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IL PNRR SPIEGATO IN 6 PARTI a cura di Stefano Beneforti

ABSTRACT

I prestiti e le sovvenzioni che arriveranno in Italia con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) non sono un regalo, ma hanno bensì lo scopo di orientare le scelte economiche fiscali e sociali nella direzione indicata dalla UE, con il suo green deal, e imprimendo un forte impulso alla digitalizzazione del paese, indirizzandolo verso la ristrutturazione dell’intero sistema economico e sociale mondiale secondo l’idea del Grande Reset immaginato a Davos all’Economic World Forum del 2021.

Quando il green deal europeo fu presentato, fu subito evidente che, soffriva della mancanza di fondi per essere attuato, ma il fortuito o meno verificarsi della pandemia ha permesso di progettare un piano di finanziamento della ripresa delle economie dei paesi colpite dai fermi imposti dai vari governi.

Con la scusa della solidarietà tra paesi membri veniva così ridato fiato all’ambizioso programma iniziale, e senza spendere un euro, trattandosi di finanziamenti, che per la prima volta la UE va a reperire  sui mercati internazionali, e di sovvenzioni finanziate dagli stessi paesi membri mediante contribuzioni aggiuntive.

Con il PNRR vengono inoltre ad essere cedute le ultime quote di sovranità residue, riducendo ulteriormente la rappresentatività delle istituzioni democratiche, sempre più ridotte a mere ratificatrici delle decisioni prese in altre sedi.

Per adesso, nelle attuali condizioni, con un governo saldamente in mano ad uno dei massimi rappresentanti della finanza internazionale, non è possibile fare niente di concreto per fermare tutto questo, ma è perlomeno necessario avere una idea di cosa è realmente il PNRR e di come esso influirà sulla vita economica e sociale dell’Italia nei prossimi anni.

A tale scopo, basandosi sulle norme e sui regolamenti UE, è stata quindi condotta una analisi delle caratteristiche tecniche del Next Generation UE, lo strumento finanziario sulla base del quale gli stati membri UE possono chiedere i finanziamenti/sovvenzioni e una analisi del documento del PNRR Italiano, con il quale tali fondi sono stati richiesti, proseguendo poi con l’analisi delle condizionalità, tutt’altro che secondarie, che questo strumento comporta e delle ricadute che avranno sulle PMI, sul lavoro e sull’occupazione.

Le analisi condotte mostrano che il PNRR non è per niente un jackpot, come molti ritengono e propagandano, ma uno strumento attraverso il quale saranno erosi gli ultimi scampoli di sovranità per realizzare un programma perfettamente allineato al Grande Reset a totale carico della cittadinanza, che attraverso le condizionalità sarà obbligata a pagarne integralmente i costi.

Infatti i prestiti e le sovvenzioni ottenute dovranno essere  impiegati in massima parte per soddisfare le rigide indicazioni impartite della UE (soprattutto riguardanti il green per non meno del 37% e digitalizzazione per non meno del 20%,  temi facenti parte dell’agenda del Grande Reset), sottomettendosi ad altrettanto rigide condizionalità (con gli accordi del Luglio 2021 sono stati contatati 528 tra traguardi e obiettivi da soddisfare per ottenere le erogazioni) le quali, ammantate di tanti buoni propositi, ma che realtà comportano maggiori tasse e tagli ai servizi per soddisfare ai vincoli di bilancio, alla liberalizzazione dei subappalti per favorire la concorrenza e al perfezionamento del recupero crediti da parte delle banche, non potranno avere che effetti nefasti sulla economia italiana, già devastata da decenni di privatizzazioni, tagli ai servizi e carichi fiscali eccessivi, esasperati dalle soluzioni suicide adottate nell’ultimo anno e mezzo per contrastare la crisi pandemica, decimando le PMI e creando ulteriore disoccupazione e povertà.

Tutte queste considerazioni, mostrano il PNRR per quel che è, e hanno quindi portato a tentare di elaborare una possibile, seppur parziale, alternativa, focalizzata sul soddisfacimento di alcuni bisogni reali del paese, sicurezza del territorio, mobilità e accesso alle risorse primarie, da finanziare evitando l’intermediazione della UE.

CONTENUTI SIX PACKS

PACK I: Il Next Generation UE (NGEU)

Il Next Generation UE, è uno strumento finanziario della UE composto da finanziamenti e sovvenzioni articolato in vari fondi tra i quali il Recovery Fund, nato per favorire la ripresa dell’economia dei paesi membri danneggiate a seguito della emergenza pandemica del Covid.

Il PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è il programma sulla base del quale i paesi membri possono richiedere i finanziamenti e le sovvenzioni previste con l’NGEU.

Nel PACK I si andrà ad analizzare come è strutturato l’NGEU, descrivendone la genesi, le motivazioni ufficiali e i meccanismi di assegnazione dei fondi ai singoli stati membri.

PACK II: PNRR: Il documento

Il Piano Nazionale di ripresa e Resilienza PNRR è il programma con il quale ogni singolo stato, in linea con il regolamento dell’NGEU, motiva la propria richiesta di fondi.

Nel PACK II, sarà illustrata l’articolazione del PNRR italiano.

PACK III: PNRR: Le condizionalità

Le condizionalità sono tutte quelle norme contenute nel regolamento dell’NGEU, alle quali gli stati membri dovranno aderire affinché le rate previste siano erogate.

Molte di queste norme sono in chiaro e consistono in riforme da introdurre negli ordinamenti dei singoli stati, mentre altre condizionano l’erogazione dei fondi al soddisfacimento delle raccomandazioni specifiche per paese membro, attualmente sospese fino al 2023, che riguardano essenzialmente le politiche fiscali e di bilancio dei singoli stati.

Nel PACK III, si andrà a considerare quali sono sia le condizionalità in chiaro sia quelle derivanti delle raccomandazioni specifiche per i singoli stati.

PACK IV: PNRR: Lavoro, PMI e occupazione

Le condizionalità che l’Italia dovrà soddisfare per ottenere l’erogazione dei fondi, hanno delle ricadute su lavoro, PMI e occupazione, che non vengono evidenziate nel PNRR.

Nel PACK IV, si analizzerà come il PNRR, contravvenendo alle sue stesse previsioni, è in realtà uno strumento che prosegue nelle politiche di distruzione sistematica del tessuto industriale ancora esistente in Italia, con le conseguenti ricadute negative su lavoro e occupazione.

PACK V: Considerazioni finali

L’NGEU e il relativo PNRR sono la conseguenza dello Shock che l’emergenza Covid ha provocato, per fare rientrare le politiche economiche europee nell’ambito del Great Reset.

Nel PACK V, si cercherà di sviluppare questa intuizione, andando a vedere come l’impatto del Covid sull’economia poteva essere diversamente gestito

PACK VI: Una possibile alternativa al PNRR

Una volta definita la visione generale dello sviluppo che si intende dare il paese basata sulla centralità del benessere dei propri cittadini, sarà possibile definire anche le priorità da dare ai singoli settori o temi.

Nel PACK VI, sarà riportato un progetto di investimenti prioritari relativi al solo tema dei lavori pubblici che sto’ sviluppando

SIX PACKS SINTESI 

Sono qui raccolte le considerazioni finali relative a ciascuno dei 6 PACKS precedenti.

Stefano Beneforti (Agosto 2021)

Fonte: www.liberiamolitalia.org




NO PANICO di Moreno Pasquinelli

Draghi non ha avuto esitazioni: il governo sta decidendo di passare il Rubicone, la linea oltrepassata la quale l’Italia sarebbe il primo paese al mondo ad introdurre l’obbligo vaccinale, il confine oltre il quale avrà preso definitivamente forma una DITTATURA SANITARIA.

Chi, all’inizio dell’incubo, la paventava, veniva deriso e sbeffeggiato come “complottista” o farneticatore. Invece aveva ragione. Dittatura sanitaria è per la precisione una metafora, un termine figurato, un concetto che ne simboleggia un altro. L’obbligo vaccinale, in conclamata violazione del diritto fin qui considerato sacro alla libertà di scelta terapeutica; l’obbligo vaccinale che implica che il governo potrà disporre dei corpi delle persone senza il loro consenso; è l’atto con cui si vuole sancire la fine della pur menomata democrazia e battezzare un regime di dittatura dispiegata. “Sovrano è chi decide sullo Stato d’eccezione” disse Carl Schmitt. Siamo al tramonto dello Stato di diritto, ove il sovrano si pone come potere assoluto e proclama di essere legibus solutus.

Si conferma l’uso proditorio della pandemia, la lotta al “Covid” come grimaldello per attuare un passaggio di regime. Chi lo ha negato si divide in due categorie: quella dei furfanti e dei pagliacci politici al servizio dell’élite dominante; e quelli che sono cascati, magari in buona fede, nella trappola ideologica per cui le misure autoritarie si giustificavano col discorso della difesa del “bene comune”. Ci auguriamo che molti di quelli che si sono fatti abbindolare, giunti a questo drammatico tornante, avranno il coraggio di ricredersi.

L’élite, in preda al delirio di onnipotenza, visto il successo della campagna di vaccinazione — per la verità parziale dato che i numeri dei vaccinati vengono gonfiati, come sono stati gonfiati e manipolati i numeri dei malati e dei deceduti —, spavaldamente ritengono di avere già il successo in tasca. Che l’élite giunga al traguardo è tuttavia da vedersi. Che ci riesca o meno dipende appunto dalla capacità di isolare la minoranza contraria, dipende anzi dalla possibilità di chiuderla in una ridotta, di confinarla a truppa sparuta e di schiacciarla nell’angolo. Errore che il movimento che ha animato le piazze contro il “Green Pass” deve evitare… come la peste, agendo invece per modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza, ciò che implica, nella battaglia per impedire che sorga la nuova dittatura, riuscire a portare dalla propria parte le milionate dei cittadini che hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, quelli che per ragioni di sopravvivenza sono stati costretti a vaccinarsi.

Per questo occorre non solo sconfiggere chi propone estremistiche fughe in avanti proponendo forme di lotta estremistiche; occorre contrastare chi pensa che la battaglia sia già persa e vaticina un impossibile autoconfinamento in piccole comunità agresti, e chi già pensa di darsi alla fuga con l’autoesilio in qualche paese più tollerante. Le legioni di Cesare non hanno ancora valicato il Rubicone. I tempi sono strettissimi ma bisogna tentare di affrontarle per impedire questo oltrepassamento.

Saremo sconfitti? E’ molto probabile. Ci sono però sconfitte e sconfitte. Ci sono quelle che diventano disfatte e quelle che consentono, con una ritirata ordinata (che non deve quindi trasformarsi in rotta), di organizzare una Resistenza che riesca a trovare forme e modi per tenere accesa la fiaccola della liberazione.

Il nemico non è onnipotente. Le vertigini del successo portano a compiere gravi errori. Il passaggio da un regime ad un altro, come ogni grande mutamento, è irto di ostacoli e di imprevisti. Tenacia, tenacia e ancora tenacia!




APPELLO CONTRO IL “GREEN PASS“ DEI DOCENTI UNIVERSITARI

L’Università e la Scuola sono, per definizione, il luogo dello scambio, dell’inclusione, della riduzione delle barriere sociali, della crescita personale attraverso i legami di amicizia e di interessi culturali. Vedere oggi queste istituzioni diventare uno dei luoghi privilegiati di esclusione e separazione è uno spettacolo non solo inquietante ma desolante.

Senza dubbio, agli occhi di molti la crisi provocata dal Covid-19 – comunque la si voglia considerare sotto il profilo strettamente sanitario – ha funzionato come fattore di accelerazione e catalizzazione di tendenze autoritarie sul piano politico, sociale e antropologico, che vengono da lontano, almeno dalla “controriforma” neo liberista iniziatasi negli anni ‘80. Una deriva che, per essere in atto da tempo, non risulta meno angosciosamente preoccupante. Dopo i primi mesi di schock, a molti è apparso sempre più chiaro come la risposta alla crisi assumesse sempre più un carattere politico più che strettamente sanitario, investendo le libertà e i diritti individuali in modo scarsamente giustificabile razionalmente.

L’introduzione della “certificazione verde”, il cosiddetto “green pass” (anglicismo che, come spesso accade, vuole coprire la natura problematica del documento), non fa che culminare questo processo involutivo. Essa riporta l’Italia a epoche passate di discriminazione tra cittadini che speravamo di non vedere mai più.

Un settore crescente della popolazione assiste, tra l’angoscia e la stupefazione,  a una deriva autoritaria e transumanista delle nostre società, a livello nazionale e globale, di cui era difficile prevedere l’intensità e la rapidità. Un’aggressività del potere inedita, una violenza sistemica finora sconosciuta, apparati di propaganda senza freni, una mentalità bellica che segnalano una sorta di mutazione genetica delle classi dirigenti e del rapporto di queste con le popolazioni.

Questa pressione estrema corrisponde all’importanza della posta in gioco, ora svelata completamente dal meccanismo discriminatorio del “green pass”: la ristrutturazione in profondità delle relazioni umane a tutti i livelli, verticale e orizzontale. Un sistema che trascende i fascismi e punta su una società della disciplina totale coniugata a un individualismo estremo basato sulla paura, in cui l’altro in definitiva è sempre una potenziale minaccia: competitore, aggressore razzista o machista, e ora potenziale killer biologico.

Le relazioni umane vengono sterilizzate e precostituite dall’alto attraverso regole di “distanziamento” che mirano a diventare permanenti e dettate da un Potere autoreferenziale, con la sua folla di “esperti” che a vario titolo riscrivono le regole delle relazioni interpersonali, anche le più intime, in una sottrazione di autodeterminazione senza precedenti noti.

Una frammentazione estrema che capovolge l’identità stessa dell’individuo, trasformandolo da “animale sociale” per natura in “homo oeconomicus” e carne di social media. Ma dal sociale ai social si perde più di una lettera: si perde l’umanità. La sovranità su se stessi e sui propri comportamenti più spontanei, questa è la posta in gioco definitiva del “green pass”.

Per questo, da intellettuali impegnati a vario titolo nei campi delle scienze umane e sociali, facciamo appello a una presa di coscienza collettiva che si traduca in azione, razionale, pacifica ma energica, di risposta a questa sfida che rischia di trasformare per sempre, in senso distopico, le nostre società.

*Guido Cappelli, docente Letteratura italiana, Università Orientale, Napoli

*Giuseppe Germano, docente di Letteratura italiana presso l’Università Federico, Napoli

* Antonietta Iacono, docente di Letteratura italiana presso l’Università Federico, Napoli




AFGHANISTAN, GEOPOLITICA E NEGAZIONISMO

Malgrado il nostro dissenso su alcuni punti di ricostruzione storica della complessa vicenda afgana — vedi il giudizio sulla frazione Qhalk di Hafizullah Amin protagonista del tentativo rivoluzionario che maturò alla fine degli anni ’70 del secolo scorso —, volentieri pubblichiamo le riflessioni di un nostro lettore, poiché, al fondo, colgono la portata storica della sconfitta americana.

“Questa volta è toccato ai comunisti sovietici. E’ ora arrivato il turno degli oppressori americani” Abdullah Azzam (Peshawar 1989)

Gli americani se ne sono andati dall’Afghanistan. Tre quarti del mondo, forse anche di più, festeggia. Biden, Kamala Harris, Blinken e il Pentagono, pur essendo da mesi in dialettica metodologica, vedono bene da suprematisti, sterminazionisti e razzisti  quali sono, di uccidere sei bambini afgani con missili Hillfire R9X, bomba che non esplode ma trancia il corpo come fulmine. A reti unificate, gli analisti geopolitici di ogni tendenza e colore, tenuti forte a spalla dai complottisti “alternativi” ma anzitutto islamofobi che circolano con licenza di confondere nel Web europeo-americano, si affannano fiato in gola a spiegarci che non è una vittoria militare, quella dei “pezzenti” talebani contro il più grande esercito professionistico della storia umana. Hanno vinto i marines, non i figli del Mullah Omar!

Alcuni, forse in preda a estenuanti e penose sedute notturne di cognac invecchiato male, tentano addirittura di giustificare la più sonora e vergognosa sconfitta della storia americana come una geniale vittoria di Joe Biden in una ipotetica gramsciana “guerra di posizione” contro la Cina di Xi Jinping.

Renzo Guolo, onesto e preparatissimo professore in quel di Padova, islamogo di qualità notevole, spiega con lodevole buonsenso che abbiamo di fronte a noi, viceversa, la fine storica della ipocrita teoria della “supremazia” dei valori occidentali (Suprematismo Imperialista). Non è solo una sconfitta militare, per Guolo, ma politica; di valori e di civiltà. La grande rivoluzione nazionale afgana (1979-2021) è letta dal professore come una ondata storica di annientamento del Marxismo sovietico prima e dell’Americanismo suprematista in seguito, due differenti declinazioni del principio della superiorità storica occidentale o giudaico/cristiana. Il primo basato sull’anelito della giustizia sociale, il secondo sulla potenza militare tecnologica, ma entrambi validi solo per il piccolo e sempre più esiguo spazio occidentale della popolazione globale.

Confucianesimo, Islam, Nazionalismo panrusso, Hindutva sono in marcia verso il nuovo mondo e il nuovo secolo che è arrivato come tempesta dall’estate 2021.

«La “gloriosa” resistenza degli Afghani contro i sovietici negli anni Ottanta era già opposizione a un sistema di governo percepito come occidentale. Così giustamente era interpretato, fuori dalla logica del bipolarismo, il comunismo. Ben lo sapeva Abdullah Azzam, il leader ideologo dei combattenti panislamisti che popolavano i campi di Bin Laden, che teorizzava sin da allora: “Questa volta è toccato ai Comunisti, poi sarà il turno degli Americani”. Pressochè nello stesso periodo la Rivoluzione iraniana era caratterizzata da slogan come “Né Est, né Ovest” inneggianti a una terza via tra le due varianti conflittuali della cultura occidentale di allora. Ma per uscire dal mondo della Mezzaluna, basta guardare alla Cina che, in cerca di una soluzione alla stagnazione economica e per compiere la sua seconda rivoluzione, non si affida al liberismo mercatista ma un capitalismo di stato sorretto più che da un’ideologia occidentale ridotta a mera facciata, il marxismo, all’autorità del partito che assorbe in chiave politica l’eredità confuciana». (1)

Trump e Putin potrebbero essere allora considerati l’ultimo tentativo storico di ridare fiato alla logica bipolare internazionale di Yalta? Se così fosse, ipotesi da tenere presente, ancora una volta l’invitta trincea afghana ha spezzato i sogni di gloria dei potenti del mondo di ogni razza ideologia e religione. Il Gran Moghul Akbar diceva, nel XVI sec., che nessuno si può ritenere padrone dell’India se non ha in mano Kabul. I secoli successivi mostreranno addirittura, come accennava genialmente Trotsky in un passo affrettato e mai più elaborato, che nessuno si potrà ritenere padrone del mondo se non possiede la chiave del Khyber Pass. Quando l’Impero Britannico egemonizzava il mondo, la culla del movimento insurrezionale che si proiettava nel cuore dell’Impero, l’India, la troveremo proprio nella zona storicamente più calda esistente, nella provincia di Nangarhar a sud est di Kabul. Negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale, gli sforzi dei fascisti italiani di egemonizzare il “Cuore del Mondo” si scontrarono contro il geloso Neutralismo pathan dell’illuminato sovranista Mohammed Nadir Shah, ucciso nel 1933 da un militante di etnia hazara, che intendeva così protestare contro il nazionalismo pashtun a cui si ispirava Nadir, padre dell’Afghanistan.

Così negli anni a cavallo del conflitto mondiale, se sovietici e inglesi si tennero a debita distanza dall’Afghanistan (il patto di Sa’dabad del luglio 1937 ebbe nei fatti esclusivo valore formale, ripudiato dall’elite combattentistica di Kabul), fascisti e nazisti, spenta ogni ipotesi di egemonia, poterono utilizzare l’Afghanistan esclusivamente come retroterra strategico in sostegno del nazionalismo indiano o islamico anti-britannico. L’incapacità del fascismo di penetrare a fondo il movimento nazionale afgano, disse profeticamente l’orientalista Tucci che non era di certo un negazionista come gli odierni analisti ma un buon realista che definiva sconfitta una sconfitta e vittoria una vittoria,  avrebbe preluso alla catastrofe militare del regime italiano.

Arrivando ai nostri giorni, in seguito al rovesciamento della monarchia operato da Mohammed Daud Khan nel 1973, fallisce il tentativo di modernizzazione politica neutralista su base repubblicana, né filosovietica né filoamericana, a causa dell’offensiva marxista messa in moto dal Partito democratico popolare dell’Afghanistan. Il marxismo afgano era frazionato in due linee, l’una che possiamo considerare “kemalista”, nazionale e, nei fatti, antisovietica che faceva riferimento a Hafizullah Amin (fazione Khalq) (2), l’altra collaborazionista, internazionalista e filosovietica che faceva riferimento a Nur Mohammad Taraki e Babrak Karmal (fazione Parcham). Entrambe le linee, a parte la dialettica metodologica, esprimevano la tendenza storica della “rivoluzione democratico-borghese” in quanto non raccolsero mai il consenso delle classi contadine e più povere, per le quali modernizzazione non doveva significare kemalismo o marxismo ma, viceversa, “nazionalizzazione islamica”.

In realtà la fazione Khalq si poneva se non altro il problema della socializzazione politica delle masse contadine, ma il secolarismo di scuola progressista e occidentale con cui avanzava era la peggior carta da visita che potesse esibire ai contadini dei villaggi. Dopo l’inizio della guerra civile afgana tra il governo Karmal, che fece poi fuori la fazione Khalq, e gli insorti islamici dalla fine del 1979, più di un quarto della popolazione, ben sei milioni di afgani, in larghissima parte dei casi contadini o braccianti, fuggirono in Pakistan e nell’Iran dell’imam Khomeyni per organizzare la resistenza.

Le letture che poi saranno date della “Resistenza afgana” nella letteratura occidentale saranno fuorvianti e penose. Si faceva credere, nella gran parte dei casi, che i militanti islamici combatterono e morirono per la gloria di Ronald Reagan e del Partito repubblicano statunitense. Ma l’imperialismo statunitense è fuggito da Kabul, ora fuggirà dall’Irak e da tutto il Medio Oriente, i nazionalisti afgani e i credenti islamici sono ancora lì e lì rimarranno. Possiamo quindi affermare, in base al pur minimo realismo storico, che quel metodo di analisi che ancora imperversa è fallace, pericoloso, unilaterale, fondamentalmente americanistico e eurocentrico. Cioè ottocentesco o al massimo novecentesco. Del mondo che è crollato. Il pezzente, anche se martire, anche se dona il sangue, anche se contadino astuto che sa leggere i ritmi del cielo e della terra, rimane per questi analisti un pezzente che non può farsi gioco di un progressista marine lgtbq di San Francisco o di un generale, anch’egli arcobalenato, del Pentagono. Siamo di fronte a un negazionismo geopolitico che nega la realtà e la sconfitta anche quando è ormai palese e evidente.

La storia la scrivono i vincitori. Gli americani ci hanno raccontato la storia del Novecento e il romanzo delle cioccolate agli sciuscià ai bassifondi e degli indomiti bombardamenti di milioni di civili per esportare le democrazie. E’ molto difficile, allo stato attuale, che possano raccontarci anche la storia di questo secolo, divisi come sono ormai nella contrapposizione interna di civiltà tra conservatori sovranisti e progressisti woke transgender, al punto che l’ideocratica “democrazia di Dio” – che non si capisce più ormai cosa sia da almeno un decennio se non prima– va lasciando ogni giorno di più spazio all’armonia differenzialista e non invasiva confuciana. Prescindendo qui dal fatto che i talebani nacquero negli anni ’90 in totale opposizione proprio ai signori della guerra dell’Alleanza della Nord – ci riferiamo al Jabha-yi Muttahid-i Islami-yi Milli bara-yi Nijat-i Afghanistan, Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan sostenuto militarmente dal Pentagono -, prescindendo inoltre dal fatto che i talebani, per la prima volta nella storia contemporanea dei governi afgani, misero al bando la coltivazione delle droghe, consentendone in taluni casi solo il passaggio tra le frontiere, noi oggi riteniamo di poter leggere la grande vittoria storica del Movimento afgano come una vittoria di quell’identità nazionale e culturale che si è sempre più rivelata – negli ultimi due secoli almeno – la “sentinella della terra”.

Torneremo nei prossimi giorni eventualmente sulla guerra politica e di civiltà che si apre tra il futuro governo nazionalista talebano, che tratterà da ora con la Cia e con il Pentagono da pari a pari in una normale relazione di stati sovrani, e il globalista “Stato islamico” o sulla ricomparsa a Kandahar del “principi dei credenti”, la guida suprema Haibutallah, che l’intelligence americana aveva dato erroneamente per morto.

Qui si voleva specificare come il negazionismo geopolitico che imperversa nelle tv e nel Web sia in realtà, consapevole o meno, uno strumento della guerra psicologica e di civiltà del Pentagono stesso. Gli Usa sono stati sconfitti. Il mito della “grande democrazia di Dio” statunitense e della invincibilità del Pentagono è frantumato sulla trincea afgana.

Nel 1562 Abu Fadil disse: “Quello dei grandi Stati d’Europa che riuscirà a possedere il territorio afgano, sarà dominatore di tutta la parte del globo che va dal Mar Caspio e dal Golfo Persico fino all’Oceano Indiano e al Mar Giallo”.

Historia magistra vitae. Geopolitica uguale negazionismo.

NOTE

  • Guolo, La lezione di Kabul alla nostra superiorità, “L’Espresso” 29 agosto 2021, p. 19.
  • Va considerato che Amin, che diventò marxista nelle università americane, era un fanatico islamofobo e disprezzava il codice Pashtun ancor più del marxista medio afgano.



EPURARE IL MOVIMENTO di Moreno Pasquinelli

Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io

«Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale che garantisce il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini. Chi decidesse di interromperlo arbitrariamente violerebbe la legge».

Sembrerebbe un sacrosanto j’accuse contro le misure restrittive e di Stato d’emergenza adottate dal governo Conte e poi potenziate da quello Draghi col “Green Pass”. Invece no, è quanto scrivono ieri, in un comunicato ufficiale Cgil, Cisl e Uil Trasporti in merito al proclama con cui “Basta Dittatura” (canale Telegram amministrato da loschi provocatori) invita per oggi a bloccare le stazioni ferroviarie. Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere che gli stessi sindacati, che non hanno alzato un dito quando il governo ha letteralmente abolito assieme a quello della mobilità sostanziali diritti di libertà, oggi facciano la voce grossa.

Come se non bastasse, ancora una volta un ex-sindacalista e ora araldo di +Europa, Giuliano Cazzola, in diretta TV, invoca un nuovo Bava Beccaris a ”sparare sui no vax”. Non si tratta solo di istigazione alla violenza (punibile in base all’art. 604bis c.p.), siamo davanti all’invocazione stragista. Non illudetevi che ci sia un magistrato che deciderà di metterlo in galera. Non ci sarà come non ci sono stati magistrati che, malgrado le tante e argomentate denunce, abbiano trovato il coraggio di mettere sotto accusa governi, ministri e politicanti che hanno palesemente violato leggi dello Stato e la stessa Costituzione.

In galera finiranno invece di sicuro coloro i quali, magari in buona fede, aderendo all’appello di “Basta Dittatura”, bloccheranno oggi, da qualche parte, stazioni ferroviarie e binari.

L’annunciato blocco è una vera e propria manna per un governo in grande difficoltà davanti ad un movimento che in queste settimane è andato crescendo, e alle prese con gli intoppi della campagna vaccinale. Gli consente di trasformare una vicenda tutta politica in questione di ordine pubblico.

Ecco che ci spieghiamo come, da alcuni giorni, è stata scatenata ad arte una vera e propria campagna di criminalizzazione contro il movimento No Green Pass”. Vecchia e collaudata tecnica made in Italy quella della Strategia della tensione. La differenza è che nei tempi andati ci volevano una strage o dei morti nelle piazze per scatenare la repressione, ora, a conferma dei tempi minacciosi che viviamo, basta l’annuncio di blocchi ferroviari. Come ogni Strategia delle tensione essa va fatta precedere dalla campagna propagandistica del fango e della criminalizzazione del movimento. Ecco quindi che i giornaloni in edicola oggi affermano che il movimento sarebbe “guidato dall’estrema destra”. Una menzogna ovviamente, ma tutto fa brodo per sputtanare le proteste e isolare il movimento.

Non che non siano giustificate azioni di protesta contundenti tese a inceppare la macchina della nascente dittatura. Ma ciò che è moralmente e teoricamente giustificabile non per questo è fattibile e ammissibile politicamente. Chi dirige un movimento deve ben calcolare le mosse, e questo implica intelligenza, maestria, senso della realtà. Deve tenere conto dei rapporti di forza tra esso e il nemico e, soprattutto avere contezza della natura del movimento stesso, delle sue peculiarità. Ogni azione produce una reazione. Se si decide di alzare il livello dello scontro bisogna essere attrezzati alla eventuale risposta del nemico. Questo movimento appena nato sarebbe in grado di tenere testa ad un’eventuale dura offensiva del governo? La risposta è no, e se la risposta è no vanno evitate velleitarie fughe in avanti.

Non stiamo parlando agli occulti personaggi che giocano ad estremizzare le forme di resistenza. Non dialoghiamo coi provocatori.  Noi vogliamo mettere in guardia gli attivisti che dovessero cadere nella loro trappola. Che il movimento fosse stato infiltrato lo avevamo detto già nei mesi scorsi. Questo è il momento di separare il grano dal loglio. Se il movimento non saprà epurarsi presto dai provocatori e dagli avventurieri, se non sarà capace di sbarazzarsi degli azzeccarbugli, esso andrà incontro, per la gioia del potere, ad una veloce sconfitta.

Occorre quindi lasciarsi alle spalle la fase della spontaneità, fisiologica di ogni movimento che muove i primi passi. Giunti a questo punto ogni culto impolitico della “spontaneità” è un assist al governo. Come abbiamo detto l’entusiasmo deve diventare tenacia. Bisogna ficcarsi bene in testa che abbiamo una lunga e difficile Resistenza davanti e non illudersi di ottenere qualche clamorosa vittoria. E Resistenza implica organizzazione, visione politica, direzione.

Fonte: liberiamolitalia.org




NON CADREMO NELLA TRAPPOLA DELLA SPIRALE DI VIOLENZA E CONTRO-VIOLENZA

«Non cadremo nella trappola della spirale di violenza e contro-violenza»

Comunicato stampa 30 agosto 2021

E’ sotto gli occhi di tutti, contro il cosiddetto “green pass” e l’obbligo vaccinale, in difesa della libertà di scelta terapeutica e della democrazia, è sorto un grande movimento di massa.

Un movimento che vede la partecipazione consapevole dei più diversi soggetti sociali: dai lavoratori della sanità e della scuola, alle partite Iva, agli studenti.

E’ una nuova e tenace resistenza quella che sta sorgendo, essa può e deve crescere, espandersi acquistare forza e autorevolezza. Ma essa ha diversi nemici, esterni ma pure interni, anzitutto un potere tetragono deciso a fondare un nuovo regime autoritario e tecnocratico.

Visto che il terrorismo psicologico e le minacce non hanno fermato le proteste, il potere ha messo nel conto di usare il pugno di ferro per soffocare questo movimento nella sua culla. Sappia, chi detiene il potere, che noi non ci faremo intimidire.

Davanti ad una eventuale offensiva repressiva sapremo difenderci mettendo in campo vincenti azioni di disobbedienza civile di massa. Non cadremo quindi nella trappola della spirale di violenza e contro-violenza.

Per questo, pur sentendoci vicini al sentimento di rivolta di tanti cittadini, denunciamo apertamente coloro i quali, si tratti di soggetti nascosti dietro all’anonimato o sciagurati personaggi che si muovono tra ambienti avventuristi e di malavita, vanno lanciando azioni di forza bellicose: dai blocchi delle autostrade e delle stazioni ferroviarie, agli assalti al Parlamento.

Per un movimento che sta muovendo i primi passi questa fuga in avanti sarebbe un suicidio e presterebbe il fianco proprio al potere che non vede l’ora di fermare i moti di rivolta.

Per questo, mentre condanniamo questi esagitati, invitiamo tutti i cittadini risvegliati a non seguire le loro indicazioni ambigue e velleitarie ed a proseguire nelle mobilitazioni in corso, città per città, fino alla grande manifestazione nazionale del 25 settembre a Piazza San Giovanni a Roma.

Certo che dovremo bloccare la macchina diabolica del potere, ma potremo farlo quando saremo in grado di avere con noi milioni di cittadini consapevoli e ben organizzati. E quando saremo milioni tutto sarà possibile, anche la resa dei conti con i criminali abusivi che occupano le istituzioni della Repubblica.

Fronte del Dissenso

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DECRETO IMFAME di Giorgio Agamben

Due nomi da tenere a mente: Alessandro La Fortezza, Andrea Camperio Ciani. Sono due docenti che sono pronti a dimettersi dall’insegnamento perché rifiutano il green pass come strumento di discriminazione sociale. Qui alcune parole che hanno scritto, il primo in una lettera aperta ai suoi studenti, il secondo nella lettera di dimissioni al rettore dell’Università in cui insegna.

«Cari ragazzi, a giugno ci eravamo salutati con un “arrivederci”, invece oggi devo dirvi che forse a settembre a scuola non ci vedremo… Farò il vaccino quando e se sarò convinto che sia la cosa giusta da fare, non certo per andare al ristorante, ad un concerto o dove che sia. Nemmeno per conservare il posto di lavoro. Ricordiamoci che “non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt. 4,4) … se anche un domani dovessi decidere di vaccinarmi, oppure se sentissi la necessità di sottopormi ad un tampone diagnostico, non scaricherei comunque il passaporto verde, affinché le mie scelte individuali, quali che siano, non diventino motivo di discriminazione per chi avesse fatto scelte differenti».

«Collega Rettore, (non uso superlativi per ciò che segue), io sottoscritto Andrea Camperio Ciani, professore ordinario di codesta libera Università degli studi di Padova, avendo appreso dal decreto rettorale dell’obbligatorietà della tessera green pass per svolgere lezioni, dichiaro formalmente, a lei, e per conoscenza al ministro dell’Università Maria Cristina Messa ed al Ministro della Sanità Roberto Speranza, che avrò l’onore e la dignità di rimettere davanti a lei il mio green pass».

Due esempi, che se fossero seguiti dagli altri docenti, toglierebbero ogni valore all’infame decreto di un governo che discrimina come cittadini di seconda classe chi rifiuta il green pass, nello stesso momento in cui, con un apposito decreto (n. 44/2021, ora convertito in legge) si è esonerato da ogni responsabilità in caso di morte o di lesione causata dai vaccini. È tempo, sia per i docenti che per gli studenti, di ritrovare, dopo due anni di stato di eccezione e di annullamento di tutte le più elementari libertà, quella coscienza politica che sembra scomparsa dalle scuole e dalle università.

* Fonte: Quodlibet




PUNTO DI SVOLTA di Moreno Pasquinelli

Anche ieri.

Anche ieri, sabato 28 agosto, molte piazze hanno protestato contro il cosiddetto “Green Pass”. E con ieri fa un mese di mobilitazioni per dire no allo Stato d’emergenza, alla segregazione sanitaria, al regime della sorveglianza di massa. Tre no che stanno per tre sì: alla libertà, ai diritti costituzionali, alla giustizia sociale.

Spicca non a caso, tra le diverse mobilitazioni, quella di Milano. Piazza Duomo pressoché gremita. Le 30mila persone, la manifestazione di ieri è stata la più grande dall’inizio dell’incubo pandemico.

Un risultato straordinario, per certi versi inatteso anche per noi.

Un evento che lancia un doppio segnale, al governo anzitutto ed ai fantocci politici che lo sostengono, come pure al movimento di massa che si è messo in moto a fine luglio.

Al governo dice che più esso insiste nella campagna di terrorismo vaccinale, più ricorre a trucchi ed atti di forza illegali, più insiste nelle minacce; più la nuova resistenza si estende, guadagnando consensi.

Sappiamo di essere una minoranza, ma una minoranza che va crescendo in quantità ma pure in qualità, in consapevolezza.

Consapevolezza di cosa?

Della straordinaria importanza del passaggio politico che stiamo vivendo.

Si fa strada la coscienza che lo shock pandemico è stato orchestrato per giustificare l’avvento di un regime di assolutismo tecnocratico dove non ci sarà posto per la democrazia ed i diritti di libertà, dove i lavoratori diventeranno nuovi servi della gleba. Che il “Green Pass” è solo il primo passo verso un sistema cibernetico nel quale la vita di ognuno dipenderà da cosa contiene il proprio Qr-code, con tanto di meccanismi di rating e punteggi in cui le persone saranno classificate in base al loro tasso di obbedienza o di disobbedienza al nuovo regime.

Inizia a farsi largo l’idea che siamo alle soglie di una vera e propria svolta di civiltà, che all’incubo della loro “distruzione creativa” occorre opporre quella che abbiamo chiamato “conservazione creativa”. I dominanti vogliono tenersi l’acqua sporca e uccidere il bambino della democrazia sociale, bisogna invece salvare il bambino e sbarazzarsi dell’acqua sporca di questo capitalismo predatorio e tecnocratico.

Al movimento l’evento di Piazza Duomo dice quindi che esso può e deve compiere un salto politico, quello dal dissenso all’opposizione a tutto campo, dal ribellismo alla rivolta sociale organizzata.

Di qui l’importanza della coalizione costituitasi a fine luglio, l’alleanza tra i diversi soggetti che hanno promosso le manifestazioni del 31 luglio a Roma e del 28 agosto a Milano.

Questa alleanza, sorta come fronte di scopo (no al “Green Pass”), è chiamata per prima a dimostrare di essere capace di fungere da incubatrice della nuova opposizione anti-sistema.

C’è solo da augurarsi che questo salto sia possibile.

Fonte: Liberiamo l’Italia




LA STRAGE DI KABUL

Riceviamo da un lettore

* Nella foto combattenti dello Stato Islamico della provincia del Khorasan

Perché non crediamo nel complotto

Il 26 agosto 2021 ambienti di peso dell’intelligence di Mosca dichiaravano che dal maggio 1945 per la prima volta nella storia il potere imperiale statunitense perdeva la sua supremazia globale. E’ un fatto definitivo. La sconfitta americana del 2021 ha quindi, per i militari nazionalisti russi, un valore centrale e decisivo nella storia contemporanea. Non si parla, per ora, di mondo multipolare avanzante o di “Secolo Confuciano Cinese” o di “Offensiva controegemonica nazionalista e antimperialista Russo/Indiana”, ma di fine della supremazia mondiale statunitense. Questo è perciò l’elemento fondamentale da cui ripartire.

Poche ore dopo scoppiava la strage di Kabul. La dinamica della strage è ancora molto confusa e poco chiara. Il bilancio attuale è di 13 marines uccisi, 48 talebani caduti in battaglia contro l’ISKP (1) e un numero imprecisato di civili, a nostro avviso purtroppo si andrà oltre i 120 (2). La dinamica dell’attentato rimanda allo stile Isis. Il primo attentatore suicida si è fatto esplodere nel canale fognario che viene usato in questi giorni per accedere all’Abbey Gate aggirando i varchi controllati, ovvero per accedere al punto di ingresso, un tempo britannico, dell’Hamid Karzai International Airport. Le pareti del canale hanno inevitabilmente amplificato quello che si definisce in termini fisici il paradosso idrodinamico macerando corpi e brandelli di residuali pelli smembrate in un vortice di rovine e sangue a cui gli afghani sono purtroppo abituati. Poco dopo la prima esplosione abbiamo un secondo evento nella Darulam Road: i miliziani taliban corrono alla controffensiva e affrontano con ammirevole e puro eroismo patriottico, con totale sprezzo del pericolo i terroristi dell’Isis, che hanno cariche di esplosivo pronte a deflagrare, andando incontro alla morte sicura e certa per salvare donne e bambini Pathan e l’onore stesso della gente Pashtun (3). I giovani militanti talebani cadono a decine, facendosi dilaniare dagli esplosivi messi in azione dai terroristi, proprio per salvare quei “civili” che stanno fuggendo, quei “civili” che in realtà sono stati quasi totalmente negli anni recenti al servizio del nemico di civiltà e sul libro paga dell’invasore americano e occidentale. “Civili” quindi che in gran parte dei casi hanno operato su lauto compenso in azione di controspionaggio dei servizi angloamericani e occidentali. Pare che in seguito vi siano state altre esplosioni, ma si tratterebbe di esplosioni controllate, una sorta di disinnesco di ied da parte degli stessi marines. Va precisato, riguardo ai molti commenti un po’ superficiali di fior di analisti che andiamo leggendo in queste ore, che farsi esplodere in un contesto di massa di civili non corazzati e non addestrati è facilissimo. Basta una persona che vuole ottenere lo scopo e si ottiene il massimo risultato. Incolpare la sicurezza talebana per questo è francamente fuori dal mondo.

Aeroporto di Kabul

I talebani andrebbero semmai accusati per aver implicitamente accettato le condizioni di Joe Biden e del Pentagono di fare dell’aeroporto il punto di smistamento di massa e di evacuazione. I taliban avrebbero potuto usufruire dell’esperienza acquistata sul campo dal controspionaggio che ora fugge in massa da Kabul, cercando di trattenerlo a Kabul con serie proposte di rinascita nazionale e economica e evitando la fuga di massa che ha fatto il gioco della propaganda neo/colonialista. Per il resto, negli ultimi dieci anni attentati di questo tipo si sono verificati con tragica e sorprendente regolarità a Kabul. Ora abbiamo in Occidente un pianto collettivo isterico solo per la tremenda figura morale e d’immagine fatta da Joe Biden e dalla Kamala Harris o perché si ha la consapevolezza che questo evento significa la sconfitta del potere mondiale statunitense. Quando dal 2001 a oggi morivano ogni anno migliaia di bambini afghani di ogni etnia e religione, anche cristiani, per mano di terroristi o presidenti democratici insigniti del Nobel per la Pace non fregava nulla a nessuno, nemmeno al “papa buono” che ha una lacrimuccia per tutti, anche per il movimento gender! Quindi evitiamo di cadere nei tranelli mediatici neocolonialisti, neosuprematisti e neorazzisti.

La strage e la lotta di fazione nel movimento talebano

L’Isis (ISKP) compariva in Afghanistan nel 2015. Le uniche forze che sono riuscite a sconfiggerlo, dopo i tentativi falliti del governo Ghani e dei marines statunitensi o dei militari britannici, sono state le “unità della fede” del movimento talebano. Tale vittoria, più di tutto il resto, ha sancito e legittimato la affermazione regionale del movimento talebano con gli invasori americani più volte sconfitti sul campo dall’ISKP. Va compreso che abbiamo tre fazioni egemoni nel movimento talebano: la componente politica “nazionalista” e pragmatica del Sud, che è la più forte e quella si è anche imposta sul campo negli anni, forse la più fedele al movimento originario del Mullah Omar; la componente alternativa del Sud/Est (Haqqani) e quella del Nord (più estremista sul piano religioso, comprendiamo in questo fronte la stessa Shura di Peshawar), che contestano alla fazione meridionale “nazionalista e possibilista” il diritto di controllare il processo decisionistico politico finale. Si noti che la conquista di Kabul (15 agosto) da parte degli Haqqani e di quelli dell’Est rimane tuttora enigmatica. In realtà, data l’esperienza e l’antica militanza sul campo, spettava ai meridionali “liberare” simbolicamente la capitale. La presenza inaspettata dei talebani dell’Est ha fatto sorgere le prime frizioni interne e il sospetto che i servizi pachistani (ISI) abbiano giocato un ruolo decisivo in questo effetto sorpresa contro “i politici” del Sud. Gli Haqqani sono peraltro gli afghani più vicini allo stesso Movimento dei Talebani pachistani (TTP) ed è probabile che i servizi di Islamabad, nonostante perseguitino in loco i loro talebani, tentino di utilizzare gli Haqqani nella tradizionale logica del divide et impera dell’Afghanistan. La strage potrebbe ridefinire perciò i rapporti di forza interni al movimento, dando più fiato e più peso agli estremisti religiosi contro i possibilisti politici. Qui si potrebbero inserire i neocon e il Pentagono. Speriamo di no ma i presupposti vi sono tutti.

La strage e il contesto internazionale     

La strage non è un complotto o se vi fosse stata l’ipotesi operativa di complotto la potremmo dichiarare tranquillamente fallita. Il Complotto è la guerra di civiltà in corso dal 2001. Joe Biden, debole e mortalmente ferito nel suo orgoglio di grande imperialista americano che non può più fare l’imperatore perché il suo posto è occupato (Xi Jinping), ha però con assoluta determinazione precisato che vi sarà vendetta ma isolata e circoscritta, ammesso e non concesso il nuovo governo di Kabul dia il permesso allo straniero di varcare le frontiere del Waziristan. Speriamo proprio di no: starebbe al Movimento talebano, come ha già fatto negli anni recenti, decapitare e annientare sul campo il terrorismo. Joe Biden, Kamala Harris, Blinken e il Pentagono, per quanto in un modo che denota tutta la spaventosa decadenza dell’americanismo imperialista, seguono nei fatti la linea nazionalista, autarchica, keynesiana e non interventista di Donald Trump. Chi parlava nel novembre 2020 di un possibile Obama III alla Casa Bianca, con Biden e Kamala, ha sperimentato in questi mesi una doccia non solo ghiacciata, ma di più!, sull’epidermide. Obama, il Potus dei neocon, fu in sostanza un Bush III e un Bush IV. Biden/Harris è invece un Trump II, un nazionalismo americano puro con tutto il corollario ideologico e retorico di classe media forte e assistita non troppo inquinata dagli immigrati (Harris dixit Giugno 2021). E’ vero, ci mancherebbe, che ora il Pentagono tenterà di controllare il “Cuore del Mondo” – lo strategico crocevia afghano – tramite compagnie finanziarie e tecnologiche private o tramite una permanente guerra civile che danneggi la Cina, ma non sarà chiaramente lo stesso ammesso, e dubitiamo, vi riuscisse. E’ vero, che ora i Democratici Biden Harris Blinken e il Pentagono tenteranno un’alleanza strategica esplicita con i settori più estremisti del movimento talebano per azzoppare la fazione pragmatica e nazionalista del movimento, ci può stare. ma dubitiamo sui risultati certi che molti già vi vedrebbero. Perché non sarà lo stesso? Perché il 2021 è una data spartiacque? Va considerato che l’odierna guerra mondiale, ancora più delle due guerre dello scorso secolo, è una guerra totale di informazione, conoscenza, servizi e controllo di dati. Ben oltre i droni e le tecnologie. Non aver il possesso diretto e immediato del flusso decisivo di info/dati/servizi/movimenti in un crocevia strategico come l’Afghanistan significa essere di fatto sconfitti e estromessi. Starà ora ai confuciani cinesi mostrare di essere all’altezza del loro compito strategico. Russi, indiani, turchi e defilati gli stessi americani attendono Xi Jinping al varco. Vedremo, solo negli anni futuri, se la odierna sonora sconfitta statunitense è una ritirata strategica, una eclisse o un vero e proprio tramonto dell’Impero.

Note

  • ISKP è la sigla dell’Isis afghano: Stato Islamico della provincia del Khorasan è appunto il braccio afghano dell’Isis.
  • Fonti pakistane e russe parlano di 48 talebani caduti in battaglia contro il terrorismo, fonti americane invece di 29 talebani uccisi dall’ISKP.
  • Si consideri che le frazioni meridionali, più nazionaliste in senso pathan, del Movimento Talebano considerano l’Isis un movimento arabo/occidentalizzato, nichilista, terrorista, violento e perciò del tutto estraneo alla dimensione sacrale della civiltà musulmana.



IL 28 AGOSTO TUTTI A MILANO! di Liberiamo l’Italia

I Decreti legge che istituiscono il “Green Pass” rappresentano un salto di qualità nel tentativo delle classi dominanti di istituire non più solo uno Stato di Polizia, ma uno Stato di Polizia fondato su una meccanismo di segregazione sociale.

E’ questa consapevolezza che spiega perché, dalla fine di luglio, il movimento contro lo stato d’emergenza ha compiuto anch’esso un salto di qualità, è diventato infatti un vero e proprio movimento di massa con settori del mondo del lavoro dipendente (sanità, scuola, ecc) che ne sono i protagonisti.
A conferma di questo avanzamento è l’entrata in scena degli “Studenti contro il Green pass”, i quali stanno stimolando la protesta di tanti docenti disobbedienti.
Data la posta in palio, il movimento deve rafforzarsi e per farlo ha bisogno di meglio organizzarsi, di strutturarsi, di attrezzarsi ad una lotta che sarà difficile e lunga. Occorre trasformare l’entusiasmo in tenacia, la ribellione in resistenza strategica.
In questa direzione va lo sforzo della alleanza costituitasi tra Fronte del Dissenso, No Paura Day, 3V, Ancora Italia, Primum Non Nocere.
Il battesimo pubblico di questa neonata alleanza è avvenuto con la manifestazione del 31 luglio svoltasi a Roma.
Il secondo passo verrà compiuto domani a Milano, in Piazza Duomo.
Liberiamo l’Italia, in quanto facente parte del Fronte del Dissenso, aderisce a partecipa alla manifestazione di domani, che ci auguriamo sia un successo e dia una spinta a tutto il movimento di protesta, affinché esso diventi più forte e organizzato.