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C’ERA UNA VOLTA LA SCUOLA GENTILIANA di Guido Cappelli*

Mi chiedo che cos’altro ancora devono farci, quanto ancora devono sbeffeggiarci per farci svegliare. La notizia è recentissima: la prova scritta di maturità, il celebre “tema d’italiano”, è in coma profondo. Coma indotto, coma farmacologico, eutanasia: è ovvio. E il colmo della beffa è che il metodo è tipico del regime autoritario: se lo fanno chiedere da fantomatiche “forze sociali” che a gran voce esigono… quello che vogliono loro! Eseguono ordini o, se si preferisce, implementano un’Agenda: sono schiavi; ma dentro la propria sfera di competenza – cioè l’Italia, cioè noi – il loro è un potere quasi illimitato, e si stanno abituando in fretta e con gusto a esercitarlo.

Il pretesto, il cavallo di Troia è sempre lo stesso da quasi due anni a questa parte: Covid. Testualmente: “non consentirebbero ai maturandi di stare in totale sicurezza”: dobbiamo diventare bestioline incapaci di esprimersi, altrimenti ci viene la febbre! “In totale sicurezza” – così dice il ministro della (d)istruzione, l’indegno valvassore della tecnocrazia cyber- e post capitalista. Facciamogli caso, prendiamolo in parola, non lasciamoci sfuggire queste smargiassate benché indegne di esser prese sul serio. Guardiamole in faccia: sicurezza da che cosa? Cosa mai vuole insinuare questo tono paternalista? L’elisir di lunga vita? Lo scudo galattico? L’inconsistenza infantiloide di queste pagliacciate brilla in tutta la sua sfacciatezza al solo rivolgergli lo sguardo.

Ma in mezzo alla solita fuffa (“dobbiamo tenere conto della massima sicurezza dei nostri ragazzi e della loro capacità di saper esprimere se stessi”), il sinistro personaggio si è lasciato andare a un’altrettanto sinistra confessione-ammonimento: “finché non si tornerà ad una totale normalità, non si potrà tornare ad una normalità anche per quanto riguarda l’esame di Stato”. E noi che sappiamo che la “normalità” non c’è più e, se dipenderà da loro, non tornerà mai, possiamo già prevedere che questa ennesima mazzata all’istruzione, al sapere, alla civiltà in definitiva, è già stata assestata una volta e per sempre e segna una svolta che parte proprio dallo svuotamento della scuola.

In fondo, in questa scusa securitaria umiliante e insultante c’è tutta la mentalità distopica di questi maligni transumanisti: la sfiducia, anzi il disprezzo per l’uomo, per la sua capacità di discernere, di raccontare, di interpretare, per la sua dignità di essere pensante e in grado di decidere. E invece no, decide il ministro Bianchi per noi, per tutti: un’altra picconata, l’ennesima, alla credibilità del nostro sistema di istruzione ci farà bene, eviterà sicuramente millanta contagi e salverà millemila vite umane. Dobbiamo ingoiare cotanta ostentata, palese stupidità: ma attenzione, accettare la stupidità vuol dire meritarsela. Perciò non possiamo né dobbiamo tacere.

Il “tema” di maturità, che loro avevano già degradato a “elaborato”, è stato per decenni la prova principale nella scuola italiana. Perché è la forma più complessa per uno studente di organizzazione del pensiero e di libera espressione. Perché indica il raggiungimento di qualcosa che per secoli è stato comunemente ritenuto la capacità più importante dell’individuo e del cittadino, tanto semplice quanto decisiva: esprimersi. Non occorrono troppe spiegazioni: costruire un tema vuol dire strutturare il pensiero attraverso il linguaggio: l’attività umana per eccellenza. Sopprimere questa pratica, che era l’identità stessa della nostra scuola, non è che l’ennesimo colpo di un potere che vuole una società destrutturata, incapace di autodeterminarsi, regredita allo stato di minorità da cui, diceva Kant, i Lumi settecenteschi l’avevano tirata fuori.

C’era una volta la scuola gentiliana: il sistema di organizzazione delle conoscenze pensato da un filosofo, Giovanni Gentile, che per una serie di concause storiche ebbe la possibilità di proporre quella scuola a base umanistica che ha formato le menti migliori del paese per quasi un secolo. Il sistema dei licei era un meccanismo di promozione sociale: uno Stato che si faceva carico integralmente dell’istruzione pubblica aveva nei licei, in particolare in quello classico, il miglior garante, il miglior bastione proprio e innanzitutto della democrazia: perché le differenze di classe si arrestavano sulla soglia di quelle aule austere e disadorne, dove regnava il sapere critico, quello che rende liberi, quello che forma il cittadino cosciente che affronta il mondo a testa alta e a occhi aperti. Aule austere, a volte persino fredde, quasi inospitali, ma che si riscaldavano col calore dei corpi, con la consuetudine e la familiarità della vicinanza: aule da cui uscì il meglio che il nostro Paese ha saputo dare per almeno cinquant’anni. (L’ossessione per le infrastrutture – diciamolo una buona volta – è stato il primo passo verso la demolizione delle strutture, quelle vere, immateriali, dell’acquisizione e della trasmissione della conoscenza. A più infrastrutture (edilizie, logistiche o elettroniche) meno struttura (mentale e spirituale) – questo testimoniano le aule ipertecnologiche della Ivy League e dei tanti campus che la scimmiottano in giro per il mondo).

Il paradosso italiano, l’ennesimo paradosso, è che riforme, riformine e stravolgimenti vari dell’istruzione negli ultimi vent’anni hanno fatto danni incalcolabili ma si sono innestati su una scuola che nell’ossatura generale resta ancora quella gentiliana – anche se ridotta a un’ombra. Uno strano effetto di dissonanza si crea tra l’apparato gonfio e tronfio delle nuove “abilità”, “competenze” e ammennicoli vari, e il bagaglio di alta cultura di impronta umanistica che, malgrado tutto, ancora serpeggia, malconcio ammaccato ma non estinto, nelle aule d’Italia. Quanto meno, in misura incomparabilmente maggiore, per presenza concreta e per rispetto astratto, di qualunque altro paese occidentale.

Purtroppo per noi, tutto questo non si accorda con l’individuo fragile e distopico che il transumanesimo montante ha in serbo per noi, e dunque deve sparire, per sempre. La nuova specie di homo che questi apprendisti stregoni dell’apocalisse hanno in mente di produrre è un individuo dall’identità fragilissima, zeppo delle nevrosi indotte dagli alchimisti dell’identità, perso dietro parole d’ordine demenziali, affogato in un universo cognitivo destrutturato e malato. Solo, introflesso e cattivo come un personaggio di Svevo; impaurito e perplesso come un eroe kafkiano. E kafkiano, in effetti, banalmente kafkiano, è l’algoritmo che governa sempre più implacabilmente la sua vita. Non cittadini che guardano la società e il mondo con sguardo diretto, da pari a pari, consapevoli del proprio diritto a esserci, ma soggetti nevrotici, larve impaurite e medicalizzate, clienti-pazienti da manipolare e dominare per un giga, per un’offerta di Netflix, per una triste vacanza kitsch, mentre strombazzano sui social la loro frustrazione e la chiamano democrazia. Non ci inganniamo: uno dei dispositivi cruciali di questo bel progettino è lei, la “buona scuola” che burocrati spregiudicati come Bianchi, ammantati da un’aura posticcia di asettica governance, stanno mettendo in atto su ordine espresso, neanche malcelato, del potere finanziario globalizzato. Basta leggere i deliri di questi pseudo-pedagoghi sulle pagine del Wef, quel loro disprezzo indissimulato, quella loro sufficienza irritata verso tutto ciò che sappia di alta cultura o semplicemente cultura, per affacciarsi su questo mondo desertificato e orwelliano: le loro ridicole soft skills, le loro “competenze” farlocche, tutta la loro psico-pedagogia che mischia in pari misura l’ovvio e l’assurdo, questo tripudio di illogicità, così in linea, peraltro, con la corsa generalizzata all’irrazionale, non hanno altro obiettivo che questo: spazzare via ogni senso di identità culturale, ogni coscienza di civiltà, ogni sentimento di appartenenza, ogni capacità di strutturare idee complesse, e infine ogni criterio di decodifica del reale, per sostituire tutto questo con il conformismo del “lavoro di gruppo”, con l’ipocrisia del sorriso perenne che copre la cattiveria della competizione, o con l’onnipresente, inquietante “resilienza”, cioè l’abilità pre-razionale, acritica, quasi animalesca, di adattarsi, di confondersi nell’ambiente – come se l’homo sapiens fosse regredito a insetto o animale dei boschi. Il confronto tra un libro di testo delle medie degli anni settanta e uno attuale è impietoso: contenuti contorti e ridotti al minimo si mescolano a grafici e disegnini idiotizzanti, dove ogni rapporto con un sapere non dirò critico, ma strutturato, è annullato dalla banalità sinistra di un buonismo feroce, che si presenta come verità obiettiva/tabù etico. È il totalitarismo del bene, bellezza.

Tutto questo è profondamente funzionale a quell’emergente “governo del caos” in cui sembra essersi evoluta la nozione originaria di governance, perché promuove, legittima l’incapacità di distinguere, di analizzare e, al limite, di negare. Se la filologia è stata criterio genealogico di accertamento della verità, tecnica della ricostruzione e del restauro, pratica del discrimine tra falso e autentico, auctoritas umana, nel tempo postmoderno, sospeso, abbarbicato al “rischio zero” come a una nuova “città di Dio”, torna il dogma, la verità rivelata, questa volta non da un Dio metafisico ma dalla Scienza elevata a nuova Rivelazione. Punto di collasso scioccante, e al tempo stesso fusione caotica, tra credenza fideistica e argomentazione razionale. Coacervo dalle conseguenze imprevedibili, che coinvolgono il piano cognitivo e aprono uno squarcio di luce sul senso profondamente distruttivo di questa misura distopica.

Un sapere antico, millenario, che ha strutturato, dato forma alla nostra civiltà, è oggetto del più crudele attacco sotto la forma di una banale, ennesima riforma dell’esame di Stato. È questo il passo mortale che sta consumando quell’obbediente pupo del transumanesimo che è il ministro Bianchi. “Ministro” nel senso etimologico della parola: cioè servo, ma non certo del popolo italiano, bensì degli opachi ma efficacissimi poteri globali semiprivati, dei nuovi feudatari che vogliono più della nostra obbedienza, vogliono la nostra anima. Per questo il piccolo ministro-pupo ha distrutto il tema di maturità. Per questo la Storia non avrà pietà del suo nome.

* Docente di Letteratura italiana, Università degli Studi di Napoli L’Orientale, membro del Fronte del Dissenso

 




IMPLACABILE VENDETTA di Moreno Pasquinelli

Preceduto da una virulenta quanto mendace campagna d’intimidazione, il governo Draghi ha varato il decreto sul cosiddetto “Green Pass Rafforzato”. In pratica una nuova stretta autoritaria. E’ lo Stato di Polizia 4.0. Chi non si vaccina sarà sottoposto ad un regime di esclusione e segregazione sociale.

Chi non si vaccina, se era già escluso dal disporre di fondamentali diritti di libertà, è oggi condannato ad un regime di formale apartheid sociale. Sbagliano coloro i quali affermano si tratti di una “misura medievale”. Davanti alla peste si segregavano gli appestati per proteggere i sani. Oggi, posto che il “vaccino” non immunizza e che i vaccinati possono infettare, vengono confinati e isolati anche coloro che scoppiano di salute, ovvero quelli che sono portatori di un gravissimo morbo sì, ma quello di non inginocchiarsi ai piedi del sovrano rifiutando i suoi diktat. Questa è dunque la vera pandemia che il governo vuole debellare: quella della ribellione sociale.

La misura del “Green Pass Rafforzato”, spacciata come atto ex ante di “prevenzione sanitaria”, è dunque squisitamente politica, è un provvedimento di condanna e castigo ex post per tutti quei sudditi che hanno sin qui disobbedito alla richiesta del sovrano di disporre dei loro corpi. Condanna che è l’equivalente profano e secolare della scomunica di una volta, l’atto con cui la Chiesa oltre ad escludere il battezzato dalla comunità dei fedeli, gli infliggeva la pena dell’inferno nell’al di là.

Ma questo della segregazione sociale della minoranza, della parte dal resto, per quanto inusitato, è solo una faccia del regime bio-politico. Quest’ultimo chiama in causa anzitutto tutti gli altri, la maggioranza dei disciplinati, le stesse legioni dei kapò e dei disciplinatori. E’ grazie alla loro accondiscendenza che il sovrano ha potuto finalmente oltrepassare la linea oltre la quale esso riesce a requisire e ad impadronirsi, assieme alla carne, dell’anima stessa dei cittadini.

Il non-vaccinato viene sì privato di alcuni essenziali diritti di libertà, ma egli trattiene a sé, con il libero arbitrio, la propria dignità e indipendenza di pensiero; il vaccinato invece, come conseguenza dell’atto di obbedienza e di sottomissione al regime bio-politico, per poter godere di alcuni diritti formali di libertà, deve consegnare al sovrano dignità, coscienza e libero arbitrio — in cambio di una parte si aliena quindi del tutto, ciò che appunto distingue l’essere umano dagli altri esseri senzienti. Mentre il non-vaccinato è condannato a subire un’oppressione reale, il vaccinato ne deve sopportare una rafforzata, metafisica.

Acune finali considerazioni politiche. Non commetta, la nostra minoranza, l’errore di auto-isolarsi, di cercare la via di fuga. Non insegua l’illusione che la salvezza possa consistere nell’esodo comunitaristico. Non c’è alcun altrove, alcuna Terra Promessa. A ben vedere l’idea dell’esodo, quella di trovare rifugio in piccole società appartate e auto-governate, ammesso e non concesso che possano effettuarsi, testimonia che si fa strada la convinzione che la Resistenza è destinata alla sconfitta. In effetti la sconfitta è altamente probabile. Saremo retorici ma siamo obbligati a ribadire che nella guerra (e la nostra lo è) si può perdere non una ma più battaglie. Per dirla alla Mao Zedong: “La vittoria strategica è il risultato di una serie di sconfitte tattiche”.

Ogni minoranza, quando è costretta dal nemico allo scontro in campo aperto, è destinata alla sconfitta. E’ la rotta disordinata che va evitata, così da poter riorganizzare le proprie forze. La nostra è una lotta di lunga durata. La vittoria dipenderà da diversi fattori. Primo fattore: dovremo rafforzarci anche ove fossimo obbligati alla ritirata. Secondo fattore: il nemico non è imbattibile, in preda alle vertigini del successo, commetterà errori gravi, ciò che ci consentirà di passare alla controffensiva. Terzo fattore: il nemico ha sempre un suo Tallone d’Achille, e questo punto debole è costituito proprio dall’eterogeneo blocco sociale che lo sostiene. Questo blocco si sfalderà poiché proprio la maggioranza che oggi ubbidisce sopportando un’oppressione metafisica, vorrà redimersi dal proprio disonore e riscattare la sua libertà. Quello sarà il momento della nostra implacabile vendetta.

«Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte».

[San Paolo, 1Ts5, 1-11]




MINACCIA ESTREMA di Guido Cappelli

Ci stanno trasformando in codici QR. No, non è una boutade retorica. Stiamo proprio incorporando il codice QR – con tutte le potenzialità di controllo che contiene – alla vita di tutti giorni, alle funzioni più elementari. Questo è il fatto da cui partire.

Faremmo bene a prenderne atto, così forse, per frenare questa mutazione, letteralmente, esiziale, impareremo più in fretta a relazionarci tra noi in modo più rispettoso, più amichevole, più complice di quanto ci consentissimo nella vita precedente. Le classiche suddivisioni sociali stanno sfumando fino quasi a scomparire. Le tradizionali classificazioni in classi, ceti, funzioni, professioni, ruoli sociali, perfino quelle tra vecchi e giovani, stanno scomparendo nell’indistinto dell’obbedienza biopolitica.

Al loro posto, microidentità create e alimentate ad arte, sulla base di una finta “scienza” sociale: generi, razze, preferenze sessuali e relative sotto-tribù illimitate… dispositivi che frammentano la società, la polverizzano in tanti surrogati di identità pubblica, che pubblica non è: perché non fa che portare nella sfera del pubblico, e del politico, l’aspetto intimo di ciascuno – cioè proprio ciò che pubblico e politico non è non deve essere.

Tante pseudo-identità l’una contro l’altra armate, che alla fine si risolvono – per la gioia del potere, delle élites, uniche a beneficiarsene – in singoli individui, impauriti, sospettosi, l’uno potenziale stalker, potenziale accusatore, potenziale competitore, e, al culmine del delirio psico-sanitario, potenziale killer dell’altro. Questo è il motivo per cui questo progetto, in via di realizzazione non si sa quanto irreversibile, è e deve essere chiamato distopia.

Invertire questo processo, o almeno frenarlo, complicarlo, è imperativo ma estremamente difficile. Ma il motivo principale di questa difficoltà non sta nella colossale disparità dei rapporti di forza (che pure è un macigno), ma, prima di ogni altra, nel nostro modo di stare al mondo. Perché alla distopia si può opporre solo una politicità radicalmente nuova, e questo esige da ciascuno di noi, a livello personale, una revisione a fondo del modo di intendere sia i rapporti personali che la politica come tale.

La minaccia estrema forse ci aiuterà a potenziare la nostra capacità di empatia, di comprensione dell’altro, e a ridurre la carica di aggressività e affermazione personale che ha caratterizzato i nostri modi di fare, chi più chi meno, nei tempi della vita “normale” – cioè fino allo sconvolgimento, al terremoto esistenziale e collettivo, che va sotto il nome di “emergenza Covid-19”.

Solo così saranno messi in condizione di funzionare quei comitati, quella galassia di realtà, quel coacervo di movimenti libertari, umanisti, politicamente coscienti, a partire dai quali sarà possibile un modo nuovo e veramente partecipativo di costruire il consenso e le decisioni collettive.

* Guido Cappelli, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, firmatario dell’appello “Docenti no Green Pass”




SCIENZA E ANTI-SCIENZA di Aldo Zanchetta

Sul Notiziario ANSA del 19 novembre leggo queste parole pronunziate dal Capo dello Stato Sergio Mattarella in occasione dell’iniziativa “I giorni della Ricerca” promossa dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro:

«Non si è esaurito il nostro dovere è di responsabilità, soprattutto verso i più deboli. Siamo riusciti a realizzare una ripresa economica e i vaccini sono stati la nostra difesa, hanno consentito le riaperture. La ricerca è stata un grande esempio di collaborazione mondiale. Abbiamo visto una larga adesione alla campagna vaccinale che ha visto la quasi totalità degli italiani vaccinarsi per proteggere se stessi e gli altri» … «I vaccini sono stati la nostra maggior difesa, salvate vite e consentito le riaperture ed è merito della ricerca» … «La scienza è chiamata ancora ad intervenire, La pandemia ha prodotto pesanti conseguenze nella lotta contro il cancro». Anche per questo bisogna condurre la battaglia contro l’antiscienza … perché ci sono nuclei che propagano l’antiscienza: è una sfida nei luoghi della modernità, occorre affrontarla e vincerla, ne va della prosecuzione di un percorso virtuoso». (grassetto mio).

Di fronte a queste parole provo da un lato commiserazione per una persona canuta che ai vertici dello Stato parla di problemi che evidentemente non conosce e dall’altro indignazione perché usa l’autorità di cui è investito e gli strumenti comunicativi ad essa connessi per schierarsi a favore di una parte in un dibattito che sta dilaniando il mondo della scienza. Non sono un Costituzionalista ma mi chiedo se faccia parte dei compiti istituzionali di un Presidente della Repubblica schierarsi in un dibattito che esula da questi compiti, abusando del prestigio connesso alla carica che ricopre.

A parte un “è” di troppo oppure un “che” che manca all’inizio del brano riportato e che è certamente responsabilità non sua ma del cronista, l’affermazione “I vaccini sono stati un grande esempio di collaborazione mondiale” è un’affermazione di circostanza del tutto gratuita visto che nel mondo della scienza su questo esiste una grande discordanza. Solo una citazione, fra le tante possibili. Proprio pochi giorni fa John PA Ioannidis uno dei massimi esperti mondiali di epidemiologia professore di Medicina e Professore di Epidemiologia e Salute della Popolazione, nonché Professore di Scienze Biomediche e Statistica alla Stanford University, a proposito dei dibattiti in corso ha scritto:

«Le decisioni pronunciate in nome della scienza sono diventate arbitri della vita, della morte e delle libertà fondamentali. Tutto ciò che conta è stato influenzato dalla scienza, dagli scienziati che interpretano la scienza e da coloro che impongono misure basate sulle loro interpretazioni della scienza nel contesto del conflitto politico. […] C’è stato uno scontro tra due scuole di pensiero, la salute pubblica autoritaria contro la scienza e la scienza ha perso.

Farsi continuamente oneste domande e l’esplorazione di percorsi alternativi sono indispensabili per una buona scienza. Nella versione autoritaria (al contrario di quella partecipativa) della salute pubblica, queste attività erano viste come tradimento e diserzione. La narrativa dominante è diventata che “siamo in guerra”. In guerra, tutti devono eseguire gli ordini. Se a un plotone viene ordinato di andare a destra e alcuni soldati girano a sinistra, vengono fucilati come disertori. Lo scetticismo scientifico doveva essere eliminato senza fare domande. Gli ordini erano chiari».

E ancora:

«Le grandi aziende tecnologiche, che hanno guadagnato trilioni di dollari in valore di mercato cumulativo dalla trasformazione virtuale della vita umana durante il blocco, hanno sviluppato potenti macchinari di censura che hanno distorto le informazioni disponibili per gli utenti sulle loro piattaforme. Ai consulenti che hanno guadagnato milioni di dollari dalla consultazione aziendale e governativa sono stati dati incarichi prestigiosi, potere ed elogi pubblici, mentre gli scienziati non conflittuali che hanno lavorato pro bono ma hanno osato mettere in discussione le narrazioni dominanti sono stati diffamati come conflittuali. Lo scetticismo organizzato era visto come una minaccia per la salute pubblica. C’è stato uno scontro tra due scuole di pensiero, la salute pubblica autoritaria contro la scienza e la scienza ha perso».

Bene, la scienza che si fa oneste domande e l’esplorazione di percorsi alternativi che per Joannidis sono indispensabili per una buona scienza, per i compilatori dei discorsi ufficiali del Presidente, da questi incautamente fatti propri (questa è una supposizione mia) sono invece la “antiscienza”.




ROMA 20 NOVEMBRE: PERCHÉ NON CI SAREMO di Fronte del Dissenso

Il governo Draghi annuncia che inasprirà le già gravissime misure di repressione e segregazione sociale verso milioni di cittadini che legittimamente hanno deciso di non vaccinarsi. Ecco quindi le prescrizioni del Ministero degli interni (divieto di manifestazioni e cortei) che preludono ad una più vasta repressione del dissenso.

In nome del “Grande Reset” e del PNRR, ubbidendo ai poteri forti e all’eurocrazia, il governo Draghi, per tappe progressive, sta attuando un vero e proprio colpo di stato, con l’obbiettivo di rimpiazzare la democrazia costituzionale con uno stato digitale di polizia.

In questa drammatica situazione il movimento contro il “green pass”, la sola forza d’opposizione contro la nascente dittatura, ha enormi responsabilità storiche. Il nostro movimento, se non vuole fare la fine dei Gilet Gialli, deve fare quattro passi avanti: 1) sconfiggere gli atteggiamenti divisivi: ci vuole la massima unità; 2) superare lo spontaneismo sgangherato: c’è bisogno di un’efficace e capillare organizzazione; 3) basta navigare a vista: occorre un piano d’azione strategico; 4) allontanare megalomani, esibizionisti e provocatori: ci vuole un centro dirigente nazionale autorevole e democraticamente eletto dai coordinamenti territoriali.

La manifestazione di Roma al Circo Massimo, invece di andare in questa direzione, va in quella opposta: 1) è fortemente divisiva in quanto proclamata escludendo i coordinamenti territoriali del movimento no green pass, e quelli di studenti, sanitari, insegnanti e lavoratori; 2) non c’è alcuna organizzazione della manifestazione e tutto è lasciato all’improvvisazione, col rischio di pericolose infiltrazioni; 3) tra le torbide finalità, circola quella, inaccettabile, che vorrebbe spingere il movimento a dare manforte a Salvini e Meloni; 4) non si capisce chi siano davvero i promotori, se non confusionari che dichiarano che quella del 20 è la continuazione di quella del 9 ottobre.

Per queste ragioni il Fronte del Dissenso non aderisce alla manifestazione romana e, come tutti i coordinamenti cittadini e regionali no green pass, indica per sabato 20 novembre, di restare sui propri territori organizzando massicce manifestazioni di protesta, e dove possibile anche sfidando i divieti di fare cortei e occupare piazze del centro cittadino.

Il Fronte del Dissenso ricorda infine la giornata di lotta nazionale del 4 dicembre “NO, DRAGHI NO”. L’invito a tutti i coordinamenti no green pass è di promuovere e organizzare unitariamente manifestazioni in ogni capoluogo di regione.

Fronte del Dissenso
18 novembre 2021

https://t.me/Frontedeldissenso
frontedeldissenso@gmail.com




BIELORUSSIA: CHI FOMENTA COSA? di Maurizio Vezzosi

Migliaia di persone sono accampate da giorni nei boschi in cui il filo spinato segna il confine tra Bielorussia e Polonia. Stando a quanto riportato dalla Croce Rossa di Minsk, i morti tra le persone arrivate in Bielorussia per tentare di raggiungere l’Europa occidentale sarebbero già almeno dieci.

La Polonia sembra rifiutare qualunque assunzione di responsabilità che non riguardi la militarizzazione del lato della propria frontiera e la reazione violenta ad ogni tentativo di sconfinamento, vietando a civili – ergo, a giornalisti e membri di organizzazioni umanitarie – di avvicinarsi legittimamente al confine.

L’atteggiamento dei vertici di Varsavia sembra ignorare in toto i risvolti dell’emigrazione che nel corso degli anni novanta ha portato decine di migliaia di polacchi a trasferirsi all’estero, ed in particolare in Italia: del resto, è ben noto come Varsavia rifiuti di condividere gli oneri della politica migratoria con i paesi dell’Unione Europea più esposti ai flussi – come l’Italia – benché il suo bilancio polacco tragga enormi benefici dal sostegno economico di questi.

La crisi rappresenta l’ultimo atto della frizione cronica tra Minsk e Varsavia: una contrapposizione riemersa sin dagli anni novanta con il collasso dell’Unione Sovietica.

A dare man forte alle forze armate polacche sarebbero arrivati dall’Ucraina almeno 150 paramilitari dell’organizzazione neofascista “Corpo Nazionale”: il loro arrivo sarebbe stato coordinato tra le autorità ucraine ed il Ministero degli Esteri di Varsavia.

Medycy na granicu (in polacco: Medici sulla Frontiera), tra le principali organizzazioni non governative attive nel sostegno umanitario a ridosso del confine polacco, denuncia di aversi visto negato il permesso di lavorare regolarmente da parte delle autorità polacche e di aver subito sabotaggi ed intimidazioni ad opera di ignoti.

La reazione dei vertici bielorussi al tentativo di isolamento politico e di soffocamento economico è stata risoluta, e a tratti spregiudicata: facilitare l’arrivo di alcune migliaia di siriani, afghani, curdi, iracheni in Bielorussia ha permesso a Minsk di toccare i nervi dell’Unione Europea, palesando nuovamente le evidenti contraddizioni di quest’ultima, anche sul tema dei flussi migratori e della gestione di questi.

Il momento in cui questa crisi si apre è tutt’altro che casuale: a poche settimane dal G20, mentre ancora la nuova condotta del gasdotto North Stream 2 attende il nulla osta – politico – per cominciare a pompare gas russo verso la Germania senza attraversare l’Ucraina. Un momento in cui la Germania si trova a fare i conti con la fine dell’era Merkel sospendendo una decisione già presa – quella del North Stream 2 -. Mentre gli Stati Uniti si uniscono alle accuse di Bruxelles contro Minsk e Mosca, Vladimir Putin alza le spalle, suggerendo all’Unione Europea di confrontarsi direttamente con Lukashenko per risolvere la controversia.

La crisi di Bialowiza potrebbe finire per coinvolgere in modo rilevante anche le poco distanti Lituania e Ucraina, quest’ultima già alle prese con una pesantissima situazione sul piano economico, politico e militare. La Lituania, con il sostegno dell’Unione Europea, già sul finire della scorsa estate aveva provveduto a blindare massicciamente il proprio confine con la Bielorussia.

Nei confronti di Minsk, rea secondo Bruxelles di aver costruito a tavolino la crisi migratoria, sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione Europea, sanzioni alle quali Minsk conta di rispondere simmetricamente.

Lo scorso maggio Minsk costrinse un volo Ryanair che stava attraversando il proprio spazio aereo ad un atterraggio non previsto con l’obiettivo di arrestare un paramilitare neonazista, descritto in Occidente come un oppositore democratico. Questa scelta è valsa alla Bielorussia un pesante inasprimento delle sanzioni che già le erano state imposte a seguito delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020. Tra queste, il divieto di sorvolo totale sullo spazio aereo dell’Unione Europea per la compagnia di bandiera Belavia e l’isolamento pressoché totale della piccola repubblica ex sovietica nei rapporti con l’Occidente.

Solidarizzando con Varsavia, l’Unione Europea ammette che i flussi migratori – siano questi prevalentemente fisiologici o prevalentemente indotti – possono costituire uno strumento di guerra ibrida. Malgrado ciò, la Turchia è stata massicciamente finanziata da Bruxelles per limitare l’accesso alle proprie frontiere a milioni di siriani, iracheni, afghani intenzionati a raggiungere l’Europa occidentale: un trattamento difficilmente sovrapponibile con quello riservato alla Bielorussia.

In una certa misura, la crisi giova ai vertici polacchi sia sul piano interno che sul piano internazionale: nelle spoglie di vittima delle trame di Minsk e Mosca, Varsavia punta a migliorare ulteriormente la propria rendita di posizione. Poche settimane prima dell’inizio della crisi di Bialowiza, il Tribunale costituzionale polacco ha dichiarato illegittime alcune disposizioni del Trattato dell’Unione Europea, in quanto incompatibili con la costituzione polacca. Di risposta, Ursula Von der Leyen ha minacciato di tagliare il sostegno economico dell’Unione Europea a Varsavia, scatenando una reazione scomposta da parte del primo ministro Mateusz Morawiecki.

Mentre i risvolti della crisi di Bialowiza restano incerti, la Polonia e l’area baltica si confermano, insieme all’Ucraina, pilastri della strategia statunitense volta a dividere lo spazio continentale, mantenendo costante l’instabilità sul limes russo-americano.  Una strategia favorita dal rinnovato tentativo di Bruxelles di isolare un paese-cerniera dello spazio continentale come la Bielorussa: un tentativo che trascina lo spazio continentale e mediterraneo nel vicolo cieco dei doppi standard e della logica suicida dei meccanismi sanzionatori.

* Fonte: LA FIONDA




LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

Preceduta dalle conferenze dei Comitati Popolari Territoriali, si è svolta il 13 e 14 novembre 2021 la II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia. Tra i documenti discussi e approvati LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

Approvato all’unanimità dalla II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia 13-14 novembre 2021

1. A due anni dalla sua nascita, Liberiamo l’Italia si trova ad affrontare una situazione del tutto inedita. L’epidemia, e soprattutto la sua gestione emergenzialista, hanno cambiato in profondità l’intero panorama, sociale e politico. Visto che questo cambiamento rende largamente inutilizzabili le mappe analitiche e gli schemi concettuali ante-Covid, diventa sempre più urgente un’elaborazione teorica all’altezza della nuova condizione dell’agire politico. A tale proposito rimandiamo alle Tesi sul Cybercapitalismo approvate dalla nostra Conferenza.

2. Il progetto dell’oligarchia al potere è chiaro: rimodellare la società e gli stessi individui, al fine di ottenere obbedienza, disciplina sociale, sorveglianza sulle anime e sui corpi all’interno di un nuovo regime totalitario ben più sofisticato rispetto agli antecedenti novecenteschi. L’ingrediente fondamentale di questo disegno, che investe ormai ogni ambito sociale a partire dal lavoro, è la paura. E’ in questo nuovo contesto che il ricatto del Green pass, con il quale si punta a scardinare definitivamente lo stato di diritto, ha assunto la sua forma più incisiva ed odiosa.

3. Ma non si cambia la società senza modificare lo stesso sistema politico. Detto in altri termini, non si normalizza l’una senza omologare l’altro. Dopo decenni di tentativi in questo senso, fatti di presidenzialismo crescente, svuotamento dei poteri parlamentari, leggi elettorali maggioritarie e controriforme costituzionali (riuscite e non), siamo ora ad un passaggio decisivo: la costruzione in atto di un regime tecnocratico, autoritario ed oligarchico all’ennesima potenza.

4. Il governo Draghi è la massima espressione di questo progetto. Lo è a livello nazionale, grazie alla larga coalizione ed ai potentati che lo sostengono. Lo è sul piano europeo, dove l’ex presidente della Bce svolge la funzione di Gauleiter della cupola eurista. Lo è a livello mondiale per il ruolo di avanguardia, assunto dall’Italia, nell’implementazione del nuovo sistema di dominio e controllo denominato Grande Reset.

5. Il ruolo di Draghi è dunque centrale. Ed è destinato a restare tale anche nel prossimo futuro, sia che venga eletto Presidente della Repubblica, sia che resti a Palazzo Chigi, magari anche dopo le elezioni previste nel 2023. Nel primo caso, oltre a consentire funzioni di controllo extra ed anticostituzionali su governo e parlamento, sviluppando quanto già introdotto de facto da Napolitano e Mattarella, l’elezione di Draghi servirebbe a traghettare l’Italia verso forme di presidenzialismo alla francese. Nel secondo caso, il prolungato esercizio diretto del potere governativo porterebbe ad una sorta di “draghizzazione” della politica italiana, con un complessivo ridisegno degli attuali schieramenti in campo.

6. Il blocco dominante al potere nel nostro Paese punta tutte le sue carte su Draghi, anche perché ne vede sia il ruolo di fermo ancoraggio all’Unione Europea, sia la sua possibile funzione di “riformatore” dei meccanismi che la governano. L’idea è quella di un’Ue “amica”, quella del Recovery Fund per intenderci: un’Unione tanto forte contro le classi popolari, quanto larga di manica nel rilanciare il processo di accumulazione capitalistica.

7. Quale sarà l’Ue post-Covid è in effetti una partita aperta. La stessa uscita di scena di Angela Merkel, benché avvenuta nel segno della piena continuità delle politiche proposte, contribuisce a creare un quadro di incertezza, in grado di alimentare l’illusione di un’”altra Europa”. In realtà, guardando alle cose in prospettiva, non ci sono veri segnali di un abbandono dell’impostazione ordoliberista, di matrice tedesca, e delle politiche di austerità che ne conseguono.

8. La cosa più probabile è che, passata la bufera del Covid, si torni nella sostanza alle regole attualmente sospese. Certo, pena conseguenze economiche insostenibili, questo non potrà avvenire nel 2022. Ma è sicuro, ed ufficialmente annunciato, che già nel prossimo anno verrà decisa la reintroduzione del cosiddetto “Patto di stabilità” a partire dal 2023. Se, in generale, resta tutta da scoprire la compatibilità tra l’ordoliberismo e le esigenze “rivoluzionarie” del Grande Reset, l’orientamento della cupola eurista non pare in discussione. Nella trattativa che si svolgerà sulla “riforma” del “Patto di stabilità” è probabile che alcuni aspetti vengano modificati, ma senza mettere in discussione l’impostazione di fondo. Ne va della stessa sostenibilità dell’euro.

9. Ma non ci sono soltanto le regole di bilancio. In questi due anni l’Ue ha retto soprattutto grazie alle scelte della Bce, costituite da una consistente emissione monetaria e dalla politica dei tassi a zero. Tutto ciò non potrà continuare a lungo. Le recenti spinte inflazionistiche, particolarmente forti in Germania, non potranno che dare forza al partito rigorista (alimentato anche dalle vecchie sentenze della Corte costituzionale tedesca) all’interno dell’Unione. La conseguenza non potrà che essere quella di un raffreddamento della “ripresa” (in realtà soltanto un rimbalzo) in corso.

10. E’ in questo quadro che va vista la stessa politica di bilancio del nostro Paese. Nella recente Nota di aggiornamento del Def il governo italiano, mentre conferma una scelta espansiva per il 2022, già annuncia il ritorno delle politiche di rigore finanziario negli anni successivi. Una tendenza che potrà trovare prime applicazioni pratiche sia in materia pensionistica che fiscale, senza dimenticare la probabile “riforma” del Reddito di cittadinanza.

11. Dentro la partita dell’Ue post-Covid c’è pure il tentativo di chi vuole spingere maggiormente verso una soluzione federale. Si tratta di una spinta che trae alimento anche dalla presa d’atto di una maggiore distanza dagli Usa, un dato che la vittoria di Biden non ha certo sanato. L’idea di un primo embrione di esercito europeo vorrebbe andare in questa direzione, ma il rapporto di sudditanza esistente all’interno di una Nato che gli Stati uniti continuano ad usare come strumento della loro egemonia strategica, rende questo progetto velleitario e poco credibile. Come dimostra anche il recente scontro con la Polonia, la cui Corte costituzionale ha dichiarato la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, l’Europa federale non pare proprio alle porte, ed i suoi sostenitori non sembrano avere le forze e le condizioni per imporre una simile svolta.

12. Sulla base di quanto sin qui sostenuto, possiamo attenderci una fine della legislatura caratterizzata dalla prosecuzione di una politica presa in mano, sia per gli aspetti economici che per quelli sanitari, dalla nuova casta di “tecnici” al servizio delle oligarchie finanziarie. Una politica sempre più elitaria, sottratta ad ogni vincolo democratico, impermeabile ad ogni rivendicazione popolare, libera da ogni retaggio costituzionale. Questo nuovo regime ha vissuto il suo passaggio fondamentale nella raffica di decreti che hanno progressivamente introdotto il Green pass. La lotta contro questo lasciapassare di stampo medievale è perciò lotta politica nel senso più pieno del termine.

13. Così come il Green pass ci viene presentato come un sacrificio a fin di bene, la stessa cosa avverrà (e già avviene) per la miriade di controriforme legate all’attuazione del Pnrr, la cui funzione è invece quella di rinchiudere per sempre l’Italia nella mortifera gabbia dell’euro. Un’opposizione degna di questo nome dovrà dunque saper denunciare la politica antipopolare che si cela dietro quello che ci viene mostrato come un regalo, legando sempre la questione democratica, e dell’attacco alle libertà, alla questione sociale.

14. Il panorama lasciatoci dal Covid ci propone una brutale ridefinizione delle classi e, ancor più, dei blocchi sociali. I due principi di fondo che muovono l’azione dei dominanti sono quelli della precarizzazione del lavoro da un lato, della distruzione massiccia di quote imponenti di lavoro autonomo, onde favorire la concentrazione della produzione e dei capitali, dall’altro. Il blocco dominante cercherà di attrarre a sé non solo la quota di piccola borghesia che residuerà, ma pure i settori meglio protetti del lavoro dipendente. Per contro, esso tenterà di disperdere in mille rivoli le tante categorie del lavoro autonomo destinate a saltare, riservando alla crescente quota di lavoratori precari uno sfruttamento sempre più forte.

15. Compito di chi vuole opporsi e costruire un’alternativa politica è quello di lavorare esattamente nella direzione opposta, sviluppando l’unità di tutte quelle che potremmo definire come le vittime, presenti e future, del Grande Reset. Non è questa una cosa ovvia come potrebbe sembrare. La spaccatura della società, operata con la violenta azione del regime dispiegatasi con tutta la sua forza in questi ultimi mesi, non è uno scherzo. Ed uno dei suoi effetti può essere quello di uno spezzettamento dell’area del dissenso, funzionale a bloccare sul nascere ogni tentativo di ricomposizione di una vera opposizione.

16. A tal fine, ferma restando la netta opposizione all’obbligo vaccinale, va respinta la manovra che vorrebbe rinchiuderci ed isolarci dentro la gabbia dei “non vaccinati”. Nell’opposizione alla dispotica imposizione del vaccino non va dunque mai persa la capacità di collegare il particolare al generale, facendo emergere qual è il vero obiettivo dei dominanti. Che non è tanto il vaccino in sé, quanto piuttosto la sua imposizione come simbolo di un dominio potenzialmente illimitato. La vaccinazione è il mezzo; il dominio, l’annichilimento degli individui, il massimo sfruttamento dei lavoratori è il fine.

17. La sfida della costruzione di un blocco sociale alternativo compete al movimento che si è sviluppato contro il Green Pass, ma ancora di più alle componenti politiche che lo costituiscono. Tra queste Liberiamo l’Italia, sia autonomamente che all’interno del Fronte del Dissenso, ha una responsabilità particolare. La scelta, compiuta fin dalla primavera 2020, di schierarci risolutamente contro la narrazione sul Covid e sull’insieme delle misure liberticide che ne discendevano, si è rivelata assolutamente giusta. Senza nulla voler togliere ad altri fronti di lotta (dall’Alitalia alla Gkn, tanto per citare quelli più importanti), oggi l’opposizione realmente esistente coincide di fatto con il movimento contro il Green pass. Tutto ciò è tanto più vero dopo la cruciale giornata del 15 ottobre che, pur con le prevedibili difficoltà dello sciopero, ha mostrato la grande forza di un movimento che cresce e vuole andare avanti, includendo sempre più la partecipazione ed il protagonismo di decine di migliaia di lavoratori.

18. Se questo movimento non ci fosse l’opposizione sarebbe del tutto inconsistente, ma ciò non deve impedirci di vedere la sua complessa natura e la sua attuale cornice sociale. Al suo interno rileviamo fra l’altro l’esistenza di un’articolata tendenza alla “fuga” da un’idea di partecipazione politica, al rinchiudersi in piccole comunità e, almeno in questa fase, a rinunciare alla battaglia politica vista come inevitabilmente controproducente. Una siffatta propensione porta con sé altre implicazioni fra cui, in alcuni casi, la rinuncia alla lotta ed all’iniziativa per costruire spazi di condivisione di idee e prassi collettiva, insieme ad una certa sottovalutazione degli aspetti economici e sociali insiti nell’iniziativa del nemico. La presenza di questa tendenza “fughista” – frutto peraltro di un lungo periodo di letargia sociale – è oggi un fatto ineliminabile, sebbene non maggioritario. Il nostro compito è quello di confrontarsi con questi orientamenti (e con le relative esperienze che ne conseguono), nella convinzione che possano svilupparsi non solo come positive forme di resistenza ma anche verso la riconquista di una nuova coscienza politica profondamente rinnovata.

19. Ma c’è un secondo limite da segnalare. Come tutti i nuovi movimenti, anche quello attuale ha al suo interno un’anima fortemente spontaneista. Nel nostro caso, questo spontaneismo consiste di fatto in un “tuttosubitismo” che non fa i conti con il sofisticato piano del nemico, con i concreti rapporti di forza e con la necessità di modificarli. E’ proprio sfruttando questa pur comprensibile tendenza, che alcune forze si sono inserite per proporre forme di lotta avanguardiste e visioni ultimatiste del tipo: “o vinciamo entro la data x o tutto è perduto”. Se il 9 ottobre la provocazione di Forza Nuova ha potuto avere successo, ciò è dipeso anche dalla consistenza di questa tendenza. Anche questo limite può essere però contrastato con efficacia, come si è visto nella giornata del 15 ottobre.

20. Recentemente, vedi la manifestazione del 25 settembre, abbiamo condensato il legame tra questione democratica e questione sociale nello slogan “lavoro e libertà”, ed è a partire da questo legame che Lit dovrà operare con costanza nella direzione di un fronte unico di lotta contro Draghi e le sue politiche. Ma anche questo non basta. E’ giunto infatti il momento di affrontare di petto alcune questioni politiche: quella della costruzione di una soggettività adeguata allo scontro in atto, quella dell’organizzazione e della rappresentanza di un’area di dissenso e di opposizione oggi priva dell’una e dell’altra.

21. Le recenti elezioni amministrative hanno riproposto all’attenzione di tutti queste problematiche. Mentre i risultati ci consegnano un quadro contraddittorio, caratterizzato sì dal rafforzamento delle forze sistemiche ma nell’ambito di un crescente distacco popolare dalle vicende politiche (basti pensare alla crescita dell’astensionismo), è assai pericoloso che tale distacco non trovi oggi un’espressione politica in grado di trasformare la rabbia in coscienza e il dissenso in progetto alternativo. Se questa situazione non verrà invertita, il semplice distacco da una politica vissuta come mero esercizio del potere potrebbe alla fine risultare addirittura funzionale al progetto dei dominanti, i quali non vogliono la partecipazione, ma semplicemente l’adesione acritica da un lato e la marginalizzazione di chi non si adegua dall’altro.

22. Le elezioni amministrative ci forniscono anche altre indicazioni. Se concentriamo l’analisi sul nostro mondo, quello a noi più vicino, quello con cui cooperiamo nel movimento in corso, dobbiamo prendere atto di alcune cose. La prima è che il grosso del dissenso (definiamolo così per comodità) si è tradotto in una significativa crescita dell’astensione. Ciò (che non deve stupire) è avvenuto anche perché complessivamente l’offerta alternativa alle forze sistemiche era troppo debole e frastagliata. Mentre l’idea di un’opposizione civica in grado di raccogliere il meglio del vecchio M5s (vedi Roma) si è rivelata assolutamente perdente, tre sono stati i risultati più significativi: quello della lista capeggiata da Ugo Mattei a Torino (2,4%), quello di Paragone a Milano (2,9%), quello del Movimento 3V in alcune città minori (Trieste, Rimini e Ravenna), oscillanti tra il 2,9 ed il 4,6%.

23. Questi risultati, pur nelle evidenti differenze tra queste liste, mostrano l’esistenza di una sorta di “zoccolo duro potenziale” dell’area di opposizione di cui facciamo parte. Se in potenza il bacino largo di possibile consenso di quest’area è infatti stimabile oggi intorno al 30%, la traduzione di questa possibilità in consenso effettivo è evidentemente tutt’altra cosa. Avere come base di questo eventuale e virtuoso processo un 3-5% non è un fatto trascurabile, anzi. Chiamiamo questa base “zoccolo duro potenziale”, perché da un lato (vista l’assenza di un’identità generale sufficientemente forte) è chiaro che siamo di fronte ad una sorta di “zoccolo duro”, ma dall’altro esso è ancora solo potenziale, dato che soltanto in presenza di determinate condizioni (leader mediaticamente già conosciuti o particolari situazioni locali di insediamento) esso si è tradotto in effettivo consenso elettorale.

24. Sulla questione elettorale, e dell’assenza di ogni soggetto “autosufficente”, così scrivevamo (risoluzione della Direzione nazionale di Lit del 18 giugno 2021) qualche mese fa: «Sbaglia chi dice che le elezioni non ci interessano, sbaglierebbe ancor di più chi pensasse soltanto a piantare la propria bandierina. Nessuno, da solo, è in grado di offrire una prospettiva sufficientemente credibile. Dobbiamo invece unirci, affinché la quantità diventi qualità ed un’alternativa inizi a farsi strada». Come noto, quel nostro documento non era pensato per le elezioni amministrative, bensì per le prossime politiche, sulla cui rilevanza così ci esprimevamo: «Il rischio è che non si capisca a fondo l’importanza del passaggio elettorale, oppure che lo si comprenda troppo tardi. Quel passaggio sarà invece un momento topico della definitiva trasformazione, in senso tecnocratico ed antidemocratico, dell’intero sistema politico. Possiamo permetterci di non essere presenti su quel fronte di battaglia? Noi pensiamo di no». La proposta di giugno non ha avuto sviluppi concreti, ma il ragionamento che ci aveva portato a formularla è oggi ancor più valido di ieri.

25. La sostanza di quella proposta stava nell’obiettivo «dell’unità di tutte le forze del sovranismo costituzionale insieme a quelle che si stanno battendo contro l’emergenzialismo e per la difesa delle libertà individuali e collettive». Questa proposta era contestuale a quella della federazione delle forze patriottiche democratiche. L’idea era quella di un ampio blocco politico ed elettorale guidato dalle forze più consapevoli della necessità di liberarsi dalla gabbia europea. I fatti di questi ultimi mesi – dall’escalation autoritaria messa in campo dal governo Draghi, alle dimensioni di massa raggiunte dal movimento contro il Green Pass – se da un lato rendono ancora più urgente la nostra iniziativa, dall’altro ci impongono una sua parziale ridefinizione.

26. Il primo elemento di questa ridefinizione sta nell’assoluta necessità di far emergere una proposta che raccolga e coinvolga quantomeno le parti più coscienti ed avanzate del movimento contro il Green Pass. Sta qui, infatti, la massa critica necessaria di ogni progetto. Pur con tutte le sue inevitabili difficoltà, la costruzione del Fronte del Dissenso rappresenta già un primo fondamentale passo nella giusta direzione. Si tratta ora di andare avanti, lavorando in primo luogo su due elementi positivi presenti nell’insieme del movimento: la forte spinta unitaria, la consapevolezza del salto politico da compiere. Posta l’esistenza di una sufficiente base politico-programmatica, il punto più delicato resta quello della forma da dare al progetto. E’ questo un aspetto su cui lavorare con particolare attenzione fin nei dettagli, ma l’idea di fondo da cui partire resta quella della federazione.

27. Tre sono i pilastri fondamentali su cui fondare la costruzione di un blocco politico capace di misurarsi anche sul terreno elettorale. In primo luogo, questo blocco dovrà essere l’espressione della capacità del movimento attuale di autorappresentarsi politicamente. In secondo luogo, esso dovrà nascere nello spirito di un nuovo Cln, proteso all’obiettivo della liberazione nazionale. In terzo luogo, chiara dovrà essere la totale alternatività di questa alleanza rispetto ai due poli intercambiabili, di centrosinistra e di centrodestra, in cui si struttura l’attuale regime. E’ sulla base di questi tre pilastri che Lit svilupperà la propria iniziativa nei prossimi mesi.

Fonte: www.liberiamolitalia.org




TESI SUL CYBERCAPITALISMO di Liberiamo l’Italia

Preceduta dalle conferenze dei Comitati Popolari Territoriali, si è svolta il 13 e 14 novembre 2021 la II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia. Tra i documenti discussi e approvati le TESI SUL CYBERCAPITALISMO. 

TESI SUL CYBERCAPITALISMO

Approvate all’unanimità dalla II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia

13-14 novembre 2021

Il tornante storico

1. Con il crollo dell’Unione Sovietica l’élite americana (sia neocon che clintoniana) scatenò un’offensiva a tutto campo per trasformare l’indiscussa preminenza degli U.S.A. nei diversi campi — economico, finanziario, militare, scientifico, culturale — in supremazia geopolitica assoluta. L’offensiva si risolse in un fiasco. Invece del nuovo ordine monopolare sorse un disordinato e instabile multilateralismo.

2. La grande recessione economica che colpì l’Occidente, innescata dal disastro finanziario americano del 2006-2008, fu un punto di svolta dalle molteplici conseguenze. Indichiamo le principali: (1) il “capitalismo casinò” — contraddistinto dalla centralità della finanzia predatoria: accumulazione di denaro attraverso denaro saltando la fase della produzione di merci e di valore — dimostrava di essere una mina vagante per il sistema capitalistico mondiale; (2) il modello economico neoliberista, quello che aveva consentito la metastasi della iper-finanziarizzazione, esauriva la sua spinta propulsiva ; (3)  la globalizzazione liberoscambista a guida americana giungeva al capolinea sostituita da una “regionalizzazione” delle relazioni economiche mondiali e dalla rinascita di politiche protezionistiche; (4) la Cina, uscita dallo sconquasso come principale motore del ciclo economico mondiale, occupava il ruolo di nuovo alfiere della globalizzazione; (5) una profonda scissione maturava in senso alle élite occidentali: la crisi di egemonia delle frazioni mondialiste alimentava il fenomeno del populismo. Così ci spieghiamo la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, l’avanzata dirompente di nuove forze politiche “sovraniste” in diversi paesi europei (Italia in primis), la Brexit.

3. Le élite mondialiste non si arresero, prepararono una controffensiva su larga scala. Raccolti attorno al World Economic Forum e ad altri think tank, guru visionari e falangi di intellettuali ispirarono all’élite un piano strategico di contrattacco. Il piano prese forma: (1) riprendere prima possibile le postazioni governative e istituzionali in mano agli avversari ad ai populisti; (2) riconquistare egemonia etico-politica e il consenso perduti con una nuova e penetrante narrazione ideologica ultra-progressista: l’idea di una svolta di civiltà grazie alla potenza della scienza e della tecnica; (3) spingere fino alle estreme conseguenze la radicale trasformazione sistemica interna già in atto grazie alla “Quarta Rivoluzione Industriale” ed alla digitalizzazione della vita; (4) proporre una nuova versione consociativa non conflittiva della globalizzazione, non più basata sulla preminenza americana e liberata dalla metastasi della iper-finanziarizzazione; (5) per spianare la strada ad una simile palingenesi, vincere le resistenze e far accettare a grandi masse il salto nel buio della nuova civiltà tecnocratica e cibernetica, occorreva tuttavia un evento traumatico globale, occorreva “il grande reset”.

Operazione Covid: il banco di prova italiano

4. La pandemia influenzale Sars-CoV-2 è stata, per l’establishment mondialista occidentale, provvidenziale. Una volta spacciata come una catastrofe epocale — “Siamo in guerra, nulla sarà come prima” —, seminati terrore e paura, la pandemia è stata utilizzata come uno rullo compressore per spianare la strada all’ambizioso piano strategico.

5. L’Operazione Covid ottiene presto un doppio e grande successo. Negli U.S.A. l’élite neo-globalista, pur grazie ad un blocco alquanto eterogeneo, riesce a cacciare Trump ed a riconquistare la Casa Bianca. In seno all’Unione europea, addomesticati i populisti e costruita una coalizione ancor più eterogenea, un corifeo della confraternita mondialista come Mario Draghi diviene addirittura Presidente del consiglio.

6. L’Italia, da sempre anello debole dell’Unione europea e spina nel fianco dell’élite, è stata scientemente utilizzata dall’élite neo-globalista come banco di prova per sperimentare l’efficacia e le criticità della grande trasformazione. Qui ci sono stati i lockdown più duraturi e sono state adottate durissime misure restrittive, fino all’imposizione del passaporto sanitario (“green pass”) quindi dell’obbligo vaccinale di fatto. Misure estreme che non hanno avuto alcuna efficacia per fermare la pandemia ma hanno contribuito a scatenare la più grave recessione economica programmata dalla nascita dello Stato unitario. In nome del dogma liberista della distruzione “creativa” abbiamo avuto come conseguenza una distruzione su larga scala di forze produttive, lo smantellamento di aziende e comparti considerati “obsolescenti e non competitivi”, la scomparsa di un milione di posti di lavoro, una gran massa di cittadini gettata sotto la soglia della povertà, l’aumento delle emarginazioni sociali mentre enormi ricchezze si sono accumulate in cima alla piramide sociale.

7. Senza precedenti, se non quelli inferti dal fascismo, i colpi alla già menomata democrazia parlamentare. Col pretesto di tutelare la salute pubblica, formalizzato lo Stato d’emergenza, è stato attuato un vero e proprio regime change. Il governo Conte prima, quello Draghi con più ferocia, hanno adottato inedite e autoritarie misure biopolitiche: interdizione in massa delle libertà personali e civili, cancellazione di diritti politici, criminalizzazione del dissenso, distanziamento interpersonale e soffocamento della vita sociale, terapie sanitarie obbligatorie. Lo Stato di diritto è stato sospeso per fare posto ad un peculiare Stato d’eccezione segnato dalla esautorazione delle prerogative del Parlamento, da una verticalizzazione senza precedenti della catena politica di comando e dalla cessione all’Unione europea di ulteriori pezzi di sovranità nazionale (Next generation Eu, Pnrr, ecc). Infine, in nome della infallibilità della “scienza”, il decisore politico ha definitivamente inglobato nella cabina di regia la casta degli “scienziati”, dei manager e dei banchieri, consolidando i tratti tecnocratici del sistema.

8. Nel nostro Paese, grazie ad una martellante campagna di sacralizzazione della “scienza” e col pieno appoggio della comunità medica e scientifica, più forte è stata la vaccinazione di massa con farmaci a mRNA sfornati dai laboratori di biotecnologia e manipolazione del Dna in mano a Big pharma, a loro volta posseduti dai grandi colossi della speculazione finanziaria (Black Rock, Vanguard, State Street).

9. Non meno cruciali, proprio grazie alla digitalizzazione, i mutamenti indotti in tutti i comparti del lavoro, nella scuola, nella vita di ogni giorno. Sono state sperimentate e applicate nuove forme e modalità di lavoro, di consumo, di vita: smart working, telelavoro, telemedicina, didattica a distanza, comandi a controllo remoto, consegna a domicilio (delivering). Il tutto nella direzione della cosiddetta “contactless society”.

10. Sulla scia di paesi quali Cina, Corea del Sud e Israele, sono stati infine collaudati, dispositivi digitali di sorveglianza e spionaggio di massa (contact tracing e contact tracking). Svolgendo la funzione di apripista nell’edificazione di un sistema di segregazione sociale, il governo Draghi ha imposto la vaccinazione di massa con l’istituzione di un passaporto sanitario e relativo Qr-Code senza i quali non si potrà circolare, lavorare, vivere.  E’ proprio in Italia che si sono così sviluppate, contro il nascente Leviatano, le proteste democratiche più massicce e durature. Il rischio concreto è che al “Green Pass” vengano collegati in futuro nuovi obblighi, per poter godere delle libertà costituzionali. Ora il requisito per il rilascio del certificato è l’essere vaccinato, ma in futuro potrebbe essere, ad esempio, non avere pendenze col fisco, o debiti privati, o magari mantenere certi comportamenti “ecologici”, non diffondere “disinformazione” ecc. Il principio da difendere, invece, è che la Costituzione garantisce i diritti fondamentali a tutti (salvo le eccezioni normate dal diritto penale), e non solo a chi dimostra di essere un “buon cittadino”.

11. Stabilito il precedente le classi dominanti difficilmente torneranno sui loro passi. L’infrastruttura costruita con lo Stato digitale d’eccezione potrà essere riutilizzata in ogni momento, tanto più davanti a disordini sociali e sollevazioni popolari. Posto che lo “Stato minimo” di matrice liberista si è rivelato una mera illusione — nessuna formazione sociale, tantomeno quella capitalistica, può fare a meno di uno Stato forte —, la tendenza dominante che va emergendo dalla grande trasformazione sistemica è quella che vede la definitiva sostituzione della forma statuale formalmente liberal-democratica con una che potremmo definire liberal-fascista — un sistema sociale che si regge su quattro pilastri: (1) neo-corporativismo mercatista (vedi il cosiddetto “stakeholder capitalism”) sul piano dei rapporti economici; (2) tecnocrazia su quello politico-istituzionale; (3) invasivi e sofisticati apparati tecno-polizieschi di controllo e sorveglianza sociale; (4)  riproposizione del tanto vituperato (dai liberisti) Stato etico sul piano ideologico: il sovrano torna a stabilire la nuova morale pubblica, sanzionando quelle considerate illecite.

Cybercapitalismo

12. Il “Grande reset” anticipa e spiana la strada a questo nuovo stadio del sistema capitalistico. Si deve parlare di passaggio da uno stadio ad un altro ove si tratti non di mutamenti epidermici ma di avvento di un nuovo modello sociale — diversa divisione del lavoro, diversa composizione delle classi, diversi blocchi sociali, diversa ideologia, diversi assetti statuali, diversi equilibri geopolitici. Quando dunque, dal conflitto in seno ai dominanti, emerge come egemone la frazione che meglio asseconda le forze oggettive e intrinseche del mutamento.

13. Il capitalismo, per sua stessa natura, è un sistema condannato a crisi economiche ricorrenti. Esso ha tuttavia mostrato una straordinaria capacità di superare anche quelle più catastrofiche che si rivelano dunque come fasi necessarie di ristrutturazione, rilancio e trapasso da un assetto sistemico ad un altro. La tesi secondo la quale il capitalismo avrebbe definitivamente cessato di sviluppare le forze produttive, si è dimostrata, ad oggi, priva di fondamento. Esso, proprio per superare le crisi, deve invece sviluppare le forze produttive anche grazie alle innovazioni scientifiche e tecniche. Abbiamo infatti che ogni rivoluzione industriale è stata concausa di relative trasformazioni sistemiche. La “Quarta Rivoluzione Industriale” (digitalizzazione dispiegata, intelligenza artificiale, internet delle cose) scatena forze potenti destinate a riplasmare in tempi brevi l’intero sistema sociale. Cybercapitalismo è il nome che diamo a questo nuovo stadio evolutivo del sistema capitalistico.

14. Questi i suoi tratti fondamentali: (1) Tutte le sfere della vita sono messe a valore — il profitto, proprio grazie alle nuove tecnologie digitali che consentono di monitorare, scandagliare e conoscere i movimenti ed i bisogni degli umani, viene estratto anche da ogni aspetto della loro vita;  (2) in forza della potenza di calcolo degli algoritmi le aziende possono compiere un’analisi predittiva dei mercati, così da prevedere e addirittura determinare ex ante la domanda, programmando l’offerta così da ridurre al minimo, sia lo scarto tra input e output, sia il grado di incertezza dell’investimento — è una forma capitalistica della tanto vituperata “pianificazione”; (3) con l’automazione di ultima generazione — Robotic Process Automation, machine learnings technologies, internet of things, algorithm engineering, high frequency trading, ecc. — avremo due effetti principali: la trasformazione degli umani in “robot di carne” per cui non saranno più gli uomini ad usare macchine intelligenti bensì queste ultime ad usare gli umani; centinaia di milioni di posti di lavoro verranno cancellati e intere professioni scompariranno; (4) prevarranno rapporti sociali di produzione di tipo neo-feudale ove i salariati saranno come nuovi servi della gleba obbligati a fornire alle aziende lavoro gratuito nella forma di una tangente sul proprio reddito — uberizzazione del rapporto di lavoro, (5) avremo la dominanza del modello di Gig economy, basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, con la fine di rapporti di lavoro stabili difesi da garanzie contrattuali; (6) grazie alla digitalizzazione la sfera finanziaria conserverà nel cybercapitalismo un posto centrale, potrebbe anzi accrescerlo vista la tendenza all’abolizione del contante, alla eliminazione del monopolio statale dell’emissione monetaria e alla creazione di cripto valute private; (7) dietro alla scorza progressista la “Quarta Rivoluzione Industriale” nasconde una vera e propria controrivoluzione sul piano politico. Sul solco tracciato dalle disposizioni repressive succedute all’11 settembre e grazie all’uso massivo delle tecnologie informatiche, saranno potenziate infrastrutture senzienti e intrusivi dispositivi d’identificazione biometrica, per mezzo dei quali gli umani sono spiati, monitorati in ogni loro movimento, sorvegliati. (8) Terrore sanitario, vaccinazione di massa, “green pass” con Qr-code, sono mezzi propedeutici in vista di questa trasformazione; 9) La neo-confuciana Cina sta un passo avanti sulla via del Leviatano e indica la via per istituire un compiuto sistema di segregazione sociale o apartheid disciplinare. Si tratta del segregazionista “Sistema di Credito Sociale” per cui i cittadini sono schedati e classificati, così che, in base al punteggio, si misura il loro tasso di obbedienza al regime, di osservanza delle sue insindacabili prescrizioni morali. Banali violazioni comportamentali sono equiparate a reati così che ogni persona o gruppo sociale devianti o anomali finiscono in una lista nera, sanzionati e puniti con la privazione di diritti fondamentali di cittadinanza e di vita.

15. Tra i principali strumenti di attuazione del Grande Reset vi sono le applicazioni dell’intelligenza artificiale e le biotecnologie in campo neuro scientifico già disponibili e sperimentate ed oggetto di investimenti da miliardi di euro da parte della stessa Unione europea. Tali applicazioni biotecnologiche sono già in grado di interferire con il funzionamento del cervello umano alterando la coscienza il pensiero ed il libero arbitrio. Pertanto il nostro compito dovrà essere quello di tutelare i cosiddetti “neurodiritti” (una particolare categoria di diritti umani attinenti alla sfera neuro-cognitiva), stimolando e promuovendo una riflessione bioetica e biogiuridica in grado di produrre una legislazione capace di regolamentare le applicazioni neuro scientifiche limitandone e vietandone l’utilizzo per scopi diversi dalla terapie mediche.

Capitalisti di tutti i paesi unitevi!

16. Si deve insistere sull’importanza che riveste il fattore ideologico per l’élite neo-globalista occidentale — in altre parole il soft power di cui dispone per contrastare i suoi avversari interni ed esterni. Molte cose sono state già dette. Qui si deve segnalare il fondamento ontologico e filosofico che sottostà al miscuglio di fondamentalismo progressista, feticismo tecnologico e divinizzazione della scienza (di qui la venerazione dei suoi apostoli).

17. Questo fondamento riesuma e rimaneggia tre principali paradigmi: (1) un’idea apocalittica della storia e del futuro — anarchia sociale incombente, letali pandemie in successione, catastrofici cambiamenti climatici di natura antropica; (2) una concezione antropologica meccanicistica e nichilistica dell’essere umano per cui: da una parte esso è considerato, sulla scia delle neuroscienze, una macchina biologica imperfetta per ciò stesso manipolabile, dall’altra, sul piano morale sarebbe un essere altrettanto difettoso, votato al male e all’autodistruzione, quindi incapace di esercitare e buon fine il libero arbitrio; (3) a questi due paradigmi, fa da contraltare una visione mistica e sacrale della natura, come cosmo dotato d’intrinseca razionalità, natura di cui proprio l’uomo sarebbe non solo nemico ma principale minaccia. Parliamo di un ecologismo radicale che colpevolizzando l’uomo in realtà assolve un sistema capitalistico che ha sempre sfruttato il pianeta, gli esseri viventi che lo abitano (compreso l’umano) e la natura tutta.

18. Senza questi tre pilastri né la fede nelle miracolose capacità della tecno-scienza, né la promessa di una palingenesi progressista della civiltà, avrebbero solidi punti d’appoggio. Né si giustificherebbero come necessari e inderogabili la radicale “transizione ecologica”, il passaggio dalla democrazia alla tecnocrazia, l’idea della devoluzione del comando sociale delle facoltà decisionali dall’uomo alle macchine intelligenti.

19. L’ibridazione uomo-macchina, spacciata come “potenziamento”, in verità implica il rischio di un’annichilimento delle funzioni cognitive, delle facoltà concettuali e la destrutturazione e l’impedimento del pensiero creativo capace di operare astrazioni e distinzioni che reggano alla prova del principio di coerenza e della produzione sociale di senso. In altre parole, col Cybercapitalismo il capitale sembra giunto a porre in questione la possibilità stessa, per i soggetti dominati e anche per i suoi stessi funzionari, di poter elaborare (al di sopra dell’enorme cappa degli algoritmi propri dei sistemi automatici) una forma di pensiero che rispetti i principii di ragion sufficiente, di identitŕ e di non contraddizione. Il che, oltre a inenarrabili e nefaste conseguenze sul piano della comunicazione sociale, veicola il primato globale della logica versatile, del bispensiero e di una miriade di nuove tendenze psicotiche a livello sociale e culturale, le quali si ergono davanti a noi come ostacoli effettivi alla costruzione della visione d’insieme di un nuovo umanesimo che sappia fuoriuscire dall’orizzonte della società del capitale. E’ imprescindibile avere consapevolezza di questi mutamenti per provare davvero a costruirci come forza politica all’altezza dei tempi.

20. L’Operazione Covid è stata un’arma micidiale per avvalorare questa narrazione ideologica di matrice transumanistica. Questa non avrebbe fatto molta strada se non fosse stata sponsorizzata e abbracciata da una nuova potente e trasversale santa alleanza. Il grosso dell’intellighenzia culturale, transitata dal nichilismo postmodernista al fondamentalismo scientista e progressista; pressoché tutta la comunità scientifica; i vertici della Chiesa cattolica bergogliana e le sinistre politiche che hanno spacciato le prescrizioni biopolitiche autoritarie come misure benemerite poiché ispirate ai valori  della fratellanza e della solidarietà verso i fragili ed i deboli; la maggioranza delle destre politiche liberali oramai senza principi e da tempo diventati meri comitati d’affari della grande borghesia neo-globalista —borghesia che è la vera spina dorsale di questa alleanza.

21. Va evidenziato non di meno che questo tentativo di instaurare un regime biopolitico totalitario può poggiare le basi anche su due fenomeni sociali radicatisi negli ultimi decenni: 1) da un lato la scomparsa dei “corpi sociali intermedi”, cioè degli organismi di aggregazione sociale e vario titolo: la società è stata atomizzata e ridotta ad individui isolati e, come tali, facilmente dominabili; 2) dall’altro l’assoggettamento psicologico della popolazione a processi di medicalizzazione che hanno invaso sempre più campi del vivere umano e che spingono le persone ad attendersi dagli apparati sanitari, con fede cieca, la risposta ad ogni loro paura.

22. Ma l’avanguardia di questa alleanza, quella che traccia la linea strategica, è composta da una super-classe la cui prima linea è composta a sua volta da coloro che amministrano le vere e proprie superpotenze della Silicon Valley (GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft). La loro tremenda forza d’urto è economico-finanziaria, politica e ideologica. Nel suo delirio messianico progressista questa super-classe si spinge a perorare l’idea di fabbricare, grazie a manipolazioni genetiche e all’ibridazione uomo-macchina (cyborg), una nuova specie post-umana, una razza di super-uomini destinati a dominare il mondo, per il resto abitato da un’immensa maggioranza di paria. Di qui il paradigma della Queer Theory di superare e cancellare i generi biologico-naturali, l’apologia del gender fluid spacciato come aspirazione al perfezionamento bio-antropologico e simbolo libertario di emancipazione e autodeterminazione. E’ la vera e propria distruzione del soggetto per fare posto all’uomo come oggetto privo d’identità, in perenne metamorfosi e geneticamente manipolabile. Il tutto, ovviamente, smerciato come salvifica rivoluzione antropologica.

23. C’è un altro aspetto ideologico da tenere in considerazione. Non parliamo a caso di élite neo-globalista. Questa considera davvero gli stati nazionali come anticaglie da smantellare (da rimpiazzare con governi periferici trasformati in prefetture), e immagina un mondo in kantiana pace perpetua diretto da un governo mondiale tecnocratico cosmopolitico, nel quale la nuova razza di super-capitalisti globali, siano essi americani o russi, europei o asiatici, coabitino in armonia grazie al vincolo di solidarietà che viene dall’appartenenza al medesimo comitato d’affari, proprio come accade nei consigli di amministrazione delle grandi corporation transnazionali. In questo contesto ci spieghiamo la comparsa negli Stati Uniti d’America del movimento ideologico della cosiddetta “cancel culture”, ultima e fondamentalista propaggine del pensiero globalista politicamente corretto. Questo movimento, che apparentemente si manifesta come sintomo di una freudiana pulsione di morte cresciuto nelle viscere degli Stati Uniti e dei paesi anglosassoni, è in realtà funzionale ai desiderata della super-classe: che si getti pure, assieme all’acqua sporca del colonialismo, del razzismo e dell’americanismo, anche il bambino delle tradizioni più nobili e delle conquiste rivoluzionarie della civiltà occidentale, visto che quelle tradizioni e quelle conquiste sono ostacoli al catartico salto di civiltà.

24. Nascosta dietro alla maschera di un umanitarismo filantropico avanza infine l’esaltazione dei flussi migratori, che l’élite neo-globalista considera indispensabili per realizzare la società melting pot. Buffa idea questa dell’élite, si auspica avvenga in basso ciò che immagina debba accadere in alto. I fatti indicano che andrà diversamente: lo smembramento dei popoli storici e il dissolvimento degli stati nazione sono sostituiti da reti etnico-claniche condannate dilaniarsi a vicenda nella lotta per sopravvivere.

25. Potrà realizzarsi questa rivoluzione controrivoluzionaria? No se le attuali resistenze cresceranno e si allargheranno, se le forze del rifiuto sapranno unirsi in un grande fronte democratico strappando ai nuovi dominanti l’egemonia che essi hanno consolidato grazie al “Grande reset”. Se matureranno politicamente opponendo una diversa visione del mondo e dell’uomo. Nel nostro Paese, proprio grazie alle sue radici storiche, spirituali e culturali, questa diversa visione si va facendo strada come “nuovo umanesimo”. Si tratta di una idea che va però sviluppata politicamente, affinché non sia un’hegeliana “pappa del cuore” ed esca dal guscio poetico e utopistico.

26. Di sicuro il disegno dell’élite neo-globalista incontra potenti resistenze esterne. E’ da escludere infatti che la classe dominante cinese — ispirata all’organicismo autoritario neo-confuciano e animata dall’irriducibile nazionalismo suprematista han —, possa accettare di essere inglobata come socio di minoranza nel mondo nuovo immaginato dalla borghesia neo-globalista occidentale. La classe dominante cinese sembra infatti decisa a contrastare i GAFAM cinesi, i colossi privati dell’informatica Baidu, Alibaba e Tencent (BAT) a cui va aggiunto Huawei, che da tempo ha superato la stessa Apple. Come i concorrenti della Silicon Valley questi giganti, per vocazione e interessi, brigano infatti per un governo mondiale tecnocratico cosmopolitico. Tra i fattori di resistenza esterna al piano dell’élite neo-globalista il principale è rappresentato dai popoli oppressi del terzo e quarto mondo condannati a subire miseria e sfruttamento perpetui e che, per ciò stesso, sono i naturali alleati delle forze oppositive occidentali. Ma fattori di resistenza, posta la posizione ambigua e oscillante dell’India, sono sia la civiltà russa che quella islamica.

27. Queste resistenze esterne al piano strategico dell’élite neo-globalista agevolano quelle interne all’Occidente e in particolare quelle che stanno crescendo nel nostro Paese. Sarebbe un grave errore, tuttavia, scambiare questa convergenza tattica per consonanza strategica. Lo scontro tra grandi potenze geopolitiche è anche conflitto tra civiltà. Noi scongiuriamo questo conflitto, auspichiamo anzi il dialogo, e se non vogliamo essere pedine di altrui potenze, né finire per essere arruolati in guerre per qualche Re di Prussia, abbiamo bisogno, non solo di uno Stato nazionale sovrano e forte, abbiamo necessità di essere il lievito di una grande “riforma morale e intellettuale” della civiltà a cui apparteniamo, rivitalizzando le sue radici democratiche e rivoluzionarie, proponendo un’idea di progresso opposta a quelle delle classi e delle potenze dominanti, un progresso come emancipazione dalle condizioni di antica abiezione sociale e di futuristica perversione macchinina.

L’Unione europea

28. Se negli U.S.A. le resistenze alla grande trasformazione sono forti e molteplici, l’Unione europea è il secondo luogo dove si decide se essa sarà coronata da successo.  E’ in Unione europea che col pretesto della pandemia è stato portato l’attacco più profondo alla democrazia, che sono state sperimentate le misure biopolitiche più radicali.  E’ in Unione europea che l’eurocrazia, col motivo della “transizione ecologica”, sostiene politiche strategiche di ristrutturazione per accelerare l’avvento del cyber-capitalismo. E’ in Unione europea che il processo di smantellamento degli stati nazionali e di sradicamento delle identità storiche è più avanzato. E’ l’Unione europea il posto dove l’élite neo-globalista sta testando l’ambizioso progetto di un nuovo ordine mondiale con a capo un governo di tecnocrati.

29. Effettivamente l’élite eurocratica esce più forte dalla crisi pandemica. Superata la crisi dell’euro e dei debiti sovrani, lasciatasi alle spalle la Brexit, fermata l’avanzata dei populismi e dei sovranismi, essa è ora più salda al comando ed è stata capace di lanciarsi in un ambizioso piano strategico (Next Generation Eu e Recovery  Plan) che punta appunto a fare dell’Unione la punta di diamante di una nuova globalizzazione. In preda al delirio di onnipotenza, l’élite eurocratica si spinge addirittura ad immaginare di costituire un esercito europeo per dare corpo, assieme a quello americano in crisi, al nuovo poliziotto mondiale.

30. Per riuscire in questa impresa epocale si deve passare da una litigiosa confederazione ad un vero e proprio euro-stato federale con un forte potere centrale tecnocratico, governi nazionali trasformati in agenzie d’intermediazione e stati nazionali diventati province imperiali vassalle.

31. Un passaggio che si presenta tuttavia complicato, irto di ostacoli, di difficile se non impossibile realizzazione, ciò che offrirà alle forze oppositive la possibilità di sabotarlo e interromperlo.




COSA SIGNIFICA “CONTROLLO SOCIALE” ? di Alceste De Ambris

E’ stato affermato, giustamente, che il passaporto verde (cd. green pass) non ha finalità sanitarie, ma è uno strumento di controllo sociale. Che non sia uno strumento sanitario è evidente dalla “fallacia logica” su cui è costruita la giustificazione ufficiale. O i vaccini funzionano o non funzionano: se funzionano perché i vaccinati dovrebbero temere ed essere isolati dai non-vaccinati? E se non funzionano, ugualmente, perché distinguere le due categorie?

E’ necessario tuttavia chiarire che cosa si intende per “controllo sociale”. Il termine ha un’ampia gamma di significati, e occorre specificare cosa si intende in questo caso, che cosa rende il nuovo strumento tanto anomalo e pericoloso. Individuo tre accezioni fondamentali, di cui soltanto la terza secondo me coglie il punto.

1) CONTROLLO COME RICERCA DEL CONSENSO

In senso lato il concetto di controllo sociale è stato usato per descrivere quelle istituzioni che hanno lo scopo di alleviare lo stato di disagio delle classi subalterne, pur senza mettere in discussione le strutture gerarchiche della società. L’effetto è di un infiacchimento dell’istinto di ribellione delle masse, che può arrivare fino al consenso. In questa accezione si è parlato dei sistemi di protezione sociale, del consumismo, della società dello spettacolo e del divertimento, come di mezzi per garantire la pace sociale, per far accettare al popolo lo stato di cose presenti senza contestarlo. E’ una considerazione che non va estremizzata, pena condannare ogni concessione dall’alto come pericolosa, entrando in una logica del “tanto peggio tanto meglio”, che non ha mai portato nulla di buono.

2) CONTROLLO COME SORVEGLIANZA

  1. Zuboff parlava di “capitalismo della sorveglianza” con riferimento ai Giganti della rete e delle piattaforme, i quali vengono a conoscenza dei nostri dati, contatti e comportamenti, e li sfruttano a fini economici. A livello statuale, siamo ormai abituati alla presenza di telecamere di sorveglianza in ogni dove. Già ora la polizia ha accesso immediato a tutti i nostri dati significativi, e può localizzarci utilizzando le celle dei telefoni cellulari. Le transazioni economiche avvengono sempre più con strumenti elettronici, e sono tracciabili. La digitalizzazione della pubblica amministrazione consentirà a breve l’unificazione delle banche-dati pubbliche (anagrafe, fisco, pensione, salute, catasto, motorizzazione ecc.). In India si sta sperimentando un sistema di identità digitale chiamato Aadhaar, che consiste in un numero identificativo collegato a marcatori biometrici (impronte digitali e iride), che funge contemporaneamente da carta di identità, carta per i servizi assistenziali e carta di credito.

La sorveglianza onnipervasiva è dunque una tendenza in atto, di cui non vanno sottovalutati rischi, ma in cui la (pseudo)pandemia non ha apportato cambiamenti sostanziali, se non il venir meno della riservatezza sui propri dati sanitari (che in precedenza erano considerati tra i più sensibili). Questo tipo di controllo, se il sistema penale resta immutato, si traduce semplicemente in una capacità moltiplicata delle autorità di scoprire e punire gli illeciti (compresi quelli fiscali).

Dopodiché si può discutere se, in queste condizioni storiche, una “legalità totale” sia auspicabile o meno, e se certi tipi di illegalità possano costituire una forma di resistenza contro norme ingiuste, di lotta di classe, di riappropriazione di risorse che vengono drenate dall’alto, o anche di semplice sopravvivenza… ma ci porterebbe fuori tema. L’ideologia della trasparenza è sostanzialmente ipocrita, in quanto viene applicata alle attività delle gente comune, laddove i grandi soggetti economici, grazie alla libertà di movimento dei capitali, tramite paradisi fiscali, borse non regolamentate (cd. over the counter) e strumenti finanziari iper-sofisticati, riescono a condurre enormi operazioni nell’ombra, senza vigilanza.

3) CONTROLLO COME SISTEMA SANZIONATORIO EXTRA-PENALE

In uno stato di diritto, le libertà personali dei cittadini, stabilite dalla Costituzione, sono inviolabili, salvo che la persona sia sottoposta a sanzione penale per aver commesso un reato. Il diritto penale, dall’Illuminismo in poi, si è evoluto verso un sempre maggior garantismo, e ora è fondato su alcuni principi basilari, che la nostra Costituzione riporta agli artt.  24, 25, 27 e 111.

La responsabilità penale è personale (non è possibile pertanto punire una categoria di persone in quanto pericolose in astratto); il reato dev’essere stabilito da una legge (quindi votata dal Parlamento e non decisa dal governo), legge che deve essere certa (non applicabile per analogia) ed entrata in vigore prima del fatto, e soggetta al vaglio di conformità della Corte costituzionale; il cittadino è innocente fino alla condanna definitiva, la prova si forma nel contraddittorio e l’onere della prova grava sull’accusa; l’imputato ha diritto di farsi assistere da un avvocato, e di essere giudicato da un giudice terzo; la sentenza è soggetta ad appello a un tribunale superiore; infine la pena deve essere proporzionale alla gravità dell’illecito e non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanitàLe pene sono solo quelle previste dalla legge: nel nostro ordinamento le pene principali sono il carcere (o detenzione domiciliare) e le multe pecuniarie. La condanna può comportare anche delle pene accessorie, come l’interdizione legale, dai pubblici uffici o da una professione.

Il nuovo stato di emergenza permanente, nel subentrare al normale stato di diritto, ignora completamente e aggira tutti questi principi garantistici, creando un sistema sanzionatorio parallelo di diritto amministrativo.

Già in precedenza i famigerati “Dpcm” ci avevano abituato ad una limitazione delle principali libertà (personale, di circolazione, di riunione, d’impresa ecc.) sulla base di semplici atti amministrativi temporanei del governo, via via reiterati, dalla logica dubbia e di difficile interpretazione. Ora il cd. green pass va oltre, privando milioni di persone, i non-vaccinati, del diritto allo studio e all’occupazione, per l’impossibilità di accedere alle università e alle sedi di lavoro.. e ciò come sanzione di un comportamento (la vaccinazione) che non è nemmeno obbligatorio! Una vera e propria mostruosità giuridica. Il diritto al lavoro in particolare è il cardine sui cui poggia la Costituzione repubblicana (art. 1 e art. 4), per cui negare il lavoro a causa di una scelta personale e razionale (visti i possibili gravi effetti collaterali) introduce evidentemente una normativa incostituzionale.

Si è criticato il paragone con la discriminazione introdotta dalle leggi razziali del 1938, ma in realtà il paragone è per difetto, sia a livello qualitativo che quantitativo: agli Ebrei erano interdette alcune attività ma non il lavoro in generale, e inoltre gli Ebrei in quel periodo erano alcune decine di migliaia, mentre attualmente i non-vaccinati sono circa 8 milioni (ad oggi il 18% degli ultradodicenni). Per fare un confronto si tenga conto che attualmente i carcerati in Italia sono circa 60 mila: le vittime del sistema sanzionatorio extra-penale sono quindi oltre 100 volte tanto.

Il rischio concreto è che al lasciapassare verde vengano collegati in futuro nuovi obblighi, per poter godere delle libertà costituzionali. Ora il requisito per il rilascio del certificato è l’essere vaccinato, ma in futuro potrebbe essere ad es. non avere pendenze col fisco, o debiti privati, o magari mantenere certi comportamenti “ecologici”, non diffondere “disinformazione” ecc. Il principio da difendere, invece, è che la Costituzione garantisce i diritti fondamentali a tutti (salvo le eccezioni normate dal diritto penale), e non solo a chi dimostra di essere un “buon cittadino”.

Anche perché la tipologia di sanzioni si potrebbe ampliare a volontà e a fantasia. Anzitutto è prevedibile verranno riattivate alcune misure liberticide sperimentate nel 2020 (sempre con l’Italia come apripista), come l’arresto domiciliare di massa (cd. lockdown), il confinamento, (divieti di spostamenti tra comuni, regioni), il coprifuoco, il divieto di assembramenti, ecc. misure che non avevano senso a livello sanitario, ma ce l’hanno eccome a livello di controllo sociale, così inteso. Le misure questa volta, presumibilmente, non verrebbero applicate all’intera popolazione, ma solo nei confronti di chi non è in regola con le condizioni poste di volta in volta dal governo. Inoltre progetti in corso, come la digitalizzazione universale, gli accessori controllabili a distanza (internet of things) e l’abolizione del contante, forniranno nuovi strumenti a questo dispositivo bio-politico: ad es. sarà materialmente possibile bloccare a distanza l’automobile di una persona, o l’energia elettrica di un’abitazione, inibire l’accesso a internet, impedire di fare certi acquisti (es. per i viaggi), di accedere a certi luoghi, di candidarsi per certe posizioni, o prelevare denaro direttamente dal conto corrente ecc.

Si sta affermando un diritto amministrativo arbitrario incerto e fluttuante, emanato con decretazione emergenziale, senza garanzie, applicato in assenza di contraddittorio e di processo. Non vi sono ostacoli pratici nell’implementazione della sanzione, che viene irrogata istantaneamente, a livello informatico, con la semplice revoca o mancata concessione di un certificato. Poiché la maggior parte di queste nuove pene consiste nell’impedimento ad accedere a certi luoghi (negozi, stazioni, scuole, uffici, luoghi di lavoro, musei ecc.), l’applicazione pratica sarà demandata alla vigilanza privata (che già ora vediamo onnipresente), senza bisogno di mobilitare la forza pubblica. Un nuovo totalitarismo di questo genere non necessiterebbe di polizie speciali, campi di concentramento… non vi è bisogno di esibizioni di violenza, laddove il cittadino può essere privato della sussistenza e della vita relazionale con un semplice clic.

Ma perché il Sistema ha bisogno di un nuovo tipo di controllo sociale, così definito? Consenso e sorveglianza non sono più sufficienti, in quanto il modello neo-liberista, finita l’epoca delle false promesse, non ha alcun futuro roseo da promettere alle popolazioni (e infatti promette austerità con pretesti ecologici), a maggior ragione se aumenta il costo delle materie prime. Il Capitale finanziario globale intende tuttavia proseguire quella “accumulazione per espropriazione” (cioè quell’accumulazione primitiva ininterrotta di cui parla Harvey) all’interno delle aree sotto il proprio controllo, e quindi deve impedire che i singoli oppongano resistenza e i movimenti possano creare un’opposizione organizzata (Lamar la definisce “repressione preventiva” ).

Si evoca spesso lo spettro del “credito sociale” sul modello cinese, un sistema che assegnerebbe un punteggio a ogni cittadino a mo’ di reputazione, sulla base di certi comportamenti e infrazioni. Ma si tratta, a quanto capisco, di esperimenti locali e parziali. Ho il sospetto che si tratti di una proiezione, come direbbero gli psicanalisti, di qualcosa che invece sta emergendo ma proprio qui in Occidente, dove gli Stati sembrano prendere ordini dall’esterno, disinteressandosi della volontà popolare. D’altra parte la Cina, con Pil e reddito pro capite in costante crescita, ha meno bisogno di controllo sociale di quanta ne abbia l’Occidente, deindustrializzato e cannibalizzato dal finanz-capitalismo.

Per questi motivi occorre che tutti, vaccinati e non-vaccinati, esprimano un forte NO al lasciapassare pseudo-sanitario, trovando ciascuno le forme di resistenza possibili, individuali e organizzate. Le probabilità di successo di un movimento “monotematico” dipenderanno, credo, dalla capacità di unire le lotte con quelle categorie che sono e saranno colpite dalle misure di austerità, licenziamenti, privatizzazioni ecc.




AMODEO… AMODEO… di Moreno Pasquinelli

Nei tempi andati, quando in una comunità politica scappava fuori il megalomane, il vanaglorioso, o questo abbassava la cresta, o veniva cacciato a pedate. Erano quei tempi in cui per diventare capi politici occorreva avere dimostrato nella pratica di possedere il talento e le qualità necessarie per fungere da leader e dirigenti. Non è più così. Nella società dello spettacolo, svanito il confine tra realtà e finzione, tra cultura e marketing, la fanno da padrona prestigiatori, esibizionisti e funamboli.  L’avvento dei “social” — click e like, influencer e influenzati —, se è stato esiziale per tacitare le persone serie e raziocinanti, è stata una manna per i palloni gonfiati e finti condottieri. Andazzo che, se vale nel campo dei dominanti, è diventato patologico in quello delle classi subalterne. Le diverse comunità politiche d’opposizione sono letteralmente flagellate da questa piaga, in balia di capi megalomani e dei loro capricci.

Lo storico Eric J. Hobsbawm scrisse una celebre trilogia: I banditi, I ribelli, I rivoluzionari. Uno studio sull’evoluzione delle rivolte sociali, dalle forme più primitive a quelle più ardite e complesse della storia contemporanea. Ogni epoca, sosteneva Hobsbawm, è segnata dalla speranza di emancipazione di chi sta sotto; ogni periodo produce i suoi profeti e le sue utopie; ogni guerra sociale sforna i suoi eroi. Un’epoca sventurata quella nostra. Le classi subalterne non solo sembrano aver perso ogni speranza, disdegnano le utopie, rinnegano profeti, disprezzano gli eroi. Al contrario quelle dominanti sono fanaticamente convinte della propria missione rivoluzionaria, sventolano l’utopia di un progresso aureo grazie ai miracoli della tecno-scienza, considerano eroi gli scienziati di corte e profeti gli stregoni transumanisti.

A fronte della egemonia ideologica dei dominanti c’è l’impotenza dei dominati, la quale spiega come mai mezze tacche riescano a farsi largo e, quel che è peggio, ad apparire come giganti.

Il caso di Francesco Amodeo è da manuale. Boria e superbia zampillano da ogni sua esternazione e da ogni suo gesto. La globalizzazione? La Ue? L’euro? Egli ha capito tutto, egli è stato il primo ad indicare al popolo come stanno le cose, egli è l’unico che abbia indicato la strada da seguire. A sentire come da bravo piazzista promuove la sua modesta inchiesta La matrix europea, questa sembra essere una pietra miliare del calibro de La ricchezza delle nazioni di A. Smith, de Il capitale di K. Marx o della Teoria generale di J. M. Kyenes.

Sia chiaro, tra i tanti negromanti che ammorbano il mercato degli “influencer” e seducono i “follower” con le loro meraviglie, Amodeo non è affatto il peggiore, solo che negli anni di fregnacce ne ha fatte diverse — a pié pagina l’elenco.

Segnaliamo l’ultima in ordine di tempo (31 ottobre scorso), in cui annuncia la sua strabiliante  mossa, o la “Bilderberg dei popoli”:

«Sto agendo in maniera carbonara. Come fanno i nostri nemici.

Sto selezionando le menti migliori e le persone di cui mi fido di più tra quelle che hanno molti consensi.

Come fanno i nostri nemici.

Sto organizzando tutto a porte chiuse.

Come fanno i nostri nemici.

Ho sempre pensato che le loro strategie fossero quelle vincenti e che ci fosse bisogno di una reazione da parte del popolo, uguale e contraria.

Loro vogliono stracciare le costituzioni e sottomettere i popoli.

Noi lavoreremo per creare la risposta dei popoli all’arroganza delle élite.

Le prime convocazione iniziano domani.

Chiamatela pure la “Bilderberg” dei popoli».

Avete capito bene! Il nostro ci comunica in modo chiaro ed esplicito … che in totale segreto (sic!) avrebbe raccapezzato le “menti migliori”, le “persone di cui si fida”, beninteso, solo coloro “che hanno molti consensi” (leggi click, like e follower). E, sempre “a porte chiuse”, li convocherebbe in assise. Per fare cosa? Per elaborare un piano strategico, anch’esso ovviamente segreto.

Viene anzitutto confermata la dimensione smisurata dell’egocentrismo del nostro. Alcuni hanno capito che voglia federare le piazze. Hanno capito male. Egli si auto designa commissario tecnico e selezionatore della nazionale degli “influencer”, quindi convoca a stretto giro quelli di sua fiducia … per giocare i mondiali delle élite degli illuminati.

Strabiliante il metodo: senza pudore viene detto che è il medesimo di quello delle sette massoniche ed esoteriche dominanti, si sottolinea anzi che agire nell’ombra è l’unico modo vincente. Al popolino di fantocci che si svenano nelle piazze per resistere all’offensiva dei potenti, si chiede di tenersi pronti per ubbidire alla confraternita dei pupari, gli unici che evidentemente sappiano quale sia “la strategia”.

Colpisce l’idiozia: la “mossa segreta” è comunicata via facebook, ovvero tutto il mondo ne è informato, col piccolo particolare che mentre i comuni mortali non sanno chi farà parte della setta, quando e dove questa si riunisca e cosa deciderà, tutto sapranno invece, grazie ai dispostivi di sorveglianza elettronici, proprio coloro che dovrebbero restare all’oscuro, ovvero i servizi segreti di mezzo mondo (ammesso e non concesso che siano davvero allarmati).

Pare chiaro, infine, al di là del suo grottesco aspetto, quale sia la recondita ragione della manovra: provare a metter su, in vista delle elezioni, un veicolo elettorale per accalappiare i voti di chi in questi mesi ha dato vita ai movimenti no lockdown e no green pass, per quindi agganciarlo al centro destra a trazione salviniana-meloniana.

Mi dicono che questa supercazzola amodeica stia riscuotendo, ovviamente in rete, il plauso e l’approvazione di diversi “navigatori”. Confesso il mio stupore. Delle due l’una: o il nostro è un genio (che poveri noi non comprendiamo) oppure chi gli va dietro è un fesso. Propendo per la seconda ipotesi. Col che, visto che Amodeo non è un genio e posto che solo dei fessi possono andargli dietro, è facile intuire quale sarà l’esito della sua “Bilderberg” dei popoli”.

IL 12 OTTOBRE E LA SAGA DEGLI IMBECILLI (9 ottobre 2019)

LA FESSERIA DI FRANCESCO AMODEO (6 novembre 2019)

QUANTE VOX CI SONO IN VOX (9 dicembre 2019)

AMODÈ, TU VUO FA L’AMERIKANO (4 gennaio 2020)

AMODEO: LA TERZA FESSERIA (17 aprile 2020)