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ECCO A VOI IL SUPER-MES di Leonardo Mazzei

Il super-Mes

Bruxelles, ore 5:32 del 21 luglio, per l’Italia il disastro è compiuto. Non si chiama Mes, anche se ci sarà spazio pure per questo, ma Recovery Fund, il super-Mes pensato dall’asse carolingio, ripreso dalla Commissione, ed infine modificato (in peggio, ovviamente) dal Consiglio europeo con la firma di stamattina.

Lo abbiamo sostenuto per mesi. Non è mai esistito un Mes cattivo, opposto ad un Recovery Fund buono. Esiste invece il sistema dell’euro, che di questi meccanismi abbisogna come il pane. E’ da quel sistema che bisogna liberarsi. Il resto è solo chiacchiera per l’interminabile teatrino della politica. Quel teatrino tenuto in piedi affinché ogni ragionamento serio sia bandito dal discorso pubblico.

Oggi gli euroinomani festeggiano. Lo fanno per l’accordo raggiunto, per la novità di un pacchetto economico a loro dire eccezionale, perfino per l’idea che si sia aperta la strada alla condivisione del debito, aprendo così pure quella della mitica Europa federale. Hanno torto su tutto, ed i fatti lo dimostreranno.

L’accordo è stato uno dei più pasticciati dell’intera storia dell’Unione, che in quanto a pasticci proprio non ha rivali. Non il frutto di un’intesa di fondo, ma di un’estenuante mediazione sul più piccolo dettaglio degli interessi di ognuno.

Lo dimostra il consistente aumento degli sconti dei contributi al bilancio comunitario, ottenuto dai 4 “frugali” (Olanda, Svezia, Danimarca, Austria) più la Germania, per il periodo 2021-2027. Molti segnalano come i quattro portino a casa 26 miliardi, “dimenticandosi” però di dire che altri 25,6 verranno incamerati dalla Germania.

Con questa intesa l’UE si dimostra sempre più come un mero aggregato di interessi, dove ognuno gioca la sua specifica partita. Un tutti contro tutti che è l’esatto contrario di quello “spirito europeo”, che solo certi personaggi del nostrano pollaio politico e mediatico continuano a voler vedere.

Che l’intero pacchetto economico (Mes, Sure, Bei, Recovery Fund), messo a punto dall’UE per far fronte alla crisi innescata dal coronavirus, sia di una portata eccezionale è un falso clamoroso. Se è vero che si tratta di un pacchetto senza precedenti, è altrettanto vero che la sua entità è nettamente inferiore a quelli varati in questi mesi da Usa, Cina, Giappone e Gran Bretagna. La verità è che dentro l’UE si salveranno solo gli Stati più forti (Germania in primis), quelli che, proprio grazie alle asimmetrie prodotte dall’euro, hanno già potuto mobilitare le proprie risorse finanziarie. Per gli altri, Italia in primo luogo, il disastro sarà inevitabile.

In quanto alla condivisione del debito c’è ben poco da dire. L’andamento del vertice, la dura contrapposizione tra i singoli paesi, l’infinita trattativa che lì si è svolta, dimostrano in abbondanza come questa strada sia semplicemente sbarrata. Certo, il Recovery Fund prevede una qualche condivisione, ma limitatissima e ben definita nel tempo, visto che il Fondo sarà attivo solo fino al 2023 e cesserà di esistere del tutto nel 2026. Un piccolo passo compiuto solo per allontanare la prospettiva del crollo dell’Unione. Poi, passata ‘a nuttata, chiara è la volontà di tornare – sia nella forma che nella sostanza – alle solite regole ordoliberali senza le quali l’UE non sarebbe più se stessa.

Cosa hanno deciso a Bruxelles

Così stanno le cose. Ma la propaganda impazza, come pure la solita edificante narrazione eurista. E’ dunque necessario aver chiaro cosa hanno davvero deciso in questi giorni a Bruxelles.

I 750 miliardi del Recovery Fund sono rimasti. E’ cambiata invece – ecco la prima vittoria del fronte rigorista – il rapporto tra prestiti e “sovvenzioni”. I primi sono saliti da 250 a 360 miliardi, le seconde sono scese da 500 a 390 miliardi.

I prestiti sono solo debito, un modo di finanziarsi non così diverso dall’emissione di titoli, ma di questo parleremo tra poco.

Le “sovvenzioni” – ripetiamolo per l’ennesima volta – non sono finanziamenti a fondo perduto. Su questo governi e media mentono sapendo di mentire.

Il “fondo perduto” proprio non esiste.

Il meccanismo di questa componente del Recovery Fund, coperta dal bilancio dell’Unione al quale ogni paese contribuisce in quota parte, è invece una complessa partita di giro che sarà possibile calcolare solo tenendo conto di ogni dettaglio dell’accordo.

All’Italia spetterebbero in questo modo 127 miliardi di prestiti e 82 di “sovvenzioni”. Se i primi andranno restituiti integralmente (interessi inclusi), il guadagno netto sulle “sovvenzioni” veniva stimato a maggio in circa 22 miliardi. Adesso, dopo il nuovo accordo, è probabile che questo saldo si riveli assai più basso. Se consideriamo il contributo dell’Italia al bilancio europeo siamo di fronte ad un’autentica presa in giro, tanto più nel momento in cui altri hanno ottenuto nuovi e consistenti sconti.

Sul punto, così scrivevamo a maggio:

«In quanto alle sovvenzioni bisogna tenere conto che esse verranno coperte con un contributo straordinario al bilancio Ue, che per l’Italia è al momento valutabile in circa 60 md. Dunque, il saldo positivo dovrebbe aggirarsi sui 22 md (82-60=22). Poco più di un punto di Pil, una cifra che a qualcuno sembrerà importante, ma che in realtà è assolutamente modesta. Basti pensare che solo nel settennio 2012-2018 il nostro Paese, nonostante fosse (insieme alla Grecia) quello messo maggiormente in croce dalle regole europee, ha versato nelle casse Ue 36,3 md in più di quanto ha ricevuto! Bene, neppure questa rapina, e nemmeno in tempi di coronavirus, ci viene restituita! Grande la generosità europea!».

Fatti i conti, se tutto andrà bene (ma dubitarne è più che lecito), l’Italia avrà un beneficio di circa 20 miliardi su un totale di 209. Il resto sarà solo debito aggiuntivo. Alla faccia di chi per anni ha cercato di terrorizzarci con l’argomento del debito, e che oggi cerca invece di farci credere che il debito europeo è bello, buono e senza condizioni.

E’ chiaro, e lo hanno sostenuto centinaia di economisti, come di fronte alla crisi attuale solo la monetizzazione del debito avrebbe potuto funzionare. Ma questa è una scelta che – a differenza degli Stati Uniti, della Cina, del Giappone e della Gran Bretagna – l’UE non vuole e non può compiere.

Una diversità che sta nella follia di una moneta unica per 19 stati, ognuno diverso dall’altro. Per l’Italia, l’alternativa alla mancata monetizzazione da parte della Bce avrebbe dovuto essere l’uscita dalla gabbia europea. Ma l’attuale classe dirigente non farà mai questa scelta, legata com’è a doppio filo ad un’oligarchia eurista che ne garantisce il potere su un Paese che manda invece in rovina.

Ecco allora il mostriciattolo del Recovery Fund. Ecco Conte che canta vittoria, attorniato dal circo mediatico al gran completo. Costoro ci spiegheranno che con il Fondo europeo si pagheranno interessi più bassi. Di quanto non lo dicono perché si scoprirebbe la miseria di questo risparmio, ma meno ancora ci parlano delle condizioni a cui verranno concessi prestiti e “sovvenzioni”.

L’Italia commissariata

Parliamone allora noi. La verità è che l’Italia verrà commissariata. Intendiamoci, in buona misura lo è già almeno dal 2011. Ma qui siamo di fronte ad un bel salto di qualità. Non a caso è proprio su questo che a Bruxelles hanno discusso per quattro giorni. A differenza delle “condizionalità” del Mes, qui la parolina magica è “riforme” che, contrariamente al suo significato etimologico, va tradotta dall’europeese in “sacrifici”.

E’ da notare come, visto anche l’enorme successo delle ultime aste dei Btp, il governo Conte avrebbe potuto decidere di finanziarsi attraverso l’emissione di titoli anziché legandosi mani e piedi all’Europa. Questo avrebbe sì significato un qualche aumento di spesa per gli interessi, per la verità abbastanza trascurabile, ma perlomeno le scelte strategiche su spesa e investimenti  sarebbero state fatte a Roma, non a Bruxelles e Berlino. Ma un governo codardo non poteva far altro che comportarsi in maniera codarda.

Nel “piano di ripresa”, che l’esecutivo dovrà presentare all’UE per ottenere i finanziamenti del Recovery Fund, da un lato gli interventi dovranno essere riferiti a due obiettivi europei (la digitalizzazione e la green economy), dall’altro dovranno recepire le “raccomandazioni” formulate dalla Commissione per ogni paese. Per l’Italia questo significherà sacrifici e nuova austerità, altro che politiche espansive per uscire dalla crisi!

Questo punto non è stato sottolineato da qualche euroscettico indiavolato, ma dall’impareggiabile signora dal sangue blu, la presidentessa Ursula Von der Leyen, la quale così si è espressa:

«Il Recovery and Resilience Facility è stabilito in una maniera molto chiara: è volontario, ma chi vi accede deve allinearsi con il Semestre europeo e le raccomandazioni ai Paesi”. “Finora dipendeva solo dai Paesi rispettarle o meno – aggiunge – ma ora le raccomandazioni sono legate a sussidi e potenziali prestiti”»

Chiaro? Finora ci si allineava volontariamente alle “raccomandazioni”. D’ora in poi sarà invece un obbligo, quantomeno se si vuol accedere al Recovery Fund. Le raccomandazioni della Commissione all’Italia parlano di riforma del lavoro, per ottenere più flessibilità (più jobs act ha prontamente esultato Matteo Renzi!). Ma parlano anche di riforme della giustizia, della pubblica amministrazione, della scuola e della sanità. Per andare in quale direzione ognuno può immaginarlo da sé. Perfino le ultime “raccomandazioni” del maggio scorso, pure segnate dalla straordinarietà della crisi in atto, non hanno mancato di chiedere il proseguimento di: «politiche volte a conseguire posizioni di bilancio a medio termine prudenti e ad assicurare la sostenibilità del debito».

Una prosa che si traduce sicuramente in “pensioni”. Un nuovo attacco alle pensioni, di cui “Quota 100” è solo l’emblema propagandistico, usato non a caso dal noto esperto di questioni previdenziali Mark Rutte… Ma le pensioni non basteranno. Da qui la volontà di mettere mano al sistema fiscale e ad una nuova stagione di tagli. Insomma, proprio quel che serve in un momento di crisi drammatica come questo…

Sulla congruità tra il “piano di ripresa” ed i vincoli europei vigilerà l’occhiuta oligarchia eurista. Come è presto detto. Il piano dovrà essere approvato dalla Commissione europea, ma pure (altra vittoria del fronte rigorista) dai ministri delle finanze a maggioranza qualificata. In pratica, per bloccare il piano e rispedirlo al mittente, basterà il voto di paesi che rappresentino il 35% della popolazione. Ma Rutte, evidentemente con l’appoggio tedesco, sia pure non dichiarato, ha ottenuto pure il “Super freno d’emergenza” per le successive tranche dei finanziamenti. Un meccanismo attraverso il quale perfino un singolo paese potrà ostacolare il percorso del finanziamento di un altro, anche solo con il mancato consenso espresso dagli sherpa dei ministeri delle Finanze della zona euro (Efc). Sempre semplice e trasparente la magnifica Europaaa! Sempre limpidi e cristallini i sui percorsi decisionali!

Conclusione

Adesso fermiamoci qui che basta e avanza. Tra l’altro, seguire la tecnocrazia eurista nei sui contorcimenti, come nei sui sistematici imbrogli, è roba da far venire il mal di testa. Oltre a tutto il resto, l’Europa fa male pure alla salute…

Spero però che almeno tre cose si siano capite.

La prima è che l’Unione Europea è sempre la stessa. Incorreggibile ed irriformabile. Pure dal volenteroso Covid 19! Ogni narrazione sulla sua capacità di cambiare cozza con la dura realtà dei fatti.

La seconda è che non sarà necessario recarsi al Brennero per fermare la folle corsa di una massa di denaro gratis proveniente dal nord. Quei soldi andranno restituiti con gli interessi.  Arriveranno, ma solo per legarci meglio alla gabbia eurista sorvegliata da Berlino

La terza è che invece di uscire dalla crisi, il nostro Paese si sta incamminando rapidamente verso un disastro senza precedenti. Per impedirlo bisogna mandare a casa questo governo, insieme all’attuale classe dirigente tutta. Per impedirlo occorre una nuova Italia, frutto di una dura lotta di liberazione guidata da chi ha la consapevolezza del momento. Una lotta per l’ITALEXIT. Tutto il resto è chiacchiera.




NO AL M.E.S. di Stefano Fassina

Impeccabile analisi di Fassina sulla trappola del MES. La conclusione è tuttavia ingannevole e pelosa. Egli dice no al MES ma suggerisce di fare affidamento solo sulla BCE la quale, “magnanime”, sta acquistando i titoli italiani tenendo a freno lo spread. Vero.
Nella Ue ci sarebbero quindi “pasti gratis”? Per niente. La BCE non agisce affatto fuori contesto, il salvagente all’Italia lo sta fornendo in cambio dell’accettazione da parte di Roma di tutto il “pacchetto”, MES compreso: “io ti salvo dallo spread ma tu assicuri che rispetti le regole (euriste) del gioco”.
Tant’è che Fassina alla fine qualifica l’azione della BCE come la sola garanzia per salvare la Ue e tenere in vita il governo Conte bis.

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Si stringe la morsa intorno al Presidente del Consiglio per l’accesso al “Mes sanitario“. Dopo il diplomatico invito della Cancelliera Merkel qualche giorno fa, arriva oggi il perentorio ‘avvertimento’ dal Segretario Nazionale del Partito Democratico: è pronto un favoloso piano di 10 punti per la rigenerazione e lo sviluppo del nostro Servizio Sanitario Nazionale, possibile, a gratis, da “risorse mai viste prima”, ma bloccato dai capricci ideologici del M5S. Nella narrazione dominante, da una parte ci sono gli anti-europeisti, gli “ancorati al passato” come scrive Nicola Zingaretti, finanche gli utili idioti accodati a Salvini e alla Meloni; dall’altra, ovviamente con il Pd, i progressisti, gli europeisti illuminati, gli uomini e le donne aperti a cogliere le “opportunità e le cose possibili da fare per il bene comune”.

Caro Nicola, sarebbe utile discutere nel merito, anche su Mes. Sarebbe utile provare a farlo attraverso le risposte ad alcune semplici domande. Prima: perché nessun altro Stato accorre a ritirare il ‘regalo’ offerto dal Mes? Eppure, un significativo risparmio di spese per interessi lo maturerebbero anche Grecia, Portogallo, Spagna, Francia solo per menzionare gli Stati che avrebbero maggior convenienza. Seconda: come ripetiamo da mesi, il problema sono le condizionalità all’accesso o la valutazione del rischio di solvibilità del debitore dopo l’accesso e le conseguenti azioni richieste per ridurre tale rischio, ossia un programma di ‘aggiustamento’ macroeconomico e strutturale, come previsto dalle normative vigenti?

Ricordo che, a fine anno, il nostro debito pubblico sarà prossimo al 170% del Pil e la valutazione di sostenibilità è oggettivamente aperta in uno scenario che rimane anemico in un’Ue zavorrata dal suo impianto di estremismo mercantilista. Terza domanda: le norme dei vigenti trattati europei e internazionali, dal Trattato di Funzionamento dell’Ue al Mes, dal Fiscal Compact ai regolamenti attuativi del ‘Two Pack’ sono derogati dai comunicati dell’Eurogruppo o del Consiglio europeo? No, ovviamente.

La sottoscrizione dei prestiti implica l’assoggettamento a sorveglianza speciale della Commissione Ue e l’osservanza di obiettivi di finanza pubblica irraggiungibili e soffocanti per l’economia reale. Sarebbe utile aprire alla luce del sole e con determinazione un’offensiva per riscrivere alla radice le regole di politica economica dell’Ue e dell’eurozona, invece di continuare a celebrare come “svolta storica” una sospensione inevitabile del Patto di Stabilità e Crescita e del Fiscal Compact, dato che nel 2020 la media dei deficit dell’eurozona in rapporto al collassato Pil si avvicina al 10%.

Quinta e ultima domanda: il risparmio di spesa per interessi reso possibile dai finanziamenti del Mes è stato valutato in relazione all’aumento possibile del costo sul restante debito pubblico in via di rinnovo a causa della natura privilegiata del credito ottenibile dal fondo del Lussemburgo? I 400-500 milioni annui di minor spesa per interessi generata dai fondi Mes verrebbe annullata dall’aumento di 10 punti base (0,1%) del tasso sui 400-500 miliardi di Titoli di Stato in scadenza ogni anno.

In conclusione, l’accesso al Mes sanitario è una scelta inutilmente pericolosa, per tirare a campare qualche mese, di fronte all’evidente e prevista inutilizzabilità del Sure (quanta propaganda sui 100 miliardi pronti per gli ammortizzatori sociali) e i tempi lunghi, travagliati e incerti dei fantastilioni regalati dal Recovery Fund. Dobbiamo dire un chiaro no al Mes e concentrare tutto il nostro capitale politico nel sostegno alla Bce, affinché aumenti gli acquisti e sterilizzi i Titoli di Stato in mano alle banche centrali nazionali. È l’unica strada per la salvezza nostra e dell’eurozona in uno scenario di macerie economiche e sociali ancora poco riconosciuto nella sua gravità, profondità e durata.

Su un punto Nicola Zingaretti ha ragione: è ora di portare in Parlamento la discussione e la scelta sul Mes. Basta far finta che la scelta dipenda dalle note a pie di pagina dell’ultimo allegato del dodicesimo Annex del protocollo di accesso al Mes sanitario. La scelta dipende dall’analisi dello scenario economico e dagli interessi che si intende salvaguardare. Si dovrebbe anche tener conto che, restringere le basi elettorali del M5S imponendogli una scelta contro la sua natura, restringe anche l’area di consenso alla attuale maggioranza, unica alternativa al dominio del campo nazionalista.

* Fonte: huffingtonpost.it




GENERALI SENZA STATO di Vadim Bottoni*

Domani prende il via tra le polemiche la kermesse che Conte, in pompa magna, ha chiamato “Stati Generali”. In barba alle declamazioni roboanti non ne verrà fuori nulla, se non la riconferma dei dogmi liberisti e il rispetto dei vincoli eurocratici. La ricetta di lorsignori è nota, “Meno Stato più mercato”, ovvero quella che ha fatto completo fallimento. Solo rovesciando questo paradigma il nostro Paese potrà invece uscire dalla più grave crisi economica e sociale della sua storia.

Volentieri pubblichiamo l’intervento dell’economista Vadim Bottoni che prende spunto dal dissidio di Marianna Mazzucato (chiamata a sé come consulente dallo stesso Conte) rispetto al famigerato “Piano Colao”.

* * *

L’appuntamento degli Stati generali dell’economia è previsto a Roma proprio domani, sabato 13 giugno presso Villa Pamphili, in cui si ritroveranno i rappresentanti del governo e delle parti sociali (associazioni di categoria e sindacati), assenti le opposizioni. In quella sede verrà messo a punto il cosiddetto “Recovery plan italiano”, ovvero quello che dovrebbe essere il piano di rilancio economico che avrà come esplicito punto di riferimento il rapporto Colao sulle misure di contrasto degli effetti economici del Covid-19.

Questo piano però non porta la firma di una componente importante della task force che l’ha prodotto, l’economista Marianna Mazzucato, chiamata da Conte già a febbraio in qualità di consulente, quindi prima della crisi Covid e dell’avvento dello stesso Colao. In una audizione in Commissione Affari Europei la professoressa Mazzucato ha dichiarato come suo principale obiettivo quello della “mission” affidatale da Conte e non il progetto della task-force, senza poi entrare nei termini del rifiuto, che invece ora cerchiamo di motivare a partire dalla visione economica che la professoressa ha costruito nella sua brillante carriera.

Prima occorre fare una breve premessa.

Ai nostri occhi, critici verso le posizioni di questo governo e ciò che rappresenta nel rapporto con l’UE, sarebbe fin troppo facile presentare questi contrasti come interni ad un sistema che è da superare in toto e che quindi non ci interessano. Così come sarebbe in generale poco avveduto considerare utili i contributi teorici di economisti solo nel caso in cui fossero disposti ad accettare le nostre posizioni. Ad esempio, se l’analisi di un economista mostrasse che l’UE non funziona e fosse necessario un radicale cambiamento, toccherebbe poi a chi ne trae conclusioni politiche dimostrare se e in che misura questo sarebbe possibile all’interno dell’UE. Se l’analisi è considerabile valida, essa può essere comunque utile a prescindere dalle iniziali intenzioni e valutazioni politiche di chi la elabora: valutazioni che potrebbero essere invece pessime se non considerano ciò che l’UE ha mostrato essere fino ad oggi per i danni provocati ai paesi del sud Europa e il disastro che potrebbe diventare (vedere la sentenza tedesca).

Accettando questa premessa di metodo, si è in grado di intervenire con più efficacia nelle contraddizioni espresse dal sistema di potere. Evidenziamo in primo luogo, nell’analisi di Marianna Mazzucato, che un tratto assolutamente significativo riguarda il ruolo fondamentale dello Stato nel processo di innovazione e a tal proposito riprendiamo sommariamente alcuni passaggi di uno dei suoi testi più conosciuti – “Lo Stato innovatore” – dove vengono posti in discussione una serie di miti espressione della cultura neoliberista del mainstream.

Innanzitutto, nella configurazione del rapporto tra Stato e mercato viene espressa l’idea che un mercato che si regola da sé sia un mito privo di fondamento nelle origini storiche dei mercati, idea già espressa da Polanyi nella Grande trasformazione, direttamente citato nel testo: «la strada verso il libero mercato era aperta ed era tenuta aperta da un enorme aumento in un continuo interventismo centralmente organizzato e controllato».

La priorità dello Stato viene poi ribadita nel processo di innovazione, che richiede investimenti in ricerca e sviluppo di lungo periodo, un periodo incompatibile con la logica del profitto delle imprese e quindi con i tempi di rientro degli investimenti privati. Anche perché spesso gli investimenti nella ricerca rappresentano un bene pubblico, che rende complicato per l’impresa rientrare nei costi con gli utili, in quanto il bene pubblico è accedibile anche ad altre imprese che non ne hanno affrontato i costi.

Ma a questi aspetti relativi al fallimento del mercato negli investimenti in ricerca se ne aggiunge un altro, il vero fulcro del contributo teorico, che contrasta un mito diffuso dai media e dai “politici ultraliberisti” (definiti così nel capitolo primo del libro) secondo cui: ridimensionando lo Stato, lo spirito imprenditoriale e la capacità di innovazione del settore privato potranno dispiegare tutta la loro forza.

Questo mito viene abbattuto a partire dalla descrizione di come sono realmente avvenute le recenti scoperte più innovative nell’ambito dell’informatica, delle nanotecnologie e della farmaceutica, proprio negli Stati Uniti dove il mito liberista è più forte e dove invece lo Stato è più determinante che in altre parti nel campo dell’innovazione.

Queste scoperte non sono avvenute perché il settore privato voleva qualcosa senza avere le risorse per investirci che poi sono state fornite dal settore pubblico: sono avvenute, invece, grazie alla capacità di visione dello Stato in un’area che il settore privato ancora nemmeno immaginava.

Una su tutte, prendiamo il simbolo per eccellenza dell’innovazione anche per il profano, l’azienda Apple: un’azienda che risulta ben lontana dall’essere quell’esempio sbandierato di efficienza del mercato. È un’azienda che, oltre a ricevere finanziamenti pubblici nelle prime fasi della sua esistenza (attraverso appositi programmi) ha fatto leva, in modo indubbiamente ingegnoso, su tecnologie finanziate dallo Stato per creare prodotti smart.

Tutte le tecnologie chiave dell’iPhone sono state finanziate dallo Stato (internet delle cose, il Gps, il touch screen e tutte le tecnologie di comunicazione).

Se lo Stato è il vero motore dell’innovazione in quanto l’orizzonte della sua visione può arrivare là dove alle imprese non è concesso di vedere, un corollario è che lo spiazzamento (sostituzione) degli investimenti pubblici rispetto a quelli privati non sta in piedi, che tradizionalmente è una delle argomentazioni per impedire l’intervento dello Stato nell’economia: pertanto se lo Stato non investisse, quel valore in più semplicemente non ci sarebbe.

Da questo ritratto emerge che l’intervento dello Stato nell’economia è indispensabile non solo per finanziare la ricerca di base o per finanziare un prodotto quando questo è un bene pubblico, ma anche (come dimostrano soprattutto gli US) quando l’investimento richiede visione strategica e perseguimento dell’innovazione.

Bisogna sottolineare molto bene questo punto.

Se lo Stato fornisse risorse alle imprese considerate più innovative nel mercato, attraverso defiscalizzazione o sovvenzioni, queste non otterrebbero i risultati prodotti dall’azione diretta dello Stato, perché solo quest’ultimo può determinare quelle innovazioni tecnologiche di rilievo in grado di creare nuove opportunità di mercato per le imprese, che solo a quel punto sarebbero in grado di coglierle. Infatti studi a livello di impresa hanno dimostrato come il fattore che influenza la decisione da parte di un’azienda di entrare o meno in un certo settore non sia il livello esistente dei profitti, ma le opportunità tecnologiche e di mercato sviluppate in gran parte dagli investimenti pubblici in quel settore.

Descritta la dinamica “reale” vediamo la configurazione dei rapporti instaurati tra i soggetti in gioco.

La Mazzucato definisce il rapporto tra impresa e Stato come parassitario, che schematizziamo nel seguente modo: lo Stato fa gli investimenti di lungo periodo (poniamo 15 anni) cosa che le imprese non fanno perché ragionano su un periodo di rientro degli investimenti più breve (poniamo 3 anni, ad essere generosi).

Dopo una dozzina d’anni d’investimento le opportunità di profitto della tecnologia che si sta sviluppando iniziano a prendere forma, a quel punto interviene l’impresa che si intesta il prodotto sviluppandolo e commercializzandolo.

Non solo, ma quando la grande impresa ha risparmiato in “ricerca” (di cui si è fatto carico lo Stato) quelle risorse vengono investite nel settore finanziario attraverso l’acquisto delle proprie azioni, che acquistano valore e consentono al top management più lauti compensi (che sono legati al valore delle stock options).

Ma non basta: dopo essersi intestata il merito dell’innovazione che agli occhi di tutti è suo in quanto ha curato la commercializzazione, la grande impresa pretende anche riduzioni di tasse come incentivo all’innovazione!

Ma questa riduzione di entrate per lo Stato si riflette negativamente proprio sugli investimenti pubblici destinati all’innovazione: il ruolo subalterno dello Stato alla fine viene pagato con minore sviluppo e questo richiederebbe un cambiamento, tanto più urgente quanto la crisi innescata dal Covid si abbatterà sul nostro sistema produttivo.

Questa drammatica crisi deve, da un certo punto di vista, essere letta come un’opportunità perché sta mettendo in discussione tutta una serie di miti legati al rapporto tra Stato e mercato.

In un articolo dell’8 aprile sul Sole 24ore Marianna Mazzucato afferma appunto che la crisi Covid-19 sta rivelando le falle nel sistema economico riconducibili in buona parte al deterioramento del potere contrattuale dei lavoratori e che i governi stanno concedendo prestiti al settore privato in un momento storico in cui è a livelli molto elevati (si riferisce agli US qui la situazione è ancora più complicata perché i prestiti neanche arrivano).

A tal proposito la Mazzuccato ricorda come la crisi iniziata dieci anni fa sia stata determinata dal versante del debito privato e che anni di austerità, dovuti a un errata considerazione sul ruolo del debito pubblico, hanno indebolito le istituzioni del settore pubblico cruciali per superare una crisi come quella che stiamo attraversando.

L’opportunità della crisi economico-sanitaria descritta nell’articolo, con lo Stato chiamato in causa nella gestione della fase emergenziale, per la Mazzucato è la seguente: “ora che lo Stato è tornato ad assumere un ruolo guida, dovrà fare la parte dell’eroe, non del burattino, il che significa fornire soluzioni immediate, ma concepite per servire l’interesse pubblico nel lungo termine. Si potrebbero, ad esempio, introdurre condizionalità per il sostegno statale delle imprese. Le aziende beneficiarie degli aiuti dovrebbero essere tenute a mantenere in servizio i propri dipendenti e a garantire che, una volta risolta la crisi, investiranno nella loro formazione e nel miglioramento delle condizioni di lavoro [oltre a] impedire il riacquisto di azioni proprie”. Oltre ad evitare che “le multinazionali ricavino [dall’intervento dello Stato] enormi profitti, rivendendo al pubblico un prodotto nato dalla ricerca finanziata con i soldi dei contribuenti”.

Si spera che in funzione di quanto detto in precedenza i passaggi dell’articolo siano chiaramente compresi, come sia chiaramente compresa l’incompatibilità di questa posizione rispetto all’idea di innovazione contenuta nel piano Colao, a cui dedicheremo solo poche righe.

Nel piano si parla di incentivi alla ricapitalizzazione delle imprese, ma si ipotizza un ingresso diretto dello Stato nel capitale soltanto “in situazioni di emergenza” e con interventi “temporanei e selettivi”.

Anche il sostegno all’innovazione, secondo il rapporto, deve passare attraverso incentivi e sgravi alle imprese, non dall’intervento pubblico: la solita ricetta fallimentare di uscita dalla crisi con lo Stato che tampona l’emergenza e le grandi imprese che sgravate dal carico fiscale faranno la parte del leone.

Come abbattere questo mito del leone per affermare, proprio nel momento in cui occorre  rispondere alla crisi, uno Stato forte e interventista nel processo di innovazione? Per questa conclusione ci rifugiamo in quanto scritto da Keynes in una lettera del 1938 indirizzata a Roosevelt, riportata nel testo della Mazzucato ed in cui il grande economista parlava delle imprese come di animali addomesticati:

«Gli uomini d’affari hanno illusioni diverse da quelle dei politici, e richiedono dunque un altro approccio. Essi sono, tuttavia, alquanto più mansueti dei politici: sono allettati e terrorizzati al tempo stesso dai bagliori della notorietà, si lasciano convincere facilmente a mostrarsi «patriottici», sono perplessi, sconcertati o proprio terrorizzati, eppure fin troppo smaniosi di sposare una visione ottimistica, magari vanitosi ma molto insicuri di sé, pateticamente sensibili a una parola gentile. Si potrebbe fare ciò che si vuole con loro trattandoli (anche i grandi imprenditori) non come lupi o tigri, ma come animali domestici per natura, per quanto educati male e non addestrati come si vorrebbe. È un errore pensare che siano più immorali dei politici. Se li si lascia indulgere all’umore scontroso, caparbio, terrorizzato di cui gli animali domestici danno così spesso prova quando sono mal governati, non sarà il mercato a farsi carico dei fardelli della nazione, e alla fine l’opinione pubblica si orienterà dalla loro parte».

* Vadim Bottoni, economista e membro del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL RIMBALZO DEL GATTO MORTO di Leonardo Mazzei

Non ce ne voglia l’ignaro e simpatico felino, ma l’immagine è perfetta. In Borsa il “rimbalzo del gatto morto” descrive la ripresa, modesta e temporanea, di un titolo destinato a ricominciare alla svelta la sua corsa verso il basso. Che è esattamente quello che sta facendo l’economia italiana, nel suo complesso, dal 2008.

Nella figura sopra questo fenomeno è evidentissimo. Il primo “rimbalzo del gatto morto” si registra nel 2010-2011, poi seguito da una nuova recessione e da una sostanziale stagnazione fino al 2015. Qui inizia la ripresina del 2016-2018, il secondo balzo del micio deceduto, che ci condurrà alla stagnazione del 2019, fino alla catastrofica situazione attuale. Quando il grafico dell’Istat riporterà il tracollo in corso, il disastroso andamento dell’economia italiana risulterà ancora più chiaro.

Ma perché iniziare un articolo sulle prospettive economiche attuali con queste considerazioni? Primo, perché il passato, specie se non si cambia strada, ci parla inevitabilmente del futuro. Secondo, perché la crisi del Covid è sopraggiunta quando l’economia italiana (e non solo) era già sull’orlo di una nuova recessione. Terzo, perché (come vedremo) tutte le previsioni economiche del momento indicano al massimo un nuovo rimbalzo del gatto morto. Quarto, perché gli effetti di lungo periodo dell’appartenenza all’eurozona solo questo consentono.

La figura riporta i valori trimestrali del Pil in euro 2015. I dati sono dunque destagionalizzati e depurati dall’inflazione. Il primo crollo del 2009 è del -7,5%. Il rimbalzo che segue non recupera neppure la metà di quanto perso, mentre la recessione successiva porta il picco negativo ad un -9,3% sul 2007. Ma il rimbalzo seguente, chiusosi nel 2018, si ferma addirittura ad un livello inferiore rispetto a quello del 2010-2011.

Tutto ciò ci serve ad impostare una corretta premessa al ragionamento sul futuro che ci attende. Se questo è stato l’andamento del Pil – e dunque dell’occupazione e del reddito degli italiani – negli ultimi 12 anni senza virus, cosa accadrà adesso con le conseguenze del Covid e soprattutto con quelle della sua folle gestione da parte del governo Conte?

“Ripresa” a V, a U, a L, o…?

E’ dall’inizio dell’epidemia che gli economisti di tutto il mondo si dilettano con un interrogativo: come usciremo dalla crisi del coronavirus? Avremo una curva a V (ripresa rapida dopo un’altrettanto rapida caduta), a U (ripresa equivalente alla caduta, ma solo dopo una fase di stagnazione), o ci toccherà addirittura un andamento ad L, cioè un tracollo senza alcuna successiva ripresa?

Queste disquisizioni riguardano ovviamente l’economia globale, come pure il destino dei singoli paesi. Esse fanno però solo parzialmente i conti con lo sviluppo dell’epidemia, perché tutti capiscono che parlare di una ripresa a V o ad U di fronte all’ipotesi di nuove misure di confinamento non avrebbe senso alcuno.

Tuttavia anche questi esercizi da stregoni un senso ce l’hanno. L’importante è prenderli con le molle. Se le previsioni economiche valgono in genere molto meno di quelle meteorologiche, la loro inattendibilità non può che essere massima oggi, di fronte ad una crisi che presenta forme mai viste. C’è però un aspetto interessante, comune a tutte le previsioni uscite di recente. Ed esso consiste nel fatto che non solo la curva a V viene esclusa, ma pure quella ad U risulta una chimera. Di quella ad L non si parla, ma solo perché tutti questi studi partono da uno scenario base che non include nuovi lockdown.

Quel che ne viene fuori, specie per l’Italia, è esattamente la prosecuzione in peggio del trend degli ultimi dodici anni. Un calo (stavolta violentissimo), seguito da un rimbalzo che recupera solo in parte quanto perso. Con quali devastanti conseguenze sociali non è difficile da immaginarsi.

Le previsioni economiche di Bankitalia, Istat e Commissione europea

Naturalmente le previsioni sull’Italia sono correlate a quelle sull’economia globale, quella europea in particolare. Ma per non farla troppo complicata ci concentriamo qui sul nostro Paese. La prima cosa da notare, fra l’altro, è che i previsori non sembrano prendere troppo sul serio i piani di intervento europei (Recovery Fund, Mes, Sure), tutta roba che lasciano evidentemente (e comprensibilmente) agli addetti alla propaganda mediatica.

Le sentenze di Bankitalia, Istat e Commissione europea sono pesanti ed univoche. Limitandoci all’andamento del Pil, che si tira dietro tutti gli altri indicatori economici a partire dal tasso di disoccupazione (di cui parleremo più avanti), il quadro che ne esce è devastante. Per la Commissione europea, l’Italia perderà nel 2020 il 9,5%, con un recupero del 6,5% nel 2021. Analogo andamento lo prevedono sia l’Istat – con un calo dell’8,3% nel 2020 ed un +4,6% nel 2021 – che Bankitalia: -9,2% nel 2020, +4,8% nel 2021. Da notare che l’ipotetico segno + del 2021 deve applicarsi ai valori determinatisi nel 2020, per cui avremmo un calo complessivo del Pil nel biennio del 3,6% per la Commissione europea, del 4,1% per l’Istat, del 4,9% per Bankitalia. Ma per l’istituto di Via Nazionale le cose potrebbero andare anche peggio. Bankitalia affianca infatti a quello base, uno scenario più severo, con un tracollo del Pil del 13,1% quest’anno, ed un modesto recupero del 3,5% il prossimo.

Tralasciando qui quest’ultima ipotesi, avremmo comunque un picco medio nel 2020 del -9% ed un calo medio nel biennio del 4,2%. Se ora volessimo riportare questi dati nella figura con la quale abbiamo aperto questo ragionamento, dovremmo “sfondare” alla grande verso il basso il grafico fino ad un minimo del -13,5% rispetto al 2007, per tornare poi nel momento della “ripresa” ai valori minimi del 2013, cioè ad un -9,3% rispetto a tredici anni fa. Insomma, nella migliore delle ipotesi, l’ennesimo rimbalzo del gatto morto.

Il dramma sociale

Fin qui i freddi numeri dell’economia. Ma dietro a questi dati c’è la vita di tantissime persone. Queste cifre significano abbattimento del reddito per milioni di famiglie, molte delle quali scaraventate direttamente nella povertà; significano chiusura certa per centinaia di migliaia di piccole aziende. Significano una disoccupazione reale (disoccupati “ufficiali” più i cosiddetti “scoraggiati”) attorno al 25%. Sul punto gli studi che abbiamo citato sono come sempre reticenti. Quello di Bankitalia ammette una riduzione dell’occupazione del 10% in termini di ore lavorate, ma assicura che – grazie alla cassa integrazione – il calo effettivo del numero degli occupati sarà “solo” del 4%.

Ma mentre nessuno dice come oggi la cassa integrazione significhi un reddito da fame, spesso inferiore ai 700 euro mensili; anche un calo dell’occupazione “limitato” al 4% determinerebbe un milione di disoccupati in più. Cifra peraltro del tutto ottimistica, al punto che la stessa Confindustria ne stima invece un milione e settecentomila.

Oggi, quando si parla di disoccupazione e di cassa integrazione, non si deve pensare solo all’industria. Lo sguardo va infatti allargato ad altri settori, primi tra tutti quelli del commercio e del turismo-ristorazione. Nel quadro base di Bankitalia si prevede per quest’anno una diminuzione dei consumi delle famiglie dell’8,9%, accompagnata da un crollo degli investimenti del 15%. Il prossimo anno i consumi dovrebbero recuperare solo la metà di quanto perso nel 2020, ma peggio farebbero gli investimenti con un recupero limitato a circa un quarto di quanto lasciato sul terreno quest’anno. Altro che ripresa a V!

Il settore del commercio non potrà che risentire pesantemente di questa contrazione dei consumi. Ma a pagare il prezzo maggiore saranno i piccoli negozi al dettaglio, anche perché tutte le norme (spesso decisamente assurde) sul distanziamento fisico sembrano fatte apposta per favorire la grande distribuzione. Che infatti – ne abbiamo già parlato qui – ne sta approfittando alla grande. Sta di fatto che Confcommercio ipotizza la chiusura di ben 260mila esercizi commerciali, con la perdita secca di quasi un milione di posti di lavoro. Ancora peggiore la situazione nel comparto turismo-ristorazione, che genera da solo il 13% del Pil. Qui le norme anti-Covid colpiscono ancor più, ed il resto lo fanno la psicosi ed il blocco dei flussi turistici internazionali. Nell’insieme di questi due settori vi sono circa un milione e duecentomila contratti a termine e/o part time, molti dei quali decisamente a rischio.

Un altro comparto in crisi acuta è quello dell’edilizia. Pesanti le previsioni di Bankitalia sugli investimenti nelle costruzioni. Questo tipo di investimento, da sempre particolarmente sensibile alle aspettative delle famiglie, risente enormemente del fattore P, inteso come paura del futuro. Ed infatti, a fronte di un -13,3% per quest’anno, il recupero previsto per il 2021 si ferma ad un modestissimo +1,6%. E’ possibile che questo tracollo venga attenuato dagli effetti del superbonus del 110% sugli interventi di riqualificazione energetica degli edifici, previsto dal “Decreto Rilancio”. Ma si tratterà pur sempre di un’attenuazione parziale e limitata nel tempo, non in grado comunque di fermare un’emorragia di posti di lavoro ben difficilmente inferiore alle duecentomila unità.

A questo punto qualcuno potrebbe sperare almeno in una tenuta dell’industria, ma si tratterebbe solo di un’altra illusione. Se i consumi interni tracollano, peggio ancora quel che possiamo attenderci dalle esportazioni. Il -15,9% previsto da Bankitalia per il 2020 non verrebbe recuperato neppure nel 2022, quando invece le previsioni pre-Covid davano per quell’anno una crescita cumulata del 7% sul 2019. Il disastro generale è tutto in queste cifre, ma ed essere particolarmente colpiti saranno i settori dell’automobile e del tessile abbigliamento, moda inclusa.

Il governo della miseria

Finora ci siamo occupati di previsioni. Ma le previsioni, si sa, valgono quello che valgono. Purtroppo, però, quelle economiche peccano in genere di ottimismo. Dunque, se è praticamente da escludere che le cose vadano meglio, è piuttosto probabile che vadano invece peggio rispetto allo scenario base che abbiamo qui esaminato.

Ci aspetta dunque un dramma occupazionale senza precedenti, dove il problema non sarà solo l’aumento del numero dei disoccupati, ma la crescita a dismisura della precarietà e la conseguente diminuzione del reddito di milioni e milioni di persone.

A fronte di questa situazione il governo ha deciso di consegnare il Paese ai tecnocrati di Bruxelles. Abbiamo già scritto come il Recovery Fund altro non sarà che un Mes all’ennesima potenza, mentre nelle misure sin qui prese (vedi il già citato “Decreto Rilancio”) non c’è lo straccio di un piano di salvataggio dell’Italia. In particolare brilla l’assenza di un piano di investimenti pubblici in grado di trainare l’economia fuori dalla crisi.

Poiché da quell’Europa che la propaganda pretenderebbe “generosa” non tarderanno invece ad arrivare i soliti richiami al rigore ed alle regole del bilancio, è chiaro come – con queste scelte – l’economia nazionale sia stata messa su un binario con una sola destinazione: il baratro di una crisi senza fine.

Prepariamoci a combattere

Come ho scritto già a marzo, ma oggi è ancora più chiaro, l’unica cosa da fare è quella di prepararsi a combattere. Combattere per le condizioni di vita e per i diritti sociali più elementari di milioni di persone, combattere contro la gabbia dell’UE e dell’euro, dentro la quale nessuna vera soluzione sarà mai possibile.

Per combattere vittoriosamente servono le forze, le armi, la determinazione ed un buon piano di battaglia. Tutte condizioni che dipendono da un insieme di fattori.

Di per sé le crisi – lo si è visto nel 2009 – non determinano un’automatica ripresa del conflitto sociale. Perlomeno non nei termini classici novecenteschi. Ma stavolta le dimensioni del disastro sono ben più grandi, tali da determinare sconquassi sociali mai visti negli ultimi 75 anni. Dunque, prevedibilmente, le forze vi saranno. Ma in quale direzione si muoveranno? Ecco, questo dipenderà dalla capacità di costruire un quartier generale in grado di fornire le armi della critica e della strategia, basi fondamentali per sviluppare l’unità e la determinazione necessaria a vincere.

Se liberarsi dalla gabbia eurista è il primo passo da compiere, costruire un Comitato di liberazione nazionale che assolva a questi compiti è urgente più che mai. Nel bene o nel male, i prossimi mesi saranno decisivi.




ANNULLARE I DEBITI DEI PAESI PIÙ POVERI di Bernie Sanders e altri

La Pandemia ha contribuito a scatenare quella che sembra essere una devastante crisi economica mondiale. Essa colpirà in modo violento anzitutto i pasi più poveri del pianeta, già sotto scacco a causa dei debiti che essi dovrebbero rimborsare.
Le Nazioni Unite prevedono che la crisi del coronavirus potrebbe aumentare la povertà globale fino a mezzo miliardo di persone, l’8% della popolazione umana totale. Il Programma alimentare mondiale stima che il numero di persone spinte sull’orlo della fame a causa della crisi economica globale potrebbe raddoppiare, da 135 milioni a 265 milioni, a causa della pandemia. Nel frattempo, i paesi in via di sviluppo detengono circa $ 11 trilioni di debito estero, con $ 3,9 trilioni di interessi dovuti solo quest’anno. Sessantaquattro paesi attualmente pagano di più per gli interessi sul debito che per l’assistenza sanitaria.
Per la cancellazione di questi debiti odiosi il 13 marzo scorso 300 parlamentari (primo firmatario Bernie Sanders) hanno sottoscritto una lettera alla banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale che qui sotto pubblichiamo.

Lettera al FMI e alla Banca mondiale

Washington, DC 20433
Kristalina Georgieva
The International Monetary Fund 700 19th Street, N.W. Washington, DC 20431

Caro Presidente Malpass e Direttore Generale Georgieva:

13 maggio 2020

Membri dei parlamenti di tutto il mondo vi scrivono per chiedere la totale remissione del debito dei paesi dell’Associazione Internazionale dello Sviluppo (IDA) da tutte le principali istituzioni finanziarie internazionali (IFI) durante questa crisi globale di Covid-19.

Siamo lieti di notare che il Gruppo della Banca mondiale (WBG) e il Fondo monetario internazionale (IMF) hanno già preso provvedimenti per attuare la riduzione del debito e la sua sospensione per i paesi più poveri del mondo. Il recente annuncio del FMI di finanziamenti per la riduzione temporanea del debito per 25 paesi membri è una tendenza incoraggiante, ma un sostegno molto più diffuso e a lungo termine è necessario.

Questo è il motivo per cui chiediamo a tutti i leader del G-20, attraverso queste IFI, di sostenere la cancellazione degli obblighi di debito detenuti da tutti i paesi IDA durante questa pandemia senza precedenti. La sospensione temporanea e il differimento del debito non saranno sufficienti per aiutare questi paesi a dare piena priorità alla gestione rapida e sostenibile dell’attuale crisi. Le comunità vulnerabili che non dispongono delle risorse e dei privilegi per implementare adeguate misure di sanità pubblica saranno infine gravate in modo sproporzionato dal peso del coronavirus. Tale pregiudizio implica che le catene di approvvigionamento globali, i mercati finanziari e altri scambi interconnessi continueranno a essere interrotti e destabilizzati.

Vi chiediamo inoltre di sostenere un’emissione importante relativa ai diritti speciali di prelievo (SDR) al fine di fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno finanziario urgente. La crisi economica innescata dalla pandemia promette di essere molto più devastante della crisi finanziaria globale del 2009, quando i DSP sono stati distribuiti l’ultima volta. Concordiamo con la stima “forchetta bassa” della direttrice generale Georgieva di 2,5 trilioni di dollari per le attuali esigenze finanziarie dei paesi in via di sviluppo. Sarà necessaria un’emissione di DSP diversi miliardi di dollari per prevenire un aumento significativo della povertà, della fame e delle malattie.

Non abbiamo solo un dovere umanitario di aiuto ai paesi bisognosi, abbiamo anche un interesse comune e diretto nel sostenere gli aiuti globali per una ripresa e una resilienza efficaci. Come comunità internazionale collaborativa, possiamo iniziare a superare questa pandemia affincé vi si ponga fine per tutti quanti.

Per questi motivi, esortiamo la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale a prendere forti provvedimenti per fornire un ampio programma di riduzione del debito e assistenza finanziaria a tutti i paesi poveri più esposti ai devastanti costi umani ed ai danni economici duraturi da Covid19. Vi chiediamo di collaborare con i partner bilaterali e multilaterali interessati per fornire una risposta entro un massimo di 15 giorni dal ricevimento della presente lettera.

È nel nostro comune interesse in materia di salute pubblica, di sicurezza e d’economia che ci riuniamo e agiamo coraggiosamente per aiutare le nazioni più vulnerabili. Siamo pronti a lavorare con voi e sostenere soluzioni immediate ea lungo termine per garantire che i paesi fragili e indigenti ricevano la flessibilità e la consulenza di cui hanno bisogno per prevenire crisi umanitarie, proteggere la salute pubblica e promuovere la stabilità mondiale durante questa crisi e anche dopo che sia finita per le nazioni ricche.

Vedi la lista di tutti i firmatari




CHI CI GUADAGNA di Leonardo Mazzei

Pur differenziata da paese a paese, la crisi del coronavirus ha prodotto un disastro economico globale. Globale la caduta del Pil, come pure il tracollo borsistico. Globale sarà l’aumento della disoccupazione e della povertà. Ma se per le classi popolari e per la piccola imprenditoria il disastro sarà generalizzato, per i grandi gruppi capitalistici il discorso è assai diverso.

A dire il vero le differenze ci sono anche all’interno del popolo lavoratore. Differenze magari non sostanziali nel lungo periodo, ma decisive in questa critica fase della difficile ripartenza economica. E la faglia fondamentale – quella su cui lavora il blocco dominante per impedire, tamponare, e se necessario, reprimere la temuta rivolta – è quella tra “garantiti” (o che comunque si sentono tali) e “non garantiti”. Una fratturazione di cui si cominciò a discutere in Occidente oltre quarant’anni fa, alle prime avvisaglie della poderosa ristrutturazione capitalistica che si svilupperà poi nella svolta neoliberista degli anni ’80. Una crepa che si ripresenta oggi in forme più acute, esaltate alla massima potenza dalle dinamiche della crisi in corso.

Non è questo tuttavia il tema del presente articolo. Qui vogliamo invece concentrarci su un’altra fratturazione, quella che attraversa il blocco dei dominanti. Che l’epidemia venga strumentalizzata al fine di perseguire precisi obiettivi politici e culturali è ormai chiaro a tante persone. Resta però una domanda: ma chi glielo fa fare ai dominanti di correre un rischio economico così elevato, “solo” per ridisegnare il modello sociale, allo scopo di perfezionare i propri meccanismi di controllo?

Ecco, ribadito che quel “solo” obiettivo davvero non è poca cosa, la domanda resta comunque: perché il sistema ha sostanzialmente accettato di pagare un prezzo economico così alto? Una risposta a questo interrogativo, oltre ai fondamentali aspetti politici e culturali, deve tenere conto anche della profonda diversificazione degli stessi interessi immediati all’interno della cupola capitalistica mondiale.

Per capire quanto profonda sia la fratturazione in quel mondo ci viene in soccorso un recente studio di Mediobanca sugli effetti del Covid 19 sui conti delle grandi multinazionali nel primo trimestre 2020.

Ovviamente il primo trimestre ha risentito solo in parte degli effetti dell’epidemia, ma proprio per questo le divaricazioni rilevate tra i vari settori – destinate ad esplodere ancor più pesantemente nei mesi successivi – sono estremamente significative. Mentre tra le piccole aziende sono in pochi a salvarsi, tra le grandi multinazionali analizzate da Mediobanca la spaccatura è clamorosa.

Tra gli undici settori in cui lo studio le ha suddivise, ben sei hanno fatto registrare un aumento del fatturato nel periodo considerato. Due settori riportano un calo modesto, mentre soltanto tre hanno un vero tracollo. Questi ultimi sono quelli dei mezzi di trasporto (-10,8%), della moda (-14,1%), dell’energia (-15,9%). I due settori che perdono, ma non in maniera drammatica, sono quello dei media (-0,5%), penalizzato dal forte calo della pubblicità, e quello delle telecomunicazioni (-2,6%). Questi modesti cali del fatturato determinano però una più forte diminuzione degli utili (-20,4% per le telecomunicazioni, -28,3% per i media). Nulla, tuttavia, rispetto al -92,0% della moda e al -92,4% del comparto automobilistico.

Fin qui i settori in sofferenza. Quali sono invece quelli che hanno beneficiato del Covid? In termini di fatturato, la graduatoria è questa: alimentari (+2,0%), elettronica (+4,5%), pagamenti elettronici (+4,7%), farmaceutico-elettromedicale (+6,1%), grande distribuzione (+9,1%), websoft (+17,4%). Da notare come ben 4 di questi 6 settori hanno così realizzato un aumento degli utili a due cifre: elettronica (+10,0%), websoft (+14,9%), farmaceutico-elettromedicale (+20,5%), grande distribuzione (+34,8%).

La spiegazione di questi risultati è semplice. In primo luogo è evidente come i grandi gruppi abbiano approfittato del Covid per strappare rilevanti quote di mercato alla concorrenza delle imprese più piccole. Viceversa non si spiegherebbe l’aumento del fatturato a fronte di un tracollo dei consumi pressoché generalizzato. In secondo luogo, l’epidemia ha accentuato la tendenza favorevole alle cosiddetta new economy (elettronica, informatica, ecc) a spese della old economy (energia, auto ecc.). Giganteggiano in questo sorpasso le star del web, Amazon innanzitutto. In terzo luogo, è chiaro come la grande distribuzione tenda a fagocitare quella piccola, in ciò favorita dalle draconiane regole sul distanziamento fisico.

Questo fatto non favorirà di certo i consumatori, come qualcuno vorrebbe far credere. Aumentare gli utili di oltre un terzo, a fronte di un incremento del fatturato sotto al 10%, significa infatti soltanto una cosa: che si sono aumentati allegramente i prezzi. Un fenomeno registrato anche in Italia. Ad aprile, secondo l’Istat, ad un’inflazione trascinata quasi a zero (+0,1% per l’esattezza) dal tracollo dei prezzi dei prodotti energetici ha fatto invece riscontro un significativo aumento (+2,7%) dei beni alimentari.

L’analisi di tutti questi dati ci dice fondamentalmente due cose. Primo, la crisi è gravissima ma (come sempre) non è uguale per tutti, anzi! Secondo, nel campo dei dominanti è in atto un processo di profonda ridefinizione delle gerarchie. Dunque l’epidemia è venuta bene non solo per soggiogare al meglio le classi popolari, ma pure per accentuare i processi già in atto all’interno dell’oligarchia al potere.

La divaricazione che abbiamo visto in termini di fatturato e di utili la ritroviamo ovviamente nei valori borsistici. Dall’inizio dell’anno tutte le principali borse sono in calo: Londra -21,4%, Francoforte – 19%, Parigi – 28,5%, Milano -28,2%, Hong Kong -15,6%. Anche a Wall Street il Dow Jones segna un -17%, ma l’indice dei tecnologici (il Nasdaq) registra invece un +1,3%.

In questo quadro di calo generalizzato, i principali titoli energetici hanno subito un autentico tracollo: Exxon Mobil -39,8%, Shell -44,4%, Chevron -26,0%, Bp -34,4%, Gazprom -27,4%. Stessa cosa nel settore automobilistico: Toyota -18,9%, Volkswagen -39,2%, General Motors -38,2%, Fca -44,2%, Ford -48,3%.

Questa situazione si rovescia nei tre comparti che stanno guadagnando sulla crisi del coronavirus. Nel settore farmaceutico, mentre Sanofi, Johnson & Johnson e Abbvie registrano comunque valori moderatamente positivi, spicca il +14,1% di Hoffman La Roche. Più articolata la situazione nella grande distribuzione, dove a fronte di un -15,5% di Carrefour, troviamo il dato positivo dei due giganti americani del settore, Kroger (+12,1%) e WalMart (+5,9%). Più netti, invece, i guadagni borsistici dei padroni del websoft (internet e software): Facebook +2,7%, Alphabet (la società che incorpora Google) +3,0%, Apple +4,8%, Microsoft +16,1%, Amazon +30,4%.

Da notare che, in quanto a capitalizzazione, Apple, Microsoft, Amazon, Alphanet e Facebook – società tutte basate negli Usa – sono (e di gran lunga) ai primi cinque posti della classifica mondiale. Ed ognuna di queste vale più dell’intera borsa italiana.

Chiaro dunque come il coronavirus non sia affatto un disastro per tutti. Anzi, i veri giganti del capitalismo reale del XXI secolo ci stanno guadagnando alla grande. Se questo non deve portarci alla teoria del complotto, che almeno si comprendano quali enormi interessi materiali si nascondono dietro la strategia della strumentalizzazione drammatizzante dell’epidemia. Che tutto è fuorché innocente.




CHE FINE FARA’ L’ITALIA?

Nella foto sopra uno dei giganteschi pannelli che vennero esposti ai tempi del governo Monti nelle principali stazioni ferroviarie italiane. L’alibi per sostenere le misure austeritarie e il governo stesso, era lo spauracchio del debito pubblico. Vale la pena ricordare che proprio durante il governo Monti, il debito pubblico italiano, ovvero il debito verso il sistema bancario predatorio, crebbe e di molto. Fu un’altra prova lampante che nel regime dell’euro politiche austeritarie e liberiste il debito lo aumentano e non lo diminuiscono. Oggi è in corso il vertice europeo. Il governo Conte chiede l’ “aiuto” dell’Unione europea sotto la forma di titoli europei o “eurobond”. Vedremo cosa verrà deciso al vertice, una cosa è certa: questo “aiuto” sarebbe comunque “moneta a debito”, sarebbe come la corda che sostiene l’impiccato. Ci sono numerosi casi nella storia moderna, che mostrano quale fine abbiano fatto gli Stati che, invece di contare sulle proprie forze e la propria sovranità, ricorrono agli “aiuti” di chi possiede la liquidità. Uno di questi, estremamente istruttivo, è il caso della Repubblica di Genova nel XV secolo che perse la sua sovranità per concederla ai grandi banchieri.

«La storia di Genova nel secolo XIV ci appare così come un susseguirsi incessante di rivolte, di lotte di parte e di interventi stranieri.

Essendo nel 1339 la fazione popolare riuscita a prevalere e a imporre l’elezione di un doge nella persona di Simone Boccanera, la grande nobiltà oligarchica non esitò a porre la città sotto la protezione dell’arcivescovo Giovanni Visconte, signore di Milano.

Dopo la morte di quest’ultimo, Genova, dopo nuove e tormentate vicende interne, si dette nel 1396 alla Francia, sotto la quale rimase fino al 1409, per poi tra il 1421 e il 1436 ritornare ancora sotto la signoria viscontea e, tra il 1459 e il 1461, nuovamente sotto quella francese. Questa irrequietezza politica non è d’altronde che il paravento di una sostanziale immobilità sociale: malgrado i tentativi di rinnovamento operati dal basso, la vita politica genovese continuò sempre ad essere il monopolio di una ristretta oligarchia di grandi famiglie.

Gli stessi caratteri presenta anche la vita economica. Le finanze dei privati erano infatti assai più floride di quelle della repubblica e quest’ultima, impegnata com’era nella sua grande politica marittima, era costretta, dopo aver spremuto sino all’osso mediante gabelle, dazi e ogni genere di imposte dirette e indirette i redditi dei ceti meno abbienti, a contrarre forti debiti e obbligazioni ricorrendo a “compere” e prestiti con i privati e specialmente con i cittadini più facoltosi. Il sistema era lo stesso in uso nelle altre città italiane e a Venezia in particolare. Esso funzionò bene finché i profitti realizzati con il commercio e, più in generale, le buone fortune della città misero l’erario pubblico in grado di corrispondere puntualmente agli interessi verso i propri creditori.

Quando però le cose incominciarono a mettersi al peggio e si profilò addirittura il rischio che, oltre gli interessi potesse andar perduta anche parte del capitale, allora sarebbe stato necessario da parte dei cittadini che avevano investito i loro averi in titoli di Stato un grande spirito di dedizione alla cosa pubblica per continuare a concedere allo Stato la propria fiducia. Era questo il caso di Venezia, ma non quello di Genova.

Quando, dopo la guerra “di Chioggia”, la quale, a Genova come a Venezia, aveva ingoiato somme enormi, si cominciò a profilare sulle finanze cittadine l’ombra del dissesto (nel 1408 il debito dello Stato era salito alla cifra enorme di 2.938.000 lire genovesi), i creditori pretesero il massimo delle garanzie. Essi si riunirono in un consorzio —il Banco di San Giorgio— e ottennero che adesso fosse devoluta l’amministrazione del debito pubblico. Ma come i nuovi amministratori avrebbero potuto garantire un più regolare pagamento degli interessi? La soluzione venne trovata inasprendo ulteriormente il carico fiscale e affidando al Banco la gestione di alcuni dei proventi fiscali dello Stato. In tal modo, facendosi essi stessi amministratori delle entrate dei loro debitori e assumendo il ruolo di, per così dire, curatori fallimentari, i creditori consorziati nel banco avevano in mano una solida garanzia. Quando però il prestigio e il commercio genovese in Oriente iniziarono la parabola declinante, allora questa garanzia non era più sufficiente. Ciò accadde appunto nel corso della prima metà del secolo XV: la caduta di Costantinopoli nel 1453, che tagliò fuori Genova dalle sue fiorenti colonie del Mar Nero, non fu che l’ultimo e definitivo colpo vibrato a un prestigio politico già seriamente compromesso.

In tali condizioni gli amministratori del Banco pretesero di più e cioè di amministrare direttamente alcuni territori della repubblica —colonie in Oriente, castelli e terre sulla riviera, la Corsica— con ampia facoltà di sfruttarli a loro piacimento, sino anche a venderli. Fu questo il caso di Livorno che nel 1421 fu ceduta ai fiorentini per moneta sonante.

“San Giorgio —scriveva il Machiavelli— si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre e città sottoposte allo imperio genovese, le quali governa e difende e… vi manda i suoi rettori senza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato l’amore del Comune…e postolo a San Giorgio”. Difficilmente si può immaginare una illustrazione più efficace di che cosa si debba intendere quando si parla – come si è già parlato – del consolidamento delle posizioni corporative e privilegiate del patriziato urbano: a Genova noi vediamo una città, una “repubblica”, alienare ai suoi cittadini più ricchi le sue finanze e la sua stessa sovranità territoriale; vediamo uno Stato trasformarsi praticamente in un’azienda della quale sono azionisti le sue grandi famiglie.

Queste ultime furono infatti le principali beneficiarie dell’operazione. A mano a mano che in seguito al declino del commercio genovese in oriente le difficoltà economiche vennero aumentando, i piccoli risparmiatori che avevano investito il loro denaro nei “luoghi” di San Giorgio furono costretti a liberarsene e questi finirono per concentrarsi nelle mani di una ristretta e potente oligarchia di creditori. Da questa usciranno le grandi dinastie dei banchieri genovesi finanziatori di Carlo V e di Filippo II».

In: Giuliano Procacci, Storia degli italiani, I volume, ed. La Terza, 1968, pag. 80-82




CHI DIMENTICA È PERDUTO di Thomas Fazi

Draghi ha assunto la carica di nuovo Presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una “brillante” carriera come Vicepresidente e managing Director di Goldman Sachs (2002-2005), Governatore della Banca d’Italia (2005–2011) e Direttore generale del Tesoro italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi, negli anni ’90, si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni selvagge di buona parte dell’apparato industriale pubblico italiano, pur essendo perfettamente consapevole, come dichiarò nel suo intervento sullo yacht Britannia nel 1992, che questo avrebbe “indeboli[to] la capacità del Governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”. Tuttavia – come disse sempre Draghi – quel processo era da considerarsi “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”.

Fu sempre Draghi, sempre nella veste di DG del Tesoro, a far sottoscrivere allo Stato italiano una serie di derivati (finalizzati a mascherare la reale entità del debito pubblico italiano) – i cui dettagli non sono noti perché coperti dal segreto di Stato – che negli anni sono costati al nostro paese svariati miliardi. Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato alla negli anni ’00 mentre stava alla Goldman Sachs.

Ora, volete che, dopo essersi prodigato in maniera così infaticabile per vent’anni a favore degli interessi del grande capitale internazionale, Draghi non fosse ripagato come minimo con un bel ruolo da banchiere centrale? E infatti così è stato. Con l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo per tutti noi. Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE, e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore, Trichet, inviarono al governo italiano quella famosa “letterina”, che poi sarebbe entrata nella storia, in cui intimavano al governo italiano “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, “privatizzazioni su larga scala”, “la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari”, “la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale”, “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e persino “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per “ripristinare la fiducia degli investitori”.

Evidentemente, però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del Governo italiano, e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa – “decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE” per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, spianando così la strada all’ascesa del Governo “tecnico” di Monti. È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente “indipendente” e “apolitica” che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un Governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto ha fatto Draghi nel 2011 nei confronti dell’Italia.

Non contento, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia, Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact“): “una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: “Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato”.

Fu sempre Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il Movimento 5 Stelle emerse come il primo partito del Paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: “Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico”. E infatti così è stato. Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole”.

È precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari “per preservare l’euro”. L’implicazione era che, se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa. L’annuncio di Draghi fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla “fiducia dei mercati”, come Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

Tuttavia, se da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, come abbiamo scoperto in questi giorni, comporta l’adesione da parte del Paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES). In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, che gli sono valse così tanti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di matrice neoliberista.

Questo è diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche, per costringere il Governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un fatto pressoché senza precedenti nella storia. Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di  Draghi se oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non è la banca centrale ad essere dipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale . Più in generale, alla luce del suo “curriculum”, ci sarebbe solo che da tremare alla prospettiva di un eventuale Governo tecnico guidato da Draghi. Il fatto che oggi non ci sia praticamente un solo politico in Italia – da Salvini in giù – che non invochi questa soluzione dà veramente il senso della caratura della nostra classe politica.

* Fonte: L’Intelletuale dissidente




NO AL “PROGRAMMA DRAGHI” di Moreno Pasquinelli

La cosiddetta “pandemia” COVID-19 ha gettato nel marasma la già malmessa economia mondiale. A ben vedere è proprio l’Occidente a subirne le più gravi conseguenze e, in questo perimetro, è anzitutto l’Unione europea ad essere letteralmente terremotata.
E’ in questo contesto che dobbiamo leggere la nuova e pesante scesa in campo di Draghi, col suo intervento sul Financial Times.
Con la sua sortita, l’ex-governatore della Bce non solo certifica la sua auto-candidatura a guidare il nostro Paese — dato il precipitare degli eventi più come primo ministro che come presidente della Repubblica. Egli indica la terapia per guarire il malato, la via per tirar fuori l’Unione europea dalla sua crisi mortale.

Di che terapia si tratta? Quale via suggerisce?

Come c’era da aspettarsi l’uscita del nostro ha immediatamente ricevuto il plauso dell’establishment italiano, non solo dei potentati economici, ma della gran parte degli esponenti politici, a sinistra e a destra. Pressoché tutti lo invocano come salvatore della Patria, affinché, passata la buriana, prenda il posto di Conte. Tecnicamente, questo passaggio di consegne ci riporterebbe all’autunno 2011, quando venne defenestrato Berlusconi. Anche questa volta lorsignori non pensano affatto di passare per le urne. La differenza (e che differenza!) è che il passaggio sarebbe pilotato e blindato con accordo bipartisan preventivo centro-destra-centro-sinistra.

Che chi sta sopra, in alto, cioè le classi dominanti e i loro fantocci politici siano pronti a consegnare pieni poteri a Draghi non deve stupire. Essi sanno chi è costui, si fidano ciecamente, e dal loro punto di vista di classe non si sbagliano.

Ciò che semmai sorprende, che suscita massima inquietudine, è che vi siano alcuni “insospettabili”  — evitiamo per carità di patria di fare i nomi — che stanno avvelenando i pozzi. Codesti, dopo avere conquistato la stima di molti per aver gridato contro il regime e le politiche neoliberiste, dopo avere detto e scritto che occorre una radicale inversione di rotta, ci stanno dicendo che non bisogna opporsi pregiudizialmente all’operazione Draghi, che anzi occorre aprirgli una linea di credito. Questi cretini (concediamo loro la buona fede) per sostenere il loro spostamento di campo, adombrano ad una resipiscenza keynesiana di Draghi: “egli fu allievo di Federico Caffè”.

Resipiscenza keynesiana?

Basta leggere con la dovuta attenzione cosa precisamente abbia indicato Draghi sul Financial Times per smentire questa idea come una gigantesca bufala. Il fatto che Draghi ammetta che sarà necessario fare debito pubblico non significa che egli si è convertito. Il debito è solo uno strumento, dipende da come lo si usa e dagli scopi di chi lo usa. Un coltello serve al cuoco per cucinare un buon piatto, in mano ad un omicida serve per uccidere.

Quando il mercato ed il settore privato entrano in coma, anche i liberisti più sfrenati chiedono aiuto allo Stato, ma affinché torni il vecchio Ambaradan.

Come scrive Emiliano Brancaccio

«L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose».

Thomas Fazi, dopo aver rinfrescato la memoria agli smemorati che sono caduti con tutti e due i piedi nella trappola — ricordando per filo e per segno le numerose e gravissime mosse  che Draghi ha collezionato nella sua carriera —,  scrive:

«Veniamo ora alla lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace deludervi, ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro. Più banalmente, Draghi sta invocando quella che è la strategia da manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009. Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente com’ è accaduto del decennio post-2007. Il senso dell’intervento di Draghi sta tutto qui».

Non c’è dubbio che chi abbia sale in zucca, chi abbia davvero a cuore gli interessi ed i diritti delle masse popolari, ovvero della maggioranza dei cittadini, deve opporsi all’operazione Draghi.

Non basta, evidentemente dire no a Draghi ed al suo programma liberista. Occorre opporre un programma opposto, che descriva un’alternativa di società.

Se non ora, quando?




REDDE RATIONEM di Leonardo Mazzei

L’emergenza economica è sempre più grave e l’Italia si trova in un vicolo cieco. Ha bisogno di spendere, ma non controlla né la moneta (in mano alla Bce) né il debito (in mano ai mercati finanziari). Come uscirne?

Secondo molti, quella di oggi potrebbe essere una giornata storica per l’UE. La riunione dell’Eurogruppo potrebbe infatti rivelarsi decisiva, anche se sarà poi la sede più politica del Consiglio Europeo di giovedì a dire prevedibilmente l’ultima parola.

Quale sia la posta in gioco è presto detto, e meglio lo si capisce ragionando dal punto di vista italiano. Non controllando di fatto né moneta né debito, l’unica vera àncora di salvezza, alla quale si aggrappano infatti le residue speranze del governicchio Conte, si chiama Eurobond. Che poi il presidente del consiglio preferisca il nome di Coronabond, aggiunge solo un pizzico di cattivo gusto alle solite performance dell’avvocato pugliese. Ma gli Eurobond significherebbero condivisione del debito tra i vari stati dell’Unione. Per i rigoristi del nord (Germania in testa) da sempre il peggiore dei peccati mortali.

Abbiamo già scritto come dietro alle parole della Von der Leyen – “siamo tutti italiani” – niente di concreto vi fosse. Così come lo stesso intervento della Lagarde sul Quantitative easing trae la sua origine dalla necessità di salvare le banche francesi e tedesche, non da quella di aiutare l’Italia o la Spagna. Lo ha detto, papale papale, il guru degli economisti tedeschi Hans Werner Sinn, intervistato dalla radio Dlf.

Eppure la sospensione del Patto di stabilità, decretato dalla Commissione europea, aveva già acceso le speranze di tanti nostrani altreuropeisti, quelli che proprio non amano fare i conti con la realtà. Ma, domanda, a che serve poter fare più deficit per un anno, se poi appena finita l’emergenza devo rimettermi subito in riga in base alle solite regole dell’euro? Non servirebbe proprio a nulla, se non a pagare conseguenze più pesanti degli stessi benefici. Questo lo sanno tutti, ma siccome la speranza è l’ultima a morire, ecco che molti continuano ad illudersi in un cambio radicale delle regole europee.

Che di una mera illusione si tratti, lo ha già detto la videoconferenza dell’Ecofin di ieri, dove i ministri del blocco tedesco hanno detto chiaramente che i soldi del Mes (peraltro del tutto insufficienti) potrebbero arrivare solo accettando un memorandum alla greca, quindi la troika. Insomma, da lì non si passa.

I tre possibili scenari

Ad ogni modo, ragionando in astratto al di là delle nostre opinioni, tre sono gli scenari possibili.

Nel primo, contrariamente a tutte le indicazione dell’oggi, l’UE finisce per accettare gli Eurobond (od uno strumento similare), emettendone una quantità efficace in rapporto alla profondità della crisi (tremila miliardi?). In questo caso, ma solo in questo caso, almeno per il momento l’Unione si salverebbe.

Se invece quella via si dimostrerà del tutto impraticabile, starà agli stati maggiormente in difficoltà (Italia in primo luogo) decidere il da farsi. Di fronte due sole possibilità. La prima (secondo scenario) prevede l’accettazione di una Via Crucis alla greca, probabilmente anche peggio. La seconda, quella che auspichiamo, corrisponde invece al terzo scenario possibile, quello dell’Italexit.

Dice, ma davvero la classe dirigente italiana potrebbe incamminarsi su quella strada? Chi scrive pensa naturalmente tutto il peggio possibile dell’intero establishment, dunque non solo dell’odierno pittoresco governo. Ma la storia si muove anche in base ai fattori oggettivi, che talvolta sovrastano alla grande quelli soggettivi.

Secondo voi l’attuale esecutivo finirà per accettare le condizionalità del Mes pur di avere quattro soldi? Forse mi sbaglierò, ma non lo credo. E non lo credo non perché questa banda di inetti euroinomani stia rinsavendo, ma perché non lo reggerebbero nel Paese, tanto più mentre si lavora ad un governo di unità nazionale con la destra dentro.

Ma se questa via è preclusa, ed i soldi servono, altro non resta che l’Italexit. L’uscita dunque, non le vie di mezzo di chi vorrebbe salvare la capra della moneta unica insieme ai cavoli dell’economia italiana. Questo capracavolismo non ha senso. Hanno senso invece tutte le misure preparatorie della rottura, dall’emissione di una moneta parallela controllata dallo Stato, a quella di Btp esclusivamente destinati alle famiglie italiane. Misure urgenti quanto non risolutive, utili solo – insieme ad uno stringente blocco all’esportazione dei capitali – alla piena riconquista della sovranità monetaria.

Alberto Bagnai ha scritto tante volte in passato che (andiamo a memoria) la cosa giusta – l’uscita dall’euro – verrà probabilmente gestita dalle persone sbagliate. Chissà che non avesse ragione…

Nessuno, certamente non il sottoscritto, può dire come andranno realmente le cose. Ma se il terzo scenario dovesse prendere forza prepariamoci intanto ad un cambio di governo. La politica si è messa a correre. Non facciamoci trovare impreparati!