INCHIESTA SULLA CADUTA DEI SALARI IN ITALIA di Leonardo Mazzei
Premessa
Questo articolo si occupa di un tema bollente quanto dibattuto, quello della ultradecennale dinamica negativa dei salari italiani. Un tema ben specifico e limitato, ma pur sempre collegato al generale arretramento della quota salari in tutti i paesi maggiormente industrializzati, cui accenneremo più avanti. Questo arretramento ci parla infatti della grande sconfitta del lavoro salariato, dell’interminabile eclissi del movimento operaio, dell’annebbiamento della stessa coscienza di classe: tutti fenomeni intrecciati all’ondata neoliberista sviluppatasi a partire dagli anni ’80 del secolo scorso.
Come noto, per Marx il salario è il prezzo della forza lavoro, ma esso non è la risultante di leggi bronzee ed immutabili. Trattandosi del lato opposto del plusvalore (e dunque del profitto), il salario è anche la misura dei rapporti di forza tra le classi, tant’è che se cala uno aumenta l’altro e viceversa. L’azione dei lavoratori organizzati è quindi una variabile decisiva nella determinazione del salario.
In Salario, prezzo e profitto (1865) Marx si chiede come spiegarsi le differenze salariali tra i vari paesi, ad esempio quelle al tempo esistenti tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Esse dipendono forse dalla diversa volontà del capitalista nordamericano rispetto a quella del capitalista inglese? No, risponde Marx: «La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà, ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti».
Proviamo dunque a capire un po’ meglio le ragioni specifiche della situazione italiana: quali sono i motivi dell’evidente tracollo salariale? Da dove viene la forza dei capitalisti del nostro Paese e, viceversa, da cosa dipende l’attuale debolezza dei lavoratori salariati?
Uno studio interessante sui salari italiani
Il 21 luglio scorso l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha pubblicato uno studio sulla dinamica salariale in Italia. Scopo della ricerca, quello di analizzare l’effetto delle riforme dell’Irpef sulle retribuzioni nette. Sintetizzando l’esito dell’analisi svolta la stessa presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha parlato degli interventi sull’Irpef come di “un’arma spuntata nel proteggere il valore reale delle retribuzioni”.
Questa banale scoperta dell’acqua calda rappresenta tuttavia una pietra tombale sulla politica seguita negli ultimi decenni. Una politica, rigorosamente bipartisan, che ha confinato la questione salariale nel ristretto ambito dei micro-aggiustamenti fiscali, dagli 80 euro di Renzi ai ritocchi delle aliquote del governo Meloni.
Scaricare tutto sul lato fiscale è stato il modo per oscurare il lascito delle grandi controriforme dell’inizio degli anni ’90, diretta conseguenza dell’adesione italiana al Trattato di Maastricht. E’ da lì che arrivarono tanto l’abolizione della scala mobile del 1992, quanto il “Patto Ciampi” sulla contrattazione collettiva del 1993. Questi i due pilastri della repressione salariale che ne è seguita. Pilastri mai rimessi in discussione da Cgil-Cisl-Uil, complici principali della peggiore azione antioperaia degli ultimi ottant’anni.
Oggi questo oscuramento non è più possibile, e la questione salariale torna oggettivamente a riproporsi come cuore di una nuova lotta di classe. A scanso di equivoci abbiamo scritto “nuova”, perché sarebbe assurdo non vedere le differenze con il passato. Ma abbiamo anche scritto “oggettivamente”, perché in quanto all’imprescindibile elemento della soggettività solo il futuro potrà darci risposte adeguate.
Qui ci limiteremo ad inquadrare meglio la questione, lavoro forse utile nella prospettiva di cui sopra.
Alcuni dati essenziali
Lo studio dell’Upb si basa in larga parte sui dati dell’Inps, ricavati attraverso il cosiddetto “Campione longitudinale” LOSaI (Longitudinal Sample INPS), probabilmente la banca dati più utile in materia di retribuzioni. E, pur non essendo sorprendenti, i numeri dell’Inps ci dicono tre cose che è bene tenere a mente.
La prima è che tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali si sono ridotte del 6,6%. Un dato impressionante, non solo se confrontato al periodo precedente (nei vituperati anni settanta l’aumento dei salari reali – dunque al netto dell’inflazione – viaggiava attorno al 3% annuo..), ma pure se raffrontato a quanto avvenuto negli ultimi 35 anni nell’area Ocse (+35%) ed in altri paesi europei (Germania +32,9%, Francia +33,4%, Spagna +12,9%). Attenzione! Il calo dei salari italiani viene da lontano, ma ha avuto un’accelerazione particolare negli ultimi anni. Se nel periodo 1990-2018 la riduzione era stata del 2,2%, è negli ultimi 8 anni che si è perso un ulteriore 4,4%, arrivando così al 6,6% di cui si è detto. 
La seconda, è che questo tracollo non è stato uguale per tutti, visto che la contrazione salariale nel periodo considerato ha riguardato in misura maggiore le fasce più basse del lavoro subordinato, con il 10% più povero che ha subìto una riduzione del 40,8%. Avete letto bene: quaranta e rotti per cento! A dimostrazione di cosa significhi oggi quello che pudicamente viene definito “lavoro povero”. Ora qualcuno penserà che la vergogna di quel 10% sia gravissima, ma limitata a quel segmento. Errore! Risalendo al 25° percentile della statistica dell’Upb (al di sotto del quale si trova dunque il 25% dei lavoratori), la riduzione salariale nei 36 anni considerati è stata pari ad un pesantissimo 31,1%. Ma – come si vede nella figura 2 – i valori restano negativi anche al 50° percentile (con un calo del 12,7%) ed al 75% percentile (con una riduzione del 3,5%), arrivando in territorio positivo (+3,3%) solo al 90° percentile. Dunque, solo i salari della ristrettissima fascia più alta non hanno subito perdite in termini reali nell’ultimo trentacinquennio. 
La terza cosa è la crescente segmentazione del mondo del lavoro italiano, sia per settore di attività che per tipologia contrattuale e qualifica professionale. Ad esempio, sempre nel periodo 1990-2026 le retribuzioni reali sono aumentate del 16,5% nell’industria, mentre sono diminuite addirittura del 20,9% nei servizi. Un settore, quello dei “servizi”, molto variegato, ma al cui interno si annidano le sacche di maggior sfruttamento: da alcuni tra i lavori più pesanti, a quelli di cura alla persona, al settore turistico, al mondo dei subappalti in genere.
In conclusione: i salariati sono pagati sempre meno, ma sono anche sempre più divisi al loro interno da condizioni materiali che peggiorano per tutti, ma in maniera assai diversificata tra i diversi strati del lavoro dipendente.
I cambiamenti strutturali del mercato del lavoro
Alcuni dati evidenziano assai bene questa enorme diversificazione. E’ vero – ed il governo non si stanca mai di ricordarcelo – che in termini assoluti l’occupazione sta crescendo, ma di che tipo di occupazione stiamo parlando? Da un trentennio (“Pacchetto Treu” – 1997) vediamo tutti, in maniera empirica, la drastica riduzione del lavoro nella sua forma tradizionale, quello con contratti a tempo indeterminato e full-time. Ma in quali forme stanno crescendo la precarietà ed il “lavoro povero”? Su questo aspetto le elaborazioni dell’Upb su dati Ocse (1990-2018) sono piuttosto illuminanti.
Lo studio suddivide gli occupati in tre macro-categorie: (1) i lavoratori full-time che hanno lavorato continuativamente, cioè 52 settimane all’anno; (2) quelli contrattualmente sempre full-time ma che hanno lavorato meno di 52 settimane/anno (lavoratori a tempo determinato, stagionali, licenziati ecc.); (3) i lavoratori part-time.
Quello che ne viene fuori è un cambiamento strutturale del cosiddetto “mercato del lavoro”, dunque anche delle modalità con le quali gli italiani vi si debbono rapportare giocoforza. Mentre nel 1990 il lavoro part-time era assolutamente marginale, rappresentando appena il 4,4% del totale, nel 2018 questa quota ha raggiunto il 31,5%. Praticamente un terzo dell’occupazione salariata è costituita da lavoratori a tempo parziale (vedi figura 3). E probabilmente negli ultimi anni questa percentuale è ulteriormente aumentata.
Parallelamente, i lavoratori a tempo pieno e continuativo (52 settimane/anno) sono scesi dal 59,8 al 45,3%; mentre quelli full-time ma con meno di 52 settimane/anno sono passati dal 35,8 al 23,2%. In Italia, l’impoverimento del lavoro ha dunque percorso principalmente la strada dei contratti part-time. Un tempo parziale, ci dicono tutte le ricerche, quasi mai scelto, quasi sempre imposto dalla mancanza di qualcosa di meglio.

Come è stata possibile questa trasformazione? Quali sono i fattori che hanno determinato questo incredibile tracollo salariale? Quali sono le ragioni delle grandi differenze con altri paesi europei ed occidentali in genere?
Prima di passare ad un esame sintetico delle molteplici cause di questo enorme fenomeno, è bene focalizzarsi su un punto. Negli ultimi decenni la quota salari – cioè la percentuale del monte salari in rapporto al reddito complessivo – è calata in tutti i paesi più industrializzati. Ad esempio, nell’area Ocse siamo passati dal 66% degli anni ’70 al 60% degli anni ’10 di questo secolo. A questa riduzione, frutto della vittoria neoliberista e delle conseguenze della globalizzazione, ha corrisposto ovviamente un aumento delle altre forme di reddito: profitti, interessi, rendite, guadagni di capitale.
Come ebbe a dire spudoratamente l’ultramiliardario Warren Buffet nel 2006: «C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e la stiamo vincendo». Ecco una frase da non dimenticare.
Questo enorme spostamento del reddito, dunque della ricchezza, è stato particolarmente profondo in Italia, smentendo la narrazione secondo cui la depressione salariale nel nostro Paese sarebbe solo il frutto della particolare debolezza del nostro sistema economico. Questa debolezza c’è (e più avanti diremo qualcosa sul perché), ma insieme ad essa c’è stato un enorme trasferimento di ricchezza, che se così non fosse la quota salari nazionale dovrebbe essere sostanzialmente allineata a quella degli altri paesi Ocse. Ma così non è. Secondo i dati della Commissione europea, nel 2022 la quota salari era del 68,3% in Francia, del 64,8% in Giappone, del 62,7% in Germania, del 59,4% negli Usa, con l’Italia fanalino di coda al 58,4%. Se qualcuno volesse ancora difendere in qualche modo la famelica borghesia italiana, avrebbe di che riflettere.
Le cause principali del tracollo salariale
Se nelle parole di Buffet, e nei dati sulla quota salari, c’è già l’individuazione di una prima causa generale del tracollo salariale in corso, sul caso specifico dell’Italia bisogna dire qualcosa di più. Il grande divario esistente nei confronti di paesi simili, come la Francia e la Germania, di qualcosa deve pur parlarci.
A tal proposito, crediamo sia utile soffermarci su tre aspetti, le tre cause principali del fenomeno di cui ci stiamo occupando: (1) gli effetti della svalutazione interna prodotta dall’euro, (2) la deindustrializzazione e la trasformazione strutturale dell’economia italiana, (3) le responsabilità di una classe politica particolarmente prona davanti ai padroni del vapore.
(1) La svalutazione interna. Da anni insistiamo sulla svalutazione interna prodotta dall’euro e dalle regole austeritarie che sorreggono la moneta unica. Siamo forse fissati sul punto? Sembrerebbe proprio di no, se perfino un eurofanatico come Ferruccio De Bortoli (vedi L’Economia del 27 luglio scorso) deve ammettere obtorto collo che «l’adesione all’euro ha provocato certamente una “svalutazione interna dei salari”».
Ma cos’è esattamente la svalutazione interna? Per un paese come l’Italia, penalizzato dalla perdita della sovranità monetaria, dunque dall’impossibilità di agire sui cambi, essa è l’inevitabile alternativa alla svalutazione esterna. Finalizzata al mantenimento della competitività sui mercati internazionali, la svalutazione interna è fatta anzitutto dalla riduzione progressiva dei salari, delle pensioni e del welfare.
Scegliendo la moneta unica, le classi dirigenti hanno preferito la svalutazione salariale a quella monetaria. E lo hanno fatto scientemente, come ci dimostra la famosa frase con la quale Mario Monti rivendicò la distruzione della domanda interna apertamente perseguita dal suo governo. Dentro questa distruzione c’è appunto la repressione salariale, strumento quanto mai efficace al fine della riduzione dei consumi. Un prezzo, quest’ultimo, che la borghesia italiana ha pagato ben volentieri, proprio in virtù della repressione salariale che implicava.

Illusorio, quindi, pensare di invertire il trentacinquennale trend salariale al ribasso che stiamo esaminando restando nell’Unione europea e dentro i meccanismi imposti dalla moneta unica. Necessario, al contrario, riconquistare una piena sovranità monetaria come base per una nuova politica economica e sociale.
(2) La trasformazione strutturale dell’economia italiana. Le disastrose conseguenze dell’euro ci spiegano molto, ma certo non tutto ciò che è avvenuto dal 1990 in avanti. Sul punto il già citato De Bortoli apparentemente non ha tutti i torti nell’insistere su una specificità italiana che non dipende soltanto dai vincoli dell’euro. Diciamo “apparentemente”, perché se l’euro non spiega tutto, è altresì vero che molte delle trasformazioni strutturali degli ultimi decenni rimandano proprio a quella scelta.
Abbiamo già visto il ferreo legame tra Trattato di Maastricht, politica dei redditi e cancellazione della scala mobile. Ma c’è di più. Sempre negli anni ‘90 l’Italia stabilì il record delle privatizzazioni (anch’esse “richieste dall’Europa”, come si diceva allora), dando il via ad una svendita del patrimonio pubblico (si pensi all’Iri) che aprirà poi la strada ad un pesante processo di deindustrializzazione. Al tempo stesso, i tagli alla spesa pubblica richiesti dai vincoli europei riducevano in maniera sostanziale il peso del comparto pubblico. Ma grande industria e settore pubblico erano stati i settori trainanti delle lotte salariali degli anni ’70, quelli che ne custodivano le maggiori conquiste.
Il modello di “economia mista” della Prima repubblica, già messo in discussione dalle prime folate neoliberiste degli anni ’80, venne così rapidamente rimpiazzato da un neoliberismo tanto vorace quanto distruttore. Dopo la grande crisi del 2008 l’Italia rimarrà sì la seconda potenza industriale d’Europa, ma con una produzione ridotta del 25% e – soprattutto – con il drastico ridimensionamento delle grandi aziende, che qualcuno voleva compensare con il ridicolo slogan secondo cui “piccolo è bello”.

Sfortunatamente, dal punto di vista salariale (ma non solo) piccolo non è affatto bello. Ed uscendo dal settore industriale lo è ancora meno. Giusto per fare un esempio, se statisticamente le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi nel settore automobilistico sono stati in qualche modo compensati dalla crescita del settore turistico, non sfuggirà a nessuno come questi nuovi posti di lavoro siano retribuiti in maniera assai più svantaggiosa. Un piccolo particolare di cui si è accorto perfino l’insospettabile Dario Di Vico sull’inserto economico del Corriere della Sera del 3 agosto. Dal suo articolo, che cita dati tratti da uno studio di Ref Ricerche estraiamo un passaggio assai utile:
«Nei servizi di alloggio e ristorazione le ore lavorate dal 2007 ad oggi sono aumentate del 33%. Se dalle ore lavorate si passa ai dati relativi al numero degli occupati la crescita si amplia ulteriormente, dato che lo sviluppo del turismo interessa soprattutto lavori stagionali e a part time. Fra il 2007 e il 2025 la crescita degli occupati nei servizi di alloggio e ristorazione è stata del 43%. In termini assoluti 580mila occupati su un totale di 1,7 milioni di occupati in più dell’intera economia. Un contributo sostanziale, quindi, all’aumento dell’occupazione in Italia. Ma che tipo di posti di lavoro crea il turismo? A basso salario? Purtroppo sì. Negli anni ’90 alberghi e ristoranti pagavano salari inferiori del 10% rispetto alla media dell’intera economia, nel corso del tempo questo gap si è ampliato portandosi quasi al 25%».
Ecco, a dispetto di tanti discorsi sulle bellezze del post-industriale, è questa la fotografia della “grande trasformazione” dell’ultimo trentennio. Ma quello del turismo è solo un esempio, dato che cose simili si potrebbero dire dei servizi alla persona sempre più privatizzati, dei tanti lavori che finiscono nel vortice di appalti e subappalti, del ruolo delle false cooperative, eccetera.
Si può porre seriamente la questione salariale senza rimettere in discussione il modello socio-economico che si è imposto in questi ultimi decenni? Ovvio che no.
(3) Le responsabilità della classe politica. Nulla di quanto è successo è casuale. Chi ha preso le decisioni sapeva quel che faceva. E se non lo sapeva, peggio ancora.
Siamo contrari a chi pensa all’esistenza di un “grande piano” dei dominanti, sempre operante, sempre vincente e privo di contraddizioni. Fortunatamente le contraddizioni ci sono e spesso anche i progetti più insidiosi falliscono. Ma i piani esistono. E nel nostro caso, al piano di attacco sociale si è accompagnato quello alla democrazia. Da qui la nascita della Seconda repubblica, con le sue leggi maggioritarie, con i suoi partiti monarchici e di plastica, con un’alternanza tra schieramenti simili ed intercambiabili, con una classe politica appositamente selezionata al contrario.
Ne è venuta fuori una politichetta che ha fatto apparire come dei giganti perfino i bestioni clientelari della peggior Democrazia Cristiana. Gente priva di ogni visione (guai alle ideologie!), di ogni ancoraggio (morte ai partiti di vecchio stampo!), interessata solo alla propria carriera, dunque ispirata al peggior servilismo verso i dominanti, che se sgarri ci sarà il plotone d’esecuzione mediatico ad impallinarti.
Siamo così arrivati all’oggi, alle attuali sceneggiate bipartisan, dove a destra si parla di tutelare il salario con le irrisorie manovrette sull’Irpef di cui abbiamo detto all’inizio, mentre nel centrosinistra ci si limita ad agitare timidamente il finto spettro del salario minimo. Ora, sia chiaro, il salario minimo un senso ce l’avrebbe pure, ma solo se inserito in una politica strutturale ben più ampia. Esattamente quello che non c’è.
Nell’attuale arco parlamentare non c’è nessuno (letteralmente, nessuno) che metta in discussione la grande e negativa trasformazione di cui abbiamo parlato poc’anzi. Nessuno che proponga una nuova politica industriale basata sulla nazionalizzazione dei settori strategici. Nessuno che indichi la necessità di massicce assunzioni nel comparto pubblico (sanità, scuola, enti locali, ecc.). Nessuno che denunci che l’Italia è il paese europeo con meno lavoratori pubblici, con le ovvie ricadute sulla qualità dei servizi. Nessuno che metta in discussione una politica mercantilista basata sui bassi salari, per sostituirla con una che favorisca i redditi e dunque i consumi delle fasce sociali più bisognose. Nessuno che accenni alla reintroduzione della scala mobile (non sia mai!). Nessuno che dica basta alla finanziarizzazione ed allo strapotere delle banche e dei grandi fondi di investimento.
In breve: tutto ciò di cui oggi ci sarebbe bisogno per invertire il declino del Paese è stato cancellato non solo dalle istituzioni, ma pure dal dibattito pubblico. Certo, il salario è sempre la risultante di diversi fattori, ma senza una profonda svolta politica che inizi ad affrontare i nodi di cui sopra nessuno si faccia illusioni di poter uscire dall’attuale declino salariale.
Ovviamente, quel che vale per la politica, vale a maggior ragione per una classe dirigente sindacale di cui oggi non merita nemmeno parlare. Personaggi senza arte né parte che sanno solo dire signorsì. Poi ci si chiede il perché gli operai votino a destra…
Di cosa vivono oggi gli italiani?
Prima di concludere, bisogna porsi due domande. Se il tracollo delle retribuzioni ha avuto queste dimensioni, di cosa vivono oggi gli italiani, specie quelli delle fasce salariali più basse? E ancora: com’è possibile che a fronte di un simile peggioramento dei redditi di milioni di persone non sia ancora scoppiata la rivolta sociale?
Le responsabilità della politica e quelle del sindacato non possono infatti spiegare tutto. Alla base dell’attuale letargia deve esserci necessariamente qualcosa di più profondo. E’ chiaro come qui si aprirebbe un ragionamento più ampio su altre trasformazioni nel frattempo intervenute nella società. Ad esempio, è evidente come oggi, più che nel passato, molte famiglie di salariati tirino avanti solo grazie ad una pluralità di redditi (piccole rendite, doppi lavori, lavoretti in nero, ecc.) che vanno ad aggiungersi alla retribuzione mensile.
Se dopo la crisi del 2008 si poteva addebitare la depressione salariale all’aumento del tradizionale esercito industriale di riserva, con un tasso di disoccupazione arrivato al picco del 12,7% nel 2014, adesso quella spiegazione non funziona più. A partire da quell’anno, infatti, la disoccupazione ufficiale ha preso a calare, arrivando nel giugno scorso al 5,7%, senza che a questo dato abbia fatto riscontro un recupero dei salari, che anzi hanno continuato a perdere più di prima.
E’ chiaro, allora, come oggi il marxiano esercito industriale di riserva – utile a tenere bassi i salari – sia rappresentato non tanto dai disoccupati in senso assoluto, quanto piuttosto dalla massa dei precari, ed in particolare dai lavoratori part-time, che vivono di fatto in una situazione di pesante “disoccupazione relativa”.
Ma non è tutto. Proprio a causa dell’impoverimento salariale, sono sempre di più i lavoratori full-time che arrotondano il proprio reddito con un secondo lavoro, da svolgersi necessariamente in nero. Ecco qui un bel circolo vizioso a tutto vantaggio dei padroni del vapore. Reagendo solo sul piano individuale alla perdita di reddito, il lavoratore finisce infatti per favorire un’ulteriore compressione dei salari reali, compreso il proprio.
Scriviamo questo senza moralismo alcuno, perché conosciamo bene le ragioni per cui tanti lavoratori hanno smesso di credere nell’azione collettiva. Il fenomeno va però registrato per quello che è, senza raccontarsi troppe storie. Come sbandierato da Warren Buffet, in questi decenni lorsignori hanno vinto. Ed hanno vinto pure – diciamolo anche in questo caso senza moralismo alcuno – sul piano ideologico, convincendo la maggioranza delle persone a concepirsi non solo come meri individui, ma addirittura come “imprenditori di sé stessi”, colpevoli dei propri guai se le cose vanno male.
Breve conclusione
Giunti a questo punto la conclusione è semplice. Il disastro salariale è il lato più acuto di un più generale disastro sociale frutto dell’incrocio tra la grande ondata neoliberista, la sconfitta del movimento operaio, l’adesione alla moneta unica ed alle politiche austeritarie che essa implica.
I dati che abbiamo citato mostrano tanto la gravità del fenomeno, quanto la sua persistenza. Una persistenza che continuerà fino alla rottura della gabbia eurista ed al rovesciamento delle politiche neoliberiste.
Una nuova politica economica è necessaria per rimettere in piedi il Paese e per iniziare a tutelare davvero i lavoratori. Ma i lavoratori dovranno reimparare ad essere protagonisti. Parte attiva e non passiva di una lotta di classe che non è mai finita. Questa la svolta di cui ci sarebbe bisogno, e che certo non cadrà dal cielo. Nel frattempo, inutile lamentarsi. Più utile, almeno così speriamo, un minimo di comprensione in più della situazione presente. Che non ammette né tentennamenti, né tantomeno deleghe al politicantume bipolare. Quello che ci ha portato al disastro e che presto tornerà a chiedere il voto.

Analisi lucida ed esauriente della “tempesta perfetta”.
Complimenti!