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COSA SIGNIFICA “CONTROLLO SOCIALE” ? di Alceste De Ambris

E’ stato affermato, giustamente, che il passaporto verde (cd. green pass) non ha finalità sanitarie, ma è uno strumento di controllo sociale. Che non sia uno strumento sanitario è evidente dalla “fallacia logica” su cui è costruita la giustificazione ufficiale. O i vaccini funzionano o non funzionano: se funzionano perché i vaccinati dovrebbero temere ed essere isolati dai non-vaccinati? E se non funzionano, ugualmente, perché distinguere le due categorie?

E’ necessario tuttavia chiarire che cosa si intende per “controllo sociale”. Il termine ha un’ampia gamma di significati, e occorre specificare cosa si intende in questo caso, che cosa rende il nuovo strumento tanto anomalo e pericoloso. Individuo tre accezioni fondamentali, di cui soltanto la terza secondo me coglie il punto.

1) CONTROLLO COME RICERCA DEL CONSENSO

In senso lato il concetto di controllo sociale è stato usato per descrivere quelle istituzioni che hanno lo scopo di alleviare lo stato di disagio delle classi subalterne, pur senza mettere in discussione le strutture gerarchiche della società. L’effetto è di un infiacchimento dell’istinto di ribellione delle masse, che può arrivare fino al consenso. In questa accezione si è parlato dei sistemi di protezione sociale, del consumismo, della società dello spettacolo e del divertimento, come di mezzi per garantire la pace sociale, per far accettare al popolo lo stato di cose presenti senza contestarlo. E’ una considerazione che non va estremizzata, pena condannare ogni concessione dall’alto come pericolosa, entrando in una logica del “tanto peggio tanto meglio”, che non ha mai portato nulla di buono.

2) CONTROLLO COME SORVEGLIANZA

  1. Zuboff parlava di “capitalismo della sorveglianza” con riferimento ai Giganti della rete e delle piattaforme, i quali vengono a conoscenza dei nostri dati, contatti e comportamenti, e li sfruttano a fini economici. A livello statuale, siamo ormai abituati alla presenza di telecamere di sorveglianza in ogni dove. Già ora la polizia ha accesso immediato a tutti i nostri dati significativi, e può localizzarci utilizzando le celle dei telefoni cellulari. Le transazioni economiche avvengono sempre più con strumenti elettronici, e sono tracciabili. La digitalizzazione della pubblica amministrazione consentirà a breve l’unificazione delle banche-dati pubbliche (anagrafe, fisco, pensione, salute, catasto, motorizzazione ecc.). In India si sta sperimentando un sistema di identità digitale chiamato Aadhaar, che consiste in un numero identificativo collegato a marcatori biometrici (impronte digitali e iride), che funge contemporaneamente da carta di identità, carta per i servizi assistenziali e carta di credito.

La sorveglianza onnipervasiva è dunque una tendenza in atto, di cui non vanno sottovalutati rischi, ma in cui la (pseudo)pandemia non ha apportato cambiamenti sostanziali, se non il venir meno della riservatezza sui propri dati sanitari (che in precedenza erano considerati tra i più sensibili). Questo tipo di controllo, se il sistema penale resta immutato, si traduce semplicemente in una capacità moltiplicata delle autorità di scoprire e punire gli illeciti (compresi quelli fiscali).

Dopodiché si può discutere se, in queste condizioni storiche, una “legalità totale” sia auspicabile o meno, e se certi tipi di illegalità possano costituire una forma di resistenza contro norme ingiuste, di lotta di classe, di riappropriazione di risorse che vengono drenate dall’alto, o anche di semplice sopravvivenza… ma ci porterebbe fuori tema. L’ideologia della trasparenza è sostanzialmente ipocrita, in quanto viene applicata alle attività delle gente comune, laddove i grandi soggetti economici, grazie alla libertà di movimento dei capitali, tramite paradisi fiscali, borse non regolamentate (cd. over the counter) e strumenti finanziari iper-sofisticati, riescono a condurre enormi operazioni nell’ombra, senza vigilanza.

3) CONTROLLO COME SISTEMA SANZIONATORIO EXTRA-PENALE

In uno stato di diritto, le libertà personali dei cittadini, stabilite dalla Costituzione, sono inviolabili, salvo che la persona sia sottoposta a sanzione penale per aver commesso un reato. Il diritto penale, dall’Illuminismo in poi, si è evoluto verso un sempre maggior garantismo, e ora è fondato su alcuni principi basilari, che la nostra Costituzione riporta agli artt.  24, 25, 27 e 111.

La responsabilità penale è personale (non è possibile pertanto punire una categoria di persone in quanto pericolose in astratto); il reato dev’essere stabilito da una legge (quindi votata dal Parlamento e non decisa dal governo), legge che deve essere certa (non applicabile per analogia) ed entrata in vigore prima del fatto, e soggetta al vaglio di conformità della Corte costituzionale; il cittadino è innocente fino alla condanna definitiva, la prova si forma nel contraddittorio e l’onere della prova grava sull’accusa; l’imputato ha diritto di farsi assistere da un avvocato, e di essere giudicato da un giudice terzo; la sentenza è soggetta ad appello a un tribunale superiore; infine la pena deve essere proporzionale alla gravità dell’illecito e non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanitàLe pene sono solo quelle previste dalla legge: nel nostro ordinamento le pene principali sono il carcere (o detenzione domiciliare) e le multe pecuniarie. La condanna può comportare anche delle pene accessorie, come l’interdizione legale, dai pubblici uffici o da una professione.

Il nuovo stato di emergenza permanente, nel subentrare al normale stato di diritto, ignora completamente e aggira tutti questi principi garantistici, creando un sistema sanzionatorio parallelo di diritto amministrativo.

Già in precedenza i famigerati “Dpcm” ci avevano abituato ad una limitazione delle principali libertà (personale, di circolazione, di riunione, d’impresa ecc.) sulla base di semplici atti amministrativi temporanei del governo, via via reiterati, dalla logica dubbia e di difficile interpretazione. Ora il cd. green pass va oltre, privando milioni di persone, i non-vaccinati, del diritto allo studio e all’occupazione, per l’impossibilità di accedere alle università e alle sedi di lavoro.. e ciò come sanzione di un comportamento (la vaccinazione) che non è nemmeno obbligatorio! Una vera e propria mostruosità giuridica. Il diritto al lavoro in particolare è il cardine sui cui poggia la Costituzione repubblicana (art. 1 e art. 4), per cui negare il lavoro a causa di una scelta personale e razionale (visti i possibili gravi effetti collaterali) introduce evidentemente una normativa incostituzionale.

Si è criticato il paragone con la discriminazione introdotta dalle leggi razziali del 1938, ma in realtà il paragone è per difetto, sia a livello qualitativo che quantitativo: agli Ebrei erano interdette alcune attività ma non il lavoro in generale, e inoltre gli Ebrei in quel periodo erano alcune decine di migliaia, mentre attualmente i non-vaccinati sono circa 8 milioni (ad oggi il 18% degli ultradodicenni). Per fare un confronto si tenga conto che attualmente i carcerati in Italia sono circa 60 mila: le vittime del sistema sanzionatorio extra-penale sono quindi oltre 100 volte tanto.

Il rischio concreto è che al lasciapassare verde vengano collegati in futuro nuovi obblighi, per poter godere delle libertà costituzionali. Ora il requisito per il rilascio del certificato è l’essere vaccinato, ma in futuro potrebbe essere ad es. non avere pendenze col fisco, o debiti privati, o magari mantenere certi comportamenti “ecologici”, non diffondere “disinformazione” ecc. Il principio da difendere, invece, è che la Costituzione garantisce i diritti fondamentali a tutti (salvo le eccezioni normate dal diritto penale), e non solo a chi dimostra di essere un “buon cittadino”.

Anche perché la tipologia di sanzioni si potrebbe ampliare a volontà e a fantasia. Anzitutto è prevedibile verranno riattivate alcune misure liberticide sperimentate nel 2020 (sempre con l’Italia come apripista), come l’arresto domiciliare di massa (cd. lockdown), il confinamento, (divieti di spostamenti tra comuni, regioni), il coprifuoco, il divieto di assembramenti, ecc. misure che non avevano senso a livello sanitario, ma ce l’hanno eccome a livello di controllo sociale, così inteso. Le misure questa volta, presumibilmente, non verrebbero applicate all’intera popolazione, ma solo nei confronti di chi non è in regola con le condizioni poste di volta in volta dal governo. Inoltre progetti in corso, come la digitalizzazione universale, gli accessori controllabili a distanza (internet of things) e l’abolizione del contante, forniranno nuovi strumenti a questo dispositivo bio-politico: ad es. sarà materialmente possibile bloccare a distanza l’automobile di una persona, o l’energia elettrica di un’abitazione, inibire l’accesso a internet, impedire di fare certi acquisti (es. per i viaggi), di accedere a certi luoghi, di candidarsi per certe posizioni, o prelevare denaro direttamente dal conto corrente ecc.

Si sta affermando un diritto amministrativo arbitrario incerto e fluttuante, emanato con decretazione emergenziale, senza garanzie, applicato in assenza di contraddittorio e di processo. Non vi sono ostacoli pratici nell’implementazione della sanzione, che viene irrogata istantaneamente, a livello informatico, con la semplice revoca o mancata concessione di un certificato. Poiché la maggior parte di queste nuove pene consiste nell’impedimento ad accedere a certi luoghi (negozi, stazioni, scuole, uffici, luoghi di lavoro, musei ecc.), l’applicazione pratica sarà demandata alla vigilanza privata (che già ora vediamo onnipresente), senza bisogno di mobilitare la forza pubblica. Un nuovo totalitarismo di questo genere non necessiterebbe di polizie speciali, campi di concentramento… non vi è bisogno di esibizioni di violenza, laddove il cittadino può essere privato della sussistenza e della vita relazionale con un semplice clic.

Ma perché il Sistema ha bisogno di un nuovo tipo di controllo sociale, così definito? Consenso e sorveglianza non sono più sufficienti, in quanto il modello neo-liberista, finita l’epoca delle false promesse, non ha alcun futuro roseo da promettere alle popolazioni (e infatti promette austerità con pretesti ecologici), a maggior ragione se aumenta il costo delle materie prime. Il Capitale finanziario globale intende tuttavia proseguire quella “accumulazione per espropriazione” (cioè quell’accumulazione primitiva ininterrotta di cui parla Harvey) all’interno delle aree sotto il proprio controllo, e quindi deve impedire che i singoli oppongano resistenza e i movimenti possano creare un’opposizione organizzata (Lamar la definisce “repressione preventiva” ).

Si evoca spesso lo spettro del “credito sociale” sul modello cinese, un sistema che assegnerebbe un punteggio a ogni cittadino a mo’ di reputazione, sulla base di certi comportamenti e infrazioni. Ma si tratta, a quanto capisco, di esperimenti locali e parziali. Ho il sospetto che si tratti di una proiezione, come direbbero gli psicanalisti, di qualcosa che invece sta emergendo ma proprio qui in Occidente, dove gli Stati sembrano prendere ordini dall’esterno, disinteressandosi della volontà popolare. D’altra parte la Cina, con Pil e reddito pro capite in costante crescita, ha meno bisogno di controllo sociale di quanta ne abbia l’Occidente, deindustrializzato e cannibalizzato dal finanz-capitalismo.

Per questi motivi occorre che tutti, vaccinati e non-vaccinati, esprimano un forte NO al lasciapassare pseudo-sanitario, trovando ciascuno le forme di resistenza possibili, individuali e organizzate. Le probabilità di successo di un movimento “monotematico” dipenderanno, credo, dalla capacità di unire le lotte con quelle categorie che sono e saranno colpite dalle misure di austerità, licenziamenti, privatizzazioni ecc.




SOCIETÀ LIQUIDA, IDENTITÀ FLUIDA  di Moreno Pasquinelli

La richiesta del Vaticano di modificare il disegno di legge del piddino Zan sulla cosiddetta “omotransfobia” si presta a molteplici considerazioni.

Il cuore della questione, inutile nasconderselo, è Politico, e in quanto Politico, etico e filosofico. L’oggetto del contendere è il soggetto per eccellenza: qui si parla dell’identità dell’Essere umano, in altre parole cosa questo Essere sia.

Così ci paiono secondari, sia gli aspetti concernenti larevisione del Concordato (sottoscritta nel 1984 tra Stato Italiano e Stato pontificio), sia l’aspetto maldestro della legge Zan — quello per cui, dietro alla foglia di fico della “protezione dell’identità di genere”, si vorrebbe introdurre nell’ordinamento sanzioni penali per chi compia “atti di discriminazione fondati su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità”. Non che non sia rilevante l’aspetto giurisprudenziale, è che questo cela, ci perdoni Thomas Khun, un vero e proprio cambiamento di paradigma.

La legge Zan, all’art.1 recita infatti che l’orientamento sessuale, non quindi il sesso biologico, decide — e ciò indipendentemente dal cosiddetto “percorso di transizione”, eufemismo che sta per cambiamento di sesso — l’appartenenza di genere; dove “orientamento” sta appunto per soggettiva percezione della propria identità di genere.

Dal momento che la propria preferenza sessuale viene considerata la cifra principale dell’identità, viene con ciò spazzato via ogni criterio oggettivo per stabilire cosa siano il genere e l’appartenenza ad esso. Sotto le mentite spoglie di un umanesimo libertario, abbiamo che il soggettivismo che ha contraddistinto l’avvento della modernità è qui spinto oltre ogni limite. Il libertinismo del XVII secolo impallidisce, siamo all’apoteosi dell’individualismo liberale, siamo alla conversione dell’Homo sapiens nell’Homo neoliberisticus.

Per rendersi conto di cosa si nasconda dietro a questo cambiamento di paradigma si tenga conto di quali e quanto pittoreschi siano i “generi sessuali” secondo le agguerrite minoranze che compongono il movimento LGBTIQ+ (!@#&%!). [1]

C’è da chiedersi (caso da manuale della Finestra di Overton) come si sia giunti a questo punto, attraverso quali progressivi passaggi l’inconcepibile è diventato accettabile, quindi ragionevole, infine politicamente prescrittivo.

La domanda ci porta dritti al pensiero postmodernista, (da J.F. Lyotard a G.Vattimo) che per almeno un cinquantennio è stato egemone in Occidente. Oggi questa egemonia traballa —il vuoto lasciato dalla demolizione delle “grandi narrazioni” sta lasciando il posto alla ultra-narrazione della scienza come nuova e salvifica Provvidenza — ma non saremmo a questo punto di follia se il pensiero postmoderno non avesse demolito quelle che esso bollò come “pretese della ragione”; se non avesse tessuto l’elogio di un “pensiero senza fondamenti”; se non avesse fatto l’apologia del nuovo e della fine della storia; se non avesse presentato il fatto della morte di ogni verità assoluta come annuncio di una nuova era liberatrice (alla fine della fiera neoliberista).

Qualcuno ha tirato in ballo il sociologo polacco Zygmunt Bauman. A torto diciamo noi. Bauman ha sì colto la decomposizione della società capitalistica; ha certo segnalato quanto vacillante e fluido sia il sistema sociale globalizzato nascente, quanto esso dissolvesse confini e riferimenti sociali e ideali certi. Ma Bauman non ha mai compiuto l’apologia di questo caos schizoide. Al contrario!  Proprio in riferimento a quanto stiamo discutendo il suo monito risulta calzante quant’altri mai:

«In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati».

Non c’è dubbio che la vicenda di cui trattiamo sia una spia, un sintomo, un segno dei tempi. Segno di una vera e propria crisi di civiltà, spia che l’Occidente, ove non trovasse le risorse per invertire la rotta, sta oltrepassando un punto di non ritorno. Non siamo solo oltre il Novecento, alle prese col cadavere della rivoluzione comunista, la stessa Chiesa sa bene che siamo entrati da un pezzo in una società post-cristiana, per non dire anti-cristiana. En passant: qui non ci sono Viganò che tengano: ora è chiaro che il movimento comunista e l’Unione sovietica erano il solo katechon, la potenza che tratteneva l’avvento del capitalismo totale (e che per ciò stesso va oltre se stesso), ovvero ciò che un certo cattolicesimo intransigente e reazionario chiama l’Anticristo. Avendo la Chiesa dato un contributo fondamentale alla distruzione di quella potenza, non si lamentino, i cattolici intransigenti, se oggi scoprono che l’Anticristo era proprio il mostro con cui, per più di un secolo, fecero sodalizio.

Siamo ad un passaggio epocale che mentre fa strame di tutto ciò che è tradizione lascia il futuro in balia della più inquietante incertezza; ciò che spiega quello che abbiamo chiamato punto di follia, l’abissale smarrimento esistenziale, un disagio che coinvolge tutte le sfere dell’umano vivere: spirituale, materiale, culturale, psicologica, affettiva, emozionale. Un passaggio di cui la vicenda gender è icastica metafora. Il capitalismo prese in consegna l’uomo mortificato, segnato dal senso di colpa e plasmato da secoli di alienazione religiosa, prigioniero del dualismo irriducibile tra l’al di qua e l’al di là, tra il mondo storico e il soprannaturale. Quell’uomo era tuttavia pur sempre un aristotelico animale politico, un essere sociale dotato, a differenza degli altri animali, di un’essenza dinamica, aperta a diversi e plurimi sviluppi ed esiti.

Il tardo-capitalismo ci consegna un animale impolitico il quale, abbandonata ogni illusione nell’al di là, è tutto schiacciato sul presente, preso a dissetarsi con l’acqua salata cioè la rincorsa compulsiva dell’esaudimento dei più strampalati desideri. L’immanentismo, altra cifra della modernità, sembra vincere su tutta la linea, inverandosi nella sua forma più triviale.

Alla società liquida corrisponde così l’identità fluida: non più soltanto la facoltà di scegliersi, nel caravanserraglio dei generi, quello preferito (beninteso sessualmente determinato); non solo il pluralismo identitario; qui si va ben oltre; si giunge all’esaltazione, ci perdoni W. Heisenberg, dell’indeterminismo identitario, della metamorfosi perenne, del transito da una figura all’altra. Una trotskysta rivoluzione permanente, non della struttura sociale ma del proprio se. Ogni idea di stabilità dell’Essere annientata, ogni certezza esistenziale evaporata.

Sosteneva Marx che ciò che distingue l’uomo dagli altri animali — posto che essi non possono che ubbidire al loro imprinting biologico — è la sua essenza aperta e dinamica, aperta e dinamica poiché esso, non ha solo una natura biologica ma anche storico-sociale, ed era questa sua seconda pelle che giustifica l’apertura a nuovi orizzonti di possibilità, all’oltrepassamento del regno della necessità verso quello della libertà, di cui l’emancipazione universale, la liberazione dalle catene di una società fondata sul lavoro coatto. [2]

Ricaviamo, da quanto affermato da Marx, che l’essenza dell’Essere umano consiste in effetti una doppia natura, la prima biologica e la seconda storico-sociale. A differenza della teologia cattolica, tuttavia, non c’è tra esse ὁμοούσιος, non c’è identità consustanziale, quanto invece una tensione dialettica, oppositiva. Ci si dirà che stiamo riproponendo la teoria cartesiana delle due sostanze, res cogitans e res estensa, rispondiamo: sì a patto di liberarci dal dualismo radicale di Cartesio e di individuare non solo la correlazione stringente tra le due nature, ma di ammettere la loro storicità.

Noi non escludiamo affatto che l’uomo possa, come del resto sempre accaduto, modificare e migliorare il suo stesso aspetto biologico. Il fatto è che l’idea che si va facendo strada è una vera e propria inversione, un fatale capovolgimento dei fattori. Per parafrasare Bauman si insegue la chimera di una soluzione individualistica a problemi di natura eminentemente sociale. Se, come pensiamo, l’origine dell’irrequietezza e del disagio esistenziali hanno a che fare con l’alienazione e l’estraniazione che il tardo-capitalismo ha portato al loro massimo grado, non c’è soluzione che tenga se non quella di rivoluzionare i rapporti sociali.

Accade invece, con le nuove teorie gender, che non si pone in discussione il sistema sociale vigente, anzi, si considera che proprio grazie ad esso ed al posto preminente affidato alla tecno-scienza, sia possibile avventurarsi nel territorio incognito della mutazione di genere e biologica. Un surrogato, nulla di più, ma un surrogato devastante. Il passo dal fluid gender alla distopia cyborg, all’ibridazione uomo- macchina, è evidentemente breve. Siamo così all’ideologia transumanista abbracciata da buona parte dell’élite mondialista: per l’élite la distruzione creativa sul piano economico è anticamera di una distruzione ben più profonda, antropologica. Dalla concezione dell’essenza aperta e dinamica dell’Essere umano siamo giunti all’ideae della sua manipolazione come liberazione, come diritto che debba essere giuridicamente sancito.

Dio ce ne scampi.

NOTE

[1] «LGBTIQ+: Acronimo che indica lesbiche, gay, bisessuali, trans, intersessuali, queer. Il “+” ha un doppio significato: è un simbolo inclusivo che indica tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere non etero e rappresenta inoltre l’inclusività delle persone sieropositive (HIV+).

Lesbica: una donna emotivamente e/o sessualmente attratta da altre donne.

Gay: un uomo emotivamente e/o sessualmente attratto da altri uomini.

Bisessuale: una persona sessualmente e/o sentimentalmente attratta da più di un solo genere.

Transgender: aggettivo spesso usato come sinonimo di trans*. In alternativa, è anche usato come identità in sé. A volte gli individui che vivono in un ruolo di genere diverso da quello assegnato alla nascita senza impegnarsi in alcun tipo di transizione medica si identificano come transgender. È un termine “politico”, cioè autoassegnato, in contrapposizione al termine “transessuale” che ha un’origine medica psichiatrica.

Intersex o intersessuale: una persona con caratteristiche (ormonali, morfologiche o genetiche) che non corrispondono (del tutto) alla descrizione medica di sesso maschile o femminile. Potrebbe sentirsi come un uomo o una donna o come una persona non binaria.

Queer: storicamente era un termine gergale dispregiativo usato per identificare le persone LGBTIQ+, è un termine che è stato abbracciato e rivendicato dalla comunità LGBTIQ+ come un simbolo di orgoglio, in rappresentanza di tutti gli individui che stanno fuori dalle “norme” su genere e sessualità; è un termine che rigetta completamente identità e definizioni.

Altri termini utilizzati sono:

Agender: una persona che non ha un allineamento personale né con il concetto di “uomo” né di “donna”, e quindi non si definisce in termine di genere (a volte chiamato anche di genere neutro o senza genere).

Androgino: un’espressione di genere che ha elementi sia di mascolinità che di femminilità.

Aromantic*: persona che non prova attrazione sentimentale verso altre persone.

Asessuale: una persona che generalmente non è sessualmente attratta da altre persone o sceglie di non svolgere attività sessuali.

Alleato/a: Una persona che non è LGBTIQ+ ma mostra supporto per le persone LGBTIQ+ e promuove l’uguaglianza in vari modi.

Bear: termine inglese che significa letteralmente “orso”. Nella cultura gay si utilizza per indicare uomini gay o bisessuali generalmente dalla corporatura robusta, spesso pelosi, caratterizzati da una espressione di genere mascolina.

Bifobia: la paura, la rabbia irragionevole, l’intolleranza e/o l’odio verso la bisessualità e le persone bisessuali.

Binario/Non-Binario: si riferisce al presupposto che esistono solo due generi: uomo e donna. Una persona non binaria è una persona che non si identifica come un uomo o una donna. Si potrebbe sentire come una persona non allineata con nessuno dei poli uomo/donna, che presenta sia elementi codificati come maschili, sia elementi codificati come femminili; potrebbe riconoscersi in un punto intermedio dello spettro di genere oppure sentirsi come estranea a questa definizione.

Cisgender: termine usato per descrivere una persona la cui identità di genere si allinea con quella tipicamente associata al sesso assegnato alla sua nascita.

Coming-out: dall’espressione inglese “coming out of the closet”, letteralmente “uscire dall’armadio”, significa dichiararsi, uscire allo scoperto. Indica il processo di riconoscimento, accettazione e rivelazione della propria identità come persona lesbica, gay, bisessuale, trans, intersessuale o altri orientamenti sessuali e identità di genere e della condivisione con altre persone.

Demisessuale: una persona che ha un’attrazione sessuale solo se è presente un’attrazione romantica o comunque un forte legame emotivo.

Eterosessuale: una persona che è sentimentalmente e sessualmente attratta da persone del genere percepito “opposto”.

GPA/ Gestazione per altri: è una tecnica di procreazione assistita dove una donna (gestante per altri), provvede alla gestazione per conto di una o più persone, il futuro genitore o genitori del nascituro. La fecondazione può essere effettuata sia con spermatozoo e ovuli della coppia sia attraverso donatrici e donatori attraverso il concepimento in vitro.

MtF/FtM: MtF : Transizione dal maschile al femminile. FtM : Transizione dal femminile al maschile

Omofobia: la paura o l’odio dell’omosessualità. In un senso più ampio il mostrare disapprovazione per le persone o per le relazioni LGBT * IQ (ad esempio qualcuno/a che si sente a disagio ad
accettare che qualcuno sia gay, lesbica, bisessuale o transgender).

Pansessuale: una persona che è sessualmente e/o sentimentalmente attratta da persone indipendentemente dal loro genere.

Polisessuale: una persona che è sessualmente e/o sentimentalmente attratta da diversi generi ma non tutti..

Riassegnazione di genere: procedure. Le procedure mediche che cambiano il corpo di una persona per meglio abbinarlo al loro genere (terapia ormonale, interventi chirurgici di cambiamento di sesso).

Sesso: si riferisce alle caratteristiche genetiche, biologiche e ormonali (organi riproduttivi, ormoni e cromosomi), solitamente descritte come “maschio” e “femmina”.

Surrogazione di maternità: vedi GPA

Transfobia: discriminazione o pregiudizio verso le persone trans basata sul semplice fatto di essere trans o legata all’espressione dell’identità di genere.

Transessuale: una persona che sperimenta una mancata corrispondenza tra il sesso con cui è nata e il genere nel quale si identifica. Alcune persone transessuali (ma non tutte) si sottopongono a trattamenti medici per abbinare il loro sesso fisico alla loro identità di genere.

Uomo Trans/Donna Trans: l’uomo trans ha fatto una transizione dal femminile al maschile e si identifica col pronome maschile (il trans); la donna trans ha fatto una transizione dal maschile al femminile e si identifica col pronome femminile (la trans)».

[2] «E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».

  1. Marx F. Engels, L’ideologia tedesca



NO AL PASSAPORTO VACCINALE di Giorgio Bianchi

Uno degli obiettivi a breve termine dell’operazione va delineandosi con sempre maggiore chiarezza.
Ci “rilasceranno” solo a patto che accetteremo il cosiddetto patentino vaccinale, ovvero un pezzo di carta (più probabile un chip in una card e non ho utilizzato il termine chip casualmente) che ci consentirà di godere di alcuni aspetti della vita collettiva in cambio dell’accettazione del concetto che i diritti di cittadinanza possano essere condizionati ad un racing.
Il principale errore che si sta commettendo in questa fase è quello di soffermarsi sulla sicurezza dei vaccini, che è un problema che certamente sussiste, ma che purtroppo risulta essere un falso bersaglio.
Dal loro punto di vista il vaccino è una questione del tutto marginale, redditizia vero, ma a questi livelli i soldi sono un aspetto del tutto secondario.
L’idea che mi sono fatto è che l’enorme mole di denaro che verrà devoluta ai produttori e al loro indotto in cambio dei vaccini, servirà più che altro per ricompensare un sistema (e i suoi uomini) per la collaborazione offerta alla causa e sarà a garanzia per i progetti futuri.
Ciò di cui sono assolutamente certo è che la questione C*** non si concluderà per mezzo di un prodotto sperimentale di dubbia efficacia. Siamo di fronte ad un fenomeno di natura principalmente mediatica, pertanto sempre per via mediatica sarà risolto. Basterà rovesciare il frame della narrazione e come per incanto passeremo dal clima di terrorismo generalizzato ad uno stato di euforia generale determinato dal miracolo del vaccino.
Ma il punto è un altro. Il vaccino è il mezzo non è lo scopo.
L’onda lunga iniziata qualche tempo fa con le prime apparizioni di Burioni da Fazio, non intendeva concludersi con un procedimento zootecnico; la mia opinione è che il vaccino sia l’ariete attraverso il quale si intende spalancare la finestra di Overton della condizionalità dei diritti di cittadinanza.
Una volta che il Parlamento avrà approvato il patentino vaccinale, i governi futuri potranno allargare progressivamente questo strumento ad altri ambiti fino ad arrivare alla cittadinanza a punti su modello cinese.
La mia idea è che il concetto sotteso al patentino vaccinale sarà la pietra angolare sulla quale si fonderà la società autoritaria del prossimo futuro.
* Fonte: https://www.facebook.com/1575860640/posts/10221971877997472/



BREVE LEZIONE SUI DIRITTI CIVILI di Moreno Pasquinelli

Pubblichiamo un articolo comparso su Sollevazione il 26 maggio 2015

* * *

«L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono».
[Protagora, in Platone, Teeteto]

Il mio articolo A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI…NO ha suscitato diverse ed aspre critiche. Non poteva essere diversamente. La questione  è controversa, e tocca più ambiti: politico, filosofico ed anche psicologico. Tutto si può dire, non che si tratti di una discussione sul sesso degli angeli.

Lo dimostra il recente referendum nella cattolica Irlanda sui matrimoni gay, segnato dalla vittoria schiacciante dei SI e da un’alta percentuale di votanti, e che destituisce di ogni ragionevole fondamento l’idea di chi liquida i diritti civili come bazzecole, “capricci” o, addirittura, li condanna come un maldestro tentativo di “distrazione di massa” delle élite neoliberiste.

Liberalismo

Sono stato accusato, da chi respinge la “categoria” stessa dei diritti civili, di essere un liberale e/o un anarchico. Accettandola io condividerei il paradigma individualistico tipico del pensiero liberale.

E’ curioso che l’accusa mi venga non da dei paleo-comunisti  —che dunque teorizzano l’abolizione della proprietà privata e l’estinzione dello Stato, ergo la comunione integrale dei beni e una comunità basata sulla democrazia diretta—, bensì da chi ritiene inviolabile la proprietà privata, il capitalismo un sistema ottimale, divino lo Stato e sacra la Costituzione italiana.

E’ evidente l’autocontraddittorietà dei miei critici. Il fondamento filosofico, anzi teologico, dell’individualismo liberale è infatti il considerare “naturale” e non invece un determinato prodotto storico, la proprietà privata, il porre quest’ultima come fondamento primo dei diritti di libertà dell’uomo.

Rifiutare il paradigma liberale non autorizza nessuno a gettare l’acqua sporca col bambino. Tanto per dire: la condanna, a cui mi associo, della filosofia individualistica di Locke, non toglie nulla ai meriti del filosofo inglese, alla sua condanna dell’assolutismo, alla sua difesa del principio della tolleranza, alla sua idea di separazione tra Stato e Chiesa, ecc. Al fondo l’errore di certi giuristi statolatri e critici arruffoni è scambiare il ricco e poliforme pensiero liberale con il moderno neoliberismo, la cui forma ideologica più estrema venne ben espressa dalla nota sentenza della Thatcher: “la società non esiste, esiste solo l’individuo”.

Chi non riconosce al pensiero illuministico ed al movimento politico liberale, ovvero alla borghesia nascente, la loro funzione storica progressiva —decisiva nella battaglia per demolire i regimi feudali e nella fondazione dei moderni stati-nazione— o è un somaro oppure, gratta gratta, è un reazionario della più bell’acqua.

Un inflessibile critico della società borghese liberale fu ad esempio Karl Marx, il quale tuttavia non si sognò mai di negare il ruolo rivoluzionario della borghesia. Il fatto che contestasse al liberalismo di nascondere la diseguaglianza sociale reale dietro il velo dell’eguaglianza giuridico-formale, non gli faceva certo condannare le conquiste della rivoluzione liberale e borghese. Come invece fece il controrivoluzionario Joseph De Maistre, massimo esponente della Restaurazione.

Mi si dirà che tra Marx e De Maistre c’è un altro pensatore anti-liberale, ed anti-individualista, per la precisione Jean-Jacques Rousseau, da cui Giuseppe Mazzini trasse alcune delle sue idee politiche. Non vedo tuttavia, nel documento che prendevo di mira e nei ragionamenti di coloro che rifiutano la “categoria” dei diritti civili, né l’elogio dell’eguaglianza sociale né la preferenza per la democrazia diretta, che sono appunto i capisaldi del pensiero radicale rousseauiano.

Mazzini non è Rousseau, ciò di cui si resero ben conto i teorici della dottrina fascista, che amavano il primo ma non certo il secondo.

L’errore principale di ARS è di natura filosofica. Nel documento sui diritti civili di questo gruppo, viene espresso questo principio:

«…la retorica dei diritti civili è espressione dell’individualismo filosofico e politico che l’ARS riconosce fra i suoi principali nemici».

Sotto mentite spoglie ritorna la metafisica mazziniana-gentiliana. Col pretesto di respingere l’individualismo, non solo si ripudiano gli elementi di universalità del pensiero liberale e le conquiste storiche della rivoluzione borghese, si rigettano anche i concetti di cittadino e di persona.

I concetti di individuo, cittadino e persona non vanno invece confusi: il primo è liberale, il secondo giacobino, il terzo è proprio di un pensiero anti-liberale e comunitario. Il fatto è che la Costituzione italiana del 1948, essendo un compromesso tra liberali, cattolici e social-comunisti, li recepisce tutti e tre. Ma andiamo con ordine.

La Costituzione italiana

L’autocontraddittorietà di coloro che fanno spallucce davanti ai diritti civili e li respingono anzi come “cosmetici” (quindi privi di sostanza e giuridicamente illegittimi) non finisce qui.

Essi dicono di difendere la Costituzione italiana, in verità non la capiscono. Non vogliono ammettere che essa —proprio dal momento che pone a fondamento della Repubblica e dell’ordinamento giuridico l’inviolabilità dei diritti politici, democratici e quindi civili della persona— accoglie la migliore eredità liberal-democratica.

Ed è proprio per il posto centrale che occupano i Titoli riguardanti i diritti della persona e del cittadino (non solo e non tanto per il principio astratto che la sovranità spetta al popolo), che la Costituzione seppellisce il fascismo e fonda la Repubblica democratica. Ed è democratica, al contrario di quanto vaneggiano certi suoi paladini, perché insiste senza ambagi che, se è vero che i cittadini hanno dei doveri verso lo Stato, è proprio su quest’ultimo che ricadono i principali obblighi e doveri, primo fra tutti, appunto, quello di rispettare i diritti inviolabili dell’individuo, in quanto persona e cittadino.

Già ricordavo il Titolo I della Costituzione (gli articoli dal 13 al 28), con la sua apertura inequivocabile: “la libertà personale è inviolabile”, ed a seguire, l’obbligo dello Stato di difendere i diritti dei cittadini che ne conseguono.

Suggerisco di leggere quindi il Titolo II “rapporti etico-sociali”, gli articoli dal 29 al 34, dove i costituenti sottolineano i fondamentali doveri dello Stato repubblicano verso i cittadini: quelli ad esempio di tutelare i figli nati fuori dal matrimonio, di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, di tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo garantendo cure gratuite agli indigenti, di assicurare la gratuità dell’istruzione. Infine, ma non meno importante, il principio che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Come si vede ai diritti del cittadino corrispondono altrettanti doveri dello Stato. E’ quindi falso ed in contraddizione col dettato costituzionale il principio secondo cui:

«Il fondamento dei diritti consiste invece nei doveri, sui quali si basa ogni grande e piccola comunità: soltanto adempiendo i nostri doveri abbiamo titolo per rivendicare i diritti». [1]

Se ciò fosse vero, dovremmo escludere dal godimento dei diritti civili e politici una buona fetta della popolazione, dai bambini a tutti gli adulti affetti da patologie che impediscono loro di compiere alcuni se non tutti gli obblighi previsti dalla legge.

I diritti civili

I diritti sanciti dalla Costituzione sono sociali? democratici? politici? civili? Sono, evidentemente, tutte queste cose insieme. Di più: essi sono un tutt’uno, e se cade una parte, rischiano di cadere tutti.

Volendo seguire l’approccio giuridico formalistico potremmo, con Luigi Ferrajoli [2] classificare i diritti come segue:

(1)        diritti di libertà: quelli che comportano per il potere pubblico il dovere di non interferire;

(2)        diritti politici: quelli attinenti alla sfera pubblica;

(3)        diritti civili: quelli che attengono alla sfera privata

(4)        diritti sociali: quelli che sanciscono l’obbligo dello Stato alla loro tutela, rimuovendo perciò gli ostacoli al benessere dei cittadini.

Se poi vogliamo seguire Norberto Bobbio, [3] per cui i diritti non sono il prodotto della natura ma della civiltà umana, ossia sono diritti storici e in quanto tali mutevoli, occorre considerare la categoria dei

(5) diritti umani, affermatisi grazie alle lotte di questa o quella minoranza sociale, recepiti poi, in virtù del consenso generale, dagli Stati (vedi la Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU) e dalla stessa giurisprudenza.

Come detto, con le modificazioni della struttura e della sovrastruttura sociale, delle consuetudini e dei costumi, muta anche la sfera dell’etica, quindi del diritto. Diritti un tempo primari divengono secondari, alcuni addirittura periscono per lasciare il posto a diritti nuovi. Questi ultimi si sono faticosamente fatti strada, sempre dovendo vincere le resistenze di conservatori e passatisti. E’ il caso di ricordare i movimenti delle donne, dei neri, degli omosessuali, e di altre minoranze contro le più diverse discriminazioni sociali?

Per concludere, davanti alla comparsa di nuovi bisogni sociali, sotto la spinta dei mutamenti dei costumi, della scienza, delle comunicazioni, la dottrina giuridica ha dovuto concepire i cosiddetti “diritti di quarta generazione”. Sono quelli connessi alla bioetica, alle manipolazioni genetiche, alle nuove tecnologie di comunicazione, quelli relativi ai diritti dei malati e financo degli animali.

Chi scrive è ben lontano dal ritenere che ogni nuovo bisogno sociale sia progressivo, che quindi debba essere considerato legittimo solo in quanto “moderno” o rivendicato da qualcuno. Se, ad esempio, dev’essere considerata legittima la fecondazione artificiale, non solo omologa ma pure eterologa (in base al principio che coppie non fertili possano, con l’aiuto della scienza, avere  figli), non lo è per niente la pretesa di legalizzare il commercio degli embrioni, la crioconservazione o la sperimentazione eugenetica.

L’errore madornale di considerare i diritti civili dei “capricci” conduce infine ad un curioso paradosso, alla terza antilogia.

Dopo aver sostenuto che “l’individualismo filosofico e politico è uno dei principali nemici di ARS”, il documento in questione conclude riconoscendo… “il diritto [ad ogni iscritto] di maturare con autonomia la propria opinione”. Il nemico principale, cacciato dalla finestra filosofica, rientra surrettiziamente dalla finestra della politica!

Si condanna l’individualismo liberale e poi si accetta, con la scusa che i diritti civili sono dei “capricci”, il padre di tutti i principi del liberalismo, la “libertà di coscienza”.

Aveva ragione Flaiano, che  “la situazione è tragica, ma non è seria”.

*l’ARS darà poi vita al Fronte Sovranista Italiano

** Questo articolo comparve su SOLLEVAZIONE il 26 maggio 2015

NOTE

[1] Vedi il Documento sui Diritti civili di ARS

[2] Luigi Ferrajoli, Dai diritti del cittadino ai diritti della persona. In: “La cittadinanza: appartenenza, identità, diritti”, a cura di Danilo Zolo.

[3] Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi 1990

 




E’ NATO IL “PATTO JULIAN ASSANGE”

Negli ultimi mesi sono stati compiuti sulla rete diversi gravi atti censori da parte di facebook, Google e YouTube. Vittime non solo centinaia di cittadini a cui sono state chiuse le pagine o rimossi svariati post. Vittime alcuni blogger e autori indipendenti, nonché giornali on line,radio e web Tv (quali ByoBlu o RadioRadio) “colpevoli” di dare voce a chi contesta il “pensiero unico” sulle più disparate vicende.
Per contrastare la censura da parte dei giganti americani del Web (censura che come vediamo è avallata dalle autorità dell’Unione europea) si è appena costituito il PATTO JULIAN ASSANGE di cui SOLLEVAZIONE si onora di far parte. D’appresso il comunicato stampa.

– Qualche giorno fa si sono conclusi i lavori dell’Assemblea Costituente che ha dato vita, dopo 7 settimane di incontri, al “Patto Julian Assange”

– L’Assemblea e’ costituita da una trentina di Soggetti, noti per il loro impegno nella Libera Informazione, che producono e diffondono da anni contenuti  ispirati alla Libertà di Opinione, alla Attuazione della Costituzione Italiana e  al contrasto alla Censura e al Controllo di Massa realizzate dalle élite.

– Lo Scopo del Patto è difendere i membri, e le loro attività grazie alla cooperazione, alla sorveglianza e alla  condivisione delle RICHIESTE DI DIFESA COMUNE. Nel caso in cui uno o più membri aderenti al Patto dovessero subire (da parte di Istituzioni, Providers, Social Network, Gruppi Censorii o Individui) diffamazioni, accuse infondate o minacce, che conducano a limitazioni della propria attività, quali (indicativamente) : chiusura dell’account o delle pubblicazioni, cancellazione e censura di post e videoclips, shadow banning , demonetizzazione, sanzioni, danni d’immagine, etc…

– Laddove le Pubblicazioni e/o le Opere siano conformi ai principi ispiratori e le Fonti dei Contenuti siano rinvenibili, autentiche e trasparenti …  Ogni Membro si  impegna a valutare con la massima attenzione la Richiesta di Difesa Comune e a condividerla prontamente e integralmente sui propri mezzi di diffusione con facoltà di esprimere ulteriore solidarietà nei confronti del membro “attaccato” e il dissenso nei confronti delle azioni censorie e sanzionatorie e dei loro effetti.

In ogni caso i Membri si riservano la facoltà di valutare se la Richiesta di Difesa Comune è sostenibile o meno e a comportarsi di conseguenza.

– I membri del Patto hanno già effettuato diverse azioni di Difesa Comune in Rete denunciando contemporaneamente sui loro giornali on line, web tv, pagine Facebook , canali Youtube, etc… alcuni recenti gravi abusi e censure immotivate. La loro azione comune ha raggiunto un grande consenso con picchi di audience cumulata pari a 1,5 milioni di spettatori/lettori, decine di migliaia di condivisioni e commenti a favore.

– Il Patto, al quale aderiscono attualmente sia membri attivi che osservatori partecipanti,  sta destando un enorme intreresse nel mondo dei Creatori di Contenuti e stanno arrivando moltissime richieste di adesione che sono al vaglio secondo criteri di professionalità piuttosto rigidi.

  • La scelta della denominazione “Julian Assange” e del Logo (disegnato da Davide Dormino) non è solo un ulteriore sostegno alla causa della sua liberazione ma soprattutto rappresenta la volontà di mantenere una continuità con la tradizione di un Editore Indipendente che negli ultimi anni ha divulgato informazioni altamente strategiche per l’intera popolazione mondiale.


Patto Julian Assange
Roma, 7 luglio 2020

 




INFODEMIA: AMORE PROIBITO di Sandokan

Nell’universo concentrazionario immaginato da George Orwell in ‘1984’, vi era una istituzione che più di ogni altra ‘incuteva un autentico terrore’: il ministero dell’Amore. Era l’unico privo di finestre perché nulla doveva trapelare all’esterno. Ai contatti con il mondo provvedeva il ministero della Verità, dove si cancellava la memoria delle notizie sgradite e se ne confezionavano di verosimilmente false. Solo il partito poteva decretare quando il vero era falso, e il falso vero.

“Abbraccia la fidanzata per strada: multa di 400 euro a un 20enne”. Non siamo a Kabul, siamo a Pavia. La notizia, del 25 maggio scorso, era sulle pagine dell’edizione milanese de la repubblica.

Nel clima di “infodemia” (prendo in prestito l’azzecatissimo concetto da  Marcello Teti) la notizia è passata in sordina. Solo tre mesi fa l’avremmo giudicata surreale e i cittadini avrebbero a giusto titolo chiesto un Tso per lo sceriffo (alias vigile urbano) che avesse comminato la sanzione. Invece…. Invece nel contesto di post-normalità suscitato dalla spaventosa campagna anti-corona virus il consueto è diventato anomalia, l’abitudine un atto eversivo, il diritto trasformato in sopruso. Ed i Tso comminati quindi a chi osa disobbedire.

Non ho citato Orwell per caso. Si procede a tappe forzate verso l’inveramento della sua agghiacciante distopia.

Ad un certo punto in 1984 si legge:

«Abbiamo infranto ogni legame fra genitori e figli, uomo e uomo, uomo e donna. Oggi nessuno più ha il coraggio di fidarsi di una moglie, di un bambino o di un amico, ma in futuro non ci saranno più né mogli né amici. I bambini saranno tolti alle madri all’atto della nascita, così come si tolgono le uova a una gallina. L’istinto sessuale verrà sradicato. La procreazione sarà una formalità annuale, come il rinnovo di una tessera per il razionamento. Aboliremo l’orgasmo. I nostri neurologi ci stanno già lavorando. Non ci sarà forma alcuna di lealtà, a eccezione della lealtà verso il Partito. Non ci sarà forma alcuna di amore, a eccezione dell’amore per il Grande Fratello». George Orwell, 1984

Mi direte che quella che viviamo è solo una parentesi, che presto ci lasceremo tutto alla spalle. Un auspicio di cui non sarei così sicuro. Temo piuttosto che siamo alle prese con una tendenza latente ma oggettiva, che muove la mano degli stessi fantocci politici che emanano i divieti.

Una tendenza che, a volte a passi di lumaca, a volte con balzi di tigre (e questo è oggi il caso), si va affermando come fosse una necessità del liberalismo decadente, di un sistema che è pronto a tutto pur di non lasciare la scena e, per restare sulla scena, deve trasformarsi in dittatura. Una dittatura che pretende di essere più efficace di quella nazista (e di quella staliniana a cui alludeva Orwell). Una dittatura che sarà tanto più performativa e stabile quanto più sarà assimilata, accettata, psicologicamente intrioiettata da coloro che sono destinati a subirla.

Ogni potere putrescente ha tentato di compiere questa mutazione, far sì che la domanda di legge e ordine, di coercizione e disciplinamento sociale, provenisse dal basso, così che il potere potesse presentare la propria tirannia non come atto unilaterale di tracotanza, ma come un gesto di altruistica generosità conforme alla richiesta della plebe. Così il potere intruppava i sudditi dichiarando guerra contro uno stato nemico.

Spesso lo stato d’emergenza è stato istituito col pretesto del dilagare della criminalità. Più di recente il motivo dello Stato d’emergenza è stata la lotta al terrorismo (se islamista meglio ancora, che fonde l’avversione dello straniero con quella verso il fanatismo religioso).

Mezzucci, espedienti che sono niente rispetto alla pandemia, spettro e simulacro del più pauroso degli incubi: un invisibile esercito sterminatore — per fermare il quale ogni cessione di libertà diventa quindi necessaria.

Proibire l’amore, quantomeno vietarlo come atto pubblico, imprigionarlo, confinarlo in gattabuia. Questo è solo uno degli “effetti collaterali” del criterio prescrittivo del “distanziamento sociale”. Un divieto disumano quanto efficace affinché, appunto, tutti e ognuno (anzitutto i giovani che per natura sono potenzialmente turbolenti) diano prova di succubanza al potere, di sottomissione al sovrano assoluto teorizzata da Thomas Hobbes, il quale, convinto che non vi fosse alcun libero arbitrio e che la libertà fosse solo una amara illusione, scrisse che “La vita dell’uomo è confinata nella solitudine, nella povertà, nella sporcizia, nella brutalità e infine la durata della vita è alquanto breve.”

La pandemia viene a fagiolo al potere per imprimere nella mente di tutti che la pacchia è finita, che la vita non è che “solitudine, povertà, sporcizia, brutalità”, per di più destinata ad essere “alquanto breve”.

Se esso riuscirà a convincere i sudditi che la vita è una merda, tutto quanto sembrerà migliore. Il potere potrà così agevolmente chiedere che sia data carta bianca ai tecno-ministri della scienza, convincendo i sudditi che solo la scienza (che già di suo “non è democratica”), coi suoi prodigiosi mezzi, potrà tirarci fuori da un funereo destino.

All’orizzonte ci attende una fine in gloria, a condizione di assecondare il nuovo Leviatano. Il transumanesimo è infatti l’ideologia della nuova dittatura.




ABOLIRE LA PRATICA DELL’UTERO IN AFFITTO

Ci occupammo della questione della maternità surrogata tempo addietro, quando criticammo duramente la scelta di Nichi Vendola e la sua sconcia autodifesa. Alcuni ci presero per “bigotti” a “antiprogressisti”. Volentieri pubblichiamo questo contributo, che condividiano completamente.

L’abolizione universale dell’utero in affitto è questione di civiltà

La maternità surrogata è una pratica in sé disumana nel senso preciso che distrugge un elemento costitutivo della nostra comune umanitàdi Francesca Izzo*La vicenda orribile dei neonati a Kiev, parcheggiati in una stanza d’albergo, privati delle cure e dell’amore materni e senza nessuna protezione giuridica, ha sollevato il velo, per la grande opinione pubblica, sulla realtà della pratica dell’utero in affitto. Dinanzi alla crudezza di quelle immagini e di quelle parole pronunziate da impiegate di un’azienda che “produce” bambini non è più possibile imbastire la narrazione che per anni è stata diffusa dalle pagine di giornali, dai talk show televisivi, dalle riviste patinate per collocare la gestazione per altri (così viene chiamata per ripulirla dal marchio della pratica commerciale) sotto i capitoli della generosità e della libertà.

I sostenitori della sua legalizzazione in Italia, dove è vietata, ci hanno raccontato per anni che si tratta di una pratica cosiddetta solidale cioè del dono del proprio ventre che una donna liberamente fa per realizzare il desiderio di altri. Vietarla, opporsi sarebbe il segno di un’intollerabile cultura repressiva delle libertà individuali, chiusa alle conquiste del progresso in campo tecnico-scientifico e dei diritti, insomma come si è espresso Nichi Vendola, indice di una cultura “clericale”. Ma da Kiev ci arriva ora l’immagine vera del business della riproduzione industriale della vita umana ed è difficile fare appello al dono e alla libertà. Piuttosto, con uno spiccato gusto per le acrobazie logiche, si pensa di ridurre l’orrore, che percorrono le coscienze di fronte a quei bambini trattati come pacchi in deposito, proponendo la legalizzazione dell’utero in affitto in Italia con l’idea di ridurne i tratti disumani.

No, è la pratica in sé che è disumana nel senso preciso che distrugge un elemento costitutivo della nostra comune umanità.

Nella pratica della surrogazione, viene spezzata l’unitarietà del processo procreativo umano che è tale (e non riproduttivo o peggio produttivo) per l’assoluta peculiarità che lo distingue nel suo principio e nel suo fine: quella singola donna e quel singolo bambino, assolutamente non replicabili o riproducibili, come invece accade nella riproduzione animale, per non parlare della produzione di beni. Il processo viene segmentato in “pezzi”, comprati e venduti sul mercato (ovociti, utero e neonato) così da ridurlo a un assemblaggio per “fabbricare” bambini, secondo le peggiore regole del mercato. Alla gravidanza si toglie ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica e alla donna che “affitta” il suo ventre è sottratta la personalità così che il processo da procreativo diventa riproduttivo e il bambino è la merce finale. Qui si raggiunge la vetta della svalorizzazione della maternità: ridotta alla sola gravidanza, prende le sembianze di un “lavoro” da far svolgere alle operaie della riproduzione.

Possiamo pensare a tutte le garanzie, tutele, limitazioni che si vuole, ma se si accetta di legalizzare la pratica dell’utero in affitto si colpisce un pilastro della civiltà umana. Proprio perché la questione è questa, non valgono schieramenti ideologici e politici, non servono casacche indossate a destra o a sinistra. La campagna per l’abolizione universale dell’utero in affitto coinvolge donne e uomini di convincimenti religiosi politici, culturali molto diversi tra loro uniti però dalla volontà di salvaguardare un principio fondativo della nostra comune umanità.




Comitato COVID 19: BASTA CON LA PAURA!

Riceviamo da alcuni attivisti del Comitato Popolare Territoriale di Napoli di Liberiamo l’Italia, e volentieri pubblichiamo.

Da circa un mese il nostro Paese si trova in una difficilissima condizione per una sciagurata gestione dell’emergenza covid-19 da parte del governo italiano che, dopo aver indirettamente provocato danni non ancora calcolabili, ora, galleggiando sulla paura, non prospetta null’altro che il procrastinarsi sine die dell’attuale lockdown (cioè, il confinamento a casa della popolazione) senza apparentemente avere una precisa strategia.

In questa situazione, la sospensione di diritti costituzionali ha finora confinato la rabbia in qualche mugugno ma è probabile che essa si traduca in gravi tumulti che renderebbero ancora più drammatica la situazione. Anche per questo riteniamo che sia irrimandabile la nascita di un movimento di protesta, responsabile ma determinato, che ponga fine a questa insostenibile situazione.

Anche per questo, vi invitiamo a leggere la nostra succinta analisi e le nostre proposte e ad aderire al costituendo Comitato COVID 19: BASTA CON LA PAURA

Antonello, Francesco, Marilù, Omar, Paolo (attivisti di Liberiamo l’Italia – Comitato di Napoli)

8 aprile 2020

Per adesioni e ulteriori informazioni

Pagina Facebook: COVID 19: BASTA CON LA PAURA

Una sciagurata gestione dell’emergenza

Ai primi di marzo, dopo i primi tamponi positivi al Coronavirus COVID 19, le autorità italiane (governo e Regioni) che, fino ad allora, avevano perso tempo prezioso con surreali iniziative (ad esempio, #Milanononsiferma) e che non avevano pianificato assolutamente nulla per affrontare un’eventuale emergenza, imponevano il confinamento a casa della popolazione (lockdown). Oggi governo e Regioni (in particolare Lombardia e Veneto) si rinfacciano la responsabilità di avere “troppo tardi” imposto il lockdown , ma nessuno dice che questa misura non serve a “bloccare il contagio” ma solo a rallentarlo per evitare il sovraffollamento dei posti di rianimazione (così come avvenne in Lombardia durante l’epidemia influenzale del 2018) e, quindi, permettere la sopravvivenza degli infettati più gravi.

I posti di rianimazione sono stati ridotti ad un quinto in Italia dopo venti anni di tagli alla Sanità non è così in altri paesi – come, ad esempio, la Germania o la Svizzera – dove, non a caso, l’emergenza COVID19 è affrontata senza isterie e vessatori lockdown.

Una emergenza all’insegna del terrore

In Italia, invece, la pretesa di “bloccare il contagio” si è tradotta in dure disposizioni e, soprattutto, in una terroristica campagna informativa basata su una bizzarra metodologia: la diffusione, ogni sera, dei dati inerenti i “contagiati” e i “morti”. Conteggiando tra i primi SOLO le migliaia che venivano fuori dai pochi tamponi diagnostici effettuati dalle Regioni (e non già i milioni di italiani infettati stimati da autorevoli fonti) e tra i secondi TUTTI i deceduti risultati positivi al Coronavirus (anche quelli morti per gravi patologie pregresse o per vecchiaia). Si è arrivati, così, a fine marzo a istituzionalizzare uno sbalorditivo indice di letalità (rapporto morti/contagiati) del COVID 19 enormemente superiore a quello indicato dalle più autorevoli fonti scientifiche e che oltre a servire a terrorizzare la popolazione per farla barricare in casa, ha scatenato il panico tra chi, invece, era costretto ad operare nell’emergenza.

Panico che, ad esempio, si è tradotto nell’impedimento per i medici di base di recarsi a casa dei pazienti i quali, perciò, spesso indiscriminatamente, sono stati trasportati in sempre più affollati reparti. Questo verosimilmente ha provocato la diffusione di malattie infettive (che già, in Italia, si portano via 50.000 persone all’anno) negli stessi ospedali.

La mancanza di una strategia

Intanto, a rendere sempre più confusa la situazione, ci sono le contradditorie disposizioni di governatori regionali e sindaci, una pletora di confusi esperti (sempre in TV) e un governo che, brancolando nel buio, si limita a struggenti appelli. Anche questo caos è conseguenza dello sfascio e dei tagli che hanno distrutto quello che era un sodisfacente servizio sanitario nazionale (e che aveva saputo affrontare gravi epidemie, come l’influenza H3N2 – detta “di Hong Kong” – del 1968) e di una Protezione civile ridottasi a quello che è.

Nasce da qui l’incapacità del Governo di prevedere l’andamento dell’epidemia e, quindi, attivare calibrate strategie di intervento; previsioni e strategie che si basano su consolidati modelli di simulazione i quali, comunque, per operare hanno bisogno di dati (quanti sono gli italiani già infettati, quanti gli asintomatici, i guariti, i portatori sani…). Dati che – incredibile a dirsi – solo ora cominciano, timidamente, ad essere raccolti effettuando, non già solo tamponi, ma test diagnostici.

La dimensione internazionale dell’emergenza COVID 19

Una pur succinta esposizione degli aspetti politici dell’emergenza COVID 19 in Italia non può non accennare alla sua correlazione internazionale; anche perché Il governo si ostina a definire la sua strategia per uscire dalla crisi come un “modello” internazionale (il modello Italia).

Intanto va detto che le misure attuate in Italia sono nate prendendo a modello quelle attuate nell’Ubei-Wuhan, principale distretto manifatturiero per le aziende occidentali, misure imposte dalle autorità cinesi, più che per motivi meramente profilattici, per rintuzzare le sanzioni e i dazi USA di cui la campagna mediatica contro il “virus cinese” era il corollario.

Tutto ciò è stato fatto utilizzando una quantità e qualità di risorse che semplicemente noi non possediamo e che hanno mostrato la potenza cinese agli occhi del mondo.

La gestione dell’emergenza in Italia ha comunque cominciato a suscitare l’interesse di molti governi quando si sono resi conto che questa, senza particolari sforzi, è riuscita a trasformare un intero popolo in una massa disposta ad accettare supinamente inimmaginabili privazioni. Lezione appresa, anche se non applicata in modalità cosi vessatorie come quelle italiane, ad esempio, in Francia dove un pur blando lockdown è riuscito a congelare ogni protesta e sta facendo passare la riforma di Macron sulle pensioni.

Inoltre, il lungo lockdown rischia di essere visto come un’occasione allettante da alcuni per mandare sul lastrico un paese e costringerlo, così, ad accettare trattati capestro (come il MES) o a svendere i suoi beni. Ci rendiamo conto che questo potrebbe apparire inverosimile, ma se consideriamo quali potentati economici foraggiano i media che oggi alimentano il caos o, le altrimenti incomprensibili, posizioni di questo o quel personaggio, è possibile rendersi conto che questa prospettiva non è mera fantapolitica.

QUELLO CHE VOGLIAMO SUBITO:

  • Un’unica, nazionale, autorevole, direzione dell’emergenza con la conseguente estromissione delle Regioni e dei Comuni.
  • Una capillare campagna di test diagnostici che, oltre a garantire una pianificazione dell’emergenza e permettere il calcolo preciso del tasso di letalità, consenta la piena mobilità di tutte le persone che non rappresentano pericolo di contagio.
  • Servizi per assistere gli anziani e ridurre la loro esposizione al contagio
  • La fine di una “informazione” basata sulla paura. Pretendiamo, ad esempio, che vengano presentati ufficialmente come “deceduti per COVID 19” solo quei casi che rientrano nei criteri stabiliti dall’Istituto superiore della sanità
  • L’abolizione di inutili e vessatorie disposizioni (prima tra tutte il divieto di passeggiare pur rispettando la distanza di sicurezza)

QUELLO CHE VOGLIAMO, FINITO IL LOCKDOWN :

Rigettiamo ogni ipotesi di “scudo penale” per colpe o reati commessi durante l’emergenza Covid19. Chiediamo, anzi l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta finalizzata ad identificare eventuali colpe e reati, a scongiurare il riproporsi di situazioni analoghe e a favorire il ripristino di un Servizio sanitario nazionale e di strutture nazionali di emergenza degni di questo nome.

Antonello, Francesco, Marilù, Omar, Paolo (attivisti di Liberiamo l’Italia – Comitato di Napoli)




PAOLO MADDALENA: LA MIA PROPOSTA

La gravissima crisi economica in arrivo avrà conseguenze decisive al livello mondiale e sta già terremotando l’Unione europea. I falchi ordoliberisti si rifiutano di accettare la proposta di condividere il debito avanzata dai paesi del Sud, tra cui quello italiano.

Eviterà l’Unione europea lo sconquasso? Mai come ora è stato evidente che il nostro Paese non ha scampo se non esce dalla gabbia dell’Unione europea. In questo contesto giunge la proposta di Mario Draghi.

Draghi è colui che, assieme a Trichet, il 5 agosto 2011 chiese tagli draconiani (sic!!) alla spesa pubblica, spianando la strada a Mario Monti. Lo stesso oggi sostiene che “siccome siamo in guerra, solo col debito pubblico si può evitare che la recessione si trasformi in una grande depressione”.

«Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente»

* * *

1)      Revisionare il nostro debito pubblico e dichiarare inesigibile il debito da  speculazione (così il debito si ridurrebbe a meno del 60 % del PIL);

2)      Bloccare tutte le privatizzazioni, le cartolarizzazioni e le svendite;

3)      Abrogare le leggi che consentono la finanziarizzazione del mercato (cartolarizzazioni, derivati, ecc.);

4)      Chiedere l’annullamento per via giudiziaria delle cartolarizzazioni e svendite di tutti gli immobili pubblici (specie degli Ospedali storici e dei beni delle IPAB), dimostrando che tali cartolarizzazioni e svendite violano la “funzione sociale” (cioè l’interesse pubblico del Popolo) della “proprietà pubblica” e sono contro “l’utilità pubblica, la sicurezza, la libertà e la dignità umana” (artt. 41 e 42 della Costituzione). Si tratta di “norme “precettive e imperative”, che consentono di “annullare senza limiti di tempo” le cartolarizzazioni e le svendite in questione, ai sensi dell’art. 1418 del codice civile;

5)      Ricostituire, con provvedimenti legislativi e Atti giudiziari, il “patrimonio pubblico” ceduto ai privati, dichiarandolo “Inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”;

6)      Precisare che la “proprietà collettiva demaniale del Popolo” (cioè il “demanio”, che è per l’appunto, “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, poiché è in “proprietà pubblica” di tutti i cittadini) comprende, non solo il cd. “demanio naturale” previsto dal codice civile, ma anche, e soprattutto, “i servizi pubblici essenziali” (nazionali e locali), “le fonti di energia” (acqua, luce, gas, industrie strategiche, fonti di produzione  della ricchezza nazionale, ecc.) e le “situazioni di Monopolio”, tutte categorie previste dall’art. 43 della Costituzione, il quale precisa, tra l’altro, che tali “fonti di produzione della ricchezza” devono essere “in mano pubblica” o di “Comunità di lavoratori o di utenti”;

7)      Ritrasformare la Banca d’Italia e la Cassa Depositi e Prestiti, in  “Enti pubblici”, che devono servire a soddisfare i diritti fondamentali dei cittadini, e non SPA, il cui fine è quello di perseguire gli interessi economici dei “soci”;

8)      Riprenderci la “sovranità monetaria”, o nel senso di emettere “biglietti di Stato a corso legale” spendibili nel territorio italiano, o uscendo dalla “zona euro”, emanando delle leggi, che abroghino le ”leggi di ratifica” dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, nonché i Trattati relativi al WTO, al FMI e alla Banca mondiale degli investimenti;

9)      Dare una interpretazione costituzionalmente orientata della “proprietà privata”, di cui all’art. 832 del codice civile, alla luce delle norme precettive e imperative di cui agli articoli 42 e 41 della Costituzione, le quali sanciscono la “funzione sociale” della proprietà  e la “utilità sociale” che devono perseguire le relative negoziazioni, come prevede il disegno di legge Senatrice Paola Nugnes e altri, già depositata in Senato e la proposta di legge dell’On. Stefano Fassina, già depositata alla Camera;

10)   Includere i cd. “beni comuni” nella “proprietà collettiva demaniale” del popolo, rendendoli inalienabili, inusucapibili e inespropriabili e diretti soltanto alla soddisfazione dei diritti fondamentali di ogni cittadino come altresì prevedono il disegno di legge e la proposta di legge poco sopra ricordate.

Con questi provvedimenti ci porremmo sulla buona strada per battere l’attuale “sistema economico predatorio neoliberista” e ricostituire il “sistema economico produttivo keynesiano”, che ci consentì, nei primi trenta anni del dopo guerra, di diventare la quinta potenza economica del mondo.

Un caro abbraccio. Paolo Maddalena




IL SISTEMA NE AMMAZZA PIÙ DEL VIRUS

Passata l’emergenza del COVID-19 ci sarà modo di scavare a fondo sulla “pandemia”.
Si tratterà di rispondere a diverse domande, anzitutto ad una: come mai il virus — premesso che la grandissima parte di vittime si annoverano tra i cosiddetti “vulnerabili” cioè anziani con gravi patologie pregresse —  ha colpito anzitutto la “Padania”.
Ciò richiederà, di tutta evidenza, un grande lavoro interdisciplinare.

In attesa che il mondo scientifico dia le dovute risposte, noi ci permettiamo di suggerire una riflessione.
Abbiamo comparato (vedi grafica sopra), visto che COVID-19 colpisce le vie respiatorie, tre tabelle: le regioni più colpite dal virus, quelle con più alto inquinamento dell’aria (polveri sottili e non solo) e quelle più inquinate d’Europa.
Si può facilmente notare che esse sono perfettamente sovrapponibili: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono le regioni più colpite dal virus e quelle più inquinate.

Nella parte alta della tabella un titolo di Huffington Post del 8 maggio 2017
In base ad uno studio dell’ENEA l’inquinamento da polveri sottili contribusice ad uccidere 85mila persone all’anno.
Ripetiamo: 85 mila, concentrati soprattutto nelle tre regioni in questione, anzitutto nelle province di Milano e della Brianza.

Un altro studio dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) e del Norwegian Meteorological Institute (MetNorway) pubblicato da IL FATTO QUOTIDIANO del 17 aprile 2018 – giunge alle stesse conclusioni.

Spetterà alle indagini che speriamo verranno compiute una volta passata la bufera confermare la connessione causale tra inquinamento e tasso di letalità e mortalità del COVID-19. A noi la cosa appare evidente.

Ora confrontate la prima tabella in alto con questa qui accanto che segnala le regioni europee che più esportano, le cui economie sono cioè più strettamente connesse ai flussi della globalizzazione. Anche in questo caso si può notare la perfetta corrispondenza tra le aree più colpite dal virus e quelle in cui c’è il tasso più alto di esportazioni. Ciò non riguarda solo il nostro Paese ma tutta l’Europa occidentale.

Morale della favola: il potere ha scatenato una terroristica campagna di allarme per il virus, ma i decessi con COVID-19 sono il 6,5% circa degli 85 mila che ogni anno perdono la vita con l’inquinamento come concausa, anzitutto per complicazioni alle vie respiratorie.

Segnaliamo questo per sottovalutare la pericolosità del virus? Per niente. Lo facciamo per contestualizzare e per ribadire quattro basilari concetti:

(1) Le misure di quarantena indiscriminata sono terapeuticamante sproporzionate rispetto alla portata del male, forse addirittura dannose;
(2) L’avere imposto lo Stato d’eccezione con la soppressione della vita associata e democratica è un atto che non si giustifica se non politicamente, ovvero con l’esigenza di un governo debole e inviso alla maggioranza, di sfruttare la “pandemia” per uscirne più forte;
(3) cosa deve intendersi per “salute”? anzitutto per salute pubblica? La stessa OMS respinge il concetto meccanicistico e biologistico di salute. Citiamo: “Per l’ Organizzazione Mondiale della Sanità la salute è uno stato di completo benessere bio-psico-sociale, è essere se stessi, è consapevolezza, è armonia”. Chiediamoci: la carcerazione prolungata, in casa e di massa di 6o milioni di italiani, migliora o peggiora la salute dei cittadini?
(4) Infine l’ultimo ma più importante concetto: da qualunque angolo si guardi la questione sotto accusa va posto il sistema liberista-capitalista, basato sulla competizione accanita, sul produttisvimo forsennato, sulla “performatività” come principale criterio di efficienza. Tutti fattori che cozzano con il “benessere bio-psichico-sociale”.

Più avanza il mostro del capitale più l’essere umano viene reificato e indebolito e attaccato, più esso subisce una lesione delle sue stesse difese biologico-immunitarie.