1

NON E’ IL VIRUS A FARE PAURA di Leonardo Sinigaglia

“Vorrei cominciare ringraziando prima di tutto”. Inizia così il premier Giuseppe Conte il suo discorso, con il quale annuncerà il totale “lockdown” per l’Italia.

Conte ci ringrazia, ci fa sapere che i nostri sforzi non sono vani, che “l’Italia sta dando prova di essere una grande nazione”, che tutto il mondo guarda a noi, si magari anche come quelli appestati, ma anche come quelli che più di tutti stanno combattendo il coronavirus.

E qui vediamo il Conte “padre della Patria”, che sta guidando il paese in un momento difficile, e che è orgoglioso perché i suoi cittadini stanno seguendo le sue disposizioni. Ma come ogni padre, anche Conte sa che ogni tanto serve un po’ di disciplina. Sa che un paese “grande e moderno” come il nostro non sarebbe stato pronto ad un cambiamento improvviso e subitaneo del suo stile di vita, in un azzeramento immediato delle libertà politiche, associative, individuali…ed eccolo spiegare che quindi lui, previdente, ha voluto fare tutto per gradi.

Ha prima chiuso le scuole per una settimana, così, per precauzione.

Poi, mentre la Lombardia veniva isolata, ha esteso la chiusura a tutta Italia.

Ma non bastava: tutto il paese andava bloccato. “Ora, questo è il momento di compiere un passo in più. Quello più importante”. Ed eccolo quindi sospendere tutte le attività commerciali. Proprio tutte?

No, gli interessi della Confindustria saranno salvaguardati. Saranno chiuse le parrucchiere, i ferramenta, i negozi di vestiti. Operai, commessi, fattorini continueranno ad andare a lavorare regolarmente, il pericolo per loro non esiste, per loro, accalcati sul lavoro o negli autobus, basta un pochino di gel igenizzante, mentre per tutti gli altri è quarantena.

Ma non preoccupiamoci, mentre noi siamo chiusi nelle nostre case qualcun’altro si prenderà cura del paese, l’Italia sarà protetta. Anzi, diverrà proprio “l’Italia Protetta”.

Con questa inquietante locuzione il premier Conte sta de facto sospendendo ogni libertà democratica e costituzionale, sta sopprimendo qualsiasi dissenso, sta gettando i prodromi di una dittatura.

Scioperi stanno sconvolgendo l’Italia, ci sono stati 14 morti in rivolte scoppiate all’interno delle carceri, spacciati per overdose quando i 40 feriti fra i secondi sono indizio di violentissimi scontri, sono centinaia e centinaia i morti causati dai tagli fatti in nome dell’austerità e dell’onanismo mercatofilo.

Di questo Conte non ha parlato.

Non ha detto una parola sui milioni di italiani che da oggi non avranno più una fonte di reddito garantita, dai piccoli imprenditori fino ai lavoratori a chiamata.

Sono sacrifici necessari.

Occorre ora stare distanti “per abbracciarci con più calore domani”. Poco importa se questo calore non sarà già quello di un abbraccio fraterno, ma quello della morsa di un autocrazia che, invocando lo stato di emergenza sdoganato da Conte, ci condannerà forse al periodo più buio della nostra storia.

Fonte: giovineitalia.org




LA QUARANTENA E’ UN TEST SOCIALE di Paolo Becchi

La politica ha oggi anche a che fare con la vita degli individui, la “nuda vita” in senso biologico. È un fatto risaputo, almeno da quando essa si è fatta “biopolitica”, ossia – secondo il significato che tale espressione ha ricevuto dalle analisi di Michel Foucault – potere che pone quale oggetto della sua regolamentazione, delle sue discipline, la vita delle persone. Non sempre è stato così. Soltanto, infatti, a partire dalla metà del XVIII secolo il potere politico ha cominciato ad occuparsi, ritenendolo un proprio problema, di questioni legate ai processi biologici che riguardano gli individui: la nascita, la durata della vita, la mortalità, lo stato di salute del “corpo” sociale, e così via. In questo senso il potere politico si è definito attraverso tutta una nuova serie di interventi e di controlli regolatori sulla popolazione, in relazione a questioni, come quelle ricordate, che, nei secoli precedenti, erano state, in fondo, estranee al campo di azione del “politico”.

Nell’arco di due secoli, sappiamo dove siamo ormai giunti: lo sviluppo tecnico-scientifico e le scoperte della medicina rendono ormai possibile manipolare la vita con un campo di possibilità fino a pochi anni fa impensabili. Ed il potere, il bio-potere, viene perciò chiamato a controllare, regolamentare, decidere dell’inizio e della fine della vita in modi inediti – si pensi all’ingegneria genetica, alla fecondazione assistita o alle tecniche di differimento della morte.

Pochi mesi fa, un virus si è diffuso rapidamente in Cina – per la verità, non si sa bene se per cause del tutto naturali o per possibili intrecci con l’attività di qualche laboratorio biochimico. Non faremo i complottisti. Non ci interessa. Epidemie sono sempre possibili e grazie alla globalizzazione pure le pandemie: la Cina è lontana ma il virus non conosce frontiere e diventa in poco tempo “globale”. La Cina è vicina, dunque, ma non nel senso in cui i vecchi maoisti italiani intendevano.

“Che fare?”, si sarebbe chiesto Lenin. Il paradosso è che, proprio nel momento in cui la politica, nel farsi bio-politica, deve affidarsi alle conoscenze scientifiche, a “saperi” che le sono esterni (medicina, biologia, chimica, etc.), ecco che questi “saperi” si rivelano, inaspettatamente, incapaci di fornire risposte e soluzioni ai problemi. Giornali e televisioni ospitano ogni giorno interventi di scienziati ed esperti che non sono d’accordo su nulla, o quasi, divisi tra chi grida al disastro incombente e chi sostiene che si tratti di una banale influenza. Come ha ricordato pochi giorni fa un comico, l’unica cosa su cui sembrano tutti d’accordo è che bisogna lavarsi le mani frequentemente. E che la soluzione sarebbe un vaccino, ma che ci vorrà del tempo per realizzarlo.

La politica, però, deve agire comunque. E così dopo aver fatto finta che il problema in Italia non esistesse, si è attivata, con dispositivi di “emergenza”: isolamento, chiusura del territorio, quarantena. Dalla sottovalutazione siamo passati all’alimentazione continua del panico. Il passo è stato breve e gli italiani si sono trovati, in ventiquattro ore, ridotti a topi di laboratorio, mentre lo Stato sperimentava su di loro le stesse politiche dello “stato d’eccezione”, applicate in Cina.

Se c’è qualcosa che questa epidemia ci ha già insegnato, non riguarda la medicina, ma la bio-politica: nello “stato d’emergenza”, gli italiani sembrano disposti a concedere tutto quanto richiesto dal potere, rinunciando senza fiatare alle loro libertà. I porti, certo, è meglio continuare a lasciarli aperti, ma lo Stato si sente libero di costringere migliaia di persone a non uscire di casa, di riprendersi i “pieni poteri” sulle Regioni, di incolpare il virus se il paese entra in recessione.

E poi ci sono i paradossi della globalizzazione: migliaia di immigrati clandestini possono liberamente circolare per il Paese, ma gli abitanti di Codogno devono rimanere chiusi, segregati nelle loro abitazioni.
Anche questo in fondo fa parte di questa logica dell’emergenza, del panico provocato dal governo e alimentato dai media: il “nemico” è il tuo vicino di casa che potrebbe infettarti. Sembra che gli italiani siano disposti a rinunciare a tutti i diritti “fondamentali” di cui tanto ci vantiamo tanto – pilastro delle società democratiche occidentali – non appena il governo paventi la “diffusione” del contagio.

Tutto è concesso, pur di non ammalarsi. Persino il diritto alle cure si è trasformato nel dovere di non ammalarsi, perché potresti contagiare gli altri. Certo, non voglio negare questo pericolo, ma c’è proporzione tra quello che stiamo facendo e l’epidemia in corso? I poteri che deleghiamo allo Stato per assicurare la nostra salute si sono progressivamente ampliati secondo una logica “securitaria” che, in casi come questo, mostra in fondo di non avere limiti. Vuoi la sicurezza, e allora isoliamo intere comunità, chiudiamo gli asili, le scuole e le università, i luoghi di lavoro e di svago, le biblioteche, i teatri, gli stadi e persino le Chiese. Il consiglio attuale dei difensori della “società aperta” è: chiudetevi in casa e non uscite sino al prossimo decreto del governo. È pazzesco, a farci cambiare stile di vita non c’è riuscito il terrorismo jihadista ma il virus cinese.

Fin dove il potere politico può spingersi, per assicurare che io non mi ammali? A questa domanda non c’è, ad oggi, una risposta, anche perché nessuno se l’è posta. Al contrario, tutto sembra indurre a pensare che siamo ormai pronti ad accettare che lo Stato si spinga fin dove voglia. Siamo diventati in Europa un laboratorio dove sperimentare, per la prima volta in sistemi democratici, le tecniche biopolitiche dell’emergenza e vedere come il popolo reagisce. E in segno di gratitudine l’UE è anche disposta a farci fare un po’ di deficit.

L’emergenza giustifica misure eccezionali. Ma non sono le misure eccezionali, in fondo, che danno la prova che siamo ancora in una situazione di emergenza, che essa non è mai ancora terminata? Quanto può andare avanti questo circolo? All’infinito, finché governo, giornali e media riusciranno a tenere in allarme la cittadinanza. E ci stanno riuscendo, oggi con messaggi rassicuranti, domani all’opposto con l’elenco crescente dei contagiati e dei morti e così via di seguito, senza fine.

In una città qualsiasi, d’improvviso, si diffonde un’epidemia, tutti col passare del tempo diventano ciechi in un modo peculiare, vedono bianco. È la storia di Cecità, il romanzo di José Saramago. Solo la moglie di un medico risulta immune. Il governo decide di rinchiudere gli infetti in un manicomio allo scopo di evitare il contagio. Ma a poco serve. Perché appunto alla fine tutti, tranne la moglie del dottore, diventano ciechi. Alla fine i ciechi guariscono senza alcuna ragione. L’epidemia se ne va così com’era sopraggiunta. Il medico dialogando con la moglie alla fine si chiede “perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà conoscerne la ragione. Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

Fonte: paolobecchi.wordpress.com




IL M.E.S. E LA TRUFFA A 5 STELLE di Gianluigi Paragone

Mancano cinque giorni alla riunione dell’eurogruppo di lunedì, che ha fissato come primo punto all’ordine del giorno il «political endorcement» per il Mes. La verità ne ha parlato con Gianluigi paragone, senatore del Gruppo Misto, protagonista di una recente clamorosa rottura con il Movimento cinque stelle. Siamo al redde rationem.

D. Con che mandato deve andare a Bruxelles Roberto Gualtieri?

R. «Se ci va con il mandato del Pd, ci va ovviamente per decidere nel senso più favorevole all’Ue. Se invece ci va col mandato pieno del governo, allora vorrà dire che il M5s sarà stato complice della decisione. Francamente non ho ancora capito la posizione del governo, e vorrei sapere una buona volta se è favorevole o contrario. Evangelicamente, direi: “sì o no, il resto viene dal demonio”…».

D. Facciamo un passo indietro. In epoca di Conte uno, il Mes ebbe un primo via libera senza il parere del Parlamento e un secondo via libera addirittura contro una risoluzione parlamentare. In epoca di Conte due, i giallorossi avevano enfatizzato la cosiddetta «logica di pacchetto» inserendola in un’altra risoluzione parlamentare. Ma ora è rimasto solo il «pacco» del Mes. Che deve pensare un cittadino?

R. «Purtroppo la materia è tecnica e difficile, e non è facile per i cittadini seguire ogni passaggio. Nel primo governo, Conte e Tria (che per me è solo un milligrammo politicamente migliore di Gualtieri) fecero un blitz per incastrare la maggioranza. Con questa maggioranza, Gualtieri si trova pienamente a suo agio: non a caso il Pd controlla tutta la filiera economica».

D. E i Grillini? Che devono pensare quei cittadini che avevano votato per i cinque stelle?

R. «Penso che i grillini si spaccheranno su questa vicenda, ma non credo che faranno cadere il governo. Diciamo che giocheranno una parte in commedia».

D. Nel programma M5s si parlava addirittura di «impegno alla liquidazione del Mes»… Se lo sono dimenticati?

R. «Quel programma elettorale si è rivelato una truffa politica. Di Maio e i “capoccia” del Movimento pagheranno un duro prezzo per la loro giravolte, anzi lo stanno già pagando».

D. Esaminiamo i personaggi. Conte era nella sala dei festeggiamenti grillini la sera del 4 marzo 2018, ed era nell’elenco delle personalità chiamate da di Maio come testimonial tematici della campagna elettorale…

R. «Ma allora era un attore non protagonista».

D. Eppure di Maio ha fatto la campagna del 2018 anche su questo tema
.

R. «La campagna l’ha fatta, e gli riconosco -diciamo- una titubanza verso il MES. Ma ancora una volta adesso rischia di fare il Pulcinella. Se vuole essere coerente, lasci il governo, si dimetta da ministro degli esteri e dica gli italiani cosa pensa davvero del Mes».

D. Ma di Maio come ha potuto far finta di credere alla questione del «pacchetto» negli ultimi mesi?

R. «Era solo per guadagnare tempo e restare al governo. Ti conosco, mascherina…».

D. E Beppe grillo in tutto questo? Da settembre in poi, lo abbiamo visto prima truccato da Joker, poi entrare uscire dall’ambasciata cinese. Ora tace su questa questione decisiva?

R. «Diciamo che è mascherato…».

D. Non sarà che alla base del patto scellerato che ha portato alla nascita del governo giallorosso, dopo che Pd e M5s si erano detti reciprocamente le cose peggiori, c’era proprio l’imposizione europea del Mes? Insomma, un tentativo di incatenare l’Italia o una prospettiva più probabile di ristrutturazione del debito, o comunque a una salita dei rendimenti che inevitabilmente sarà richiesta dagli acquirenti dei nostri titoli?

R. «Non credo che a Bruxelles siano così sofisticati. Il punto è che l’Europa non esiste, ma esiste l’Ue, che è il più grande imbroglio politico e ideologico in corso. E questa Ue ci franerà addosso. Come il Coronavirus diventa letale su un corpo indebolito, allo stesso modo la tragedia di queste settimane smaschererà la nudità di questa Ue».

D. Effettivamente Bruxelles non brilla certo per attivismo. Nell’ordine del giorno dell’Eurogruppo, al primo punto c’è il Mes, e l’emergenza coronavirus arriva solo al terzo posto…

R. «L’Ue dice di volersi dare un volto politico. Ma avete per caso visto Ursula von Der Leyen venire in Italia e solidarizzare con gli italiani in questi giorni? Senza politica e senza umanità. Ci hanno tolto la sovranità monetaria e ci lasciano quella sanitaria, Che è un altro modo per dire: “Sono c… vostri. Aggiungo: e non provino a ricattarci con il Qe in cambio del Mes».

D. Come dovrebbe comportarsi Roma con Bruxelles su questa emergenza?

R. «Dovrebbe chiedere di non dover chiedere più, men che mai con il cappello in mano. Anche perché l’Ue può solo darti un po’ di morfina. Hong Kong avversato nelle tasche di ogni cittadino adulto l’equivalente di 1175 euro. Qui invece stiamo a cercare le forbicine per rammendare il centrino della nonna…».

D. E lei, senatore, che farà? Ha deciso se percorrere vie legali dopo la sua estromissione dal Movimento?

R. «No. Avevo già capito che il movimento era diventato un soggetto più o meno europeista. Insomma, un soggetto ammaestrato che serve al sistema. Se sarà il caso, formerò o mi aggregherò al cammino di chi vorrà mettere in discussione questa Ue, anche a costo di uscirne».

* Fonte: La verità del 11 marzo 2020. Intervista a cura di Daniele Capezzone




L’emergenza è arrivata dalla Cina o da Bruxelles? di Leonardo Mazzei

In queste convulse giornate capita anche di leggere questa roba qui:

«Sembra che la crescita stia solo rallentando e invece è solo perché non ci sono più posti (se ne aggiungono pochi con grande fatica). I pazienti che non possono essere trattati vengono lasciati morire».

A scriverla – naturalmente su twitter, come si conviene a certi personaggetti d’oggidì – non è un cittadino qualsiasi, bensì il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori. Immediate sono arrivate le smentite dell’assessore regionale Giulio Gallera, e quella piuttosto netta del primario del Niguarda, Roberto Fumagalli.

Gori dice il vero? Siamo davvero arrivati a questo punto? Vogliamo sperare di no, ma già lunedì scorso la stessa cosa veniva raccontata da un’anestesista bergamasco al Corriere della Sera, in un’intervista dal titolo: «Dobbiamo scegliere chi curare e chi no. Come in ogni guerra».

Che la questione sia quella dei posti in terapia intensiva è comunque un dato di fatto. Ma dove nasce il problema? Dal Covid 19, o dai drammatici tagli cui è stata sottoposta la sanità italiana in nome dell’euro e del suo decennale rito sacrificale chiamato austerità?

Italia e Germania: un confronto impietoso

Circolano in questi giorni numeri assolutamente impietosi sulle famose asimmetrie europee, anche in materia sanitaria. Già ieri l’altro abbiamo segnalato come i posti letto in Italia siano stati portati a 3,2 ogni mille abitanti, contro gli 8 della Germania. Il tutto in nome dei “virtuosi” tagli alla spesa pubblica, obiettivo e gran vanto di tutti i governanti degli ultimi anni. Sta di fatto che, mentre la spesa sanitaria dello Stato è stata portata in Italia ad un misero 6,5% di un prodotto interno lordo falcidiato dall’unione monetaria, in Germania essa rappresenta il 9,5% (che spendaccioni!) ed in Francia il 9,3% del Pil.

Quanto hanno pesato questi tagli sui posti di terapia intensiva? I dati sono davvero impressionanti.

In un documento dell’anno 2000, il Ministero della Sanità indicava in 7.981 i posti allora disponibili in quei reparti. A quanto siamo arrivati oggi ce lo ricordano i media tutti i giorni: 5.100. Abbiamo dunque avuto in vent’anni (quelli dell’euro!) un taglio del 36%, proporzionalmente perfino superiore a quello dei posti letto in generale.

Duemilaottocentoottantuno posti in meno nelle terapie intensive sono tanti, quelli che al momento fanno la differenza. Secondo gli ultimi dati di ieri, i ricoverati in questi reparti per il Coronavirus risultavano essere 877, di cui 466 in Lombardia. Dunque, Coronavirus 877, tagli 2.881: ognuno faccia le sue considerazioni.

Ecco allora la prima verità. L’emergenza non è arrivata dalla Cina, bensì dalle scelte politiche di questi anni e da chi le ha dettate da Bruxelles, Berlino e Francoforte.

Ma c’è una seconda verità, non meno importante. Secondo numerose fonti di stampa (leggi ad esempio qui) la Germania dispone oggi di 28mila posti di terapia intensiva, cioè 34 posti letto ogni 100mila abitanti contro gli 8,5 dell’Italia. Detto in altri termini, per ogni posto esistente nel nostro Paese la Germania ne ha 4.

Sono cifre drammatiche che non hanno bisogno di commento alcuno. La riprova di quanto l’Europa sia disunita, diseguale ed ingiusta.

Morti da mettere in conto a lorsignori

Ecco, di fronte a questi dati, più che lanciare tweet, recintare paesi e chiudere la gente in casa, almeno chi ha avuto la responsabilità politica dell’attuale disastro della sanità dovrebbe solo tacere e vergognarsi.

Verrà il momento di fare un bilancio di queste responsabilità. Verrà il giorno in cui mettere in conto a lorsignori le morti e le sofferenze di queste settimane. Sia chiaro, chi scrive sa benissimo che anche la migliore sanità del mondo potrebbe andare in crisi di fronte ad una vera emergenza. Potrebbe, ma i numeri di questi giorni non giustificano quel che sta accadendo.

Questa è la verità e qui ci fermiamo.




NELLE VISCERE DELLO PSICODRAMMA di Piemme

«Per salutem autem intelligi debet non sola vitae qualitercunque conservatio, sed quatenus fieri potest vita beata».
Thomas Hobbes, De cive, Editori Riuniti, 1989, p. 196

«Dalle prime luci dell’alba ci sono oltre 40mila tra carabinieri, poliziotti e finanzieri a controllare gli spostamenti degli italiani. Agli agenti di polizia occorre aggiungere l’Esercito, che conta, esclusi i 14mila soldati impegnati all’estero, 165mila effettivi disponibili».

Così le agenzie. La voglio dire in un’altra maniera: vita associata abolita, libertà individuale sequestrata, democrazia temporaneamente soppressa. Non c’era mai stata in Italia una simile militarizzazione del territorio, una mobilitazione repressiva di tale ampiezza e contundenza, a conferma dello “Stato d’eccezione” che ha sigillato il Paese, trasformandolo in un immenso reclusorio.

Si dice che siano le prove generali della dittatura. Forse è troppo. A loro signori basta che siano le prove generali del “governissimo”, Draghi o non Draghi a capo dell’Esecutivo. Di sicuro siamo davanti ad un atto eversivo, anticostituzionale, ad un auto-golpe mascherato.

Non a caso le opposizioni di destra per prime han chiesto di mettere sotto chiave il Paese, di qui l’assist al governo Conte bis. Di che stupirsi? Mica Salvini e la Meloni, che hanno costruito il loro successo sventolando la bandiera del sicuritarismo manettaro, potevano farsi sfuggire la ghiotta occasione!

Confesso che avevo sottovalutato la dimensione della tempesta in arrivo. Il 25 febbraio scorso mi ero soffermato sulla “assordante campagna allarmistica”, sostenendo che essa, assieme al panico ed alla paura, alimentava  “il rimbambimento di massa, la sterilizzazione politica della democrazia, la quale vive di cittadini consapevoli e coraggiosi”. Mi sbagliavo, siamo messi molto peggio di così.
Quelli che stanno in alto hanno voluto terrorizzare il popolo, ed il popolo, in larga parte è terrorizzato, con le spalle al muro, annichilito.

A chi altri fa comodo, questa clausura, se non al potere ed alla sua cieca volontà di potenza e sopravvivenza.

E c’è invece chi scambia e confonde questa determinazione al comando di chi sta sopra, con il legittimo bisogno di sicurezza di chi sta sotto. Sbagliato! Chi così ragiona, che se ne renda conto o meno, è prigioniero (dalla parte sbagliata) del dilemma sicurezza-libertà. Nello “Stato d’eccezione”, tertium non datur, o l’uno o l’altro. La Cina insegna, ci dicono.

Non è così. Una Repubblica democratica potrebbe e dovrebbe evitare che l’una, la sicurezza, come un Moloch, divori l’altra, la libertà.

E vengo così alla citazione di Hobbes: “Per salute non si deve intendere soltanto la conservazione della vita, a qualsiasi condizione, ma una vita per quanto possibile felice». E’ esatto! Non si deve accettare, col motivo di preservare la salute pubblica, di rendere la vita di tutti infelice, sacrificando quindi  la libertà e  saturando ogni spazio di vita associata.

Come è stato scritto su questo Blog citando Foucault, ciò accadeva ai tempi della peste, quando il sistema capitalistico muoveva i suoi primi passi. Cina e Italia, come in un inquietante e circolare ritorno alla genesi, sono diventati laboratori sociali di sperimentazione di clausura e segregazione di massa.

C’è solo un problema, la peste non c’è. Il potere invece, coi suoi tentacoli, quello c’è, e come.

Staremo a vedere come andrà a finire questo psicodramma, sento che ci riserva delle sorprese. “Di quali sorprese parli mai, che il popolo non è mai stato così pesantemente narcotizzato?” Non lo so nemmeno io. Forse le rivolte scoppiate nelle carceri, ovvero nel luogo dove il potere esercita e concentra il suo prepotente comando sulla vita, sono solo il sintomo di ciò che potrebbe accadere anche fuori….




EMERGENZA: LIBERIAMO L’ITALIA PROPONE

Mentre l’Italia è doppiamente sconvolta dall’epidemia del Corona-virus e dai draconiani dispositivi biopolitici di clausura, sorveglianza e sanzione; mentre il contagio si diffonde minaccioso in tutta Europa; mentre bussa alle porte una recessione più devastante di quella del 2009-2014, l’Eurogruppo (i Ministri delle Finanze dei 19 stati dell’eurozona) che si riunirà il prossimo 16 marzo, nel suo ordine del giorno, discuterà anzitutto di M.E.S. e banche, e solo per ultimo la questione dell’epidemia.

Nemmeno davanti a quella che si ritiene una minaccia gravissima alla salute pubblica i tetragoni burocrati che guidano l’Unione europea hanno il buon senso di cambiare la loro agenda.

Chiediamo che il Parlamento italiano si riunisca immediatamente per:

a.    Dare mandato al governo italiano di esigere che l’Eurogruppo discuta anzitutto dell’emergenza sanitaria Covid-19 affinché sia concesso agli Stati di farvi fronte, scardinando così gli assurdi vincoli di bilancio eurocratici i quali, oltre ad avere causato tagli esiziali al sistema sanitario così come allo stato sociale, se rispettati affosserebbero il nostro Paese;

b.    Di vietare al Ministro dell’economia Gualtieri di sottoscrivere sotto qualsiasi forma il Trattato del M.E.S.

c.    Chiediamo inoltre, tenuto conto della situazione d’emergenza, che dia mandato al governo di approvare con Decreto d’urgenza un piano economico che preveda lo stanziamento di almeno 30-40 miliardi per fare fronte alle immediate necessità del nostro Paese, cioè almeno cinque volte di più di quanto già deciso. E che lo stanziamento sia immediatamente operativo, vogliano o non vogliano a Bruxelles.

d.     che sia garantita la sospensione degli obblighi fiscali, inizialmente prevista per le sole zone rosse e per un arco di tempo assai limitato, e un adeguato sostegno al lavoro dipendente, alle partite iva, lavoratori autonomi ed alle aziende.

Ove i partiti dell’attuale maggioranza fossero sordi a queste richieste; ove i partiti rifiutassero di riunire in seduta d’urgenza il Parlamento; ove il governo, invece di difendere la Patria ferita ed i suoi cittadini, decidesse la via dell’abdicazione, una grande mobilitazione di popolo si renderà necessaria per mandarlo a casa, quale esercizio del diritto-dovere di resistenza contro atti eversivi che violino la libertà ed i diritti garantiti dalla Costituzione del 48.

Si faccia fronte all’emergenza sanitaria senza sospendere la democrazia e la vita sociale!

Basta ai criminali vincoli dell’Unione Europea!

Riprendiamoci la Sovranità Nazionale! 

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

9 marzo 2020

Fonte: Liberiamo l’Italia




COVID-19: COSA CI DICONO I NUMERI? di Leonardo Mazzei

Sabato sera il governo ha deciso di “chiudere”, con misure più severe, la Lombardia ed altre 14 province del nord. Sedici milioni di italiani vivranno quindi, almeno fino al 3 aprile, in una condizione simile a quella delle ristrette “zone rosse” decretate già due settimane fa.

Dopo la chiusura delle scuole, decisa quattro giorni orsono, siamo dunque ad un nuovo tornante dalle serie conseguenze per il futuro del nostro Paese. E’ evidente come nel governo sia passata la linea dell’estrema drammatizzazione. Ma qual è la portata effettiva dell’epidemia in corso?

No al catastrofismo

Per cercare di capirlo è opportuno ricorrere ai numeri, ragionando sulle cifre note ed ufficiali. Indubbiamente i numeri non sono tutto, ma ci dicono comunque molte cose. Analizzarli è dunque necessario.

I raffronti con precedenti epidemie dell’ultimo secolo sono abbastanza noti, ma riassumiamoli in breve. L’influenza “spagnola” H1N1 (1918-1920) provocò la morte di 50-100 milioni di persone su un totale di 500 milioni di ammalati (il 25% della popolazione mondiale di allora). La meno grave “influenza asiatica” H2N2 (1957-1960) causò pur sempre due milioni di vittime; mentre le stime sulla successiva “influenza Hong Kong” H3N2 (1968-1969), probabilmente una mutazione del virus dell’asiatica, vanno da un minimo di 750mila ad un massimo di due milioni di morti. Ad oggi i dati del Covid 19, aggiornati a domenica 8 marzo, ci parlano di 106mila contagiati e 3.594 vittime. Da quattordicimila a ventottomila volte meno che nella “spagnola”, 556 volte meno che nell’asiatica, da 208 a 556 volte meno dell’influenza Hong Kong. Tutto ciò senza considerare il notevole aumento della popolazione mondiale avvenuto nel frattempo, che (se calcolato) distanzierebbe ulteriormente le diverse incidenze di queste epidemie. Di fronte a questa gigantesca sproporzione con le pandemie del recente passato, è davvero giustificato l’attuale catastrofismo? A mio modesto parere, assolutamente no.

Giusto per dare un’idea, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), nell’influenza del 1968-69:

«In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi».

Ventimila, è chiaro? Eppure l’informazione di allora fu tutt’altro che allarmistica. Questo video ce lo illustra in abbondanza.

Perché oggi tanto catastrofismo e cinquant’anni fa, quando probabilmente sarebbe stato più giustificato, l’esatto contrario? Ecco una domanda davvero interessante.

Certo, gli odierni catastrofisti possono sempre dirci (ed in effetti lo fanno) che siamo solo all’inizio, che il peggio deve sempre venire. Ovviamente nessuno ha la sfera di cristallo per sapere quel che avverrà nei prossimi mesi, tuttavia i numeri di queste settimane qualcosa già ci di dicono.

La virologa Ilaria Capua, già parlamentare di Scelta Civica, parlando apertamente di pandemia usa queste parole:

«Lo studio del collega Lipsitch di Harvard dice che potrebbe essere infetto il 60 per cento della popolazione della terra. La forbice di incertezza è gigantesca».

Appunto, la forbice di incertezza… Di fronte a certe sparate vorrei sommessamente ricordare due fatti. Il primo è che anche in occasione della Sars (2002-2003) si parlò di possibile pandemia, poi tutto finì con 8.096 casi e 774 decessi, mentre molti di noi ricorderanno pure gli allarmi sproporzionati per l’aviaria e la “suina”. Il secondo fatto è che con l’attuale numero giornaliero di casi su scala planetaria (mediamente circa tremila negli ultimi giorni), servirebbero 4mila anni per raggiungere i 4,5 miliardi di esseri umani ipotizzati dallo studio citato dalla Capua.

Naturalmente, anche su questo, i catastrofisti possono sempre affermare (ed in effetti lo fanno) che i numeri attuali nulla ci dicono, dato che la crescita dei casi non è lineare bensì esponenziale. Ma è davvero così? Assolutamente no. Almeno su scala planetaria, almeno fino ad oggi, fortunatamente non è così.

Le responsabilità politiche dei governi dell’austerità eurista

Prima di passare ad alcuni dati, chiariamo bene un punto. Quanto affermiamo non vuol certo sminuire la solidarietà con chi soffre, tantomeno il dolore per le persone decedute e per le loro famiglie. Né vuole sminuire gli enormi problemi cui sono sottoposte le strutture ospedaliere, in particolare quelle della Lombardia. Ma non possiamo neppure trattare quest’ultimo capitolo prescindendo dai tagli imposti alla sanità negli ultimi 10 anni: 37 miliardi di euro e 70mila posti letto in meno a causa delle politiche austeritarie imposte dai dogmi euristi.

Speriamo proprio che non si arrivi a tanto, ma se davvero i posti di terapia intensiva dovessero esaurirsi, chiara sarà la responsabilità politica di chi ha governato in questi anni. Altro che vantarsi delle cosiddette “eccellenze” (che pure ci sono) del sistema sanitario nazionale! La verità nuda e cruda è che, taglia oggi e taglia domani, l’Italia è arrivata ad avere 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania. Anche in materia di posti in ospedale, che in alcuni casi può fare la differenza tra la vita e la morte, l’Unione Europea è del tutto asimmetrica. E sappiamo tutti come ciò non sia per nulla casuale. Quel che è certo è che ai tempi della lira almeno problemi di posti letto non ci sarebbero stati, mentre ai tempi dell’euro ci sono eccome…

I dati ufficiali del Covid 19

Torniamo adesso ai dati ufficiali dell’epidemia in corso, ripartendo dalla domanda sulla sua pretesa crescita esponenziale.

Sul Corriere della sera di ieri Giorgi Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, lancia l’allarme: i contagi raddoppiano in 2,5 giorni e quadruplicano ogni 5. Detta così parrebbe una certezza assoluta, ma i dati ci dicono altro.

Esaminando gli ultimi 4 giorni (dal 4 all’8 marzo) scopriamo una realtà ben diversa e differenziata. Prendendo in considerazione 6 paesi tra quelli con il maggior numero di positivi si scopre che l’incremento è stato più alto in Francia (+ 347%), in Iran (+ 149%) ed in Italia (+ 135%); assai più basso in Giappone (+ 57%) e Corea del Sud (+ 34%). Clamoroso poi il dato della Cina, che nei quattro giorni suddetti ha registrato un modestissimo + 0,6%, con soli 44 casi nella giornata di ieri.

Il dato italiano, pur se inferiore, non è molto distante da quello indicato da Parisi, ma la grande differenziazione tra questi paesi ci indica velocità di raddoppio estremamente variabili. Ad esempio, con questo ritmo, per raddoppiare gli 80mila casi attuali alla Cina servirebbero più di due anni, alla Corea del Sud dodici giorni, all’Italia tre, alla Francia due. Cosa ci dice tutto ciò? Ci dice che ad un certo punto la curva esponenziale rallenta. La Francia, dove l’inizio dell’epidemia è più recente ha il massimo della crescita. La Cina, cioè il luogo da cui tutto è partito, ha invece il minimo. Corea del Sud e Giappone, dove il virus è arrivato subito dopo, stanno nella parte medio bassa della crescita. Italia ed Iran, dove il Covid 19 è arrivato più tardi, stanno invece in quella medio alta.

Tutto bene dunque? Assolutamente no. Chi scrive non ha certo la pretesa di conoscere meglio degli esperti quel che può attenderci. I dati ufficiali, però, sono questi. E tenerli a mente – sempre ricordando come sono finiti i catastrofici allarmi delle altre presunte pandemie del XXI secolo – non sarà male in questi giorni di psicosi alimentata dai media.

Naturalmente, qualcuno ci dirà a questo punto che lo straordinario risultato cinese è il frutto delle misure draconiane adottate a Wuhan dal governo di Pechino. In una certa misura sarà sicuramente così, ma – a parte il fatto che la Cina è grande e non si esaurisce con la provincia di Hubei – come spiegare allora il declino dei casi giornalieri in Corea del Sud?

I dati ufficiali sono attendibili?

 A questo punto del discorso bisogna però farsi una domanda. Finora abbiamo utilizzato soltanto i dati ufficiali, e del resto non potevamo fare altrimenti. Ma quanto sono attendibili questi dati? Ci facciamo questa domanda non per discutere la minore o maggiore attendibilità di questo o quel paese (che evidentemente c’è), né le diverse metodologie usate ed i diversi calcoli politici di ognuno, tantomeno gli inevitabili errori statistici. Tutto ciò è rilevante, ma resta comunque ben poca cosa rispetto ad un altro problema: il numero dei casi reali è probabilmente molto più alto di quelli ufficiali.

C’è un fatto che tutti avranno notato. Limitandoci all’Italia, su 5.800 positivi al Coronavirus troviamo Zingaretti, il governatore del Piemonte Cirio, il Capo di Stato maggiore dell’esercito, diversi sindaci tra i quali quello di Piacenza, i prefetti di Bergamo e Brescia, il questore di Bergamo, un assessore regionale lombardo, una collaboratrice di Fontana e financo un agente della scorta di Salvini. Ma questa situazione non è solo italiana: positivo Sepulveda, ma pure 23 parlamentari iraniani e 3 membri dell’assemblea nazionale francese.

Ora, escludendo che il virus abbia una sua particolare intelligenza, è mai possibile che esso si accanisca particolarmente con i personaggi pubblici e con chi gli sta accanto? E’ chiaro come questo alto numero di positivi nei palazzi del potere dipenda essenzialmente dal fatto che in quegli ambienti, a differenza che altrove, i tamponi si fanno senza troppi problemi.

Se questo è vero, e ci pare difficile ipotizzare il contrario, ciò significa che il numero reale dei positivi è decisamente più alto di quello ufficiale. Apparentemente questa considerazione di buon senso sembrerebbe portare acqua al mulino dei catastrofisti, ma non è esattamente così. Infatti, se il numero dei casi è sensibilmente più alto, ciò significa che il tasso di mortalità è decisamente più basso di quello oggi indicato. Ovviamente nessuno può dire quale sia il rapporto tra i casi ufficiali e quelli effettivi. Uno a dieci? Uno a cinquanta? Uno a cento? Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai, ma se per ipotesi questo rapporto fosse da uno a trentacinque ecco che il tasso di mortalità del Covid 19, scendendo dal 3,5% allo 0,1%, eguaglierebbe esattamente quello delle normali influenze stagionali.

Ovviamente, qui siamo solo nel campo delle ipotesi, ma questo ragionamento ci serve a dire che i casi sono due e solo due: o i contagiati sono davvero pochi, come dicono le cifre ufficiali; o sono invece molti di più, ma in quel caso il tasso di mortalità andrebbe rivisto decisamente al ribasso. Delle due l’una, anche se questa considerazione non può consolarci più di tanto.

Due parole ai complottisti

 Prima di concludere due parole le voglio dire ai complottisti. La maggioranza di costoro ha interpretato l’intera vicenda del Coronavirus come un attacco alla Cina. Adesso, a meno di due mesi dall’inizio di questa storia, la Cina si sta rimettendo in piedi, mentre l’epicentro dell’epidemia si è spostato in Europa. Come esito di un complotto anti-cinese niente male!

Ma c’è una ragione più profonda per contestare il complottismo. I virus esistono, l’umanità ci convive da sempre e sarà così anche in futuro. Perché non partire da questa semplice, perfino banale verità? La mia impressione è che ci sia di mezzo l’attuale deificazione della scienza, che fa pensare (sbagliando) che le malattie infettive siano solo un problema del passato.

I grandi progressi scientifici del nostro tempo, che sarebbe ridicolo negare, portano infatti a due ragionamenti, opposti ma convergenti nella comune lettura catastrofista di quel che accade. Siccome si ritiene erroneamente che la scienza possa tutto, se essa non riesce a contenere questo virus – pensano in tanti – allora vuol dire che siamo di fronte alla catastrofe. Se la scienza, considerata comunque onnipotente, non lo sconfigge – obiettano altri (i complottisti) – significa che in alto qualcuno non vuole farlo. In un caso, come nell’altro, saremmo al disastro totale.

Ora, i ragionamenti sui numeri del contagio proposti in questo articolo saranno certamente discutibili, ma il loro scopo è solo quello di ristabilire il senso della misura. Il che non significa negare il problema, ma vederlo nella sua effettiva dimensione, unico metodo che conosciamo per affrontarlo con scelte razionali, non con l’improvvisazione, tanto meno con quel panico che tanto piace ai dominanti della nostra epoca.

Per cosa dobbiamo batterci?

Ci sarà modo per tornare sulle enormi conseguenze economiche del Coronavirus e della sua gestione politica. Qui sottolineiamo invece agli aspetti più evidenti della crisi sanitaria in atto.

Prima ancora che a chiudere, con misure di dubbia efficacia, alcune aree del Paese, il governo avrebbe dovuto affrontare con decisione il tema dei posti letto, soprattutto di quelli nei reparti di terapia intensiva. Tutto ciò significa spazi, macchinari e personale adeguato da reperirsi in brevissimo tempo. E’ stato fatto? Lo si sta facendo? Speriamo di sì, ma la cosa non è così chiara.

Il Coronavirus non è la tragedia epocale che si vorrebbe, ma proprio per questo è grave che sia bastato così poco per mandare in tilt il sistema sanitario. Adesso si assumeranno alla rinfusa ventimila persone tra medici e infermieri, dopo anni di tagli senza tregua e dopo aver insistito sul numero chiuso nelle facoltà di medicina. E’ pazzesco che per arrivare ad invertire la follia austeritaria di un lungo decennio sia stato necessario un virus venuto dall’Asia.

Quel che dobbiamo fare in questo momento è batterci affinché sia garantita la migliore assistenza a tutti i malati, affinché gli operatori sanitari possano lavorare in sicurezza, per tornare al più presto a condizioni di normalità tali da impedire un tracollo economico senza precedenti.

Per ottenere questi risultati è necessario rompere con le regole europee. Gli spazi di “flessibilità” finora concessi dall’UE non solo non sono sufficienti, sono sinceramente risibili ed offensivi per il popolo italiano. Prenderne atto, e procedere con le rotture necessarie, è la prima cosa da fare. Il primo obiettivo di chi vuol superare questa crisi, insieme a quella più generale che da dodici anni opprime il popolo lavoratore del nostro Paese. Senza catastrofismi sempre amici del potere, ma con la consapevolezza del bivio che ci si para davanti: o un governo di emergenza frutto di una sollevazione popolare, o una svolta autoritaria verso un nuovo esecutivo tecnocratico ed oligarchico. I prossimi mesi saranno decisivi.

Post Scriptum

Come già specificato, questo articolo si basa sui dati dell’8 marzo. Quelli di stamattina, 9 marzo, ci confermano comunque quanto scritto. L’epidemia è in crescita in Italia e (in misura minore, ma sappiamo come i dati vengano trattati in maniera diversa) in parecchi paesi europei. E’ invece quasi del tutto sconfitta in Cina, ed in forte regressione in Corea del Sud, mentre anche in Iran il numero dei nuovi casi giornalieri sembrerebbe stabilizzarsi. A livello globale non c’è dunque la temuta crescita esponenziale. Decisamente una buona notizia, anche se questo non fermerà di certo un catastrofismo in grado di fare più danni dell’epidemia stessa.




SOTTO IL SEGNO DELLA MORTE di Moreno Pasquinelli

Ho già avuto modo di commentare lo “Stato d’eccezione” a cui il governicchio Conte Bis ha sottoposto l’intero Paese con il Decreto legge del 2 marzo. Il nuovo approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri — quello con cui la Lombardia e altre quattordici province vengono sigillate e blindate come zone rosse — si presta ad ulteriori riflessioni  politiche. Politiche sottolineo, visto che quelle impolitiche, congetturali, superficiali se non addirittura stravaganti, vanno purtroppo per la maggiore.

*   *   *

Corona virus ha messo a nudo, assieme alla fragilità dell’Unione europea il carattere transeunte della globalizzazione. Gli Stati per far fronte all’epidemia, come non hanno fatto nemmeno davanti ai flussi migratori, si blindano, difendono i propri confini e ristabiliscono d’imperio la loro giurisdizione. Sono molti anni che lo andiamo dicendo: la crisi della globalizzazione riporta in auge gli Stati nazionali, le loro prerogative, a danno di quelle dei poteri mondiali o regionali sovraordinati. Questa è la tendenza oggettiva, inarrestabile e per questo mettevamo in guardia (euro o non euro) che eravamo dentro un passaggio di portata storica, forse epocale.

La battaglia ritorna in campo nazionale, è qui che si gioca la partita. La posta in palio sarà quindi la natura degli Stati che verranno fuori chiusa questa fase concitata di transizione. Avremo, dopo la parentesi neoliberista, mutatis mutandis, stati di tipo fascista o stati democratici?

*   *   *

Ci si chiede come sia possibile che un governicchio tanto traballante possa ricorrere ad una prova così muscolare e violenta. Consiglio di attenersi al principio metodologico di Occam che dice che ai fini della risoluzione di un problema, bisogna scegliere, tra più ipotesi possibili, quella più semplice — a meno che non sia necessario e utile prendere in considerazione più fattori. Qual è dunque quella più semplice? Per saperlo occorre immaginare quale sarà la situazione dopo che, com’è lecito attendersi, l’epidemia avrà fatto il suo corso, lo spettro della pandemia si sarà volatilizzato, e la vita l’avrà spuntata sulla morte. Il governicchio s’intesterà la vittoria, dirà ai quattro venti che le misure draconiane adottate hanno avuto pieno successo, che l’allarmismo era giustificato dal pericolo incombente. E così non avremmo più un governicchio ma un super-governo, e tutto il sistema di dominio ne sarà uscito più forte. Non dico che così andrà necessariamente a finire — il diavolo fa le pentole…; dico che con questa finalità ci spieghiamo le micidiali decisioni prese a Roma.

Si badi, dietro a tutto questo non c’è solo la meschina volontà di sopravvivenza del governo e chi ne fa parte, c’è anzitutto la volontà di potenza del sistema, le cui necessità e linee di forza s’impongono alle spalle dei suoi attori protagonisti. Un po’ come sosteneva Gadamer: il gioco ha le sue regole, che in ultima istanza prevalgono sui giocatori e impongono loro certe mosse.

Una recessione lunga e devastante era in arrivo (il Covid-19 l’ha solo avvicinata), il sistema avrà bisogno come il pane di governi e stati forti, in grado di attuare e far rispettare misure letali, quindi di far fronte all’eventuale sollevazione popolare. Ecco che l’epidemia è venuta a fagiolo per sperimentare nuovi dispositivi di controllo e dominio, nuovi metodi di assoggettamento dei cittadini, nuove modalità per imporre stringenti vincoli disciplinari, forme verticali di sorveglianza e sanzione. Come i dominanti stanno utilizzando l’epidemia conferma quanto scrisse Michel Faoucault: a differenza delle forme di potere premoderne, il potere capitalistico-borghese non usa la minaccia dell’uccisione e della pena di morte per tenere soggiogate le masse, ma s’infila nei loro corpi per assumerne il pieno controllo e diventare esso ciò che dispensa la vita, la potenza che la vita assicura, contro la minaccia della morte (biopolitica).

Per esercitare questo biopolitico potere sulla vita esso deve esasperare e drammatizzare l’emergenza sanitaria. Questo è ciò che, come in Cina, viene fatto in Italia. In barba ai “prodigiosi progressi” della scienza e della medicina, si attuano gli stessi rituali di esclusione, i medesimi protocolli (politici) di clausura, di auto-esilio, di sorveglianza, di coercizione e incasellamento disciplinare che vennero sperimentati davanti alla peste.

«Questo spazio chiuso, tagliato con esattezza, sorvegliato in ogni suo punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono controllati e tutti gli avvenimenti registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scritturazione collega il centro alla periferia, in cui il potere si esercita senza interruzioni, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito tra i vivi, gli ammalati, i morti — tutto ciò costituisce un modello compatto di dispositivo disciplinare. Alla peste risponde l’ordine; la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. Contro la peste che è un miscuglio, la disciplina fa valere il suo potere che è di analisi (…)

La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina. Dietro i dispositivi disciplinari si legge l’ossessione dei “contagi”, della peste, delle rivolte, dei crimini, del vagabondaggio, delle diserzioni, delle persone che appaiono e scompaiono, vivono e muoiono nel disordine».

Michel Foucault, Sorvegliare e punire, parte terza, cap. terzo




MES: FERMARE IL CONTAGIO – Byoblu

Sta per andare in onda su Byoblu e Pandora Tv la diretta streaming di MES Fermare il contagio.

Potete seguire cliccando qui sotto, oppure collegandovi direttamente a Byoblu o PandoraTv.




NON CI ARRENDIAMO

Il Coordinamento Nazionale NO Mes, composto da tutte le forze, le associazioni ed i cittadini contrari al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), considerata l’estrema incertezza e le preoccupazioni dell’opinione pubblica per l’emergenza coronavirus, ha ritenuto di rinviare l’assemblea prevista per il 7 marzo p.v. in Roma, all’hotel Massimo d’Azeglio.

Tuttavia, il Coordinamento ritiene indispensabile sottolineare di fronte al Paese i pericoli che, in queste circostanze, possono minacciare l’assetto costituzionale, le libertà civili ed i diritti sociali.

Ora più che mai, il popolo deve far sentire la sua voce sulle questioni decisive della vita democratica del Paese.

Per questo motivo essenziale il Coordinamento ha deciso di effettuare comunque una diretta streaming con l’obiettivo di costruire un presidio di vigilanza democratica nazionale.

Lo streaming avverrà il giorno 7 marzo p.v. a partire dalle ore 16,00 sui canali Byoblu e PandoraTv, la pagina Facebook Blocca il contagio.

Roma, 4 marzo 2020