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CON LA MORTE ALLE SPALLE di André Comte-Sponville

La morte vissuta come una sconfitta di André Comte-Spenville.

Miliardi di persone si stanno accorgendo che su questo pianeta si muore. Eppure succede da sempre, il tasso di mortalità del pianeta è di uno a uno, pari al 100%.

La morte c’è sempre stata e ci sarà sempre.

Adesso tutti parlano dei morti di Corona Virus e nessuno si ricorda che ogni anno per malnutrizione muoiono milioni di persone (tre milioni sono bambini). Che ipocrisia. Fino a pochi mesi fa non si parlava così tanto dei quasi 400 mila morti in dieci anni di guerra in Siria. Che ipocrisia.

Io non ho paura di morire di Corona Virus, temo di più l’Alzheimer, il Cancro, l’Ictus, malattie che fanno stragi ben peggiori. Mentre chi si ammala di Corona guarisce al 95% dei casi. Il fatto è che la morte oggi viene vissuta come una sconfitta. Mentre è solo lo scopo finale della vita.

Ma improvvisamente, certi Dei della Politica, senza più qualità politiche, hanno stabilito che la loro missione è quella di salvare vite umane. A me spaventa questo pan-medicalismo, una ideologia che affida tutto il potere ad alcuni medici. Stanno ponendole basi per una civiltà che fa della salute il valore supremo. Diceva Voltaire: «Ho deciso di essere felice perché fa bene alla salute». Prima la salute era un mezzo per ottenere la felicità. Oggi la salute è il fine supremo, mentre la felicità è solo un mezzo.

Così si delega alla medicina la gestione non solo delle nostre malattie, cosa normale e giusta, ma anche delle nostre vite e delle nostre società civili.

Dio è morto, viva l’assicurazione sulla salute.

Attenti signori della Politica, quando si affida la democrazia agli esperti, la democrazia muore. Insisto, la salute non è tutto. E lo dico da quasi settantenne.

La salute è un bene, non un valore. I grandi valori sono altri: la giustizia, l’amore, la generosità, il coraggio, la libertà. Io non svendo la mia libertà sull’altare della salute. Posso accettare il confinamento se è di breve durata. Se no rischiamo di sostituire “l’ordine sanitario” a “l’ordine morale”, come si diceva all’epoca del Maccartismo. Attenti, ci stiamo ficcando nel “sanitariamente corretto”, come ci eravamo infilati nel “politicamente corretto”. Io amo i medici ma non voglio essere tenuto in ostaggio da alcuni di loro.

Temo di più la schiavitù che la morte.

Lasciatemi morire come voglio.

Adesso, tutti piangono i poveri anziani deceduti negli ospizi. Ma diciamo la verità, quanti di quegli anziani erano stati mandati negli ospizi da alcuni parenti cinici, proprio in attesa della loro morte?

E smettiamola di fare i buonisti sostenendo che questa pandemia cambierà il pianeta in meglio. La crisi economica massacrerà le giovani generazioni che pagheranno i debiti.

Cosa cambierà? Cambieranno molte cose, ma alla fine i calciatori continueranno a guadagnare milioni. Mentre i veri eroi, i tantissimi medici e infermieri, sempre sottopagati.




SUICIDIO DI STATO di Moreno Pasquinelli

Ieri sera, con lo stile che gli è proprio, ovvero sempre in bilico tra il solenne e il cazzeggio, il Presidente del Consiglio ha annunciato l’ennesima stretta – modello lombardo esteso a tutto il Paese. Alla fine Conte ha capitolato. Ha capitolato allo sciame di sindaci e governatori che lo pressavano da giorni affinché le misure, già draconiane, diventassero tiranniche.

La cosa si presta a svariate considerazioni, ed è destinata ad allargare il solco tra i due campi contrapposti, quello dei sicuritaristi incalliti (non solo le destre, visto quello che ha affermato il piddino De Luca) e quello dei libertari (tra cui, nonostante ne facciano parte dei liberali, il sottoscritto si inscrive). Che ci sia un’emergenza sanitaria in Padania, causata dal combinato disposto della grave epidemia e dello sfascio della sanità italiana, non c’è dubbio. E non ce n’è alcuno, tuttavia, che tutta questa vicenda è politica quant’altre mai.

Le destre sicuritarie dettano il ritmo delle danze, hanno imposto al governo ed alla sinistra sinistrata non solo la propria agenda, anche la loro visione del mondo. Lo fanno con cognizione di causa, certe che panico di massa, paura irrazionale e isteria collettiva sono un potente carburante per conquistare il potere. L’albero si vede dai frutti. In campo politico questo significa che in ultima istanza conta l’effetto, non la causa.

Governo e opposizioni, sostenuti (tenetevi forte!) da certo antagonismo salutista, hanno scelto la via dell’accanimento terapeutico sul corpo del Paese, con l’esecuzione di trattamenti di dimostrata inefficacia terapeutica, ricorrendo a mezzi chiaramente sproporzionati che per salvare migliaia stanno determinando la sofferenza di tutta la nazione..

Ammesso e non concesso che si abbia a che fare con una immane tragedia sanitaria, è sicuro che questa panoplia di misure di blocco, causerà una catastrofe economica. La peggiore della storia patria. Una catastrofe sociale che farà, vedrete, più morti di COVID-19. La verità è che per debellare la malattia di alcuni, si è scelto infatti il suicidio di stato di un’intera nazione. Delle disastrose conseguenze di questa morte nazionale indotta ne riparleremo presto, fra qualche mese. Poi faremo i conti.

Come l’inferno è lastricato di buone intenzioni, tutto questo meccanismo viene giustificato in nome della vita, ha la sua fonte morale di legittimazione nell’amore per la vita. Ho sentito dire, da gente sana di mente, che non c’è da stupirsi che Gran Bretagna, Olanda, paesi nordici e Germania non abbiano seguito la via italiana (che per inciso è più severa della fulgida democrazia cinese)… “perché sono dei protestanti i quali, credendo nella predestinazione, se ne fregano dei valori morali, mentre noi no, essendo di tradizione cattolica,  ci teniamo al rispetto per i deboli, gli emarginati ed i malati”.

Qui abbiamo la prova lampante che ogni giudizio di natura politica, per quanto abbia come oggetto una questione particolare, deve legittimarsi — prima ancora che con discutibili paradigmi scientifici —, con un principio non solo etico bensì filosofico. In effetti per l’antico testamento degli ebrei “la vita è il sommo bene, e lo è in quanto donatoci da Dio. Non serve essere atei per chiedersi cosa s’intenda per “vita”. La vita come ente meramente biologico? La vita come unità di benessere materiale e spirituale? La vita umana come autodeterminazione o quella delle pietre? Noi, come disse Croce, “non possiamo non dirci cristiani”.

Passi. Ma si tenga almeno conto di quanto venne affermato dal Vaticano II, per cui il valore della vita umana abbraccia le dimensioni sociale, economica, politica, culturale, morale e familiare — di qui il concetto olistico e onnilaterale di “salute pubblica” che molti aspetti contiene, tra cui anche quelli delle  libertà personali e dei diritti politici soppressi dal governo e senza i quali la vita è solo vita vegetativa. Che vita è, infatti, quella che subiamo? Senza felicità, senza amore, senza fratellanza, senza dignità? E’ forse vita quella che ci costringe a scannarsi l’un l’altro? In cui i nostri stessi corpi sono messi a valore per alimentare il sistema? So cosa mi risponderete: che è meglio piangere in questa valle di lacrime che morire. Col vostro permesso dissento. C’è qualcosa di peggio del coronavirus, è la peste di questo potere predatorio. Sono stanco di piangere e di ascoltare lamenti e mugugni. Io la vita la darei se servisse a rovesciare tutta questa merda e a fondare un mondo di uomini liberi ed uguali. Utopia, mi risponderete. E sia. Mi tengo la mia utopia, voi tenetevi pure attaccati alla macchina di ventilazione che vi tiene artificialmente in vita. Siete già morti e non lo sapete.




LA PESTE IMMAGINARIA E LA CACCIA ALL’UNTORE di Giorgio Agamben

Il filosofo Giorgio Agamben, proprio come abbiamo fatto noi, ha criticato le draconiane misure di clausura adottate dal governo. Per questo è stato vittima di violente invettive da parte di alcuni pennivendoli di regime nonché dagli scenziati di Sua Maestà. Un esempio su tutti l’attacco di Paolo Flores d’Arcais
Pubblichiamo la risposta di Agamben e, più sotto il suo primo intervento.


Chiarimenti
Di Giorgio Agamben

Un giornalista italiano si è applicato, secondo il buon uso della sua professione, a distorcere e falsificare le mie considerazioni sulla confusione etica in cui l’epidemia sta gettando il paese, in cui non si ha più riguardo nemmeno per i morti. Così come non mette conto di citare il suo nome, così nemmeno vale la pena di rettificare le scontate manipolazioni. Chi vuole può leggere il mio testo Contagio sul sito della casa editrice Quodlibet. Piuttosto pubblico qui delle altre riflessioni, che, malgrado la loro chiarezza, saranno presumibilmente anch’esse falsificate.

La paura è una cattiva consigliera, ma fa apparire molte cose che si fingeva di non vedere. La prima cosa che l’ondata di panico che ha paralizzato il paese mostra con evidenza è che la nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita. È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa. Gli altri esseri umani, come nella pestilenza descritta da Manzoni, sono ora visti soltanto come possibili untori che occorre a ogni costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza almeno di un metro. I morti – i nostri morti – non hanno diritto a un funerale e non è chiaro che cosa avvenga dei cadaveri delle persone che ci sono care. Il nostro prossimo è stato cancellato ed è curioso che le chiese tacciano in proposito. Che cosa diventano i rapporti umani in un paese che si abitua a vivere in questo modo non si sa per quanto tempo? E che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?
L’altra cosa, non meno inquietante della prima, che l’epidemia fa apparire con chiarezza è che lo stato di eccezione, a cui i governi ci hanno abituati da tempo, è veramente diventato la condizione normale. Ci sono state in passato epidemie più gravi, ma nessuno aveva mai pensato a dichiarare per questo uno stato di emergenza come quello attuale, che ci impedisce perfino di muoverci. Gli uomini si sono così abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva. Una società che vive in un perenne stato di emergenza non può essere una società libera. Noi di fatto viviamo in una società che ha sacrificato la libertà alle cosiddette “ragioni di sicurezza” e si è condannata per questo a vivere in un perenne stato di paura e di insicurezza.
Non stupisce che per il virus si parli di guerra. I provvedimenti di emergenza ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi.
Quello che preoccupa è non tanto o non solo il presente, ma il dopo. Così come le guerre hanno lasciato in eredità alla pace una serie di tecnologie nefaste, dai fili spinati alle centrali nucleari, così è molto probabile che si cercherà di continuare anche dopo l’emergenza sanitaria gli esperimenti che i governi non erano riusciti prima a realizzare: che si chiudano le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta una buona volta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani.

CONTAGIO
Di Giorgio Agamben

L’untore! dagli! dagli! dagli all’untore!
Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Una delle conseguenze più disumane del panico che si cerca con ogni mezzo di diffondere in Italia in occasione della cosiddetta epidemia del corona virus è nella stessa idea di contagio, che è alla base delle eccezionali misure di emergenza adottate dal governo. L’idea, che era estranea alla medicina ippocratica, ha il suo primo inconsapevole precursore durante le pestilenze che fra il 1500 e il 1600 devastano alcune città italiane. Si tratta della figura dell’untore, immortalata da Manzoni tanto nel suo romanzo che nel saggio sulla Storia della colonna infame. Una “grida” milanese per la peste del 1576 li descrive in questo modo, invitando i cittadini a denunciarli:

«Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone con fioco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose, si fa intendere per parte sua a ciascuna persona di qual si voglia qualità, stato, grado e conditione, che nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone ch’hanno favorito, aiutato, o saputo di tale insolenza, se gli daranno cinquecento scuti…»

Fatte le debite differenze, le recenti disposizioni (prese dal governo con dei decreti che ci piacerebbe sperare – ma è un’illusione – che non fossero confermati dal parlamento in leggi nei termini previsti) trasformano di fatto ogni individuo in un potenziale untore, esattamente come quelle sul terrorismo consideravano di fatto e di diritto ogni cittadino come un terrorista in potenza. L’analogia è così chiara che il potenziale untore che non si attiene alle prescrizioni è punito con la prigione. Particolarmente invisa è la figura del portatore sano o precoce, che contagia una molteplicità di individui senza che ci si possa difendere da lui, come ci si poteva difendere dall’untore.

Ancora più tristi delle limitazioni delle libertà implicite nelle disposizioni è, a mio avviso, la degenerazione dei rapporti fra gli uomini che esse possono produrre. L’altro uomo, chiunque egli sia, anche una persona cara, non dev’essere né avvicinato né toccato e occorre anzi mettere fra noi e lui una distanza che secondo alcuni è di un metro, ma secondo gli ultimi suggerimenti dei cosiddetti esperti dovrebbe essere di 4,5 metri (interessanti quei cinquanta centimetri!). Il nostro prossimo è stato abolito. È possibile, data l’inconsistenza etica dei nostri governanti, che queste disposizioni siano dettate in chi le ha prese dalla stessa paura che esse intendono provocare, ma è difficile non pensare che la situazione che esse creano è esattamente quella che chi ci governa ha più volte cercato di realizzare: che si chiudano una buona volta le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani.

* Fonte: QUODLIBET
11 marzo 2020




SCIENZA O TECNOSCIENZA? di Giacomo Zuccarini

Premessa

Avendo letto con piacere l’articolo di Moreno Pasquinelli “la scienza al tempo del terrore”, e condividendo nella sostanza la sua critica radicale del mito tecnoscientista – al di là di una qualche enfasi su alcuni aspetti del pensiero di filosofi come Kuhn, Lakatos, Feyerabend -, ritengo utile dare un contributo nel ricondurre la scienza moderna dalla dimensione del mito a quella di un’impresa umana che vive nella storia, con i suoi limiti e le sue pratiche in continua evoluzione. Scienza e tecnica, infatti, non hanno sempre proceduto di pari passo: gli antichi Romani possedevano tecniche edili sopraffine, ma esse non traevano origine dalla scienza del tempo. Anzi si può dire che queste due forme di sapere fossero, nella percezione dei contemporanei, assai poco connesse. Come si leggerà nel mio articolo, è solo dal XVII secolo circa che le strade della scienza e della tecnica hanno preso ad intrecciarsi in modo sempre più stretto, per svariate ragioni che cercherò di sintetizzare senza pretendere di essere esaustivo. Prima di lasciare gli interessati alla lettura aggiungo solo una postilla all’articolo di Moreno: la problematicità delle scelte politiche connesse all’uso tecnico del sapere scientifico non deriva solo da un’assolutizzazione di tale sapere nell’interesse delle classi dominanti. Essa risiede anche nella negazione della complessità insita nel trasformare il sapere scientifico in una scelta politica: trasporre una tecnologia che trae origine dalla ricerca fisica (come ad esempio le centrali nucleari) o farmaceutica (i vaccini) in una decisione con ricadute sociali richiede la gestione di una moltitudine di saperi, scientifici e non. Le narrazioni squisitamente settoriali di “espertoni” vicini ai vertici del potere e ai grandi interessi economici, servono più a produrre consenso per i progetti di questi ultimi che a formare un’opinione pubblica consapevole. Fondamentale poi è l’occultamento della componente ingegneristica/economica. Ogni problema di “ottimizzazione” dell’uso di risorse materiali e finanziarie di una nazione racchiude in sé le contraddizioni del conflitto sociale: ottimizzazione per quale settore della società? Lo stesso si può dire per la decisione politica sull’accettabilità dei rischi.

Dalla scienza antica e medievale alla tecno-scienza

(dalle lezioni di Paul Hoyningen-Huene)

La scienza moderna adotta un particolare concetto di natura e un particolare ideale epistemico che rende gli esperimenti cognitivamente rilevanti. Per sostanziare questa affermazione è necessario mostrare l’interrelazione tra il concetto di natura, l’ideale epistemico, il conseguente ruolo cognitivo dell’esperimento nella scienza moderna, e l’utilizzabilità tecnica che ne deriva.

Il concetto di natura quale oggetto della scienza

Idea descrittiva delle caratteristiche fondamentali della natura.

Scienza moderna

Studia l’insieme di tutti gli oggetti spazio-temporali indipendentemente dalla loro origine, i quali sono soggetti a leggi naturali. Una legge naturale è una relazione universale del tipo “se A, allora B”. Si veda, esempio, la legge della caduta libera, che lega le distanze percorse () ai tempi trascorsi (): . Nota la prima grandezza, è immediatamente possibile determinare la seconda.

Quest’idea venne originariamente proposta da Cartesio (Le Monde, redatto attorno al 1630), in forma teologica: le leggi naturali sono il modo in cui concettualizziamo il funzionamento della creazione di Dio.

La scienza moderna, dunque, esamina la natura con un’attenzione verso relazioni universali dette leggi naturali, che regolano il modo in cui diverse proprietà relative agli oggetti si influenzano a vicenda.

Scienza aristotelica

Studia l’insieme degli oggetti naturali in quanto opposti agli artefatti. Ad esempio: rocce ed esseri umani, ma non costruzioni o ponti.

La scienza aristotelica si occupa in particolare dell’essenza degli oggetti naturali, con attenzione al loro moto (moto naturale) e al loro divenire (modo naturale di cambiare), vale a dire a come si muovono e cambiano naturalmente. Ad esempio: potremmo voler comprendere l’essenza di un albero, e in particolar modo capire perché cresce.

Dato che l’essenza è definita da proprietà universali, che appartengono ad ogni esemplare di un dato tipo di oggetto, la scienza aristotelica esamina la natura con un’attenzione verso tali proprietà, dette qualità essenziali.

L’ideale epistemico

Idea normativa delle fondamentali caratteristiche della conoscenza scientifica. Come dev’essere la conoscenza per essere scientifica.

Scienza Moderna

La conoscenza delle leggi universali è ottenuta attraverso particolari dati empirici, in quanto è possibile osservare solo casi empirici particolari.

Ma come si arriva, da essi, alle leggi universali? Vi è una fondamentale trasmissione di validità dal basso verso l’alto, dai dati empirici agli universali. Questo passo è di natura ipotetica.

La scienza moderna ha dunque un’organizzazione ipotetico-deduttiva: da casi particolari ipotizziamo leggi universali. Dalle leggi universali, poi, deduciamo come gli oggetti in esame si comporteranno in casi particolari. La conoscenza scientifica resta sempre ipotetica, e ciò è considerato sufficiente per il suo status epistemico.

Scienza Aristotelica

Ideale di scienza dimostrativa, in parte simile all’attuale comprensione della matematica.

Vi sono assiomi che sono considerati veri in quanto autoevidenti: la verità si manifesta immediatamente in essi. Gli assiomi sono la fonte di ogni validità scientifica.

La validità è trasmessa dall’alto verso il basso: dagli assiomi alle tesi dei teoremi mediante dimostrazioni.

La scienza aristotelica ha un’organizzazione categorico-deduttiva: la conoscenza scientifica equivale a verità dimostrata, è assolutamente certa.  Questo ideale non è soddisfatto da conoscenze ipotetiche: per lo scienziato aristotelico, la conoscenza scientifica moderna è pura doxa! 

Quale ruolo per l’esperimento nella scienza moderna

Il concetto di natura determina quali domande scientifiche possono essere poste.

L’ideale epistemico determina quali risposte sono scientificamente legittime.

C’è un interplay tra domande e risposte. Un particolare concetto di natura e un ideale epistemico sono presupposti indispensabili di ogni tipo di scienza ma, come si è visto, possono cambiare nel tempo.

Scienza Moderna

Le relazioni universali, di diverso grado di universalità, devono essere generate e testate.

Dati A e B, valori di variabili diverse, dobbiamo mostrare che “se A, allora B”, in linguaggio formale: B=f(A), vale a dire che ciascun valore di A dà origine ad un determinato valore di B secondo la particolare regola f.

Questo segna il punto d’ingresso della matematica nella fisica moderna. La fisica aristotelica, viceversa, era puramente qualitativa.

L’esperimento è il modo in cui la relazione B=f(A) può essere generata e/o testata:

  • Generazione: avuti certi valori di A, si osserva quali valori di B si ottengono, esplorando la particolare relazione f.
  • Test: si verifica se, avuti certi valori di A, si ottengono i valori di B previsti da f. Vale a dire che, se l’esperimento è riproducibile e produce i valori previsti, la relazione è confermata; se la relazione è dedotta da relazioni più generali, anche esse sono – indirettamente – confermate.

Il ruolo cognitivo dell’esperimento deriva dall’interrelazione:

  • tra il concetto moderno di natura, che introduce la relazionalità
  • ed il moderno ideale epistemico, per il quale è sufficiente una conoscenza ipotetica (non si può avere di più).

Utilizzabilità tecnica del sapere scientifico

Dire che una legge (un modello, teoria, assunzione, ecc…), B=f(A), è sperimentalmente confermata significa che, sotto date condizioni, la realizzazione di certi valori di A invariabilmente produce il valore previsto di B.

Ma una volta che la relazione è confermata, la stessa azione può essere intrapresa con un altro scopo: si possono cioè usare determinati valori di A al fine di produrre determinati valori di B.

Questa è ciò che si dice un’azione tecnica: il test clinico riuscito di un nuovo farmaco (esperimento) può tradursi immediatamente in un’applicazione terapeutica (tecnica).

Ogni test sperimentale di successo è una potenziale azione tecnica: in entrambi i casi si compiono esattamente le stesse azioni. Ciò che cambia è lo scopo: dal fare per conoscere al conoscere per fare.

Nella misura in cui la scienza moderna procede sperimentalmente, la sua conseguenza inevitabile è di produrre conoscenza utilizzabile tecnicamente.

Le azioni tecniche, infine, sono concatenabili: A produce B, B produce C, ecc… In tal modo è possibile costruire macchine complesse su base scientifica.

CONCLUSIONI

1) Nella transizione alla scienza moderna, il cambiamento più rivoluzionario riguarda l’idea di natura: dall’essenzialismo – che viene abbandonato in quanto non conseguibile -, al relazionalismo.

2) Esso ci spiega come mai la scienza moderna si presti all’impiego di strumenti matematici – mentre non è chiaro se, o a che scopo sia possibile matematizzare qualità essenziali.

3) La nuova idea di natura, assieme ad un ideale epistemico debole, ipotetico, assicura il ruolo cognitivo dell’esperimento.

4) L’identica natura di test sperimentali riusciti e azioni tecniche spiega l’utilizzabilità della scienza a fini tecnici.




LA SCIENZA AL TEMPO DEL TERRORE di Moreno Pasquinelli

Premetto che non ho nulla contro il mito. Ben al contrario, condivido la rivalutazione del mito che fece Giambattista Vico nella sua Scienza Nuova, per cui non solo non c’è una muraglia tra storia  vera e storia falsa; per cui l’attività mitopoietica e fantastica è una funzione decisiva dello spirito, esprime una visione del mondo, e per questo esso è creativo di realtà.

Se c’è invece un mito da contrastare è proprio quello della scienza perché esso si camuffa come anti-mito per eccellenza, come sola forma di sapere certo, indiscutibile, veritativo. E’ insomma lo “scientismo”che va combattuto.

Basta guardarsi attorno in questi giorni di presunta pandemia da Covid-19: il decisore politico attua provvedimenti draconiani senza precedenti, e non lo fa solo in nome della sua discutibile idea di “salute pubblica”, ma giustifica con solenne fermezza che il suo atto di forza lo chiede la scienza.

Niente di nuovo sotto il cielo. Non è forse vero che decenni di austerità e drastici tagli alla spesa pubblica sono stati compiuti dai governi in nome della scienza — nella fattispecie lo stuolo di economisti neoliberisti che ci spiegavano come lo Stato ed i poteri politici dovevano togliersi di mezzo e lasciar fare il mercato? Di qui la famigerata “governance”, ovvero i tecnici al potere, in quanto i soli tutelati a leggere i fondi di caffè per interpretare i misteriosi segni della smithiana “mano invisibile”. I tecnici, i sacerdoti della scienza economica, per sua natura evidentemente “non-democratica”.

Ai tempi del Corona virus è la stessa antifona, cambia solo la sfera dove si applicano i dispositivi biopolitici di controllo sociale: ci si affida ai virologi, agli intettivologi, agli epidemiologi, ai pneumologi (notare la raccapiricciante e autistica compartimentazione) come certe comunità primitive si affidavano agli sciamani, depositari dei saperi in quanto medium con l’ultraterreno. Che poi queste teste d’uovo, malgrado il loro pitagorismo magico, interpretino i numeri a seconda di come gli vien meglio non conta, ci pensa il decisore politico a stabilire quale sia la verità ufficiale, i numeri da giocare al lotto.

Ma cos’è “scienza”? Cosa si intende per verità scientifica?

Il discorso qui si farebbe lungo, ci sono di mezzo discipline toste come la filosofia della scienza, la gnoseologia, l’epistemologia, e non è proprio il caso di farla lunga. Tuttavia alcune cose vanno dette, per evitare di prendere come oro colato questa o quella opinione (doxa), questa o quella spiegazione  “scientifica”.

Anticamente si parlava di scienza come epistéme, quindi di conoscenza certa, sempre vera, frutto di deduzioni logiche indubitabili. Poi arriveranno Galileo, Bacone, Newton e Comte. Il metodo deduttivo venne rimpiazzato da quello induttivo della sperimentazione: scienza era l’osservazione dei fenomeni e la capacità di spiegarne le cause con leggi naturali invarianti.

L’empirismo moderno, in tutte le sue sfaccettature, in particolare il positivismo, seguirà questo sentiero: un enunciato o un sistema di enunciati, per essere considerati scientifici e provvisti di significanza conoscitiva, debbono accettare il principio di verificazione.

Poi venne K.Popper che rovesciò il paradigma e invertì il principio di verificazione con quello di falsificazione, per cui un’ipotesi o una teoria sarebbero da considerarsi scientifici se e solo se suscettibili di essere smentite dai fatti dell’esperienza. Un rovesciamento, quello popperiano, che restava tuttavia entro il perimetro concettuale sperimentalistico e neopositivistico.

Nonostante di acqua sotto i ponti, dai tempi di Popper, ne sia passata parecchia, è un fatto che il potere, avendo bisogno di una fonte potente di legittimazione, ha riportato in auge l’idea che “la scienza” sia non solo neutrale, ma la sola disciplina che possa pretendere di affermare la verità, che dia una garanzia di assoluta validità e il massimo grado di certezza. Assistiamo al revival del neopositivismo: nessun limite o freno al dispiegamento della conoscenza “scientifica”,  l’unica che possa garantire il progresso, anzi l’unica che abbia la salvifica missione di evitare all’umanità la catastrofe – qui vale il salmo 41: “Abyssus abyssum invocat”: l’abisso chiama l’abisso

Quanto mai calzante l’ammonimento di L.Pareyson:

“Lo scienziato ha certamente il diritto incontestabile di dichiarare che il sapere scientifico è l’unico adatto agli oggetti della sua ricerca; ma non può estendere e assolutizzare il sapere scientifico sino a pretendere che sia considerato come l’unica forma di sapere possibile. Se lo fa, con ciò stesso, cessa di fare della scienza, perché la proposizione “non c’è altra forma di sapere che il sapere scientifico” non è una proposizione scientifica, bensì una proposizione filosofica […] egli fa dunque della filosofia, ma lo fa senza saperlo, cioè fa della filosofia acritica e inconsapevole, insomma della cattiva filosofia”. [Verità e interpretazione, Mursia 1971, pag.196]

Tornando al punto. Dopo Popper (e contro Popper) s’è fatta avanti quella che viene definita epistemologia postpositivistica, ovvero, restando all’abusato suffisso, post-popperiana (Khun, Lakatos, Feyerabend, Hanson).

Cosa sostengono gli epistemologi post-popperiani? Provo a riassumerlo in nove tesi:

(1) Non regge, ad un’analisi rigorosa della storia delle scienze, l’idea tradizionale del progresso scientifico, né nella forma di un’accumulazione crescente di certezze, né in quella popperiana della cosiddetta approssimazione graduale alla verità. Non possono essere comprese davvero le teorie scientifiche e la loro significanza se non collocandole in quadri e strutture concettuali più ampi quali sono appunto i paradigmi (Khun) o, per dirla con Bachelard, cito a memoria: la storia della scienza non procede in maniera cumulativa e lineare ma tramite rivoluzioni teoriche e fratture (rupture), che annullano i pilastri concettuali precedenti;

(2) E’ destituita di fondamento l’idea che la scienza dia risposte valide al di là della storia, del contesto sociale e culturale dato. Gli asserti scientifici hanno invece carattere storico-temporale, una portata necessariamente relativa;

(3) Si deve quindi tenere in considerazione, quando si giudica il discorso scientifico, dell’organizzazione economico-sociale, della struttura dei rapporti sociali e della loro natura classista, dei soggetti che finanziano e orientano, seguendo i loro specifici interessi, i programmi di ricerca scientifica; infine si deve considerare sempre l’ideologia dominante. Si tratta di fattori decisivi che condizionano l’opera dello scienziato, e co-determinano i risultati del suo lavoro. C’è sempre una relazione stringente tra attività scientifica e relazioni sociali, tra essa e il mondo dei valori nel momento dato;

(4) In sede di giudizio sul lavoro e sul sapere scientifici non vanno quindi presi in considerazione solo gli aspetti logico-astratti ma pure quelli concreti;

(5) Non hanno fondamento un’epistemologia e una filosofia della scienza senza la storia della scienza;

(6) Non vale la dicotomia fra scienza e metafisica, non esiste una linea netta di demarcazione tra discorso scientifico e pseudo-scientifico, occorre invece un approccio olistico, che consideri il legame tra attività scientifica ed altre sfere sociali, la politica anzitutto;

(7) E’ una credenza illusoria che esista un linguaggio osservativo (dei fenomeni) neutrale. L’uomo che osserva, tanto più se scienziato, non è una macchina fotografica. L’osservatore non è mai neutrale, né “oggettivo”, il suo vedere dipende in modo costitutivo da una costellazione di assunzioni teoriche, se non addirittura dalla sua ideologia;

(8) Di contro all’idea che possa esistere una base empirica neutrale in grado di fungere da criterio di “verificabilità” o “falsificabilità”, è vero invece che ogni osservazione è carica di teoria sottostante e implica un ruolo attivo dell’Io (Theory ladenness);

(9) Il valore di un asserto o ipotesi scientifica non va misurato in termini di “verità”, bensì in base al “consenso” che tali asserti o ipotesi ottengono nelle circostanze storico-sociali date.

Quanto detto mi pare sia degno di attenzione, più che mai adesso, quando il potere, non si limita a dichiarare lo Stato d’eccezione e ad porre agli arresti domiciliari sessanta milioni di cittadini, lo fa  giustificando questa mossa col discorso per cui “ce lo chiede la scienza”. Mossa inopinatamente  sovranista, se ci pensate, visto che prima il motivetto era… “ce lo chiede l’Europa”.

Se quanto scritto ha valore ognuno avrà capito che niente, tanto meno in un mondo terremotato da decenni di neoliberismo e di supremazia del “pensiero unico”, tanto meno dentro lo Stato d’eccezione, può pretendere di essere neutrale, meno che mai lo sono epidemiologi, virologi e infettivologhi forgiati nelle officine della “scienza normale” ed a libro paga del regime.

Non dico che tutto quanto essi affermano sia falso, dico che non potendo sputare sul piatto dove mangiano non possono certo smentire il decisore politico. Per cui, seguendo questa volta Cartesio,  dubitare non è solo lecito ma un obbligo, al contempo morale, politico e scientifico.




SOTTO IL SEGNO DELLA MORTE di Moreno Pasquinelli

Ho già avuto modo di commentare lo “Stato d’eccezione” a cui il governicchio Conte Bis ha sottoposto l’intero Paese con il Decreto legge del 2 marzo. Il nuovo approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri — quello con cui la Lombardia e altre quattordici province vengono sigillate e blindate come zone rosse — si presta ad ulteriori riflessioni  politiche. Politiche sottolineo, visto che quelle impolitiche, congetturali, superficiali se non addirittura stravaganti, vanno purtroppo per la maggiore.

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Corona virus ha messo a nudo, assieme alla fragilità dell’Unione europea il carattere transeunte della globalizzazione. Gli Stati per far fronte all’epidemia, come non hanno fatto nemmeno davanti ai flussi migratori, si blindano, difendono i propri confini e ristabiliscono d’imperio la loro giurisdizione. Sono molti anni che lo andiamo dicendo: la crisi della globalizzazione riporta in auge gli Stati nazionali, le loro prerogative, a danno di quelle dei poteri mondiali o regionali sovraordinati. Questa è la tendenza oggettiva, inarrestabile e per questo mettevamo in guardia (euro o non euro) che eravamo dentro un passaggio di portata storica, forse epocale.

La battaglia ritorna in campo nazionale, è qui che si gioca la partita. La posta in palio sarà quindi la natura degli Stati che verranno fuori chiusa questa fase concitata di transizione. Avremo, dopo la parentesi neoliberista, mutatis mutandis, stati di tipo fascista o stati democratici?

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Ci si chiede come sia possibile che un governicchio tanto traballante possa ricorrere ad una prova così muscolare e violenta. Consiglio di attenersi al principio metodologico di Occam che dice che ai fini della risoluzione di un problema, bisogna scegliere, tra più ipotesi possibili, quella più semplice — a meno che non sia necessario e utile prendere in considerazione più fattori. Qual è dunque quella più semplice? Per saperlo occorre immaginare quale sarà la situazione dopo che, com’è lecito attendersi, l’epidemia avrà fatto il suo corso, lo spettro della pandemia si sarà volatilizzato, e la vita l’avrà spuntata sulla morte. Il governicchio s’intesterà la vittoria, dirà ai quattro venti che le misure draconiane adottate hanno avuto pieno successo, che l’allarmismo era giustificato dal pericolo incombente. E così non avremmo più un governicchio ma un super-governo, e tutto il sistema di dominio ne sarà uscito più forte. Non dico che così andrà necessariamente a finire — il diavolo fa le pentole…; dico che con questa finalità ci spieghiamo le micidiali decisioni prese a Roma.

Si badi, dietro a tutto questo non c’è solo la meschina volontà di sopravvivenza del governo e chi ne fa parte, c’è anzitutto la volontà di potenza del sistema, le cui necessità e linee di forza s’impongono alle spalle dei suoi attori protagonisti. Un po’ come sosteneva Gadamer: il gioco ha le sue regole, che in ultima istanza prevalgono sui giocatori e impongono loro certe mosse.

Una recessione lunga e devastante era in arrivo (il Covid-19 l’ha solo avvicinata), il sistema avrà bisogno come il pane di governi e stati forti, in grado di attuare e far rispettare misure letali, quindi di far fronte all’eventuale sollevazione popolare. Ecco che l’epidemia è venuta a fagiolo per sperimentare nuovi dispositivi di controllo e dominio, nuovi metodi di assoggettamento dei cittadini, nuove modalità per imporre stringenti vincoli disciplinari, forme verticali di sorveglianza e sanzione. Come i dominanti stanno utilizzando l’epidemia conferma quanto scrisse Michel Faoucault: a differenza delle forme di potere premoderne, il potere capitalistico-borghese non usa la minaccia dell’uccisione e della pena di morte per tenere soggiogate le masse, ma s’infila nei loro corpi per assumerne il pieno controllo e diventare esso ciò che dispensa la vita, la potenza che la vita assicura, contro la minaccia della morte (biopolitica).

Per esercitare questo biopolitico potere sulla vita esso deve esasperare e drammatizzare l’emergenza sanitaria. Questo è ciò che, come in Cina, viene fatto in Italia. In barba ai “prodigiosi progressi” della scienza e della medicina, si attuano gli stessi rituali di esclusione, i medesimi protocolli (politici) di clausura, di auto-esilio, di sorveglianza, di coercizione e incasellamento disciplinare che vennero sperimentati davanti alla peste.

«Questo spazio chiuso, tagliato con esattezza, sorvegliato in ogni suo punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono controllati e tutti gli avvenimenti registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scritturazione collega il centro alla periferia, in cui il potere si esercita senza interruzioni, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito tra i vivi, gli ammalati, i morti — tutto ciò costituisce un modello compatto di dispositivo disciplinare. Alla peste risponde l’ordine; la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. Contro la peste che è un miscuglio, la disciplina fa valere il suo potere che è di analisi (…)

La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina. Dietro i dispositivi disciplinari si legge l’ossessione dei “contagi”, della peste, delle rivolte, dei crimini, del vagabondaggio, delle diserzioni, delle persone che appaiono e scompaiono, vivono e muoiono nel disordine».

Michel Foucault, Sorvegliare e punire, parte terza, cap. terzo




BERGOGLIO, L’IMMIGRAZIONE E FREUD di Moreno Pasquinelli

Papa Francesco, a conferma della posizione a favore dell’accoglienza degli immigrati senza sé e senza ma,  concludendo in San Pietro la sua catechesi nell’udienza generale, il 7 gennaio scorso [2]

«Chiediamo oggi al Signore di aiutarci a vivere ogni prova sostenuti dall’energia della fede; e ad essere sensibili ai tanti naufraghi della storia che
approdano esausti sulle nostre coste, perché anche noi sappiamo accoglierli con quell’amore fraterno che viene dall’incontro con Gesù. È questo che salva dal gelo dell’indifferenza e della disumanità».

Bergoglio non fa qui che riproporci come prescrittivi gli obblighi morali che discendono dalla fede in Cristo, fondati sulla pietas — il credente deve non solo amare con affetto filiale Dio, ma anche ogni essere umano in quanto sua prediletta creatura —, e sulla caritas; dove caritas sta per il radicale superamento dell’amor proprio in quanto esso solo consente l’identificazione verticale con Cristo. Identificazione spirituale con Cristo (vero Dio e vero uomo), quindi specialmente con le figure di chi “ha fame, sete, è malato” [3], la quale soltanto apre la strada all’amore orizzontale e incondizionato verso tutto il genere umano. La caritas, l’amore fraterno e disinteressato verso gli altri — “Amerai il prossimo tuo come te stesso” [4] —, in quanto immagine di quello misericordioso di Dio verso l’uomo, è dunque un vero e proprio “nuovo comandamento” [5], che per la precisione fonda la stessa cristologia che contraddistingue la fede cattolica.

Siamo, com’è evidente, ben al di là della filantropia già nota alla cultura e all’ethos greci:

«E’ come un fratello lo straniero e colui che chiede protezione. (…) Sono sotto la protezione di Zeus tutti gli stranieri ed i mendicanti». [6]

E’ tuttavia su queste basi meta-politiche e trascendenti, quindi improbabili, che Papa Bergoglio invoca “porti aperti” e prescrive l’accoglienza incondizionata degli immigrati. Una prescrizione che ha valore assoluto, malgrado Bergoglio sappia e denunci lo sradicamento che l’immigrazione implica e l’ingistizia sociale che la provoca,[7] nonostante sappia che la gran parte degli immigrati che giungono in Italia siano condannati all’esclusione sociale, all’illegalità, ad una vita da paria ove non al vero e proprio schiavismo.

Il discorso sull’immigrazione andrebbe riportato sul terreno della politica, più precisamente del realismo politico. La qual cosa il Papa, e con lui le sinistre immigrazioniste, non fanno, e si rifiutano di fare, brandendo come anatema l’accusa di razzismo. Ma su certe nequizie abbiamo scritto più volte.
Qui dobbiamo chiederci se l’antropologia che avanza Bergoglio sia plausibile. Secondo chi scrive non lo è affatto. Il comandamento cristiano non chiede infatti all’uomo solo benevolenza e solidarietà disinteressata verso il prossimo; chiede uno sforzo spirituale e materiale che sfiora il divino, un’illimitatezza che evidentemente chiede l’implicazione di un dono supremo, quello della grazia. La qual cosa, appunto, appartiene solo a quegli esseri che Dio premia investendoli della Sua santità.

Bergoglio risponde spesso tirando in ballo la bontà, la compassione, il cuore, la fede prima della ragione. In una parola i sentimenti. Hegel, bestia nera di certo cattolicesimo, fu spietato nel demolire quest’approccio, per lui

«… il pensiero è ciò che l’uomo ha di più propriamente suo, ciò che lo differenzia dai bruti, mentre il sentire lo accumuna a questi».[8]

Ancor più correttamente ebbe a dire che l’etica, alias il Politico, è una cosa seria e non può “dissolversi nella pappa del cuore, dell’amicizia e dell’entusiasmo”. [9] Per questo, a sua difesa, Hegel citava proprio i vangeli:

«Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, le false testimonianze, le bestemmie», [10]

Non ci si può chiedere assoluta benevolenza, totale empatia, addirittura amore verso chiunque, verso chi non si conosce, verso chi non fa parte della mia famiglia, della mia cerchia di amici, nemmeno della mia comunità politica e nazionale. E non lo si può chiedere non solo perché fattivamente impossibile. Non lo si deve chiedere perché sarebbe, in barba alle più pie intenzioni, letale per la comunità medesima di cui faccio parte. Il “prossimo” implica infatti prossimità: che vincolo di solidarietà avrei mai verso chi mi è davvero prossimo, se lo considerassi alla pari di chi non conosco nemmeno? Come potrei “sentire” un vincolo sincero e forte di solidarietà verso chi, oltre a non parlare la mia lingua, non ha le mie stesse consuetudini, che vuole anzi preservare, opponendomele, le sue proprie tradizioni e la sua propria cultura?

Solo una concezione individualistica, atomistica e anarco-liberista della società può concepire l’orrore di una comunità come addizione sgangherata di singole monadi — concezione alla quale fa da contraltare la visione di certi comunitaristi che la immaginano come conglomerato meticcio di etnie e/o di sette confessionali.

Una comunità politica non si regge se non grazie a legami di solidarietà che si costruiscono e si consolidano in quell’opificio che è la storia, ovvero in quel processo spietato che spesso ha chiesto che ogni comunità risolvesse allo stesso proprio interno, nel conflitto e anche ricorrendo alla lotta fratricida, cosa essa volesse diventare, quale identità scegliesse di assumere. Così che, quando la comunità, dopo tanti tormenti, è riuscita a stabilire cosa davvero sia, essa tenderà a difendere da ogni intrusione ciò che è diventata.

Si può perdonare il Papa, a cui non si può chiedere di violare uno dei comandamenti della sua fede, non si può perdonare una sinistra transgenica che scimmiotta il Pontefice ma sulla base di un cosmopolitismo senza fede, verniciato con una sconclusionata visione antropologica dell’uomo.

Proprio perché ci occorre credere nell’essere umano, si deve capire di che materiale esso sia affettivamente fatto. Per quanto si possa dissentire dalla visione pessimistica della sua ultima fase di ricerca, ci giunge in soccorso Sigmund Freud, che vogliamo citare:

«Ce ne può indicare la traccia una delle cosiddette pretenzioni ideali della società civilizzata, quella che dice: “amerai il prossimo tuo come te stesso”. E’ una pretesa nota in tutto il mondo, certamente più antica del cristianesimo, che la ostenta come la sua più grandiosa dichiarazione, ma certamente non antichissima; sono esistite perfino epoche storiche in cui era ancora estranea al genere umano. Proponiamoci di adottare verso di essa un atteggiamento ingenuo, come se ne sentissimo parlare per la prima volta. Impossibile in tal caso reprimere un senso di sorpresa e disappunto.

Perché mai dovremmo far ciò? Che vantaggio ce ne può derivare? Ma soprattutto, come arrivarci? Come ne saremo capaci?

Il mio amore è una cosa preziosa, che non ho il diritto di gettar via sconsideratamente. Mi impone degli obblighi e devo essere pronto a fare dei sacrifici per adempierli. Se amo qualcuno, in qualche modo egli se lo deve meritare. (trascuro i vantaggi che egli mi può arrecare e anche il suo eventuale significato come mio oggetto sessuale; relazioni di questi due tipi non hanno nulla a che vedere col precetto di amare il prossimo). Costui merita il mio amore se mi assomiglia in certi aspetti importanti talché in lui io possa amare me stesso; lo merita se è tanto più perfetto di me da poter io amare in lui l’ideale di me stesso; devo amarlo se è figlio del mio amico, poiché il dolore del mio amico se gli accadesse qualcosa sarebbe anche il mio dolore, un dolore che dovrei condividere. Ma se per me è un estraneo e non può attrarmi per alcun suo merito personale o per alcun significato da lui già acquisito nella mia vita emotiva, amarlo mi sarà difficile. E se ci riuscissi, sarei ingiusto, perché il mio amore è stimato da tutti i miei cari un segno di predilezione; sarebbe un’ingiustizia verso di loro mettere un estraneo sullo stesso piano. Ma se debbo amarlo di quell’amore universale, semplicemente perché anche lui è un abitante di questa terra, al pari di un insetto, di un verme, di una biscia, allora temo che gli toccherà una porzione d’amore ben piccola e mi sarà impossibile dargli tutto quello che secondo il giudizio della ragione sono autorizzato a serbare per me stesso.

A che pro un precetto enunciato tanto solennemente, se il suo adempimento non si raccomanda da se stesso come razionale.

Se osservo le cose più da vicino, le difficoltà aumentano. Non solo questo estraneo generalmente non è degno d’amore, ma onestamente devo confessare che avrebbe piuttosto diritto alla mia ostilità e persino al mio odio. Sembra non avere il minimo amore per me, non mi mostra la minima considerazione. Se gli fa comodo, non esita a danneggiarmi, senza nemmeno domandarsi se il vantaggio che ricava sia proporzionato alla gravità del danno che mi procura. (…)

Se si comportasse diversamente, se verso di me estraneo mostrasse rispetto e indulgenza, io a buon conto, a parte qualsiasi precetto, sarei disposto a trattarlo nella stessa maniera. Se quel grandioso comandamento avesse ordinato: “ama il prossimo tuo come il prossimo tuo ama te”, non avrei niente in contrario.

C’è un secondo comandamento che mi sembra ancora più incomprensibile e che solleva in me un’opposizione ancora più violenta. E’: “ama i tuoi nemici”. Riflettendoci, ho torto a considerarlo una pretesa ancora più assurda. In fondo è la medesima cosa». [11]

Marx ebbe modo di scrivere che «Se si vuole essere un bue, naturalmente si può voltare la schiena ai tormenti dell’umanità e badare solo alla propria pelle».[12]

Proprio perché non siamo buoi ma “animali politici”, proprio perché non voltiamo “la schiena ai tormenti dell’umanità”, sappiamo che non è con il cuore e i buoni sentimenti che si porrà fine a quei tormenti, ma con la lotta pratica, la quale chiede una teoria politica adeguata, che non nasce se non da uno sforzo teorico, da quella che Hegel chiamava la “fatica del concetto”. [13]

NOTE

[2] La prolusione era dedicata al libro degli Atti degli Apostoli e alla figura di San Paolo. Molte sarebbero le cose da dire al riguardo, ovvero sulla distanza siderale che separa la Chiesa cattolica (come del resto Protestanti e Ortodossi) dalle prime comunità cristiane. Diverso sarebbe il giudizio sulla concordanza o meno con la teologia paolina.

[3] Mt 25, 30-40

[4] Mc 12, 28-34

[5] Gv, 13,34

[6] Odissea, (VIII, 546 e VI, 207)

[7] Ha afffermato Bergoglio«Siamo di fronte ad un’altra morte causata dall’ingiustizia. Già, perché è l’ingiustizia che costringe molti migranti a lasciare le loro terre. È l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e a subire abusi e torture nei campi di detenzione. È l’ingiustizia che li respinge e li fa morire in mare». ANSA, 19 dicembre 2019

[8]  G.W.F.Hegel, Fenomenologia dello spirito, UTET, p.145

[9] «Con il  semplice rimedio casalingo dí basare sul sentimento ciò che è l’opera, invero piú che millenaria, della ragione e dell’intellezione di essa, ci si risparmia certamente tutta la fatica dell’intendimento razionale e della conoscenza guidati dal concetto pensante [ … ] . Ma il marchio peculiare che [questa retorica] porta in fronte è l’odio contro la legge. Che il diritto e l’eticità, e il mondo reale del diritto e dell’etico, comprendano se stessi con il pensiero,e mediante concetti diano a sé la forma della razionalità, ossia universalità e determinatezza, tale fatto, ossia la legge, è ciò che quel sentimento che riserva a se medesimo il libito, quella coscienza che ripone il diritto nella convinzione soggettiva, considerano fondatamente come l’elemento a loro piú ostile. La forma del diritto come un dovere e una legge viene avvertita da quel sentimento e da quella coscienza come una lettera morta e fredda e come una catena […]». G.W.F.Hegel, Lineamenti della filosofia del diritto, Prefazione, 1820, Laterza 199, pp.104-105

[10] Mt, 15,19

[11] Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, In Opere, vol. II, pp.519-520, RBA

[12] K. Marx a S.Meyer, 30 aprile 1867

[8]  G.W.F.Hegel, Fenomenologia dello spirito, ibidem




GENTILE, MAZZINI E IL MISTICISMO POLITICO ITALIANO di Eos

Torniamo ad occuparci del pensiero filosofico di Giovanni Gentile.
Sulla questione e dello stessso autore SOLLEVAZIONE ha già pubblicato: FUSARO E LA NOTTE DEL MONDO, ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA e ANTONIO GRAMSCI E IL GIACOBINISMO.
In conclusione l’autore accenna al legame Gentile-Gramsci, smentendo la tesi sostenuta da Diego Fusaro. Sul pensiero dell’amico Diego Fusaro segnaliamo quanto scrisse Moreno Pasquinelli in CRITICA DEL FUSARO POLITICO.

Hannah Arendt sostiene che Giovanni Gentile come un moderno Filosofo platonico pensa che con la sua filosofia della prassi il filosofo possa trasformare il mondo. La differenza con l’empirismo realistico e neo-aristotelico di Croce è evidente. Croce pensa di contro che un progetto politico possa inverarsi solamente se la congiuntura contestuale e l’accadimento storico lo consentano, poiché anche se le idee fossero giuste ed in linea con lo spirito del tempo bisognerebbe prendere in considerazione l’astuzia degli avversari o la hegeliana astuzia della Ragione.

Gentile considera la intima religiosità o “santità” di una Idea del mondo, pensata intensamente sino al sacrificio o al martirio, non la storia progressiva o il successo materiale, il sigillo mediante cui quella si afferma e trionfa. La conferenza sul carattere religioso dell’idealismo italiano tenuta a Praga il 30 aprile 1935, come gli scritti ed i discorsi gentiliani su “La Religione” con la sua visione sconvolgente della Morte bastano a chiudere qui la questione.

A nostro avviso, senza scomodare il Platone e l’Aristotele dell’Antichità classica, la storia culturale e politico-religiosa italiana ha avuto i suoi padri putativi, i suoi Platone e Aristotele: Savonarola e Machiavelli.

Gli hegeliani di Napoli, dopo il Risorgimento, intesero estendere il loro progetto come la consapevolezza filosofica del Regno d’Italia. Loro obiettivo, nota acutamente Luigi Russo, fu perciò rappresentato dalla conquista culturale del centro tradizionale della cultura e della politica della Penisola: Firenze e la Toscana. Firenze e la Toscana sarebbero diventate, nella prospettiva di Spaventa, il cuore del liberalismo nazionale hegeliano, nuova sintesi di paolottismo e positivismo metodologico. Tale progetto non si attuò. 

Stessa sorte fallimentare ebbe del resto il tentativo, panrealistico e neomachiavellico di B. Croce, di contrastare lo statalismo liberale agnostico del Giolitti con un nuovo e più incisivo realismo modernistico, sempre con una fiorentinità rinovellata al centro. Troppo aveva pesato, sullo spirito di Firenze, il fatto che fosse stata l’élite liberale e irrilegiosa piemontese a guidare machiavellicamente il processo risorgimentale, aggravando per molti versi, irresolubilmente, il regresso già forte dei popoli d’Italia. 

Fu Gentile, invece, neo-platonico armato e mistico della politica, a conquistare e rinovellare lo spirito politico e religioso di Firenze centro eterno d’Italia (1). Partito dalla natia e venerata Sicilia — e non dalla indistinta ed informe Napoli — con destinazione Pisa, Gentile impose allo spirito toscano, e quindi all’Italia, la definitiva liberazione dalla realpolitik machiavelliana (2). La riforma gentiliana fu per Del Noce la riforma religiosa dello spirito italiano, la riforma del carattere italiano. Essa fu solo formalmente hegeliana. La filosofia del mondo attualista si proponeva come un rinnovamento spirituale totale: riportando al centro del dibattito culturale italia la fazione dei “Piagnoni” che nel Tommaseo aveva trovato il suo massimo esponente e che viveva nel devoto culto di Savonarola, martire semidivinizzato; facendo propria l’esegesi tradizionalistica del Capponi; oltrepassando in senso metafisico ed immanentistico sia lo hegelismo spaventiano sia un certo provvidenzialismo vichiano; leggendo il Rinascimento italiano con la lente del “moralismo” neo-savonaroliano mistico e nazionalpopolare, che così grande influenza aveva esercitato sul Villari.

La filosofia attualista di Gentile è indubbiamente un fenomeno complesso, un unicum nella storia del Novecento. Un fenomeno assolutamente e totalmente italiano. Bene fece Augusto Del Noce a liberare il campo da equivoci di sorta. Per quanto rosminianesimo, giobertismo, hegelismo vi fosse nel filosofare dell’Atto Puro, nel platonismo immanentizzato di Giovanni Gentile con la sua ansia di riforma religiosa del popolo italiano vi sono profonde influenze di un misticismo politico e sociale toscano che non può che rimandare al Frate ferrarese o ancor più ai suoi discendenti.

Spiega bene Del Noce, a differenza di una certa superficialità e leggerezza che caratterizza lo studio di Sergio Romano su “Gentile e la filosofia al potere”, che il presunto liberalismo gentiliano va preso con estrema cautela (3). L’attualismo come filosofia mondiale rivoluzionaria (4) non può che incontrarsi con il pensiero filosofico-religioso mazziniano, antiliberale e antimaterialista, in cui si trovava per il Gentile la forma mistica della filosofia della prassi, il fondamento della rivoluzione idealistica e nazionalpopolare che avrebbe trasformato irriducibilmente il carattere italiano, dando concretezza al “desiderio” platonico, che era per il Nostro anche una necessità storica, del nuovo italiano, dell’uomo nuovo (5). 

Antimo Negri, nei suoi profondi studi sull’attualismo gentiliano, ha rilevato come il concetto di Stato etico del filosofo siciliano non subirebbe influenze hegeliane o neo-hegeliane, ma sarebbe frutto di una rielaborazione e attualizzazione del pensiero mistico-politico del Mazzini. La sua stessa volontà finale di andare incontro alla Sconfitta, alla Morte, al Martirio non si può leggere nella prospettiva dell’idealismo hegeliano, sempre razionale e deterministico, ma rimanda chiaramente ad un evidente misticismo italiano, o savonaroliano o mazziniano (es. alla Repubblica Romana del ’49 e alla conseguente sconfitta della fazione mazziniana). Nei suoi scritti su Mazzini Gentile non si stanca di ricorrere all’immagine della “Profezia”: Mazzini sarebbe più che un filosofo, sarebbe stato l’unico statista della storia italiana, sarebbe il veridico e puro continuatore di una tradizione religiosa italiana basata sulla Filosofia Profetica, in quanto solo dal sangue, dal sacrificio, dall’amore verso il martirio potrebbe sbocciare il divino e il sacro nell’immanenza.

In quegli stessi anni Weber descriveva il disincanto di un mondo occidentale che aveva abbandonato ogni prospettiva divina e sacralizzante rilasciandosi a un destino storico grigio ed insensato.

La risposta che daranno da un lato Gentile, dall’altro Croce e, a nostro avviso, Gramsci stesso a questa desertificazione prodotta dal liberalismo capitalistico sarà opposta: per Croce e Gramsci, continuatori della tradizione empiristica aristotelico-machiavelliana, il gioco di specchi e di ombre e la relazione di forze strategiche tra élite potrebbero decidere sul destino dello spirito del tempo, Croce proponendo la terapia sociopolitica di una élite di saggi liberali illuminati e filantropi — che ben poco hanno a che fare con il classico liberalismo europeo — addestrata nello spirito del Segretario fiorentino; Gramsci, in perfetta continuità strategica teorica con lo storicismo di Croce, l’egemonia di una élite progressista e neo-giacobina che liberi le classi subalterne dal ritardo sociale e storico in cui si trovano a causa delle condizioni storiche.

Benedetto Croce e Antonio Gramsci

Gentile viceversa, come Mazzini martiriopatico di fronte alla “ignonimia” della definitiva Sconfitta e al trionfo infame e ingiusto di una indegna Italia altra che di italiano avrebbe posseduto solo la forma giuridica, finirà per celebrare in Genesi e Struttura, ben oltre l’umanesimo del Lavoro, il profondo umanesimo del santo mistero della Morte, quanto di più sacralizzante e al tempo stesso politico vi potesse allora essere per un neo-platonico armato che era riuscito, od aveva creduto di riuscire, a riportare l’Italia tutta sotto il dominio dello spirito della Firenze di Savonarola, Tommaseo e Guerrazzi.

NOTE

1) A. Del Noce, Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, Il Mulino 1990, p. 161.

2) Estremamente importanti, forse più dello stesso epistolario Croce Gentile, gli scritti dei filosofi nel contesto della Prima Guerra Mondiale. Se Croce simpatizza chiaramente con lo Stato Maggiore prussiano proprio perché lo spirito del Machiavelli si sarebbe trasferito, tramite Hegel e Clausewitz, in Germania ed in parte nella stessa Austria cattolica gesuitica, Gentile è un avversario della politica imperiale del Kaiser proprio perché machiavellica e diviene già di fatto, molto prima dell’adesione al Fascismo, il teorico più avanguardista del Sindacalismo Rivoluzionario corridoniano, per cui il destino italiano è nel Mediterraneo, ben lungi da germanesimo e occidentalismo wilsoniano, due facce di una medesima medaglia. Prima che Lenin apra definitivamente alla Germania protestante e borghese, il filosofo siciliano non nasconde una certa speranza su un futuro populismo russo, antitedesco e antimaterialista, arrivando a autodefinirsi “più socialista di Lenin e Marx”.

3) A. Del Noce, Op. Cit., p. 237.

4) Ivi, p. 236.

5) Ivi, p. 369.




FUSARO E LA NOTTE DEL MONDO di Eos

 [  11 maggio 2019 ]

SOLO IL FILOSOFO IN QUANTO FILOSOFO DELLA POLITICA PUÒ CANGIARE IL MONDO E LA STORIA


LA NOTTE DEL MONDO, MARX HEIDEGGER E IL TECNOCAPITALISMO, il saggio di Diego Fusaro per i tipi della UTET si iscrive a pieno titolo in quel filone dell’idealismo immanentistico e soggettivo, di cui esemplare forma teoretica si ha proprio con il precedente scritto: Filosofia dell’Azione. Il Futuro è nostro (Bompiani 2014). 

E’ un saggio di profonda filosofia della politica, oltre che teoretica, laddove crocianamente e schmittianamente, se non si vuol dire platonicamente, si sappia concepire la Politica come la sfera più alta e “divina” della filosofia. L’autore di questo pregevole e voluminoso  saggio rende un grande servizio, oltre che alla pura conoscenza e alla retta ermeneutica filosofica, al marxismo rivoluzionario, attualizzando con arguzia quella che, sulla scia di Giovanni Gentile, è concepita come l’aurea sostanza del marxismo, ben oltre lo stesso Das Kapital: le Tesi su Feuerbach. La visione del mondo marxiana ha qui un cuore, appunto le famose Tesi e tante sue ramificazioni, che sarebbero rappresentate da quelle opere marxiane che hanno indubbiamente avuto più “fortuna” storica. Il nostro fa in questo caso i conti con Heidegger letto proprio attraverso quell’idealismo prassistico marxiano de le Tesi e con Marx riletto alla luce della teoria heideggeriana dell’Abbandono. Quale la soluzione rispetto al monoteismo fanatico e fondamentalista del Mercato che ha disgregato l’Occidente nelle sue fondamenta etiche e esistenziali?

Azione o abbandono?

Il Fusaro precisa da subito (p. 15) che Marx mira appunto alla riconquista e all’emancipazione dell’uomo per via rivoluzionaria, ovvero tramite una attiva trasformazione del mondo alienato, concepito quale oggettivazione storica e temporale mai definitiva del fare soggettivistico. 

Heidegger, viceversa, soprattutto dopo la Kehre [la svolta Ndr] rifiutando ogni prassi politica, punta all’ “abbandono” del fare tecnicistico cosale, all’estinzione della metafisica quale oblio nichilista e notturno dell’essere, alla inevitabile riproposizione della “questione dell’essere” ed ad un nuovo aurorale inizio, capace di superare la quintessenza nichilista cui l’esito della metafisica occidentale, da Platone in avanti, ha condotto. Fusaro riconosce che il filosofo tedesco abbia valorizzato la teoria marxista dell’alienazione come cifra dell’ “assenza di patria” dell’uomo in balia del tecnocapitalismo  schiavo del pensiero scientista, matematico-quantitativo. Ma per Heidegger il marxismo, figlio legittimo dell’idealismo tedesco, e dunque della concezione dell’essere come esito dell’azione noetica e pratica dell’uomo, non potrebbe per questo fare luce sull’essenza della tecnica, essendo giustappunto un episodio, per quanto centrale, dell’ontostoria segnata dalla grande dimenticanza dell’essere.

«La metafisica idealistica della mediatezza del porre…per cui l’essere è dedotto dal fare (tanto l’hegeliano autoprodursi storico dello Spirito, quanto il fichtiano Io determinante il non-Io), prospetta una riduzione dell’essere a esito del porre soggettivo che, insieme con la nietzschiana “volontà di potenza” (Wille zur Macht), è, per Heidegger, il fondamento stesso su cui viene costituendosi la tecnica planetaria come infinita volontà di autopotenziamento». (p. 18).

Di conseguenza, la concezione della realtà e del mondo quale contrassegnata dalla strategia irriducibile della prassi rivoluzionaria, ben lontana dal poter essere una terapia guaritiva e purificatrice rispetto al demonismo tecnoscientista e nichilista, sarebbe parte non secondaria del male che si pretenderebbe di curare, inquadrabile com’è per sua essenza, in quella jungeriana “Mobilitazione Totale” intorno al mito della tecnica che tutto ridurrebbe a attivismo scomposto e caotico. 

E’ importante comprendere questa posizione heideggeriana poiché qui si svolge una profonda metanoia di paradigma, di sostanza idealistica e immanentistica,  che Diego Fusaro svolge rispetto al tema dell’ “impianto” e dell’ “abbandono”. Per il nostro, infatti, Heidegger non solo non comprende l’essenza dell’alienazione e della tecnica capitalistica moderna né nelle radici socioeconomiche né nella loro vera natura di prodotti sociali dell’agire umano scaturenti dalla eraclitea lotta nella storia del mondo, in quanto la irruzione stessa della tecnica non sarebbe altro che un destinale messaggio dell’essere. Ma non comprenderebbe neanche l’idea della Praxis, anzi proprio la visione heideggeriana dell’ “abbandono” e del “lasciar essere” si mostrerebbe come il completamento ideologico destinale del capitalistico regno animale dello Spirito e della moderna alienazione (lo smarrimento nesciente del soggetto nei propri prodotti oggettivati non più riconosciuti come tali). 

Il primato delle cose e della tecnica

Lo “storicismo destinale” heideggeriano può rivendicare sull’astratto e infondato culto marxiano della scienza di radice positivistica e sulla teoria del filosofo di Treviri basata su una presunta neutralità della tecnica la comprensione dell’inversione metafisica del regno tecnocapitalistico operato dalla plutocrazia occidentale, per cui l’uomo tecnico è un prodotto finale e irreversibile dell’uomo metafisico occidentale, precisamente frutto di quella metafisica fondata perciò sulla rappresentazione soggettivistica illusoria come Heidegger la concepisce; ma di contro, per Fusaro, lo storicismo idealistico ed umanistico marxiano finisce per consacrare, ben oltre il fatalismo ontologico heideggeriano, l’oggettività assoluta dell’azione soggettiva in quanto l’oggetto che questa mira a contemplare è un prodotto della prassi del soggetto agente (è, di più, il soggetto visto come oggettivato a se stesso). Il lavoro è infatti concepito da Marx come una delle fondamentali estrinsecazioni della prassi umana, in particolare di quella che permette il ricambio organico tra uomo e natura. L’uomo, che pure è parte della natura, si contrappone mediante la prassi lavoristica alla pura materialità primitivistica della natura originaria umanizzandola, piegandola alle proprie esigenze. Marx, seppure da una prospettiva differente rispetto a quella heideggeriana, delinea il processo di autonomizzazione del Gestell tecnocratico del capitale [con Gestell Heidegger vuole intendere propriamente il darsi perentorio, impositivo della tecnica, Ndr], concentrando l’attenzione sull’adorante primato delle cose sugli uomini: il paesaggio capitalistico si presenta come un mondo capovolto e stregato, dominato come è da rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose (p. 449). 

Il soggetto non è più l’uomo, nel capitalismo dispiegato, ma il mercato, la produzione, l’apparato con le sue macchine, i suoi strumenti tesi alla creazione di plusvalore, con l’uomo decaduto appunto a mero esecutore di una attività che tradisce la essenza e la missione autenticamente umane. Ma se Heidegger, di fronte alla “fuga degli dei” (Holderlin), si rifugia nella ricerca esasperata del silenzio logos originario, nell’allontanamento strategico dalla demonologia tecnica che anche simbolicamente diviene una ritirata assoluta e assolutistica, territorialistica, “ultra-provincialistica” e anche oltre (nel cuore della Foresta Nera) dall’erranza, dell’oblio dell’essere, considerando infine il pastore-custode dell’essere la figura apicale di un pensiero che non può pensare l’essere con la sua idea stessa di “verità” (Wahrheit), ma solo può domandare pietosamente con il pensiero restando passivamente in attesa oltre ogni ipotesi di umana, e dunque fallibile e fallimentare, progettazione, nell’universalismo marxiano manca come detto la più profonda comprensione dell’essenza tecnica oltre il suo uso capitalistico fondato sul valore d’uso. Ma il Marx teorico del valore e della dinamica di autovalorizzazione del capitale, finisce per configurare il capitalismo come un teatro, una messa in scena in cui i singoli individui, quale sia il loro ruolo sociale (compreso il capitalista), sono gli attori forzati della recita, costretti a giocare per forza di cose un ruolo in un mondo storico che essi stessi hanno creato e che ora si è autonomizzato da loro (p. 448).

Quale rivoluzione?

Fusaro, infine, riallacciandosi a quanto in parte intuì Marcuse, mira a rivoluzionare mediante la “rivoluzione ontologica di Heidegger” ( P. 453), lo stesso concetto marxiano di rivoluzione. Di conseguenza, però, portando alle necessarie conseguenza la giusta ermeneutica del nostro, l’ “idealismo filosofico marxiano” non può che concretarsi, oltre ogni riduzionismo di unilaterale e deviante economicismo, così come oltre ogni psicologismo pseudosoggettivistico marcusiano, in progettazione politica rivoluzionaria. Lo storicismo marxismo, se è realmente fedele alle Tesi, non può che essere potenza metafisica di penetrazione-trasformazione della “realtà effettuale”, come spiegò acutamente Benedetto Croce, il quale dette al Marx l’onore storico-politico di essere “il Machiavelli del proletariato”. Scrive proprio Diego Fusaro:

«Per Marx, si tratta di operare la Werwirklichung der Philosophie, la “realizzazione della filosofia”….Dal punto di vista marxiano, la filosofia è chiamata a donarsi al mondo, filosificizzandolo, ossia permeandone le strutture, secondo l’identità dinamica di Hegel … Per Marx, la “realizzazione della filosofia” consiste nella soppressione del classismo e del dominio tecnico-capitalistico: la filosofia si realizza trasformando il mondo e rimuovendo la contraddizione. Per Marx, la realizzazione inverante della filosofia si dà come superamento prassistico del mondo tecnocapitalistico». (p. 368, 370).

Diego Fusaro

“Concetto”, nell’idealismo marxiano caro al Fusaro, diviene perciò egemonismo storico etico-politico, preciso strumento tattico e chirurgico di un Fronte strategico dell’essere Uomo e Soggetto di nuova civiltà antimaterialista e anticapitalista, il quale, abbia ancora qualcosa da dire e “donare” con spirito di universale comunione, sappia allora attualizzare il suo originario pathos sovversivistico nella strategia definitiva finalizzata a perforare ed “oltrepassare” il dramma metafisico della “notte del mondo” di radice tecnocapitalistica.

Marx tolse l’idea di potenza alla realpolitik internazionale e la trasportò nella lotta di classe. Ma l’egemonismo, nel campo imperialista occidentale, appartiene, oggi più che mai dopo decenni di fallimentare “lotta di classe”, alla volontà di potenza impositiva del capitalismo assoluto, perfetta incarnazione del grande potere totalitario della plutocrazia scienza. Togliere l’idea di potenza alla scienza totalitaria e plutocratica del “Grande Satana” d’Occidente (come è definito dal Dottor Ahmadinejad, ma non, stranamente, da Greta Thunberg, né dagli “antimperialisti”di sinistra  al servizio permanente di Soros e del pensiero ultraprogressista e genderista del “marxista” Saul Alisky) significherebbe, oggi, togliere il terreno sotto i piedi alle “élite” plutocratiche dell’ imperialismo occidentale. 

Imam Khomeini, il protagonista carismatico della grande “Rivoluzione platonica” del ‘900, colui che, primo eroico Iniziatore del nuovo ciclo multipolare, sovvertendo la logica di Yalta, “oltrepassò” concretamente, nella e con la pura prassi mistico-politica, lo stordimento da “intossicazione demonologica occidentale” (cit. Ahmad Fardid), ricevette nel corso del suo esilio francese discepoli di Heidegger, appartenenti al gruppo di ricerca spirituale di “Antaios”. Nel corso della conversazione, l’Imam premise loro che pur conoscendo il pensiero heideggeriano riteneva essere il Goethe de Il Divano occidentale orientale il più grande tra i pensatori e filosofi tedeschi. Dell’epoca contemporanea Goethe, infatti, lì prefigurava il futuro dell’umanità guidato da una saggia élite “populista” e sociale che, di contro al materialismo super-razzista e imperialista anglosassone in particolare, occidentale in generale, fosse veridicamente ispirata a un Islam globale temperato e non particolaristico. Quando poi si passò a considerazioni di taglio geopolitico o specificamente politico organizzativo, Imam Khomeini disse loro:

«Gli Oppressori, le potenze del sionismo e del capitalismo occidentale….temono anzitutto e soprattutto l’Uomo. Non vogliono uomini ma automi. Il loro sistema è creato e concepito per l’annientamento dell’uomo…. Per questo loro diffamano e infangano la memoria dei più grandi rivoluzionari di questi tempi, per questi li hanno uccisi e processati, per questo ancora morti li temono. I rivoluzionari sono morti per gli Oppressi, i capitalisti affogano nel loro regno di tenebra…Ma la lotta contro l’arroganza globale del Nemico dell’Uomo non si fermerà sino a quando vi sarà anche un solo Uomo sulla faccia di questa terra…».

La lotta centrale e strategica, per quegli uomini che aspirano ad essere ancora tali in un mondo occidentale-sionista totalmente e religiosamente assoggettato al potere totalitario del Grande Apparato è dunque la lotta contro la ideologia plutocratico-capitalistica fondata sul dominio algoritmico tecnoscientifico. 

E’ ancora una volta la lotta dell’Uomo contro il Nemico dell’Uomo.

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ANTONIO GRAMSCI E IL GIACOBINISMO di Eos

[ 21 febbraio 2019 ]

Giorni addietro, nel breve saggio ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA, Eos già segnalava il fondamentale legame tra Antonio Gramsci e Benedetto Croce. Egli torna sulla questione, contestando il punto di vista di chi invece, come Del Noce (e Diego Fusaro) sottolinea il filo rosso tra Gramsci e Giovanni Gentile. 

*  *  *

GRAMSCI SECONDO DEL NOCE 

La lettura delnociana del gramscismo è un passaggio ermeneutico fondamentale. La massima realizzazione storica della filosofia gramsciana si ha nel periodo della contestazione italiana, che rappresenta da una parte il definitivo tramonto della via sovietica e del maoismo, dall’altra il declino gnoseologico della via della Scuola di Francoforte, di Luckàcs, Althusser, a vantaggio del volontarismo neo-idealistico gramsciano. L’iter storico ed esistenziale della contestazione italiana mette in evidenza che è la via gramsciana l’unica attraverso cui il comunismo può affermarsi in Occidente; lo storicismo antiplatonico di tale via incarna la tensione di una maturità politica e tattica, rispetto al vitalismo puro, al dionisismo irrazionale ed utopistico tipico delle rivolte giovanili. Il comunismo gramsciano è il fronte più avanguardistico del socialismo mondiale, non solo perché l’Italia è un paese più “avanzato” rispetto a Cina o Russia e dunque il passaggio rivoluzionario è, nella filosofia della prassi, di valore e sostanza superiore, ma anche perché la filosofia gramsciana fronteggia sia il liberalismo classico sia il fascismo storico, che concretizza l’assolutismo tradizionalista, mitico e metastorico.

Di conseguenza la concezione del mondo egemonica gramsciana sostituisce all’astrazione economicistica del “nemico di classe” e all’antitesi capitalismo-proletario, quella ben più importante tra fascismo-antifascismo. Ma cosa sarebbe il fascismo, nella filosofia gramsciana? Fascismo gramscianamente significa, secondo Del Noce, falso immanentismo, antilluminismo sostanziale, falsa filosofia della prassi, falsa modernizzazione. Il risultato è dunque, che in Gramsci “la ricomprensione italiana del marxismo attraverso la versione rivoluzionaria dello storicismo si risolve in una sua ricomprensione illuministica”. Gramsci è così il teorico del compromesso con la borghesia, in funzione antitradizionalista e antifascista e qui si situa la quintessenza del progetto gramsciano di egemonia. Per Gramsci il blocco storico e sociale della modernità deve includere sia il mondo borghese sia quello comunista, i comunisti sono l’elite intellettuale giacobina dei nuovi tempi che hanno la missione di scindere, ideologicamente e definitivamente, la borghesia dalla dimensione tradizionalista, spazzando via ogni resistenza all’avanzata della modernizzazione intesa come secolarizzazione, trasformazione della trascendenza metastorica in immanentismo storicistico. La “riforma intellettuale e morale” gramsciana è letta da Del Noce come la dissociazione completa dello spirito progressivo borghese dal cristianesimo storico. In termini hegeliani, il comunismo gramsciano potrebbe essere interpretato come la mediazione assoluta verso il borghese come tipo storico originario, il quale negando se medesimo, realizza la sua antitesi in un processo di diveniente auto-superamento. “Rivoluzione senza rivoluzione”, dice Del Noce, intuendo già dai primi anni ’70 che, come accennato, il fronte del comunismo storico novecentesco più avanzato fu grazie alla filosofia della prassi quello italiano: “il comunismo italiano è la forza più adeguata a mantenere l’ordine in un mondo in cui qualsiasi religione è scomparsa; non soltanto la religione cattolica, ma ogni sua forma anche immanentistica e secolare; anche la fede nel comunismo”. La sinistra radicale marxista contestava, gnoseologicamente, il gramscismo in quanto vedeva sia nella “filosofia della prassi”, sia nell’immanentismo radicale un paravento idealistico o comunque una forma di materialismo storico eterodosso: filosofia della prassi ed immanentismo non appartenevano alla tradizione filosofica marxista. Del Noce radicalizza la questione ed arriva alla radice: egli riflette sul nesso tra filosofia della praxis e nichilismo. Gramsci porta, nella lettura delnociana, alle estreme conseguenze la filosofia gentiliana dell’Atto come primato ontologico del divenire. E’ lo scacco del pensiero filosofico italiano novecentesco, la realizzazione compiuta del nichilismo, da cui la piena modernità della visione gentiliana.

L’attualismo gentiliano è la radicale negazione di ogni essenza platonica archetipica, di ogni valore metafisico. Il risultato inevitabile è la dissacrazione, la dissoluzione etico-religiosa, l’irreligione neo-positivista occidentale. Gentile e Heidegger, apparentemente così distanti, sono in realtà due facce della medesima moneta viste solo da lati opposti. “La filosofia di Gentile è la conferma ante litteram della diagnosi di Heidegger” dice Del Noce. Gramsci, credendo di incontrare Marx, in realtà ha incontrato l’attualismo gentiliano. Il passaggio gramsciano dal materialismo storico marxista alla filosofia della prassi è il vero soggetto filosofico in questione. E qui subentra l’assoluta novità storico-mondiale italiana, “la rivoluzione ulteriore alla marxleniniana che ha il suo paradigma in Italia, e i suoi principali personaggi politici assolutamente opposti sono Mussolini e Gramsci”. Opposti ma per Del Noce epifenomeni della medesima tensione originaria sovvertitrice e nichilistica. L’Italia del ‘900, ben più della Francia del ‘700 e dell’800, abbatte il platonismo metafisico e così facendo diviene la terra eletta del nichilismo. E’ dunque assolutamente rivoluzionario e profondamente gramsciano il grande blocco storico antifascista degli Anni ’70, dalla borghesia progressiva al proletariato, in quanto il postfascismo della Repubblica Italiana successivo al secondo conflitto mondiale impedirebbe il pieno modernismo storicistico, illuministico e cosmopolitico, che un’Italia socialista, gramsciana, centro egemonico sul piano ideologico globale, invererebbe.


Questa la visione delnociana, che ho cercato di raccogliere in estrema sintesi. Se sul piano filosofico tale concezione presenta caratteri di forte fascino teoretico, sul piano storico-politico presenta una decisiva lacuna. Secondo Del Noce, sia l’attualismo sia il gramscismo comunista sarebbero in definitiva mere mediazioni storico-formali verso il trionfo della “società aperta” tecnocratica, scientista e neo-positivista, “irreligiosa”, che per il Nostro (che fu uomo solitario, di pensiero coraggioso e intellettualmente onesto come altri pochi) è l’autentico totalitarismo contemporaneo, ben più del Nazionalsocialismo e dell’Urss, che sono invece “gnosi” secolarizzate.

IL GIACOBINISMO DI GRAMSCI

Questa lettura, giustificabile nell’orizzonte cattolico-tradizionale del Professore, evidenzia a mio modesto avviso un fortissimo punto debole. Il punto debole è proprio rappresentato dalla vicenda umana e storica sia di Gramsci sia di Gentile. Del Noce fallisce sul piano della crociana filosofia pratica. Che due filosofi, i quali scelgono consapevolmente, volontariamente, di farsi martiri di un’Idea e della propria Concezione del mondo, caso veramente raro nella storia dell’umanità, ma guarda caso meno raro nel così demonizzato ‘900, che dunque due filosofi di tale statura morale possano essere considerati degli agenti del nichilismo contemporaneo e del materialismo borghese, tale ipotesi delnociana, se meditata a fondo, non solo indurrebbe a un pessimismo senza più speranza ma dovrebbe allora decretare la parola fine su ogni possibilità di riscatto umano.

Attuando proprio il pensiero cattolico delnociano, si dovrebbe dire che il nichilismo è la sostanza metafisica del cattolicesimo occidentale il quale, nell’intero ‘900, a differenza dell’Ortodossia russa e dell’Islam sciita, non ha inteso impostare la propria linea storica e politica sull’etica del martirio e del sacrificio, ma esclusivamente su quella dell’accomodamento borghese (anche con i “nichilistici” regimi fascista e comunista), quando ciò gli era tatticamente utile e credendo con questo di aver ragione, ancora una volta, della storia. Ma i fatti mostrano oggi che l’Ortodossia russa è ben più viva  moralmente e politicamente ben più salda del cattolicesimo occidentale. E lo stesso si potrebbe dire dell’Islam sciita. E se Del Noce, sia detto en passant, è, sulla linea del Fabro — un critico severo, e assai acuto, del cattolicesimo progressista — lo è assai di meno di quello conservatore. Inoltre Del Noce, come visto, calibra il Gramsci alla luce del primato del divenire antimetafisico gentiliano, ma dalla lettura dei due saggi fondamentali che il Nostro dedica al filosofo sardo, traspare tra le righe che tutto lo sforzo del gramscismo, quale filosofia politica di un nuovo Comunismo, è quello di tradurre la lezione di Benedetto Croce sul piano dell’elite politica “rossa”.

Sorel

Il gramscismo incontra dunque l’oggettività storica e politica dello storicismo immanentistico crociano ben più che l’attualismo prometeico-soggettivistico: i concetti filosofico-politici fondamentali di Gramsci, da quello di ideologia a quello di elite, scaturiscono dalla meditazione profonda dei fondamentali motivi dello storicismo crociano. La filosofia politica di Gramsci è crocianesimo completamente liberato dall’influenza di Sorel e Clausewitz, i quali, come opportunamente sottolineato da G. Calabrò, discepolo e più acuto interprete di Croce, sono oggettivamente centrali nel pensiero politico crociano. L’antilluminismo crociano, come il suo antigiacobinismo, debbono infatti per Calabrò assai molto al Sorel.

Gramsci è invece il teorico di un esperimento storico e filosofico in cui il giacobinismo politico assurge a dimensione centrale. Giacobinismo significa in tale logica gramsciana élite politica di intellettuali militanti e progressivi che guidino il processo di modernizzazione tecnico-scientifica e industriale, significa anche e soprattutto Partito come esigenza soggettivistica e machiavelliana dell’autonomia della politica, Partito come grande pedagogo di una nuova religione civile di massa. Certo, ha ragione qui Del Noce, si tratta di una visione “illuministica”, progressista e borghese (e d’altra parte il giacobinismo, come il “partito puritano” di Cromwell in Inghilterra, così apprezzato da Gramsci, sono la fazione rivoluzionaria della borghesia), ovvero di una concezione fondata su una nuova “religione” comunista etico-razionale da riaffermare nel mondo secolarizzato, di una concezione immanentistica che vuole assolutamente espellere da se la “religione” del Mito soreliano. Tale concezione del Mito è considerata da Gramsci platonica e pascaliana, radicalmente anticartesiana. E’ questo lo pseudo-immanentismo che Gramsci vuole colpire a fondo sia filosoficamente, sia politicamente, in quanto è chiaro l’influsso culturale esercitato da Sorel, tramite Croce. Storicismo immanentistico progressivo e razionale, quello di Gramsci, ben diverso dal platonismo immanentizzato di Sorel e dei fascisti. E qui ci siamo.

Ma è una evidente forzatura storica e politica identificare il Comunismo eretico gramsciano, assai eterodosso rispetto all’escatologismo marxista, rispetto a cui oppone una continuità basata su una evidente rottura di paradigma, con quell’instaurazione di un nuovo Potere diagnosticato da Pier Paolo Pasolini nei suoi Scritti corsari e nelle sue Lettere Luterane. In base all’ermeneutica delnociana, Gramsci sarebbe il teorico ante litteram del “compromesso storico” e dell’apogeo Neo-Azionista o Socialdemocratico. Se l’elite dirigente comunista fece il compromesso storico con quella cattolica democristiana in nome di un nuovo Azionismo laicista, liberalsocialista, ultramodernista e ultraprogressista, la causa filosofica, per Del Noce, sarebbe da collocare nel comune secolarismo implicitamente nichilista.
Viceversa, Gramsci, cultore del potere machiavelliano, che definisce protogiacobino e della supremazia dell’intelletto politico sia sulla ragione scientifica e tecnologica sia sul mito e sull’insurrezionalismo soreliano, è il teorico del robespierrismo maturo e evoluto dopo Marx e Croce. Egli legge tutta la storia contemporanea alla luce della consapevolezza che le armi teoriche e politiche del proletariato, per quanto potenti e ben nutrite, sono armi scariche se l’elite borghese non si scinde ontologicamente mettendosi al servizio del divenire storico razionale-comunista e delWeltgeist collettivista. E’ la necessità tattica, in cui la strategia deve dileguare e si deve estinguere, necessità tattica tutta italiana, e per questo cosmopolitica e universalistica, del blocco storico antifascista, dove appunto fascismo indica per il Nostro la metafisica “platonica” e tradizionalistica, la pura Tradizione originaria (il Mito soreliano) che ancora resta da annientare.

In tale prospettiva, la storia del Comunismo italiano successivo alla seconda guerra mondiale è, ben più che socialdemocratica o hegelo-marxista, neo-giacobina e dunque profondamente gramsciana. E, forse, fenomeni particolari e eretici come Lin Biao in Cina, Ali Shariati in Medioriente, lo stesso fochismo guevarista come il castrismo latinoamericano, potrebbero ben rientrare nella chiave di volta del “giacobinismo rosso”, che senza la filosofia gramsciana non avrebbe senso politico né storico. E’ l’elite politica che si salda con il blocco sociale, sola questa forza storica, che può conferire uno spessore storico e universalistico al concetto strategico di “egemonia”. Qui tutto l’immanentismo gramsciano. Qui la legittimità politica della guerra di posizione. Gramsci parla, come noto, della robusta struttura della società civile e dietro lo Stato, in Occidente, a differenza della Russia, si erge l’autentico Potere con la sua robusta catena di fortezze e casematte, ben più ardue da espugnare del mero Stato politico. E vediamo oggi quanto sia potente ed inespugnabile, nel profondo Occidente, questa ferrea e imprigionante catena di fortezze e casematte.  Se si esclude ciò, crolla l’impianto di Gramsci. Ma non escludendo questo, che non può essere eluso a meno di fare di Gramsci un positivista marxista, crolla tutta la forzata lettura delnociana di un presunto attualismo gramsciano.
E scavando dentro la teoria gramsciana dell’elite giacobina moltissimo, se non tutto, riemerge della concezione dell’elite di illuminati di crociana memoria. Si tratta dunque, per Gramsci, di purificare lo storicismo rivoluzionario da ogni traccia di sorelismo neo-religioso, da ogni traccia di “furore pascaliano e giansenistico”. Il balzo in avanti, o comunque il tentativo autentico di superamento gnoseologico-attivistico è, da parte della filosofia gramsciana, rispetto all’immanentismo soreliano che ha sedotto Croce, non rispetto all’attualismo. Guido Liguori, acuto interprete del filosofo sardo, non sembra comprendere questo passaggio decisivo. A Gramsci preme sottolineare in diverse parti dei “Quaderni” che il Sorel non è un semplice conservatore, sarebbe dunque un rivoluzionario, o un particolare tipo di “rivoluzionario” conservatore. Quando scrive questo, Gramsci è ben consapevole che ciò che è per lui un “falso immanentismo”, ossia il sorelismo tradizionalistico, ha ingabbiato però nella sua rete e l’elite sindacalista rivoluzionaria, che sarà poi il veicolo principale della fascistizzazione d’Italia, ed anche, seppur in parte minore, l’antifascismo armato più serio e determinato dell’epoca, che è neo-pisacaniano, laicista, socialisteggiante ma senz’altro non comunista. Ciò rende strategica l’operazione di liberazione purificazione dell’immanentismo storicistico-politico dal sorelismo. 
 
La vittoria del nuovo Azionismo social-liberale e tecnocratico-scientista, definitivo con il “compromesso storico”, come in pagine insuperate ci ha spiegato il Professor Del Noce, è, in conclusione, conseguente all’incapacità ed alla miopia politica dell’elite giacobina neo-gramsciana del PCI, che stravolse la tattica nella strategia, invece di risolvere la strategia nella tattica e che non fu all’altezza della sua missione di valorizzare, per intensificazione qualitativa, il momento economico dell’utile politico e del compromesso in una logica strategica di “guerra assoluta” (Clausewitz). Guardare all’Urss come al centro globale del comunismo da cui dipendere strategicamente significava applicare Gramsci solo a metà, dubitando, in fondo, della propria qualità politica e della propria strategia di civiltà. Inutile girare troppo attorno al punto. In quanto, per Gramsci, solo in Italia si poteva realizzare il vero comunismo che non corrispondeva nella sua concezione né ad una socialdemocrazia dal fianco largo, né ad un esperimento di hegelomarxismo né tantomeno ad una metamorfosi di “socialismo in un solo paese”. Era invece, come ho tentato di mostrare, un robespierrismo strategico assoluto, rivisitato e aggiornato alla luce del grande insegnamento filosofico del materialismo storico, ma in cui l’oggettività realistica dello storicismo crociano finiva per pesare concretamente di più del marxismo stesso. E che la guerra di movimento corrispondesse alla fase più acuta del “salutare Terrore giacobino” è al riguardo chiaro, nonostante le poco serie smentite di molti studiosi gramsciani della nuova sinistra.
Gramsci era un politico concreto, oltre che un filosofo, basti pensare come s’impossessò della segreteria del Partito contro Bordiga. La guerra di posizione, supportata dal costante, metodico avanzamento tattico della nuova élite intellettuale e dal compromesso culturale con la borghesia, non è socialdemocrazia, è proprio il suo contrario, ovvero un nuovo Giacobinismo rosso, un neo-robespierrismo autenticamente Comunista adeguato però alla nuova fase moderna o postmoderna di civilizzazione  scientifica e razionalistica occidentale e universale.

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