CINA: GLI AVVOCATI DEL DIAVOLO di Moreno Pasquinelli
Indice
- Per il rigore in campo teorico
- Antichi credenti e Anime erranti
- Marxismo occidentale, marxismo orientale, universalismo
- Di che modernità state parlando
- Cina antimperialista?
- Hegel a Pechino
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Non ci saremmo aspettati che il breve saggio LENIN A PECHINO avrebbe suscitato l’ira immediata e funesta dei filo-cinesi. Lancia in resta sono partiti al contrattacco Carlo Formenti (Sulla fatwa di Moreno Pasquinelli) e Alessandro Visalli (Modernità o utopia?), quindi Piero Pagliani (in polemica con Moreno Pasquinelli).
Poi sono scesi in campo: Pietro Terzan (Fatti testardi e prevalenti della Cina socialista) quindi il quartetto al completo: Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli (La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli), Giulio Bonali (Sulla Cina e la transizione al socialismo), quindi tale tal al.ba. (Prossima fermata: Pechino?).
Troppa grazia, sant’Antonio!, verrebbe da dire. Si vede che abbiamo colpito nel segno.
Torniamo sulla questione cinese poiché, e su questo siamo completamente d’accordo coi nostri critici, il problema di quale sia la natura sociale della Cina assume, oggi più che mai, rilevanza storico-mondiale e, come ogni questione di rango storico-mondiale, solleva una molteplicità di problemi teorici e politici, scientifici ed etici, che meritano di essere affrontati in modo scrupoloso, senza quindi temere la durezza che la controversia, dato il suo carattere dirimente, è destinata ad assumere.
Per il rigore in campo teorico
Una prima precisazione. Cinque erano le tesi principali che abbiamo tentato di sostenere nel nostro breve saggio Lenin a Pechino: 1. Che sono ancora validi il metodo e gli schemi utilizzati da Marx per esaminare e giudicare la struttura sociale capitalistica; 2. Che quella cinese è una forma avanzatissima di capitalismo, che non va banalizzata come capitalismo di stato; 3. Che nel Grande Reset o passaggio storico dal morente capitalismo di marca liberista all’incombente CyberCapitalismo, il modello cinese potrebbe diventare quello vincente e dominante; 4. Che è inaccettabile il tentativo di attribuire a Lenin l’idea (buchariniana) che la N.E.P. fosse non una ritirata obbligata e temporanea, ma una via strategica per passare al socialismo; 5) Che tra il pensiero di Mao e quello di Xi Jinping la distanza è abissale.
Seconda precisazione. Cosa intendiamo per CyberCapitalismo? Nel nostro Manifesto lo definimmo sinteticamente come il sistema «che va emergendo dalla Quarta Rivoluzione Industriale, governato da algoritmi, strutturato come un panopticon tecno-totalitario fondato sulla bio-sorveglianza integrata di massa, al cui comando vorrebbe installarsi la nuova razza di superuomini frutto dell’ibridazione con l’intelligenza artificiale». Non si tratta solo di momentanei mutamenti formali del sistema ma, grazie al balzo di tigre della tecnoscienza e dei dispositivi meccatronici, di un vero e proprio salto di specie del capitalismo, che travolgerà modi di lavorare, di vivere, di pensare e di esistere del genere umano. Le conseguenze (già in atto) della “intelligenza artificiale” di ultima generazione, della bioinformatica, della genomica, delle neuroscienze, della bionica, della robotica umanoide, causeranno onnilaterale sfruttamento, mercificazione, reificazione e alienazione, che diventeranno, per le classi subalterne, forme assolute, integrali, universali, che però rappresentano una minaccia antropologica per l’homo sapiens, per il ricambio organico uomo-natura, per la vita. Di qui il transumanesimo, messianico rivestimento ideologico che annuncia e giustifica questo passaggio di civiltà, della fine del mondo.
Terza precisazione. Alcuni dei nostri interlocutori, non solo il professor Formenti, ci rinfacciano di non capire la Cina perché saremmo prigionieri del “marxismo ortodosso”, dove “ortodossi” starebbe per dogmatici, incapaci di vedere le antinomie del marxismo, quindi di comprendere come va davvero il mondo. Se vogliono davvero conoscerci i filo-cinesi dovrebbero metterci più impegno. Non siamo “ortodossi” affatto, non fosse per la semplice ragione che non esiste un’ortodossia marxista, poiché sono esistiti e sopravvivono molteplici marxismi, ed una delle cause di questa pluralità sta proprio nelle antinomie e nelle sfasature presenti nello stesso pensiero di Karl Marx. Non partecipiamo al campionato di chi ne ha dette di più sulle antinomie e gli errori in cui è incappato quel gigante del pensiero moderno. Tuttavia riteniamo di essere coloro che li hanno elencati e spiegati con chirurgica precisione. Altro che ortodossia! da tempo affermiamo che ci serve come il pane una nuova teoria rivoluzionaria: «In virtù del suo carattere sincretico il pensiero di Marx era destinato a dare vita a multipli e opposti “marxismi”. Ognuno di essi si è cimentato nel tentativo di riformare la dottrina. Se tutti questi tentativi andarono incontro allo scacco è anzitutto perché nessuno di essi rinunciò al fondamento teleologico e finalistico della dottrina. Non si tratta di riformare il marxismo, né di compiere una mera decostruzione. Si tratta di appoggiare su nuove fondamenta teoriche e politiche la battaglia per la fuoriuscita dal capitalismo». [VENTI TESI SU MARX]
Quarta precisazione. Con la scusa di lasciarsi alle spalle l’ortodossia i filo-cinesi scardinano le fondamenta dell’analisi marxista del sistema capitalistico, della sua essenza, delle sue leggi, della sua fenomenologia, analisi che per noi resta insuperata e che è indispensabile per capire il mondo, Cina compresa. Noi non neghiamo affatto che nella transizione dal capitalismo al socialismo le forme socialiste nascenti coabiteranno con quelle ereditate dal capitalismo. Né escludiamo che il potere socialista possa e debba, ove le circostanze lo richiedessero, non solo tollerare quelle che vengono dal passato, ma accettarne di nuove. Forme di questo tipo esistevano in Cina prima delle “riforme” di Deng Xiaoping, ma lo Stato maoista agiva contrastandole affinché dileguassero e prevalessero forme sociali collettivistiche — di qui lo scontro tra sinistra e destra nel partito comunista cinese, che già con l’arresto dei maoisti della Banda dei Quattro (ottobre 1976) prese il definitivo sopravvento. Fu quel cambio al vertice del regime che aprì la strada al radicale cambio di rotta di politica economica di poco successivo. Effettivamente quelle avviate da Deng nel 1978 erano solo “riforme” che non intaccarono le fondamenta collettiviste della Cina, ma nei decenni successivi i mutamenti in senso capitalistico le hanno fatte diventare bazzecole. Consideriamo valida almeno una delle tre leggi della dialettica, quella per cui, cambiamenti graduali, ad un certo punto, provocano rotture, salti e mutamenti qualitativi.
Antichi credenti e Anime erranti
A noi pare si possa distinguere coloro che sostengono che la Cina sia socialista in due specie principali: gli antichi credenti o vetero-comunisti, e le anime erranti o post-comunisti. Mentre i primi dicono di restare fedeli al “marxismo-leninismo” (ovvero lo stalinismo), i secondi, dopo un tormentato vagabondaggio speculativo, persa ogni fiducia nella capacità rivoluzionaria delle classi subalterne nonché ogni speranza nell’Occidente come sede dello Spirito del Mondo, hanno finito per ritenere che questo Spirito sia oramai incarnato da un immaginario anti-Occidente, Cina in primis — di cui il bislacco recupero dell’antica visione confuciana del mondo o Tianxia (letteralmente “Tutto ciò che sta sotto il cielo”, una versione dell’europeo irenismo kantiano) così come riformulata dall’odierna élite cinese.
Sugli antichi credenti o vetero-comunisti si potrebbe stendere un velo pietoso. Il loro tentativo di salvare capra e cavoli, di sostenere la tesi della Cina socialista con i parametri della dottrina marxista (fesseria che Formenti e Visalli si guardano bene dal compiere), è quantomeno patetico. Costoro elencano alcune delle caratteristiche del sistema sociale cinese — controllo statale dei settori economici strategici, pianificazione elastica del ciclo economico, assoluto dominio del politico sull’economico, sottomissione della potente borghesia nazionale all’élite mandarina del partito comunista, contrasto geopolitico al suprematismo imperialistico deli Stati Uniti —; concludendone che avremmo per questo una società ed uno Stato socialisti. Non solo una concezione lasca del socialismo, qui siamo in presenza di una vera e propria allucinazione poiché, come abbiamo avuto modo di spiegare, tutti quei tratti che sbandierano con tanta enfasi, sono perfettamente compatibili con un capitalismo-non-liberistico. Repetita juvant: definiamo capitalistica quella società divisa in classi in cui prevalgono rapporti di produzione e scambio mercantili, fondati sullo sfruttamento dei salariati, dove il lavoro non pagato (plusvalore) si trasforma in profitto nelle mani delle aziende capitalistiche (siano esse private o pubbliche). Che il potere politico sia o non sia direttamente nelle mani della classe degli imprenditori privati è certo fattore importante, ma secondario. Non c’è mai meccanica corrispondenza tra struttura economica e sovrastruttura politica.
Le due anime erranti Formenti e Visalli spiccano, nella pattuglia dei nostri critici, per la loro erudizione. Autori di una produzione letteraria sterminata, per venire in soccorso della “Cina socialista”, ricorrono a sofisticate ed a volte spericolate acrobazie teoriche, tirando in ballo autori i più diversi, concezioni e scuole di pensiero le più disparate.
A titolo di esempio Formenti e Visalli, per giustificare che in Cina ci sarebbe il socialismo, chiamano in causa con formidabile eclettismo: Fernand Braudel e la storia di lunga durata; Giovanni Arrighi e l’idea del mercato senza capitalismo; Immanuel Wallerstein e l’economia-mondo; David Harvey e l’accumulazione per espropriazione; Andre Gunder Frank/Samir Amin e la teoria dello scambio ineguale; Hosea Jaffe e la tesi che in Occidente da tempo non si produce plusvalore; Karl Polanyi e la tesi del doppio movimento per spiegare la dinamica del capitalismo moderno; Domenico Losurdo e l’abiura del cosiddetto “marxismo occidentale”; Hegel e la sua dialettica confucianamente interpretata; Rosa Luxemburg e la sua (errata) critica a Marx sull’accumulazione del capitale. L’elenco potrebbe continuare.
Ognuno capisce che per affrontare questo sciame proteiforme occorrerebbe tempo, tempo che purtroppo gli impegni politici non ci concedono. Qui solo alcune note di passata.
Marxismo occidentale, marxismo orientale, universalismo
Rispetto ad Alessandro Visalli, Carlo Formenti preferisce l’accetta al bisturi e si distingue per il suo viscerale disprezzo per il cosiddetto “marxismo occidentale”. Dopo aver fatto di tutt’erba un fascio, lo ha gettato nella sua personale pattumiera. Trotskysti, consigliaristi, bordighisti, francofortesi, esistenzialisti, operaisti, strutturalisti, ogni sorta di correnti non-staliniane; dunque i più diversi pensatori, molti dei quali considera veri e propri agenti dell’imperialismo. Vale la pena elencarne i più noti: Ernst Bloch, Karl Korsh, Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Erich Fromm, Herbert Marcuse, Jean-Paul Sartre, Maurice Merleau-Ponty, Louis Althusser. Solo per opportunistico senso di pudore non tira in ballo Antonio Gramsci, che del “marxismo occidentale” è certo tra gli esponenti di punta. Dopo di che, lanciato inappellabile anatema a tutta la nuova sinistra sorta negli anni ‘60-’70 (che considera “anticomunista”), dichiara una sua personale guerra di sterminio a strutturalisti, post-modernisti, post-strutturalisti, post-operaisti, post-coloniali.
Una tale sciatta acrimonia puzza di stalinismo, anzi zdanovismo, lontano un miglio ed è, oltre che irricevibile, spia di una confusione teorica che temiamo preceda ben altri approdi. Risulta quindi sbalorditivo che Formenti non getti nel suo dantesco inferno György Lukács, che anzi eleva, solitario, in cielo. Proprio Lukács che, del cosiddetto “marxismo occidentale”, con Storia e coscienza di classe, è stato il capostipite. Formenti ci dirà che “no, non quel Lukács idealista degli anni ’20, ma quello “maturo” degli anni ’60, quello di Ontologia dell’essere sociale!”. Non c’è il tempo per trattare di questa vicenda e del travagliato, estenuante ed inconcluso lavoro teorico del tardo Lukács. Solo questo diciamo: primo, nonostante il suo voluminoso sforzo (Prolegomeni), non riuscì a smentire le calzanti critiche dei suoi stessi allievi (Fehèr, Heller, Markus e Vajada) all’Ontologia; secondo, è inaccettabile invocare Lukács a proprio difensore per propugnare che la Cina sarebbe socialista, poiché note dovrebbero essere anche a Formenti le posizioni del Lukács maturo a favore della democrazia socialista leniniana, della democrazia dei soviet, della democratizzazione della vita quotidiana, ovvero che non si può sacrificare la libertà sull’altare dell’eguaglianza. Le due cose stanno assieme o crollano assieme.
Viene spontaneo chiedersi: ma entro la sua immaginaria dicotomia, il professor Formenti, dove collocherebbe Marx? Non è forse stato uno dei massimi esponenti del pensiero europeo? Intrappolato nella sua propria confusionaria rete concettuale, il professore tace. Vorremmo infine rammentare al professore che gli intellettuali anti-occidentalisti che tanto ama e pone nel suo personale Olimpo — Fernand Braudel, Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein, David Harvey, Andre Gunder Frank, Samir Amin, Karl Polanyi, Domenico Losurdo… — non soltanto sono tutti figli legittimi dell’Occidente, sono cresciuti, pasciuti e invecchiati nelle sue accademie culturali. Per di più non si tratta certo di giganti del pensiero e, ammesso e non concesso che si possa parlare di una scuola di pensiero, costituirebbero al massimo una middle range theory.
Ma la prima curva in cui la vettura formentiana sbanda si chiama Mao Zedong. Che egli fosse cinese fino alle midolla non c’è alcun dubbio ma, per chi abbia anche solo un po’ studiato il suo pensiero e la sua azione, indefessa fu la sua fede nel marxismo e nel comunismo, inflessibile la sua lotta contro il capitalismo in ogni sua forma, e tra queste forme per Mao c’era proprio la destra del suo partito, di qui la sua profezia che se questa avesse conquistato il potere, avrebbe senza dubbio governato per restaurare il capitalismo.
La curva successiva, quella in cui Formenti cappotta, è la Curva Lenin. Accecato dalla aleatoria dicotomia marxismo occidentale-marxismo orientale, con una mossa temeraria colloca Lenin nel campo di quello orientale, inventandosi una sua tarda “svolta conservatrice” (eh basta! Con la clamorosa menzogna che Lenin avrebbe concepito la NEP come modalità strategica per costruire il socialismo in Russia); Lenin avrebbe quindi iniziato un “secondo comunismo”, quello orientale appunto. Mossa talmente grossolana che non vale la pena spenderci troppe parole — chi abbia anche solo una infarinatura del pensiero e l’azione di Lenin non ha dubbi che egli è restato fedele (anche troppo!), e fino ai suoi ultimi giorni, ai principi e al pensiero di Marx. E qual era la base filosofica della teoria di Marx? Una concezione radicalmente umanistica, essenzialista e universalista per cui esiste una natura umana, ed esistono quindi valori e verità, seppure diversamente interpretati e agiti nei differenti contesti storico-culturali, universalmente validi. Formenti, qui accompagnato da Visalli, respinge ogni tipo di universalismo e condanna radicalmente ogni validità all’idea che esista un’essenza, un ontologico fondamento comune agli esseri umani. Si rendono conto Formenti e Visalli che questo pensiero è il frutto più velenoso consegnato dal pensiero dei post-moderni? Hanno contezza della sua base nichilistica? E sanno che le origini storiche di questa concezione risalgono al nominalismo medievale per il quale concetti universali come uomo o animale non erano entità reali ma solo idee astratte, mere flatus vocis? Riescono a prendere atto che il nominalismo è il padre dell’empirismo occidentale e delle sue moderne scuole (positivismo e neo-positivismo)? Risulta dunque assolutamente paradossale che Formenti innalzi in cielo György Lukács visto che la sua opera magna, Ontologia dell’essere sociale (lo stesso titolo non lascia spazio a dubbi) è rigorosamente fondata sul concetto di natura umana e sull’idea che l’emancipazione umana sia una forza motrice universale.
Su questo solco combatte, la nuova sinistra rivoluzionaria cinese (in larga parte maoista e con alcune frange trotskyste), duramente repressa dal regime, che è ricorso fino alla carcerazione di giovani studenti comunisti, colpevoli per la loro andata al popolo, ovvero aiutare gli operai a organizzarsi in sindacati di classe contro lo sfruttamento e per ottenere diritti elementari negati. Su questo speriamo di tornare poiché un tale sintomatico fenomeno merita un’indagine approfondita.
Di che modernità stiamo parlando
Pur prendendo le distanze dalla furia del dileguare di Formenti, Alessandro Visalli ne accoglie la postura orientalista e anti-occidentalista. Egli suggerisce che noi non apprezzeremmo il miracolo cinese perché animati da un sostanziale rifiuto della Modernità e della civiltà della tecnica. Come può l’arguto Visalli, che qui inciampa e cade, non riconoscere che il concetto di Modernità è il distillato supremo, anzi la quint’essenza, del pensiero eurocentrico e occidentalista? Per parte nostra sì, senza diventare orientalisti, contestiamo alla radice l’ideologia illuminista, positivista e borghese della modernità, e ammettiamo che in larga misura Marx se l’è portata dietro (in modo clamoroso ne Il Manifesto del Partito Comunista), per poi tuttavia superarlo successivamente — vedi gli incendiari anticolonialisti scritti sull’India e sulla Cina in appoggio alla violenta rivolta anti-occidentale del Taiping, la corrispondenza con Engels quando stava cercando di guarire in Algeria che gli aprirono gli occhi sulla resilienza islamica, infine il dialogo coi populisti russi. Visalli ci dice che “l’alternativa a una piattaforma tecnica non è mai nessuna piattaforma, ma un’altra piattaforma”, un po’ banale e tuttavia ci venga spiegato dove e come la tecnica cinese si distingue da quella dell’Occidente. Non ce lo può spiegare poiché si tratta della medesima concezione tossica della tecnica e addirittura delle stesse micidiali tecnologie. Ed infine, come può Visalli, dopo tanto esecrare l’economicismo nel marxismo, dopo tanto biasimo verso la concezione determinista che tutto farebbe dipendere dalle forze produttive, non ammettere che la dottrina delle autorità cinesi è un economicismo al quadrato? E come si fa a stroncare il concetto di progresso come frutto avvelenato del suprematismo della borghesia occidentale senza vedere che è in nome di esso che la Cina post-maoista ha imposto alle masse sacrifici non meno dolorosi di quella che dovettero subire i proletari inglesi ai tempi della rivoluzione industriale?
Formenti e Visalli contestano, e qui siamo con loro, il finalismo teleologico che dalla teologia passò alla filosofia e, attraverso Hegel a Marx. Ma allora come non capire che il concetto di Modernità è figlio di finalismo e determinismo? Qui siamo d’accordo con Benjamin, che non solo criticò l’idea di un tempo storico lineare e cumulativo, che la rivoluzione non si fa per un’astratta idea di futuro, che l’anima della rivoluzione consiste nel riscattare la memoria di ciò che non c’è più e sarebbe potuto essere, di tutti i caduti nelle tragiche battaglie per l’estrema giustizia. Noi siamo quindi orgogliosamente occidentali, eredi dell’Occidente che ha perso, delle generazioni di uomini e donne, umili e non, illetterati e intellettuali, dei martiri che hanno combattuto, col pensiero e con l’azione, contro il mostro del feudalesimo non certo per la modernità storicamente incarnatasi nel dominio della borghesia. Siamo figli di una modernità che non c’è stata ma che sarebbe possa avvenire. E noi condanniamo la Cultura della Cancellazione in ogni sua forma e rivendichiamo come universali, senza per questo disprezzare altre civiltà, le vette spirituali raggiunte da quella europea.
Cina antimperialista?
I filo-cinesi escludono che la competizione economica tra Stati Uniti e Cina sia di natura essenzialmente capitalistica, giudicano anzi la strategia economica cinese come antimperialistica, e insistono oltre misura che il predominio mondiale degli Stati Uniti è minacciato anzitutto dall’avanzata economica della Cina “socialista”. Col che ben venga l’espansionismo cinese che, siccome la Cina è socialista, esso apre la strada al la definitiva vittoria dei popoli, di qui un’enfasi entusiastica quanto infondata su quel passeggero ectoplasma chiamato BRICS, destinato ad entrare in frantumi, assieme agli attuali equilibri geopolitici globali, quando le cose si faranno davvero serie, cioè alle prossime tappe della terza guerra mondiale, guerra che non sarà tra capitalismo e socialismo, ma tra diverse potenze e blocchi capitalistici il cui bottino è sempre lo stesso, il saccheggio delle risorse naturali e umane del pianeta. Da ciò non si ricavi che noi saremmo disfattisti, poiché non siamo ciechi, siamo umanisti rivoluzionari ma di scuola politica realista, e non dimentichiamo che il nemico fondamentale odierno resta il blocco capeggiato dagli U.S.A, la cui caduta consideriamo condizione per cambiare il corso della storia.
Il tramonto del predominio americano (ed in generale occidentale) è in profonda crisi per una molteplice serie di cause e fattori, ben diversi e distanti dall’avanzata economica cinese. Esso è stato ferito al cuore dalla crisi sistemica del 2007-2009 ma è stato colpito duramente sui campi di battaglia dell’Afghanistan e dell’Iraq; oggi in quelli ucraini, della Palestina, del Libano, dell’Iran, dei due Stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb — né vanno dimenticate le vittorie, pur momentanee, del bolivarismo in America latina. E’ esecrabile che le eroiche resistenze popolari e delle nazioni ribelli, nonostante abbiano inferto umiliazioni e sconfitte cocenti agli americani, siano da filo-cinesi bellamente insabbiate nella melassa del trionfo ineluttabile (?) della Cina” socialista”.
C’è un mito che deve cadere, e riguarda la politica commerciale e estera della Cina. Vittime delle loro allucinazioni i filo-cinesi insistono che i criteri dello scambio commerciale della Cina sarebbero fondati non sulla primazia dei propri interessi nazionali bensì su criteri di equità, del giusto prezzo, del reciproco vantaggio, non speculativi. Si ha l’ingenuità di affermare che la Cina investirebbe in giro per il mondo per fare beneficenza, con investimenti da cui non ricaverebbe imperialistico surplus e che andrebbero a tutto vantaggio dei paesi del Sud del mondo. In verità sono sempre più numerosi i paesi, non solo africani, che contestano come massimamente svantaggiosi gli scambi con la Cina. Molti governi, Sudafrica compreso (a proposito di BRICS), hanno dichiarato che gli accordi stipulati sono di tipo neo-coloniale perché favoriscono un flusso a senso unico. Questi paesi del Sud del pianeta (non solo quelli “sottosviluppati”) segnalano che essi esportano materie prime grezze a basso prezzo (petrolio, litio, rame, cobalto, coltan, terre rare, ecc.), mentre la Cina le trasforma e rivende a questi stessi paesi prodotti finiti ad alto costo
La principale causa delle controversie riguarda quindi l’insostenibile deficit commerciale con la Cina. Per stare al caso africano: nei primi otto mesi del 2026 l’Africa ha registrato una drammatica impennata del 34,48%, superando gli 80 miliardi di dollari (circa 73,5 miliardi di euro). Questa accelerazione è dovuta a un export cinese che cresce a ritmi vertiginosi (+25,8%), a fronte di acquisti in materie prime di Pechino che non tengono il passo. Le autorità cinesi hanno pensato di placare le proteste e fermare le disdette di contratti e accordi azzerando, il primo maggio scorso, i dazi doganali, mossa risibile poiché si rimuovono tariffe verso paesi che in gran parte non hanno infrastrutture industriali per esportare prodotti finiti (il Sudafrica in questo caso fa eccezione). Né la Cina è estranea all’esportazione di capitale, con colossali investimenti industriali e finanziari. La Belt and Road Initiative è messa sotto accusa da diversi paesi, considerata una minaccia alla loro sovranità economica.
Esiste un’ampia letteratura che dimostra, con infiniti dati alla mano, che la Cina avrebbe addirittura, dopo la grande crisi del 2007-2009, salvato e rivitalizzato lo stesso capitalismo occidentale. A favore di questa tesi vengono portate tre cause principali: 1. Diventata dopo il 1978 il più grande mercato del lavoro a basso costo del mondo, le multinazionali occidentali hanno abbassato i loro costi di produzione ed hanno quindi tenuto alti i loro profitti malgrado la stagnazione in Occidente. E proprio grazie all’esportazione di merci a prezzi stracciati (il cosiddetto “China shock”) l’Occidente ha contenuto l’inflazione ed evitato la stagflazione. 2. Dopo il grande crollo finanziario del 2007-2009 la massiccia domanda interna cinese ha evitato una recessione ancor più profonda. La Cina è diventata il principale partner commerciale di oltre 120 paesi, con ciò sostenendo il ciclo economico mondiale. 3. La Cina ha agito come fattore fondamentale di stabilizzazione finanziaria e politica globale. Avendo accumulato, grazie al suo surplus commerciale enormi riserve in valuta estera, la Cina le ha investite acquistando non solo titoli di Stato americani (permettendo al governo di Washington di sostenere le sue colossali spese, militari e sociali), anche quantità enormi di azioni e obbligazioni di aziende occidentali quotate in borsa, quindi interi pacchetti azionari di grandi aziende, non solo manifatturiere.
Avevamo già segnalato che la Cina, pur seguendo una politica mercantilista (bilancia commerciale in attivo e interventismo statale a protezione del mercato interno), agisce come campione assoluto del globalismo libero-mercatista, ovvero del liberismo su scala mondiale. E Pechino non sembra mutare postura. Molto significativo quanto accaduto al G20 finanziario svoltosi ai primi di settembre negli Stati Uniti. Valendo la regola dell’unanimità il comunicato congiunto non è stato approvato, malgrado 19 dei 20 paesi lo abbiano votato. La Cina solo paese contrario. Forse in difesa del multilateralismo e del socialismo? Nient’affatto. Nel comunicato c’era una breve ma importante frasetta, che chiamava al contrasto congiunto di “politiche e pratiche non di mercato”, in sostanza si chiamavano in causa i paesi, Cina su tutti, con surplus esterni eccessivi, che causano all’altro polo deficit e uscita di capitali, quindi gravi squilibri commerciali. Non è di poco conto (ancora a proposito di BRCIS) che paesi come Brasile, India, Indonesia, Sudafrica, Arabia Saudita e Russia abbiano, a questo G20, lasciato sola la Cina e votato il comunicato assieme ai briganti imperialisti occidentali. Postura libero-scambista che Xi Jinping ha personalmente ribadito, mentre tutti facevano spallucce, al Vertice dei paesi BRICS svoltosi a Nuova Dheli il 12 settembre scorso.
Vale ricordare, data la straordinaria importanza della questione, che subito dopo la seconda guerra mondiale, quando a Bretton Woods si doveva decidere come impostare le relazioni economiche post-belliche, fu proprio John M. Keynes a perorare l’idea di imporre forti penalità e l’obbligo di riequilibrio per i paesi in forte attivo commerciale, onde evitare le cause profonde che causarono sia la prima che la seconda guerra mondiale.
Hegel a Pechino
Per quanto riguarda gli antichi credenti o vetero-comunisti, essi debbono nascondere le loro sciocchezze con il Velo di Maya della sacra dottrina, chiamando in causa la dialettica, beninteso hegeliana. Ecco quindi l’accusa rivoltaci (non ci offendiamo!) di essere “aristotelici” poiché difenderemmo il Principio di non contraddizione (un’affermazione e la sua negazione non possono essere vere allo stesso momento) e quello del Terzo escluso (date due proposizioni opposte una è vera l’atra è falsa, non ci può essere una soluzione mediana). Questi principi, affermano scolasticamente gli antichi credenti, attengono alla logica formale, e sarebbero smentiti dalla superiore logica dialettica.
Sulla dialettica torneremo, per il momento vale segnalare che i vetero-comunisti giungono alla loro conclusione proprio manipolando il sillogismo aristotelico, che più o meno suona così: tutti i comunisti sono socialisti, Xi Jinping è comunista, Xi costruisce il socialismo. Anche ammesso che la premessa minore (Xi Jinping è comunista), interpolata come verità autoevidente e indiscutibile sia corretta, è fallace il salto dall’astrazione logica alla realtà fattuale (Xi costruisce il socialismo). Ovvero: tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare.
Il discorsetto che la dialettica hegeliana non solo contraddirebbe ma smentirebbe la logica aristotelica lo si ascoltava decenni addietro nelle scuole quadri di certa sinistra di ascendenza stalinista, quando si spacciava il materialismo dialettico come scientia scientiarum. In verità Hegel non ha mai contestato il principio di non-contraddizione, ma ne confinava la validità alla sfera dell’astrazione intellettuale, che aveva immaginato di oltrepassare col suo panlogismo, per il quale ci sarebbe identità tra ragione e realtà. Per Hegel infatti tutta la realtà sarebbe manifestazione dello Spirito, i cui mutamenti ubbidirebbero quindi alla logica inesorabile della necessità — qui l’hegeliana astuzia della ragione per cui gli uomini ritengono di agire in modo autonomo quando invece, senza averne consapevolezza, realizzano il supremo disegno dello Spirito del mondo (Weltgeist), una romantica versione dell’eterogenesi dei fini di Giambattista Vico.
Gli hegeliani possono rigirare la frittata come vogliono, ma il panlogismo hegeliano per cui la ragione governa il mondo (“ciò che è reale è razionale, e ciò che è razionale è reale”) è solo una forma spiritualista e quindi suprema di determinismo.
Immaginiamo che gli antichi credenti ci obietteranno: e il divenire? e la contraddizione? E la lotta degli opposti? Nessuno qui è parmenideo, nessuno nega il divenire, tantomeno lo negava Aristotele, il quale concepiva il divenire come passaggio da un tipo di essere ad un altro. E se dobbiamo dirla tutta Hegel non s’inventò né il concetto dialettico del divenire, né quello della contraddizione, che entrambi recuperò, com’è universalmente noto, da Eraclito, per il quale la realtà è un flusso incessante di trasformazioni e mutamenti (panta rei) provocati dalla perpetua lotta tra opposti —il conflitto (polemos) come principio universale generatore d’ogni cosa, dei fenomeni e del loro rapporto. Gli apostoli della dialettica hegeliana hanno un’ultima freccia nel loro arco, il suo nome è Aufhebung (l’atto del superare la contraddizione tra opposti conservando ciò che c’è di vero in entrambi), di cui la famigerata struttura triadica tesi-antitesi-sintesi (che Hegel manipolò ma riprese dal neoplatonico Proclo. Si discute da sempre su questo aspetto centrale della dialettica hegeliana, soffermarci sulle cogenti critiche logiche di Adolf Trendelemburg — dalla pura negazione logica dell’Essere, ovvero il Nulla, non può scaturire alcun divenire reale, né un terzo concetto —, critiche a loro modo riprese e con opposti esiti da Karl Marx e da Søren Kierkegaard, ma anche per questo ci vorrebbe molto tempo e richiederebbe più ampio spazio.
Qui ci preme smascherare l’uso goffo che i filo-cinesi compiono della dialettica hegeliana (compresi questa volta Formenti e Visalli) per giustificare l’esistenza del socialismo in Cina. Sappiamo che essi ammettono l’esistenza in Cina di potenti forme di capitalismo, ma esse alloggerebbero in un ecosistema socialista, che sarebbe socialista in virtù non di rapporti socialisti di produzione ma del dominio politico-statuale del partito comunista. Che c’entra la dialettica vi chiederete? Avevamo segnalato, tra le molteplici contorsioni teoriche dei filo-cinesi, quella del concetto di socialismo in Cina in “senso debole” — che invertendo soggetto e predicato diventa che quello cinese sarebbe un “debole socialismo” — concetto, quello di “socialismo debole” che svela una sudditanza inconfessata verso il Pensiero Debole (Vattimo docet).
Ora scopriamo che i filo-cinesi per giustificare la coabitazione di lungo periodo tra forme strutturali capitalistiche e socialistiche sono costretti ad abbandonare la dialettica “forte” (rivoluzionaria) per una “debole” (confuciana). Che cos’è la contraddizione forte? Quella per cui la madre di tutte le contraddizioni è quella antagonista, il conflitto tra forze non solo opposte ma inconciliabili, che può essere risolto attraverso uno scontro radicale, la rivoluzione o la guerra. E qui il riferimento d’obbligo è il contributo di Mao e la differenza che lui pose tra contraddizioni antagoniste (che non possono essere superate con riforme graduali o accordi pacifici) e quelle non antagoniste (o in seno al popolo).
Quindi sarebbe corretto aggiungere ai filo-cinesi il predicato anti-maoisti. Essi pensano di nascondere questo loro essere sotto la sottana hegeliana che postula invece come universale il principio romantico-naturalista che tra due opposti si da sempre assolutamente una conciliazione (aufhebung) per cui essi non si eliminano a vicenda ma trasferiscono ciò che hanno di vero in una terza figura più ricca. Insomma, per i filo-cinesi-anti-maoisti il socialismo sarebbe una specie sociale ibrida, un incrocio mediano tra capitalismo e comunismo. In base a questa concezione, quello cinese non sarebbe solo un esperimento biopolitico ma biotecnologico, ove la casta dei mandarini al potere, si passi l’analogia, agisce sul corpo sociale come fanno gli apprendisti stregoni della biologia sintetica, con il Dna e il genoma, per tirar fuori nuovi organismi. E’ toccato prima alle pecore, poi ai maiali, in Cina, siccome stanno molto “avanti”, sono già passati agli esseri umani. Il risultato è che nessuno può sapere cosa diventerà la società cinese; di sicuro sarà, politicamente parlando, transgenica, per l’invidia e l’imbarazzata ammirazione delle élite tecnocratiche e transumaniste occidentali.
E qui occorre insistere sulla profondità della rottura dei filo-cinesi, non solo con la tradizione teorica e politica di Mao — che usò e difese la sua concezione sulle contraddizioni antagoniste contro la destra del partito comunista cinese, tra cui Deng Xiaoping, accusata appunto di immaginare di potere costruire, non il socialismo a dosi omeopatiche per di più usando forme, strumenti e metodi capitalistici —; rottutsa non solo col pensiero rivoluzionario, ma con la grande scuola del realismo politico. Si tratta in effetti di un utopismo gradualista che è stato brutalmente smentito dalla storia, più che mai dal ‘900, secolo che più di altri ha mostrato in modo inappellabile cosa siano le contraddizioni antagoniste che dunque impediscono ogni mediazione.
L’evoluzione della Cina non farà eccezione, prima o poi il popolo che diede vita alle grandi rivolte moderne dei Taiping (1850-64), dei Boxer (1899), alla Guerra Popolare di Lunga durata (1927-1945), alla Guerra Civile tra comunisti e Kuomintang (1946-49), alla sanguinosissima vittoria nella Guerra di Corea (1950-53), quindi alla Grande Rivoluzione Culturale (1966-76: evento colossale che il professor Formenti liquida come anarchico, disastroso e sciagurato); quel popolo, ne siamo sicuri, irromperà nuovamente sulla scena della storia e risolverà dialetticamente, cioè con la spada, come Alessandro il Grande fece a Gordio, la contraddizione fondamentale, ora ancora latente, tra nuova borghesia (confuciana) e il popolo lavoratore.

Ma l’acrimonia di Pasquinelli contro Stalin da cosa deriva di preciso? I dati storici ci dicono che l’URSS di Stalin in 30 anni da area sottosviluppata prevalentemente agricola è divenuta la prima potenza industriale e militare del mondo in concorrenza con gli USA; URSS di Stalin che dovremmo ringraziare all’infinito, come ci ricordava il non certo bolscevico Hemingway, per averci liberato (lei e non gli USA dei tanti filmini hollywoodiani) dal nazi fascismo; URSS di Stalin e successiva che ha costituito per decenni un baluardo della classe lavoratrice e dell’antimperialismo; URSS di Stalin sotto cui furono costruite anche, è bene ricordarlo, decine di migliaia di scuole e ospedali e dove non a caso il tasso di alfabetizzazione e la speranza di vita passarono da livelli feudali a livelli comparabili a quelli dei paesi più moderni. Questo dicono i dati e le storia. Poi ci sono le menzogne targate giornalisti prezzolati (vedi i vari Conquest del caso) che straparlano di milioni di morti, mai registrati dai dati demografici se non quelli della seconda guerra mondiale imputabili però a un altro tizio coi baffi. E purtroppo credute e propagandate anche proprio da quel marxismo occidentale, progenitore degli Occhetto, dei D’Alema e dei Bertinotti, che si batteva il petto sui (presunti) delitti di Stalin e andava a rimorchio dei (veri) crimini dell’imperialismo occidentale e soggiogava l’Italia al liberismo. La Cina è capitalista? Se il capitalismo è quella cosa che fa uscire in 40 anni 800 milioni di persone dalla povertà (mentre qui ci entrano) o quella cosa dove il Partito Comunista controlla la finanza e le principali infrastrutture del paese e determina la direzione dello sviluppo economico coi piani quinquennali (ah ma quelli ricordano Stalin, allora sono brutti e cattivi!), allora datemi quel capitalismo lì.
Non si poteva dire meglio !
Bravo Moreno: analisi largamente condivisibile. C’è, anzi, da stupirsi che non sia comunemente alla portata di chiunque si studi un po’ seriamente il problema.
Joan Robinson (che probabilmente non ti piacerà 🙂 ) disse: «La dottrina del libero scambio, in pratica, è una forma più sottile di mercantilismo.» (Free trade doctrine, in practice, is a more subtle form of Mercantilism). La Cina in termini pratici, al di là dell’economicismo (chic) de relato? L’andamento della quota salari in rapporto al PIL non segue la crescita reale del PIL. (Che vorrà dire?)
Anzi: dopo il (breve) boom della quota salari post-crisi finanziaria del 2008 – (e per evidenti ragioni, sottese nell’articolo. NB: in precedenza la variazione della quota salari, dal 2000, cioè dall’entrata nel WTO, è sempre stata inferiore alla crescita reale) – nell'”era post covid”, e non è un caso, detta quota salari/PIL decresce nettamente. Qualcuno si sta arricchendo; e di certo non chiede alla forza lavoro cosa fare del risparmio creato dal surplus con l’estero e dal deficit del settore pubblico.
Questo andamento, tutt’altro che “socialista”, è infatti confermato dall’andamento dei saldi settoriali della contabilità nazionale: ampio ed incrementale deficit del settore pubblico, che, in compresenza di un costante (e spesso understated) surplus verso l’estero, testimonia il continuo rilancio degli investimenti a scapito dei consumi (cioè dei livelli retributivi e del potere d’acquisto popolare).
In sostanza, esiste un grande e crescente problema distributivo.
Non importa chi sia il titolare delle quote di controllo del grande capitale; l’investimento (va ora di moda parlare di over-capacity, che, si può tradurre anche, secondo un “vecchio” linguaggio categoriale, come “imperialismo”), è in capacità produttiva di beni per dominare i mercati, non in welfare…che non sia assicurativo, e quindi a carico dei lavoratori e a vantaggio del sistema finanziario). Ciò che è il contrario del socialismo…
Questi sono i più elementari dati macro, tra l’altro; accessibili a chiunque (tanto oggi c’è ‘AI gratis…se si sanno porre i giusti quesiti).