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LO SPETTRO DEL LUDDISMO di Moreno Pasquinelli

Lo andiamo dicendo da tempo: intelligenza artificiale, super-automazione, robotica di ultima generazione e bionanotecnologie, sono alcune delle micidiali armi con cui avanza il mostro futurista che abbiamo chiamato CyberCapitalismo, «la società che va emergendo dalla Quarta Rivoluzione Industriale, governata da algoritmi, strutturata come un panopticon tecno-totalitario fondato sulla bio-sorveglianza integrata di massa, al cui comando vorrebbe installarsi la nuova razza di superuomini frutto dell’ibridazione con l’intelligenza artificiale». [Dal Manifesto del FRONTE del DISSENSO]

Pochi, per adesso, vogliono ascoltarci, e le stesse forze che si dicono “rivoluzionarie”, di “avanguardia”, quando le invitiamo a ragionare e ad atttrezzarsi contro questo nuovo nemico che avanza, si girano dall’altra parte, preferendo ognuna restare nella propria 0bnubilante confort zone. Si sveglieranno forse troppo tardi, quando il mostro gli salterà addosso.

Non solo magie algoritmiche

Abbiamo avuto modo di spiegare quanto multiple, profonde e distruttive saranno le conseguenze dell’avvento della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” in eco-sistema capitalistico [LA SCATOLA NERA, CONTRO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE].

L’IA non è solo fondata sulle magie di incorporei algoritmi  questi sarebbero nulla senza potenti infrastrutture fisiche, e tra queste, i data center, per la precisione quelli Hyperscale, capaci di processare e gestire quantità gigantesche di dati e traffico. Il criterio per considerare Hyper un impianto non è tanto la sua superficie fisica quanto la sua capacità di carico, ovvero la potenza elettrica massima o effettiva assorbita (esclusivamente) dalle apparecchiature informatiche (server, storage, switch di rete). Quindi sono Hyper quelli da 20 a 100 megawatt di potenza — per alimentare una città di 100.000 abitanti servono in media tra i 70 e i 100 megawatt (MW) di potenza elettrica di picco.

Il più grande campus di data center singolo è cinese, quello di Hohhot, in Cina: 1 milioni di metri quadrati il quale, assieme ai suoi satelliti locali, supera i 3mila MW di capacità energetica, operativa pianificata. Gli americani non sono da meno. The Citadel Campus (Reno, Nevada), gestito da Switch, è il più grande data center dell’occidente, occupa una superficie di circa 800mila metri quadrati ed ha una potenza prevista di 650 megawatt. Il campus Hyperion pianificato da Meta in Louisiana e le joint venture multi-gigawatt in località quali Abilene (Texas) e Piketon (Ohio) stanno puntando a raggiungere consumi energetici dedicati compresi tra 1 e 5 gigawatt.

Questi grandi data center sono quindi: (1) altamente energivori poiché richiedono una potenza continua elevata [24h/7g] — consumi destinati a salire notevolmente col procedere della digitalizzazione del mondo, mettendo sotto stress le reti elettriche locali; (2) hanno un grande impatto idrico poiché necessitano di enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server, con rischi di depauperamento delle falde acquifere; (3) inquinano sia acusticamente che chimicamente poiché non solo producono calore ma emettno CO2 dati i sistemi di raffreddamento o ai generatori di emergenza (diesel); (4) consumano suolo agricolo e deturpano il territorio; (5) sono una minaccia per le comunità poiché, essendo nodi centrali per il cloud e l’intelligenza artificiale, un blocco o un attacco informatico ai data center può paralizzare servizi essenziali per la società.

Il nostro Paese non sfugge alla spirale CyberCapitalistica. Il Decreto Bollette già convertito in legge, in nome dell’interesse nazionale, autorizza la costruzione di data center senza necessità di modifiche ai Piani di Governo del Territorio locali (PGT i quali contemplano la pianificazione urbanistica a livello municipale), dunque di fatto bypassando le istituzioni comunali e regionali. Le prime proteste stanno nascendo in Lombardia — il prossimo 10 ottobre dovrebbe svolgersi a Milano la prima manifestazione nazionale contro i data center. La Lombardia, che già ospita a Ponte San Pietro (BG) il campus di Aruba (200mila m2) vedrà sorgere l’Aptos Campus a Lacchierella, che diventerà il più grande del Paese ed i cui costi si aggirano attorno ai 3 miliardi di euro. Altri due si prevedono a Magenta e Noviglio.

L’onda anti-CyberCapitalista che viene dagli Stati Uniti

Non poteva essere diversamente, dove più avanti si spinge il mostro CyberCapitalistico, sostenuto dalle sue élite transumaniste, più il mostri insiste nel tentativo di colonizzare mente e ambiente, tempo e spazio; più esordiscono e prendono forza nuovi movimenti di protesta, movimenti che nonostante non ne abbiano ancora piena coscienza, sono destinati ad essere più radicali di quelli precedenti, poiché la posta in palio non è più solo politica, sociale o economica, ma è antropologica, esistenziale. Come affermiamo nelle Tesi PER UN UMANESIMO RIVOLUZIONARIO:

«Davanti a questa svolta epocale l’umanità diventerà il finale campo di battaglia tra opposte e antiche forze, la sua anima sarà la posta in palio. Essa si scinderà, nelle forme molteplici che rispecchieranno i diversi contesti di civiltà e storico-sociali, in due opposti fronti: quelli dell’Umanesimo e dell’AntiUmanesimo, di cui l’ideologia Transumanista è metastasi».

*   *   *

The Guardian, domenica 30 agosto, ha pubblicato un reportage sulla nuova ondata di proteste popolari che attraversano gli Stati Uniti: quella contro la costruzione di hyper-data center per l’intelligenza artificiale. Dal 2024, negli Stati Uniti, sono stati almeno 68 i progetti di data center respinti o bloccati da comunità locali.

«Nell’ultimo anno, le crescenti ondate di opposizione locale alla costruzione di data center da parte delle grandi aziende tecnologiche si sono trasformate in uno tsunami di resistenza a livello nazionale. Le élite di entrambe le coste, dai leader del settore dell’intelligenza artificiale nella Silicon Valley ai vertici della politica di Washington D.C., hanno faticato a comprendere questa reazione negativa. Inizialmente hanno cercato di liquidarla come la solita forma di “nimbyismo” (Not In My Backyard, ovvero “non nel mio cortile”): solo qualche divieto locale qua e là, magari qualche consigliere comunale sconosciuto che non è stato rieletto dopo aver firmato accordi con le aziende di data center. Poi il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno iniziato a chiedere una moratoria nazionale; ma anche Steve Bannon lavora da tempo per portare l’ala populista di MAGA in prima linea nell’opposizione sia ai data center che all’intelligenza artificiale in generale. Ben presto il presidente del Senato dello Utah è stato estromesso dal suo incarico per aver sostenuto proposte relative ai data center hyperscale. E il movimento continua a crescere. Oggi, tre quarti degli americani si oppongono allo sviluppo di data center a livello locale, un cambiamento di oltre 30 punti percentuali in un solo anno. Più di 500 contee e comuni hanno approvato divieti o moratorie sui data center, mentre decine di progetti proposti sono stati bloccati senza indugio».

L’opposizione popolare contro questi nuovi mostri è così dilagante che i politologi americani, spaventati, fanno gli esorcismi davanti a quella che definiscono una nuova “perniciosa ri-polarizzazione sociale”, ovvero le comunità di quelli che stanno sotto contro i tecno-oligarchi che stanno sopra. Per la prima volta dopo molto tempo — mee too e woke da una parte, MAGA e suprematisti bianchi dall’altra —, esordisce un movimento di massa che taglia trasversalmente i due principali schieramenti, democratico e repubblicano, e fa davvero tremare le due élite partitiche, anche in vista delle elezioni di mid term: «Ehi, magari io sono un repubblicano sostenitore di Trump e tu un liberale di provincia, ma se vieni nella nostra comunità per aiutarci a combattere questo data center, sei il mio migliore amico». [The Guardian]

Isteria collettiva?

La rete delle comunità che si vanno mobilitando per impedire la costruzione dei data center, a prima vista, appare come l’ultima generazione delle proteste ambientaliste, se non addirittura una forma di nimbyismo. Sono questo, ma sono molto di più. Ne sono una dimostrazione le reazioni di gran parte dell’intellighentia a stelle e strisce. Editorialisti di grandi testate giornalistiche, giornalisti di punta, intellettuali a libro paga, sociologi, psicologi, sono stati mobilitati per contrastare il movimento che si va allargando a macchia d’olio. Atteggiandosi a grandi cervelloni, spiazzati, essi tentano di spiegarsi cosa spinga i cittadini a protestare, ricorrono quindi a cervellotiche categorizzazioni: panico morale, psicosi collettiva, ansia sociale, ossessione manipolata, paura irrazionale. Non poteva mancare il ricorso all’arma che essi addebitano sempre ai loro nemici per squalificarli, il complottismo. Tale Jonathan Koomey, sul New York Post, non ha esitato a sostenere che dietro all’allarmismo popolare per i data center ci siano i cinesi, come dietro alle proteste contro il fracking, ci sarebbe stata la Russia.

Complotti a parte lo sforzo è evidente: i cittadini sono affetti da gravi patologie e andrebbero medicalizzati a punture di ottimismo tecnologico e di fervore progressista. Una cosa infatti non sfugge a lorsignori: dietro alle proteste contro i data center c’è una dilagante paura dell’Intelligenza Artificiale, una diffidenza verso l’ultima generazione di tecnologie cibernetiche. C’è di più, c’è il rifiuto di un mondo dispotico governato dalle macchine, ovvero dalle tecno-oligarchie proprietarie di quelle tecnologie, c’è la consapevolezza che l’umanità è a rischio. Federico Rampini [CORRIERE DELLA SERA del 1 settembre], che ovviamente si schiera coi suoi compagni di merende americani, dall’alto della sua postazione schernisce chi protesta parlando di un «meccanismo psicologico ben noto: la difficoltà a capire una tecnologia nuova viene scaricata su un bersaglio tangibile e fotografabile, il capannone di cemento alla periferia della città. La domanda non è se i data center abbiano un costo ambientale, perché ce l’hanno, come ogni infrastruttura industriale. La domanda è se quel costo sia davvero eccezionale rispetto a quello di altre attività che accettiamo, o se non stiamo vivendo, ancora una volta l‘ansia collettiva per un futuro tecnologico che non sappiamo controllare, riversata su un nemico visibile perché quello invisibile, l’algoritmo, non si può prendere a picconate».

Rampini, come altri guru delle nuove tecnologie informatiche, ammette che esse dischiudono ad un futuro che “non sappiamo controllare”. E cosa ci propone? Uno stop? Una moratoria? Tutt’al contrario, in nome del CyberCapitalismo ci chiede un irrazionale atto di fede. L’assurdità di un tale atteggiamento, la disarmante fallacia del suo ragionamento, non faranno che rafforzare tra i cittadini la determinazione a fermare la disumanizzazione del mondo, in barba alle accuse pelose quali ansia, paura, isteria, ossessione, psicosi…

A ben vedere lorsignori rovesciano su chi sta sotto le ansie ossessive loro proprie, le loro psicosi, la loro paura che un nuovo spettro si aggiri per l’Occidente, quello della resurrezione del luddismo. In effetti, non potendo prendere a picconate i loro algoritmi, lo si farà necessariamente con le infrastrutture industriali, senza le quali essi non possono manipolare le menti, né trasformare gli umani in zombi, né erigere alcuna dittatura tecnocratica.

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