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ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA di Eos

B. Croce

[ 16 febbraio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

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In riferimento al saggio filosofico politico pubblicato in questo sito — L’emigrazione e il dilemma etico-politico   — si impongono talune brevi, speriamo sintetiche, riflessioni. Lo sforzo dell’autore sembra tutto intento nel programma della possibilità concreta dell’eticizzazione dell’azione politica, l’autore ritenendo in sostanza esistere un “fine buono” che possa eventualmente nobilitare l’uso, limitato e circoscritto, di mezzi amorali. Il suo bersaglio diretto è dunque la filosofia crociana neo-machiavelliana, che sarebbe troppo cinica col suo iper-realismo politicistico.

La filosofia dello Spirito crociano è la filosofia più radicalmente politica e storica che vi possa essere, ben oltre l’hegelismo e l’attualismo gentiliano, i quali non espellono dalla propria sostanza uno spiritualismo teologico trascendentistico di sostanza “provvidenzialistica” o deterministica, secondo i rispettivi punti di vista.

La stessa critica si potrebbe fare all’escatologismo marxista, sebbene Marx, considerato da Croce “il Machiavelli del proletariato”, colui che nonostante tutto non riuscirà mai a risolvere il suo debito con la teologia neo-luterana di Hegel, pone però a cavallo dello spirito concreto del lavoratore, nella filosofia della prassi dunque, il destino della storia. Croce, come dice giustamente Del Noce, è viceversa “un vichiano dopo Hegel”.

Sia secondo Croce, sia secondo Gentile la filosofia moderna non si identifica affatto con l’Hegel neoriformatore luterano, ma nasce in Italia col Rinascimento. Sia Kant sia Hegel sviluppano il pensiero di Bruno e di Vico, riprendono per la loro concezione del mondo decisivi elementi sostanziali dei filosofi italiani rinascimentali e Burckhardt non  a caso definì gli italiani il popolo più moderno e più evoluto d’Occidente. La frattura tra Medioevo e modernità nasce dunque in Italia e questo ai fini specifici del tema affrontato è fondamentale perché ne va della connessione tra trascendenza ed immanenza e poi di quale immanenza si tratta di mettere in campo.

Gentile e Croce, a differenza di Hegel, di Neumann e di Weber, concepiscono l’Umanesimo italiano come ben più rivoluzionario della Riforma tedesca: il fondatore dell’attualismo, ad esempio, ritiene che per la prima volta nella storia, il pensiero pratico si scinde totalmente dalla trascendenza teologico-religiosa medioevale e gli umanisti, pur usando le armi del pensiero classico, aprono una nuova epoca dello Spirito: il regnum hominis, l’umanismo vero e proprio. L’Umanesimo gentiliano è però tutt’altra cosa da quello crociano. L’Umanesimo di Gentile si risolverà definitivamente, dal 1937 sino alla morte del filosofo siciliano, in Umanesimo del lavoro, un’altra forma di marxismo dunque, quella attualistica di Gentile, quello crociano, nel momento più alto del filosofare crociano, che a mio modesto avviso va dai primi anni del ‘900 ai primi anni Venti, si concretizza invece come Umanesimo storicistico che afferma la somma spiritualità dell’atto politico dello statista o dell’eroe.

Quella di Croce, come quella vichiana, è una filosofia assolutamente pratico-eroica. Lo spiritualismo più alto, storicamente causa di maggiori effetti morali, è dunque per Croce quello dello statista, del politico maestro di tattica o del guerriero che si sacrifica per l’ideale di Nazione o di Stato. La differenza è sostanziale.

G. Vico

Gentile teorizza da grande filosofo, creatore di una nuova filosofia che ha preso molto sul serio le Tesi su Feuerbach di Marx e di conseguenza pensa che missione del filosofo sia cambiare il mondo. Il marxismo per Gentile è una grande filosofia e dottrina, per nulla inferiore a quella idealista hegeliana, anzi una sua diretta, per quanto incoerente, emanazione. Per Croce, viceversa, la grandezza di Marx è storica, avendo saputo incarnare il motivo dello spirito del tempo come spirito proletario. Per Gentile, come per Marx e come mi pare di capire per l’autore dell’articolo analizzato, se il “fine è buono”, se l’idea è buona, eticamente, essa trionferà.

Di contro Croce, ammiratore di Sorel, del cui influsso mai si libererà, e di von Clausewitz, pensa che solo una élite politica possa cambiare la storia, incidere storicamente. Questa elite solamente può spiritualizzare e purificare la storia; mentre in Gentile, neo-mazziniano, il popolo è il Dio che si rivela nella comunità, per Croce la massa, se non vuole perire nell’individualismo astratto e nell’atomismo democraticistico, deve seguire l’elite politica-religiosa, l’élite che dispensa “virtù politica”. Ed inoltre, poiché un’idea politica si possa concretizzare esige una congiuntura storica propizia e un lavorio tattico intenso, freddo, poiché gli avversari puntano logicamente al fallimento del buon progetto storico-politico, che è buono o il migliore tra i tanti, poiché il più effettuale e realistico non perché il più ideale ed escatologico.

Croce non è dunque un rappresentante filosofico dell’homo sapiens, come sostiene erroneamente Del Noce riprendendo l’interpretazione gentiliana, è invece un teorico della filosofia delle Opere e lo spirito può vivere esclusivamente nell’azione storica. La realtà è tutto Spirito, nello storicismo assoluto, si invera perciò, nel divenire, la presenza immanentistica d’un momento economico nella vita spirituale. Storia come realtà originaria d’una pura Forza, che significa antagonismo assoluto sia all’empirismo sia all’illuminismo massonico-borghese (il più grande nemico del Croce politico, quest’ultimo, si ricorderanno le sue dure polemiche contro la “mentalità massonica”), al giusnaturalismo e al contrattualismo razionalistico; storia come campo di battaglia di interessi politici religiosi reali, che possono essere espressione di una saggia politica, ove predomina la categorizzazione spirituale dell’interesse e dell’utile, o di una cattiva politica, ove il momento economico sommerge tutto il resto.  L’humanitas crociana è tutta caratterizzata dal tentativo di affermare storicamente la prassi umanistica come Volontà spirituale in atto (politica pura). Scopo della filosofia pratica crociana non è dunque l’ “intelligere” (come dicono Gentile e, di seguito, Del Noce), ma è la salvezza dello Stato facitore di Grosse politik, come concreta opera storica, dalla democrazia parlamentaristica (l’oligarchia demagogica di paretiana memoria), che degrada sistematicamente la politica ad un astratto conflitto interno consacrato da una ideologia legalitaria costituzionale di radice giacobina, giusnaturalista e umanitaria.

Croce scrive a Douglas Ainslie il 22 ottobre 1917:

«Il Marx aveva tolto l’idea di potenza alla politica internazionale, e l’aveva trasportata alla lotta di classe. Criticando il marxismo, io restituii quella idea dalle classi alla grande politica di Stato».

Nel 1911 Croce dichiara la vittoria della sua filosofia politica storicista e spirituale sul materialismo marxista. Dunque Machiavelli. Dunque Vico. Ma che vuol dire allora autonomia della Politica? Che vuol dire che il Rinascimento rivoluzionario italiano apre il grande ciclo storico della pura humanitas? Vuol dire veramente che il Machiavelli crociano distrugga ogni concetto e pratica etiche dileguandole nella “Ragion di stato”? No affatto. Per quanto Croce ammiri Bismarck e la Realpolitik dello Stato di potenza prussiano, la meineckiana ragion di stato per lui non vuol dire nulla, considerandolo un residuo pseudopolitico di teologismo materialistico.

N. Machiavelli

Non si comprende la quintessenza della filosofia politica crociana se non si identifica virtù morale con virtù politica. La filosofia storicista assoluta incarna in ambito moderno la concezione del mondo di Machiavelli e quella di Vico. Per quest’ultimo, la politica, la forza, l’energia creatrice degli Stati diviene il momento per eccellenza dello Spirito e della storia, un eterno momento, il momento del certo al quale segue in eterno il momento del vero, della ragione tutta spiegata, della giustizia e della morale, dunque dell’eticità. Il simbolo machiavellico del Centauro si mostra inadeguato, alla luce dell’inconsapevole vichismo del Machiavelli e del non voluto machiavellismo del Vico: quella che sembrava la parte ferina e amorale dell’uomo si discopre così anche essa umana, la prima forma della volontà e dell’azione, premessa di tutte le altre. Così se il Machiavelli teorico dell’arte di Stato si fa mistico e religioso, il Vico fa l’apologia della “divinità” della forza; ed entrambi approvano nei popoli barbari una più vigorosa energia politica, onde generano, assai meglio dei popoli corrotti nella decadenza materialistica e utilitaristica (non più riformabili per Croce stesso), nuovi Stati e nuove civilizzazioni spirituali.

Dice Benedetto Croce che:

«la durezza e l’insidiosità, inevitabili nella politica e che il Machiavelli riconosceva e raccomandava pur provandone a volta ribrezzo morale, vengono spiegate dal Vico come parte del dramma dell’umanità, che in perpetuo si crea e si ricrea; e sono riguardate nel loro duplice aspetto di bene reale e male apparente, apparenza presa dal bene al lume del bene superiore, che dalle sue viscere stesse prorompe e si innalza».

 

Il pessimismo antropologico machiavelliano si integra, nella filosofia crociana, con l’ansia di purificazione che l’avanguardia di politici illuminati può impugnare. Non per il bene assoluto, sia chiaro, la diversità con Marx e Gentile è irreversibile. Il bene ed il buono, sul piano del realismo filosofico-politico crociano, come in Machiavelli, non possono egualmente esistere, il bene non appartiene al piano conflittuale del regno umano, i principi democratici-borghesi dell’89 francese – libertà, eguaglianza, fraternità – sono solo “alcinesche seduzioni”, grosse realtà passionali, è l’ideologia paretiana di una minoranza che si accordi con la massa, portandola dalla propria parte, che potrà se non altro, come male minore, arrestare il caos democratico e materialistico avanzante che corrompe i popoli nelle fondamenta ontologiche del vivere e morire. Croce, nei primi anni Venti, contro l’elite liberale saluta in Mussolini e nel movimento fascista l’avvento della salutare barbarie che rialzerà l’Italia ad una “Machtpolitik globale”. Nella Storia d’Italia, sebbene ormai ufficialmente antifascista, Croce continuerà a lodare Mussolini come grande politico decisionista che ha abbattuto il positivismo, il neoilluminismo e il contrattualismo, autorappresentandosi peraltro come l’artefice teorico del distacco di Mussolini dal socialismo materialistico al fascismo. Lo stesso Gentile, nel marzo 1925 scrive che i fascisti sono discendenti politici della filosofia crociana, massimamente antidemocratica, teorica dell’elite politica, paretiana, antiplutocratica.

G. Gentile

Del Noce, alla luce di tutto questo quadro, arriva alla conclusione del “suicidio della rivoluzione”. I punti storici ed ideologici più avanzati di questa “rivoluzione” delnociana sarebbero rappresentati dal fascismo da un lato, dal comunismo pratico-teorico gramsciano dall’altro. Il leninismo non sarebbe adeguatamente rivoluzionario, in quanto l’Italia degli anni Venti presenta le caratteristiche di un paese che sarebbe stato culturalmente e economicamente più sviluppato, liberaldemocratico, rispetto al semi-feudalesimo assolutistico russo. Il suicidio della rivoluzione sarebbe però lo scacco dell’immanentismo attualista gentiliano, secondo Del Noce ispiratore del clima teorico e ideale che produrrà il fascismo da una parte, il grande ciclo del comunismo storico novecentesco gramsciano dall’altra. Ma questa lettura è errata.

Sia scavando a fondo nel sorelismo fascista mussoliniano, sia nel comunismo gramsciano, troviamo la grande filosofia politica di Croce. Furono entrambi forme di teoria politica neo-machiavellica, declinata in senso soreliano ed elitista quella fascista, in senso democratico-giacobina (ben prima che marxista) quella gramsciana. In entrambi i casi, e ci si trova di fronte ad esempi storici concreti, vi fu la produzione effettiva di una strategia politica assolutamente etica; condivisibile o meno, ma di quello si trattava. Sia l’elite fascista, sia l’elite gramsciana neocomunista, figlie dello spirito politico realista crociano, dettero vita ad un preciso modello di civilizzazione.

A. Gramsci

Il problema odierno della sinistra dunque, sconfitta l’elite gramsciana già dai primi anni ’80 per motivi che non costituiscono ora materia di analisi, non è quello della mancanza del “buon fine” ma quello del vuoto tattico politico, solo elemento su cui avanza o può avanzare il buon fine.