IL VACCINO-TRUFFA di Sandokan

La Repubblica di oggi (26 gennaio) titola: «La clausola segreta nel contratto Pifizer: “In caso di reazioni avverse al vaccino a risarcire sarà lo Stato”».

E’ come se la multinazionale americana confermasse le accuse che scienziati e medici  dissidenti hanno sollevato riguardo ai possibili effetti collaterali del vaccino messo in circolazione in fretta e furia. Pur di mandare avanti ad ogni costo la vaccinazione di massa l’Unione europea ha accettato di esonerare la Pfizer da ogni responsabilità penale e civile. Si era mai visto? No, non si era mai visto.

Ma non finisce qui….

– Se mi vaccino posso togliermi la mascherina ??

– No.

– Potranno riaprire i ristoranti, bar, pub e tutti lavorare normalmente ??

– No.

– Vaccinandomi divento resistente al Covid ??

– Forse, ma non lo sappiamo di sicuro.

– Almeno non contagio più gli altri ??

– No, potresti ancora contagiare gli altri. Nessuno lo sa.

– Se vacciniamo tutti i bambini, le scuole torneranno alla normalità ??

– No.

– Se mi vaccino, posso smettere di fare distanziamento sociale ??

– No.

– Se mi vaccino, posso smettere di disinfettarmi le mani ??

– No.

– Se io e mio nonno ci vacciniamo, possiamo abbracciarci ??

– No.

– Dopo le vaccinazioni potranno riaprire i teatri, i cinema e gli stadi ??

– No.

– I vaccinati potranno riunirsi per feste o eventi ??

– No.

– Qual è il reale beneficio del vaccino ??

– Il virus non ti ucciderà.

– Sei sicuro non mi ucciderà ??

– No.

– Se il virus statisticamente può uccidermi lo stesso.. cosa mi vaccino a fare ??

– Per proteggere gli altri.

– Quindi se mi vaccino, gli altri sono 100% certi che non li infetto ??

– No.

Ricapitolando: Il vaccino Covid…

– Non dà immunità

– Non elimina il virus

– Non previene la morte

– Puoi beccare il Covid lo stesso

– Puoi trasmetterlo lo stesso

– Non preclude la necessità di divieti sui viaggi

– Non preclude la necessità di chiusure di esercizi commerciali

– Non preclude la necessità di isolamento




CAPITOL HILL: QUANDO IL POPOLO SI INFURIA di Umberto Bianchi

Qualcuno dice sia stata una classica sceneggiata all’americana per mettere in mezzo Trump. Qualcun altro, invece, strilla e ci dice trattarsi di un gravissimo attacco al luogo-simbolo della democrazia mondiale. Cori e coretti, peana di scandalo e condanna alti si levano, nulla toglie, però, che, con questo evento, si sia segnata una sottile, ma decisa, linea di frattura tra lo “ieri” e l’ “oggi”, dello status quo Usa e financo mondiale.
Un primo, ma profondo segnale di sfiducia nei riguardi della narrazione globalista in salsa “liberal”, nonostante i tentativi da parte dello schieramento “democrat” di accreditarsi quali sussiegosi e coscienziosi salvatori della patria, di contro all’estremismo montante. Al di là di abiti colorati, costumi bizzarri, coccarde stelle e strisce e copricapi alla David Crockett, stavolta, a scendere in piazza sono state decine di migliaia di persone. Un pubblico umanamente e socialmente composito, non soltanto rozzi miliziani di provincia, cowboy arrabbiati o sottoproletari degli stati del sud, bensì anche un elevato numero di appartenenti a quella “middle class” delusa, scontenta, compressa da anni ed anni di crisi che, in Trump aveva visto un bagliore di riscatto sociale e di riconquista di benessere (massacrati da anni di crisi finanziaria a gestione democrat), risultati subito ottenebrati dalla crisi scatenata dal Covid e della quale, certo, il tycoon-presidente Usa non è responsabile, anzi.
Sotto la sua gestione, miliardi di dollari sono stati elargiti gratuitamente ad imprese e cittadini, contrariamente a quanto accadrà ora, qui in Italia, con il tanto acclamato “recovery fund”, che altri non costituisce se non un composito insieme di prestiti da restituire a caro prezzo… Un segnale forte, è pertanto, quello dell’assalto a Capitol Hill, che ci fa capire che non finisce certo lì; anzi questo è il segnale di un nuovo inizio. Di una sempre più marcata e profonda disaffezione verso un sistema politico, sempre più distante dal sentire della gente. Quella della pandemia, sembrava rappresentare l’occasione d’oro per i globalisti, per congelare, fermare e neutralizzare quel malessere e quel generale senso di rivolta, che decenni di forsennato liberismo economico hanno seminato per il mondo. Una sagace opera di terrorismo psicologico, stringenti limitazioni alle libertà individuali, l’ attesa di miracolistiche e quanto mai illusorie cure vaccinali, parevano aver sortito l’effetto desiderato. Invece, l’inizio del nuovo anno, è stato inaugurato da quanto mai inattesi “taps/squilli di rivolta”. Squilli che, probabilmente, neanche lo stesso Trump è riuscito a controllare appieno.
Come abbiamo già detto, le ragioni vanno ricercate molto più lontano dalla conferma dell’elezione di uno sbiadito presidentucolo e ci fanno capire che la prossima volta sarà una vera e propria insurrezione, che non finirà certo con un pacifico ritorno a casa, magari accompagnato da foto ricordo e lazzi vari. La Storia dovrebbe insegnarci che, quando meno uno se lo aspetterebbe, nei momenti di crisi più intensa, dal sentire più profondo, dall’inconscio collettivo dei popoli, possono scaturire reazioni dagli effetti imprevedibili. Il globalismo ha, stavolta, tirato troppo la corda e potremmo esser vicini, più di quello che potremmo pensare, ad un liberatorio “redde rationem”. Le persistenti limitazioni delle libertà individuali in Europa, accompagnate da un crescente immiserimento delle popolazioni, il ricorso in via esclusiva a prestiti-obolo da ripagare con tanto di interessi, costituiscono una miscela esplosiva, in grado di far da detonatore in tutto il quanto mai fragile scenario d’occidente. Quanto agli Usa, quella di Trump potrebbe anche essere una figura passeggera, i cui errori politici potrebbero averne compromesso una prospettiva di futura rielezione.
Ma, una cosa è certa: l’assalto a Capitol Hill, ha sancito la fine dell’attendismo Post Moderno ed ha costituito un nuovo segnale di inizio di un maggior e più rigoroso interventismo delle masse, sullo scenario delle varie politiche nazionali, all’insegna di una rinnovata idea di plebiscitaria democrazia diretta. A far da premessa ideologica, a quanto qui descritto, le elaborazioni dei vari autori “communitarian” di lingua anglosassone, da Alistair Mc Intyre, Amitai Etzioni, passando per Robert Nozick che, in qualche modo, sembrano voler conciliare la libertà dell’individuo, nell’ambito di una Comunità, con il Capitalismo. Va, inoltre ricordato, che, differentemente da quanto accade in Europa, negli Usa è ben radicata l’idea dell’inviolabilità di taluni diritti individuali, quale quello di proprietà, o quello di portare armi o altri ancora, anche se controbilanciati da un’idea di potere esecutivo forte, incarnati dalla figura del Presidente che, in sé, riassume una molteplicità di poteri istituzionali.
Detto questo, lo scenario è ancora agli inizi, confuso, i manifestanti di Capitol Hill, non hanno certo dato l’impressione di costituire un organizzato, ed ideologicamente inquadrato, battaglione di militanti politici, quanto, piuttosto, una confusa e magmatica congerie di individualità ribelli, ma di una cosa possiamo starne pur certi: in questo senso, l’anno appena iniziato, ci riserverà ancora, sicuramente, non poche sorprese.



NAVALNY: CHI È DAVVERO? CHI LO SEGUE? CHI C’È DIETRO? di A. Vinco

Quasi tutti, in Occidente, incensano Navalny, inneggiano alla manifestazioni anti-Putin, ipocritamente esecrando la repressione. Questa indegna propaganda antirussa tenta di accreditare Navalny come un campione democratico. Mai narrazione è stata tanto lontana dalla realtà.

Nazisti e Stalinisti per il Liberale Biden?
E’ arrivato Joe Biden alla Casa Bianca, un cattolico molto particolare e strano che si è portato il “rabbino personale”, e l’agenda si delinea. Stragi di bambini e civili in Irak, rafforzamento della presenza di truppe in Siria senza alcun mandato internazionale, minaccia di sanzioni alla Germania se intenderà procedere sulla via del North Stream 2, lezioni di democrazia liberale con la sponda di gruppuscoli razzisti, nazisti a Mosca e dintorni. E’ la logica della guerra imperialista e di civiltà quella che marcerà di pari passo con l’amministrazione liberale Biden. Lo avevamo scritto, in più casi, tentando di moderare l’utopismo antagonista di chi vedeva il Grande Reset in ogni dove e la digitalizzazione dispiegata sulle teste delle elite del Pentagono o del Partito Comunista Cinese.
I primi fatti sembrano già darci ragione. Liberalismo e Americanismo si sono sempre e ovunque imposti, nella storia, con stragi di massa e guerre imperialiste di civiltà accompagnate da una sapiente e raffinatissima narrazione a base di una presunta espansione dei diritti individuali, delle democrazie, delle libertà. Non sarà di certo la squadra di Biden, che presenta il pedigree del più ortodosso imperialismo americanista, a discostarsi dalla regola. Di fronte al ridimensionamento globale degli Stati Uniti a vantaggio di Russia e Cina, l’americanismo liberale interventista torna a lucidare le armi. Non ha altra strada praticabile per tornare al dominio plutocratico globale, avevamo scritto anche questo. Rivoluzioni Colorate, stragi di massa e di civili, campagne di sostegno a nazisti, ultrasinistra, estremisti takfiriti, purchè antiputiniani, saranno il pane quotidiano della nuova Amministrazione statunitense. Probabile una nuova stagione del terrore takfirita nella stessa Europa se la Germania non interromperà i rapporti con la Russia? Si vedrà.

L’ideologia di Navalny e Joe Biden
Quale è l’ideologia di Navalny, su cui l’estremismo liberale di Joe Biden, ha investito tutto per incendiare la Russia? Navalny fu cacciato dal partito liberale Yabloko già nel 2007 per il suo nazionalismo xenofobo e islamofobico, per la teoria della Deportazione dei lavoratori e immigrati asiatici dalla Russia. Entra di seguito in un gruppetto di nazionalbolscevichi filostalinisti, ma dura poco anche lì. Vari collaboratori di Navalny hanno rotto con lui per il suo razzismo e per la sua islamofobia, secondo altre testimonianze Navalny sarebbe un negazionista che ha più volte apertamente paragonato i ceceni o i caucasici a “scarafaggi e vermi da schiacciare“. L’oppositore russo ha in più casi partecipato alla Marcia russa, una manifestazione neonazista che si svolge regolarmente a Mosca il 4 novembre di ogni anno. Dal 2014, la Marcia russa è diventata un meeting di sostegno al nazionalismo banderista ucraino e al neonazismo esplicito di organizzazioni russofobe e estremiste ucraine quali Pravy Sektor e Azov. Il rapporto della famiglia Biden con il neonazismo e con il nazionalismo russofobo degli ucraini è quantomeno controverso.

Nel maggio 2020, il deputato ucraino A. Derkach ha diffuso delle registrazioni in cui si sente l’ex presidente ucraino Poroshenko prendere ordini da John Kerry e Joe Biden, i quali gli ordinano, tra le altre cose, di sostenere su tutta la linea in seno all’esercito ucraino le fazioni più vicine al violento nazismo russofobo. Conosciamo i finanziamenti che l’Amministrazione Obama dette a Kiev dal 2014, con Joe Biden in posizione di falco russofobo, per rafforzare il neonazismo e il nazionalismo banderista contro la Russia. I social e i media occidentali hanno però silenziato il grande scandalo di Hunter Biden con la Burisma Holdings. Il figlio di Joe Biden fu scelto dalla compagnia nonostante non parlasse la lingua e non fosse un esperto della materia, con uno stipendio di decine di migliaia di euro al mese. Nel 2016 Biden impose il licenziamento del procuratore Viktor Shorin che stava indagando sulla oscura presenza dei Biden in Ucraina.

Navalny si dichiara tranquillamente un grande nazionalista russo, assolutamente contrario alla politica LGTB, sostenitore della chiusura delle frontiere all’immigrazione islamica. Recentemente si è definito “neozarista”. Moltissimi suoi seguaci, come mostrano le immagini di ieri [vedi FOTO sopra], ammirano apertamente il nazionalsocialismo tedesco, ma non disdegnano affatto la collaborazione con i neo-stalinisti e con la sinistra radicale. Cosa rimproverano tutti costoro, nazisti e neostalinisti, a Putin? Di non essere un grande russo, un nazionalista xenofobo e islamofobo.

Dietro la maschera della lotta alla corruzione, è questa la unica, e più vera, ideologia di Navalny e dei suoi accoliti, l’uomo su cui Joe Biden ha investito tutto per la Rivoluzione Colorata in Russia: il nazionalismo estremista etnocratico. Quale è tuttoggi la più grande critica che i “Navalny’s supporters” così amati dalla stampa europea e anglosassone fanno a Putin? E’ quella di non chiudere le moschee e non cacciare tutti gli islamici dalla Russia, di aver perso tempo e sprecato soldi per sostenere la Siria baathista contro l’imperialismo americano e contro i terroristi. In contemporanea alle violenze in Russia dei sostenitori di Navalny, il neonazista ucraino Yevhen Karas ha invitato i servizi di intelligence ucraini e tutti quelli antirussi (leggasi americano e inglese) a organizzare attentati terroristici dentro la Federazione Russa, ma al tempo stesso nelle stesse ore i nazionalisti ucraini hanno disperso con botte e aggressioni i seguaci di Navalny che marciavano a Kiev contro Putin, perchè sarebbero “troppo russi“. Questi sono gli amici internazionali di Mr.Joe Biden e della sua nuova Amministrazione.

L’estrema sinistra neocomunista con Navalny o contro Navlany?
Già siamo già occupati dell’antiputinismo della sinistra radicale russa, libertaria o neostalinista. Gli stessi radicali di sinistra non hanno ancora deciso se supportare o meno il movimento di Navalny per poter meglio attaccare la Russia centrista e patriottica di Vladimir Putin, nonostante la fortissima influenza dei radicali di destra all’interno del movimento. Se pochi giorni fa il neostalinista Zjuganov, storico leader del Partito Comunista russo, definiva correttamente Navalny “l’espressione del capitale finanziario americano” ieri, in seguito alle proteste e alle violenze, ha già fatto marcia indietro definendolo invece il nuovo prete Gapon.

Quindi Navalny non è più, appena quattro giorni dopo la precedente dichiarazione, il partito di Biden in Russia ma sarebbe la reincarnazione storica del leader della Rivoluzione del 1905, un infltrato della polizia zarista. In pratica il leader neostalinista ha accusato tra le righe Navalny di essere un agente del Cremlino, ma al tempo stesso l’agitazione della corrente Navalny darebbe speranze a una nuova Rivoluzione Comunista in Russia. Gli stessi gruppi che si riferiscono a Sergey Udaltsov hanno collaborato in passato con gli xenofobi nazionalisti di destra e non è da escludere che se il Dipartimento di stato americano chiamerà a un grande fronte anti-Putin troveremo di nuovo assieme estremisti di destra e estremisti di sinistra.

Cosa ci dicono le rivolte di ieri?
Ci dicono soprattutto tre cose. In primo luogo va dato atto a Navalny che si sta giocando con grande abilità questa sua personale partita contro il Cremlino. Ha saputo mobilitare masse di giovani, per ora non pericolose e non così forti come fanno credere in Occidente, ma comunque disposte, se non altro, a alzare il livello dello scontro contro l’elite patriottica putiniana, come mostrano le immagini di ieri. E’ chiaro che Navalny e i suoi sanno di poter contare sull’appoggio dell’imperialismo americano e dei suoi organi propagandistici messi in moto dal Pentagono, dal MIC (Complesso Militare Industriale) e dalla nuova Amministrazione. E’ chiaro e agiscono giustamente di conseguenza. E non a caso ieri sera sono stati convocati i diplomatici americani, a Mosca; è stata addirittura ventilata l’ipotesi di espulsione. Tutto ciò evidenzia dunque, in secondo luogo, in tutta la sua luce il più grave limite, politico e strategico, del putinismo.

Non si possono schierare gli OMON contro la propaganda globalista e imperialista che avanza tramite i nuovi social; il patriottismo digitale o è forte come quello imperialista statunitense, vedi Cina che lo ha efficamente contrastato in Asia e non solo lì, o è un buco nell’acqua. Occorre dunque una contropropaganda mondiale, una nuova propaganda russa internazionale. L’ideocrazia americana non si può combattere con le sole armi. Navalny non è un leader politico, non sarà di certo lui la spina del fianco del Cremlino. Gli analisti di Biden, in particolare il nuovo direttore della CIA William Burns grande specialista del focus Russia, scelto sicuramente per questo, lo sanno bene. Il loro obiettivo è perciò rappresentato dalle prossime elezioni alla Duma, alla fine del 2021. Rafforzare un clima di caòs interno, supportare estremisti di destra, di sinistra o takfiriti, pur di destabilizzare la società civile putiniana.

Le rivolte di ieri ci dicono però, infine, un’ultima cosa, che non dovrebbe far star tanto tranquilli alla Casa Bianca. Come immaginavamo, i liberal americanisti hanno deciso di pianificare la partita per la nuova supremazia globale aggredendo frontalmente la Russia, non la Cina. Prescindendo dal fatto che le aggressioni frontali alla Russia hanno sempre dato risposte imprevedibili e dannose soprattutto per l’aggressore, tale pianificazione fornisce al Cremlino, se lo sapesse cogliere, il più grande degli assist possibili. La maggior parte dei giovani che sono ieri scesi in piazza accusano Putin per l’eccessivo burocraticismo del capitalismo politico di Stato e per lo scarso, poco radicale a loro avviso, nazionalismo russo. E’ quella, in definitiva, la più significativa accusa che muovono ai vertici; troppi ceceni o asiatici o genericamente “inorodcy” affiancherebbero il presidente, la Russia deve essere più russa. La corruzione sarebbe una conseguenza. Da un lato è si un attacco frontale all’eurasismo imperiale putiniano; dall’altro è però, o almeno dovrebbe esserlo, un bel campanello d’allarme per Biden e i suoi che si illudono che la Russia possa diventare una democrazia liberale consumista e di mercato. Un iniziale campanello d’allarme. Perchè è chiaro che i liberal globalisti USA hanno deciso di giocarsi tutto sul fronte russo. Un putinismo rafforzato e radicalizzato con permanenti mobilitazioni patriottiche e democratiche antiamericaniste o una Russia resistente sarebbero non solo una sconfitta per loro, ma l’incubo che prelude alla catastrofe.

 




SI SONO FUMATI IL CERVELLO di Renato F.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’anno scorso, da poco scatenatasi la pandemia, pubblicavate un articolo — IL SISTEMA NE AMMAZZA PIÙ DEL VIRUS — in cui stabilivate un nesso causale tra l’alta percentuale di morti attribuiti al corona virus in Pianura Padana e l’alto inquinamento atmosferico dell’area. Citavate i dati dell’ENEA (2017) secondo cui c’erano 85mila morti l’anno a causa delle polveri sottili.

Ad un anno di distanza, quanto scrivevate è confermato da una recente inchiesta della rivista scientifica The Lancet, in cui, dati alla mano, si dimostra che Milano è tra le venti città del mondo con la più alta mortalità per polveri sottili.

Ebbene, in questo contesto di ambiente avvelenato, col provvedimento “Aria” il Comune di Milano ha deciso di imporre il divieto di fumo all’aperto entro il 2025. Il sindaco Sala ci tiene a far sì che Milano venga annoverata, con insopportabile anglicismo, una delle green city smoking free. Chi si accenderà una sigaretta, verrà sanzionato.

Sull’onda dell’isteria pandemica, per cui ognuno è sospettato di contagiare e diffondere morte, anche il fumatore diventa perseguitato come untore.

Il pensiero unico salutista, l’ideologia integralista-ecologista della “vita sana”, verranno imposti per legge.

Andando ad aggiungersi alle soffocanti restrizioni anti-covid, questo divieto, mostra quanto lo “stato liberal-democratico” tenda ad assomigliare ogni giorno che passa, ai regimi di dittatura.

Fra poco rischiamo di vedere nascere il “Ministero delle virtù”.

Mai avrei pensato che fumare una sigaretta all’aperto sarebbe diventato un gesto di DISOBBEDIENZA CIVILE.

Ed io giuro che disobbedirò!

Milano, 24 gennaio




SCUOLA. LE DUE BARRICATE di Filippo Dellepiane*

DAD: Davvero ancora Dormienti?

Sí, perché è quello che ci chiediamo un po’ tutti in questo periodo. Perché non si è mosso ancora nulla di grosso? Troppo presto? Arriverà la contestazione? Ora, non ho la pretesa di trattare questo tema oggi, porterebbe via infatti troppo tempo e richiederebbe alcune analisi che non credo di saper fare. Piuttosto, dopo lo scorso articolo, volevo dare continuità alla tematica giovanile. In particolare, proverò ad individuare i due fronti, le 2 barricate. Nello scorso articolo, appunto, evidenziavo le contraddizioni dello schieramento del “ritorno in sicurezza” e mi domandavo implicitamente dove queste posizioni avrebbero potuto portare il movimento studentesco nazionale… insomma quello che ne è rimasto.

Devo constatare, rammaricato, che questa fazione politica del ritorno in sicurezza è ancora forte e lo sarà ancora a lungo. E parlo anzitutto dei compagni di Fgc. Ma, solo per un attimo, vorrei discostare l’attenzione da questo argomento per individuare, come dicevo, i tipi medi dei due schieramenti.

I pro-DAD

Chi è il pro dad? Il pro dad è tendenzialmente di una classe sociale precisa, come i no dad. È solitamente uno che non ha problemi di connessione, perché si può permettere una buona rete internet e può starsene nella sua “umile” dimora stravaccato sul divano.

Il pro dad ha una paura terribile del virus, ma poi lo vedi al pomeriggio fumarsi la sigaretta nelle vie della città noncurante del Covid.

Il pro dad sa che la scuola è così più facile, non si preoccupa dei buchi di apprendimento che ha, perché la scuola l’ha sempre vista come una rottura. Tuttavia, lo ammetto, su questo sarebbe necessario, in realtà, ritornare poiché è vero che alcuni verso la scuola non hanno alcun tipo di interesse ma altri, invece, sono soltanto scoraggiati da un sistema educativo che fa acqua da tutte le parti.

Non siamo ancora abbastanza precisi: il Pro Dad può essere un cazzaro, uno svogliato che tanto se la scuola c’è o non c’è, cambia pochissimo.

Ma esistono anche Pro Dad che sono realmente spaventati dal virus, i quali sarebbero ben lieti di tornare a scuola se ci fossero le condizioni. Questi sono certamente, a livello di formazione, più vicini ai No Dad. Si schierano, però, per necessità temporanea, dalla parte dei sostenitori della Dad. Su questi si deve e si dovrà sempre lavorare, affinché non aderiscano per inerzia al movimento degli svogliati.

Poi esistono i veri nemici. I nemici sono quelli che sono dei fautori della Dad e delle varie digitalizzazioni presenti e future. Questi sono ben più pericolosi degli svogliati pro Dad poiché i nullafacenti, come categoria, sono sempre esistiti anche quando sui banchi di scuola c’erano i calamai.

I miei coetanei “tifosi”, in tutto e per tutto, della Dad li censisco intorno al 5 – 10% del totale della popolazione scolastica. E la percentuale sarebbe anche più alta, badate, se il ministero avesse messo a disposizione degli studenti, medi ed universitari, i laboratori scientifici indispensabili anche per i più scientisti. Se fosse stato fatto, ringraziamo ironicamente il ministero per la sua inefficienza, oggi avrei detto che abbiamo dalla parte dei nemici il 20% degli studenti.

I no-DAD

Il no dad è tendenzialmente un proletario. Non riscopro questa classe per nostalgia di termini marxisti, piuttosto perché ho sempre pensato che le superiori fossero il momento della vita in cui incontriamo persone con estrazioni sociali le più differenti (certo, ci sono poi le scuole private e quelle privilegiate in cui si fanno analisi e statistiche di reddito): il tuo compagno di classe può essere uno straccione come un riccone che “poco” cambia.

Il no dad quindi sa cosa significa stare in una casa piccola, angusta, tutto il giorno. Il no dad comprende, non appieno è vero, che la scuola è un presidio sociale in cui le differenze economiche vengono livellate.

Il no dad è quello che, paradossalmente, sebbene voglia andare a scuola, rischia di abbandonarla.

Il no dad, in conclusione, apprezza anche la socialità dell’ambiente scolastico perché, molto banalmente, per lui scuola non equivale solo a studio bensì amicizia e divertimento, oltre che a riscatto sociale.

E per fortuna NOI No Dad, mi inserisco anche io, se mi è permesso, siamo fortunatamente ancora la maggioranza. Per ora.

Nel mondo della politica studentesca le cose non vanno certo meglio

E all’interno del mondo studentesco organizzato qual è la corrente predominante? Premessa: la sinistra radicale, non solo a livello studentesco, in questi mesi si è dimostrata totalmente impreparata all’impatto della crisi.

Taglio la testa al toro: se le poche organizzazioni giovanili di destra non combattono per tornare a scuola (da verificare comunque) la sinistra giovanile sicuramente non fa di meglio.

Sulla scia degli adulti la tentazione dello slogan “una Dad che funzioni”, a sinistra, obiettivamente c’è. Ed è palpabile. Questo avviene soprattutto per la questione della tutela della salute. Una tematica oramai elevata al di sopra di tutto e tutti nel dibattito politico mentre imperversa una crisi devastante, che offusca le menti dei sinistrati interessati soltanto alle dinamiche del ritorno in sicurezza quando, credo di aver già dimostrato nello scorso articolo, risulta sempre un buco dell’acqua una rivendicazione formulata in questo modo, alla quale si può rispondere banalmente “non ci sono”. Ma questa è ormai la posizione degli ex rizzani, di Fgc, freschi di una nuova creazione il “Fronte Comunista”.

L’esempio di Genova….

Come al solito porto al lettore l’esempio di Genova non perché abbia un feticcio nei confronti di questa città, ma perché la conosco bene e conosco altrettanto bene i compagni che sono attivi nel mondo della scuola. Persone che hanno lavorato alle battaglie studentesche sia al liceo che all’università. Tralasciando che è una città morta, mi perdonerete lo sfogo, tralasciando che non si è mosso nulla, l’esperimento più interessante è sicuramente quello di lotta comunista. O meglio, del collettivo “civetta”, “cavallo di troia” che hanno creato. Si chiama 16100, già ne ho parlato nel precedente articolo e sicuramente non in modo entusiastico. Credevo che fosse qualcosa di estemporaneo, che sarebbe morto da lì a poco. Invece, dopo esser stato ad un loro presidio, devo constatare che sono ancora vivi. Certo, un presidio non particolarmente coinvolgente e da cui traspariva un po’ di inesperienza nell’organizzazione ma, tutto sommato, riuscito. Ora, non diamo però all’avversario più meriti di quelli che gli spettano. Era un presidio con la Cgil. Certo non mi meraviglio, ma di sicuro non starò qui ad esaltarli perché anche in questo caso la contraddizione del ritorno in presenza in sicurezza, sebbene meno frequente di quanto faccia Fgc, è comunque individuabile.

È importante anche, però, analizzare come si comportano gli organi degli studenti “istituzionali “. Sempre come esempio porto la consulta provinciale di Genova: è stato fatto un sondaggio su 27000 studenti, in cui veniva chiesto un loro parere su quando si sarebbe tornati a scuola. A questo sondaggio hanno risposto solo in 7000. La maggior crede (a quanto trapela) di non tornare nel breve periodo a scuola. Ora, oltre a sottolineare il pericolo di questa disillusione sempre più presente, vorrei aggiungere che i rappresentanti della consulta hanno interpretato a modo loro questi dati: con una “logica” equazione, questa opinione di molti studenti si è tramutata, come per magia, in un qualcosa di altro vale a dire “Gli studenti non vogliono tornare in presenza”. L’operazione è dunque la seguente: “Gli studenti non pensano di tornare a breve a scuola? Ciò significa che non ne hanno la volontà!”. Perché questa equazione è fallace, foriera in molti punti? Perché non tiene conto di alcune condizioni. Anzitutto del clima di panico generale che forse solo negli ultimi mesi si è leggermente stemperato (infatti la gente ha iniziato a tirare su la testa). Se poi si portasse come argomentazione che non ci sono state grandi mobilitazioni in tal senso, per il ritorno in presenza, si dovrebbe rispondere che:

  1. Da anni non si muove nulla sul terreno studentesco, anche quando cadevano pezzi di cornicione sulle teste degli studenti. Allora, di conseguenza, tutti gli studenti hanno voglia di beccarsi un pezzo di muro in testa? Non credo proprio.
  2. Non è assolutamente vero che non si stia muovendo nulla. Chi lo pensa, e magari è genovese, non può che considerare la sua città come una anomalia. Certo siamo ai primissimi vagiti, ma Milano già si è mossa nei giorni scorsi con occupazioni (TOTALMENTE SNOBBATA DA MOLTI GRUPPI DELLA SINISTRA RADICALE) che hanno dato un impulso notevole alla decisione di riaprire le scuole, salvo poi essere vanificata dalla dichiarazione di zona rossa.

Una riscoperta poco gradita…

Ed in questo scenario inedito ritroviamo anche Uds, unione degli studenti. Sembravano scomparsi, invece ecco che tornano alla ribalta. Si dice che a Genova stiano riacquistando terreno dopo anni di vani tentativi, che a Milano ci siano dietro loro alle 10 occupazioni dei giorni scorsi. È davvero un qualcosa di inaspettato, ma in questo periodo ci si può aspettare di tutto.

Per la cronaca, per chi non lo sapesse, Uds è una rete studentesca che esiste dagli anni ’90 che pare “se la faccia” con la Cgil da sempre. Ultimamente era molto ridimensionata, chissà che non abbia nuovamente successo.

Le università sono un territorio perso in partenza

Bisogna puntare sui medi. Soprattutto a livello universitario stanno nascendo alcuni coordinamenti pro DAD , al fine di mantenerla anche dopo la fine dell’emergenza, quando e se finirà. Viene da chiedersi se sia ancora un campo coltivabile, florido. Diversa è la situazione al livello di licei, in virtù delle riflessioni fatte anche in precedenza. Provo qui di seguito a sintetizzare le principali differenze:

1 gli universitari incarnano l’élite, gli erasmusiani per eccellenza. Al liceo e agli istituti tecnici ci passano tutti, anche i ceti popolari, ragazzi che poi andranno a lavorare.

2 quelli che sono adesso all’università si sono beccati tutti la propaganda europeista e globalista e, se sono lì (certo non tutti quelli che vanno all’università sono i garantiti e “i benestanti”) sono spesso di un’estrazione sociale “più alta”. Non solo, gli universitari di adesso si sono sorbiti tutti i progetti filoeuropei nei licei, negli anni passati. Va da sé che, quando si è in periodo adolescenziale, si tende ad assorbire tutto come una spugna. I liceali di adesso invece, i più piccoli e i ragazzi delle medie, sono entrati nella scuola con la crisi economica già esistente ed imperante che non è mai finita. Quindi sono certamente, per un fattore di età, da una parte più disponibili all’ascalto ma, dall’altra, hanno visto e vissuto il deteriorarsi della scuola, anche in senso fisico, davanti ai loro occhi.

Non resta altro che aspettare, cercare di intercettare i vari segnali e sperare che gli studenti, prima o poi, siano nuovamente un’avanguardia politica.

*Filippo Dellepiane è membro della Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia




COVID-19: DUE NESSI, DUE MISURE di Leopoldo Salmaso*

Se sei Covid+ e muori di infarto, la diagnosi di morte è Covid-19.
Se ti vaccinano contro Covid-19 e muori di infarto, la diagnosi di morte è Infarto.

Quanto sopra potrebbe sembrare una battuta di spirito, ma non lo è. E’ quello che sta succedendo in Italia e ovunque il costume sia sempre più riplasmato dai media occidentali e dai loro ripetitori. Eppure ciò è in aperta contraddizione con la Logica che, da Aristotele in poi, dovrebbe guidare il corretto ragionamento.

Nella pratica clinica, autopsie comprese, non si può mai affermare una diagnosi con sicurezza assoluta (probabilità = 1) né escluderla (probabilità = 0). Si possono solo formulare ipotesi diagnostiche più o meno plausibili. Cercherò di chiarire questo fatto con un esempio estremo, diciamo pure “scandaloso” per il buon senso comune: una persona uccisa con dozzine di proiettili potrebbe aver avuto un arresto cardiaco per lo spavento al vedere che il killer stava per ucciderla: nessuna autopsia potrà mai escludere tale ipotesi, per quanto remota essa sia. La causa di morte sarà “ferite di arma da fuoco” con probabilità 0,999…9 e “arresto cardiaco” con probabilità 0,000…1).

Passando a gruppi di persone (cioè in epidemiologia), una correlazione statisticamente significativa non implica un nesso causale. Cioè: il rapporto causa-effetto è possibile ma non è né dimostrato né (tantomeno) escluso. Vediamo come esempio le due situazioni che seguono:
1) Casi di morte associata a positività dei test per SARS-CoV-2: il nesso causale (cioè: il virus ha ucciso la persona) è possibile ma non è né dimostrato né escluso.
2) Casi di morte associata a vaccinazione anti SARS-CoV-2: il nesso causale (cioè: il vaccino ha ucciso la persona) è possibile ma non è né dimostrato né escluso.

Fin qui l’inoppugnabile teoria. E la pratica?

I casi del primo tipo (morte associata a test positivo) vengono regolarmente analizzati dall’Istituto Superiore di Sanità. Al 16 dicembre 2020 sono state esaminate 5.962 cartelle cliniche, da cui risulta che in media c’erano 3,6 altre gravi patologie pre-esistenti e che solo nel 3,1% dei decessi non vi erano altre patologie [1]. Si tratta di un campione estremamente rappresentativo di tutti i 63.573 casi registrati dall’inizio della cosiddetta “pandemia” [2]. Su quei dati si è sviluppata la polemica “morti CON / morti PER” Covid-19, ma pochi hanno evidenziato il nocciolo del problema così chiaramente come il governatore del Veneto Luca Zaia. In una conferenza stampa del 27 agosto, Zaia  dice che, data una positività del test, da quel momento in poi la diagnosi di morte è sempre e comunque “Covid-19”. Egli commenta due volte: “è un assurdo ma oggi si ragiona così” e “purtroppo è sbagliato però è così”.

Ma allora i medici sono impazziti? No, dal 20 aprile 2020 è “impazzita” l’OMS che ha cambiato i criteri [3], con grande soddisfazione del suo azionista di maggioranza, nonché piazzista di vaccini con enormi profitti, Bill Gates.

Conclusione: nei casi del primo tipo il nesso causale viene sempre affermato, anche se ciò comporta un errore di logica.

I casi del secondo tipo (morte associata a vaccino) vengono indagati mediante esame autoptico. Il caso più clamoroso riguarda 29 morti in Norvegia [4], ma vi sono casi in tutto il mondo [5], Italia compresa.

In tutti quei casi finora è emersa qualche grave patologia associata (tranne il riferimento 14, sotto), la quale viene sistematicamente registrata come causa di morte. Anzi, le dichiarazioni ufficiali si spingono all’assurdità logica di escludere un pur possibile nesso causale fra vaccino e morte [6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, … ].

Conclusione: nei casi del secondo tipo il nesso causale viene sempre escluso, anche se ciò comporta un errore logico di segno opposto a quello commesso nei casi del primo tipo.

Insomma, si potrà anche contestare tutto ma non l’evidenza che i mass media, i politici e i vertici della sanità stanno applicando il trucco dei due pesi, due misure. Anzi, due nessi, due misure!

Per risolvere la contraddizione logica di tutto quanto sopra restano solo tre ipotesi:
A) L’informazione è dominata da una élite di personaggi SI-VAX-A-PRESCINDERE, con uno stuolo di ripetitori acritici fra le autorità politiche e sanitarie (15);
B) L’informazione è dominata da una élite di personaggi SI-COVID-A-PRESCINDERE, con uno stuolo di ripetitori acritici fra le autorità politiche e sanitarie;
C) Entrambe le precedenti.

In questo contesto di schiavitù globale non ci indigniamo nemmeno per il fatto che l‘Italia sta al 41mo posto nella classifica mondiale per indipendenza dell’informazione, dopo Botswana, Burkina Faso e Repubblica Ceca [16].

Un noto proverbio recita: “chi paga la banda sceglie le musiche”. E chi è che paga la banda di giornalisti e politicanti (inclusi molti politicanti della Sanità) a livello locale, nazionale e globale?

* Leopoldo Salmaso, medico, Autore di “AIDS: Sindrome da Indifferenza Acquisita?” e di “Il golpe latino: l’Europa salvata dalla crisi per errore” disponibile anche in Inglese e Spagnolo su Lulu.com.Conduttore del programma radiofonico “Debito e democrazia” su Radio Gamma 5.
Co-editore del manifesto “Moneta Bene Comune”, disponibile in varie lingue su www.monetabenecomune.it

* Fonte: Comedonchisciotte

NOTE

1) Epicentro ISS, revisione cartelle cliniche al 16/12/2020
2) L’OMS non ha mai dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia per CoViD-19. Tutto quello che abbiamo è una conferenza stampa in cui il DG Ghebreyesus dice: “Abbiamo valutato che CoViD-19 può essere caratterizzata come una pandemia”. Nessun documento scritto, protocollato, da parte degli organi competenti in base allo statuto dell’OMS: Assemblea Generale (art. 21a) o Consiglio Direttivo (art. 28i). 
3) OMS cambia i criteri di diagnosi di morte
4) La Stampa: “coincidenza temporale, nessun allarme
5) La California sospende il vaccino Moderna: troppe reazioni gravi
6) Covid: infermiera morta dopo vaccino, autopsia ESCLUDE legame
7) Medico di Mantova morto per attacco cardiaco, il giorno prima si era vaccinato: “NESSUNA CORRELAZIONE, patologie preesistenti”
8) Covid: Svizzera, 91/enne morto dopo vaccino, NESSUN NESSO.
9) Germania: morte 10 persone poco dopo la vaccinazione contro il coronavirus,. Gli specialisti PARTONO DAL PRESUPPOSTO CHE IL DECESSO NON SIA LEGATO AL VACCINO.
10) Repubblica.it: “(autopsia) dovuta, MA SI TRATTAVA DI PERSONE IN CONDIZIONI GIA’ MOLTO GRAVI”.
12) Mantova: “EVENTO IMPROVVISO LEGATO A CONDIZIONI PREESISTENTI”
13) Genova, anziana in Rsa muore per emorragia cerebrale dopo vaccino Covid. La Regione: “AL MOMENTO NESSUN NESSO”.
14) Infermiera muore nel sonno “CAUSE NATURALI” (ma viene CENSURATA l’informazione che era stata vaccinata)
15) Sì-vax-a- prescindere: perdona loro perché non sanno quello che fanno!
16) Italia 41ma per libertà di stampa




MODELLO SINGAPORE? di A. Vinco

Il prossimo World Economic Forum (WEF) sul tema del “Grande Reset”, si svolgerà a Singapore dal 25 al 28 maggio. Non a caso proprio lì. La città Stato o “smart city”, modello per la Cina denghista, riceve da tempo l’encomio di potenti frazioni delle élite occidentali. Nel 2018 Bloomberg ha classificato Singapore come “digital leader”, ponendola al terzo posto mondiale per quanto concerne il livello d’innovazione. Sempre nel 2018 il WEF ha classificato Singapore al secondo posto nel mondo in quanto a indice di competitività. Le autorità della città stato non nascondono la loro soddisfazione. Dietro a questa vetrina luccicante, la situazione è segnata da squilibri sociali enormi: alta disoccupazione, alti livelli di povertà e diseguaglianza, un sistema sanitario altamente iniquo e poco performativo, vera e propria segregazione dei lavoratori salariati immigrati. Come se non bastasse Singapore è lo Stato a più alto e capillare livello di sorveglianza digitale.

Siccome Singapore sarà la sede del prossimo WEF, dato che la città-stato ci viene spacciata come esempio che annuncia il nostro stesso futuro, vorremmo occuparcene più da vicino.

Pubblichiamo questo primo contributo, malgrado dissentiamo da alcune affermazioni.

* * *

Singapore: prototipo di tecnocrazia asiatica confuciana

Cosa ci insegna la vicenda di Singapore, il governo che, secondo Parag Khanna, sarebbe il più ammirato e studiato al mondo? Lee KuanYew (LKY) fondatore della Città Stato, di originaria formazione socialista anglosassone, fu guida del Partito di azione popolare e il carismatico primo ministro che nel giro di una generazione seppe portare Singapore dal sottosviluppo del Terzo Mondo al pieno e più avanzato sviluppato del Primo Mondo. Scrive Khanna, stratega politico di fama globale, nel suo ultimo libro tradotto da Fazi su Il secolo asiatico? ( marzo 2019), che oggi nel mondo gli “statisti, i pianificatori urbani e gli strateghi si ispirano a LKY, non a Thomas Jefferson”.

Nel 2005 la rivista “Time” acclamava LKY come il “Re Filosofo del ‘900” e la personalità più importante nell’ispirare l’evoluzione neo-socialista tecnocratica di Deng Xiaoping. Nota come “smart nation” a causa del livello elevatissimo di digitalizzazione generale, Khanna considera il modello di Singapore una tecnocrazia confuciana basata sul capitalismo di Stato, questa sarebbe la sua specificità rispetto al democraticismo liberista occidentale. Il sociologo singaporiano Chua Beng Huat ha dimostrato nel suo libro Liberalism Disavowed che le scelte politiche di Singapore in materia di edilizia pubblica, multirazzialismo avanzato e capitalismo di Stato chiarificano la sua evoluzione sociale, concretamente alternativa a quella occidentale.

Gli abitanti di Singapore sono quasi sei milioni, la gran parte sono di provenienza cinese. Gli huaren, cinesi d’oltremare, sono decine e decine di milioni sparsi nel Sud Est asiatico, il loro numero esatto è tuttora in discussione. I gruppi etnici che si distinguono per il dialetto parlato sono l’elemento che differenzia i vari gruppi storici culturali huaren. Molto importanti sono gli hokkien, provenienti dalla provincia del Fujian. Questi si sono diretti principalmente a Singapore, oltre che nella Malesia, a Taiwan e a Hong Kong. Gli hokkien sono conosciuti per le loro capacità militari e politiche. I Taiping, che secondo Hosea Jaffe dettero il via alla rivoluzione comunista più grande e radicale della storia, erano hakka. Hakka furono i marescialli di Mao Zedong, Zhu De eYe Jianying; poi Den Xiaoping, poi il leader di Singapore, già menzionato, LKY e l’ex presidente della Repubblica di Taiwan Lee Teng- hui.

Per quanto la dirigenza della Città Stato non è ancora pronta ad avere un primo ministro non cinese, sebbene il politico più popolare del Paese sia un indiano tamil, in passato ha avuto diversi presidenti o giudici indiani o anche un presidente malese donna e gli indiani rappresentano la stragrande maggioranza del gabinetto attuale. La “democrazia digitale dal basso”, con richieste formulate online dai cittadini, si integra nell’elitismo tecnocratico, al punto che la presidenza di Singapore è definita un comitato democratico-tecnocratico con un’ampia e profonda conoscenza di tutti gli aspetti della governance.

L’identità di Singapore, a nostro avviso, è stata forgiata dai terribili scontri razziali del 1964, quando migliaia di islamici malesi si riunirono al Padang per commemorare il Profeta Muhammad nell’anniversario della sua nascita, e dai precedenti scontri, per tutto il corso degli anni ’50, tra cattolici e mussulmani sul caso di Maria Hertogh, una bambina cattolica indonesiana convertita dalla mamma all’Islam. Furono quei tragici eventi, a nostro parere, a spingere LKY sulla strada del nazionalismo modernistico, panasiatico e confuciano, subito dopo l’Indipendenza dalla Corona britannica (9 agosto 1965); non abbiamo però trovato fonti che confermino questa nostra percezione degli eventi, i fatti successivi sembrerebbero lo stesso convalidarla.

I dipendenti pubblici della Città Stato sono i più pagati al mondo, il primo ministro è solitamente uno scienziato informatico e secondo criteri valutativi occidentali il sistema pedagogico scolastico singaporiano sarebbe il più avanzato e “democratico” del pianeta, nel senso che darebbe a tutti coloro che si trovano in età scolare le medesime possibilità di sviluppo e conoscenza. L’ex primo ministro di Singapore Goh Chok Tong disse alla metà degli anni ’90 che dall’anno Duemila sarebbe stato l’Occidente a dover imparare dall’Asia e non viceversa, LKY disse in più casi che il XXI secolo sarebbe stato caratterizzato dall’offensiva dell’ideologia panasiatista, con l’unificazione storica di Cina, Giappone, Taiwan in una grande coalizione antioccidentale.

Cosa vi è alla base dell’impulso poderoso della Tecnocrazia confuciana singaporiana? A nostro avviso, vi è il grande nazionalismo asiatico, non solo la volontà di superare la grande divergenza con l’Occidente, ma anche quella di fare di nuovo dell’Asia il centro del mondo. Questo spinse il pragmatico e realista confuciano Deng Xiaoping a seguire il modello nazionalista tecnocratico singaporiano, nella strategia della inevitabile collisione storica con l’avanzato Primo Mondo occidentale. Non importa di che colore sia il gatto, importa acchiappi il topo. Il topo, in questo caso, è la civilizzazione occidentale presa di mira dal nazionalismo imperialista giapponese nel ‘900, da quello panasiatista di LKY, Deng Xiaoping, Goh Chok Tong ai nostri giorni.

Sebbene Singapore abbia modeste dimensioni, il suo sistema di difesa è uno dei più avanzati dell’area del Sud Est asiatico. Nel luglio 2019, le forze armate di Singapore e l’Esercito popolare di liberazione della Cina hanno avviato dieci giorni di esercizi militari bilaterali. Lo riferiva in una nota il ministero della Difesa (Mindef) di Singapore, precisando che l’iniziativa era alla sua quarta edizione dal 2009, anno in cui le parti avevano avviato l’esperienza. “La cooperazione per l’esercizio fisico è uno dei cardini dei nostri già forti legami bilaterali di difesa e delle relazioni tra Cina e Singapore, due nazioni asiatiche unite e solidali”, ha dichiarato il generale Fredeick Choo alla cerimonia di apertura degli esercizi, citato da “The Straits Times”. Il vice commissario del programma, il maggiore Liu Jia, aggiungeva che l’esercizio aiuterà entrambi gli eserciti a “rafforzare le capacità di antiterrorismo”, oltre che a “approfondire la comunicazione, la cooperazione e l’amicizia tradizionale”.

Nel settembre 2020 il Dipartimento della Difesa USA nel rapporto sullo sviluppo e sulla postura militare asiatica della Cina, inserisce con preoccupazione Singapore tra le nazioni del Sud Est asiatico già pronte, con accordo delineato, a ospitare basi militari cinesi. La successiva smentita del premier della Città Stato non hanno convinto affatto il Pentagono e il Dipartimento della Difesa, che continuano a mettere la Città Stato sullo stesso piano di Pakistan, Myanmar, Thailandia, a causa delle sue relazioni privilegiate con Pechino

Povertà e emarginazione sociale a Singapore

Sebbene l’elite tecnocratica tenda a silenziare il dibattito sulle condizioni sociali di una pur minima fascia della popolazione, molte ricerche rilevano la straordinaria sperequazione sociale vigente. La Città Stato, centro finanziario offshore (CFO), avrebbe basato la propria esponenziale crescita finanziaria sullo sfruttamento della forza lavoro accumulata rappresentata da circa un milione e mezzo di immigrati, controbilanciata dall’accumulazione di capitale tutelata e salvaguardata dall’offshore. La popolazione singaporiana può così arricchirsi in base alla politica di stagnazione dei salari degli immigrati, che vedono costantemente di fronte ai propri occhi lo spettro della quotidiana riduzione e compressione salariali.  Il reddito pro capite supera i 40 mila dollari annui mentre il salario di un lavoratore immigrato è mediamente fermo sui 400 dollari mensili.

Tale situazione sociale si è addirittura radicalizzata nel corso dell’attuale crisi globale da Covid-19: sovraffolamento in dormitori fatiscenti, segregazione sociale e ulteriore discriminazione xenofoba degli immigrati, emarginazione sociale di un terzo della popolazione, hanno infatti acuito le disuguaglianze di opportunità e salario. Le Forze armate singaporiane possono punire con la fustigazione coloro che si macchiano del reato di “disordine sociale”. Nel dormitorio più affollato della Città Stato, vi sono circa 40 mila posti letto, costantemente occupati da immigrati. 26 casi di morti da Covid su 46 mila casi sono un successo per l’elite tecnocratica singaporiana, ma quasi tutti i casi di morte e di contagio riguardano non a caso la popolazione che vive ai margini.

Se usiamo i coefficienti Gini, dove 0 è l’indicatore della massima eguaglianza, Singapore nel 2019 ha registrato il 42,5 (cifra pressoché eguale a quella della Cina), si consideri che il Giappone registra il 33,6 e l’India il 36,8. Sono le pietose condizioni di vita della massa salariata a spiegare la grande sproporzione in fatto di distribuzione della ricchezza. Su quasi 6 milioni di abitanti, cinque milioni vivono in una condizione sociale di grande progresso da Primo Mondo avanzato, ma un milione di emigrati vive in condizioni sociali e umane disperate.

Va infine considerato che, a differenza dell’Occidente liberale dove il modello di democrazia rappresentativa involve sistematicamente nella paretiana “plutocrazia oligarchica”, nella tecnocrazia autoritaria singaporiana vive una pragmatica e concreta meritocrazia che permette una effettiva e moderna circolazione delle élite. Vanificato però, tutto questo, dalla realtà sociale che riguarda gli esclusi, gli ultimi e gli “infimi” della scala sociale; ciò, sia ben chiaro, non vuole essere un endorsement per l’individualismo democraticistico occidentale e per gli astratti diritti individuali anglosassoni, che nella storia concreta hanno fatto e stanno facendo pure di peggio.

I liberali, i cultori dei diritti individuali non hanno sfruttato un milione di immigrati, come fanno a Singapore, quei nazionalisti asiatici, ma interi continenti, radendo al suolo intere civiltà e culture con il metodo dell’annientamento e dell’estinzione pianificata con decine e decine di milioni di sterminati, come magnificamente mostrato da Mike Davis nel saggio Olocausti tardovittoriani.

Tacciano dunque, i liberali e le sinistre arcobaleno, di fronte a Singapore o al militarismo cinese e restituiscano, se vi riescono, quanto hanno tolto nel giro di pochissimi micidiali anni al Terzo e al Quarto Mondo.




LA RITIRATA DI RENZI di Leonardo Mazzei

Chi ha vinto nella contesa tra Conte e Renzi? So di andare controcorrente ma, all’opposto della chiacchiera giornalistica, mi pare chiaro che lo sconfitto è Renzi. Stiamo ai fatti: Conte ha ottenuto la fiducia nei due rami del parlamento, la maggioranza assoluta alla Camera, quella relativa al Senato. Dunque può restare a Palazzo Chigi. E questa era la vera, unica, posta in palio.

Ovviamente la crisi politica italiana, che da oltre un decennio viaggia in coppia con quella economica, è sempre lì come prima. Talmente inestricabile che perfino il tanto invocato “Salvatore” Mario Draghi preferisce restare in panchina. Un fatterello che dovrebbe far riflettere.

E’ perciò fin troppo facile il gioco di chi parla di instabilità, della fragilità del governo e della sua inadeguatezza. Tutte cose vere, ma di cui non si vuol vedere la ragione di fondo: l’impossibilità di uscire dalla crisi economica (che di quella politica è la causa prima, anche se non unica) senza rompere la gabbia dell’euro e dell’Ue. Una situazione oggi aggravata dalla disastrosa gestione del Covid 19. Dunque la crisi politica è tutt’altro che risolta. Anzi, essa ha ormai da anni un carattere permanente, ma il voto di ieri non l’ha fatta precipitare. Questo era l’obiettivo di Conte e di chi lo sostiene. Obiettivo minimalista, certo, ma obiettivo raggiunto.

Al contrario, tutti avranno capito come – al di là delle polemiche sul Recovery Plan, il Mes, o la delega sui Servizi – l’iniziativa di Renzi mirasse ad ottenere la testa di Conte. Era lo scalpo dell’ex “avvocato del popolo” il vero trofeo di cui il Bomba aveva bisogno per rivitalizzare l’esangue creatura di Italia Viva.

E’ da questa banale osservazione dei fatti che si deve partire per capire chi abbia veramente vinto la partita di questi giorni. Naturalmente, in molti già parlano di una vittoria di Pirro. Può darsi, ma questo auspicio consolatorio, che peraltro contiene in sé il riconoscimento di chi sia al momento il vincitore, potrà essere verificato solo nel tempo. Non era questo lo scenario perseguito dall’ex sindaco di Firenze.

Ma il bello è che quello scenario non si è realizzato proprio perché Renzi ha deciso per l’astensione, anziché per il voto contrario. Un fatto che, secondo la quasi totalità dei commentatori, renderebbe il Bomba più forte di prima. Bene, considero questa lettura del tutto sbagliata e cercherò di spiegare il perché.

Perché Renzi ha perso

In un articolo di pochi giorni fa avevo sostenuto tre cose: che Conte avrebbe salvato la pelle, che il Pd non si poteva permettere di abbandonarlo, che la “carta Draghi” e dunque l’ipotesi di un governo di larghe intese non fosse al momento spendibile. Non mi pare di avere sbagliato.

C’è una domanda fondamentale che i giornalisti non fanno a Renzi: perché non ha votato contro la fiducia al governo? Da parte mia la risposta è semplice. Innanzitutto, non ha votato contro il governo perché egli è il primo a non volere le elezioni anticipate, che per Iv sarebbero state un vero bagno di sangue. In secondo luogo non ha votato contro perché se lo avesse fatto un certo numero dei suoi parlamentari gli avrebbe girato le spalle, ed a quel punto la sconfitta si sarebbe trasformata in un’autentica disfatta. Proprio per questo l’ex segretario del Pd – preso atto che il suo ex partito non lo poteva seguire – ha deciso la tattica astensionista. Un modo per gestire meglio quella che rimane comunque una clamorosa ritirata.

Come, tu dici tutto il male possibile del governo e ti limiti all’astensione? Gli stessi giornalisti che si guardano bene dal porre questa decisiva domanda, adesso scorgono nell’arma astensionista la chiave per preparare il “Vietnam” nelle commissioni. Ecco, questo è davvero un argomento che fa sorridere.

Certo, il problema esiste, ma si è mai visto un governo cadere per un voto negativo in una commissione parlamentare? A memoria mia, no. Ma poi, perché il partito che ha salvato obtorto collo Conte, dovrebbe adesso crocifiggerlo nelle commissioni? E quali sarebbero i grandi temi che dovrebbero accendere questo epico scontro nelle stesse? Tutte queste minacce del giorno dopo a me ricordano i discorsi di certi tifosi che dopo la sconfitta della propria squadra in campionato, annunciano improbabili riscosse in Coppa Italia.

In tanti hanno scritto, stavolta giustamente, di due bluff: quello di Conte e del Pd (“se cadiamo ci sono solo le elezioni”) e quello di Renzi (“siamo pronti all’opposizione, tanto le elezioni non ci saranno”). Tra i due bluffatori è il secondo a non essere andato all’opposizione, dato che l’astensione è sempre una forma di sostegno (sia pure indiretto ed esterno) al governo.

Mutatis mutandis, l’odierna ritirata di Renzi ricorda quella di Bertinotti nell’ormai lontano 1997. Dopo aver sostenuto dall’esterno (usava anche allora!), per oltre un anno, il primo governo Prodi, Bertinotti chiese una “svolta in chiave riformatrice” al capo dell’esecutivo. Il quale gliela negò. Rifondazione Comunista (di cui Bertinotti era segretario e leader indiscusso) annunciò allora che non avrebbe votato la Finanziaria. Anche quella volta la caduta del governo sembrava cosa fatta, fino a quando, due settimane dopo, Rifondazione fece marcia indietro. Pur senza avere ottenuto nulla la fiducia a Prodi venne rinnovata, e quel governo andò avanti ancora per un anno. Senza nessun “Vietnam”, come invece sarebbe stato possibile, nelle commissioni parlamentari.

La morale di questa storia è semplice: se non rompi nel momento decisivo, quando i temi sono squadernati ed ormai il dado è tratto, non lo farai certo dopo. Tantomeno con la guerriglia parlamentare. E’ vero, Bertinotti dopo un altro anno in maggioranza ruppe, ma quella è un’altra storia sulla quale non abbiamo qui lo spazio per una trattazione adeguata. Salvo semmai ricordare come in quel secondo passaggio una buona parte delle sue truppe parlamentari (i cossuttiani) lo tradirono per restare al governo. L’emersione dei “governisti” è infatti una costante di certi frangenti politici, un particolare certo non ignoto a Renzi.

Fino a che punto Conte ha vinto?

Ma torniamo ai giorni nostri. Stabilito che lo sconfitto è Renzi, fino a che punto possiamo considerare quella di Conte una vittoria?

Una risposta a questa domanda verrà dall’esito del tentativo di costruzione di quella “quarta gamba” (i cosiddetti “responsabili”, quelli che oggi amano descriversi come i “costruttori”) che dovrebbe rendere più sicura la navigazione parlamentare del governo.

Ad oggi questa operazione è riuscita solo a metà. Al Senato, per completarla, Conte ha bisogno di almeno altri 5 “acquisti”, laddove il verbo “acquistare” non è per nulla casuale. Le trattative sono certamente in corso e ne vedremo l’esito a breve. Di fronte a questo scandaloso mercato è giusto senz’altro indignarsi, ma gli ultimi che dovrebbero farlo sono coloro che hanno voluto la fine della Prima Repubblica, la morte dei partiti e la personalizzazione della politica. Uno degli esiti di quella svolta è stato appunto la pratica della “compravendita” dei parlamentari. Dunque, chi allora la volle, chi ancora oggi la sostiene, abbia almeno il pudore di tacere.

Al di là di tutto questo, Conte ha dalla sua la tempistica istituzionale. Ma chi è Conte? Il personaggio politico vale poco e si è trovato lì dov’è più per caso che per altro. Tuttavia, come dicono malignamente i suoi detrattori, l’uomo pare nato con la camicia. Prima spunta fuori come imprevisto punto di equilibrio tra la maggioranza gialloverde e il Quirinale, poi riesce a saltare da una maggioranza all’altra grazie allo straordinario ed insuperabile genio politico di Matteo Salvini, infine sembra quasi diventato intoccabile grazie al Covid ed all’altrui debolezza.

Adesso il Presidente del Consiglio ha un altro vantaggio. Tra sei mesi inizia il semestre bianco. Quello nel quale – precedendo l’elezione del Presidente della repubblica – non si può andare a votare. Se l’operazione “quarta gamba” in qualche modo si compirà, di elezioni non si riparlerà almeno fino alla primavera del 2022.

In una situazione come questa, con una politica tutta centrata sul giorno per giorno, un anno è un’eternità. Chi scrive è convinto che molte speranze dell’attuale maggioranza di governo siano solo illusioni. Ma per capire una scelta politica – in questo caso quella di resistere a tutti i costi al governo – bisogna sempre mettersi nei panni di chi la compie.

Quali sono dunque le ragioni di Giuseppe Conte? Qual è la strategia che ha in testa? Posta la realistica possibilità di restare al governo per ancora un anno, è chiaro come non solo Conte, ma anche piddini e pentastellati, scommettano su tre cose: la fine sostanziale dell’epidemia, una certa ripresa economica, il rafforzarsi del consenso verso l’europeismo e l’atlantismo.

Sul Covid, quel che sappiamo in base ai precedenti storici è che le pandemie influenzali non durano mai più di due anni. Un traguardo che al governo vorranno celebrare nel caso come trionfo della strategia vaccinale. Sull’economia, posto che davvero non si vede alcuna possibilità di una ripresa a “V”, resta però la certezza di un significativo rimbalzo via via che le misure emergenziali verranno ridotte.

Avremo l’uscita dalla crisi? Ovviamente no. E non dimentichiamoci che il Pil italiano del 2019 era ancora 4 punti sotto a quello del 2007. Figuriamoci adesso dopo il 2020! Nessun rimbalzo fisiologico potrà essere scambiato per la fine della crisi, ma nel momento in cui avverrà il governo potrà almeno contare su un clima psicologico più favorevole.

Ma c’è un fattore ancora più importante. La convinzione di un rafforzamento del consenso europeista (l’Europa che non ci chiede più sacrifici ma che anzi ci dà i soldi, ed altre amenità del genere) e – dopo la sconfitta di Trump – di quello atlantista. Da qui il senso dei discorsi di Conte alle Camere ben sintetizzato da Sandokan, da qui la chiusura di Pd ed M5s ad un governo con i “sovranisti”.

Fine dell’epidemia, ripresa economica, rilancio dell’europeismo e dell’atlantismo. E’ questa la scommessa di Conte e soci. Una scommessa che si basa anche sulla pochezza dell’opposizione parlamentare.

Una “opposizione” che non c’è (e di cui c’è invece gran bisogno)

Chiudiamo allora su questo punto. Se il governo è debole, l’opposizione parlamentare cos’è? Intanto, nella conta sulla fiducia, qualche pezzo lo ha perso e qualche altro sembra in procinto di andarsene. Ma questo sarebbe il meno, mera fisiologia della politica italiana. Il più sta invece nell’assenza di veri argomenti.

Renzi ha aperto la crisi invocando il Mes. Lega e Fratelli d’Italia sono contro, ma Forza Italia è invece a favore. E che dire poi dei governatori della destra, buona parte dei quali si è già pronunciata a favore del Mes? Ma la cosa più grave è un’altra: che nulla si dice sulla pericolosità del Recovery Fund, lasciando così credere di fatto la lieta novella di uno strumento alternativo al Mes. In quanto all’atlantismo, poi, non sarà certo la destra, una volta elaborato il lutto per Trump, a voler restare un passo indietro rispetto al governo.

E sul Covid? C’è forse qualcosa di sostanziale dietro le polemichette sulla sua gestione? Assolutamente no. Nulla di nulla. L’emergenzialismo del governo non è diverso da quello dei governatori e dei sindaci del centrodestra. La narrazione è esattamente la stessa. E se ci si differenzia in qualcosa è solo per essere più pacchianamente neoliberisti. Basti pensare all’ultima trovata dell’ex ministra Moratti (ed attuale Assessora alla Regione Lombardia) che vorrebbe distribuire i vaccini in base al Pil!

Costoro magari vinceranno le prossime elezioni, ma dal punto di vista dei contenuti il loro elettroencefalogramma è piatto. Diciamola tutta: la loro è una “non opposizione”. E’ proprio per questo che abbiamo chiuso il nostro precedente articolo sottolineando la necessità di un Terzo Polo, alternativo tanto al “centrosinistra” quanto al “centrodestra”. Un Terzo Polo che si batta per la liberazione del Paese, per l’uscita dalla gabbia eurista, contro il disegno autoritario della cupola globalista. Un Terzo Polo antiliberista e fondato sullo spirito e sulla lettera della Costituzione del 1948.




LA CICCIA di Sandokan

Per il rotto della cuffia Conte resta in sella. Renzi, che voleva toglierselo dai piedi, ha fallito. Merkel e Macron tirano un sospiro di sollievo, e con loro il nuovo presidente americano.

Ad essi non sfugge infatti, al netto dei fattori secondari e di contorno, la ciccia. E la ciccia è ben rappresentata dal giuramento solenne di fedeltà imperitura all’Unione europea e all’alleanza atlantica, che Conte ha fatto a nome dell’accozzaglia che lo sorregge.

Qualsiasi cosa verrà fuori, rimpasto o non rimpasto, sarà un governo che per tasso di sudditanza verso Berlino, Parigi e Washington, supererà quelli che l’hanno preceduto. Così ci spieghiamo l’idea della “quarta gamba” per stampellare il governo, e poco importa se sarà, per sconcia composizione, un pornografico refugium peccatorum; Conte è stato chiaro, basta che sia di fede europeista, atlantista e anti-sovranista.

A causa della gravità della crisi, l’Unione europea rischia l’osso del collo e proprio l’Italia potrebbe innescare un’implosione devastante. Così ci spieghiamo il Recovery Fund, di cui il Belpaese, proprio in quanto anello debole della catena, è principale beneficiario.

Non si tratta solo di non lasciare maneggiare il malloppo a gente poco affidabile. La posta in palio è più grossa. Non ci sono pasti gratis. Gli “aiuti” hanno un prezzo salato. Per disporre di questi prestiti l’Italia deve promettere di rispettare durissime condizioni. Non solo un ferreo piano di rientro del debito, ma le famigerate “riforme”.

Se Conte e la sua armata Brancaleone sono riusciti a sventare l’imboscata, se hanno potuto resistere, è anzitutto per questo, perché hanno assicurato, ovviamente in segreto e nascondendolo agli italiani, il rispetto delle clausole vessatorie a cui gli “aiuti” sono condizionati.

Questa è la ciccia, tutto il resto è contorno.




DAL SOCIALISMO REALE A QUELLO IRREALE di Moreno Pasquinelli

Una prova evidente della crisi esistenziale della sinistra è la schermaglia sulla natura sociale della Cina odierna. Di contro a certa sinistra sinofoba liberal-cosmopolitica ci sono i nuovi filo-cinesi i quali, oltre a reputare la Cina un “paese socialista”, ritengono questa qualificazione la frontiera che dividerebbe i “veri marxisti” da quelli fasulli.

Nel passaggio all’essere, ovvero attuandosi, il socialismo può assumere diverse forme quanti sono gli ambienti in cui esso si sviluppa. Questa multiformità, tuttavia, non può spingersi fino al punto di mutarne qualitativamente la sostanza.

E qual è l’essenza di una società socialista? Noi riteniamo che essa si possa esprimere in quattro punti:

(1) vige l’eguaglianza sociale poiché sono abolite le classi sociali; (2) lo Stato, in quanto organo coercitivo della classe dominante è in via d’estinzione assieme a questa; (3) sono assicurati i diritti di libertà dei cittadini; (4) il paese socialista è internazionalista, sostiene le forze rivoluzionarie e antimperialiste esterne.

Della Cina noi sappiamo con certezza che:

(1) non c’è eguaglianza sociale (le differenze di classe sono anzi abissali); (2) lo Stato è ben lungi dal deperire (è all’esatto contrario un vero e proprio onnipotente Leviatano); (3) i cittadini non godono dei fondamentali diritti di libertà della persona (sono anzi sottoposti da un regime di coercizione sbirresca e dispotica sorveglianza); (4) le autorità cinesi non sostengono in alcuna maniera i movimenti anticapitalisti e antimperiaisti (si basano anzi sulla politica di “non ingerenza” negli affari dei paesi capitalisti e imperialisti).

Qualunque cosa la Cina possa essere, una cosa è sicura: non è un paese socialista.

Stando alla sostanza potremmo spingerci oltre tirando in ballo Marx:

«Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità… La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguano il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa».

Karl MarxIl Capitale, III, Editori riuniti, 1972, pp. 231-232.

Ai paladini del “socialismo alla confuciana” corre l’obbligo di chiedere: si sbagliava Marx o vi sbagliate voi?

* Abbiamo scritto sulla questione cinese QUI e QUI