1

MES: IL SUPERSTATO DI POLIZIA ECONOMICA di Alessandro Somma

Un Superstato di polizia economica

Nel corso degli anni l’Europa unita è divenuta un catalizzatore di riforme che elevano il principio di concorrenza a paradigma dello stare insieme come società, e impediscono a principi alternativi di persistere o eventualmente di riemergere. I Paesi membri sono chiamati a tradurre le leggi del mercato in leggi dello Stato, riducendo così l’inclusione sociale a inclusione in un ordine incentrato sul libero incontro di domanda e offerta.
Il tutto presidiato da uno “Stato forte e indipendente” cui attribuire compiti di “severa polizia del mercato”: come sintetizzato anni or sono da un padre del neoliberalismo [1].
Spicca tra questi compiti il contrasto delle concentrazioni di potere economico, ovvero l’isolamento dell’individuo di fronte al mercato, al fine di condannarlo a tenere i soli comportamenti che costituiscono reazioni automatiche agli stimoli della libera concorrenza. E lo stesso deve valere per gli Stati, che si devono rendere incapaci di operare in senso difforme rispetto a quanto corrisponde alle aspettative dei mercati. Anche per questo i Trattati europei codificano il “principio del non salvataggio finanziario”, per cui “l’Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro” (art. 125 Trattato sul funzionamento Ue).

Il divieto di bail out non costituisce un presidio contro l’indebitamento pubblico, o almeno questa non costituisce la sua principale ragion d’essere. Prevale infatti una diversa finalità: costringere gli Stati a reperire risorse presso i mercati, a cui si conferisce così la funzione di disciplinare i comportamenti degli Stati.
Se vorranno evitare interessi elevati, dovranno infatti comportarsi secondo i loro dettami, primi fra tutti quelli che attengono al controllo della spesa. Gli Stati dovranno cioè astenersi dall’assecondare le richieste di redistribuire ricchezza con modalità alternative a quelle suggerite dal mercato, ovvero dovranno neutralizzare il conflitto sociale e in tal senso spoliticizzare il mercato. Il che è un effetto dichiaratamente voluto: come rivendicato dalla Corte di giustizia Dell’Unione europea, il contrarre debiti essendo “soggetti alla logica del mercato” induce a “mantenere una disciplina di bilancio”[2].
Di qui l’idea di una “logica della disciplina” contrapposta alla logica della democrazia, esemplificata dall’indipendenza delle Banche centrali dagli esecutivi[3], come fondamento del principio del non salvataggio finanziario. Di qui lo sviluppo dell’Europa unita come Superstato di polizia economica, vero e proprio dispositivo chiamato a presidiare il radicamento dell’ortodossia neoliberale: finalità perseguita anche dal Meccanismo europeo di stabilità (Mes), confermato in occasione dei recenti propositi di riforma.

Il mercato delle riforme

La logica della disciplina trova fondamento nei Trattati, ma anche e soprattutto in alcune pratiche costitutive della costruzione europea, prima fra tutte quella che possiamo definire in termini di “mercato delle riforme”[4]. A ben vedere questa pratica si delinea in tempi precedenti l’avvio del processo di unificazione europea, che non a caso trova il suo fondamento nelle misure adottate per attuare il Piano Marshall: un programma realizzato per favorire la ricostruzione dei Paesi devastati dal conflitto mondiale, ma anche e soprattutto un catalizzatore di riforme incentrate sul tema delle libertà economiche attraverso cui ancorare saldamente i partecipanti all’occidente capitalista. Per questa specifica finalità spicca il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione economica europea, che avrebbe semplicemente dovuto monitorare l’andamento del Piano, ma che divenne invece un vero e proprio strumento di coordinamento delle politiche economiche dei Paesi europei coinvolti. I quali venivano tra l’altro indotti a risanare le loro economie perseguendo il pareggio di bilancio e dunque contraendo la spesa pubblica, e nel contempo creando un ambiente favorevole agli investitori, a beneficio dei quali occorreva per un verso comprimere i salari e ridurre la pressione fiscale, e per un altro adottare una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni. Il tutto presidiato da un efficace sistema sanzionatorio, comprendente la sospensione degli aiuti nel caso non si fossero seguite le indicazioni dell’amministrazione statunitense[5]. Lo stesso schema è stato impiegato per i principali allargamenti dell’Europa unita, ovvero quello verso sud che ha fatto seguito al crollo dei fascismi, e quello verso est succeduto all’implosione del blocco socialista. Entrambi sono stati sostenuti dalla retorica per cui la costruzione europea era stata concepita come baluardo contro i totalitarismi, e tuttavia la preoccupazione principale concerneva l’edificazione di un ordine economico in linea con l’ortodossia neoliberale.
Quanto all’allargamento verso sud, sono emblematiche le vicende che hanno interessato il Portogallo, liberatosi dalla dittatura fascista attraverso una rivoluzione pacifica ma ispirata da idealità anticapitaliste: come esemplificato nella disposizione di apertura della Costituzione in cui si precisava che la Repubblica è “fondata sulla dignità della persona umana e sulla volontà popolare, e impegnata nella sua trasformazione in una società senza classi” (art. 1). A preparare il Portogallo per l’adesione ci pensò il Fondo monetario internazionale, che per l’occasione ricevette dalle autorità europee una sorta di incarico neppure tanto tacito a farsi carico della questione. Di qui la concessione di due prestiti: il primo nel 1976, in concomitanza con la richiesta di adesione alla costruzione europea, e il secondo tra il 1983 e il 1985, ovvero nel triennio immediatamente precedente l’ingresso nell’allora Comunità economica europea. Soprattutto in questa seconda occasione le condizioni per l’assistenza finanziaria sono state particolarmente efficaci perché imposero un contenimento della spesa pubblica nei settori della previdenza e dell’assistenza sociale, della sanità e dell’educazione, oltre a riforme in materia lavoristica finalizzate per un verso a ostacolare gli aumenti salariali, e per un altro a produrre una marcata “flessibilità nell’utilizzo della manodopera”[6]. Tanto che la vicenda è stata considerata il banco di prova per mettere a punto quanto si è poi definito in termini di Washington consensus[7].
Da questo punto di vista furono se possibile più esplicite le condizioni imposte ai Paesi candidati a realizzare l’allargamento dell’Europa unita verso l’est, che si volle sostenere attraverso prestiti erogati dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. L’accordo costitutivo di quest’ultimo ente contiene nel merito indicazioni precise: la Banca deve promuovere l’economia di mercato, quindi “l’iniziativa privata”, lo “spirito imprenditoriale” e le “riforme strutturali” necessarie “allo smantellamento dei monopoli, al decentramento e alla privatizzazione”. Il Preambolo dell’accordo contiene anche riferimenti alla democrazia e ai diritti umani, che tuttavia devono essere letti alla luce di una precisazione da cui si ricava la funzione attribuita al ripristino delle libertà politiche, ovvero il loro essere connesse alla promozione delle libertà economiche così come concepite dal credo neoliberale: “il nesso tra aspetti politici ed economici” implica “un’attenzione primaria per i diritti civili”, sicché i diritti sociali semplicemente “possono essere presi in considerazione”, non però “nella valutazione dei progressi” fatti dal Paese assistito[8].
Il mercato delle riforme caratterizza anche uno strumento inizialmente estraneo a questa pratica, come i fondi strutturali e di investimento europei. Al varo dell’Unione economica e monetaria introdotta con l’attuazione della libera circolazione dei capitali, si pensò di utilizzarli per risarcire le aree non beneficiate dall’affluenza di capitali e dunque per contrastare in funzione perequativa un “esacerbarsi delle disparità esistenti”[9]. Nel tempo fu peraltro chiarito che i fondi non sarebbero stati strumenti di redistribuzione della ricchezza dalla aree ricche alle aree povere. È ora esplicita l’indicazione per cui devono essere erogati tenendo conto della necessità di “stabilire un legame più stretto tra politica di coesione e governance economica dell’Unione onde garantire che l’efficacia della spesa nell’ambito dei fondi strutturali e di investimento europei si fondi su politiche economiche sane”. Il tutto collegato a un sistema sanzionatorio: “se uno Stato membro non dovesse adottare provvedimenti efficaci nel quadro del processo di governance economica, la Commissione dovrebbe presentare una proposta al Consiglio intesa a sospendere, in parte o in tutto, gli impegni o i pagamenti destinati ai programmi in detto Stato membro”[10].

Il Meccanismo europeo di stabilità

Il divieto di bail out non rappresenta un impedimento assoluto all’assistenza finanziaria degli Stati europei. Se infatti il loro dissesto si traduce in un rischio per la costruzione nel suo complesso, allora il sostegno economico trova una giustificazione. Questa è però condizionata, nel solco dello schema appena descritto e riassunto nella formula del mercato delle riforme.
Per gli Stati membri con deroga, ovvero che non sono tenuti ad adottare la moneta unica o che non soddisfano ancora le condizioni per aderirvi, l’assistenza finanziaria è stata disciplinata con il Trattato di Maastricht a partire da una disposizione contenuta nel Trattato di Roma del 1957 (art. 108). Lì si stabilisce che “in caso di difficoltà o di grave minaccia di difficoltà nella bilancia dei pagamenti” pregiudizievole per “il funzionamento del mercato interno o l’attuazione della politica commerciale comune”, la Commissione può raccomandare il “concorso reciproco” (art. 143 Trattato sul funzionamento Ue). Un regolamento ha poi stabilito che il concorso consiste in un “meccanismo di sostegno finanziario a medio termine” da subordinare all’adozione “di misure di politica economica”. Lo Stato assistito deve cioè concordare un “programma di riassetto o di accompagnamento” o altre “condizioni di politica economica”, con la precisazione che il “versamento o prelievo sarà effettuato in linea di principio in quote successive”, e che “la liberazione di ogni quota è subordinata alla verifica dei risultati ottenuti nell’attuazione del programma rispetto agli obiettivi prefissi”[11].
A Maastricht nulla è stato invece previsto per gli Stati partecipanti all’Eurozona, per i quali mancava dunque una base legale certa a fondamento dell’assistenza finanziaria. Anche per questo il Fondo monetario internazionale è stato coinvolto nella definizione delle condizionalità cui si sono vincolati i prestiti accordati dalle prime istituzioni create per fronteggiare l’ultima crisi economica e finanziaria: il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria e il Fondo europeo di stabilità finanziaria. La lacuna è stata colmata successivamente con una decisione del Consiglio europeo che ha promosso una modifica dei Trattati[12]. Lì si è prevista l’istituzione di “un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della Zona Euro nel suo insieme”, e precisato che la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo “sarà soggetta a una rigorosa condizionalità” (art. 136 Trattato sul funzionamento Ue).
Il Meccanismo europeo di stabilità è stato istituito con un accordo intergovernativo, ed è pertanto rimasto formalmente fuori dal diritto europeo (Trattato del 2 febbraio 2010). Il suo organo principale è il Consiglio dei governatori, composto dai Ministri delle finanze dei Paesi membri, tra i quali viene eletto il Presidente: di norma il Presidente dell’Eurogruppo (art. 5), l’organismo che riunisce i Ministri delle finanze dell’Eurozona. Vi sono poi un Consiglio di amministrazione, incaricato di eseguire le decisioni adottate dal Consiglio dei governatori (art. 6), e un Direttore generale, che presiede le riunioni del Consiglio di amministrazione e opera come rappresentante legale del Mes (art. 7). Non è irrilevante notare che l’attuale Direttore è il tedesco Klaus Regling, un finanziere ed economista tedesco di solida fede neoliberale che ricopre la carica fin dall’istituzione del Meccanismo[13].
Il Mes fornisce “sostegno alla stabilità sulla base di condizioni rigorose” su richiesta rivolta al Presidente del Consiglio dei governatori, il quale affida alla Commissione europea e alla Banca centrale europea il compito di valutare il “rischio per la stabilità finanziaria della Zona Euro” riconducibile al dissesto dello Stato richiedente, così come “la sostenibilità del debito pubblico” di quest’ultimo. Sulla base di questa valutazione il Consiglio dei governatori decide di concedere il sostegno, affidando nel contempo alla Commissione europea il compito di negoziare con lo Stato assistito “un protocollo d’intesa” (memorandum of understanding) in cui precisare “le condizioni contenute nel dispositivo di assistenza finanziaria”. Il tutto con il coinvolgimento della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, che continua a giocare un ruolo di primo piano nonostante vi sia oramai una base giuridica per l’assistenza finanziaria, con ciò consentendo di istituzionalizzare la mitica Troika: l’entità incaricata tra l’altro di “monitorare il rispetto delle condizioni cui è subordinato il dispositivo di assistenza finanziaria” (art. 13).
Il Mes non riveste alcun ruolo nella negoziazione, così come nella sorveglianza circa il rispetto delle condizionalità collegate all’assistenza finanziaria. Un regolamento concernente la sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri in difficoltà finanziaria si limita a dire che il Meccanismo dovrebbe “avere l’opportunità di discutere dell’esito di negoziati”[14], ma nulla di più: una soluzione che la riforma del Mes mira a mutare in modo sostanziale assieme al ruolo di questo in tutte le fasi successive alla richiesta di assistenza da parte dello Stato in difficoltà.
Sei sono le forme di assistenza finanziaria condizionata che possono essere accordate dal Mes, e tra queste solo una ha carattere preventivo: la “assistenza finanziaria precauzionale”, possibile sotto forma di “linea di credito condizionale precauzionale” o di “linea di credito soggetta a condizioni rafforzate” (art. 14). La prima linea è riservata ai Paesi con “una situazione economica e finanziaria fondamentalmente sana”, in particolare dal punto di vista di quanto stabilito nel Patto di stabilità e crescita: un insieme di atti concernenti il rispetto dei cosiddetti parametri di Maastricht e dunque dei limiti al debito e deficit pubblico. La seconda linea è riservata ai Paesi che non rispettano simili criteri sebbene la loro “situazione economica generale rimane sana”[15]. La disciplina di entrambe le forme di assistenza, finora mai utilizzate, è oggetto di revisione nell’ambito della proposta di riforma del Mes.
Tutte le altre cinque forme di assistenza condizionata intervengono dopo il dissesto cui intendono far fronte. La prima forma sono i “prestiti per la ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie”, pensati per i casi in cui non si reputa di dover intervenire sulle politiche di bilancio (art. 15), già utilizzati in Spagna tra il 2012 e il 2013 nell’ambito di un finanziamento di circa quaranta miliardi di Euro[16]. Sono già stati impiegati anche i “prestiti” per il supporto alla stabilità, concepiti per i Paesi con difficoltà a reperire risorse sul mercato e dunque condizionati a un ampio “programma di aggiustamento macroeconomico” (art. 16): come quelli che hanno interessato Cipro tra il 2013 e il 2016 e la Grecia tra il 2015 e il 2018, con un esborso, rispettivamente, di circa sei e sessanta miliardi di Euro[17].
Le rimanenti forme di assistenza condizionata non sono invece mai state utilizzate. È il caso del “meccanismo di sostegno al mercato primario” (art. 17) e del “meccanismo di sostegno al mercato secondario” (art. 18), concernenti l’acquisto di titoli che nel primo caso è impedito alla Banca centrale europea: solo il Mes può operare come un vero e proprio acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico. È infine il caso del “meccanismo di ricapitalizzazione diretta” destinato all’assistenza alle istituzioni finanziarie: uno strumento introdotto nel 2014[18], che la riforma del Mes intende riformare.

Il non paper di Schäuble

In occasione dell’ultima riunione dell’Eurogruppo a cui ha partecipato, prima di assumere il ruolo di Presidente del Bundestag, il Ministro delle finanze tedesco ha distribuito un documento informale in cui disegna il futuro dell’Unione economica e monetaria europea[19]. Complessivamente si tratta di un inno alla sua spoliticizzazione, ovvero di un stimolo a strutturarla in forma di dispositivo impermeabile a scelte diverse da quelle dettate dall’azione di automatismi. Il tutto anche per impedire la nascita di qualsiasi embrione di solidarietà tra Paesi europei, ovvero per escludere forme di assistenza finanziaria non subordinate all’adozione di riforme strutturali di matrice neoliberale.
Schäuble eleva il Mes a punto di riferimento per attuare simili propositi, dal momento che la sua azione si è ispirata allo schema del mercato delle riforme: ha dato prova di saper “procurare solidarietà come contropartita di finanze pubbliche sane”. Di qui la proposta di trasformarlo in un “Fondo monetario europeo”, così chiamato per sottolinearne il carattere tecnocratico, la sua ispirazione di ente la cui azione viene messa al riparo dalla politica. Al Mes riformato si dovrebbero affidare nuove competenze, in particolare svolgere compiti di sorveglianza fiscale per prevenire le crisi economiche e finanziarie, a ben vedere confliggenti con quelli attribuiti alla Commissione europea in particolare nell’ambito del semestre europeo: il ciclo di coordinamento delle politiche di bilancio nazionali destinate a confluire nella legge di stabilità. Il tutto avendo come modello quanto previsto con riferimento alle politiche nazionali di cambio dallo Statuto del Fondo monetario internazionale, chiamato a una loro “ferma sorveglianza” e ad adottare nel merito “principi specifici per guidare gli Stati membri”: compito assolto attraverso la previsione per cui “ogni Stato membro fornisce al Fondo le informazioni necessarie a questa sorveglianza e, su richiesta del Fondo, conduce consultazioni con il Fondo stesso riguardo a queste politiche” (art. iv). Con la precisazione che la sorveglianza del Mes dovrebbe avere come punto di riferimento quanto previsto nel Patto di stabilità e crescita e nel Fiscal compact, e con ciò il rispetto rigoroso dei parametri di Maastricht in particolare quanto ai limiti al deficit e al debito pubblico.
La riforma del Mes dovrebbe poi accompagnarsi alla definizione di “un prevedibile meccanismo di ristrutturazione del debito” nel quale sia previsto e disciplinato anche il ruolo dei creditori privati. Nel merito Schäuble intende evitare il rischio che una minoranza di loro possa impedire un taglio del debito facendo leva sulla disciplina delle clausole di azione collettive (collective action clauses), che il Trattato istitutivo del Mes aveva imposto di includere in tutti i titoli del debito pubblico emessi dal 1. gennaio 2013 (art. 12). Queste clausole consentono di modificare le condizioni di pagamento di un titolo con il consenso dei creditori, prevedendo nel merito una doppia maggioranza: del totale dei creditori e di singole categorie di creditori, di norma corrispondenti ai detentori delle diverse serie di titoli (double limb aggregation). Ciò pone ostacoli alla ristrutturazione del debito, che può essere impedita da una cosiddetta minoranza di blocco: esito che si intende impedire consentendo ai creditori di esprimersi con la maggioranza singola, ovvero unicamente quella del totale dei creditori (single limb aggregation).
L’ex Ministro delle finanze tedesco propone poi di utilizzare il Mes nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico (Single resolution mechanism), il sistema europeo di risoluzione ordinata delle banche concepito come secondo pilastro dell’Unione bancaria europea[20]. In particolare il Mes dovrebbe assolvere al ruolo di backstop, ovvero divenire la fonte ultima di finanziamento del Fondo di risoluzione unico (Single resolution fund). Il tutto in sostituzione del “meccanismo di ricapitalizzazione diretta”, e in alternativa alla proposta avanzata dall’allora Presidente della Commissione europea di utilizzare a questi fini il bilancio dell’Unione, suscettibile di chiamare in causa criteri politici nel governo delle insolvenze bancarie o comunque di impedire l’operare di automatismi.
Va da sé che la riforma del Mes nel senso auspicato da Schäuble dovrebbe avvenire ricorrendo a un accordo intergovernativo, ovvero evitando di ricondurre la materia al diritto europeo. Si dice nel merito che mancherebbe il necessario consenso politico alla modifica dei Trattati, e di certo questo rappresenta un problema difficilmente sormontabile. L’opzione intergovernativa è però anche e soprattutto l’espediente utile a evitare l’applicazione dei principi che pure sono contenuti nei Trattati e che attengono al rispetto da parte delle istituzioni europee del meccanismo democratico così come dei diritti fondamentali. Intendiamoci, si tratta in massima parte di principi aggirabili e di norma aggirati, e tuttavia è significativo che si voglia anche in questo modo assecondare la spoliticizzazione dell’Unione economica e monetaria e la sua implementazione attraverso criteri tecnocratici.

Il Fondo monetario europeo

Il non paper di Schäuble vede la luce mentre la Commissione europea è impegnata a formulare proposte per lo sviluppo dell’Unione economia e monetaria e in particolare a incrementare il ruolo della politica nella sua implementazione: tanto da invocare nel merito “una maggiore responsabilità politica e una trasparenza maggiore su chi decide che cosa ai vari livelli”, ovvero un maggiore “responsabilità democratica”[21]. Queste e altre formule utilizzate non sono certo nuove nel linguaggio delle istituzioni europee, che le fanno poi seguire a riforme decisamente poco incisive dal punto di vista dei propositi enunciati. È tuttavia significativo che tra le proposte per lo sviluppo dell’Unione economica e monetaria vi siano la richiesta di creare la figura del “Ministro europeo dell’economia e delle finanze”[22], che prelude a ulteriori cessioni di sovranità nazionale in materia economica ma anche alla rivendicazione del carattere politico della materia, così come di istituire un Fondo monetario europeo da ricondurre al dritto europeo (Fme)[23]. Anche in quest’ultimo caso si consolidano le cessioni di sovranità in materia economica e di bilancio consentite dal Trattato sul Mes, e tuttavia si creano le condizioni per un “ancoraggio istituzionale” almeno formalmente idoneo a produrre effetti positivi “in termini di trasparenza” nella misura in cui si incentiva “la cooperazione con la Commissione e la responsabilità nei confronti del Parlamento europeo”[24].
Nella relazione che accompagna la proposta di istituire il Fme si sottolineano i risvolti di una riconduzione dell’ente al diritto europeo, in particolare dal punto di vista del “rispetto dei diritti fondamentali” e della “responsabilità democratica”. Nella proposta di regolamento istitutivo del Fondo si riconosce come questo possa adottare decisioni “che si riferiscono alla politica economica e comportano un considerevole grado di discrezionalità” e si formula pertanto il principio per cui questo deve avvenire “con l’approvazione e sotto la responsabilità delle istituzioni dell’Unione” (considerando 34). Inoltre il Fme “risponde al Parlamento europeo e al Consiglio dell’esercizio delle sue funzioni” (art. 5) ed è in qualche modo tenuto a rapportarsi anche con i Parlamenti nazionali (art. 6).
Difficilmente il nuovo assetto potrà però bilanciare la spoliticizzazione dell’assistenza finanziaria che emerge dall’erosione di poteri finora riconosciuti alla Commissione, così come ridefiniti nella proposta di statuto del Fondo. Alla Commissione spetta sempre valutare se la situazione dello Stato richiedente comporti un rischio per l’Eurozona, considerare la sostenibilità del suo debito e monitorare il rispetto delle condizioni cui viene subordinata l’assistenza. Si attribuisce però al Fme la competenza a negoziare le “condizioni politiche cui è subordinato il dispositivo di assistenza finanziaria (art. 13), anche “per contribuire a garantire il rimborso dell’assistenza finanziaria”: ovvero per rappresentare quanto si potrebbe definire in termini di punto di vista del creditore (considerando 42). Il che rende una mera clausola di stile l’affermazione per cui “una valutazione d’impatto sociale dovrebbe ispirare la negoziazione del protocollo d’intesa e orientare il seguito dato all’attuazione e il suo monitoraggio” (considerando 26).
Ma non è tutto. La trasparenza che dovrebbe essere incentivata dalla riconduzione del Mes al diritto europeo risulta ampiamente frustrata da quanto si dice nella proposta di regolamento a tutela della “riservatezza dei lavori del Fme”, per la quale “è opportuno vincolare all’obbligo di rispetto del segreto professionale, anche dopo la cessazione delle funzioni, i membri dei suoi organi direttivi e il suo personale” (considerando 67), così come gli “osservatori invitati a partecipare alle riunioni del Consiglio dei governatori”. Da notare anche i limiti all’applicazione della normativa europea in materia di accesso pubblico ai documenti riconducibili alla volontà di tutelare la riservatezza, nel cui nome si può rifiutare un simile accesso (considerando 70)[25].
Insomma, la proposta di istituire il Fme non accoglie la richiesta di Schäuble di mantenere il carattere intergovernativo dell’ente, e tuttavia i vantaggi di una sua riconduzione al diritto europeo attengono in massima parte a mere dichiarazioni di principio: il carattere tecnico del Fondo lo rende radicalmente inadatto ad assumere compiti politici. Viene invece accolta la proposta formulata dal tedesco di affidare al Fondo il compito di fornire sostegno al Fondo di risoluzione unico, una soluzione che il Parlamento europeo teme possa condurre a trasformare il Fme “in uno strumento esclusivamente destinato alle banche”[26]. Nulla si dice a proposito di regime delle clausole di azione collettiva, ma la lacuna verrà colmata con la riforma del Mes attualmente in discussione

La riforma del Meccanismo europeo di stabilità

La riforma del Mes prende corpo sulla base di linee direttive in parte diverse da quelle cui rinvia la proposta di istituire un Fondo monetario europeo. In primo luogo perché si abbandona l’idea di ricondurlo al diritto europeo, nonostante questo resti formalmente un obiettivo cui mira la Commissione[27]. E poi perché si punta a una maggiore spoliticizzazione del percorso verso la concessione dell’assistenza finanziaria: i poteri nel merito riconosciuti alla Commissione sono ulteriormente circoscritti a favore del Mes, mentre per quest’ultimo si disegna un statuto ancora più opaco e impermeabile al controllo.
Questi aspetti sono stati affrontati dall’Eurogruppo a partire dalle indicazioni fornite dal suo Presidente in una lettera del 25 giugno 2018 indirizzata al Presidente del Vertice Euro, dove siedono i Capi di Stato e di governo dell’Eurozona. Lì si è anche auspicato il coinvolgimento del Mes nel Meccanismo di risoluzione unico, concepito come un rimpiazzo del menzionato meccanismo di ricapitalizzazione diretta. Si è poi chiesto di meglio articolare le forme di assistenza finanziaria condizionata di carattere preventivo, anche per esplicitare il loro carattere di misure concepite per soccorrere i soli Paesi rispettosi dei parametri di Maastricht[28].
Da menzionare anche la riunione del Vertice Euro del 14 dicembre 2018, nel corso della quale si è avallato quanto contenuto in un documento confezionato da Commissione e Mes relativo a un maggiore coinvolgimento di quest’ultimo in quanto organismo le cui valutazioni sono compiute “dal punto di vista del creditore”[29]. Il tutto sulla base di un documento di poco precedente, nel quale Commissione e Mes esprimono l’intenzione di “collaborare nel disegnare e negoziare le condizionalità”, così come nel “monitoraggio del rispetto delle condizionalità”[30].
Ma procediamo con ordine e consideriamo innanzi tutto lo svuotamento dei poteri attualmente assicurati alla Commissione, che ricordiamo essere attualmente incaricata di verificare se la condizione in cui versa lo Stato richiedente assistenza rappresenta un rischio per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, quindi di valutare la sostenibilità del suo debito pubblico, di negoziare le condizioni cui viene subordinata l’assistenza e infine di monitorarne il rispetto. La proposta di istituire il Fondo monetario europeo amplia le prerogative del Mes perché lo coinvolge nella negoziazione delle condizionalità. Ora si intende andare decisamente oltre: il Mes, e più precisamente il suo Direttore generale, viene coinvolto nella valutazione del rischio per l’Eurozona e della sostenibilità del debito del Paese richiedente assistenza, del quale occorre altresì ponderare “la capacità del rimborso del sostegno” (art. 13)[31]: attività per la quale il Mes farà valere un punto di vista allineato alla “prospettiva del prestatore” (considerando 5ter), ovvero il punto di vista del creditore interessato alla restituzione delle somme date a prestito piuttosto che alle sorti del debitore. Lo stesso vale per il monitoraggio circa il rispetto delle condizionalità, il tutto confermando ovviamente il coinvolgimento degli altri soggetti il cui apporto alimenta la spoliticizzazione dell’assistenza finanziaria: il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (art. 13).

Ristrutturazione del debito e ruolo del settore privato

Novità particolarmente dirompenti riguardano una tra le forme di assistenza finanziaria condizionata: quella di tipo precauzionale pensata per gli Stati “con fondamentali economici solidi che potrebbero subire gli effetti negativi di shock al di fuori del loro controllo” (art. 14). La riforma punta a stabilire una connessione più stretta tra la disciplina dell’assistenza finanziaria condizionata e il rispetto dei parametri di Maastricht così come promossa dal Fiscal compact. Quest’ultimo è stato del resto varato come accordo intergovernativo collegato al Trattato istitutivo del Mes, che non a caso sottolinea la comune vocazione a “promuovere la responsabilità e la solidarietà di bilancio all’interno dell’Unione economica e monetaria” (considerando 5).
Sono direttamente mutuati dal Fiscal compact, e in tal senso spoliticizzati e affidati all’azione di automatismi, i principali parametri attraverso cui verificare se il Paese richiedente vanta “fondamentali economici solidi”: presentare un deficit contenuto entro il 3% del pil e un rapporto tra debito pubblico e pil inferiore al 60 % “o a una riduzione del differenziale rispetto al 60% nei due anni precedenti a un tasso medio di un ventesimo l’anno”, il tutto “nei due anni precedenti l’assistenza finanziaria” (allegato iii). Tra le condizioni si menziona anche “l’assenza di squilibri eccessivi”, ma si tratta di un “richiamo nettamente sottodimensionato rispetto all’attenzione prestata agli indicatori di finanza pubblica”[32]. Il tutto in linea con la sensibilità europea per questi ultimi e l’accondiscendenza nei confronti dei Paesi che difatti sfuggono a una procedura di infrazione per squilibri macroeconomici eccessivi: come in particolare la Germania, il cui mercantilismo ha prodotto da anni intollerabili surplus commerciali e dunque un notevole danno per le altre economie nazionali.
Quanto detto concerne l’accesso alla linea di credito condizionale precauzionale ordinaria, per la quale la riformma del Mes prevede che il Paese richiedente non debba più negoziare un protocollo d’intesa (memorandum of understanding), bensì solo impegnarsi unilateralmente attraverso la sottoscrizione di una lettera d’intenti: documento che spetta alla Commissione europea valutare al fine di verificare “se le intenzioni politiche ivi indicate sono pienamente coerenti con le misure di coordinamento delle politiche economiche previste dal Trattato” (art. 14). Il protocollo d’intesa resta invece per la linea di credito condizionale rafforzata, dedicata ai Paesi che non rispettano i parametri indicati nel Fiscal compact e che tuttavia “presentano una situazione economica e finanziaria generale comunque solida e un debito pubblico sostenibile” (allegato iii). Si delinea così una netta distinzione tra “Paesi di serie a e Paesi di serie B”: i primi posti nelle condizioni di ottenere assistenza finanziaria precauzionale senza aderire a programmi di aggiustamento macroeconomico, i secondi costretti invece a farlo, magari sulla base di un protocollo comprendente la richiesta di ristrutturazione del debito[33].
Se così stanno le cose, sono decisamente dirompenti le previsioni concernenti l’inserimento di clausole di azione collettiva per l’emissione di titoli del debito, per le quali si accoglie quanto suggerito nel non paper di Schäuble: “a partire dal 1. gennaio 2022 si applicano clausole di azione collettiva con votazione a maggioranza singola” (art. 12). Il tutto, a ben vedere, nel solco di quanto stabilito nell’attuale versione del Trattato Mes: lì si anticipa che occorre “prendere in considerazione una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato” al “programma di aggiustamento macroeconomico”, sebbene “in casi eccezionali” e “in linea con la prassi del Fmi” (considerando 12).
La possibilità di impedire alle minoranze di blocco di impedire una ristrutturazione del debito può avere effetti positivi per i Paesi in default, in procinto di ridurre il valore dei loro titoli come unica via di uscita da un dissesto finanziario irrecuperabile[34]. I Paesi che non si trovano in questa situazione, pur essenso in sofferenza quanto al rispetto dei parametri di Maastricht, si troveranno prima o poi costretti a ristrutturare il loro debito come condizione per l’assistenza finanziaria. Questo almeno verrà ritenuto un esito probabile dai loro creditori, i quali si riterranno così esposti al rischio molto concreto di un taglio potenzialmente consistente del valore dei titoli in loro possesso. Rischio a cui faranno fronte cessando di acquistare titoli del debito, o peggio vendendo quelli in loro possesso[35], o in alternativa incrementando i tassi di interesse e alimentando così una perversa spirale di crescente indebitamento.
Certo, la ristrutturazione del debito non viene formalmente prevista dal Trattato come condizione per ottenere l’assistenza finanziaria, ma essa rileverà come una sorta di condizione implicita perché questo saranno indotti a ritenere i mitici mercati[36]. Il tutto stigmatizzato anche dal Governatore della Banca d’Italia, che pure sottolinea non esservi alcun “automatismo nelle decisioni circa la sostenibilità dei debiti pubblici” e “un eventuale meccanismo per la loro ristrutturazione”[37], e che tuttavia evoca “l’enorme rischio che si correrebbe introducendolo: il semplice annuncio di una tale misura potrebbe innescare una spirale perversa di aspettative di insolvenza suscettibili di autoavverarsi”. E che nel merito ricorda “le terribili conseguenze che fecero seguito all’annuncio del coinvolgimento del settore privato nella soluzione della crisi greca dopo l’incontro di Deauville alla fine del 2010”[38]: quando la Cancelliera tedesca e il Presidente francese evocarono per la prima volta la possibilità di un coinvolgimento del settore privato nella ristrutturazione del debito greco, rendendo con ciò più acuta la sua crisi[39].
Viene poi mutuata alle proposte dell’allora Ministro delle finanze tedesco anche la previsione per cui il Mes interverrà nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico “per tutti gli impeghi del Fondo di risoluzione unico consentiti in base al diritto dell’Unione europea fatte salve adeguate garanzie” (art. 18bis)”. Si tratta di un intervento “in ultima istanza e purché sia assicurata la neutralità fiscale nel medio periodo” (allegato iv), avallato in particolare in occasione del Vertice Euro del 29 giugno 2018[40]. Un intervento da valutare alla luce dello sviluppo dell’Unione bancaria europea, che oltre al Meccanismo di risoluzione unico comprende il Meccanismo di vigilanza unica, e che attende ancora di essere completata da un Sistema di garanzia dei depositi notoriamente al centro di vivaci dibattiti.

Una tecnocrazia opaca e irresponsabile ma non per tutti

Il non paper di Schäuble ha infine ispirato la possibilità che il Mes assuma compiti di sorveglianza fiscale per prevenire le crisi economiche e finanziarie, così come si ricava dalla previsione per cui, al fine di “svolgere adeguatamente e con tempestività i compiti attribuitigli”, il Meccanismo “può seguire e valutare la situazione macroeconomica e finanziaria dei suoi membri, compresa la sostenibilità del debito pubblico, e analizzare le informazioni e i dati pertinenti”. Certo, si aggiunge che nel merito occorre coinvolgere la Commissione “per assicurare totale coerenza con il quadro di coordinamento delle politiche economiche” (art. 3). E tuttavia si alimenta anche così il ridimensionamento delle prerogative della Commissione, e dunque la spoliticizzazione dell’ordine economico europeo, vanificando quanto si reputa un principio formalmente non intaccato dalla riforma: quello per cui spetta in esclusiva a quest’ultima la “valutazione complessiva della situazione economica dei Paesi e della loro posizione rispetto alle regole del Patto di stabilità e crescita”[41].
A ben vedere la spoliticizzazione dell’ordine economico europeo non passa solo dal ridimensionamento del ruolo della Commissione nella gestione dell’assistenza finanziaria condizionata. Questo esito viene incrementato da alcune misure destinate a consolidare la messa al riparo del Mes da un ordine politico peraltro già attrezzato a impedire alla partecipazione democratica, e a monte al conflitto democratico, di condizionare le scelte di sua competenza: misure volte a rendere il Meccanismo un’entità tecnocratica immune, opaca e irresponsabile[42].
Le immunità sono previste per “i beni, le disponibilità e le proprietà del Mes, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute”: immunità “da ogni forma di giurisdizione”, dalla possibilità di costituire “oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative”, e dalle “restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere”. Il tutto completato dalla precisazione che “gli archivi del Mes e tutti i documenti appartenenti al Mes o da esso detenuti sono inviolabili”, esattamente come i suoi “locali” (art. 32). L’opacità è quella assicurata dalla previsione per cui i vertici del Meccanismo e il suo personale “sono tenuti a non rivelare le informazioni protette dal segreto professionale” anche “dopo la cessazione delle loro funzioni” (art. 34). Gli stessi vertici e il personale sono poi irresponsabili perché beneficiano anch’essi “dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godono dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti” (art. 35).
Un simile quadro normativo è stato criticato dal Parlamento europeo, che ha formulato richieste in buona sostanza incentrate sulle ricadute di una riconduzione del Mes al diritto europeo, sebbene integrate dall’invito a considerare “le prerogative dei parlamenti nazionali in materia di controllo fiscale e democratico”[43]. Di ciò non si trova traccia nella proposta di riforma, dove non si innova rispetto all’originaria innocua indicazione per cui il Consiglio dei governatori mette a disposizione dei parlamenti nazionali la relazione annuale contenente i conti sottoposti a revisione (art. 30).
Davvero poco se raffrontato con quanto ottenuto dalla Germania in sede di ratifica del Trattato Mes, in ottemperanza a quanto stabilito dalla sua Corte costituzionale. Questa aveva già avuto modo di affermare in termini generali che l’appartenenza alla costruzione europea non doveva in alcun modo menomare il potere del parlamento tedesco di esercitare un “controllo sulle scelte fondamentali in materia di politica fiscale e di bilancio”[44]. Con specifico riferimento al Trattato istitutivo del Mes ha poi precisato che le sottoscrizioni di capitale ulteriori rispetto a quelle individuate nel testo potevano essere avallate solo dietro “consenso del rappresentante tedesco”. Ha poi sostenuto che l’inviolabilità degli archivi e dei documenti del Mes e l’immunità dei suoi vertici e del suo personale non possono costituire un impedimento a una informativa completa al parlamento tedesco relativa alla sua attività[45]. Il tutto recepito dal legislatore nazionale, che in sede di ratifica del Trattato ha fornito una ricca e dettagliata elencazione di prerogative del parlamento che non possono in alcun modo essere frustrate dall’attività del Mes[46].
L’opportunità di riconoscere alla Germania specifici diritti di partecipazione parlamentare è stata ribadita in sede di valutazione della riforma del Mes[47]. Se non altro perché questa è stata criticata per non aver disciplinato l’assistenza precauzionale con automatismi tali da impedire forzature da parte dei Paesi “con deficit strutturale e politiche fiscali deboli”[48]. Va peraltro detto che diritti di partecipazione parlamentare sono stati assicurati anche ad altri Paesi capaci di vantare un sostanziale rispetto dei parametri di Maastricht: Austria, Estonia, Finlandia e Paesi Bassi. Nessuno tra i Paesi in difficoltà con quei parametri ha ottenuto simili privilegi, e anzi l’emarginazione dei loro parlamenti è direttamente proporzionale al peso di quelle difficoltà[49].

Stati disciplinati dai mercati

Abbiamo ricordato che tra le forme di assistenza finanziaria assicurate dal Mes rientra il meccanismo di sostegno al mercato primario, ovvero l’acquisto di titoli direttamente dallo Stato emittente. Si tratta come è noto di una possibilità sottratta alla Banca centrale europea, che può tutt’al più acquistare quei titoli sul mercato secondario, ovvero dai soggetti che li hanno a loro volta acquistati dagli Stati emittenti. Si può pertanto concludere che l’esistenza del Mes è per molti aspetti motivata dalla scelta di dotarsi di una Banca centrale europea priva della possibilità di operare come acquirente di ultima istanza. Per quanto sia finanziato, il Meccanismo ha però una capacità di spesa contenuta rispetto a una Banca centrale, che formalmente può creare moneta senza limiti e dunque assolvere davvero alla funzione primaria riconosciuta all’acquisto di ultima istanza: rassicurare i mercati circa la stabilità del valore dei titoli del debito e dunque prevenire manovre speculative.
Di più. Il Mes non è pensato per prevenire manovre speculative e dunque per assicurare all’Unione economia e monetaria europea la stabilità di cui ha bisogno. Esso fornisce assistenza finanziaria solamente ai Paesi in ordine con i parametri di Maastricht: è insomma una sorta di “pseudo Banca centrale europea” plasmata a immagine e somiglianza del modo tedesco di concepire l’ordine economico[50]. E questo, come abbiamo visto, aggrava ulteriormente il rischio di manovre speculative ai danni dei Paesi in sofferenza con i parametri di Maastricht, e con ciò il rischio di una complessiva destabilizzazione dell’Unione economica e monetaria.
Tutto ciò costituisce il riflesso della volontà di attribuire all’ordine economico il potere di disciplinare il comportamento degli Stati, ovvero di spoliticizzare la loro azione nella misura in cui sono costretti a reagire in modo automatico agli stimoli dei mercati elevati al ruolo di “gendarmi” [51]: a compiere le sole scelte che non si tradurranno in aggravi di spesa in occasione del reperimento di liquidità. Il che viene esplicitamente riconosciuto e rivendicato dalle istituzioni europee con le affermazioni di principio riferite in apertura, e da ultimo con quelle incentrate sul coinvolgimento del settore privato nell’assistenza finanziaria preventiva, celebrato in quanto “rafforzamento della disciplina di mercato”[52].
A ben vedere la volontà di attribuire ai mercati il potere di disciplinamento degli Stati è coerente con la scelta dello strumento impiegato per promuovere riforme in tal senso: con il loro essere richieste come contropartite per l’assistenza finanziaria, ovvero con quanto si è sintetizzato in termini di mercato delle riforme. In entrambi i casi si alimenta lo sviluppo e il consolidamento dell’Unione europea come dispositivo neoliberale, sterilizzando la possibilità che essa possa aprirsi a evoluzioni di altro segno e in particolare a forme di redistribuzione della ricchezza motivate da meccanismi solidaristici tra Paesi membri.
Tutto ciò trae conferma dalla proposta di istituire un non meglio definito “strumento di convergenza e competitività” destinato a “fornire sostegno all’attuazione tempestiva delle riforme strutturali”, in particolare delle “riforme difficili” da realizzare “nel quadro della procedura per gli squilibri macroeconomici”[53]. Con l’occasione si sottolinea infatti che lo strumento, sebbene si traduca in una spesa a favore di un singolo Stato membro, non mira immediatamente a produrre benefici per quest’ultimo: è concepito, come l’assistenza finanziaria condizionata, per “sostenere riforme importanti con potenziali ripercussioni su altri Stati membri, sulla Zona Euro e sull’Ue considerata nel suo insieme”[54].
Il tutto mentre l’impiego dello strumento di convergenza e competitività resta oramai l’unica modalità attraverso cui alla Commissione europea è dato incidere sull’equilibrio dell’ordine economico, dal momento che la cessione al Mes di poteri in materia di assistenza finanziaria condizionata l’ha oramai “ridotta a ufficio studi e strumento meramente esecutivo”[55]. E dal momento che il bilancio europeo è “finalizzato principalmente a sostenere le politiche e gli obiettivi comuni dell’Ue” e per il resto risulta “troppo limitato per una vera stabilizzazione economica anticiclica e per una redistribuzione sostanziale”: come recentemente riconosciuto persino dal Gruppo di alto livello sulle risorse proprie dell’Unione[56].
Sarebbe però un errore ritenere tutto questo il risvolto di una costruzione dell’Unione economica e monetaria ancora in itinere, suscettibile di essere completata in un futuro prossimo in forme idonee a prevenire quanto si reputa ora una patologia. La costruzione europea costituisce un dispositivo neoliberale, e da questo punto di vista la sua incompletezza non deve ritenersi tale: rappresenta un esito voluto, rispecchia cioè il corretto e fisologico funzionamento di una struttura pensata per catalizzare il mercato delle riforme.
Insomma, siamo ancora prigionieri della logica del vincolo esterno illustrata in modo esemplare nella sua filosofia di fondo da Guido Carli, il Ministro del tesoro che rappresentò l’Italia nei negoziati per la definizione dei contenuti del Trattato di Maastricht. Il banchiere era consapevole che avrebbe condotto ad “allargare all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica federale di Germania”. E lo apprezzava proprio per questo, perché avrebbe implicato “la concezione dello Stato minimo” e dunque un “mutamento di carattere costituzionale” concepito per consolidare e rendere irreversibile un ordine economico neoliberale: un ordine votato a “una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari ed aumenti quelle dei governi”, e a determinare così un ripensamento complessivo delle “leggi con le quali si è realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale”[57].
La riforma del Mes costituisce un ennesimo riscontro dell’attualità di un simile programma. Anche per questo occorre rigettarlo e considerare con sospetto i tentativi di ottenere meri ritocchi, inevitabilmente incapaci di intaccare la complessiva ispirazione neoliberale del mercato delle riforme.

* Professore ordinario di Diritto comparato, Sapienza Università di Roma – Dipartimento di Scienze giuridiche

** Fonte: Politica e Economia

NOTE

[1] A. Rüstow (1938), in S. Audier, Le Colloque Walter Lippman: Aux origines du néo-libéralisme, Lormont, Bord de l’eau, 2012, p. 469 s.
[2] Sent. Pringle c. Government of Ireland del 27 novembre 2012, Causa 370-12.
[3] Cfr. A. Roberts, The Logic of Discipline. Global Capitalism and the Architecture of Government, Oxford, Oxford University Press, 2010.
[4] A. Somma, Il mercato delle riforme. Appunti per una storia critica dell’Unione europea, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 2018, p. 167 ss.
[5] Cfr. M. Patrono, Diritto dell’integrazione europea, vol. 1 (Initium Europae), Torino, Giappichelli, 2013, p. 72.
[6] Cfr. la Carta de Intenções dirigida ao Fundo Monetário Internacional, in Boletim Trimestral – Banco de Portugal, 1983, 3, p. 5 ss. e la Carta de Intenções dirigida ao Fundo Monetário Internacional, ivi, 1984, 3, p. 5 ss.
[7] A.B. Nunes, The International Monetary Fund’s Standby Arrangements with Portugal, Gabinete de História Económica e Social – Documentos de Trabalho 44/2011.
[8] Political Aspects of the Mandate of the European Bank for Reconstruction and Development (versione 2013), www.ebrd.com/downloads/research/guides/aspects.pdf.
[9] Il completamento del mercato interno: libro bianco della commissione per il Consiglio europeo del 14 giugno 1985, Com/85/310 def.
[10] Regolamento 17 dicembre 2013 n. 1303.
[11] Regolamento 18 febbraio 2002 n. 332.
[12] Decisione del Consiglio europeo 25 marzo 2011 n. 199.
[13] I membri del Consiglio di amministrazione sono l’irlandese David Eatough, il tedesco Rolf Strauch, il francese Christophe Frankel, l’olandese Kalin Anev Janse, la belga Sofie De Beule-Roloff e la francese Françoise Blondeel.
[14] Considerando 12 Regolamento 21 maggio 2013 n. 472.
[15] Guideline on Precautionary Financial Assistance del 9 ottobre 2012, www.esm.europa.eu/sites/default/files/esm_guideline_on_precautionary_financial_assistance.pdf.
[16] Dettagli in www.esm.europa.eu/assistance/spain.
[17] Cfr. www.esm.europa.eu/assistance/cyprus e www.esm.europa.eu/assistance/greece.
[18] Guideline on Financial Assistance for the Direct Recapitalisation of Institutions dell’8 dicembre 2014, www.esm.europa.eu/sites/default/files/20141208_guideline_on_financial_assistance_for_the_direct_recapitalisation_of_institutions.pdf.
[19] Non-paper for paving the way towards a Stability Union (9 ottobre 2017), http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2017/non-paper.pdf.
[20] Regolamento 15 luglio 2014 n. 806.
[21] Comunicazione della Commissione: Ulteriori tappe verso il completamento dell’Unione economica e monetaria dell’Europa: tabella di marcia del 6 dicembre 2017, Com/2017/0821 fin.
[22] Comunicazione della Commissione su un Ministro europeo dell’economia e delle finanze del 6 dicembre 2017, Com/2017/0823 fin.
[23] Proposta di Regolamento sull’istituzione del Fondo monetario europeo del 6 dicembre 2017, Com/2017/827 fin.
[24] Comunicazione della Commissione: Ulteriori tappe verso il completamento dell’Unione economica e monetaria dell’Europa: tabella di marcia del 6 dicembre 2017, cit. V. anche il Documento di riflessione sull’approfondimento dell’unione economica e monetaria del 31 maggio 2017, Com/2017/291 fin.
[25] Ai sensi dell’art. 3 Direttiva 30 maggio 2001 n. 1049.
[26] Risoluzione del 14 marzo 2019, www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2019-0218_IT.pdf
[27] Deepening Europe’s Economic Monetary Union: Taking stock four years after the Five Presidents’ Report. Communication from the Commission to the European Parliament, the European Council,
the Council and the European Central Bank European Commission’s contribution to the Euro Summit on 21 June 2019, https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/emu_communication_en.pdf, p. 11.
[28] Lettera del Presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno al Presidente del Vertice Euro Donald Tusk del 25 giugno 2018, www.consilium.europa.eu/media/35798/2018-06-25-letter-president-centeno-to-president-tusk.pdf.
[29] Future cooperation between the European Commission and the European Stability Mechanism del 14 novembre 2018, www.consilium.europa.eu/media/37324/20181203-eg-1b-20181115-esm-ec-cooperation.pdf.
[30] Memorandum of Understanding on the working relations between the European Commission
and the European Stability Mechanism del 27 aprile 2018, www.esm.europa.eu/sites/default/files/2018_04_27_mou_ec_esm.pdf.
[31] In caso di divergenze nella valutazione circa la sostenibilità del debito e la capacità di rimborso, la Commissione prevale sulla prima, mentre il Mes sulla seconda (considerando 12a).
[32] V. Giacché, Audizione presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati (20 novembre 2019), www.centroeuroparicerche.it/wp-content/uploads/2019/11/20191120AudizioneCER20191120_new.pdf.
[33] Cfr. quanto osservato da S. Cesaratto ed E. Brancaccio nell’intervista condotta da A. Battaglia, Riforma Mes: tutti i problemi sul tavolo spiegati da 4 economisti (11 dicembre 2019), www.wallstreetitalia.com/riforma-mes-problemi.
[34] A. Bglioni e M. Bordignon, Fondo salva-Stati, cosa c’è e cosa no nella riforma (22 novembre 2019), www.lavoce.info/archives/62313/fondo-salva-stati-cosa-ce-e-cosa-no-nella-riforma.
[35] C. Clericetti, Riforma del Fondo salva Stati, fermate quel mostro (22 novembre 2019), http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2019/11/22/riforma-del-fondo-salva-stati-fermate-quel-mostro.
[36] V. Giacché, Audizione presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati, cit.
[37] I. Visco, Audizione presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati (4 dicembre 2019), www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2019/visco-audizione-4122019.pdf
[38] I. Visco, L’Unione economica e monetaria: è ora di superare lo stallo, intervento al Seminario OMFIF-Banca d’Italia “Future of the Euro area”, Roma, 15 novembre 2019, www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2019/Visco_OMFIF_15112019.pdf.
[39] V. anche S. Cesaratto e M. D’Antoni, Quel Gattopardo del Mes (6 dicembre 2019), http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2019/12/quel-gattopardo-del-mes.html?m=1.
[40] Dichiarazione concordata all’Eurosummit del 29 giugno 2018, Eurosummit 2, Tsgc 9.
[41] I. Visco, Audizione presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati, cit.
[42] Cfr. Transparency International, From Crisis to Stability. How to Make the European Stability Mechanism Transparent and Accountable (2017), https://transparency.eu/wp-content/uploads/2017/03/ESM_Report_DIGITAL-version.pdf.
[43] Risoluzione del 14 marzo 2019, www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2019-0218_IT.html.
[44] Bundesverfassungsgericht, 7 settembre 2011, www.bundesverfassungsgericht.de/SharedDocs/Entscheidungen/DE/2011/09/rs20110907_2bvr098710.html.
[45] Bundesverfassungsgericht, 12 settembre 2012, www.bundesverfassungsgericht.de/entscheidungen/rs20120912_2bvr139012.html
[46] Soprattutto parr. 4 e 5 Gesetz zur finanziellen Beteiligung am Europäischen Stabilitätsmechanismus (ESM-Finanzierungsgesetz) del 13 settembre 2012.
[47] B. van Roosebeke, Reform of the European Stability Mechanism (11 dicembre2018), www.cep.eu/fileadmin/user_upload/cep.eu/Studien/cepAdhoc_ESM/cepAdhoc_ESM_EN.pdf, p. 10.
[48] Così la Corte dei conti tedesca: Budesrechnungshof, Bericht an den Haushaltsausschuss des Deutschen Bundestages nach Par. 88 Abs. 2 Bho über die Risiken einer Reform des Europäischen Stabilitätsmechanismus für den Bundeshaushalt (27 maggio 2019), www.bundesrechnungshof.de/de/veroeffentlichungen/produkte/beratungsberichte/langfassungen/langfassungen-2019/2019-bericht-risiken-einer-reform-des-europaeischen-stabilitaetsmechanismus-esm-fuer-den-bundeshaushalt-pdf.
[49] Il punto è affrontato in una informata tesi di dottorato discussa preso l’Università di Colonia: O. Höing, Asymmetric Influence: National Parliaments in the European Stability Mechanism (2015), https://kups.ub.uni-koeln.de/6485/1/Hoeing_Dissertation.pdf.
[50] C. Clericetti, Esm, una pseudo Bce-2 ancora più tedesca (28 novembre 2019), http://temi.repubblica.it/micromega-online/esm-una-pseudo-bce-2-ancora-piu-tedesca.
[51] S. Cesaratto e M. D’Antoni, Quel Gattopardo del Mes (6 dicembre 2019), cit.
[52] European Parliament – Economic Governance Support Unit, The 2019 proposed amendments to the Treaty establishing the European Stability Mechanism (ottobre 2019), www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/IDAN/2019/634357/IPOL_IDA(2019)634357_EE.pdf, p. 2.
[53] Cfr. Un piano per un’Unione economica e monetaria autentica e approfondita del 30 novembre 2012, Com/2012/777 fin.
[54] Verso un’Unione economica e monetaria autentica e approfondita. Creazione di uno strumento di convergenza e di competitività del 20 marzo 2013, Com/2013/165 fin.
[55] E. Russo, Di grande interesse il dibattito sulla proposta di modifica del Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (22 novembre 2019), http://enzorusso.blog/2019/11/23/di-grande-interesse-il-dibattito-sulla-proposta-di-modifica-del-meccanismo-europeo-di-stabilita-finanziaria.
[56] Future Financing of the Eu. Final Report and Recommendations of the High Level Group on own Resources (dicembre 2016), http://ec.europa.eu/budget/mff/hlgor/library/reports-communication/hlgor-report_20170104.pdf.
[57] G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana (1993), Roma e Bari, Laterza, 1996, p. 432 ss.




DOSSIER: PERCHÉ NO AL MES

[ venerdì 6 dicembre 2019 ]

DOSSIERSi svolge oggi, sotto il Parlamento, promossa da LIBERIAMO l’ITALIA, la manifestazione contro il MES e contro l’eventuale ratifica da parte di governo e Parlamento. Sul MES se ne dicono tante, spesso si tratta di colossali bugie. Come stanno davvero le cose ce lo spiega questo DOSSIER (curato da Moreno Pasquinelli e approvato del Coordinamento nazionale di  LIBERIAMO l’ITALIA ).

*  *  *

Mettiamo il DOSSIER a disposizione di tutti in una versione .pdf per la circolazione via web e smatphone o per la stampa Versione per la stampa

NO AL MES: Le menzogne degli europeisti, e le ambiguità dei “sovranisti”
Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Il MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108 addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza, come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz), è stato introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi di titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo che recita: “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinetti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile shock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia
Dossier a cura di Moreno Pasquinelli




FLAT TAX: LA TASSA CHE PIACE AI RICCHI di Leonardo Mazzei

[10 agosto 2017 ]
Uno studio scientifico con cui Mazzei svela chi ci guadagnerebbe veramente con la “tassa piatta”, ovvero le cifre che i liberisti Matteo Salvini, Armando Siri  e Nicola Rossi non vi faranno vedere mai.
Ci siamo già occupati di flat tax un paio di settimane fa. Lo abbiamo fatto per denunciarne l’effetto di scardinamento che essa avrebbe sull’intero impianto costituzionale. Ci torniamo sopra oggi per dare la parola ai numeri, per dimostrare cioè quale sarebbe l’effetto concreto della “tassa piatta” sia in termini di redistribuzione della ricchezza a favore delle fasce di reddito più alte, sia per quanto riguarda la cancellazione di ogni diritto sociale che ne deriverebbe.
 

Gli imbroglioni sono infatti all’opera. Per loro con la flat tax tutti ci guadagnerebbero. Un’idea win win quindi, che avrebbe anche il grande pregio di semplificare il sistema fiscale. Come se le complicazioni del fisco dipendessero dal numero delle aliquote dell’Irpef. Aliquote che dal 1974, quando l’Imposta sul reddito delle persone fisiche entrò in vigore, sono passate da 32 a 5. Chissà com’era complicato il sistema fiscale negli anni ’70!

A sinistra il liberista Armando Siri

  Un po’ di storia  
La verità è che il principio costituzionale, fissato nell’articolo 53 – «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» – è stato gradatamente attaccato già a partire dal 1983. In quegli anni il neoliberismo cominciava a dispiegarsi con forza, ed il reaganismo negli Usa ed il thatcherismo in Inghilterra si occupavano di tradurre la teoria in atti politici. Non solo privatizzazioni, leggi antisindacali, tagli al welfare, ma anche norme fiscali sempre più favorevoli ai ricchi.
Questo attacco generalizzato delle classi dominanti porterà, in Italia, ad una serie di controriforme dell’imposta sul reddito. Ricostruire questi passaggi ha una sua utilità. Se nel 1974 le 32 aliquote dell’Irpef andavano dal 10 al 72%, nel 1983 esse scesero a 9 con un minimo del 18% ed un massimo del 65%. La corsa all’appiattimento della progressività dell’imposizione fiscale era dunque cominciata. Ma era solo l’inizio. Nel 1989 le aliquote calano a 7 con un minimo del 10 ed un massimo del 51%. Nel 1998, con il governo Prodi, si arriva a 5 aliquote dal 18,5 al 45,5%. Questo schema subisce altre modifiche nei primi anni duemila, per poi stabilizzarsi sulle 5 aliquote in vigore ancora oggi, che vanno da un minimo del 23% ad un massimo del 43%.
E’ chiaro che per valutare appieno il progressivo processo di appiattimento dovremmo tener conto anche di altri fattori, dato che gli scaglioni di reddito non sono restati stabili nel tempo, come pure le deduzioni e detrazioni applicate alle varie categorie di contribuenti. Tuttavia, al netto di questi aspetti che comunque non cambiano la sostanza del ragionamento, il percorso di appiattimento è riassunto da quattro nude cifre riferite al periodo 1974-2017, che qui ricapitoliamo: (1) il numero delle aliquote è sceso da 32 a 5, (2) quella minima è salita dal 10 al 23%, (3) quella massima è scesa dal 72 al 43%, (4) il differenziale tra minimo e massimo è passato dal 62 al 20%.
Sono cifre che parlano da sole. Ma a lorsignori non gli basta mai. Eccoli dunque di nuovo all’attacco. Questa volta per arrivare alla vetta finale, quella della massima ingiustizia fiscale, o se preferite della massima iniquità sociale: la flat tax, ovvero la “tassa piatta” con una stessa aliquota per il precario sotto i mille euro al mese come per i Paperoni dai redditi milionari.
Da notare che, tra le tante tasse che i comuni cittadini pagano ogni anno, l’Irpef è l’unica che mantiene un criterio di progressività. L’unica dunque che in qualche modo è ancora in linea con la prescrizione del citato art. 53 della Carta del 1948. Per il resto – dall’IVA alle accise, dall’IMU ai redditi da capitale – è già “tassa piatta”. A tanta iniquità accumulata negli anni, si vorrebbe adesso aggiungere anche la flat tax.
  L’Italia un residuo del “socialismo reale”?  
Qualcuno penserà che sia cosi dappertutto, ma non è questa la realtà. In alcuni paesi occidentali (quelli che spesso ci vengono portati ad esempio) la progressività non è limitata all’imposta sul reddito. In Francia, ad esempio, vige un’«imposta sulla fortuna» (di fatto una patrimoniale) che, fatta salva una no tax area di 732mila euro, applica un’imposta che va dallo 0,55 all’1,80% del patrimonio. Altrettanto interessante è il caso della Gran Bretagna, dove i dividendi percepiti dalle persone fisiche sono tassati dal 7,5 al 45% in base al reddito, una bella differenza rispetto alla tassa piatta del 26% applicata per tutti in Italia.
Ma non complichiamo troppo le cose e concentriamoci sull’Irpef. A sentire i sostenitori della flat tax sembrerebbe quasi che l’Italia sia una sorta di residuo del “socialismo reale”, con un sistema di tassazione dei redditi troppo ancorato ai principi di una Costituzione che si vorrebbe altrettanto socialisteggiante. Ma è davvero così? A guardare gli altri 4 maggiori paesi dell’Europa occidentale, non sembrerebbe proprio.
In Germania l’imposta sul reddito va dal 15 al 45%, in Gran Bretagna dal 10 al 45%, in Spagna dal 24,75 al 52%, in Francia (dove vige un sistema per unità familiare) si va dal 6,83 al 48,09%. In tutti questi paesi la tassazione è dunque più progressiva che in Italia. Che il socialismo sia avanzato al di là delle Alpi senza che ne ce ne fossimo accorti? La realtà è che le nostrane classi dominanti sono ancora più voraci che altrove.
Quali sono, viceversa, i paesi dove la flat tax è in vigore? L’elenco è troppo pittoresco per non citarlo integralmente. Partiamo, in ordine rigorosamente alfabetico, dall’Europa: Abkhazia, Andorra, Bielorussia, Bulgaria, Estonia, Georgia, Lituania, Lettonia, Macedonia, Ossezia del Sud, Romania, Russia, Serbia, Transnistria, Ucraina.
Proseguiamo con il resto del mondo: Arabia Saudita, Belize, Bolivia, Grenada, Hong Kong, Kazakhstan, Kirghizistan, Madagascar, Mauritius, Mongolia, Montenegro, Paraguay, Sant’Elena, Seychelles, Trinidad e Tobago, Turkmenistan, Tuvalu.
Questo elenco ci mostra come gli Stati (in alcuni casi sotto-stati) con la flat tax appartengano, salvo rarissime eccezioni, a tre precise categorie: (1) paradisi fiscali di varia natura, (2) stati largamente malavitosi e – soprattutto – (3) stati fortemente oligarchici, come la Russia, i paesi dell’ex Urss ed altri appartenenti al vecchio blocco sovietico.
E’ quello il modello sociale che vogliamo perseguire? Dovrebbe essere questa la prima domanda da porsi se si intende discutere seriamente di flat tax.
Dopo queste premesse di carattere generale, veniamo ora alle due proposte di “tassa piatta” attualmente in campo. La prima, lanciata da Armando Siri e dalla Lega salviniana; la seconda, formulata dall’Istituto Bruno Leoni (IBL) con appoggi ben più potenti.
  La proposta Siri-Lega Nord  
E’ questa la prima proposta avanzata in ordine di tempo. Essa si basa su una tassa piatta del 15% su tutti i redditi, rimodulata poi in minima parte con il seguente sistema di deduzioni: 3mila euro per ogni componente della famiglia fino ad un reddito di 35mila euro; 3mila euro per ogni familiare a carico per redditi da 35mila a 50mila euro; nessuna deduzione sopra i 50mila euro di reddito. Da notare che i redditi di cui sopra non sono più da intendersi (come nel sistema attuale) come individuali, bensì come redditi familiari, frutto cioè del cumulo dei proventi di tutti i membri della famiglia.
E’ grazie all’espediente di queste deduzioni di nuovo tipo che si vorrebbe dare una parvenza di progressività a questo sistema di flat tax. Vedremo più avanti, cifre alla mano, come questo sia davvero un trucco di bassa Lega.
Ma prima occupiamoci di un altro aspetto. Quindici percento è un numeretto ammiccante, ma come pensa il Siri di far quadrare i conti? Ovvio che per un prestigiatore come lui questo non può essere un problema. L’ideologo fiscale (sic!) di Salvini spara queste cifre: a fronte di un gettito attuale dell’Irpef secondo lui di 150 miliardi (vedremo poi come stanno davvero le cose) la sua proposta determinerebbe un ammanco di 40 miliardi, ma nessun problema perché 6 miliardi si otterrebbero con l’incremento dell’IVA dovuto alla

crescita dei consumi (boom!), 28 miliardi verrebbero recuperati con l’emersione del sommerso (doppio boom!), un miliardo e mezzo dall’aumento dell’occupazione e così via.

Il Siri è certamente fantasioso, ma ancor più è un imbroglione. Intanto il gettito dell’Irpef, certificato dal MEF, è stato nel 2016 non di 150, bensì di 180 miliardi e 673 milioni. Dunque – prendendo adesso per buoni i suoi stessi conti (ma vedremo fra poco che non lo sono affatto!) l’ammanco determinato dalla sua proposta non è di 40, bensì di oltre 70 miliardi di euro. Ma che volete che sia, lui ha arrotondato un po’, e poi chi volete mai che vada a controllare certi calcoli!
Invece, già che ci siamo, controlliamoli fino in fondo. Il fiscalista di Salvini ci parla di una base imponibile di 800 miliardi. Ora, chiunque compili una dichiarazione dei redditi sa che l’imposta media attuale non può essere inferiore al 20%, dunque mai e poi mai un imponibile di 800 miliardi poteva dare un gettito di soli 150 miliardi (18,75%) come preteso furbescamente dal Siri. Difatti i conti del MEF ci parlano di una percentuale assai diversa, quella di un’imposta media del 22,50%, una differenza non piccola. Ma quale sarebbe invece l’imposta media della proposta leghista? Siccome il massimo è comunque il 15%, ma giacché sono previste le deduzioni di cui abbiamo parlato, l’imposta media (ricavabile anche dai casi ipotizzati nello specchietto presentato nel video già citato) dovrebbe attestarsi sul 12%, pari ad un gettito di 96 miliardi di lire. Come si può notare, a conti fatti, la cifra mancante non solo non è quella dei 40 miliardi del discorsetto truffaldino di questo illusionista da quattro soldi, ma non è neppure quella di 70 miliardi cui eravamo già arrivati in base ai dati del MEF, bensì quella di 84 miliardi di euro. 
Ora, se c’è chi vuol continuare a prendere sul serio un personaggio di questo tipo si accomodi pure. Il grave è che c’è persino qualcuno che ritiene ancora che la Lega possa essere una forza in qualche modo keynesiana! Da questo punto di vista il Siri però ci aiuta a fare chiarezza, perché secondo lui il modo di uscire dalla crisi è quello di togliere risorse allo Stato per darle ai ricchi, perché solo così aumenterebbero consumi e investimenti. Ovviamente il nostro non dice di voler perseguire una politica di tagli alla spesa pubblica (salvo i famosi “sprechi”), ma è proprio questa politica l’inevitabile conseguenza della sua proposta. L’idea leghista è dunque un’idea ultra-liberista, l’idea di un “Stato minimo” assoggettato alla potenza del capitale, una potenza alla quale si piega anche rinunciando a quel minimo di redistribuzione ottenibile con un sistema fiscale improntato ad un criterio di progressività.
  La proposta dell’Istituto Bruno Leoni (IBL)  
Pur perseguendo lo stesso obiettivo, la proposta dell’IBL sta a quella della Lega come la pesantezza dei suoi estensori (tra i quali citiamo Nicola Rossi, Franco Debenedetti, Natale D’Amico, Oscar Giannino e Luca Ricolfi) sta all’aria spiritata del Siri.
Detto in altri termini, la proposta dell’IBL è ben più organica, più precisa, più realistica; in altre parole essa è assai più pericolosa di quella della Lega. Nondimeno, se l’ideologo salviniano è assolutamente irraggiungibile come prestigiatore, il presidente dell’IBL Nicola Rossi non è da meno in quanto a sfrontatezza. Secondo lui flat tax ed equità fiscale sono semplicemente la stessa cosa. Da notare che, politicamente parlando, questo figuro non viene da destra, bensì dal centrosinistra ulivista, di cui è stato uno degli economisti di punta nella prima decade del secolo.
Ma quali sono gli aspetti essenziali della proposta dell’IBL?
In primo luogo, l’aliquota piatta verrebbe fissata al 25%, da calcolarsi anche in questo caso sul reddito familiare. All’imponibile verrebbe applicata una deduzione fissa di 7mila euro per un nucleo di una persona. Per i nuclei più numerosi è previsto un incremento in base ad una scala di equivalenza sul modello dell’ISEE.
In secondo luogo – e qui la differenza con la proposta salviniana è netta – IMU ed IRAP verrebbero semplicemente abolite, mentre IVA, IRES e tassa sugli interessi verrebbero portate tutte al 25%. Ma siccome il 25% è la cifra magica di questa congrega di assatanati ultra-liberisti, si lascia aperta la porta ad una futura riduzione (al 25%, appunto) degli stessi contributi previdenziali.
In terzo luogo, l’IBL non si nasconde le cifre reali in ballo. L’Istituto presieduto da Nicola Rossi ammette minori entrate per 95,4 miliardi, da compensare con 64,2 miliardi di minori uscite già indicate nel testo ed altri 31,2 miliardi da ottenersi con un’ulteriore spremuta di spending review. Insomma, un complessivo ridisegno della società rispetto al quale l’esercizio del Siri appare come il frutto del dilettantismo di un ragazzotto padano pasticcione assai.

Tante sarebbero le osservazioni da fare al progetto IBL. Ma qui dobbiamo limitarci all’essenziale.

“Dio li fa, poi li accoppia”

Intanto non c’è bisogno di lunghe analisi per capire chi guadagnerebbe maggiormente da un’abolizione dell’IMU, come pure non è difficile comprendere chi verrebbe maggiormente colpito dall’aumento dell’IVA al 25%. In proposito ci sia consentita una digressione sulla pesantezza di questa tassa (oggi al 22%) al cospetto di quanto in vigore negli altri principali paesi europei. L’IVA è infatti al 19% in Germania, al 19,6% in Francia, al 20% in Gran Bretagna, al 21% in Spagna. Non contenti di questo scarto già esistente, all’IBL vorrebbero spingersi ancora più avanti, ma immaginare un 25% per un paese in crisi di consumi come l’Italia è cosa davvero folle.

Ancora più importante è il progetto di distruzione integrale di ciò che resta del sistema previdenziale e di quello sanitario. Sul primo è evidente che la riduzione dei contributi dal 33 al 25% avrebbe esiti assolutamente esiziali, mentre nel campo sanitario il documento dell’IBL mira esplicitamente a favorire il settore privato (incluso quello assicurativo).
Ma la furia distruttrice di questi invasati non ha limiti. Come abbiamo già detto, nel loro testo c’è la volontà di cancellare integralmente numerose prestazioni sociali, per un totale di 64,2 miliardi (md). Tra queste citiamo alcune voci: pensione e assegno sociale (4,8 md), prestazioni invalidi civili (15,9 md), altri assegni e sussidi (13,9 md), integrazioni al trattamento minimo (9,5 md), assegni familiari (6,2 md).
Un vero e proprio massacro sociale, a danno dei settori più deboli della popolazione, questo il loro disegno. Ma siccome anche questi tagli draconiani non gli basterebbero ancora, bisognerebbe poi individuarne altri per 31,2 md.
Ecco i veri effetti della flat tax. Effetti non esplicitati nella versione leghista, ma solo per ragioni di prudenza politica, perché è chiaro che sempre lì si andrebbe a parare. Ed abbiamo visto, oltretutto, che il buco nei conti previsto dall’IBL (95,4 md) è abbastanza vicino a quello da noi calcolato per la proposta Siri (84 md). Può sembrare strano che si arrivi a questi dati partendo da due basi (15 e 25%) così differenti, ma ciò dipende dalle diverse deduzioni previste e soprattutto dal fatto che l’IBL propone l’abolizione integrale di IMU ed IRAP.
  Chi ci guadagnerebbe veramente con la flat tax
ovvero le cifre che Armando Siri e Nicola Rossi non vi faranno vedere mai  
Se non è necessario spendere altre parole affinché si comprenda chi pagherebbe le conseguenze della flat tax in entrambe le sue versioni, è utile invece soffermarsi su chi avrebbe davvero molto da guadagnarci. In proposito, i diretti interessati si schermiscono, quasi si trattasse di un dettaglio del tutto secondario. Lo sforzo di voler far credere che il loro non sia un modello appositamente studiato per la gioia dei ricchi è però assolutamente comico. Nondimeno essi si danno da fare con l’argomento che tutti ci guadagnerebbero. Sì, tutti. Con gli effetti che abbiamo visto, ma quanto davvero ci guadagnerebbe il lavoratore da 20mila euro di reddito, il professionista da 50mila, quello da 100mila, il riccastro da 300mila ed il riccone da un milione di euro? Ecco, questo non ve lo dicono e – se non costretti – non ve lo diranno mai.
Ci siamo perciò presi la briga di fare qualche calcolo per dirvelo noi.
Onde non riempire inutilmente troppe pagine, abbiamo semplificato questa operazione prendendo in considerazione nuclei di una sola persona. Questo non solo perché oggi l’Irpef si calcola individualmente, ma anche perché la proposta IBL è ancora imprecisa sul punto delle deduzioni per i nuclei più numerosi. In ogni caso, non saranno certo questi dettagli ad inficiare delle conclusioni che non potrebbero risultare più chiare.
TABELLA 1 – Tassazione Irpef attuale e tassazioni previste dalle due proposte di flat tax
Nella tabella 1 si è calcolata l’Irpef per i più diversi livelli di reddito, mettendo a confronto la tassazione attuale con quella derivante (deduzioni incluse) dalle due proposte di cui ci stiamo occupando.
Basta leggersi con un minimo di attenzione questi numeri per capire cosa sia la flat tax. Ma per i più pigri proponiamo anche la tabella 2, dove sono leggibili i guadagni che otterrebbero i vari redditi presi in esame.

TABELLA 2 – Chi ci guadagna con la flat tax

Le cifre sono chiare: se con la proposta IBL il precario Mario Rossi (reddito di 20mila euro) risparmierà 250 euro, il notaio Luigi Bianchi (reddito di 300mila euro) ne guadagnerà 48.920, mentre il banchiere Giuseppe Verdi (reddito di 5 milioni di euro) ne intascherà 894.920. Detto in altri termini, la riduzione ottenuta da Mario Rossi sarà pari a 1/3579vesimo (un tremilacinquecentosettantanovesimo) di quella di Giuseppe Verdi.

Facciamo ora lo stesso calcolo sulla base della proposta Siri-Lega. In questo caso il precario Rossi vedrà aumentare il suo risparmio a 950 euro, peccato che il notaio Bianchi lo surclassi con il suo guadagno di 77.170 euro, per non parlare del solito banchiere Verdi che beneficerà di una riduzione fiscale di ben 1.393.170 euro. Per gli amanti delle statistiche segnaliamo che in questo caso il risparmio del Rossi sarà pari a 1/1466esimo (un millequattrocentosessantaseiesimo) di quello del banchiere Verdi.
Che di fronte a simili numeri vi sia chi ha il coraggio di parlare di proposta win win, dove tutti guadagnano, non ha bisogno di commenti. Non solo per le enormi sproporzioni messe in evidenza, ma anche perché saranno proprio quelli come il nostro Mario Rossi (ma la cosa vale anche per le classi di reddito immediatamente superiori alla sua) ad essere chiamati a pagare gli enormi tagli alla spesa sociale derivanti dall’applicazione della flat tax. Tagli che il pittoresco Siri finge di non vedere, ma che l’austero IBL ha avuto perlomeno il merito di spiattellarci senza pudore alcuno.
Ora qualche burlone obietterà che non bisogna fare gli schizzinosi, che i risparmi ci sono per tutti e che in fondo i percettori di redditi alti sono pochi. Premesso che anche se ciò fosse vero il discorso non cambierebbe di una virgola, chi l’ha detto che sono così pochi? Volutamente, nell’esempio di cui sopra, abbiamo citato i banchieri, i cui redditi ultramilionari stanno sulle pagine dei giornali. Ma non ci sono solo loro, basti pensare ai grandi industriali, agli amministratori delegati dei grandi gruppi, o se vogliamo a certi artisti e calciatori.
Certo, questa bella congrega riesce spesso ad occultare buona parte dei propri redditi, ma è questo un buon motivo per fargli pure un mastodontico regalo sulla parte che non possono fare a meno di dichiarare? Per i sostenitori della flat tax, evidentemente sì.
In ogni caso è bene sapere che in Italia (vedi i dati del MEF) ci sono 355mila soggetti che dichiarano redditi da 100 a 200mila euro, ce ne sono altri 50mila che si collocano tra i 200 e i 300mila, mentre sono circa 34mila i soggetti sopra i trecentomila euro.
Sarebbero questi i vincitori assoluti della truffa denominata flat tax. Curiosamente, in un paese dove ci si pone (peraltro giustamente) l’obiettivo di ridurre i privilegi dei parlamentari, nessuno apre bocca sullo scandalo di proposte fiscali che si prefiggono di rendere ancor più privilegiati coloro che privilegiati (e non solo per il reddito) già lo sono ora.
Nel 2004 l’Espresso gridò allo scandalo perché, grazie alla sua riforma fiscale, Silvio Berlusconi (allora a capo del governo) avrebbe risparmiato annualmente ben 764.154 euro. Bene, cioè malissimo, adesso siamo di fronte a due proposte che fanno apparire quella del Berlusconi 2004 una ragazzata e tutto tace.
Ma visto che l’Espresso non fa più certi calcoli, siamo costretti a farli noi. Con una recente sentenza,  relativa alla separazione con la sua ex moglie, la Cassazione ha quantificato in 53 milioni di euro il reddito medio dell’ex cavaliere. Qual è allora il risparmio annuo che egli otterrebbe con le due ipotesi di flat tax di cui ci stiamo occupando? Nove milioni e 534mila (per l’esattezza 9.534.920) euro con la proposta IBL, cioè 12 volte il guadagno del 2004; 14 milioni e 833mila (per l’esattezza 14.833.620) nella versione leghista, cioè 19 volte quanto lucrato tredici anni fa.
Quello di Berlusconi è per noi solo un esempio. Ma un esempio che abbiamo usato volutamente, sia per segnalare l’ipocrisia di certa sinistra sistemica (che si scandalizza di fronte ad un avversario politico, ma non davanti al colossale privilegio di un’intera classe dominante), sia  per denunciare l’attuale silenzio su un tema che vede invece ormai in campo i pezzi da novanta del mainstream ultra-liberista.
  Conclusioni  
Davanti a questo scenario sarà bene prendere in mano, e con decisione, la questione fiscale. Non solo essa non è un dettaglio, come spero si sia capito anche da questo articolo, ma esiste il rischio concreto che sia proprio questo il grimaldello per un’ancor più profonda controrivoluzione sociale a danno del popolo lavoratore.
Il perché esista un rischio di questo tipo è presto detto. Perché è effettivamente vero che la pressione fiscale è diventata insostenibile. E’ effettivamente vero che spesso i cittadini impazziscono di fronte alle varie scadenze fiscali. E’ effettivamente vero che si esercita un accanimento continuo allo scopo di raschiare il barile. Ed è facendo leva su queste verità che i sostenitori della  flat fax offrono la loro risposta: tagliare fortemente le tasse (abbiamo visto per chi, ma senza una battaglia politica anche questo rischia di apparire un dettaglio), amputando ben più di quanto si sia visto finora la spesa sociale.
Di fronte a questo disegno la risposta più tragica è quella che viene dalla “sinistra” europeista, che nella sostanza sa solo replicare che le tasse non si possono in alcun modo ridurre in ossequio alle regole del Dio Euro.
In realtà – all’imprescindibile condizione di rompere con la gabbia della moneta unica – le tasse si possono ridurre eccome, ma il problema non è il “se”, bensì il “come” ridurle.
Starebbe alle forze più consapevoli che si sono battute per il NO al referendum del 4 dicembre prendere l’iniziativa su questa decisiva materia. Una materia che ci rimanda direttamente al cuore della stessa Costituzione del 1948.
Ma, sia chiaro, “prendere l’iniziativa” è l’esatto contrario della semplice difesa dello status quo. Occorre dunque contrapporre alla controriforma liberista della flat tax, una riforma sociale dell’intero sistema fiscale basato su principi non di uguaglianza formale (come il 15 o il 25% per tutti), bensì di uguaglianza sostanziale.
Nella modestia delle nostre forze discutiamo di questi temi da anni. Lo facciamo all’interno di un ragionamento complessivo sulle misure urgenti che dovrebbero accompagnare l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea. Credo, però, che questa discussione possa interessare una platea assai più vasta di quella coinvolta finora.
In ogni caso le idee non mancano. Ma su questo vedremo di tornare nel dettaglio in un prossimo articolo. Intanto spero si siano capite le ragioni del NO cubitale che dobbiamo opporre ad ogni proposta di flat tax, smascherando anche quei finti sovranisti alla Salvini che immaginano evidentemente una “sovranità” ad uso e consumo dei soliti noti.



L’ITALIA FARÀ LA FINE DI GENOVA?

[ 26 settembre 2016 ]
 
Ogni riferimento e ogni analogia a fatti, globalizzazioni, debiti pubblici, bancocrazie, cessioni di sovranità politica, lotte tra classi, repubbliche oligarchiche e stati pignorati (non) è puramente casuale.
 
«La storia di Genova nel secolo XIV ci appare così come un susseguirsi incessante di rivolte, di lotte di parte e di interventi stranieri.
Essendo nel 1339 la fazione popolare riuscita a prevalere e a imporre l’elezione di un doge nella persona di Simone Boccanera, la grande nobiltà oligarchica non esitò a porre la città sotto la protezione dell’arcivescovo Giovanni Visconte, signore di Milano.
Dopo la morte di quest’ultimo, Genova, dopo nuove e tormentate vicende interne, si dette nel 1396 alla Francia, sotto la quale rimase fino al 1409, per poi tra il 1421 e il 1436 ritornare ancora sotto la signoria viscontea e, tra il 1459 e il 1461, nuovamente sotto quella francese. Questa irrequietezza politica non è d’altronde che il paravento di una sostanziale immobilità sociale: malgrado i tentativi di rinnovamento operati dal basso, la vita politica genovese continuò sempre ad essere il monopolio di una ristretta oligarchia di grandi famiglie.
 
Gli stessi caratteri presenta anche la vita economica. Le finanze dei privati erano infatti assai più floride di quelle della repubblica e quest’ultima, impegnata com’era nella sua grande politica marittima, era costretta, dopo aver spremuto sino all’osso mediante gabelle, dazi e ogni genere di imposte dirette e indirette i redditi dei ceti meno abbienti, a contrarre forti debiti e obbligazioni ricorrendo a “compere” e prestiti con i privati e specialmente con i cittadini più facoltosi. Il sistema era lo stesso in uso nelle altre città italiane e a Venezia in particolare. Esso funzionò bene finché i profitti realizzati con il commercio e, più in generale, le buone fortune della città misero l’erario pubblico in grado di corrispondere puntualmente agli interessi verso i propri creditori.
 
Quando però le cose incominciarono a mettersi al peggio e si profilò addirittura il rischio che, oltre gli interessi potesse andar perduta anche parte del capitale, allora sarebbe stato necessario da parte dei cittadini che avevano investito i loro averi in titoli di Stato un grande spirito di dedizione alla cosa pubblica per continuare a concedere allo Stato la propria fiducia. Era questo il caso di Venezia, ma non quello di Genova.
 

Quando, dopo la guerra “di Chioggia”, la quale, a Genova come a Venezia, aveva ingoiato somme enormi, si cominciò a profilare sulle finanze cittadine l’ombra del dissesto (nel 1408 il debito dello Stato era salito alla cifra enorme di 2.938.000 lire genovesi), i creditori pretesero il massimo delle garanzie. Essi si riunirono in un consorzio —il Banco di San Giorgio— e ottennero che adesso fosse devoluta l’amministrazione del debito pubblico. Ma come i nuovi amministratori avrebbero potuto garantire un più regolare pagamento degli interessi? La soluzione venne trovata inasprendo ulteriormente il carico fiscale e affidando al Banco la gestione di alcuni dei proventi fiscali dello Stato. In tal modo, facendosi essi stessi amministratori delle entrate dei loro debitori e assumendo il ruolo di, per così dire, curatori fallimentari, i creditori consorziati nel banco avevano in mano una solida garanzia. Quando però il prestigio e il commercio genovese in Oriente iniziarono la parabola declinante, allora questa garanzia non era più sufficiente. Ciò accadde appunto nel corso della prima metà del secolo XV: la caduta di Costantinopoli nel 1453, che tagliò fuori Genova dalle sue fiorenti colonie del Mar Nero, non fu che l’ultimo e definitivo colpo vibrato a un prestigio politico già seriamente compromesso.

clicca per ingrandire

 

 
In tali condizioni gli amministratori del Banco pretesero di più e cioè di amministrare direttamente alcuni territori della repubblica —colonie in Oriente, castelli e terre sulla riviera, la Corsica— con ampia facoltà di sfruttarli a loro piacimento, sino anche a venderli. Fu questo il caso di Livorno che nel 1421 fu ceduta ai fiorentini per moneta sonante.
“San Giorgio —scriveva il Machiavelli— si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre e città sottoposte allo imperio genovese, le quali governa e difende e… vi manda i suoi rettori senza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato l’amore del Comune…e postolo a San Giorgio”. Difficilmente si può immaginare una illustrazione più efficace di che cosa si debba intendere quando si parla – come si è già parlato – del consolidamento delle posizioni corporative e privilegiate del patriziato urbano: a Genova noi vediamo una città, una “repubblica”, alienare ai suoi cittadini più ricchi le sue finanze e la sua stessa sovranità territoriale; vediamo uno Stato trasformarsi praticamente in un’azienda della quale sono azionisti le sue grandi famiglie.
 
Queste ultime furono infatti le principali beneficiarie dell’operazione. A mano a mano che in seguito al declino del commercio genovese in oriente le difficoltà economiche vennero aumentando, i piccoli risparmiatori che avevano investito il loro denaro nei “luoghi” di San Giorgio furono costretti a liberarsene e questi finirono per concentrarsi nelle mani di una ristretta e potente oligarchia di creditori. Da questa usciranno le grandi dinastie dei banchieri genovesi finanziatori di Carlo V e di Filippo II».
In: Giuliano Procacci

Storia degli italiani, I volume, ed. La Terza, 1968, pag. 80-82



BAGNAI COLTO (NUOVAMENTE) CON LE MANI NEL SACCO di Marxista dell’Illinois n.2

[ 16 febbraio ]

Alberto Bagnai (nella foto) continua a difendere la sua scelta di campo politica a favore della Lega Nord di Matteo Salvini. Lo fa in una recente intervista* in cui accetta di essere presentato come “economista di sinistra” —ma come, non era scomparsa la “dicotomia”?

L’intervistatore chiede al Nostro cosa ne pensi della Flat Tax, che è uno dei tre cavalli di battaglia di Salvini e Borghi Aquilini (gli altri due essendo il No all’immigrazione e il No all’euro).

Bagnai risponde pelosamente che quello della Flax Tax “è il punto su cui ho le maggiori perplessità”. Perplessità? Come ebbi modo di dire nel dicembre scorso:

«Cosa sia la Flat Tax è presto detto: il sogno di tutti i furfanti, la quint’essenza della visione neoliberista in economia. Tu guadagni mille io dieci e la comunità ci prende in tasse la stessa quota del 20%. Addio alla Costituzione! Addio, in una società che vede ampliarsi il solco tra ricchi e poveri, al principio del fisco come leva per redistribuire la ricchezza. Diciamola tutta: addio allo Stato e abdicazione finale della politica al regno dell’economia fondata sul profitto». [I NODI VENGONO SEMPRE AL PETTINE]

Ciò mi ha tuttavia colpito è un altro passaggio dell’intervista. Alla domanda: “Gli italiani, oltre alla mancanza di credito, lamentano l’eccessivo carico fiscale. Qual è il cambiamento più urgente nel nostro sistema di prelievo?”, Bagnai risponde:

«Riportare la tassazione dal patrimonio al reddito. Finora ci si è gettati sui risparmi degli italiani, nel momento in cui il sistema economico malgestito aveva distrutto i loro redditi. In Italia c’è un accanimento fiscale, derivante da un sistema di gestione della politica che favorisce i grandissimi e impoverisce i poverissimi. La classe media sostiene il costo per tutti, e questo è un sistema che socialmente non regge».

Adesso capisco perché il Bagnai, rispondendo ad un suo follower che cli chiedeva cosa pensasse del voluminoso lavoro di Thomas Piketty (Il Capitale nel XXI secolo) abbia risposto lapidariamente: “un piddino”.
 
Com’è noto Piketty ha dimostrato, dati empirici alla mano come, con l’avvento del neoliberismo le distanze sociali siano diventate abissali. Da buon keynesiano Piketty sostiene che ” un’imposta eccezionale sul capitale è la soluzione più equa ed efficace” per ridurre lo scandaloso abisso sociale tra ricchi e poveri. Piketty scrive che” un’imposta proporzionale del 15% su tutti i patrimoni privati procurerebbe quasi un’annualità di reddito nazionale e permetterebbe quindi di rimborsare immediatamente gli interi debiti pubblici”. In buona sostanza si tratta di una tassa patrimoniale.
 
Si può disquisire a lungo se la proposta avanzata da Piketty sia adeguata per far risolvere la crisi dei debiti sovrani. Ciò su cui non si può avere dubbi è che Piketty sia un antiliberista e un keynesiano sincero. 
 
Siccome anche Bagnai, com’è noto, si spaccia per keynesiano, la domanda che sale da sola è la seguente: si può essere keynesiani e sostenere che la “tassazione va riportata dal patrimonio al reddito”? Ovvio che no!
 
Proporre un sistema fiscale che tassi poco o non tassi affatto i patrimoni (mobiliari e immobiliari) è la prima caratteristica del neoliberismo —non a caso fu il cavallo di battaglia di Reagan e della Tatcher. Il dogma dell’ideologia liberista com’è noto, consiste infatti nel ritenere che la ricchezza viene creata, non dal lavoro, ma dal capitale e quindi, più i ricchi sono ricchi e lo Stato si fa i fatti suoi, più sviluppo e benessere. 
C’è voluto il crollo finanziario del 2007-2008 per mandare all’aria questo dogma, e Bagnai fa finta di non saperlo.
 
Il Nostro è “perplesso” sulla Flat Tax, ma in quanto a modello fiscale, propone un sistema liberista ancor più radicale e ingiusto. Se esso fosse applicato scardinerebbe l’Articolo 53 della Costituzione della Repubblica —”Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”— togliendo allo Stato un altro pezzo di sovranità, la facoltà, grazie al sistema fiscale, di redistribuire la ricchezza sociale.
 
Un principio, quello dell’Art. 53, che non solo non è mai stato davvero applicato, ma che è stato disatteso e tradito dai governo neoliberisti (di centro-sinistra e centro-destra) degli ultimi decenni.
 
Certo che il sistema fiscale italiano va “riformato”, ma nella direzione opposta a quella neoliberista che propone il triangolo incestuoso Salvini-Borghi-Bagnai.
 
Ci vuole una patrimoniale seria, ovvero anch’essa ispirata al criterio della progressività (quindi, ad esempio, niente tasse sulla prima casa, niente TASI). Ma occorre abolire l’attuale legge anti-progressiva sulle rendite finanziarie —oggi abbiamo che si paga il 26% sugli interessi per ogni deposito: chi ha 10mila euro è tassato come chi possiede 10 milioni. Occorre abolire la “cedolare secca” sugli affitti e, soprattutto, occorre abolire ogni tipo di tassa indiretta sui consumi, che penalizza anzitutto le classi popolari.
 
Il pensiero corre quindi verso i seguaci del Nostro: “La colpa dell’uno diviene colpa di tutti se i tutti ignorano la colpa dell’uno”.
* QUI l’intervista in questione

 




ECCO CHI SONO! QUELLI CHE… LA GERMANIA DEVE USCIRE DALL’EURO di Eleonora Sacchiti

19 giugno 2013.

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO.

«Seguo assiduamente il vostro blog, come quello di Alberto Bagnai. Lì per lì sono rimasta perplessa leggendo le critiche dure di Pasquinelli, per quanto anch’io sia rimasta stupita dalla svolta di Bagnai che, dal ritorno alla lira è passato… a quello della Germania al marco.

Per capirne di più sono andata al sito ufficiale del manifesto per la solidarietà europea. In questo sito c”è una pagina dedicata all’incontro di Parigi del 15 giugno, quello in cui veniva presentato il suddetto manifesto. Quello a cui era presente Alberto Bagnai.
Sono anda a spulciare per vedere chi fossero i relatori dell’incontro, quelli che voi avete chiamato “compagni di merende“.

Una schiera di liberisti di vecchia data che Claudio Borghi ci fa la figura della mammoletta e Sapir il paravento di sinistra. Vedere Bagnai in sodalizio con chi critica da destra l’euro e l’Unione europea mi fa un certo effetto. Di sicuro mi ero illusa.

Qui sotto i profili degli oratori all’incontro di Parigi.

José Piñera Echenique 
 
Ministro del governo di Pinochet dal 1978 al 1981. Noto liberista. Applicò in Cile la dottrina di Milton Friedman e dei Chicago Boys. Ancora nel 2010 difese Pinochet sostenendo che il golpe era necessario. Suo fratello è Presidente del Cile per la destra post-pinochettista.

 

Charles Beigbeder

Noto imprenditore e affarista francese. Liberista. Nominato nel 2007 da Sarkozy Chevalier de la Légion d’honneur. Esponente dell’UMP, il partito di Sarkozy.

 

Aurélien Véron

Libersita francese, esponente del partito Liberal-Democratico. Noto per aver lanciato una campagna contro il debito pubblico, per la riduzione della spesa, per la riduzione delle tasse e per la privatizzazione del sistema pensionistico.

 

 

Hans-Olaf Henkel

Ex manager dell’Ibm Deutschland, dal 1994 chef di Ibm Europa. Dal 1995 al 2000 presidente del Bundesverbandes der Deutschen Industrie (BDI), la Confindustria tedesca.

 

 

Stefan Kawalec

Polacco, liberista. Chief Advisor di Bank Handlowy SA (Gruppo Citibank). Vice ministro delle finanze dal 1991 al 1994. Consulente a più riprese della Banca Mondiale. Esperto di privatizzazioni e di tagli alla spesa.

 

 

Daniel J. Mitchell

Economista anarco-liberista nordamericano del CATO Institutes. Difensore della supremazia assoluta del mercato, teorico dello “Stato leggero” (poche tasse poca spesa pubblica)

 

 

Barbara Kolm

Liberista austriaca, presidente del V. Haiek Institut —Hayek, uno dei padri del pensiero liberista— vedi sopra il logo. Esponente del partito nazionalista xenofobo Freiheitliche Partei Österreichs (Fpo) fondato da Jorg Haider.

 

 

Jean- Michel Fourgous

Uomo politico francese. Liberista, deputato dall’Ump sarkozista.

 

Jean-Philippe Delsol

Fiscalista liberista francese.  In polemica con l’aumento delle tasse per i milionari deciso dal governo Holland scriveva qui:

« Gli esuli francesi a Londra sono in primo luogo dei giovani che vogliono lavorare e che sono stanchi dei vincoli del sistema francese, che vogliono essere in grado di assumere con facilità, che vogliono assumere per costruire il loro business senza la paura di dover chiudere».

Lascio a voi spiegare perché e per come l’idea che la Germania esca lei dall’euro è, come dite, sbagliata oltre che utopistica. Quello che ho verificato io mi basta e mi avanza».




A BRACCETTO CON SOROS. Il salto della quaglia del Prof. Bagnai di Moreno Pasquinelli

28 maggio 2013.

Sapevamo che con Bagnai è difficile intavolare un contraddittorio. Lui lo si può solo adulare. Quando gli si muovono obiezioni [vedi: Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi] perde la testa, la butta in caciara e, come un gradasso, rovescia sui malcapitati una caterva di insulti che superano la linea oltre la quale il Diritto e il buon senso ritengono ci sia diffamazione.

Pur senza mai citarmi (un classico della tecnica subdola della delegittimazione), mi definisce pubblicamente, cito, un “relitto umano”, un “povero imbecille”. Travolto dalla compulsione isterica così giustifica perché non intende rispondere alle critiche: “Non vi aspetterete da me una mediazione coi platelminti, o con gli anellidi, e nemmeno coi nematelminti, insomma, con tutti gli infiniti vermi del terrario nostrano, provinciale, egotista, intellettualmente ed eticamente deficitario”. [1]
Le contumelie qualificano chi ne fa uso. Noi proviamo a tornare sui contenuti. Tenteremo di dimostrare che i fuochi pirotecnici a base di improperi esibiti da Bagnai sono solo un disperato tentativo di depistaggio.
La risposta che Bagnai è stato obbligato a darmi non poteva essere più clamorosa. Il Nostro ha dovuto rendere finalmente pubblico in Italia un Manifesto, di cui egli è firmatario, tenuto furbescamente nascosto ai suoi followers per ben quattro mesi, proprio perché questi l’avrebbero considerato, non a torto, come una clamorosa giravolta.
Chi abbia seguito il Nostro sa che, al netto dei tecnicismi, il suo teorema si poteva riassumere in quattro assiomi: (1) Ogni area valutaria unica basata sulla rigidità del cambio è destinata a crollare perché va contro le leggi di mercato; (2) l’euro non solo porta la colpa di aver accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, esso non è solo una moneta ma un “metodo di governo”, bollato come “nazista”; (3) Non c’è “un’uscita da sinistra dal nazismo”, l’Italia per salvarsi deve subito riconquistare la sua sovranità monetaria e politica; (4) quindi guerra frontale alle sinistre “luogocomuniste” che chiedono “più Europa” visto che, date le differenze tra nazioni, l’Unione europea stessa è una mera utopia.
Come ora vedremo questo Manifesto manda a farsi friggere tutti e quattro questi assiomi. Già il titolo è sconcertante: “Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’eurozona”. Potrebbero sottoscriverlo non solo i capobastone del Pd o del Pdl, ma anche Monti o uno qualsiasi dei tecno-oligarchi di Bruxelles.
Un titolo infelice? No! Il contenuto è in linea e consiste in una difesa non solo dell’Unione europea ma della moneta unica. Inaudito? Inconcepibile? Per niente.
Leggiamo assieme le chicche più notevoli:

«La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politico ed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno….l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea…L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo».

Sì, avete capito bene: avanti col processo d’integrazione europea, quindi riforma della moneta unica, necessaria per portare avanti questa integrazione.
In concreto cosa propone il Manifesto? Due misure essenzialmente.
La prima:
«Un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi europei».

Il voltafaccia di Bagnai è clamoroso e addirittura imbarazzante, poiché smentisce tutto quanto chi lo ha seguito ha detto non solo dell’euro (non solo una orribile moneta ma un “metodo nazista di regime”) ma dello stesso Sme (si ricordino le paginate sulla svalutazione “salutare” del 1992).

La seconda:
«Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea».
In pratica si chiede un nuovo Sme ma, si badi, non di paesi a sovranità monetaria. Questa sarebbe un’ipotesi di ultima istanza, se possibile da evitare. L’euro dovrebbe restare, è la Germania che deve uscirne. Detto di passata: questa tesi non è nuova, circola da anni, anche a sinistra, e Bagnai l’ha sempre brutalmente contestata — Albè, ti ricordi il nostro convegno di Chianciano Terme dell’ottobre 2011? [2]
Una tesi recentemente sostenuta non solo da W. Munchau ma niente-poco-di-meno-che da George Soros. [3] Così forse ci spieghiamo come mai, con la scusa di farla finita col “complottismo”, Bagnai sia giunto, il 13 maggio scorso, in soccorso di Soros, secondo il Nostro per niente colpevole per aver affondato la lira nel 1992. [4] Giungere a fare l’avvocato d’ufficio di Soros, assolvendolo dal ruolo di criminale stregone della finanza predatoria globale —inopinatamente scaricandone tutte le colpe sui governanti italiani quando tutti conosciamo con quali e quante invettive ha maltrattato chiunque osasse fare della “casta” il nemico principale—, è un fatto gravissimo, che la dice lunga sul dove Bagnai sia andato a parare.
Uno ha il diritto di cambiare idea, non può però chiedere indulgenza se mente o se esibisce il più italico dei vizietti, il trasformismo. Il Nostro, una volta scoperta l’arma del delitto, vorrebbe negare che le impronte sul grilletto siano le sue, e implora le attenuanti… “faccio solo da palo”.
Sappiamo che un simile fare spinge molti suoi seguaci a considerarlo un impostore. Si sentono ingannati, turlupinati. Chi si illude finisce prima o poi per disilludersi. La lezione dovrebbe invece aiutarli ad aprire gli occhi, a comprendere che non esiste una scienza economica neutrale, oggettiva, al di sopra delle classi sociali. Dietro ad ogni “scienza”, per quanto vestita di una panoplia di statistiche e tabelle, c’è sempre una concezione della società. L’economia è sempre economia politica.
Questo, tra l’altro, volevo dire, col mio articolo che tante polemiche sta suscitando:  non ci si può fidare di qualcuno che pensa di poter fare a meno di una teoria economica generale, che pensa di stare al di sopra delle classi sociali. Volevo dire che una simile posizione cela un avventurismo che poteva andare in tutte le direzioni, uno che avrebbe potuto mettersi al servizio del primo padrone.
Per quanto ad alcuni non entri in zucca, la teoria economica implicita del Bagnai sovranista anti-euro di ieri è la stessa di quello di unionista e pro-euro di oggi, quello che certi suoi estimatori considerano un inconcepibile “tradimento” è, per quanto clamoroso e gravissimo politicamente, un salto della quaglia, un riposizionamento, più a destra, nello stesso campo.
Ecco quindi il Manifesto in questione, questo distillato di economicismo imperialistico, che non contiene, non diciamo idee socialiste, ma nemmeno keynesiane. Per questo potrebbero sottoscriverlo, fra qualche mese, non solo Fassina, ma pure Crosetto, Brunetta e Berlusconi. Anzi, più questi ultimi che Fassina, se si tiene conto, appunto, della totale assenza di qualsivoglia riferimento agli interessi dei popoli, dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Ricordate le violente bordate di Bagnai ai sinistrati che dicevano che era meglio tenersi l’euro con l’argomento che l’uscita avrebbe significato un’ecatombe per i lavoratori? Ora il Nostro firma un Manifesto che parte dallo stesso paradigma eurista dei sinistrati, ma per difendere i dominanti. Lo fa infatti, dimmi con chi vai ti dirò chi sei, assieme a dei consiglieri di Sua Maestà, suggeritori dei governi liberisti, esponenti delle cupole aristocratiche e rentier europee.
Dei dominanti condividono la preoccupazione di salvare la baracca del capitalismo-casinò, i suoi sistemi bancari predatori, i suoi meccanismi oligarchici e classisti. Identica la paura sbirresca di eventuali, Dio ce ne scampi!, sollevazioni popolari che facciano saltare il sistema. Infatti leggiamo:
 «Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale e di compromettere definitivamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea».
Il delirio élitario tutto borghese è totale, come il disprezzo verso la povera gente: occorre salvare dall’alto e in maniera pilotata e tecnocratica la baracca poiché “la minaccia” è che alcuni paesi potrebbero decidere di farla saltare «sotto la pressione della pubblica opinione». Per Lorsignori sarebbe una disgrazia se il volgo, cacciati i governanti corrotti, prendesse in mano i propri destini e appendesse ad un palo i responsabili del massacro sociale. Un concentrato di pensiero, non liberale, ma liberista e reazionario.
Osservate infatti, l’ha già fatto notare Fiorenzo Fraioli, con quali compagni di merende Bagnai ha sottoscritto il Manifesto: non solo precettori e luogotenenti dei governi neoliberisti, o ausiliari degli euro-oligarchi o di multinazionali, ma banchieri di Goldman Sachs, di Deutsche Bank, di Nomura. “Persone di elevato profilo scientifico”, così Bagnai camuffa senza il minimo pudore i suoi nuovi compari.
Restammo perplessi quando Bagnai, nel dicembre scorso, mentre il governo Monti se ne stava andando, ci disse che forse occorreva siglare un nuovo “Patto Ribbentrop-Molotov”. Consideranmmo lì per lì una cazzata l’idea che si dovesse fare un’alleanza coi berluscones in funzione non solo anti-piddina ma anti-grillina. Adesso è chiaro cosa realmente bolliva nella pentola mentale del Nostro.
Azzeccata ci appare così l’evocativa definizione del Nostro fatta da Emiliano Brancaccio in occasione di un memorabile dibattito in cui i due furono protagonisti:
«Alberto Bagnai non è veracemente uno, ma è veracemente due. Da un lato c’è l’autore di un libro veramente interessante, e c’è poi, dall’altro lato, l’autore di un blog, che fa pure un buon lavoro, ma che di tanto in tanto, sembra somigliare ad un predicatore che si metteva a fare proseliti nel bel mezzo di Hide Park, nudo come mamma l’aveva fatto, con il vangelo secondo Giovanni sotto il braccio, e con una vigorosa erezione in bellissima mostra..». [5] 
Nb
Nel mio articolo “Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi”, iniziavo dicendo che eravamo venuti a sapere che Bagnai e altri stavano partorendo un Manifesto politico. Il Nostro ha risposto pubblicando il Manifesto europeista in questione, smentendo poi che sarebbe mai entrato in politica. Ora, nel caso che la meritevole opera di resistenza anti-eurista non fosse già tutta politica, di certo in politica c’è entrato firmando quel Manifesto insulso. Tuttavia io mi riferivo ad un’altra cosa. Mi riferivo proprio al fatto che Bagnai stava scrivendo con altri pochi eletti, un altro manifesto. Il suo sodale e blogger Orizzone48, il 18 maggio alle ore 13:05 sul suo blog così rispondeva ad un lettore che, proprio segnalando sollevAzione e il Manifesto spagnolo, lo esortava a scendere in campo:
«Pensa che ho anche consegnato a un prestigioso esponente del costituzionalismo e del potere giurisdizionale spagnolo l’articolo sulla incostituzionalità di tutte le manovre finanziarie successive a Maastricht. E mi ha poi scritto che l’avrebbe fatto tradurre.
Il “manifesto” in questione ovviamente dice le cose su cui qui stiamo lottando e insistendo. Al suo interno si enuncia la difficoltà di arrivare a quelle “masse” manipolate che non sono in grado di mutare tempestivamente la loro percezione delle cause della crisi.
Il problema è ovviamente anche italiano.
Con Alberto (e non solo) stiamo provvedendo ad analogo “manifesto” e anche a dargli un seguito di “pensiero organizzato nella società”.
A quel punto ci conteremo. E non saremo mai abbastanza».
NOTE
[1] In untweet mi qualifica poi come “il trotskysta scalzo della Valnerina”. Descrizione trinitaria che potrei considerare encomiastica, visti la grandezza di un rivoluzionario come Trotsky o quanto ha donato la Valnerina alla civiltà europea, anche solo sfornando uno come S.Benedetto. In verità non sono della Valnerina né trotskysta. Per quanto concerne lo “scalzo” confesso che ho un rispetto grande, se è questo che Bagnai voleva intendere, verso chi sceglie la pauperitas come scelta di vita, mentre non ne ho affatto verso gli scaltri e i furbacchioni in cerca di fama e cadreghe spacciandosi per “sommi economisti.
[2] Al convegno di Chianciano “Fuori dal denito! Fuori dall’euro” questa tesi fu sostenuta dall’economista Ernesto Screpanti, ma con ben altra prospettiva, quella di una rottura rivoluzionaria e internazionalista dell’eurozona.
[3] Disse Soros il 10 aprile scorso in un convegno a Francoforte: «Se invece fosse l’Italia ad abbandonare l’Eurozona, il suo debito denominato in euro diverrebbe insostenibile e andrebbe ristrutturato, gettando il sistema finanziario globale nel caos. Quindi, se qualcuno deve lasciare, quel qualcuno dovrebbe essere la Germania, e non l’Italia.» Il Sole 24 Ore 28 maggio 2013

[4] Speculazione finanziaria: quelli che “è brutta e cattiva. Il Fatto quotidiano del 13 maggio 2013

[5] Emiliano Brancaccio, Osservazioni critiche sulle tesi di Alberto Bagnai. Napoli 4 aprile 2013




LE DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO BAGNAI E NOI di Moreno Pasquinelli

23 maggio 2013.

Ci giunge notizia che Alberto Bagnai (nella foto) si è finalmente deciso a scendere in campo, che sta per lanciare un manifesto, allo scopo di aggregare energie nuove per, evidentemente, dare vita ad un movimento politico per l’uscita dell’Italia dall’euro. E’ un’ottima notizia. Ma dire no all’euro non è sufficiente. Dall’euro si può uscire in tanti modi e addirittura con opposte finalità. Ci sono quindi aspetti teorici e politici che la questione dell’uscita tira in ballo. Di questo vogliamo parlare.

«La teoria economica dice questo: in un’area valutaria in cui non c’è mobilità, non ci sono trasferimenti e per di più avviene uno shock, si ha un collasso. L’aspetto criminale dei fondatori dell’Euro è che tutto questo lo sapevano, e non solo non han fatto nulla, ma anzi l’hanno fatto apposta: la crisi dell’Euro di oggi era inevitabile». [1]

Questa sentenza senza appello non l’ha pronunciata Alberto Bagnai, bensì quel liberista incallito di Luigi Zingales. Seppur tradendo una certa falsa modestia Bagnai ci dice infatti:

«Non per fare il “precisino”, ma vorrei chiarire subito che quelle che in Italia sono indicate come le “mie” tesi sull’euro in realtà di mio hanno ben poco. Ci tengo sia per onestà intellettuale (non sarebbe bello attribuirsi idee altrui), sia per far capire quanto sia indietro il dibattito in Italia (dove tesi comunemente accettate all’estero ancora sembrano rivoluzionarie)». [2]

Noi non ci occuperemo tuttavia dei difetti di Bagnai ma se c’è una teoria economica che soggiace alle sue posizioni e, se c’è, di quale essa sia.

I followers di Bagnai cadranno dalle nuvole: “Di quale teoria economica state parlando? Alberto snocciola dati e fatti così come si presentano, si limita ad interpretarli, di teorie sistemiche non c’è bisogno”.

I “dati”, i “fatti”. Non dovrebbe essere necessario scomodare Kant per capire che la nostra conoscenza non viene dal mero riflettere fatti empirici nella nostra mente, che essa è invece possibile perché la nostra ragione li afferra e li ordina necessariamente in base a criteri e forme a priori. Quindi può interpretarli. Siccome stiamo parlando di fenomeni sociali, e dato che la società è composta di classi e segnata da conflitti, ogni giudizio su di essi, per quanto pretenda di essere “oggettivo”, contiene implicita una concezione “soggettiva”. Nessuna interpretazione è innocente.

A. Smith

Immaginiamo l’obiezione dei seguaci: “ammesso che sia così, se Bagnai ha tirato conclusioni giuste sull’euro e il suo fatale destino, la sua teoria economica è evidentemente corretta”. Prima contro-obiezione: se anche Zingales, un ultra-liberista seguace di Milton Friedman e grande estimatore del thatcherismo, quindi apparentemente molto distante dalle concezioni di Bagnai, predica l’insostenibilità di una moneta unica per più paesi che non sia affiancata da comuni politiche fiscali, di bilancio e sociali, rivela appunto che si può trarre un medesimo giudizio di fatto, pur avendo differenti giudizi di valore. Seconda contro-obiezione: il fatto che per secoli i marinai abbiano solcato i mari e tracciato con estrema precisione le loro rotte pur basandosi sull’idea che la terra fosse il centro dell’universo non rende evidentemente giusta la teoria geocentrica.

Potete scavare in lungo e in largo nella copiosa produzione di Bagnai, a cominciare da “Il tramonto dell’euro”, per quanto possa sembrarvi paradossale non troverete mai il concetto di “crisi del sistema capitalistico”. Il fatto che ciò lo accomuni allo schieramento bipolare degli economisti mainstream divisi, così si dice, tra ortodossi ed eterodossi, non rende meno grave questa spaventosa deficienza. Una prova lampante che tutti costoro, liberisti e pseudo-keynesiani, pur accapigliandosi, si basano sul medesimo paradigma, la cui genetica caratteristica è quella di dare per scontato che quello capitalistico non è un sistema storicamente determinato, con contraddizioni sue proprie, bensì destinato ad essere eterno. Tutt’al più esso conoscerebbe solo “squilibri”, quindi essi si dividono solo sulle terapie: su come detti squilibri necessariamente momentanei debbano essere superati.

Conosciamo l’antifona: “ariecco i soliti marxisti tetragoni!”. Voilà il sintomo infallibile della momentanea vittoria del cosiddetto “pensiero unico”, la medaglia di cui neoliberismo e neo-keynesismo sono le due facce. Una tombale amnesia sembra essere calata sulla teoria economica, lo stigma della pervasività delle teorie dei seguaci contemporanei dei neoclassici o marginalisti che seppellirono brutalmente come “metafisiche” non solo le riflessioni di Marx, ma pure quelle di economisti come Smith, di Ricardo, di Sismondi, di Malthus, di J.S. Mill, di Schumpeter, di Marshall, di Galbraith, che pur essendo ognuno in qualche modo liberisti, almeno indagavano le contraddizioni e si chiedevano quale fosse il destino del sistema capitalistico.

Tutti questi grandi economisti sono stati “grandi” appunto perché non si sono limitati ad osservare i fenomeni, essi hanno cercato di svelare le loro intime connessioni, di scoprire le leggi a cui una data formazione economico-sociale ubbidisce (non fermandosi alla banalità che i prezzi soggiacciono al gioco della domanda e all’offerta), senza sfuggire alla questione di quale sarebbe potuto esserne l’approdo. Pur avendo svelato cause anche molto diverse fra loro, malgrado si siano divisi sul dopo, tutti sono giunti alla medesima conclusione: il capitalismo sarebbe perito sotto il peso delle sue contraddizioni intrinseche.

D. Ricardo

Tutto questo ricchissimo patrimonio teorico e scientifico sembra andato perduto, seppellito dalla folta schiera di economisti tutti indaffarati nel tentativo disperato di dare un senso al terrificante caos in cui si dimena il capitalismo-casinò. Sono così nate le più diaboliche discipline, le più disparate metodologie, i più funambolici modelli: finanza frattale, econometria, curve di differenza, moltiplicatori monetari, funzioni translogaritmiche. Chi più ne ha più ne metta.

Anche molti presunti keynesiani fanno appunto parte di questa schiera di insabbiatori. Come se, per meritarsi la qualifica di keynesiano fosse sufficiente ripetere come un mantra che occorre stimolare la domanda aggregata durante le recessioni incrementando la spesa pubblica, porre riparo agli squilibri delle partite correnti, ergo disporre di sovranità monetaria.

Si converrà che per spacciarsi tali occorre accettare, assieme a certe premesse dottrinali di keynes —la critica alla teoria smithiana della “mano invisibile” per cui il mercato si autoregola da solo; quindi il rifiuto della legge di Say, oro colato dei neo-classici; per cui l’offerta aggregata crea la propria domanda, la critica alla concezione marginalista del capitale— anche la sua visione generale per cui, dato che il capitalismo tende per sua natura allo squilibrio (o sovrapproduzione) la funzione della politica economica sarebbe quella di accompagnarlo verso la sua inesorabile fine a favore di un ordine sociale più razionale. [3]

Maledetta economia teorica! Il guaio è che senza una teoria generale non si va lontano, e senza questa non possiamo spiegarci la malattia congenita che affligge il sistema capitalistico, quindi non avremo alcuna terapia degna di questo nome. Per cui a noi va bene anche chiamarli tutti quanti “neo-keynesiani”, compresi i Krugman, gli Stiglitz e i Roubini, ma nel senso di “mezzi-keynesiani”. [4]

Sismondi

Non è per caso che costoro si guardano bene dallo spiegarci come mai il cosiddetto “periodo d’oro del capitalismo”, che va dalla fine della seconda guerra mondiale alla metà degli anni ’70, che si è svolto appunto all’insegna del keynesismo, sia crollato e abbia lasciato il posto a quello che chiamiamo (in attesa di una definizione più stringente e adeguata) capitalismo-casinò, convenzionalmente neoliberismo.

Bagnai per primo evita di porsi certe “scabrose” domande —salvo prendere sdegnato le distanze dalle tesi “complottiste” come quella dei seguaci della Modern Money Theory, che pur ricorrendo alla conspiracy delle sette dominanti, almeno una risposta cercano di darsela.

La tesi di Bagnai è alquanto semplice (ciò che non rende inutile leggersi il suo ponderoso Il tramonto dell’euro). Proviamo a ricapitolare la concezione generale di Bagnai: (1) la crisi non chiama in causa la struttura del sistema capitalistico, essa trae origine da alcuni “squilibri”; (2) dipende dal fatto che i debiti privati sono diventati pubblici; (3) se è anzitutto crisi dell’eurozona, ciò dipende dallo squilibrio delle partite correnti e delle bilance commerciali; (4) l’euro è causa essenziale poiché, che con le parità fisse, impedisce alle leggi di mercato di farsi valere anche nella sfera valutaria.

La cura per uscire dal marasma è quindi semplice: tornare alle valute nazionali, e, grazie al gioco compensativo delle svalutazioni e rivalutazioni, i mercati capitalistici, compresi quelli finanziari torneranno a scoppiare di salute.

Questa tesi sulle cause della crisi fa acqua da diverse parti, ed è come minimo semplicistica. E per quanto attiene alla terapia, vorremmo sottolineare che dall’euro si può uscire in diversi modi, anche “da destra”, fascisticamente, o magari proprio con un governo del sempiterno Berlusconi, ovvero usando svalutazione e inflazione per affamare ulteriormente i salariati, obbligandoli a sgobbare per quattro soldi.
Lo crediamo bene che così il capitale tricolore aumenterebbe la sua produttività e si risolleverebbe aggrappandosi alle esportazioni. Ciò che, malgrado tutte le improperie contro il “luogo comunismo”, finisce proprio per giustificare i sinistrati i quali ti dicono che, dati i rischi… tanto vale tenersi la moneta unica e sparire in un super-stato europeo.

Tutto ciò cela, eccome! una teoria economica. Una pietanza in cui frattaglie di keynesismo vengono condite alla rinfusa con un pizzico di mercantilismo protezionistico (quello che sta applicando la Germania), quindi forti dosi di libero-scambismo smithiano —privato però del suo discorso, pur impreciso, sulla caduta inevitabile del saggio di profitto e del suo aspetto anti-liberista [5]. Il tutto per servirci un insipido piatto neo-classico.

K. Marx

Già, i neo-classici, i marginalisti i quali, liquidando come metafisico ogni tentativo di dare basi oggettive alla teoria del valore, tagliarono la testa al toro affermando che questo, lungi dall’essere creato anzitutto a monte, nella sfera produttiva, si determinerebbe a valle, in quella del consumo, sarebbe quindi puramente soggettivo. Scompare del tutto l’analisi delle merce e del suo valore di scambio, che è considerata solo dal lato del suo valore d’uso, valendo quindi solo per il fatto di essere di qualche utilità al consumatore finale. Conterebbe cioè solo il prezzo, stabilito dalla “legge” della domanda e dell’offerta. Un letterale capovolgimento da cui deriva un’idea astrusa del capitale, considerato come mero sinonimo di mezzo di produzione (e non come rapporto sociale), come se un grande complesso industriale nel quale lavorano migliaia di salariati, equivalga all’arco e alle frecce del cacciatore preistorico o alla zappa del servo della gleba. Di qui l’idea che il capitale sia un sistema “naturale” in quanto tale destinato all’eternità. Si fa subito, seguendo questa pista, a considerare il profitto come legittima remunerazione del capitalista, giusta ricompensa del fatto che invece di consumare il suo reddito lo investe a rischio per creare ricchezza supplementare. Piccola domandina: da dove gli viene questo profitto? Non sarà mica che egli si appropria del plusvalore prodotto dai salariati?

Per i classici, e soprattutto per Marx, l’economia capitalistica consiste invece in produzione di valore, il quale ha come fine la propria valorizzazione. In altre parole: il capitale produce delle merci le quali hanno sì un valore d’uso che soddisfa bisogni, ma questo per il capitale è solo un mezzo, essendo il suo scopo la propria valorizzazione, il proprio illimitato accrescimento. E’ proprio la nativa insaziabile sete di profitto di innumerevoli capitali in cieca concorrenza fra loro che per Marx determina le crisi più catastrofiche, che implicano distruzione su larga scala di forze produttive (solo in Italia la produzione industriale, dal 2009, è crollata del 20%).

Ed è proprio a causa di queste crisi cicliche sempre più devastanti, alle prese con la necessità di investimenti sempre più massicci che offrono rendimenti sul lungo periodo e quel che è peggio decrescenti, che il tardo-capitalismo (capitalismo senescente) tende a preferire l’interesse al plusvalore, la rendita finanziaria insomma, il processo corto per cui il denaro deve produrre un guadagno saltando le fatiche del ciclo produttivo di merci (da cui solo nasce il plusvalore). 

Detto di passata: Bagnai non vede questa metamorfosi del tardo-capitalismola trasformazione del grosso della borghesia in classe parassitaria, come aveva colto Shumpeter, e, prima di lui, Lenin, con la sua analisi dell’imperialismo come “fase suprema” quindi terminale del capitalismo— ciò che gli impedisce di afferrare le cause del crollo del sistema finanziario americano del 2007-2008.

E’ in questa metamorfosi del sistema capitalistico, il peso preponderante della sfera finanziaria, che si spiega la fenomenologia delle crisi dal 1929 in poi, che consiste in terremoti valutari, in crack bancari, bolle borsistiche, o in default di debiti sovrani, fino all’ultimo patatrac, quello dei subprime negli Stati Uniti —che ha innescato la crisi globale nella quale il capitalismo, non solo euro-atlantico, è ancora avviluppato.

J. Shumpeter

Abbiamo detto che alla domanda del perché la crisi scoppiata negli USA si sia riverberata più pesantemente in Europa Bagnai, spinge solo tre tasti del suo clavicembalo: debito privato! Bilance dei pagamenti! euro! Repetita juvant, sottolinea spesso il Nostro.
Anche troppo, grazie. Lo fa squadernando una panoplia di grafici e tabelle. La sua specialità. Ovviamente ciò non spaventa nessuno, ma impressiona assai coloro che, mossi da una sincera passione civile e da un sano disprezzo per il partito unico degli euristi, si sono gettati con foga nella disputa “euro sì, euro no”. Per costoro, non certo colpevoli per essere dei principianti, le tabelle di Bagnai hanno un effetto stupefacente, nel senso letterale del termine. Creano un’illusione d’irrefutabilità.

Concludiamo:

– Per quanto occorra sbarazzarsi al più presto di quel mostro che è la moneta unica, essa è una concausa, per quanto decisiva, della crisi sistemica, ma la radice più profonda è nella crisi del processo di accumulazione e valorizzazione del capitale su scala globale.

– Finché l’economia globale funzionerà in base alle leggi capitalistiche, fino a che tutto è merce e le stesse valute sottostanno alle leggi di mercato, fino a quando si resta entro il perimetro imperialistico dei mercati finanziari, [6] non c’è sovranità monetaria che tenga e si è comunque esposti a crisi valutarie e attacchi speculativi della finanza predatoria, con l’euro o la lira.

– Anche paesi con bilance dei pagamenti in surplus possono essere colpiti da crisi gravissime. Fu il caso della Gran Bretagna, lo fece notare proprio Keynes, che nel 1929 aveva una produzione industriale superiore a qualsiasi momento precedente e un attivo netto della bilancia dei pagamenti superiore perfino a quello degli Stati Uniti.

– Nel capitalismo-casinò tra debiti privati e debiti pubblici c’è una connessione stringente, una relazione osmotica, a monte e non solo a valle. Se uno Stato, per finanziarsi, getta il suo debito sui mercati finanziari globali (come avvenne per l’Italia dopo gli anni ’80), a certe condizioni, esso può esporsi al rischio di default, malgrado i suoi debiti privati siano sostenibili.

– A certe condizioni importare capitali, e quindi un deficit di conto corrente, può essere addirittura salutare per un paese che voglia attivare un virtuoso ciclo di accumulazione (il caso più evidente: la Cina). Ciò che chiama quindi in causa le scelte delle sue autorità e della sua classe dominante. [6]

– E’ certo necessario contrastare gli euristi che terrorizzano i cittadini descrivendo scenari apocalittici con la fine dell’euro. E’ un gravissimo errore, tuttavia, sottovalutarne le conseguenze, e considerare la svalutazione della nuova lira come una panacea. Se con l’uscita non reintrodurremo l’indicizzazione dei salari, l’inevitabile inflazione sarà una macelleria sociale peggiore della deflazione montiana —non vorremmo sbagliarci ma in 413 pagine Bagnai mai ha sottolineato la necessità di reintrodurre la scala mobile.

J.M. Keynes

– In Europa la finanza speculativa, i derivati, il flash trading, il mercato dei titoli OTC, le vendite allo scoperto, i sistemi di negoziazione dark pool, sono forse più diffusi che negli Usa. Anche per questo sono epicentro della crisi globale.

– La scienza statistica e l’econometria sono strumenti utili, ma non sono discipline da cui si possono tirar fuori leggi scientifiche, e che quindi ad una tabella gliene si può opporre un’altra di diverso segno. [7]

– Per cui: (1) dobbiamo solo “uscire dalla crisi” o anche da un modello sociale condannato per sua stessa natura alla crisi permanente? (2) Il nostro nemico è solo l’euro e i politicanti- oligarchi che lo difendono, o lo sono anche le classi sociali per i cui interessi è stato costruito e viene tenuto in vita?

Troppo complesso, troppo radicale, non fa trendy. Meglio piccole pillole di saggezza econometrica. Per dirla alla Grillo: “l’economia non è né di destra né di sinistra, riguarda tutti i cittadini”.

Vogliamo augurarci che col suo manifesto Bagnai non voglia suonarci questa stucchevole melodia e ci dica, oltre che bisogna uscire dall’euro, come e con chi ricostruire questo paese, quale blocco sociale dobbiamo costruire per vincere quello oggi dominante, e quale potrà essere la forza motrice dell’alternativa.

Note

[1] Luigi Zingales intervista di Umberto Mangiardi del 19 dicembre 2012

[2] Intervista a rischio calcolato del 20 febbraio 2013

[3] J:m: Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, 1930

[4] Non si interpreti quanto scriviamo come un’apologia del pensiero di Keynes, ne siamo ben lontani, anche dal suo concetto di Pil di evidente matrice neoclassica per cui esso sarebbe la somma di consumi e investimenti, di lavoro produttivo e improduttivo. Concetto di cui i liberisti si sono infatti ben guardati dallo sbarazzarsi.

[5] «Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro». Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759

[6] Bagnai ritiene impensabile la rottura o la fuoriuscita dai mercati finanziari, che sono com’è noto dominati, nel senso che detta legge la finanza predatoria globale. Non a caso il Nostro ritiene inconcepibile disdettare il debito pubblico italiano verso grandi banche e fondi speculativi: solo verso quelli esteri ammonta a qualcosa come 800 miliardi di euro. Da nessuna parte propone la nazionalizzazione delle banche italiane, che hanno la pancia piena di titoli con cui rattoppano i loro asset e coi cui guadagni ripagano le perdite accumulate coi giochi in derivati. Infine: da nessuna parte ha mai suggerito o anche solo alluso, tanto per dire, sulla scia di Keynes, ad un nuovo ordine finanziario e monetario internazionale

[7] Sbaglia dunque Bagnai a liquidare come fuffa la protesta popolare contro “la casta”. Il disprezzo trasversale verso le elite politiche italiane è sacrosanto poiché chiama in causa non solo la loro corruzione, ma il loro servilismo verso monopoli e finanza globale, il loro fallimento strategico, le loro corte vedute.

[8] Valga per tutti la recente figuraccia fatta dai due notissimi metro economisti Kenneth S. Rogoff e Carmen M. Reinhart. In un loro lavoro del 2010 i due harvardiani avevano “dimostrato” con una messe di statistiche e tabelle che sotto una certa soglia di spesa pubblica arriva la recessione. E’ bastato che uno sconosciuto studente di econometria di un altro ateneo, l’università Amherst del Massachussets, a far crollare il loro castello di carte. Incaricato di ripercorrere i calcoli dei due economisti, hariscontrato diversi errori nelle tabelle Excel dello studio dei due, e perfino l’omissione dei dati riguardanti diversi paesi, come Spagna e Nuova Zelanda.




MARX, KEYNES, SRAFFA

Piero Sraffa

Il ruolo della moneta e le crisi capitalistiche

l’irrazionalismo della teoria neoclassica
 

di Giorgio Lunghini*

La teoria economica oggi dominante – la teoria neoclassica – si presenta come una teoria capace di indagare qualsiasi aspetto della attività umana. Essa sembra essere riuscita in un’impresa che sinora la fisica ha mancato, la proposta di un modello unificato di spiegazione della realtà considerata di propria competenza. Di certo essa è riuscita a imporre come elementare e indiscutibile buon senso la sua visione del mondo e le conseguenti raccomandazioni politiche.
Tuttavia non esiste una sola teoria economica: a fianco della teoria dominante coesistono altre teorie, teorie che si possono definire eterodosse e che della teoria neoclassica mettono in discussione la rilevanza o la stessa coerenza. Ricordo, ad esempio, che negli anni sessanta del secolo scorso, sulla base del contributo di Sraffa di cui dirò, si svolse una memorabile controversia sul concetto di capitale tra la Cambridge inglese (‘neoricardiana’) e la Cambridge americana (neoclassica); dalla quale questa, per ammissione dei suoi maggiori esponenti, primo Samuelson, uscì sconfitta e alla quale non poté reagire che con la rimozione e la censura. D’altra parte è ancora vivace la tradizione marxista, al punto che in molte importanti università americane vengono impartiti corsi di teoria economica marxiana; e particolarmente fiorente è la scuola postkeynesiana, che trova le sue radici nelle opere di Keynes e dello stesso Sraffa. Chi fosse insoddisfatto della teoria neoclassica, o semplicemente curioso, potrà guardare in queste direzioni.

L’economia è una disciplina che non progredisce, o per lo meno non progredisce nel senso in cui progrediscono la fisica e la medicina, cioè con l’acquisizione di nuovi risultati sostanziali. Anche nelle scienze della natura coesistono teorie rivali, ma le scienze della natura dispongono, in generale, di criteri sufficientemente robusti per accertare lo statuto epistemologico delle diverse teorie. L’economia non si occupa di un oggetto naturale, bensì della società e di una società storicamente determinata; nel lavoro teorico, e nella competizione tra le diverse teorie economiche per l’egemonia culturale, l’elemento politico ha perciò un peso importante, talora determinante.

Bisogna allora chiedersi quali siano le caratteristiche della teoria neoclassica, quando e come questa teoria sia nata, e in che modo essa sia diventata e sia tuttora dominante; e ripercorrere poi le altre epoche della storia delle teorie economiche, per proiettare su uno sfondo questa teoria e così mettere in evidenza quei temi che essa ha rimosso, temi cruciali in questo inizio di secolo. «Lo studio della storia del pensiero», scrive Keynes, «è premessa necessaria alla emancipazione della mente. Non so che cosa renderebbe più conservatore un uomo, se il non conoscere niente altro che il presente, o niente altro che il passato».

La teoria neoclassica

Intorno al 1870, in curiosa coincidenza con l’inizio della Grande depressione, la teoria economica è travolta da una vera e propria rivoluzione (nel senso di Kuhn), da un radicale rovesciamento di prospettiva rispetto a quella dell’economia politica classica e della critica di questa da parte di Marx. Ne sono protagonisti studiosi di diversi paesi e di varia formazione. Il cambiamento più importante e vistoso, nella teoria neoclassica, è l’abbandono della teoria del valore-lavoro, su cui si fondavano le teorie dei classici e di Marx, e l’adozione di una teoria del valore-utilità, una teoria che pone come unico principio di tutta la teoria del valore di scambio la variabilità della stima soggettiva del valore.

L’introduzione della categoria dell’utilità nel discorso economico, come nuovo fondamento della teoria del valore, si accompagna a un importante cambiamento metodologico. La meccanica razionale, e con essa il calcolo infinitesimale, viene assunta come paradigma teoretico. Un modello epistemologico, quello della fisica dell’Ottocento, del tutto inappropriato per una scienza sociale e però accademicamente seducente. La scientificità o meno di un ragionamento economico viene fatta dipendere dalla sua formalizzazione matematica, e la teoria del valore viene ridotta a un mero problema di calcolo: si tratta di calcolare, sulla base di determinate condizioni, quei prezzi che sul mercato assicurano l’equilibrio tra la domanda e l’offerta dei beni.

Nella teoria neoclassica, a differenza dell’economia politica classica, l’oggetto dell’analisi non sono più le classi sociali, definite sulla base delle loro relazioni con la produzione e la distribuzione del sovrappiù, ma è l’individuo con i suoi gusti, o preferenze, e i suoi bisogni. L’homo œconomicus è analogo a un punto materiale soggetto a vincoli nel mondo della meccanica razionale: egli si muoverà nello spazio del mercato, entro i limiti imposti dalle proprie risorse e dai comportamenti altrui, finché il sistema non avrà raggiunto un equilibrio statico.

Una impostazione simile ha conseguenze di grande portata circa la visione del processo economico. La teoria neoclassica è essenzialmente microeconomica, ma si pronuncia anche sul funzionamento del sistema economico nel complesso, funzionamento che viene concepito come esito aggregato dei comportamenti microeconomici. Se sul mercato del lavoro non vi sono attriti o rigidità artificiali, vi si determinerà un saggio di salario di equilibrio, nel senso che in corrispondenza a esso vi sarà piena occupazione. Dato il livello dell’occupazione di pieno impiego, l’intera capacità produttiva verrà utilizzata; e la produzione che ne risulterà verrà interamente venduta.

Infatti la teoria neoclassica fa propria la cosiddetta legge di Say, secondo la quale l’offerta crea la propria domanda. La moneta è presente soltanto come strumento utile per facilitare gli scambi, non anche come possibile riserva di valore: dunque non vi saranno problemi di realizzazione. Nel mondo neoclassico la moneta è neutrale, nel senso che la quantità di moneta non ha nessuna influenza sulle grandezze reali, cioè sul livello dell’occupazione e della produzione.

Quanto al modo in cui il prodotto sociale verrà distribuito nella forma di redditi, anch’esso sarebbe governato da un ordine naturale, anziché da un conflitto tra le parti. Se si concepisce e si legittima ciascuna quota distributiva come il corrispettivo per i servizi produttivi dei fattori della produzione, di cui ciascun soggetto è proprietario, la distribuzione del prodotto sociale non è determinata anche da un conflitto tra le classi, ma soltanto dalle condizioni tecniche della produzione, condizioni che sono assunte come date.

La teoria economica, da indagine sistemica circa le cause e le leggi della ricchezza, della sua distribuzione e della sua accumulazione, quale era l’economia politica per i classici e per Marx, si riduce all’economica; economica che secondo la fortunata definizione di Robbins è la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi.

Scienza che vorrebbe essere la scienza di un sistema economico in generale, di un sistema economico astratto; astratto non nel senso in cui lo è qualsiasi oggetto teorico, ma nel senso che non è soggetto a determinazioni storiche o istituzionali: nella teoria neoclassica, la storia non conta. È un sistema in cui vi sarebbero armonia, certezza e equilibrio, se il mercato fosse liberato da qualsiasi impedimento artificiale e da improvvidi interventi dello Stato. Per realizzare il migliore dei mondi possibili, sarebbe dunque necessaria e sufficiente la politica del laissez faire.

L’economia politica classica

La teoria economica si era costituita come disciplina autonoma, anziché come collezione di proposizioni su temi economici sparse in discipline diverse, etica diritto filosofia storia, con l’affermazione, a seguito della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale, del modo di produzione capitalistico; ‘modo di produzione’ inteso come forma storicamente determinata di organizzazione dei rapporti materiali dell’esistenza. L’autonomia teoretica dell’economia politica corrisponde alla costituzione del processo economico come processo a sé stante, come processo circolare; come un processo che ha per scopo non il soddisfacimento dei bisogni umani, ma la realizzazione di un profitto in denaro e l’accumulazione del capitale. Si potrebbe dire, in breve, che l’economia politica nasce come scienza del capitalismo.

L’economia politica classica va dalla fine del Seicento a circa il 1830, e si occupa di produzione, distribuzione, impiego e crescita del prodotto sociale, nella prospettiva macroeconomica di un sistema economico nel suo complesso e diviso in classi. Come dirà Marx, essa indaga il nesso interno dei rapporti di produzione capitalistici. La categoria analitica centrale è qui il sovrappiùe all’origine del sovrappiù sta il lavoro: per Smith «il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma». La centralità del lavoro, nell’economia politica classica, emerge anche nella teoria del valore che le è propria, che è una teoria del valore-lavoro. Secondo Ricardo, «Il valore di una merce, ovvero la quantità di ogni altra merce con la quale si scambierà, dipende dalla relativa quantità di lavoro necessaria alla sua produzione».

In una società divisa in classi il prodotto sociale non andrà tutto ai lavoratori, ma viene diviso tra i percettori di rendita, i capitalisti e i lavoratori stessi. Nella sfera della distribuzione, tra rentier, capitalisti e lavoratori non vi è armonia, come sosterrà la teoria neoclassica, ma vi è conflitto: tra i rentier e i capitalisti, e tra i capitalisti e i lavoratori. Sempre secondo Ricardo, molto semplicemente ma con una inconfutabile argomentazione analitica, i profitti saranno alti o bassi a seconda che i salari sono bassi o alti.

La teoria classica del valore e della distribuzione ha strette connessioni con la magnificent dynamics degli autori classici. La loro analisi del processo di accumulazione del capitale e del processo di riproduzione e crescita del sistema economico è di grande attualità, poiché porta alla conclusione che una crescita illimitata è impedita da fattori economici, a cominciare dallo stesso conflitto distributivo, e da fattori demografici, sociali e ambientali, fattori tutti che necessariamente conducono alla caduta del saggio dei profitti, all’arresto del processo di accumulazione, e infine allo stato stazionario.

La critica marxiana dell’economia politica classica

Il titolo vero dell’opera principale di K. Marx, Il Capitale, è il sottotitolo: Critica dell’economia politica. Il Capitale è critica, ora severa ora generosa, e insieme svolgimento, dell’economia politica classica. Anche in Marx le categorie centrali sono il lavoro e il sovrappiù. Il lavoro, nella forma di merce – la merce forza lavoro – che esso assume nel capitalismo. Il sovrappiù, nella forma capitalistica di profitto e la cui origine è individuata da Marx non nella produttività del capitale, come sarà per l’economia neoclassica, ma nel pluslavoro (dunque nel plusvalore), che nella attività lavorativa il lavoratore per contratto presta al di là di quanto ne occorra per la riproduzione della propria forza lavoro.

Il salario, d’altra parte, ha due aspetti, e ciò determina una contraddizione tra il livello microeconomico e il livello macroeconomico. Al singolo capitalista il salario appare come un costo di produzione, che come qualsiasi altro costo di produzione egli cercherà di minimizzare; ma per il sistema economico nel complesso i salari sono potere d’acquisto, anzi la parte più consistente del potere d’acquisto complessivo, potere d’acquisto mediante il quale le merci prodotte potranno, o non potranno, essere acquistate. Se i salari sono bassi, sarà possibile che non tutte le merci prodotte vengano vendute e vi saranno difficoltà nella realizzazione dei profitti.

Per Marx nel capitalismo le crisi non sono fatti eccezionali, determinati da fattori extraeconomici, ma sono fenomeni connaturati all’essenza stessa del capitalismo. Gli schemi marxiani di riproduzione mostrano che l’equilibrio capitalistico è possibile; e che tuttavia il processo di riproduzione normalmente si manifesta attraverso crisi; crisi nelle quali lo squilibrio tra produzione e consumo svolge un ruolo essenziale, poiché nel capitalismo lo scopo della produzione non è il consumo ma la valorizzazione del capitale.

All’origine delle crisi sta il fatto che la forza motrice della produzione capitalistica è costituita dal saggio dei profitti: viene prodotto solo ciò che può essere prodotto con profitto, e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto. (L’economia capitalistica è concretamente irrazionale, secondo M. Weber, perché non soddisfa i bisogni in quanto tali, ma soltanto i bisogni dotati di capacità d’acquisto).

Anche per Marx è prevedibile una caduta del saggio dei profitti; tale caduta è però tendenziale, poiché dipende dalle alterne vicende del cambiamento tecnico e dei rapporti di forza tra capitalisti e lavoratori; e perché tale tendenza può essere contrastata da quelle che Marx chiama cause antagonistiche. Le più generali di queste cause antagonistiche, per Marx, sono l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario, la diminuzione di prezzo dei mezzi di produzione, la sovrappopolazione relativa, il commercio estero, l’accrescimento del capitale azionario. Anche a questo proposito, in un’epoca di globalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia, è superfluo sottolineare l’attualità di teorie che si vorrebbero morte e sepolte.

Le critiche di Keynes e Sraffa alla teoria neoclassica

Nel corso del Novecento alla teoria neoclassica sono state mosse due critiche radicali, da parte di Keynes e di Sraffa. Da parte di Keynes (con la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936) circa il ruolo della moneta nel processo economico e circa le determinanti del livello della produzione e dell’occupazione. Da parte di Sraffa (con Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, 1960) circa la teoria del valore e della distribuzione.

Le strategie di Keynes e di Sraffa sono diverse. Keynes mette in discussione le premesse stesse della teoria neoclassica, e dunque le sue conclusioni. La critica di Sraffa mette in discussione la logica della teoria neoclassica, e ne mette in luce la mancanza di generalità. Le scelte di Keynes e di Sraffa sono diverse anche per quanto riguarda il linguaggio: Keynes sceglie il linguaggio ordinario, Sraffa il linguaggio matematico.

Keynes: l’incertezza

Per Keynes l’economia in cui viviamo non è un’economia cooperativa, come vorrebbe la teoria neoclassica; ma è una economia monetaria di produzione, un’economia in cui la moneta ha un ruolo essenziale. Keynes non era un bolscevico (come sostenne L. Einaudi), tuttavia, circa il ruolo della moneta, fa propria una tesi marxiana; secondo la quale la natura della produzione nel mondo reale non è – come gli economisti sembrano spesso supporre – un caso del tipo M – D – M′, cioè inteso a scambiare contro denaro una merce al fine di ottenere un’altra merce. Questa può essere la prospettiva del singolo consumatore, ma non è quella del mondo degli affari: che dal denaro si separa in cambio di una merce al fine di ottenere più denaro, secondo un processo del tipo D – M – D′.

Per Keynes l’importanza della moneta dipende essenzialmente dal fatto che le nostre decisioni sono prese in condizioni di conoscenza limitata e non di conoscenza perfetta, in condizioni di incertezza e non di certezza. In condizioni di conoscenza incerta, «per motivi in parte ragionevoli, in parte istintivi, il nostro desiderio di tenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro. Sebbene questo nostro atteggiamento verso la moneta sia esso stesso convenzionale o istintivo, esso opera, per così dire, a un livello più profondo delle nostre motivazioni. Esso subentra nei momenti in cui le più superficiali, instabili convenzioni si sono indebolite. Il possesso della moneta calma la nostra inquietudine, e il premio che noi pretendiamo per dividerci da essa è la misura dell’intensità della nostra inquietudine».

Di qui la possibilità che la moneta venga impiegata non soltanto come strumento utile per effettuare gli scambi, ma che venga domandata anche a fini speculativi. Ciò avrà conseguenze sul livello del tasso di interesse; e il tasso di interesse è una delle determinanti degli investimenti. L’altra determinante delle decisioni di investimento sono le aspettative, da parte degli imprenditori, circa la redditività futura dei nuovi investimenti che essi hanno in animo di fare; e anche tali decisioni vengono prese in condizioni di incertezza. Sarà dunque possibile che la domanda per investimenti non sia quella che sarebbe necessaria, al fine di determinare il pieno impiego della capacità produttiva disponibile nell’economia e dunque la piena occupazione.

Questa insufficienza di domanda, per Keynes, non è una possibilità remota; al contrario, gli animal spirits degli imprenditori possono far sì che il sistema economico in cui viviamo resti in una condizione cronica di attività subnormale per un periodo considerevole, senza una tendenza marcata né verso la ripresa né verso il collasso completo: «una situazione intermedia, né disperata né soddisfacente, è la nostra sorte normale». Ecco il paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza; e ecco la necessità di un intervento dello Stato, se del sistema economico in cui viviamo si vogliono eliminare i difetti principali, la disoccupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito.

Sraffa: il ritorno ai classici

Anche nel caso di Sraffa, è il sottotitolo che conta: Premesse a una critica della teoria economica. L’intento di Sraffa, e il suo risultato, è di emendare la teoria classica delle sue imperfezioni, così da farne fondamento inattaccabile di una critica della teoria moderna; una critica che perciò consenta di esibire la rinnovata teoria classica come la sola teoria analiticamente ineccepibile del valore e della distribuzione. Forse in nessun altra disciplina può capitare che vecchie teorie, sommerse e dimenticate, possano essere riproposte come più potenti e solide di quelle moderne.

A questo fine Sraffa riprende il punto di vista degli economisti classici, la loro rappresentazione del sistema della produzione e del consumo come processo circolare, in netto contrasto con l’immagine offerta dalla teoria moderna di un corso a senso unico che porta dai ‘fattori della produzione’ ai ‘beni di consumo’. Su questa base Sraffa dimostra in maniera logicamente ineccepibile l’impossibilità di concepire il capitale come una merce, di cui il profitto possa essere considerato il prezzo.

L’armonia distributiva postulata dalla teoria neoclassica non è dimostrabile: non esiste nessun livello “naturale” del salario, e non esiste nessuna configurazione “di equilibrio” nella distribuzione del prodotto sociale. Le quote distributive non sono univocamente determinate, poiché non dipendono soltanto dalle condizioni tecniche della produzione, ma anche dai rapporti di forza tra lavoratori e capitalisti e da circostanze esterne alla sfera della distribuzione, quali le variabili monetarie e finanziarie.

La neutralizzazione della critica

Keynes e Sraffa hanno mostrato e dimostrato che il sistema economico in cui viviamo normalmente non funziona al meglio, quanto a livello della produzione e dell’occupazione; e che nella distribuzione del prodotto sociale non vi è armonia ma conflitto. Le controversie teoriche non si dirimono con il buon senso, tuttavia il buon senso basta per convenire che il mondo è in verità abitato dal conflitto, dall’incertezza, dalle crisi – così come insegnano Ricardo e Sraffa, Marx e Keynes. Come è mai possibile che la teoria economica dominante possa sostenere che il mondo è invece governato dall’armonia, dalla certezza e dall’equilibrio? È questo un caso interessante, nella storia della scienza e delle rivoluzioni scientifiche: è come se in astronomia oggi si predicasse Tolomeo, anziché Copernico e Galileo.

La teoria neoclassica ha mantenuto la sua posizione di teoria dominante nell’accademia e tra i responsabili delle politiche economiche nazionali e internazionali con reazioni di grande efficacia. La critica keynesiana è stata riassorbita mediante la cosiddetta ‘sintesi neoclassica’, una sintesi in cui di genuinamente keynesiano vi è ben poco, intesa a dimostrare che la Teoria generale di Keynes non avrebbe affatto portata generale ma si riferirebbe a un caso particolare, all’economia della depressione. Quanto alla critica di Sraffa, per la quale una operazione analoga sarebbe stata impossibile, si è fatto ricorso alla damnatio memoriæ (un silenzio che però si accompagna a una ritirata strategica: la teoria neoclassica non si occupa più di teoria del valore e della distribuzione).

Riuscendo a imporsi come scienza normale, l’economica è riuscita a accreditarsi come la sola e vera scienza economica. La professione neoclassica è stata estremamente abile anche nella costruzione delle sue cinture protettive, non teoretiche ma politiche e di linguaggio: l’uso pressoché esclusivo della matematica e dell’econometria come tecniche di argomentazione e di convalida del ragionamento economico; l’impiego dei manuali, anziché dei testi, nella didattica dell’economia; l’imposizione di metodi bibliometrici come criterio di valutazione determinante per l’accesso alle posizioni accademiche, rendendolo così faticoso e improbabile per gli eterodossi.

Al progressivo allargamento dei confini tradizionali della teoria economica ha dato un impulso decisivo Gary Becker, premio Nobel nel 1992 «per avere esteso il dominio dell’analisi microeconomica a una più ampia area del comportamento e dell’interazione umana, compresi i comportamenti non di mercato». Nella bibliografia di Becker, ma ormai su tutte le riviste di economia più reputate, si trovano articoli su temi suggestivi come il capitale umano, i rapporti tra concorrenza e democrazia, l’economia della discriminazione, l’economia dei delitti e delle pene, la teoria della tossicodipendenza razionale, l’analisi economica della fertilità, l’interazione tra la quantità e la qualità dei bambini, la teoria economica del matrimonio e della instabilità matrimoniale, ecc.

Così come il mercato, anche la teoria economica dominante si è globalizzata e sembra oggi capace di pronunciarsi su qualsiasi questione. Il mercato globalizzato non si comporta però secondo le sue parabole dell’armonia, della certezza e dell’equilibrio, e è agitato dal conflitto, dall’incertezza e dalla crisi.

*Lectio brevis tenuta nella Adunanza dell’11 marzo 2011 della Classe di scienze morali, storiche e filologiche dell’Accademia Nazionale dei Lincei. È tratta dal saggio di G. Lunghini e E. Vesentini, La teoria economica e il suo linguaggio, in: “XXI Secolo”, opera diretta da T. Gregory, vol. 1, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2009.
** Fonte: Aperta Contrada. Riflessioni su società, diritto, economia



Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?


[ 26 dicembre 2009 ]

 

di Samir Amin

Il principio dell’accumulazione senza fine che definisce il capitalismo è sinonimo di crescita esponenziale, ed essa – come il cancro – porta alla morte. Stuart Mill, che l’aveva capito, immaginava uno “stato stazionario” che avrebbe posto fine a questo processo irrazionale. Keynes condivideva questo ottimismo della ragione. Ma né l’uno né l’altro erano attrezzati per capire come poter realizzare il necessario superamento del capitalismo. Marx invece, facendo posto alla nuova lotta di classe, poteva immaginare di rovesciare il potere della classe capitalistica, concentrato oggi nelle mani dell’oligarchia.
L’accumulazione, sinonimo anche di pauperizzazione, disegna il quadro oggettivo delle lotte contro il capitalismo. Ma essa si esprime soprattutto con il contrasto crescente fra l’opulenza delle società del centro, beneficiarie della rendita imperialistica, e la miseria di quelle delle periferie dominate. Questo conflitto diventa di fatto l’asse centrale dell’alternativa “socialismo o barbarie”.
Il capitalismo storico “realmente esistente” è associato a forme successive di accumulazione per spossessamento, non soltanto all’origine (l’accumulazione primitiva) ma in tutte le tappe del suo sviluppo. Una volta costituito, questo capitalismo “atlantico” è partito alla conquista del mondo e lo ha ridisegnato sulla base del permanere dello spossessamento delle regioni conquistate, che diventavano così le periferie dominate del sistema.
Questa mondializzazione “vittoriosa” si è dimostrata incapace di imporsi in modo durevole. Solo mezzo secolo dopo il suo trionfo, che sembrava già inaugurare la “fine della storia”, essa veniva messa in discussione dalla rivoluzione della semiperiferia russa e dalle lotte (vittoriose) di liberazione in Asia e Africa, che hanno fatto la storia del XX secolo – la prima ondata di lotta per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli.
L’accumulazione per spossessamento prosegue sotto i nostri occhi nel tardo capitalismo degli oligopoli contemporanei. Nei paesi del centro, la rendita di monopolio di cui beneficiano le plutocrazie oligopolistiche è sinonimo di spossessamento dell’insieme della base produttiva della società. Nelle periferie, questo spossessamento pauperizzante si manifesta nell’espropriazione dei contadini e con il saccheggio delle risorse naturali delle regioni interessate. Entrambe le pratiche costituiscono i pilastri essenziali delle strategie espansionistiche del tardo capitalismo degli oligopoli.
In questo spirito, io pongo la “nuova questione agraria” al centro della sfida per il XXI secolo. Lo spossessamento delle società contadine (in Asia, Africa e America Latina) costituisce la forma contemporanea più saliente della tendenza alla pauperizzazione (nel senso che dava Marx a questa “legge”) associata all’accumulazione. La sua attuazione è indissociabile dalle strategie di captazione della rendita imperialistica da parte degli oligopoli, con o senza agrocombustibili. Ne deduco che lo sviluppo delle lotte su questo terreno, le risposte che saranno date all’avvenire delle società contadine del Sud (circa la metà dell’umanità) determineranno ampiamente la capacità o meno dei lavoratori di progredire sulla strada della costruzione di una civiltà autentica, liberata dal dominio del capitale, per la quale io non vedo altro nome che quello di socialismo.
Il saccheggio delle risorse naturali del Sud necessario per proseguire il modello di consumo basato sullo spreco a beneficio esclusivo delle società opulente del Nord annulla ogni prospettiva di sviluppo degno di questo nome per i popoli interessati, e costituisce perciò l’altra faccia della pauperizzazione a livello mondiale. In questo spirito, la “crisi dell’energia” non è il prodotto della rarefazione di certe risorse necessarie per la sua produzione (naturalmente si parla del petrolio), e neppure il prodotto degli effetti distruttivi delle forme energivore di produzione e di consumo oggi in vigore. Questa descrizione – peraltro corretta – non va oltre le evidenze banali e immediate. Questa crisi è il prodotto della volontà degli oligopoli dell’imperialismo collettivo di assicurarsi il monopolio dell’accesso alle risorse naturali del pianeta,più o meno rare, per appropriarsi della rendita imperialistica, anche nel caso in cui l’utilizzo di queste risorse restasse com’è (energivora e di spreco) oppure fosse soggetto a nuove politiche correttive “ecologiste”. Ne deduco inoltre che se la strategia di espansione del tardo capitalismo degli oligopoli continuerà in questa maniera, provocherà necessariamente la crescente resistenza delle nazioni del Sud.
La crisi attuale non è dunque una crisi finanziaria, e neppure la somma di crisi sistemiche multiple, ma è la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli, ilo cui potere esclusivo e suprema rischia di venir messo in questione, ancora una volta, con le lotte dell’insieme delle classi popolari nonché dei popoli e delle nazioni delle periferie dominate, anche se in apparenza “emergenti”. E’ nello stesso tempo una crisi dell’egemonia degli Stati Uniti. Capitalismo degli oligopoli, potere politico delle oligarchie, mondializzazione barbara, finanziarizzazione, egemonia degli Stati Uniti, militarizzazione della gestione della mondializzazione al servizio degli oligopoli, declino della democrazia, saccheggio delle risorse del pianeta e abbandono delle prospettive di sviluppo del Sud sono tutti fenomeni indissociabili.
La vera sfida è dunque questa: queste lotte riusciranno a convergere per aprire la strada – o le strade – sul lungo cammino verso la transizione al socialismo mondiale? Oppure resteranno separate le une dalle altre, o addirittura in conflitto, e perciò inefficaci, in modo da lasciare l’iniziativa al capitale degli oligopoli?

Da una lunga crisi all’altra

Il crollo finanziario del settembre 2008 probabilmente ha colto di sorpresa gli economisti convenzionali della “mondializzazione felice” e ha disarcionato qualche costruttore del discorso liberale che trionfava dal tempo della caduta del muro di Berlino, come si usa dire. Se invece l’evento non ha sorpreso noi – noi l’aspettavamo (senza certo averne predetto la data) – è semplicemente perché per noi esso si iscriveva naturalmente nello sviluppo della lunga crisi del capitalismo in fase di senescenza fin dagli anni 70.
E’ opportuno tornare a riflettere sulla prima lunga crisi del capitalismo, che ha forgiato il XX secolo, tanto è impressionante il parallelo fra le tappe di sviluppo delle due crisi.
Il capitalismo industriale trionfante del XIX secolo entra in crisi a partire dal 1873. I tassi di profitto crollano, per le ragioni evidenziate da Marx. Il capitale reagisce con un doppio movimento di concentrazione e di espansione mondializzata. I nuovi monopoli confiscano a loro profitto una rendita prelevata sulla massa di plusvalore generata dallo sfruttamento del lavoro. Essi accelerano la conquista coloniale del pianeta. Queste trasformazioni strutturali permettono una nuova ascesa dei profitti e aprono la “belle époque” – dal 1890 al 1914 – che è segnata dal dominio mondializzato del capitale dei monopoli finanziarizzati. I discorsi allora dominanti fanno l’elogio della colonizzazione (la “missione civilizzatrice”), fanno della mondializzazione il sinonimo di pace, e la socialdemocrazia operaia europea si unisce a questo coro.
La “belle époque”, annunciata come la “fine della storia” dagli ideologi del tempo, termina con la guerra mondiale, come solo Lenin aveva previsto. Il periodo che segue, fino all’indomani della seconda guerra mondiale, sarà un periodo di guerre e rivoluzioni. Nel 1920, isolata la rivoluzione russa (l’“anello debole” del sistema) dopo la sconfitta delle speranze rivoluzionarie in Europa centrale, il capitale dei monopoli finanziarizzati restaura contro venti e maree il sistema della “belle époque”. Una restaurazione, denunciata allora da Keynes, che è all’origine del crollo finanziario del 1929 e della depressione che comporta fino alla seconda guerra mondiale.
Il lungo XX secolo – 1873/1990 – è dunque il secolo della prima profonda crisi sistemica del capitalismo senescente (al punto che Lenin pensa che quel capitalismo dei monopoli costituisca la “fase suprema del capitalismo”) e nello stesso tempo quello di una prima ondata trionfante di rivoluzioni anticapitalistiche (Russia, Cina) e di movimenti antimperialistici dei popoli d’Asia e Africa.
La seconda crisi sistemica del capitalismo si apre nel 1971, con l’abbandono della convertibilità in oro del dollaro, quasi esattamente un secolo dopo l’inizio della prima. I tassi di profitto, di investimento e di crescita crollano (non ritroveranno mai più il livello che avevano raggiunto nel periodo 1945-75). Il capitale risponde alla sfida come nella crisi precedente facendo un doppio movimento di concentrazione e mondializzazione. Instaura così delle strutture che definiranno la seconda “belle époque” (1990-2008) di mondializzazione finanziarizzata che permette ai gruppi oligopolistici di prelevare la rendita di monopolio. Gli stessi discorsi di accompagnamento: il “mercato” garantisce la prosperità, la democrazia e la pace; è la “fine della storia”. Stesso allineamento dei socialisti europei al nuovo liberismo.  Eppure questa nuova “belle époque” viene accompagnata fin dall’inizio dalla guerra, quella del Nord contro il Sud, iniziata fin dal 1990. E appunto come la prima mondializzazione aveva provocato il 1929, la seconda ha prodotto il 2008. Siamo giunti oggi al momento cruciale che annuncia la probabilità di una nuova ondata di guerre rivoluzioni. Tanto più che i poteri attuali non sanno prevedere altro che la restaurazione del sistema come era prima del crollo finanziario.
L’analogia fra lo sviluppo delle due lunghe crisi sistemiche del capitalismo senescente è impressionante. Ci sono peraltro delle differenze la cui portata politica è importante.


Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?

Dietro la crisi finanziaria, la crisi sistemica del capitalismo degli oligopoli

Il capitalismo contemporaneo è soprattutto e anzitutto un capitalismo di oligopoli nel senso pieno del termine (finora non lo era che in parte). Intendo dire che gli oligopoli da soli dominano la riproduzione del sistema produttivo nel suo complesso. Essi sono “finanzia rizzati” nel senso che essi soli hanno accesso al mercato dei capitali. Tale finanziarizzazione presta al mercato monetario e finanziario – il loro mercato, quello su cui si fanno concorrenza fra loro – lo status di mercato dominante, che a sua volta forgia e domina i mercati del lavoro e dello scambio dei prodotti.
La finanziarizzazione mondializzata si esprime con una trasformazione della classe dirigente borghese, divenuta ora plutocrazia redditiera. Gli oligarchi non sono solo russi, come troppo spesso si dice, ma molto di più statunitensi, europei e giapponesi. Il declino della democrazia è il prodotto inevitabile di questa concentrazione del potere a beneficio esclusivo degli oligopoli.
E’ importante d’altra parte precisare la nuova forma della mondializzazione capitalistica, che corrisponde a questa trasformazione, in contrapposizione a quella che caratterizzava la prima “belle époque”. Io la esprimo in una frase: il passaggio dall’imperialismo declinato al plurale (quello delle potenze imperialistiche in conflitto permanente fra loro) all’imperialismo collettivo della triade (Stati Uniti, Europa, Giappone).
I monopoli che emergono in risposta alla prima crisi del tasso di profitto si sono costituiti su basi che hanno rafforzato la violenza della concorrenza fra le maggiori potenze imperialistiche del tempo, e hanno portato al grande conflitto iniziato nel 1914, proseguito attraverso la pace di Versailles e poi con la seconda guerra mondiale fino al 1945. Ciò che Arrighi, Frank, Wallerstein e io stesso avevamo definito fin dagli anni 70 come la “guerra dei trent’anni”, termine ripreso poi da altri.
Invece la seconda ondata di concentrazione oligopolistica, iniziata negli anni 70, si è costituita su basi totalmente diverse, nel quadro di un sistema che ho definito “imperialismo collettivo della triade” (Stati Uniti, Europa, Giappone). In questa nuova mondializzazione imperialistica, il dominio dei centri non si esercita più per mezzo del monopolio della produzione industriale (come era il caso prima) ma con altri mezzi (il controllo delle tecnologie, dei mercati finanziari, dell’accesso alle risorse naturali, dell’informazione e della comunicazione, delle armi di distruzione di massa). Il sistema che ho definito di “apartheid su scala mondiale” implica la guerra permanente contro gli Stati e i popoli delle periferie recalcitranti, guerra iniziata nel 1990 con il controllo militare del pianeta da parte degli Stati Uniti e gli alleati subalterni della Nato.
La finanziarizzazione del sistema è indissociabile, nella mia analisi, dal suo carattere oligopolistico. Si tratta di un rapporto organico fondamentale. Questo punto di vista non è quello dominante, non solo nella voluminosa letteratura degli economisti convenzionali, ma anche nella maggior parte degli scritti critici sulla crisi in corso.

Il sistema è tutto ormai in difficoltà

I fatti sono noti: il crollo finanziario sta già producendo non una “recessione” ma una vera, profonda depressione. Ma oltre questo, sono emerse alla coscienza pubblica altre dimensioni della crisi del sistema, ancor prima del crollo finanziario. Se ne conoscono le grandi linee – crisi energetica, crisi alimentare, crisi ecologica, cambiamenti climatici – e vengono quotidianamente presentate varie analisi, alcune pregevoli, di questi aspetti delle sfide contemporanee.
Io rimando comunque critico circa questo modo di trattare la crisi sistemica del capitalismo, che isola le diverse dimensioni della sfida. Ridefinisco quindi le “crisi” diverse come sfaccettature della stessa sfida, quella del sistema della mondializzazione capitalistica contemporanea (liberista o meno) fondato sul prelievo che la rendita capitalistica opera su scala mondiale, a profitto degli oligopoli dell’imperialismo collettivo della triade.
La vera battaglia si combatte su questo terreno decisivo fra gli oligopoli che cercano di produrre e riprodurre le condizioni che gli permettono di appropriarsi della rendita imperialistica e tutte le loro vittime – lavoratori di tutti i paesi del Nord e del Sud, popoli delle periferie dominate, condannati a rinunciare ad ogni prospettiva di sviluppo degno di questo nome.

Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?

La formula era stata proposta da André Gunder Frank e da me nel 1974.
L’analisi che noi proponevamo della nuova grande crisi che giudicavamo già iniziata ci aveva portato a concludere che il capitale avrebbe risposto alla sfida con una nuova ondata di concentrazioni, sulla cui base avrebbe proceduto a delocalizzazioni di massa. Cosa ampiamente confermata dalle ulteriori evoluzioni. Il titolo di un nostro intervento a un colloquio organizzato dal “Manifesto” a Roma in quella data (“Non aspettiamo il 1984”, con riferimento all’opera di George Orwell tratta dall’oblio in quell’occasione) invitava la sinistra radicale dell’epoca a rinunciare a correre in soccorso del capitale con la ricerca di “uscite dalla crisi”, per impegnarsi invece in strategie di “uscita dal capitalismo in crisi”.
Ho continuato su questa linea di analisi con una ostinazione che non rimpiango.
Io proponevo di teorizzare le nuove forme di dominio dei centri imperialistici fondandosi sull’affermazione di modi nuovi di controllo che si sostituivano al vecchio monopolio dell’esclusiva industriale, cosa confermata poi dall’ascesa dei paesi poi definiti “emergenti”. Io definivo la nuova mondializzazione in costruzione come “apartheid su scala mondiale”, che esigeva la gestione militarizzata del pianeta, e che perpetuava con nuove condizioni la polarizzazione indissociabile dall’espansione del “capitalismo realmente esistente”.

La seconda ondata di emancipazione dei popoli: un remake del XX secolo o qualcosa di meglio?

Non ci sono alternative alla prospettiva socialista

Il mondo contemporaneo è governato dalle oligarchie. Oligarchie finanziarie negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, che dominano non soltanto la vita economica, ma anche la politica e la vita quotidiana. Oligarchie russe a loro immagine che lo Stato russo cerca di controllare. Statocrazia in Cina. Autocrazie (a volte nascoste dietro qualche apparenza di democrazia elettorale “a bassa intensità”) inquadrate in questo sistema mondiale altrove, nel resto del pianeta.
La gestione della mondializzazione contemporanea da parte delle oligarchie è in crisi.
Le oligarchie del Nord non si sentono minacciate e pensano di restare al potere, una volta passato il tempo della crisi. Invece la fragilità dei poteri delle autocrazie del Sud è ben visibile. L’attuale mondializzazione si presenta per questo molto fragile. Sarà rimessa in discussione dalla rivolta del Sud, come nel secolo passato? Probabile. Ma triste. Giacché l’umanità si impegnerà sulla via del socialismo – sola alternativa umana al caos – solo quando i poteri delle oligarchie, dei loro alleati e dei loro lacchè saranno sconfitti sia nei paesi del Nord che in quelli del Sud.
Viva l’internazionalismo dei popoli contro il cosmopolitismo delle oligarchie.

E’ possibile che il capitalismo degli oligopoli finanziarizzati e mondializzati torni in sella?

Il capitalismo è “liberista” per natura, se per “liberismo” si intende non quella cosa bella che il termine ispira ma l’esercizio pieno e intero del dominio del capitale non solo sul lavoro e l’economia, ma su tutti gli aspetti della vita sociale. Non esiste “economia di mercato” (espressione volgare per indicare il capitalismo) senza “società di mercato”. Il capitale persegue ostinatamente questo obiettivo unico. Il denaro. L’accumulazione per se stessa. Marx, ma dopo di lui altri teorici critici come Keynes, l’hanno capito perfettamente. Non i nostri economisti convenzionali, inclusi quelli di sinistra.
Questo modello di dominio esclusivo e totale del capitale era stato imposto con ostinazione dalle classi dirigenti per tutto il lungo periodo della crisi precedente, fino al 1945. Solo la triplice vittoria della democrazia,a del socialismo e della liberazione nazionale dei popoli aveva permesso – fra il 1945 e il 1980 – di sostituire a questo modello permanente dell’ideale capitalistico, la coesistenza conflittuale dei tre modelli sociali regolati quali sono stati il welfare state della socialdemocrazia a ovest, i socialismi realmente esistenti a est e i nazionalismi popolari al sud. Successivamente, l’indebolimento e poi il crollo dei tre modelli ha reso possibile un ritorno al dominio esclusivo del capitale, definito neoliberista.
Ho associato questo nuovo “liberismo” a un complesso di nuove caratteristiche di ciò che mi è sembrato meritare la definizione di “capitalismo senile”. Il libro così intitolato, pubblicato nel 2001, era fra i pochi scritti che in quell’epoca, lungi dal vedere nel neoliberismo mondializzato e finanziarizzato la “fine della storia”, analizzava il sistema del capitalismo senescente evidenziandone l’instabilità che lo destinava al crollo, precisamente a partire dalla sua dimensione finanzia rizzata (il suo “tallone d’Achille”, come ho scritto).
Gli economisti convenzionali sono rimasti ostinatamente sordi a ogni tentativo di mettere in discussione i loro dogmi. Al punto da esser stati incapaci di prevedere il crollo finanziario del 2008. Coloro che i media dominanti hanno presentato come “critici” non meritano molto la definizione. Stiglitz resta convinto che il sistema quale era – il liberismo mondializzato e finanzia rizzato – può tornare in sella, a patto di qualche correzione. Amartya Sen predica la morale senza osar pensare il capitalismo realmente esistente quale è necessariamente.
I disastri sociali che il liberismo – “l’utopia permanente del capitale”,come ho scritto – non avrebbe mancato di provocare hanno ispirato molte nostalgie del passato recente o lontano. Ma le nostalgie non servono per rispondere alla sfida. Esse sono il prodotto di un impoverimento del pensiero critico teorico che si era a poco a poco vietato di capire le contraddizioni interne e  limiti dei sistemi del dopoguerra, in cui le erosioni, le derive e i crolli sono apparsi come cataclismi imprevisti.
Tuttavia, nel vuoto creato da questi arretramenti del pensiero teorico critico, una presa di coscienza delle nuove dimensioni della crisi sistemica di civiltà ha trovato il modo di aprirsi la strada. Mi riferisco qui agli ecologisti. Ma i Verdi, che hanno preteso di distinguersi radicalmente sia dai Blu (conservatori e liberali) che dai Rossi (i socialisti) si sono rinchiusi in un vicolo cieco, incapaci di integrare la dimensione ecologica della sfida con una critica radicale del capitalismo.
Tutto era a posto dunque per assicurare il trionfo – di fatto passeggero, ma vissuto come “definitivo” – dell’alternativa detta della “democrazia liberale”. Un pensiero misero – un autentico non pensiero – che ignora ciò che Marx aveva detto di decisivo riguardo alla democrazia borghese, che ignora che coloro che decidono non sono coloro che sono toccati dalle decisioni. Coloro che decidono godono della libertà rafforzata dal controllo della proprietà, e sono oggi i plutocrati del capitalismo degli oligopoli e gli Stati che sono loro debitori. Per forza di cose i lavoratori e i popoli interessati non sono altro che le loro vittime. Ma simili sciocchezze potevano sembrare credibili, per un breve momento, per via delle derive dei sistemi del dopoguerra, quando la miseria delle dogmatiche non riusciva più a capire le origini. La democrazia liberale poteva allora sembrare il “migliore dei sistemi possibili”.
Oggi i poteri attuali, che non avevano previsto nulla di ciò, si sforzano di restaurare lo stesso sistema. Il loro eventuale successo, come quello dei conservatori degli anni 20 – che Keynes denunciava senza allora ottenere ascolto – potrà solo aggravare l’ampiezza delle contraddizioni che sono all’origine del crollo finanziario del 2008.
Non è meno grave il fatto che gli economisti “di sinistra” si sono allineati da tempo sulle tesi dell’economia volgare e hanno accettato l’idea – sbagliata – della razionalità dei mercati. Essi hanno concentrato i loro sforzi sulla definizione delle condizioni di tale razionalità, abbandonando Marx – che aveva da parte sua rivelato l’irrazionalità dei mercati dal punto di vista dell’emancipazione dei lavoratori e dei popoli – giudicato ormai “obsoleto”. Nella loro prospettiva, il capitalismo è flessibile, si adegua alle esigenze del progresso (tecnologico e anche sociale), se viene obbligato. Questi economisti di “sinistra” non erano preparati a capire che la crisi che è scoppiata era inevitabile. E sono ancor meno preparati a fronteggiare le sfide che i popoli hanno oggi di fronte. Come gli altri economisti volgari, essi cercheranno di riparare i guasti, senza capire che per riuscirvi è necessario intraprendere un’altra strada, quella del superamento delle logiche fondamentali del capitalismo. Invece di cercar di uscire dal capitalismo in crisi, pensano di poter uscire dalla crisi del capitalismo.

Crisi dell’egemonia degli Stati Uniti

La recente riunione del G20 (Londra, aprile 2009) non ha affatto avviato una “ricostruzione del mondo”. E forse non è un caso che sia stata seguita da quella della Nato, il braccio armato dell’imperialismo contemporaneo, e dal rafforzamento del suo impegno militare in Afghanistan. La guerra permanente del Nord con il Sud deve continuare.
Già si sapeva che i governi della triade – Stati Uniti, Europa, Giappone – perseguono l’obiettivo esclusivo di ripristinare il sistema come era prima del settembre 2008, e non bisogna prendere sul serio gli interventi a Londra del presidente Obama e di Gordon Brown da una parte, quelli di Sarkozy e di Angela Merkel dall’altra, destinati a divertire la platea. Le pretese “differenze” rilevate dai media, prive di reale consistenza, rispondono solo al bisogno dei vari leader politici di farsi valere di fronte alle rispettive opinioni pubbliche sprovvedute. “Rifondare il capitalismo”, “moralizzare le operazioni finanziarie”: molte parolone per evitare le questioni vere. Ripristinare il sistema non è impossibile, ma non risolverà i problemi, ne aggraverà piuttosto la portata. La “commissione Stiglitz” convocata dalle Nazioni Unite, si inquadra in questa strategia di costruzione di un trompe l’oeil. Evidentemente non ci si può aspettare altro dagli oligarchi che controllano i poteri reali e dai loro debitori politici. Il punto di vista che ho sviluppato, ponendo l’accento sui rapporti fra il dominio degli oligopoli e la necessaria finanziarizzazione della gestione dell’economia mondiale – che sono indissociabili – è ben confermato dai risultati del G20.
Risulta invece più interessante il fatto che i leader dei “paesi emergenti” invitati sono rimasti in silenzio. Nel corso di quella giornata di gran circo, solo una frase intelligente è stata pronunciata dal presidente cinese Hu Jintao, che quasi di sfuggita , senza insistere e con un sorriso (ironico?), ha fatto osservare che bisognerà ben cominciare a prendere in considerazione l’ipotesi di un sistema finanziario mondiale non fondato sul dollaro. Alcuni rari commentatori hanno immediatamente fatto il confronto – corretto – con le proposte di Keynes nel 1945.
Questa “osservazione” ci riporta alla realtà: che la crisi del sistema del capitalismo oligopolistico è indissociabile da quella dell’egemonia degli Stati Uniti, ormai allo stremo. Ma chi gli darà il cambio? Certo non l’“Europa”, che non esiste al di fuori dell’atlantismo e non nutre alcuna ambizione di indipendenza, come ha dimostrato ancora una volta l’assemblea della Nato. La Cina? Questa “minaccia”, che i media invocano a sazietà (un nuovo “pericolo giallo”) indubbiamente per legittimare l’allineamento atlantico, è senza fondamento. I dirigenti cinesi sanno che il loro paese non ne ha i mezzi, e loro non ne hanno la volontà. La strategia della Cina si limita a operare per dare avvio a una nuova mondializzazione senza egemonia, cosa che né gli Stati Uniti né l’Europa giudicano accettabile.
Le possibilità di uno sviluppo che vada in questo senso riposano ancora totalmente sui paesi del Sud. E non è un caso che la Cnuced sia la sola istituzione delle Nazioni Unite che abbia preso iniziative molto diverse da quelle della Commissione Stiglitz. Non è un caso che il suo direttore, il tailandese Supachai Panitchpakdi, considerato finora come un perfetto liberista, nel suo rapporto intitolato The Global Economic Crisis del marzo 2009, abbia osato fare delle proposte realistiche e avanzate, nella prospettiva di un secondo momento di “risveglio del Sud”.
La Cina da parte sua ha avviato la costruzione – progressiva e controllata –  di sistemi finanziari regionali alternativi e indipendenti dal dollaro. Iniziative che completano sul piano economico le alleanze politiche del “gruppo di Shanghai”, il maggiore ostacolo al bellicismo della Nato.
L’assemblea della Nato, riunita nell’aprile del 2009, ha confermato la decisione di Washington di non avviare il disimpegno militare, ma invece di accentuarne l’ampiezza, sempre sotto il fallace pretesto della lotta al “terrorismo”. Il presidente Obama usa dunque tutto il suo talento per tentare di salvare il programma di Clinton e poi di Bush di controllo militare del pianeta, unico mezzo per prolungare l’egemonia americana ormai minacciata. Obama ha ottenuto dei risultati facendo capitolare senza condizioni la Francia di Sarkozy – la fine del gollismo – che è tornata nel comando militare della Nato, cosa rimasta difficile finché Washington parlava con la voce di Bush, sprovvista d’intelligenza ma non di arroganza. Per di più Obama è salito in cattedra, come Bush, senza preoccuparsi di rispettare “l’indipendenza” dell’Europa, per invitarla ad accettare l’integrazione della Turchia nell’Unione Europea!

Verso una seconda ondata di lotte vittoriose per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli

Sono possibili nuovi progressi nelle lotte di emancipazione dei popoli?

La gestione politica del dominio mondiale del capitale degli oligopoli comporta necessariamente un’estrema violenza. Per conservare la loro posizione di società opulente, i paesi della triade imperialistica sono ormai costretti a riservare a loro esclusivo beneficio l’accesso alle risorse naturali del pianeta. Questa nuova esigenza sta all’origine della militarizzazione della mondializzazione, che io ho definito come “impero del caos” (titolo di una delle mie opere, pubblicata nel 2001), espressione poi ripresa da altri.
Nella scia del progetto di Washington di controllo militare del pianeta. Conducendo perciò “guerre preventive” con la scusa della lotta al “terrorismo”, la Nato si è autopromossa come “rappresentante della comunità internazionale”, emarginando perciò l’ONU, la sola istituzione qualificata  per parlare a quel titolo.
Naturalmente non si possono confessare gli obiettivi reali. Per mascherarli, le potenze interessate hanno scelto di strumentalizzare il discorso della democrazia e si sono concesse un “diritto di intervento” per imporre il “rispetto dei diritti umani” !
Parallelamente, il potere assoluto delle nuove oligarchie ha svuotato di ogni contenuto la pratica della democrazia borghese. Mentre nel passato era necessaria la negoziazione politica fra le diverse componenti del blocco egemonico necessario per la riproduzione del potere del capitale, la nuova gestione politica della società del capitalismo oligopolistico, con una sistematica depoliticizzazione, fonda una nuova cultura politica basata sul “consenso” (sul modello degli Stati Uniti), che sostituisce il consumatore e lo spettatore politico al cittadino attivo, condizione di una democrazia autentica. Questo “virus liberale” (per riprendere il tiolo della mia opera pubblicata nel 2005) abolisce l’apertura su scelte alternative possibili e vi sostituisce il consenso intorno al solo rispetto della democrazia elettorale.
L’indebolimento e poi il crollo dei tre modelli di gestione sociale evocati prima sono all’origine del dramma. La pagina della prima ondata di lotte per l’emancipazione è stata voltata, quella della seconda ondata non si è ancora aperta. Nella penombra che le separa, si “disegnano i mostri”, come scriveva Gramsci.
Nei paesi del Nord questa evoluzione sta all’origine della perdita di senso della pratica democratica. L’arretramento viene giustificato ricorrendo al discorso cosiddetto “post-modernista”, secondo cui nazioni e classi avrebbero abbandonato la scena per lasciare il posto all’ “individuo”, diventato soggetto attivo della trasformazione sociale.
Nei paesi del Sud la scena è occupata da nuove illusioni: l’illusione di uno sviluppo capitalistico nazionale autonomo iscritto entro la mondializzazione, molto sentita fra le classi dominanti e medie dei paesi “emergenti” e confortata dal successo immediato degli ultimi decenni; o le illusioni passatiste (para-etniche o para-religiose) nei paesi rimasti più indietro.
Più grave risulta il fatto che questo corso degli avvenimenti favorisce l’adesione generale all’a “ideologia dei consumi”, all’idea che il progresso si misuri sulla crescita quantitativa. Marx aveva dimostrato che è il modo di produzione che determina quello del consumo, e non l’inverso, come pretende l’economia volgare. Viene così totalmente persa di vista la prospettiva di una razionalità umanista superiore, fondamento del progetto socialista. Il gigantesco potenziale che l’applicazione della scienza e della tecnologia offre all’umanità intera, e che dovrebbe permettere agli individui e alle società di fiorire pienamente, al Nord come al Sud, viene sprecato per la necessità di assoggettarlo alle logiche dell’accumulazione del capitale. Più grave ancora, i progressi continui della produttività sociale del lavoro vengono associati a uno sviluppo vertiginoso dei meccanismi di pauperizzazione (ben visibili su scala mondiale, fra l’altro per l’offensiva generalizzata contro le società contadine), come Marx aveva ben capito.
L’adesione all’alienazione ideologica prodotta dal capitalismo non colpisce soltanto le società opulente dei centri imperialistici. I popoli delle periferie –nella stragrande maggioranza esclusi dall’accesso a livelli accettabili di consumo – accecati da aspirazioni a un consumo analogo a quello del Nord opulento, perdono la coscienza che la logica di sviluppo del capitalismo storico rende impossibile generalizzare il modello in questione a tutto il pianeta.
Si comprendono allora le ragioni per cui il crollo finanziario del 2008 è stato risultato esclusivo dell’acutizzarsi delle contraddizioni interne caratteristiche dell’accumulazione del capitale. Solo l’intervento di forze portatrici di un’alternativa positiva permette di immaginare un’uscita dal caos prodotto dall’acutizzarsi delle contraddizioni interne del sistema (io opponevo la “via rivoluzionaria” al modello di superamento di un sistema storicamente obsoleto con la “decadenza”). Allo stato attuale delle cose, i movimenti di protesta sociale, malgrado la loro notevole ascesa, restano nell’insieme incapaci di mettere in discussione l’ordine sociale associato al capitalismo degli oligopoli, per mancanza di un progetto politico coerente che sia all’altezza delle sfide.
Da questo punto di vista la situazione attuale è molto diversa da quella che prevaleva negli anni 30, quando si affrontavano forze portatrici di opzioni socialiste da una parte e di partiti fascisti dall’altra, producendo qua la risposta nazista e là il New Deal e i Fronti popolari.
Non si potrà evitare che la crisi diventi più profonda, anche nell’ipotesi di un eventuale successo – non impossibile – del sistema di dominio del capitale oligopolistico. In queste condizioni la radicalizzazione delle lotte non è un’ipotesi impossibile, anche se gli ostacoli restano notevoli.
Nei paesi della triade la radicalizzazione comporterebbe il mettere in agenda l’espropriazione degli oligopoli, il che sembra escluso per il futuro immediato. Perciò non è possibile scartare l’ipotesi che malgrado le turbolenze provocate dalla crisi, non venga messa in discussione la stabilità delle società della triade. Sembra serio invece il rischio di un remake dell’ondata di lotte di emancipazione del secolo scorso, che rimetta in discussione il sistema a partire da alcune periferie.
Una seconda tappa del “risveglio del Sud” (per riprendere il titolo del mio libro pubblicato nel 2007, che offre una lettura del periodo di Bandung come primo tempo del risveglio) risulta oggi all’ordine del giorno. Nella migliore delle ipotesi, i progressi realizzati in queste condizioni potrebbero costringere l’imperialismo ad arretrare, a rinunciare al progetto demenziale e criminale di controllo militare del pianeta. E in questo caso il movimento democratico nei paesi del centro potrebbe contribuire positivamente al successo di questa neutralizzazione. Inoltre il decremento della rendita imperialistica di cui godono le società della triade, prodotto dalla riorganizzazione degli equilibri internazionali a favore del Sud (in particolare la Cina) potrebbe efficacemente aiutare il risveglio di una coscienza socialista. Ma d’altra parte le società del Sud dovranno sempre affrontare le stesse sfide del passato, con gli stessi limiti posti al loro progresso.

Un nuovo internazionalismo dei lavoratori e dei popoli è necessario e possibile

Il capitalismo storico è tutto quel che si vuole, tranne che durevole. Non è che una breve parentesi nella storia. Rimetterlo in causa – cosa che i teorici nostri contemporanei non immaginano né “possibile” e neppure “auspicabile” – è peraltro la condizione imprescindibile dell’emancipazione dei lavoratori e dei popoli dominati (quelli della periferia, l’80% dell’umanità). Le due dimensioni della sfida non si possono dissociare. Non si potrà uscire dal capitalismo solo con la lotta dei popoli del Nord e neppure solo con la lotta dei popoli dominati del Sud. Si potrà uscire dal capitalismo solo quando, e nella misura in cui, le due dimensioni della stessa sfida si articoleranno l’una con l’altra. Non è “certo” che ciò succeda, nel qual caso il capitalismo sarà “superato” dalla distruzione della civiltà (al di là del disagio della civiltà, per usare i termini di Freud) e forse anche della vita sul pianeta. Lo scenario di un possibile remake del XX secolo resterà dunque al di qua delle esigenze di un impegno dell’umanità sulla lunga strada della transizione al socialismo mondiale. Il disastro liberista impone un rinnovamento della critica radicale del capitalismo. E’ la sfida cui oggi si confronta la costruzione/ricostruzione permanente dell’internazionalismo dei lavoratori e dei popoli, in contrasto con il cosmopolitismo del capitale oligarchico.
La costruzione di questo internazionalismo passa necessariamente per il successo dei nuovi tentativi rivoluzionari (come quelli iniziati in America Latina e in Nepal) che aprono la prospettiva di un superamento del capitalismo.
Nei paesi del Sud la lotta degli Stati e delle nazioni per una mondializzazione negoziata senza egemonie – forma contemporaneo dello sganciamento – sostenuta dall’organizzazione delle rivendicazioni delle classi popolari, può circoscrivere e limitare il potere degli oligopoli della triade imperialistica. Le forze democratiche nei paesi del Nord devono pure sostenere questa lotta. Il discorso “democratico” proposto e accettato dalla maggioranza delle sinistre come sono oggi, gli interventi “umanitari” condotti in suo nome, come le pratiche miserabili degli “aiuti”, escludono dalla loro considerazione il confronto reale con questa sfida.
Nei paesi del Nord gli oligopoli sono già visibilmente dei “beni comuni” la cui gestione non può essere affidata ai soli interessi particolari (la crisi ne ha dimostrato i risultati catastrofici). Una sinistra autentica deve avere l’audacia di immaginarne la nazionalizzazione, prima tappa imprescindibile nella prospettiva della loro socializzazione mediante l’approfondirsi della pratica democratica. La crisi in corso permette di immaginare la possibile formazione di un fronte di forze sociali e politiche che raduni tutte le vittime del potere esclusivo delle oligarchie.
La prima ondata di lotte per il socialismo, nel XX secolo, ha dimostrato i limiti delle socialdemocrazie europee, dei comunismi della Terza internazionale e dei nazionalismi popolari dell’epoca di Bandung, l’indebolirsi e poi il crollo delle loro ambizioni socialiste. La seconda ondata, nel XXI secolo, deve trarne le conseguenze. In particolare, bisogna associare la socializzazione della gestione economica con una più profonda democratizzazione della società. Non ci sarà socialismo senza democrazia, ma neppure alcun progresso democratico fuori dalla prospettiva socialista.
Questi obiettivi strategici invitano a pensare alla costruzione di “convergenze nella diversità” (per riprendere l’espressione del Forum mondiale delle alternative) delle forme di organizzazione e di lotta delle classi dominate e sfruttate. E non è mia intenzione condannare aprioristicamente le forme che, alla loro maniera, vogliano riprendere le tradizioni delle socialdemocrazie, dei comunismi e dei nazionalismi popolari, o vogliano abbandonarle.
In questa prospettiva, mi sembra necessario pensare a un rinnovamento dei un marxismo creativo. Marx non è mai stato tanto utile e necessario per capire e trasformare il mondo come lo è oggi, ancora più di ieri. Essere marxista in questo senso significa partire da Marx e non fermarsi a lui, a Lenin o a Mao, come hanno teorizzato e praticato i marxismi storici del secolo scorso. Bisogna rendere a Marx quel che gli compete: l’intelligenza di aver iniziato un pensiero critico moderno, critico della realtà capitalistica e critico delle sue rappresentazioni politiche, ideologiche e culturali. Il marxismo creativo deve avere lo scopo di arricchire senza esitazioni questo pensiero critico per eccellenza. Non deve temere di integrare tutti gli apporti della riflessione, in tutti i campi, compresi gli apporti che sono stati considerati, a torto, come “estranei” dai dogmatici dei marxismi storici del passato.

Nota: Le tesi presentate in questo articolo sono state sviluppate nell’opera La crise, sortir de la crise du capitalisme ou sortir du capitalisme en crise, ed. Le Temps des Cerises, Parigi, 2009.