BLOCCO SOCIALE, EGEMONIA E RIVOLUZIONE di Alessandro Visalli

Giorni addietro abbiamo pubblicato le riflessioni di Moreno Pasquinelli sul dibattito in corso all’interno di Nuova Direzione (QUI e QUI).
Volentieri pubblichiamo la risposta di Alessandro Visalli che è il coordinatore nazionale di Nuova Direzione.

Avanzate e ritirate. Blocco sociale, egemonia e rivoluzione

Moreno Pasquinelli, su “Sollevazione”, in due consecutivi articoli[1] è intervenuto in un dibattito tra alcuni autori[2] de “La fionda” e un intervento su questo blog[3]. Oggetto del dibattito era l’azione politica ed i suoi referenti nelle condizioni contemporanee.

Questa è la mia replica.

Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti avevano voluto sostenere una tesi profondamente radicata nella lunga ritirata della cultura di sinistra e marxista non solo italiana: che la frattura tra le classi sociali sia ormai superata, a seguito del crollo del “compromesso keynesiano”, ovvero del modo di produzione fordista. Secondo questa visione il proletariato, la classe operaia, non esisterebbe più e comunque non si esprimerebbe come classe distinta dalle classi medie. È dunque a queste ultime che bisogna ormai guardare come orizzonte di ogni azione politica possibile. Si tratta di una tesi di grandissimo successo a partire dal finire degli anni settanta e poi completamente egemone negli anni ottanta e novanta[4]. Sia chiaro, è una tesi che ha avuto grande parte nella ritirata della sinistra antagonista, o di opposizione, nelle ‘terze vie’, diventandone un caratteristico marchio di fabbrica. Ma ha avuto talmente tanto successo da diventare con il tempo un semplice fatto indiscutibile. Talmente indiscutibile che da questo partono sia i due autori de “La fionda”, sia quello di “Sollevazione”, pur nella notevole differenza di posizione politica.

Prendiamo, ad esempio, un famoso testo di Ulrich Beck del 1986:

“… la problematica dell’ineguaglianza ha perso la sua esplosività sociale. Persino di fronte a numeri di disoccupati nettamente oltre la soglia dei due milioni, considerata traumatica fino a pochi anni fa, non ci sono state fino ad ora proteste. Certo, la problematica della diseguaglianza ha acquistato negli ultimi anni una maggiore importanza (discussione sulla nuova povertà) e riemerge in nuovi contesti e varianti (lotta per i diritti delle donne, iniziative civiche contro le centrali nucleari, diseguaglianze tra le generazioni, conflitti regionali e religiosi). Ma se prendiamo la discussione pubblica e politica come indice di sviluppo reale, allora la conclusione che si impone è la seguente: oggi nella Repubblica Federale, sebbene le vecchie diseguaglianze non siano scomparse e ne sorgano di nuove, viviamo in condizioni che sono al di là della società di classe, e in cui l’immagine della società di classe è mantenuta in vita solo per mancanza di un’alternativa migliore.”[5]

In questo argomento suona molto importante la ragione per la quale, in modo non dissimile, come vedremo, da Habermas e da Giddens o Inglehart, tra gli altri, questo effetto si produrrebbe. Bisogna fare attenzione, perché è esattamente un’illusione ottica propria di quegli anni e con essi, tuttavia, tramontata.

“Questa contraddizione si può superare se ci si chiede in quale misura negli ultimi tre decenni, al di sotto della soglia di attenzione delle ricerche sulla ineguaglianza sia mutato il significato sociale della diseguaglianza. La mia tesi è questa: da una parte le relazioni di diseguaglianza sociale sono rimaste largamente costanti nello sviluppo del dopoguerra nella Repubblica federale. Dall’altra le condizioni di vita della popolazione si sono radicalmente modificate. La peculiarità dello sviluppo della struttura sociale nella Repubblica federale è costituita dall’ ‘effetto ascensore’: la ‘società di classe’ è portata nel suo complesso ad un piano superiore. Nonostante tutte le nuove disuguaglianze che si vanno stabilizzando e le vecchie che si sono mantenute, c’è un sovrappiù collettivo di reddito, istruzione, mobilità, diritto, scienza e consumo di massa. La conseguenza è che le identità e i vincoli subculturali di classe si attenuano o si dissolvono. Nello stesso tempo si avvia un processo di individualizzazione e diversificazione delle situazioni e degli stili di vita che mina nelle sue basi il modello gerarchico delle classi e dei ceti sociali e ne mette in discussione il contenuto di realtà”.

Non è, secondo la tesi di Beck, tanto la differenza materiale ad essere perduta, la classe in sé, quanto il suo carattere sociale, la classe per sé, a causa della mutazione di condizioni e forme di vita nella società cosiddetta dei “due terzi[6]. E ciò, sia chiaro, “anche se le strutture della diseguaglianza restano costanti”. La cosa si spiega con l’innalzamento delle condizioni di vita e di istruzione che è percepita come più rilevante della distanza (che resta immutata). Leggiamo ancora:

“con l’elevazione dello standard di vita nel corso della ricostruzione economica negli anni cinquanta e sessanta e con l’espansione dell’istruzione negli anni sessanta e settanta, larghi strati della popolazione hanno sperimentato mutamenti e miglioramenti nelle condizioni di vita che per la loro stessa esperienza sono stati più importanti delle distanze dagli altri grandi gruppi, rimaste ancora una volta immutate. Questo vale in particolare per i gruppi svantaggiati alla base della gerarchia sociale”[7].

Per tutti i gruppi sociali sono diventate, in altre parole, possibili le vacanze, o l’acquisto della casa. Hanno percepito nelle proprie vite quel genere di ottimismo che si stabilisce quando sai che stai aumentando sempre di più il benessere, e individualmente o come famiglia ogni decennio sei sempre più ricco. Aumenta la durata della vita, il tempo di lavoro ed il relativo reddito. Il consumo di massa mescola i ceti, allarga le aree di intersezione, crea stili di vita che si liberano degli angusti steccati di classe, aumenta mobilità ed istruzione. Gli ammortizzatori e lo stato sociale ed assistenziale producono un effetto molto specifico. Andiamo avanti con Beck:

“oggi non è più come nel XIX secolo, quando sotto la pressione del bisogno e dell’alienazione sperimentata nel lavoro, nei quartieri poveri proletari delle città in espansione gli uomini venivano fusi insieme in grandi gruppi – ‘classi’ che agivano sul piano sociale e politico. Oggi, al contrario, al riparo dei diritti sociali e politici conquistati, essi vengono svincolati dai legami di classe della vita quotidiana e indotti sempre più, per provvedere al sostentamento, a contare solo sulle proprie forze. Nel quadro dello stato assistenziale, l’estensione del lavoro salariato si trasforma in un’individualizzazione delle classi sociali”[8].

Si tratta del frutto del successo delle lotte, che a sua volta, però, Beck lo prevede, “ora ne minaccia forse l’esistenza, almeno in quanto movimento ‘operaio’”. La questione è posta con chiarezza, come del resto farà Inglehart[9], la tendenza all’individualizzazione dipende strettamente da condizioni strutturali (sociali, economiche, giuridiche e politiche) tra le quali rientrano: “una prosperità economica generalizzata con relativa piena occupazione, l’ampliamento dei compiti dello stato sociale, l’istituzionalizzazione della rappresentanza sindacale degli interessi, l’espansione dell’istruzione, l’estensione del settore dei servizi con le derivate opportunità di mobilità, la riduzione del tempo di lavoro, ecc.” Ciò porta alla disintegrazione della società di classe.

Ma, attenzione, questo avviene perché:

“questa inclusione di persone nel mercato del lavoro, questa, in senso marxiano, crescita oggettiva della classe dei lavoratori salariati, avviene, nelle condizioni strutturali date, nella forma di una generalizzazione dell’individualizzazione – una forma tuttavia reversibile. Infatti, in secondo luogo, questo superamento delle classi dipende da determinate condizioni strutturali e può, a sua volta, essere superato se queste condizioni strutturali sono rimesse in questione”.

Una tesi del genere, del resto, era stata avanzata in termini marxiani già nel 1966 da Paul Baran e Paul Sweezy[10], che connettono la rivoluzione sistemica in corso nel capitalismo (monopolista) maturo, che sviluppa un’enorme capacità di coinvolgimento ed egemonia. Il capitalismo nella forma monopolista tende infatti a soggiacere alla “legge della crescita tendenziale del surplus”, e quindi ad una costante moltiplicazione degli sprechi e dei ceti intermedi ed improduttivi. In questa capacità di creare e distribuire la ricchezza, moltiplicando i ceti e gruppi beneficiari, riposa la sua stabilità sociale. È una sorta di “teorema di impossibilità”. Fino a che cresce la monopolizzazione del capitale, insieme alla sua composizione organica, il surplus tende ad aumentare e con esso i suoi percettori. Questo effetto spegne la conflittualità sociale nel centro e l’esalta nella periferia[11].

Tutto questo è stato revocato. Come appare dolorosamente evidente nelle vite di troppi, ogni protezione è caduta, le distanze si sono allargate e con essa la loro percezione, la sensazione non è di crescere più velocemente ma di cadere. Il sogno di diventare proprietari, per chi non lo è già, è lontanissimo, e via dicendo. Il tempo di lavoro si è frammentato e il ritmo si è fatto serrato, l’alienazione domina incontrastata.

Come videro e dissero sia Beck, sia Inglehart, ed anche Giddens[12], quando detto revoca le condizioni dell’individualizzazione e della stessa dissoluzione delle classi. Ma naturalmente ci vuole tempo perché si completi il processo di salire a coscienza, sia degli interessati sia degli interpreti ed intellettuali. Forse per questi ultimi ce ne vuole anche di più. Bisogna aspettare il volo della Nottola di Minerva. Se tra economia e politica non c’è una relazione meccanicista, per cui da quella consegue immediatamente questa, ma ogni genere di slittamento e di dialettica, è perché come ben mostra Inglehart[13] la coscienza sociale deriva dalla interazione di molti diversi fattori e risente dell’inerzia dello sviluppo.

Capita, a volte, che si finisca per pensare ancora con le idee di autori morti, o con la mentalità di tempi trascorsi. Magari pensandosi “moderni”, e talvolta pensandosi “rivoluzionari”.

L’argomentazione di Melegari e Capoccetti, ad esempio, muoveva dalla confusione empirica tra lavoratori salariati, organizzati dal capitale, e piccole borghesie. Una dicotomia che, in linea con quella letteratura anni ottanta, non sarebbe più attuale. Del resto, come sostiene anche Pasquinelli, oggi si mobilitano fattualmente più i ceti medi impoveriti, che non i ceti popolari. Al massimo questi ultimi si attivano per rivolte episodiche[14], o, con riferimento ai segmenti “garantiti”. In altre parole, secondo una tesi che riverberava profondamente negli anni settanta (ed allora era abbastanza fondata), sarebbero inibiti dalla “soggettivazione imprenditoriale”. È in realtà una percezione, accuratamente costruita da un’univoca retorica, sia alta sia mediatizzata, esattamente sincrona all’insorgenza neoliberale e con questa complice. Del resto, si tratta in grande misura di un effetto di rappresentazione determinato dal ferreo controllo dei media e del suo accesso; alcuni ceti sono evidentemente fotogenici ed altri no. Alcuni hanno maggiore visibilità e viene soprattutto loro concessa perché contigua e strumentale alla narrazione che dipinge il nostro paese come affetto da cultura anti-imprenditoriale. Sin dagli anni sessanta e settanta è stato un coro che non ha mai cessato di cantare: ci sono quelli che “creano lavoro e ricchezza” e quelli che invece sono parassitari (i lavoratori del pubblico), o comunque scansafatiche e profittatori (tutti gli altri). Non a caso bastano anche meno di dieci baristi in piazza per fare notizia ed avere le televisioni che corrono, mentre contemporaneamente le lavoratrici della Piaggio sono rimaste per mesi sul tetto della fabbrica non se le è filate nessuno, né qualcuno ha prestato attenzione all’operatore del porto di Trieste rimasto sulla gru, o alle lotte fuori i cancelli delle imprese logistiche, o delle aziende che delocalizzano. Si ribellano ancora ma senza videocamere[15]. Abbiamo, in Italia, oltre diciotto milioni di lavoratori dipendenti, in crescita dal 2008 del 4,8%, mentre i lavoratori “indipendenti” (molti apparenti) scendono da cinque virgola tre milioni a quattro virgola otto, quasi del 10%. Degli indipendenti solo uno virgola quattro milioni, anche questi in calo, hanno almeno un dipendente. In sostanza i datori di lavoro sono poco più di un milione, mentre i lavoratori autonomi o dipendenti sono oltre ventuno milioni. Dei primi, secondo l’Istat i veri e propri imprenditori sono solo duecentosettantamila, mentre i professionisti con dipendenti circa duecentomila. Il grosso lo fanno i lavoratori in proprio con dipendenti, che sono circa un milione[16].

Moreno Pasquinelli oppone, anche se lo attribuisce in parte erroneamente ad un’articolazione interna all’associazione Nuova Direzione[17], ed espressione del suo intellettualismo, alla lettura dei nostri un residuo di concezione materialista della storia. Ovvero gli attribuisce, in modo non infondato, una posizione, desunta da Ernesto Laclau, di netto rifiuto di “processi necessitati e/o leggi sociali oggettive”. Propone, al contrario una posizione mediana: rifiutare sia il determinismo meccanicista sia l’ “indeterminismo”. Però accetta da Melegari e Capoccetti una conseguenza posta: l’assoluta centralità, come dice, del fattore Politico, ovvero della funzione creativa e poietica del soggetto politico. Cioè della idea, attribuita a Lenin, del Partito come demiurgo della storia[18], o “moderno principe” (Gramsci)[19].

L’interpretazione che Pasquinelli pone di questi snodi teorici tradizionali è del Partito come architetto di un blocco storico nazionale-popolare che non preesiste alla sua azione, e supera il mero “partito di classe”, creando un “blocco sociale antagonista”, intrinsecamente “pluralista”. In effetti per lui “i rivoluzionari” dovrebbero compiere l’azione, sia attiva sia creativa, di “cavar fuori dalla poltiglia sociale, prodotta dal tardo-capitalismo, un blocco antagonista”. Il dato dal quale parte il ragionamento di Moreno è tanto semplice, quanto forse non-pensato a fondo: la “società liquida”[20] è un dato storico-epocale, dal quale si parte perché semplice fatto. Allora, di fronte a questa impossibilità, rifiutando l’inazione resta solo di “gettarsi nel gorgo”.

Intravedo un elemento di irrazionalismo in questa generosa posizione. Ed anche una sorta di cieca disperazione. Ci si getta nella lotta come reazione allo stesso venire meno delle sue condizioni di possibilità. Si compie questo salto senza disporre di una esatta “teoria rivoluzionaria”[21], reputando che in qualche modo nella mischia essa si troverà. Il rischio è di perdere di vista il carattere generale e lo stesso scopo dell’azione, di non rappresentarsela correttamente, di non capirne la necessità, il contenuto, il suo corso e sviluppo. Principalmente, dato lo schema al quale si aderisce, per inerzia concettuale prima che pratica, si rischia di oscurare le forme di antagonismo e sfruttamento più rilevanti, più connesse con l’effettiva emancipazione e in ultima analisi con l’interesse nazionale e generale[22]. Secondo il gergo leniniano si rischia il “soggettivismo”[23]

Pasquinelli recupera e valorizza a tal fine il passaggio chiave di Melegari e Capoccetti, quando, sulla scorta di Laclau, affermano che la rivoluzione neoliberale ha reso ormai insuperabile la destrutturazione dei corpi collettivi, e quindi ciò, in qualche modo, dissolve anche “la distinzione e la dialettica tra interesse corporativo e interesse generale” e quindi con essa l’articolazione ascendente tra “lotta sociale e costruzione politica”. Lo condivide fino al punto di dichiarare che senza azione delle avanguardie rivoluzionarie, inseminatori e forgiatori della materia inerte del popolo, la non meglio definita “energia che la crisi sistemica sprigiona” si potrebbe volatilizzare, o diventare carburante per avventure reazionarie. Dunque, per fare questa mossa, peraltro tipica della tradizione politica del nostro[24], bisogna liberarsi sia di “vetusti pregiudizi operaisti”, sia di “astratti canoni classisti”. E quindi “tentare di raddrizzare un bastone che la storia ci consegna storto”, poggiando sulla piccola borghesia pauperizzata. Si tratta della questione del ‘populismo’, sulla quale torniamo tra poco.

Il passaggio successivo, in questo scostandosi dal testo di Melegari e Capoccetti, è di designare il vincolo esterno, e quindi l’Europa, come lotta centrale e dirimente contro la “nostra classe dirigente”, per sottrargli la macchina di dominio. Ovvero, nel passaggio successivo, attaccare il rifiuto dei nostri della “logica dei due tempi” (prima si rompe il vincolo europeo, con chiunque sia disponibile a farlo, e poi si lotta per condurre ad esiti emancipatori per i ceti subalterni la situazione data).

Lo snodo è qui in perfetta luce, ma lo è meno la sua premessa necessaria, vediamo quindi, prima di passare all’altro articolo, l’uno e l’altra:

  • Se fosse anche utile e necessario svolgere la liberazione dal vincolo esterno insieme alla trasformazione in direzione socialista della società (ovvero, ad esempio, recuperare l’indipendenza monetaria per finanziare un lavoro di prima istanza e non per ridurre le tasse alle Pmi), tuttavia ci si trova davanti al semplice fatto che i socialisti non guidano il processo. Dunque, se non lo guidano, mentre le formazioni populiste non lo vogliono, per effetto della loro composizione di classe e cultura, le formazioni socialiste sono davanti ad un dilemma. Partecipare o meno al processo? La risposta per Pasquinelli è positiva. La ragione è eminentemente pratica, anche se manca una vera a propria “teoria rivoluzionaria”, anche se occorre affidarsi a soggettivismo e azione contingente, il fatto è che “un altro campo non si vede all’orizzonte”. Resta solo una cosa da fare, per quanto disperata sia: “le ‘minoranze creative’ debbono esercitare un ruolo d’avanguardia e tentare di fare egemonia”.
  • La premessa è invece figlia inconsapevole della letteratura citata in apertura: “il blocco sociale antagonista non ci verrà consegnato dalla crisi capitalista”, e quindi “esso si può costituire solo grazie all’esistenza di un elemento Politico di agglutinazione”. Una sostanza alchemica, in definitiva. 

    Nel secondo articolo, Moreno Pasquinelli, a questo punto attacca il mio articolo. Individua il mio punto di critica all’adesione al sovversivismo della piccola borghesia. Focalizza il mio sistematico rifiuto del tentativo prometeico, anzi alchemico, ipotizzato dal nostro nel suo Comitato di liberazione nazionale[25]. Come ovvio quindi il nostro mi designa come avversario, anzi, dati i toni come nemico.

    Facendo riferimento al principale controargomento[26] avanzato all’impostazione post-strutturalista di Laclau, che non confuta, Pasquinelli mi oppone l’accusa di astrazione e “teoricismo dottrinario”. Insomma, mi accusa di riferirmi al Marx del 1848. Risponderò in modo semplice: il Manifesto del partito comunista[27] è un grande testo, ma il mio argomento non deriva affatto dalla tesi che sia in corso la pauperizzazione del proletariato (la divisione in due classi irriducibili postulata da Marx nel 1848), se pure questa fosse davvero attribuibile a Marx[28]. Il mio punto è schematico, ma non teorico (o meglio, dottrinario), semmai deriva da un’analisi strutturale degli interessi sociali. Deriva, cioè, da un abbozzo di ‘teoria rivoluzionaria’. Si tratta di un abbozzo di analisi concreta, di individuazione di una legge di mutamento storico-concreta e situata, esattamente comprensibile solo a partire dai conflitti e dalle contraddizioni dello stato delle cose presenti. Del competitivo mondo della tarda mondializzazione e dei suoi assetti finanziarizzati e deflattivi, nei quali i giochi a somma positiva sono sistematicamente inibiti.

    Il resto, mi perdonerà il nostro, ma non è molto comprensibile. Se non l’accusa di odio per i ceti medi (ai quali appartengo) e di aristocraticismo (al quale non appartengo).

    La mia analisi è volutamente schematica, si è detto, prendendola in parole Pasquinelli, il quale conta di avere la pietra filosofale per mutare piombo in oro, mi accusa di regalare al nemico l’intero carico di piombo[29]. Touché, come si dice.

    Ma il piombo resta piombo.

    È piombo, e della peggiore specie, il Movimento dei forconi di Mariano Ferro del 2012. E certo non significa affatto che la piccola borghesia si sia scollata dai suoi interessi corporativi e rivendicativi egoistici (anche perché qualche migliaio di persone per qualche mese non sono “la piccola borghesia”). È piombo la rottura presunta durante la crisi del Covid-19, ovvero i deliri complottisti che qualche minoranza rumorosa e comprensibilmente disperata porta avanti, talvolta sui mezzi di comunicazione. È piombo, e davvero pessimo, inutilizzabile, il movimento dei “gilet arancioni”. Che non è affatto della medesima pasta dei, sia pur confusi, “gilet gialli” (i quali sono movimento di ben altre classi e principalmente di lavoratori dipendenti). È piombo, se pur frammisto a vene utili, il Movimento 5 Stelle, che comunque non è affatto solo espressione della rivolta della piccola borghesia e tanto meno “dei bottegai” (dato che al suo massimo ha avuto posizione egemone nel lavoro pubblico e dipendente in genere nel quale è arrivato a prendere il 55% dei voti).

    Inoltre, può darsi benissimo che io non abbia capito nulla del “momento Polanyi”, e del “populismo”, ma di una cosa sono abbastanza certo: sono due cose diverse[30]. Propongo questa nomenclatura per fare chiarezza:

    • il “momento Polanyi” è la più ampia fase storica di rovesciamento della legittimazione e dei poteri ormai non più in grado di contrastare o minimizzare la propria tendenza alla disgregazione del sociale.
    • Il “momento populista” è la forma politica, che vive della caduta di legittimazione, ma necessita di un’espressione specifica per addensarsi, dunque ne dipende.

    Nelle condizioni date, ed accelerate dalla duplice crisi (di domanda ed offerta) determinata dalla pandemia, il primo permane, e guadagna sempre maggiore forza entro il caos sistemico. Il secondo appare terminato nella forma attuale. Naturalmente la permanenza, ed anzi l’esasperazione delle condizioni attivanti, magari con l’aggiunta del “cigno nero”, apre la possibilità di ripresentarlo in nuova forma, per la quale sono disponibili esempi storici. Quel che è terminato, nelle sue forme maggiori che in Italia sono il Movimento 5 Stelle e la Lega di Salvini, con grandi differenze in primo luogo di insediamento sociale, è l’espressione politica di massa della rivendicazione dei diritti a partecipare al sogno di benessere individualista del liberalismo del basso e del periferico. Terminata nel senso di ricondotta a condizioni di compatibilità di sistema e quindi ridisciplinata. Certo, nel contesto del riflusso populista si agitano imitatori, che potrebbero raccogliere qualche briciolina, ma nell’insieme il quadro appare dato.

    Ma soffermiamoci. Gli strumenti organizzativi che hanno raccolto e dato forma alla rivolta che costituisce il “momento Polanyi”, dandogli veste politica, sono stati declinati secondo diverse sensibilità. Da una parte, con molte variazioni nazionali, si sono affermati come chiusura nazionalistica, ricerca di purezza identitaria se non etnica, plebeismo ostentato, vitalismo e protezionismo individuale. Dall’altra, anche qui con variazioni importanti, come modernismo, risentimento e competitività, ambigua protezione selettiva, disintermediazione e rifiuto dei “contenitori di potere” e delle loro forme istituzionali. Una descrizione idealtipica, questa, che passa normalmente come “populismo di destra” e “di sinistra”, e trova espressione in forze politiche di largo seguito in Francia e Italia, il primo, e più esili ma non irrilevanti in Spagna, Francia e Italia, il secondo. Da entrambe le parti erano comuni alcune caratteristiche proprie della lunga fase neoliberale e della disgregazione sociale dalla quale, e nella quale, nasce la rivolta. Chiamiamo tutto questo “primopopulismo” (o “neopopulismo”, per distinguerlo dalle forme populiste completamente inserite nella fase precedente, nella quale era ancora presente una qualche stabilità, in Italia la prima Lega, Forza Italia e via dicendo). La mia tesi è che si trattava di un adattamento, per certi versi in continuità, che si nutriva ambiguamente dello stesso veleno che genera il “momento Polanyi”, ovvero della disgregazione e iperindividualismo messo a confronto con l’impossibilità di soddisfazione propria delle condizioni del tardo capitalismo mondializzato contemporaneo. Ma se ne nutriva in larga misura inconsapevolmente, quindi senza essere in grado di dosarlo in modo da farlo divenire farmaco. Un veleno che è la disgregazione sociale, l’individualismo ‘post-materialista’, il dominio dei nuovi media disintermedianti, il discredito delle élite, la snellezza, il leaderismo[31].

    Ci sono molti modi di giudicare questa fase da poco trascorsa:

    • ha interpretato la tensione di fondo del “momento Polanyi”, rompendo lo schema destra/sinistra polarizzato al centro;
    • ha politicizzato, almeno in una prima fase, un attivismo tipicamente liberale del self-help e della “sorveglianza” che sembrava essere l’ultimo rifugio del dissenso e del disagio;
    • ha fornito espressione allo spiazzamento di ceti e sezioni di classi sociali che erano state illuse di essere vincenti nel modello “flessibile”, ma che l’avanzare della tecnica ha lasciato sul bagnasciuga;
    • ha utilizzato una tecnica mimetica che interpreta la domanda sociale come domanda individualista di affermazione, intrinsecamente neoliberale, pur senza averne consapevolezza.

    Tutti questi veicoli di politicizzazione sono stati “contenitori dell’ira”.

    Il punto rilevante, per la strategia che designerò ‘soggettivismo disperato’ di Pasquinelli e dei suoi, è che i “contenitori dell’ira” contengono contraddizioni che quando si avvicinano a diventare “contenitori di potere” esplodono invariabilmente. È accaduto con la prima Lega di Bossi, è stato tenuto a bada dal possesso dei mezzi di produzione politica da Berlusconi (ma alla lunga lo ha eroso), si sono presentate con la breve parabola renziana, di recente e fragorosamente con il Movimento 5 Stelle. Le contraddizioni principali sono, nella transizione dalla società post-moderna ad una nuova fase “materialista” trascinata dalla revoca delle condizioni di possibilità storico-sociali di quella:

    • di egemonia di classe e posizione nel processo di riproduzione sociale, troppo fondati, come erano, sulle frazioni “riflessive” della piccola borghesia urbana; frazioni vicine e respinte, ma ancora egemonizzate, dalle classi alte e mobili vincenti, ma frazioni che vivono una acutissima contraddizione tra il loro immaginario post-moderno e neoliberale e la realtà materiale del loro essere sociale;
    • di incoerenza programmatica, nascosta molto male da una superficiale retorica “né di destra, né di sinistra”, che sottende una costruzione di non-discorso per aggregazione incoerente di scelte;
    • di debolezza culturale dei vertici e soprattutto dei quadri, nella quasi totale assenza di una dinamica interna solida.

    La mossa caratteristica di questo genere di populismo di effimero successo è di:

    • indicare un “nemico” (essenziale per produrre dal “momento Polanyi” un “momento populista”) in quel che si ha “sottomano” nella cultura neoliberale dominante. Invece di fornire una rappresentazione degli scontri sociali ed economici realmente attivi nel paese si produce sistematicamente la loro sostituzione con nemici esterni al “popolo” (identificandoli genericamente nelle “caste”, o anche con il cosiddetto “vincolo esterno”, che è ad ogni effetto concreto un vincolo “interno”, e largamente condiviso);
    • inoltre, per produrre l’offerta ideologica questi movimenti hanno pescato nel bidone della storia la traccia di un moralismo di antico conio tipicamente latino (identificando l’”onestà” come elemento distintivo e caratterizzante, elevandolo a discriminante politica);
    • e, infine, hanno fatto sistema di una vaga idea di disintermediazione individualista (tramite la retorica della “rete” e della “direttezza”, poi rovesciata nella sua espressione tecnica nel suo contrario).

    Possono essere riconosciuti a tal fine due minicicli recenti: quello che si dipana tra il 2016 ed il 2018[32] (fase ascendente del “Momento populista”, avviato nel 2012-3) e quello che viene a ragione tra il 2018-20[33] (fase di fallimento nel compito di tradursi in “contenitore di potere”).

    Quel che accade, detto sinteticamente e schematicamente, è che i “contenitori di potere” storici e consolidati (oggi la diarchia Lega-Pd) hanno compreso come sfruttare la debolezza strategica e programmatica dei “contenitori dell’ira” per ridurli al ruolo ancillare di distrazione sistemica. In particolare, sono decisivi fattori di debolezza:

    • la composizione di classe, già per natura facilmente riegemonizzabile dall’alto (almeno nel breve termine), che imperniata come è sui ceti e le frazioni post-materialiste è di fatto permeabile al richiamo alle famiglie politiche conformate sulla vecchia “società dei due terzi” ed ai toni del neoliberismo di destra e sinistra;
    • l’incoerenza programmatica che consente di scegliere dal menu quel che appare meno rischioso, silenziando gli elementi più incompatibili con l’accumulazione flessibile;
    • la debolezza culturale, ma soprattutto l’isolamento dei vertici, che produce sempre un facile riassorbimento trasformista;
    • i “nemici” designati, essendo costruzione ideologica, si sono prestati da una parte ad un disastroso rovesciamento (nella transizione da “contenitore dell’ira” a “contenitore di potere”, non avendo fatto i conti con quest’ultimo). Dall’altra moralismo e disintermediazione hanno creato una miscela tossica di inibizione all’azione e creato oggettivamente le condizioni per essere ostacolo al cambiamento reale di sistema.

    La tesi è dunque che mentre il “momento Polanyi” è sempre più forte, e il caos sistemico si accresce, il “momento populista” è in una fase di ripiegamento e di interludio. Il primo è sempre più forte in quanto le sue condizioni strutturali (che non sono le cause, dato che queste appoggiano sul modo di produzione “flessibile” e la fase finanziaria di questo), sono la distruzione delle classi medie tradizionali e la polarizzazione sociale e spaziale presa in irresistibili processi di causazione circolare e cumulativa estesa alla scala del sistema-mondo. Il secondo è in ripiegamento avendone fallito la rappresentazione politica. La conseguenza è che se non si fanno i conti con questa dinamica e non la si comprende ci si muove nello stesso circolo, ma in forma minore. Andando a produrre piccoli “contenitori d’ira” che possono essere resi innocui e incorporati molto facilmente per assoluta assenza di prospettiva strategica. Questa strada accetta nelle premesse quel che vuole combattere e finisce per rafforzare l’antipolitica ed allontanare le possibilità di una soluzione di sistema. In un certo senso le Sardine sono l’esempio perfetto, ma molti altri si stanno preparando, magari come cespugli della controparte.

    In conseguenza il mio punto è che ogni forma di soggettivismo disperato, se pur comprendibile, è dannoso alla fase ed è dannoso alla classe ed al paese (sì, alla classe, che tornerà date le condizioni strutturali in essere). Bisogna trovare il modo di essere politici, materialisti e populisti al contempo.

    D’altra parte, torniamo all’analisi del testo, è ben possibile che i miei argomenti si “sfracellino”, come vorrebbe Pasquinelli, ma non certo sull’incapacità di vedere la forte domanda di protezione statale. Sono anni che non parlo di altro e potrei facilmente mettere insieme un libro di migliaia di pagine. Il fatto è che una domanda di protezione può essere spesa in tanti modi diversi e, soprattutto, contro tanti e diversi attori.

    Ma qui cade la magia del nostro caro amico. Lui pensa che la sostanza alchemica del “partito di avanguardia” potrà deviare in qualche modo il desiderio di protezione dei ceti possidenti nei confronti delle richieste dei lavoratori (che di questo, al punto zero della contraddizione si tratta) in desiderio di protezione solo verso l’esterno (l’Europea e magari gli immigrati). È pur vero che un’influente retorica ha funzionato in questi anni in questo modo, ma ha sempre avuto una doppia faccia: sia contro l’esterno sia contro l’interno. Non è per caso, il vincolo esterno non è mai stato davvero tale, si tratta e si è sempre trattato del vincolo che i ceti dominanti (e non pochi ‘dirigenti’, tanto meno politici) del paese hanno costruito e rafforzato per schiacciare le richieste di potere e controllo della propria vita dei ceti lavoratori del paese. Un vincolo che è stato disegnato non tanto per “gli esportatori”, quanto per tutti i “produttori”, intesi secondo una nota riduzione neoliberale come i “datori di lavoro”, grandi, medi, piccoli e le frazioni intermedie ad essi strettamente connessi. Un interessante libro recente di Mimmo Porcaro ne fa una lettura attenta e precisa[34].

    Ci sono diverse altre parti su cui non giova molto tornare, è del tutto chiaro che non reputo, né rivendico, che la produzione di plusvalore sia propria solo dei lavoratori dipendenti, e di fabbrica. Il plusvalore di realizza nella circolazione, la quale non si può separare dalla mera produzione. Peraltro, nella circolazione sono incluse anche le catene di relazione e scambio internazionali e il momento finanziario. Non è il caso di soffermarcisi, ma rinvio alla nota 26.

    Alla fine, dopo la digressione su Mao, che era presente nel mio articolo criticato da Pasquinelli, il cui scopo era solo di dire che ciò che conta è chi dirige ed esercita egemonia, questi torna al Cnl. Qualcosa, cioè, che “si batta per strappare il potere con le buone o con le cattive” (attenzione alle cattive, soprattutto data la compagnia di giro con la quale ci si accompagna e necessariamente). La verità è che Pasquinelli è, in effetti, prigioniero dell’idea che l’assetto sociale postmoderno, creato dalle specifiche forze introdotte dall’equilibrio del dopoguerra su generazioni che questa avevano subito e consolidato in cultura appresa dalle nuove generazioni, sia di fatto irreversibile. Ma non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, è più vero il contrario, l’essere sociale determina la loro coscienza. C’è infatti una contraddizione inscritta profondamente, nelle ossa stesse, che lavora a scalzare la coscienza postmoderna la quale paralizza l’azione sociale: l’individualismo edonista ha perso le condizioni di sicurezza ed affidamento che lo rendevano possibile. Nelle condizioni del lavoro contemporaneo ed in quelle della vita della grandissima parte della popolazione, in particolare di coloro che non possono scaricare su altri, o sperare di farlo, i propri pesi, si affaccia la semplice logica che solo l’azione collettiva, nuovamente, può o potrà rimettere in questione i rapporti di forza.

    È tutta, sempre questione di rapporti di forza. E ciò nel paese, non al suo esterno. Altrimenti si resta prigionieri del gattopardo neoliberale, nei suoi numerosi travestimenti. Mentre si giocherella con la pietra filosofale, sperando di essere finalmente l’avanguardia rivoluzionaria tanto attesa, il senso comune neoliberale, la coscienza data, lavorerà a riprodursi travestito. La cosa non potrebbe essere più seria.

    Pasquinelli dice che non si capisce dove io veda il varco.

    Il varco è qui. La coscienza postmoderna è scalzata dalle sue contraddizioni e permane solo come zombie. Andargli dietro, come alle forme populiste tradizionali, è vano. Sul piano profondo bisogna oltrepassare l’impolitico neoliberale e tutti i suoi travestimenti e recepire il nuovo bisogno di collettivo e di umanità, dandogli forma. Bisogna avere la pazienza di lavorare sulle fratture che si aprono, giorno dopo giorno. Tessendo e cucendo, senza perdere il filo dell’interesse da difendere. Ovvero del miglior interesse del paese, che è sempre quello dei suoi lavoratori.

    Sforzarsi di identificare i luoghi ed i temi nei quali, intorno agli assi ordinatori centro/periferia ed alto/basso si stanno comunque polarizzando estetiche, linguaggi, priorità e valori, quindi soggettività di gruppo incompatibili con lo stato delle cose presenti.

    Non farsi ingolosire da immediate traduzioni elettorali, ma lavorare alla cultura politica, ovvero alla creazione di una struttura sociale densa e ad una rete di impegni e riconoscimenti con la necessaria decisione e passo. Ciò non significa produrre infinite versioni ‘socialiste’ dei think thank neoliberali che hanno fatto da base alla svolta neoliberale (quando per loro si è trattato di passare, tra gli anni sessanta e settanta, dalla “guerra di posizione” a quella “di movimento”), perché è diversissima la base di potere e l’attivazione di risorse. Ma deve significare svolgere, con il passo determinato e paziente di chi sa che le case si costruiscono un giorno dopo l’altro, due lavori insieme, sia diversi sia complementari, entrambi indispensabili: da una parte l’autochiarificazione teorica e la discussione, seria, decisa, onesta, sulle diverse ipotesi analitiche e meccaniche causali e funzionali; dall’altra l’immersione nelle lotte, nelle contraddizioni materiali, nei luoghi come via privilegiata della stessa formulazione teorica. Riflessione in azione, dunque, e costruzione di sintesi e narrazioni rivolte alla manifestazione della proposta teorica e pratica (indissolubilmente teorica e pratica). Ciò deve significare lavorare sulle manifestazioni del conflitto, dove si identifica la contraddizione figlia del caos sistemico, e renderle occasione di formazione ed autoformazione anche teorica.

    Occorre dunque ancora più azione politica e “filosofia della praxis”, che deve essere interamente orientata a “trasformare il senso comune”. Si noti, “trasformare”, non assorbire. Se c’è stato un punto specifico nel quale il “primopopulismo” è divenuto solo “contenitore dell’ira”, fallendo la trasformazione in “contenitore di (nuovo) potere”, è l’aver preso da terra esattamente quel che ha trovato. Nell’essere quel che Gramsci chiamava movimenti “di tipo boulangista”[35]. Un movimento “di tipo boulangista” viene facilmente neutralizzato, quando fallisce lo sfondamento e si incastra nelle casamatte della seconda linea. Allora queste imparano in fretta ad incorporarlo. Non ha mai rappresentato un’autentica sfida sistemica, un assalto al ‘senso comune’ e alla ideologia che tiene insieme lo Stato.

    È sempre stato solo l’effetto reattivo ed il cascame della rabbia, del risentimento, dell’offesa di tutti coloro che sono stati ostacolati nella loro ascesa individuale, che reputavano loro diritto individuale su tutti. Un movimento boulangista non esercita davvero quella “fantasia concreta” che è capace di “operare su un popolo disperso e polverizzato per suscitare e organizzarne la volontà collettiva”. Agisce su una grande risorsa, fornita dalla rabbia individuale, dal senso di tradimento ed offesa, ma fallisce nel trasformarla in una forza di effettivo cambiamento. Per questo non serve sperare nelle pietre filosofali, occorre una diversa e più paziente fatica.

    Inchiesta, mobilitazione, lotta sui temi e nei conflitti nella sfera pubblica, tesseramento, militanza, creazione di collettivo e di comunità, divisione del lavoro ed organizzazione, e poi, discussioni sulla fase, sulle opzioni, sulle idee, messa alla prova reciproca, creazione di lealtà. Tutto questo è “lotta di posizione[36] dotata di una ‘teoria rivoluzionaria’, mentre si cerca di produrre collettivamente influenza, caposaldo per caposaldo, giorno per giorno. Ovunque.

    Conquistando una piazzaforte dopo l’altra e fidando che l’essere sociale ha ricominciato a lavorare a nostro favore.

     

    FONTE: tempofertile.blogspot.com

    [1] – Il primo, dal titolo “Nuova Direzione (prima parte)”, tratta dell’articolo di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti, mentre il secondo, dal titolo “Nuova Direzione (seconda parte)” del mio.
    [2] – Precisamente, Rolando Vitali, “La necessaria ambizione. Osservazioni su Stato, egemonia e organizzazione”, Diego Melegari, Fabrizio Capoccetti, “I ‘bottegai’, l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità”, Lorenzo Biondi, “Ripensare la composizione di classe”.
    [3] – “Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere”.
    [4] – Sono innumerevoli gli autori che possono essere citati, per fare un esempio riferito ad un pensatore radicale, di scuola esistenzialista, André Gorz, ad esempio scrive “Addio al proletariato. Oltre il socialismo”, Roma 1982, “Addio al lavoro”, nel quale sostiene che “Il lavoro salariato è sempre più discontinuo. Identità, senso della vita e appartenenza si devono costruire in altri ambiti di attività. Un ritorno al modello fordista è impensabile”, o “Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica”, Torino 1992.
    [5] – Ulrich Beck, “La società del rischio”, Suhrkamp, 1986, p.117.[6] – Si veda Peter Glotz, “Il moderno principe nella società dei due terzi”, 1987, o “La socialdemocrazia tedesca ad una svolta”, 1985, e “Manifesto per una nuova sinistra europea”, 1986.
    [7] – Ulrich Beck, “La società del rischio”, cit., p.118.[8] – Ulrich Beck, “La società del rischio”, cit. p.127.[9] – Si veda Roland Inglehart, “La società postmoderna”, Editori Riuniti, 1998.
    [10] – Paul Baran, Paul Sweezy, “Il capitale monopolistico”, 1966.
    [11] – Su questo tema rinvio, oltre che al testo di Sweezy e Baran, ad un mio libro di prossima pubblicazione, “Dipendenza”, Meltemi 2020.[12] – Antony Giddens, “Identità e società”, 1991.
    [13] – Inglehart nel suo libro “La società postmoderna”, individua uno schematismo (crescita-sicurezza-democrazia), basandosi su letteratura economica neoclassica (Solow, 1956; Lucas, 1988; Romer, 1986, 90; Barro, 1990) che è stato a tutta evidenza inceppato dalla contemporanea accelerazione della crescita ineguale (concentrata su pochi “vincenti”) e dalla polarizzazione sia della ricerca (che orienta la tecnologia verso le aree a maggior ritorno immediato per i già vincenti) sia dell’istruzione (che non riesce a diffondersi per effetto della riduzione delle risorse disponibili). Infine, ma non ultimo, dallo svuotamento della democrazia. Ed è stato inceppato esattamente per effetto del prevalere dei “valori postmoderni” nel contesto dei rapporti di forza e delle distribuzioni del neocapitalismo che si afferma in modo coevo durante questa trasformazione. Inglehart intravede in effetti il rischio: che la crisi dello Stato sociale e l’indebolimento della centralità dello Stato nelle distribuzioni che imputa fondamentalmente ad un eccesso di successo, possa alla fine portare a “bloccare il senso di sicurezza” (p. 313), indebolendo l’effetto di limite al “lassaire-faire privo di scrupoli del capitalismo”, e quindi il “sistema sociale più stabile e vivibile” che ha prodotto. E dunque quello, come dice più avanti, intravede il rischio di ritornare allo schema novecentesco: “qualunque tentativo di tornare al lassaire-faire selvaggio dell’inizio del XX secolo sarebbe autolesivo, e finirebbe col condurre inevitabilmente a una ripresa del conflitto di classe” (p.338). Se ciò accadesse, si creerebbe, infatti, un clima adatto ai movimenti fondamentalisti, che emergono tra gli strati meno sicuri della popolazione “dato che nei periodi di crisi le persone tendono a riavvicinarsi ai valori tradizionali”. L’effetto sarebbe un reset dell’ambiente post-materialista, “dato che i materialisti tendono ad optare tre volte più spesso per la discriminazione degli stranieri sul lavoro, e dichiarano sei volte più spesso di non accettare degli stranieri come vicini di casa”.[14] – Come, ad esempio, quella di Mondragone, si veda “Mondragone, il buco della serratura”.
    [15] – Ringrazio per questa giusta notazione Chiara Zoccarato.[16] – Tutti questi dati sono presenti nell’interessante articolo di Domenico Moro, “Le classi sociali in Europa e in Italia”, L’ordine Nuovo, 25 giugno 2020.[17] – Associazione politica fondata a gennaio 2020, cfr. “Nuova Direzione”.
    [18] – Lenin, “Che fare?”, 1902
    [19] – Antonio Gramsci, “Notarelle sul Machiavelli”.
    [20] – Formula che, come noto, si deve a Zygmund Bauman, compagno di strada di Beck.
    [21] – Formula di sapore leniniano. Già in un testo di avvio scrive, nel 1894: “non si può dare ‘parola d’ordine della lotta’ senza studiare in tutti i particolari ogni singola forma di questa lotta, senza seguirne ogni passo, mentre essa compie il passaggio da una forma all’altra, al fine di sapere in ogni momento definire la situazione, senza perder di vista il carattere generale della lotta, il suo scopo generale, l’abolizione completa e definitiva di ogni sfruttamento e di ogni oppressione”. In altre parole, senza teoria rivoluzionaria non vi può essere azione rivoluzionaria. Senza capirne le relazioni con il tutto, le necessità, il contenuto, il corso prevedibile, le condizioni del suo possibile sviluppo. La “teoria rivoluzionaria” non è determinista, ma unisce scienza ed azione. Comprensione della situazione ed orientamento a cambiarla.[22] – Si veda la tesi portata dal libro di Mimmo Porcaro, “I senza patria”, Meltemi 2020.
    [23] – Si veda, in particolare, Lenin, “Che cosa sono gli amici del popolo?”, 1894.[24] – Che è uno storico militante trotskista.
    [25] – Formazione alla quale Pasquinelli lavora da anni, e che è sintetizzata qui.
    [26] – “Il fatto è che non tutto è narrazione, esistono delle vischiosità determinate dalle posizioni rispetto all’insieme dell’organizzazione sociale ed il suo sistema di distribuzione delle risorse. Autonomi, professionisti, micro e piccoli imprenditori, “bottegai”, sono tutti datori di lavoro potenziali dei lavoratori dipendenti. Guardano il rapporto di produzione dall’altro lato. È vero che faticano ad essere realmente ‘ceto medio’, ovvero ad avere quella adeguata protezione dai rischi della vita determinata dal possesso dei capitali (relazionali, spaziali, culturali e soprattutto meramente economici), perché la crisi li ha erosi. Ma è proprio per questo, e non altro, che si muovono. In altre parole, si muovono per riguadagnare la distanza che li qualifica ai loro occhi come ‘ceti medi’ e non per cambiare il sistema sociale di produzione che crea queste gerarchie. Si muovono per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale. Non è affatto un caso si muovano in direzioni neocorporative e non è un caso siano ostili a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro.”
    [27] – Karl Marx, Friedrich Engels, “Manifesto del partito comunista”, 1848.[28] – Già Adam Smith attribuisce un ruolo alle classi dedite alla riproduzione e circolazione del capitale e quindi alla realizzazione del surplus (o, nel linguaggio marxiano, del plusvalore). Marx individua le classi sociali non già in relazione al reddito, bensì alla relazione con il modo di produzione che nel capitalismo è dominato dal possesso privato dei mezzi di produzione. La prima tripartizione che è rilevante nell’analisi marxista è quella tra i lavoratori che sono produttivi di plusvalore, ovvero che vendono la propria forza-lavoro creando alle dipendenze di un possessore di capitale (e dei mezzi di produzione quali che siano) un valore scambiabile superiore a quello ottenuto come contropartita di essa, i lavoratori che non entrano direttamente in tale produzione ed assorbono parte del plusvalore estratto dai primi (impiegati alla contabilità, ai controlli di gestione, manager, addetti al marketing, …) restando comunque necessaria al complessivo circuito di produzione e realizzazione (ovvero di circolazione), e possessori del capitale e dei mezzi di produzione. Bisogna notare che sono lavoratori produttori di plusvalore non solo i classici operai manifatturieri, ma, già per Marx (che, del resto si inserisce nella tradizione da Smith a Ricardo), anche tutti i produttori di merci immateriali, ad esempio, un maestro di scuola (K. Marx, “Il capitale”, Newton Compton Editori, Roma 1996, pag. 372-373), o i camerieri in un ristorante. Il caso di un impiegato pubblico, invece, è quello di una figura intermedia che non produce in sé plusvalore ma lo impiega ed assorbe dai produttori, tramite le tasse, essendo tuttavia necessario alla riproduzione della forza-lavoro e quindi indirettamente coinvolto nel processo di produzione e riproduzione. Anzi, una maggiore valutazione dell’importanza della riproduzione (che non è specifica del sesso femminile, ma è una funzione di base della sussistenza sociale e naturale) è una delle caratteristiche distintive del recente capitalismo, cfr. Nancy Fraser, Rahel Jaeggi, “Capitalismo”, Meltemi 2019. Inoltre, Marx nei suoi testi più maturi si è ben guardato dal sostenere che il capitalismo tende allo schiacciamento tra lavoratori (come visto in senso allargato) e capitalisti, bensì ha riconosciuto l’esistenza di una controtendenza alla crescita delle classi intermedie, ovvero al: “costante accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo, fra gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra, in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano come un peso sulla sottostante classe lavoratrice e accrescono la sicurezza e la potenza sociale dei diecimila soprastanti” (K. Marx, “Storia delle teorie economiche II”, Giulio Einaudi editore, Milano 1977, p. 634). Si parla, seguendo Adam Smith, delle burocrazie statali, delle forze armate e delle classi professionali. Ma, sotto questo genere di classificazione, bisogna prestare attenzione, non è in questione il reddito (ovvero il ceto) bensì la posizione strutturale rispetto al capitale. È in questione la formazione economico-sociale.
    [29] – Moreno Pasquinelli ama citare Lenin, allora lo imito, in effetti la questione dell’impurità della divisione di classe esiste ed è rilevante. Citando il nostro: “Il capitalismo non sarebbe capitalismo se il proletariato ‘puro’ non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra proletario e semiproletario (colui che si procura di che vivere solo a metà mediante la vendita della propria forza lavoro), tra il semi proletario e il piccolo contadino), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se in seno al proletariato stesso non vi fossero divisioni per regione, per mestiere, talvolta per la religione, ecc. E da tutto ciò deriva la necessità […] per il partito comunista, di destreggiarsi, di stringere accordi, compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere.” Lenin, “L’estremismo malattia infantile del comunismo”, Editori Riuniti, Roma 1974, p.115.
    [30] – Di qui riassumo il contenuto di questo post di marzo, “Dai ‘contenitori dell’ira’ ai ‘contenitori di potere’”.
    [31] – Sono stati veicoli dell’espressione politica del “momento populista” in Italia il Movimento 5 Stelle e, più di recente, la Lega sotto la direzione di Matteo Salvini, ma ne sono stati espressione anche le brevi parabole segnate da Matteo Renzi, in coda al ciclo berlusconiano e parallelo, ma con diversi referenti sociali, alla prima insorgenza della proposta Grillo-Casaleggio.[32] – Molto sinteticamente, il voto del 4 marzo del 2018 ha rappresentato la prima espressione elettorale maggioritaria della reazione alle politiche di austerità. Rappresentava non solo l’alleanza tra i due partiti antisistema presenti, ma anche tra i ceti e i frammenti di classe marginali delle due parti del paese. Ma giunti al governo i due partiti hanno avuto entrambi, seppur in tempi diversi, una torsione trasformista. Già nel primo mese, con l’accettazione del veto presidenziale alla nomina di Savona e con l’accettazione della presenza di Tria si è vista la debolezza strategica della strana alleanza. L’asse europeista tra Conte, Tria e Moavero, con i potenti mezzi del Partito dell’Estero, dominante in Italia da un trentennio, ha poi imposto una finanziaria di continuità, il voto alla Von del Leyen, ed i balletti sull’immigrazione. La vittoria della Lega alle europee, che nel frattempo portava avanti la sua agenda reazionaria, flat tax, regionalismo differenziato, xenofobia, ha fatto il resto.[33] – In questa fase il M5S ha formato un governo con il nemico storico mentre la Lega, sotto la spinta della sua base sociale e del corpo del partito, sta rinnegando tutte le politiche antieuro. Sul piano politico-elettorale milioni di persone che avevano creduto nel M5S e nel cambiamento in parte tendono a rifluire nell’ambito del centrosinistra avendo accettato la campagna che fa di Salvini (come al tempo Berlusconi) il nemico principale, il male assoluto, altre sono già andate verso una Lega che però sta ricambiando pelle, oppure vagano deluse o sono alla ricerca di qualcosa di nuovo e di credibile. Il campo politico che aveva trovato rappresentazione il 4 marzo si è quindi destrutturato, lasciando spazio ad una ripolarizzazione a destra e sinistra che, entrambi, integrano elementi di populismo.
    [34] – Mimmo Porcaro, “I senza patria”, Meltemi, 2020.
    [35] – Georges Boulanger è stato un generale francese che da Ministro della Guerra, nel 1886, sollevò il desiderio di rivalsa contro la Germania che aveva umiliato la Francia nel 1871, rieletto alla camera dopo l’espulsione dall’esercito, nel 1888 era al vertice della fama e sembrava voler fare un colpo di stato. Raggiunto da un mandato di arresto fuggì e finì, sconfitto e suicida nel 1891. La sua fama travolgente fu una brevissima fiammata, ma spaventò tutti e per un breve tratto sembrò poter ottenere tutto. Quando un movimento di tipo boulangista si produce, occorre analizzare: 1. il contenuto sociale della massa che aderisce al movimento; 2. che funzione questa massa ha nell’equilibrio di forze che va formandosi; 3. quali sono le rivendicazioni che i suoi dirigenti presentano e che significato hanno, politicamente e socialmente, ma soprattutto a quali esigenze effettive corrispondono; 4. quale è la conformità dei mezzi al fine che è proposto; 5. e solo alla fine l’ipotesi che il movimento necessariamente verrà snaturato e servirà altri fini rispetto a quelli proposti alle moltitudini che lo seguono. Una diagnosi che deve scaturire, se del caso, dall’analisi concreta e non dalla presunzione di avere “il diavolo nell’ampolla”.[36] – Si veda per la famosa distinzione tra “Guerre di posizione” e “guerre di movimento” di Antonio Gramsci, il post “Guerre di movimento e guerre di posizione”.




ZINGARETTI, L’INDECENTE di Leonardo Mazzei

Ma come, i soldi sono lì, già pronti ad involarsi per la penisola, e voi non li volete? Ma che italiani siete diventati? La pressione di Angela Merkel è forte: il Mes «non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato». Insomma, certi “regali” non si possono proprio rifiutare, chissà perché!

La cosa più penosa di questi giorni è l’insistenza dei media. “Mes subito!” è il loro grido quotidiano. Almeno formalmente la maggioranza del parlamento resta contraria? E chissenefrega! Pd e Forza Italia lo vogliono, i Cinque Stelle dovranno piegarsi: è solo questione di tempo. Ma il tempo stringe, a Bruxelles devono perfezionare il “pacchetto”, e l’Italia deve finire ben impacchettata.

Ovviamente i cosiddetti “democratici” (democratici? – è messa maluccio la democrazia…) sono i più scatenati. Lo vogliono subito, anche prima di stasera. Il più insipido di loro, che han fatto pure segretario, ha pensato bene di portare il suo contributo alla causa. «Il governo non può più tergiversare sul Mes, sul tavolo risorse mai viste per la sanità», questo il titolo del suo intervento sul Corriere della Sera.

Ecco servito il nuovo imbroglio. Chi vorrebbe mai rinunciare a tutto questo bendiddio per la salute degli italiani? Lo Zingaretti difensore della sanità pubblica è commovente. Grazie al Mes vuole più ricerca, il rafforzamento della medicina territoriale e di base, riformare i servizi per gli anziani, assumere e pagare meglio il personale, e chi più ne ha più metta.

Tutto molto bello, se non fosse che dalle nostre ricerche anagrafiche il Nicola Zingaretti di cui stiamo parlando, nato a Roma l’11 ottobre del 1965, risulterebbe essere lo stesso che da oltre 7 anni ricopre la carica di presidente della Regione Lazio. Periodo nel quale la sanità di quella regione ha visto la chiusura di 16 ospedali, il taglio di 3.600 posti letto e del 14% dei dipendenti. Tutti segni meno? No, non dobbiamo essere così ingenerosi col segretario del Pd. Nel suo modello laziale c’è anche un segno più, peccato sia quello del +90% dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie.

E’ mai possibile che un simile personaggio, uno che anche come dirigente del Pd non ha mai detto una parola contro le politiche di austerità targate Europa, abbia ora la faccia tosta di presentarsi come novello sostenitore del rilancio della spesa sanitaria? E che lo faccia senza neppure una parola di velata autocritica? Sì, è possibile. Nel regno della realtà capovolta dell’attuale narrazione europeista è possibile questo ed altro.

L’idea che il Mes sia la carta vincente per la sanità pubblica è un trucco facilmente dimostrabile. In primo luogo, perché ricorrere al Mes quando le aste del Tesoro per il collocamento dei Btp registrano un record dopo l’altro? Solo nell’asta di inizio giugno la domanda di Btp è stata pari a 108 miliardi, ma il governo ha deciso di collocarne solo 14. Insomma, se davvero si vuole aumentare la spesa sanitaria altri sarebbero gli strumenti da usare, anche perché Mes o Btp sempre debito sono. Con la differenza che il Mes è la trappola che sappiamo.

Ma c’è un’altra considerazione, che sta a lì a dimostrarci come la furbesca accoppiata Mes-sanità sia solo un ignobile inganno. La sanità italiana ha bisogno, e non da oggi, di più posti letto, più personale, più strutture ospedaliere e territoriali. Ma questo non si risolve con un intervento una tantum come quello del Mes, ma con l’aumento strutturale della spesa sanitaria, oggi una delle più basse d’Europa.

Aumento strutturale significa più spesa anno dopo anno. Da questo punto di vista i 36 miliardi del Mes sono troppi e sono pochi. Sono “troppi” nell’immediato, sono pochi per il futuro. Dice: ma cosa vuoi che sia, intanto spendiamoli tutti e poi si vedrà. Un simile modo di ragionare, come se i problemi della sanità fossero solo quelli del Covid 19, ha un unico prevedibile sbocco. Quello tipico di ogni situazione gestita con criteri emergenzialisti: qualche cattedrale nel deserto, fondi a gruppi di potere amici, nessuna vera soluzione ai problemi strutturali causati da decenni di politiche austeritarie targate euro.

Alcuni punti indicati dal governatore del Lazio sembrano andare decisamente in questa direzione. Il punto 2 del decalogo zingarettiano pone come centrale il tema della digitalizzazione, chiedendo: «nuovi strumenti per la telemedicina, le televisite e i telemonitoraggi». Insomma, tutto “tele”, alla faccia dei diritti e degli interessi dei pazienti. A quando medici ed infermieri in smart working?

Ma ancora più scivoloso è il punto 1 sulla ricerca, laddove si chiedono: «nuovi investimenti nei settori delle scienze della vita e della farmaceutica». Anche qui il trucco è quello solito dei buonisti, quelli che si sono autoeletti difensori del bene: si indica genericamente un obiettivo in sé giusto e si è vaghi su come perseguirlo. Oggi la ricerca medica e farmaceutica è in parte pubblica ed in parte privata. Spesso, poi, pure quella pubblica risponde in ultima istanza ad interessi privati. Si vuole investire seriamente nel settore? Lo si faccia con decisione, ma si sancisca allora il carattere pubblico dell’intero sistema sanitario e si nazionalizzi, come strategico, il settore farmaceutico. In caso contrario saremmo al solito finanziamento pubblico di interessi privati. Ma su questo nodo, ça va sans dire, il segretario del Pd non può che tacere.

Per il momento chiudiamola qui, denunciando quanto sia vergognosa la campagna pro-Mes portata avanti dai partiti e dai media sistemici. Abbiamo segnalato, in particolare, l’indecente ruolo assolto dal successore di Renzi, ma la questione non riguarda solo i singoli personaggi scesi in campo. Essa è ben più complessa, e descrive alla perfezione quale sia il ruolo delle nostrane oligarchie nel sostenere attivamente il disegno tedesco sull’Italia. Parleremo meglio di tutto ciò in un prossimo articolo.

Fonte: Liberiamo l’Italia




UN SOCIALISMO PER L’ITALIA di P101

ƒIL SOCIALISMO A MISURA D’UOMO, UN SOCIALISMO PER L’ITALIA

Presentiamo ai nostri lettori un documento, almeno per noi, molto importante. La crisi epocale del sistema capitalistico ripropone la questione della fuoriuscita. Ma verso dove? E’ ancora pensabile e auspicabile una società socialista? E se sì di cosa stiamo parlando? E perché sono falliti tutti i tentativi di realizzarlo? Queste tesi venero approvate dall’ Assemblea Nazionale del Movimento Popolare di Liberazione – PROGRAMMA 101 svoltasi nel dicembre 2016

 Il capitalismo non funziona

Il sistema capitalistico —grazie allo sfruttamento senza precedenti delle capacità produttive e creative del lavoro, all’uso sistematico delle risorse naturali, ed all’applicazione su larga scala delle nuove scoperte tecnico-scientifiche— ha prodotto progressi economici, sociali e civili senza precedenti.

Questo sistema non ha solo conservato le diseguaglianze e gli antagonismi tra le classi sociali, è segnato da una menomazione congenita: i beni vengono prodotti come merci, cioè come cose finalizzate a soddisfare la brama di profitto della esigua minoranza dei detentori di capitale, le esigenze della società nel suo insieme essendo solo un pretesto.

Mossi da questa brama i capitali, in accanita concorrenza fra loro sono costretti, ognuno per non soccombere, ad investimenti crescenti ed a sfornare merci senza limiti, a tal punto che, esssendosene prodotte troppe, esse non possono essere vendute a prezzi che consegnino il profitto atteso. Il valore economico dei capitali crolla, con la conseguenza che molte imprese chiudono i battenti, interi paesi sprofondano nel marasma, masse enormi di lavoratori gettati sul lastrico e dunque costretti ad accettare condizioni di vita miserabili. È la crisi generale, come quella il sistema conosce oggigiorno.

Ogni crisi generale accentua diseguaglianze e conflitti sociali, causa il collasso della democrazia e la nascita di regimi di tirannia, accresce la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi grandi gruppi monopolistici, accentua i contrasti tra le diverse potenze.

I fiumi di sangue e le immani distruzioni delle due guerre mondiali sono la prova provata che il sistema capitalistico è una minaccia per l’intera umanità e la vita stessa sulla terra. L’iper-finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione e la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche centinaia di multinazionali, aggravano e non attenuano i conflitti all’interno delle nazioni e fra le nazioni. Un crollo generale dalle conseguenze catastrofiche è probabile. Un’alternativa di società è necessaria. Noi la chiamiamo Socialismo.

Cos’è il Socialismo?

Esso può essere racchiuso in una proposizione: “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

È l’idea di una società in cui il lavoro non sia una condanna alla schiavitù per valorizzare il capitale ma un’attività necessaria per vivere tutti meglio; in cui si produca e si consumi quanto basta per condurre una vita dignitosa; dove l’eguaglianza formale nella sfera politica sia sostanziale; in cui forze produttive e scienza siano orientate ad assicurare il bene comune e non i privilegi di pochi.

Quest’idea, per cui masse sterminate di uomini e donne hanno combattuto segnando nel profondo la storia, è considerata dalle classi dominanti, che hanno il monopolio dei mezzi d’informazione, come un’utopia. È invece un’idea ragionevole quella per cui i settori strategici di produzione e di scambio, oggi monopolio di una minoranza assetata di profitto, diventino proprietà pubblica e vengano amministrati e gestiti dai lavoratori associati, siano essi manuali che intellettuali.

Già oggi i grandi capitalisti, quelli che mettono il capitale, poco o niente sanno dei reali processi produttivi delle loro aziende, e nulla potrebbero senza l’ausilio del personale tecnico e amministrativo dirigente. Grazie all’enorme progresso delle tecnologie sarebbe ben possibile lavorare tutti meno e meglio. I dominanti invece fanno il contrario: usano questo progresso per ridurre i dipendenti, sfruttandoli di più e condannando masse sempre più ampie alla precarizzazione ed alla disoccupazione perpetua.

La società dev’essere concepita come una totalità organica, i diversi settori sono arti dell’unico corpo sociale, di qui la necessità che l’economia sia sottratta alle cieche leggi di mercato, con un’allocazione efficiente e giusta delle risorse, dei beni, quindi razionalmente organizzata, finalizzata a soddisfare i plurimi bisogni del genere umano, il tutto nel pieno rispetto di Madre Natura.

Alla concezione feticistica che la ricchezza consiste nell’ammucchiare denaro —che inevitabilmente implica la lotta egoistica di una minoranza a spese della maggioranza per possederne sempre di più— noi opponiamo quella per cui una società è tanto più ricca quanto più riesce ad assicurare ai cittadini una vita buona, soddisfando i loro variopinti bisogni, materiali e spirituali.

Il fallimento dei primi tentativi di passare al Socialismo

Nel secolo scorso, dopo quello russo, diversi popoli, sotto la guida di potenti partiti comunisti, si sono incamminati sulla via del socialismo. Quei tentativi, dopo enormi successi iniziali, si sono conclusi in un fallimento. Ciò non è dipeso solo dalle difficoltà legate ad ogni grande processo di trasformazione sociale, ma da alcuni errori basilari insiti nella stessa teoria politica dei comunisti, cinque spiccano sugli altri.

(1) I comunisti erano convinti che la classe proletaria possedesse un’intrinseca e spontanea vocazione rivoluzionaria, quindi la capacità di guidare il passaggio al socialismo. Questa vocazione non è invece innata, che essa si manifesti dipende dalle mutevoli condizioni storiche e sociali. Anche per il proletariato vale che davanti alle difficoltà la spinta al cambiamento si può rovesciare nel suo opposto.

(2) I comunisti erano convinti che la statizzazione integrale dei mezzi di produzione sarebbe sfociata necessariamente nella completa socializzazione e autogestione. Si è verificato invece che il potere è finito presto nelle mani di un ceto dirigente professionale che lo ha utilizzato per imporre la propria supremazia politica e sociale e difendere i suoi privilegi.

(3) I comunisti erano convinti che la pianificazione economica avrebbe non solo evitato gli squilibri tra settori economici ma, ipso facto, soppresso l’economia mercantile, producendo una crescente eguaglianza sostanziale e abolito ogni forma di oppressione e di antagonismo sociale. Abbiamo visto invece che la pianificazione può creare nuovi squilibri sociali, convivere con la produzione mercantile, causare non solo spreco e distruzione di risorse naturali e sociali, diventando un freno allo sviluppo sociale ed economico.

(4) I comunisti erano convinti che il “regime proletario” oltre che di breve durata avrebbe soppresso la stessa democrazia (“borghese”) lasciando il posto ad un regime libertario integrale e senza Stato. Invece di questa chimera esso si è pietrificato ben presto in un regime dispotico e antidemocratico.

(5) I comunisti erano convinti che una volta mutata la struttura economica della società le sovrastrutture, i modi di vita e la sfera spirituale si sarebbero adeguate pressoché automaticamente. Costumi, idee, visioni del mondo, date le loro profonde radici, hanno dimostrato invece una capacità di resistenza formidabile.

Il Socialismo che immaginiamo in Italia

Chiamiamo socialismo il sistema che si organizza e si struttura affinché gli uomini possano ridurre al minimo la durata del tempo di lavoro, accrescendo invece quello libero, affinché, al di là del riposo, egli possa dedicare questo suo tempo, una volta soddisfatti i bisogni primari, a realizzare quelli immateriali, a nutrire il suo spirito, estrinsecando le sue molteplici facoltà ed attitudini, dedicandosi infine alla cura delle faccende politiche e comunitarie.

Affinché ciò possa accadere sono necessarie tre condizioni: il massimo sviluppo delle forze produttive materiali e spirituali, ovvero il più alto grado d’automazione e informatizzazione dei processi lavorativi e della partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica; una nuova e qualitativa gerarchia dei bisogni, quindi nuove concezioni di sviluppo e di benessere, opposte a quelle oggi imperanti, consumistiche e feticistiche; e infine uno Stato che sia effettiva espressione della sovranità popolare.

Grazie a ciò sarà davvero possibile ottenere da ciascuno secondo le sue possibilità, e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, abolendo quindi non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma ogni forma di oppressione politica e di saccheggio delle risorse naturali.

Questo socialismo implica la proprietà pubblica dei principali settori strategici dell’economia (non quindi non l’abolizione della proprietà privata tout court) ed uno Stato che funga da sentinella del nuovo ordinamento sociale e democratico e che assicuri a tutti i cittadini non solo l’esercizio dei diritti di libertà, ma pure la fruizione di quelli al lavoro, all’istruzione, alle cure sanitarie, nonché quello ad un reddito di base universale. Non basta l’eguaglianza sul piano economico. La libertà di pensiero, di parola, di associazione politica, di stampa, di fede religiosa sono principi inalienabili della persona. Eguaglianza sociale e libertà individuali e collettive sono indissolubili.

Il socialismo che auspichiamo, contrariamente a quanto hanno utopisticamente immaginato i primi socialisti, Marx compreso, lungi dal fare sparire la democrazia la estenderà, permarrà dunque l’organizzazione statuale, come necessaria espressione politica e amministrativa della comunità.

Non si giungerà al socialismo con pochi assalti frontali. L’esperienza ci consegna numerose evidenze che esso sarà invece frutto di un lungo e difficile processo fatto di trasformazioni, successive, grandi e piccole. L’economia capitalistica non può essere abolita per decreto, così come non potranno essere soppresse dal giorno alla notte le forze mercantili. Con queste si dovrà convivere a lungo.  Per tutto un periodo, che nessuno può stabilire in anticipo, avremo quindi un’economia mista, pluralista.  Settori e forme capitalistiche coabiteranno con quelli nazionalizzati, con quelli dei beni comuni, cooperativi, nonché quelli socialisti nascenti, che cioè produrranno e si scambieranno i beni non per ricavare un profitto ma come beni diretti a soddisfare i bisogni della comunità, privandoli così della loro forma merce.

La politica avrà il posto di comando e lo Stato, grazie alla nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia e del sistema bancario, sarà non solo regolatore ma attore economico primario. L’emissione monetaria sarà monopolio dello stato, che dovrà tendere progressivamente ad impedire che la moneta, nella forma di denaro, sia tesaurizzabile come capitale privato. Il sistema fiscale sarà progressivo, finalizzato a sostenere i comparti quali la scuola, lo sviluppo scientifico, la sanità, la tutela ambientale, il patrimonio artistico e culturale, e tutti quei cittadini inadatti al lavoro.

La pianificazione economica dovrà procedere per gradi. Pur riguardando direttamente solo i settori nazionalizzati, dei beni pubblici e dei servizi, essa dovrà tendere dunque ad armonizzare e sincronizzare i diversi settori economici evitando tra essi una competizione selvaggia, tendendo al massimo equilibrio e al minimo spreco di risorse e lavoro.

Affinché programmazione e pianificazione diano il massimo dei frutti, si farà affidamento ad un articolato sistema di consultazione che dal basso salga verso l’alto, mettendo in rete le informazioni e le istanze dei cittadini, organizzati in comitati di base, sia di produttori che di consumatori. Le forme di produzione e di scambio privatistiche potranno essere vinte solo se saranno superate, solo cioè se le nuove modalità nazionalizzate e socializzate di produzione e di scambio si riveleranno al contempo più efficaci e meno divoratrici di risorse naturali ed umane.

Lo Stato di diritto sarà esteso ed assicurata la divisione tra i poteri dello Stato, con l’eleggibilità di tutte le principali cariche pubbliche, di cui quello supremo è l’Assemblea legislativa, i cui membri, eletti a suffragio universale, saranno revocabili ed eletti con sistema proporzionale. Nella sfera dei mezzi di comunicazione dovrà essere assicurata la massima pluralità.

Con la conquista del potere da parte delle masse lavoratrici inizierà una lunga “guerra di posizione”, la società sarà un campo di battaglia in cui la posta in palio sarà il futuro stesso della comunità nazionale.

Nessuna vittoria è irreversibile. Il popolo lavoratore, una volta strappato il potere, potrà mantenerlo se saprà assicurarsi, assieme al sostegno della più ampia maggioranza dei cittadini della nazione, l’amicizia e la solidarietà dei popoli di altri paesi.

Difendiamo quindi, dagli assalti dei suoi numerosi nemici, la Costituzione repubblicana del 1948 la quale, raccogliendo l’eredità delle secolari lotte democratiche contro ogni forma di tirannia politica e quelle delle classi lavoratrici per la loro definitiva liberazione sociale, rappresenta per noi, al contempo, un punto d’appoggio ed una bussola per trasformare la società.




R2020: Niente di nuovo sotto il sole (di Roma) di Emiliano Gioia

E’ in corso a Roma l’incontro promosso dal neonato movimento R2020.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la riflessione critica di Emiliano Gioia

Tutto molto bello! La partecipazione non è stata certo quella in cui, io personalmente, speravo. Ma tutto molto bello.
Belle anime, bei cuori, belle facce, ma…

Il richiamo all’unione, chimera dei giorni nostri, è diventata l’ennesima passerella.
Tante belle volontà, contro i tanti sintomi che si sono ormai palesati nella nostra società, senza che nessuno osasse nominare la causa del male comune.

Questo deve essere chiaro se si aspira all’unione: è necessario individuare la causa di tutti i mali che ci affliggono.

Problemi organizzativi seri, divisivi, che hanno evidenziato tutti i limiti di un infantilismo politico preoccupante.

Il programma, preconfezionato. I tavoli di lavoro tenuti da “personalità”, scelte dall’alto. Un invito a prenotarsi, per intervenire, al gazebo accanto al palco in cui poi si scopre, mentre l’omino scrive a penna, che ci sono diversi relatori già prenotati preventivamente e che hanno avuto la possibilità di parlare prima dell’inizio dei tavoli di lavoro (per cui chi parlava dopo lo doveva fare a basso volume, per non disturbare, e senza pubblico.

Un concetto di unione, ampiamente, disunente.

E la politica?

Viene fuori che la politica è il male da abbattere. Da mettere in un angolo per dare spazio ad un sottobosco (purtroppo) che vuole apparire.
Non una parola contro l’Unione europea, madre e causa di tutti i mali.

Eppure un ottimo Mauro Scardovelli aveva dato un grande spunto in apertura: Aveva parlato di costituzione, di politica economica dello stato, di gestione della cosa pubblica.
Un’introduzione che in molti passaggi sarebbe stato tacciato, dai politicanti odierni, di essere sovversivo dell’ordine costituito ma che, chi era all’ascolto, avrebbe dovuto rilevare come una denuncia del comportamento reazionario delle istituzioni contro la nostra costituzione. Purtroppo questo messaggio è andato completamente perso tra ninfe dei boschi, strateghi delle monete complementari (il che significa la permanenza dell’euro) e “newage man”.

Non me ne vogliano gli organizzatori, la cui volontà sono certo è sana e limpida, ma questa iniziativa aveva un target ben definito ma non è quello di cui il Paese ha bisogno. Le loro capacità, la loro forza di volontà, il loro coraggio, non possono essere messi a disposizione di una nicchia ma fare da collante per una vera coalizione politica di più ampio respiro.

Limitarsi a parlare ad un popolo predisposto ad ascoltare certi temi, certe strategie, certe “sciocchezze” in alcuni casi, non fa bene a nessuno.
E chi vuole il bene del Paese non può che aspirare in un’unione ideologica per abbattere il nemico comune.




NO AL M.E.S. di Stefano Fassina

Impeccabile analisi di Fassina sulla trappola del MES. La conclusione è tuttavia ingannevole e pelosa. Egli dice no al MES ma suggerisce di fare affidamento solo sulla BCE la quale, “magnanime”, sta acquistando i titoli italiani tenendo a freno lo spread. Vero.
Nella Ue ci sarebbero quindi “pasti gratis”? Per niente. La BCE non agisce affatto fuori contesto, il salvagente all’Italia lo sta fornendo in cambio dell’accettazione da parte di Roma di tutto il “pacchetto”, MES compreso: “io ti salvo dallo spread ma tu assicuri che rispetti le regole (euriste) del gioco”.
Tant’è che Fassina alla fine qualifica l’azione della BCE come la sola garanzia per salvare la Ue e tenere in vita il governo Conte bis.

*  *  *

Si stringe la morsa intorno al Presidente del Consiglio per l’accesso al “Mes sanitario“. Dopo il diplomatico invito della Cancelliera Merkel qualche giorno fa, arriva oggi il perentorio ‘avvertimento’ dal Segretario Nazionale del Partito Democratico: è pronto un favoloso piano di 10 punti per la rigenerazione e lo sviluppo del nostro Servizio Sanitario Nazionale, possibile, a gratis, da “risorse mai viste prima”, ma bloccato dai capricci ideologici del M5S. Nella narrazione dominante, da una parte ci sono gli anti-europeisti, gli “ancorati al passato” come scrive Nicola Zingaretti, finanche gli utili idioti accodati a Salvini e alla Meloni; dall’altra, ovviamente con il Pd, i progressisti, gli europeisti illuminati, gli uomini e le donne aperti a cogliere le “opportunità e le cose possibili da fare per il bene comune”.

Caro Nicola, sarebbe utile discutere nel merito, anche su Mes. Sarebbe utile provare a farlo attraverso le risposte ad alcune semplici domande. Prima: perché nessun altro Stato accorre a ritirare il ‘regalo’ offerto dal Mes? Eppure, un significativo risparmio di spese per interessi lo maturerebbero anche Grecia, Portogallo, Spagna, Francia solo per menzionare gli Stati che avrebbero maggior convenienza. Seconda: come ripetiamo da mesi, il problema sono le condizionalità all’accesso o la valutazione del rischio di solvibilità del debitore dopo l’accesso e le conseguenti azioni richieste per ridurre tale rischio, ossia un programma di ‘aggiustamento’ macroeconomico e strutturale, come previsto dalle normative vigenti?

Ricordo che, a fine anno, il nostro debito pubblico sarà prossimo al 170% del Pil e la valutazione di sostenibilità è oggettivamente aperta in uno scenario che rimane anemico in un’Ue zavorrata dal suo impianto di estremismo mercantilista. Terza domanda: le norme dei vigenti trattati europei e internazionali, dal Trattato di Funzionamento dell’Ue al Mes, dal Fiscal Compact ai regolamenti attuativi del ‘Two Pack’ sono derogati dai comunicati dell’Eurogruppo o del Consiglio europeo? No, ovviamente.

La sottoscrizione dei prestiti implica l’assoggettamento a sorveglianza speciale della Commissione Ue e l’osservanza di obiettivi di finanza pubblica irraggiungibili e soffocanti per l’economia reale. Sarebbe utile aprire alla luce del sole e con determinazione un’offensiva per riscrivere alla radice le regole di politica economica dell’Ue e dell’eurozona, invece di continuare a celebrare come “svolta storica” una sospensione inevitabile del Patto di Stabilità e Crescita e del Fiscal Compact, dato che nel 2020 la media dei deficit dell’eurozona in rapporto al collassato Pil si avvicina al 10%.

Quinta e ultima domanda: il risparmio di spesa per interessi reso possibile dai finanziamenti del Mes è stato valutato in relazione all’aumento possibile del costo sul restante debito pubblico in via di rinnovo a causa della natura privilegiata del credito ottenibile dal fondo del Lussemburgo? I 400-500 milioni annui di minor spesa per interessi generata dai fondi Mes verrebbe annullata dall’aumento di 10 punti base (0,1%) del tasso sui 400-500 miliardi di Titoli di Stato in scadenza ogni anno.

In conclusione, l’accesso al Mes sanitario è una scelta inutilmente pericolosa, per tirare a campare qualche mese, di fronte all’evidente e prevista inutilizzabilità del Sure (quanta propaganda sui 100 miliardi pronti per gli ammortizzatori sociali) e i tempi lunghi, travagliati e incerti dei fantastilioni regalati dal Recovery Fund. Dobbiamo dire un chiaro no al Mes e concentrare tutto il nostro capitale politico nel sostegno alla Bce, affinché aumenti gli acquisti e sterilizzi i Titoli di Stato in mano alle banche centrali nazionali. È l’unica strada per la salvezza nostra e dell’eurozona in uno scenario di macerie economiche e sociali ancora poco riconosciuto nella sua gravità, profondità e durata.

Su un punto Nicola Zingaretti ha ragione: è ora di portare in Parlamento la discussione e la scelta sul Mes. Basta far finta che la scelta dipenda dalle note a pie di pagina dell’ultimo allegato del dodicesimo Annex del protocollo di accesso al Mes sanitario. La scelta dipende dall’analisi dello scenario economico e dagli interessi che si intende salvaguardare. Si dovrebbe anche tener conto che, restringere le basi elettorali del M5S imponendogli una scelta contro la sua natura, restringe anche l’area di consenso alla attuale maggioranza, unica alternativa al dominio del campo nazionalista.

* Fonte: huffingtonpost.it




IL PARTITO DELL’ITALEXIT di Gianluigi Paragone

Il nuovo progetto politico di Gianluigi Paragone sta raccogliendo sempre più consensi e alimenta il dibattito in Italia. Tra i tanti interessati a capirci qualcosa in più c’è anche Francesco Specchia che ha pubblicato su Libero una lunga intervista a Paragone per chiarire e mettere a fuoco i punti principali di questo nuovo partito: “È, in realtà, l’unica occasione pubblica per testare il sentiment degli italiani sull’Unione Europea – dice Paragone -. E imbastire quel famoso referendum sull’uscita dall’euro che non è mai stato fatto. Cosa c’è, in fondo, di più bello, chiaro e democratico? Se non verrà accolto vorrà dire che io avrò perso e che, nella percezione comune, non corrisponde l’idea di un’Europa al servizio della grande finanza e delle banche, la mia solita battaglia”.

Se il nome del nuovo partito sarà davvero Italexit, Paragone ancora non lo sa, e spiega: “Non so se si chiamerà ‘Italexit’, diciamo che per ora è una suggestione… Siamo in contatto con Farage, è molto interessato all’idea, offre molti spunti al suo progetto. Se Renzi fa il 4% noi faremo molto di più. La Ue, al di là dei proclami, non ci sta concedendo nulla. Anzi, l’assunto di partenza è che l’Unione Europea parte strutturata male: c’è la Germania che si appropria di tutto e lascia agli altri le briciole. E il problema è che molti oramai pensano che le briciole siano il pasto vero. Tutto questo fa male all’economia reale, alle famiglie, ai lavoratori e alle piccole e medie imprese”.

Aggiunge Paragone: “Vedremo presto se l’Europa ci riempirà di soldi. Il bazooka, vedrai, non riuscirà a scaricarsi a terra, noi quei soldi non li vedremo mai perché non solo passano dalle banche, ma sono sottoposti a condizioni, perimetri e procedure difficilissime da mantenere; c’è tutta un’impalcatura finanziaria che non tiene conto dell’economia reale che sono le imprese, i commercianti, i professionisti, le famiglie che stanno donando il sangue gratis. La Ue ha un’architettura cotruita per le élite e la Bce non è prestatore di ultima istanza”.

Paragone poi specifica: “Io non credo nella Ue e non credo affatto che la Bce sia il suo braccio armato, almeno fino a quando non sarà in grado di stampare moneta e di monetizzare il debito. Cosa che, invece, sta nelle prerogative della Bank of England o della Federal Reserve americana. Noi stiamo subendo il Pil a -13% che è una cosa che non s’è mai vista al mondo, una cri-si assurda! Ma non è come in America dove la banca centrale può stampare moneta illimitatamente. Qui si pensa solo a dare morfina per i mercati finanziari, qui di fatto ci stiamo indebitando per uscire dalla crisi. A questo punto io esco direttamente dall’Europa, m’informo degli strumenti che ho a disposizione e stampo moneta, e tra l’altro, guarda che non c’è manco più problema d’inflazione, magari ci fosse”.

Spiega Paragone: “Fare un partito non è come organizzare una partita di calcetto, dove ti scegli i giocatori. Tu metti in campo una tesi politica e dopo vedi chi ci sta. Ci vogliono le palle. Prendi le idee delle Cunial, sono limitate: è fuori di dubbio che Big Pharma (in rappresentanza delle grandi case farmaceutiche, ndr) abbia interessi sul Mes perché intascherà parte dei soldi allocati per la ricerca del vaccino antiCovid, ma non per questo io mi debbo per forza mettere a fare il No Vax; questo rientra in una più ampia battaglia antiliberista, che io combatto da anni”.

Conclude Paragone: “Il M5S ormai è una fake news politica, un partito inutile fatto da incapaci. Con alcuni di loro puoi andarci a bere una birra insieme, ma la politica è altro. Ma non farmi giudicare i miei ex colleghi, ci penseranno gli elettori”.

* Fonte: IL PARAGONE   




SPAGNA: LA GARROTA DELL’UNIONE EUROPEA di Manolo Monereo

Che la signora Calviño fosse più di un semplice ministro dell’Economia, lo sapevamo tutti. Pedro Sánchez ha scelto con cura di stare vicino alle potenze europee, di conoscere in anticipo le loro opinioni e di provare a influenzarle.

Il ministro dell’Economia è la rappresentazione più autentica di un eurocrate, di un funzionario di alto livello che conosce tutti i dettagli del potere e che guarda agli Stati come se fossero poco più che regioni autonome.

Gli eurocrati si sentono al di sopra degli Stati e li guardano con enorme sfiducia; sono intrisi dell’idea che, in un modo o nell’altro, tutto passa attraverso lo stato tedesco e la sua dottrina ufficiale, l’ordoliberismo.

Col passare del tempo, il ruolo di Nadia Calviño è diventato più importante. Le potenze economiche e i loro giornalisti preferiti la identificano con l’ortodossia economica, in quanto rappresentante della UE in Spagna e come contropotere di Pablo Iglesias e di quei membri del governo che cercano di andare oltre le regole di base che la UE ha costituzionalizzato in quasi tutti i paesi.

La “signora in nero”, come è stata chiamata, ha anche svolto il ruolo di una possibile alternativa a Pedro Sánchez in caso di una rottura del governo nel contesto di un peggioramento della crisi.

La possibile elezione della signora Calviño a presidente dell’Eurogruppo rappresenta un salto di qualità. A mio avviso ciò cambia la natura del governo. Sappiamo tutti che l’Eurogruppo è un organo informale ma decisivo.

Coloro che hanno letto il libro o visto il film di Varoufakis, Behaving Like Adults, prenderanno atto del ruolo canaglia del signor Dijsselbloem, il ministro socialista olandese.

Insisto, cambia la natura del governo; se prima la signora era la rappresentante della UE nel governo, ora, con la sua elezione a presidente dell’Eurogruppo, diventerà un’autorità europea nel governo. In altre parole, la Spagna sarà controllata dall’UE per mezzo dello stesso governo di Madrid con un potere sulle grandi questioni, simile o maggiore di Pedro Sánchez.

Che gli accusati celebrino il trionfo del loro procuratore è penoso. Di fronte all’inevitabile, sembra bello stare dalla parte del vincitore e attendersi, niente di più umano, la sua benevolenza. È bello essere tra persone istruite ed educate.

Nulla riflette il linguaggio dell’odio più delle relazioni neutre e scientifiche sulla realtà economica e sul futuro della ricostruzione nazionale.

Potrà questo nuovo governo risolvere i problemi molto gravi del Paese dal punto di vista della maggioranza sociale? Non credo, quello che verrà sarà uno scontro e un conflitto continuo su ogni misura progressiva. Il feroce attacco contro Unidas Podemos continuerà e il Ministro Presidente sarà la bandiera dell’intrigo.

Quella che potremmo definire la fase “buonista” della pandemia sta volgendo al termine.

Il blocco padronale ha già presentato il proprio decalogo.

Lo sfondo ovvio: ricevere il massimo di soldi pubblici per ripulire le loro aziende e imprese e opporsi a qualsiasi tentativo di riforma che metta in discussione il modello economico e di potere dominante in Spagna.

Essi lo sanno, un governo serve se è in grado di intervenire nella reale correlazione delle forze, in questo caso, conferendo una maggiore capacità contrattuale, politica e sindacale ai dipendenti e alle classi lavoratrici; rafforzare il nostro stato sociale maltrattato e garantire diritti sociali a tutti.

In breve, costruire un nuovo modello economico, ecologicamente sostenibile, in grado di soddisfare i bisogni fondamentali delle persone. Il viaggio al centro del governo è molto più importante che cercare i voti di Ciudadanos. La storia accelera.




IL MONDO ALLA ROVESCIA DI FEDERICO FUBINI di Leonardo Mazzei

«La nuova emergenza». E’ questo il titolo dell’editoriale di Federico Fubini sul Corriere della sera di ieri. Che si parli dell’emergenza economica ed occupazionale, dopo quella sanitaria dei mesi scorsi? Neanche per sogno.

Per il Fubini la nuova emergenza ha tutt’altro nome, quello di uno “Stato-mamma”, dal quale bisognerebbe uscire al più presto.

Che milioni di italiani, esattamente quelli più bisognosi d’aiuto, lo “Stato-mamma” proprio non l’abbiano incrociato, è un particolare che al Fubini sfugge proprio. A lui basta riprendere la solita retorica cantilena contro l’assistenzialismo.

Polemizzando con chi vedeva nell’epidemia, e perfino nel disastroso confinamento che si è voluto imporre agli italiani, un’occasione per rilanciare il ruolo dello Stato, eravamo stati facili profeti nel prevedere come lorsignori sarebbero ben presto tornati ai santi vecchi ed ai tradizionali arnesi del neoliberismo. Tra questi, ovviamente, il loro argomento anti-statale preferito: quello contro l’assistenzialismo, vero o presunto che sia. Argomento che prevede naturalmente due pesi e due misure (e che pesi, e quali misure!). Ad esempio, secondo il loro metro di giudizio, 600 euro al mese ad un cassaintegrato sono “assistenzialismo”, 6 miliardi di garanzie ad Fca ovviamente no.

Ma non perderemmo tempo a scrivere un articolo solo per rilevare questo doppiopesismo.

La disonestà intellettuale di certi pennivendoli è infatti così evidente, che di fronte ad essa possono esistere di fatto solo due categorie di persone: chi ha già capito benissimo, chi non vorrà capire mai.

Nell’editoriale di cui ci stiamo occupando c’è però qualcosa di peggio del tradizionale doppiopesismo, c’è una descrizione della società italiana che fa a pugni con la realtà, e che proprio per questo merita di essere segnalata.

Prima di arrivarci è utile però cogliere in quale vuoto d’idee si ritrovi attualmente l’oligarchia dominante. Un vuoto ben evidenziato dai pittoreschi “Stati generali” voluti da Conte. Un vuoto che evidentemente non è esclusivo appannaggio della classe politica, ma che essa condivide con gli stessi pensatoi che generalmente ne ispirano l’azione.

In questo senso l’editoriale del Fubini è illuminante.

Nessuna riflessione sulla crisi manifesta del modello neoliberale incarnato dall’Unione europea.

Nessuna riflessione sui disastrosi danni del lockdown.

Nessuna idea su come uscire dalla crisi.

Ma in compenso un nemico giurato: l’assistenzialismo.

Ora, chi vuol vedere il mondo alla rovescia può sempre farlo. E se dispone delle pagine del Corsera può pure scriverlo.

Ma sostenere che i guai attuali dipendano da un presunto “assistenzialismo” richiede davvero una quantità industriale di faccia tosta che solo uno come il Fubini può possedere.

Il suo ragionamento muove da questa premessa:

«Mai prima nella storia d’Italia tanti italiani erano stati garantiti, sussidiati e tutelati dallo Stato allo stesso tempo. Già, ma ora? Quella rete di sicurezza non può restare lì troppo a lungo così com’è, perché costerebbe centinaia di miliardi (che non ci sono) e farebbe degli italiani un popolo di assistiti da uno Stato-mamma (che nessuno, o meglio quasi nessuno, dice di volere). Una crisi finanziaria e l’appassire dello spirito di iniziativa e responsabilità personale sarebbero dietro l’angolo. Moltissimi italiani hanno ancora bisogno di aiuto. Ne hanno bisogno e lo avranno. Ma lo Stato-mamma non può essere per sempre».

Per sempre? Ma è colpa di chi è rimasto senza lavoro se le scelte di un’intera classe dirigente hanno portato all’attuale disastro?

E’ un “per sempre” assai strano quello di un Fubini che si preoccupa che dal 17 agosto si possa tornare – finalmente!, si direbbe – a licenziare.

E’ un “per sempre” assai ravvicinato se ci si preoccupa del rifinanziamento di una cassa integrazione che scade tra due settimane per tanti lavoratori.

Altro che Stato-mamma!

La verità è che lo Stato-mamma esiste solo nella testa dell’editorialista del Corsera.

La verità è che milioni di persone gettate sul lastrico avrebbero veramente bisogno di assistenza, altro che “assistenzialismo”!

Ma come si fa a ragionare così? Al di là delle laute retribuzioni che certo concorrono a tali pensieri,  forse un modo per arrivarci è quello di raccontarsi (e raccontare, il che è decisamente peggio) una realtà completamente rovesciata.

Arriviamo così al punto che qui più ci interessa. Scrive il Fubini:

«Non per niente i consumi restano ibernati e il risparmio privato tipico delle fasi di insicurezza non fa che crescere: in aprile i depositi bancari delle famiglie erano già saliti di 25 miliardi dai livelli di febbraio, quelli delle imprese di cinque. Pensiamoci: in due mesi il risparmio liquido dei privati in Italia è cresciuto di una somma superiore a quanto sia cresciuto il debito pubblico con il decreto di emergenza di quel momento, il “Cura Italia”; è un indizio che lo Stato-mamma – magari era inevitabile, nel caos della pandemia – sta nutrendo anche qualcuno che potrebbe cavarsela da sé».

Ora, giusto per fare un esempio, sappiamo tutti che i notai non avevano certo bisogno dei 600 euro, ma non è certo di questo che vuol parlarci il Fubini.

Il trucco che egli usa è evidente, ed esso consiste nel mettere tutti gli italiani nello stesso calderone.

Siccome i risparmi sono cresciuti più del debito pubblico, questo vorrebbe dire che quei (pochi) soldi previsti dai decreti di marzo e di maggio non andavano proprio spesi. Assistenzialismo!

Anziché riconoscere la miserevole insufficienza di quelle misure, anziché denunciare come tanti ne siano stati di fatto esclusi, anziché rilevare ritardi ed inadempienze della macchina statale, il Fubini ci dice che i problemi sociali ce li siamo solo immaginati, che di fatto non sono mai esistiti. Ma si può!?

Naturale che qualcuno abbia visto aumentare i propri risparmi! Se disponi di un reddito certo e per un periodo non puoi spendere, è evidente che (peraltro solo temporaneamente) i tuoi risparmi crescono. E che ci voleva il Fubini per capirlo?

Ma il punto è un altro. Ed è che questo vale per una parte della società, quella più garantita. Quella che non ha avuto bisogno né di cassa integrazione, né dei 600 euro, né di altre misure di sostegno al reddito.

Ma c’è l’altra parte.

Milioni di persone private del lavoro e del reddito, spesso gettate nella povertà pura e semplice, con davanti un futuro più incerto che mai. E’ a questi milioni di persone che il Fubini pensa – considerandole di fatto una massa di “assistiti” da rieducare – quando vorrebbe tagliare la cassa integrazione, tornare ai licenziamenti ed abolire ogni sostegno (anche nel credito) alle piccole aziende.

La disonestà del suo argomentare sta nel voler far credere che gli italiani si siano arricchiti con le miserie dei due decreti di primavera, quasi che a risparmiare siano stati cassaintegrati, disoccupati, partite Iva, piccoli lavoratori autonomi.

Immaginatevi voi quanto si può risparmiare con 600 euro!

Chiudiamola qui, che basta e avanza. Tra i pennivendoli del regime neoliberista ed eurocratico, Federico Fubini è di certo uno dei più intelligenti. Se oggi è ridotto a questo miserevole argomentare una ragione ci sarà.

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA di Carlos Fazio

Mentre in mezzo all’emergenza sanitaria del Covid-19 milioni di persone sul pianeta, catturate dalla disinformazione e dalla manipolazione e inoculate dalla paura, vivono in un traumatico confinamento quasi totale – sottomesse a misure profilattiche disciplinari equivalenti allo stato di assedio, alla legge marziale o al coprifuoco -, si starebbe dando vita a un processo totalitario di reingegnerizzazione sociale, il cui obiettivo fondamentale sarebbe scatenare una ristrutturazione economica, sociale e politica globale, che secondo alcune ipotesi sarebbe guidata da un nuovo governo mondiale (o sovranità sovranazionale), controllata da un’élite di poderosi speculatori finanziari e banchieri di Wall Street; le grandi imprese farmaceutiche e petrolifere, incluse le loro fondazioni filantropiche e i loro laboratori del pensiero (think tanks); il complesso militare industriale; le grandi compagnie tecnologiche digitali e le multinazionali delle comunicazioni.

Questa è la tesi di Michel Chossudovsky, direttore di Global Research, secondo il quale lo sganciamento delle risorse umane e materiali dai processi di produzione, scatenato dal confinamento e che ha paralizzato l’economia reale, è stato un atto di guerra; una operazione pianificata con cura, dove non c’è nulla di spontaneo o accidentale, e che fa parte di un piano militare e di intelligence degli Stati Uniti e della NATO, finalizzato a indebolire Cina, Russia e Iran e destabilizzare il tessuto economico dell’Unione Europea.

Professore emerito di Economia dell’Università di Ottawa, Chossudowsky si basa sulle dichiarazioni del segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, che in un apparente lapsus il 20 marzo si era lasciato sfuggire, nel corso di una conversazione alla CNN, che il Covid-19 era un’esercitazione (militare) dal vivo, un’operazione. Disse: “Non si tratta di contromisure… Questo progetto sta avanzando: siamo in un esercizio in vivo per farlo bene”. Cosa alla quale il presidente Trump, che era al suo fianco, con parole che passeranno alla storia, rispose: “Non avresti dovuto dirlo”.

Che fossimo o no di fronte a una fake-pandemia indotta e indipendentemente dal fatto che il Covid-19 sia un’arma di distruzione di massa derivata da un virus che studi scientifici escludono essere un’arma biologica, la disputa delle narrazioni con finalità geopolitiche e di controllo di zone di influenza fra le potenze, Stati Uniti e Cina in particolare, ha avuto, nell’emergenza, vincitori e sconfitti.

Fra i vincitori troviamo Larry Fink, presidente di BlackRock, il fondo di investimenti più grande del pianeta, di cui si è avvalsa la Riserva Federale degli Stati Uniti (FED) per gestire migliaia di milioni di dollari di obbligazioni e acquisto di crediti garantiti da ipoteche, come una misura per stabilizzare i mercati e ammortizzare l’impatto finanziario della crisi del coronavirus.

Secondo l’analista Pepe Escobar, BlackRock possiede il 5% di Apple; il 5% di Exxon Mobil; il 6% di Google; è il secondo azionista di AT&T (Turner, HBO, CNN, Warner Brothers) e il principale investitore in Goldman Sachs. BlackRoch è più grande di GoldmanSachs, J.P. Morgan e Deutsche Bank messi insieme. A sua volta il suo presidente Fink è stato consulente del presidente Trump su come gestire gli effetti della pandemia, e per tutti i compiti pratici, sarà il sistema operativo della FED e del Dipartimento del Tesoro. In altre parole, sarà l’amministratore del fondo per le mazzette.

Altri vincitori sono stati il capo di Amazon, Jeff Bezos, che in sole tre settimane di pandemia ha accresciuto la sua ricchezza di 25 miliardi di dollari; l’amministratore delegato di Tesla e SpaceX, Elon Musk – che ha dichiarato che l’isolamento sociale è stato una infrazione fascista al suo diritto di realizzare guadagni -, che ha aumentato la sua ricchezza di 5 miliardi di dollari; Eric Yuan, il capo di Zoom, che ha accumulato 2,58 miliardi di dollari, e il co-fondatore di Microsoft, Steve Ballmer, che ha guadagnato 2,2 miliardi.

Amazon, Google (oggi Alphabet), Microsoft, Apple, Zoom, in società con Facebook, di Mark Zuckerberg (proprietario di Instagram e WattsApp), e altre corporation della Silicon Valley in California – legate agli apparati di sicurezza degli Stati Uniti – sono parte di quello che la economista Shoshana Zuboff, di Harward, ha definito il capitalismo della sorveglianza, un modello che va al di là di queste imprese di tecnologia digitale in rete e si è esteso all’economia normale.

Il modello lo forgiò Google nella congiuntura dell’11 Settembre del 2001 – e successivamente lo diffuse Facebook – . La sua redditizia formula permette di prevedere (e modificare) il comportamento degli internauti grazie a un algoritmo a scatola nera (una specie di meccanismo invisibile). I motori di ricerca di queste piattaforme incamerano l’informazione, cosa che consente a queste imprese, secondo Zuboff, di prevedere le azioni dei consumatori nel mondo reale (in casa e al lavoro, nella loro vita quotidiana) con l’unico scopo di far guadagnare le imprese. Così, al di là dei ‘mi piace’ e dei clic virtuali – e senza che gli utenti lo sappiano – le loro esperienze si trasformano in materie prime che consentono di creare  schede personali (i nostri volti, voci, personalità, emozioni, credenze politiche o religiose) e di elaborare profili per prevedere comportamenti futuri e manipolare in questo modo milioni di persone; come accade nel caso della congiuntura del Covid-19 e della nuova normalità, a danno della nostra autonomia umana e della nostra sovranità individuale.

Nella immediata post-pandemia del covid-19, la guerra per la supremazia digitale nel mondo, con i suoi assi portanti principali: l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, le reti 5G e i Big Data, [1] riceverà un nuovo impulso in chiave geopolitica. E come prima dell’irruzione del coronavirus, la disputa su quale società digitalizzata e con quale modello continuerà ad avere luogo fra Stati Uniti e Cina.

Innalzata a rango di religione dall’1% più ricco del pianeta (la plutocrazia globale del Foro di Davos), la tecnologia digitale è qualcosa di più di uno strumento di comunicazione: è un poderoso strumento di potere per raccogliere una massa di informazioni che permetteranno di manipolare, controllare e/o confinare milioni di persone sulla terra (l’esperienza del coronavirus). Di conseguenza, come anticipavamo più sopra, il capitalismo della sorveglianza – secondo l’azzeccata espressione di Shoshana Zuboff – è una minaccia per la libertà e l’indipendenza della persona.

Digitalizzata, elaborata e trasformata in catena di bits e bytes, l’informazione relativa all’attività on-line, monitorata in modo regolare e sistematico (video-sorveglianza onnipresente, poiché qualsiasi attività mediata digitalmente lascia una traccia) si trasforma in merce informativa, vero nucleo, come dice Zuboff, dell’attuale economia digitale globalizzata. Per mezzo di configurazioni algoritmiche che si presume siano segrete, indecifrabili e illeggibili, le mega-corporation del settore estraggono dalla persona – come nuova merce virtuale allo stesso modo che la terra, il lavoro e il denaro, come aveva da tempo pronosticato Polanyi – dati della loro vita quotidiana (senza il consenso dell’utilizzatore, convertito senza saperlo in materia prima), che vengono trasformati in prodotti predittivi destinati a tracciare e modificare i sentimenti e il comportamento di milioni di individui.

A sua volta, la colonizzazione digitale, come nuova modalità di dominio e costruzione di egemonia – Vandana Shiva la chiama dittatura tecnologica – consente alle piattaforme infrastrutturali oligopolistiche globali a doppio senso di commercializzare la merce informativa (il prodotto predittivo) e ottenere un guadagno esorbitante e super-profitti.

Così, la persona è la miniera a cielo aperto della ricchezza digitale del filantro-capitalismo (Shiva dixit), i cui simboli sono Bill Gates, il fondatore di Microsoft e la seconda persona più ricca del mondo, e altri supermilionari la cui ricchezza proviene dall’infrastruttura tecnologica di Internet situata nella Silicon Valley, nella Baia di San Francisco, come Mark Zuckerberg (Facebook/Instagram/WhatsApp); Jeff Bezos (Amazon); il privatizzatore dello spazio Elon Musk (Tesla e SpaceX); Apple (iPhone), che annovera fra i suoi investitori Warren Buffett (Berkshire Hathaway); Eric Yuan (Zoom) e Larry Page y Sergey Brin, fondatori di Google (Gmail, YouTube), le tre proprietà del conglomerato Alphabet, e altre corporation come la newyorchese Verizon (Yahoo!), entrambe di proprietà del fondo di investimento The Vanguard Group e BlackRock, tutte legate al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Negli ultimi 25 anni di neoliberismo, gli Stati Uniti si sono trasformati da Stato-impresa in Stato di sorveglianza, e, come dice Shiva, Bill Gates si è trasformato nel Cristoforo Colombo dei tempi moderni, non facendo altro che conquistare territori Microsoft da dove ha conquistato posizioni di dominio, cosa che il francese Éric Sadin ha chiamato “la silicolonizzazione del mondo”. [2]

Tuttavia, alla riconfigurazione del capitalismo tramite un nuovo governo mondiale plutocratico sotto egemonia statunitense nell’immediata post-pandemia (l’ipotesi di Chossudovsky descritta all’inizio) si potrebbe contrapporre come variabile l’emergere di un ordine tripolare (Russia/Cina/USA) non privo di contraddizioni e conflitti caldi di dimensioni geopolitiche, inclusa un’eventuale guerra navale nell’Oceano Pacifico fra Stati Uniti e Cina.

A breve termine la transizione dal mondo unipolare a quello tripolare avrà come asse del conflitto la ridefinizione globale del mondo attraverso la conquista di tecnologie chiave come l’intelligenza artificiale, la rete 5G (imprescindibile per la sorveglianza globale) e l’infrastruttura di Internet, cosa che avrà profonde implicazioni per il futuro del commercio internazionale.

Lo scorso 25 aprile, il governo di Xi Jinping, in Cina, ha stabilito il sistema blockchain (catena di blocchi) [3] più grande del mondo, il BlockchainService Network (BSN), e la sua banca centrale ha introdotto programmi pilota per uno yuan digitale in quattro città, trasformando il gigante asiatico nella prima grande economia mondiale ad emettere una moneta digitale nazionale.

Denominata infrastruttura di infrastrutture, la BSN è chiamata ad essere la colonna vertebrale della Via Digitale della Seta fornendo interconnettività ai soci economici della Cina lungo l’Iniziativa della Cintura e della Via (Belt and Road Initiative, BRI). [4] Così come la ferrovia, i porti e le reti elettriche della BRI collegano fisicamente il mondo con la Cina, i cavi di fibra sottomarina, le stazioni base di Huawei per il 5G e le soluzioni standardizzate di blockchain serviranno a migliorare la connettività digitale della Cina.

Lanciando contemporaneamente il BSN e lo yuan digitale, la Cina è pronta ad impadronirsi dei benefici di una economia globale che si sta digitalizzando rapidamente. Cosa che ha una dimensione geopolitica e di disputa dell’egemonia, che implica una sfida alle corporation della Silicon Valley e al sogno di Prima l’America del presidente Donald Trump.

[1] Ndt – Big Data: volumi di dati troppo massici per poter essere gestiti o interpretati con metodi o strumenti usuali. (definizione dell’Oxford English Dictionary). Questa grande massa di dati è necessaria per le attività predittive dell’IA e per questo necessita di continuo aumento.

[2] Ndt – Titolo del libro pubblicato in italiano da Einaudi nel 2018.

[3] Ndt – La Blockchain è un database decentralizzato costituito da catene di blocchi di dati che vengono registrati online (contratti, transazioni, accordi, e altro). Attraverso una particolare tecnologia informatica che gestisce l’intervento di tutti i partecipanti alla rete, si ottiene un registro di dati accessibili e non modificabili.

[4] Ndt – Traduzione della denominazione cinese di quella che in italiano si chiama comunemente “Nuova Via della Seta”.

*Traduzione di Aldo Zanchetta




DICHIARAZIONE INTERNAZIONALE: Contro il neoliberismo, dopo l’Unione europea

Pubblichiamo un’importante dichiarazione politica sottoscritta oltre che da diverse organizzazioni e associazioni politiche europee, anche da molti militanti e intellettuali — in fondo alla dichiarazione i primi firmatari. Questa dichiarazione è stata sottoscritta, tra gli altri, da MPL-P101.

CONTRO IL NEOLIBERISMO, DOPO L’UNIONE EUROPEA

La pandemia da Covid-19, avendo scatenato la “tempesta perfetta”, è uno spartiacque storico. Il vaso di Pandora si è aperto, tutti i mali cronici del sistema capitalistico iperfinanziarizzato sono venuti alla luce. Sull’umanità aleggia lo spettro della “stagnazione secolare”. Col tramonto della globalizzazione neoliberista entriamo in un periodo di grandi turbolenze e catastrofi sociali le quali possono aprire delle nuove opportunità di cambiamento In questo quadro il rischio di uno scontro tra i partigiani del potere popolare e quelli di un regime autoritario è nell’ordine delle cose. Gli sconvolgimenti travolgeranno gli attuali equilibri geopolitici, col rischio di un cataclisma devastante tra le grandi potenze.

L’Unione europea, a causa delle sue fragilità strutturali e delle sue contraddizioni interne, non resisterà al terremoto mondiale in arrivo. La pandemia da Covid-19 ha infatti messo a nudo la totale incapacità dell’Unione di far fronte all’emergenza, la sua incapacità a riformarsi. Nonostante sia evidente l’insostenibilità delle sue rigide regole ordoliberiste, la Germania, che è il dominus dell’Unione e non ha mai smesso di agire pro domo sua, si ostina invece a difenderle, anzitutto a danno dei paesi mediterranei — nonostante essi rischino di sprofondare nell’abisso. Questo ci dice la recente sentenza della Corte costituzionale tedesca.

Nessuna traccia di eurobond, cioè di mutualizzazione del debito. Gli strumenti concepiti per sostenere questi paesi (Bei, Sure, Esm) sono come la corda sostiene l’impiccato. Si tratta infatti di prestiti, di nuovo debito per stati i cui titoli sono già considerati quasi spazzatura. Peggio ancora: per accedere a questi prestiti queste nazioni dovranno accettare severe condizioni che includono la possibilità di essere posti sotto regime di protettorato e di stretta sorveglianza. Ciò sottoporrà questi paesi, in primo luogo l’Italia, a tensioni sociali e politiche formidabili, tensioni che potrebbero spingerli sulla via dell’uscita dalla gabbia dell’euro.

Questa fuga in avanti dell’Unione europea non è che un modo per prolungare l’agonia. Il cosiddetto e aleatorio Recovery fund non cambierà niente. Non è un’alternativa la proposta di Mario Draghi di consentire alla Bce di funzionare come tutte le altre banche centrali (agendo cioè come un prestatore di ultima istanza, così da creare l’enorme liquidità necessaria allo scopo di rimettere in moto l’economia). Questa proposta, concepita nel quadro del rispetto di una visione liberista classica, sarebbe pur sempre moneta a debito. La banca centrale dovrebbe finanziare gli stati usando i canali delle banche private, stati che poi dovrebbero rimborsare i prestiti accollandosi i fallimenti del settore privato. Il principio è noto: pubblicizzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.

Tuttavia, legati da un vero e proprio patto di sangue, i settori dominanti e transeuropei del capitalismo, in nome del dogma monetarista per cui la moneta deve restare un bene scarso, hanno escluso questa possibilità. La ragione di questa ostinazione è evidente: è l’idea monetarista secondo cui la politica monetaria sia una variabile indipendente, che essa non sia anche politica fiscale e non abbia pesanti ricadute sociali. Per i dominanti la leva monetaria deve restare una vera e propria arma con cui soggiogare le masse popolari, per mettere i lavoratori gli uni contro gli altri e farli sgobbare come schiavi.

I diversi paesi, anzitutto quelli con la pistola del debito puntata alla tempia, non usciranno dal marasma né con mezze misure, né con manovre, per quanto virtuose, di ingegneria finanziaria e/o monetaria. Ne possono uscire solo attribuendo un nuovo ruolo dello Stato, che deve assumere il pieno controllo non solo della moneta e del sistema bancario, ma anche dei principali mezzi di produzione e di scambio. Il settore privato indirizza e investe le sue risorse solo a condizione che abbia certezza di strappare a breve un conveniente tasso di profitto. E’ appunto questa condizione che il capitale privato non incontra in un contesto caratterizzato da una crisi generale come quella attuale. Per questo considera preferibile fermare i suoi motori, anche a costo di gettare la società tutta nella catastrofe.

La rottura con questo sistema è ormai necessaria.

Da questa crisi generale, anzitutto i paesi sotto attacco da parte finanza predatoria, ne possono venir fuori, infatti, solo uscendo dalla doppia gabbia del neo liberismo e della mondializzazione. Doppia gabbia di cui l’Unione europea è un baluardo. I diversi paesi possono salvarsi solo disdettando i trattati che li tengono in catene,  riprendendosi quindi la loro sovranità nazionale, politica e monetaria, imboccando la strada di un’economia in mano pubblica, regolata e pianificata.

Non si tratta solo di un auspicio, l’Unione europea non reggerà l’urto di questa crisi generale e sistemica. La disgregazione dell’Unione è nell’ordine delle cose. Quel che sorgerà sulle ceneri dell’Unione europea dipenderà da molti e ancora incalcolabili fattori. E’ certo che nuove configurazioni geopolitiche sorgeranno. Ove le masse popolari non scendessero in campo, ove non si riuscisse a formare per tempo dei potenti fronti democratici e popolari, forze capitaliste nazionali e/o d’estrema destra, potrebbero approfittare del caos instaurare regimi autoritari.

Questa è la sfida che si staglia all’orizzonte, a questa sfida occorre prepararsi. Vanno quindi costruite in ogni singolo paese egemoniche alleanze di massa, strumenti per organizzare e guidare radicali mobilitazioni popolari, affinché dall’odierna debole resistenza sia possibile passare all’offensiva.

La posta in palio, prima o poi, sarà il potere. Per vincere occorre avere un programma di profonde e ampie trasformazioni che sappiano tenere assieme eguaglianza sociale, democrazia politica e diritti di libertà. Ogni singolo Paese, date le sue radici storico-culturali, date le peculiarità del proprio tessuto economico-sociale, seguirà necessariamente una sua strada. Non basta che gli Stati tornino sovrani. Dopo aver vinto l’ideologia neoliberista dello sfruttamento, della predazione e delle privatizzazioni, occorrerà un potere popolare che, tenuti a freno gli spiriti antisociali del capitalismo, stabilisca la primazia del proprietà pubblica dei settori strategici e pianifichi l’economia in vista del bene comune della collettività.

Solo liberi popoli in nazioni democratiche e sovrane potranno stabilire reciproche relazioni di solidarietà e, contro ogni nazionalismo ravanchista e imperialista, costruire un nuovo ordine mondiale basato sul non allineamento, il mutuo rispetto e la fratellanza.

Un vento forte è cominciato a spirare, tracciamo la rotta ma apriamo le vele!

PRIMI FIRMATARI:

Italia

  • Liberiamo L’Italia
  • MPL-Programma 101
  • Nuova Direzione
  • SIAMO
  • Riscossa Italia
  • M-48 (Giovine Italia)
  • Partito Umanista

 

  • Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale
  • Gianluigi Paragone, senatore
  • Tiziana Alterio, giornalista
  • Thomas Fazi, economista (MMT)
  • Diego Fusaro, filosofo
  • Alessandro Gallo, attivista R2020
  • Leonardo Mazzei, Liberiamo l’Italia
  • Moreno Pasquinelli, Liberiamo l’Italia
  • Mauro Scardovelli, giurista
  • Alessandro Visalli, coordinatore di Nuova Direzione
  • Carlo Formenti, scrittore

Spagna

  • Colectivo Prometeo
  • Coordinadora Salir del euro
  • Partido Socialista Libre Federación
  • Socialismo 21

 

  • Javier Aguilera, giurista
  • José Aguza Rincón, infermiere
  • Jorge Alcazar, professore
  • Alejandro Andreassi Cieri, professore (rtd) Universitat Autònoma de Barcelona
  • Juan Balsera, dipendente pubblico (rtd)
  • Antonio Bujalance Cantero, sindacalista
  • Rosa Cañadell Pascual, professoressa e membro di XS21
  • Rafael Carretero Moreno, professore
  • Rafael del Castillo Gomáriz, professore
  • Maite Cebrian, dipendente pubblico
  • Remedios Copa, infermiere (rtd)
  • Sergi Cutillas, economista
  • Ramón Franquesa, economista Universidad Barcelona
  • Carlos García Hernández, editore
  • Ernesto Gómez, ex vice presidente dei portuali della CCOO
  • Luis Miguel González López, economista
  • Eduardo Luque, giornalista
  • Carlos Martínez, politologo
  • José Manuel Martínez Monereo, operaio
  • José Manuel Mariscal Cifuentes, ex senatore di Izquierda Unida
  • Antonio J. Mayor, economista
  • Stuart Medina, economista
  • Manolo Monereo, ex parlamentare di Unidos-Podemos
  • José Manuel Montes, regista
  • Pedro Montes, economista
  • Manuel Mulet Romero, operaio
  • María Dolores Nieto, femminista
  • Rafael Pedrera, tecnico
  • Silvio Peressini Prado, pensionato
  • Emilio Pizocaro, giornalista
  • Juan Rivera, professore
  • Rafael Robles, pensionato
  • Rafael Juan Ruiz, tecnico
  • Juan Vázquez Sanz, ingegnere
  • Diosdado Toledano, attivista

Francia

  • Devoir de résistance – La Sociale
  • Les Insoumis democrats
  • MS 21
  • Pardem
  • RPS FIER

 

  • Jacque Sapir, economista
  • Denis Collin, professore, giornalista
  • Jacques Cotta, giornalista and autore
  • Michèle Dessenne, presidente Pardem
  • Patrice Hemet, portavoce di MS21
  • Djordje Kuzmanovic, fondatore e presidente di République souveraine
  • Jacques Nikonoff, economista
  • Patrick Richard, Les Insoumis democrats

Germania

  • Duisburger Netzwerk gegen Rechts

 

  • Jürgen Aust, avvocato (rtd), dirigente di Antikapitalistische Linke, Duisburg
  • Jochen Becker, pensionato, Hamburg
  • Rainer Brunath, chimico (rtd), Hamburg
  • Georg Gärtner, dipendente pubblico, Mönchengladbach
  • Annette Groth, ex parlamentare di Die Linke, Stuttgart
  • Inge Höger, ex parlamentare di Die Linke, Chairperson Die Linke Northrhine-Westphalia, Anti-capitalist Left (AKL, Antikapitalistische Linke)
  • Mustafa Ilhan, attivista curdo, Aachen
  • Marco Imme, operaio, Stendal, Sachsen-Anhalt
  • Lothar Lux, pensionato, Herten, NRW
  • Franz Pöschl, farmacista, Bergisch Gladbach
  • Peter Rath-Sangkhakorn, editore, Bergkamen, NRW
  • Harry Ruderisch, ingegnere, Duisburg
  • Stefan Rossi, Euroexit, Munich
  • Andreas Wisuschil, giurista, Munich
  • Thomas Zmrzly, sindacalista, Duisburg

Grecia

  • Paremvasi
  • EPAM

 

  • Lampropoulos Aris, giurista, Atene
  • Nikos Progoulis, insegnante, Atene
  • Yiannis Rachiotis, giurista, presidente di Hellenic Union of Progressive Lawyers, Atene
  • Maria Tzortzi, giurista, Athens
  • Gerassimos Sklavounos, autore, Atene

Austria

  • Antiimperialistische Koordination
  • Euroexit
  • Solidarwerkstatt Österreich
  • Steirische Friedensplattform

 

  • Peter Bachmaier, storico, Vienna
  • Gernot Bodner, professore, Vienna
  • Wolfgang Friedhuber, ativista, Graz
  • Leo Xavier Gabriel, politologo, Vienna
  • Leo Gabriel senior, Social Forum mondiale, Vienna
  • Imad Garbaya, attivista, Wiener Neustadt
  • Markus Gartner, autore, Hornstein, Burgenland
  • Gerhard Hertenberger, biologo e giornalista, Vienna
  • Christine Hödl, attivista, Graz
  • Wilhelm Langthaler, Campo Antimperialista, Vienna
  • Boris Lechthaler, Solidarwerkstatt, Linz
  • Brigitte Lindner, sociologa, Vienna
  • Gerald Oberansmayr, editore, Solidarwerkstatt, Linz
  • Albert F. Reiterer, sociologo
  • Waltraud Schauer, attivista, Wien
  • Konrad Schön, attivista, Graz
  • Helmut Seidl, operaio, Pöllauberg Steiermark
  • Maria Seidl, attivista, Pöllauberg Steiermark
  • Franz Sölkner, ex membro del Consiglio comunale, Thal, Styria
  • Irina Vana, sociologa, Vienna

Danimarca

  • Ron Ridenour, autore

Norvegia

  • Trond Andresen, professore, Norwegian University of Science and Technology, Trondheim

Polonia

  • Kacper Wittig, studente, Szczecin