1

INCHIESTA SUL LAVORO POST-COVID

Ecco come vanno le cose e come cresceranno ingiustizia e rabbia sociale.

Ieri, 20 settembre, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Istat, l’Inps, l’Inail e l’Anpal, hanno pubblicato la “Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione” nel secondo trimestre 2021.

Ne emerge uno spaccato terribile sull’evoluzione del mercato dei lavori. La precaria “ripresa” in corso dopo crisi pandemica indotta, vede accentuarsi la tendenza liberista: più sfruttamento dei lavoratori e zero diritti. Si consolida il modello della Gig economy, basato su lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, finti lavoratori autonomi a partita Iva, nessun vincolo per le aziende, quando va bene lavoratori non assunti dalle aziende, ma prestati da altre aziende (capolarato legalizzato). Lavori sottopagati, salari quindi sempre più bassi.

A indicare quale sia la tendenza che si va affermando c’è un dato fondamentale: viene smentita una “legge” sacra agli economisti liberisti, quella per cui più i salari scendono più aumentano i posti di lavoro. *

Riportiamo alcuni passaggi della “Nota trimestrale”.

«L’occupazione sale alla velocità del Pil. Ma volano i contratti a tempo. Nel secondo trimestre il 35% di questi ha una durata inferiore ai 30 giorni, il 37% tra 2 e 6 mesi, solo lo 0,6% supera l’anno.

Si scopre così che tra aprile e giugno i contrattini con durate brevi sono già tornati al pre-pandemia, gli occupati no.

Ad assumere sono soprattutto le piccole imprese tra zero e 9 dipendenti: la metà dei 677 mila contratti del trimestre avviene qui (ad un lavoratore può corrispondere più di un contratto…)

Crescono del 38% i disoccupati over 50 – dato non confortante – e quelli che vivono nelle Regioni centrali (+43%).

Se gli inattivi calano di oltre 1,2 milioni, lievitano di 523 mila unità gli occupati e di 514 mila i disoccupati. Il fermento c’è, dopo la stasi tra lockdown e coprifuoco. Ma la stabilità no, visto che i lavoratori in somministrazione avanzano del 39% e quelli a chiamata o intermittenti del 64%, con in media solo 10,6 giornate lavorate al mese.

Nel frattempo la giungla dei contratti collettivi nazionali di lavoro esistenti in Italia – ben 985 registrati a giugno dal Cnel, l’80% in più nell’arco di un decennio – riflettono un mercato del lavoro frammentato e dove proliferano accordi pirata firmati da sindacati o associazioni di impresa sconosciuti.

E il dumping salariale è la molla che nutre la bolla dei contratti pirata, soprattutto in territori del Paese meno produttivi, con alta disoccupazione o nelle imprese più fragili: si offre un contratto, ma si impone un livello di salari più basso (l’8% in media) del minimo applicato nel settore, sapendo che sarà accettato pur di lavorare.

* [“Uno studio di Garnero e di Claudio Lucifora, docente all’università Cattolica di Milano, dimostra che la scontata correlazione inversa tra minimi salariali e occupazione è in realtà modesta. In altri termini, è vero che all’aumentare dei minimi l’occupazione scende. Ma, al contrario, un aumento del 10% di lavoratori sottopagati produce un aumento dell’occupazione di appena il 2%. E anzi, se la percentuale di sottopagati è ampia, l’occupazione non solo non sale, ma scende: quindi la relazione cambia di segno”].




SCHUMPETER E LA “DISTRUZIONE CREATRICE”

Con l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi torna di moda Schumpeter, considerato l’economista di riferimento del nuovo Presidente del Consiglio. C’è di vero, in questa considerazione, che Draghi condivide l’idea principale  dell’economista tedesco, la cosiddetta “distruzione creatrice”. Pubblichiamo di seguito una scheda che aiuta il lettore a capire in cosa questa “distruzione” consista e perché Schumpeter la considerava la molla decisiva che muove lo sviluppo capitalistico. Il nostro spiega la sua scoperta nel testo del 1912 Teoria dello sviluppo economico. Concetto, quello di “distruzione creatrice”, oggigiorno più attuale che mai, visto che le élite mondialiste concepiscono il “Grande Reset” come un devastante passaggio da un  modo d’essere del capitalismo ad un altro — passaggio il quale, non lo nascondono, lascerà sul campo, assieme a quelli che chiamano “settori zombi”, centinaia di milioni di posti di lavoro.

Il lettore si chiederà se Schumpeter sia classificabile come “neoliberista”. Se per neoliberismo intendiamo la corrente dei Milton Friedman e dei Von Hayek la risposta è no. Il nostro è certo un liberista, se per liberismo s’intende la teoria per cui capitalismo e mercato riescono sempre a superare ogni crisi ritrovando un equilibrio più avanzato.

C’è da dire, tuttavia, che la “Grande depressione” mondiale del 1929 e le recessioni successive degli anni ’30 faranno cambiare idea a Schumpeter, spingendolo a riconsiderare la sua teoria. Parliamo del testo del 1942 Capitalismo, socialismo e democrazia. Il nostro, dopo aver sostanzialmente fatto sua la teoria delle “onde lunghe” del russo Nikolai Kondratiev — l’economia capitalistica vive cicli lunghi di circa  cinquanta anni composti di cicli di recessioni e ripresa più brevi — in Capitalismo, socialismo e democrazia recupera la principale profezia di Karl Marx, quella per cui il capitalismo è destinato al declino e ad essere rimpiazzato dal socialismo. Conclusione alla quale era giunto nel 1931 lo stesso J. M. Keynes nel noto paphlet Prospettive economiche per i nostri nipoti.

Proprio la conclusione che condividiamo noi e che farà venire l’orticaria al Prof. Mario Draghi.

*  *  *

La vita

Joseph Schumpeter nasce nel 1883 in Moravia, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, da una famiglia di origine tedesca. Dalla Moravia la famiglia si trasferisce in Austria dove Joseph studia diritto ed economia e consegue un dottorato nel 1906 presso l’Università di Vienna. Pochi anni dopo inizia la carriera accademica, che lo porterà ad insegnare prima presso l’Università di Graz, poi presso quella di Bonn e, infine, presso quella di Harvard. L’insegnamento viene interrotto solo per un quinquennio, dal 1919 al 1924, nel corso del quale Schumpeter viene prima nominato ministro delle finanze della giovane Repubblica Austriaca e poi presidente di un istituto bancario. Schumpeter muore negli Stati Uniti nel 1950. Le sue opere di maggiore rilevanza sono la Teoria dello Sviluppo Economico (1912) e Capitalismo, Socialismo, Democrazia (1942).

Le idee

Il principale contributo di Schumpeter alla teoria economica è quello di aver spiegato i meccanismi che rendono il capitalismo un sistema intrinsecamente dinamico ed in continua evoluzione.

La teoria economica prima di Schumpeter descrive le economie di mercato come dei sistemi essenzialmente statici in cui le imprese producono sempre gli stessi beni ed utilizzano sempre le stesse tecnologie produttive. In questo schema, la concorrenza per la conquista di nuovi clienti si svolge essenzialmente sul fronte dei prezzi. La concorrenza è una battaglia tra imprese combattuta esclusivamente a colpi di ribassi sui prezzi.

Il mondo reale però è molto diverso da questa costruzione teorica. Nel mondo reale, osserva Schumpeter, le imprese non producono sempre gli stessi beni con tecniche immutate ma introducono di tanto in tanto nuovi prodotti, migliorano la qualità dei prodotti preesistenti, adottano nuove tecnologie produttive come pure nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Anzi, l’introduzione di prodotti innovativi oppure di processi produttivi più efficienti rappresentano proprio gli strumenti più usati dalle imprese per farsi concorrenza. I clienti non si conquistano solamente con prezzi più bassi ma, soprattutto, si conquistano sfornando beni più appetibili e sviluppando tecniche di vendita più sofisticate. Insomma, l’interpretazione tradizionale della concorrenza basata solo sul prezzo non rappresenta per Schumpeter una descrizione soddisfacente di quello che accade nel mondo concreto degli affari. In questo mondo, gli imprenditori non combattono solo con i prezzi ma anche con altre armi come l’innovazione ed il marketing.

Il termine solitamente usato per sintetizzare la visione del capitalismo di Schumpeter è quello di Distruzione Creatrice. Al centro di questa visione si staglia la figura dell’imprenditore. L’imprenditore è colui che rischia sia risorse proprie sia risorse prese in prestito per investire in innovazione. L’innovazione, a sua volta, assume forme diverse. In alcuni casi, si tratta dell’introduzione di un prodotto a cui nessun altro imprenditore ha pensato prima. In altri casi, invece, consiste nell’introduzione di macchine e di tecniche produttive che abbattono i costi di produzione. Altre volte ancora, l’innovazione consiste nell’adottare nuove forme di organizzazione del lavoro che permettono di reagire con maggiore prontezza ai mutamenti del mercato.

Quando lo sforzo di innovazione è coronato da successo allora si può affermare che l’imprenditore ha modificato lo scenario economico, ha fatto sorgere un nuovo mercato oppure ha introdotto un nuovo metodo di produzione. Questo è il lato creativo dell’innovazione. Ma se questa creazione genera profitto per chi ne è stato l’artefice, è anche vero che essa genera perdite per coloro che ne subiscono le conseguenze negative. Si tratta degli imprenditori le cui merci e tecniche sono soppiantate dai nuovi prodotti e dai nuovi metodi di produzione, le loro imprese sono destinate al declino ed alla chiusura. Questo è il lato distruttivo dell’innovazione.

Un corollario della teoria della distruzione creatrice è la critica di Schumpeter agli schemi tradizionalmente usati per giudicare se un settore sia concorrenziale o meno. In base a questi schemi, la concorrenzialità di un settore dipende esclusivamente dal numero di imprese che vi operano. Se queste imprese sono numerose il settore è molto concorrenziale, se invece sono poco numerose il settore è poco concorrenziale. Al limite, se esiste una sola impresa, siamo agli antipodi della concorrenza dato che il settore è in monopolio.

Per Schumpeter, tuttavia, il grado di concorrenzialità di un settore non può essere identificato e misurato solo sulla base del numero di operatori. Anche un robusto monopolista, infatti, potrebbe essere destinato ad un improvviso ed imprevisto declino se un innovatore insidia la sua posizione. In breve, Schumpeter sostiene che oltre alla concorrenza effettiva occorre anche tener conto della concorrenza potenziale da parte di nuovi soggetti che potrebbero irrompere con nuovi prodotti o con nuove tecniche. In questo contesto, anche un’impresa che appare in una solida posizione di forza deve comportarsi come se avesse dei concorrenti e tentare di prevenire le mosse dei potenziali concorrenti futuri. Un valido metodo di prevenzione consiste proprio nell’anticipare le innovazioni altrui cosicché la spinta innovativa dei monopolisti potrebbe essere uguale se non maggiore rispetto a quella delle imprese più esposte alle pressioni competitive.

La distruzione creatrice è il meccanismo primario che governa l’evoluzione dei sistemi capitalistici. Per Schumpeter, le guerre, le rivoluzioni e, più in generale, i fattori esogeni di ordine sociale, politico, demografico etc. possono essere causa di mutamento economico. Ma si tratta comunque di fattori che hanno una rilevanza secondaria rispetto alla distruzione creatrice stimolata dalla ricerca di profitto. E’ come se il capitalismo, per sua stessa costituzione, disponesse di un meccanismo endogeno di rinnovamento.

Questo meccanismo di rinnovamento, però, non agisce con la stessa efficienza e la stessa velocità in tutti sistemi economici concreti. In alcune economie, infatti, le innovazioni vengono introdotte più velocemente mentre in altre più lentamente. E’ pertanto compito degli economisti scoprire quali sono i fattori responsabili di queste differenti dinamiche ed, in definitiva, spiegare che cosa decreta il successo o l’insuccesso di un paese sul piano dello sviluppo economico.

La risposta che Schumpeter fornisce a questo interrogativo è soprattutto basata sul ruolo delle banche e della finanza privata. Per Schumpeter, la finanza e le banche private svolgono un compito essenziale nel convogliare le risorse dell’economia nella direzione di investimenti destinati a produrre innovazione. Esse, infatti, da un lato consentono di mobilitare il capitale necessario per innovazioni particolarmente costose e, dall’altro, sono in grado di giudicare meglio di un qualsiasi funzionario pubblico se una certa idea imprenditoriale meriti di essere finanziata o meno.

Il tasso di sviluppo economico di un paese è dunque direttamente legato al buon funzionamento del settore finanziario e creditizio.

L’eccezionale dinamica tecnologica degli ultimi venti anni offre un’incredibile serie di esempi che confermano l’analisi di Schumpeter. E nelle università, nei corsi introduttivi di economia, non manca mai un accenno al videoregistratore sconfitto dal dvd ed alle vecchie pellicole fotografiche spazzate via dai sensori ottici digitali.

Spesso però non si riflette abbastanza sulle conseguenze ultime di queste piccole storie di vincitori e di vinti. Il vincitore non è il sensore ottico ma le imprese e le persone che lo producono ed il perdente non è la pellicola fotografica ma tutti coloro che partecipavano alla vecchia filiera della fotografia, dai produttori di pellicole ai piccoli negozi in cui veniva fatto lo sviluppo. Nel corso degli ultimi 5-10 anni, ad esempio, sono stati chiusi quasi tutti gli stabilimenti che producevano pellicole e numerose persone hanno perso il loro posto di lavoro. Si tratta dell’aspetto più drammatico della distruzione creatrice.

La capacità di descrivere la dinamica capitalistica in modo così convincente ha reso Schumpeter molto popolare all’interno della professione economica negli ultimi due decenni. La moderna teoria della crescita deve molto alla sua eredità intellettuale. In particolare, gli economisti moderni danno ormai per acquisito che la crescita del benessere nelle economie avanzate sia frutto della capacità innovativa delle imprese. Gli schemi usati da buona parte della moderna teoria della crescita non sono altro che gli originari schemi di Schumpeter integrati ed arricchiti per tener conto del fatto che, in ultima analisi, la capacità innovativa è guidata dall’obiettivo del profitto ma non può realizzarsi senza lo sviluppo delle conoscenze scientifiche di base e senza il buon funzionamento delle leggi e delle istituzioni.

* Fonte: FEduF




IL MONDO COME LO VUOLE LA CINA di Xi Jinping

Si è svolto, da remoto ed in formato ridotto, (quello in grande stile si svolgerà dal 25 al 28 maggio a Singapore) l’annuale Forum di Davos del World Economic Forum [WEF], probabilmente il principale pensatoio del mondialismo capitalista. Grandemente atteso, ad un anno dall’inizio della grande crisi economico-sanitaria globale, il discorso pronunciato lunedì dal Presidente Cinese Xi Jinping —Let the Torch of Multilateralism Light up Humanity’s Wai Forward che consigliamo di leggere nella sua interezza.

Qui sotto la sintesi pubblicata sul sito del WEF.

Ciò che ha detto Xi Jinping fa capire, ben più di tante cervellotiche digressioni, cosa voglia, quindi cosa sia la Cina.

La grande crisi non ha cambiato di una virgola l’approccio cinese: avanti con la globalizzazione capitalista, liberalizzazione del commercio e degli investimenti (leggi: libero scambismo), strenua difesa dell’idea di forte crescita e sviluppo perorata dal WEF, sostegno alla piena digitalizzazione dell’economia, green economy, collaborazione multilaterale per evitare conflitti (la famigerata “armonia” confuciana). In estrema sintesi: piena convergenza con la cosiddetta “The Davos Agenda”, di cui il Grande Reset.

*  *  *

«Ginevra, Svizzera, 25 gennaio 2021 – Sintesi del discorso pronunciato dal presidente cinese Xi Jinping.

“La pandemia è tutt’altro che finita e la recente recrudescenza dei casi COVID ci ricorda che dobbiamo portare avanti la lotta… Non c’è dubbio che l’umanità prevarrà sul virus e uscirà ancora più forte da questo disastro”.

“Dobbiamo rimanere impegnati a stare al passo con i tempi invece di rifiutare il cambiamento. Ora è il momento di un maggiore sviluppo e di una grande trasformazione”.

Xi ha delineato diversi obiettivi necessari per un futuro migliore. Includono la necessità di lavorare insieme per raggiungere una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva, per colmare il divario tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati come prerequisito per la prosperità globale e per rafforzare la cooperazione globale nell’affrontare le grandi sfide comuni, vale a dire COVID-19 e il cambiamento climatico.

Sulla cooperazione

“Ci auguriamo che questi sforzi portino maggiori opportunità di cooperazione ad altri paesi e diano ulteriore impulso alla ripresa e alla crescita economica globale” … “Ci è stato dimostrato più volte che andare da soli e scivolare in un arrogante isolamento fallirà sempre. Uniamoci tutti per mano e lasciamo che il multilateralismo illumini la nostra strada verso una comunità con un futuro condiviso per l’umanità”… “Il gioco a somma zero o il vincitore che prende tutto non è la filosofia del popolo cinese.”…. “Dovremmo restare fedeli al diritto internazionale e alle regole internazionali, invece di cercare la propria supremazia”

Sul clima

“Dobbiamo mantenere l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e promuovere lo sviluppo verde”…. “Dobbiamo dare continua priorità allo sviluppo, attuare gli obiettivi di sviluppo sostenibile e assicurarci che tutti i paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, condividano i frutti dello sviluppo globale”.

Xi ha ribadito l’impegno della Cina ad attuare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e promuovere uno stile di vita e di produzione verdi a basse emissioni di carbonio e raggiungere la neutralità del carbonio prima del 2060.

“La terra è la nostra unica casa. Aumentare gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico e promuovere lo sviluppo sostenibile, ha un impatto sul futuro dell’umanità”.

Sull’economia

“Nonostante i trilioni di dollari in pacchetti di aiuti in tutto il mondo, la ripresa globale è piuttosto instabile e le prospettive rimangono incerte. Dobbiamo concentrarci sulle priorità attuali e bilanciare la risposta al COVID con lo sviluppo economico. Il sostegno della politica macroeconomica dovrebbe essere rafforzato per portare l’economia mondiale fuori dalla crisi il prima possibile “.

Sul COVID-19

Contenere il coronavirus è un altro compito urgente per la comunità internazionale, ha affermato, sottolineando che una maggiore solidarietà e cooperazione, una maggiore condivisione di informazioni e una risposta più forte sono ciò che è necessario per sconfiggere COVID-19. Ha detto che la Cina è impegnata a condividere la sua esperienza con altri paesi e ad assistere coloro che sono meno preparati alla pandemia e a lavorare per una maggiore accessibilità ai vaccini COVID nei paesi in via di sviluppo.

Sulla globalizzazione

Xi ha affermato che la Cina continuerà a promuovere la globalizzazione economica e il progresso della tecnologia e dell’innovazione, e si impegna a portare avanti la sua politica di apertura e continuare a promuovere il commercio e la liberalizzazione degli investimenti.

Sulla tecnologia

“La scienza, la tecnologia e l’innovazione sono un motore chiave per il progresso umano … La Cina creerà un ambiente scientifico aperto, equo e non discriminatorio che sia vantaggioso per tutti”».

Questa la sintesi del discorso di Xi Jinping.

Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, ha quindi ringraziato la Cina per aver preso parte attiva agli sforzi globali per combattere COVID-19 e per attuare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Per la precisione Schwab ha detto:

«Il 2021 sarà l’anno critico per ristabilire la fiducia nella nostra capacità di plasmare il nostro futuro comune in modi collettivi e costruttivi”, ha affermato Schwab. … Dobbiamo vincere la lotta contro il virus, dobbiamo rinvigorire la crescita economica globale e renderla più robusta, resiliente, inclusiva e sostenibile e, allo stesso tempo, dobbiamo accelerare la transizione verso una “net zero economy”… Dobbiamo unirci per assicurarci di catturare il momento e passare all’era della collaborazione per costruire un mondo migliore”.




IL VACCINO IN BORSA di Graziano Priotto

Riceviamo e pubblichiamo
Premessa
Sull’utilità di un vaccino creato e collaudato secondo i dettami della scienza medica e  sperimentato per un periodo sufficiente a rivelarne gli eventuali rischi a medio e lungo termine, al di là di posizioni ideologiche (legittime se documentate) non ci dovrebbero essere opposizioni ragionevoli.
Da bambini tutti abbiamo ricevuto un certo numero di vaccini, ultimo durante il servizio militare, se siamo ancora vivi e non abbiamo avuto problemi direttamente derivanti in maniera provata da questi vaccini vuol dire che non erano nocivi e, se ci hanno risparmiato gravi malattie, erano anche utili se non indispensabili. Dunque non ho personalmente simpatia alcunna per i “no vax” (che brutta formula linguisticamente!) che negano a priori ogni forma di vaccinazione. Avranno le loro buone ragioni valide in un mondo ideale e incontaminato, che probabilmente non è mai esistito, ma pragmaticamente, nel mondo attuale sfregiato anche in ambito sanitario da una globalizzazione selvaggia, da inquinamento e da stili di vita nocivi alla salute (uso smodato dei sistemi di comunicazione a distanza, teledipendenza, nutrizione con cibi adulcorati e scadenti, quindi obesità già infantile, ecc.ecc.) il ricorso a vaccini purtroppo non si può più escludere: certo sono un palliativo poiché sano sarebbe modificare le condizioni di vita deleterie che ne impongono l’uso, ma nella situazione attuale sono divenuti tragicamente necessari per sopperire ai danni che gradualmente annientano l’immunità naturale.
Medicina ed economia
Se si accetta e comprende questa premessa, ne deriva altresì il suo limite: non si possono accettare non importa quali vaccini soltanto perché i produttori ne vantano le qualità miracolose: sono in larga misura gli stessi produttori di quei medicamenti che inducono assuefazione e danneggiano il sistema immunitario naturale.
Dunque le campagne di vaccinazione assomigliano sempre di più a campagne pubblicitarie per il lancio di nuovi prodotti sui mercati: le strategie di “marketing” (preferei usare il termine italiano “imbonimento dei potenziali clienti” con esagerazioni, mezze verità o promesse non verificabili.
Sono dunque situazioni ben diverse ad esempio dal caso del Dr. Sabin, il quale rinunciò a divenire miliardario lucrando sul brevetto e preferì mettere subito a disposizione dei bambini di tutto il mondo il vaccino che aveva sperimentato per primo sui propri figli. Scienziati altruisti di questo tipo non se ne conoscono più nei nostri tempi, abbiamo unicamente i miliardari “filantropi” che possiedono quote cospicue delle industrie farmaceutiche produttrici di vaccini.
E dunque può essere istruttivo esaminare i vaccini d’annata (Anti-Covid) sotto l’ottica economica. L’andamento dei corsi delle azioni delle principali ditte farmaceutiche hanno un andamento a” V rovesciata” o a “M”, attualmente tutte ben al di sotto dei massimi toccati poche settimane or sono, cioè al momento del grande lancio pubblicitario dei rispettivi vaccini. Quale insegnamento possiamo trarre da questa osservazione ?
1) I grandi guadagni borsistici sono già stati fatti: da coloro che hanno previsto e soprattutto da coloro che hanno pianificato la campagna di vendita dei vaccini. Come insegna la curva ad “M” o a “V” rovesciata , vi sono stati vari momenti in cui i corsi salivano e le brusche discese successive erano semplicemente dovute alle vendite di chi portava a casa i profitti. Ma quando si portano a casa i profitti ? ovviamente quando non si crede a sviluppi positivi e soprattutto quando si temono sorprese negative (es. effetti indesiderati dei vaccini o loro scarsa utilità).
2) A differenza del popolino intontito dal martellamento terroristico dei quotidiani più diffusi, la stampa specializzata sui temi economici aveva ed ha un’opinione ben diversa sulla cosiddetta pandemia. Certamente  pensionati o lavoratori dipendenti o anche piccoli imprenditori non leggono questo tipo di informazioni, ma se lo facessero si meraviglierebbero che proprio fra coloro che alla fine dei conti suggeriscono ai governanti le scelte che questi poi nella loro dabbenaggine e/o stupida ignoranza, obbedendo agli ordini, impongono ai cittadini.
Ma la gente si porrebbe ben altre domande se avesse letto, tanto per citare un esempio, quanto scriveva “Il Sole 24 ore”  il 29 marzo 2020:
«Qualsiasi notizia sul virus basta ormai a mandare nel panico la gente. Le previsioni dei modelli di analisi sono inquietanti. Eppure, per le azioni, non sono queste stime a costituire il problema principale.
Innanzitutto, sono probabilmente esagerate. In secondo luogo, il COVID-19 finirà di fatto per ridurre silenziosamente il tasso di mortalità complessivo nelle due fasce più a rischio, causando solo sintomi influenzali non gravi nel resto della popolazione. In base al comprovato “Effetto Peltzman”, quando i timori riguardo a un dato fenomeno aumentano, le misure intraprese finiscono per ridurre il rischio di incidenza o i rischi paralleli o quasi paralleli. Gli stessi provvedimenti adottati per evitare la propagazione del Coronavirus riducono l’incidenza e il tasso di mortalità di malattie più diffuse e caratterizzate da modalità di trasmissione analoghe come la normale influenza, la polmonite non influenzale e altre patologie dell’apparato respiratorio. Queste patologie stanno in effetti diminuendo più di quanto aumentino i decessi provocati dal virus COVID-19. In pochi se ne rendono conto e nessuno lo dice. Credeteci».
Negazionisti a Piazza Affari ?
Sembrano quasi parole da “negazionisti”! Chi avrebbe mai supposto che un quotidiano economico serio avrebbe dato spazio a discorsi contrari alla campagna mediale terroristica ? Ebbene, dovrebbe essere chiaro che un conto è il discorso alle masse, l’altro è quello agli investitori.
Ai primi si devono raccontare le balle utili a generare comportamenti che poi coloro che hanno invece ricevuto le altre informazioni per investire sanno utilizzare per ricavare profitti.
Infatti all’inizio dell’articolo veniva ricordato il famoso dogma di uno dei maggiori speculatori della storia:
“”Dopo il crollo di Piazza Affari, qual è la mossa giusta? Ricordate il famoso monito di Warren Buffett: «Abbiate paura quando gli altri sono avidi, e siate avidi quando gli altri hanno paura».””
E quindi la logica conclusione ed il suggerimento a coloro che dalla miseria altrui creata dal terrorismo terapeutico volessero trarre profitto era semplicissima:
«Senza alcun dubbio, nel momento in cui i dati economici confermeranno la recessione, i mercati azionari avranno già ampiamente e rapidamente voltato pagina. Il panico è iniziato senza alcun preavviso, e probabilmente terminerà allo stesso modo, delineando un’ampia ripresa a “V”. Quindi, sì, è un momento di grande paura. Ed essere avidi è la mossa giusta».
E ora a meno di dieci mesi da questo suggerimento vediamo che le cose sono andate esattamente cosí.
Ma vi è un ulteriore elemento di cui si deve tener conto, un insegnamento che dall’economia passa alla medicina: quanto sono utili i vaccini? A chi sono serviti comicamente lo sappiamo con dovizia di particolari. Resta da stabilire quanto e come serviranno realmente ai cittadini comuni. E soprattutto resta da chiarire quanto siano pericolosi: difficile saperlo, e tutto sommato non interessa a nessuno di coloro che li hanno utilizzati per trarne profitti. A chi si farà vaccinare potrebbe invece e dovrebbe interessare un pochino di più.
I semplici cittadini potrebbero utilmente porsi una domanda e darsi contestualmente la risposta: se i corsi delle azioni collegate allo sviluppo dei vaccini scendono, se cioè nemmeno la borsa più ci crede, possiamo veramente fidarci di questi improvvisati toccasana soltanto perché i governanti, i media popolari ed addirittura il Papa li benedicono?
Forse non sarebbe male vedere da vicino perché i “negazionisti” sono così attivi a Piazza Affari.



IL GRANDE RESET di Miguel Martinez

Quasi sicuramente avrete sentito parlare del Grande Reset, o Great Reset.

In genere presentato come l’ultima demenziale teoria del complotto, da affiancare ai rettiliani del simpatico David Icke [1], l’ennesima prova che solo un pazzo potrebbe avere qualcosa da obiettare al sistema in cui viviamo.

Ora, qualcosa di vero c’è: siamo una specie incredibilmente collaborativa, conformista, opportunista e credulone, per cui spesso per non conformare quando conviene conformare bisogna essere davvero un po’ strani. [2]

Per l’opinionista inglese, Oliver Kamm, dietro la diffusione dell’idea del Grande Reset, ci sarebbe “l’apparato propagandistico del regime di Putin” che diffonderebbe “folli asserzioni di oscuri blogger” (gli anticomplottisti sono sempre pronti a denunciare i complotti altrui..).

Solo che questa volta c’è un problema: The Great Reset esiste davvero.

E’ stato il tema centrale dell’incontro (covidianamente virtuale) del Forum Economico Mondiale (World Economic Forum, WEF) quest’estate, ed è anche il titolo di un libretto di cui è coautore il presidente dello stesso Forum, Klaus Schwab.

Il sito del Forum lo presenta così:

“La pandemia rappresenta una rara ma stretta finestra di opportunità per riflettere, reimmaginare e resettare il nostro mondo” – Professor Klaus Schwab, Fondatore e CEO, World Economic Forum.

Seguite le intuizioni su come possamo riprendeci dal COVID-19 per costruire un futuro più salubre, più equo e più prospero.”

Il Grande Reset si presenta quindi come una descrizione della situazione attuale, e delle possibili azioni per “costruire il futuro”. A prima vista, quindi, una cosa che nel nostro piccolo potrebbe avere tirato fuori chiunque di noi, che male c’è, insistono quindi gli anticomplottisti.

Però qui non stiamo parlando di gente piccola. Wikipedia ci informa che il WEF è finanziato da 1000 aziende partner, “tipicamente imprese globali con un fatturato di oltre cinque miliardi di dollari”.

Insomma, non stiamo parlando di chi come noi guarda la storia, ma di chi la storia la fa.

Il WEF si autodefinisce “l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione tra il Pubblico e il Privato”. E’ un concetto molto ampio, ma alla fine è la base di tutto il sistema in cui viviamo, perché tra i grandi capitalisti (il privato) e il potere politico (il pubblico) si decide il destino di tutti noi.

Nell’articolo citato sopra, Oliver Kamm scrive

“per quelli che vedono chi decide le politiche mondiali [global policymakerscome essenzialmente malintenzionati e con secondi fini [malign and scheming] invece che fondamentalmente benintenzionati, [il Grande Reset] è stato un segno che tutta l’esperienza del lockdown era stata progettata da lungo tempo”.

Ecco, questa è una distinzione cruciale: per Kamm quelli che decidono gli investimenti, gli appalti e le guerre, sono fondamentalmente benintenzionati. Per altri, non so se siano malign, ma certo sono scheming, nel senso che usano il proprio potere per fare il proprio interesse.

Immaginiamo che un fondo decida di investire miliardi nell’industria aeronautica. Investimenti a lungo termine, rischiosi e molto impegnativi.

A sentire quelli come Kamm, solo un terrapiattista sciachimista penserebbe che quel fondo abbia interesse a

promuovere espansioni di aeroporti, detassare i carburanti per l’industria aeronautica, far aprire ovunque piccoli aeroporti a spese dei contribuenti, eccitare un clima di tensione globale che porti all’acquisto di aerei militari costosissimi, far finanziare la ricerca nell’ingegneria aerospaziale al sistema universitario, spingere dei deputati a votare bilanci militari sempre più costosi…

Queste sono tutte decisioni pubbliche, pagate con fondi pubblici.

Ecco, la pianificazione strategica aziendale si fonda proprio su questa cooperazione tra pubblico e privato, che è esattamente il ruolo del WEF.

Questo non vuol dire che il WEF “decida qualcosa”.

Gli incontri del WEF sono la più importante occasione annuale per permettere ai politici e agli imprenditori più potenti del mondo di incontrarsi in maniera informale e fare affari: noi interpreti sappiamo bene che gli affari veri si fanno solo così, soprattutto quando si può mettere da parte la recita che distingue “privato” da “pubblico”.

Però il WEF è anche un luogo in cui i decisori riflettono su come spingere il mondo nella direzione più favorevole ai loro interessi.

I decisori devono coinvolgere il massimo numero di attori: non solo i politici, ma tutta la società deve innamorarsi delle mille aziende più potenti del mondo, e pensare che agiscono per il bene di tutti – ecco che il WEF ha inventato il concetto di stakeholder capitalism. Il capitalista è per definizione un individuo che cerca di estrarre il massimo dalla natura, tenendo il più possibile per se stesso: proprio per questo è importante cooptare sempre le cause ambientali e sociali, facendo credere che “siamo tutti sulla stesssa barca”, tutti stakeholder.

Una strategia ben riuscita: molti di quelli che denunciano il Grande Reset sono variamente qualificabili come di “Destra”, mentre i più accaniti apologeti dei miliardari di Davos sono spesso di “Sinistra” (con coraggiose eccezioni). Negli Stati Uniti, molti hanno addirittura definito “socialista” e un “attacco alla proprietà privata” la proposta che proviene dall’associazione (ripetiamo) delle mille più potenti imprese capitalistiche del pianeta.

In fondo non è tanto sorprendente: il piccolo imprenditore del Texas non sarà mai invitato a Davos, mentre pittoresche ma innocue personalità che piacciono a sinistra lo saranno.

Ma in cosa consiste il progetto del Grande Reset?

The Great Reset non è un manuale che i potenti seguono; al contrario, è un testo che racconta bene tante tendenze e aspirazioni che i potenti già stanno implementando, in un linguaggio che li rende simpatici.

Chi si occupa di pianificazione strategica aziendale è una persona intelligente per definizione. Sa benissimo quindi che abbiamo raggiunto il picco un po’ di tutto. Ma sa anche che per giustificare il proprio ragguardevole stipendio, deve continuare lo stesso a far crescere l’azienda.

Questo significa che si deve ingegnare come non mai sia a inventare fuffa, sia a scovare nuovi campi da sfruttare. Ne riparleremo, perché il post è già troppo lungo così.

The Great Reset è una frase geniale, potentissima.

Perché con il 2020, ci rendiamo tutti conto che stiamo vivendo un’accelerazione paurosa dei tempi, sospesi apocalitticamente tra collasso ambientale, esplosione della popolazione, ciberintrusione nel più intimo dei nostri corpi. [3]

The Great Reset è lo slogan lanciato nel 2020 dal Forum Economico Mondiale (WEF), un’organizzazione con 700 dipendenti a tempo pieno e finanziata dalle aziende più ricche del pianeta, dedicata a organizzare la principale occasione mondiale in cui i politici che contano possono vendere appalti agli imprenditori che contano, con un contorno di intellettuali.

Gli intellettuali in questione sono spesso venditori di fuffa, ma sono anche i tecnici del dominio, come li chiamava il saggio Roberto Giammanco: persone molto sveglie, che indicano ai potenti le strategie vincenti, e allo stesso tempo cantano le lodi dei potenti alla plebe.

Insieme, miliardari, politici e clerisy [4] formano i Global Policymaker.

Oggi nessuno è in grado di decidere le sorti del pianeta, ma solo loro cavalcano la tigre impazzita della grande trasformazione, senza finirne divorati.

In questo contesto, il presidente del WEF, Klaus Schwab, ha scritto tre libretti: The Fourth Industrial Revolution (2016), Shaping the Fourth Industrial Revolution (2018) e appunto, The Great Reset (2020).

In questi tre testi, il cui contenuto è presumibilmente condiviso dai global policymaker che lui riunisce, ci racconta la svolta planetaria che stiamo vivendo.

Confesso che provo un po’ di sollievo a sentire qualcuno che parla di questioni serie, invece di limitarsi a fare retorica su storie di decenni fa.

Schwab racconta cose abbastanza note, ma si esalta anche visibilmente: scrive un’apologia da “ottimista pragmatico“, come si autodefinisce, per il mondo che i policymaker stanno creando per noi.

Spesso si esalta così tanto da prevedere come imminenti cose che invece richiederanno qualche anno.

Ad esempio, citando un documento del suo WEF del 2015, Schwab prevede per il 2025 (in ordine decrescente di probabilità, con tanto di percentuali precise):

«10% delle persone che indossano abiti collegati a internet 91,2
90% delle persone che hanno uno stoccaggio illimitato e gratuito (supportato dalla pubblicità) 91,0
trilione di sensori collegati a Internet 89,2
Il primo farmacista robotico negli Stati Uniti 86,5
10% di occhiali da lettura connessi a internet 85,5
80% delle persone con presenza digitale su internet 84,4
La prima auto stampata in 3D in produzione 84,1
Il primo governo a sostituire il suo censimento con fonti di Big Data 82,9
Il primo cellulare impiantabile disponibile in commercio 81,7
Il 5% dei prodotti di consumo stampati in 3D 81,1
Il 90% della popolazione utilizza gli smartphone 80,7
90% della popolazione con accesso regolare a Internet 78,8
Auto senza conducente pari al 10% di tutte le auto sulle strade degli Stati Uniti 78,2
Il primo trapianto di un fegato stampato in 3D 76,4
30% delle verifiche aziendali effettuate da Al 75,4
Tassa riscossa per la prima volta da un governo attraverso una blockchain 73,1
Oltre il 50% del traffico internet verso le case per elettrodomestici e dispositivi 69,9
Globalmente più viaggi/viaggi attraverso il car sharing che in auto private 67,2
La prima città con più di 50.000 persone e senza semafori 63,7
10% del prodotto interno lordo globale immagazzinato su tecnologia blockchain 57,9
La prima macchina di Intelligenza Artificiale in un consiglio di amministrazione aziendale 80%»

Siamo già nel 2021, ma prima di tirare un sospiro di sollievo, rendiamoci conto che Schwab ha ragione: la direzione è quella, verso l’Internet of Bio-Nanothings.

Il brano di cui sopra, l’ho tradotto con DeepL: avrà ancora qualche difettuccio, ma il sorpasso del virtuale sul vivente (in questo caso il sorpassato, annientato, è Miguel Martinez, traduttore), se non avverrà nel 2025 come spera Schwab, ci sarà poco dopo.

Colombo ha reso disponibile al futuro capitalismo l’America;

Rockefeller al capitalismo vero il petrolio;

la quarta rivoluzione industriale ha reso disponibile al Capitalismo Inclusivo [5] il corpo umano, finora esplorato in maniera assai rozza solo da schiavisti, magnaccia e venditori di uteri-in-affitto.

L’amica Daniela Danna aveva già spiegato la faccenda, parlando di modo di produzione informatica.

Questa è la premessa del Grande Reset, scritta prima che facessimo tutti la conoscenza del Coronavirus.

Ma già ci siamo dilungati troppo….

* Fonte:  KELEBEK BLOG

Note

[1] Segnalo un capitolo del libro Them. Adventures with Extremists, di Jon Ronson, scrittore peraltro ebreo, dove racconta di come cercò invano di convincere un collettivo di antifascisti del Vancouver che David Icke non è un antisemita che usa il termine lucertole come codice segreto per parlare male degli ebrei: no, David Icke https://newhumanist.org.uk/articles/4797/mocked-prophet-what-is-david-ickes-appeal“>teme davvero le lucertole, ma non ha nulla contro gli ebrei.

[2] Nel 1967, l’Unione Sovietica introdusse il reato di Disseminazione di fabbricazioni note come false, che diffamano il sistema politico e sociale sovietico: gli americani ci sono arrivati dopo con le fake news, che effettivamente è termine più scorrevole di Распространение заведомо ложных измышлений, порочащих советский государственный и общественный строй.

La legge sovietica contro le fake news fu accompagnata più dolcemente da una raffica di diagnosi di schizofrenia a progresso lento. E qualcuno che per le sue idee era disposto a farsi rinchiudere in un ospedale psichiatrico, invece di mettere sull’equivalente sovietico di Twitter anni Settanta l’equivalente del hashtag #AndraTuttoBene, poteva davvero essere un po’ picchiato.

Segnalo una bella analisi di Daniele Gullì sulle problematiche del discorso “complottista”, che non scade nella solita apologia di Bill Gates.

[3] Nel lontano 2013, il vicepresidente degli Stati Uniti si fece disabilitare le connessioni del suo pacemaker, per paura che degli hacker gli ciberspegnessero il cuore.

[4] Il poeta romantico inglese Coleridge inventò il termine clerisy, un calco sul tedesco Klerisei, per indicare la casta che in tempi meno religiosi svolge lo stesso ruolo sociale dei preti di una volta.

[5] “Capitalismo inclusivo“, purtroppo, non l’abbiamo inventato noi. Ci ritorneremo, spero.




IL KEYNESISMO È LA SOLUZIONE? di Domenico Moro

Keynesismo e Marxismo a confronto su disoccupazione e crisi

La crisi del Covid-19 ci pone davanti ad un aumento della disoccupazione di massa. Secondo l’Istat nel III trimestre del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, gli occupati sono diminuiti di 622mila unità (-2,6%), fra questi i dipendenti sono diminuiti di 403mila unità e gli indipendenti di 218mila unità. I disoccupati[1] sono invece aumentati di 202mila unità (+8,6%) raggiungendo la cifra di 2milioni 486mila. Anche gli inattivi – cioè quelli che comprendono i cosiddetti “scoraggiati” che neanche provano a cercare lavoro – sono cresciuti di 265mila unità (+2%)[2]. Bisogna, inoltre, aggiungere che l’aumento dei disoccupati e degli inattivi avviene in un contesto di blocco dei licenziamenti. Ad essere state colpite dall’aumento della disoccupazione sono state, fino ad ora, le figure precarie dei lavoratori a tempo determinato. Secondo alcune stime[3], l’eliminazione del blocco dei licenziamenti potrebbe generare un milione di disoccupati in più, portando il loro numero totale a oltre 3,5 milioni, una cifra impressionante, che metterebbe a dura prova non solo la tenuta del welfare ma anche la tenuta sociale e politica del sistema.

Comunque, la situazione occupazionale italiana era tutt’altro che rosea anche prima del Covid-19. L’economia italiana è stata una delle più lente nella Ue a recuperare dalla crisi precedente. Nel 2019, il numero degli occupati (22milioni 687mila) era ancora leggermente inferiore al picco pre-crisi, registrato nel 2008 (22milioni 698mila)[4]. Anche nel confronto con il resto della Ue la situazione italiana è tra le peggiori: il tasso di occupazione (15-64 anni) in Italia nel 2019 era del 59%, mentre era del 68,4% nella Ue a 27 e del 68% nell’area euro, con la Germania al 76,7%, la Francia al 65,5%, e la Spagna al 63,3%[5].

Di fronte a questi dati appare chiaro quanto il tema della disoccupazione sia fondamentale nello scenario politico italiano. Per questo è importante avere una chiara visione teorica della disoccupazione e delle sue cause. A tale scopo partiamo dalla teoria borghese mainstream che individua come causa principale della disoccupazione la rigidità del mercato del lavoro, ossia la difficoltà a ridurre il costo del lavoro e i salari.

I neoclassici e la critica keynesiana

Lo scambio tra maggiore flessibilità del lavoro e maggiore occupazione, su cui si sono basate le politiche del lavoro degli ultimi decenni, affonda le radici nella teoria neoclassica, che andava per la maggiore prima degli anni ‘30 ed è stata ripresa successivamente dal neoliberismo. Secondo i neoclassici la disoccupazione è impossibile se non come fenomeno transitorio. Questo per due ragioni. La prima starebbe nel fatto che, se nel mercato del lavoro esistono lavoratori disposti a lavorare che non trovano lavoro, la pressione che questi lavoratori esercitano sul mercato del lavoro farà cadere il salario fino a quando le assunzioni saranno più convenienti per gli imprenditori e l’intera disoccupazione verrà assorbita. La seconda, la cosiddetta legge degli sbocchi, dice che qualsiasi produzione dà luogo a una domanda equivalente, per cui gli imprenditori, se aumentassero la produzione, avrebbero la possibilità di collocarla sul mercato. Quindi la disoccupazione porterebbe alla riduzione dei salari che a sua volta spingerebbe i datori di lavoro ad assumere i disoccupati e ad aumentare la produzione, creando così una domanda equivalente. In questo modo l’espansione economica dovrebbe continuare fino a raggiungere la piena occupazione. Se così non avviene, la responsabilità, per i neoclassici, è del movimento sindacale che, mettendo fuori gioco il meccanismo della concorrenza, impedisce alla disoccupazione di provocare la caduta dei salari. La realtà degli ultimi decenni dimostra che il sistema capitalistico non funziona esattamente così, in quanto un’alta disoccupazione può, anzi deve, sussistere insieme a un abbassamento del costo del lavoro e dei salari.

Come abbiamo detto, la dottrina neoclassica andò per la maggiore fino agli anni ’30, quando apparve la teoria keynesiana. Secondo Keynes non è l’azione dei sindacati a produrre la disoccupazione ma la struttura stessa del capitalismo[6]. Innanzi tutto Keynes precisa che non è la caduta dei salari monetari che spinge i capitalisti ad assumere ma è la caduta dei salari reali. Ma anche se calassero i salari reali, l’aumento di offerta non troverebbe un aumento di domanda equivalente. Questo perché l’aumento di reddito, generato dall’aumento della produzione e dell’occupazione, fa aumentare i consumi ma non in modo equivalente, perché solo una parte del nuovo reddito viene spesa in consumo, il resto viene destinato al risparmio. La domanda globale aumenta quindi meno dell’offerta globale. Inoltre, se l’offerta cresce più della domanda, i prezzi tendono a calare fino a quando l’eccesso di offerta viene eliminato, ristabilendo la situazione di partenza.

La disoccupazione segnala una situazione di squilibrio, che, secondo la teoria neoclassica, può essere corretto dagli stessi meccanismi di mercato. Al contrario, secondo Keynes, il mercato non è in grado di determinare da sé la piena occupazione.

Visto che il mercato non è in grado di riassorbire la disoccupazione, Keynes esamina tre strumenti di politica economica. I primi due, di competenza dell’autorità monetaria, sono l’aumento di quantità di moneta e le operazioni di mercato aperto, cioè l’acquisto di titoli nei mercati di borsa, che dovrebbero condurre all’abbassamento del tasso d’interesse e quindi facilitare gli investimenti e l’occupazione. Il terzo strumento è l’intervento dello Stato attraverso la spesa pubblica. Keynes si dichiara scettico sui primi due strumenti, perché nei periodi di depressione il saggio di profitto è basso e, anche se vengono offerti finanziamenti a tassi ridotti, questo può non essere sufficiente a invogliare i capitalisti a fare nuovi investimenti.

Dunque, l’unico intervento efficace è quello pubblico, mediante l’acquisto di beni e servizi, il cosiddetto moltiplicatore. Secondo Keynes, si può aumentare la domanda statale anche senza fare ulteriore debito pubblico, mediante l’aumento dell’imposizione fiscale, che, con maggiori entrate, vada a compensare l’aumento delle uscite. In questo modo, si trasferirebbero risorse dal settore privato, che ha una bassa propensione di consumo, al settore pubblico, che ha invece ha un’alta propensione di consumo. Keynes, però, non prevedeva che l’intervento pubblico si mantenesse durevolmente, ma che venisse eliminato non appena il meccanismo di accumulazione si fosse rimesso in moto.

L’aspetto decisivo è che, per Keynes, l’intervento dello Stato è funzionale alla sopravvivenza del capitalismo – in un momento molto particolare, quello degli anni ’30 in cui si temeva un collasso del sistema – e non alla sua trasformazione in senso socialista.

Critica al Keynesismo

Il problema principale della teoria keynesiana è che l’aumento della domanda da parte dello Stato può dare momentaneo respiro al capitale ma non ne risolve i limiti strutturali. Come riconosce lo stesso Keynes, alla base della crisi e dell’aumento della disoccupazione c’è la scarsa redditività degli investimenti. Da un punto di vista marxista, ciò vuol dire che al di sotto della crisi della domanda c’è la caduta tendenziale del saggio di profitto. Questo comporta che la crisi non è mai semplicemente una crisi da sottoconsumo ma è essenzialmente una crisi di sovraccumulazione di capitale. Ciò significa che è stato accumulato troppo capitale affinché questo dia il profitto aspettato dai capitalisti e ogni nuovo investimento è sempre meno redditizio.

Quindi, se non si interviene sulla struttura produttiva non vengono meno le cause della crisi e l’intervento statale ha un effetto momentaneo e, in caso di grave e perdurante sovraccumulazione di capitale, deve essere ripetuto all’infinito, sostenendo così artificialmente l’accumulazione di capitale. La conseguenza è un debito pubblico crescente, come abbiamo visto in diversi momenti della storia recente del capitalismo, ad esempio in Paesi come l’Italia e il Giappone. Questo anche perché praticare una imposizione fiscale che compensi con maggiori entrate l’aumento delle uscite è politicamente difficile da perseguire, anche per l’opposizione dei capitalisti. Del resto, se il problema è rappresentato dalla bassa redditività del capitale, una imposizione fiscale maggiore può annullare l’effetto positivo dell’aumento della domanda complessiva sul profitto. Dunque, nei fatti è difficile aumentare le spese dello Stato senza crescita dell’indebitamento pubblico. I capitalisti, inoltre, sono contrari all’intervento dello Stato, sia come imprenditore sia come erogatore di welfare, perché ciò porta alla diminuzione della disoccupazione e all’aumento dei salari, che deprimono ulteriormente il saggio di profitto.

L’unica soluzione che, nell’ambito dei rapporti di produzione vigenti, permette di riprendere il ciclo d’accumulazione con un saggio di profitto ristabilito a livelli adeguati è la distruzione dell’eccesso di capitale, che ne riduce la sovraccumulazione. Infatti, le politiche keynesiane si sono dimostrate realmente efficaci solo in concomitanza di eventi come le guerre.

Queste, in primo luogo, giustificano spese enormi e a debito da parte dello Stato; in secondo luogo, la spesa militare va direttamente alle aziende e non costituisce una spinta all’aumento dei salari, come il welfare. Soprattutto, le guerre determinano una distruzione di capitale sotto forma di mezzi di produzione e infrastrutture, giustificando un aumento delle spese per la ricostruzione e ristabilendo le condizioni per un nuovo ciclo di accumulazione di capitale. Le politiche keynesiane messe in atto dal presidente USA Roosevelt durante gli anni ’30 non risolsero la crisi, tanto che, dopo pochi anni, ci fu una ricaduta nella depressione. Fu solo lo scoppio della guerra mondiale a far uscire gli USA dalla grande depressione e a permettere il lungo periodo di sviluppo detto dei “Trenta anni gloriosi”. Anche nel periodo successivo la crescita statunitense è stata mantenuta mediante le ingenti spese militari, tanto da far parlare di keynesismo militare.

La soluzione alla crisi, dal punto di vista del capitale, sta, quindi, nella “distruzione creatrice” di cui parla Schumpeter, che riprende il concetto da Marx. In pratica, è quanto sta accadendo ora.

La pandemia permette la distruzione di capitale, un po’ come farebbe una guerra, eliminando capitali troppo piccoli e non competitivi e favorendo, attraverso centralizzazioni e concentrazioni, i grandi capitali che, oltre ad avere, grazie alle maggiori dimensioni, la possibilità di sopravvivere alla crisi, vengono anche favoriti dallo Stato, che si assume il ruolo di facilitatore alla concentrazione di capitale attraverso sussidi e aumenti di capitale alle imprese più forti.

Ritornando alla disoccupazione, l’intervento dello Stato, in ambito capitalistico, può in certe condizioni ridurre la disoccupazione. Queste condizioni però non sono puramente economiche, ma sono soprattutto politiche. Ad esempio l’intervento statale subito dopo la seconda guerra mondiale fu sollecitato oltre che dalle lotte operaie, anche dal confronto competitivo con l’Urss. Inoltre, in Italia ad esempio, l’intervento statale era non solo rivolto all’acquisto di beni e servizi ma consisteva anche nella produzione di beni e servizi, attraverso le partecipazioni statali, il che contribuiva a innalzare il tasso di occupazione specie al Mezzogiorno. Quindi, l’intervento statale avveniva sia dal punto di vista della domanda sia da quello dell’offerta. Tutte condizioni che oggi mancano.

Ad ogni modo, quel che va sottolineato è che all’interno del capitalismo non si può arrivare alla piena occupazione neanche nelle fasi di espansione economica.

La legge generale dell’accumulazione: la disoccupazione come aspetto necessario al capitalismo

Marx nel Capitale ha come scopo l’individuazione delle leggi che caratterizzano il movimento del capitale. Una delle leggi più importanti è la legge dell’accumulazione capitalistica, che ha importanti effetti anche sulla popolazione della classe lavoratrice[7]. L’aspetto su cui la legge incide maggiormente è la composizione del capitale, ossia la proporzione in cui il capitale si divide tra capitale variabile (forza lavoro) e capitale costante (mezzi di produzione, cioè macchinari, materie prime, edifici, ecc.). La composizione di capitale si distingue in composizione di valore e composizione tecnica. La prima indica il rapporto tra il valore del capitale costante e il valore del capitale variabile, la seconda il rapporto tra la quantità di mezzi di lavoro impiegati e il numero di lavoratori addetti. La prima viene determinata dalla seconda. Se il capitalista introduce una macchina più efficiente ed espelle operai, avremo un aumento della composizione tecnica cui corrisponde un aumento della composizione di valore. Composizione tecnica e composizione di valore sono strettamente correlate. Marx le definisce insieme con un unico termine: composizione organica di capitale.

La tendenza del capitalismo è la continua accumulazione di capitale, cioè l’allargamento ininterrotto del processo produttivo e quindi l’aumento della forza lavoro e dei mezzi di produzione impiegati. Ad ogni fase di accumulazione il capitale totale aumenta, ma con una importante differenza: non tutte le parti del capitale aumentano allo stesso modo. La parte che va in capitale variabile aumenta in modo inferiore rispetto alla parte che va in capitale costante. In questo modo si determina un aumento della composizione organica di capitale, che, come abbiamo visto altrove[8], sta alla base della legge della caduta del saggio di profitto. Ma l’aumento della composizione organica sta anche alla base di un’altra legge, quella della popolazione specifica del modo di produzione capitalistico.

Infatti, visto che la parte variabile aumenta ma sempre in misura inferiore a quella dei mezzi di produzione assistiamo a due tendenze. Da una parte, cresce la domanda di lavoro, anche perché nuovi settori di produzione vengono creati dallo sviluppo capitalistico. Dall’altra parte, diminuiscono i lavoratori impiegati dal singolo capitale. Dunque, il movimento del capitale produce in continuazione una popolazione operaia eccedente, che viene definita da Marx esercito industriale di riserva. La produzione di una sovrappopolazione, ossia di una popolazione di disoccupati, rappresenta la condizione d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Un certo grado di sovrappopolazione è necessario al capitale per varie ragioni. La prima risiede nel fatto che, senza la pressione che i disoccupati esercitano sugli occupati, i salari di questi ultimi crescerebbero, riducendo il plusvalore e quindi il profitto. Di fatto, per quanto riguarda il prezzo della forza lavoro, la legge della domanda e dell’offerta è profondamente condizionata dalla sovrappopolazione relativa. Questa situazione è permanente perché i capitali supplementari che fanno ingresso nella produzione non riescono ad assorbire per intero la quota di lavoratori espulsi dal processo produttivo a seguito delle innovazioni tecnologiche. La seconda risiede nelle modalità di movimento dell’accumulazione del capitale che è estremamente elastica. Infatti, la produzione può variare e nuovi capitali possono essere investiti nelle fasi espansive del ciclo o con lo sviluppo di nuovi settori, da cui la necessità di forza lavoro immediatamente disponibile a basso prezzo.

Quindi, il movimento del capitale ha un carattere duplice, in quanto l’accumulazione, da una parte accresce la domanda di lavoro e, dall’altra parte, espellendo lavoratori dalla produzione, accresce l’offerta di lavoro.

L’aumento della domanda di lavoro non si traduce necessariamente in un numero maggiore di lavoratori impiegati dal capitale, perché la pressione dei disoccupati sugli occupati obbliga questi ultimi a fluidificare, come dice Marx, una maggiore massa di lavoro, cioè li obbliga al lavoro straordinario.

Ciò avviene perché ogni capitalista ha interesse a spremere una quantità uguale o superiore di lavoro da un numero inferiore di lavoratori con salari orari inferiori o uguali. Il che è come dire che il capitale ha interesse a sfruttare più che può il lavoratore già impiegato piuttosto che assumere nuovi lavoratori. In questo modo, la crescita della sovrappopolazione relativa diventa più veloce della rivoluzione tecnica del processo produttivo, sospinta dal progresso dell’accumulazione e dalla diminuzione della parte variabile in proporzione a quella costante.

Da quanto abbiamo detto, si ricava la legge generale dell’accumulazione capitalistica: quanto più è grande la ricchezza sociale – cioè la grandezza e la capacità d’accrescimento del capitale – tanto più grande è l’esercito industriale di riserva. La ricchezza sociale, accumulata in modo capitalistico, determina nello stesso tempo l’aumento della produttività e la crescita della classe lavoratrice da un lato e, dall’altro, la crescita dell’esercito industriale di riserva. Gli stessi fattori che accrescono la ricchezza sociale accrescono anche la sovrappopolazione e la miseria. Questa è la tendenza intrinseca al modo di produzione capitalistico. Tuttavia, come ricorda Marx, questa legge, come ogni altra legge, va intesa in senso dialettico, cioè può essere alterata da circostanze storiche intervenienti, tra cui l’azione della classe lavoratrice e dello Stato, ma anche da fattori come le tendenze demografiche della popolazione.

Conclusioni, un intervento statale di tipo particolare

La piena occupazione è impossibile in ambito capitalistico. È possibile che la disoccupazione si riduca a un livello basso o molto basso, ma perché questo accada devono concorrere più circostanze: da una fase espansiva del ciclo economico a rapporti di forza favorevoli al lavoro salariato. Sicuramente condizioni non presenti in questa fase.

La piena occupazione è possibile solo modificando i rapporti di produzione e passando da una produzione privata e per il profitto ad una produzione sociale e per la soddisfazione dei bisogni.

Il problema, quindi, non è solo economico ma è soprattutto politico. Questo vuol dire che la disoccupazione è risolvibile solamente in un contesto socialista. Questo deve essere ben chiaro.

Il problema che si pone oggi è quali sono le parole d’ordine che debbano essere agitate tra i lavoratori in una fase politica non rivoluzionaria e di crisi profonda e strutturale. Abbiamo visto tra gli anni ’80 e gli anni ’90, che il capitalismo, arrivato a un certo livello di sovraccumulazione, ha fatto in modo di smantellare la produzione statale, trasformandola in privata, per avere nuove occasioni di profitto. Oggi, per la prima volta dopo trenta anni si parla di nuovo di intervento statale, ma si tratta di un intervento organizzato in modo tale da evitare il controllo dello Stato su pezzi di economia e persino la sua partecipazione alla governance delle imprese. L’ingresso del capitale statale è funzionale a quello privato, attraverso le ricapitalizzazioni pubbliche delle imprese private. La massa di denaro pubblico che verrà resa disponibile a seguito della pandemia andrà a favorire l’accumulazione di capitale. Una parte delle imprese verrà distrutta mentre un’altra parte verrà rafforzata. In questo quadro non possiamo che aspettarci un aumento della disoccupazione. Quale potrebbe essere, dunque, la proposta alternativa per combattere la disoccupazione? L’unica proposta, atta a riassorbire parte consistente della disoccupazione, sarebbe che lo Stato intervenga direttamente nella produzione di beni e servizi sia al di fuori che all’interno del mercato. Ma questo intervento deve avvenire mediante imprese che siano enti economici e non società per azioni quotate in borsa, come sono ora le cosiddette imprese di Stato. Enel, Eni, Leonardo e Fincantieri sono di fatto delle public company sul modello anglosassone e rispondono al criterio dell’ottimizzazione dei profitti come tutte le imprese private. Inoltre, l’intervento dello Stato dovrebbe anche prevedere almeno un certo grado di programmazione.

Si tratta di una proposta che, ne siamo consci, richiede rapporti di forza che oggi non ci sono e la cui attuazione dovrebbe fare i conti con la natura non neutrale dello Stato, che è sempre della e per la classe economicamente dominante. Inoltre, non possiamo dimenticare che una tale proposta cozzerebbe contro le regole europee, a partire da quella del divieto agli aiuti di Stato, rendendo necessaria l’uscita contestuale dalla Ue e dall’euro.

Del resto, la questione della modificazione del modo di produrre è strettamente connessa con il tema della conquista del potere politico e della macchina dello Stato da parte della classe lavoratrice.

Malgrado tutto ciò, ha senso, già da ora, porre la questione della modalità di organizzazione della produzione, il che implica dare risposta a tre domande fondamentali: cosa, come e per chi produrre. Solo in questo modo possiamo collegare la tattica politica dell’oggi alla prospettiva strategica della realizzazione del socialismo.

Fonte: www.lordinenuovo.it

Sullo stesso argomento:

KEYNES E MARX A CONFRONTO  di Moreno Pasquinelli

_______________________________

[1] Secondo la classificazione Istat, sono disoccupate le persone non occupate che nelle quattro settimane precedenti la settimana di riferimento hanno effettuato almeno una azione di ricerca di lavoro e sono disponibili a lavorare entro le due settimane successive; oppure che cominceranno a lavorare entro tre mesi, ma sarebbero disponibili a lavorare entro le due settimane successive qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro. I non occupati, che non hanno effettuato almeno una azione di ricerca di lavoro nei tempi suddetti, vengono classificati tra gli inattivi.

[2] Ministero del lavoro, Istat, Inps, Inail, Anpal, Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione, III trimestre 2020, 18 dicembre 2020.

[3] D. Colombo, “Lavoro, un milione di occupati a rischio appena scade il divieto di licenziare”, Il Sole 24 ore. https://www.ilsole24ore.com/art/lavoro-milione-occupati-rischio-gelata-arrivo-appena-scade-divieto-licenziare-ADHuPJj

[4] Eurostat, Employment by sex, age and citizenship.

[5] Employment rates by sex, age and citizenship [lfsa_ergan]

[6] J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Utet, Novara 2013.

[7] K. Marx, Il capitale, libro I, cap. XXIII, “La legge generale dell’accumulazione capitalistica”, Edizioni Newton Compton, Roma 1996, pp. 444-513.

[8] https://www.lordinenuovo.it/2020/12/10/le-multinazionali-in-italia/




COS’E’ IL GRANDE RESET E PERCHÉ COMBATTERLO di Alessandro De Giuli*

“Nulla tornerà come prima. Dimenticate il mondo come lo avete conosciuto”.
Questo dicono, con toni apocalittici, i sostenitori del “Grande Reset”, tra cui si annoverano i potenti della Terra.
Essi dichiarano senza pudore che la “grande pandemia” è l’evento shock che attendevano per attuare dall’alto la loro distopia.
“IL GRANDE RESET” è l’ultimo libro della “bocconiana redenta” Ilaria Bifarini, che in pochi giorni ha scalato le vette come libro più venduto.
Sarà Ilaria Bifarini, rispondendo alle domande di Moreno Pasquinelli, a spiegarci in cosa consiste il grande reset, come potrebbero cambiare la società, la politica e la vita, e perché è necessario opporsi al “nuovo mondo”.
* * *

Il pregio probabilmente maggiore di questo libro di Ilaria Bifarini (Phasar Edizioni – Firenze) sta nel presentare, con un linguaggio semplice e ben scritto, tutti i temi salienti che si affacciano al dibattito di questi mesi segnati dalla crisi economica e dal covid. Il sottotitolo traccia il percorso: “dalla Pandemia alla nuova normalità” mentre l’incedere dei capitoli, sempre interessante, fornisce dati e informazioni ma soprattutto i punti di vista forti della discussione che si sta sviluppando tra le massime élite del mondo politico, economico, culturale e produttivo a fronte della manifesta crisi del modello neoliberista.

Sullo sfondo della cronaca quotidiana modellata dal virus e delle risposte estemporanee delle cancellerie internazionali, Ilaria Bifarini riannoda il senso dei temi caldi degli ultimi anni: la disoccupazione tecnologica, le innovazioni produttive intraprese dalle grandi corporation leader della ricerca più avanzata, la società sempre più divaricata tra masse di impoveriti e multimiliardari, il trans umanesimo (ovvero l’ibridazione tra uomo e macchina) di origine californiana, la robotizzazione, la scomparsa di interi settori del mondo del lavoro sostituiti da soluzioni fondate sull’intelligenza artificiale, i limiti della globalizzazione e la questione dello Stato, il problema ecologico, il 5G.

Ne esce un quadro vivido del dibattito che col nome di “grande reset” sta evidentemente interrogando il mondo occidentale. Ad Ottobre, la rivista Time ha dedicato alla questione un suo intero numero e a Davos, la riunione annuale dell’Economic Word Forum, riprogrammata a inizio estate a causa del covid, verterà proprio sul great reset, il grande azzeramento e la ripartenza dell’economia che Klaus Schwab, fondatore e direttore del Forum giudica indispensabile ed opportuna per superare le difficoltà della fase storica.

In questo contesto, ci racconta il libro, l’epidemia in corso si è presentata immediatamente alle élite riformatrici come un’occasione imperdibile per procedere ai cambiamenti di ordine istituzionale e politico necessari ad affrontare la crisi economica, politica e militare che l’occidente sta vivendo con affanno nei confronti di russi e cinesi.

Ricorda, questo discutere di riforme e cambiamenti da parte dei maggiori beneficiari dell’ordine liberista imperante, i dibattiti che, negli anni trenta e negli anni settanta del secolo scorso, hanno attraversato l’occidente a fronte di altre crisi e di altri attori. In quei casi nacquero prima il keynesismo e lo stato sociale, protagonisti dei trent’anni successivi alla II guerra mondiale e poi, con Thatcher e Reagan, il neoliberismo ora in crisi. Gli attori sono palesemente diversi: il comunismo sovietico non esiste più e sostanzialmente scomparsa è la minaccia proletaria protagonista degli anni del fordismo ma il senso della discussione pare lo stesso: di fronte ad una crisi che lo minaccia dalle fondamenta, il capitalismo chiama a raccolta le proprie più fertili energie per riprogrammare un futuro che rischia di vedere soccombere gli attuali ceti dominanti.

Alcuni temi sono anche nominalmente gli stessi (la disoccupazione tecnologica su tutti) altri radicalmente nuovi ed originali (le implicazioni etiche e pratiche di un sistema che viene progettato senza necessità di lavoro e lavoratori, o quello delle possibilità di controllo e sorveglianza totale implicite nelle tecnologie orientate ai big data). Soprattutto diverso è il contesto politico. Nel ‘900 poteva apparire poco evidente la prospettiva concreta del cambiamento ma erano chiarissimi gli agenti politici determinati a sviluppare il progetto. Oggi, dopo quarant’anni di distruzione del senso della politica perseguito dall’ordine neoliberale, il tema del cambiamento non offre forze e personaggi politici di spessore in grado di perseguirlo.

La stessa elezione del nuovo Presidente USA è avvenuta più sulla critica delle caratteristiche umane e psicologiche di Trump che sulla base di un progetto coerente di costruzione di un nuovo ordine. Forse anche per questo suo carattere eminentemente a-politico, il grande reset si presenta ambiguo e bifronte, mostrando tanto il volto della distopia totalitaria, dell’autoritarismo dello Stato controllore, della soverchiante onnipotenza delle grandi aziende, della condanna alla disoccupazione a vita sia quello irenico della società pacificata e opulenta dove il lavorare si trasforma in un amabile dedicarsi al prossimo e all’ambiente naturale in una sorta di comunismo dei beni in cui il salario è garantito a tutti i cittadini e la minaccia ecologica è per sempre allontanata grazie all’utilizzo di nuove tecnologie.

La realtà e la storia ci diranno quali tendenze usciranno concretamente egemoni e attive nel piano di grande ristrutturazione globale, intanto sembra bene cominciare a parlarne con cognizione di causa. Liberiamo l’Italia inizierà a farlo il 2 Gennaio prossimo durante un pubblico seminario on line con l’autrice del libro.

* Alessandro De Giuli, della Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

**Fonte: Liberiamo l’Italia




DOVE VA IL TURBO-CAPITALISMO? di Raffaele Picarelli

I fondi europei per la ripresa post Covid-19 sono destinati quasi esclusivamente a creare un ambiente favorevole all’aumento dei profitti. Ne fanno la spesa i contratti nazionali di lavoro, il lavoro stabile, la legalità e il carattere dell’istruzione pubblica.
L’ultima metamorfosi di Proteo: il modello della  sostenibilità e dell’innovazione nell’accelerazione del “Programma Nazionale di  Riforma” (6 luglio 2020) e del “Next Generation EU” (17 – 21 luglio 2020).

Proteo, il primo figlio di  Poseidone, cambiava aspetto a seconda delle circostanze. A Proteo assomiglia il  capitalismo, grazie alla sua capacità di adattamento nel superare le (proprie)  crisi con le quali ha dovuto convivere nel corso della sua plurisecolare  esistenza.

E non era ancora uscito, almeno in  Europa, dall’ultima fase acuta (iniziata nel 2007 – 2008) della sua crisi  pluridecennale, allorché un evento inusitato, la pandemia da coronavirus, ha  accelerato i processi in corso, le metamorfosi già avviate, e reso indispensabili,  in un arco di tempo assai breve, precise risposte.

Con il presente lavoro ho cercato  di descrivere non solo l’accelerazione dei rivoluzionamenti (in corso almeno da due decenni) dei processi produttivi della quarta  industrializzazione, ma anche il  complesso, contraddittorio processo di transizione (in corso anch’esso da  tempo) del movimento di parte del capitale, nelle sue varie forme, verso catene  di valore e aree di accumulazione nuove e più fruttuose.

La transizione è guidata da pochi  grandi player privati (e, in misura minore, pubblici) che, pur non disdegnando  affatto i benefici della “vecchia  economia”, si sono avviati su percorsi innovativi.

Le transizioni, come è ripetuto in forma quasi compulsiva  in tutti i documenti ufficiali e nel dibattito pubblico, sono quelle verso  un’economia verde e circolare e verso il digitale e la digitalizzazione (le transizioni green e digitale).

Gli Stati e i governi, nella fase  del capitalismo monopolistico di Stato, divenuti  da un secolo, sia pure in forma e intensità diverse, elementi strutturali a  difesa dell’accumulazione, hanno assunto e svolgono negli ultimi anni un  ruolo protagonista, accentuato dopo l’ultima crisi ante Covid e dilatato nel  tempo della pandemia.

Altrettale è il processo delle  istituzioni UE, poste in posizione sempre più sovraordinata. Gli Stati e l’UE  hanno centralizzato e organizzato la  gigantesca opera di socializzazione delle perdite delle imprese di tutte le  dimensioni cui abbiamo assistito negli scorsi mesi, e che hanno realizzato  attraverso una rapidissima dilatazione  del debito pubblico (politica vituperata nei tre decenni precedenti). La  socializzazione delle perdite si è concretizzata in forme molteplici quali  l’erogazione di sussidi, elargizioni a fondo perduto, ricapitalizzazioni,  detassazioni, sconti, abbuoni fiscali, incentivi, etc.

Lo Stato, ai tempi del  coronavirus, accelera la sua rimodulazione e la riduzione dei suoi costi,  divenendo al contempo un grande mercato  di sbocco di tecnologie digitali, foriere di espulsioni dal lavoro di un gran numero di lavoratori pubblici (al pari  di quel che avviene nel settore privato). Una rimodulazione che vede lo  Stato trasformarsi in agile, efficiente asse portante dell’ordinamento  economico vigente, attraverso la velocizzazione e l’”efficientamento”, ormai privo di  garanzie per gli utenti, delle procedure pubbliche, in primis della “giustizia” destinata alla miglior  possibile tutela della certezza dei  contratti (come noto, esigenza originaria del capitalismo).

Questo cambiamento, che ha un prezzo elevato in termini di  libertà pubbliche e private e di democrazia, è favorito e accelerato, nel tempo  del Covid, dall’enorme dispiegamento di risorse pubbliche dei Piani comunitari e nazionali quali il Recovery  Fund, il Programma Nazionale di Riforma e il Recovery Plan.

Clicca qui per  leggere l’articolo integrale in formato PDF.




MA GUARDA UN PO’: SONO DEBITI… di Leonardo Mazzei

Ma guarda un po’, sono debiti…

Questa la sensazionale scoperta dell’impagabile Federico Fubini, che sulle pagine del Corriere del 7 settembre scopre l’acqua calda sul Super-Mes, pardon NextGenEu.

Alla vigilia della stesura degli autunnali documenti di bilancio – Nota di aggiornamento del DEF e Legge di Bilancio, cui si aggiunge quest’anno la bozza del Recovery Plan per attingere al fondo di cui sopra – il problema del governo sembra quello di come nascondere ciò che tutti sanno: che la cosiddetta “solidarietà europea” è fatta di prestiti, cioè di nuovi e giganteschi debiti per l’Italia.

Una verità che mette in crisi la narrazione dominante, quella che da mesi si sforza di far credere che i soldi europei siano “aiuti”, mentre si tratta invece di un nuovo e più pesante guinzaglio. Una catena talmente forte da far perdere all’Italia quel poco di sovranità rimasta.

Passata un’estate in cui si sono descritti i fondi predisposti dall’Unione Europea quasi come soldi da prendere gratis dal generoso tavolo di Bruxelles, arriva ora la verità autunnale.

Le cose stanno come abbiamo sempre detto – del resto ad un prestito corrisponde sempre un debito – ma quanto scritto da Fubini la dice lunga sui batticuore del governo italiano.

Leggiamo:

«Non sarà necessario per l’Italia presentare entro metà ottobre un piano già compiuto sui 209 miliardi di Next Generation EU, anche perché troppi dettagli restano da precisare a Bruxelles. Il più importante è apparentemente di natura tecnica, ma può avere profonde implicazioni finanziarie e politiche. La parte prevalente di «NextGenEU», il Recovery fund, non sarà infatti in trasferimenti diretti di bilancio ma in prestiti. A tassi quasi zero, rimborsabili in trent’anni e oltre, ma pur sempre prestiti. Per l’Italia questa parte vale circa 125 miliardi di euro nei prossimi anni. Il governo italiano ha dunque rivolto una domanda alla Commissione europea di recente: come vanno trattati sul piano contabile quei prestiti? Se andassero semplicemente aggiunti al calcolo del debito pubblico – uniti ai 28 miliardi del fondo europeo Sure per il lavoro – si arriva a 152 miliardi di oneri in più. È il 9% del prodotto interno lordo, che può diventare 11% nel caso si sommi anche il prestito sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Il governo vuole dunque sapere se quelle somme vanno iscritte nella normale contabilità del debito pubblico – facendolo salire molto di più, quando già quest’anno sarà attorno al 160% del Pil – o possono essere trattate a parte».

Capite che cavalli di razza abbiamo a Palazzo Chigi e dintorni? Dopo decenni in cui si è drammatizzato il più piccolo zerovirgola di debito in più, adesso il problema non è più il debito – che in quanto targato Europa si è anzi accettato di far crescere a dismisura – bensì la sua formale contabilizzazione.

Ma il debito resta debito comunque lo si contabilizzi. Se la situazione non fosse drammatica ci sarebbe da ridere.

Con l’accordo di luglio, l’oligarchia eurista guidata da Berlino ha lanciato all’Italia (ma anche alla Spagna) la nuova parola d’ordine: indebitatevi, basta che lo facciate con noi!

Ovviamente con tutte le conseguenze del caso. Sapevano che sarebbe arrivato il signorsì, che anzi Conte e soci si sarebbero pure vantati del gran risultato…

Sulla disonestà intellettuale dei governanti italiani, e del giornalistume che li sorregge, possiamo tranquillamente fermarci qui.

Ma c’era un’alternativa a questo disastro? Sì, c’era: il debito non andava aumentato, andava invece monetizzato come hanno fatto tutti gli Stati più importanti.

Piccolo particolare, poiché la Bce mai e poi mai avrebbe accettato la monetizzazione, né l’accetterà in futuro, l’unica strada percorribile era ed è quella della riconquista della sovranità monetaria, dell’uscita dall’euro e dall’Ue, di un’Italexit che prima avverrà e meglio sarà.




IL PARTITO DELLO STATO FORTE E LA BATTAGLIA SU KEYNES di Vadim Bottoni

La battaglia su Keynes è politicamente importante.

Si ritenga importante tatticamente, strategicamente, dialetticamente o che si condivida integralmente, il pensiero keynesiano ben interpretato fornisce uno strumento utilissimo per chi crede nella centralità dello Stato in economia.

D’altronde basta pensare a quante volte vengono tirate in ballo le politiche keynesiane come risposta alla crisi, come naturali implementazioni della parte economica della Costituzione, come aspetti costitutivi delle moderne economie monetarie, e così via.

Se questo dà la misura della sua importanza, un altro aspetto dà la misura della fragilità del richiamo al pensiero keyenesiano: il fatto è che Keynes risulta tanto nominato quanto poco letto e questo vale sia per i sostenitori che per i detrattori.

Questa fragilità presta il fianco a due tipi di attacchi da parte del mainstream liberista: o il loro qualificarsi come veri keynesiani mentre in realtà ne stravolgono il pensiero, o identificare chi crede nello Stato interventista come falsi keynesiani statalisti, i keynesiani de’ noantri, il cui pensiero non avrebbe non solo nulla a che fare con il (probabilmente) più grande economista del Novecento, ma che per giunta neanche avrebbero letto.

Il caso in questione rientra in quest’ultimo tipo di attacchi, che non sono solo pretestuosi e capziosi, ma sono anche perpetrati spesso senza assumersi l’onere della prova, perché se si scrive su testate prestigiose agli occhi del grande pubblico si eredita quel prestigio che consente di esimersi dalla giustificazione delle invettive.

Questo è il caso dell’articolo su “Il partito del debito di Stato” scritto il 4 Agosto dal “liberista” Panebianco sulla prima pagina del Corriere della sera che riporta come occhiello “I finti keynesiani”.

Purtroppo chi crede nella centralità dello Stato nell’economia, che difficilmente potrebbe scrivere nelle prime pagine dei quotidiani nazionali più venduti, ha il compito di assumersi l’onere della prova per far valere le proprie ragioni.

Questo è quello che vorrei fare in questo articolo di risposta, ovviamente nei limiti di un articolo, passando in radiografia i punti salienti dell’attacco liberista e riportando anche qualche rigo preso direttamente nelle pagine scritte da Keynes, che in buona parte troviamo in pamphlet presentati in stile brillante, dai quali emergono le intuizioni più profonde che hanno orientato le sue innovazioni teoriche.

Certamente abbiamo anche scritti tecnici ma, come afferma il suo più importante biografo Skidelsky, non dobbiamo dimenticare che per Keynes « la ricerca della conoscenza significava filosofia ed economia, e più la prima che la seconda… Negli anni della maturità, Keynes si lamentava spesso del fatto che i giovani economisti non avevano una preparazione adeguata – non potevano contare su una vasta cultura per l’interpretazione dei fatti economici. Ciò può spiegare che cosa non ha funzionato con la teoria economica e, segnatamente, con la rivoluzione keynesiana. Keynes aveva illuminato una strada ai tecnici – ma questi erano rimasti dei tecnici. Usavano i suoi strumenti, ma non riuscivano ad aggiornare la sua visione complessiva».

Procedendo come detto con una “radiografia” dell’articolo del Corriere emergono tre stigmi affibbiati ai cosiddetti neo-statalisti o falsi keynesiani che, per l’editorialista, « a differenza dei keynesiani veri non hanno mai letto un rigo di John Maynard Keynes ». Come accennato Panebianco non scrive egli stesso un solo rigo per qualificare i tratti dei veri keynesiani, lasciando il concetto largamente indefinito e a noi l’onere di dire qualcosa in breve: i “veri keynesiani” sono quelli che hanno compreso la portata rivoluzionaria delle innovazioni teoriche keynesiane, rivoluzionarie nel senso che sgretolano la rappresentazione edificante che il libero operare delle forze di mercato consenta all’economia di auto-stabilizzarsi e quindi di evitare la china della depressione economica e della disoccupazione strutturale.

Da qui emerge la necessità dell’intervento dello Stato nell’economia che non è una semplice “comparsata”, una spinta alla macchina che si è fermata per farla ripartire come prima, così come professato dai falsi keynesiani o meglio definiti keynesiani bastardi dalla brillante Joan Robinson. Infatti per i “veri keynesiani” è un intervento che modifica il motore e istruisce sulla guida: non si riparte più come prima perché il cambiamento è strutturale. Se così non fosse non riusciremmo a comprendere perché Keynes stesso iniziò a parlare di rivoluzione, e non più di semplice cambiamento di opinione, alla vigilia della pubblicazione della sua più importante opera, così come riportato in questo passo di una lettera destinata a George Bernard Shaw nel 1935:

«Per comprendere lo stato della mia mente, tuttavia, devi sapere che ritengo di stare scrivendo un libro di teoria economica che rivoluzionerà ampiamente – non tutto in una volta, suppongo, ma nel corso dei prossimi dieci anni – il modo come il mondo pensa ai problemi economici».

Tornando all’articolo di Panebianco i tre stigmi dei neostatalisti sono articolazioni del concetto centrale di ogni buon liberista: “i costi”. Nel primo punto ci sono i costi del debito pubblico in termini di interessi, nel secondo punto i costi del debito dati dalla spesa pubblica e dall’ingerenza dello Stato nell’economia, nel terzo punto i costi derivanti dall’impedire l’azione efficiente delle forze di mercato. Passiamoli in rassegna.

Punto 1. Per la parte sui costi del debito pubblico in termini di interessi in apertura dell’articolo di Panebianco troviamo un riferimento di “stretta attualità” che recita così: « Nella Francia assolutista di fine Seicento…le finanze statali erano dissestate…perché i creditori prestavano denaro allo Stato con altissimi tassi d’interesse. La ragione è che non si fidavano».

Il riferimento non solo ad epoche passate, ma precapitalistiche, denota una costante difficoltà del pensiero liberista nel confrontarsi sul terreno specifico delle moderne economie monetarie di produzione, che è il contesto per noi politicamente rilevante e per Keynes teoricamente significativo. Il motivo per cui Keynes si concentra nell’analisi del capitalismo avanzato può essere compresa nelle poche righe che riportiamo dal saggio Sono un liberale? (1925):

« metà della scolastica saggezza della nostra classe dirigente si basa su assunti che un tempo erano veri- o parzialmente veri – , ma che lo sono sempre meno ogni giorno che passa. Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era.  E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici. Pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori. In campo economico questo significa innanzitutto che dobbiamo escogitare nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale».

Chi si muove nel solco del pensiero keynesiano osserverà le moderne economie monetarie di produzione e quindi guarderà al ruolo che dovrebbero ricoprire le Banche Centrali nella politica monetaria: proprio dalla riflessione keynesiana sulla natura monetaria del saggio d’interesse si determina la possibilità delle Banche Centrali, che si muovono di concerto con il Tesoro, di disciplinare il livello dei tassi d’interessi in modo funzionale allo sviluppo dell’economia reale. Quindi tanto il riferimento di Panebianco ad economie precapitalistiche quanto le determinanti dei tassi d’interesse (in contesti privi di Banche Centrali) sono da rimandare al mittente, tanto più nel capitolo finale della Teoria Generale (1936) Keynes evidenzia l’opportunità di comprimere i tassi d’interesse e quindi il rendimento finanziario al fine di realizzare:

« l’eutanasia del redditiero e di conseguenza l’eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del   capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale».

Punto 2. Per la parte sui costi del debito pubblico in termini di spesa pubblica e di ingerenza dello Stato nell’economia vediamo che nell’articolo del Corriere viene puntato il dito sulla « età ormai degenerata del capitalismo di Stato all’italiana, [in cui] i sofisticati discorsi sulla bontà dell’economia mista coprivano clientelismo e lottizzazioni… [I neostatalisti] pensano che sia un progetto esaltante “far fare buche” (a spese dello Stato) e poi farle riempire. Costoro ce l’hanno con il liberismo…puntano il dito contro i “fallimenti del mercato” che, certamente, di tanto in tanto ci sono. Ma glissano sistematicamente sui numerosissimi e gravissimi fallimenti dello Stato. Autostrade torna allo Stato…L’acqua, perbacco, deve essere pubblica [voleva essere ironica]…E che diciamo dell’Alitalia? O dell’Ilva? [Dulcis in fundo] I neostatalisti non ritengono che il debito pubblico e la sua sostenibilità siano un problema [mentre va] a danno delle generazioni successive ».

La nostra critica a questo articolato passaggio la suddividiamo così:

  1. evidenziamo un infelice giudizio sui casi concreti di gestione pubblica evocati dall’autore dell’articolo (autostrade, acqua pubblica ecc.);
  2. integriamo il discorso con un esempio di “fallimento del mercato” per non consentire di sminuire l’importanza della questione come fa l’autore;
  3. avanziamo un motivo per comprendere l’importanza del modello di “economia mista”;
  4. portiamo una netta critica alla rappresentazione dei cosiddetti neostatalisti che “va bene lo Stato” anche per scavare e poi riempire delle buche;
  5. demistifichiamo il sempreverde concetto di debito pubblico come danno per le generazioni successive.

L’elenco dei casi concreti di gestione pubblica (punto a) dopo le drammatiche evidenze degli ultimi anni conseguenti ai tagli dissennati dei servizi pubblici, pensiamo solo al settore della sanità nella crisi economico-sanitaria, ha l’aria di una recrudescenza della narrazione liberista che cerca disperatamente di uscire dall’angolo facendo finta niente. All’angolo invece va rimandata immediatamente perché:

l’Ilva è stata portata al fallimento da una gestione privata che per mancanza di investimenti ha aggravato il danno ambientale;

l’Alitalia risulta essere stata, dai documenti ufficiali, gestita da cordate di privati in buona parte italiani nel decennio precedente all’amministrazione straordinaria;

le Autostrade, in quanto monopolio naturale privato, sono state per banale logica economica fonte di grandi rendite derivanti dal lievitare delle tariffe, ovvero da rendimenti superiori alle medie di mercato in condizioni di azzeramento del rischio di mercato e di investimenti effettivi ben al di sotto delle previsioni a danno della sicurezza, e la mente qui corre alla drammatica vicenda del Ponte Morandi;

l’Acea è sì per il 51% di proprietà del Comune di Roma, ma anche qui l’acqua pubblica è stata gestita da privati che hanno lucrato sulla differenza tra tariffe idriche imposte e sugli scarsi investimenti su una rete in cui c’è una dispersione di acqua che si aggira sul 40%.

La letteratura scientifica d’altronde è pressoché unanime nel giudizio sull’inefficienza (punto b) del monopolio naturale privato (uno dei diversi fallimenti di mercato), in quanto al costo della tariffa (che avrebbe anche un operatore pubblico) si aggiungerebbe una remunerazione in condizione di protezione dalla concorrenza, quindi in buona parte arbitraria. Se poi pensiamo alla parte degli investimenti che garantiscono le regole di sicurezza, un gestore privato avrebbe un incentivo a tagliare per aumentare la quota di rendimento da intascare, mentre un gestore pubblico non avrebbe alcun interesse a rischiare di non seguire le regole per trovarsi responsabile di un danno, a meno che non vi sia un privato che avrebbe interesse a superare certe regole corrompendo la parte pubblica: ma a questo punto le parti si esporrebbero al rischio di una sanzione o a una pena, mentre la gestione diretta del privato renderebbe più facile raggirare l’ostacolo per raggiungere il medesimo risultato con un rischio inferiore.

In questa parte dell’articolo poi troviamo una critica all’ “economia mista”  (punto c) che non solo è un modello iscritto nella parte economica della nostra Costituzione (di stampo appunto keynesiano), ma è quel modello che (seppur applicato parzialmente) ha consentito all’Italia di realizzare nei trent’anni successivi al secondo dopoguerra una crescita irripetibile grazie ad enti pubblici con funzioni di politica industriale come l’IRI e a manager pubblici con una loro autonomia decisionale. Il segreto sta nel fatto che le imprese pubbliche collocate in settori strategici, per quanto detto prima e per quanto mostrato da diverse ricerche empiriche, utilizzano maggiori quote di profitto per finanziare gli investimenti. D’altro canto proprio la progressiva marginalizzazione del manager pubblici e l’ingresso della politica nelle leve decisionali ha costituito l’anticamera del superamento dell’economia mista, a vantaggio dei successivi processi di liberalizzazione e privatizzazione perseguiti dalla politica sempre più succube dell’ideologia liberista.

Altro passaggio dell’articolo è l’immancabile contrapposizione tra l’apparenza dei liberisti produttivi senza l’aiuto dello Stato e i neostatalisti che pur di avere lo Stato interventista accetterebbero con piacere l’attività tanto improduttiva quanto faticosa di “scavare buche per poi riempirle” (punto d).  Dobbiamo allora contestualizzare l’affermazione di Keynes relativa alle famose “buche da scavare”. Keynes diceva che in tempi di crisi sarebbe più saggio prendere i lavoratori disoccupati per far scavare delle buche e poi riempirle, che non lasciare a casa migliaia di persone…questo è un paradosso per significare che in tempi di crisi, in cui c’è ristagno di liquidità, qualsiasi forma di sostegno alla domanda è preferibile all’austerità, definita come prodotto parodistico dell’incubo di un contabile. Aver compreso cum grano salis il senso di questo paradosso avrebbe aiutato a comprendere la necessità dell’intervento tempestivo dello Stato in settori ad alta utilità sociale nel manifestarsi di condizioni critiche quali quelle della crisi economico-sanitaria.

In conclusione abbiamo il classico richiamo del debito pubblico come fardello intergenerazionale (punto e) senza la benché minima comprensione che la vera ricchezza della collettività può essere alimentata dalla spesa pubblica nei termini di creazione di lavoro e di servizi pubblici (scuola, sanità, infrastrutture ecc.) che le generazioni future dovrebbero ereditare.

Utilizziamo il seguente passo di Keynes di Autarchia economica (1933) per condensare le critiche riprese in questi ultimi punti:

« …il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente dei risultati finanziari… Tutta la condotta della vita era stata ridotta a una specie di parodia dell’incubo di un contabile. Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell’Ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano d’opinione che fosse giusto ed opportuno di costruire delle catapecchie perché le catapecchie, alla prova dell’iniziativa privata, “rendevano”, mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell’idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe “ipotecato il futuro”, sebbene non si riesca a vedere, a meno che non si abbia la mente obnubilata da false analogie tratte da una inapplicabile contabilità, come la costruzione oggi di opere grandiose e magnifiche possa impoverire il futuro».

Punto 3. Proseguendo nell’articolo arriviamo ai presunti costi derivanti dall’ostacolare la salvifica azione delle forze di mercato:

«I costi delle politiche sostenute dai “liberisti” sono bassi ma anche visibilissimi…Se si chiude una fabbrica improduttiva ad esempio ci sono costi immediati e visibili».

In sostanza qui si afferma che se si salvano i lavoratori di una fabbrica in fallimento la percezione immediata è positiva ma si alimenta l’inefficienza, mentre il mercato potrebbe provvedere alla riallocazione di quei lavoratori in contesti più produttivi. Questo argomento presuppone una serie di ipotesi fallaci, soprattutto allo stato attuale di crisi generalizzata. Si presuppone che le imprese che falliscono sono meno produttive, mentre invece abbiamo tantissimi casi di imprese che erano competitive ma che a causa della logica di breve periodo votata al conseguimento non di una strategia di crescita ma degli utili immediati, tipica di una economia finanziarizzata, sono state smantellate strutture produttive lasciando a spasso i lavoratori. D’altronde la finanziarizzazione accorcia l’orizzonte del rendimento distorcendo la logica economica e snaturando gli investimenti perché per produrre serve tempo: nella Teoria Generale (1936) Keynes coglie questo aspetto affermando che

«lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebbe essere sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece, lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun come dicono gli americani (scattare prima del segnale di partenza), metter nel sacco la gente, riuscire a passare la moneta cattiva o svalutata».

Le logiche della globalizzazione poi possono poi indurre, come noto, a delocalizzazioni in paesi con minori salari e minori tutele di standard lavorativi, avviando processi deflattivi nelle nazioni che subiscono il ricatto. Soprattutto nel caso di crisi per carenza di domanda, magari passeggera, senza l’aiuto dello Stato nel sostenere i livelli di domanda si potrebbero verificare affrettate chiusure di battenti di imprese con ulteriore aggravio in termini di crollo di redditi e costi per ammortizzatori sociali. Tra l’altro un numero significativo dei più noti macroeconomisti (quindi in definitiva mainstream) come Summers, Blanchard, Eggertsson, Krugman ecc. concorda sul fatto che, anche prima della crisi del Covid i paesi più sviluppati si trovassero nel lungo solco di una crescita stagnante (fenomeno della “stagnazione secolare”) le cui caratteristiche in condizioni di trappola della liquidità sconsiglierebbero altamente le soluzioni mainstream “classiche” per il rilancio dell’economia: una su tutti è sconsigliabile il taglio dei costi del lavoro tramite la flessibilità, che avrebbe un effetto ancor più depressivo riducendo ancor di più i redditi e l’occupazione.

Insomma da questa situazione, oggi più che mai, non ci possono sollevare le forze salvifiche del mercato tanto più deleterie quanto più azionate tramite politiche di austerità e di flessibilizzazione del lavoro (le cosiddette riforme strutturali). Occorre invece che lo Stato intervenga attraverso investimenti pubblici e politiche di sostegno del lavoro. D’altronde, come ricordato da Keynes nei I mezzi per raggiungere la prosperità (1933):

«E’ un grossolano errore credere che le politiche per aumentare l’occupazione e quelle per portare il bilancio in equilibrio siano incompatibili. E’ vero piuttosto il contrario. Non c’è possibilità di equilibrare il bilancio eccetto che con l’aumentare il reddito nazionale, che corrisponde in gran parte ad un incremento di occupazione»

In conclusione nell’articolo del Corriere viene lanciato un monito per neostatalisti italiani che non si starebbero accorgendo del fatto che « si sta determinando una pericolosa sovrapposizione fra la divisione mercato/Stato e la divisione Nord/Sud, una sovrapposizione che alla lunga potrebbe far correre qualche rischio alla stessa unità nazionale». Al di là dei risvolti politici interni agli schieramenti dei partiti italiani, tale affermazione non tiene conto di quella che Rodrik ha definito come una verità fondamentale dell’economia: i livelli di sviluppo nei paesi avanzati sono in relazione positiva con i livelli di spesa governativa, ovvero anche le economie di mercato per svilupparsi hanno bisogno dello Stato (pensiamo alle infrastrutture, ai beni di pubblica utilità alla ricerca ecc.). Poi certamente quanto sia attivo lo Stato nell’indirizzare l’economia è questione che può dividere e che vede i liberisti sulla difensiva, ma comunque se lo Stato non fornisce le condizioni di sviluppo questo non può venire dal solo mercato.

Tirando le fila di quanto fin qui detto, in chiave strategica o tattica che sia, non si può lasciare l’appropriazione del pensiero keynesiano alla narrazione neoliberista del mainstream, sia nella forma di impossessamento (i veri keynesiani sarebbero i liberisti “rivisitati”) sia nella forma di accusa (i falsi keynesiani sarebbe chi vuole realmente uno Stato interventista). Questa narrazione mainstream giustificherebbe un utilizzo dello Stato nella classica dinamica di un intervento estemporaneo finalizzato alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione delle perdite, per poi ripartire con la vecchia logica economica e un tessuto sociale definitivamente lacerato da una crisi che non ci abbandonerà per lungo tempo.

Una critica completa e rigorosa al neoliberismo non può esimersi quindi dallo scontro in questo campo, una critica che Keynes aveva elaborato come visione di società ben prima di realizzare l’architettura economica che l’avrebbe potuta rendere effettiva. Ci riferiamo a una visione di società necessaria a concepire il ruolo di uno Stato forte ed interventista che non è mera somma di individualità, ma è una “unità sociale” portatrice di una utilità sociale, così come espresso nel La fine del lasseiz-faire (1926):

«il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e quelli sociali coincidano sempre; né condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Ne è vero che l’interesse egoistico sia sempre illuminato…L’esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un’unità sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agiscono separatamente».

Fonte: Liberiamo l’Italia