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LA FARSA ALLA POMPA di Leonardo Mazzei

Domanda non proprio semplice: sapete quanti decreti-legge ha emesso il governo in materia di accise negli ultimi 6 mesi? Nove. Mediamente uno ogni 20 giorni, per prorogare e/o ritoccare di continuo i modestissimi tentativi di calmieramento dei prezzi dei carburanti alla pompa. In qualche caso si è intervenuti con misure valide una settimana, in uno (20 agosto) si è stabilito il record di una proroga per soli due giorni.

Una frenesia mai vista, spiegabile in un modo soltanto: l’idea, balorda assai, che tutto si sarebbe aggiustato in poco tempo, esattamente come diceva (e tuttora dice) lo squilibrato della Casa Bianca. Che questa fosse l’illusione di Palazzo Chigi è sempre stato chiaro, ma adesso ce lo conferma il ministro Pichetto Fratin, un nome ed un volto che – chissà perché – più che al petrolio ci hanno sempre fatto pensare ad un vino. Questa la sua ammissione:

«Noi come governo siamo intervenuti subito tagliando le accise. Ma pensavamo che il conflitto in Medio Oriente si sarebbe concluso in 10-15 giorni, come era stato promesso. Nessuno si aspettava che sarebbe andato avanti così a lungo».

Precisato che quell’“intervenuti subito” è falso, visto che l’attacco all’Iran è scattato il 28 febbraio ed il primo decreto è arrivato solo il 27 marzo, la cosa interessante è nelle quattro parolette “come era stato promesso”. Promesso da chi è inutile dirlo. Quando lo Zio Sam parla i governanti italiani pendono dalle sue labbra.

Che altre fossero le previsioni di Trump l’hanno capito anche i bambini. Ma ci son voluti 7 mesi affinché si cominciasse a prendere atto di una realtà lievemente diversa. E anche adesso ci si illude che possano bastare le misure temporanee. E siccome Giorgetti non vuol scontentare Bruxelles, mentre Meloni vuol ritagliarsi lo spazio per qualche trovata elettorale, ecco che anche la riduzione delle accise verrà azzerata del tutto.

Si arriva così alla novità di questi giorni: il price cap, il tetto volontario ai prezzi dei carburanti. Un tetto dunque privato, benché “raccomandato” dall’esecutivo. Anche questa misura sarà però limitata, temporanea e soprattutto insufficiente. Con l’aggravante di essere in mano a compagnie private che rispondono solo ai loro interessi.

Come noto il via a questa operazione l’ha dato l’Eni, che dal 28 settembre ha fissato il prezzo della benzina a 1,99 euro a litro e quello del gasolio a 2,19. La riduzione sui prezzi medi precedenti è stata di circa il 7%, pari a 17 centesimi al litro. Questa misura avrà la durata di un mese. Una riduzione simile è stata poi adottata da IP, mentre Q8 ha dichiarato l’istituzione di un tetto a partire dal 1° ottobre ma senza una quantificazione precisa.

La prima cosa da notare è che il meccanismo messo in piedi in Italia dal governo e dalle maggiori compagnie è simile a quello già adottato dal maggio scorso in Francia, con TotalEnergies in quel ruolo di apripista che in Italia è stato adesso assegnato all’Eni. Oltralpe la cosa ha destato diverse polemiche, e non solo da parte della concorrenza. Mentre in molti hanno interpretato la scelta di TotalEnergies come una mossa preventiva per bloccare ogni ipotesi di tassazione degli extraprofitti, il suo amministratore delegato Patrick Pouyanné lo ha tranquillamente confessato, dicendo che il tetto massimo verrà immediatamente abbandonato in caso di nuove tassazioni. Per la cronaca, nonostante l’elemosina del price cap, nel primo semestre dell’anno i profitti del gigante francese sono arrivati a 11,2 miliardi di euro, il doppio dell’anno precedente.

In realtà tutte le compagnie energetiche aumentano i profitti quando i prezzi salgono, specie se il loro andamento è dettato da cause ben poco gestibili come quelle legate alle guerre. Sempre nel primo semestre, la stessa Eni ha registrato un utile netto di 3,6 miliardi, contro i 2,5 dello stesso periodo del 2025 (+44%). Cosa volete che siano i 100 milioni di perdite stimate per il tetto ai carburanti di cui si parla tanto! Meglio far bella figura e passare per benefattori, attrarre nuova clientela (vedi anche le proposte su luce e gas di Plenitude) ed evitare nuove tassazioni.

Insomma, il price cap dei “volenterosi” non è certo una misura adeguata, tantomeno è disinteressata. Tuttavia, essa ci segnala un dato politico difficilmente aggirabile: la misura è colma, i rattoppi serviranno a poco e presto potrebbe scoppiare la rivolta sociale.

In questo snodo della crisi energetica, dove è sempre più evidente che i prezzi non caleranno se non fermando le guerre e ponendo fine alle sanzioni alla Russia ed all’Iran, la subordinazione dei governi alle multinazionali dell’energia ci mostra quali siano i risultati dell’inestricabile intreccio tra le politiche guerrafondaie e la speculazione alimentata dalle “leggi” del neoliberismo.

La subordinazione ai grandi gruppi dell’energia è economica, politica, strategica ed ideologica. Basti pensare alle penose sottolineature del governo italiano sul fatto che il price cap non sia un obbligo. Ci mancherebbe! Ma quando mai! Che tutto sia nelle mani di lorsignori, quelli che dovremmo pure ringraziare…

Naturalmente, questo modo raffazzonato di fare le cose non solo non risolverà nulla, ma provocherà (e sta già provocando) altri problemi: le proteste degli operatori più piccoli, le code alle pompe dei “benefattori”, il caos logistico, l’esclusione dal price cap di chi i carburanti li compra all’ingrosso, eccetera.

Tutto queste perché: (1) non si fa nulla per fermare la guerra, (2) siamo nelle mani di colossi privati, (3) si rifiuta come il peccato il ritorno ad un sistema di prezzi controllati e decisi dallo Stato.

Prendiamo, ad esempio, il caso clamoroso del prezzo del gasolio. A livello globale esso risente sia della situazione in Medio Oriente, sia del drammatico calo produttivo delle raffinerie russe, messe fuori servizio dagli attacchi ucraini. Ma l’Italia non dovrebbe risentirne, dato che il nostro Paese è esportatore netto di 8 milioni di tonnellate di gasolio all’anno. Un’enormità, che però non ha nessun effetto sui prezzi alla pompa, poiché questi si basano su un indice di riferimento globale (indice Platts) calcolato ogni giorno da quegli altri benefattori di S&P Global. Si capisce a chi siamo in mano? Si comprende quali sono le leve della speculazione?

Ma non ci sono solo i prezzi, c’è pure la decisiva questione della proprietà. Per discutere del price cap con IP, il governo italiano ha dovuto trattare con la sua proprietà, la Socar, ovvero la compagnia petrolifera statale dell’Azerbaigian (e pensare che IP starebbe per Italiana Petroli…). Per farlo con la Q8 è stato necessario rivolgersi alla Kuwait Petroleum, ovvero al governo dell’emirato. Adesso pare siano in corso negoziazioni con Tamoil, ma quest’ultima fa capo alla Noc, ovvero al governo libico di Tripoli. Dunque, buona parte della rete nazionale di distribuzione dei carburanti è in mano a compagnie estere, quelle stesse che esportano petrolio in Italia. E pensare che si dice che al governo ci siano i “sovranisti”!

Sul futuro non c’è da essere ottimisti, ma bisogna almeno dire ciò che sarebbe necessario per affrontare davvero la questione energetica.

Primo, bisogna fermare la guerra. Così scrivevamo a luglio:

«Guerra e speculazione sono infatti due lati della stessa medaglia. Senza la guerra non avremmo le strozzature che “giustificano” la speculazione. Senza speculazione, cioè in un mondo quantomeno depurato dalla finanza, la questione dei prezzi energetici sarebbe assai meno grave. Ma, sfortunatamente, abbiamo sia la guerra che la speculazione, ed il risultato è piuttosto evidente».

Secondo, bisogna battersi per la nazionalizzazione dell’intero settore energetico, dal comparto petrolifero (e del gas) a quello elettrico; dalla produzione alla distribuzione. Le privatizzazioni hanno già prodotto i danni che vediamo, è ora di invertire la rotta.

Terzo, bisogna porre fine alla finanziarizzatone dei prezzi dell’energia. Basta con gli indici, come il Platts per i prodotti petroliferi ed il Ttf per il gas. Si torni al regime amministrato in vigore fino al 1991. Fino a quell’anno i prezzi – uniformi su tutto il territorio nazionale – li fissava il CIP, il Comitato Interministeriale Prezzi, istituito non a caso nel 1944 proprio per contrastare l’inflazione in tempo di guerra.

Al di là di possibili oscillazioni di breve periodo, senza intraprendere questa svolta la situazione non potrà che peggiorare. Ma, si obietterà, quanto è realistico tutto ciò? Se ci fermiamo alla fotografia della marcia politica italiana dell’oggi, ovvio che non lo è. Ma la svolta che abbiamo indicato è semplicemente necessaria. E di solito ciò che è necessario alla fine finisce per imporsi. Vedremo in quali tempi, questo è il vero problema. Ma intanto che si abbiano le idee chiare.

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