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CORONAVIRUS: QUELLO CHE SERVE INTANTO

Mentre i media diffondono il panico per il rischio di una panedemia, in rete, come sempre in questi casi, la fa da padrona la dietrologia. Noi voliamo più basso. In questo articolo si denuncia come i posti letto in terapia intensiva, indispensabili per salvare la vita di chi fosse eventualmente affetto dal virus, siano assolutamente inadeguati alla bisogna. Peggio, a causa dei tagli alla sanità, essi sono precipitati negli ultimi anni.

TERAPIE INTENSIVE: SERVE UN DECRETO D’URGENZA (SENZA PERMESSO UE!)

di Debora Billi

Il vero collo di bottiglia del coronavirus , quello che fa la differenza (per i casi gravi) tra guarire o trapassare, sono i posti in terapia intensiva. I due cinesi ricoverati allo Spallanzani, due casi molto seri, probabilmente la sfangheranno proprio perché hanno goduto per un mese di un reparto a loro dedicato e delle cure dei migliori specialisti in esclusiva. In un contesto non dico alla Wuhan, ma semplicemente un tantino più complesso, magari non avrebbero neppure trovato posto e sarebbero finiti nella lista dei deceduti.

Esagero? Forse. Ma guardate [ tabella sopra ] la situazione dei posti letto in terapia intensiva in Italia, ce la fornisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità. E’ aggiornata — si fa per dire — al 2013 e non si hanno notizie di cosa sia accaduto nei 7 anni successivi, ma l’andazzo non fa presumere nulla di buono: se nel 1980 l’Italia vantava 922 posti letto di terapia intensiva ogni 100mila abitanti, nel 2013 erano scesi ad appena 275. Come stiamo messi nel 2020 non voglio neppure saperlo, altrimenti non ci dormo la notte.

Tutti questi posti letto, inoltre, non se ne stanno lì vuoti ad aspettare i malati di coronavirus. Sono già occupati 365 giorni l’anno da infartuati, vittime di incidenti e altri ammalati in emergenza: che facciamo, li buttiamo giù dal letto? Bastano appena pochi casi gravi di coronavirus per mandare in tilt il sistema ospedaliero di qualsiasi città.

Non mi piacerebbe vedere il mio Paese, uno dei migliori del mondo quanto a sanità (ne resto convinta), costretto ai triage per decidere chi può campare e chi si deve invece affidare alla Vergine di Lourdes. Forse siamo ancora in tempo: l’Italia è leader nella produzione di biomedicali da emergenza (fortunatamente non li importiamo), un decreto d’urgenza del governo potrebbe rimpinguare gli ospedali consentendo l’apertura di nuove terapie intensive almeno basiche, e sancire l’assunzione immediata di nuovo personale medico e infermieristico per qualche mese. Non possiamo neppure permetterci medici e infermieri in quarantena (o peggio ammalati) senza sostituzione, data la carenza già cronica.

Un governo in piena facoltà di prendere decisioni agirebbe immediatamente in questo senso. Un governo che non può fare nulla senza permessi esteri, dallo spender soldi al dichiarare le emergenze, se ne sta lì preoccupandosi solo dell’”allarmismo” mentre nell’ospedale di Lodi non hanno neanche le mascherine. Muovetevi ragazzi, è l’ora di diventare fateprestisti

* Fonte: Debora Billi




PER UNA DEMOCRAZIA SOSTANZIALE di Alceste De Ambris

I PRESUPPOSTI DELLA DEMOCRAZIA SOSTANZIALE

Potrei cominciare con una citazione di Bobbio o Rodotà … invece introduco l’argomento con una citazione di John Kleeves (pseudonimo di un signore italiano che negli anni Novanta scrisse libri molto critici sul modello sociale americano, e poi morì in circostanze misteriose). A volte le “teste matte”, gli outsider e i complottisti riescono a capire e a dire certe cose meglio degli accademici.

“Accetteremo il verdetto delle elezioni solo quando saranno giuste. Non lo saranno mai? Più che vero, ma ci accontenteremo di una grossolana approssimazione: proporzionale pieno, obbligo di voto forzoso per tutti, quotidiani solo dei partiti e mantenuti dallo Stato (non c’è nulla di peggio di un giornale “libero“ e “indipendente“), televisione solo pubblica e gestita con parità da tutti i partiti a prescindere dalle loro consistenze elettorali, obbligo per le librerie di tenere i libri di valenza politica (come i libri di storia, ad esempio) pubblicati da tutte indistintamente le case editrici, di importazione di prodotti culturali stranieri con valenza di propaganda (ad esempio di tutti i film americani). E’ poco, è niente, ma sarà più che sufficiente a tenere ogni volta gli imprenditori ben lontani dal potere.

Si sta parlando dei presupposti della democrazia sostanziale. Se i capitalisti non sono tenuti “ben lontano dal potere”, si avvia la degenerazione oligarchica che ha preso piede nelle società occidentali, prima negli Usa e ora in Europa. La democrazia si riduce al vuoto rito elettorale, che i cittadini tendono sempre più a disertare, perché intuiscono come tutti i partiti siano di fatto espressione di interessi a sé estranei, sicché la scelta dell’uno o dell’altro poco cambi sulle politiche che verranno implementate; il sistema procede con il pilota automatico.


L’azione politica non ha più il potere di controllare la sfera economica, dominata dai “mercati”. E’ anzi l’economia a controllare la politica: direttamente, a livello di elettorato passivo, tramite i finanziamenti ai partiti e ai leader politici ligi agli interessi costituiti; indirettamente, a livello di elettorato attivo, tramite il monopolio dei mezzi di comunicazione di massa, che plasmano l’opinione pubblica secondo i propri voleri. E mentre il sistema diviene sempre più chiuso e autoreferenziale, siamo sommersi dalla retorica sulla democrazia, la società aperta, la libertà … tutte caratteristiche di cui i Paesi occidentali dovrebbero andare fieri, e che li distinguono dai “regimi”… (dove magari invece si attuano politiche realmente a favore del popolo).
Nella società dello spettacolo va in scena quotidianamente una democrazia di facciata, fittizia.

Invece in una democrazia sostanziale esistono delle precondizioni che rendono effettiva ed efficace la partecipazione dei cittadini alla vita politica, ossia conferiscono agli elettori un potere reale di influire sulle decisioni pubbliche e di selezionare i candidati che meglio riflettono i propri valori e interessi. Esaminiamo brevemente gli elementi riguardanti il processo elettorale (tralasciando gli elementi più generali a cui fa riferimento l’art. 3 della Costituzione quando parla di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono l’effettiva partecipazione politica)

AMBITI DI ESCLUSIONE: una democrazia sostanziale deve legiferare su tutti gli ambiti, soprattutto quelli che riguardano interessi vitali del popolo, quindi soprattutto i temi economici. Se invece certe questioni (es. la politica estera o il bilancio pubblico) sono tabù, non possono essere affrontate in quanto predeterminate, a prescindere da chi vinca le elezioni,  o perché lasciate alla decisione dei “ mercati” globali, o di enti tecnocratici irresponsabili (es. la Banca centrale) o di enti sovranazionali in realtà promotori di interessi particolaristici (es. l’Unione europea), o perché già stabilite da norme precedenti immodificabili (es. i Trattati e le direttive europei), o perché i rapporti di forza geopolitici impediscono di affrontarle (es. l’apparenza dell’Italia alla Nato)… in tutti questi casi la politica si riduce ad amministrazione dell’esistente, a discussione  su inezie.

INFORMAZIONE: affinché costituisca una reale scelta, il voto deve essere consapevole, razionale e informato. Un voto puramente emotivo, a simpatia, etero-diretto, per abitudine… equivale a una scelta casuale, alla cieca. Una democrazia sostanziale presuppone che i cittadini, prima delle elezioni e costantemente, siano informati in modo obbiettivo, completo, che vi sia dibattito pubblico sulle idee, così da permettere a ciascuno di farsi un’opinione sulle varie questioni. Deve vigere il pluralismo: tutte le forze politiche devono avere accesso ai media in modo equanime. Invece attualmente i mezzi di comunicazione di massa, essendo di proprietà di soggetti che hanno priorità assai diverse dal rafforzamento della democrazia, fanno tutto fuorché informare: distraggono, fanno propaganda, nascondono i problemi reali creandone di immaginari, diffondo rancori e paure, danno visibilità solo alle opinioni favorevoli allo status quo censurando tutte le altre. La riforma dei media è dunque la priorità numero uno.

FINANZIAMENTO: Devono essere minime le barriere all’ingresso per la nascita di nuovi partiti e per la crescita di quelli piccoli. I partiti devono essere finanziati solo con denaro pubblico, in modo equanime, trasparente. Il finanziamento privato dei partiti e delle campagne elettorali dei candidati (sia da parte di individui sia a maggior ragione da parte di imprese) implica la scomparsa dei partiti di massa, in favore di un oligopolio di partiti “dei ricchi”, come negli Stati Uniti.

DEMOCRAZIA DIRETTA: introdurre elementi di democrazia diretta, accanto a quella rappresentativa, aumenta il tasso di democraticità di un sistema. Es. se si fosse tenuto un referendum per entrare nell’Unione europea (o ora per uscirne) forse vivremmo in un altro mondo… Non bisogna tuttavia mitizzare questo punto: in assenza di libertà di informazione, la democrazia diretta può rivelarsi un boomerang (pensiamo ai referendum assurdi proposti e vinti dai Radicali negli anni Novanta).

FORMA DI GOVERNO: il parlamentarismo a rigore è più democratico del presidenzialismo, perché una pluralità di deputati rappresenterà la varietà degli elettori meglio di una persona sola (anche se in certi contesti di oligarchie di “notabili”, penso all’America latina, un presidente può avere maggior consenso popolare dei parlamentari).

SISTEMA ELETTORALE: il sistema proporzionale, che garantisce la presenza in parlamento di tutte le forze in modo conforme alla percentuale dei voti ricevuti, è più democratico del maggioritario, soprattutto se applicato nella forma uninominale e a doppio turno (che favorisce i grossi partiti e “taglia” le ali estreme). Altri modi per limitare il principio proporzionale sono le soglie di sbarramento e i premi di maggioranza

Se questi principi vengono applicati, tenderà a formarsi una pluralità di partiti (non solo due) di massa (non partiti personali o partiti-azienda o partiti-in-rete…), basati sui programmi (non sul carisma dei capi). Essi rappresenteranno la volontà (non di una minoranza ma) dell’intera nazione, e poiché la maggioranza della popolazione è composta (non da imprenditori ma) da lavoratori, soprattutto dipendenti, e pensionati, la maggior parte dei partiti tutelerà appunto l’interesse del lavoro. La partecipazione al voto sarà massiccia, perché le gente sperimenterà come le proprie condizioni dipendono dal suo esito. Una situazione del genere era in vigore, in una certa misura, nel dopoguerra con l’adesione al modello social-democratico (sul quale si veda il mio precedente articolo).
Non è un caso che in Italia negli ultimi 30 anni si sia andati nella direzione opposta, verso il vincolo esterno nelle scelte economiche, verso l’eliminazione dei sussidi ai giornali e dei finanziamenti ai partiti, verso il presidenzialismo, il maggioritario ecc. Come conseguenza si è avuta l’eclissi della democrazia sostanziale: la contesa elettorale è mera lotta per il potere, priva di contenuti programmatici, con i politici ridotti al ruolo di portavoce di poteri oligarchici (italiani o stranieri).
Non si tratta dunque di “difendere la democrazia” da immaginari pericoli autoritari o populisti. Nel nostro Paese la democrazia in gran parte ci è già stata sottratta: occorre ripristinarla.

Per far questo, ovviamente, il primo passo è uscire dall’Unione europea.

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E’ ONLINE IL NUOVO BLOG DI SOLLEVAZIONE!

Cari compatrioti e lettori, come vedete siete passati con quello che si chiama “redirect” dalla piattaforma blogspot al nuovo blog di SOLLEVAZIONE, foglio quotidiano del Movimento Popolare di Liberazione – Programma 101.

La ragione di questo cambiamento, che speriamo apprezzerete, si è resa necessaria per vari motivi.

Il primo dei quali (come molti di voi avevano notato) è che chi utilizzava come  browser Chrome e Firefox non riusciva più a navigare dentro sollevazione.blogspot. Dovevamo venire a capo di questo problema, considerato che SOLLEVAZIONE è da tempo il blog della sinistra patriottica più seguito d’Italia (le letture giornaliere di articoli si attestano ormai stabilmente oltre le 3 mila al giorno).

Non è stato facile importare sul nuovo sito tutti i 5480 articoli pubblicati nell’arco dei dieci anni di vita del blog, compresi i commenti. Li troverete tutti nella sezione archivi.

Ci scusiamo con tutti se troverete imperfezioni e incongruenze nelle categorie oppure cercando vecchi articoli. Con molta pazienza riordineremo tutto, compresi i link con rimandi ad altri articoli e tutte le foto.

Stiamo lavorando per voi.

Buona lettura e continuate a seguirci e commentare!

La Redazione di SOLLEVAZIONE

20 febbraio 2020




ASSANGE LIBERO! FLASH MOB A ROMA

Assange libero, anche l’Italia si mobilita alla vigilia dell’udienza sull’estradizione.
Domenica 23 febbraio in Piazza del Popolo a Roma si terrà la prima manifestazione italiana a sostegno del fondatore di Wikileaks Julian Assange. Se i magistrati di Londra concederanno l’estradizione negli USA, Assange rischia 175 anni di detenzione.

Un flashmob in piazza del Popolo, a Roma, alla vigilia della prima udienza del processo per l’estradizione negli USA di Julian Assange. Domenica 23 febbraio il gruppo Italiani per Assange chiama a raccolta tutti i cittadini “informati e consapevoli” per ribadire l’importanza della libertà di stampa e di informazione e chiedere la liberazione del giornalista australiano, attualmente detenuto in isolamento nel carcere di Belmarsh, a Londra, e l’opposizione totale alla sua estradizione negli Stati Uniti.

L’evento prevede una sedia vuota ispirata all’opera dell’artista Davide Dormino “Anything to say?” sulla quale si alterneranno coloro tra i presenti che vorranno far sentire la loro voce a favore di Assange. Assange che, dopo essersi rifugiato per 7 anni all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, è rinchiuso da quasi un anno in isolamento e che, con l’estradizione rischia 175 anni di reclusione per aver diffuso attraverso la piattaforma WikiLeaks, di cui è fondatore, numerosi crimini dei governi di tutto il mondo.

Serena Ferrario, responsabile del gruppo “Italiani per Assange” spiega a Sputnik Italia i dettagli dell’iniziativa

D. Si tratta del primo evento che organizzate?

R. Sì, questo è il primo evento che viene organizzato dal gruppo “Italiani per Assange”; nel nostro paese esiste un’altra realtà a sostegno di Julian Assange, il Comitato per la liberazione di Assange, con cui abbiamo iniziato a collaborare per organizzare iniziative volte a sensibilizzare il pubblico sul caso del giornalista australiano e sull’importanza storica che il lavoro di Wikileaks e il processo giudiziario che vede coinvolto Assange, in veste di suo ex caporedattore, rivestono per la difesa della libertà di informazione.

D. Quale partecipazione attendete all’evento?

R. Ci aspettiamo di vedere almeno un centinaio di persone; auspichiamo ovviamente che la diffusione del comunicato stampa possa attirare più gente possibile ad un evento in cui crediamo molto per i messaggi che ci proponiamo di veicolare.

D. L’evento a Roma si svolgerà in contemporanea con alter città nel resto del mondo?

R. L’evento avrà luogo il 23 febbraio, il giorno prima dell’inizio del processo per l’estradizione di Assange negli USA. In questi mesi diversi gruppi formatisi spontaneamente in tutto il mondo hanno organizzato e promosso iniziative per sensibilizzare il pubblico sulla vicenda di Assange e spiegare quali sono le conseguenze di quella che- secondo il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla Tortura, Nils Melzer-, è nientemeno che una persecuzione e una tortura perpetrata da nazioni che si professano democratiche a danno di un giornalista, la cui unica colpa è di aver rivelato crimini di guerra di governi occidentali. Eventi come il nostro si stanno diffondendo e intensificando in diverse città, soprattutto a Londra dove si celebra il processo, segno che la consapevolezza attorno all’incriminazione di Julian Assange e alle sue conseguenze (se l’estradizione dovesse effettivamente essere concessa) sta crescendo.

D. La vostra organizzazione è apolitica, o fa riferimento a qualche sigla partitica?

R. Italiani per Assange è un gruppo che si è formato spontaneamente sui social a giugno dello scorso anno e che riunisce cittadini con background e orientamenti politici e religiosi diversi.

Riteniamo che il caso Assange non abbia e non debba avere una coloritura politica specifica (né, tantomeno, affiliazioni partitiche), né che lo si possa strumentalizzare in tal senso. Politico è invece l’attacco ad Assange, ma non riguarda solo lui o i giornalisti; riguarda tutti noi, nella misura in cui chiama in causa temi fondamentali come la trasparenza dei governi, il diritto all’informazione e alla conoscenza come strumenti di esercizio del controllo democratico dei cittadini sui propri governi.

Il proposito che perseguiamo è proprio quello di informare i cittadini, perché essere informati è il primo e più fondamentale atto di resistenza contro l’oppressione e la manipolazione politica. Storicamente, ogni volta che l’informazione è stata censurata o distorta, abbiamo assistito alla nascita di regimi totalitari; il consesso democratico, per contro, si basa su un libero flusso di informazioni, come quello reso possibile da Wikileaks e da altri media indipendenti.

Le accuse contro Assange

Assange, accusato di molestie sessuali e stupro in Svezia nel 2010, accuse nel frattempo decadute, si è rifugiato da giugno 2012 presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra, beneficiando dell’asilo politico. La mattina dell’11 aprile 2019, è stato arrestato su richiesta degli Stati Uniti. Un tribunale di Londra lo ha dichiarato colpevole di violazione delle condizioni della cauzione e lo ha condannato a 11 mesi di carcere.

Le autorità statunitensi hanno dichiarato alla fine di maggio di aver accusato Assange di aver violato 17 articoli della legge sullo spionaggio e la divulgazione d’informazioni classificate come segrete. Assange in precedenza, era stato accusato di cospirazione per azioni di hackeraggio. Il 24 febbraio
il tribunale londinese di Westminister ospiterà la prima udienza del procedimento per la richiesta di estradizione negli Stati Uniti del fondatore di Wikileaks.

* Fonte: SPUTNIK




LIBERIAMO L’ITALIA: CONGRESSO FONDATIVO

Di seguito il Regolamento per il congresso fondativo di Liberiamo l’Italia approvato dalla riunione del Coordinamento nazionale di LiT svoltasi a Firenze il 15 febbraio 2020.

CONGRESSO FONDATIVO

1. – IL CONGRESSO FONDATIVO

Il congresso fondativo di Liberiamo l’Italia (LIT) è convocato a….. nei giorni 20-21 giugno 2020. L’assemblea congressuale è costituita dall’insieme dei delegati eletti dai Comitati Popolari Territoriali (CPT) con le modalità specificate al punto 5. Ad essa possono partecipare, con diritto di intervento e di voto, tutti gli aderenti a LIT.

2. – ORGANIZZAZIONE DEI LAVORI

All’apertura dell’assemblea il coordinamento nazionale decade avendo esaurito i propri compiti. Viene quindi eletta la presidenza che, oltre a garantire la pari dignità di ogni posizione ed il regolare svolgimento dei lavori (decidendo i tempi del dibattito e delle votazioni previste), propone – dopo la relazione del coordinamento nazionale uscente – la nomina delle commissioni politica, statuto ed elettorale. Le tradizionali funzioni della commissione verifica poteri vengono assolte direttamente dalla presidenza stessa.

3. DECISIONI ED ELEZIONI

Oltre ai temi politici ed organizzativi, l’assemblea ha all’ordine del giorno l’approvazione del manifesto e dello statuto, nonché l’elezione a scrutinio palese – segreto se richiesto da almeno un quarto dei delegati – del coordinamento nazionale e del comitato di garanzia della LIT.

PERCORSO CONGRESSUALE

4. – CAMPAGNA ADESIONI

Con le deliberazioni del coordinamento nazionale del 15 febbraio 2020 si è aperta ufficialmente la campagna di adesioni alla LIT. L’adesione, che viene formalizzata con una apposita scheda e con il versamento di una quota volontaria (con un minimo di 10 euro), è sempre individuale.

Ciascun CPT, tramite il suo coordinatore, raccoglie le adesioni in un apposito registro. Ai fini dell’attribuzione dei delegati di ogni CPT sono valide le adesioni formalizzate entro e non oltre il 15 maggio 2020, data entro la quale i coordinatori dei CPT trasmettono il registro degli aderenti al coordinamento nazionale

5. – CONGRESSI DEI CPT

Le assemblee congressuali dei CPT, da tenersi tra il 16 maggio ed il 15 giugno 2020, discutono e votano sulle proposte di manifesto e di statuto. Ogni coordinatore è tenuto a far pervenire a tutti gli aderenti del CPT la convocazione dell’assemblea almeno con 10 giorni di anticipo. Il verbale dei congressi viene inviato all’indirizzo e-mail: info@liberiamolitalia.org . I CPT eleggono, inoltre, il proprio coordinatore. 2. Il calendario delle assemblee congressuali dei CPT, alle quali partecipa di norma un rappresentante del coordinamento nazionale, viene comunicato al coordinamento stesso entro il 5 maggio 2020.

6. Il coordinamento nazionale, al fine di raccogliere ordinatamente le proposte di emendamento formulate dai CPT istituisce due gruppi di lavoro (manifesto e statuto) incaricati di preparare al meglio i lavori congressuali.

Il gruppo di lavoro sul manifesto è formato da: Vadim Bottoni, Leonardo Mazzei, Maria Gandini.

Gli emendamenti al Manifesto vanno inviati a: manifesto@liberiamolitalia.org

Il gruppo di lavoro sullo statuto è composto da: Moreno Pasquinelli, Alessandro Leoni, Luca Dinelli.

Gli emendamenti allo Statuto vanno inviati a: statuto@liberiamolitalia.org

Tali gruppi di lavoro, in carica solo fino all’apertura dell’assemblea congressuale, non vanno confusi con le commissioni che verranno votate dal congresso stesso, di cui al punto 2. Entro il 18 giugno, i due gruppi invieranno una loro traccia di lavoro al Coordinamento nazionale, che trasmetterà il tutto alla presidenza del congresso.

* Fonte: Liberiamo l’Italia




RUSSIA: VERSO IL DOPO-PUTIN di Maurizio Vezzosi

Riceviamo e pubblichiamo
In occasione del tradizionale discorso che ad inizio anno il presidente della Federazione Russa rivolge all’Assemblea federale, Vladimir Putin ha annunciato la volontà di apportare alcune modifiche alla costituzione federale. All’annuncio hanno fatto seguito le dimissioni del capo del governo e presidente del partito Edinaja Rossija (Russia Unita) Dmitrij Medvedev: all’impopolare Medvedev è subentrata la figura non particolarmente nota di Michail Mišustin, ex capo del servizio tributario federale (il corrispettivo dell’Agenzia delle entrate in Italia).

Tra i ministri del vecchio esecutivo confermati nella nuova compagine governativa – in tutto 12 su 21 – spiccano i nomi di Sergej Lavrov (ministro degli Esteri) e Sergej Šoigu (ministro della Difesa). Un fatto che conferma come sia il progetto di modifica costituzionale che la formazione del nuovo governo non abbiano nulla a che vedere con il posizionamento e la strategia internazionali del Cremlino, a cui anzi le mosse di Vladimir Putin vogliono assicurare il massimo della continuità.

L’allontanamento del liberale Medvedev sembra quasi voler ricucire lo strappo – in particolare con il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF, Kommunisticeskaya Partija Rossijskoi Federatsii) – e lenire il calo di consensi prodotto dalla recente ed impopolare riforma delle pensioni e dall’aumento dell’IVA.

Pressoché in contemporanea con lo scioglimento del vecchio governo e la formazione del nuovo si è palesato anche l’allontanamento del consigliere presidenziale per l’Ucraina Vladislav Surkov, in carica sin dagli albori del conflitto esploso in Ucraina nel 2014. A Surkov è subentrato Dmitrij Kozak presenza russa in Transnistria: di quest’ultimo non vanno ignorate le origini ucraine, origini che certamente lo faciliteranno nelle sue funzioni. Ben poco, comunque, sembra destinato a mutare nella strategia ucraina del Cremlino in relazione a questo avvicendamento, che può riassumersi con la conferma della volontà di dialogo e di normalizzazione dei rapporti con Kiev.

Il nuovo governo e il progetto di modifica costituzionale hanno certamente un nesso con il dopo-Putin, ossia con ciò che avverrà dopo il 2024, anno in cui Vladimir Putin dovrà fare i conti con la fine del suo quarto mandato presidenziale, e del secondo consecutivo. Il ventaglio di ipotesi sulle modalità attraverso le quali Putin potrebbe evitare di uscire di scena è ampissimo: dall’incarico a primo ministro (come avvenuto tra il 2008 ed il 2012), a quello di capo del Consiglio di sicurezza federale (magari sul modello kazako, in fase di istituzione), a presidente di un’ipotetica Unione di Russia e Bielorussia. Quel che sembra probabile è che non abbia affatto intenzione di uscire di scena e che voglia intervenire sull’assetto istituzionale per fare in modo che in futuro l’eventuale nuovo inquilino del Cremlino possa metterne in discussione il ruolo. Proprio questo potrebbe essere il senso da attribuire al progetto di modifica costituzionale proposto: tra i suoi obiettivi quello di rafforzare i poteri del Parlamento – soprattutto nella designazione del governo –, di istituire un Consiglio di sicurezza e di dare maggiore responsabilità ai governatori regionali.

Secondo i recenti sondaggi dell’autorevole centro di ricerca sociale Levada, quasi la metà dei cittadini della Federazione Russa ritiene che il progetto di modifica costituzionale sia funzionale agli intenti di Vladimir Putin. Poco meno della metà dei cittadini della Federazione ritiene, secondo lo stesso centro di ricerca sociale, che le modifiche costituzionali siano destinate a produrre miglioramenti per il Paese. Solo il 7% dei russi, secondo il Levada, dopo il 2024 vorrebbe non vedere in alcun modo la figura di Putin coinvolta nella sfera pubblica. Oltre un quarto dei russi, vorrebbe invece vederlo di nuovo alla presidenza della Federazione: un numero grosso modo equivalente vorrebbe invece che si ritirasse a vita privata. Un altro 20% circa vorrebbe Putin con un incarico istituzionale di altro tipo.

Alcuni giorni dopo la nomina del nuovo governo Putin ha dichiarato: «È necessario che le persone partecipino a questa consultazione e dicano se vogliono o meno questo cambiamento, e che la cittadinanza del nostro Paese partecipi concretamente a questo passaggio che accetterà definitivamente questa modifica o lo rifiuterà. Soltanto dopo questo passaggio, in cui le persone si esprimeranno, firmerò o mi asterrò dal firmare il progetto di modifica».

In attesa della consultazione referendaria – di cui non sono noti i dettagli – attesa per aprile, la Duma – nel primo dei tre passaggi necessari – ha approvato all’unanimità il documento contenente il progetto di modifica costituzionale.

* Fonte: Atlante Treccani




SARDINE: UN’ALTRA FIGURACCIA

Che la foto pornografica con Benetton avrebbe azzoppato le Sardine non avevamo dubbi. In quel di Napoli a ciccio-bombo-Santori sta andando anche peggio del previsto. Militanti del centro sociale Je so pazzo, ovvero di Potere al Popolo (che dalle Sardine erano stati presi a pesci in faccia malgrado la loro inziale benevolenza) si sono vendicati guastando la festa al Santori, che ha fatto una figura davvero peregrina.
Chi di spada ferisce di spada perisce.
Un video da non perdere…

«Napoli, altro flop delle sardine: Santori contestato dai precari e cacciato da piazza Dante.
Non altissima la partecipazione di pubblico per il flash mob organizzato dalle Sardine a Napoli. Centocinquanta persone (forse anche meno, ndr) si sono riunite a piazza Dante, a pochi metri dal teatro Augusteo, dove quasi in contemporanea il leader della Lega, Matteo Salvini, ha incontrato i delegati campani del partito. Un flop se si considera la grande partecipazione, invece, che c’era stata nell’iniziativa organizzata lo scorso novembre. Il leader Mattia Santori è stato anche contestato e cacciato dalla piazza. Il palco occupato simbolicamente dai disoccupati e dai lavoratori precari. Santori ha dichiarato:

“Come già successo in altre piazze, alcuni rappresentanti dei centri sociali più crudi e puri, hanno letteralmente occupato il palco”

Santori e soci tornano a casa con la coda tra le gambe.




LA RITIRATA DI SALVINI di Leonardo Mazzei

Chi dia la linea nella Lega sulle cose che contano sta scritto sulla carta dei giornali. Insistervi sarebbe superfluo. E per qualcuno doloroso assai. Meglio continuare a fare finta di non aver capito, come fece quel tale sui minibot.

Circa un anno fa scrissi un primo articolo su quanto fosse in realtà resistibile l’ascesa, allora apparentemente inarrestabile, del secondo Matteo, quello che non va a sciare sull’Himalaya.

Le europee del maggio 2019 sembrarono smentire quella valutazione. Ma lo strampalato autogol d’agosto rimise le cose a posto: sulla carta Salvini restava il grande favorito per un futuro governo, ma intanto se ne doveva tornare all’opposizione.

Subìto il colpo, ecco lanciata la nuova strategia della “spallata”, il cui trionfo sarebbe stato suggellato dalle urne emiliane del 26 gennaio. Sappiamo tutti con quale risultato…

Nel frattempo, però, le cose non sono state ferme. L’autunno, anzi, è stato ricco di eventi. L’euro diventa irreversibile anche per il mangia-nutella, Draghi il candidato della Lega al Quirinale (nella versione salviniana), ma financo possibile premier in quella giorgettiana. Il tutto condito dall’apertura delle trattative per entrare nel PPE della Merkel, cioè nel principale partito che governa l’UE.

La svolta avvenuta 

Ora, se di fronte a tutto ciò si vuol continuare a negare l’evidenza della svolta avvenuta, non ci resta che ricordare il Test dell’anatra:
«Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra».

Ed i qua qua leghisti son davvero troppi per lasciare adito a dubbi.

In politica le svolte sono spesso repentine, ma tanto più vere quanto più si ha bisogno di smentirle, di farle passare come adattamenti tattici. Ma le svolte hanno anche bisogno di tempo per dispiegarsi pienamente, affinché possano essere riconosciute appieno per quel che sono. Infine le svolte cambiano gli equilibri di potere interni al soggetto in mutazione, designando così nuovi vinti e nuovi vincitori.

A me sembra chiaro che la svolta della Lega nella sostanza è già avvenuta. Svolta neanche troppo difficile in realtà, dato che per molti aspetti si tratta solo di un ritorno alle origini filo-tedesche del partito degli anni ’90. Ovviamente la Lega non è autolesionista, dunque non tornerà al recinto padano in cui operava all’epoca. Del resto, il populismo salviniano gli ha consentito di diventare il primo partito del Paese, figuriamoci se la nomenclatura lombardo-veneta ed i riciclati a sud dell’Appennino vorranno rinunciare ad un simile bendiddio!

Ma sarà possibile conservare il ricco bottino di consensi frutto della stagione salviniana, con la normalizzazione del salvinismo necessaria ad accedere sul serio alle stanze del potere? Qui la vedo dura. Anzi, durissima. Di più: impossibile. Questo lo sanno anche i capibastone del Nord della cordata Giorgetti, ma il fatto è che non possono tenere insieme capra e cavoli. Dunque, giunti al bivio, hanno scelto di stare dove gli confà, con le oligarchie finanziarie euriste. Sanno che pagheranno un prezzo, ma contano sul fieno messo in cascina e sullo sfacelo altrui.

Perché la ritirata leghista?

Finora ho parlato di svolta, ma il termine ritirata descrive ancora meglio l’inversione ad U effettuata. L’ultima del Capitano è di ieri: «Con Giorgetti abbiamo la stessa linea sull’Europa: nessuno vuole uscire da niente». Fine del discorso, con l’unica aggiunta che «per noi viene prima l’Italia della burocrazia europea». Ammazzate! Il problema adesso è banalmente la burocrazia… Andando avanti così, tra qualche mese toccherà agli uscieri…

Si è arrivati a questa indecorosa ritirata per due motivi. Da una parte i capibastone del Nord mai hanno accettato il no-euro, tollerandolo soltanto sulla felpa salviniana come mezzo acchiappa-voti. Dall’altra, cioè da parte di Salvini, non c’è stato il coraggio di ingaggiare la battaglia. Un coraggio pari a zero nel difendere Savona mettendo sotto accusa Mattarella. Un coraggio pari a zero davanti alle porcherie europee di Tria. Un coraggio pari a zero davanti al primo, prevedibilissimo, sbuffo dello spread.

Bene, come noto, il coraggio se uno non ce l’ha non può darselo. E qui potremmo chiudere il discorso. Il mangia-nutella è solo uno spaccone. Amen.

Riuscirà il fanfarone a restare in sella?

Se come sovranista Salvini è uno zero assoluto, se la svolta europeista è ormai cosa fatta, resta il particolare di una forza data ancora al 30%, che tuttora lo candida formalmente a Palazzo Chigi. Riuscirà il fanfarone, sia pure “normalizzato”, a restare in sella verso quel traguardo?

Qui la risposta è più difficile, ma propenderei decisamente per il no.

La difficoltà risiede nella tempistica, così difficile da azzeccare di questi tempi. Ma se l’agenda fosse quella disegnata da Giorgetti, il cui passaggio decisivo è rappresentato dal voto per mandare Draghi al Quirinale nel febbraio 2022, il discorso per Salvini sarebbe probabilmente chiuso.

La crisi macina personaggi, non scordiamolo mai. Berlusconi, Monti, Renzi e pentastellati, son tutti lì a ricordarcelo. Macina però generalmente quelli di governo, e Salvini è stato abile a scansare vere responsabilità economiche nell’esecutivo gialloverde.

Attenzione, però, che si può essere macinati anche stando all’opposizione. Se sì è dei voltagabbana, pianino pianino, date tempo al tempo, vedrete che anche gli elettori se ne accorgeranno. Peraltro, se tu vuoi dar sempre l’idea di essere ormai ad un passo dalla spallata, che poi però non arriva, qualche prezzo lo paghi.

Conclusioni

Con l’assorbimento dei Cinque Stelle nella loro orbita, e con la normalizzazione in atto del salvinismo, le oligarchie euriste hanno segnato due punti fondamentali. Inutile negarlo.

E’ una vittoria che non intacca minimamente il significato più profondo della spinta populista che generò il governo gialloverde, ma è una vittoria con la quale fare i conti. Inutile illudersi.

Il cammino, appena iniziato, di Liberiamo l’Italia, muove i suoi passi proprio in questo panorama apparentemente avverso. La campagna contro il MES sarà il prossimo terreno di mobilitazione e di crescita. Su questo, ovviamente, neppure Giorgetti potrà mettere la sordina al no delle opposizioni parlamentari. Ma il no in parlamento segnerebbe solo l’ennesima sconfitta, se non fosse unito ad un forte appello alla lotta nel Paese.

Noi la nostra parte la faremo.




L’EUROPA, l’ISLAM E IL POSTO DELL’ITALIA di Angelo Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

E’ evidente, nella nuova fase di turbolenze geopolitiche, l’impreparazione e la marginalità delle fazioni di destra e sinistra cosiddette antagoniste o sovraniste o non saprei come definire. Da parte neofascista riemerge l’antica ossessione della salvezza della civiltà europea, da parte neo-marxista la strategia sociale incardinata sull’operaismo messianico germanizzante, per quanto declinata in una modalità che presuntuosamente viene considerata all’altezza dei tempi.

In entrambi i casi abbiamo il portato di antiche ideologie occidentalistiche e illuministiche-hegeliane il quale, come uno spettro ancestrale, riecheggia pesantemente nel liberalismo eurocentrico di fondo che accompagna la destra e sinistra terminali autoreferenziali e alienate. E’ l’idea e strategia di Clash of Civilizations teorizzata già nel lontano 1993 su “Foreign Affairs” dal geniale, anche se certamente nemico e fazioso, Huntington a dover essere considerata se si vuole ricalibrare con occhi non faziosi o partigiani la storia novecentesca.
La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro. Disse Renzo De Felice nel 1974 che la parola fascismo andava abolita dal vocabolario italiano e di conseguenza dal dizionario storico e storiografico mondiale; intuì, il grande storico prima marxista poi craxiano, che continuare ad alzare istericamente un allarme fascista di fronte a fenomeni che non corrispondevano affatto al fascismo storico, ne erano anzi antitetici, avrebbe condotto al relativismo assoluto e all’agnosticismo politico, oltre che all’analfabetismo politico di massa, l’intera società civile occidentale. Il Sionismo liberale tecnocratico egemone di contro, spalleggiato da talune fazioni storiche politiche marxiste occidentaliste antiarabe e antiorientali, ha spinto sull’acceleratore in questa direzione in virtù del comune pregiudizio per il quale l’unica vera persecuzione del ‘900 sarebbe stata quella compiuta dai nazi contro gli ebrei; purificare “l’uomo europeo civilizzatore” da questa unica scoria residuale diveniva la missione; il neofascismo occidentale ha reagito a questo assalto culturale proprio nel senso auspicato dai sionisti, volgarizzando su tutta la linea la tesi del Nolte, storico conservatore tedesco allievo di Heidegger, fondata su una presunta guerra civile europea, in base a cui la persecuzione nazi non sarebbe stata altro che una reazione al precedente massacro “giudeo-bolscevico” di milioni di cristiani russi.

Questa prassi puramente distruttiva e ispirata dallo Spirito della Menzogna (Iblis) ha finito per annichilire ogni tessuto sociale europeo e le stesse identità nazionali popolari ma di contro ha riacceso le speranze e le possibilità d’azione delle masse oppresse planetarie che avrebbero avuto, con il Febbraio 1979 e la Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, il modello tattico e operativo richiesto dallo Spirito del Tempo (Imam Zaman).

In base alla loro filosofia di fondo e alla visione del mondo fanaticamente eurocentrica sia i neofascisti sia i neo-marxisti, tranne rare e lodevoli eccezioni, come ad esempio il Campo Antimperialista nei primi anni 2000, che superò realmente questa frattura dicotomica assai provinciale e “minoritaristica” sperimentando con ardita ipotesi teorica e geopolitica la concreta possibilità di una nuova civilizzazione euro islamica antimaterialistica oltre occidentalismo e orientalismo, finiranno proprio per portare acqua al mulino delle elite angloamericane in guerra mondiale contro l’Islam, perseguitato da ogni lato.

Samuel Huntington

Tali movimenti culturali e politici non hanno probabilmente compreso inevitabili le conseguenze della stessa geniale teoria mondiale dell’Huntington, una tale comprensione li avrebbe infatti costretti a reinventarsi un nuovo campo di gioco e di analisi sperimentale. Una revisione in senso defeliciano del Novecento sarebbe stata a tal punto necessaria: fascismo/comunismo descritti da Nolte e Sionisti liberali o marxisti come i movimenti essenziali e caratteristici avrebbero perso quel carattere centrale e prioritario che gli è scorrettamente stato assegnato, ideologie come quelle di mascherare quali socialiste società comunque dominate dal profitto o come fasciste società dove la logica realistica machiavellica pan-politica si è talvolta imposta su quella spirituale e mistica sindacalista rivoluzionaria(Cfr. gli intuitivi studi di Z. Sternhell, storico israeliano marxista) sarebbero state distrutte alla prova dei fatti.

Le analisi di Lenin, che finirono per ispirare le più brillanti intuizioni del Trotsky maturo, sul processo di espansione — esterno e interno — dei mercati occidentali erano corrette. Cosa scaturì però da questo? Il contrario di quanto Lenin previde. L’Europa fu seppellita da questo gigantesco terremoto spirituale, geopolitico, economico, da questo processo di civilizzazione, lo chiamerebbe Huntington, sino a scomparire definitivamente, come oggi vediamo, da qualsiasi decisionismo globale.

Già la Seconda Guerra Mondiale, ben oltre il riduttivismo teorico razzista della guerra civile europea, fu in larghissima parte caratterizzata dalla grande spinta espansionistica e antianglosassone del Giappone imperiale costretto a fare i conti con la sua atavica povertà e la storica penuria di beni primari; la cronaca asiatica registra la furiosa distruttività di epilogo di uno scontro millenario tra bianchi e non bianchi che non ha avuto evidentemente paragone nell’intera storia umana, come sostenne giustamente lo stesso Huntington contrastando il provincialismo della storiografia europea, fosse essa comunista, conservatrice o liberale. Fascista il generale Sadao Araki e fascista l’elite militare dell’Incidente del Febbraio 1936? Fascista la Kodo-ha? Fascista l’ammiraglio Yamamoto e poi fascista Tojo stesso? Fascista Yukio Mishima? Perfetto: non erano, allora, a rigor di elementare logica geopolitica, fascisti i nazi-tedeschi che hanno perseguitato gli ebrei — “giudeo-bolscevichi”[2] secondo un complottismo di scuola cattolica reazionaria ripreso dai nazi —, in quanto se i primi, nelle varie fazioni strategiche, combattevano e morivano per distruggere e annientare il potere secolare dell’uomo bianco, se, i Fascisti nipponici imperiali, arruolavano gli oppressi afroamericani, compresi i militanti di Nation of Islam prima che questi ultimi per questo fossero messi fuori legge e in stato di detenzione, i secondi per assolutamente conservarlo come Stalin voleva non a caso conservare la schiacciante e asfissiante influenza neo-coloniale russa sul movimento comunista internazionale a scapito dell’irregolarismo maoista, sostenendo assai astutamente i nazionalisti cinesi anticomunisti prevedendo correttamente che il Maoismo sarebbe divenuto il primo nemico del neo-colonialismo sovietico.

Ed in effetti il maoismo panasiatista e irriducibile nemico di Yalta si sarebbe inverato, pochi anni dopo, con la dottrina linbiaoista della Seconda Linea Orizzontale il nemico assoluto dell’Urss, sino ad appoggiare su tutta la linea Pinochet in Cile ma i peronisti in Argentina contro Videla sostenuto dai sovietici. Significativo assai il fatto che di fronte alla epocale Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, sia cinesi sia sovietici sia angloamericani, come mostra l’agente statunitense Huyser nel suo “Missione a Tehran”, tentarono sino all’ultimo, contro la volontà di Dio e dell’Imam del Tempo, di puntellare la monarchia filoccidentale e subcoloniale di Rezah Pahlavi.

Arrivando alle conclusioni, e dunque all’attualità, si vorrebbe qui far notare che centralizzare strategicamente l’antagonismo politico sulla questione della sovranità italiana, anche nel suo formalismo democratico-costituzionale progressista, ha finito per estraniare una larga corrente culturale e metapolitica, di cui il Campo Antimperialista era la brillante e coraggiosa punta avanzata e d’avanguardia europea, dai problemi centrali dell’era odierna e dalla vera partita antagonistica in corso. Lo scontro di civiltà tra l’Islam rivoluzionario guidato dall’Iran nella figura della Guida Seyyed Ali Khamenei e il materialismo neoilluministico e “progressista” tecnocratico occidentale. Sovranità italiana, nell’ottica di un Campo Antimperialista formatosi nel duro e serrato confronto politico e metafisico con teorici avversari dello spessore di Huntington, in un contesto come quello odierno non può esservi al di fuori di un nuovo blocco di civilizzazione che noi definiremmo “differenzialista mediterraneo” e “euroislamico”.

Questa la Missione Italiana negli anni che verranno. L’Italia culturale e antimperialista sarà all’altezza di tale compito? E’ chiaro che l’Europa, dopo il 2000, è ogni giorno di più un nano politico e un mostro spirituale, nel quale laicismo non corrisponde nemmeno più al già satanico ateismo ma vuole dire nichilismo agnostico. Come disse anni fa il Presidente Putin sotto l’influenza del buono e leale A. Solzenicyn, “l’Europa ha spiritualmente sostituito il Cristo con l’anticristo”.

Eventi come la Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, l’11 Settembre 2001, la guerra mondiale antisiriana mettono l’uomo europeo (liberale, pseudofascista o pseudocomunista che sia) di fronte alla sua tremenda marginalità storico-politica. Come interpreta l’uomo europeo la notizia che Mike D’Andrea, il killer del Generale Soleimani e del leader dell’Hezbollah irakeno Abu Mahdi al Muhandis, oltre che di Osama Bin Laden, il capo della CIA in Asia Occidentale (o Medio Oriente) — ucciso in Afghanistan il 27 gennaio in continuità con la strategia “operazione martire Soleimani” lanciata dalla Guida Khamenei — era considerato dai suoi collegi di intelligence l’Ayatollah Mike in quanto convertito da anni all’Islam saudita wahhabita? O il fatto che un evento epocale di questi giorni ha veduto una selezionata delegazione di ebrei americani recarsi a Riad in una missione segreta per porre le basi di una nuova religione globale “sionista-islamica”, che purifichi il sacro Corano dai passi più antiebraici e che contrasti l’azione geopolitica e di liberazione antimperialista svolta dall’Iran rivoluzionario?

Cosa può pensare, di eventi mondialmente ben più pesanti dell’oscillazione dello spread o della mobilitazione sistemica delle sardine di Benetton, il mondo sovranista o antisovranista, populista o liberista d’Europa? Nulla, perché vuole continuare a servire il padrone, svegliandosi dalla catalessi solo allorquando quando si ha la bruciante percezione di danzare sopra l’abisso, come si è visto nei primi giorni del 2020 con la martirizzazione del Generale iraniano Soleimani.

Per questo vi è bisogno di nuovo di un Fronte antimperialista e antiprogressista italiano, che spacchi culturalmente l’Europa sulla questione islamica e mediterranea e che superi finalmente una cultura politica di sinistra borghese impregnata di fanatica intolleranza laicista e nichilista, come di profonda irriverenza nei confronti della donna islamica, che ormai sembra farla da padrona nello stesso Vaticano, o almeno in varie e potenti lobby vaticane. La linea indicata da Alessandro Di Battista con il suo viaggio in Iran sembra proprio andare in tale positiva direzione e ci auguriamo possa evolvere soprattutto in senso culturale e spirituale.

NOTE

[1] P. Hanebrink, “Uno spettro si aggira per l’Europa. Il mito del bolscevismo giudaico”, Einaudi 2019.




UNIVERSITÀ: UNA DENUNCIA MICIDIALE

Non ci crederete ma l’articolo che leggerete qui sotto, è stato pubblicato sul CORRIERE DELLA SERA di oggi. Si sapeva come neoliberismo e vincoli eurocratici avessero ferito la nostra Università. Invece è propria morta! Nell’articolo del Corriere, Scurati fa riferimento ad un Appello «Disintossichiamoci – sapere per il futuro» che è stato firmato da duecento docenti di varie università italiane fortemente critici verso le logiche imperanti di mercato che “hanno ridotto la libertà di ricerca ed insegnamento (sebbene queste siano tutelate dall’art. 33 della Costituzione) a libertà di impresa” per un regime di produzione di conoscenze utili innanzitutto ad incrementare il profitto privato.

Così si spegne l’università

di Antonio Scurati


Questo è uno di quegli articoli che di solito non legge nessuno. Tratta, infatti, della crisi dell’università, una delle istituzioni cruciali per il futuro della nazione italiana, della quale, però, sembra non importare a nessuno.Ebbene, se il futuro del nostro Paese ancora vi sta a cuore, sappiate che secondo molti professori l’università italiana sta morendo (secondo altri sarebbe già morta). Non sto esagerando. Proprio oggi viene pubblicato in rete (www.roars.it) un documento sottoscritto da più di duecento professori universitari dal titolo esplicito: «Disintossichiamoci». È un documento drammatico. Descrive l’università italiana odierna come un territorio gravemente contaminato da un incidente nucleare, una landa desolata, popolato di animali morenti. Secondo gli estensori del documento, infatti, il mutamento catastrofico che si è abbattuto sull’università negli ultimi decenni — un veleno sottile, una catastrofe al rallentatore — avrebbe sortito l’effetto non soltanto di devastarne il paesaggio istituzionale ma anche quello di desertificare gli animi delle donne e degli uomini che ci lavorano. Una distruzione terribile e paradossale: nella cosiddetta «società della conoscenza» — quella in cui il sapere assume un ruolo fondamentale per la vita sociale — condannata a morte lenta è proprio l’istituzione dedicata alle cose della conoscenza.

Che cosa accade? Chi o che cosa sta uccidendo l’università? Due sarebbero i principali responsabili: la burocratizzazione ipertrofica e il correlato asservimento di ricerca e insegnamento a sedicenti logiche di mercato. Il perno su cui ruota questo movimento a tenaglia di strangolamento dell’università è il mito soffocante e ossessivo della «valutazione». Per esser chiari: quando intrapresi la carriera universitaria (25 anni or sono) tutte le mie energie erano spese ad aumentare la conoscenza ricevuta (ricerca) e a trasmetterla agli studenti (didattica). Oggi, invece, sarei chiamato a dedicare più della metà del mio tempo professionale a compilare questionari, schedari, certificazioni, accreditamenti, rendicontazioni, riesami, revisioni per mezzo dei quali un elefantiaco apparato burocratico, il cui unico scopo è giustificare la propria esistenza, pretenderebbe di valutare il mio operato in termini di efficienza produttiva. Con l’inizio del nuovo millennio, la vita del professore è sprofondata in un universo kafkiano di parametri pseudo-oggettivi, mediane, soglie, rating, metriche, decaloghi, indicatori,

«somministrati» da una pletora di organismi e protocolli — Anvur, Invalsi, Ava, Gev, Vqr, Asn — tramite i quali i burocrati del sapere vessano sistematicamente studenti e docenti, con l’unico risultato di spegnere in loro ogni autentico desiderio di conoscere, ogni libero impeto a sapere, ogni possibilità di fecondarsi reciprocamente nell’eterno e rinnovato mistero dell’insegnamento.

D’altro canto, tutti noi docenti siamo pienamente consci del fatto che questo presunto sistema di valutazione oggettivo della conoscenza prodotta e di quella trasmessa è una colossale menzogna. È l’ultima, ennesima, sfinita maschera indossata dalle vecchie baronie, ora anche spogliate di quel minimo di responsabilità che il rango comportava, per continuare a sopravvivere da parassiti di un sistema del sapere al collasso. Cosa ancora più grave, anche la costante giustificazione di questa oppressione burocratica con il ricorso al feticcio del “mercato” è, per lo più, una volgare impostura. I fautori di questa sclerosi hanno tagliato ricerca e didattica non sul desiderio di conoscenza degli studenti, non sulla domanda di nuove forme di sapere da parte delle nuove generazioni, non sulle esigenze di un Paese in rapido mutamento, ma su quelle delle loro carriere, dei loro fondi di ricerca, dei loro piccoli feudi personali in un totale e progressivo scollamento tra l’università e la società. Una macchina celibe che gira su se stessa, una produttività da castrati, l’efficienza della cavia da laboratorio costretta a mordersi la coda nel loop di una cattiva eternità. Il risultato, ha scritto Alvesson, è che «mai prima nella storia dell’umanità tanti hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così pochi».

Sia chiaro: nessuno dei firmatari, e tanto meno il sottoscritto, rimpiange la vecchia università delle baronie a viso aperto. Ma siamo certi che queste nuove baronie mascherate, questa grottesca applicazione alle cose del sapere di un linguaggio da mutui subprime, questa terminologia da marketing che nasconde l’antica pratica della marchetta, stia assestando il colpo letale all’università che pretende di rianimare. In fondo sarebbe così semplice… basterebbe tornare alla Costituzione repubblicana: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento».