1

SE NON ORA, QUANDO? P101 si dissocia dal “Piano di salvezza nazionale” lanciato da alcuni tecnici

Comunicato n. 4/2020 del Comitato centrale di Programma 101

Non è il tempo delle mezze misure. Non è il momento delle illusioni. Piuttosto è quello della più ampia mobilitazione popolare per liberare l’Italia dalla gabbia dell’UE e dell’euro. Per questo Programma 101 si dissocia con decisione dal “Piano di salvezza nazionale” lanciato da alcuni tecnici ed economisti.

Sentiamo il dovere di rivolgere loro una critica fraterna quanto ferma. Talvolta gli errori sono peggio dei crimini.

Il primo gravissimo errore degli autori del “piano” è che esso evita accuratamente di nominare il nemico, il sistema neoliberista ed eurista che ci ha portato in questa situazione. Il secondo consiste nel credersi più furbi del nemico, coltivando la puerile illusione che esso possa essere raggirato con qualche trabocchetto monetario e fiscale. Il terzo errore, micidiale, è quello di disorientare il campo popolare (l’unico su cui poter far leva per la liberazione), facendo credere che il nemico è tonto, che quindi si potrà schivare lo scontro ipnotizzandolo con trucchetti da illusionisti. Il risultato politico è che, proprio nel momento in cui la maggioranza dei cittadini italiani va prendendo consapevolezza che occorre spezzare le catene dell’Unione europea, si fa credere loro che ci sia una confortevole scorciatoia.

I promotori del “piano” — alcuni di loro lo hanno scritto apertamente — vorrebbero salvare capra (l’economia nazionale) e cavoli (l’appartenenza all’eurozona). Ma ciò non è possibile, dodici anni di crisi sono lì a dimostrarlo. Di fronte ad una situazione grave come questa, mentre l’intero edificio dell’UE sta tremando, bisogna decidere da quale parte stare.

Beninteso, non siamo contrari a tutte le misure proposte. Alcune sono simili a quelle avanzate da Liberiamo l’Italia nel documento “La vera via d’uscita – Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia“. Ma esse hanno un senso solo come strumenti per ottenere l’Italexit.

Questa è la differenza politica fondamentale. I promotori del “Piano” — alcuni dei quali si sono già pubblicamente pronunciati non a caso per l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi! — vorrebbero fare la frittata senza rompere le uova. Non per nulla gli obiettivi del “Piano” non vengono proposti come base di una mobilitazione, ma come suggerimenti all’élite neoliberista, come consigli al governo.

La nostra visione è del tutto opposta. Non crediamo che gli attuali governanti e politicanti neoliberisti accetteranno lo scontro con Bruxelles, Berlino e Francoforte facendo crollare l’Unione europea. Mentre è alla battaglia che bisogna prepararsi. Seminare l’illusione opposta è dunque semplicemente irresponsabile.

La verità è che da questa crisi non se ne esce senza uscita dalla gabbia europea. La verità è che solo facendo appello al diritto di resistenza dei cittadini, solo una sollevazione popolare potrà salvare l’Italia dalla catastrofe in arrivo. Le proposte tecniche sono le benvenute se aiutano il percorso di liberazione. Se invece intrappolano e disorientano gli italiani sono da respingere.

Per questo la nostra dissociazione politica dal “Piano” è netta e radicale. Non ci sono, nel marasma in cui siamo, né “pasti gratis”, né comode scorciatoie da percorrere per aggirare l’ostacolo. C’è solo la strada della piena riconquista della sovranità nazionale, popolare e costituzionale. Del resto, se non ora quando?

Fonte: Programma 101




NON SE NE PUO’ PIU’! di Leonardo Mazzei

“State in casa”: non se ne può più di questo ritornello. Non se ne può più degli insulsi bollettini delle 18. Non se ne può più della rincorsa a chi è più securitario. Non se ne può più della retorica, men che meno della sostituzione dello Stato con la beneficienza. Non se ne può più.

Ma c’è qualcosa di peggio. La favola secondo cui dopo l’epidemia il mondo sarà migliore, a condizione che adesso facciamo tutti i bravi – state a casa, state a casa, state a casa, amen. Intanto non è vero, il mondo sarà peggiore. Molto peggiore, a meno che i popoli non ritrovino la strada del protagonismo e della ribellione. Meglio, della rivoluzione.

Come non vedere poi, che se “tutto non andrà affatto bene”, parafrasando uno degli slogan più demenziali del momento, lorsignori vorranno che la colpa sia nostra? Tutta la loro comunicazione va a parare sempre lì, su un messaggio di colpevolizzazione. Se le cose andranno bene sarà merito loro e della clausura che ci hanno imposto, se invece andrà male sarà solo colpa nostra che non siamo stati abbastanza a casa.

Nessuna parola invece sulla sofferenza. Lo notava ieri sul Corriere della Sera Massimo Cacciari, che si è detto infuriato del fatto che:

«nessuno premetta “concittadini, sappiamo benissimo che stare a casa per voi è difficile, perché tre quarti di voi stanno in case che non sono precisamente quelle dei nani e ballerini che, dalle tv, vi dicono state a casa”. Invece, tutti a dire “state a casa, che bello stare a casa”. Sì, se hai una casa bella come la mia, può essere anche piacevole, un mese, due mesi. Non per me, ma può essere. Però in cinque in 50 metri quadrati, insomma».

Ma quanto pensano che si possa andare avanti così? Non vedono i milioni di persone messe sul lastrico? Sì che le vedono, ma tirano dritto rimettendosi ai tecnici. Già, i tecnici… Momentaneamente dismessi gli economisti bocconiani (non è più tempo di dotte disquisizioni sugli zerovirgola del deficit) ecco adesso l’allegra schiera degli “esperti” della malattia. “Esperti” che tanto esperti non sono, vista la montagna di contraddizioni in cui sono caduti all’inizio. Adesso, per non sbagliarsi, parlano invece con un’unica voce: state in casa, nessun allentamento, sarà lunga, nulla tornerà come prima, e chi più ne ha più ne metta.

Una settimana fa Matteo Renzi ha messo – giustamente, lo possiamo dire? – il dito nella piaga. Che l’abbia fatto per mania di protagonismo o per ridare un po’ di visibilità al suo partitino non importa, importano invece due cose: che abbia denunciato l’assenza di ogni visione politica sull’uscita dall’emergenza; che abbia riscosso, proprio per questo, una valanga di no.

No di Burioni e Lopalco, ci mancherebbe. No di Calenda, Salvini, Crimi e Grasso, tutti uniti nella lotta. Ma perché no ad ogni invito a ragionare, a progettare, ad immaginare la “riapertura” del Paese? Che politica è quella che sa solo dire “state in casa, state in casa, state in casa”?

Da notare, poi, che questa è la stessa politica (con grosso modo gli stessi politici) che ha tagliato e privatizzato la sanità per decenni, considerando la spesa pubblica un peccato a prescindere. Quella stessa politica (quegli stessi politici)  che neppure di fronte al disastro attuale ha trovato il modo di pronunciare una sola parola di autocritica. Stesso discorso per i tecnici e gli scienziatoni, quasi sempre gli stessi che quella politica hanno avallato. Gli stessi che hanno detto e pensato per anni che le malattie infettive erano ormai solo un brutto ricordo del passato.

Un altro esempio dell’attuale dominio del pensiero unico psico-securitario ci è stato dato dalla circolare del Ministero dell’Interno di qualche giorno fa. Un atto interpretativo, per quanto scritto coi piedi, che intendeva concedere una qualche minima apertura sia in materia di uscita dei bambini, che riguardo allo svolgimento dell’attività motoria. Non sia mai! Un minuto dopo la sua pubblicazione tutto il fronte rigorista l’ha gridato all’unisono, come pure il lumbard Fontana e l’incommentabile De Luca (quello dell’uso del bazooka). Sta di fatto che la mattina seguente la ministra Lamorgese ha ordinato il dietrofront. Del resto, se si gioca a chi è più duro, certe teste di legno l’avranno sempre vinta.

Ecco com’è ridotto oggi il Paese. Da una parte l’epidemia, che peraltro le misure di chiusura non sembrano fermare; dall’altra i danni umani e sociali del securitarismo. In mezzo un disastro economico che ancora in pochi sembrano davvero valutare.

Quel che è  sconvolgente non sono le incertezze dei politici, e neppure le oscillazioni del mondo scientifico. Queste sono cose comprensibili, perfino in certa misura scusabili. Quel che non si può in alcun modo tollerare – insieme alla criminale sottovalutazione del dramma sociale che si è prodotto con la chiusura – è il clima plumbeo che si è instaurato, la volontà di impedire ogni dibattito, quella di censurare il più piccolo dissenso.

Siamo ormai ad un clima orwelliano. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». State in casa, state in casa, state in casa: fine della discussione.

Consapevoli o no, stanno davvero passando il segno. Non potrà durare a lungo.




PER LA RINASCITA DELL’ITALIA, ATTRAVERSO L’ECONOMIA REALE E L’OSSERVANZA DELLA COSTITUZIONE di G. Paragone, T. Alterio, M. Pasquinelli, M. Scardovelli, P. Maddalena

“Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia”

L’emergenza sanitaria finirà, quella economico-sociale che bussa alle porte sarà invece davvero devastante. L’epidemia ha infatti colpito una società già profondamente indebolita da decenni di scellerate politiche predatorie. La pretesa neoliberista di averci privato della sovranità nazionale, consegnandola all’Europa e ai mercati, ha indebolito le nostre difese immunitarie.

Anni di austerità in nome del rispetto dei vincoli europei hanno devastato il tessuto economico produttivo dell’Italia, spolpato la sanità pubblica, distrutto lo stato sociale. Tutto questo ha spalancato le porte alla finanza internazionale e alle multinazionali che hanno acquistato a buon mercato gran parte delle nostre ricchezze e del nostro patrimonio pubblico.

E’ arrivato il momento di dire basta al sistema neoliberista e a questa Unione Europea.

Quando il male è profondo la terapia non può che essere radicale. La recessione è già in corso, per sventare il pericolo che diventi catastrofica, per evitare che milioni di italiani siano gettati sul lastrico, occorrono misure drastiche, occorre avere una visione chiara e radicale che vada in una direzione opposta rispetto a quella fin qui imposta dall’Unione Europea e dalla nostra classe politica.

Davanti all’emergenza chiediamo al governo di adottare un piano che metta in sicurezza il Paese e che ponga le basi per una rinascita dell’Italia basata sui principi della Costituzione repubblicana.

Tra i primi provvedimenti urgenti:
1)  Sostenere chi è senza lavoro e senza reddito seguendo criteri di equità e semplificando le procedure di accesso agli aiuti.
2)  Sospendere mutui, prestiti e tasse per i cittadini in difficoltà.
3)  Concedere prestiti a fondo perduto per tutte le aziende, gli esercenti, gli agricoltori e gli artigiani affinché possano riprendere le loro attività.
Passata l’emergenza non si può e non si deve tornare allo status quo ante.  Ma chiediamo di:

1)  Tenere presente che lo Stato italiano ha mantenuto il potere di emettere  “moneta di Stato a corso legale”  (art. 117, comma 1, lett. e) Cost.); fatto che non c’è impedito, né dai Trattati né dallo Statuto della Bce); spendibili nel territorio italiano; ritenere che alla luce di quanto dispone la Convenzione di Vienna sui Trattati internazionali, nella situazione che si è creata, è possibile abrogare le ”leggi di ratifica” dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, nonché dei Trattati relativi al WTO, al FMI e alla Banca mondiale degli investimenti;

2) Separare la banche commerciali dalle banche d’investimento. Trasformare Cassa Depositi e Prestiti e MCC, da Spa in “Enti pubblici”, che devono servire a soddisfare i diritti fondamentali dei cittadini, mentre il fine delle Spa è di soddisfare gli interessi economici dei “soci”. Tenere presente che la Banca d’Italia, potendo creare denaro dal nulla, deve esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza.

3) Abrogare le leggi che consentono la finanziarizzazione del mercato (cartolarizzazioni, derivati, ecc.);

4) Porre in essere tutte le attività di carattere amministrativo e contabile al fine di individuare quella parte del debito pubblico derivata dalla speculazione finanziaria, da dichiarare inesigibile, alla luce di quanto prevede la Costituzione in ordine ai diritti fondamentali del cittadino;

5) Bloccare tutte le privatizzazioni, le cartolarizzazioni e le svendite del patrimonio pubblico. Nazionalizzare, come prevede l’art.43 della Costituzione, i servizi pubblici essenziali (nazionali e locali), “le fonti di energia” (acqua, luce, gas, industrie strategiche, fonti di produzione della ricchezza nazionale, ecc.); e le situazioni di monopolio. Far rientrare tali beni nel concetto di “demanio pubblico”, e cioè di proprietà collettiva demaniale del popolo rendendoli inalienabili, inusucapibili e inespropriabili. Incrementare lo Stato sociale e l’intervento dello Stato nell’economia.

6) Agire sul piano giudiziario contro le devastazioni ambientali, i contratti capestro con privati faccendieri o multinazionali straniere, considerando i cittadini, singoli o associati (art. 118 Cost) come parti della comunità statale (art.2 Cost), titolari di eguali diritti fondamentali, chiedendo ai giudici di far annullare le leggi incostituzionali dalla Corte Costituzionale.

E’ giunto il tempo di far ricorso al diritto di Resistenza di cui parlava Dossetti, al “potere negativo del popolo”, il quale è titolare dell’ultima parola quando, come accade da tempo, la  Costituzione viene violata. E’ tempo di uscire dalla gabbia di questa Unione europea e dell’euro senza alcun tentennamento o ambiguità. Essere un Paese sovrano non significa isolamento, ma, al contrario, significa essere un Paese libero capace di rapportarsi in modo paritario con gli altri Paesi. Essere sovrani significa liberarsi da una schiavitù per migliorare le nostre vite.

Dobbiamo essere la scintilla capace di risvegliare gli italiani sopiti, impauriti e senza speranze e, per questo, abbiamo tutti un compito grande: liberarci da questo senso di impossibilità, di impotenza, dalla prigione interiore in cui siamo finiti, per tornare ad essere un Paese grande come eravamo.

È questo il tempo di rinascere!

E’ giunto il tempo di costruire un partito che attui la Costituzione e ci liberi dalla gabbia europea!

Ce la faremo uniti!

Firmatari:

Gianluligi Paragone, Tiziana Alterio, Moreno Pasquinelli, Mauro Scardovelli, Paolo Maddalena

 




UNIONE EUROPEA DE PROFUNDIS di Piemme

La cosiddetta “pandemia”… è lei la vera causa della gravissima crisi economica globale? O non è altro che la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una crisi generale del capitalismo globale che bussava alle porte? Avremo modo di tornare sull’argomento, magari riproponendo quanto sosteneva Marx sulle crisi generali del capitalismo come “crisi di sovrapproduzione”, e come il sistema soltanto ne può uscire — ovvero il ciclo di accumulazione (la cosiddetta “ripresa”) può ripartire solo dopo una distruzione su larga scala di forze produttive.

Marx avrebbe infatti considerato illusorie soluzioni tecnico-monetarie, ovvero l’idea che l’immissione di liquidità sia di per sé sufficiente a far ripartire l’economia. A ben vedere anche Keynes avrebbe condiviso l’affermazione di Marx. L’idea centrale di Keynes non era infatti quella che pompando più denaro nell’economia il capitalismo sarebbe magicamente guarito dalle sue croniche patologie, quanto invece l’idea che occorresse fare dello Stato il principale attore economico, con funzioni decisive di indirizzo e pianificazione a spese delle “cieche” leggi di mercato.

Ma veniamo a noi. Come stanno agendo i diversi paesi, anzitutto le grandi potenze, all’attuale collasso economico?

Federico Fubini, sul Corriere della Sera di ieri fornisce dai eclatanti. Dice della Cina:

«Venerdì il Politburo del Partito comunista cinese ha deliberato le misure di rilancio dopo l’epidemia. Il pezzo forte sono 7.500 miliardi di yuan di nuovi investimenti già nel 2020, pari all’8% dell’economia cinese, parte di un programma quasi sette volte più grande da sviluppare negli anni. Le risorse verranno raccolte emettendo titoli fuori dal bilancio ufficiale, che la banca centrale comprerà creando nuova moneta. Il Politburo non fa prigionieri. Non guarda in faccia a niente e nessuno pur di evitare fame, povertà, disoccupazione, sommosse e soprattutto pur di proteggere lo status di superpotenza globale della Cina».

Poi passa agli Stati Uniti d’America:

« La Casa Bianca di Donald Trump e il Congresso hanno varato un primo pacchetto di spesa pubblica da duemila miliardi di dollari, il 9,5% del Pil. Ogni americano che ne ha anche solo potenzialmente bisogno riceverà subito 1.200 dollari, magari tramite moneta digitale perché anche questa opzione diventa la prima volta legge: un messaggio di supremazia tecnologica al resto del mondo. Già questo mese poi Trump preparerà un secondo pacchetto più vasto del primo, come se l’Italia varasse in due mesi un’espansione da almeno 360 miliardi. Del resto tutto il debito lo assorbirà la Federal Reserve. La banca centrale americana ha comprato titoli del Tesoro per 646 miliardi di dollari negli ultimi otto giorni. In poco più di una settimana ha fatto oltre metà di quanto la Banca centrale europea (per ora) si appresta a fare in un anno: a noi il bazooka, a loro l’arma nucleare».

E l’Unione europea?

«Nella zona euro gli stimoli dei governi ad oggi valgono il 2,3% del Pil, più una quantità di garanzie pubbliche difficile da misurare. È una frazione di quanto stanno facendo Usa e Cina».

Il perché la Ue non riesca ad andare oltre ai pannicelli caldi è presto detto: lo impediscono i trattati, ovvero le stringenti regole monetaristiche e ordoliberiste che soprattutto per la Germania sono inviolabili. Può soprendere una tale rigidità, ma così è, anche visto lo scontro, duro come non mai, in seno ai verici della Unione europea.

Si sa che i tedeschi abbiano la testa dura. E’ una costante storica che la Germania, contrariamente a quanto affermò Carl Von Clausewitz — “Per andare in guerra è indispensabile avere un piano. Sparato il prim colpo il piano va tuttavia cambiato” — si innamorino del loro piano e tentino di portarlo fino in fondo, fino al suicidio.

E qui veniamo a Mario Draghi, ed alle illusioni che in tanti si fanno che la sua sia una resipiscenza keynesiana. Non è così. Vero che Draghi suggerisca grandi iniezioni di liquidità,  ma egli non schioda dal paradigma monetarista per cui gli Stati non debbono assumere un ruolo centrale di indirizzo e pianificazione economica. La sua ricetta consiste in buona sostanza: (1) che gli stati possono indebitarsi fino al collo ma dovranno restituire capitale e interessi al sistema bancario privato e (2) che il dominus non è lo Stato bensì il sistema bancaria privato e (3) alla fine della fiera lo Stato, leggi la comunità, anzitutto il popolo lavoratore, debbono accollarsi i costi sociali del fallimento del settore privato e del mercato. Con Draghi avremmo l’emissione di moneta, ma pur sempre, come si dice, “a debito”.

Quella di Draghi vuole essere una proposta per salvare l’Unione europea dalla disintegrazione, una proposta accettabile dai tedeschi. La risposta sin qui venuta da Berlino è che non se ne parla nemmeno, malgrado un vasto fronte si sia venuto costituendo.

La dico come la penso: mi auguro che Berlino tenga duro, così quest’Unione europea ce la togliamo finalmente dai piedi, così che le stesse classi dirigenti italiane, sin qui prone ai diktat tedeschi, dovranno decidere: suicidarsi assieme alla Germania (come già fece il fascismo) o sganciarsi e seguire, non quanto dice Draghi (Dio ce ne scampi!) ma, almeno, quanto stanno facendo Pechino e Washington. E se esse, invece, esiteranno, cincischieranno, spetterà al popolo, finalmente, prendere in mano i destini del Paese. La strada è quella tracciata da Liberiamo l’Italia.




IL RE E’ NUDO di Umberto Spurio

Facciamo il punto. Lo sconvolgimento appena iniziato assumerà sempre più progressivamente dimensioni epocali.

Avviso subito i creduloni della serie “andrà tutto bene” di leggere questo scritto accompagnati dai genitori perchè prima già non andava bene per tanta parte del popolo e quell’augurio somiglia a) alla nostalgia per un sistema selvaggio dove il benessere è per pochi e b) un messaggio ottimistico da chi quel sistema selvaggio vuole rimetterlo in piedi riciclando partiti e criteri che lo hanno determinato e che ci ha trascinati sull’orlo del precipizio.

Tutto è accettabile ma non l’idiozia, specie quando le prove sono sotto gli occhi di tutti e si manifestano anche con la perdita di vite umane.

Lo sconvolgimento è appena iniziato, la lotta intestina in seno alla Ue ne è solo un segno.

E’ l’intero modello capitalistico nella fase del dominio del capitale finanziario e sovranazionale ad essere aggredito. Da cosa? Purtroppo non ancora dal popolo ma dalle sue stesse forze, proprio come accade quando in condizioni estreme gli squali di un branco affamati iniziano a mordersi tra loro al solo odore del sangue dei pesci che stanno divorando.

Assisteremo alla messa in onda di tentativi di ogni tipo per perseguire la soluzione della crisi, la più devastante dopo la seconda guerra mondiale, ma – attenti – saranno tutti tentativi per salvare il sistema delle borse speculative e della moneta a debito – il sistema neoliberista.

Quali sono i punti nodali in questo scenario se vogliamo difendere gli interessi del popolo che lavora e dunque guardare le cose con le lenti giuste?

– il principale è che il re è nudo: il sistema basato su globalizzazione, dominio dei mercati finanziari, marginalità del ruolo statale nell’economia per definire strategie e tutelare asset decisivi è fallito

– le proposte che arrivano dagli attori che hanno provocato il fallimento preparano nuove e più devastanti conseguenze proprio perchè non aggrediscono il nodo principale, ossia le regole della finanza speculativa e dei mercati finanziari – gli spazi di manovra si ridurranno sempre più sia all’interno delle forze sistemiche sia tra esse e il proletariato, i ceti medi, le piccole e medie imprese

– si farà sempre più evidente la necessità di una svolta epocale e strutturale e sempre più persone si ritroveranno a pensare, ed agire, come non avrebbero mai pensato di fare

– la crescita di consapevolezza che il cambiamento o è radicale o non è, si farà sempre più strada e saranno corrosi partiti e organizzazioni in modo trasversale, processo che porterà alla nascita di un nuovo fronte sociale, ma non ancora politicamente organizzato, di opposizione al sistema neoliberista, di cui i gilet gialli sono stati un anticipazione

– sara’ necessario raccogliere tutte le energie dissidenti e organizzarle in un fronte ampio e trasversale il cui sentire comune è l’opposizione al sistema della finanza predatoria e speculativa per approdare ad un sistema di economia comunitaria e partecipata dal popolo.

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL BUE DICE CORNUTO ALL’ASINO di Sandokan

Questo articoletto lo dedico a Giorgia Meloni.  A parte una certa sua fastidiosa supponenza, tra tutti i rottami politici della seconda repubblica è di sicuro, al netto delle sue pornografiche alleanze, la più brillante. E’ un tipo sveglio, che non si è fatta scrupoli (vedi foto) di copiare Liberiamo l’Italia.

Ma veniamo a noi.

Succede in Ungheria che Viktor Orbán si sia fatto affidare dal Parlamento pieni poteri (Salvini, do you remeber?) rinnovabili senza limite. Governerà per decreto, può chiudere per un periodo a sua discrezione il Parlamento, saranno accettate solo informazioni di fonti ufficiali sulla pandemia e chi verrà accusato dall’esecutivo di diffondere fake news – cioè potenzialmente anche critiche alla gestione dell’allarme sanitario e al disastroso stato della sanità pubblica o ad altre decisioni del potere  – potrà essere condannato fino a 5 anni di prigione nelle sovraffollate carceri magiare. L’emergenza in vigore dall’11 marzo dunque viene ulteriormente e gravemente inasprita.

In buona sostanza, senza colpo ferire, in Ungheria, utilizzando le prerogative che gli consegna la nuova Costituzione che lui stesso aveva voluto  Orban ha preso la palla al balzo della “pandemia” per abolire le ultime parvenze di democrazia e passare ad un regime di dittatura presidenziale. Un colpo di stato legalizzato.

E’ subito scattata la campagna euro-liberale di esecrazione. In Italia hanno gridato allo scandalo anzitutto Pd e M5s.

Ha avuto facile gioco la Giorgia Meloni, che ha rinfacciato al governo che

«Mi corre l’obbligo di ricordare che in Italia quasi tutti i poteri sono stati dati al governo con un decreto-legge che il governo ha deciso di interpretare in modo molto estensivo. Se qualcuno non se ne fosse ancora accorto in Italia il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, ha sospese le elezioni e sono stati rinviati il referendum e le elezioni regionali e locali. A colpi di decreti del presidente del Consiglio è stata limitata la libertà individuale dei cittadini, parlamentari e magistrati compresi, così come quella di impresa e di commercio e sono state introdotte misure speciali in ogni ambito».
Ciò che dice la Meloni è, in effetti, la pura e semplice verità. Conte, Di Maio, Zingaretti sono come il bue che dice cornuto all’asino. Non hanno titolo a criticare Orban visto che, seppure in modo meno spettacolare, hanno fatto le stesse cose, hanno anzi anticipato quanto accaduto in Ungheria.

A noi, cara Giorgia, corre l’obbligo di denunciare la tua pelosissima posizione per cui, pur di difendere il tuo amico Orban e di tener fede al tuo fondamentalismo presidenzialista, sei costretta (diamo atto della coerenza) a difendere non solo lo Stato d’eccezione in Italia ma lo stesso governo Conte. E infatti hai detto:

«Non è il momento di fare polemica su questo, ci rendiamo conto che la situazione è emergenziale, ma abbiamo più volte chiesto al governo di fare maggiore attenzione ai necessari passaggi parlamentari».
Detto che non puoi chiedere in Italia “maggiore attenzione ai necessari passaggi parlamentari” e in Ungheria sostenere Orban che fa esattamente il contrario, resta il fatto che in nome dell’emergenza, difendi la soppressione della democrazia.



Impiccati alla Germania di Leonardo Mazzei

Sono giornate pericolose. I gattopardi sono in agguato. Cambiare tutto perché nulla cambi è la loro missione. Se riusciranno a vincere saranno guai seri, peggio di quelli prodotti dal coronavirus.

Nelle due settimane che si son presi proveranno a confezionare il grande imbroglio. Ci riusciranno? Non è detto, poiché l’Unione non è mai stata così disunita, ed i diversi interessi nazionali tanto divaricati tra loro. Ma ci proveranno alla grande, di questo possiamo esser certi.

Attenzione dunque a dare l’UE per morta. Lo sarà  solo quando lo sarà. Nel frattempo – non ce ne vogliano gli animalisti – chi ha a cuore le sorti del popolo lavoratore (inteso in senso molto ampio) non può che ispirarsi al “bastonare il cane che affoga” del presidente Mao.

Piccolo florilegio del salvatori dell’UE

Sull’operazione salva-UE guidata da Mario Draghi ha già scritto Moreno Pasquinelli. Ma forte è il coro di chi fiancheggia l’uomo del Britannia, delle privatizzazioni, dell’austerità e dell’euro. Accanto a chi l’appoggia enfaticamente sottolineandone i presunti quanto fantomatici elementi di rottura, c’è chi (ben più concretamente) lavora a preparargli il terreno provando a tessere un accordo con la Merkel.

Dedichiamoci dunque ad una istruttiva rassegna di quel che dicono i più autorevoli rappresentanti del fronte eurista nazionale.

Partiamo da una persona informata dei fatti. Paolo Gentiloni è uno dei commissari guidati dalla simpaticissima Von der Leyen, colei che ha già sentenziato che sulla materia del contendere – eurobond e similari – ha ragione la Germania. Lei però l’ha detto in tedesco, mentre il servizievole Paolo – uomo per tutte le stagioni, transitato dalla sinistra extraparlamentare, alla Margherita di Rutelli, fino all’approdo nel Pd – l’ha voluto ribadire in italiano.

Intervistato da Radio Capital è stato fin troppo preciso su due punti. Il primo:

«L’emissione di bond genericamente per mutualizzare il debito non verrà mai accettata».

Il secondo:

«Il Mes non è la Spectre, è uno strumento condiviso, la discussione è sulle condizionalità, e si parla di alleggerirle ma non sono molto ottimista nemmeno su questo, perciò meglio spostare la discussione su quali obiettivi finanziare e poi decidere come».

Chiaro chi rappresenta l’Italia a Bruxelles?

Passiamo adesso al surreale David Sassoli, una nullità messa non a caso a guidare il nulla, cioè l’ornamentale parlamento di Strasburgo. Essendo uno dei cosiddetti “cinque presidenti”, il Sassoli è tra coloro che sono stati incaricati di superare il disaccordo emerso nell’ultima riunione del Consiglio europeo. Che vi contribuisca è pressoché certo, ma è probabile che lo faccia con un’unica parola: signorsì. A Berlino l’apprezzano molto.

Il Sassoli prova a prenderla larga:

«Vuoi utilizzare il Mes? Bene, allora devi modificarlo perché è stato pensato per crisi asimmetriche in cui un Paese in difficoltà chiedeva aiuto, mentre oggi siamo di fronte a una crisi simmetrica che ci colpisce tutti. Non ci possono essere condizionalità, il Mes potrebbe fungere da garanzia per i mercati finanziari, demandandone l’operatività tecnica a una istituzione come la Banca europea per gli investimenti».

Aria fritta, ma se non altro il presidente dell’europarlamento non nasconde chi comanda nell’Unione:

«Penso e spero che Berlino non vorrà rinunciare a un ruolo di guida e rafforzamento dell’Europa», questo il suo appello a mamma Merkel.

Ma perché tanta apparente fiducia?

«Non c’è dubbio. Senza solidarietà crollano i vincoli e le ragioni dello stare insieme. Però è anche vero che come ci ha insegnato Monnet l’Europa si forgia attraverso le crisi che affronta. E soprattutto quando i nostri Paesi capiscono che nessuno può farcela da solo. Siamo a un passaggio di fase e l’Europa può diventare più forte. È sempre stato così».

Questa la professione di fede dell’ex giornalista, il quale pur di arrivare ad “un’Europa più forte” è certo pronto al peggiore dei pastrocchi.

Quale possa essere l’accordo ce lo diceva ieri il Corriere della Sera:

«Secondo quanto è trapelato da varie capitali, il Fondo salva Stati, che dispone di 410 miliardi, potrebbe arrivare ad almeno 700 miliardi per elevare i prestiti oltre il limite attuale del 2% del Pil nazionale (circa 36 miliardi per l’Italia), con estensione dei rimborsi a 30/50 anni e senza le stringenti condizioni applicate in passato alla Grecia. Anche le erogazioni della banca Bei potrebbero salire dagli attuali 20 miliardi ad oltre 200. Entrambi questi organismi, per finanziarsi, emettono già titoli garantiti dai Paesi membri. Quindi basterebbe un accordo sui maggiori importi, senza doversi scontrare sul principio politicamente divisivo dei nuovi coronabond».

Questi la fanno facile, ma se così fosse non si capirebbe il perché del mancato accordo della scorsa settimana. Tralasciando il fatto che anche in questo modo le risorse sarebbero insufficienti, come si vede si va sempre a finire sul Mes. Ma un intervento del Mes senza condizioni stringenti non esiste. Dunque, siamo punto e a capo.

Il perché di tanta insistenza, a dispetto dei fatti, ce lo spiega il solito Gentiloni, secondo cui:

«Bisogna ancora scommettere che, da parte della Germania, si arrivi a una comprensione della situazione nuova».

Siamo dunque impiccati alla Germania. Allegria!

Sulla stessa linea Enrico Letta, sempre sul Corriere:

«La propaganda politica ha trasformato in zombie i due principali strumenti esistenti. Io sono favorevole agli eurobond, che i nordici non vogliono perché pensano di dover pagare il nostro debito. Ma si possono fare senza trasferimento di soldi da loro a noi. Dobbiamo, insieme, costruire uno strumento europeo per battere la crisi. Quanto al Mes, da noi è diventato un tabù per colpa di Salvini, Meloni e dei 5 Stelle, alla ricerca di un nemico fantomatico».

Dopo il Letta senza tabù, chiudiamo ora con quel che ha detto un’economista mainstream, quel Nicola Rossi liberista a tutto tondo passato dall’Ulivo prodiano alla presidenza dell’Istituto Bruno Leoni, fino ad approdare ad importanti incarichi bancari.

Non avendo ruoli politici, il Rossi può permettersi di dirla tutta, rivelando così quel che pensa realmente l’establishment del Paese. Per lui l’Italia, tramite un apposito voto parlamentare, dovrebbe annunciare «urbi et orbi che intende mantenere indefinitamente un avanzo primario al di sopra del 2% del prodotto al fine di stabilizzare il proprio rapporto fra debito e Pil».

Insomma, la trentennale cura da cavallo a base di continui avanzi primari, dunque di austerità, ancora non gli basta. Per Rossi bisogna impegnarsi sul 2%, anzi qualcosa di più. Tradotto in cifre il 2% significa che ogni anno, e per sempre, le entrate dovranno superare di 36 miliardi (in euro attuali) la spesa pubblica. Dunque sacrifici, depressione economica, più tasse e meno stato sociale (inclusa la sanità…). Ecco cosa pensano realmente lorsignori, al di là dei bei discorsi sul “siamo tutti sulla stessa barca”.

Conclusione  

Chi scrive non può sapere come si concluderà la partita europea. La crisi che si annuncia è talmente grave che anche a Palazzo Chigi dovranno pensarci bene prima di firmare la capitolazione, ma lanciare l’allarme è necessario.

Se questi sono i generali, se questo è il pensiero che li anima, nessuna illusione è concessa. Eppure sarebbe questa l’occasione giusta per fare l’unica cosa davvero utile per il Paese: lasciare l’Unione alla sua crisi e riprendersi la piena sovranità, a partire da quella monetaria.

Ma quel che sarebbe utile per la stragrande maggioranza degli italiani, è ben distante dalla visione e dagli interessi dei dominanti.

Che tutti coloro che hanno compreso da tempo qual è il nodo principale, che comprendono oggi la necessità di un radicale piano d’emergenza che accompagni l’Italexit, battano subito un colpo. Il momento per farlo non può essere rinviato. Il momento è ora.




CHI DIMENTICA È PERDUTO di Thomas Fazi

Draghi ha assunto la carica di nuovo Presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una “brillante” carriera come Vicepresidente e managing Director di Goldman Sachs (2002-2005), Governatore della Banca d’Italia (2005–2011) e Direttore generale del Tesoro italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi, negli anni ’90, si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni selvagge di buona parte dell’apparato industriale pubblico italiano, pur essendo perfettamente consapevole, come dichiarò nel suo intervento sullo yacht Britannia nel 1992, che questo avrebbe “indeboli[to] la capacità del Governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”. Tuttavia – come disse sempre Draghi – quel processo era da considerarsi “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”.

Fu sempre Draghi, sempre nella veste di DG del Tesoro, a far sottoscrivere allo Stato italiano una serie di derivati (finalizzati a mascherare la reale entità del debito pubblico italiano) – i cui dettagli non sono noti perché coperti dal segreto di Stato – che negli anni sono costati al nostro paese svariati miliardi. Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato alla negli anni ’00 mentre stava alla Goldman Sachs.

Ora, volete che, dopo essersi prodigato in maniera così infaticabile per vent’anni a favore degli interessi del grande capitale internazionale, Draghi non fosse ripagato come minimo con un bel ruolo da banchiere centrale? E infatti così è stato. Con l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo per tutti noi. Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE, e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore, Trichet, inviarono al governo italiano quella famosa “letterina”, che poi sarebbe entrata nella storia, in cui intimavano al governo italiano “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, “privatizzazioni su larga scala”, “la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari”, “la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale”, “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e persino “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per “ripristinare la fiducia degli investitori”.

Evidentemente, però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del Governo italiano, e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa – “decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE” per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, spianando così la strada all’ascesa del Governo “tecnico” di Monti. È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente “indipendente” e “apolitica” che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un Governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto ha fatto Draghi nel 2011 nei confronti dell’Italia.

Non contento, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia, Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact“): “una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: “Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato”.

Fu sempre Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il Movimento 5 Stelle emerse come il primo partito del Paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: “Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico”. E infatti così è stato. Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole”.

È precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari “per preservare l’euro”. L’implicazione era che, se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa. L’annuncio di Draghi fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla “fiducia dei mercati”, come Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

Tuttavia, se da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, come abbiamo scoperto in questi giorni, comporta l’adesione da parte del Paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES). In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, che gli sono valse così tanti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di matrice neoliberista.

Questo è diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche, per costringere il Governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un fatto pressoché senza precedenti nella storia. Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di  Draghi se oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non è la banca centrale ad essere dipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale . Più in generale, alla luce del suo “curriculum”, ci sarebbe solo che da tremare alla prospettiva di un eventuale Governo tecnico guidato da Draghi. Il fatto che oggi non ci sia praticamente un solo politico in Italia – da Salvini in giù – che non invochi questa soluzione dà veramente il senso della caratura della nostra classe politica.

* Fonte: L’Intelletuale dissidente




NO AL “PROGRAMMA DRAGHI” di Moreno Pasquinelli

La cosiddetta “pandemia” COVID-19 ha gettato nel marasma la già malmessa economia mondiale. A ben vedere è proprio l’Occidente a subirne le più gravi conseguenze e, in questo perimetro, è anzitutto l’Unione europea ad essere letteralmente terremotata.
E’ in questo contesto che dobbiamo leggere la nuova e pesante scesa in campo di Draghi, col suo intervento sul Financial Times.
Con la sua sortita, l’ex-governatore della Bce non solo certifica la sua auto-candidatura a guidare il nostro Paese — dato il precipitare degli eventi più come primo ministro che come presidente della Repubblica. Egli indica la terapia per guarire il malato, la via per tirar fuori l’Unione europea dalla sua crisi mortale.

Di che terapia si tratta? Quale via suggerisce?

Come c’era da aspettarsi l’uscita del nostro ha immediatamente ricevuto il plauso dell’establishment italiano, non solo dei potentati economici, ma della gran parte degli esponenti politici, a sinistra e a destra. Pressoché tutti lo invocano come salvatore della Patria, affinché, passata la buriana, prenda il posto di Conte. Tecnicamente, questo passaggio di consegne ci riporterebbe all’autunno 2011, quando venne defenestrato Berlusconi. Anche questa volta lorsignori non pensano affatto di passare per le urne. La differenza (e che differenza!) è che il passaggio sarebbe pilotato e blindato con accordo bipartisan preventivo centro-destra-centro-sinistra.

Che chi sta sopra, in alto, cioè le classi dominanti e i loro fantocci politici siano pronti a consegnare pieni poteri a Draghi non deve stupire. Essi sanno chi è costui, si fidano ciecamente, e dal loro punto di vista di classe non si sbagliano.

Ciò che semmai sorprende, che suscita massima inquietudine, è che vi siano alcuni “insospettabili”  — evitiamo per carità di patria di fare i nomi — che stanno avvelenando i pozzi. Codesti, dopo avere conquistato la stima di molti per aver gridato contro il regime e le politiche neoliberiste, dopo avere detto e scritto che occorre una radicale inversione di rotta, ci stanno dicendo che non bisogna opporsi pregiudizialmente all’operazione Draghi, che anzi occorre aprirgli una linea di credito. Questi cretini (concediamo loro la buona fede) per sostenere il loro spostamento di campo, adombrano ad una resipiscenza keynesiana di Draghi: “egli fu allievo di Federico Caffè”.

Resipiscenza keynesiana?

Basta leggere con la dovuta attenzione cosa precisamente abbia indicato Draghi sul Financial Times per smentire questa idea come una gigantesca bufala. Il fatto che Draghi ammetta che sarà necessario fare debito pubblico non significa che egli si è convertito. Il debito è solo uno strumento, dipende da come lo si usa e dagli scopi di chi lo usa. Un coltello serve al cuoco per cucinare un buon piatto, in mano ad un omicida serve per uccidere.

Quando il mercato ed il settore privato entrano in coma, anche i liberisti più sfrenati chiedono aiuto allo Stato, ma affinché torni il vecchio Ambaradan.

Come scrive Emiliano Brancaccio

«L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose».

Thomas Fazi, dopo aver rinfrescato la memoria agli smemorati che sono caduti con tutti e due i piedi nella trappola — ricordando per filo e per segno le numerose e gravissime mosse  che Draghi ha collezionato nella sua carriera —,  scrive:

«Veniamo ora alla lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace deludervi, ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro. Più banalmente, Draghi sta invocando quella che è la strategia da manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009. Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente com’ è accaduto del decennio post-2007. Il senso dell’intervento di Draghi sta tutto qui».

Non c’è dubbio che chi abbia sale in zucca, chi abbia davvero a cuore gli interessi ed i diritti delle masse popolari, ovvero della maggioranza dei cittadini, deve opporsi all’operazione Draghi.

Non basta, evidentemente dire no a Draghi ed al suo programma liberista. Occorre opporre un programma opposto, che descriva un’alternativa di società.

Se non ora, quando?




DICHIARAZIONE DEI FRATELLI GRECI

Per salvare vite umane, dobbiamo sbarazzarci dell’austerità neoliberista dell’UE, di Nuova Democrazia e di SYRIZA
Proteggiamo ora il sistema sanitario e il personale medico!

La pandemia di Covid-19 segnala le responsabilità criminali di coloro che hanno demolito il sistema sanitario pubblico e lo stato sociale. Dieci anni di Memorandum e attacchi neoliberisti hanno creato un enorme deficit di personale medico e attrezzature. I governi neoliberisti devono essere ritenuti responsabili della crisi epidemica dinanzi alla società.

Lo sfrontato sostegno al capitale privato, la privatizzazione degli ospedali pubblici, la mercificazione della salute, l’abbandono e il disprezzo del settore pubblico, hanno tutti la firma delle forze politiche che hanno governato il nostro paese negli anni passati.

In questi tempi difficili, tutti ammettono che la speranza per la salute delle persone risiede in un sistema sanitario pubblico ben attrezzato e dotato di risorse. I costosi servizi privati non possono e non sono disposti a svolgere questo compito. Scandalosamente favoriti dall’UE e dalle politiche governative traggono profitto sulle spalle dei pazienti.

Lo scoppio del virus, con centinaia di migliaia di infetti e migliaia di morti, ha dimostrato che il paradigma del neoliberismo — “non esiste società, solo individui” — è una catastrofe per l’umanità.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di responsabilità sociale, protezione collettiva, solidarietà, empatia — valori che il capitalismo neoliberista umilia brutalmente e indifferentemente. Dobbiamo accettare le misure preventive ma allo stesso tempo ribellarci collettivamente contro le politiche che hanno distrutto la nostra coesione sociale.

Il governo di Mitsotakis ritiene i cittadini personalmente responsabili dell’eliminazione delle epidemie. La responsabilità personale è effettivamente necessaria, purché non venga utilizzata per coprire le responsabilità politiche per la drammatica mancanza di personale medico, attrezzature e unità di terapia intensiva. La protezione della salute pubblica non è solo una questione di responsabilità personale, è soprattutto una delle maggiori responsabilità e obblighi dello Stato.

Le politiche di emergenza annunciate dal Ministro della Salute non sono in grado di coprire nemmeno i bisogni creati dall’epidemia. Oggi è necessario rovesciare l’austerità, l’obbligo di avanzi primari e tutte le politiche che mirano all’eliminazione del settore pubblico. Abbiamo bisogno di politiche che privilegino la vita umana rispetto ai profitti del capitale privato e alle esigenze dell’UE e dei creditori internazionali. L’eccedenza primaria di 7 miliardi non può essere investita per il rimborso dei creditori e dell’UE, mentre la vita delle persone è in pericolo.

Lottiamo per:

• Un aumento immediato della spesa pubblica a favore del Ministero della Salute; rafforzare il personale ed equipaggiamento del sistema sanitario pubblico; adeguate forniture di ventilatori, test diagnostici e materiali di consumo. Il sistema sanitario deve essere escluso una volta per tutte dal meccanismo soffocante del pareggio di bilancio. Tutti gli obblighi e gli accordi di austerità nei confronti dell’UE devono essere annullati.
• Impiego immediato di 1000 medici permanenti e 2000 infermieri per il funzionamento dei 100 letti di terapia intensiva e il potenziamento delle unità mediche responsabili del virus, delle unità mediche locali e di terapia intensiva. Rinnovo immediato di tutti i contratti temporanei per tutto il personale di supporto e assunzione di nuovi.
• Rafforzamento dell’assistenza sanitaria di base, per alleviare la pressione degli ospedali. Test medici decentralizzati, immediati e gratuiti per la diagnosi di Covid-19, senza ritardi burocratici, senza pericoli per il personale medico o test costosi nei centri sanitari privati. Coinvolgimento dei medici di medicina generale, pneumonologi e patologi per i servizi di assistenza domiciliare.
• Ulteriori ferie integralmente retribuite per tutti i dipendenti privati ​​e statali che si infettano, obbligati ad astenersi dal lavoro per proteggere le persone infette e prendersi cura dei propri figli.
• Gli operai, i lavoratori autonomi, le famiglie e le piccole imprese non debbono pagare la crisi economica che viene. Protezione dello Stato per tutti i settori che collassano economicamente e tutti i lavoratori che perdono salari e posti di lavoro. Congelamento di tutte le tasse e contributi previdenziali fino a quando dura l’epidemia.

La società, già sotto stress, sarà messa a dura prova dalla pandemia e dalle sue conseguenze sanitarie ed economiche. Oggi, insieme alla richiesta di un rafforzamento immediato ed emergenziale del sistema sanitario, di protezione dei più vulnerabili, di sostegno statale ai lavoratori, abbiamo bisogno di organizzazione sociale e solidarietà, coesione sociale e sostegno reciproco. Le autorità locali, le organizzazioni e i movimenti sociali hanno un ruolo importante da svolgere.

Noi restiamo a casa

Noi stiamo insieme contro la paura e la crisi!

PAREMVASI
Organizzazione politica della sinistra comunista in Grecia