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FEMMINISMO CONTRO IDEOLOGIA GENDER di Marina Terragni

Essendoci occupati di gender, femminismo, studi di genere, riteniamo di  pubblicare questo testo di Marina Terragni, per segnalare come anche nel campo del femminismo contraddizioni e resistenze su gender, trans e post umano, siano presenti e forti.

Il tema dei “diritti” – dall’identità di genere all’utero in affitto – non è complementare o a latere, ma delinea l’orizzonte verso il quale ci si muove. Ma la prospettiva post-umana perseguita dai progressisti non è unica e ineluttabile. L’alternativa esiste: una civiltà a radice femminile

Ripresentando il ddl Zan, al Senato con scarsissime possibilità che passi -quando invece altre soluzioni, tipo il ddl Scalfarotto, avrebbero assicurato una legge contro l’omobitransfobia- il segretario PD Letta ha più volte sottolineato che il tema dei diritti è decisivo per il suo partito.

Tema dei diritti che tuttavia è sempre posto come complementare, a latere di questioni ritenute ben più rilevanti: la guerra, certo, i temi economici ma anche semplicemente la legge elettorale.

In verità il più della partita politica oggi si gioca proprio su quelli che vengono chiamati “diritti”.

Vero che l’utero in affitto o l’ormonizzazione dei bambini o la libera identità di genere sono questioni che sembrerebbero riguardare solo una minoranza della popolazione. Ma oggi, a 33 anni dalla fine della Guerra Fredda, sono proprio questi temi a delineare l’orizzonte in direzione del quale ci si muove -o diversamente, al quale si resiste.

Questi temi delineano quello che chiamiamo orizzonte post-umano o transumano, che pensa all’umanità naturale come arcaica e superabile. Quello che le tecnologie consentono di fare diventa immediatamente lecito e desiderabile. L’umano non costituisce più un modello per le macchine, al contrario sono le macchine ad essere modello per la corporeità umana, già a partire dal momento della riproduzione.

Lo stesso campo politico progressista che sostiene la salvaguardia della natura e dell’ambiente promuove dunque l’esautoramento della madre e la denaturazione dell’umano.

L’orizzonte transumano è presentato come destino ineluttabile, ma le cose non stanno così.

Ivan Illich, padre dell’ecologismo contemporaneo, in Gender. Per una critica storica dell’uguaglianza– aveva profetizzato che le cose sarebbero potute finire in questo modo, spiegando che la scomparsa del sesso in direzione del neutro «è la condizione decisiva dell’ascesa del capitalismo e di un modo di vivere che dipende da merci prodotte industrialmente» e «degrada le donne (…) più ancora degli uomini» perché «il linguaggio comune dell’epoca industriale è contemporaneamente neutro e sessista», e aveva concluso affermando che «la crescita negativa è necessaria per ridurre il sessismo».

Lotta al capitalismo sregolato e lotta per la libertà femminile, resistenza alla neutralizzazione e opposizione al mercatismo danno dunque forma a un unico obiettivo che si potrebbe definire “sopravvivenza del mondo umano”. Perché, spiega ancora Illich, «la lotta contro il sessismo coincide con gli sforzi per ridurre la distruzione dell’ambiente e con i tentativi di contestare il monopolio radicale di beni e servizi sui bisogni».

Affermare che il corpo esiste, lasciarlo pensare e parlare, è un passaggio preliminare ineludibile contro l’invadenza del patrimercato.

Resistere nel dirsi donne è la prima mossa di questa lotta non violenta.

L’alternativa al modello transumano è quella civiltà a radice femminile che non si fonda più sull’individuo e sui suoi diritti, ma tiene al centro la relazione intesa come atomo sociale indivisibile. In questa chiave, per esempio, sarebbe importante pensare a un diritto il cui soggetto è la relazione, e non più l’individuo: un lavoro immane e rivoluzionario.

E’ la direzione in cui vogliamo muoverci, intendendo come ultra-politici questi temi -che non possono essere evitati, come spesso accade, perché ritenuti “divisivi”: il più della partita si gioca lì.

Il modello transumano si propone come unico, ineluttabile e invincibile: non lo è.

Può essere amaro dover constatare, provenendo molte di noi da una storia di sinistra, che il modello transumano è perseguito e propagandato proprio dai progressisti e dai liberal in tutto l’Occidente democratico. Ma ci sono troppe cose da fare per stare ad amareggiarsi.




LA RESA DEL BATTAGLIONE AZOV E L’EVACUAZIONE DEI MEDIA ATLANTICI

di Enrico Mascelloni
Riassumiamo i fatti salienti della “battaglia di Mariupol”: dopo aver preso atto che la sconfitta sul campo di una città devastata da combattimenti feroci era certa, intorno alla metà di Aprile una parte delle milizie ukraine si è asserragliata nell’enorme Azovstal mentre altri soldati dell’esercito ukraino, a loro volta barricati nella vicina area del porto e in altri complessi industriali, si arrendevano (la stima varia da alcune centinaia a più di mille) alle milizie del Donbass, venendo ampiamente ripresi dalle telecamere con le mani alzate mentre venivano fatti salire su camion e condotti come prigionieri di guerra in zone sotto controllo dei filorussi. A quel punto partiva il serial dell’eroica resistenza nei sotterranei della fabbrica, andato quotidianamente in onda su tutti i media occidentali (quelli del resto del mondo se ne fregavano) per oltre un mese: alle dichiarazioni del regime ukraino che “gli eroi dell’Azovstal non si arrenderanno mai”, gli “eroi” sfumavano il concetto in un più elastico “non ci arrenderemo mai ai russi”, aprendo a fantasiose alternative eroiche tipo “ci consegneremo a un Paese terzo che ci evacquerà nel suo territorio lasciandoci uscire dall’Azovstal con le nostre armi” o anche un pò meno eroiche come “ci consegneremo a un Paese terzo, pronti a garantire che non torneremo a combattere in questa guerra”, quest’ultima dichiarazione persino imbarazzante in quanto a disfattismo, e infatti rapidamente abbandonata (non dal battaglione Azov, che vi ha creduto fino in fondo, ma dai media filoatlantici per i quali l’eroismo della difesa di Mariupol è ingrediente centrale della propria propaganda). Assediati e bombardati, i nostri eroi hanno però cominciato a prendersela con il governo di Kyev “che ci ha abbandonato”, che “non ha provato a imbastire una manovra militare che ci avrebbe liberato”, mentre arrivavano a invocare Elon Musk come mediatore (magari venendo “evacquati” da un suo razzo che li avrebbe portati su Marte) o al Papa, da cui spedivano un gruppo di mogli, che alternavano il Santo Padre a vari talk show. Zalensky, da parte sua, dichiarava almeno tre volte al giorno “gli eroi dell’Azovstal verranno massacrati ma non si arrenderanno”, e lo ha ripetuto sino a qualche ora prima di trasformarlo in un esilarante (se ci fosse da ridere) “i nostri eroi ci servono vivi”. Tutto ciò mentre i “loro eroi” chiarivano ancor meglio il concetto, e pur lasciando intendere che avrebbero preferito morire per la Patria e per l’onore, singhiozzavano “siamo soldati e rispettiamo gli ordini dei nostri comandanti e in specie del nostro presidente”, che in realtà non hanno mai rispettato, com’è ben evidente negli aspri rimproveri che gli facevano quotidianamente e che in un contesto di accettabile disciplina militare, in stato di guerra, non sarebbe lontana dall’insubordinazione, dal disfattismo, dalla diserzione. Che infatti è avvenuta, ma con l’avallo del Presidente, caso pressochè unico in una guerra. Perché tutto lascia pensare che non sia stato il Presidente a ordinare la resa, ma il battaglione Azov a aver ordinato al Presidente di dichiararla, altrimenti sarebbe avvenuta comunque, come stava infatti accadendo poche ore prima delle dichiarazioni ufficiali, quando alcune decine di soldati ukraini (tanto del battaglione Azov quanto dei marines) si consegnavano alle milizie del Donbass alzando bandiera bianca. Diserzioni immediatamente smentite dal regime ukraino ma riprese in diretta dai combattenti del Donbass e comunque sufficienti per chiarire che bisognava rapidamente salvare il salvabile dichiarando che la resa disordinata era in realtà un ordine della suprema autorità del Paese, smentendo dunque quello che aveva dichiarato Zelensky fino a poche ore prima, ma accogliendo ciò che stavano dichiarando i capi del battaglione Azov e i fanti di marina da vari giorni, seppur nelle loro tipiche formulazioni contorte, dove doveva convivere l’esaltazione del proprio eroismo con la meno eroica propensione a salvare la pelle costi quel che costi.
Ogni dichiarazione degli “eroi dell’Azovstal” da quando erano asserragliati nella fabbrica lasciava intendere con chiarezza che una priorità su tutte le altre ce l’avevano chiara: non intendevano affatto morire. E men che meno per le fantasie eroiche di Biden di Zelensky o magari di Giuliano Ferrara. Le varianti creative di cui sopra, in un ordine temporale sempre meno eroico, parlavano da sole e essendo appunto fantasiose attendevano soltanto di escludere l’arrivo di Musk con il suo razzo (i soli razzi che arrivavano erano quelli russi) per fare ciò che minacciavano da un paio di settimane: arrendersi al nemico. Verbo riflessivo, “arrendersi”, coniugato alla terza persona plurale, “si arrendono” (perchè non sono uno e nemmeno cinquanta ma varie centinaia se non migliaia) è impronunciabile tanto per gli “eroi” che per i loro hooligans politici e mediali. Infatti il florilegio di sinonimi propagandisticamente più gestibili dà fondo alle riserve di ogni vocabolario atlantico; quello italiano offre alternative numerose “evacquano, si ritirano, lasciano…..”. Ascoltare gli incredibili esercizi retorici di portavoce e opinionisti che parlano di “scambio di prigionieri”, di “eroi che evacquano”, di “mediazione a altissimo livello accettata dai russi” mentre centinaia di soldati ukraini si lasciano perquisire con le mani sopra la testa, con sguardo ebete, con occhi bassi mentre si allineano come greggi sugli autobus che li condurranno in campi di prigionia su suolo russo, tutto ciò demolisce la sarabanda propagandistica che ha gonfiato giornaloni e giornaletti, telegiornali e talk show. La resa non proprio gloriosa è assai difficilmente contenibile nel giubilo propagandistico in corso da quasi tre mesi, cosicché i nostri scaldadivani mediali la espellono nelle pagine interne dei giornali e in fondo ai telegiornali. Nel frattempo a Zelensky sfuma il sogno accarezzato sin dalle prime fasi della guerra: il massacro di soldati che “contro forze soverchianti non si arrendono”, e che non solo urlano al mondo lo “spirito indomito del popolo ukraino”, ma si tolgono anche dai piedi in quanto pericolosi concorrenti politici. Per Zelensky si sarebbe trattato di una vittoria mediale clamorosa, che avrebbe vidimato come alcun altra che i russi hanno a che fare con il “popolo più eroico della storia moderna”, i nuovi “trecento di Maratona”, anche se sono più di duemila. Tanto più che sul piano militare il battaglione Azov e i fanti di marina di Mariupol non servivano più a niente essendo stati sconfitti da più di un mese, non avendo affatto rallentato ai russi altre operazioni militari come recitano enfaticamente i loro comandanti e essendo stati tenuti a bada da miliziani del Donbass e da combattenti tchecheni che non erano nemmeno più numerosi di loro, sebbene supportati da un ampio apparato aereo e di artiglieria che ha fatto naturalmente la differenza. E’ possibile che qualche miliziano di Azov non vorrà arrendersi e preferirà magari suicidarsi piuttosto che consegnarsi al nemico. Ma anche in tal caso si avrà poco a che fare con l’antica etica militare di chi preferisce la morte alla resa. Tra i miliziani del battaglione Azov vi sono alcuni tra coloro che bruciarono vivi vari filorussi disarmati nel Teatro di Odessa (2014) e abbondano anche assassini di donne e bambini del Donbass. Chi li sta aspettando fuori sono i parenti, gli amici, i commilitoni delle loro vittime.
E la trattativa tra russi e ukraini? Forse qualcosa al minimo accettabile per i russi (cure per i feriti e qualche eventuale scambio di prigionieri). Per il resto, sentendo le parole del presidente della Duma e di vari altri membri del regime russo, che intendono processare buona parte dei prigionieri come criminali di guerra, la resa sembra esser stata senza condizioni e la sconfitta ukraina, almeno nella battaglia di Mariupol, inappellabile. La posta in gioco? Il controllo totale sul mare di Azov e il ricongiungimento con la Crimea. Forse, dopo qualche ulteriore avanzamento nel Donbass, un bottino sufficiente per procedre, da parte russa, a un augurabile cessate il fuoco di una qualche consistenza e tuttavia problematico. Reso tale dalla potenza reale dei patrocinatori americani della guerra nonché dal delirio di potenza delle gerarchie ukraine, supportato dalle sgangherate lodi che gli arrivano da governi e media di ogni parte dell’occidente e dalla diffusa ideologia, radicata soprattutto nel suo esercito, di una razza slava superiore (quella ukraina) già teorizzata da Stepan Bandera settanta anni fa, assurto dopo Maidan a icona nazionale. Di un vero e proprio trattato di pace, naturalmente, neanche a parlarne da ambedue le parti e presumibilmente per vari e lunghi anni. La fronda a Zelensky è già iniziata e quella a Putin, se la guerra perdurasse, probabilmente non tarderebbe. Se come affermano alcuni analisti, Putin vollesse davvero procedre all’occupazione di Odessa e al ricongiungimento con la Transnistria, creando una striscia in gran parte di scarsa profondità strategica lunga circa duemila kilometri da Lukhansk all’estrema punta settentrionale della sottilissima Transnistria, e tutto questo con un esercito ukraino che sta diventando il più attrezzato d’Europa mentre il proprio Paese verrebbe strangolato dal blocco dell’accesso al mare, in tal caso sarebbero gli stessi comandanti di una vetusta Armata Rossa, si spera, a accelerare qualcuna delle varie malattie che vengono attribuite all’autarca russo. Decisione comunque poco realistica per il pragmatico Putin. Le fantasie escatologico-geopolitiche di Alexander Dugin sulla Sacra Missione Russa commuovono soltanto qualche gruppo neofascista e il suo ascendente su Putin ha credito soltanto tra il gregge mediale: “a Alexander non crede più nessuno -ha dichiarato nel 2015 Eduard Limonov, che fondò insieme a lui il Partito Nazional Bolscevico- e Putin non l’ha mai incontrato”.



IL PIANO STRATEGICO DEL NEMICO di Moreno Pasquinelli

Su richiesta di diversi lettori, ripubblichiamo un nostro articolo dell’agosto 2021. Il conflitto in corso tra la Russia da una parte e il blocco USA-NATO-Ue-Ucraina rafforza la tesi espressa dall’autore.

«Che l’adozione del “Green Pass” (avvenuta in assenza di qualsivoglia minaccia per la “salute pubblica”) segni un tornante, un eversivo salto di qualità delle politiche autoritarie e liberticide è comprovato, oltretutto, dal fatto che ha suscitato in Francia e in Italia un moto popolare di ribellione che per consistenza  e determinazione non si vedeva da molti anni.

Quella del “Green Pass” non è una scelta improvvisata di governi in preda al panico, bensì una mossa calcolata entro un piano strategico. Non a caso, in due paesi cavia, hanno scelto due tecno-banchieri: Macron e Draghi. Nel caso specifico dell’Italia, ai dominanti occorreva, nello Stato d’emergenza, un governo d’emergenza che avesse la potenza e gli appoggi necessari per avviare d’imperio la definitiva transizione verso un nuovo regime.

Di che piano si tratta? Quale regime, chi comanda, ha in mente?

Scrivevamo nell’aprile dell’anno scorso, con Conte ancora a palazzo Chigi:

«Col pretesto del contrasto della pandemia il Grande Fratello, da distopia orwelliana, è ormai realtà, sopra di noi, attorno a noi, dentro di noi. L’Italia è diventata, non a caso assieme ad Israele, un laboratorio di sperimentazione per quello che potremmo chiamare, ci sia concessa la figura, regime liberal-fascista. Demiurgo di questo salto nel buio è un governo di “sinistra”, una sinistra che dopo aver fatto a pezzi i diritti sociali sull’altare di quelli civili, ora, pur di ubbidire ai suoi padroni, deve sacrificare anche quelli».

Premessa: la crisi sistemica scatenatasi nel 2007-2008 ha prodotto due risultati principali: da un lato l’avanzata strepitosa della Cina come potenza globale ed il relativo indebolimento dell’egemonia dell’Occidente, dall’altro la fine della spinta propulsiva del neoliberismo. E’ in questa cornice che ci spieghiamo il “Grande Reset”, ovvero il tentativo delle élite mondialiste di utilizzare la pandemia per imprimere un’accelerazione radicale al mutamento per un cambio sistemico.

Il cosiddetto “Grande Reset” è una medaglia con due facce. La prima: avendo calcolato che come ogni grande mutamento anche questo produrrà giocoforza instabilità politica, conflittualità sociale, nonché fatturazioni nel loro stesso campo, i dominanti vogliono farvi fronte edificando un efficace sistema di prevenzione e repressione. La seconda: essi debbono poter giustificare la grande svolta sistemica con una nuova e seducente narrazione ideologica, in questo caso un progressismo fanatico fondato sull’idea dell’infallibilità de LaScienza e sulla distopia di una società tecnocratica governata dall’intelligenza artificiale.

“Liberal-fascismo” sta appunto come metafora per indicare un sistema sociale nuovo che mentre sul piano economico vuole restare liberista su quello politico e istituzionale deve sopprimere la forma democratica rimpiazzandola con regimi semi-dittatoriali fondati sul paradigma dello Stato d’eccezione permanente. Sorvolando sulle dispute di scuola in merito alla compatibilità tra liberismo e democrazia, qual era il mantra con cui si giustificò la fine del periodo keynesiano e l’avvento del neoliberismo? Ricordiamoci l’icastica espressione della Thatcher: “La società non esiste, esistono solo gli individui”. Fu in nome della “libertà individuale”, della sacralità del singolo atomizzato e del disprezzo dei principi di solidarietà, che il neoliberismo poté strappare l’egemonia in Occidente e quindi procedere allo smantellamento del cosiddetto “stato sociale” e  delle tradizioni solidaristiche proprie del movimento operaio — diremmo, in italiano, che fu la rivincita del guicciardiniano  particulare sull’universale machiavelliano.

Con lo shock pandemico la narrazione ideologica che avanza è di segno opposto a quella che giustificò l’avanzata neoliberista. La svolta è enorme e dalle profonde conseguenze. I liberisti si aprirono la strada a fine anni ’70 scagliandosi contro quello che chiamarono “Stato etico” in difesa del principio dello “Stato minimo”; oggi, e ben vedere, assistiamo ad un insidioso ribaltamento: l’élite si sbarazza della maschera liberale e marcia spedita verso un nuovo Leviatano autoritario che sostituisce il liberale Stato di diritto con un mostruoso Stato etico liberticida che procede implacabile con divieti e invasive prescrizioni biopolitiche per cui i corpi stessi delle persone sono, come nel feudalesimo, nella piena e insindacabile disponibilità del sovrano — la vaccinazione coatta essendo un simulacro di questo ribaltamento.

Col pretesto dell’emergenza sanitaria il sovrano ha tracciato la nuova linea metafisica che separa il bene dal male, si appresta a edificare un Panopticon cibernetico per la capillare sorveglianza di massa, punta a spiare e intrufolarsi nei più remoti anfratti delle vite di ognuno, sanzionando e punendo i recalcitranti che non vogliono adeguarsi al nuovo regime, alla nuova vita, al nuovo mondo. I dominanti non lo dicono apertamente, ma il modello politico a cui aspirano, mutatis mutandis, è quello del regime neo-confuciano cinese, col suo diabolico meccanismo di rating sociale che classifica i cittadini e ne fissa il rango sociale in base al grado di sudditanza al sovrano politico e di rigoroso rispetto delle sue regole disciplinari. Si potrà fare a meno di campi di prigionia e internamento dei disobbedienti, ove sia sufficiente togliere loro diritti e ridurli a paria, ad accattoni, ed esiliati interni in libertà vigilata.

Chiamiamo liberal-fascismo questo sodalizio bastardo tra liberismo in economia (tuttavia di nuovo tipo, con elementi forti di corporativismo sociale pensati per disinnescare preventivamente il conflitto tra opposti interessi di classe — vedi il concetto di stakeholder capitalism propugnato dai paladini del “Grande Reset” e che fa il paio al paradigma confuciano dell’eterna armonia) — e dirigismo tecno-autoritario nella sfera dell’eticità, delle relazioni sociali, delle condotte morali. Uno Stato etico di nuovo conio insomma, dove LaScienza, per sua natura anassiologica, viene invece fatta assurgere a suprema entità creatrice di nuovi valori e nuove norme morali.

E qui ci spieghiamo l’apparente paradosso per cui, questo nuovo Stato etico tecnocratico, mentre procede a cancellare sia i diritti sociali delle classi subalterne che quelli universali dell’uomo, propugna la difesa dei diritti LGBTQ* (con la follia del fluid gender) e difende a spada tratta i diritti delle minoranze. Una difesa necessaria e strumentale poiché via LGBTQ*/fluid gender avanza appunto la nuova etica che vuole cancellare tutte quelle che l’hanno preceduta; parliamo dell’estremistica e aberrante ossessione del progresso; parliamo della transumanistica idea di fondare l’ultima eticità, una nuova visione del mondo e dell’uomo da rimpiazzare, grazie all’ibridazione macchinica, col superuomocyborg; parliamo quindi della fiducia cieca ne LaScienza, nei “miracoli” dell’ingegneria genetica, che oltre a consentire questo trapasso permetterebbe di debellare i dilemmi esistenziali  dell’umanità e la coscienza infelice della vecchia borghesia. Altrettanto funzionali sono i panegirici sui diritti delle minoranze. Il “melting pot” simboleggia il tipo di società che questi nuovi borghesi hanno in mente: una paccottiglia clanica di etnie, sette confessionali, e tribù di genere in cui il conflitto verticale alto-basso sia sostituito da quello orizzontale basso-basso, e quindi siano cancellati i tradizionali vincoli di appartenenza, di classe o nazionali.

E qui veniamo al terzo pilastro del “Grande Reset”: in nome di una nuova e dispiegata globalizzazione, sbarazzarsi una volta per tutte degli stati-nazione, considerati, per loro stessa natura, un ostacolo sulla via del pieno dominio delle forze del “libero mercato” — ovvero “tutto il potere ai miliardari” purché filantropi. E’ in ballo la trasformazione dell’Occidente in impero unico, un’unificazione con un comando centrale senza la quale esso non resisterà all’avanzata cino-asiatica e alla resistenza della vecchia Russia, visto che ove non riuscisse a resistervi sarà condannato, l’Occidente, a scomporsi su vecchie e nuove linee nazionali. Ci saranno pur sempre delle nazioni, ma eviscerate e prive di sovranità politica, sovranità che dovrà essere consegnata ad un ente tecnocratico e oligarchico sovranazionale, di cui i governi nazionali non saranno che ccomitati d’affari e, nel migliore dei casi, prefetture o diocesi imperiali.

Si può capire, in questa prospettiva storica, perché l’Europa sia il principale banco di prova di questa grande trasformazione. L’Unione rappresenta infatti il tentativo più avanzato ed il modello più sofisticato che funga da ponte verso questo nuovo ordine mondiale. Ove quest’Unione saltasse la nuova mondializzazione andrebbe infatti a carte quarantotto. Ed è in questo quadro generale che si può comprendere la missione affidata a Draghi. Essendo l’Italia il Tallone d’Achille dell’Unione, è qui da noi che le élite debbono provare, oltre alla loro obbedienza, la capacità di raddrizzare una volta per tutte il legno storto che è il nostro Paese, dimostrando di avere la forza tutta politica di porre fine alla guerra per bande interna all’élite dirigente e di passare il guado domando ogni possibile reazione popolare.

Siamo insomma ad un passaggio storico, al transito da un sistema ad un altro, da un tipo di capitalismo ad un altro. Come sempre in questi frangenti ciò produce un effetto di spiazzamento e spaesamento nell’immaginario collettivo, uno scombussolamento del quadro politico che innesca imprevedibili processi di ricomposizione e riallineamento delle forze.

Lucidità, sguardo lungo e nervi saldi sono indispensabili, per capire questa metamorfosi, per individuare contraddizioni nel fronte nemico, prevedere i contorni del paesaggio sociale e politico futuro; il tutto per gettare le basi di una resistenza che sia in grado un domani di passare al contrattacco. Questi sono i compiti ineludibili dei rivoluzionari».

*** Firma l’ Appello dei 100 per la costruzione di un blocco unitario delle opposizioni antisistemiche (firma qui)




NON CI SONO ALTERNATIVE di Leonardo Mazzei

Ci avviciniamo ai 3 mesi di guerra, e tutto si può immaginare tranne la sua fine. La narrazione iniziale si sta risolvendo nel suo contrario. A febbraio l’ipotesi prevalente era quella di un conflitto breve, che la Russia avrebbe vinto militarmente, per poi perderlo in maniera rovinosa sul piano economico. Non è andata così. E non poteva andare in quel modo per un semplice motivo: qui non siamo di fronte ad uno scontro tra Russia e Ucraina, che se così fosse stato si sarebbe chiuso in una settimana. Quella in corso è piuttosto la guerra scatenata dal blocco Usa-Nato-Ue contro la Russia; l’inizio di una Terza Guerra Mondiale combattuta per ora prevalentemente sul suolo ucraino.

Naturalmente la situazione sul campo va valutata in maniera oggettiva, che se dessimo retta alla propaganda occidentale potremmo anche pensare che l’esercito ucraino si accinga a prendere Mosca… L’evoluzione di questa propaganda è tuttavia interessante. Mentre in un primo momento si insisteva sull’esigenza di sostenere la “povera” Ucraina aggredita dall’Orso russo, si è ora passati a toni più bellicosi e risolutivi: la Russia va sconfitta, punto e basta; la guerra va portata fino in fondo costi quel che costi.

Dunque, i fatti ci hanno dato ragione. Se l’espansione della Nato, nella quale di fatto l’Ucraina era già integrata da tempo, serviva ad attaccare la Russia; la vera escalation che ha portato al conflitto in corso non è stata avviata da Putin, bensì dagli americani. E quale sia la volontà di questi ultimi ce lo dice il recente stanziamento di 40 miliardi di dollari per armare ancor di più l’esercito di Kiev.

Armi di ogni tipo inviate dai paesi Nato, istruttori sul campo, servizi di intelligence occidentali che partecipano attivamente al conflitto, una propaganda martellante alimentata a getto continuo, sanzioni sempre più pesanti contro Mosca: cos’altro deve avvenire per prendere atto di una dichiarazione di guerra totale dell’occidente alla Russia?

Così scrivevamo agli inizi di marzo: «E’ chiaro che siamo entrati in una partita mortale, uno scontro che non ammette vie di fuga, alla fine del quale ci sarà un vincitore ed un vinto, ma ci sarà soprattutto un quadro internazionale profondamente diverso da quello precedente alla crisi ucraina».

Che in questo contesto la Russia abbia incontrato delle serie difficoltà sul piano militare è cosa abbastanza normale, anche per la necessità di condurre le operazioni limitando al massimo il coinvolgimento dei civili.

A queste difficoltà si contrappone però la tenuta economica e finanziaria. Le sanzioni si sono rivelate meno efficaci del previsto. L’embargo sui prodotti energetici avrà tempi lunghi, mentre il blocco dello Swift ha fatto meno danni di quel che si poteva pensare. Certo, come si dice in occidente, le sanzioni hanno efficacia nel lungo periodo. Ma intanto la mossa di Putin sul pagamento del gas in rubli sta avendo successo.

Un anno fa ci volevano 89 rubli per acquistare un euro, e questo era il cambio pure il 23 febbraio, il giorno prima dello scoppio della guerra. Poi il cambio si era impennato, facendo prevedere una svalutazione catastrofica del rublo. Ma così non è stato. Dopo il picco di 156 rubli per un euro del 7 marzo, siamo tornati ai livelli pre-guerra già a fine marzo con il solo annuncio di Putin. Ma non basta, venerdì scorso (13 maggio) erano sufficienti 67 rubli per acquistare un euro, con una rivalutazione del 24,7% rispetto a febbraio. Evidentemente i mercati finanziari sono piuttosto certi dell’adeguamento dei grandi gruppi energetici europei (tra i quali Eni ed Enel), dunque dei rispettivi governi, al pagamento in rubli. Un successo indiscutibile per Putin, uno smacco di non poco conto per il blocco Usa-Nato-Ue.

In questo modo, contrariamente alle aspettative occidentali, la Russia potrà mantenere una discreta stabilità finanziaria ed un certo controllo sull’inflazione. Elementi piuttosto importanti al fine della massima coesione interna. Ma l’operazione sul rublo ha anche una finalità di lungo periodo: quella di avviare concretamente la messa in discussione del sistema dei pagamenti centrato sul dollaro. Una sfida mai vista negli ultimi ottant’anni, una prova ulteriore di quanto sia mortale la partita in corso.

Se quanto detto fin qui è fondato, una cosa appare quasi certa: la guerra sarà lunga. Naturalmente, come dimostrano gli errori di tanti commentatori, le previsioni vanno spesso incontro a sonore smentite. Ma quella di una guerra lunga si basa sulla vera posta in gioco del conflitto, niente di meno dei futuri equilibri di potenza a livello mondiale.

Proprio perché la posta in gioco è questa, i contendenti si stanno preparando ad uno scontro prolungato. Il blocco a guida Usa lo sta facendo con due mosse: da un lato il massimo sostegno ad una guerra per procura, come si dice “fino all’ultimo ucraino”; dall’altro il risparmio delle proprie forze in attesa dei futuri sviluppi. Ma il risparmio delle forze è evidente anche sull’altro versante. Mentre la Cina cerca di prendere tempo, senza tuttavia incrinare il proprio rapporto con Mosca, l’indicazione più chiara ci viene proprio dalla Russia.

La propaganda occidentale vorrebbe farci credere ad un esercito russo allo stremo, privo ormai dei mezzi e degli uomini sufficienti a condurre una guerra all’altezza dello scontro. Quanto sia credibile questa narrazione ce lo dicono alcuni numeri. Le Forze armate russe sono composte da 900mila effettivi, più 2 milioni e 500mila riservisti. In Ucraina si calcola che ne siano stati impiegati al massimo 190mila. Come si spiegano queste cifre se non con la prudente volontà di risparmiare forze in vista della possibilità di un conflitto più allargato?

Tra i tanti segni dell’escalation in corso, l’entrata nel Patto Atlantico di Svezia e Finlandia è certo uno dei più significativi. La propaganda ci racconta di queste scelte come mera conseguenza dell’azione di Putin, ma la verità è che questi due paesi – come dimostrato dalle esercitazioni congiunte degli ultimi anni – erano già partner della Nato da tempo. Sta di fatto, però, che con l’ingresso della Finlandia l’Alleanza Atlantica si porterà ad un tiro di schioppo da San Pietroburgo, mentre il confine Russia/Nato si allungherà di altri 1.348 chilometri.

Bisogna dunque prendere atto della realtà. Per ora non siamo allo scontro diretto, né siamo arrivati alla soglia nucleare, ma quella che stiamo percorrendo è la strada della Terza Guerra Mondiale.

Gli Stati Uniti non vogliono perdere il loro primato, le oligarchie finanziarie e l’intero establishment a stelle e strisce vogliono rilanciare una globalizzazione fondata sul loro dominio militare, la loro egemonia politica, la propria supremazia economica basata sul sistema del dollaro. Per ottenere questo risultato a Washington si è pronti alla guerra totale, prima contro la Russia, poi se necessario contro la Cina. Ovviamente, agli americani piacerebbe vincere facile. Per questo non hanno mai smesso di sognare una bella “rivoluzione colorata” a Mosca. Evento però altamente improbabile, almeno a parere di chi scrive.

Che fare allora per impedire la catastrofe in arrivo? Cosa fare, in primo luogo, in Italia? Il nostro Paese già paga duramente, sul piano economico, la scelta del totale allineamento euro-atlantico. Ma questo prezzo potrebbe essere niente rispetto ai rischi di un coinvolgimento diretto nel conflitto. Mai come oggi le parole d’ordine dell’uscita dalla Nato e dall’Ue sono state attuali, ma intanto bisogna portare l’Italia fuori dalla guerra.

Questo vuol dire esattamente tre cose: fermare l’invio delle armi all’Ucraina, ritirare l’adesione alle sanzioni contro la Russia, dire basta alla russofobia. Queste tre cose saranno però impossibili senza la quarta: la cacciata dal governo di Mario Draghi, l’amerikano.

Sappiamo tutti quanto saranno importanti le prossime elezioni politiche, ma prima di esse potrebbe accadere l’irreparabile. E’ dunque il momento della lotta e della costruzione dell’opposizione. La guerra potrà essere fermata solo incrinando il blocco Usa-Nato-Ue. Non sarà facile, ma non ci sono alternative.

Abbiamo detto che lo scenario più probabile è quello di una guerra lunga, ma per uscire da questo incubo occorre che la mobilitazione contro il governo sia immediata. Oggi nessuna illusione è più concessa.




LA LEZIONE FRANCESE di Emanuele Montagna e Franco Soldani

Riceviamo e pubblichiamo

L’opposizione fittizia e il nuovo soggetto politico in Italia

Conoscere è distinguere.

(H. von Foerster)

Il caso francese

  1. La recente rielezione politica di Emmanuel Macron a presidente della Francia (con un 28% circa di astenuti tra gli aventi diritto al voto), se da un lato ci dimostra l’enorme e incontrastato (finora) potere dei media, nel manipolare l’opinione pubblica a favore dell’élite al governo (cosa resa possibile dal loro monopolio dell’informazione e della disinformazione, quest’ultima particolarmente grave in Italia), dall’altro porta nuovamente alla ribalta anche un fenomeno relativamente recente, che conviene prendere in considerazione.

Mai come oggi, infatti, l’opposizione fittizia (d’ora in poi: OFI) ha fatto così tanti danni come la, e anzi più della, grandine. Milioni di persone per mesi e mesi nelle strade e nelle piazze di Francia e nessuna formazione, spontanea o organizzata, di un nuovo soggetto politico: un partito, un movimento di massa, una coalizione, un fronte unito ecc. Come è stato possibile? Un recente articolo di Claude Janvier ci aiuta a capire meglio la realtà[1].

A dispetto del fatto che la politica economico-sociale di Macron sia stata, nei passati 5 anni della sua presidenza, dice Janvier, «una catastrofe» per i suoi effetti sulla popolazione civile (aumento della disoccupazione, diminuzione del PIL, aumento dell’inflazione, crisi degli alloggi ecc.), una parte consistente dell’elettorato ha votato per lui. Come si spiega questo fatto?

Il punto è che Macron ha potuto usufruire dell’appoggio politico di un’intera serie di soggetti che hanno rivolto all’opinione pubblica francese una serie di appelli a suo favore: dal mondo degli “artisti” alle associazioni di categoria (Ordine degli avvocati, Professionisti della sanità ecc.), dai media (“Le Monde” in testa, definito da Janvier «un giornale immondo», e il quotidiano parigino equivale al nostro “Corriere”, figuriamoci il resto della stampa!) ai vari SOS Racisme, Greenpeace, la Lega dei diritti dell’uomo, il WWW ecc. – basta, esclama Janvier, «la discarica è piena!».

Nondimeno, la parte del leone in questa corsa apparentemente insensata e masochista a favore di Macron, è spettata a due insospettabili. Un ruolo di primo piano vi è stato svolto infatti dai due maggiori sindacati francesi: la CGT (la Cgil francese) e la CFDT (equivalente più o meno alla Cisl italica). Benché il tasso di sindacalizzazione francese sia il più basso della sua storia, circa il 7% del mondo del lavoro, l’opzione politica di queste organizzazioni dei salariati ha una sua ragione.

In Francia, spiega infatti Janvier, «lo Stato finanzia i sindacati» e se ne assicura così la complicità (mantenendoli tra l’altro in vita insieme alla loro casta privilegiata, inclusa la loro gerarchia interna, fonte di ulteriori disuguaglianze). La stessa cosa naturalmente avviene anche negli altri paesi, Italia compresa.

Quelli che una volta erano i rappresentanti dei lavoratori, in altre parole, sono divenuti dei veri e propri apparati di Stato direttamente dentro il mondo del lavoro e vi svolgono ormai funzioni prevalentemente politiche, come anche la “crisi sanitaria” ha ampiamente dimostrato, con i loro “capi” che si atteggiano a vero e proprio ceto politico dal pulpito dei loro palchi (candidandosi nel contempo, come è avvenuto anche nel passato, a nuovi posti direttivi nelle varie agenzie governative una volta finito il loro mandato). Non solo.

Un’altra componente fondamentale, più importante persino della precedente, della inattesa ‘coalizione’ pro Macron, tanto ibrida quanto a prima vista autolesionista, è stata quella dei due partiti della cosiddetta ‘estrema sinistra’ di Mélenchon (“La France insoumise”, la quale ha perduto per strada il prefisso “In”, nota Janvier, ed è diventata il suo contrario) e di Philippe Poutou, esponente di primo piano del “Nuovo Partito Anticapitalista” ed ex sindacalista, significativamente, della stessa CGT.

Perché queste due formazioni politiche, a dispetto del loro stesso nome, hanno invitato i francesi a votare per Macron? E perché il loro apporto è stato decisivo per il leader di “En Marche”? Per rispondere a quest’ultima domanda basti pensare al fatto che Mélenchon era arrivato terzo al primo turno con più del 20% dei suffragi, con punte del 31% in grandi città come Marsiglia, Lilla, Strasburgo, Tolosa, Montpellier, vincendo addirittura nei territori francesi d’oltremare (Guadalupa, Guyana, Martinica e Réunion). Il peso elettorale e politico di Mélenchon si è quindi rilevato determinante nella rielezione di Macron.

Nondimeno, la risposta più significativa è quella alla prima domanda. Per andare subito al sodo, Mélenchon e la sua creatura non sono mai stati altro che un’incarnazione di quella ‘opposizione fittizia’, o ‘fake opposition’ nella definizione originaria, che il potere ha da tempo appositamente fabbricato per drenare consenso, oltre che dal proprio elettorato, anche dall’interno stesso delle classi e dei ceti sociali bersaglio delle sue impopolari politiche economico-sociali.

Dalla originaria fabbricazione del consenso tramite i media, si è da tempo passati in Occidente alla fabbricazione anche del proprio dissenso interno attraverso la creazione ad arte di presunti ‘avversari’ politici mascherati da ‘radicali’. Per rendere ancor più efficace e credibile tale travisamento, i capi di queste nuove formazioni adottano in genere un eloquio ‘di sinistra’, sposano gli argomenti dell’opposizione sociale e scendono in piazza con questa, si schierano, a parole, con gli ‘ultimi’ della scala sociale, si nascondono dietro la logica ‘false flag’, indossando cioè panni a prima vista avversi al sistema per occultare il loro sostanziale appoggio a quest’ultimo, il loro esserne parte integrante sotto mentite spoglie. Si potrà mai essere contro il sistema, se si è il sistema?

Un esempio eclatante di questo fenomeno, oltre al classico Mélenchon, fuoco e fiamme in apparenza contro Macron, salvo poi invitare i suoi elettori a votare per quest’ultimo e determinarne così la rielezione, ci è offerto dallo stesso nome della formazione di Poutou, capo di un “Partito Anticapitalista” che invita i suoi a votare proprio per chi, nell’ambito del ceto politico, rappresenta in prima persona gli interessi del grande capitale (francese e occidentale)! I mondi alla rovescia sono moneta corrente in questi ambienti.

I danni politici e sociali fatti da questi soggetti, agenti politici, a contratto o di fatto, delle classi dirigenti al potere in Francia (come altrove) sono stati ovviamente enormi. Per un verso, perché hanno consegnato per un altro quinquennio un grande paese come la Francia nelle mani del CF nazionale e statunitense, sia perché Mélenchon è riuscito ad ingannare un’intera generazione di francesi e a consegnarli politicamente nelle mani delle élite, mettendo capo ad una sorta di loro ‘sterilizzazione’ di massa dal punto di vista politico, mettendoli fuori gioco (gran parte dei giovani nella fascia 19-34 anni ha votato per lui).

La logica della ‘opposizione fittizia’, all’opera in Francia come nell’intera Europa, Italia inclusa, ha funzionato ANCORA UNA VOLTA A DISCAPITO dell’opposizione reale nel paese. La sua natura è quella delle operazioni ‘false flag’ in cui gli Usa sono maestri (e i suoi epigoni continentali non sono da meno). I suoi agenti indossano i panni dell’alternativa, violenta o politica, all’odierno ordine delle cose (estrema sinistra, black block, ‘antagonisti’ ecc.), per meglio occultare la loro vera identità e far prendere al pubblico, aiutati in questo dai media di regime, fischi per fiaschi.

Ci sono dei piccoli Mélenchon, in formato ridotto magari, anche in Italia? Di sicuro. Chiunque infatti asseconda la logica del divide et impera, frammenta l’opposizione e la ‘balcanizza’, rema contro l’unità di tutta l’opposizione, lo sappia o meno (e se lo sa, è in definitiva caso meno serio rispetto all’altro), è un soggetto che lavora per il ‘re di Prussia’ ed è quindi, perlomeno di fatto se non di diritto, un agente politico dei dominanti, al servizio delle classi al potere. Questo, a fronte dell’attuale contesto, è un innegabile dato di fatto politico sotto gli occhi di tutti, al di là persino dei personalismi, delle ‘prime donne’ e via dicendo.

La balcanizzazione dell’opposizione: divide et impera in salsa italica

Qui di seguito alcuni esempi di OFI in Italia, distinti per caratteristiche ed esiti politici a cui finiscono, di solito, con l’approdare. Si tratta di una breve rassegna, di una concisa cartografia che come tutte le sintesi serve soprattutto per ‘tipizzare’ e additare alcuni ‘tipi ideali’ del fenomeno in questione. I nomi non servono, le maschere cambiano. Alcune forme, tuttavia, agiscono e si riproducono.

I) Nell’ambito dei movimenti e dei singoli che si contrappongono all’attuale andazzo ci sono quelli che in buona fede non hanno capito l’imperativo dell’unità di tutte le forze di opposizione ai criminali al governo. Non sembrano rendersi conto dell’attuale contesto geopolitico nazionale e internazionale, ancor meno dell’odierna situazione politica e istituzionale italiana; questi soggetti proprio non ci arrivano e sono quindi negati per ogni azione politica efficace.

Sono in genere ottimi soggetti per le classi al potere, giacché lavorano gratuitamente contro i loro stessi interessi e per la perpetuazione dell’attuale stato delle cose. Ceto politico, vertici statuali e istituzioni rappresentative comprese, unitamente all’élite economico-finanziaria nazionale (di Stato o privata), ringraziano sentitamente.

Pochi o molti che siano, ma comunque interni al vasto movimento di opposizione che si è sviluppato nel paese da un anno a questa parte, tutti questi soggetti sembra che non abbiano capito che la protesta e la mobilitazione dal basso, nelle piazze e nelle strade d’Italia, benché certamente importanti, non sono sufficienti di per sé a creare un’effettiva ed efficace forza di opposizione politica al governo criminale che ci sta portando alla probabile rovina. Se rappresenta un sincero e indignato moto di protesta contro i criminali al governo, non pare però in grado di diventare una vera opposizione politica; il che non significa di per sé che non possa evolvere.

II) Poi ci sono tutti quei soggetti che invece di cercare l’unità sulla base di una piattaforma politica condivisa, seminano discordia (malumore, attriti, tensioni ecc.) per una serie di ragioni: personalismi, motivi di bottega, protagonismo da prime donne ecc. Supponendo che siano in buona fede anch’essi, non sono però meno deleteri dei precedenti.

Se sanno di politica e hanno chiara la situazione nella quale attualmente ci troviamo, non possono infatti non rendersi conto che una condotta simile equivale a un suicidio politico preventivo, giacché andare divisi allo scontro, avendo di fronte i grandi mezzi del potere attuale, significa senz’altro schiantarsi contro un blocco d’acciaio.

Questi sono i soggetti migliori per l’attuale ceto politico criminale al governo, giacché lavorano anch’essi spontaneamente per il ‘re di Prussia’, senza che questi neanche si debba prendere la briga di convincerli o metterli sul proprio libro paga e sopportare dei costi per averne i servigi. Da soli, avrebbe detto Louis Althusser, si assoggettano a quello stesso potere che avrebbero voluto combattere. Chapeau!

In sintesi, chiunque non lavori consapevolmente per l’unità dell’opposizione, facendo salva la differente storia e cultura originaria dei diversi contraenti il patto politico d’azione contro gli attuali governanti, lo sappia o meno, di fatto finisce col portare acqua al mulino dei dominanti e alle prossime elezioni politiche nazionali finirà col consegnare nuovamente il paese nelle mani di coloro che ci hanno vessato finora coi loro soprusi e coi loro criminali provvedimenti anticostituzionali.

III) Ci sono poi gli agenti consapevoli, i veri rappresentanti della OFI (professionali e retribuiti), quei soggetti coperti da identità fittizie costruitesi in passato, infiltratisi da tempo (in abiti civili o in divisa, dismessa ovviamente per l’occasione) dentro l’opposizione, che lavorano coscientemente per “balcanizzarla” e rendere impossibile così ogni processo politico di eventuale (ri)unificazione.

Difficile riconoscerli, perché si presentano sulla scena come adepti di un’ideologia politica che sono stati addestrati ad avversare e combattere, precisamente tramite il metodo “divide et impera”, seminando cioè divisioni e contrapposizioni, quasi sempre artificiose oppure anche “rimpolpate” con argomenti a prima vista realistici o sensati (usati però in chiave strumentale, funzionali cioè al conseguimento dei loro secondi fini).

Per meglio mascherarsi, questi soggetti adottano anche pose “anticapitaliste” (caso davvero esemplare oggi Poutou in Francia, come già detto), “alternative”, “antisistema”, di “estrema sinistra” (Mélenchon ancora fa scuola! A capo ora dell’attuale “France Soumise”!) ecc., atte a farli sembrare ciò che non sono e dare loro un volto che in effetti non hanno (sono un’incarnazione, in altre parole, della logica “false flag” applicata alla politica interna). La storia italiana dal dopoguerra in poi ha molto da insegnarci a questo proposito e sarebbe l’ora di studiarla nuovamente, con nuove chiavi di lettura. Un esempio per tutti: ‘il caso Moro’.

Benché possano essere agenti “di vertice”, in genere di formazione accademica o con una cultura superiore alla media, ne esistono anche di livello inferiore, i cosiddetti ‘manovali’ (così definiti dalla stessa CIA che li chiamava “drawers of wood and water”) in azione a livello più “operativo” nel sociale (nelle piazze, nei movimenti ecc.) e a contatto con quella che una volta si chiamava “la base”.

Possono anche naturalmente prendere la forma di partiti personalistici, fondati e costituiti da un solo singolo individuo che regge tutta la baracca: manifestazioni, interventi sui social, siti di dubbia origine e sponsor, posizioni “radicali”, a parole per lo più, contro questo e quello ecc.. Magari a parole si dicono anche contro la UE e la Nato. Questi soggetti possono anche essere accompagnati da transfughi dei vecchi partiti (5 Stalle, Lega ecc.) che però hanno sempre votato negli ultimi 5 anni quasi tutti i provvedimenti dei precedenti governi. L’apparente posa antigovernativa odierna è la maschera di comodo indossata da questi soggetti per occultare il loro passato e la loro vera natura e sembrare oggi avversi ad un potere che in precedenza hanno invece supportato. Da questi signori, anche quando vi è stata la massima apertura nei loro confronti, non è finora germogliato nessun accenno di autocritica politica consapevole e all’altezza dei tempi, nessun intendimento di mettersi umilmente al servizio della causa comune partendo dal basso insieme agli altri militanti… E questo la dice molto lunga sulla reale natura di costoro.

Se nei movimenti di opposizione esistono degli infiltrati provenienti dagli apparati di Stato, dai tristemente famosi “Servizi”, sono tuttavia presenti al loro interno anche degli infiltrati di tipo più squisitamente “politico” (e che agiscono su commissione), provenienti almeno oggi dal vecchio ceto politico del passato, intenzionati a influenzarne natura e indirizzi, oltre a lavorare sotto traccia o apertamente per ostacolarne l’unificazione e se possibile renderla impossibile, nel solco della logica “divide et impera”.

IV) D’altronde, è anche possibile, e anzi molto probabile, che III) e II) finiscano col mettere capo ad una loro paradossale sinergia funzionale, in quanto gli uni scientemente e intenzionalmente (visto che sono a libro paga), gli altri senza volerlo magari ma comunque fattualmente, finiscono col convergere verso un medesimo obiettivo: la “balcanizzazione” dell’opposizione e per contro il parallelo consolidamento del potere politico attuale e del ceto politico tutto che lo sostiene. Il caso francese è esemplare a questo proposito, come si è avuto modo di vedere.

In questo contesto, i peggiori per noi e per ogni prospettiva di rinnovamento o rinascita politica sono proprio i soggetti appartenenti alla IIª) rubrica, in quanto nemmeno sembrano sapere o forse proprio non sanno che le loro condotte si concluderanno con una loro débâcle politica e una conseguente nuova disaffezione delle masse e delle piazze nei confronti di ogni altro impegno politico-sociale futuro: se questi figuranti avranno la meglio le masse che aspirano all’unità verranno di nuovo marginalizzate e rese ancor più passive e ininfluenti, come se non esistessero più sul piano politico, fenomeno che per contro non farà altro che rafforzare i dominanti, il potere attuale e il suo corrotto personale politico-istituzionale.

Che fare? Un’unità politica su base condivisa

Bisogna assolutamente evitare di ripetere l’esperienza francese anche in Italia. Le cento piazze e città del paese, le masse di cittadini (con la presenza di ceti sociali trasversali) che hanno preso parte alla mobilitazione ininterrotta di questi mesi, per poter durare ancora e approdare ad un risultato politico significativo, hanno bisogno di una forza politica organizzata che capitalizzi sul piano politico-sociale ed elettorale le lotte di questo ultimo periodo.

Tale coalizione dovrà vedere la partecipazione paritaria DI TUTTE LE SUE COMPONENTI nel nuovo organigramma a cui dovrà dare vita, una “struttura” in cui i diversi portavoce possano far riferimento alla comune piattaforma politica (VEDI I FAMOSI 5 PUNTI del recente “Appello dei 100”) sottoscritta da tutti quanti. In questo patto d’unità d’azione politica debbono potersi riconoscere tutti, alla pari, e di conseguenza presentarne le istanze all’intero movimento di questi ultimi tempi.

Non bisogna infatti dimenticare che si fronteggia un colossale apparato di Stato del consenso (TV, web, stampa, radio, la Chiesa e il Vaticano ecc.) con risorse finanziarie quasi illimitate rispetto a noi, apparato che contestualmente eroga e secerne da tutti i suoi pori maleodoranti propaganda pro regime e disinformazione altrettanto imponenti, comprendente i sindacati tutti, i vecchi partiti corrotti, Confindustria, le associazioni di categoria, i vari Ordini ecc.

Non si può fronteggiare un tale colosso senza una forza politica organizzata, strutturata e unita, con i suoi responsabili (revocabili) sul territorio e i suoi portavoce (anch’essi revocabili) che la rappresentino nel sociale e nel confronto politico nazionale. D’altro canto, tale forza o soggetto politico nuovo è condizione fondamentale per stabilire anche contatti e alleanze a livello internazionale, per dare un respiro più ampio possibile alle lotte e all’iniziativa politica.

Il movimento, le piazze e le cento città d’Italia, se vogliono evitare di fare la fine dell’esperienza francese, devono dotarsi di una struttura organizzativa, devono diventare “soggetto politico”, con un suo riconoscibile organigramma, un suo minimo programma politico-sociale, dei suoi responsabili incaricati della comunicazione, dell’informazione corretta e della controinformazione (in primis per smontare la “storia ufficiale”), ecc.

È necessario un salto politico di qualità. Si deve dar vita ad una nuova formazione politica plurale che sia però organizzata e strutturata come un vero e proprio soggetto politico di tipo nuovo, con propri organismi rappresentativi, una propria identità riconoscibile dalla popolazione e dalla società civile, anche simbolicamente, con nuove bandiere. In questa fase, chi non accetta di farne parte e, per una ragione o l’altra, entra nel fronte, lo spacca e rema contro, assume sin d’ora su di sé l’ignominia di un’altra sconfitta epocale sul modello di quella francese.

C’è invece bisogno di un gruppo di soggetti consapevoli, coscienti della tremenda posta in gioco nell’attuale congiuntura, che diano vita ad una “testa politica” pensante che indirizzi il movimento, produca nuove parole d’ordine chiare, metta in piedi un’analisi innovativa del capitale e del sistema dell’economia mondo, nonché della situazione presente, nazionale e possibilmente internazionale, socio-politica ed economico-finanziaria, per non dire poi del ripensamento della scienza, il sapere locomotiva dell’intero Occidente fino ad oggi e presumibilmente anche del domani.

Le spinte dal basso e la partecipazione di massa alle manifestazioni di questi lunghi mesi, per quanto sicuramente importanti, non sono state sufficienti per partorire o far emergere dal proprio seno un nuovo soggetto politico. Questo va creato da quei soggetti che meglio hanno chiaro quali sono i compiti dell’oggi. Ci vuole insomma un input politico iniziale per poter poi un domani ottenere un output significativo sul piano sociale e politico, soprattutto al momento delle prossime elezioni, per poter poi guardare oltre il presente.

Maggio 2022

[1]          C. Janvier, 24 avril 2022. Voter Emmanuel Macron ou Marine Le Pen?, in www.mondialisation.ca, articolo del 20 aprile 2022.




QUALI CRIMINI DI GUERRA?

Riceviamo e pubblichiamo

«Serve rinfrescare la memoria all’esercito di giornalisti prezzolati ed esponenti politici di spicco dei paesi NATO che stanno sbraitando sui cosiddetti “indicibili crimini di guerra”, addirittura “contro l’umanità” — ovviamente commessi dall’orco russo. Accuse di massacri indiscriminati, torture, stupri, saccheggi. Prove al riguardo ovviamente molto poche, tante balle ad uso e consumo dell’opinione pubblica. Una campagna di odio antirusso asfissiante, forsennata, che non ha precedenti. Si è giunti addirittura a proclamare l’inevitabile arresto di Putin.

Per quanto sia macabro, è doveroso fare due conti, dai quali salta subito fuori che l’accusatore americano è il primo a finire sul banco degli accusati.

Dunque: secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) i morti civili dal’inizio del conflitto al 9 maggio — ammesso e non concesso che siano tutte vittime dell’orco russo e non anche delle forze militari ucraine —, sarebbero 3.459.

Ora vediamo le vittime civili causate dagli attacchi americani (nelle loro guerre degli ultimi decenni) e fate voi la proporzione:

Vietnam

Civili uccisi in Vietnam del Sud (Nord escluso): 415mila (fonte: Senato americano)

Afghanistan

Civili uccisi nella occupazione USA: 50mila

Iraq

Civili uccisi nella prima guerra del Golfo 1991: tra 100 e 200mila (Fonte: Croce Rossa Internazionale)

Iraq

Civili uccisi dal 2003 al 2006: 460mila (fonte: PLOS medicine Survey); 600mila (Lancet Survey)

A questi numeri andrebbero aggiunti i civili uccisi in altri conflitti che hanno visto coinvolti gli americani dopo l’11 settembre: Yemen, Somalia, Siria, Pakistan, ecc. ecc».




RUSSIA UCRAINA: ASPETTI IDEOLOGICI DELLA GUERRA di OG

Riceviamo e, pur non condividendo, pubblichiamo.

Dugin e l’eurocentrismo

Circa due mesi prima dell’operazione militare russa scrivevo che il 2022 sarebbe stato l’anno in cui la Russia avrebbe tentato disperatamente di riconquistare una egemonia imperiale tra i due grandi blocchi (Stati Uniti e Cina) che marciavano spediti, ogni giorno di più, verso la terza guerra mondiale. Un mese esatto prima dell’operazione militare russa, 24.01.22, con un breve scritto in questo sito tentavo di mettere fortemente in discussione le fondamenta della quarta teoria politica del filosofo russo Dugin, il quale come hanno sostenuto quotidiani cinesi ed israeliani anche di recente, avrebbe sempre più influenzato sia il Cremlino sia il Patriarcato di Mosca.

In sostanza, pur dando il gran valore che merita alla filosofia neo-tradizionalista dell’ideologo russo, sostenevo che la sua sostanza politica era debole e non convincente. Fascismo e comunismo, a differenza di quanto sosteneva Dugin aderendo all’eurocentrismo economicistico, non solo non erano a mio avviso morti ma erano anzi per certi versi più vivi che nel ‘900, soprattutto in aree globali strategiche come Asia e Medio Oriente. Il problema era a mio avviso di sostanza, non di forma né nominalistico. Scrivevo appunto il 24 gennaio 2022 in relazione alla quarta teoria politica: “Comunismo e fascismo sono veramente stati sconfitti? La quarta teoria politica del Dugin considera fuori dalla storia sia il comunismo sia il fascismo. Ammesso ciò sia vero, meriterebbe di essere discusso. In Cina, Nepal, Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Laos, Transinistria abbiamo al potere da decenni partiti politici esplicitamente marxisti. In India, Giappone, Taiwan, nonostante le furiose proteste delle ambasciate americane, i governanti egemoni non hanno fatto né faranno nulla per nascondere il loro rapporto carnale identitario e anche ideologico-spirituale con il fascismo storico. Pejman Abdolmohammadi, il più grande studioso della dottrina politica iraniana dei nostri giorni, non esita a definire “fascismo iraniano” il nazionalismo egemone tra le cerchie militari persiane dei Pasdaran e dei Basij devoti al Generale Soleimani…Sono state citate nazioni…. più importanti e decisive di quelle europee nell’economia geopolitica e geo-militare globale, gravitanti verso comunismo e fascismo. Questa noncuranza, assai economicistica, pare un forte limite della quarta teoria dughiniana” [1].

Il 24 febbraio 2022, il presidente della Federazione russa Putin avviando l’operazione di “denazificazione” e “demilitarizzazione” dell’Ukraina si poneva di nuovo, come aveva fatto Stalin dal 1936, intervenendo in Spagna ai confini mediterranei italiani, come la punta più avanzata del fronte antifascista mondiale. Dugin non solo plaudiva a tale operazione, che da anni aveva peraltro auspicato, contro il “Nazionalismo grande-ukraino”, ma interveniva frequentemente nelle televisioni italiane ripetendo costantemente che vi era una terribile minaccia “estremista nazionalista” (nazista) ai confini della Federazione.

Non vi era però, tra gli intervistatori e gli interlocutori italiani di Dugin, qualcuno che gli chiedesse come fosse possibile che il problema del fascismo e del comunismo, che per la quarta teoria politica sarebbero da tempo defunti, erano di nuovo tornati al centro della contesa politica mondiale. Falci e martello o simboli di “destra nazionale” tornavano però al centro dell’immaginario collettivo seppellendo i venti anni di post-storicismo europeista e globalista astratto.

Si consideri che paradossalmente, come nel caso di Dugin, i maggiori e più significativi ideologi della “Nuova destra” di Kiev vicina a Azov – come ad esempio la coltissima Olena Semenyaka e la stessa editrice Plomin – si ispiravano da anni a fonti ideologiche decisamente evoliane o splengleriane ben più che fasciste, nazionalsocialiste o nazionaliste rivoluzionarie [2] .

Per quanto si parlasse, dal febbraio 2022, esclusivamente di russi e ukraini le guerre, dall’altra parte del mondo, continuavano furiose. Se nella guerra civile etiope in corso gli Stati Uniti si rivelavano talmente confusi da sostenere, per un certo periodo, lo stesso fronte sostenuto da Xi Jinping, sul più tragico scenario degli anni recenti, quello yemenita, il Movimento di Resistenza antimperialista houthi, Ansar Allah, rompeva più volte la tregua per protesta contro la criminale pratica di embargo e di blocchi sull’aeroporto internazionale di Sanaa e sul porto di Al Oudaidah, vie obbligate di aiuti umanitari per la oppressa popolazione ridotta allo stremo. Anche in Palestina, come in Siria, Libano, Libia, Iraq, tutto continuava come sempre. In Afghanistan il dramma umanitario, provocato da vent’anni di terrore delle democrazie imperialiste occidentali, si ravvivava tragicamente anche a causa del conflitto ukraino.

Dugin, come gli analisti geopolitici europei o occidentali, dava con una ottica assolutamente eurocentrica un valore centrale, da cesura storica, a quello che viceversa analisti dell’altra parte del mondo, ma anche geopolitici russi come Kortunov e Lyukanov, continuavano a considerare, sia per intensità che per dimensioni, “un piccolo conflitto europeo”. Esponenti di primo piano della Goldman Sachs avevano del resto dichiarato morto il globalismo dopo la definitiva vittoria talebana in quel di Kabul, prima dell’operazione militare russa.

Quel fascismo che non muore né può morire

Gran Khanato di Khazaria (618-1016), le lingue parlate erano l’ebraico, l’uiguro e altre lingue turche, ma anche tracce di indoeuropeo.

Marco Imarisio da Mosca, per il “Corriere della Sera”, scriveva il 5 maggio che la Federazione russa sembrava tornata ai tempi del comunismo sovietico, avanguardia mondiale nella lotta contro il fascismo dal 1936.La retorica della lotta mortale contro il fascismo, in vista del 9 maggio 2022, era la nuova parola d’ordine russa, come nello scorso secolo. La dichiarazione di Lavrov sulle presunte origini ebraiche del Fuhrer del nazionalsocialismo non poteva perciò essere casuale o estemporanea. Il diplomatico russo, saggio ed esperto, mediante una ben calcolata boutade lanciava un messaggio trasversale, in codice, a talune frazioni israeliane o filo-israeliane riguardo al progetto di cui già parlai in questo sito. Poco significato avevano perciò le successive scuse putiniane rivolte a Bennet. Progetto su cui avevano già fatto luce taluni circoli religiosi e culturali palestinesi, per i quali come noto gli aschenaziti sarebbero khazari, non semiti. Gli intellettuali islamici palestinesi si erano soffermati sul sogno geopolitico ed ultra-nazionalista della Grande UkrainaNuova Khazaria – alleata dell’ebraismo territoriale israeliano ma sempre più distante da quello tradizionalista chassidico e da quello occidentale riformato, particolarmente forte ed egemone quest’ultimo nell’ambiente anglo-americano.

Evidentemente il messaggio criptato di Lavrov poteva essere comprensibile solo alle varie elite del mondo ebraico e non a caso le proteste più serie e furiose arrivavano proprio da Israele e dalle frazioni del neo-colonialismo sionista. Lo stato israeliano con Netanyahu era in ottimi rapporti con la Russia di Putin, mentre con Bennet i rapporti erano tiepidi, per quanto quest’ultimo sino a una settimana fa almeno preferiva evidentemente Mosca a Zelensky. Pochi mesi fa, quando la Federazione russa proponeva una legge antinazista in ambito ONU contestata dai palestinesi, in cui Israele votava convintamente a fianco della Russia, Afghanistan e Iran si opponevano polemicamente su tutta la linea alla proposta russa, considerandola filo-israeliana ed antipersiana, mentre il Pakistan di Khan – che voleva proporsi geostrategicamente come vicino alla Palestina e a Tehran – votava stranamente ed inspiegabilmente a favore dell’iniziativa filosionista di Putin e Lavrov. L’ISI protestava sottilmente contro la mossa di Khan accusandolo di essere diventato, d’un tratto, filoindiano, filoputiniano e dunque filosionista; quel golpe nazionalista dell’elite militare di Islamabad, antiKhan, che è nella cronaca recente era allora nell’aria. Negli ultimi giorni, non a caso, esponenti russofili della Sinistra israeliana contestavano Lavrov rivendicando il fondamentale ruolo geopolitico svolto da Stalin nella creazione dello Stato israeliano.

Di conseguenza, per quanto Lavrov avesse voluto forzatamente e astrattamente identificare nazismo e sionismo a causa dell’odierno sostegno che talune frazioni filo-israeliane continuavano a dare al nazionalismo grande-ukraino, non poteva essere ignorato che per i Kibbutznik Stalin era un eroe ciclopico, l’Unione Sovietica la casa madre e che solo nel 1967, anni dopo la morte del dittatore sovietico, l’URSS rompeva definitivamente i rapporti con il sionismo, che da allora iniziava a gravitare stabilmente su posizioni filo-occidentali per poi avvicinarsi sempre di più, negli ultimi anni, a Pechino. La stessa ideologia duginiana non poteva affatto essere considerata anti-ebraica, dato che Dugin aveva sempre distinto un “Ebraismo eurasiano” solare – integrato nella Tradizione russa anche se geograficamente israeliano – da un “Ebraismo atlantista” negativo e lunare, né antisionista dato che taluni intellettuali radicali sionisti continuavano a professare l’ideologia eurasiana. Al tempo stesso il filosofo russo ribadiva, anche di recente, la maggiore liceità, in ambito di Tradizione metafisica giudaica, della dottrina antisionista degli ultra-ortodossi e messianici Neturei Karta. Ovunque, nelle varie sfere geopolitiche globali, dall’Europa ukrainizzata al Medio Oriente, dagli Stati Uniti – nei quali i democratici Biden e Harris si rivelavano più nazionalisti di Trump – al Vicino Oriente, dominava l’idea di nazione e popolo, più forte di ieri nonostante decenni di propaganda furiosamente antinazionale. Ciò significava che era quantomeno azzardato dare il fascismo – come nazionalismo rivoluzionario o come imperialismo revisionistico sul piano dei rapporti di forza – per morto.

Fascismo e Comunismo non sono morti

Già da questi mirati accenni si capisce come fascismo e comunismo siano più presenti che mai tra di noi. Se alla base dell’intuizione leninista vi era la consapevolezza che la frattura sociale internazionale avrebbe trasceso e eroso confini nazionali e culturali dividendo il campo globale in due fronti contrapposti -rivoluzione e controrivoluzione, antimperiali e imperiali bianchi o imperialisti – il fascismo prende corpo dall’idea storicista e mazziniana-risorgimentale che le anime spiritualistiche e non materialiste delle nazioni poggino su fondamenta eterne e siano eracliteamente in lotta rivoluzionaria o in temporanea e “conservatrice” stasi tra di loro: dinamiche storiche oggi più attuali di ieri. Perciò il 9 maggio il fronte della “eterna sinistra” – a cui Dugin appartiene da posizione tradizionalista- celebra la vittoria contro il fascismo che sarebbe perciò qui tra noi. Il momentaneo trionfo del 1945 contro un grande-nazionalismo eterno, che non può così morire né mai forse morirà. E sarebbe infatti rinato nonostante la tragica sconfitta del secolo scorso come attestano per primi i toni preoccupati di Putin, Lavrov e in parte dello stesso Dugin.

Igor Girkin, Strelkov – militare e patriota russo – ideologo del Movimento nazionale: è critico da destra nazionale verso Putin. Veniva celebrato anni fa da Alexander Dugin come il nome del mito russo. Ora la loro posizione è totalmente divergente.

Si noti, del resto, che l’operazione militare russa in Ukraina è partita a febbraio scorso su originario impulso del Partito comunista della Federazione russa e la sostanza politica dell’operazione è stata sino a oggi di certo “neo-sovietica” e “neo-stalinista” almeno nella primeva motivazione. Da qui si spiegano anche le forti critiche di settori della “destra oltranzista” russa antisionista, anticinese e antioccidentale, ben rappresentati da Igor Girkin, a tale operazione, mentre il fronte eurasiano e filocinese ha benedetto su tutta la linea l’operazione militare. Tali fronti nazionali russi intendono promuovere “un modello iraniano” o un egemonismo russo modernizzatore nella sostanziale critica di un progetto eurasiano “neo-sovietico” che appare eccessivamente velleitario e antistorico. Secondo Girkin, Putin avrebbe definitivamente perso Kiev nel 2014-15 per mancanza di strategia e coraggio, sarà già tanto portare a casa Donbass e Crimea. Dugin nel 2014 celebrò in Strelkov-Girkin il più grande eroe russo dell’età contemporanea, ma il nazionalismo duro e puro della “destra eterna” russa non poteva probabilmente coabitare troppo a lungo con l’eurasismo rosso e sinofilo di Dughin. Di recente, però, Anatoly Gagarin, influente politologo russo, ipotizzava l’ipotesi della scissione dello stesso Partito comunista russo. La base giovanile della Sinistra radicale, generalmente antiputiniana, si avvicinava sensibilmente al “Fronte di Sinistra” leninista, che aveva condannato su tutta la linea l’operazione militare e che aveva partecipato lo scorso anno ai tumulti a favore di Navalny. Gli scissionisti contestavano da sinistra il sostegno del Partito comunista al regime, come Strelkov e vari patrioti anti-occidentali continuavano a contestare Putin da destra. La scissione del Partito comunista russo, se vi sarà, potrebbe favorire l’idea imperiale grande-russa e portare la Russia a una nuova fase di mobilitazione nazionale non più eurasiatica e antifascista ma fondata sul mito nazionale “bianco” e antisionista [3], mito a cui Strelkov è particolarmente devoto, al punto che ha accusato Putin di non aver sanato le tragiche ferite della guerra civile e di non aver saputo mettere la parola fine alla damnatio memoriae dei nazionalisti russi del ‘900 nonostante la formale riabilitazione dei generali anticomunisti “bianchi”. Ciò che questi circoli culturali di destra, che non vanno confusi con i nazionalisti etnici suprematisti, rimproverano a Putin è, oltre al suo legame pragmatico o diplomatico con il colonialismo sionista e con il chassidismo, il fatto che la Russia si trova ad essere sovrastata economicamente e demograficamente dall’imperialismo rivoluzionario e neomarxista cinese nella sostanziale incapacità strategica di svincolarsi dalla dipendenza dalle materie prime energetiche, senza aver peraltro storicizzato il problema di una nuova nazionalizzazione culturale e giuridica russofila adatta al nuovo contesto storico e tecnologico. Da tutto ciò si capisce facilmente come nella stessa Russia, patria della quarta teoria, sarebbe assai ardito dare per morti Fascismo e Comunismo. Figuriamoci dunque in Asia o Medio Oriente, centri strategici del nuovo conflitto globale: laddove vi è conflitto politico non potranno che esservi Fascismo o Comunismo, “destra eterna” e “sinistra eterna”, ben oltre simbologie e nominalismi formali dello scorso secolo.  

NOTE

[1] Lo stesso Zulfikar Ali Bhutto, storica guida del Nazionalismo pakistano e vari generali dell’ISI, erano soliti citare con ammirazione Mussolini ed i Fascisti; Cfr. https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1977/05/15/pakistani-saint-defends-horse-racing/332c3a59-caeb-41ff-ae2c-HYPERLINK “https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1977/05/15/pakistani-saint-defends-horse-racing/332c3a59-caeb-41ff-ae2c-acb17a9908b2/”acb17a9908b2/; Syeda Saiyidain Hameed, Born to Be Hanged: Political Biography of Zulfikar Ali Bhutto, Rupa 2019.

[2] Per quanto la nuova destra ukraina riprenda, per motivazioni ambientali e contestuali, simbologie banderiste e dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ukraini), i riferimenti ideologici erano stranamente simili a quelli dei tradizionalisti russi vicini a Dugin. La concezione della storia come permanente e irreversibile regresso ciclico, l’idea di una Tradizione polare e iperborea originaria, l’anti-immanentismo assoluto, la lotta di razze solari contro razze decadenti, la marginalità del conflitto storicista e politico di fronte all’incombere del regno della quantità e all’Età Oscura (Kali Yuga), avvicinano i “nazisti” ukraini alla dottrina, universalistica e anti-nazionale, della Tradizione di Julius Evola allontanandoli da ogni possibile connessione ideologica con il Fascismo storico, tutto religiosamente e fanaticamente basato sull’ideale di nazione e di creazione immanente, e probabilmente anche dal nazionalsocialismo politico di un Albert Speer – il vero stratega del Terzo Reich – e di un Hitler, per i quali ciò che realmente contava niente altro era che la “Germania eterna” con la sua concreta missione mondiale, in esplicita continuità con lo Stato maggiore prussiano e con il genio strategico Helmut Von Moltke. Non è un caso che l’Azov, più che al nazismo storico e politico, si ispiri a quello di setta, esoterico, himmleriano delle SS, con cui Evola aveva non a caso delle connessioni, himmlerismo che il Fuhrer sconfessò come traditore della Germania già dai primi mesi del 1945 e che era solito deridere nelle conversazioni a tavola con i suoi intimi come “un neo-paganesimo delle caverne pseudogermanico“; come noto Adolf Hitler si considerava il continuatore storico di Carlo Magno – il distruttore dei pagani germani amati dalle elite delle SS e da Evola – Lutero e Bismarck. Peraltro sia il Fuhrer che il Duce erano noti per la “simpatia” strategica – storica e geopolitica – verso il mondo mussulmano e verso la civilizzazione islamica, elemento del tutto assente nei “nazisti” ukraini. Anzi, il contrario.

[3] I putiniani o i tradizionalisti di “sinistra” alla Dugin avrebbero qui buon gioco a mostrare ai nazionali o agli imperiali di “destra” come siano stati proprio i bianchi russi o ukraini a radicalizzare o addirittura plasmare l’antiebraismo e l’antimarxismo del primordiale nazismo tedesco; antiebraismo ed anticomunismo radicale che finiranno per sovrapporsi nella concezione del mondo hitleriana sino a costituire l’ispirazione centrale e totalizzante. Già da primi anni ’20 del ‘900 il Fuhrer diceva di voler passare alla storia come l’uomo “che era stato capace di annientare il giudeo-bolscevismo con i suoi medesimi metodi”; cfr. M. Kellogg, The Russian Roots of Nazism: White Emigrès and the Making of National-Socialism 1917-1945, Cambridge University 2008.




GLI USA AMMETTONO: SIAMO IN GUERRA

Fino all’ultimo i russi hanno evitato di tirare in ballo USA e NATO come parti cobelligeranti, ciò nella vana speranza che essi riconoscessero come ragionevoli e legittime le garanzie di sicurezza che Mosca, da molti anni, fa presenti.

Nisba! USA e NATO se ne sono non solo fottuti, non solo hanno gettato benzina sul fuoco, ma sono entrati con i loro stivali nel campo di battaglia.

Ce lo conferma il The New York Times del 4 maggio. Leggiamo:

Secondo un funzionario statunitense, le informazioni fornite dai servizi di intelligence militare USA e NATO all’Ucraina hanno portato alla morte di molti militari russi, inclusi diversi generali.

«L’assistenza mirata fa parte di uno sforzo riservato dell’amministrazione Biden per fornire informazioni sul campo di battaglia in tempo reale all’Ucraina. L’intelligence include anche i movimenti di truppe russe previsti dalle recenti valutazioni statunitensi del piano di battaglia segreto di Mosca per combattere nella regione del Donbass nell’Ucraina orientale, hanno detto i funzionari. I funzionari hanno rifiutato di dire quanti generali sono stati uccici a causa degli aiuti statunitensi. Gli Stati Uniti si sono concentrati nel fornire la posizione e altri dettagli del quartier generale mobile dell’esercito russo, che si sposta frequentemente».

Gli Stati Uniti e la NATO sono dentro la guerra e se ne infischiano di nasconderlo.

«Il governo [Biden] ha cercato di mantenere segrete gran parte delle informazioni dal campo di battaglia, in modo che non sembri un’escalation e provochi il presidente russo Vladimir V. Putin a una guerra più ampia. I funzionari statunitensi hanno rifiutato di descrivere come hanno ottenuto informazioni sul personale militare russo, temendo che i loro metodi di raccolta sarebbero stati messi a repentaglio. Ma durante la guerra, le agenzie di intelligence statunitensi hanno utilizzato una varietà di fonti, inclusi satelliti classificati e commerciali, per tracciare i movimenti delle truppe russe».

Il Pentagono non nasconde ed anzi afferma ad alta voce il proprio coinvolgimento.

«Ovviamente, vogliamo che i russi sappiano quanto stiamo aiutando gli ucraini e che continueremo a farlo», ha affermato Evelyn Farkas, ex alto funzionario del Dipartimento della Difesa per la Russia e Ucraina durante l’amministrazione Obama. «Daremo loro tutto ciò di cui hanno bisogno per vincere e non abbiamo paura della reazione di Vladimir Putin a questo. Non ci scoraggeremo».

Il tutto a conferma che questa guerra non vede contrapposti il “Davide” ucraino e il “gigante” russo, ma è oramai scontro di rilevanza globale tra il blocco USA-NATO-UE e Russia.




LA TEORIA DEL GENDER di G. O.

Gender, gender roles e gender fluid: dove ci porta la ricusa della struttura basata sui generi che in passato organizzava mente e società

(Prima parte)

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«La teoria del gender, per come è proposta ora, mira a decostruire i ruoli sessuali tradizionali per asserirne l’infondatezza, ma il suo presupposto è rivendicativo e ideologico: si vuol cioè asserire l’inesistenza di un determinismo biologico alla base della psicologia e del comportamento di genere, dicendo che i sessi in biologia sono ininfluenti. La finalità è quella di svalutare il significato di “maschile” e “femminile”, di cancellarli».

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Se consultate Wikipedia alla voce “teoria del gender”, troverete che viene negata l’esistenza sia di una teoria che di una ideologia del gender, imputandone l’invenzione a fazioni complottiste di matrice cattolica volte a osteggiare la conquista di spazi sociali per le donne e il gruppo LGBTQ+.

Ora, notoriamente Wikipedia è l’enciclopedia del sapere globalista della sinistra americana, che non si fa scrupolo nell’epurare voci ad essa non allineate, come è accaduto recentemente all’economista Vlaimiro Giacchè (condannato alla “damnatio memoriae” poiché sovranista), così come non si astiene dal cambiare la denominazione della strage di Odessa, trasformandola nella voce “rogo di Odessa” e dunque falsificando la storia. Essendo Wikipedia un tale “braccio armato” dell’ideologia, qualche sospetto sul motivo di questo diniego dell’esistenza della teoria del gender ci viene, visto che il cittadino medio può venire assalito da una sorta di “dissonanza cognitiva”, immerso com’è in un continuo incitamento all’anti-patriarcato, al femminismo, alla parità di genere, all’inclusività LGBT in luoghi dell’Italia, come l’Emilia Romagna in cui vivo, che dell’urgenza di questi problemi non ne sentono l’ombra da generazioni. Il cittadino comune assiste a un profluvio di investimenti governativi nella parità di genere (investimenti più massicci di quanto avvenga per la sanità, per intenderci) e al proliferare di programmi, ore di lezione, opuscoli informativi, libri di testo dai contenuti attenti al gender nelle nostre scuole dell’obbligo e non, insegnamenti che sottraggono parecchio tempo alle materie fondamentali in passato come italiano, storia, matematica, filosofia. Spesso questi programmi e opuscoli vengono affidati a psicologi valendosi di consulenti, quando è il caso, afferenti a gruppi LGBT “perché più sensibili alla tematica”.

E’ stato anche emesso un testo con linee guida per giornalisti e photo editor, in cui si chiariscono termini linguistici “raccomandati” e quelli da evitare, qualcosa di simile alla censura, insomma: ad esempio si raccomanda di utilizzare il termine “maternità surrogata“ anziché il troppo crudo  “utero in affitto” e si chiede di non pubblicare foto di Gay pride troppo perturbanti. I fondi europei finanziano studi universitari, convegni, conferenze, mostre su tematiche gender o parità di genere – qui da noi ricordo l’ultimo, la mostra dedicata alla moda tenutasi a Carpi (Modena) “Habitus, liberare il corpo”, che ha ottenuto il finanziamento europeo proprio perché dedicata al tema.

Le riviste e le trasmissioni televisive, siano esse di moda, di lifestyle, di gossip, sono fitte di articoli di punta sul tema: ricordo che quando come giornalista mi recai nella sede del gruppo editoriale che a Pechino pubblica l’edizione cinese delle testate globali Condé Nast, mi venne detto che il palinsesto delle testate di ogni anno, cioè quello degli argomenti trattati, veniva deciso dal governo. Per riviste femminili? Ne rimasi stupita. Oggi mi stupisco meno: sappiamo di quali investimenti sia stata oggetto la stampa in tema di narrazione mainstream del Covid, e, dati i contenuti delle testate, oggi non mi stupirei se una lauta fetta fosse proprio dedicata alla promozione della teoria gender.

Assistiamo, ancora, al bizzarro usa della shevà, contro il quale si sono inutilmente levate voci di intellettuali tra cui Cacciari, una e rovesciata atta a non usare desinenze al maschile e al femminile, poiché  potrebbero ferire chi a tali generi non senta d’appartenere. Per non offendere i gay siamo arrivati a paradossi come questo, che fa strame della storia della lingua; ricordiamo inoltre quanto utile fosse la neolingua di Orwell nel diniego della realtà: chi non disponga di categorie definitorie per certi enti o fenomeni non avrà le basi per nominarli e dunque prendere una posizione rispetto ad essi. Penso anche alla tragicomica news per via della quale un annuncio di non so quale testata inglese definiva le donne, per non nominare il termine “woman”, termine reputato poco politically correct , “portatrici di cervice”. Quando la scrittrice J. Rowling, autrice di Harry Potter, si è pubblicamente scagliata contro questa follia è stata attaccata da buona parte dei nuovi benpensanti, tanto da essersi fatta la nomea di nemica dei gay, e tanto da indurre la produzione della serie di film di cui è di fatto l’autrice a non invitarla nemmeno alla celebrazione dell’anniversario del primo “Harry Potter”.

Insomma non esisterà, come asserisce Wikipedia, una teoria del gender, ma essa sta entrando negli stili di vita di tutti. Per chiarire dunque di che si tratta, dirò in breve che essa affonda le sue radici nei “gender studies” che nascono in America negli anni 70, quando alcuni studiosi, valendosi delle teorie femministe, del clima decostruzionista e post-strutturalista, cominciarono ad asserire che il genere è culturalmente dato ed è sganciato dal sesso d’appartenenza.

La cosa è difficilmente confutabile, in realtà: tutte le culture hanno sostenuto nei loro usi e costumi la divisione binaria in generi per inscrivere i soggetti in una società avente certi principi di funzionamento. La sessuazione era cioè, di fatto, una tra le strutture portanti della civiltà, comportava prima fra tutte la divisione del lavoro tra uomo e donna, poi l’assunzione di ruoli legati al genere, per via dei quali l’intera vita delle persone era scandita e regolata da un preciso canovaccio di nome, funzioni, mansioni, rituali. Così l’esistenza tutta era governata attraverso il controllo di sesso, sessualità, generatività. Pare che anche oggi si stia facendo la stessa cosa, valendosi apparentemente dei principi opposti però.

La teoria del gender, per come è proposta ora, mira a decostruire i ruoli sessuali tradizionali per asserirne l’infondatezza, ma il suo presupposto è rivendicativo e ideologico: si vuol cioè asserire l’inesistenza di un determinismo biologico alla base della psicologia e del comportamento di genere, dicendo che i sessi in biologia sono ininfluenti. La finalità è quella di svalutare il significato di “maschile” e “femminile”, di cancellarli addirittura come concetti dal vocabolario, per non discriminare chi non senta di appartenere appieno a una delle categorie. Insomma, per non patire un limite si sposta il limite, lo si cancella. Un po’ come ha fatto l’OMS con la pandemia: ne ha cambiato la definizione, che richiedeva un parametro numerico che avrebbe escluso il Covid dal novero delle pandemie, per poter definire il Covid “pandemia”. O un po’ come facciamo con il linguaggio, definendo un cieco “non vedente”, così che, escludendo dall’uso un termine storicamente troppo associato con l’handicap, il cieco possa sembrarci un po’ meno cieco.

La teoria del gender vuole dare a ogni individuo discrezionalità completa circa il suo identificarsi in un sesso, anzi, come asseriscono le teorie più estreme dello xenofemminismo, asserisce che ognuno possa cambiare genere e anche orientamento sessuale  più volte nel corso dell’esistenza  e persino nello stesso giorno, è un suo diritto farlo: in lgbtq+, il + sta per “identificarsi in tanti sessi quanti possibile, infiniti sessi e orientamenti sessuali”: si vuol difendere chi, mettiamo, si innamori di una scarpa. Da qui il  termine di  “gender fluid”, che sta a indicare l’ indeterminatezza di genere.

Il primo problema è che tale teoria nasce, come già asserito, come fortemente ideologica, non lucida: è in nome del “diritto a essere fluidi”, a non essere discriminati poiché fluidi che asserisce l’inesistenza di generi dati in natura.

Il secondo problema è che i sessi in biologia esistono, dunque negarne l’esistenza è un’operazione che potremmo dire quantomeno di diniego della realtà. I correlati comportamentali e psichici della biologia non sono stati pienamente studiati, ma c’è il forte sospetto che ci siano; le differenze corporee in una specie caratterizzata da dimorfismo sessuale rendono ciascuno dei sessi più facilitato nello  svolgere certe mansioni, perlomeno nei confronti della prole: se pensiamo alla gravidanza e all’allattamento, con il tipo di relazione che essi instaurano tra madre e figlio che essi innescano e con la secrezione di ormoni che l’espletamento degli stessi comporta. L’ossitocina, per esempio, secreta in abbondanza nel corso dell’allattamento, è letteralmente l’ormone dell’affettività e dell’attaccamento, dunque sembra predisporre la madre al ruolo facilitato di accudimento e al necessario “innamoramento” nei confronti del suo cucciolo.  Il congedo parentale al padre per allattamento suona, in questo contesto, poco azzeccato, ma non datemi della maschilista perché non lo sono.

In realtà, la psicologia scopre la fortissima componente culturale nella determinazione della psiche, dunque danno ragione alle teorie culturaliste. Ma proprio perché esse validano il ruolo chiave della socialità e della cultura nel forgiare individui e società possono porsi a ragion veduta il problema di… a cosa ci stia conducendo la teoria del gender, con la sua svalutazione di maschile e femminile, il suo desiderio di cancellare le differenze tra uomo e donna, la sua voglia di ripensare ai ruoli sessuali addirittura rinunciando al loro significato nella società, per fondare una società che ne faccia completamente a meno.

Può una cultura rinunciare al sesso come motore di significati, come perno e vincolo su cui far poggiare i suoi valori e il suo futuro?

Non dimentichiamo che il sesso, fino a prima dell’avvento della pillola, era anche per noi, non soltanto per le culture primitive studiate in antropologia, legato alla generatività, dunque alla creazione degli uomini nuovi.

Nel desiderio inizialmente sacrosanto, affacciatosi da noi dagli anni Sessanta in poi, di disfarsi di discriminazioni di genere o ruoli rigidi che inchiodavano uomini e donne in destini di scarsa libertà, si è forse finito per “gettare il bambino e l’acqua sporca?”

Il sospetto c’è.  Proprio perché l’uomo è “das nicht festgestellte Tier”, diceva Nietsche, cioè un animale non completato, egli necessita di norme per regolare il suo comportamento non guidato dagli istinti, cioè di un sistema di orientamento, normatività e devozione che ne consenta l’organizzazione di gruppo e della società. Egli non riesce a pervenire a nulla nell’anomia, nell’assenza di valori d’orientamento. Come accade, tra il resto, in una qualunque azienda che, privata di mansioni o del “chi fa chi”, si trovi ben presto nel caos. Sta alla libertà di pensiero di ciascuno trovare, all’interno della cornice delle leggi, delle norme e dei ruoli, la sua area di manovra e d’autoespressione creativa, al limite la sua possibilità di personalizzazione, rimessa in discussione o trasgressione delle norme stesse.

Il sistema binario basato sui sessi, imperfetto e per tanti versi da correggere, è stato per millenni quello del patriarcato, organizzato attorno alla divisione del lavoro tra i sessi e allo scambio, osservò Levi Strauss, delle donne tra famiglie e tribù per garantire alleanze. E’ Sebbene sia un sistema che dev’essere posto al vaglio della discussione e decostruito, ciò non toglie che ha garantito l’organizzazione delle civiltà per millenni. Dunque, toccarlo significa metter mano a un principio organizzativo profondo, e toccarlo non può essere casuale, se agenzie dell’educazione potenti come la Disney e l’intera Hollywood stanno rivoluzionando i parametri delle sceneggiature definienti cosa siano l’amore e la sessualità oggi. Per certi versi, potremmo dire che il millenario rodaggio del sistema binario oggi in dismissione in occidente lo abbia visto come efficace per alcune funzioni essenziali, tra cui garantire la tenuta di un’istituzione che è stata per millenni l’unica e indiscussa matrice delle soggettività, la famiglia.

Un uomo di valore fondava una famiglia, un tempo, e se ne assumeva la responsabilità; oggi saremmo perseguiti, ad asserire una cosa del genere, a causa  della “pruderie” del pensiero politically correct, ipocrisia assurta a pensiero unico, vera e propria censura del pensiero intellettualmente onesto.

Freud fu forse tra gli ultimi a potersi permettere di asserire che la famiglia era una struttura che proteggeva l’uomo dalla regressione ai più bassi istinti dell’”homo homini lupus”, la regressione all’orda primitiva. La famiglia si collocava, ovviamente, anche all’origine della nevrosi (tutto ha un prezzo, non c’è verso…) con la repressione sessuale che chiedeva ai suoi membri: ma tutto sommato la rinuncia pulsionale, come chiarisce ne “Il disagio della civiltà”, era il male minore, anzi era ciò su cui si era fondato l’incivilimento, ciò che lo aveva reso possibile. Dalla rinuncia pulsionale discende la possibilità di pensiero, cioè quel differimento del soddisfacimento del desiderio che ci impegna nel trovare soluzioni, nell’attivare ipotesi, nel sognare un futuro in cui la otterremo, la cosa proibita ma desiderata, rispettando al contempo i nostri principi, il nostro ideale di noi… oppure coscientemente rinunciandovi. E’ nel differimento del soddisfacimento che si colloca l’umanazione dell’uomo, la sua reale possibilità di svincolarsi dalle tante determinazioni: ereditarie, di cultura, di coazioni a ripetere, di distruttività. Solo quando pensa l’uomo può innovare e darsi una possibilità.

Ovviamente l’incivilimento, con la sua richiesta di rinuncia pulsionale, chiede all’uomo come prezzo la felicità, che gli diverrà irrealizzabile: l’uomo con essa “rinuncia alla felicità per un po’ di sicurezza”, asserì ancora Freud, e potremmo dire che con l’ordine garantito dall’istituzione della famiglia l’uomo entri nel mondo del conflitto e anche nella complessità del pensiero.

Nel ruolo che abbiamo appena descritto di “contenitore” la famiglia è un “porto sicuro” in cui gli affetti “garantiti”, con quella quota di scontatezza che li rende abitudinari, leniscono il soggetto dalle sue molteplici incursioni nella precarietà dell’esistere. Essa costituisce cioè il nucleo base di socialità –non dimentichiamo che l’uomo è animale politico-, la cuccia e la caverna che consente a ciascuno di sopravvivere nell’asprezza della vita. Non solo: facendo riferimento al mito di Edipo, fu proprio mentre questi si apprestava a sposare una regina e a divenire re a Tebe che risolse l’enigma della Sfinge. “Qual è quell’animale che la mattina cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e la sera su tre?”, chiese la sfinge. “L’uomo”, poté rispondere Edipo, per via del fatto che nella prima infanzia gattona, in giovinezza sta su due gambe e in vecchiaia deve appoggiarsi sul bastone, terza gamba. L’imminenza del matrimonio lo pone dunque nella necessità di un confronto con la problematica del tempo e della caducità: accetta di entrare nel tempo, nella storia, fondando una famiglia proprio perché sente di non essere eterno. L’imminenza del matrimonio lo pone a confronto con la sua caducità, e, al contempo, con la necessità di generare per potersi trascendere come uomo e darsi un futuro negli eredi. Esce dall’eternità onnipotente per entrare nella storia.

La famiglia inserisce dunque il soggetto nella continuità delle generazioni, nel futuro, nelle viscere e nella profondità del tempo.

La profondità del tempo: se pensiamo al fatto che, per esempio, in ogni fiaba o nei miti o nelle leggende si narra della sofferenza dell’orfano alla ricerca del genitore perduto, oppure delle sue straordinarie ascendenze divine, nobiliari che lo inclinano a grandi imprese (una sorta di riscatto) e se ricordiamo come nella Bibbia stessa, nel Pentateuco, si tenti l’impresa genealogica di tracciare la linea evolutiva di tutte le famiglie succedutesi tra Adamo e la diaspora, si può ben comprendere quanto il tema dell’ascendenza sia cruciale. Vogliamo sapere da dove veniamo, avere un passato che conosciamo, non foss’altro che per potercene appropriare, farlo nostro, fonte di fierezza o di cruccio.

Da quella pasta veniamo, su di essa dobbiamo lavorare, da essa allontanarci e metterci sopra qualcosa d’altro o rivelare da essa un’essenza solo nostra. Qui si innesta il tema delle teorie del gender. L’obiettivo di pervenire a una famiglia composta da “genitore 1” e “genitore 2” anziché da una madre e un padre va a complicare non già e soltanto il tema di cosa sia una madre e di cosa sia un padre, dunque lo statuto stesso del figlio, ma anche quello dell’eredità del tempo. Cosa, come, da chi, da quando e perché ereditiamo il nucleo di ciò che siamo? Che storia ha quel passato? D’altra parte la possibile tracciabilità del nostro passato attraverso la genealogia è ora messa in questione dalla legge, che vieta anche da noi l’assegnazione del cognome paterno al nuovo nato. Vige il doppio cognome, ma forse sarà possibile anche qui una discrezionalità di scelta relativa a quale dei due cognomi assegnare. Se così fosse, questo renderà di fatto non più percorribile per il singolo una linea, fino ad ora patrilineare, che lo riconnetta agli antenati. Una nuova prassi per isolare ancor meglio l’individuo-monade-sovrana rispetto alle appartenenze primarie? Troppo rischioso per il senso di comunione che queste appartenenze generano? Il terreno è pronto per Santa Madre Tecnologia e Santo Padre il neo-stato etico, che tendono a sostituirsi in parecchie mansioni alla famiglia. “Non avrai più nulla (ivi inclusa l’appartenenza a un mondo affettivo) e sarai felice”?…

Tra noi e le profondità del tempo s’inseriscono già ora le biotecnologie, che ne spezzano la continuità: la fecondazione eterologa ne è un esempio con i suoi “bambini venuti dal freddo”, da embrioni congelati. Senza nemmeno scomodare le famiglie arcobaleno, anche solo parlando dell’infertilità di una coppia o della famiglia composta da una sola donna, l’eterologa introduce il taglio della tecnica nella possibilità di accedere alle profondità del tempo. La discontinuità introdotta fa sì che il nascituro non potrà mai sapere chi sia il padre biologico. L’inquietante di questa presenza, questo padre che non si sa chi sia, fantasma inconscio di difficile gestione anche per la puerpera, lede comunque un diritto del nascituro… tutelando soltanto il desiderio di quei genitori che hanno chiamato al mondo il figlio perché lo volevano. La forza del loro desiderio, del loro amore sarà sufficiente a garantire una buona crescita? La domanda può anche trovar risposta positiva, ma è lecito porla. Siamo abituati a cogliere le verità nei dettagli, e questo dell’eterologa non è un dettaglio da sottovalutare. Questo figlio lo fabbrico io valendomi delle biotecnologie, non lo genero nell’atto d’amore e della complementarietà. Lo ottengo asfaltando il mio legittimo timore di farlo con geni che non conosco, e asfaltando il suo diritto ad avere un padre noto e a essere generato e non fabbricato. Non è che per caso questo figlio io lo stia facendo per me, piuttosto che per lui? Cioè: per essere genitori occorre, dice la psicoanalisi, aver superato le problematiche narcisistiche, le incertezze su di sé, aver completato la propria identità –almeno averne raggiunto maturità, la perenne crescita è cosa auspicabile-. In questa scelta mi sembrano adombrabili motivazioni più narcisistiche, cioè di fare un figlio per darsi un’identità, la qual cosa categorizzerebbe il neogenitore già come richiedente anziché come donativo e oblativo nei confronti del figlio. E questo, per il figlio, diventa sempre una trappola.

Ma questa è solo una delle tematiche.

L’eliminazione dei ruoli legati al genere può essere l’altro tema da esplorare. Come abbiamo già detto in precedenza, una divisione del lavoro “classica” affidava a una persona, la donna, il compito di cura dei figli e della famiglia. Questo ne sacrificava la carriera e la libertà generando ingiustizia, ma siamo sicuri che la soluzione del lavoro di entrambi sia davvero… soluzione? Quali costi ha comportato per la famiglia? Era immaginabile un’alternativa soddisfacente? Ne parleremo nel secondo articolo di questo ciclo dedicato alla discussione del ruolo dei generi nella strutturazione della società.




PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI! di Liberiamo l’Italia

Dopo oltre due mesi di combattimenti, è sempre più chiaro quanto avevamo affermato fin dall’inizio: quella in corso non è una guerra tra due paesi, bensì il risultato di un’aggressione politica, militare ed economica condotta dall’intero blocco Usa-Nato-Ue contro la Russia.

Insieme a sanzioni economiche sempre più pesanti, l’incessante fornitura di armi, istruttori e contractors, nonché il supporto logistico e di intelligence che questo blocco fornisce all’Ucraina, ha lo scopo di prolungare il più possibile il conflitto per indebolire la Russia e favorire un colpo di stato a Mosca.

Non pensiamo che questi obiettivi verranno conseguiti, ma con l’escalation guidata da Washington ben difficilmente la guerra potrà essere breve e limitata.

Con la criminalizzazione della Russia, con la propaganda sui “crimini di guerra”, con lo scatenamento di una razzista campagna di russofobia, il blocco Usa-Nato-Ue vuole impedire qualsiasi trattativa, qualunque soluzione politica che non sia la semplice capitolazione di Putin.

Se questa direzione di marcia non verrà invertita, essa ci porterà inevitabilmente verso la Terza Guerra Mondiale. Pur di arrestare il proprio declino la superpotenza americana è disposta a tutto, mentre i paesi dell’Unione europea hanno dimostrato la loro assoluta inconsistenza politica. Una totale mancanza di autonomia che arriva perfino all’autolesionismo, come nel caso delle scelte energetiche. Scelte che il blocco dominante sta scaricando sul popolo lavoratore, con l’aumento delle bollette e l’abbattimento dei salari reali.

Ma l’attacco economico alla Russia si sta rivelando più complicato di quel che si pensava in occidente. Intanto Mosca è meno isolata di quel che si vorrebbe far credere, mentre nel campo monetario le sanzioni stanno spingendo a cambiamenti radicali che potrebbero incrinare profondamente l’ormai ottantennale dominio planetario del dollaro. E’ anche per questo che la partita sta diventando mortale.

In questo scontro, Liberiamo l’Italia non è neutrale: siamo per la sconfitta della Nato e della sua politica espansionista. Siamo per un mondo multipolare che garantisca una pace giusta, per una fratellanza tra popoli liberi da ogni blocco militare. Siamo per la neutralità del nostro Paese, dunque per l’uscita dal Patto Atlantico.

Il governo Draghi, sfruttando ancora una volta le politiche emergenzialiste non a caso collaudate col Covid, sta invece conducendo il nostro Paese in una guerra dai possibili esiti catastrofici. Inviare le armi al fantoccio Zelensky, mettersi sull’attenti davanti ad ogni ordine della Casa Bianca, è il modo perfetto per condurre l’Italia al disastro. Intanto un disastro economico, che i cittadini già pagano con l’inflazione e la disoccupazione; più avanti probabilmente un disastro ancora più grande, con il possibile coinvolgimento diretto dell’Italia nella guerra.

Di fronte a questi pericoli Liberiamo l’Italia chiama alla mobilitazione. I rischi per la pace non sono mai stati così gravi dal 1945. Il consenso alle scelte guerrafondaie del governo è assai più debole della maggioranza di cui Draghi dispone in parlamento. Questo dissenso deve trasformarsi in lotta ed opposizione prima che sia troppo tardi.

Per la sconfitta della Nato!

Fuori l’Italia dalla guerra, via Draghi dal governo!

No alla russofobia, per una politica di amicizia con la Russia!

Né un soldo, né un soldato per la guerra della Nato!

Liberiamo l’Italia – 2 maggio 2022

FONTE: www.liberiamolitalia.org