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NO ALLA GUERRA! GLI ITALIANI VOGLIONO LA PACE! di Liberiamo l’Italia

Riunitasi d’urgenza dopo le dichiarazioni di Putin la Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia ha approvato il seguente comunicato.

Il mondo è sull’orlo dell’abisso.

Fermare la corsa verso la terza guerra mondiale è possibile.

La principale minaccia alla pace è la paura degli Stati Uniti d’America di perdere la supremazia mondiale, la loro volontà di impedire ad ogni costo la nascita di un ordine internazionale multipolare basato sul rispetto dei popoli e delle nazioni sovrane.

L’impero americano può tollerare solo stati vassalli e nazioni asservite e tributarie. Davanti a governi considerati ostili gli USA prima li hitlerizzano dipingendoli come il “male assoluto”, poi ricorrono alle “rivoluzioni colorate”, infine fomentano la guerra (ne hanno scatenate decine negli ultimi decenni). La NATO è la loro micidiale macchina da guerra per schiacciare ogni popolo ribelle e serve a tenere soggiogati gli alleati europei come l’Italia.

La Russia di Putin, malgrado abbia tentato di stabilire con l’Occidente una pacifica coesistenza, è diventata il principale bersaglio del blocco USA-NATO-UE. Perché? Perché, oltre a difendere la propria indipendenza, si è messa alla guida dello schieramento internazionale dei paesi che perorano un ordine multipolare.

Il regime di Kiev e i suoi ascari neonazisti sono la longa manus dell’imperialismo occidentale, gli arnesi con cui esso punta a rovesciare Putin, a smembrare e sottomettere la grande Federazione Russa. Col destino della Russia è in gioco quello del mondo, il futuro degli stessi cittadini ucraini, usati dal blocco USA-ANTO-UE come carne da cannone.

Nonostante l’asfissiante propaganda russofoba, la  maggioranza degli italiani non condivide né la decisione del governo Draghi di armare e finanziare l’Ucraina, né quella dei partiti di regime di continuare ad ubbidire agli americani.

E’ possibile fermare la corsa verso la terza guerra mondiale? Non disperiamo! Draghi sembrava invincibile ma ha fatto le valige a causa della sua impopolarità e del suo indecente servilismo verso gli Stati Uniti.

Giorgia Meloni, data per vincente alle elezioni, malgrado questa politica stia già causando una catastrofe economica e sociale, ha dichiarato che continuerà la politica avventurista dello scontro contro la Russia.

Che farà la Meloni se Stati Uniti e NATO chiedessero anche all’Italia di mettere a disposizione le basi militari come avvenne nel 1999 nella guerra alla Iugoslavia? Deciderà di inviare truppe in Ucraina per affrontare l’esercito russo? Sarà disposta a mandare a morire i nostri giovani ed a fare del nostro Paese un bersaglio dei missili russi?

Dovremo impedirglielo e ce la faremo se uniremo tutte le forze che si oppongono alla guerra contro la Russia, se trasformiamo il dissenso apatico della maggioranza in una grande mobilitazione per la pace.

Né armi, né soldi, né uomini per la guerra americana!

Italia neutrale e fuori dalla NATO!

Basta sanzioni alla Russia!

LIBERIAMO L’ITALIA

21 settembre 2022




LE ELEZIONI E NOI Movimenti di Resistenza Costituzionale e Fronte del Dissenso

Il 25 settembre sarà il giorno delle elezioni politiche. Saranno elezioni truccate e dall’esito scontato: truccate da un regime bipolare che si ripresenta con due poli intercambiabili che hanno governato insieme fino a luglio, truccate dal controllo totalitario dei media, dall’esito scontato a causa delle norme truffaldine della legge elettorale.

Le cose sarebbero andate diversamente se, come noi abbiamo chiesto fino all’ultimo, le forze dell’area del dissenso si fossero unite in un’unica lista. Nonostante fosse questa l’aspirazione della stragrande maggioranza delle persone che hanno lottato contro la nuova dittatura in questi ultimi due anni, i gruppi dirigenti di Italia sovrana e popolare, Italexit e Vita hanno scelto la strada della divisione. Una scelta disastrosa che condurrà ad un esito elettorale altrettanto rovinoso. La lista unica sarebbe stato il vero fatto nuovo di queste elezioni, primo ma indispensabile passo verso la costruzione di un nuovo polo, quello dell’opposizione e dell’alternativa al sistema dell’oppressione, dei sacrifici e della guerra.

Ora che tutto ciò è stato reso impossibile dalla miopia politica di dirigenze quantomeno inadeguate, bisogna guardare oltre. Oltre alla scadenza elettorale, per riprendere a costruire lotta, organizzazione ed una progettualità politica all’altezza dei tempi e della portata dello scontro in atto (dalla guerra all’emergenza sociale). Oltre alle divisioni e per una nuova unità, per impedire che il disastro annunciato del 25 settembre colpisca a morte quel che resta del movimento No green pass.

La scelta della divisione ha reso dunque impossibile un voto forte, convinto e soprattutto capace di incidere. Tuttavia, com’è normale che sia, molti si chiedono quale sia la miglior scelta da compiere il 25 settembre. Non ci sottraiamo perciò ad un’indicazione di massima sul voto.

Premesso che, fermo il nostro giudizio politico, portiamo un profondo rispetto per gli attivisti in buona fede impegnati nella campagna elettorale, è inutile nascondersi come la delusione prodotta dalla scelta divisionista stia spingendo tante persone dell’area del dissenso verso l’astensione. Consideriamo questa scelta pienamente legittima, resa tale proprio dalla totale irresponsabilità di chi ha prodotto il carnevale di liste presenti sulle schede elettorali.

L’astensione non è però l’unica possibilità. Molti rivendicano comprensibilmente la volontà di esercitare comunque, magari turandosi il naso, il proprio diritto di voto. A costoro consigliamo di votare, in base alle proprie preferenze sui programmi e sui candidati, una delle liste dell’area del dissenso.

L’importante è che – astensionismo o voto critico che sia – nessuno si faccia illusioni. Dalle urne del 25 settembre non ci verrà nessuna buona notizia. Il nostro compito è dunque quello di iniziare a lavorare già da ora per il dopo elezioni.

Proprio per questo promuoviamo la manifestazione del17 settembre a Bologna, dedicata alla figura di Enrico Mattei. Non pagare le bollette di Draghi, nazionalizzare ENI ed ENEL, fuori l’Italia dalla guerra e dalla Nato, via le sanzioni alla Russia, debellare la speculazione: saranno queste le parole d’ordine con le quali lanciare le battaglie dell’autunno. Queste le vere questioni per milioni di famiglie ed aziende.

L’Agenda Draghi sta portando il Paese al disastro. La nuova opposizione da lì dovrà ripartire. Noi ci siamo e da subito!

Movimenti di resistenza Costituzionale

Fronte del Dissenso




UN ERRORE TROPPO GRANDE di Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia

UN ERRORE TROPPO GRANDE

Il movimento non lo meritava, noi non lo avalleremo

di Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia

  1. Il governo Draghi è finalmente caduto. Il Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia salutano con soddisfazione la sua cacciata e la conseguente crisi del progetto tecno-autoritario che portava avanti.
  2. L’uomo della Nato, dell’Ue e delle banche non ha retto al palese fallimento delle sue politiche, ad una stagflazione che egli stesso ha contribuito a produrre con la scelta di entrare in guerra contro la Russia.
  3. Proprio perché il sistema è in affanno, mentre grandi minacce (dalla guerra, al carovita, alla recessione) incombono sul futuro del nostro popolo, diventa ancora più urgente la costruzione di un fronte unito di lotta, per dare vita a una vera opposizione e per costruire quell’alternativa politica e sociale di cui milioni di persone sentono il bisogno.
  4. E’ su questa linea della massima unità che Liberiamo l’Italia ed il Fronte del Dissenso hanno operato in questi mesi. Da qui la proposta di una lista unica, con un simbolo unico, per le prossime elezioni politiche. Da qui l’Appello dei 100 sottoscritto da oltre tremila persone, in larga parte attivisti del movimento.
  5. Subito dopo il dibattito parlamentare del 20 luglio, abbiamo chiamato tutte le forze in qualche modo riconducibili al movimento contro il green pass ad un tavolo unitario. Lo scopo era quello di proporre un salto in avanti per arrivare finalmente all’unità, condizione imprescindibile per potersi presentare alle elezioni in maniera credibile, con buone possibilità di successo.
  6. Come passo concreto verso una scelta unitaria, abbiamo proposto un’iniziativa immediata davanti al parlamento per chiedere l’abbattimento sostanziale del numero delle firme necessarie alla presentazione elettorale, minacciando in caso contrario una campagna sull’irregolarità delle elezioni. Siamo infatti di fronte ad un vero e proprio golpe elettorale. La scelta di votare addirittura a settembre – imponendo la raccolta delle firme ad agosto, quando sarà quasi impossibile trovare gli autenticatori delle stesse – è un attacco ai diritti democratici senza precedenti. Di fronte a questa porcheria, la nostra proposta è stata quella di batterci tutti insieme per ottenere una riduzione delle firme ad un decimo, ristabilendo così una proporzione che tenga conto della riduzione del tempo di raccolta rispetto a quello previsto dalla legge (6 mesi).
  7. Purtroppo, al di là degli apprezzamenti formali, anche questa proposta – su un tema che ci avrebbe consentito un deciso affondo contro l’attuale regime bipolare – è stata lasciata cadere dai nostri interlocutori. I quali, da lì a poche ore, hanno subito iniziato – l’un contro l’altro armati – a lanciare le proprie candidature. Abbiamo così davanti la prospettiva di almeno tre liste (Italexit, Italia Sovrana e Popolare, Vita). Un quadro disastroso, che condurrà ad un esito elettorale altrettanto catastrofico. Una scelta miope ed irresponsabile, che abbiamo cercato di contrastare in tutti in modi, ma che non siamo riusciti ad impedire.
  8. Le conseguenze di questo errore imperdonabile sono evidenti. Mentre si accentueranno le divisioni nel movimento e nella nostra area sociale, finiranno per accreditarsi come “opposizione” quelle forze (da quel che rimane di M5s alla lista di De Magistris) che nulla hanno fatto contro il regime autoritario instaurato con l’Operazione Covid.
  9. L’irresponsabilità dei gruppi dirigenti che hanno rifiutato l’unità è tanto più grave se consideriamo la vicinanza dei rispettivi programmi. Contro ogni logica politica, contro la forte domanda unitaria del movimento, hanno prevalso protagonismi ed egocentrismi, figli di decenni di neoliberismo.
  10. Noi non intendiamo essere corresponsabili in alcun modo di questo disastro annunciato. In queste ore ci giungono proposte di candidatura da ognuna delle tre liste. Le abbiamo cortesemente respinte. E’ il momento della responsabilità ed ognuno si deve assumere le proprie. Liberiamo l’Italia e Fronte del Dissenso non intendono in alcun modo coprire una scelta autolesionista, non intendono contribuire alla divisione, non intendono lavorare per il re di Prussia.
  11. Continueremo invece sulla strada della costruzione di un’opposizione che guardi più avanti, oltre ad un appuntamento elettorale certamente importante, ma che non sarà certo la fine della storia. Lo facciamo con la consapevolezza di aver fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità per presentarci all’appuntamento elettorale in maniera credibile e competitiva, dunque unitaria. Tutto ciò non è stato possibile per le ragioni che abbiamo qui sommariamente illustrato, sulle quali non mancheranno occasioni di riflessione collettiva. Ma la sera del 25 settembre che nessuno venga a lagnarsi, che chi è causa del suo mal pianga sé stesso.

Fronte del Dissenso

Liberiamo l’Italia

26 luglio 2022

 




PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI! di Liberiamo l’Italia

Dopo oltre due mesi di combattimenti, è sempre più chiaro quanto avevamo affermato fin dall’inizio: quella in corso non è una guerra tra due paesi, bensì il risultato di un’aggressione politica, militare ed economica condotta dall’intero blocco Usa-Nato-Ue contro la Russia.

Insieme a sanzioni economiche sempre più pesanti, l’incessante fornitura di armi, istruttori e contractors, nonché il supporto logistico e di intelligence che questo blocco fornisce all’Ucraina, ha lo scopo di prolungare il più possibile il conflitto per indebolire la Russia e favorire un colpo di stato a Mosca.

Non pensiamo che questi obiettivi verranno conseguiti, ma con l’escalation guidata da Washington ben difficilmente la guerra potrà essere breve e limitata.

Con la criminalizzazione della Russia, con la propaganda sui “crimini di guerra”, con lo scatenamento di una razzista campagna di russofobia, il blocco Usa-Nato-Ue vuole impedire qualsiasi trattativa, qualunque soluzione politica che non sia la semplice capitolazione di Putin.

Se questa direzione di marcia non verrà invertita, essa ci porterà inevitabilmente verso la Terza Guerra Mondiale. Pur di arrestare il proprio declino la superpotenza americana è disposta a tutto, mentre i paesi dell’Unione europea hanno dimostrato la loro assoluta inconsistenza politica. Una totale mancanza di autonomia che arriva perfino all’autolesionismo, come nel caso delle scelte energetiche. Scelte che il blocco dominante sta scaricando sul popolo lavoratore, con l’aumento delle bollette e l’abbattimento dei salari reali.

Ma l’attacco economico alla Russia si sta rivelando più complicato di quel che si pensava in occidente. Intanto Mosca è meno isolata di quel che si vorrebbe far credere, mentre nel campo monetario le sanzioni stanno spingendo a cambiamenti radicali che potrebbero incrinare profondamente l’ormai ottantennale dominio planetario del dollaro. E’ anche per questo che la partita sta diventando mortale.

In questo scontro, Liberiamo l’Italia non è neutrale: siamo per la sconfitta della Nato e della sua politica espansionista. Siamo per un mondo multipolare che garantisca una pace giusta, per una fratellanza tra popoli liberi da ogni blocco militare. Siamo per la neutralità del nostro Paese, dunque per l’uscita dal Patto Atlantico.

Il governo Draghi, sfruttando ancora una volta le politiche emergenzialiste non a caso collaudate col Covid, sta invece conducendo il nostro Paese in una guerra dai possibili esiti catastrofici. Inviare le armi al fantoccio Zelensky, mettersi sull’attenti davanti ad ogni ordine della Casa Bianca, è il modo perfetto per condurre l’Italia al disastro. Intanto un disastro economico, che i cittadini già pagano con l’inflazione e la disoccupazione; più avanti probabilmente un disastro ancora più grande, con il possibile coinvolgimento diretto dell’Italia nella guerra.

Di fronte a questi pericoli Liberiamo l’Italia chiama alla mobilitazione. I rischi per la pace non sono mai stati così gravi dal 1945. Il consenso alle scelte guerrafondaie del governo è assai più debole della maggioranza di cui Draghi dispone in parlamento. Questo dissenso deve trasformarsi in lotta ed opposizione prima che sia troppo tardi.

Per la sconfitta della Nato!

Fuori l’Italia dalla guerra, via Draghi dal governo!

No alla russofobia, per una politica di amicizia con la Russia!

Né un soldo, né un soldato per la guerra della Nato!

Liberiamo l’Italia – 2 maggio 2022

FONTE: www.liberiamolitalia.org




DAL MOVIMENTO POPOLARE DI LIBERAZIONE (P101) A LIBERIAMO L’ITALIA

Esattamente dieci anni fa, nel marzo del 2012, nacque il Movimento Popolare di Liberazione. Nel novembre dell’anno precedente Berlusconi si fece defenestrare per lasciare posto al governo Monti. Il nostro paese precipitava in un regime di protettorato euro-tedesco de facto, ovvero in uno strisciante “stato d’eccezione”. Idee, programma politico, scopi e funzione del MPL vennero scolpite ne LA VIA MAESTRA, Manifesto adottato dall’assemblea costitutiva.

Rimandiamo alla lettura attenta del Manifesto per comprendere i punti di forza del Movimento come quelli di debolezza, primo fra tutti la convinzione che si fosse alle porte di un oggettivo e veloce processo di disgregazione dell’Unione europea. In realtà l’élite tecno-oligarchica europeista superò la fase acutissima di crisi, ciò consentì ai dominanti di evitare che l’anello debole italiano si spezzasse aprendo così l’auspicato nuovo risorgimento italiano, il cui primo passo sarebbe stata la riconquista della sovranità nazionale.

2012 – 2022: dieci anni difficili, anni che hanno scombussolato il mondo, Italia compresa. Anni che come dirigenti e militanti del MPL (P101) abbiamo cercato di attraversare da protagonisti, ovvero sempre attivi nei fragili movimenti di resistenza sociale, sempre provando a costruire un fronte ampio antagonista, sempre proponendo occasioni di riflessione teorica e politica.

Ci consideravamo, noi del MPL, uno strumento per costruire un nuovo e forte partito rivoluzionario. Non è dipeso solo da noi se questo partito non ha, purtroppo, visto la luce.

Siamo stati tuttavia decisivi, grazie anche ai semi che avevamo gettato e alle radici che avevamo messo, nell’attivare quel processo virtuoso di aggregazione che ha condotto, nel dicembre 2019, alla nascita di Liberiamo l’Italia. Organizzazione nella quale abbiamo trasferito, assieme ai nostri militanti, il bagaglio di esperienza e di politica che avevamo sulle spalle.

Liberiamo l’Italia non faceva in tempo a strutturarsi che nel febbraio 2020 sopraggiunse il ciclone Covid-19. Ci siamo entrati dentro attraversandolo e, sin dal primo giorno, occupando la prima linea delle proteste contro norme e dispositivi biopolitici autoritari.

È anche grazie ai militanti del MPL se Liberiamo l’Italia non solo ha attraversato indenne lo sconquasso, ma ne è uscita dieci volte più forte ed è oggigiorno un’organizzazione che, pur evitando ogni postura esibizionistica, si è guadagnata sul campo il rispetto e la stima di migliaia e migliaia di attivisti politici e di ribelli sociali.

Con questa dichiarazione ufficializziamo lo scioglimento del MPL (P101).

MPL è morto viva Liberiamo l’Italia!

Le compagne ed i compagni del Movimento Popolare di Liberazione (P101)

21 aprile 2022.




BASTA CON LO SCIACALLAGGIO! di Liberiamo l’Italia

Comunicato stampa di Liberiamo l’Italia

Lo sciacallaggio dei media continua. Vaccinati e non vaccinati si contagiano e si ammalano allo stesso modo, ma per loro la morte di un non vaccinato è un’occasione troppo ghiotta per non buttarcisi sopra.

Non poteva fare eccezione la morte del nostro amato Luigi Marilli, di cui abbiamo dato notizia due giorni fa. Prendendo spunto da quanto scritto sui social da un tal Marino Recchiuti, molti giornali hanno riportato le sue indecenti parole come fossero oro colato. Secondo costui – peggio, secondo gli organi di stampa che lo hanno ripreso – sarebbero state le nostre idee a portarlo alla morte. Dunque, lo avremmo “sulla coscienza”.

Questa cattiveria è un insulto alla persona ed alla memoria di Luigi Marilli, che non aveva certo bisogno della testa di altri per pensare. E’ una cattiveria gratuita, di chi peraltro (a differenza di noi) non conosce i problemi di salute di cui Luigi soffriva.

La cosa grave è l’ululato monocorde di una stampa foraggiata per trasmettere il pensiero unico del regime. Meno il vaccino funziona, più ci si accanisce con chi ha deciso di non iniettarselo: un’assurdità che non ha bisogno di commenti.

In questo caso, non potendo certo descrivere Luigi come un assatanato “no vax”, qualcuno ha deciso di giocare la carta delle “pericolose amicizie”, ancor più pericolose perché parte di un progetto politico di opposizione al regime autoritario costruito dal governo Draghi. Da qui l’attacco a Liberiamo l’Italia (Lit), della cui Direzione nazionale Luigi Marilli faceva parte.

A difesa della sua dignità di uomo impegnato nella lotta per la liberazione del nostro Paese, Lit diffida tutte le testate giornalistiche dal continuare con la strumentalizzazione e lo sciacallaggio nei confronti di una persona che ci ha lasciato. In questo senso abbiamo già dato mandato ai nostri avvocati affinché procedano, nella maniera più adeguata, nelle opportune sedi legali.

Liberiamo l’Italia – 16 gennaio 2022

Fonte: liberiamolitalia.org




CIAO LUIGI!

Notizie come quella della scomparsa del nostro amato Luigi Marilli, membro della Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia, tra i fondatori della Marcia della Liberazione e portavoce del Fronte del Dissenso dell’Abruzzo, sono quelle che mai si vorrebbero ricevere. Il dolore che colpisce le persone nel lutto, diventa straziante nel caso di Luigi, perché la sua umanità e la sua bontà d’animo erano l’essenza della vita rappresentata in una persona. Luigi era solare e, fuori di retorica, era effettivamente un piccolo sole. Per questo è più duro accettare che ci abbia lasciati, che la sua luce non ci illumini e non ci scaldi più.

Il suo sorriso accogliente diceva già tutto a dieci passi di distanza, prima che lui ti venisse incontro e ci si abbracciasse in occasione di qualche manifestazione o di qualche convegno. La sua ironia, la sua prontezza nello scherzo e nelle battute, erano un aspetto del suo carattere che ad ogni occasione ci rinfrancava e ci incoraggiava tutti, perché erano l’altra faccia della medaglia sia della sua consapevole riservatezza, sia della sua grande forza d’animo, del suo esserci sempre per gli altri, un istante prima degli altri, a protezione di tutti gli altri.

E questa forza d’animo – testimoniata dall’instancabile attività di guida e di coordinamento del Comitato abruzzese di Liberiamo l’Italia e anche di altre forze di resistenza nel suo territorio – proveniva dalla certezza e dall’orgoglio di star lottando sempre per la giustizia, per l’uguaglianza e per la libertà dei popoli e in particolare del suo popolo: il popolo italiano.

Il ricordo dei ragazzi di Liberiamo l’Italia – Abruzzo vale più di altre nostre mille parole che non riuscirebbero comunque a descrivere in pieno questo grande Uomo dai modi gentili, dal sorriso sincero e dalla tenacia inscalfibile.

Ti abbracciamo Luigi, come sempre ci siamo fraternamente abbracciati.

La Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia

*  *  *

Luigi è stata una persona anzitutto ben voluta qui sul territorio abruzzese e non solo. Ha costruito il CPT Abruzzo da solo, prendendo mandato nel 2019 a seguito della manifestazione del 12 Ottobre di Liberiamo l’Italia. Con una straordinaria dedizione è riuscito a creare un gruppo consolidato che va dalla zona teramana fino a Vasto, costruendo anche relazioni e collaborazioni con altre forze di resistenza in Abruzzo.

Uomo dai grandi valori e dai sani principi che ha sempre trasmesso nelle riunioni e a tutte le persone che si fermavano a parlare con lui nelle piazze.

Le qualità a lui riconosciute erano senz’altro la caparbietà, l’altruismo, la bontà, l’ironia e il senso di giustizia. Amava la compagnia e parlare parecchio, tanto che abbiamo coniato il termine “parentesi Marilli” perché spesso apriva degli incisi o parentesi durante un suo discorso, (da qui “parentesi Marilli”). Non amava gli anglicismi e pretendeva si usassero sempre termini italiani, per far capire quanto fosse legato alle radici del suo Paese.

In questi due anni, in qualunque condizione, si è battuto affinché la nostra voce fosse sempre presente. Si è preso carico e responsabilità delle azioni del gruppo non solo in qualità di rappresentante regionale, ma anche come guida, come fa un padre con i suoi figli. Grazie a lui abbiamo battuto il territorio portando nelle piazze personalità importanti come Moreno Pasquinelli, Tiziana Alterio, Cosimo Massaro, Fabiuccio Maggiore, gli Avv. Corrias e Polacco, Franco Fracassi, Mariano Amici, e tanti altri.

Abbiamo perso lungo la strada della nostra battaglia non un semplice soldato, ma un Generale sotto le cui vesti c’era un Uomo vero. Se dovessimo racchiudere in un pensiero ciò che Luigi ha trasmesso al CPT Abruzzo è senz’altro: “Mai piegarsi, mai arrendersi!”.

Ci mancherai Luigi, tanto, troppo! Ti porteremo dentro ai nostri cuori, con la promessa che non sarai un rimpianto ma la nostra forza.

Il Comitato Popolare Territoriale abruzzese di Liberiamo l’Italia

Fonte: liberiamolitalia.org




LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

Preceduta dalle conferenze dei Comitati Popolari Territoriali, si è svolta il 13 e 14 novembre 2021 la II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia. Tra i documenti discussi e approvati LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

Approvato all’unanimità dalla II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia 13-14 novembre 2021

1. A due anni dalla sua nascita, Liberiamo l’Italia si trova ad affrontare una situazione del tutto inedita. L’epidemia, e soprattutto la sua gestione emergenzialista, hanno cambiato in profondità l’intero panorama, sociale e politico. Visto che questo cambiamento rende largamente inutilizzabili le mappe analitiche e gli schemi concettuali ante-Covid, diventa sempre più urgente un’elaborazione teorica all’altezza della nuova condizione dell’agire politico. A tale proposito rimandiamo alle Tesi sul Cybercapitalismo approvate dalla nostra Conferenza.

2. Il progetto dell’oligarchia al potere è chiaro: rimodellare la società e gli stessi individui, al fine di ottenere obbedienza, disciplina sociale, sorveglianza sulle anime e sui corpi all’interno di un nuovo regime totalitario ben più sofisticato rispetto agli antecedenti novecenteschi. L’ingrediente fondamentale di questo disegno, che investe ormai ogni ambito sociale a partire dal lavoro, è la paura. E’ in questo nuovo contesto che il ricatto del Green pass, con il quale si punta a scardinare definitivamente lo stato di diritto, ha assunto la sua forma più incisiva ed odiosa.

3. Ma non si cambia la società senza modificare lo stesso sistema politico. Detto in altri termini, non si normalizza l’una senza omologare l’altro. Dopo decenni di tentativi in questo senso, fatti di presidenzialismo crescente, svuotamento dei poteri parlamentari, leggi elettorali maggioritarie e controriforme costituzionali (riuscite e non), siamo ora ad un passaggio decisivo: la costruzione in atto di un regime tecnocratico, autoritario ed oligarchico all’ennesima potenza.

4. Il governo Draghi è la massima espressione di questo progetto. Lo è a livello nazionale, grazie alla larga coalizione ed ai potentati che lo sostengono. Lo è sul piano europeo, dove l’ex presidente della Bce svolge la funzione di Gauleiter della cupola eurista. Lo è a livello mondiale per il ruolo di avanguardia, assunto dall’Italia, nell’implementazione del nuovo sistema di dominio e controllo denominato Grande Reset.

5. Il ruolo di Draghi è dunque centrale. Ed è destinato a restare tale anche nel prossimo futuro, sia che venga eletto Presidente della Repubblica, sia che resti a Palazzo Chigi, magari anche dopo le elezioni previste nel 2023. Nel primo caso, oltre a consentire funzioni di controllo extra ed anticostituzionali su governo e parlamento, sviluppando quanto già introdotto de facto da Napolitano e Mattarella, l’elezione di Draghi servirebbe a traghettare l’Italia verso forme di presidenzialismo alla francese. Nel secondo caso, il prolungato esercizio diretto del potere governativo porterebbe ad una sorta di “draghizzazione” della politica italiana, con un complessivo ridisegno degli attuali schieramenti in campo.

6. Il blocco dominante al potere nel nostro Paese punta tutte le sue carte su Draghi, anche perché ne vede sia il ruolo di fermo ancoraggio all’Unione Europea, sia la sua possibile funzione di “riformatore” dei meccanismi che la governano. L’idea è quella di un’Ue “amica”, quella del Recovery Fund per intenderci: un’Unione tanto forte contro le classi popolari, quanto larga di manica nel rilanciare il processo di accumulazione capitalistica.

7. Quale sarà l’Ue post-Covid è in effetti una partita aperta. La stessa uscita di scena di Angela Merkel, benché avvenuta nel segno della piena continuità delle politiche proposte, contribuisce a creare un quadro di incertezza, in grado di alimentare l’illusione di un’”altra Europa”. In realtà, guardando alle cose in prospettiva, non ci sono veri segnali di un abbandono dell’impostazione ordoliberista, di matrice tedesca, e delle politiche di austerità che ne conseguono.

8. La cosa più probabile è che, passata la bufera del Covid, si torni nella sostanza alle regole attualmente sospese. Certo, pena conseguenze economiche insostenibili, questo non potrà avvenire nel 2022. Ma è sicuro, ed ufficialmente annunciato, che già nel prossimo anno verrà decisa la reintroduzione del cosiddetto “Patto di stabilità” a partire dal 2023. Se, in generale, resta tutta da scoprire la compatibilità tra l’ordoliberismo e le esigenze “rivoluzionarie” del Grande Reset, l’orientamento della cupola eurista non pare in discussione. Nella trattativa che si svolgerà sulla “riforma” del “Patto di stabilità” è probabile che alcuni aspetti vengano modificati, ma senza mettere in discussione l’impostazione di fondo. Ne va della stessa sostenibilità dell’euro.

9. Ma non ci sono soltanto le regole di bilancio. In questi due anni l’Ue ha retto soprattutto grazie alle scelte della Bce, costituite da una consistente emissione monetaria e dalla politica dei tassi a zero. Tutto ciò non potrà continuare a lungo. Le recenti spinte inflazionistiche, particolarmente forti in Germania, non potranno che dare forza al partito rigorista (alimentato anche dalle vecchie sentenze della Corte costituzionale tedesca) all’interno dell’Unione. La conseguenza non potrà che essere quella di un raffreddamento della “ripresa” (in realtà soltanto un rimbalzo) in corso.

10. E’ in questo quadro che va vista la stessa politica di bilancio del nostro Paese. Nella recente Nota di aggiornamento del Def il governo italiano, mentre conferma una scelta espansiva per il 2022, già annuncia il ritorno delle politiche di rigore finanziario negli anni successivi. Una tendenza che potrà trovare prime applicazioni pratiche sia in materia pensionistica che fiscale, senza dimenticare la probabile “riforma” del Reddito di cittadinanza.

11. Dentro la partita dell’Ue post-Covid c’è pure il tentativo di chi vuole spingere maggiormente verso una soluzione federale. Si tratta di una spinta che trae alimento anche dalla presa d’atto di una maggiore distanza dagli Usa, un dato che la vittoria di Biden non ha certo sanato. L’idea di un primo embrione di esercito europeo vorrebbe andare in questa direzione, ma il rapporto di sudditanza esistente all’interno di una Nato che gli Stati uniti continuano ad usare come strumento della loro egemonia strategica, rende questo progetto velleitario e poco credibile. Come dimostra anche il recente scontro con la Polonia, la cui Corte costituzionale ha dichiarato la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, l’Europa federale non pare proprio alle porte, ed i suoi sostenitori non sembrano avere le forze e le condizioni per imporre una simile svolta.

12. Sulla base di quanto sin qui sostenuto, possiamo attenderci una fine della legislatura caratterizzata dalla prosecuzione di una politica presa in mano, sia per gli aspetti economici che per quelli sanitari, dalla nuova casta di “tecnici” al servizio delle oligarchie finanziarie. Una politica sempre più elitaria, sottratta ad ogni vincolo democratico, impermeabile ad ogni rivendicazione popolare, libera da ogni retaggio costituzionale. Questo nuovo regime ha vissuto il suo passaggio fondamentale nella raffica di decreti che hanno progressivamente introdotto il Green pass. La lotta contro questo lasciapassare di stampo medievale è perciò lotta politica nel senso più pieno del termine.

13. Così come il Green pass ci viene presentato come un sacrificio a fin di bene, la stessa cosa avverrà (e già avviene) per la miriade di controriforme legate all’attuazione del Pnrr, la cui funzione è invece quella di rinchiudere per sempre l’Italia nella mortifera gabbia dell’euro. Un’opposizione degna di questo nome dovrà dunque saper denunciare la politica antipopolare che si cela dietro quello che ci viene mostrato come un regalo, legando sempre la questione democratica, e dell’attacco alle libertà, alla questione sociale.

14. Il panorama lasciatoci dal Covid ci propone una brutale ridefinizione delle classi e, ancor più, dei blocchi sociali. I due principi di fondo che muovono l’azione dei dominanti sono quelli della precarizzazione del lavoro da un lato, della distruzione massiccia di quote imponenti di lavoro autonomo, onde favorire la concentrazione della produzione e dei capitali, dall’altro. Il blocco dominante cercherà di attrarre a sé non solo la quota di piccola borghesia che residuerà, ma pure i settori meglio protetti del lavoro dipendente. Per contro, esso tenterà di disperdere in mille rivoli le tante categorie del lavoro autonomo destinate a saltare, riservando alla crescente quota di lavoratori precari uno sfruttamento sempre più forte.

15. Compito di chi vuole opporsi e costruire un’alternativa politica è quello di lavorare esattamente nella direzione opposta, sviluppando l’unità di tutte quelle che potremmo definire come le vittime, presenti e future, del Grande Reset. Non è questa una cosa ovvia come potrebbe sembrare. La spaccatura della società, operata con la violenta azione del regime dispiegatasi con tutta la sua forza in questi ultimi mesi, non è uno scherzo. Ed uno dei suoi effetti può essere quello di uno spezzettamento dell’area del dissenso, funzionale a bloccare sul nascere ogni tentativo di ricomposizione di una vera opposizione.

16. A tal fine, ferma restando la netta opposizione all’obbligo vaccinale, va respinta la manovra che vorrebbe rinchiuderci ed isolarci dentro la gabbia dei “non vaccinati”. Nell’opposizione alla dispotica imposizione del vaccino non va dunque mai persa la capacità di collegare il particolare al generale, facendo emergere qual è il vero obiettivo dei dominanti. Che non è tanto il vaccino in sé, quanto piuttosto la sua imposizione come simbolo di un dominio potenzialmente illimitato. La vaccinazione è il mezzo; il dominio, l’annichilimento degli individui, il massimo sfruttamento dei lavoratori è il fine.

17. La sfida della costruzione di un blocco sociale alternativo compete al movimento che si è sviluppato contro il Green Pass, ma ancora di più alle componenti politiche che lo costituiscono. Tra queste Liberiamo l’Italia, sia autonomamente che all’interno del Fronte del Dissenso, ha una responsabilità particolare. La scelta, compiuta fin dalla primavera 2020, di schierarci risolutamente contro la narrazione sul Covid e sull’insieme delle misure liberticide che ne discendevano, si è rivelata assolutamente giusta. Senza nulla voler togliere ad altri fronti di lotta (dall’Alitalia alla Gkn, tanto per citare quelli più importanti), oggi l’opposizione realmente esistente coincide di fatto con il movimento contro il Green pass. Tutto ciò è tanto più vero dopo la cruciale giornata del 15 ottobre che, pur con le prevedibili difficoltà dello sciopero, ha mostrato la grande forza di un movimento che cresce e vuole andare avanti, includendo sempre più la partecipazione ed il protagonismo di decine di migliaia di lavoratori.

18. Se questo movimento non ci fosse l’opposizione sarebbe del tutto inconsistente, ma ciò non deve impedirci di vedere la sua complessa natura e la sua attuale cornice sociale. Al suo interno rileviamo fra l’altro l’esistenza di un’articolata tendenza alla “fuga” da un’idea di partecipazione politica, al rinchiudersi in piccole comunità e, almeno in questa fase, a rinunciare alla battaglia politica vista come inevitabilmente controproducente. Una siffatta propensione porta con sé altre implicazioni fra cui, in alcuni casi, la rinuncia alla lotta ed all’iniziativa per costruire spazi di condivisione di idee e prassi collettiva, insieme ad una certa sottovalutazione degli aspetti economici e sociali insiti nell’iniziativa del nemico. La presenza di questa tendenza “fughista” – frutto peraltro di un lungo periodo di letargia sociale – è oggi un fatto ineliminabile, sebbene non maggioritario. Il nostro compito è quello di confrontarsi con questi orientamenti (e con le relative esperienze che ne conseguono), nella convinzione che possano svilupparsi non solo come positive forme di resistenza ma anche verso la riconquista di una nuova coscienza politica profondamente rinnovata.

19. Ma c’è un secondo limite da segnalare. Come tutti i nuovi movimenti, anche quello attuale ha al suo interno un’anima fortemente spontaneista. Nel nostro caso, questo spontaneismo consiste di fatto in un “tuttosubitismo” che non fa i conti con il sofisticato piano del nemico, con i concreti rapporti di forza e con la necessità di modificarli. E’ proprio sfruttando questa pur comprensibile tendenza, che alcune forze si sono inserite per proporre forme di lotta avanguardiste e visioni ultimatiste del tipo: “o vinciamo entro la data x o tutto è perduto”. Se il 9 ottobre la provocazione di Forza Nuova ha potuto avere successo, ciò è dipeso anche dalla consistenza di questa tendenza. Anche questo limite può essere però contrastato con efficacia, come si è visto nella giornata del 15 ottobre.

20. Recentemente, vedi la manifestazione del 25 settembre, abbiamo condensato il legame tra questione democratica e questione sociale nello slogan “lavoro e libertà”, ed è a partire da questo legame che Lit dovrà operare con costanza nella direzione di un fronte unico di lotta contro Draghi e le sue politiche. Ma anche questo non basta. E’ giunto infatti il momento di affrontare di petto alcune questioni politiche: quella della costruzione di una soggettività adeguata allo scontro in atto, quella dell’organizzazione e della rappresentanza di un’area di dissenso e di opposizione oggi priva dell’una e dell’altra.

21. Le recenti elezioni amministrative hanno riproposto all’attenzione di tutti queste problematiche. Mentre i risultati ci consegnano un quadro contraddittorio, caratterizzato sì dal rafforzamento delle forze sistemiche ma nell’ambito di un crescente distacco popolare dalle vicende politiche (basti pensare alla crescita dell’astensionismo), è assai pericoloso che tale distacco non trovi oggi un’espressione politica in grado di trasformare la rabbia in coscienza e il dissenso in progetto alternativo. Se questa situazione non verrà invertita, il semplice distacco da una politica vissuta come mero esercizio del potere potrebbe alla fine risultare addirittura funzionale al progetto dei dominanti, i quali non vogliono la partecipazione, ma semplicemente l’adesione acritica da un lato e la marginalizzazione di chi non si adegua dall’altro.

22. Le elezioni amministrative ci forniscono anche altre indicazioni. Se concentriamo l’analisi sul nostro mondo, quello a noi più vicino, quello con cui cooperiamo nel movimento in corso, dobbiamo prendere atto di alcune cose. La prima è che il grosso del dissenso (definiamolo così per comodità) si è tradotto in una significativa crescita dell’astensione. Ciò (che non deve stupire) è avvenuto anche perché complessivamente l’offerta alternativa alle forze sistemiche era troppo debole e frastagliata. Mentre l’idea di un’opposizione civica in grado di raccogliere il meglio del vecchio M5s (vedi Roma) si è rivelata assolutamente perdente, tre sono stati i risultati più significativi: quello della lista capeggiata da Ugo Mattei a Torino (2,4%), quello di Paragone a Milano (2,9%), quello del Movimento 3V in alcune città minori (Trieste, Rimini e Ravenna), oscillanti tra il 2,9 ed il 4,6%.

23. Questi risultati, pur nelle evidenti differenze tra queste liste, mostrano l’esistenza di una sorta di “zoccolo duro potenziale” dell’area di opposizione di cui facciamo parte. Se in potenza il bacino largo di possibile consenso di quest’area è infatti stimabile oggi intorno al 30%, la traduzione di questa possibilità in consenso effettivo è evidentemente tutt’altra cosa. Avere come base di questo eventuale e virtuoso processo un 3-5% non è un fatto trascurabile, anzi. Chiamiamo questa base “zoccolo duro potenziale”, perché da un lato (vista l’assenza di un’identità generale sufficientemente forte) è chiaro che siamo di fronte ad una sorta di “zoccolo duro”, ma dall’altro esso è ancora solo potenziale, dato che soltanto in presenza di determinate condizioni (leader mediaticamente già conosciuti o particolari situazioni locali di insediamento) esso si è tradotto in effettivo consenso elettorale.

24. Sulla questione elettorale, e dell’assenza di ogni soggetto “autosufficente”, così scrivevamo (risoluzione della Direzione nazionale di Lit del 18 giugno 2021) qualche mese fa: «Sbaglia chi dice che le elezioni non ci interessano, sbaglierebbe ancor di più chi pensasse soltanto a piantare la propria bandierina. Nessuno, da solo, è in grado di offrire una prospettiva sufficientemente credibile. Dobbiamo invece unirci, affinché la quantità diventi qualità ed un’alternativa inizi a farsi strada». Come noto, quel nostro documento non era pensato per le elezioni amministrative, bensì per le prossime politiche, sulla cui rilevanza così ci esprimevamo: «Il rischio è che non si capisca a fondo l’importanza del passaggio elettorale, oppure che lo si comprenda troppo tardi. Quel passaggio sarà invece un momento topico della definitiva trasformazione, in senso tecnocratico ed antidemocratico, dell’intero sistema politico. Possiamo permetterci di non essere presenti su quel fronte di battaglia? Noi pensiamo di no». La proposta di giugno non ha avuto sviluppi concreti, ma il ragionamento che ci aveva portato a formularla è oggi ancor più valido di ieri.

25. La sostanza di quella proposta stava nell’obiettivo «dell’unità di tutte le forze del sovranismo costituzionale insieme a quelle che si stanno battendo contro l’emergenzialismo e per la difesa delle libertà individuali e collettive». Questa proposta era contestuale a quella della federazione delle forze patriottiche democratiche. L’idea era quella di un ampio blocco politico ed elettorale guidato dalle forze più consapevoli della necessità di liberarsi dalla gabbia europea. I fatti di questi ultimi mesi – dall’escalation autoritaria messa in campo dal governo Draghi, alle dimensioni di massa raggiunte dal movimento contro il Green Pass – se da un lato rendono ancora più urgente la nostra iniziativa, dall’altro ci impongono una sua parziale ridefinizione.

26. Il primo elemento di questa ridefinizione sta nell’assoluta necessità di far emergere una proposta che raccolga e coinvolga quantomeno le parti più coscienti ed avanzate del movimento contro il Green Pass. Sta qui, infatti, la massa critica necessaria di ogni progetto. Pur con tutte le sue inevitabili difficoltà, la costruzione del Fronte del Dissenso rappresenta già un primo fondamentale passo nella giusta direzione. Si tratta ora di andare avanti, lavorando in primo luogo su due elementi positivi presenti nell’insieme del movimento: la forte spinta unitaria, la consapevolezza del salto politico da compiere. Posta l’esistenza di una sufficiente base politico-programmatica, il punto più delicato resta quello della forma da dare al progetto. E’ questo un aspetto su cui lavorare con particolare attenzione fin nei dettagli, ma l’idea di fondo da cui partire resta quella della federazione.

27. Tre sono i pilastri fondamentali su cui fondare la costruzione di un blocco politico capace di misurarsi anche sul terreno elettorale. In primo luogo, questo blocco dovrà essere l’espressione della capacità del movimento attuale di autorappresentarsi politicamente. In secondo luogo, esso dovrà nascere nello spirito di un nuovo Cln, proteso all’obiettivo della liberazione nazionale. In terzo luogo, chiara dovrà essere la totale alternatività di questa alleanza rispetto ai due poli intercambiabili, di centrosinistra e di centrodestra, in cui si struttura l’attuale regime. E’ sulla base di questi tre pilastri che Lit svilupperà la propria iniziativa nei prossimi mesi.

Fonte: www.liberiamolitalia.org




TESI SUL CYBERCAPITALISMO di Liberiamo l’Italia

Preceduta dalle conferenze dei Comitati Popolari Territoriali, si è svolta il 13 e 14 novembre 2021 la II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia. Tra i documenti discussi e approvati le TESI SUL CYBERCAPITALISMO. 

TESI SUL CYBERCAPITALISMO

Approvate all’unanimità dalla II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia

13-14 novembre 2021

Il tornante storico

1. Con il crollo dell’Unione Sovietica l’élite americana (sia neocon che clintoniana) scatenò un’offensiva a tutto campo per trasformare l’indiscussa preminenza degli U.S.A. nei diversi campi — economico, finanziario, militare, scientifico, culturale — in supremazia geopolitica assoluta. L’offensiva si risolse in un fiasco. Invece del nuovo ordine monopolare sorse un disordinato e instabile multilateralismo.

2. La grande recessione economica che colpì l’Occidente, innescata dal disastro finanziario americano del 2006-2008, fu un punto di svolta dalle molteplici conseguenze. Indichiamo le principali: (1) il “capitalismo casinò” — contraddistinto dalla centralità della finanzia predatoria: accumulazione di denaro attraverso denaro saltando la fase della produzione di merci e di valore — dimostrava di essere una mina vagante per il sistema capitalistico mondiale; (2) il modello economico neoliberista, quello che aveva consentito la metastasi della iper-finanziarizzazione, esauriva la sua spinta propulsiva ; (3)  la globalizzazione liberoscambista a guida americana giungeva al capolinea sostituita da una “regionalizzazione” delle relazioni economiche mondiali e dalla rinascita di politiche protezionistiche; (4) la Cina, uscita dallo sconquasso come principale motore del ciclo economico mondiale, occupava il ruolo di nuovo alfiere della globalizzazione; (5) una profonda scissione maturava in senso alle élite occidentali: la crisi di egemonia delle frazioni mondialiste alimentava il fenomeno del populismo. Così ci spieghiamo la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, l’avanzata dirompente di nuove forze politiche “sovraniste” in diversi paesi europei (Italia in primis), la Brexit.

3. Le élite mondialiste non si arresero, prepararono una controffensiva su larga scala. Raccolti attorno al World Economic Forum e ad altri think tank, guru visionari e falangi di intellettuali ispirarono all’élite un piano strategico di contrattacco. Il piano prese forma: (1) riprendere prima possibile le postazioni governative e istituzionali in mano agli avversari ad ai populisti; (2) riconquistare egemonia etico-politica e il consenso perduti con una nuova e penetrante narrazione ideologica ultra-progressista: l’idea di una svolta di civiltà grazie alla potenza della scienza e della tecnica; (3) spingere fino alle estreme conseguenze la radicale trasformazione sistemica interna già in atto grazie alla “Quarta Rivoluzione Industriale” ed alla digitalizzazione della vita; (4) proporre una nuova versione consociativa non conflittiva della globalizzazione, non più basata sulla preminenza americana e liberata dalla metastasi della iper-finanziarizzazione; (5) per spianare la strada ad una simile palingenesi, vincere le resistenze e far accettare a grandi masse il salto nel buio della nuova civiltà tecnocratica e cibernetica, occorreva tuttavia un evento traumatico globale, occorreva “il grande reset”.

Operazione Covid: il banco di prova italiano

4. La pandemia influenzale Sars-CoV-2 è stata, per l’establishment mondialista occidentale, provvidenziale. Una volta spacciata come una catastrofe epocale — “Siamo in guerra, nulla sarà come prima” —, seminati terrore e paura, la pandemia è stata utilizzata come uno rullo compressore per spianare la strada all’ambizioso piano strategico.

5. L’Operazione Covid ottiene presto un doppio e grande successo. Negli U.S.A. l’élite neo-globalista, pur grazie ad un blocco alquanto eterogeneo, riesce a cacciare Trump ed a riconquistare la Casa Bianca. In seno all’Unione europea, addomesticati i populisti e costruita una coalizione ancor più eterogenea, un corifeo della confraternita mondialista come Mario Draghi diviene addirittura Presidente del consiglio.

6. L’Italia, da sempre anello debole dell’Unione europea e spina nel fianco dell’élite, è stata scientemente utilizzata dall’élite neo-globalista come banco di prova per sperimentare l’efficacia e le criticità della grande trasformazione. Qui ci sono stati i lockdown più duraturi e sono state adottate durissime misure restrittive, fino all’imposizione del passaporto sanitario (“green pass”) quindi dell’obbligo vaccinale di fatto. Misure estreme che non hanno avuto alcuna efficacia per fermare la pandemia ma hanno contribuito a scatenare la più grave recessione economica programmata dalla nascita dello Stato unitario. In nome del dogma liberista della distruzione “creativa” abbiamo avuto come conseguenza una distruzione su larga scala di forze produttive, lo smantellamento di aziende e comparti considerati “obsolescenti e non competitivi”, la scomparsa di un milione di posti di lavoro, una gran massa di cittadini gettata sotto la soglia della povertà, l’aumento delle emarginazioni sociali mentre enormi ricchezze si sono accumulate in cima alla piramide sociale.

7. Senza precedenti, se non quelli inferti dal fascismo, i colpi alla già menomata democrazia parlamentare. Col pretesto di tutelare la salute pubblica, formalizzato lo Stato d’emergenza, è stato attuato un vero e proprio regime change. Il governo Conte prima, quello Draghi con più ferocia, hanno adottato inedite e autoritarie misure biopolitiche: interdizione in massa delle libertà personali e civili, cancellazione di diritti politici, criminalizzazione del dissenso, distanziamento interpersonale e soffocamento della vita sociale, terapie sanitarie obbligatorie. Lo Stato di diritto è stato sospeso per fare posto ad un peculiare Stato d’eccezione segnato dalla esautorazione delle prerogative del Parlamento, da una verticalizzazione senza precedenti della catena politica di comando e dalla cessione all’Unione europea di ulteriori pezzi di sovranità nazionale (Next generation Eu, Pnrr, ecc). Infine, in nome della infallibilità della “scienza”, il decisore politico ha definitivamente inglobato nella cabina di regia la casta degli “scienziati”, dei manager e dei banchieri, consolidando i tratti tecnocratici del sistema.

8. Nel nostro Paese, grazie ad una martellante campagna di sacralizzazione della “scienza” e col pieno appoggio della comunità medica e scientifica, più forte è stata la vaccinazione di massa con farmaci a mRNA sfornati dai laboratori di biotecnologia e manipolazione del Dna in mano a Big pharma, a loro volta posseduti dai grandi colossi della speculazione finanziaria (Black Rock, Vanguard, State Street).

9. Non meno cruciali, proprio grazie alla digitalizzazione, i mutamenti indotti in tutti i comparti del lavoro, nella scuola, nella vita di ogni giorno. Sono state sperimentate e applicate nuove forme e modalità di lavoro, di consumo, di vita: smart working, telelavoro, telemedicina, didattica a distanza, comandi a controllo remoto, consegna a domicilio (delivering). Il tutto nella direzione della cosiddetta “contactless society”.

10. Sulla scia di paesi quali Cina, Corea del Sud e Israele, sono stati infine collaudati, dispositivi digitali di sorveglianza e spionaggio di massa (contact tracing e contact tracking). Svolgendo la funzione di apripista nell’edificazione di un sistema di segregazione sociale, il governo Draghi ha imposto la vaccinazione di massa con l’istituzione di un passaporto sanitario e relativo Qr-Code senza i quali non si potrà circolare, lavorare, vivere.  E’ proprio in Italia che si sono così sviluppate, contro il nascente Leviatano, le proteste democratiche più massicce e durature. Il rischio concreto è che al “Green Pass” vengano collegati in futuro nuovi obblighi, per poter godere delle libertà costituzionali. Ora il requisito per il rilascio del certificato è l’essere vaccinato, ma in futuro potrebbe essere, ad esempio, non avere pendenze col fisco, o debiti privati, o magari mantenere certi comportamenti “ecologici”, non diffondere “disinformazione” ecc. Il principio da difendere, invece, è che la Costituzione garantisce i diritti fondamentali a tutti (salvo le eccezioni normate dal diritto penale), e non solo a chi dimostra di essere un “buon cittadino”.

11. Stabilito il precedente le classi dominanti difficilmente torneranno sui loro passi. L’infrastruttura costruita con lo Stato digitale d’eccezione potrà essere riutilizzata in ogni momento, tanto più davanti a disordini sociali e sollevazioni popolari. Posto che lo “Stato minimo” di matrice liberista si è rivelato una mera illusione — nessuna formazione sociale, tantomeno quella capitalistica, può fare a meno di uno Stato forte —, la tendenza dominante che va emergendo dalla grande trasformazione sistemica è quella che vede la definitiva sostituzione della forma statuale formalmente liberal-democratica con una che potremmo definire liberal-fascista — un sistema sociale che si regge su quattro pilastri: (1) neo-corporativismo mercatista (vedi il cosiddetto “stakeholder capitalism”) sul piano dei rapporti economici; (2) tecnocrazia su quello politico-istituzionale; (3) invasivi e sofisticati apparati tecno-polizieschi di controllo e sorveglianza sociale; (4)  riproposizione del tanto vituperato (dai liberisti) Stato etico sul piano ideologico: il sovrano torna a stabilire la nuova morale pubblica, sanzionando quelle considerate illecite.

Cybercapitalismo

12. Il “Grande reset” anticipa e spiana la strada a questo nuovo stadio del sistema capitalistico. Si deve parlare di passaggio da uno stadio ad un altro ove si tratti non di mutamenti epidermici ma di avvento di un nuovo modello sociale — diversa divisione del lavoro, diversa composizione delle classi, diversi blocchi sociali, diversa ideologia, diversi assetti statuali, diversi equilibri geopolitici. Quando dunque, dal conflitto in seno ai dominanti, emerge come egemone la frazione che meglio asseconda le forze oggettive e intrinseche del mutamento.

13. Il capitalismo, per sua stessa natura, è un sistema condannato a crisi economiche ricorrenti. Esso ha tuttavia mostrato una straordinaria capacità di superare anche quelle più catastrofiche che si rivelano dunque come fasi necessarie di ristrutturazione, rilancio e trapasso da un assetto sistemico ad un altro. La tesi secondo la quale il capitalismo avrebbe definitivamente cessato di sviluppare le forze produttive, si è dimostrata, ad oggi, priva di fondamento. Esso, proprio per superare le crisi, deve invece sviluppare le forze produttive anche grazie alle innovazioni scientifiche e tecniche. Abbiamo infatti che ogni rivoluzione industriale è stata concausa di relative trasformazioni sistemiche. La “Quarta Rivoluzione Industriale” (digitalizzazione dispiegata, intelligenza artificiale, internet delle cose) scatena forze potenti destinate a riplasmare in tempi brevi l’intero sistema sociale. Cybercapitalismo è il nome che diamo a questo nuovo stadio evolutivo del sistema capitalistico.

14. Questi i suoi tratti fondamentali: (1) Tutte le sfere della vita sono messe a valore — il profitto, proprio grazie alle nuove tecnologie digitali che consentono di monitorare, scandagliare e conoscere i movimenti ed i bisogni degli umani, viene estratto anche da ogni aspetto della loro vita;  (2) in forza della potenza di calcolo degli algoritmi le aziende possono compiere un’analisi predittiva dei mercati, così da prevedere e addirittura determinare ex ante la domanda, programmando l’offerta così da ridurre al minimo, sia lo scarto tra input e output, sia il grado di incertezza dell’investimento — è una forma capitalistica della tanto vituperata “pianificazione”; (3) con l’automazione di ultima generazione — Robotic Process Automation, machine learnings technologies, internet of things, algorithm engineering, high frequency trading, ecc. — avremo due effetti principali: la trasformazione degli umani in “robot di carne” per cui non saranno più gli uomini ad usare macchine intelligenti bensì queste ultime ad usare gli umani; centinaia di milioni di posti di lavoro verranno cancellati e intere professioni scompariranno; (4) prevarranno rapporti sociali di produzione di tipo neo-feudale ove i salariati saranno come nuovi servi della gleba obbligati a fornire alle aziende lavoro gratuito nella forma di una tangente sul proprio reddito — uberizzazione del rapporto di lavoro, (5) avremo la dominanza del modello di Gig economy, basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, con la fine di rapporti di lavoro stabili difesi da garanzie contrattuali; (6) grazie alla digitalizzazione la sfera finanziaria conserverà nel cybercapitalismo un posto centrale, potrebbe anzi accrescerlo vista la tendenza all’abolizione del contante, alla eliminazione del monopolio statale dell’emissione monetaria e alla creazione di cripto valute private; (7) dietro alla scorza progressista la “Quarta Rivoluzione Industriale” nasconde una vera e propria controrivoluzione sul piano politico. Sul solco tracciato dalle disposizioni repressive succedute all’11 settembre e grazie all’uso massivo delle tecnologie informatiche, saranno potenziate infrastrutture senzienti e intrusivi dispositivi d’identificazione biometrica, per mezzo dei quali gli umani sono spiati, monitorati in ogni loro movimento, sorvegliati. (8) Terrore sanitario, vaccinazione di massa, “green pass” con Qr-code, sono mezzi propedeutici in vista di questa trasformazione; 9) La neo-confuciana Cina sta un passo avanti sulla via del Leviatano e indica la via per istituire un compiuto sistema di segregazione sociale o apartheid disciplinare. Si tratta del segregazionista “Sistema di Credito Sociale” per cui i cittadini sono schedati e classificati, così che, in base al punteggio, si misura il loro tasso di obbedienza al regime, di osservanza delle sue insindacabili prescrizioni morali. Banali violazioni comportamentali sono equiparate a reati così che ogni persona o gruppo sociale devianti o anomali finiscono in una lista nera, sanzionati e puniti con la privazione di diritti fondamentali di cittadinanza e di vita.

15. Tra i principali strumenti di attuazione del Grande Reset vi sono le applicazioni dell’intelligenza artificiale e le biotecnologie in campo neuro scientifico già disponibili e sperimentate ed oggetto di investimenti da miliardi di euro da parte della stessa Unione europea. Tali applicazioni biotecnologiche sono già in grado di interferire con il funzionamento del cervello umano alterando la coscienza il pensiero ed il libero arbitrio. Pertanto il nostro compito dovrà essere quello di tutelare i cosiddetti “neurodiritti” (una particolare categoria di diritti umani attinenti alla sfera neuro-cognitiva), stimolando e promuovendo una riflessione bioetica e biogiuridica in grado di produrre una legislazione capace di regolamentare le applicazioni neuro scientifiche limitandone e vietandone l’utilizzo per scopi diversi dalla terapie mediche.

Capitalisti di tutti i paesi unitevi!

16. Si deve insistere sull’importanza che riveste il fattore ideologico per l’élite neo-globalista occidentale — in altre parole il soft power di cui dispone per contrastare i suoi avversari interni ed esterni. Molte cose sono state già dette. Qui si deve segnalare il fondamento ontologico e filosofico che sottostà al miscuglio di fondamentalismo progressista, feticismo tecnologico e divinizzazione della scienza (di qui la venerazione dei suoi apostoli).

17. Questo fondamento riesuma e rimaneggia tre principali paradigmi: (1) un’idea apocalittica della storia e del futuro — anarchia sociale incombente, letali pandemie in successione, catastrofici cambiamenti climatici di natura antropica; (2) una concezione antropologica meccanicistica e nichilistica dell’essere umano per cui: da una parte esso è considerato, sulla scia delle neuroscienze, una macchina biologica imperfetta per ciò stesso manipolabile, dall’altra, sul piano morale sarebbe un essere altrettanto difettoso, votato al male e all’autodistruzione, quindi incapace di esercitare e buon fine il libero arbitrio; (3) a questi due paradigmi, fa da contraltare una visione mistica e sacrale della natura, come cosmo dotato d’intrinseca razionalità, natura di cui proprio l’uomo sarebbe non solo nemico ma principale minaccia. Parliamo di un ecologismo radicale che colpevolizzando l’uomo in realtà assolve un sistema capitalistico che ha sempre sfruttato il pianeta, gli esseri viventi che lo abitano (compreso l’umano) e la natura tutta.

18. Senza questi tre pilastri né la fede nelle miracolose capacità della tecno-scienza, né la promessa di una palingenesi progressista della civiltà, avrebbero solidi punti d’appoggio. Né si giustificherebbero come necessari e inderogabili la radicale “transizione ecologica”, il passaggio dalla democrazia alla tecnocrazia, l’idea della devoluzione del comando sociale delle facoltà decisionali dall’uomo alle macchine intelligenti.

19. L’ibridazione uomo-macchina, spacciata come “potenziamento”, in verità implica il rischio di un’annichilimento delle funzioni cognitive, delle facoltà concettuali e la destrutturazione e l’impedimento del pensiero creativo capace di operare astrazioni e distinzioni che reggano alla prova del principio di coerenza e della produzione sociale di senso. In altre parole, col Cybercapitalismo il capitale sembra giunto a porre in questione la possibilità stessa, per i soggetti dominati e anche per i suoi stessi funzionari, di poter elaborare (al di sopra dell’enorme cappa degli algoritmi propri dei sistemi automatici) una forma di pensiero che rispetti i principii di ragion sufficiente, di identitŕ e di non contraddizione. Il che, oltre a inenarrabili e nefaste conseguenze sul piano della comunicazione sociale, veicola il primato globale della logica versatile, del bispensiero e di una miriade di nuove tendenze psicotiche a livello sociale e culturale, le quali si ergono davanti a noi come ostacoli effettivi alla costruzione della visione d’insieme di un nuovo umanesimo che sappia fuoriuscire dall’orizzonte della società del capitale. E’ imprescindibile avere consapevolezza di questi mutamenti per provare davvero a costruirci come forza politica all’altezza dei tempi.

20. L’Operazione Covid è stata un’arma micidiale per avvalorare questa narrazione ideologica di matrice transumanistica. Questa non avrebbe fatto molta strada se non fosse stata sponsorizzata e abbracciata da una nuova potente e trasversale santa alleanza. Il grosso dell’intellighenzia culturale, transitata dal nichilismo postmodernista al fondamentalismo scientista e progressista; pressoché tutta la comunità scientifica; i vertici della Chiesa cattolica bergogliana e le sinistre politiche che hanno spacciato le prescrizioni biopolitiche autoritarie come misure benemerite poiché ispirate ai valori  della fratellanza e della solidarietà verso i fragili ed i deboli; la maggioranza delle destre politiche liberali oramai senza principi e da tempo diventati meri comitati d’affari della grande borghesia neo-globalista —borghesia che è la vera spina dorsale di questa alleanza.

21. Va evidenziato non di meno che questo tentativo di instaurare un regime biopolitico totalitario può poggiare le basi anche su due fenomeni sociali radicatisi negli ultimi decenni: 1) da un lato la scomparsa dei “corpi sociali intermedi”, cioè degli organismi di aggregazione sociale e vario titolo: la società è stata atomizzata e ridotta ad individui isolati e, come tali, facilmente dominabili; 2) dall’altro l’assoggettamento psicologico della popolazione a processi di medicalizzazione che hanno invaso sempre più campi del vivere umano e che spingono le persone ad attendersi dagli apparati sanitari, con fede cieca, la risposta ad ogni loro paura.

22. Ma l’avanguardia di questa alleanza, quella che traccia la linea strategica, è composta da una super-classe la cui prima linea è composta a sua volta da coloro che amministrano le vere e proprie superpotenze della Silicon Valley (GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft). La loro tremenda forza d’urto è economico-finanziaria, politica e ideologica. Nel suo delirio messianico progressista questa super-classe si spinge a perorare l’idea di fabbricare, grazie a manipolazioni genetiche e all’ibridazione uomo-macchina (cyborg), una nuova specie post-umana, una razza di super-uomini destinati a dominare il mondo, per il resto abitato da un’immensa maggioranza di paria. Di qui il paradigma della Queer Theory di superare e cancellare i generi biologico-naturali, l’apologia del gender fluid spacciato come aspirazione al perfezionamento bio-antropologico e simbolo libertario di emancipazione e autodeterminazione. E’ la vera e propria distruzione del soggetto per fare posto all’uomo come oggetto privo d’identità, in perenne metamorfosi e geneticamente manipolabile. Il tutto, ovviamente, smerciato come salvifica rivoluzione antropologica.

23. C’è un altro aspetto ideologico da tenere in considerazione. Non parliamo a caso di élite neo-globalista. Questa considera davvero gli stati nazionali come anticaglie da smantellare (da rimpiazzare con governi periferici trasformati in prefetture), e immagina un mondo in kantiana pace perpetua diretto da un governo mondiale tecnocratico cosmopolitico, nel quale la nuova razza di super-capitalisti globali, siano essi americani o russi, europei o asiatici, coabitino in armonia grazie al vincolo di solidarietà che viene dall’appartenenza al medesimo comitato d’affari, proprio come accade nei consigli di amministrazione delle grandi corporation transnazionali. In questo contesto ci spieghiamo la comparsa negli Stati Uniti d’America del movimento ideologico della cosiddetta “cancel culture”, ultima e fondamentalista propaggine del pensiero globalista politicamente corretto. Questo movimento, che apparentemente si manifesta come sintomo di una freudiana pulsione di morte cresciuto nelle viscere degli Stati Uniti e dei paesi anglosassoni, è in realtà funzionale ai desiderata della super-classe: che si getti pure, assieme all’acqua sporca del colonialismo, del razzismo e dell’americanismo, anche il bambino delle tradizioni più nobili e delle conquiste rivoluzionarie della civiltà occidentale, visto che quelle tradizioni e quelle conquiste sono ostacoli al catartico salto di civiltà.

24. Nascosta dietro alla maschera di un umanitarismo filantropico avanza infine l’esaltazione dei flussi migratori, che l’élite neo-globalista considera indispensabili per realizzare la società melting pot. Buffa idea questa dell’élite, si auspica avvenga in basso ciò che immagina debba accadere in alto. I fatti indicano che andrà diversamente: lo smembramento dei popoli storici e il dissolvimento degli stati nazione sono sostituiti da reti etnico-claniche condannate dilaniarsi a vicenda nella lotta per sopravvivere.

25. Potrà realizzarsi questa rivoluzione controrivoluzionaria? No se le attuali resistenze cresceranno e si allargheranno, se le forze del rifiuto sapranno unirsi in un grande fronte democratico strappando ai nuovi dominanti l’egemonia che essi hanno consolidato grazie al “Grande reset”. Se matureranno politicamente opponendo una diversa visione del mondo e dell’uomo. Nel nostro Paese, proprio grazie alle sue radici storiche, spirituali e culturali, questa diversa visione si va facendo strada come “nuovo umanesimo”. Si tratta di una idea che va però sviluppata politicamente, affinché non sia un’hegeliana “pappa del cuore” ed esca dal guscio poetico e utopistico.

26. Di sicuro il disegno dell’élite neo-globalista incontra potenti resistenze esterne. E’ da escludere infatti che la classe dominante cinese — ispirata all’organicismo autoritario neo-confuciano e animata dall’irriducibile nazionalismo suprematista han —, possa accettare di essere inglobata come socio di minoranza nel mondo nuovo immaginato dalla borghesia neo-globalista occidentale. La classe dominante cinese sembra infatti decisa a contrastare i GAFAM cinesi, i colossi privati dell’informatica Baidu, Alibaba e Tencent (BAT) a cui va aggiunto Huawei, che da tempo ha superato la stessa Apple. Come i concorrenti della Silicon Valley questi giganti, per vocazione e interessi, brigano infatti per un governo mondiale tecnocratico cosmopolitico. Tra i fattori di resistenza esterna al piano dell’élite neo-globalista il principale è rappresentato dai popoli oppressi del terzo e quarto mondo condannati a subire miseria e sfruttamento perpetui e che, per ciò stesso, sono i naturali alleati delle forze oppositive occidentali. Ma fattori di resistenza, posta la posizione ambigua e oscillante dell’India, sono sia la civiltà russa che quella islamica.

27. Queste resistenze esterne al piano strategico dell’élite neo-globalista agevolano quelle interne all’Occidente e in particolare quelle che stanno crescendo nel nostro Paese. Sarebbe un grave errore, tuttavia, scambiare questa convergenza tattica per consonanza strategica. Lo scontro tra grandi potenze geopolitiche è anche conflitto tra civiltà. Noi scongiuriamo questo conflitto, auspichiamo anzi il dialogo, e se non vogliamo essere pedine di altrui potenze, né finire per essere arruolati in guerre per qualche Re di Prussia, abbiamo bisogno, non solo di uno Stato nazionale sovrano e forte, abbiamo necessità di essere il lievito di una grande “riforma morale e intellettuale” della civiltà a cui apparteniamo, rivitalizzando le sue radici democratiche e rivoluzionarie, proponendo un’idea di progresso opposta a quelle delle classi e delle potenze dominanti, un progresso come emancipazione dalle condizioni di antica abiezione sociale e di futuristica perversione macchinina.

L’Unione europea

28. Se negli U.S.A. le resistenze alla grande trasformazione sono forti e molteplici, l’Unione europea è il secondo luogo dove si decide se essa sarà coronata da successo.  E’ in Unione europea che col pretesto della pandemia è stato portato l’attacco più profondo alla democrazia, che sono state sperimentate le misure biopolitiche più radicali.  E’ in Unione europea che l’eurocrazia, col motivo della “transizione ecologica”, sostiene politiche strategiche di ristrutturazione per accelerare l’avvento del cyber-capitalismo. E’ in Unione europea che il processo di smantellamento degli stati nazionali e di sradicamento delle identità storiche è più avanzato. E’ l’Unione europea il posto dove l’élite neo-globalista sta testando l’ambizioso progetto di un nuovo ordine mondiale con a capo un governo di tecnocrati.

29. Effettivamente l’élite eurocratica esce più forte dalla crisi pandemica. Superata la crisi dell’euro e dei debiti sovrani, lasciatasi alle spalle la Brexit, fermata l’avanzata dei populismi e dei sovranismi, essa è ora più salda al comando ed è stata capace di lanciarsi in un ambizioso piano strategico (Next Generation Eu e Recovery  Plan) che punta appunto a fare dell’Unione la punta di diamante di una nuova globalizzazione. In preda al delirio di onnipotenza, l’élite eurocratica si spinge addirittura ad immaginare di costituire un esercito europeo per dare corpo, assieme a quello americano in crisi, al nuovo poliziotto mondiale.

30. Per riuscire in questa impresa epocale si deve passare da una litigiosa confederazione ad un vero e proprio euro-stato federale con un forte potere centrale tecnocratico, governi nazionali trasformati in agenzie d’intermediazione e stati nazionali diventati province imperiali vassalle.

31. Un passaggio che si presenta tuttavia complicato, irto di ostacoli, di difficile se non impossibile realizzazione, ciò che offrirà alle forze oppositive la possibilità di sabotarlo e interromperlo.




LIBERIAMO L’ ITALIA E IL GOVERNO DRAGHI

Risoluzione approvata dalla Direzione nazionale di LiT il 22 febbraio 2021

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1) L’arrivo di Draghi segna l’apertura di una nuova fase politica. Chi vuole impegnarsi nella costruzione di un’adeguata ed efficace opposizione deve comprendere anzitutto il significato e la portata di questo passaggio. Come è stato esplicitato nel suo discorso programmatico, quello di Draghi si preannuncia come il governo del Grande Reset; un disegno che punta a trasformare l’Italia in un luogo di sperimentazione avanzata delle nuove ricette della cupola globalista.  E’ da questa consapevolezza che bisogna partire. Costruire l’opposizione è dunque urgente, ma altrettanto importante è che tale opposizione sappia qualificarsi come proposta di una radicale alternativa, con una sua visione ed un suo diverso modello di società.

2) Il governo Draghi rappresenta l’ennesimo tentativo di reazione da parte del sistema neoliberista in crisi. Il neoliberismo è la forma concreta assunta dal capitalismo negli ultimi quarant’anni, dopo gli scricchiolii del sistema negli anni ‘70 del secolo scorso. Ma il neoliberismo, sviluppatosi a partire dalla Gran Bretagna e dagli Usa, è anch’esso un modello in crisi. Privatizzazioni, liberalizzazioni, deregulation, precarizzazione del mercato del lavoro, sono state delle droghe utili a rivitalizzare il corpo malato del capitalismo per alcuni decenni. Oggi, però, queste ricette (ancorché riproposte a beneficio dei soliti noti) paiono del tutto inadeguate allo scopo. Da qui l’obiettivo più ambizioso, del quale il governo Draghi è parte, di una ristrutturazione più violenta e profonda dell’intera società. Simbolo di questo progetto è la spinta alla digitalizzazione estrema, come mezzo per la disgregazione del mondo del lavoro, per la cancellazione di storici diritti, per la spinta ad un’atomizzazione sociale funzionale al dominio di una ristretta oligarchia.

3) Draghi, che nel suo discorso d’insediamento non ha mai fatto riferimento al rispetto della Costituzione, è arrivato a Palazzo Chigi anche per la disfatta di un intero sistema politico, di una crisi dei partiti che ha segnato una nuova e più pesante tappa, portando con sé lo stravolgimento di ogni regola di una repubblica parlamentare consegnatasi ormai ad un presidenzialismo de facto che potrebbe alla fine sfociare in presidenzialismo de jure. Nella penosa vicenda politico-parlamentare che ha portato al nuovo governo, spicca in particolar modo la  miseria  delle  forze che, sia  pure  ambiguamente,  avevano  flirtato  con un  atteggiamento critico, quanto  meno euroscettico, nei confronti  dell’Unione Europea. Oggi queste forze (Lega e M5s) sono addirittura entusiaste di un governo che afferma la centralità della collocazione  organica  dell’Italia  nella gabbia dell’UE e della NATO. Un governo che, per bocca del suo presidente, sorride alle ulteriori “cessioni di sovranità”, che rivolgendosi al parlamento italiano è giunto ad esprimere “rispetto” (sic!) per il “vostro paese”. Queste parole non sono un semplice lapsus. Esse rivelano, piuttosto, il ruolo effettivo di Draghi come commissario dell’UE. Un vero Gauleiter potremmo legittimamente definirlo! Ma ovviamente Draghi, a differenza di chi lo ha  preceduto, non è una banale pedina da utilizzare e sacrificare nella logica del gioco politico-strategico, bensì un componente di quella Cupola Transnazionale espressione  non  già  dei  paesi, delle  nazioni,  degli stati di provenienza,  ma essenzialmente  del capitale  finanziario  che  per  sua  natura  non  ha  né Patria né appartenenze se non al profitto o, per essere più precisi, al bisogno vitale della valorizzazione del  capitale nella sua forma più pura e conseguente.

 4) Al di là della sua durata temporale, l’obiettivo strategico del governo Draghi è dunque quello del definitivo ancoraggio dell’Italia al carro del “peggior padrone”, quella finanza speculativa transnazionale che ha nella UE – oltre che negli USA post-trumpiani di Biden – la sua dimensione territoriale ed istituzionale. Se Trump tendeva a considerare gli USA come un soggetto distinto dal capitalismo globalista, Biden è invece l’espressione di un nuovo indissolubile matrimonio tra il potere politico, Wall Street e le Big Tech della Silicon Valley rafforzatesi alla grande grazie al Covid. E’ questo il carro oggi vincente del globalismo del Grande Reset al quale Draghi cercherà di agganciare, portandola in dono, l’Italia. Da qui l’ossessivo richiamo alla Nato ed all’atlantismo, quasi il governo precedente non fosse stato sufficientemente servile.

5) Nonostante il suo attuale consenso, frutto non inatteso della pittoresca deriva delle forze parlamentari da sempre a parole contro il “governo dei tecnici”, il disegno di Draghi potrebbe incontrare ostacoli di non poco conto. Se la riforma della pubblica amministrazione sembra coincidere più che altro con un violento approfondimento del processo di digitalizzazione, se quella del fisco partorirà come sembra una modestissima riformucola in linea con quella immaginata dal governo Conte, ben più difficili sembrano le risposte sul piano economico e sociale. Mentre il dramma della disoccupazione di massa sta per esplodere con la fine del blocco dei licenziamenti, la stessa cosa può dirsi per la crisi infinita di centinaia di migliaia di piccole aziende disastrate da quella sciagurata politica di chiusura del Paese che si vuol continuare a perseguire. In questo quadro, le finte risorse del Recovery Plan (finte in quanto prestiti, dunque nuovo debito) nulla risolveranno. Certo, dopo il crollo economico del 2020 non sarà difficile mettere a segno un fisiologico rimbalzo, ma da qui ad uscire dalla crisi infinita iniziata nel 2008 ce ne passa.

6) E’ in questo contesto che dovremo misurarci con il primo dei compiti: la costruzione di una forte opposizione, l’elaborazione di una strategia per l’alternativa al sistema neoliberista. Non sarà un compito facile. Della dissolvenza delle forze istituzionali abbiamo già detto, ma in questo anno di Covid anche le forze del sovranismo costituzionale non hanno certo brillato. Occorre dunque una svolta! Un salto di qualità sul piano organizzativo, come pure sul terreno teorico, culturale e programmatico. Bisogna innanzitutto battere il settarismo e l’idea dell’autosufficienza. Liberiamo l’Italia è su questa strada, quella dell’unità, fin dalla sua costituzione. Ma oggi, di fronte alla sfida del governo Draghi, è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. A causa della capitolazione di M5s e Lega, lo spazio per una nuova opposizione popolare è ampio e tenderà ad allargarsi. Mentre nel campo leghista non si alza nessuna voce di dissenso (vedi l’ingloriosa fine di certi personaggi) è di grande importanza la pur tardiva frattura avvenuta nei gruppi parlamentari dei 5 stelle, che testimonia quanto largo sia il disssenso tra gli elettori di quello che fu il primo partito. Consideriamo nostro compito, pur nella profonda distanza culturale e politica dai valori e dai principi fondanti di questa forza, dialogare e incontrare questa parte viva del Movimento 5 Stelle. Compito ancora più importante e urgente visto che dobbiamo contrastare il palese tentativo del regime di consegnare alla destra liberista di Fratelli d’Italia il titolo di “nemico”  del governo Draghi così da consentirgli la possibilità di occupare ed egemonizzare il campo dell’opposizione.

7) Il fatto che il blocco dominante abbia infine deciso di giocare la carta estrema di Draghi è in fin dei conti un sintomo di debolezza, una scommessa ad oggi priva di un “piano b”. Ma con la nuova maggioranza di governo si è fatta pulizia anche delle forze pseudo-sovraniste. Sotto questo profilo la credibilità della Lega e del M5s è oggi pari a zero, ma lo spazio che si è così aperto potrebbe venire interamente occupato dai rottami di “Fratelli d’Italia” solo se le forze del sovranismo costituzionale restassero divise ed impotenti come negli anni passati. E’ questo uno scenario che va impedito in tutti i modi.

8) Liberiamo l’Italia mentre s’impegna a costruire un forte partito unitario del sovranismo costituzionale e democratico, agirà per rafforzare l’opposizione al governo Draghi, nella prospettiva di un Fronte del Rifiuto  che organizzi e sostenga tutte le mobilitazioni sociali per il diritto al reddito ed al lavoro, per la difesa delle libertà costituzionali contro la prosecuzione dell’emergenzialismo autoritario in materia di Covid.

La Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

22 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia