LIBERIAMO L’ ITALIA E IL GOVERNO DRAGHI

Risoluzione approvata dalla Direzione nazionale di LiT il 22 febbraio 2021

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1) L’arrivo di Draghi segna l’apertura di una nuova fase politica. Chi vuole impegnarsi nella costruzione di un’adeguata ed efficace opposizione deve comprendere anzitutto il significato e la portata di questo passaggio. Come è stato esplicitato nel suo discorso programmatico, quello di Draghi si preannuncia come il governo del Grande Reset; un disegno che punta a trasformare l’Italia in un luogo di sperimentazione avanzata delle nuove ricette della cupola globalista.  E’ da questa consapevolezza che bisogna partire. Costruire l’opposizione è dunque urgente, ma altrettanto importante è che tale opposizione sappia qualificarsi come proposta di una radicale alternativa, con una sua visione ed un suo diverso modello di società.

2) Il governo Draghi rappresenta l’ennesimo tentativo di reazione da parte del sistema neoliberista in crisi. Il neoliberismo è la forma concreta assunta dal capitalismo negli ultimi quarant’anni, dopo gli scricchiolii del sistema negli anni ‘70 del secolo scorso. Ma il neoliberismo, sviluppatosi a partire dalla Gran Bretagna e dagli Usa, è anch’esso un modello in crisi. Privatizzazioni, liberalizzazioni, deregulation, precarizzazione del mercato del lavoro, sono state delle droghe utili a rivitalizzare il corpo malato del capitalismo per alcuni decenni. Oggi, però, queste ricette (ancorché riproposte a beneficio dei soliti noti) paiono del tutto inadeguate allo scopo. Da qui l’obiettivo più ambizioso, del quale il governo Draghi è parte, di una ristrutturazione più violenta e profonda dell’intera società. Simbolo di questo progetto è la spinta alla digitalizzazione estrema, come mezzo per la disgregazione del mondo del lavoro, per la cancellazione di storici diritti, per la spinta ad un’atomizzazione sociale funzionale al dominio di una ristretta oligarchia.

3) Draghi, che nel suo discorso d’insediamento non ha mai fatto riferimento al rispetto della Costituzione, è arrivato a Palazzo Chigi anche per la disfatta di un intero sistema politico, di una crisi dei partiti che ha segnato una nuova e più pesante tappa, portando con sé lo stravolgimento di ogni regola di una repubblica parlamentare consegnatasi ormai ad un presidenzialismo de facto che potrebbe alla fine sfociare in presidenzialismo de jure. Nella penosa vicenda politico-parlamentare che ha portato al nuovo governo, spicca in particolar modo la  miseria  delle  forze che, sia  pure  ambiguamente,  avevano  flirtato  con un  atteggiamento critico, quanto  meno euroscettico, nei confronti  dell’Unione Europea. Oggi queste forze (Lega e M5s) sono addirittura entusiaste di un governo che afferma la centralità della collocazione  organica  dell’Italia  nella gabbia dell’UE e della NATO. Un governo che, per bocca del suo presidente, sorride alle ulteriori “cessioni di sovranità”, che rivolgendosi al parlamento italiano è giunto ad esprimere “rispetto” (sic!) per il “vostro paese”. Queste parole non sono un semplice lapsus. Esse rivelano, piuttosto, il ruolo effettivo di Draghi come commissario dell’UE. Un vero Gauleiter potremmo legittimamente definirlo! Ma ovviamente Draghi, a differenza di chi lo ha  preceduto, non è una banale pedina da utilizzare e sacrificare nella logica del gioco politico-strategico, bensì un componente di quella Cupola Transnazionale espressione  non  già  dei  paesi, delle  nazioni,  degli stati di provenienza,  ma essenzialmente  del capitale  finanziario  che  per  sua  natura  non  ha  né Patria né appartenenze se non al profitto o, per essere più precisi, al bisogno vitale della valorizzazione del  capitale nella sua forma più pura e conseguente.

 4) Al di là della sua durata temporale, l’obiettivo strategico del governo Draghi è dunque quello del definitivo ancoraggio dell’Italia al carro del “peggior padrone”, quella finanza speculativa transnazionale che ha nella UE – oltre che negli USA post-trumpiani di Biden – la sua dimensione territoriale ed istituzionale. Se Trump tendeva a considerare gli USA come un soggetto distinto dal capitalismo globalista, Biden è invece l’espressione di un nuovo indissolubile matrimonio tra il potere politico, Wall Street e le Big Tech della Silicon Valley rafforzatesi alla grande grazie al Covid. E’ questo il carro oggi vincente del globalismo del Grande Reset al quale Draghi cercherà di agganciare, portandola in dono, l’Italia. Da qui l’ossessivo richiamo alla Nato ed all’atlantismo, quasi il governo precedente non fosse stato sufficientemente servile.

5) Nonostante il suo attuale consenso, frutto non inatteso della pittoresca deriva delle forze parlamentari da sempre a parole contro il “governo dei tecnici”, il disegno di Draghi potrebbe incontrare ostacoli di non poco conto. Se la riforma della pubblica amministrazione sembra coincidere più che altro con un violento approfondimento del processo di digitalizzazione, se quella del fisco partorirà come sembra una modestissima riformucola in linea con quella immaginata dal governo Conte, ben più difficili sembrano le risposte sul piano economico e sociale. Mentre il dramma della disoccupazione di massa sta per esplodere con la fine del blocco dei licenziamenti, la stessa cosa può dirsi per la crisi infinita di centinaia di migliaia di piccole aziende disastrate da quella sciagurata politica di chiusura del Paese che si vuol continuare a perseguire. In questo quadro, le finte risorse del Recovery Plan (finte in quanto prestiti, dunque nuovo debito) nulla risolveranno. Certo, dopo il crollo economico del 2020 non sarà difficile mettere a segno un fisiologico rimbalzo, ma da qui ad uscire dalla crisi infinita iniziata nel 2008 ce ne passa.

6) E’ in questo contesto che dovremo misurarci con il primo dei compiti: la costruzione di una forte opposizione, l’elaborazione di una strategia per l’alternativa al sistema neoliberista. Non sarà un compito facile. Della dissolvenza delle forze istituzionali abbiamo già detto, ma in questo anno di Covid anche le forze del sovranismo costituzionale non hanno certo brillato. Occorre dunque una svolta! Un salto di qualità sul piano organizzativo, come pure sul terreno teorico, culturale e programmatico. Bisogna innanzitutto battere il settarismo e l’idea dell’autosufficienza. Liberiamo l’Italia è su questa strada, quella dell’unità, fin dalla sua costituzione. Ma oggi, di fronte alla sfida del governo Draghi, è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. A causa della capitolazione di M5s e Lega, lo spazio per una nuova opposizione popolare è ampio e tenderà ad allargarsi. Mentre nel campo leghista non si alza nessuna voce di dissenso (vedi l’ingloriosa fine di certi personaggi) è di grande importanza la pur tardiva frattura avvenuta nei gruppi parlamentari dei 5 stelle, che testimonia quanto largo sia il disssenso tra gli elettori di quello che fu il primo partito. Consideriamo nostro compito, pur nella profonda distanza culturale e politica dai valori e dai principi fondanti di questa forza, dialogare e incontrare questa parte viva del Movimento 5 Stelle. Compito ancora più importante e urgente visto che dobbiamo contrastare il palese tentativo del regime di consegnare alla destra liberista di Fratelli d’Italia il titolo di “nemico”  del governo Draghi così da consentirgli la possibilità di occupare ed egemonizzare il campo dell’opposizione.

7) Il fatto che il blocco dominante abbia infine deciso di giocare la carta estrema di Draghi è in fin dei conti un sintomo di debolezza, una scommessa ad oggi priva di un “piano b”. Ma con la nuova maggioranza di governo si è fatta pulizia anche delle forze pseudo-sovraniste. Sotto questo profilo la credibilità della Lega e del M5s è oggi pari a zero, ma lo spazio che si è così aperto potrebbe venire interamente occupato dai rottami di “Fratelli d’Italia” solo se le forze del sovranismo costituzionale restassero divise ed impotenti come negli anni passati. E’ questo uno scenario che va impedito in tutti i modi.

8) Liberiamo l’Italia mentre s’impegna a costruire un forte partito unitario del sovranismo costituzionale e democratico, agirà per rafforzare l’opposizione al governo Draghi, nella prospettiva di un Fronte del Rifiuto  che organizzi e sostenga tutte le mobilitazioni sociali per il diritto al reddito ed al lavoro, per la difesa delle libertà costituzionali contro la prosecuzione dell’emergenzialismo autoritario in materia di Covid.

La Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

22 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




QUESTO È IL MOMENTO di Liberiamo l’Italia

Il documento approvato dalla Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia il 22 febbraio 2021. Qui il .pdf

QUESTO È IL MOMENTO

Per un Partito unificato dei sinceri sovranisti

– Liberiamo l’Italia, fondatasi nel dicembre 2019, si diede due scopi principali: agevolare la costruzione di un ampio fronte antiliberista per la conquista della piena sovranità popolare e nazionale e, parallelamente, aprire la strada alla nascita di un Partito unitario del patriottismo costituzionale e democratico.

– Per quanto concerne la costruzione del fronte ampio un piccolo passo avanti è stato compiuto con la Marcia della Liberazione. Nell’annus horribilis segnato dallo Stato d’emergenza permanente indotto dal terrorismo pandemico, mentre alcuni sono piombati in uno stato di catalessi, la Marcia è stato il solo organismo unitario capace di promuovere mobilitazioni regolari, tra cui la grande manifestazione del 10 ottobre 2020.

– Malgrado la gravità della situazione imponesse alle minoranze sovraniste di farla finita con la cura dei propri orticelli, nessun progresso reale è stato compiuto sul terreno della fondazione di un unico soggetto politico.

– Proprio per sbloccare l’impasse abbiamo inizialmente aderito al tentativo di Italexit con Paragone. Purtroppo in Italexit prevalse un orientamento settario di autosufficienza: così che il gruppo divenne un altro ostacolo sulla via del dialogo e dell’unità.

– Per questo nel dicembre LiT avviò un tavolo di confronto con le due organizzazioni più importanti del campo del patriottismo democratico: Vox Italia e Riconquistare l’Italia (Fsi). Al terzo incontro proponemmo di sottoscrivere una Dichiarazione Congiunta che si concludeva con un appello all’azione comune e un impegno ad “avviare un processo costituente per dare vita ad un Partito unificato dei sovranisti costituzionali”.

– Mentre Riconquistare l’Italia (Fsi) respinse la proposta, la delegazione di Vox Italia dichiarò il suo assenso.

– Successivamente Diego Fusaro, dalla tribuna di Vox Italia Tv, rivolgeva il 18 febbraio un appello a formare un nuovo soggetto politico rivolgendosi, tra gli altri, proprio a  LiT. Contestualmente rendeva noto che Vox Italia avrebbe svolto il 27 febbraio una conferenza nazionale con la quale, oltre ad adottare un nuovo nome ed uno statuto definitivo, farà ufficialmente sua la proposta di aprire un processo costituente per un nuovo Partito unificato.

– Preso atto di questa positiva novità LiT dichiara sin d’ora la propria disponibilità a prendere parte a questo processo costituente e a questo scopo invierà una sua delegazione alla conferenza del 27 febbraio.

– Affinché alle parole seguano i fatti LiT auspica che nasca quanto prima un autorevole comitato promotore unitario composto dai rispettivi gruppi dirigenti per indirizzare e stimolare il processo costituente del nuovo Partito. Questo comitato promotore dovrà quindi essere affiancato da comitati unitari regionali.

DIFESA E ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE DEL 1948!

NO AL NEOLIBERISMO E ALLA MONDIALIZZAZIONE!

USCITA DALL’EURO E DALLA UE!

RICONQUISTA DELLA PIENA SOVRANITÀ POPOLARE, DEMOCRATICA E NAZIONALE!

BASTA CONFINAMENTO E STATO D’EMERGENZA!

La Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

22 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




COVID: IL PUNTO DI VISTA DI LIBERIAMO L’ITALIA

Questo documento è stato approvato dalla Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia (11 febbraio 2021)

I. Premessa

Ad un anno dal suo inizio, dovrebbe essere chiara a tutti la volontà politica di costringerci in uno stato di emergenza perpetuo.

L’Operazione Covid è stata accuratamente pianificata dall’alto e costruita a vari livelli, anche se nel nostro Paese l’emergenza sanitaria che ne è seguita è figlia anzitutto dello sfascio della sanità italiana, causata dalla crescente privatizzazione e da decenni di tagli targati “Europa”.

Il Covid è però anche un’arma, lo strumento che l’oligarchia dominante sta usando (non solo in Italia) per rimodellare la società in base ai propri disegni ed interessi. Da qui la politica delle chiusure per far sì che il pesce grosso mangi quelli piccoli; da qui l’imposizione delle attività “a distanza” per isolare le persone l’una dall’altra; da qui la narrazione terroristica per coprire il dramma della disoccupazione e della precarietà che ne consegue; da qui le mille misure autoritarie pensate per fermare sul nascere ogni opposizione.

“Great Reset” per l’appunto definisce icasticamente la corrente strumentalizzazione della cosiddetta pandemia al fine di instaurare il nuovo ordine mondiale di cui il World Economic Forum è l’ennesimo latore. In questo quadro la “Finanziarizzazione dell’Economia” organizzata in modo da drenare risorse dall’Economia Reale, nel cui ambito si svolgono le nostre attività quotidiane, ha raggiunto ormai dimensioni ipertrofiche e non è più in grado di sostenersi continuando a drenare risorse, senza collassare. L’enorme progressiva capitalizzazione dei cosiddetti derivati, vere e proprie scommesse sulle quotazioni dei titoli, ha raggiunto dimensioni pari a molti multipli del PIL mondiale.

È quindi necessario, nella prospettiva di coloro i quali sono responsabili della creazione di queste enormi bolle finanziarie, un “Reset” che riporti a dimensioni accettabili il fenomeno senza però intaccare il potere che ne deriva. Per il WEF, mirando a che tutto cambi affinchè nulla cambi, amplificare e strumentalizzare l’emergenza sanitaria a fini di controllo sociale ed economico, al di fuori ed al di sopra di qualsiasi processo politico democratico e costituzionale, rappresenta un’occasione da non perdere.

Liberiamo l’Italia denuncia l’uso spregiudicato che ne viene fatto tanto dal potere economico, quanto da quello politico. Un uso fondato sulla diffusione quotidiana della paura, del sospetto e della diffidenza. Un modo, questo, per criminalizzare ogni punto di vista alternativo, impedendo così la nascita di un’opposizione di massa. È a tutto ciò che ci ribelliamo. Ma per far sì che la ribellione diventi organizzazione ed iniziativa concreta occorre anche un programma. In fondo a questo testo ne indicheremo i punti essenziali.

II. Per un programma di opposizione

Evidenti, sul piano politico e istituzionale, i disastri prodotti dall’emergenza Covid in Italia: annichilimento del pensiero critico, terrorismo sanitario, scomparsa di ogni opposizione, verticalizzazione della catena istituzionale di comando (Dpcm) e violazione dello Stato di diritto, militarizzazione del territorio. C’è voluto tempo affinché, vincendo il clima intimidatorio, emergessero voci di dissenso, subito demonizzate dai media come di volta in volta “complottiste”, “negazioniste” e “no mask”. Per quanto non si debbano nascondere i limiti di questo piccolo movimento, bene ha fatto Liberiamo l’Italia a stargli accanto ed, anzi, a tentare di dargli un indirizzo che gli permettesse di radicarsi (vedi Marcia della Liberazione).

Resta, comunque, fondamentale la definizione di un PROGRAMMA capace di aggregare quelle forze che, già oggi, non accettano l’attuale, sciagurata emergenza Covid, con tanti ridotti a mendicare sussidi non potendo più svolgere il proprio lavoro. Un programma definito non dalla fideistica adesione alle considerazioni di qualche esperto od alle realizzazioni di qualche “Stato Guida”, bensì incentrato sull’analisi aperta del dibattito scientifico fuori dai media di regime e sulla disamina di quelle che sono state le scelte (politiche prima ancora che sanitarie) che hanno trascinato l’Italia e molti altri paesi nell’incubo Covid.

III. Come si è arrivati all’attuale situazione.

Nei primi mesi del 2020, mentre le immagini di quello che stava succedendo in Cina troneggiavano su tutte le TV del mondo, il governo italiano non faceva assolutamente nulla per prepararsi all’emergenza: non solo non si preoccupava, come facevano molti altri governi, di procurare – almeno al personale sanitario – efficaci dispositivi di bio-protezione, ma permetteva che ci si baloccasse con iniziative quali #milanononsiferma (che invitavano i cittadini ad affollarsi in negozi e locali).  Il tutto condito da irresponsabili dichiarazioni sull’efficienza del nostro Sistema sanitario (che avrebbe certamente retto ad un eventuale impatto del virus) e, cosa altrettanto grave, rassicurando che tutto era stato predisposto per affrontare quella che, comunque, veniva considerata un’improbabile emergenza sanitaria.  Nulla veniva detto sui tagli che avevano straziato il Sistema sanitario in Italia e che – considerando lo scioglimento del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss (cerniera tra Stato e Regioni alle quali, nel 2015, con la modifica del Titolo quinto della Costituzione, venivano affidati integralmente il monitoraggio e la gestione della Sanità) – non c’era nessun piano anti-pandemico degno di questo nome.

Ben altro veniva fatto in altri paesi. In Germania, ad esempio, ai primi di marzo, Angela Merkel annunciava che il virus Sars-Cov-2 avrebbe contagiato in poche settimane il 70% della popolazione. E attivando le misure che solitamente si prendono in questi casi (sostanzialmente l’uso della mascherina e la sospensione di eventi affollati, per rallentare l’avanzata del contagio ed evitare così un elevato picco epidemico e il conseguente collasso delle strutture ospedaliere) rassicurava, giustamente, spiegando che il Sars-Cov-2, nel 95% dei casi, era asintomatico e che era pericoloso soprattutto per iper-anziani e immunodepressi.

In Italia, intanto, i primi tamponi positivi e i primi “morti per Covid” facevano dissolvere l’ottimismo generale. Si passava, quindi, all’istituzione di “zone rosse” divenute, ben presto, oggetto di mercanteggiamento tra Governo, Regioni e Confindustria incapaci di mettersi d’accordo su quale fosse la percentuale di “positivi” oltre la quale dovesse scattare la quarantena.

Ma qual era la logica che sovrintendeva all’istituzione di “zone rosse”?

Sostanzialmente, la pretesa di evitare la diffusione del contagio nel resto di una nazione che ci si illudeva fosse senza infettati. Ma era verosimile questa ipotesi? Quanti erano, già a marzo, i contagiati da Sars-Cov-2 in Italia? Probabilmente decine di milioni, secondo autorevoli studi.

A questo punto è necessario un inciso per spiegare la particolarità del virus Sars-Cov-2 per il quale, pur di mantenere desto il terrore, è stato necessario oggi enfatizzare la minaccia costituita dalle sue “varianti”.

Ancora oggi, una parte consistente della “comunità scientifica”, pur di tutelare le politiche di un governo che ha garantito ad essa consulenze, privilegi e notorietà, continua, contro ogni diversa evidenza, a sostenere la leggenda di un virus che avrebbe finora colpito una piccola parte della popolazione italiana per cui al 26.01.2021, nel nostro Paese, sarebbero appena 491.630 i “contagiati” e 1,9 milioni i “dimessi/guariti”.

In realtà il virus Sars-Cov-2 – come attestato, in Italia e nel mondo, da numerosi e stimati ricercatori – è, da tempo, ENDEMICO nella popolazione, esistendo diffusamente nel nostro Paese tutte le condizioni adeguate al suo impiantarsi e dispiegarsi su vasta scala; tanto sia a livello socio-ambientale (inquinamento atmosferico ed elettromagnetico, abuso di farmaci, degrado tossico dei suoli, degli alimenti e dei materiali) e sia sul versante socio-comunicativo (promozione dall’alto della paura e dell’insicurezza, disgregazione e procurato isolamento tramite dispositivi tecnologici delle residue reti di solidarietà interpersonale).

Questo virus, quindi, si avvia a diventare  come i virus della varicella (Varicella zoster Vzv) od i rhinovirus del raffreddore che, non provocando un’immunità duratura, si perpetuano nella popolazione umana, aumentando e diminuendo periodicamente la loro carica virale, senza far manifestare sintomi, finché il sistema immunitario dell’organismo che li ospita rimane efficiente.

Ciò comporta che:

1) non sarà possibile schiodare questo virus dalla popolazione con mascherine, distanziamento sociale e lockdown (e, probabilmente, neanche con i vaccini);

2) almeno per decenni, sarà sempre possibile scovare “contagiati” con i quali terrorizzare asintomatici che si ritengono “sani”, soprattutto se si utilizzano tamponi inaffidabili, ottenuti eseguendo il test della RT-PCR con numerosi cicli di amplificazione e usando un solo gene target invece di tre, e cioè in una condizione nella quale è molto alta la possibilità di produrre “falsi positivi”;

3) le indagini sierologiche per identificare gli anticorpi – e, quindi, una provvisoria immunità umorale – daranno un responso inutile dal punto di vista della gestione dell’emergenza.

Il 9 marzo 2020, nell’illusione di “fermare il contagio”, il Governo italiano, contro il parere del Comitato tecnico scientifico che proponeva di continuare con le “zone rosse”, decretò un lockdown nazionale, scimmiottando quello che si era fatto in Cina. E per giustificarlo, ricorse, oltre ad una terroristica informazione, ad una fraudolenta stima: conteggiò come contagiati SOLO coloro risultati “positivi” ai pochissimi tamponi che allora si effettuavano e “morti per Covid” TUTTI coloro nei quali, prima o dopo il decesso, veniva identificata la presenza del virus. Questa frode attestò uno spaventoso tasso di letalità del virus (per capirci, 28 volte quello che veniva registrato in Germania), il quale costrinse, sì, tutta la popolazione a chiudersi in casa per due mesi, ma che fece anche collassare la medicina territoriale, impedendo, ad esempio, ai medici di base di recarsi a casa dei pazienti, i quali, quando i sintomi si aggravavano, venivano mandati a morire in sempre più affollati ospedali, (dove già si registrano, ogni anno in Italia, 50.000 morti per infezioni ospedaliere).

Oggi la fraudolenta sottostima dei contagiati in Italia effettuata nel marzo 2020 è ammessa, disinvoltamente, da molti, quasi come se fosse stata una mera leggerezza. Eppure, allora era tutto un coro di “esperti”, spalleggiati da servili giornalisti, che additavano come “negazionista” chiunque mettesse in dubbio la spaventosa letalità del virus (tra l’altro, come si sa oggi, comparso nel nostro paese almeno nel 2019), e lo facevano solo per giustificare la strategia governativa del lockdown nazionale (imposta, come si sa oggi con la desecretazione dei verbali, contro il parere del Comitato tecnico scientifico).

Nasce da qui l’asservimento, pressoché totale, della cosiddetta “Scienza” alla politica del Governo che continua a caratterizzare l’emergenza Covid. Asservimento favorito anche dalla circostanza che in Italia la direzione dell’emergenza sanitaria è affidata, non ad un solo epidemiologo, così come avviene in molti Paesi, ma è demandata ad una pletora di “esperti”, annidati in deresponsabilizzanti comitati e task force. Comitati e task force che, sostanzialmente, servono solo a confermare decisioni governative e a far ergere i governanti al ruolo di “super-partes” tra sempre più screditati “esperti” e una popolazione che implora un ritorno alla normalità.

Si trasforma così ogni allentamento del lockdown, indispensabile a dar respiro all’economia, in una benevola concessione di governanti commossi per le condizioni dei propri sudditi. Ruolo che, tra l’altro, non comporta alcuna assunzione di responsabilità, visto il gran numero di “esperti”, tra i quali si può sempre trovare qualcuno che, pur confusamente, è una voce fuori dal coro. Questo perverso rapporto tra “Scienza” (che si limita a riempire i talk-show) e governo (che continua a gestire l’emergenza per mere esigenze di sopravvivenza) è – insieme alla ormai conclamata perdita di credibilità dell’OMS – la principale causa della tragedia Covid.

Tragedia che, ben presto, si è riproposta in molti paesi. È da evidenziare, a tal proposito, che, a marzo 2020, il lockdown italiano veniva dileggiato sui giornali di mezzo mondo e molti erano allora i paesi (ad esempio Israele, Gran Bretagna, Germania, e Svizzera) che avevano puntato invece sulla “immunità di gregge” e sulla prioritaria protezione delle categorie a rischio, finché non ci si rese conto che il terrore del virus determinava un assolutamente inedito asservimento della popolazione, un rafforzamento del governo e la scomparsa di ogni opposizione. Di conseguenza, il “modello italiano” è stato, ben presto adottato, da tanti altri paesi (ad esempio, in Francia dove, così passava senza problemi la famigerata legge sulle pensioni); modello ora adottato (soprattutto in questi giorni per spianare la strada alle vaccinazioni) in moltissimi Paesi dove, tra l’altro, il lockdown viene legittimato facendo presente che è quello che viene fatto altrove all’estero.

A maggio 2020, con la fine della “prima fase”, cambia la “strategia dei tamponi” (tra l’altro resi ancora più inaffidabili da una circolare del ministero della Salute che permetteva di attestare la positività con la presenza, non più di tre, ma di un solo gene). Illuminante, a tal riguardo, quello che si è verificato in Campania.

A marzo-aprile mentre in regioni come la Lombardia i tamponi erano numerosissimi, con l’unico risultato di scovare innumerevoli positivi asintomatici che venivano subito confinati in altre RSA od in sempre più affollati ospedali, in Campania i tamponi erano pochissimi. Nasce da qui il “miracolo” dell’affollatissima area napoletana quasi immune al Covid. Ma nel successivo mese di maggio le cose cambiano, quando il governatore De Luca decide di moltiplicare i tamponi, facendo credere che dietro ogni “negativo” ci fosse non già un “guarito” (e cioè una persona che aveva temporaneamente neutralizzato il virus senza manifestare alcun sintomo, com’è nel 95% dei casi) bensì una persona che lui aveva “salvato” dal contagio.

In realtà sarebbe bastato effettuare non tamponi ma indagini sierologiche (che attestano la presenza di anticorpi e quindi il raggiungimento di una momentanea immunità) per infrangere il mito di “De Luca Salvatore della Campania”. Non a caso, in Campania non fu fatta nessuna indagine sierologica mentre la campagna nazionale di indagine sierologica fu fatta volutamente fallire (in quanto disertata, dato che volontari trovati con anticorpi sarebbero stati costretti comunque all’isolamento domiciliare).

Intanto, si scatenava la caccia all’untore capitanata da De Luca il quale, annunciando fantomatici “focolai di Covid“, presentandosi come uno “sceriffo”, nemico giurato della movida e protettore dei “sani” stravinte le elezioni regionali inaugurava la stagione dei governatori, oggi capaci di disfare ogni direttiva statale relativa all’emergenza Covid. È ad essi che si deve, infatti, la dissennata e caotica disseminazione di inaffidabili tamponi (fino a 250.mila al giorno) realizzata in autunno del 2020 per attestare una fantomatica “seconda ondata dell’epidemia”, attestata da “nuovi positivi” e “morti per Covid” (la stragrande maggioranza dei quali uccisa da polmoniti non curate, al loro esordio, a domicilio o da gravi patologie che, considerato il collasso del sistema sanitario non potevano essere curate o diagnosticate). Seconda ondata che (al pari delle paventate successive) sarebbe dipesa dal “lassismo” della popolazione che, così colpevolizzata, si guarda bene dal mettere in discussione la gestione dell’emergenza, limitandosi ad una messianica attesa del vaccino.

Va da sé che questa lettura, meramente politica d’una gestione dell’emergenza che comunemente si induce a credere sia dettata solo da esigenze sanitarie, suscita una comprensibile obiezione: “Ma è verosimile che i governanti, tramite inutili lockdown, avrebbero, tra l’altro, penalizzato le economie dei propri Paesi ed imposto immensi sacrifici solo per rafforzare il dominio?

Si potrebbe sbrigativamente rispondere a quest’obiezione ricordando che, da sempre, i governi, per lo stesso motivo, non hanno avuto remore a proclamare guerre. Ma sarebbe una riposta che presupporrebbe un’accurata regia dietro la gestione dell’emergenza Covid. In realtà questa regia esiste anzitutto nella prefigurazione di scenari globali da parte degli strateghi del World Economic Forum sintetizzata nella narrativa del Grande Reset; il che peraltro non esclude, anzi implica, il caotico sovrapporsi di molti paralleli interessi convergenti e primi tra tutti quelli di conglomerati finanziari (tra l’altro, proprietari di media capaci di condizionare l’opinione pubblica) che, verosimilmente, hanno visto nell’emergenza Covid l’occasione per consolidare il proprio dominio.

Comunque sia, la situazione di emergenza inauguratasi nel marzo 2020 è destinata a perpetuarsi soprattutto perché, quando saranno svanite le speranze nei cosiddettivaccini”, se il governo cambiasse la gestione di quella stessa emergenza e, quindi, ammettesse i suoi errori, sarebbe travolto, prima ancora che dalle critiche, da una folla inferocita.

Da qui l’esigenza di procrastinarne sine die la durata col consenso dei milioni di ipocondriaci che la terroristica propaganda mediatica è riuscita a creare.

In proposito, Liberiamo l’Italia denuncia le gravissime responsabilità del governo e dei media ad esso asserviti per avere dolosamente quando ignorato e quando comunque ostacolato le TERAPIE PRECOCI DOMICILIARI, che avrebbero consentito di curare i malati a casa in pochi giorni, evitando così l’intasamento degli ospedali; per avere, di fatto, proibito le autopsie che invece da sempre consentono attraverso l’individuazione della causa di morte di individuare i possibili rimedi per curare i vivi; per aver vietato ai medici di base di visitare i malati sol che fossero sospettati d’essere affetti da covid e per aver costretto questi ultimi a permanenza domiciliare forzata in attesa del tampone o dei suoi esiti e con l’unico consiglio d’assumere paracetamolo e tachipirina; per avere accettato, soggiacendo passivamente ai diktat della lobby farmaceutica, la messa al bando della idrossiclorochina, nonostante la dichiarata falsità di un’unica pubblicazione (The Lancet del 22.05.20) che l’avversava, nonché della cura con plasma iperimmune, di quella con anticorpi monoclonali neutralizzanti e, da ultimo, della adenosina (GOM di Reggio Calabria 21.05.20).

Procrastinare sine die l’emergenza, dunque, anche per affrontare il prossimo esaurimento delle risorse finanziare del Paese che spinge, oltre che all’accettazione del MES, ad un’inedita guerra tra poveri: da una parte il popolo delle partite IVA, costretto a sopravvivere solo con sussidi, e dall’altra stipendiati e pensionati, ai quali verrà imposta una riduzione del reddito per “aiutare” coloro che dovranno vivere di sussidi.

IV. Che fare 

Finora in Italia – a differenza di altri Paesi – non si è avuto un movimento di massa contro l’emergenza Covid, e il tutto si è ridotto alle proteste o alla mera richiesta di sussidi (da parte di tanti ai quali viene impedito di lavorare), alla protesta contro le limitazioni della sacrosanta libertà personale (che, considerato l’esercito di ipocondriaci che la gestione dell’emergenza è riuscita a creare, viene generalmente vista come l’unica causa del persistere o della ripresa del contagio), od alla richiesta d’una fantomatica “scuola sicura” (che ridiventa “pericolosa” e, quindi da svuotare, ai primi  tamponi che segnalano gli inevitabili positivi).

C’è bisogno, invece, d’un credibile programma di lotta che basandosi s’un approccio di solidarietà collettiva e d’effettiva unità patriottica prefiguri una strategia diversa da quella terroristica e fallimentare finora imposta.

Ecco allora sintetizzati qui di seguito i primi punti di questo Programma.

  • Unica direzione dell’emergenza Covid.

Fine del mercanteggiamento tra “esperti”, consulenti, Regioni, e Governo.

Una deresponsabilizzante situazione che, ad esempio, ha permesso a Conte di decretare il lockdown del 9 marzo 2020 contro il parere del Comitato Tecnico Scientifico. Chiediamo, quindi, un’unica direzione sanitaria dell’emergenza da affidare ad un solo epidemiologo, il quale – individuato rigorosamente al di fuori del novero di coloro i quali abbiano trascorsi o legami di sorta alle dipendenze o comunque al servizio di lobby farmaceutiche e multinazionali (si cfr. tra gli altri il caso Ranieri Guerra già consigliere di amministrazione in Glaxo) – sarà responsabile delle sue indicazioni al capo del governo, ai ministri ed ai direttori dei vari dicasteri.

  • Istituzione di un’affidabile struttura nazionale per il ripristino di un servizio sanitario credibile e dotato di adeguate risorse.

Introduzione del sistema sanitario nazionale pubblico, universalistico e solidale volto a superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio sanitarie del Paese ed a garantire a tutta la popolazione il diritto alla salute assieme alla sostenibilità finanziaria dell’assistenza sanitaria; un sistema che scalzi, dunque, l’attuale gestione della sanità fondata su base regionale ed incentrata su prestazioni di ricovero e di diagnosi rimesse a strutture private e quindi al mercato senza alcuno spazio per la prevenzione.

Inoltre, basta con gli inaffidabili tamponi disseminati arbitrariamente dalle Regioni. Il solo riscontro della “positività” in un soggetto non deve determinare la sua quarantena né la chiusura delle strutture dove svolge la sua attività.

  • Efficaci misure di protezione per le categorie a rischio.

Basta con le onnipresenti “mascherine” chirurgiche che non bloccano certo la circolazione di un virus ormai endemico nella popolazione. Proteggiamo, invece, le categorie a rischio (anziani e immunodepressi), alle quali – senza pretendere che si chiudano in casa e senza imposizioni del tutto incostituzionali – dovranno essere forniti servizi come la distribuzione di efficaci dispositivi di bio-protezione, la consegna domiciliare gratuita della spesa e della pensione, bonus taxi per evitare affollamenti in mezzi pubblici (questi, invece, senz’altro da incrementare) e, soprattutto, assistenza medica domiciliare.

  • Vaccinazioni non obbligatorie (e senza restrizioni per coloro che le rifiutassero).

Incentivare la produzione e la sperimentazione di vaccini da parte di laboratori italiani sottoposti a stretto controllo pubblico dello Stato ed obbligati alla pubblicizzazione sistematica, puntuale ed esaustiva dei risultati raggiunti di fronte al parlamento ed alla collettività.

Promuovere l’effettiva applicazione della normativa (già vigente!) che impone in capo al personale sanitario di informare in maniera completa, corretta e comprensibile tutti coloro i quali fossero potenzialmente interessati alla somministrazione di vaccinazione perché costoro siano resi pienamente edotti e consapevoli dei rischi e dei benefici inerenti alla scelta vaccinale. Attività di informazione che viene da anni sistematicamente elusa o ridotta a mera formalità anche per le vaccinazioni classiche ed in generale per molte scelte terapeutiche.

  • Ripristino della piena mobilità delle persone, delle attività lavorative autonome e della didattica a tutti i livelli.

Fine di TUTTE le misure di restrizione. Basta con l’illusione di fermare con misure indiscriminate – lockdown, mascherine, distanze di sicurezza – una “infezione” oggi endemica, asintomatica al 95% e che può essere efficacemente affrontata, anche quando colpisce gli anziani, con tempestive cure.

È necessario l’immediato ripristino di tutte le libertà costituzionali e dei diritti inviolabili di cui all’art. 2 della nostra Carta fondamentale ingiustamente e spietatamente sino ad oggi limitati e sacrificati col pretesto di dover fronteggiare generiche esigenze di sicurezza generale; è necessario, pertanto, ristabilire l’equo bilanciamento tra quei diritti fondamentali ed inviolabili, la cui esistenza caratterizza lo stato di diritto ed il rispetto del principio di legalità, anche attraverso il ricorso a criteri precauzionali dettati dalle buone prassi sanitarie e dal buon senso ponendo, a titolo di esempio, particolare cura ad evitare sovraffollamenti in luoghi chiusi od alle norme igieniche ed alla regolare aerazione degli spazi comuni; tutto ciò senza che si traduca nella stabile prosecuzione del blocco indiscriminato delle attività produttive e nella limitazione ad libitum dell’esercizio dei diritti civili e politici del cittadino; in definitiva si tratta di recuperare ed applicare quei principi di equità, proporzionalità e ragionevolezza che il governo ha dimenticato e mortificato.

  • Ripristino e potenziamento della medicina territoriale.

Nell’immediato, riapertura degli ambulatori dei medici di base e, quando questo fosse problematico, identificazione di idonee strutture del demanio dismesse nelle quali far svolgere le attività ambulatoriali. Cancellazione dalla convenzione con il servizio sanitario per i medici di base che rifiutino indispensabili visite a domicilio o che rifiutino l’inserimento nelle USCA (Unità speciali di continuità assistenziale).

  • Completa informazione a disposizione di tutti.

Tutta la documentazione relativa all’emergenza (ad esempio: le cartelle cliniche dei “morti per Covid”, gli studi scientifici che supportano la gestione dell’emergenza, i motivi dell’esclusione / inserimento di farmaci o terapie, o i contratti con aziende farmaceutiche) deve essere messa a disposizione del Parlamento, dei ricercatori e del pubblico.

Basta con il terrorismo mediatico e la censura: sia concesso l’accesso anche a medici e ricercatori finora emarginati, soprattutto alla RAI e su internet.

  • Adeguate misure per le categorie in crisi.

Bisogna impedire che la crisi economica aggravata dalla gestione dell’emergenza Covid continui a favorire l’arricchimento di pochi. Questo può essere ottenuto anche ostacolando, ad esempio, la svendita di esercizi commerciali o l’estensione indiscriminata degli acquisti on line e del telelavoro (che rischia di riproporre per tanti impiegati la sorte toccata agli addetti ai call-center, oggi tutti ubicati in nazioni povere).

Per quanto riguarda i sussidi per i tanti oggi in miseria, questi devono essere finanziati non già tagliando stipendi e pensioni, o incravattandoci con il Recovery Fund od il MES, bensì con l’emissione di titoli di stato (attirando così l’enorme liquidità esistente nel nostro paese) e ritrovando la nostra sovranità monetaria oggi impedita dai vampiri dell’Unione Europea.

Direzione nazionale Liberiamo l’Italia, 11 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL PARTITO PER LIBERIAMO L’ITALIA

Lo scorso 28 novembre si è svolta la Prima Conferenza per delegati di Liberiamo l’Italia. Oltre al DOCUMENTO POLITICO, sono state approvate, con 41 voti favorevoli, 4 contrari e 2 astenuti, e dopo l’approvazione di alcuni importanti emendamenti, le seguenti TESI SUL PARTITO.

 

IL PARTITO DI CUI C’È BISOGNO

Tesi

  1. LA FINE DEI PARTITI DI MASSA E IL NEOLIBERISMO

1.1 La Costituzione, dopo aver stabilito, art. 18, che “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente e senza autorizzazione”, all’art.49 ribadisce e precisa: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico e determinare la politica nazionale”.

1.2 I costituenti non si sono limitati a sacramentare il diritto di libertà di associarsi e il principio inviolabile del pluralismo politico, hanno indicato come fondamentale e superiore forma di associazione politica il partito-politico-di-massa. Essi intendevano i partiti non solo come espressione di interessi corporativi o di categoria, ma come portatori di diverse visioni della società e del mondo.

1.3 Dopo decenni di attacchi i partiti di questo stampo sono stati smantellati. Diverse sono le cause di questa dissoluzione. Se determinante è stato il declino delle grandi ideologie sociali che hanno segnato la storia italiana moderna — quella socialista-comunista, quella liberale, quella cattolica e quella fascista —, decisivo è stato il colpo di grazia inferto loro dal colpo di stato giudiziario cosiddetto “mani pulite”. Al posto di queste “grandi narrazioni” s’è imposta una variante del liberalismo classico, il pensiero unico neoliberista.

1.4 Esso si camuffa come post-ideologico ma in verità non è che una ideologia a due facce: da un lato il mito individualistico e antistatalistico del mercato — facente perno sull’idea che sia il capitale e non il lavoro a produrre ricchezza sociale —, dall’altra un libertarismo che vorrebbe liquidare ogni tradizionale vincolo sociale e comunitario come un ostacolo al “progresso” — di qui l’apologia della globalizzazione e dell’europeismo, il disprezzo per lo stato-nazione, l’esaltazione delle migrazioni, il culto acritico delle nuove tecnologie.

1.5 Questa nuova ideologia ha potuto dilagare perché si è sposata con una profonda mutazione in seno al capitalismo. Quest’ultimo, per sua natura, s’imbatte in regolari crisi sistemiche che possono sfociare in tre diverse direzioni: in rivoluzioni sociali, in grandi catastrofi reazionarie, oppure in salti in avanti destinati a trasformare la stessa struttura economico-sociale.

1.6 E’ questa terza via che il capitalismo occidentale imboccò per venir fuori dalla grande crisi degli anni ’70 del secolo scorso. Le frazioni dominanti del grande capitalismo occidentale decisero di farla finita con le politiche keynesiane e gettarono, con una serie di mosse strategiche, le fondamenta del nuovo ordine neoliberista.

1.7 Organizzarono anzitutto la progressiva demolizione delle grandi concentrazioni industriali fordiste esternalizzando gran parte della produzione in una miriade pulviscolare di officine, così demolendo le roccaforti del movimento operaio e dei suoi partiti di massa. Parallelamente venne smontato lo Stato come dominus della stessa sfera economica, vennero privatizzati i beni pubblici per appropriarsene a man bassa, venne deregolamentato il mercato e ottenuta l’incondizionata libertà di movimento dei capitali.

1.8 Il risultato è stata una finanziarizzazione sistematica che ha portato ad un decisivo cambio al vertice del capitalismo: i tradizionali settori della borghesia industriale hanno lasciato il posto e/o si sono trasformati a loro volta in rentier i cui profitti, attraverso sofisticati meccanismi speculativi, vengono ottenuti per depredazione, cioè estorcendo indirettamente plusvalore a spese di quelli che lo producono.

1.9 Il catastrofico crollo del “socialismo reale”, la restaurazione del capitalismo e la conseguente integrazione nel mercato mondiale di gran parte di quei paesi, hanno dato una spinta formidabile a questo nuovo capitalismo transnazionale predatorio consentendogli di diventare dominante.

  1. AVVENTO E CRISI DELLA “SECONDA REPUBBLICA”

2.1 L’avanzata egemonica capillare del sistema neoliberista è stata utilizzata dai nuovi ceti vincenti del capitalismo occidentale per sbarazzarsi, assieme ai partiti del movimento operaio della democrazia costituzionale sorta dopo l’abbattimento del fascismo. Processo necessitato in quanto non c’è democrazia costituzionale senza l’ossatura dei partiti di massa.

2.2 Questo fenomeno ha trovato proprio in Italia un fondamentale laboratorio. Abbiamo assistito ad un duplice fenomeno: mentre l’Esecutivo ha scippato il Parlamento dei suoi poteri legislativi, il Presidente della Repubblica ha assunto una funzione extra-isituzionale di comando — è il fenomeno del bonapartismo, che nel Novecento è stato spesso l’anticamera della dittatura. Ogni luogo apicale nelle istituzioni è stato infiltrato e conquistato da corifei neoliberisti. Tutti i partiti principali, a partire dalle spoglie del Partito comunista italiano, sono diventati meri comitati d’affari di questa o quella frazione della plutocrazia neo-liberista. La cosiddetta “seconda repubblica”, in piena simbiosi con la nascente Unione europea, è nata quindi con lo stigma di regime oligarchico, di una democrazia patrimoniale in cui la procedura elettorale conferma che è il censo e la disponibilità finanziaria a decidere chi abbia il titolo per ottenere uno scranno.

2.3 Avendo preso in consegna tutte le roccaforti del potere (istituzioni politiche, enti economici, banche, media, ecc.) l’operazione strategica dell’élite neoliberista sembrava destinata ad una vittoria di lunga durata. Non è stato così. Il posto dell’opposizione, una volta presidiato dai partiti di massa di estrema sinistra (ed estrema destra), è stato occupato da due formazioni populiste: anzitutto il Movimento 5 Stelle quindi la Lega salviniana.

2.4 Da versanti diversi queste due formazioni hanno raccolto il diffuso disprezzo per le diverse frazioni dell’élite dominante nonché il dilagante malessere delle classi subalterne causato dal generale peggioramento delle condizioni di vita, materiali e immateriali venuto avanti con la sudditanza alla Ue. Non è un caso che il punto più alto del loro consenso esse lo abbiano ricevuto grazie ad una, per quanto incoerente, linea no-euro no-Ue. Sull’onda di questa pressione popolare M5S e Lega salviniana hanno addirittura conquistato, nella primavera del 2018, il governo del Paese.

2.5 Il miserabile fallimento del governo giallo-verde non si spiega solo col  boicottaggio delle potenti élite eurocratiche (esterne ed interne). Il repentino spostamento di campo di entrambi le formazioni populiste (ognuna prestatasi e ricostruire lo schema bipolare tanto caro ai dominanti) mostra fino a che punto il loro populismo fosse sconclusionato e opportunistico, fino a che punto fossero prive di qualità e attributi. I  compromessi cercati con l’élite non erano solo degli “errori” bensì la prova della loro succubanza al neoliberismo.

2.6 Del resto essi si sono ben guardati dal mobilitare le masse subalterne, mobilitazione che sola avrebbe potuto sostenere una svolta reale. I populisti le hanno anzi deliberatamente tenute alla larga, sacrificando la loro aspirazione al cambiamento sull’altare di narcisitiche ambizioni da parvenu.

2.7 La spinta al cambiamento delle classi subalterne non va per altro sopravvalutata. I suoi limiti risultano evidenti. Dopo decenni di assuefazione e disincanto politico questa spinta era sostanzialmente passiva e indolente, per di più non era sostenuta da una chiara consapevolezza su chi fosse il vero nemico (l’élite neoliberista e il suo sistema), con quali mezzi si dovesse combatterlo, quali drastiche misure sarebbe stato necessario adottare per vincerlo.

2.8 Ciò ha consentito il voltafaccia dei due populismi, diventati comprimari del tentativo di restaurazione del sistema oligarchico bipolare. Questo ribaltone trasformista lascia tuttavia un enorme spazio vuoto che può e deve essere politicamente riempito. Si tratta di un campo ampio che non sta tra i due campi del centro-sinistra e del centro-destra bensì al loro esterno. Una domanda che chiede un’offerta politica adeguata. Quale forma dargli?

  1. NELLA FASE POPULISTA

3.1 Noi riteniamo che sarà ancora una forma populista. Ciò per due ragioni fondamentali. Non siamo usciti dalla decadenza (il tempo ci dirà se si tratta di tramonto o eclissi) delle grandi ideologie, quindi dalla messa fuori scena dei partiti basati su quelle ideologie. La caratteristica e la forza del populismo sta proprio nella sua capacità di dare voce, di rappresentare politicamente e offrire una speranza di riscatto alle nuove ed eterogenee classi subalterne, quelle che stanno sotto, contro quelle, plutocratiche, che stanno sopra. Ciò da cui discende la sua trasversalità interclassista e la sua indeterminatezza ideologica.

3.2 La seconda ragione consiste nel fatto che esso può plasticamente adattarsi ai nuovi rapporti sociali venuti avanti nell’ultimo cinquantennio, La società fordista, caratterizzata da una stabile polarizzazione di classe tra classe operaia di fabbrica e la borghesia di vecchio stampo, è stata rimpiazzata dalla cosiddetta “società liquida”, segnata tra l’altro dall’instabile miscuglio di strati sociali un tempo fortemente diversificati. Una poltiglia composta dal lavoro dipendente a basso reddito e privo di diritti sostanziali, dal multiforme mondo del proletariato non garantito e precarizzato, dal  ceto medio pauperizzato, ed infine dagli stessi comparti di borghesia imprenditoriale fatti a pezzi da una parte dalla spietata competizione mercantile indotta dalla globalizzazione neoliberista.

3.3 Dall’altra parte il populismo non sfonda tra i colletti bianchi (un tempo si sarebbe parlato di “aristocrazia operaia”), il cui status non dipende solo dalla quota di reddito di cui possono disporre ma dalla maniera in cui lo ottengono e quindi dalle diverse garanzie sociali di cui godono rispetto agli altri strati di lavoro salariato. Questo ampio settore sociale, i cosiddetti “garantiti”, per quanto sia destinato ad essere anch’esso travolto dalla perdita dei diritti acquisiti, funge ancora da base sociale di massa della democrazia patrimoniale ovvero del regime oligarchico neoliberista. Sarebbe vano illudersi che sarà il corso delle cose a ricomporre in un grande blocco questi frammenti sociali. Solo un Partito Politico può riuscire a trasformarli in una potente forza sociale.

3.4 Non sarà quindi un partito ideologico di massa di vecchio stampo che riuscirà a rappresentare questa oppressa “polvere d’umanità”. Come detto non ve ne sono più le condizioni, né sociali, né culturali, né spirituali. Manca anzitutto l’humus rappresentato dalla politicizzazione di massa, è assente una autentica spinta dal basso ad occuparsi direttamente degli affari dello stato e della nazione. Sic stantibus rebus avremo un partito d’élite, composto da avanguardie agguerrite, o meglio da “minoranze creative” che dovranno battersi per ottenere un consistente seguito di massa.

3.5 Un Partito d’élite di tipo populista. Ma quale populismo? Se ci guardiamo attorno notiamo che ve ne possono essere almeno di tre tipi e tutti e tre occupano lo spazio nazional-popolare avverso all’oligarchia eurocratica e al discorso europeista e globalista. Un populismo di primo tipo che resta nell’alveo della tradizione non solo liberale ma neoliberista (ed è quello che va oggi per la maggiore in Occidente); un populismo di secondo tipo, antiliberale di marca reazionaria (egemone in alcuni paesi dell’Europa dell’Est); un populismo di terzo tipo democratico, anti-liberista ed a vocazione socialista.

3.6 Il nostro è il “populismo di terzo tipo”, un populismo costituzionale che punta dì a rappresentare chi sta in basso contro chi sta in alto sulla base di idealità democratiche e socialiste. Profonde sono nel nostro Paese le radici di questo populismo: le troviamo nella tradizione patriottica e democratica del Risorgimento, trapassata nella prima e seconda resistenza antifascista, fondamenta sulle quali è stata fondata Repubblica e poggiata la sua Costituzione. Una Costituzione che è dunque la nostra stella polare in quanto, fissati i diritti inviolabili della persona, sancisce e prefigura una Repubblica di democrazia sociale pluralista fondata sulla centralità del lavoro.

  1. UN PARTITO PER IL GOVERNO DEL PAESE

4.1 La Costituzione del ’48 è la stella polare che indica la via al partito che vogliamo e che serve, il Partito nazionale e popolare dell’Italexit. Esso può e deve organizzare quella che in questa fase è la madre di tutte battaglie, quella per conquistare piena sovranità nazionale e quindi uscire dall’Unione europea. Le ragioni per cui l’uscita è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per uscire dal marasma e dal rischio di una catastrofe nazionale di dimensioni storiche, le abbiamo spiegate a iosa.

4.2 Non si deve mai cessare di insistere sulla centralità della Costituzione del ’48. Essa non è solo la Grundnorm, la norma formale che conferisce validità e senso a tutto l’ordinamento giuridico. Essa è stata concepita come norma sostanziale in quanto prefigura un ottimale sistema democratico fondato sull’eguaglianza non solo giuridica ma sociale. Per questo i governi neoliberisti da decenni la stanno smontando pezzo dopo pezzo.

4.3 Che si possa uscire dalla gabbia dell’Unione europea e dell’euro e stato mostrato dalla Brexit. Ma le differenze tra il nostro Paese e il Regno Unito saltano agli occhi. L’uscita del Regno Unito è stata possibile per l’incontro di due fattori essenziali: a favore della Brexit non c’era solo il grosso delle classi subalterne ma pure quello di potenti settori della classe dominante, organizzate nel Partito conservatore. Proprio questi settori hanno capeggiato l’uscita, evitando che questa fosse anche una rottura col neoliberismo.

4.4 La battaglia nel nostro Paese è molto più difficile, sia perché le classi subalterne sono divise sulla questione dell’uscita, sia perché quella dominante è saldamente ancorata al discorso europeista, nonché stretta da un vincolo stringente col grande capitalismo tedesco. Ciò rafforzato dal fatto che l’élite intellettuale italiana è composta in larghissima parte da paladini dell’Unione e da corifei del globalismo cosmopolitico.

4.4 Se nel Regno Unito potenti erano le frazioni anti-Ue della classe dominante, da noi l’egemonia quasi totale spetta a quelle anti-nazionali e non si vedono all’orizzonte decisive fatturazioni. Sarebbe dunque un grave errore, invece che puntare decisi a rappresentare l’enorme spazio popolare esterno ai campi del centro-sinistra e del centro-destra, si immaginasse il Partito dell’Italexit come loro comprimario o satellite.

4.6 Occorre invece attestarsi su una posizione indipendente e di attacco a questi poli per rappresentare l’enorme spazio che ad essi sfugge per compiere incursioni nei loro stessi campi allo scopo di strappare loro ogni fetta di consenso politico. Questo orientamento strategico non deve impedire al Partito dell’Italexit una momentanea alleanza e/o un eventuale sostegno tattico a quelle forze sistemiche che un domani fossero obbligate a uscire dalla Ue e riconquistare la sovranità nazionale. Alleanza tattica doverosa nel caso di un’accelerazione improvvisa della crisi strutturale dell’Unione, accelerazione che è nell’ordine delle cose e che potrebbe aiutare il Partito dell’Italexit a diventare un protagonista assoluto della vita politica del Paese.

4.7 Non si possono commettere gravi errori, pena il fallimento. Il primo di questi è quello di chiudersi nella propria autosufficienza. Il Partito dell’Italexit dev’essere la casa di tutti gli antiliberisti che vogliono combattere per l’uscita e per ripristinare l’ordinamento costituzionale. Esso dovrà poi fare il massimo sforzo per mobilitare e raggruppare le indispensabili forze intellettuali e culturali disponibili. Un Partito dunque che sia in grado di essere la fucina per forgiare dirigenti, donne e uomini di stato adeguati non solo alla grande sfida dell’uscita ma che sappiano prendere in mano le redini del Paese risovranizzato.

  1. AVVIARE IL PROCESSO COSTITUENTE

5.1 Per uscire dall’attuale iniziale stato di soggettiva debolezza si deve certo saper parlare alla maggioranza del popolo lavoratore, di tutti coloro che stanno in basso e, tra questi ultimi, anzitutto alle minoranze che nell’attuale difficile contesto disobbediscono come possono alla dittatura politico-sanitaria. Nostra dev’essere la capacità intercettare l’indignazione sociale, senza esitare a prendere la testa della resistenza popolare, poiché è anche lì che si dovranno misurare le capacità politiche dei nostri militanti di essere non solo propagandisti ma pure tribuni del popolo.

5.2 Il Partito che immaginiamo, non è né autoreferenziale né settario, dev’essere anzi in grado di diventare il lievito e/o l’asse di un fronte popolare ampio e multiforme. Da soli non riusciremo a portare l’Italia fuori dall’Unione europea, a farne un Paese sovrano. Sarebbe sbagliato immaginare che tutte le energie che è necessario mobilitare per la vittoria possano essere contenute in un partito. Data la pluralità di correnti e forze in campo ogni ipotesi di reductio ad unum è campata per aria e ci condannerebbe al minoritarismo.

5.3 Occorre invece agire per arginare e convogliare i tanti rivoli in cui sono disperse le energie e le forze sociali del cambiamento. Vanno immaginati gli Stati Generali della liberazione nazionale e dell’emancipazione sociale, nella prospettiva di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che si candidi a salire al governo quando se ne presenterà l’occasione.

5.4 La selezione, a cominciare dal processo costituente, avverrà strada facendo. Sarà vincendo la sfida della fondazione di un Partito non liquido ma ben organizzato e socialmente radicato, democratico, che esso prenderà definitiva forma. Un partito che dunque non può essere un mero agglomerato di comitati elettorali locali che per sua natura rischia di respingere militanti sinceri per attirare opportunisti che se la potrebbero dare a gambe levate davanti alle grandi difficoltà dell’impresa.

5.5 La qualità dei gruppi dirigenti è fondamentale. Il Partito potrà attivare migliaia di militanti e conquistare consenso e fiducia dei cittadini solo a condizione che abbia una squadra dirigente sperimentata, coesa e di alto profilo. Ciò richiede che il Partito si doti di una sua propria e forte identità politica, un progetto di paese che lo distingua nettamente da tutti i suoi avversari. Richiede quindi che esso dia grande priorità alla lotta nel campo culturale e intellettuale. Ci occorrono come il pane nuovi intellettuali, sia strappandoli all’intellighentia di regime sia forgiandoli ex novo. Lo stato d’emergenza diventato stato di permanenza, la catastrofe economica e sociale che incombe, mutano radicalmente, sia il campo politico che l’orizzonte della nostra azione. Le classi dominanti non nascondono che useranno questo shock per quello che viene chiamato “Grande Reset”. Stiamo entrando in periodo storico di profondi mutamenti e turbolenze sociali. In questo quadro inedito invocare l’Italexit, per quanto strettamente necessario, non è sufficiente a connotare un’identità forte. Una nuova e coerente visione del mondo è indispensabile.

5.6 E’ molto probabile che questo Partito — visto come funziona la comunicazione di massa nella “società dello spettacolo”, dato che siamo ancora nel cosiddetto “momento populista” —,  abbia bisogno di esprimere democraticamente un capo politico che sia suo portabandiera. Un primus inter pares tuttavia, non certo l’uomo solo al comando che contraddistingue i diversi partiti di sistema. Per meritare un ruolo tanto importante è necessario che, oltre al carisma (certo non quello degenerato proprio dei populismi autoritari), esso possieda spiccate qualità politiche e di visione, acume tattico. Deve infine saper dialogare, ascoltare e accogliere le diverse opinioni e proposte che emergessero dal seno del Partito. Un capo che sia quindi capace di tenere unito e compatto sia il gruppo dirigente che il Partito, trovando il punto di sintesi e di equilibrio interni nei tanti insidiosi tornanti che si incontreranno.

5.7 E’ il tempo di concentrare tutte le nostre forze per  avviare il processo costituente di un Partito che si pone tale grande ambizione. Un processo che, avviata l’iscrizione, deve vedere la massima partecipazione dei tesserati e dei comitati territoriali, che tenti di aggregare su solide basi le diverse voci del sovranismo costituzionale. Un Congresso che chiuda la fase cooptativa per passare ad un regime interno di effettivo centralismo democratico per cui a maggioranza, dopo seria e ordinata discussione generale, approvate le tesi politiche, elegga ad affidi il proprio mandato agli organismi dirigenti, segretario politico incluso.

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL PARTITO DI CUI C’È BISOGNO di LiT

Liberiamo l’Italia svolgerà il 28 novembre la sua prima conferenza nazionale per delegati. Pubblichiamo le Tesi sulla questione del  Partito che saranno sottoposte alla Conferenza. Qui il Documento Politico pubblicato ieri.

IL PARTITO DI CUI C’È BISOGNO

Bozza di Tesi in vista della I. Assemblea nazionale di Liberiamo l’Italia

LA FINE DEI PARTITI DI MASSA E IL NEOLIBERISMO

1.1 La Costituzione, dopo aver stabilito, art. 18, che “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente e senza autorizzazione”, all’art.49 ribadisce e precisa: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico e determinare la politica nazionale”.

1.2 I costituenti non si sono limitati a sacramentare il diritto di libertà di associarsi e il principio inviolabile del pluralismo politico, hanno indicato come fondamentale e superiore forma di associazione politica il partito-politico-di-massa. Essi intendevano i partiti non solo come espressione di interessi corporativi o di categoria, ma come portatori di diverse visioni della società e del mondo.

1.3 Dopo decenni di attacchi i partiti di questo stampo sono stati smantellati. Diverse sono le cause di questa dissoluzione. Se determinante è stato il declino delle grandi ideologie sociali che hanno segnato la storia italiana moderna — quella socialista-comunista, quella liberale, quella cattolica e quella fascista —, decisivo è stato il colpo di grazia inferto loro dal colpo di stato giudiziario cosiddetto “mani pulite”. Al posto di queste “grandi narrazioni” s’è imposta una variante del liberalismo classico, il pensiero unico neoliberista.

1.4 Esso si camuffa come post-ideologico ma in verità non è che una ideologia a due facce: da un lato il mito individualistico e antistatalistico del mercato — facente perno sull’idea che sia il capitale e non il lavoro a produrre ricchezza sociale —, dall’altra un libertarismo che vorrebbe liquidare ogni tradizionale vincolo sociale e comunitario come un ostacolo al “progresso” — di qui l’apologia della globalizzazione e dell’europeismo, il disprezzo per lo stato-nazione, l’esaltazione delle migrazioni, il culto acritico delle nuove tecnologie.

1.5 Questa nuova ideologia ha potuto dilagare perché si è sposata con una profonda mutazione in seno al capitalismo. Quest’ultimo, per sua natura, s’imbatte in regolari crisi sistemiche che possono sfociare in tre diverse direzioni: in rivoluzioni sociali, in grandi catastrofi reazionarie, oppure in salti in avanti destinati a trasformare la stessa struttura economico-sociale.

1.6 E’ questa terza via che il capitalismo occidentale imboccò per venir fuori dalla grande crisi degli anni ’70 del secolo scorso. Le frazioni dominanti del grande capitalismo occidentale decisero di farla finita con le politiche keynesiane e gettarono, con una serie di mosse strategiche, le fondamenta del nuovo ordine neoliberista.

1.7 Organizzarono anzitutto la progressiva demolizione delle grandi concentrazioni industriali fordiste esternalizzando gran parte della produzione in una miriade pulviscolare di officine, così demolendo le roccaforti del movimento operaio e dei suoi partiti di massa. Parallelamente venne smontato lo Stato come dominus della stessa sfera economica, vennero privatizzati i beni pubblici per appropriarsene a man bassa, venne deregolamentato il mercato e ottenuta l’incondizionata libertà di movimento dei capitali.

1.8 Il risultato è stata una finanziarizzazione sistematica che ha portato ad un decisivo cambio al vertice del capitalismo: i tradizionali settori della borghesia industriale hanno lasciato il posto e/o si sono trasformati a loro volta in rentier i cui profitti, attraverso sofisticati meccanismi speculativi, vengono ottenuti per depredazione, cioè estorcendo indirettamente plusvalore a spese di quelli che lo producono.

1.9 Il catastrofico crollo del “socialismo reale”, la restaurazione del capitalismo e la conseguente integrazione nel mercato mondiale di gran parte di quei paesi, hanno dato una spinta formidabile a questo nuovo capitalismo transnazionale predatorio consentendogli di diventare dominante.

AVVENTO E CRISI DELLA “SECONDA REPUBBLICA”

2.1 L’avanzata egemonica capillare del sistema neoliberista è stata utilizzata dai nuovi ceti vincenti del capitalismo occidentale per sbarazzarsi, assieme ai partiti del movimento operaio della democrazia costituzionale sorta dopo l’abbattimento del fascismo. Processo necessitato in quanto non c’è democrazia costituzionale senza l’ossatura dei partiti di massa.

2.2 Questo fenomeno ha trovato proprio in Italia un fondamentale laboratorio. Abbiamo assistito ad un duplice fenomeno: mentre l’Esecutivo ha scippato il Parlamento dei suoi poteri legislativi, il Presidente della Repubblica ha assunto una funzione extra-isituzionale di comando — è il fenomeno del bonapartismo, che nel Novecento è stato spesso l’anticamera della dittatura. Ogni luogo apicale nelle istituzioni è stato infiltrato e conquistato da corifei neoliberisti. Tutti i partiti principali, a partire dalle spoglie del Partito comunista italiano, sono diventati meri comitati d’affari di questa o quella frazione della plutocrazia neo-liberista. La cosiddetta “seconda repubblica”, in piena simbiosi con la nascente Unione europea, è nata quindi con lo stigma di regime oligarchico, di una democrazia patrimoniale in cui la procedura elettorale conferma che è il censo e la disponibilità finanziaria a decidere chi abbia il titolo per ottenere uno scranno.

2.3 Avendo preso in consegna tutte le roccaforti del potere (istituzioni politiche, enti economici, banche, media, ecc.) l’operazione strategica dell’élite neoliberista sembrava destinata ad una vittoria di lunga durata. Non è stato così. Il posto dell’opposizione, una volta presidiato dai partiti di massa di estrema sinistra (ed estrema destra), è stato occupato da due formazioni populiste: anzitutto il Movimento 5 Stelle quindi la Lega salviniana.

2.4 Da versanti diversi queste due formazioni hanno raccolto il diffuso disprezzo per le diverse frazioni dell’élite dominante nonché il dilagante malessere delle classi subalterne causato dal generale peggioramento delle condizioni di vita, materiali e immateriali venuto avanti con la sudditanza alla Ue. Non è un caso che il punto più alto del loro consenso esse lo abbiano ricevuto grazie ad una, per quanto incoerente, linea no-euro no-Ue. Sull’onda di questa pressione popolare M5S e Lega salviniana hanno addirittura conquistato, nella primavera del 2018, il governo del Paese.

2.5 Il miserabile fallimento del governo giallo-verde non si spiega solo col  boicottaggio delle potenti élite eurocratiche (esterne ed interne). Il repentino spostamento di campo di entrambi le formazioni populiste (ognuna prestatasi e ricostruire lo schema bipolare tanto caro ai dominanti) mostra fino a che punto il loro populismo fosse sconclusionato e opportunistico, fino a che punto fossero prive di qualità e attributi. I  compromessi cercati con l’élite non erano solo degli “errori” bensì la prova della loro succubanza al neoliberismo.

2.6 Del resto essi si sono ben guardati dal mobilitare le masse subalterne, mobilitazione che sola avrebbe potuto sostenere una svolta reale. I populisti le hanno anzi deliberatamente tenute alla larga, sacrificando la loro aspirazione al cambiamento sull’altare di narcisitiche ambizioni da parvenu.

2.7 La spinta al cambiamento delle classi subalterne non va per altro sopravvalutata. I suoi limiti risultano evidenti. Dopo decenni di assuefazione e disincanto politico questa spinta era sostanzialmente passiva e indolente, per di più non era sostenuta da una chiara consapevolezza su chi fosse il vero nemico (l’élite neoliberista e il suo sistema), con quali mezzi si dovesse combatterlo, quali drastiche misure sarebbe stato necessario adottare per vincerlo.

2.8 Ciò ha consentito il voltafaccia dei due populismi, diventati comprimari del tentativo di restaurazione del sistema oligarchico bipolare. Questo ribaltone trasformista lascia tuttavia un enorme spazio vuoto che può e deve essere politicamente riempito. Si tratta di un campo ampio che non sta tra i due campi del centro-sinistra e del centro-destra bensì al loro esterno. Una domanda che chiede un’offerta politica adeguata. Quale forma dargli?

NELLA FASE POPULISTA

3.1 Noi riteniamo che sarà ancora una forma populista. Ciò per due ragioni fondamentali. Non siamo usciti dalla decadenza (il tempo ci dirà se si tratta di tramonto o eclissi) delle grandi ideologie, quindi dalla messa fuori scena dei partiti basati su quelle ideologie. La caratteristica e la forza del populismo sta proprio nella sua capacità di dare voce, di rappresentare politicamente e offrire una speranza di riscatto alle nuove ed eterogenee classi subalterne, quelle che stanno sotto, contro quelle, plutocratiche, che stanno sopra. Ciò da cui discende la sua trasversalità interclassista e la sua indeterminatezza ideologica.

3.2 La seconda ragione consiste nel fatto che esso può plasticamente adattarsi ai nuovi rapporti sociali venuti avanti nell’ultimo cinquantennio, La società fordista, caratterizzata da una stabile polarizzazione di classe tra classe operaia di fabbrica e la borghesia di vecchio stampo, è stata rimpiazzata dalla cosiddetta “società liquida”, segnata tra l’altro dall’instabile miscuglio di strati sociali un tempo fortemente diversificati. Una poltiglia composta dal lavoro dipendente a basso reddito e privo di diritti sostanziali, dal multiforme mondo del proletariato non garantito e precarizzato, dal  ceto medio pauperizzato, ed infine dagli stessi comparti di borghesia imprenditoriale fatti a pezzi da una parte dalla spietata competizione mercantile indotta dalla globalizzazione neoliberista.

3.3 Dall’altra parte il populismo non sfonda tra i colletti bianchi (un tempo si sarebbe parlato di “aristocrazia operaia”), il cui status non dipende solo dalla quota di reddito di cui possono disporre ma dalla maniera in cui lo ottengono e quindi dalle diverse garanzie sociali di cui godono rispetto agli altri strati di lavoro salariato. Questo ampio settore sociale, i cosiddetti “garantiti”, per quanto sia destinato ad essere anch’esso travolto dalla perdita dei diritti acquisiti, funge ancora da base sociale di massa della democrazia patrimoniale ovvero del regime oligarchico neoliberista. Sarebbe vano illudersi che sarà il corso delle cose a ricomporre in un grande blocco questi frammenti sociali. Solo un Partito Politico può riuscire a trasformarli in una potente forza sociale.

3.4 Non sarà quindi un partito ideologico di massa di vecchio stampo che riuscirà a rappresentare questa oppressa “polvere d’umanità”. Come detto non ve ne sono più le condizioni, né sociali, né culturali, né spirituali. Manca anzitutto l’humus rappresentato dalla politicizzazione di massa, è assente una autentica spinta dal basso ad occuparsi direttamente degli affari dello stato e della nazione. Sic stantibus rebus avremo un partito d’élite, composto da avanguardie agguerrite, o meglio da “minoranze creative” che dovranno battersi per ottenere un consistente seguito di massa.

3.5 Un Partito d’élite di tipo populista. Ma quale populismo? Se ci guardiamo attorno notiamo che ve ne possono essere almeno di tre tipi e tutti e tre occupano lo spazio nazional-popolare avverso all’oligarchia eurocratica e al discorso europeista e globalista. Un populismo di primo tipo che resta nell’alveo della tradizione non solo liberale ma neoliberista (ed è quello che va oggi per la maggiore in Occidente); un populismo di secondo tipo, antiliberale di marca reazionaria (egemone in alcuni paesi dell’Europa dell’Est); un populismo di terzo tipo democratico, anti-liberista ed a vocazione socialista.

3.6 Il nostro è il “populismo di terzo tipo”, un populismo costituzionale che punta dì a rappresentare chi sta in basso contro chi sta in alto sulla base di idealità democratiche e socialiste. Profonde sono nel nostro Paese le radici di questo populismo: le troviamo nella tradizione patriottica e democratica del Risorgimento, trapassata nella prima e seconda resistenza antifascista, fondamenta sulle quali è stata fondata Repubblica e poggiata la sua Costituzione. Una Costituzione che è dunque la nostra stella polare in quanto, fissati i diritti inviolabili della persona, sancisce e prefigura una Repubblica di democrazia sociale pluralista fondata sulla centralità del lavoro.

UN PARTITO PER IL GOVERNO DEL PAESE

4.1 La Costituzione del ’48 è la stella polare che indica la via al partito che vogliamo e che serve, il Partito nazionale e popolare dell’Italexit. Esso può e deve organizzare quella che in questa fase è la madre di tutte battaglie, quella per conquistare piena sovranità nazionale e quindi uscire dall’Unione europea. Le ragioni per cui l’uscita è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per uscire dal marasma e dal rischio di una catastrofe nazionale di dimensioni storiche, le abbiamo spiegate a iosa.

4.2 Non si deve mai cessare di insistere sulla centralità della Costituzione del ’48. Essa non è solo la Grundnorm, la norma formale che conferisce validità e senso a tutto l’ordinamento giuridico. Essa è stata concepita come norma sostanziale in quanto prefigura un ottimale sistema democratico fondato sull’eguaglianza non solo giuridica ma sociale. Per questo i governi neoliberisti da decenni la stanno smontando pezzo dopo pezzo.

4.3 Che si possa uscire dalla gabbia dell’Unione europea e dell’euro e stato mostrato dalla Brexit. Ma le differenze tra il nostro Paese e il Regno Unito saltano agli occhi. L’uscita del Regno Unito è stata possibile per l’incontro di due fattori essenziali: a favore della Brexit non c’era solo il grosso delle classi subalterne ma pure quello di potenti settori della classe dominante, organizzate nel Partito conservatore. Proprio questi settori hanno capeggiato l’uscita, evitando che questa fosse anche una rottura col neoliberismo.

4.4 La battaglia nel nostro Paese è molto più difficile, sia perché le classi subalterne sono divise sulla questione dell’uscita, sia perché quella dominante è saldamente ancorata al discorso europeista, nonché stretta da un vincolo stringente col grande capitalismo tedesco. Ciò rafforzato dal fatto che l’élite intellettuale italiana è composta in larghissima parte da paladini dell’Unione e da corifei del globalismo cosmopolitico.

4.5 Se nel Regno Unito potenti erano le frazioni anti-Ue della classe dominante, da noi l’egemonia quasi totale spetta a quelle anti-nazionali e non si vedono all’orizzonte decisive fatturazioni. Sarebbe dunque un grave errore,  invece che puntare decisi a rappresentare l’enorme spazio popolare esterno ai campi del centro-sinistra e del centro-destra, si immaginasse il Partito dell’Italexit come loro comprimario o satellite.

4.6 Occorre invece attestarsi su una posizione indipendente e di attacco a questi poli per rappresentare l’enorme spazio che ad essi sfugge ma per compiere incursioni nei loro stessi campi allo scopo di strappare loro ogni fetta di consenso politico. Questo orientamento strategico non deve impedire al Partito dell’Italexit una momentanea alleanza ed un eventuale sostegno tattico a quelle forze sistemiche che un domani fossero obbligate a uscire dalla Ue e riconquistare la sovranità nazionale. Alleanza tattica doverosa nel caso di

un’accelerazione improvvisa della crisi strutturale dell’Unione, accelerazione che è nell’ordine delle cose e che potrebbe aiutare il Partito dell’Italexit a diventare un protagonista assoluto della vita politica del Paese.

4.7 Non si possono commettere gravi errori, pena il fallimento. Il primo di questi è quello di chiudersi nella propria autosufficienza. Il Partito dell’Italexit dev’essere la casa di tutti gli antiliberisti che vogliono combattere per l’uscita e per ripristinare l’ordinamento costituzionale. Esso dovrà poi fare il massimo sforzo per mobilitare e raggruppare le indispensabili forze intellettuali e culturali disponibili. Un Partito dunque che sia in grado di essere la fucina per forgiare dirigenti, donne e uomini di stato adeguati non solo alla grande sfida dell’uscita ma che sappiano prendere in mano le redini del Paese risovranizzato.

VERSO IL CONGRESSO

5.1 Per uscire dall’attuale iniziale stato di soggettiva debolezza si deve saper parlare alla maggioranza del popolo lavoratore, di tutti coloro che stanno in basso,  avendo la capacità intercettare l’indignazione sociale, senza esitare a prendere la testa della resistenza popolare, poiché è anche lì che si dovranno misurare le capacità politiche dei nostri militanti di essere non solo propagandisti ma pure tribuni del popolo.

5.2 Il Partito che immaginiamo, non è né autoreferenziale né settario, dev’essere in grado di diventare il lievito e/o l’asse di un fronte popolare ampio e multiforme. Da soli non riusciremo a portare l’Italia fuori dall’Unione europea, a farne un Paese sovrano. Sarebbe sbagliato immaginare che tutte le energie che è necessario mobilitare per la vittoria possano essere contenute in un partito. Data la pluralità di correnti e forze in campo ogni ipotesi di reductio ad unum è campata per aria e ci condannerebbe al minoritarismo.

5.3 Occorre invece agire per arginare e convogliare i tanti rivoli in cui sono disperse le energie e le forze sociali del cambiamento. Vanno immaginati gli Stati Generali della liberazione nazionale e dell’emancipazione sociale, nella prospettiva di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che si candidi a salire al governo quando se ne presenterà l’occasione.

5.4 La selezione, a cominciare dal processo costituente, avverrà strada facendo. Sarà vincendo la sfida della fondazione di un Partito non liquido ma ben organizzato e socialmente radicato, democratico, che esso prenderà definitiva forma. Un partito che dunque non può essere un mero agglomerato di comitati elettorali locali che per sua natura rischia di respingere militanti sinceri per attirare opportunisti che se la potrebbero dare a gambe levate davanti alle grandi difficoltà dell’impresa.

5.5 Le elezioni politiche nazionali non sono alle porte. E’ il tempo per concentrare tutte le nostre forze per portare a compimento, con un grande congresso fondativo, il processo costituente di un Partito che si pone una grande ambizione. Un processo che, avviata l’iscrizione, deve vedere la massima partecipazione dei tesserati e dei circoli territoriali. Un Congresso che chiuderà la fase cooptativa per passare ad un regime interno di effettivo centralismo democratico per cui a maggioranza, dopo seria e ordinata discussione generale, approva le tesi politiche ed elegge ad affida il proprio mandati agli organismi dirigenti, segretario politico incluso.

5.6 La qualità dei gruppi dirigenti è fondamentale. Il Partito potrà attivare migliaia di militanti e conquistare consenso e fiducia dei cittadini solo a condizione che abbia una squadra dirigente sperimentata, coesa e di alto profilo. Ciò richiede che il Partito si doti di una sua propria e forte identità politica, un progetto di paese che lo distingua nettamente da tutti i suoi avversari. Richiede quindi che esso dia grande priorità alla lotta nel campo culturale e intellettuale. Ci occorrono come il pane nuovi intellettuali, sia strappandoli all’intellighentia di regime sia forgiandoli ex novo.

5.7 E’ molto probabile che il nostro Partito —visto come funziona la comunicazione di massa nella “società dello spettacolo”, dato che siamo ancora nel cosiddetto “momento populista” —,  abbia bisogno di un capo politico che sia suo portabandiera. Un primus inter pares tuttavia, non certo l’uomo solo al comando che contraddistingue i diversi partiti di sistema. Per meritare un ruolo tanto importante è necessario che, oltre al carisma (certo non quello degenerato proprio dei populismi autoritari), esso possieda spiccate qualità politiche e di visione, acume tattico. Deve infine saper dialogare, ascoltare e accogliere le diverse opinioni e proposte che emergessero dal seno del Partito. Un capo che sia quindi capace di tenere unito e compatto il gruppo dirigente ed il Partito trovando il punto di sintesi e di equilibrio interni nei tanti insidiosi tornanti che si incontreranno.




UNA NUOVA EPOCA, UNA NUOVA ITALIA di LiT

Liberiamo l’Italia svolgerà il 28 novembre la sua prima conferenza nazionale per delegati. Pubblichiamo il Documento Politico che sarà sottoposto alla Conferenza. Domani pubblicheremo le Tesi sulla questione del  Partito.

  1. Una nuova epoca, una nuova Italia, un partito nuovo

L’Italia, l’Europa e il mondo sono sprofondati in una crisi gravissima quanto inedita. Una crisi senza precedenti per la sua profondità, le conseguenze sociali, l’incertezza sulla sua durata ed il suo sbocco.

Quel che è certo invece è l’utilizzo dell’epidemia da parte del blocco dominante. Grazie ad una narrazione emergenzialista che serve a produrre ed a giustificare uno stato d’emergenza senza fine, il sistema sta evolvendo in senso profondamente autoritario.

In Italia, mentre il ruolo del parlamento viene sempre più svilito dalla continua decretazione governativa, i cittadini vengono progressivamente spogliati dei loro diritti costituzionali. Una tecnocrazia priva di alcun mandato popolare decide ogni giorno sulla vita delle persone, alle quali viene solo chiesto di obbedir tacendo.

E’ in questo quadro che va avanti in maniera accelerata il processo di atomizzazione della società, dove le aberrazioni della digitalizzazione forzata, oltre ad annunciare una disoccupazione alle stelle, simboleggiano il “nuovo” di una società sempre più disumana, quella appunto del “distanziamento sociale” come norma generale di un orribile futuro.

E’ in questo quadro che le oligarchie neoliberiste pensano di poter tenere nell’ombra ogni dramma sociale, dalla disoccupazione alla precarizzazione, dalla povertà alle nuove marginalità che si annunciano.

Questa crisi non è però un fulmine a ciel sereno, tantomeno per quel che concerne il nostro Paese. Già prima del Covid la società italiana appariva devastata economicamente, disgregata ed impoverita socialmente, smarrita culturalmente e subordinata politicamente. Frutto del neoliberismo, di trent’anni di regole austeritarie, di cui venti vissuti dentro la gabbia dell’euro, l’Italia pre-Covid era già un Paese in ginocchio.

Adesso la nuova crisi aggrava ed amplifica i problemi precedenti, anche perché le risposte date tanto dall’oligarchia eurista, quanto dalle nostrane èlite, sono sempre le stesse. Se il modello neoliberista rimane la bussola delle scelte di fondo, i vincoli austeritari che inchiodano l’economia nazionale sono sempre lì, pronti a scattare come sempre non appena si riterrà che la fase più acuta sia superata.

Mentre in generale la portata della crisi globale rende concreto il concetto di “stagnazione secolare”, nel caso italiano quel che si prospetta è una drammatica accelerazione di un declino già in atto prima dell’epidemia.

Si apre dunque una nuova fase, per certi aspetti perfino una nuova epoca, nella quale ci sarà bisogno di un pensiero nuovo, di un forte risveglio popolare, di una nuova organizzazione politica all’altezza di una situazione assolutamente inedita ed aperta agli sbocchi più diversi. Quel che è certo è che non possiamo permetterci di restare al passato.

La situazione attuale è figlia di una precisa traiettoria, frutto sia delle dinamiche generali della globalizzazione capitalista, che delle scelte politiche compiute in nome di un’oligarchia sempre più ristretta che domina l’economia, controlla l’informazione, irreggimenta la cultura. Pur nella confusione generale, milioni di persone avvertono ormai la necessità di dire basta, di fermare questo processo distruttivo. Di riconquistare la sovranità popolare per ricominciare a pensare, a proporre, a lottare per una società basata su principi di uguaglianza, fratellanza e libertà.

Occorre dunque battersi per una nuova Italia, fuori dal modello neoliberista, ricostruita sui principi largamente condivisi della Costituzione del 1948. Il primo passo di questo percorso, quello necessario anche se non ancora sufficiente, è la liberazione dalla dittatura eurocratica.

Liberiamo l’Italia è nata anzitutto per contribuire a promuovere questo processo di liberazione, per riconquistare la sovranità nazionale, popolare e democratica. Questa strada impone oggi un nuovo e decisivo passaggio, quello della costruzione di un più ampio Partito dell’Italexit alla quale Lit già partecipa attivamente; un soggetto che ci auguriamo possa aggregare finalmente la forza necessaria per rendere concreta e vincente questa fondamentale battaglia per la liberazione del nostro Paese.

  1. Non se ne esce senza uscirne: per un’Italia sovrana, contro il nuovo imbroglio europeo

Da un punto di vista economico il 2020 sarà ricordato come l’anno della terribile crisi economico-sanitaria innescata dalla pandemia del covid-19, ovvero da un evento di portata mondiale che si è abbattuto sul nostro tessuto produttivo già ampiamente provato e gravido di una crisi latente, con la conseguenza che avremo la propagazione di effetti economici nefasti per lungo tempo ancora.

Ovviamente, peggiori saranno le risposte di politica economica e più grande sarà il dramma sociale vissuto, condizione nella quale si trova pienamente l’Italia in quanto paese mediterraneo dell’Eurozona.

Visto che la situazione economica era già critica di certo non ci sarà la inizialmente evocata ripresa a “V” in tempi brevi, visto poi che l’Italia subisce oltremodo l’architettura disfunzionale dell’Eurozona e non ha autonomi strumenti di politica economica, dobbiamo necessariamente trarre una conclusione: ci troviamo dinanzi ad un bivio non più eludibile, possiamo affondare rimanendo nella UE oppure lottare per tirarci fuori optando per il pieno recupero della sovranità monetaria e costituzionale. Per poter trarre questa conclusione è necessario un ulteriore passaggio, occorre smitizzare la narrazione mainstream che ha presentato la risposta delle istituzioni dell’Eurozona alla crisi come un primo passo verso una nuova era di “coesione europea”, intendendo che anche i cosiddetti paesi frugali del nord avessero messo da parte i propri interessi nell’accordo del Recovery Fund che avrebbe previsto un piano effettivo di rilancio per il nostro paese.

La nostra critica si articola in due punti. Per prima cosa la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per un effettivo rilancio del nostro paese sprofondato in questa crisi sarebbe la monetizzazione del debito, ovvero il finanziamento dei deficit con emissione di moneta da non restituire: questa condizione non è soddisfatta dagli accordi europei e ciò significa che dovremo rispondere a una crisi di proporzioni storiche rimanendo schiacciati nella trappola del debito. Ma posta questa grande discriminante di fondo, di per sé sufficiente per motivare la necessità del recupero della sovranità monetaria, vediamo la seconda e decisiva critica alla narrazione europeista evidenziando i reali interessi che si sono affermati nella risposta europea.

Il 5 maggio 2020 la Corte Costituzionale tedesca, ovvero la Corte suprema del più grande e influente paese “frugale”, si pronuncia contro la monetizzazione del debito che alcune misure della BCE avrebbero potuto di fatto realizzare, imponendo un rigido perimetro di azione della politica monetaria la quale non avrebbe dovuto ostacolare l’azione dei mercati finanziari. Queste prescrizioni riassumono tutto ciò che per la gran

parte del popolo italiano vi è di più rovinoso, in quanto nella sentenza si afferma che l’azione della BCE (concretizzata nei programmi di acquisto dei titoli di Stato) non può interferire nell’andamento degli spread, nell’accesso a strumenti di assistenza finanziaria come il Mes e neanche nell’eventuale declassamento operato dalle agenzie di rating.

Queste prescrizioni deleterie, seppur non esplicitamente “sbandierate” nei documenti, trovano attuazione nel pacchetto di aiuti varato in sede europea, di cui giova ricordare un ulteriore tassello: i prestiti del Recovery Fund sono privilegiati, alla stessa stregua di quelli del Mes.

Questo passaggio aggrava immediatamente ancor di più la posizione finanziaria dell’Italia perché corrisponde nei fatti a un declassamento implicito del debito italiano detenuto sotto forma di BTP e di BOT, aumentando così la percezione di rischio dei mercati e quindi i livelli di spread e le probabilità di declassamento delle agenzie di rating. In più ricordiamo che i fondi del Recovery Fund non solo devono essere rimborsati, quindi sono debito, ma vengono erogati sotto condizionalità che avranno effetti recessivi, così come sarebbe avvenuto con il Mes.

Ecco qui che le indicazioni contenute nella sentenza della Corte Costituzionale tedesca relative al non ostacolare tanto gli spread, quanto l’azione delle agenzie di rating e l’accesso a prestiti sotto condizioni, si sono “di fatto” realizzate e ci condurranno a quel bivio che abbiamo descritto in precedenza, per cui l’unica possibilità di salvezza per la nostra economia potrà essere l’uscita dalla UE.

  1. Con la Costituzione, contro l’oligarchia

Gli ultimi trent’anni di storia repubblicana, ovvero dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi, hanno visto un progressivo indebolimento e svuotamento della nostra Costituzione e dell’apparato legislativo in genere.

Nei primi anni novanta del secolo scorso, l’attacco alla democrazia si è inizialmente manifestato attraverso la cancellazione della legge elettorale proporzionale, che aveva rappresentato un pilastro della cosiddetta Prima Repubblica, e che aveva consentito l’accesso al parlamento a forze dotate di un limitato consenso, ma capaci di offrire un contributo in termini di pluralità di pensiero culturale e politico. Il passaggio al sistema maggioritario, avvenuto tramite referendum, poi sancito in Parlamento, ha di fatto consegnato il paese a due coalizioni, centro-sinistra e centro-destra, del tutto speculari nei tratti fondamentali, ovvero una monolitica fede nei dogmi del neo-liberismo, con tutti i suoi corollari – privatizzazioni, riduzione della spesa pubblica per istruzione, sanità ed enti locali, contro-riforme miranti ad indebolire i diritti del lavoro. E’ infatti a metà degli anni novanta che si istituzionalizza il concetto di precarietà nel mondo del lavoro, grazie allo scellerato pacchetto Treu, varato nei primi mesi di governo del centrosinistra guidato da Romano Prodi.

Questa serie di scellerate misure renderà fragile ed insicuro il percorso lavorativo di milioni di persone, condannandole ad essere presto o tardi, escluse dallo stesso mercato del lavoro. Alla fine dello stesso decennio, viene meno un ulteriore caposaldo della nostra Costituzione, che recita nell’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. L’attacco alla Serbia di Milosevic, operato con la finta motivazione della difesa degli abitanti del Kosovo, ma in realtà dovuto alla necessità, per gli Stati Uniti d’America, di fiaccare e indebolire un paese scomodo e non allineato in termini geopolitici, venne attuato grazie alla fattiva collaborazione del nostro paese, che mise a disposizione le proprie basi militari per un’operazione di puro avventurismo politico-militare, con tanto di bombardamenti ad infrastrutture civili, ospedali e sedi delle emittenti televisive.

Questo scempio del nostro dettato costituzionale, improntato alla giustizia sociale, alla valorizzazione della democrazia sostanziale, alla pace e al dialogo come valori inderogabili nel confronto internazionale, va di pari passo con l’adesione all’Unione Europea, che entra nel vivo proprio nell’ultimo decennio del secolo scorso, attraverso l’adesione al Trattato di Maastricht, del 7 febbraio 1992, e prosegue con il passaggio dalla moneta nazionale all’euro, il primo di gennaio del 2002.

La condizione di assoggettamento forzato ai voleri dell’oligarchia europea, incurante delle necessità dei popoli, si è radicalmente aggravata nel corso del 2020, a causa della crisi innescata dal Covid-19.

Lungi dal voler minimizzare l’epidemia in corso, è evidente l’uso spregiudicato che ne viene fatto tanto dalle èlite dominanti, quanto dal potere politico. In questo senso il caso italiano è davvero emblematico. Le scelte del governo Conte – da quelle della primavera scorsa, fino a quelle delle ultime settimane – paralizzano la vita della nazione in tutte le sue possibili diramazioni, inseguendo una preservazione biologica dalla malattia che oscura qualsiasi altra necessità. I vincoli posti alla libera circolazione delle persone, spesso applicati in modo vessatorio da parte delle forze dell’ordine, mentre ledono un fondamentale diritto dei cittadini, contribuiscono ad affossare le libertà di pensiero e di espressione che sono garantite dalla nostra Costituzione. Milioni di persone si vedono negare il diritto al lavoro ed al reddito, senza che vengano poste in essere misure adeguate a scongiurare il tracollo economico dei singoli e della comunità nel suo insieme. Una gestione sanitaria tutta incentrata sul Covid, sta di fatto negando il diritto alle cure per chi soffre di altre e spesso ben più gravi patologie.

Quello che va ancor più sottolineato è l’obiettivo di fondo del blocco dominante: governare attraverso la diffusione quotidiana della paura, del sospetto e della  diffidenza; in questo ampiamente sostenuto dal sistema dell’informazione, ormai del tutto slegato e avulso da qualsiasi confronto con la realtà dei fatti.

Questa nuova condizione umana è propedeutica a tutta una serie di cambiamenti nei modi di produzione e di fruizione dei prodotti industriali, nel modo di esperire i rapporti umani, nel modo stesso di concepire la propria e l’altrui presenza negli spazi fisici del reale. Processi già in essere negli anni scorsi vengono ormai portati a compimento con la disinvoltura tipica dei regimi autoritari, in assenza di un civile e maturo confronto democratico, che sappia valutare i pro e i contro.

La limitazione nell’uso del contante, l’apposizione di ripetitori e antenne a tecnologia 5G, l’intensificazione nello studio dell’intelligenza artificiale e dell’ibridazione uomo-macchina, sono tutte misure che vengono portate in palmo di mano come esempi di un fulgido e radioso futuro, la cui esecuzione viene introdotta come condizione irrinunciabile per ottenere dall’Unione Europea prestiti, peraltro assai onerosi, quali il Recovery Fund.

Il distanziamento nei rapporti, elevato a regola da seguire senza riscontri precisi in termini temporali, legati all’evolvere del virus, ha portato e porterà ad un uso massiccio del cosiddetto smart-working, con una crescente alienazione dei lavoratori ed il rischio di una delocalizzazione all’estero delle prestazioni lavorative.

La scuola viene tenuta in scacco, con un ricorso sempre più massiccio alla didattica a distanza, senza tenere conto delle esigenze di socialità dei minori. Per questi motivi riteniamo che sia doveroso ergersi criticamente contro questa visione asfittica della realtà, e ripristinare quelle garanzie di un’autentica vita civile e democratica, a cominciare da un’informazione autenticamente libera e plurale.

Tutto quanto fin qui descritto va nella direzione del passaggio da una società analogica ad una nuova società digitale. Una trasformazione che risponde al disegno delle oligarchie dominanti, finalizzato alla verticalizzazione dei capitali e ad un rastrellamento globale delle risorse, dal basso verso l’alto. Una delle chiavi decisive di questo processo sta certamente nel definitivo passaggio alla moneta elettronica, un obiettivo non a caso perseguito strenuamente dalle élite al potere.

  1. Cosa vogliamo

Non si esce dal neoliberismo, dal dominio della grande finanza, da quello del “pensiero unico” mercatista, senza cacciare un ceto politico (di “destra”, “centro” e “sinistra”) portatore degli interessi e dei disvalori della cupola dominante. Proprio per questo è necessario lavorare ad un progetto politico totalmente indipendente dagli assetti attuali.

Vogliamo che il diritto al lavoro per tutti divenga effettivo. Siamo perciò per un piano per il lavoro predisposto dallo Stato grazie ad un forte rilancio degli investimenti pubblici. Siamo per la rinazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, telecomunicazioni, trasporti, acqua). Siamo per l’eliminazione per legge del precariato, per la tutela dei redditi da lavoro dipendente ad autonomo.

Vogliamo che la scuola torni al centro della società. Che essa sia finalizzata in primo luogo alla formazione dei giovani, non più modellata esclusivamente sulle mutevoli esigenze del mercato del lavoro. Vogliamo che il diritto allo studio sia effettivamente garantito anche agli strati più poveri della società.

Vogliamo che il diritto alla salute e quello ad una vecchiaia serena vengano garantiti dallo Stato, che mentre dovrà fornire le necessarie riforme economiche sarà chiamato a ripristinare integralmente il carattere pubblico della sanità e della previdenza. Vogliamo una riforma fiscale che applichi i principi di equità, giustizia sociale e progressività sanciti dall’art.53 della Costituzione.

Affinché tutto ciò sia possibile è necessario che lo Stato assuma un ruolo centrale nell’economia, a partire a) dal controllo pubblico del sistema bancario (Banca d’Italia in primo luogo b) dall’introduzione di limiti alla circolazione dei capitali a tutela dell’economia nazionale c) da una ristrutturazione del debito pubblico che colpisca anzitutto la sua componente speculativa ed estera.

Infine, per liberare in maniera compiuta e organica la nostra nazione, noi vogliamo che l’Italia riacquisti la piena sovranità sotto il profilo geopolitico. L’alleanza atlantica è ormai retaggio di un passato ricco più di ombre che di luci, un passato che ci ha visti oggetto di condizionamenti, assai pesanti, da parte dell’alleato americano oltre che complici di guerre oltraggiosamente definite “umanitarie”.

Ora ciò che vogliamo è un’Italia che sappia essere testimone sincera di pace e di democrazia in un mondo multipolare, non più legata al carro di questa o di quella superpotenza mondiale. Nemica di nessuno, disposta a dialogare con chiunque, in campo politico, economico, commerciale, su un piano di reciproco rispetto e di sostanziale parità. E’ in base a questi principi che l’Italia dovrà sviluppare la sua politica internazionale, difendendo i propri legittimi interessi, specie nel Mediterraneo, sempre all’interno della prospettiva di un nuovo umanesimo aperto al mondo intero.

  1. Uno Stato nuovo, per una nuova società

Riconquistare la sovranità è decisivo, ma uno Stato davvero democratico e sovrano non sarà mai possibile senza cambiare nel profondo quello attuale.

Che la questione dello Stato sia decisiva ce lo ha dimostrato perfino il Covid 19. Gli stati più solidi, quelli almeno relativamente meno permeati dall’ideologia e dagli effetti del neoliberismo, hanno reagito meglio: più compostamente e più efficacemente degli altri. Non è questo il caso dell’Italia, come dimostrato prima dall’assoluta impreparazione sul piano sanitario, poi da una gestione emergenzialista che sta mandando lo Stato e tutto ciò che è pubblico – basti pensare alla scuola – allo sfascio.

Noi diciamo da sempre “più Stato e meno mercato”, ma questo oggi non basta. All’uscita dal neoliberismo, alla ridefinizione del suo ruolo centrale nell’economia, deve accompagnarsi la ricostruzione dello Stato stesso: dalle sue strutture, alla sua classe dirigente, fino all’ultimo degli impiegati.

Il disastro attuale è funzionale alla perpetuazione del modello neoliberale. Se ciò che è pubblico non funziona, ovvio che ogni privatizzazione avrà via libera. Se uscire da questa trappola non sarà facile, il processo di riedificazione dello Stato non sarà certamente breve. Ma proprio per questo la sua necessità va indicata da subito.

La scuola non può più essere la cenerentola del discorso pubblico, non possiamo ricordarci della sanità solo quando c’è un’emergenza, non possiamo più permetterci ministeri occupati da dirigenti venduti alla Commissione europea, non possiamo andare avanti con Comuni e Province senza soldi, ancor meno con Regioni tutte protese a realizzare l’abominio del “regionalismo differenziato”.

Il finanziamento a Comuni e Province va riportato subito a livelli decenti, tali da garantire l’esercizio delle funzioni assegnate, ma tutto il sistema delle autonomie locali va ripensato radicalmente. Il Titolo V della Costituzione, orrendamente stuprato dalla controriforma del 2001, va dunque modificato in profondità, in base ai fondamentali principi di uguaglianza, solidarietà, democrazia ed efficienza al servizio dei cittadini.

Il sistema elettorale ad ogni livello dovrà essere di tipo proporzionale senza sbarramenti. Ciò non solo per un’evidente esigenza democratica, ma pure per favorire una migliore selezione della classe politico-amministrativa, oggi filtrata da meccanismi al contrario, volti a “scegliere i peggiori” affinché alla fine possano decidere sempre gli stessi, i membri di quell’oligarchia che spesso alle elezioni neppure si presentano.

E’ questa la premessa da cui partire per condurre una lotta frontale alla corruzione, da impostarsi non con i soliti criteri moralistici – come avvenuto sin qui, spesso con obiettivi ben diversi da quelli dichiarati – quanto piuttosto in base ad una visione generale che sappia produrre un’azione politica capace di fare pulizia, attivando al contempo i necessari processi di costruzione di una nuova classe dirigente in senso lato. Ma lotta alla corruzione non significa solo contrasto al malaffare. Essa deve significare anche sradicamento di una mentalità diffusa che ha cancellato il senso, il ruolo, la responsabilità verso la collettività della funzione pubblica ad ogni livello. “Vasto programma” avrebbe detto De Gaulle. Programma vasto ma necessario e possibile diciamo noi, purché intrecciato al cambiamento sociale frutto dell’uscita dal neoliberismo: un nuovo Stato per una nuova società.

  1. Italexit: la lotta che ci attende

L’esplosione della crisi economico-sanitaria e la permanenza nei vincoli neoliberisti che determinano, come sempre, le risposte alla crisi all’interno dell’eurozona, impongono all’Italia un obiettivo politico primario: il recupero della sovranità attraverso l’Italexit, ovvero l’unico strumento che può essere realmente efficace a questo scopo. L’Italexit si configura così come la condizione necessaria per il recupero della sovranità, ma quest’ultima di per sé non è garanzia di uscita dal modello socio-economico neoliberista in cui ci troviamo intrappolati.

Pertanto la comprensione della necessità dell’Italexit e le sfide da intraprendere per il suo perseguimento costituiranno gli elementi che forgeranno una nuova classe dirigente, che avrà il compito straordinario di disegnare una nuova società sulle macerie del modello neoliberista.

Come descritto in precedenza, la consapevolezza della necessità dell’Italexit deve nascere dalla comprensione che nell’architettura europea saremo sempre soggiogati dalla logica del capitale finanziario e quindi schiacciati dal peso del debito da un lato, e condizionati dagli interessi a noi contrapposti dei cosiddetti paesi frugali dall’altro lato.

Ma la spinta e la motivazione per l’attuazione dell’Italexit si dovrà nutrire non solo di ciò di cui ci vogliamo liberare, ma anche di ciò che vogliamo realizzare, quel disegno di una nuova società che troverà fondamento nel patrimonio politico più prezioso che la recente storia italiana ha prodotto: la Costituzione del ’48, ed in particolare il modello socio-economico descritto nella sezione dei “rapporti economici”. Un modello in sostanza incentrato su uno Stato interventista che reprima la finanza a vantaggio dell’economia reale, che garantisca dignità al lavoro e ponga l’utilità sociale come tratto distintivo della sua azione e valore da tutelare.

Dire “Italexit” non è una sparata estremista. Al contrario, questa è la parola che nasce dall’unica visione realista, quella che identifica il problema ed il nemico principale: l’Unione europea ed il sistema dell’euro.

A chi pensa che l’obiettivo della fuoriuscita da questa gabbia sia irrealizzabile, diciamo chiaramente che rinunciarvi equivarrebbe ad accettare un disastro economico e sociale senza fine per il nostro Paese.

Noi non ci arrenderemo a questa prospettiva. Liberiamo l’Italia è nata anche per combattere quel pessimismo antropologico che tanto ammorba il contesto attuale. Dalle più buie oppressioni si è sempre usciti con la coscienza e la lotta. Così sarà anche questa volta: Italexit.

Fonte: Liberiamo l’Italia




PERCHÉ NO! Il MES in parole povere

Comunicato n. 2/2020 del Comitato centrale di P101

(1) Se prima il M.E.S. (il cosiddetto “Fondo salva stati”), finanziato dai singoli stati della Ue, faceva capo all’Unione medesima, con la “riforma” il MES diventerà né più e né meno che una super-banca d’affari privata indipendente, la quale potrà prestare denaro agli stati solo a condizione che ne tragga un lauto guadagno. Di più: sarà un organismo di rango superiore agli stati nazionali e che avrà potere di vita o di morte su quelli che dovessero ricorrere al suo “aiuto” (come la troika lo fu per la Grecia).

Si tratterebbe per l’Italia di un’altra palese cessione di sovranità in aperta violazione dell’art. 11 della Costituzione, dell’ennesimo crimine per tenere in via il mostro liberista dell’Unione europea.

(2) La “riforma” stabilisce due linee di credito, dividendo così paesi di serie A e B, quelli considerati solvibili (che cioè rispettano i famigerati parametri ordoliberisti del 3% e del 60%) e quelli con alto debito pubblico (che non li rispettano) considerati ad alto rischio.
Abbiamo quindi, col nuovo MES, un doppio paradosso: a) paesi come la Germania con banche piene zeppe di titoli tossici godrebbero, per l’accesso al credito del MES, di una corsia preferenziale e di condizioni molto vantaggiose; mentre l’Italia, per usufruire dello “aiuto”, dovrebbe impegnarsi ad adottare draconiane misure di riduzione del debito pubblico, quindi austerità, tagli alla spesa sociale ed ai diritti, privatizzazioni; b) l’Italia, ratificando il Trattato, sarebbe un grande finanziatore del MES ma ciò a tutto vantaggio dei paesi considerati di seria A. Né più e né meno che una colossale rapina.

(3) Tutti gli analisti concordano che una conseguenza inevitabile dell’eventuale richiesta di “aiuto” provocherebbe una brutale svalutazione del valore dei titoli pubblici italiani a danno dei tanti risparmiatori che hanno acquistato Bot o Btp. Anzi! già solo l’entrata in funzione del MES, quindi l’adozione dei suoi parametri — quelli per cui l’Italia sarebbe considerata un Paese di serie B —, potrebbe innescare ex ante una fuga generalizzata dai titoli di stato italiani, con conseguente fuga di capitali dall’Italia verso altri paesi a tripla A, con l’inevitabile svalutazione del valore dei titoli di debito italiani.

(4) In questo caso sarebbe dunque altamente probabile il collasso generale del sistema bancario italiano. Le banche italiane posseggono oggi circa 400 miliardi di titoli pubblici. Una forte decurtazione del loro valore (come detto, possibile ancor prima che si dovesse chiedere “aiuto” al MES) causerebbe quindi crolli bancari a catena.

(5) Le conseguenze inevitabili sarebbero dunque: a) che il MES si comporterebbe come uno strozzino con facoltà di pignorare i beni italiani; b) che lo Stato sarebbe costretto non solo ad applicare una violenta austerità, ma, sempre per rimborsare il credito, a vendere a prezzi stracciati proprietà e patrimoni; c) che le banche, per non fallire, dovrebbero ricorre al bail-in, ovvero ricorrere ad espropri forzosi non solo degli azionisti ma pure dei correntisti, con conseguente stop all’erogazione di prestiti ad aziende e cittadini.

Una recessione violenta sarebbe dunque inevitabile con chiusura di aziende, crollo degli investimenti pubblici e privati, aumento generale della disoccupazione. In poche parole: un disastro nazionale.

Fermare il MES è quindi questione di interesse nazionale.

I governanti, venduti allo straniero, hanno già firmato la capitolazione.

Sarà il Parlamento tuttavia, nella prossima primavera, a dover ratificare il nuovo Trattato.

Prepariamo una grande mobilitazione per impedirlo!
Usciamo dalla gabbia dell’euro, prepariamo l’Italexit!

Il Comitato centrale del Movimento Popolare di Liberazione – Programma 101

10 febbraio 2019




LA SINISTRA PATRIOTTICA E IL GOVERNO M5S-LEGA di P101

[ 16 giugno 2019 ]

AD UN ANNO DI DISTANZA


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RISOLUZIONE SULLA FASE E I COMPITI DI PROGRAMMA 101

(1) NUOVO PERIODO


La vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 dev’essere considerata una data spartiacque: con la crisi dell’egemonia dell’élite neoliberista è stata affondata la “seconda repubblica”, nata all’insegna della sudditanza ai poteri oligarchici euro-tedeschi. L’Italia, colpita pesantemente dalla grande crisi economica, entrava in un periodo ad alta instabilità politica, istituzionale e sociale.

(2) I TRE MOTIVI DI UNA VITTORIA


Il terremoto elettorale del 4 marzo 2018, segnato dalla pesante sconfitta del blocco dominante e dalla affermazione dei “populisti” del Movimento 5 Stelle e della Lega di Salvini confermava la correttezza di questa diagnosi. Molteplici, addirittura contraddittori, i motivi che hanno contribuito alla vittoria di queste due forze. Tre essenzialmente: da una parte la richiesta di porre fine alle crudeli politiche austeritarie; dall’altra che lo Stato si prenda carico della richiesta di sicurezza e protezione contro il crescente degrado del tessuto sociale; quindi il desiderio di porre fine allo stato di umiliante soggezione della nazione.

(3) IL DILEMMA DEL GOVERNO


Il governo M5S-Lega, sorto malgrado i disperati tentativi dell’élite di impedirlo, non può non tenere conto della spinta popolare che sola lo sorregge. Il nuovo governo è ben consapevole che questa spinta conduce gioco-forza in rotta di collisione con i poteri oligarchici europei e la grande borghesia italiana. Esso non avrà vita facile, è anzi costretto a navigare nelle acque agitate tra Scilla e Cariddi ed è già posto davanti al dilemma se andare incontro alle istanze popolari o essere travolto dalla rivincita del blocco eurista il quale, pur avendo perso la postazione del governo, tiene ben salde tutte le altre.

(4) DA CHE PARTE STARE


Abbiamo detto, e confermiamo, che l’eventuale venire meno del governo al mandato affidatogli dagli elettori, il suo naufragio sarebbe un disastro per il popolo lavoratore, non solo quello italiano. I poteri forti lavorano infatti alacremente per rovesciare il “governo populista” così da confermare il dogma T.I.N.A., che non ci sarebbe alcuna alternativa possibile al loro predominio. In queste condizioni non solo non è auspicabile la caduta di questo governo, occorre stare al suo fianco ove ingaggiasse la battaglia per liberare il Paese dalla gabbia eurocratica ponendo fine alle politiche austeritarie che ne impediscono la rinascita. E’ questo il caso del “Decreto dignità”, la cui pur modestissima portata segna tuttavia una inversione di marcia rispetto alla precarizzazione selvaggia del lavoro che viene avanti dagli anni ’90.

(5) NEL CAMPO POPULISTA


In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti.

(6) IL BANCO DI PROVA


Diverse e concatenate sono le questioni sul tappeto, ma tra loro c’è una gerarchia, un evidente ordine di priorità. Le élite globaliste, in un gioco di specchi con Matteo Salvini, tentano di fare della questione migratoria il terreno fondamentale di scontro. E’ un trucco che non può reggere a lungo. In verità la natura e le sorti del governo si decideranno invece sul tema delle misure economiche e sociali. A settembre il governo dovrà presentare il DEF, che descrive le politiche macroeconomiche, e quindi, entro metà ottobre, sottoporre al Parlamento la Legge di Bilancio.

(7) TRE STRADE


Tre sono in questo concreto contesto le strade possibili. La prima, la meno auspicabile, è che il governo decida di rispettare le politiche di bilancio che chiede l’Unione europea sin qui accettate dai precedenti governi. In questo caso la sinistra patriottica e popolare, pur respingendo ogni collateralismo con le élite e le sue su appendici, non potrà che posizionarsi all’opposizione del governo M5S-Lega. Se invece il governo, come auspichiamo e come è nell’interesse del popolo lavoratore, sfidasse la Ue e gli disubbidisse ciò sarebbe il segno di un’inversione di rotta, della battaglia con i poteri forti, una battaglia il cui esito dipenderà a quel punto dalla fermezza del governo, dalla sua capacità di resistere alla sicura controffensiva del nemico. E per resistere dovrà necessariamente fare appello alla mobilitazione popolare. C’è infine una terza possibilità, quella che la Ue conceda anche al “governo populista” ristretti margini di flessibilità nelle politiche di bilancio, ciò che significherebbe un temporaneo cessate il fuoco, un prendere tempo. Non durerà a lungo. Il momento della verità sarebbe solo rimandato.

(8) TURBOLENZE IN VISTA


Comunque sia la fine del lungo ciclo della globalizzazione neoliberista, attestato anche dalla cosiddetta “guerra dei dazi”, non sarà indolore. Avremo spasmi sociali, enormi turbolenze, nuovi terremoti politici e istituzionali, fratturazioni dei blocchi. E’ in questo crogiuolo, non in un rilassato trapasso, che potrà farsi largo la sinistra patriottica e popolare o, per dirla diversamente, il “populismo rivoluzionario”.

(9) SINISTRA PATRIOTTICA E C.L.N.


Nostro dovere, ove la situazione precipitasse a causa dello scontro con l’oligarchia euro-tedesca (ciò che porrebbe all’ordine del giorno l’uscita dalla Ue gettando il Paese e l’intera Unione in una situazione esplosiva) sarà quello di contribuire alla formazione di una sinistra patriottica e popolare che si ponga come terza gamba del “campo populista”. Vanno quindi sin d’ora identificate e incontrate le forze politiche e sociali, i gruppi, i singoli intellettuali che sono in sostanziale sintonia col nostro discorso, che accettano di gettarsi nella mischia e di fare fronte per vincere la battaglia democratica e nazionale della sovranità. Una battaglia che potrà essere vinta solo a condizione che M5s e Lega accettino, visto che non avrebbero scampo chiudendosi nel palazzo, di mobilitare massicciamente i cittadini. In questo contesto potrebbe quindi essere posta concretamente all’ordine del giorno la costituzione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale. E’ nel fuoco della battaglia, dentro questo campo, che la sinistra patriottica può e deve lanciare la sfida a M5s e Lega per l’egemonia, opponendo loro una visione ed un progetto di Paese che essi non hanno affatto.

(10) I PROSSIMI MESI


Fatte queste considerazioni, quali sono i compiti immediati nei prossimi mesi? Dobbiamo innanzitutto incalzare il governo a realizzare alcune decisive misure immediate a favore del popolo lavoratore. Diverse di esse sono già nel “contratto di governo”: difesa dell’ambiente, modifica giusta della Fornero, aumento delle pensioni minime, reddito di cittadinanza, salario minimo legale, piano di investimenti pubblici ed una banca nazionale che li sostenga, lotta contro la disoccupazione di massa, contrasto alla precarizzazione del lavoro, revisione della “buona scuola”. Andranno invece respinte misure di natura liberista come la flat tax (ferma restando la necessità di una equa riforma fiscale) nonché eventuali leggi sicuritarie (ferma restando l’esigenza dei cittadini di sentirsi protetti dalla criminalità grande e piccola). 

Altre misure, come quella per il diritto alla casa, non sono nel contratto e andranno poste sul tappeto. C’è poi in ballo il futuro di decine e decine di grandi e piccole aziende, da cui dipendono non solo tantissimi posti di lavoro ma il futuro del tessuto industriale e agricolo del Paese. Occorre sostenere quanto chiedono al governo i lavoratori di queste aziende, se necessario nazionalizzandole (è il caso ad esempio di Alitalia, delle acciaierie di Taranto, Terni e Piombino). 
In vista della eventuale battaglia d’autunno andrà quindi stimolata la più ampia mobilitazione popolare, operaia e giovanile, tentando di strutturarla in comitati d’agitazione da unire in una rete popolare nazionale, aperta a tutti gli organismi sociali, sindacali e ambientali già esistenti ma dispersi nei diversi territori.


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TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA

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[ venerdì 14 giugno 2019 ]

Riteniamo utile sottoporre all’attenzione dei nostri lettori queste Tesi approvate dalla II. Assemblea del Movimento Popolare di Liberazione-Programma 101 svoltasi il 10 e l’11 marzo 2018, cioè subito dopo il terremoto elettorale del 4. 
Domanda: reggono l’analisi compiuta e le indicazioni di fase? Noi pensiamo di sì. 

*  *  *

(1) GLOBALIZZAZIONE AL TRAMONTO

Il lungo ciclo che va sotto il nome di “globalizzazione”, toccato il suo punto più alto con la dissoluzione dell’URSS e la trasformazione della Cina in grande potenza capitalistica, si avvia al suo tramonto. Se il processo di globalizzazione dispiegata è riuscito a dilagare anche nel nostro Paese, è perché le élite sono riuscite a nascondere la sua natura liberista e classista dietro alla maschera del progressismo cosmopolitico. Una delle chiavi di volta di questa narrazione ideologica è infatti la distopia di una irenica repubblica capitalistica mondiale. Il superamento degli stati nazionali era ed è non solo auspicato, ma considerato inevitabile. La stessa Unione europea veniva e viene ancora presentata ai cittadini come una tappa in questa direzione.

(2) LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DI QUESTA FASE

Cosa effettivamente è accaduto con la globalizzazione? Attraverso un processo ineguale ma combinato, abbiamo un ordine imperialistico policentrico per cui un pugno di potenze hanno non solo preservato, ma rafforzato le loro prerogative sovrane, mentre la grande maggioranza degli stati nazionali ha progressivamente perduto sovranità, cedendola ai primi e/o, come nel caso dell’Unione europea, ad organismi oligarchici sovranazionali. Di qui la contraddizione principale di questa fase: quella tra il pugno di paesi dominanti e le nazioni dipendenti e semi-dipendenti le cui forze produttive sociali non possono più crescere a causa dei ceppi che le incatenano —dinamica che all’interno della Ue vede contrasti tra i paesi “core” e quelli bollati già “periferici” e, dalla Bce, denominati “vulnerabili”. Questa contraddizione principale si porta appresso un secondo aspetto: l’opposizione, all’interno degli stessi paesi soggiogati, tra la grande maggioranza dei cittadini e le frazioni più potenti e globaliste delle borghesie autoctone le quali, come nuove borghesie compradores, fungono da intermediari della rapina ai danni delle nazioni.

(2) UNIONE EUROPEA E GRANDE GERMANIA

L’Unione europea, edificata con l’ambizione di dare vita al principale polo imperialistico mondiale (nell’illusione che gli USA avrebbero accettato di spartire il mondo in more uxorio) traballa per diverse ragioni, una delle quali è che essa ha accresciuto gli squilibri tra gli stati, tra il centro tedesco e le diverse sue “periferie” le quali, private delle loro sovranità, possono sviluppare solo quelle forze produttive sociali funzionali alla macchina mercantilistica tedesca ed ai conglomerati finanziari carolingi. Il predominio della Grande Germania riunificata, stato-potenza egemone della Ue, siccome tende per sua natura a germanizzare, a soggiogare le altre nazioni, è concausa del tramonto della Ue ed accentua il contrasto tra le spinte centrifughe e quella centripeta. Ultimo ma non meno importante: il predominio tedesco ha il fiato corto perché la Germania, oggi come ieri, è incapace di trasformare il suo predominio in vera egemonia continentale.

(4) IL DESTINO DELL’ITALIA

Anche l’Italia ha subito questo processo di desovranizzazione e spoliazione, reso possibile dall’abdicazione delle élite intellettuali nostrane e dall’accettazione del comando esterno da parte della grande borghesia italiana. Esse hanno consegnato alla Germania ed alle sue agenzie eurocratiche le decisive  leve di comando. Il parlamento è diventato un simulacro, i politici di regime dei Gaulaiter, mentre lo Stato, già sovrintendente territoriale dello spazio giuridico imperiale a guida geopolitica americana, è diventato locale custode del protettorato tedesco. In queste condizioni, se non spezza la catena euro-liberista, l’Italia corre addirittura il rischio di spezzarsi come nazione unitaria, con un Nord agganciato alla locomotiva tedesca e il Mezzogiorno lasciato alla deriva, in mano al capitalismo mafioso.

(5) IL RITORNO DEGLI STATI NAZIONE

Il tramonto della globalizzazione non solo frena le ambizioni imperialistiche tedesche, alimenta la spinta opposta, quella che vede gli stati nazionali recuperare le loro sovranità, erigere proprie barriere difensive contro il libero scambismo selvaggio ed il mercantilismo che sono i vettori del dominio dei grandi conglomerati finanziari. Quando un edificio crolla restano le sue fondamenta. La dissoluzione della Ue dimostrerà che gli stati nazionali su cui si sorregge restano per i popoli la sola base per ricostruire le loro società. Il ritorno degli stati nazione sulla scena ha molteplici ragioni, guai a non comprenderle. Esse sono molteplici: economiche, geopolitiche, storico-culturali, religiose e psicologiche. Due spiccano su tutte: da una parte le forze produttive dei paesi dipendenti (eccetto quelle che avanzano e fanno profitti grazie alla globalizzazione) tendono ad autodifendersi invocando la protezione statuale; dall’altra le masse popolari (tranne i settori che traggono a loro volta vantaggi perché al servizio delle frazioni globaliste della borghesia) invocano sicurezza, lavoro, dignità, stato sociale.

(6) IL RISVEGLIO DEI NAZIONALISMI

Questo conflitto, manifestazione della contraddizione di fase principale, spiega il risveglio dei nazionalismi, sia in versione fascistoide che liberista, tutti accomunati da comuni denominatori revanchisti, autoritari e xenofobi. Il nazionalismo avanza perché fa incontrare e offre un orizzonte di senso a queste due spinte. Ne ricava maggiore forza grazie ad una narrazione opposta a quella cosmopolitica: contro l’umiliazione esibisce la volontà di riscatto, all’atomizzazione sociale oppone l’identità collettiva, contro lo spaesamento globalista insiste sul senso di appartenenza alla patria, alla società multietnica oppone il mito della nazione come comunità, al disordine oppone l’ordine. L’ostinazione delle élite eurocratiche a proseguire sulla strada della centralizzazione e della demolizione degli stati nazionali, lungi dall’indebolire i nazionalismi, li alimenta. Come in ogni grande crisi, in ogni fase di passaggio da un regime ad un altro, vale il principio per cui le energie scatenate dagli interessi sociali e di classe sono condannate a volatilizzarsi se non vengono incanalate, indirizzate strategicamente. E’ qui che entrano in gioco le ideologie, le visioni del mondo, le idee forti, religiose o secolarizzate che siano. Il nazionalismo, in società dominate dal nichilismo valoriale, è un’idea forte destinata ad accrescere la sua presa sulle larghe masse, anzitutto sui settori sociali più deboli, proprio quelli che dovrebbero fungere da forza motrice della trasformazione socialista della società. Contrastare dunque i nazionalismi avanzanti ma come?

(7) SEPARARE QUINDI UNIRE

Le sinistre occidentali, sistemiche e radicali, avendo avallato o addirittura sostenuto la globalizzazione e il disegno euro-liberista, hanno contribuito a spianare la strada a questi nazionalismi e saranno messe all’angolo. Con il suo internazionalismo dottrinario, col suo lottaclassismo prepolitico anche l’estrema sinistra si è resa corresponsabile. Non si contrastano i nazionalismi facendo esorcismi, demonizzandoli, facendo dell’internazionalismo un totem e della nazione un tabù. Una via sicura per lasciare campo libero alle destre nazionaliste è consegnare loro il monopolio della battaglia patriottica, facendo spallucce davanti al ritorno sulla scena degli stati nazione, peggio ancora, apparendo subalterni alle élite neoliberiste, che restano il nemico principale dei popoli. Errore madornale, dunque, condannare come univocamente reazionarie le pulsioni sociali e ideali che alimentano i nazionalismi. Occorre invece distinguere e separare il carburante,  le spinte sociali e ideali che alimentano i nazionalismi — la difesa delle forze produttive nazionali dalla predazione imperialistica esterna ed il desiderio di sentirsi parte di una comunità solidale — dalle formazioni nazionaliste che puntano a diventare il comburente. Bisogna quindi tenere assieme questione nazionale, questione di classe e questione democratica, insistendo sul principio che non ci sarà emancipazione sociale senza liberazione nazionale.

(8) PATRIOTTISMO REPUBBLICANO

Per contrastare i nazionalismi si deve sfidarli sul terreno dell’egemonia: mito buono contro mito cattivo, radici rivoluzionarie contro quelle reazionarie, narrazione sana contro narrazione tossica, identità etnica contro identità politica, comunità forte contro comunità debole. Al mito cattivo dell’Italia guerriera, annessionista, fascista e imperiale, noi opponiamo quello buono dell’Italia come faro di civilizzazione universale, ruolo che la nostra Patria ha saputo esibire nei momenti più alti della storia mondiale. Alle radici reazionarie del nazionalismo, proprie delle destre che ebbero la meglio dopo il Risorgimento e che le classi dominanti utilizzarono per giustificare, oltre agli innumerevoli crimini contro il popolo, i propri appetiti imperialistici, noi opponiamo quelle rivoluzionarie e democratiche dei padri nobili ed ai martiri della Patria. Alla narrazione nazionalista che esalta le gesta dell’Italia monarchica e fascista, con tutto il loro corollario di nefandezze, noi opponiamo il patriottismo popolare che dalle correnti democratiche del Risorgimento passa al movimento operaio, e di lì alla Resistenza antifascista che riscatterà l’onore del Paese e che s’incarnerà nella Costituzione repubblicana. All’identità etnica fondata sul sangue, sul suolo e sul destino, noi opponiamo quello della Patria come associazione politica di liberi e uguali, quale che sia la loro “razza”, provenienza, confessione ideologica o religiosa. Debole e fallace è la comunità dilaniata dai contrasti sociali, di casta, di classe, etnici, e dove ristrette élite hanno il monopolio delle leve di comando. Forte è invece quella patria dove sovrano è il popolo, dove i più forti non opprimono i deboli, dove non ci sono privilegi e conflitti sociali, dove lo Stato garantisce la sicurezza generale e difende come inviolabili i diritti di libertà della persona e delle minoranze.

(9) RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Non passerà molto tempo che il futuro del paese sarà deciso dallo scontro tra i due fronti opposti: quello del nazionalismo reazionario e imperialista (sia esso dominato da neoliberisti o neofascisti) e quello del patriottismo repubblicano e internazionalista. Occorre dunque costruire un grande partito (con i suoi diversi strumenti) che intercetti i sentimenti nazionali risorgenti tra il popolo e riesca ad indirizzarli verso il solo esito che potrà determinare la grande svolta, la sollevazione popolare. Abbiamo segnalato i due aspetti della contraddizione: le destre vorranno tenerli separati in modo oppositivo, facendo leva sul primo a spese del secondo. Noi dobbiamo invece tenerli concatenati: sollevazione per liberare il Paese dal dominio esterno e lotta per strappare il potere alle élite dominanti senza la cui collaborazione fattiva questo dominio non ci sarebbe. Sarà quindi, quella italiana, una rivoluzione democratica e patriottica. Sorgerà per tempo, prima di un altro 8 settembre, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale? Riusciremo ad evitare di cadere, come successo in Grecia, in un regime di protettorato? Forse no, forse, come altre volte capitato al nostro Paese,  la sollevazione seguirà la catastrofe nazionale e il popolo dovrà ricostruire il Paese sulle sue macerie. Sia come sia noi dobbiamo fare la mossa strategica da cui tutto il resto dipende, diventare i campioni della battaglia patriottica contro l’aristocrazia finanziaria predatoria esterna e le élite economiche e politiche italiane ad esse asservite. Solo a questa condizione potremo far sì che la rivoluzione democratica e costituzionale possa costituire il punto d’appoggio per quella socialista, visto che solo un Paese socialista potrà essere davvero sovrano.

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LA SINISTRA PATRIOTTICA E IL GOVERNO M5S-LEGA di P101

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[ 10 luglio 2018 ]




Il 1 luglio scorso si è svolta la Terza Assemblea nazionale di Programma 101. Come mai un’assemblea a distanza di soli tre mesi dalla precedente (10-11 marzo)? La Seconda, preso atto del terremoto elettorale del 4 marzo, stabilito che il Paese era entrato in una nuova fase politica, approvava due documenti importanti: «SOVRANITÀ E SOVRANISMI: SI CHIUDE UN CICLO» e le «TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA». La nascita, il 1 giugno, del governo giallo-verde, le sue prime mosse, mentre confermavano la diagnosi ci obbligavano non solo a precisare l’analisi ma a dare un giudizio del nuovo governo, indicando quindi quali siano i nostri compiti. Il tutto è ben indicato in questa Risoluzione, approvata all’unanimità dopo approfondita e partecipata discussione.

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RISOLUZIONE SULLA FASE E I COMPITI DI PROGRAMMA 101


(1) NUOVO PERIODO


La vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 dev’essere considerata una data spartiacque: con la crisi dell’egemonia dell’élite neoliberista è stata affondata la “seconda repubblica”, nata all’insegna della sudditanza ai poteri oligarchici euro-tedeschi. L’Italia, colpita pesantemente dalla grande crisi economica, entrava in un periodo ad alta instabilità politica, istituzionale e sociale.
 
(2) I TRE MOTIVI DI UNA VITTORIA


Il terremoto elettorale del 4 marzo 2018, segnato dalla pesante sconfitta del blocco dominante e dalla affermazione dei “populisti” del Movimento 5 Stelle e della Lega di Salvini confermava la correttezza di questa diagnosi. Molteplici, addirittura contraddittori, i motivi che hanno contribuito alla vittoria di queste due forze. Tre essenzialmente: da una parte la richiesta di porre fine alle crudeli politiche austeritarie; dall’altra che lo Stato si prenda carico della richiesta di sicurezza e protezione contro il crescente degrado del tessuto sociale; quindi il desiderio di porre fine allo stato di umiliante soggezione della nazione.
 
(3) IL DILEMMA DEL GOVERNO


Il governo M5S-Lega, sorto malgrado i disperati tentativi dell’élite di impedirlo, non può non tenere conto della spinta popolare che sola lo sorregge. Il nuovo governo è ben consapevole che questa spinta conduce gioco-forza in rotta di collisione con i poteri oligarchici europei e la grande borghesia italiana. Esso non avrà vita facile, è anzi costretto a navigare nelle acque agitate tra Scilla e Cariddi ed è già posto davanti al dilemma se andare incontro alle istanze popolari o essere travolto dalla rivincita del blocco eurista il quale, pur avendo perso la postazione del governo, tiene ben salde tutte le altre.
 
(4) 
DA CHE PARTE STARE

Abbiamo detto, e confermiamo, che l’eventuale venire meno del governo al mandato affidatogli dagli elettori, il suo naufragio sarebbe un disastro per il popolo lavoratore, non solo quello italiano. I poteri forti lavorano infatti alacremente per rovesciare il “governo populista” così da confermare il dogma T.I.N.A., che non ci sarebbe alcuna alternativa possibile al loro predominio. In queste condizioni non solo non è auspicabile la caduta di questo governo, occorre stare al suo fianco ove ingaggiasse la battaglia per liberare il Paese dalla gabbia eurocratica ponendo fine alle politiche austeritarie che ne impediscono la rinascita. E’ questo il caso del “Decreto dignità”, la cui pur modestissima portata segna tuttavia una inversione di marcia rispetto alla precarizzazione selvaggia del lavoro che viene avanti dagli anni ’90.

(5) NEL CAMPO POPULISTA

In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti.
 
(6) IL BANCO DI PROVA


Diverse e concatenate sono le questioni sul tappeto, ma tra loro c’è una gerarchia, un evidente ordine di priorità. Le élite globaliste, in un gioco di specchi con Matteo Salvini, tentano di fare della questione migratoria il terreno fondamentale di scontro. E’ un trucco che non può reggere a lungo. In verità la natura e le sorti del governo si decideranno invece sul tema delle misure economiche e sociali. A settembre il governo dovrà presentare il DEF, che descrive le politiche macroeconomiche, e quindi, entro metà ottobre, sottoporre al Parlamento la Legge di Bilancio.
 
(7) TRE STRADE


Tre sono in questo concreto contesto le strade possibili. La prima, la meno auspicabile, è che il governo decida di rispettare le politiche di bilancio che chiede l’Unione europea sin qui accettate dai precedenti governi. In questo caso la sinistra patriottica e popolare, pur respingendo ogni collateralismo con le élite e le sue su appendici, non potrà che posizionarsi all’opposizione del governo M5S-Lega. Se invece il governo, come auspichiamo e come è nell’interesse del popolo lavoratore, sfidasse la Ue e gli disubbidisse ciò sarebbe il segno di un’inversione di rotta, della battaglia con i poteri forti, una battaglia il cui esito dipenderà a quel punto dalla fermezza del governo, dalla sua capacità di resistere alla sicura controffensiva del nemico. E per resistere dovrà necessariamente fare appello alla mobilitazione popolare. C’è infine una terza possibilità, quella che la Ue conceda anche al “governo populista” ristretti margini di flessibilità nelle politiche di bilancio, ciò che significherebbe un temporaneo cessate il fuoco, un prendere tempo. Non durerà a lungo. Il momento della verità sarebbe solo rimandato.
 
(8) TURBOLENZE IN VISTA


Comunque sia la fine del lungo ciclo della globalizzazione neoliberista, attestato anche dalla cosiddetta “guerra dei dazi”, non sarà indolore. Avremo spasmi sociali, enormi turbolenze, nuovi terremoti politici e istituzionali, fratturazioni dei blocchi. E’ in questo crogiuolo, non in un rilassato trapasso, che potrà farsi largo la sinistra patriottica e popolare o, per dirla diversamente, il “populismo rivoluzionario”.
 
(9) SINISTRA PATRIOTTICA E C.L.N.


Nostro dovere, ove la situazione precipitasse a causa dello scontro con l’oligarchia euro-tedesca (ciò che porrebbe all’ordine del giorno l’uscita dalla Ue gettando il Paese e l’intera Unione in una situazione esplosiva) sarà quello di contribuire alla formazione di una sinistra patriottica e popolare che si ponga come terza gamba del “campo populista”. Vanno quindi sin d’ora identificate e incontrate le forze politiche e sociali, i gruppi, i singoli intellettuali che sono in sostanziale sintonia col nostro discorso, che accettano di gettarsi nella mischia e di fare fronte per vincere la battaglia democratica e nazionale della sovranità. Una battaglia che potrà essere vinta solo a condizione che M5s e Lega accettino, visto che non avrebbero  scampo chiudendosi nel palazzo, di mobilitare massicciamente i cittadini. In questo contesto potrebbe quindi essere posta concretamente all’ordine del giorno la costituzione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale. E’ nel fuoco della battaglia, dentro questo campo, che la sinistra patriottica può e deve lanciare la sfida a M5s e Lega per l’egemonia, opponendo loro una visione ed un progetto di Paese che essi non hanno affatto.

(10) I PROSSIMI MESI

Fatte queste considerazioni, quali sono i compiti immediati nei prossimi mesi? Dobbiamo innanzitutto incalzare il governo a realizzare alcune decisive misure immediate a favore del popolo lavoratore. Diverse di esse sono già nel “contratto di governo”: difesa dell’ambiente, modifica giusta della Fornero, aumento delle pensioni minime, reddito di cittadinanza, salario minimo legale, piano di investimenti pubblici ed una banca nazionale che li sostenga, lotta contro la disoccupazione di massa, contrasto alla precarizzazione del lavoro, revisione della “buona scuola”. Andranno invece respinte misure di natura liberista come la flat tax (ferma restando la necessità di una equa riforma fiscale) nonché eventuali leggi sicuritarie (ferma restando l’esigenza dei cittadini di sentirsi protetti dalla criminalità grande e piccola). Altre misure, come quella per il diritto alla casa, non sono nel contratto e andranno poste sul tappeto. C’è poi in ballo il futuro di decine e decine di grandi e piccole aziende, da cui dipendono non solo tantissimi posti di lavoro ma il futuro del tessuto industriale e agricolo del Paese. Occorre sostenere quanto chiedono al governo i lavoratori di queste aziende, se necessario nazionalizzandole (è il caso  ad esempio di Alitalia, delle acciaierie di Taranto, Terni e Piombino). In vista della eventuale battaglia d’autunno andrà quindi stimolata la più ampia mobilitazione popolare, operaia e giovanile, tentando di strutturarla in comitati d’agitazione da unire in una rete popolare nazionale, aperta a  tutti gli organismi sociali, sindacali e ambientali già esistenti ma dispersi nei diversi territori.