimitati sulla base di una solida materialità. Il secondo aspetto è che il cristianesimo sinceramente vuole la realizzazione del Bene attraverso l’umanità. Anche per il cristianesimo, l’essere umano ha un’anima che è naturalmente predisposta – nella libertà – al senso di giustizia e all’onorabilità della dignità umana. Il terzo aspetto è che il cristianesimo crede sinceramente alla matrice spirituale quale essenza di questa dignità e fondamento dell’essere umano stesso. Il quarto aspetto che infastidisce il tecno-capitale lo abbiamo già incontrato e fugacemente affrontato. È costituito da quegli elaborati – tanto confusi quanto generosi e sinceri – di cui parlammo sopra e cioè quegli Umanesimi partoriti in ambito abramitico (dunque anche nel caso del cristianesimo) dal musulmano Khayyam, dall’ebreo Buber e dal cristiano Erasmo da Rotterdam. Ove per confusione intendiamo l’inconciliabilità dell’Umanesimo con qualsiasi forma di bi-mondanità. Il quinto aspetto – che è quello che rende più odioso il cristianesimo agli occhi del capitale – è da ricercarsi nel concetto e nella pratica della prossimità. Nulla è più lontano dalle logiche del capitale – non dimenticando che esso è l’ultimo miglio verde predisposto all’accelerazione per la compiuta realizzazione dell’ancestrale progetto di suicidio di specie del genere umano – quanto la condizione e la volontà di ogni essere umano che “ama il prossimo suo come se stesso”. Questa formula contrasta consciamente quello che nell’inconscio collettivo è invece il desiderio di realizzare l’odio auto-estintivo. Ogni essere umano – infatti – se definisce se stesso accogliendo e attraversando l’altro suo simile (il suo prossimo), potenzialmente può riscoprire la sua origine spirituale e il senso che essa comporta (l’emancipazione storico-sociale e l’evoluzione ontologica). Il capitale – al contrario – non vuole e non tollera alcun tipo di comunità tra un essere umano e un altro suo simile che gli è prossimo. Nella vicinanza d’amore e compassione per lo stesso status di anima in cammino, la comunità umana – cosciente nel riscoprire le potenzialità della propria essenza spirituale – respinge ogni e qualsivoglia forma di individualismo, atomismo, monadismo, nomadismo, egoismo, narcisismo egoico, solipsismo autoreferenziale, elementarità pulsionale e quant’altro antropologicamente sia funzionale alla riproduzione sociale dell’epoca capitalista.
Tra cristianesimo e capitale, dunque, c’è un rapporto contraddittorio di odio e amore. Diciamo che un prete è tollerato e incentivato da Amazon, BlackRock e Silicon Valley quando santifica l’al di là perfetto e buono, meta del buon fedele che – attraverso le preghiere e la sopportazione quotidiana di ogni ingiustizia (soprattutto quella subita da altri e altrove…) – lo guadagnerà dopo la morte e nell’unica (particolare importantissimo: l’unica…) vita vissuta. Così facendo, il prete simpatico al capitale promuove lo spostamento di energia nell’aldilà, in onore del principio creatore (Dio), svuotando oggettivamente di senso e vero significato l’al di qua, intriso d’implicita rassegnazione, adattamento e resilienza. Il trasferimento di energia che l’essere umano opera cristianamente nell’al di là – a beneficio del principio creatore (Dio) – è praticamente simile al trasferimento dell’energia che l’essere umano opera transumanamente verso e dentro il Dispositivo tecnico planetario sussunto al capitale, soprattutto nel suo cuore pulsante specchiatamente riprodotto, vale a dire l’intelligenza artificiale. Lo stesso prete diviene improvvisamente antipatico ed è invece osteggiato – sino alla persecuzione, se necessario – quando predica la concreta realizzazione della giustizia storico-sociale, riportando nell’al di qua il senso e il significato di una vita vera e vissuta con le missioni monomondane (a un cristiano non del tutto chiare, in verità… ma la buona fede e l’impegno sincero di molti credenti andrebbero premiati…) dell’emancipazione in “terra” e l’evoluzione verso il “cielo”, attraverso quell’amore che rende ogni essere umano comunitariamente prossimo a un altro essere umano. Quando l’epoca odierna è dunque indicata come “scristianizzata” è in riferimento all’osteggiamento sistematico ai suoi aspetti dottrinari (noi ne abbiamo indicati cinque), non certo al suo impianto filosofico determinato dall’ontologia creazionista bi-mondana nichilista.
A conclusione del paragrafo, la coerenza potenziale del naturale destino nel bene comune dell’umanità è in totale discontinuità con il progetto nichilista e post-moderno del transumanesimo. Quest’ultimo compare nel cielo dell’uomo quando questi – per l’angoscia della morte, per la mancanza di perdono di sé e per gli effetti prometeico-superomisti dell’abisso della libertà – decide di negare se stesso come specie. Questa negazione della propria natura e dell’Umanesimo sta alla base della discontinuità antropologica conosciuta – invece – con il nome di transumanesimo. Cosa è – nel dettaglio – il transumanesimo?
5 – Transumanesimo: l’ultima ideologia del capitale
Il transumanesimo è innanzitutto l’ideologia della parte terminale del sistema capitalista. La parte riferita a quest’ultima epoca indicativamente segnata dalla Quarta rivoluzione industriale. Il transumanesimo è l’insieme delle narrazioni che sostengono socialmente, politicamente, crematisticamente (economicamente non è corretto…), culturalmente e antropologicamente questa nostra parte finale della storia del capitale ubicata nella fase matura laddove vanno a fondersi l’oggetto storico epocale – il tecno-capitale – con il proprio soggetto promotore – l’essere umano – con la fagocitazione del secondo da parte del primo, nel quadro di una sintesi tra il biologico, il digitale, lo spirituale e il profitto. Nello specifico, il transumanesimo è il concerto polifonico giullaresco che accompagna i processi e gli interessi delle élite globali che gestiscono e ordinano il mondo, tanto quello materiale, quanto quello simbolico. Il transumanesimo è il combustibile energetico che accompagna il punto di fusione tra tecnica e capitale. Punto di fusione che mette radicalmente in crisi il senso e la ragion d’essere della stessa Natura umana. Il transumanesimo – contrariamente alle precedenti ideologie di sostegno che nei secoli hanno supportato il capitale – non si accontenta di destrutturare, manipolare e riformattare la Natura umana in funzione degli interessi del capitale. Il transumanesimo la vuole semplicemente distruggere. In quest’ultima stagione del capitale, la Natura umana perde definitivamente la propria autonomia, per quanto – negli ultimi secoli – essa fosse già soggetta ad alienazione, sfruttamento, parassitismo e sorveglianza. Il tecno-capitale – nelle inedite e aggiornate forme di accumulo e profitto – completa un progetto lungo dieci secoli di progressivo assorbimento dell’essere umano nella forma merce e della sua radicale sussunzione – in qualità di ente disponibile e collocabile – nel Dispositivo tecnico planetario. La Natura umana – e con esso l’Umanesimo – è distrutta socialmente, in quanto essa è ridimensionata al livello di monade conchiusa e individualista, isolata e indotta al nomadismo disperato nell’illusione globalizzata del sogno americano che, nella residuale comunità e odierna società, ha il proprio riverbero nella frantumazione e ridefinizione della famiglia e nell’irrigimentazione dei corpi intermedi. La Natura umana è distrutta economicamente (sarebbe più corretto dire crematisticamente, ma per comodità di linguaggio lasciamo quel tipo di avverbio. Chi ci conosce sa che non consideriamo il capitalismo un’economia. Anzi, lo consideriamo un’anti-economia…) in quanto l’essere umano completa la sua metamorfosi quale merce da un lato, divenendo esso stesso un dato, un input e un frammento algoritmico modulato dalla fase suprema del capitale rappresentata dalla moneta elettronica integrale digitale. Dall’altro lato divenendo – come già anticipato – un (s)oggetto totalmente depotenziato dalla propria essenzialità e creatività, degradato a oggetto tra oggetti, cosa tra le cose nel Dispositivo tecnico planetario ove è soppresso definitivamente il bisogno da soddisfare evolutivamente (come insegnano le tre grandi regole sacre di economia aristotelica), in luogo del flusso infinito di desideri e capricci da consumare. Nel quadro di questa oggettistica, quel che rimane del simulacro dell’essere umano è incarcerato nel tempo zero e profitto infinito del capitale produttivo (Modello Amazon); è incarcerato nella fluidità debitoria e spersonalizzante del capitale monetario e finanziario (Modello BlackRock); è incarcerato nelle prigioni senza muri e nella dispersione digitale delle infinite autostrade in fibra ottica o elettromagnetica in cui il tecno-capitale – attraverso la solita moneta-debito elettronica integrale – impone il suo dominio e il suo totale controllo sul “soggetto” fagocitato (Modello Silicon Valley). La Natura umana è distrutta politicamente in quanto vengono inibite – transumanamente – tutte le istanze sociali dello zoon politikon e tutte le sorgenti archetipiche di senso dello zoon logon echon, due modalità antropologiche aristoteliche insuperate e insuperabili. Esse sono le espressioni più immediatamente sociali della Natura umana. L’essere umano è dunque de-socializzato e de-storicizzato e percepisce l’odierna società (de facto, un surrogato della vera comunità) come una soffice e accomodante gabbia coercitiva al di là del bene e del male; non già come il luogo relazionale (anche fisico!) nel quale realizzare insieme e con l’altro, con gli altri e con l’ambiente, la migliore espressione delle potenzialità rivolte al bene comune e all’emancipazione storico-sociale. È un essere umano privato – anche – di quel linguaggio espressivo che – nella Tradizione – mette in contatto gli archetipi divini con il logos inteso come attività spirituale creatrice (la parola coniugata alla realtà) che trasmettono senso all’azione e alle relazioni comunitarie. Nel quadro di questo svuotamento spirituale e biologico, tutte le categorie ideali del politico (socialità, individualità, bene comune, armonia olistica,…) evaporano divenendo suoni vuoti che rimbalzano all’interno del dibattito artificiale (bi)polare quale architettura formale della democrazia ove – intorno a distinguo di dettagli presentati nella loro disconnessa parzialità – viene a costituirsi l’agonismo che formalmente dà vita (artificiale) alla democrazia rappresentativa parlamentare. Nella pena e nella miseria di essa, la struttura fondante del dibattito recitato è data dalla “contrapposizione” (assolutamente ridicola) tra gli elementi (bi)polari, vale a dire la destra e la sinistra, due entità assolutamente uguali e intercambiabili che hanno il compito transumano (si vedano quelle particolari prospettive assolutamente convergenti della sinistra scientista-progressista e quelle della destra prometeica) – all’epoca del tecno-capitale – di accelerare la resecazione tra le Idee innate della matrice spirituale e l’elaborazione delle Idee storiche quali potenzialità per un programma di trasformazione storico-sociale in vista dell’emancipazione e dell’evoluzione spirituale. Pure un’opera astrattamente pregevole come quella di Norberto Bobbio – Destra e Sinistra, Ragioni e significati di una distinzione politica, 1994 -, focalizzandosi sulla distinzione delle due polarità in merito alla loro diversa percezione dell’eguaglianza (valore sul quale fondamentalmente Destra e Sinistra si dividono e sul quale viene percepita la loro precipua diversità), finisce però per perdere di vista l’essenziale, vale a dire che – nella società alienata con vista sull’auto-estinzione – essere uguali nella nichilistica dissoluzione dell’ibridazione dell’essere umano nella macchina sussunta al capitale non rende affatto destra e sinistra due polarità fondamentalmente diverse e dunque terreno fertile per processi emancipativi ed evolutivi ma, al contrario, funzionali ideologicamente al tecno-capitale a cui servono due baracconi “identitari” che fingano di interessarsi dell’eguaglianza nella discussione tra uno zombie transumano destroide e uno zombie transumano sinistrato. Una discussione in merito a una vasta gamma di diritti che meglio definiscano l’uguaglianza tra la buonanima di Michela Murgia e Francesco Borgonovo – anche condotta con raffinate argomentazioni e nel riconoscimento delle reciproche buone fedi personali – è però del tutto funzionale agli interessi di Bezos, Buffet e Musk. Anche quell’opera bobbiana del 1994 (nell’imminenza della Quarta rivoluzione industriale) era dunque una merce ideologica usata per favorire l’incedere progressivo delle logiche del capitale. A prescindere dalla buona fede di Bobbio prima e la Murgia con Borgonovo poi. È perfettamente inutile parlare in astratto di uguaglianza tra esseri umani quando – nell’alienazione – quegli esseri umani negano la loro Natura sino alla sua radicale evaporazione. Destra e Sinistra rappresentano dunque la ditta delle pompe funebri che accompagna il cadavere delle Comunità umane nel cimitero transumano della Storia. Destra e Sinistra sono gli ultimi due opuscoli che compaiono sul comodino del candidato suicida nella cella dell’ultimo miglio verde prima dell’auto-esecuzione. Non che tutti i fuggiaschi o i finti oppositori allo schema destra-sinistra si sottraggono al nichilismo epocale. Anzi. In moltissimi casi sono addirittura peggiori di coloro che ne tengono valido il senso. Infatti, ma qui andremmo fuori tema e dunque non sviluppiamo il concetto, non è la rappresentanza parlamentare in sé il problema, ma il suo schiacciamento intra-sistematico causato dalla (bi)polarità di cui stiamo parlando. Non sono certo alternativi al sistema capitalista e nemmeno predisposti a disinnescare il progetto di suicidio di specie questa serie di fuggiaschi neo-epicurei, quali i promotori degli eco-villaggi, i sostenitori dell’astensionismo assoluto, anarchici di ogni risma, i rifugiati nei boschi virtuali (ad esempio certi gruppi della new age) o quelli che attendono nel “piccolo resto” il ritorno del principio creatore abramitico. In comune – tutti questi fuggiaschi -, hanno il disprezzo della Politica come attività spirituale tesa alla realizzazione del Bene Comune e dello Stato come sintesi dei valori di una comunità, proponendo la fuga dalla realtà brutta e cattiva e indicando rifugi assolutamente inesistenti dal punto di vista dell’emancipazione e dell’evoluzione. Dunque, questi fuggiaschi sono esattamente funzionali al sistema di Amazon, BlackRock e Silicon Valley né più né meno dei sostenitori della (bi)polarità destra-sinistra. Tutti questi fuggiaschi sono esattamente complementari al disegno suicida. Destra e Sinistra sono dunque specchietti per le allodole in cui l’occidente capitalista manda a morire la vera e genuina libertà di pensiero. Un candidato suicida, d’altro canto, non ha la necessità di promuovere un vero confronto di idee e nemmeno – socraticamente – quello di dialogare per elevarsi alla verità tramite la comparazione ascendente delle idee storiche valutate nella discussione. L’unica libertà esercitata dall’ultimo uomo nietzsciano è quella con cui padroneggia la morte in vista dell’auto-estinzione rendendosi ingranaggio del Dispositivo tecnico planetario incorporato al capitale. La Natura umana è distrutta antropologicamente perché il transumanesimo semplicemente ha il compito di narrare edulcorati racconti ideologici che portino alla distruzione l’essere umano nella sua primaria condizione spirituale e la sua ubicazione corporale e ambientale. Il transumanesimo non è soltanto l’ideologia del tecno-capitale. Oltre a essere il sostegno narrativo e la sceneggiatura dell’epoca del tecno-capitale è anche – e non secondariamente – un passaggio antropologico che tende a eliminare il soggetto stesso (essere umano) di riferimento. In questo azzeramento nichilista, il transumanesimo elimina sostanza e significato al termine stesso di antropologia. È annullato il termine logos, quale espansione archetipica nella parola che non è più appannaggio di un’anima viva e di un’intelligenza naturale, ma svilito e derubricato a linguaggio che è ostaggio di formattazioni algoritmiche gestite dalla sua parodia artificiale. È annullato il termine antropos quale riferimento essenziale, naturale e simbolico dell’essere umano. È un passaggio antropologico che tende a eliminare ogni sostanza e significato al termine di ecologia (oikos-logos), ove la parola archetipica (logos) è rimossa dallo scenario simbolico in forza dell’inaridimento del terreno in cui la Tradizione affonda le sue ancestrali radici onde mantenere vivi i germogli dell’eternità nell’olismo storico e nell’interconnessione tra enti e regni nella Natura ambientale. Dove i legami relazionali e comunitari (oikos) sono spezzati sia nell’intra-speciem (tra esseri umani egotici, monadici e ridotti a individuo ex persona), sia nell’extra-speciem, in cui è interrotto ogni respiro olistico ed evolutivo con gli enti degli altri regni (animali, vegetali, protisti, monere, funghi e minerali) non più percepiti nella loro presenza fisica e divina e – soprattutto – nella loro sacralità. Il transumanesimo non è una filosofia (a uso ideologico) che semplicemente descrive un passaggio che va oltre l’essere umano. Il transumanesimo è la narrazione anti-umana per eccellenza. Il transumanesimo è la radicale negazione dell’Umanesimo in quanto esso nega alla radice l’essenza stessa della Natura umana. Il transumanesimo è sinonimo di anti-umanesimo. Non è affatto casuale quel gioco di confusione ideologico in cui equipariamo l’errore voluto dalla propaganda di sistema secondo il quale il capitalismo è presentato come un’economia (quando invece è la sua negazione ed è – crematisticamente – un’anti-economia), con quell’altra menzogna secondo la quale il transumanesimo è l’ultimo stadio – in continuità – dell’Umanesimo (tesi sostenuta dai continuazionisti “positivi” Noah Harari e Klaus Schwab e dal continuazionista “negativo” Martino Mora), mentre nella verità il transumanesimo è la fine di ogni Umanesimo. La distruzione antropologica prevede dunque il radicale annullamento dell’identità della Natura umana e – con la questione dell’alienazione – l’abbiamo già abbondantemente affrontato. C’è un aspetto, però, che va integrato a pieno titolo nell’analisi sul transumanesimo quale ideologia del tecno-capitale. È l’ambito delicato e sottile della sessualità. Delicato e sottile perché questa particolare sfera della Natura umana porta con sé la vitalità della riproduzione, la gioia del piacere tantrico e la complementarietà tra i due elementi primordiali dell’energia cosmica: quello femminile dello Shakti e quello maschile dello Shiva. La sessualità è un’energia primigenia e potentissima. Il transumanesimo prevede e pianifica la devitalizzazione di questa energia e provoca la rottura dell’armonica complementarietà di Shakti e Shiva promuovendo l’indistinzione tra questi due elementi primordiali, costituenti la prima dualità storico-biologica. Anzi, ne prevede il progressivo annientamento in luogo della neutralizzazione del genere . Maschile e femminile devono ricoprire – agli occhi e per conto degl’interessi del tecno-capitale – ruoli precari, intercambiabili ed energeticamente portati allo svuotamento e azzeramento della complementarietà tra essi. La cultura – di stretta osservanza ideologica – che promuove la neutralizzazione del femminile e del maschile prende il nome di gender e – a pieno titolo – essa è un sottoinsieme del transumanesimo. Negata la complementarietà tra Shakti e Shiva, viene profanata, svilita e annullata la sacralità sessuale. La cultura gender – in strettissima sintesi – promuove (finanziata dagli stessi soggetti di alta finanza e grande capitale che radono al suolo Gaza; seviziano la Cisgiordania; bombardano proditoriamente l’Iran; appoggiano l’Arabia saudita contro gli Huty nello Yemen; sono sussunti – sussumendoli – agli imperialisti statunitensi; promuovono pandemie e impongono vaccinazioni di massa; costruiscono artificialmente la carriera politico-comica del beppe grillo berlusconiano ucraino, al secolo Volodymyr Zelensky; e altro…) la creazione plurale dei gusti sessuali: la fluidità identitaria del genere, ove quest’ultimo è dissociato – attraverso la “libera scelta”- dal sesso naturale; decretano la distruzione della famiglia tradizionale in luogo dell’artificiale sostituzione con una gamma di pluralità arcobalenica di “nuovi” nuclei famigliari. Questa pluralità arcobalenica è laboratorio sociale sperimentale in cui sono inserite la maternità surrogata (qui è in difetto pure la famiglia tradizionale, per essere onesti), offerta indistintamente a coppie eterosessuali, omosessuali e individui single. È una pratica da condannare, perché anche una coppia di genitori tradizionali può cadere nelle maglie della propaganda del tecno-capitale. L’unica adozione umanamente dignitosa è quella riservata a coppie eterosessuali con bambini provenienti da orfanotrofi. Non esiste un diritto alla maternità biologica, per quanto questo asserto possa apparire crudele. Nella deriva transumana, sono – inoltre e in particolare – da rigettare anche le normali adozioni a coppie omosessuali in quanto viene decisamente meno quella sacrale complementarietà energetica sessuale tale per cui è impossibilitata alla radice una genuina prima educazione dell’infante/bambino/adolescente, venendo meno la possibilità di riconoscere la prima dualità biologico-spirituale-storica del maschile-femminile che fa da apripista a tutte le altre dualità storiche (bene/male, necessità/libertà, forma/sostanza,…) che l’ infante/bambino/adolescente incontrerà nel suo percorso esistenziale potenzialmente proteso all’emancipazione e all’evoluzione (a riguardo, rimandiamo a un paragrafo specifico contenuto in un nostro lavoro intitolato Usciamo dal cyber-capitalismo – disinneschiamo il progetto di suicidio della specie umana, 2026, Arca Edizioni). È buona cosa ricordare che la transumana cultura gender non è uno spezzone del transumanesimo che prefigura soltanto la distruzione dell’identità sessuale dell’essere umano. È anche quello ma non ha soltanto quel compito. La cultura gender è uno dei sottoinsiemi del transumanesimo che ha il compito di contribuire anche alla complessiva distruzione della Natura umana e a un definitivo annullamento dell’identità di ogni essere umano.
Il transumanesimo è concretamente rappresentato anche dall’evidente ibridazione (esogena e/o endogena) tra quel che resta dell’essere umano e la macchina. O meglio. La megamacchina (termine coniato da Costantino Ragusa e Silvia Guerini nella loro opera intitolata L’ideologia del tecno-mondo – resistere alla megamacchina, acro-polis Testi, 2024) quale espressione che noi facciamo coincidere con il termine Dispositivo tecnico planetario. Quel che resta dell’essere umano è un residuo di ex persona ormai scollegata e resecata da ogni radice archetipica e da ogni integralità ontologica divenuta un individuo transumano proiettato dentro l’appello metafisico della tecnica e totalmente funzionale agl’interessi e alle logiche del capitale per come esso si manifesta in quest’ultima stagione della Quarta rivoluzione industriale, quella dell’indistinguibilità tra il fisico, il biologico e il digitale. Questa indistinguibilità è uno dei caratteri salienti della complessa ideologia transumana che sorregge il tecno-capitale. Senza l’accentuazione di essa, il processo di manipolazione sarebbe più complicato stante la predisposizione dell’essere umano a percepirsi come Natura e non certo come progredito costrutto tecno-scientifico che ha come base la fusione digital-fisico-biologica. L’esogeneità del telefonino cellulare e l’endogeneità del microchip sottocutaneo sono due tra le infinite manifestazioni di questa ibridazione che – se non viene arrestata in tempo da una prassi politica umanista rivoluzionaria, antimperialista, antisionista, anticapitalista e anti-transumana – porterà la maga circe tecno-capitale a oggettivare l’intera umanità e consegnarla alla progressiva trasformazione in una docile porcilaia ciberneticamente transumana. Nel quadro di questa ibridazione – che costituisce l’ultima transizione verso la finale (salvo interruzione preventiva…) auto-estinzione, abbiamo già anticipato che il senso e significato di parole e concetti quali nascita, vita e morte subiscono una radicale quanto drammatica trasformazione. Nascita, vita e morte vengono transumanamente riadattate all’appello metafisico della tecnica (e storicamente dal tecno-capitale) e ridefinite dall’ingegneria genetica, dall’eugenetica, dalla cibernetica e – più complessivamente – dalla bio-laboratorialità dei post-moderni tecno-scienziati. Queste manifestazioni della tecno-scienza sussunta al capitale sono il braccio armato dell’attuale epoca ed esse introiettano – nelle loro premesse e nei loro protocolli – le illusioni quali il padroneggiamento della morte, il desiderio di eternità e la connessa perfezione che la necessità regolante il Dispositivo tecnico planetario include.
Ecco come si spiega dunque il paranoico e delirante desiderio da parte di genitori post-moderni attuali di un bambino nato con caratteristiche preconfezionate e dunque costruito con gameti selezionati artificialmente in laboratorio che garantiscano un embrione fecondato che porti alla nascita un bambino o bambina dall’estetica apprezzabile e dall’assenza di malattie; oppure il desiderio della gravidanza indolore esternalizzata in un utero artificiale; o anche il desiderio transumano di giungere all’immortalità attraverso l’ausilio di tecniche eugenetiche bio-laboratoriali sempre più sofisticate. In questa assurdità muskiana, il transumanesimo muove l’azione delle bio e nanotecnologie per illudere che il corpo biologico sia riparabile all’infinito e possa rimuovere la morte dall’orizzonte del proprio destino. È paradossale che questo progetto delirante (il transumanesimo dell’immortalità) venga proposto da un genere umano che – al contrario e nell’inconscio di specie – voglia invece auto-estinguersi. È di assoluta urgenza che nelle analisi di questa nostra epoca (il proprio tempo appreso con pensieri) un Movimento politico antagonista colga questa allucinante schizofrenia. Perché un anticapitalismo che si occupi solo dell’orizzontalità storico-sociale e non anche della sua verticalità ontologica è destinato a capire qualcosa di quello che sta avvenendo ma non è competente né abilitato a capire il Tutto epocale. E soprattutto, è impossibilitato a smontare ideologicamente la totalità delle menzogne transumane a sostegno del tecno-capitale.
6 – Conclusioni
Il transumanesimo è – in definitiva – la realizzazione della radicale alienazione del genere umano dalla propria Natura. Alienazione che comporta la disintegrazione dello spirito e l’ibridazione del corpo nella fusione con il mondo della mega-macchina. Alienazione promossa dal capitale con il conscio compito di portare alla massima espressione (Quarta rivoluzione industriale) il parassitismo, lo sfruttamento, la sorveglianza e – al contempo – preparare inconsciamente l’ultimo quarto d’ora dell’umanità nell’ultimo miglio verde (stadio finale del tecno-capitale) prima dell’auto-esecuzione. Quest’ultimo quarto d’ora è adibito alla definitiva scomparsa della Natura umana. In quest’opera da ultimo reset, i criminali psicopatici del tecno-capitale (in un palcoscenico ove carnefici e vittime sono però – nell’inconscio – sostanzialmente complici) mettono in discussione – come abbiamo poco sopra acclarato – gli stessi concetti di nascita e di morte, ove la vita naturale deve essere soppressa in nome di una transazionale vita artificiale a sua volta propedeutica alla soluzione finale auto-estintiva. In quest’ultimo drammatico quarto d’ora (esatto: abbiamo un solo quarto d’ora di tempo per riconoscere il progetto di suicidio di specie, disinnescarlo e fuoriuscire dall’epoca del tecno-capitale riorganizzando le comunità a misura della Natura umana e della Natura ambientale), gli psicopatici criminali legati ad Amazon, BlackRock e alla Silicon Valley armano la moneta-debito digitale integrale, la cibernetica, la robotica, la procreazione medicalmente assistita, la bioingegneria, l’eugenetica, la geoingegneria, l’ingegneria genetica, la biotecnologia, la nanotecnologia e la bio-laboratorialità in genere per completare la metamorfosi dell’essere umano alienato a causa del capitale fino al transumano realizzato nel Dispositivo tecnico planetario. Complessivamente qui ricordiamo (repetita juvant) che il capitale non ha avuto solo il compito storico di dividere l’umanità da se stessa – piano ontologico e antropologico – e l’umanità tra i propri simili (sfruttatori e sfruttati, oppressori e oppressi, parassiti e indebitati, dominanti e dominati) – piano sociologico -. È stato anche quello. Indubitabilmente. Ma non è stato solo quello. Altrettanto indubitabilmente, l’altro compito a cui doveva assolvere il capitale era quello della progressiva disumanizzazione del soggetto e la sua riduzione annichilita nella forma-merce quale momento preparatorio della nullificazione algoritmica e digitale e della cosificazione assoluta del Reale in quanto esito dell’appello metafisico denominato tecnica. È in questa nullificazione – operata dal Dispositivo tecnico planetario sussunto al capitale – che va a definirsi e compiersi quel secondo compito per il quale il capitale è comparso al mondo: portare a termine il suicidio di specie del genere umano. L’ideologia del transumanesimo ha lo scopo di sorreggere la narrativa di questo infernale scenario. Per smontare questa ideologia e mettere a nudo la disumanità del tecno-capitale abbiamo bisogno del contributo sincero e appassionato di donne e uomini di buona (e cosciente) volontà e di concreta milizia politica. Abbiamo bisogno anche del contributo importantissimo di Simone Boscali, Claudio De Simini e – soprattutto – di Martino Mora.
* Presidente della sezione Giacinto Auriti Bergamo FRONTE DEL DISSENSO
