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LA TEOLOGIA POLITICA DI MONSIGNOR VIGANÒ  

Ubbidendo a potentissimi gruppi transnazionali, i governi occidentali stanno utilizzando la pandemia  come un grimaldello per spalancare la porta al Grande Reset, forma geneticamente modificata, cioè rafforzata, di mondialismo neoliberista. Le lacerazioni e le tribolazioni a cui questo Grande Reset sottoporrà l’umanità vengono giustificate in nome del progresso e della modernità, di cui il dominio della tecno-scienza su ogni altra sfera dell’umano.

Anche nella Chiesa si alzano autorevoli voci contro questo destino. Tra queste, in radicale contrasto con il pontificato bergogliano, quella di Monsignor Carlo Maria Viganò. Ma qual è la sua visione del mondo e della società? Che tipo di teologia politica egli abbraccia e propone?

Per rispondere a queste domande si volgerà la prossima Lezione Teorica di Moreno Pasquinelli.

Essa si svolgerà sulla piattaforma Zoom. Per partecipare è necessario iscriversi scrivendo una mail a sollevazione@gmail.com. Agli iscritti saranno inviati entro la ore 12:00 del 13 giugno il link di accesso alla stanza Zoom e il passcode.




LA NUDA VITA E IL VACCINO di Giorgo Agamben

Più volte nei miei interventi precedenti ho evocato la figura della nuda vita. Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata.

È venuto il momento di precisare senso e origine di questo concetto. È necessario per questo ricordare che l’umano non è qualcosa che sia possibile definire una volta per tutte. Esso è piuttosto il luogo di una decisione storica incessantemente aggiornata, che fissa ogni volta il confine che separa l’uomo dall’animale, ciò che nell’uomo è umano da ciò che in lui e fuori di lui non è umano. Quando Linneo cerca per le sue classificazioni una nota caratteristica che separi l’uomo dai primati, deve confessare di non conoscerla e finisce col porre accanto al nome generico homo soltanto il vecchio adagio filosofico: nosce te ipsum, conosci te stesso. Questo è il significato del termine sapiens che Linneo aggiungerà nella decima edizione del suo Sistema della natura: l’uomo è l’animale che deve riconoscersi umano per esserlo e deve per questo dividere – decidere – l’umano da ciò che non lo è.

Si può chiamare macchina antropologica il dispositivo attraverso cui questa decisione si attua storicamente. La macchina funziona escludendo dall’uomo la vita animale e producendo l’umano attraverso questa esclusione. Ma perché la macchina possa funzionare, occorre che l’esclusione sia anche una inclusione, che fra i due poli – l’animale e l’umano – vi sia un’articolazione e una soglia che insieme li divide e congiunge. Questa articolazione è la nuda vita, cioè una vita che non è né propriamente animale né veramente umana, ma in cui si attua ogni volta la decisione fra l’umano e il non umano. Questa soglia, che passa necessariamente all’interno dell’uomo, separando in lui la vita biologica da quella sociale, è un’astrazione e una virtualità, ma un’astrazione che diventa reale incarnandosi ogni volta in figure storiche concrete e politicamente determinate: lo schiavo, il barbaro, l’homo sacer, che chiunque può uccidere senza commettere un delitto, nel mondo antico; l’enfant-sauvage, l’uomo-lupo e l’homo alalus come anello mancante fra la scimmia e l’uomo fra l’Illuminismo e il sec. XIX; il cittadino nello stato d’eccezione, l’ebreo nel Lager, l’oltrecomatoso nella camera di rianimazione e il corpo conservato per il prelievo degli organi nel sec. XX.

Qual è la figura della nuda vita che è oggi in questione nella gestione della pandemia? Non è tanto il malato, che pure viene isolato e trattato come mai un paziente è stato trattato nella storia della medicina; è, piuttosto, il contagiato o – come viene definito con una formula contraddittoria – il malato asintomatico, cioè qualcosa che ciascun uomo è virtualmente, anche senza saperlo. In questione non è tanto la salute, quanto piuttosto una vita né sana né malata, che, come tale, in quanto potenzialmente patogena, può essere privata delle sue libertà e assoggettata a divieti e controlli di ogni specie. Tutti gli uomini sono, in questo senso, virtualmente dei malati asintomatici. La sola identità di questa vita fluttuante fra la malattia e la salute è di essere il destinatario del tampone e del vaccino, che, come il battesimo di una nuova religione, definiscono la figura rovesciata di quella che un tempo si chiamava cittadinanza. Battesimo non più indelebile, ma necessariamente provvisorio e rinnovabile, perché il neo-cittadino, che dovrà sempre esibirne il certificato, non ha più diritti inalienabili e indecidibili, ma solo obblighi che devono esser incessantemente decisi e aggiornati.

* Fonte: Quodlibet




CON LA MORTE ALLE PORTE di O.G.

Riceviamo e pubblichiamo

«A mio avviso la visione del mondo che caratterizza l’élite globalista è definibile più come postumanista che transumanista. Postumanismo indica la realtà fattibile di un uomo destinato a ibridarsi e a trasformarsi; transumanesimo indica invece una prospettiva utopistica, non distopica, di superamento del limite».

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Il filosofo inglese John Stuart Mill scrisse che il tipo umano sviluppatosi nel 1800 era il borghese. Che cosa differenziava, secondo il pensatore, il borghese dai precedenti “archetipi” umani? Ciò che differenziava il borghese occidentale del diciannovesimo secolo era il fatto che l’individualità nei tempi precedenti, insita nelle corporazioni o nelle comunità differenziate, aveva più valore e più veicoli di espressione. La società borghese lavorava viceversa per l’annientamento delle differenze e dei diritti individuali, per l’annichilimento delle specificità umane e infine per la schiavitù generale dei differenti popoli e delle diverse culture. Nel 1859 Mill affermò: “l’Europa sta avanzando risolutamente verso l’ideale cinese di rendere tutte simili e livellate le persone”.

Il pensatore e attivista russo Herzen nello stesso anno, meditando sulle riflessioni riguardo alla libertà di Mill, scrisse che l’Europa stava marciando a passi da gigante proprio verso la “collective mediocrity” , il collettivismo della mediocrità. Nel 1864 il russo ripensò questo concetto della mediocrità collettivistica cosmopolitica, chiosando che forma cinese e democrazia europea o occidentale erano in fondo due volti della medesima medaglia. La sostanza cinese della futura civiltà europea avrebbe condotto all’apogeo della “nullità materialista democratico borghese”. La democrazia imperialista anglosassone era definita come una tragica riduzione a interessi di uffici mercantili e di edonismo del benessere di massa. In relazione alle affermazioni di Stuart Mill, pensando alla decadenza dell’antica Roma, Herzen disse che sarebbe arrivato il momento del crollo inevitabile della senescente Europa, alla porta del vecchio mondo europeo non ci sarebbe perciò stato un Catilina ma la morte e l’abisso.

Del resto se tentiamo di analizzare oggi su quale base i Liberal globalisti della Silicon Valley, che a Trump preferivano non a caso apertamente la Sinistra radicale di Bernie Sanders (1), si intendono oggettivamente con l’imperialismo cinese di Xi Jinping è proprio sull’ideale della mediocrità collettivistica globalista; la visione del mondo che caratterizza espressamente e esplicitamente questa nuova fase progressista è a mio avviso definibile più come postumanista che transumanista. Postumanismo indica la realtà fattibile di un uomo destinato a ibridarsi e a trasformarsi; transumanesimo indica invece una prospettiva utopistica, non distopica, di superamento del limite.

La prassi vaccinale e la strategia della “rivoluzione digitale” che stanno ossessivamente cavalcando l’onda lunga della Covid-19 assumono in tale prospettiva una dimensione precipua.

Il filosofo sudcoreano Byung Chul Han, che Los Angel Times ha definito “il filosofo della nostra epoca”, individua nell’ideale della felicità eterna e senza sosta l’essenza di questa rivoluzione globalistica, mentre nella sua filosofia non solo l’essere vitale e vivificante per eccellenza è il dolore ma non sarebbe nemmeno possibile autentica conoscenza per identità, e non per astrazione, senza un autentico processo di dolore. La vita priva di dolore munita di immortalante e costante felicità non è per Han una vita umana ma una strategia postumanistica di vita basata sul tentativo di sconfiggere la morte. Una vita senza morte né dolore non è però dolore ma è viceversa solo non morte. Non morte non significa, evidentemente, vittoria sulla morte. Il postumanismo potrà forse raggiungere l’immortalità artificiale e digitalizzata, potrà forse prendere forma l’uomo nuovo ed eterno della rivoluzione digitale, ma ciò sarebbe il prezzo dell’annientamento della vita umana.

Non condivido del tutto la visione di Han, in quanto egli intende proporre una autentica religione del dolore, manifestando una eccessiva e unilaterale ostilità anche verso le conquiste scientifiche positive che hanno oggettivamente permesso di alleviare sofferenze e deficienze, oggettivamente gratuite, di esseri animali o umani. Ciò non toglie che il suo concetto di immortalità artificiale come il più grande attacco mai portato da una visione del mondo o da una filosofia scientifica alla Vita e all’essenza umana sia a mio avviso corretto.

Ad esempio, tornando al già dibattuto tema della ascesa planetaria della “potenza emergente” (Cina) sulla “potenza discendente” (Usa) ciò potrebbe benissimo inverarsi, per la prima volta nella storia dell’umanità, senza un aperto conflitto caldo tra i due fronti.

Questo in sostanza significherebbe l’estinzione definitiva della gloria e della passionarietà dalla storia umana. Sarebbe un autocatastrofe e un autoannientamento dell’entità umana quale genere universale, avanzante mediante la menzogna della “schermatura tecnologica”, della “democrazia palliativa” e dell’ospedalizzazione della gran parte della gioventù planetaria che rifiuta illusoriamente il sacrificio, la sofferenza, il dolore come un alcunché di involutivo e regressivo.

Non intendo qui prendere posizione o aprire un’altra finestra specifica sulla questione vaccinale; vi sono oggettivamente talune dogmatiche posizioni del fronte antivaccinista o anti-lockdown che non si tengono in piedi, per quanto molte delle critiche che questo fronte ha sollevato in questi mesi siano ben più convincenti dei pistolotti astrusi e confusi dei virologi e dei media ufficiali. Voglio però al riguardo sottolineare uno specifico elemento che riguarda specificamente il mondo russo (Russkiy mir). Sia Putin, sia gli scienziati militari russi subito dopo la diffusione globale del contagio da Covid-19 si sono mobilitati immediatamente cercando come sappiamo la soluzione terapeutica, come soluzione politica ma anche come soluzione umanitaristica; ad esempio vari popoli africani, se non vi fosse il Vaccino Sputnik, non sarebbero mai stati vaccinati. Non delineo qui le varie posizioni sul “complotto globalista Covid-19”, al riguardo, delle differenti frazioni del Patriarcato di Mosca perché servirebbe eventualmente uno spazio specifico. Ciò che in seguito alla sperimentata efficacia del Vaccino Sputnik mi ha invece enormemente colpito è che, nonostante i russi possano godere – unico popolo al mondo – non solo di 3 vaccini specifici contro Covid-19 ma anche di un vaccino adatto agli animali domestici per debellare il virus, il popolo della Federazione Russa, dopo aver sostanzialmente costretto il Cremlino a piantarla con quella specie di confinamento che aveva imposto un anno fa, ha accolto con fredda indifferenza la propaganda dello Stato russo sul vaccino e sui suoi certi benefici. Questo non per sfiducia verso Vladimir Putin e verso il suo governo come sostengono i media angloamericani, dato che la fiducia dei russi verso il presidente è del 60%, ma viceversa a causa della quasi totale indifferenza verso il Covid-19.

Se gli occidentali hanno mescolato il terrore panico alla strattofenza trumpiana verso l’irradiazione sindemica, i russi hanno risposto con sostanziale indifferenza, facendo ben capire al Cremlino che tra libertà individuali e totalitarismo biotecnologico preferivano le prime. Secondo Roostat, agenzia ufficiale di statistica della Federazione russa, dall’inizio della pandemia a fine marzo 2021 i morti totali da Covid-19 in Russia sarebbero stati poco oltre i 200 mila. La Russia è il Paese più esteso al mondo, la popolazione russa è ben oltre il doppio di quella italiana, nonostante questo il numero non può lasciare indifferenti. Tuttavia, i russi se ne fregano del Covid-19, della propaganda globalista sul Covid-19 e della stessa “rivoluzione digitale” postumanista che cinesi e occidentali considerano una fenomenologia assoluta e fondamentale per l’ingresso nella nuova era in seguito alla dittatura biotecnologia dei nostri tempi.

Di conseguenza, vi fosse Lev Gumilev avrebbe tratto un ulteriore conferma della sua teoria sulla eccezionale passionarietà del “superetnhos russo”. Idealismo volontaristico, eroismo politico o religioso, storicizzazione della gloria e della virtù sono dunque realmente e definitivamente morti dopo il Covid-19? Sarà realmente privo di dolore, sofferenza e morte il futuro dell’umanità globalista, avremo una umanità paciosa, ingrassata dal reddito dell’ozio permanente, perennemente ospedalizzata dall’ultimo farmaco e dall’ultima ingegnosa terapia? Dovremo veramente essere grati all’élite plutocratica globalista, con il pontefice dalla sua parte, per i doni che dispensa, finanche l’immortalità digitale e il sole cosmico artificiale? O non è forse questo il collettivismo umanitario della mediocrità globalista che Herzen seppe vedere con quasi due secoli d’anticipo?  Il modello russo, che prescinde dallo stesso putinismo, per quanto abbia avuto anche quest’ultimo un suo ruolo di chiara opposizione alla propaganda rivoluzionaria globalista da Covid-19 delle sinistre radical-globaliste internazionali, mi pare l’unico modello sociale antagonista.

NOTE

1)   https://www.ilfoglio.it/esteri/2020/03/04/news/perche-gli-ingegneri-della-silicon-valley-votano-sanders-305011/




CONSIDERAZIONI SULL’ENCICLICA FRATELLI TUTTI” di F.f.

L’ultima monumentale e controversa Enciclica di Papa Francesco pone dirimenti questioni e merita doverose considerazioni. Volentieri pubblichiamo quanto scrive F.f. Malgrado la redazione non condivida alcuni dei suoi giudizi.

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«Per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. A ciò si aggiungono le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia. E tuttavia, può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?»

Lettera enciclica Fratelli tutti del Santo Padre Francesco

Avevamo scritto, riguardo alla recente enciclica di Sua santità Francesco “Fratelli tutti”, che la lettura che ne ha dato la Sinistra radicale non è probabilmente esatta. Il valore di questa enciclica è di certo epocale. Sua santità, consapevole che il secolare dominio ideocratico dell’Occidente neo-illuministico – europeismo di Bruxelles compreso – è ormai agli sgoccioli, finisce per prefigurare un nuovo ordine etico e politico globale. Siamo di fronte a un’enciclica, non a un programma politico, ma il valore politico e storico del documento, dati anche gli eccezionali tempi che stiamo attraversando, è indubbio e a nostro modesto avviso centrale, dunque è necessario concentrarsi proprio sul significato storico e politico di “Fratelli tutti”.

L’enciclica andrebbe concepita, anzitutto, in continuità con “Etica nell’economia”, l’enciclica di Benedetto XVI (7 luglio 2009), in cui venivano stigmatizzati i meccanismi tecnocratici, progressistici e elitistici del capitalismo finanziario di mercato. Entrambi, sia Benedetto XVI sia Francesco, considerano la politica occidentale dei nostri tempi – compresa naturalmente quella della Unione Europea – nelle sue bipolari varianti, populismo e liberalismo, antitetica a una vera politica basata sulla pratica sacrale e anti-laicista dell’amicizia sociale e sulla meta finale dell’amore armonioso sociale.
«La politica oggi spesso assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso. Il disprezzo per i deboli può nascondersi in forme populistiche…o in forme liberali al servizio degli interessi economici dei potenti. In entrambi i casi si riscontra la difficoltà a pensare un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture». (Cfr. “Fratelli tutti, p. 41).

Francesco condanna, peraltro, in netta controtendenza rispetto alla Sinistra radicale e al “il manifesto”, la campagna politica propagandistica globalista e progressista contro il populismo. In realtà, precisa il santo pontefice, dietro la lotta al populismo si nasconde una vera e propria lotta di classe contro il popolo:
«La pretesa di porre il populismo come chiave di lettura della realtà sociale contiene un altro punto debole: il fatto che ignora la legittimità della nozione di popolo. Il tentativo di far sparire dal linguaggio tale categoria potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). Ciò nonostante, per affermare che la società è più della mera somma degli individui, è necessario il termine “popolo”» (Cfr. “Fratelli tutti”, p. 42).

Il liberalismo e le Sinistre radicali negano perciò, alla stessa maniera, la realtà sociale, in quanto intendono rinunciare alla centrale categoria di “Popolo-Nazione”; l’individualismo atomistico del liberalismo è l’altro volto della medesima medaglia del neo-classismo migrazionistico e internazionalistico delle Sinistre radicali. Il pontefice ribadisce, fedele alla sua originaria vocazione politica di peronista anticapitalista e antimarxista, che l’essenza del concetto di popolo è di natura mitica, non sociale né classistica: il mondo avrebbe bisogno di “leader popolari capaci di interpretare il sentire di un popolo, la sua dinamica culturale e le grandi tendenze di una società” (Ibidem), leader popolari e antimaterialisti capaci di integrare l’identità mistica e religiosa di “Popolo Nazione” con uno spiccato senso realistico e pragmatico della cultura amministrativa istituzionale. Francesco differenzia quindi un “populismo chiuso” da un “populismo saggio e intelligente”, un cattivo nazionalismo tribale e etnocratico da un buon patriottismo nazionale neo-corporativistico, come distingue “certe visioni economicistiche chiuse e monocratiche” dall’economia organicistica espressione di uno Stato popolare. Economia popolare e di produzione comunitaria, quella organicistica, fondata sulla partecipazione sociale, politica e economica del “popolo-nazione” alla vita dello Stato democratico organico.

Concezione quest’ultima, del resto, che rappresenta il cuore della visione sociale della Teologia del popolo argentina, di esplicita ascendenza peronista, su cui si è formato politicamente il pontefice. Ben lungi dal proclamare l’annientamento del principio nazionale, come vorrebbe dare a intendere “il manifesto”, il pontefice prende invece di mira il globalismo progressistico livellatore, “la falsa apertura all’universale, che deriva dalla vuota superficialità di chi non è capace di penetrare fino in fondo nella propria Patria, o di chi porta con sé un risentimento non risolto verso il proprio popolo”. Il grande tema dell’economia comunitaria è certamente “la mistica del Lavoro” mentre la speculazione tecnocratica e finanziaria continua a fare strage di innocenti e di oppresse famiglie, afferma senza mezzi termini Sua santità.

Il dogma neo-liberale è di nuovo preso di petto dal pontefice, il mercato non risolverebbe i problemi ma anzi li aggraverebbe, come già in epoca non sospetta affermò Benedetto XVI prima di lui.
La Politica, quale prassi di carità, espressione perciò di una visione del mondo basata sulla sussidiarietà organicistica e sul comunitarismo, ha la missione epocale di concretizzarsi quale forza anti-utopistica di realizzazione organica dell’amicizia sociale. «Ancora una volta invito a rivalutare la politica, che è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune». (“Fratelli tutti”, p. 49), scrive il santo pontefice nel capitolo dedicato a “L’amore politico”.

Al globalismo progressistico e radicalistico delle multinazionali e delle Sinistre colorate basato su un astratto io universalistico annientatore del multipolare differenzialismo universale, il pontefice contrappone, oltre al sacro principio della socializzazione della grande proprietà, oltre alla difesa della media e piccola proprietà che rimane un diritto fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa, il “Noi” dei quartieri popolari in cui si sperimenta socialmente, minuto per minuto, giorno dopo giorno, lo spirito del “vicinato”, dove ognuno sente spontaneamente il dovere di accompagnare e aiutare il vicino, soprattutto se quest’ultimo si trova in grave difficoltà.

E’ la fratellanza organicistica e “populistica” contro l’estremistico individualismo atomista, oggettivista e transumanista della Silicon Valley l’esempio concreto che questo pontefice addita all’universo. L’identità organica e originaria dei “Popoli Nazione” contro il livellamento materialistico e nichilistico in atto su scala mondiale. Lo Spirito Santo può, in sostanza, manifestarsi esclusivamente nell’ideale pentecostale della Comunità. Non vi è spazio per la Grazia intimistica e pietistica in tale orizzonte teologico-politico. Sono chiaramente in ballo, in questo contesto teorico, due concetti antitetici di democrazia, cattolico-popolare e protestante individualistico, ma non è questo il contesto adatto per un simile approfondimento.

La strategia del pontefice è così finalizzata alla maturazione universale di un “senso sociale che superi la mentalità individualistica” tipica delle democrazie radicali oligarchiche e plutocratiche nordiche o anglosassoni; partendo dall’ “amore sociale” è possibile progredire verso la civiltà dell’amore; l’amore “elicito”, atti che procedono direttamente dalla virtù della carità, diretti a persone e a popoli, deve essere integrato dall’ “amore imperato”, quegli atti della carità che spingono a creare istituzioni più giuste e religiose. L’essenza della carità, forza d’amore sociale e sintesi efficiente del prassismo politico, è infine il sacrificio come fuoco alimentante l’amicizia sociale, meta definitiva di una vera Comunità cristiana.

Vi è ora un importante concetto da sottolineare, prima di concludere. Se la Sinistra radicale ha equivocato, e continua a equivocare, sul significato teologico-politico dell’odierno pontificato, lo stesso sembra comunque fare la “Destra sovranista”. Si pensi a un valido e equilibrato intellettuale come Marcello Veneziani, il quale sostiene che Francesco, per farsi perdonare il passato di simpatizzante attivista della Guardia di Ferro argentina, ispirata sin dal nome alla formazione romena di Corneliu Codreanu (1899-1938), promuoverebbe oggi dal soglio pontificio una ideologia globalista e progressista.
En passant, sia anzitutto detto che per Francesco i grandi genocidi del ‘900 sono quattro, non vi è solo lo sterminio “fascista” degli ebrei, ma vi sarebbero anche le bombe atomiche “liberaldemocratiche” sui civili giapponesi, i gulag sovietici riservati ai martiri cristiani e lo sterminio degli armeni.

Va poi precisato che l’originario obiettivo strategico di Francesco non era di certo inquadrabile in quell’europeismo filorusso, multipolarista e antiamericanista, che Benedetto XVI tentò di concretizzare in ogni modo sino al tragico 2013. Francesco arriva dopo quell’esperimento conservatore-europeistico, chiaramente antagonista rispetto alla tecnocrazia ultra-laicistica e abortista di Bruxelles, che probabilmente l’elite romana “progressista” della Santa Sede ha considerato storicamente fallito o ha fatto addirittura fallire.
L’attuale pontefice non è un europeista conservatore che percepisce il limes di civiltà con il mondo occidentale come lo poteva percepire Ratzinger. “La rivoluzione nichilista del ‘68”, sono parole di Benedetto XVI, considerata da quest’ultimo il padre putativo della società post-liberale e neo-illuministica occidentalista, non significa molto per Francesco, per evidenti ragioni contestuali, ambientali e esistenziali.

Dall’uribismo colombiano al sovranismo di destra radicale di Jair Bolsonaro, dall’affermazione, in Bolivia, della destra di Camacho sul socialismo di Evo Morales, con cui Francesco si era saldato in una comunione di intenti, sino alla malinconica e grottesca conclusione dell’utopia chavista in Venezuela, il disegno, profondamente neo-occidentale, del pontefice di fare della fascia continentale e geopolitica ibero-americana “la nuova Europa” della riscossa neo-cattolica e populista, che doveva essere certamente guidata e accompagnata dalla prima Roma papalina di fronte al materialismo e al relativismo delle società anglosassoni e protestanti, è stato fortemente messo in discussione dal verbo sovranistico di Donald Trump, che ha attecchito velocemente un po’ in tutto il Sud America.

La Sinistra liberal o radicale statunitense non avrebbe ostacolato un simile progetto strategico, non fosse altro perché avrebbe messo in seria difficoltà il patriarcato russo, ma l’onda lunga del trumpismo ha costretto Francesco al ridimensionamento strategico. E’ dunque una conseguenza tattica, probabilmente obbligata e non evitabile, il flirt dell’elite neo-cattolica di Roma con i nemici di Trump, dai Dem statunitensi alla Cina “socialista”.

L’impressione è che, sconfitto in casa propria dal trumpismo, Francesco non abbia ancora ridisegnato una strategia politica sui tempi corti. Il migrazionismo esasperato e il neo-paganesimo relativistico naturalistico e ecologista, per quanto siano evidentemente elementi tattici, stonano totalmente con l’armonico, coerente ideale di una Europa cristiana, storicista e anti-illuministica, strategicamente aperta al patriarcato ortodosso di Mosca, potente elemento storico quest’ultimo lasciato in dote da Benedetto XVI, che potremmo ben considerare uno dei fondatori del multipolarismo. Con tutto il rispetto del caso, il cattolicesimo africano o amazzonico ha poco o anche nulla da dire rispetto al cristianesimo pravoslavo russo.

L’enciclica “Fratelli tutti” potrebbe essere effettivamente l’inizio di una nuova fase strategica dell’odierno pontificato, sebbene il silenzio di Bergoglio sull’inquietante e terribile vicenda Assange è piuttosto avvilente. Una nuova fase strategica di Francesco vorrebbe dire lasciarsi definitivamente alle spalle ogni anche minimo proposito di universalismo globalistico progressistico aprendo su tutta la linea al multipolarismo, fatto storico epocale del resto già partorito dalla rivoluzione conservatrice putiniana e dal pontificato europeista di Benedetto XVI. Peròn, dopo Yalta e contro Yalta, lanciò la strategia della Terza via e del Terzo Mondo contro le due ideologie globaliste e progressiste egemoni (capitalismo e collettivismo).

Francesco è oggi l’unica guida pubblica in Occidente in grado di indicare la Nuova Via, né globalismo progressista occidentalista né nazionalismo etnico occidentalista: patriottismo multipolarista e prassi dell’amicizia sociale cristiana.

 




Progressismo cattolico vs multipolarismo ortodosso russo di F.f.

“Io credo nella Russia, nella sua Ortodossia. Credo nel Popolo Cristo”.
Fedor Michajlovic Dostoesvkij

L’amico Moreno Pasquinelli – che indicheremo da ora in poi con la iniziale MP per abbreviare – ha replicato al nostro scritto sul cattolicesimo con un articolo concettualmente e storicamente molto denso. La nostra risposta è d’obbligo non per tenere il punto, tantomeno per polemizzare, tutt’altro, ma viceversa per cercare di mostrare come talvolta la visione del “sovranismo di sinistra” rischi di essere, come d’altra parte quella del “sovranismo di destra” europeo, un altro volto della stessa medaglia di quel laicismo e relativismo europeistici ed occidentalistici, di radice Illuministica, di cui vorrebbero costituire l’alternativa. Laicismo e relativismo democraticista, non democratico, antidemocratico, ben più che liberale (come dice invece il Nostro), che sono il marchio del Deep State. MP ci accusa, in senso storico-politico, di sostenere: a) il costantinismo; b) la mitologia panortodossa basata sulla Terza Roma; infine di aver costruito c) una fallace ideologia riguardo alla lotta del presente secolo basata su un presupposto astratto, ossia il discrimine di civiltà fra nazionalconservatori o neo-illuministi progressisti.

Costantinismo?

Non intendiamo rispondere troppo a lungo sul concetto di costantinismo. Vi è ormai una serie di concetti storico-politici, tra i quali costantinismo, fascismo, populismo, sovranismo, che vengono utilizzati fuori dal proprio specifico ambito contestuale. Sono divenuti, tali concetti, meri strumenti di lotta politica propagandistica. Gravissimo errore, dottrinario e di proposta politica concreta, quello dell’amico MP, che cade nella trappola di Antonio Spadaro, il validissimo propagandista gesuita della “rivoluzione nella Chiesa” di Sua santità Francesco. Il progressismo globalista e relativista, divulgato a piene mani dall’elite gesuita egemone, in larga parte derivante dal pensiero del teologo scientista e panteista Teihlard de Chardin, sta bollando ogni prototipo di “civilizzazione cristiana” come Neo-Costantiniana. MP, che intelligentemente ha sempre rifiutato la fascistizzazione del nemico, cade qui in pieno nella trappola. “Nuovo Costantino” fu infatti definito Mussolini per la Conciliazione del 1929, non dai comunisti italiani, ma dai dossettiani (la frazione che rispondeva a Giuseppe Dossetti, la guida degli anti-andreottiani e degli anti-DeGasperi che furono soliti fascistizzare il nemico Conservatore) e dalla Sinistra cattolica evoluzionistica e progressistica. Il bergoglismo, per quanto si nutra di varie fonti, è in diretta continuità strategica con il dossettismo, ossia con il proposito che deve essere l’elite clericalistica, non lo Stato, a detenere il potere totale. Tale ideologia del potere politico del clero, per quanto sia oggi apparentemente più morbida, ripetiamo di nuovo apparentemente, di quella dei bei tempi del papa nero gesuita in offensiva su ogni fronte, si definisce Neo-Gelasiana, da Gelasio I 49° vescovo di Roma. Perfettamente neo-gelasiana fu l’interferenza politica globalista e progressista della sinistroide e gesuitica “Civiltà cattolica” contro la democrazia conservatrice russa in coincidenza delle ultime elezioni politiche.

Terza Roma

La ricostruzione compiuta dal Nostro riguardo alla storia religiosa della Russia, a parte le insolite, per lui, sbavature occidentalistiche – il Patriarcato di Mosca sarebbe per sua natura ontologica teocratico, chi lo appoggia nutrirebbe nostalgie teocratiche -, è buona e condivisibile. Le conclusioni non possiamo condividerle. Cristianità ortodossa russa è sia la rivoluzione modernizzatrice di Pietro il Grande e di Caterina II, sia la fiera reazione, ultranazionalistica, degli “Antichi Credenti” che si ribellarono alla “Riforma” del 1653 su cui si è soffermato MP. Al tempo stesso, nell’ultimo secolo, Cristianità ortodossa russa è l’infinito elenco dei Martiri sterminati dal regime ateo comunista, è la Chiesa catacombale che non vuole compromessi con i bolscevichi ma è anche l’elite ortodossa che, dalla Guerra Patriottica in avanti, temperò sino a raddrizzare l’utopismo materialista e globalista del regime marxista, rendendolo di fatto sempre più post-marxista, meno globalista e più russo.

Ora, il lettore dirà che è questa una enorme contraddizione. E avrebbe ragione. Ma la contraddizione è il cuore e il lievito della Tradizione ortodossa russa. Il concetto di sobornost’, l’universalità e l’unità nella molteplicità, la comunione nel divenire della storia, è lo spirito della Chiesa russa che si rivela nella storia, si storicizza. La Chiesa è perciò il Popolo, e il Popolo Russo è, nella visione ortodossa, per sua stessa essenza il Popolo Cristo, il Popolo Ortodosso. Al tempo stesso, però, nel “Domostroj” – Documento del XVII sec. in cui venivano dettate le norme per il popolo – lo Zar è presentato come il padre igumeno di tutto l’impero russo, l’obbedienza verso di lui è un autentico rituale che ha un valore religioso. Tale concetto è presente nella stessa democrazia conservatrice putinista. Che significato dare a tutto questo in relazione alla Terza Roma? Sono necessarie due premesse prima di tirare qui le conclusioni. La prima è che il pensiero filosofico cristiano russo ha la caratteristica del senso storico “mitico” (storicismo conservatore cristiano), mentre il pensiero cattolico ha la caratteristica del senso politico immediato, quello protestante del senso empirico individualistico. Il “mito” Mosca Terza Roma viene formulato dal monaco starec Filofej nella sua lettera al gran principe di Mosca Vasilj III (1505-1533):

“O zar molto pio! Ascolta e ricorda che tutti i regni cristiani si sono riuniti nel tuo regno, che due Rome sono cadute, ma che la Terza sta in piedi e che non ce ne potrà mai essere una quarta. Il tuo regno cristiano non sarà mai rimpiazzato da nessun altro”.

La Terza Roma sta in piedi. MP sottovaluta questo passaggio fondamentale, “la Terza Roma sta in piedi” e quindi confonde il messianismo universale russo, che è di sostanza metafisica e spirituale, con il millenarismo sociale rivoluzionaristico. Viceversa il messianismo ortodosso e storicista russo ha il fine opposto, più da barriera e fortezza, o ancor meglio da scudo di ciò che resta degli ultimi giorni, mantenendosi il piccolo resto nella santità e Santa il Popolo Cristo ha chiamato la Russia, unico caso nella storia della Cristianità di rituale santificazione di una intera terra benedetta. Per intensità e durata, quella ch’è stata probabilmente la più terribile prova che un popolo cristiano abbia dovuto affrontare (“il più grande genocidio della storia” secondo l’archimandrita Nektarios), un fiume ininterrotto di sangue che arriverebbe alla cifra di quasi 70 milioni di cristiani ortodossi, per lo più di rito russo, martirizzati nel corso del Novecento avrebbe avuto, nell’ottica di Mosca Terza Roma, la misteriosa finalità provvidenziale nel confermare l’elezione storica del Popolo Cristo. Ciò non è nazionalismo o sovranismo,  ma missione spirituale di cui la storia di un popolo si fa portatrice. Lo stesso andrebbe detto della Rivelazione di Fatima, riconosciuta solennemente dal Venerabile Pio XII, con al centro il destino della “Santa Russia” ma non è questo il contesto per soffermarsi su una questione così foriera di misteriose finalizzazioni.

Il metropolita Tichon, Solzenicyn e il nichilismo occidentale

MP, infine, fa dell’odierno patriarcato poco più che un braccio arrugginito del potere temporale putinista. In realtà occorrerebbe maggiore cautela e prudenza, consigliamo al Nostro la visione di questo importante video.

Il metropolita Tichon, uno dei padri del Neoconservatorismo russo di questi tempi, influente pensatore e teologo, confessore del presidente VVP, dette la licenza al canale televisivo di stato russo, nel gennaio 2008, di trasmettere questo documentario che ci pare assai chiaro sulla prioritaria strategia del Cremlino, basata sulla difesa dell’identità cristiana russa. Identità cristiana russa, come abbiamo mostrato, dal valore universale non nazionalista filetista. Il filetismo, che indica la tendenza della Chiesa greco-ortodossa a prendere come base la nazionalità, e non lo Spirito, sarebbe perciò una nuova forma di nazionalismo o tribalismo.

Vladimir Putin, inoltre, ha più volte definito l’attivista conservatore cristiano Solzenicyn come il proprio personale maestro. Poco prima di morire fu chiesto a Solzenicyn cosa si dicessero lui e Putin nel corso dei loro incontri. Il vecchio pensatore rispose che aveva continuamente avvertito il presidente  che la democrazia neo-illuministica all’occidentale è quanto di più radicalmente e pervicacemente anticristiano fosse comparso nella storia dell’umanità, missione di Putin era non solo sbarrare ogni tipo di via all’ingresso di quella “cosiddetta democrazia” in Russia, ma inverare storicamente il nazionalconservatorismo storico russo come Catechon, forza di lucida e eroica contrapposizione all’Anticristo, che secondo Solzenicyn si sarebbe manifestato in veste di “democrazia”, “diritti”, “ecumenismo”, tecnocrazia illuministica. La Russia non avrebbe dovuto essere antimoderna, reazionaria, rifiutare le conquiste scientifiche moderne. Ma avrebbe dovuto mettere al centro la sua storia spirituale, non il 5 G, non la Silicon Valley alla russa, non la ideologia radicalista LGTBQ.

Solzenicyn indicò alla Russia il sentiero spirituale e storicistico che Benedetto XVI indicò all’Europa dal 2005. Dall’Orda d’Oro all’illuminismo massonico-rivoluzionario del bonapartismo, la Russia fece sempre scudo contro l’epidemia ultraprogressistica e rivoluzionaristica, spiega Alexander Solzenicyn. Lo stesso compitò avrà nel secolo attuale: arrestare l’avanzata irrefrenabile del neo-mongolismo tecnocratico globalistico. La Russia ha accettato la saggezza di Solzenicyn, l’Europa, democraticista e laicista, ha rifiutato la saggezza del Pontefice. Come si può vedere, il putinismo affonda in ben altre radici rispetto a quelle del laicismo machiavelliano che MP gli attribuisce; missione dell’ “Ortodossia di stato” russa è quella di chiudere le porte alla catastrofe, non di redimere un mondo, come è quello occidentale, che avrebbe armi e strumenti per salvarsi da se. Tanto meno è quella di spremere di nuovo come un limone il grande popolo russo, legna d’ardere sulla via di una rivoluzione mondiale o globalista di bolscevica memoria. E qui ritorna, nel pensiero di MP sulla Russia, quel millenarismo social-rivoluzionario estraneo, oggettivamente, alla linea del patriarcato, ma altrettanto estraneo a quella tradizione apostolica greco-cristiana (e non giudeo-cristiana) a cui il concetto di Mosca Terza Roma si ispira.

Il Nostro equivoca anche, a nostro modesto avviso, il senso della recente modifica della costituzione. Dio, Popolo (non patria come MP dice), Famiglia. Popolo è da intendersi nel senso sopra specificato di Popolo Cristo e Popolo Chiesa. Non vediamo inoltre dove vi possa essere l’affinità tra la “teologia politica” che sottintende la dottrina sullo Stato cristiano di San Giuseppe Volokolams (1440-1515) e la relativistica “Dichiarazione di Abu Dhabi”. Putin cita spesso Ivan Ilyn, non perché fascista (ammesso e non concesso lo sia stato, ma non è questo il punto) bensì perché profetizzò, nei lontani anni ’30 quando vi era il Grande Terrore anti-ortodosso, che il Comunismo sarebbe stato sconfitto dall’Ortodossia, che in Russia sarebbe rinato lo Stato ideocratico cristiano.

Non abbiamo, inoltre, schiacciato il bergoglismo [1] sul liberalismo come sostiene il Nostro, anzi abbiamo sostenuto nel nostro precedente articolo contestatoci dall’amico MP che fu la “Sinistra progressista cristiana” del Dossetti, con la sua concezione di democrazia radicalista e illuministica, a vincere la battaglia politica del ‘900. Il liberalismo è fuffa oggi giorno: il Deep State clintoniano è forse laico e liberale come lo furono Cavour, Giolitti, Croce, Guizot, Bismarck? “Libera chiesa in libero stato”, “KulturKampf”? Giammai! La cristianità civile va annientata, seppur in modo soft, come affermano i progressisti di ogni colore e latitudine.

Dalla laicità del Cavour si è arrivati, nel civile Occidente, alla più virulenta cristofobia, come sostiene Benedetto XVI. La quintessenza della secolarizzazione europeistica e occidentale, agli occhi del Conservatorismo del patriarcato moscovita, sarebbe estremismo anticristiano, più o meno morbido. Sbagliato? Giusto? Chi vede e osserva può giudicare da se, l’Europa “cristiana” è oggi il continente dell’ateismo nichilista più avanzato. Il Nostro ritiene sia una chimera la nostra ipotesi teorica che il secolo vedrà una lotta di frazione  — sia tra élite sia a livello popolare —  tra nazionalconservatori e progressisti illuministi. In verità, il contesto di Benedetto XVI pontefice rappresentò il punto di massima concordia, nella storia dell’umanità, tra la prima Roma e la Terza Roma. Il testo ratzingeriano del 2009, Europa patria spirituale: idea russa per l’Europa, fu il manifesto teologico politico di questa linea strategica comune tra Roma e Mosca. Ne riprendiamo un importante passo:

“Questa cultura illuminista sostanzialmente è definita dai diritti di libertà; essa parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto….Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre più in una limitazione della libertà religiosa….Una confusa ideologia libertà (neo-illuministica e progressista, ndc) conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà”.

Con il silenziamento forzato di Benedetto XVI, senza cadere nel complottismo ma senza nemmeno escluderlo semplicemente perché ignoriamo cosa abbia potuto determinare un evento così grande come le epocali dimissioni del 2013, il Deep State del radicalismo neoilluministico ha oggettivamente portato a casa la più grande vittoria che potesse ottenere. Ad essa avrebbe dovuto seguire l’annientamento di civiltà del putinismo nazionalconservatore e Ortodosso, il ridimensionamento della Russia a minuscola potenza regionale, l’ucrainizzazione, la banderizzazione sul territorio occidentale della Federazione e l’offensiva del neo-colonialismo cinese dalla Siberia in avanti.

Ciò non solo non è avvenuto, ma sconfiggendo il Terrorismo globale anticristiano tatticamente sostenuto da Occidente, la Russia è rientrata con Stati Uniti e Cina nel novero delle potenze globali. VVP, saggiamente sostenuto dal patriarcato di Mosca, affiancato dai teorici più Conservatori interni allo stesso, ha aperto una nuova epoca storica e di civiltà, il multipolarismo, mandando all’aria i sogni utopistici della sinistra radicale clintoniana e del partito progressista di Roma cattolica.

Da patriota non occidentalista, multipolarista, quale MP è, o almeno così lo ricordavamo, dovrebbe esserne rallegrato. Benedetto XVI e il patriarca Kirill, con il presidente Putin all’opera, si ricordi lo storico discorso di Monaco del 2007 di quest’ultimo, hanno aperto la nuova era Multipolare, non occidentale. La stessa America è oggi post-globale e lo stesso Vaticano a guida gesuita è post-romano. La prima Roma è andata e la Terza Roma sta reggendo l’equilibrio internazionale sempre più multipolare. La fraternità spirituale e multipolarista di cui la Terza Roma è espressione storica ha il centro metafisico nel concetto di “umanesimo divino cristiano” (Solzenicyn), il “fratelli tutti” di Sua santità Francesco è invece espressione storica di un umanesimo umanitaristico che dà grande rilievo sociale a ciò che Benedetto XVI già bollò come “neo-paganesimo” mondano relativistico e naturalistico. Con questo non ci azzardiamo, naturalmente, a affermare che il santo padre Francesco sia un pagano o un relativista progressista tout court. Il testo integrale della nuova enciclica, di eccezionale valore storico, di Sua santità Francesco merita certamente una lettura più disincantata, e meno partigiana, di quella de “il manifesto” ma non è chiaramente questa la sede. Va comunque ribadito in conclusione che l’umanesimo storicista cristiano slavofilo-europeo di un Solzenicyn o quello conservatore (neo-europeo) di un Benedetto XVI, strategicamente vicino al patriarcato di Mosca, si pongono certamente in una differente prospettiva e strategia di civilizzazione, più radicalmente multipolarista, rispetto al neo-universalismo globalista e populistico di Sua santità Francesco.

NOTE

[1]   Sua santità Francesco è figlio ideologicamente della peronista e terzomondista Teologia del popolo argentina, non della Teologia della Liberazione come sostiene MP. Non sta a noi, ne tantomeno in questo contesto, stabilire se la sua azione di Pontefice ricalchi la visione della Teologia del Popolo




IL DESTINO DELLA RUSSIA E LA CHIESA CATTOLICA di Moreno Pasquinelli

«Quanto tempo, arciprete, dovranno ancora durare questa sofferenze? Risposi: Fino alla morte. E lei con un sospiro replicò: così sia; proseguiamo il nostro cammino».
Avvacum, Autobiografia

Giorni addietro SOLLEVAZIONE ha pubblicato, a firma F.f,  SCISMA NEL CATTOLICESIMO UNIVERSALE?
L’autore, posto che sarebbe in atto una “guerra civile ideologica a bassa intensità nel mondo cattolico contemporaneo”, per la precisione tra l’ala progressista bergogliana e quella conservatrice e rigorista (Vigano et similia), sostiene di non schierarsi né con la prima né con la seconda. Alla fine del suo scritto confessa tuttavia di simpatizzare per i rigoristi e per auspicare (sulla base di tradizionali “valori cristiani non negoziabili”) una “santa alleanza” tra conservatori cattolici e Chiesa ortodossa russa, posto che  egli crede “nel ruolo e nella missione della Russia cristiano-ortodossa nel nuovo ordine internazionale” — in altre parole il mito di “Mosca Terza Roma”, la Russia come un’universale centro redenzione dell’umanità.

Tenterò di mostrare quanto fallace sia il mito di “Mosca Terza Roma” e come sia vano sperare in un’alleanza tra conservatori cattolici e russi ortodossi sulla base dei cosiddetti “valori non negoziabili”. Per farlo il lettore dovrà avere la pazienza di seguirmi in un breve viaggio a ritroso nella storia della Russia.

La sindrome costantiniana

Sotto il nome di “sindrome costantiniana” s’intende, in ambito cristiano, il perverso rapporto tra il potere secolare e quello spirituale. Un male antico, che risale appunto all’ascesa di Costantino il Grande al seggio di imperatore romano (324). Costantino non si limitò ad appoggiare la Chiesa, ne fece un braccio, sia spirituale che secolare, del potere imperiale. Così i verdetti, non solo dei Sinodi (primo fra tutti quello di Nicea, 325), ma dei singoli vescovi, ebbero, una volta ratificati dall’imperatore, forza di legge.  Con la fusione, nell’Impero Romano d’Oriente, di Chiesa e impero in un unico corpo politico teocratico avvenne una svolta epocale che ebbe conseguenze di lungo periodo. I capi della Chiesa che fino ad allora esercitavano un’autorità solo morale o teologica, accettarono di diventare funzionari imperiali con facoltà coercitive inoppugnabili. Pur di ottenere la protezione imperiale e di conservare gli enormi privilegi che detta protezione assicurava, molti patriarchi e vescovi si comportarono da veri e propri tiranni, persecutori implacabili degli “eretici” cristiani, spesso più degli stessi imperatori più osservanti. Mentre lo Stato romano assunse il compito di proteggere l’ortodossia della gerarchia cattolica, questa accettò di ubbidire ad esso, anzi sacralizzandolo.

F.f. sembra avere nostalgia del sistema teocratico. Dopo aver condannato “l’élitismo gesuitico del  Concilio Vaticano II” — Concilio che tra le diverse decisioni cercò appunto di liberare definitivamente la Chiesa dalla sindrome costantiniana — giunge infatti ad elogiare la teologia di Eusebio di Cesarea che qualifica come un “modello di cultura teologica organicistica e comunitaria”. L’apologia è rivelatrice. Biografo e strenuo difensore di Costantino, fu proprio Eusebio a gettare le basi della sindrome costantiniana in quanto teorizzò il carattere supremo e sacro del potere imperiale, così giustificando la sottomissione  della Chiesa al potere secolare. Sembra sfuggire a F.f. come Eusebio ponesse un’analogia tra il piano teologico e quello politico: dalla sua concezione teologica subordinazionista e semi-ariana per cui il Figlio è inferiore al Padre, Eusebio ricavava l’idea che il Padre fosse l’imperatore e figlio la Chiesa.

Se la Chiesa cattolica, dopo secoli di tormenti e dolorose sconfitte, ha finito per accettare la distinzione e la separazione del potere spirituale da quello secolare, il cristianesimo bizantino e quello russo in particolare, al contrario, non hanno sciolto il dilemma restando anzi prigionieri della esusebiana sindrome costantiniana.

Di quale “Chiesa ortodossa” parla poi F.f.? Egli lascia intendere che si riferisce a quella ufficiale, di cui il Patriarcato di Mosca di Kirill è ultima propaggine. Ed è a questa che F.f. sembra assegnare la missione salvifica di erigere la “Terza Roma”. Ma il Patriarcato moscovita davvero ritiene di possedere questa missione? Mostreremo che la risposta è no.

Il mito della “Terza Roma”

Questo mito sorse dopo la liberazione dal domino dei tartari (1480). Alla base non solo l’idea della traslatio imperii, ma quella per cui dopo la caduta di Roma e di Costantinopoli sarebbe spettato ai russi il ruolo di custodi di una ortodossia incontaminata, chiamati ad assolvere una messianica ed escatologica missione mondiale.

“La Chiesa dell’antica Roma cadde per la sua eresia; le porte della seconda Roma, Costantinopoli, furono abbattute dalle asce dei turchi infedeli; ma la Chiesa di Mosca, la nuova Roma, risplende più del sole in tutto l’universo. Tu sei il sovrano ecumenico, tu devi reggere le redini del governo nel timore di Dio; abbi timore di colui che te le ha affidate. Due Rome sono cadute, ma la terza rimane salda in piedi; una quarta non vi sarà. Il tuo Regno Cristiano non sarà mai dato ad alcun altro sovrano”.

Con questa parole, nel 1532, il monaco Filoteo, si rivolse a Basilio III, granduca di Mosca. Nel 1547 Ivan IV venne proclamato Zar. Ma proprio in quei tempi e attorno al dilemma del rapporto tra potere spirituale e temporale, sorsero le due tendenze storiche di dilanieranno l’ortodossia russa. Quella di tradizione bizantina per cui lo Zar sarebbe l’equivalente del Basileus per cui l’imperatore era l’incarnazione di Gesù Cristo, ed in quanto tale sovrano supremo di un unico corpo, secolare e spirituale; e quella opposta per cui era invece la comunità dei credenti che, essendo sotto la protezione dei Santi, dello Spirito Santo e di Maria, aveva la supremazia nelle questioni di fede e non tollerava sopra di sé alcun potere secolare.

La prima frattura avvenne quindi nel XVI secolo e fu quella tra i cosiddetti “Non Possidenti”, ed i “Possidenti”. Per i primi era incompatibile con i principi cristiani, sia la pratica della servitù della gleba sia possedere proprietà. Per essi inoltre, molto similmente a San Francesco, la povertà  era coessenziale ad una sincera vita religiosa cristiana. Infine i “non possidenti” propugnavano la libertà religiosa, la primazia delle comunità di base dei credenti quindi il rifiuto di ogni interferenza del potere secolare. Auspicavano infine l’unione ecumenica con tutti gli ortodossi. La vittoria dei “Possidenti” sfociò nella persecuzione implacabile come eretici dei “Non Possidenti” (tra essi il monaco e teologo S. Massimo il Greco il quale, vissuto a Firenze, fu un ardente sostenitore di Girolamo Savonarola). Da questo momento avremo non solo la subordinazione della Chiesa allo Zar (l’autocrazia zarista era infatti da venerare come sacra), ma un perpetuo periodo di decadenza della Chiesa ortodossa, decadenza spirituale e morale che spiega il vero e proprio scisma del 1653.

In quell’anno il Patriarca Nikon, convinto assertore del regime teocratico con a capo lo Zar, emanò unilateralmente un decreto col quale ordinava ai russi di seguire il rituale greco tutte le volte che questo differiva dal loro. Contro questa decisione si opposero quelli che si chiamarono “Antichi Credenti”, o “Antichi Ritualisti”. La rottura, lo scisma (Raskol), formalmente, avvenne per capziose questi liturgiche – ad esempio il Credo, la maniera di fare il segno della croce o il numero di alleluia cantati durante le funzioni religiose. In verità la sua irriducibilità veniva dall’intrecciare fattori sociali e teologici. Dal punto di vista sociale gli “Antichi Credenti” erano portatori di una visione collettivista dei rapporti agrari, ovvero di una concezione comunistico-cristiana  della società, mentre i nikoniani erano difensori del sistema fondato sulla servaggio dei contadini e del predominio dell’aristocrazia terriera. A questa idea sociale collettivista gli “Antichi Credenti” facevano corrispondere, sul piano ecclesiologico la tesi che nessun potere secolare poteva porsi sopra la comunità autorganizzata dei credenti; quindi, su quello teologico, l’idea che l’incarnazione significhi la divinizzazione non solo dell’uomo ma dell’umanità. E qui sta la peculiarità della cristologia e della fede originarie dell’ortodossia russa, tanto diverse sia dal pensiero classico greco e scolastico, sia del coevo razionalismo occidentale.

La lotta, asprissima, si concluse con la sconfitta degli “Antichi Credenti”. Non solo Avvacum che li capeggiava venne arso vivo, ma molti dei suoi seguaci, convinti che il mondo fosse oramai in mano all’Anticristo, preferirono morire bruciando con le loro case alle quali essi stessi, anziché conformarsi alla decisioni dell’alto clero e dello Zar, appiccarono il fuoco. Nel XVIII secolo gli “Antichi Credenti” dettero addirittura vita a movimenti di lotta armata e molti di loro parteciparono alla devastante rivolta di Pugacev.

Dopo di allora avremo in Russia due chiese ortodosse, quella ufficiale, sempre sottomessa agli Zar e sprofondata nella corruzione, e quella reietta e perseguitata degli “Antichi Credenti”. Per questi ultimi la Chiesa russa ufficiale (quella ai giorni nostri capeggiata dal Patriarca Kirill) sarebbe caduta nell’eresia e gli Zar saranno tutti considerati apostati in quanto traditori della missione sacra di fare di Mosca la “Terza Roma”. Il mito della “Terza Roma” non appartiene infatti alla Chiesa russa ufficiale ma a quella dissidente, quella che dai “Non Possidenti” sfocia negli “Antichi Credenti”.

La secessione degli “Antichi Credenti” accelerò due fenomeni complementari destinati a durare nei secoli successivi: la crescente putrefazione della Chiesa ufficiale e, incoraggiata dagli Zar, la sua progressiva occidentalizzazione. Entrambi i fenomeni toccarono l’apice con l’ascesa definitiva al trono di Pietro il Grande (1721). L’imperatore non solo impose il processo di occidentalizzazione (le scuole teologiche seguiranno pedissequamente gli schemi occidentali ed i libri di testo erano in latino, come in latino venivano impartite le lezioni), ma accentuò il controllo secolare sulla vita della Chiesa. Col Regolamento Ecclesiastico (1721) l’invadenza del potere zarista si spinse fino all’abolizione del Patriarcato e la sua sostituzione con un Consiglio Permanente composto da persone scelte dallo Zar medesimo e a lui obbedienti. Sconvolgendo il diritto canonico ortodosso, che implicava l’elezione dei vescovi da parte della comunità, questi vennero d’ora in avanti scelti dal potere secolare. La Chiesa perdette per sempre il diritto di esprimersi liberamente su qualsiasi questione religiosa o morale. Questa svolta fu sancita, simbolicamente, dall’abolizione di una vecchia consuetudine russa, quella per cui nel giorno della processione della domenica delle Palme, il Patriarca, che impersonava Cristo, attraversava le vie della capitale cavalcando un asino che lo Zar umilmente conduceva per la cavezza.

Si consideri, per comprendere fino a che punto di abiezione giunse la Chiesa ortodossa russa, che con la Rivoluzione 1905 l’Impero riconobbe libertà di culto e il diritto delle chiese all’autogoverno, ma questo diritto non venne concesso alla  Chiesa russa, la quale obbedì ancora una volta. Ci vorrà la Rivoluzione di febbraio del 1917 e la contestuale caduta del sistema zarista per porre definitivamente fine  a due secoli di umiliante sottomissione. Quell’anno, due secoli, si svolse infatti il Concilio Ecclesiastico Panrusso che ripristinò l’autogoverno.

Da Lenin a Putin

La vittoria della Rivoluzione Bolscevica spinse il Patriarcato ortodosso su una posizione di aperta ostilità verso il regime rivoluzionario. I comunisti, equiparati a criminali usurpatori che dovevano essere presto rovesciati, vennero ben presto scomunicati dal Patriarca Ticone (19 gennaio 1918). I bolscevichi risposero usando il bastone e la carota, ma le persecuzioni divennero la consuetudine, con due ondate che furono durissime nel periodo del terrore staliniano (1928-29 e 1937-39). Davanti al fatto che la decapitazione della Chiesa non spazzò via, anzi, la religiosità popolare (che risorse in modo impressionante durante la seconda guerra), e nella necessità di respingere il proditorio attacco nazista, Stalin fu costretto a retrocedere e nel 1943 autorizzò l’elezione del Patriarca facendo numerose concessioni alla Chiesa, a condizione che essa accettasse un ruolo subordinato al potere politico. Ai vertici della Chiesa prevalse quindi la posizione di considerare quella staliniana una forma legittima di governo. Pur di essere autorizzata a praticare dottrina e culto la Chiesa ufficiale accettò la sottomissione al controllo politico delle autorità — che si riservavano infatti, sulla scia della tradizione zarista, di accettare o respingere le nomine interne alla Chiesa.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1990-91) la Chiesa ortodossa, che si considera l’anima spirituale identitaria del popolo russo, riconquistò apertamente un ruolo centrale nella vita politica del Paese — tanto più a fronte dello sfascio politico, sociale e spirituale del periodo eltsiniano. Con l’ascesa al potere di Putin questo ruolo del Patriarcato venne consolidato e istituzionalizzato. Sorge a questo punto una domanda cruciale. Qual è oggi in Russia, posta la diarchia tra potere secolare e quello spirituale, il vero sovrano? Se ben si osserva la realtà russa la risposta è inequivocabile:  il potere secolare. E’ il Cremlino il decisore d’ultima istanza, il Patriarcato essendo un comprimario, un alleato a cui è affidata la funzione di legittimare e assecondare le decisioni del centro politico supremo. In buona sostanza Kirill (che ai tempi dell’URSS era un collega di Putin poiché è stato probabilmente un informatore del Kgb) colloca il Patriarcato sul solco storico sempre seguito dalla Chiesa ortodossa ufficiale, quello di accettare un ruolo istituzionalmente subordinato al cospetto del potere secolare — un mese prima delle elezioni del 2011, Kirill arrivò a definire il governo di Putin «un miracolo di Dio». In questo senso, e solo in questo senso, Mosca sembra essere la “Terza Roma”, ma solo in quanto, mutatis mutandis, imita formalmente la catena di comando dell’impero bizantino ove il potere assoluto spettava all’imperatore. E così ci spieghiamo le recentissime profonde modifiche alla Costituzione della Russia, tra cui, oltre ai crescenti poteri politici assegnati all’imperatore, è stata sancita la “fede in Dio” come elemento ideologico e identitario dello Stato. Una generica “fede in Dio” si badi, non il Cristo redentore. Doveroso segnalare come questa esortazione ecumenica, rivolta anzitutto ai musulmani, faccia il paio con quella contenuta nella Dichiarazione di Abu Dhabi sulla fratellanza umana sottoscritta nel febbraio 2019 da Papa Bergoglio e il Grande imam di al-Azhar. Dichiarazione considerata “eretica” dalla destra cattolica per la quale la fede cattolica sarebbe la sola porta d’accesso alla salvezza eterna, destra che ama citare, come dogma incontrovertibile: “Io sono la via, la verità, la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, [Atti 4, 11-12].

Se non bastasse questo per comprendere quanto l’attuale tandem Cremlino-Patriarcato di Mosca siano lontani dal considerarsi la “Terza Roma”, di quanto siano distanti dal pretendere di accollarsi la suprema funzione salvifica dell’umanità — quanto cioè siano estranei alla visione escatologica della prima ortodossia russa — ci giunge in soccorso un’affermazione di alto valore simbolico pronunciata nel marzo scorso dal deputato di Russia Unita (il partito putiniano) Aleksandr Il’tjakov: “Il nostro obiettivo non è costruire il paradiso in terra, ma prepararsi per la prossima vita”. Ognuno comprende che non c’è alcuna concessione al messianismo tipico dell’autentica ortodossia cristiana (l’attesa dell’avvento del definitivo Regno di Dio in Terra), e come invece si assegni alla Chiesa, in linea con quanto accaduto dal XVII secolo in poi, una modesta funzione ideologica di legittimazione conservativa dell’ordine sociale dato.

La battaglia del secolo

F.f. immagina e auspica che la Russia cristiano-ortodossa possa giocare un ruolo ed una missione centrali nel nuovo ordine internazionale. Tutto indica che questa è una chimera. Ed lo è per due ragioni complementari. La prima è che l’attuale Patriarcato, sul solco della infausta tradizione della Chiesa ufficiale, non si assegna alcuna funzione mistica e redentrice; la seconda è che il Patriarcato non può svolgere alcun ruolo autonomo sulla scena mondiale, in quanto accetta che ciò sia esclusiva prerogativa del Cremlino, al quale deve ubbidire. In parole povere il Patriarca fa quel che Putin ordina di fare. E, si badi, ciò vale anche sul piano ecumenico, sul piano delle relazioni religiose con la Chiesa cattolica. E’ il potere secolare (dato che gli affari religiosi hanno dimensione politica e geopolitica) che decide a che punto può spingersi il Patriarca.

Ma F.f. potrebbe obiettare che sia Putin che Kirill sono in perfetta sintonia, sul piano di quelli che definisce “valori non negoziabili” (in sostanza “Dio, patria e famiglia”), non solo col fronte cattolico conservatore, ma anche coi settori oltranzisti dell’evangelismo protestante a stelle e strisce e financo con certo ebraismo sionista oggi egemone in Israele. L’errore di F.f. è evidente. Egli immagina che la battaglia principale del del XXI secolo sia quella manichea che si svolge sul piano dei “valori” religiosi ed ideologici, ovvero tra “progressisti-globalisti” e “tradizionalisti-sovranisti”. Questa immaginazione è fasulla. Sono ben altre le decisive linee di faglia dello scontro geopolitico. F.f. scambia il proprio universo simbolico e immaginario con quello storico-reale. La verità è che, abbattuto il “socialismo reale”, siamo per la prima volta nella storia in un universo completamente colonizzato dal capitalismo. Non che i fattori ideologici non abbiamo importanza, ma essi, in ambiente capitalistico, sono fattori strumentali agli interessi economici e strategici degli player globali, siano essi Stati che i giganteschi conglomerati multinazionali. Peggio: i valori morali e l’ideologia sono spesso il Velo di Maja dietro al quale questi attori ammantano e camuffano i loro meschini interessi di parte.

Come il concreto vince sempre sull’astratto, la moderna visione realista del Politico, in ultima istanza, è destinata a prevalere su quella normativa — di cui quella religiosa non è che la sua versione ancillare. Putin, con Machiavelli sa che “gli stati non si tengono co’ paternostri in mano”. Kirill, da parte sua, non pare proprio il tipo che voglia fare la parte del Savonarola.

Sul piano ecumenico-religioso, Putin, che è più allievo di Machiavelli che dei mistici ortodossi, certo auspica un avvicinamento con la Chiesa cattolica, ma si guarderà bene dall’incoraggiare Kirill a fomentare la velleitaria sedizione della destra cattolico-conservatrice per defenestrare Bergoglio. Che poi questo avvicinamento abbia fatto passi avanti — F.f. sottolinea il ruolo di Ratzinger ma per la verità fu proprio il Vaticano II a rilanciare l’ecumenismo cristiano ed a porre fine a quello che gli ortodossi hanno chiamato “imperialismo spirituale cattolico” — è vero, ma la riunificazione dei battezzati in Cristo in una Chiesa unita resta, a nostro parere, se non impossibile, altamente improbabile. Troppo profonde le cicatrici storiche, troppo grandi le differenze  liturgiche, ecclesiologiche e canoniche — queste ultime non afferiscono solo al ruolo guida del vescovo di Roma sul piano spirituale ma alle sue prerogative giurisdizionali per cui non la comunità dei credenti sceglie il vescovo bensì il Papa medesimo ed a qualsiasi latitudine).

Se il Patriarcato moscovita può ben accettare, nel nome di “Santa Madre Russia”, una relazione di ubbidienza politica e geopolitica col Cremlino, non acconsentirà mai, pena un nuovo scisma interno, ad una subalternità spirituale e giurisdizionale con Roma. Tanto più improbabile sarebbe questa ricongiunzione ecumenica ove il Vaticano cadesse nelle mani dei papisti irriducibili della destra rigorista cattolica, composta appunto da strenui difensori del primato universale della Chiesa apostolica romana.

D’altra parte la Chiesa cattolica, per sua stessa natura, non può accettare nel suo seno chiese autocefale nazionaliste — né, come vedremo, può sostenere, se non in funzione tattica, movimenti politici che facciano del nazionalismo secolarizzato la loro cifra identitaria. Il pontificato di Bergoglio, di contro a certa vulgata “sovranista” non fa eccezione e segue un solco multisecolare.

Qual è dunque l’autentica natura, quindi il vero orizzonte, del pontificato bergogliano?

F.f. ne ricusa il “modernismo” e il “globalismo progressista”. Si spinge anzi a schiacciare Bergoglio sulle posizioni dell’élite liberale, se non addirittura del “deep state” nordamericano. Noi saremo più prudenti. Posto che la Chiesa cattolica è per sua stessa essenza universalistica (l’ecumene a cui mira è l’umanità intera), essendo quindi universale la sua missione salvifica, risulta massimamente errato stabilire un’equipollenza con il cosmopolitismo liberal-capitalista. La convergenza è, come dire, tattica, transeunte. Con due millenni alle spalle, Roma punta a sopravvivere sia al tramonto dell’ordine capitalista e mercatistica provvisoriamente dominante, sia alla primazia dell’Occidente. Tramonto che non solo Bergoglio ma gia Ratzinger aveva, se non profetizzato, messo nel conto. Roma, la partita, la gioca sui tempi lunghi, mentre Sua Maestà Il Capitale, per sua natura, non può che guardare agli utili del trimestre se non addirittura al corso dei titoli di borsa in tempo reale. Vero che le grandi potenze statuali sono tenute ad agire in base ad una visione strategica, ma essendo appunto potenze diverse in rotta di collisione, alla fine non possono che soggiacere al caos e quindi all’eterogenei dei fini. La Chiesa no. Si può aborrire fin che si vuole il gesuitismo, ma esso è riottoso ad accettare qualsivoglia fine che non si quello proprio, quello del più potente partito politico mondiale, posto che esso si fa forte dell’assistenza della Provvidenza.

La Chiesa bergogliana anti-sovranista? Lo sarebbe anche una Chiesa che cadesse in mano agli scismatici della destra rigorista. Perché? Perché, lo abbiamo detto, cattolicesimo, lo dice la parola, non può che essere universalistico. Così ci spieghiamo la ragione per cui, al contrario delle Chiese ortodosse, quella romana, alla forma stato-nazionale, preferisce per vocazione la forma stato-imperiale, plurinazionale. Non sta qui la differenza sostanziale tra bergogliani e anti. Essi hanno il medesimo scopo ultimo, cattolicizzare il mondo considerato come ecumene con Roma caput mundi (di passata: la “Prima Roma” non è mai crollata veramente, è sopravvissuta come centro del cattolicesimo mondiale); divergono nel considerare quali siano le forze secolari, sociali e spirituali su cui appoggiarsi per giungere allo scopo. Mentre i bergogliani guardano ad un futuro post-occidentale e policentrico e tentano quindi di separare la Chiesa dall’Occidente che giudicano moribondo, la destra cattolica è agli antipodi poiché si attesta su una posizione di arroccamento e di strenua difesa della supremazia mondiale dell’Occidente imperialistico. Non che i “valori” non abbiamo importanza, ma uno scisma dalle conseguenze imprevedibili, se avverrà, avverrà su questo terreno. Se abbiamo ragione è evidente come i papisti del cattolicesimo conservatore, oltreché islamofobi sono i più distanti da una alleanza con la Russia ortodossa.

Da questo punto di vista, considerando come sarà il mondo fra cinquanta o cento anni, con la gran parte della popolazione mondiale ammucchiata nel Sud e nell’Est del pianeta, e con l’Occidente euro-americano scristianizzato e che non sarà più il baricentro mondiale, la visione bergogliana, ovvero quella realista dei gesuiti, ci pare quella, se non destinata a conservare l’egemonia, quella più realista. Qui sta la formale convergenza, non teologica ma tutta politica, tra il bergoglismo e il terzomondismo della Teologia della Liberazione.

Concludiamo infine tornando sul mito di “Mosca Terza Roma”.

C’è stato in effetti un momento nel quale questo mito si è incarnato nella storia, ed è stato nel secolo scorso con la rivoluzione bolscevica e la sua potente spinta espansiva su scala mondiale. Come scrisse Nicola Berdajev:

«Il comunismo russo è  esso stesso una fede, una religione. Nel suo carattere esclusivo si esprime il temperamento religioso dei russi, la loro psicologia di scismatici e settari. (…) Esso più tradizionalista di quel che si è soliti pensare, è una trasformazione ed una deformazione della vecchia idea messianica russa».
[Nicola Berdtjev, Il senso e le premesse del comunismo russo, Roma 1944]




L’ULTIMO UOMO di Mauro Pasquinelli

GENESI E FINALITA’ DELLA PANDEMIA

Non e’ scopo di questa riflessione stabilire se la pandemia sia stata artificialmente creata dai nuovi padroni del mondo, o emerga spontaneamente dal caos della devastazione criminale della natura. Sia come sia l’imputato numero uno e’ il capitalismo, vuoi nella forma neo-liberista occidentale, vuoi in quella statalista cinese. Sia come sia la Pandemia e’ la nuova tecnica “miracolosa” per far si che il servo interiorizzi i comandi del Signore.

Se anche fosse, ma nessuno puo’ dirlo con certezza, che il virus sia stato modificato in un settore del laboratorio OMS di stanza a Wuhan, controllato da Inglesi e Americani, resta il fatto che la Cina e’ reticente e quindi complice, correa nel crimine.

La complicita’ tra neoliberisti e statalisti si realizza ugualmente se ipotizziamo, che la pandemia sia una falsa pandemia, utile ad entrambi i capitalismi per perfezionare e collaudare nuovi dispositivi di disciplinamento sociale. Ma lo e’ anche se ipotizziamo, al contrario, che il virus sia realmente presente, devastante ed espressione, come affermano i piu’ attenti ecologisti, del Global Warming, della deforestazione che restringe gli spazi di molti animali portatori del virus, e che annulla il naturale distanziamento tra loro e l’uomo.

In ogni caso e detto in termini marxiani, la pandemia pone sul banco degli imputati tout court il modo di produzione capitalistico, cioe’ un modello economico e sociale predatorio ed invasivo, nemico della salute pubblica, giunto per auto-combustione alla sua fase terminale e suicidaria.

Ci sono due laboratori dove si puo’ analizzare la pandemia, quello medico e quello politico sociale. Non essendo virologo posso solo inoltrarmi nel secondo campo.

Recita un vecchio adagio : “la strada verso l’inferno e’ lastricata di buone intenzioni”. Tradotto oggi vuol dire: ci vogliono far credere che stanno pensando alla nostra salute e sicurezza, ma in realta’ stanno solo testando nuovi dispositivi biopolitici di dominio, nuove forme orwelliane di controllo e assoggettamento totale dell’uomo. Un benthamiano Panocticon dei tempi moderni.

Fanno morire di fame sei milioni di bambini l’anno, che potrebbero essere salvati a basso costo con un vaccino che si chiama cibo, solo rinunciando allo 0,00000001 dei loro oceanici introiti truffaldini, e pensate che geni del Business come Bill Gates tutelino la nostra salute? Sarebbe ridicolo solo pensarlo! Purtroppo milioni se non miliardi di umani ci credono, e il loro crederci e’ una forma di collaborazionismo. Non ci potrebbero essere 1000 psicopatici supermiliardari al vertice della governance mondiale, senza miliardi di collaborazionisti, piu’ o meno consapevoli, piu’ o meno volontari, piu’ o meno passivi.

Viviamo dentro il romanzo piu’ distopico mai scritto. Le elite dominanti, i nuovi padroni universali sanno bene che il loro sistema e’ al collasso economico, politico, finanziario, ecologico, etico e culturale. Sanno bene che esso non e’ piu promessa di un futuro migliore per miliardi di uomini, e si e’ convertito in una minaccia per le stesse basi ecologiche dell’esistenza umana. Cosi si affrettano a compiere esperimenti socio-orwelliani per ridurre le popolazioni, saccheggiare diritti, prevenire rivoluzioni, distanziare i corpi, chipparli, controllarli, sottoporli a prove di obbedienza totale , non con dittature militari sconvenienti come nel secolo scorso, ma sotto la sferza di pandemie. La storia ci dira’ se artificialmente create o meno.

L’olio di ricino ha ceduto il passo nel dopoguerra alla societa’ dello spettacolo, di cui Debord ci offri’ un magistrale ritratto. Oggi essa giunge al suo culmine vertiginoso, la pandemia spettacolarizzata. Il piano diabolico sembra funzionare. Il tempo ci dira’ fino a che punto. Ma intanto non puo’ sfuggire, anche al piu’ disattento osservatore, un fatto di inquietante portata storica: milioni di persone che alla fine del 2019, in Cile, Ecuador, Francia, Colombia etc insorgevano contro il neo-liberismo ed occupavano le piazze delle loro capitali, sono rifluiti nelle proprie case, senza colpo ferire. Hanno temuto piu’ il virus che la repressione, il carcere e la tortura.

Abbiamo assistito ad eventi ben programmati che neanche la fantasia dei piu’ celebri autori di romanzi distopici poteva immaginare: Tg trasformati in bollettini di guerra, panico alimentato e diffuso a reti unificate, numeri dei morti gonfiati ad arte, file di bare esibite a monito, quarantene, distanziamento dei corpi, mascherine, psicopolizia, microchip, delazioni, vigili urbani trasformati in SS, funerali proibiti, cadaveri bruciati senza permesso dei famigliari. Se quattro mesi fa qualcuno avesse predetto tali eventi, sarebbe stato preso per pazzo. Ma cio’ che e’ follia tra gli umani puo’ diventare normalita’. A tutto si abitua, questo strano bipede che e’ l’homo sapiens.

Una cosa e’ certa. Le misure prese dai governi per contrastare il contagio ci danno la dimensione perfetta, sul piano simbolico, del posto riservato all’ ultimo uomo nel capitalismo assoluto: una pura e semplice unita’ statistica, un simulacro biopolitico, un soggetto irrelato, distanziato, de-identificato che ha la sola funzione di assistere passivo allo spettacolo macabro ed avvilente del nuovo leviatano. Uno zomby che si aggira tra lunghe file, paziente, remissivo e muto, per comprare merci e pagare bollette. Un paria che diffida del suo simile. Il capitalismo della Pandemia, si rivela nella sua vera essenza o nuda vita. Appare senza fronzoli e mediazioni come sistema che fa del soggetto una suo surrogato, dell’uomo un passivo e solitario consumatore di immagini e bufale televisive. Siamo giunti all’apoteosi dell’uomo neoliberale, dell’individuo assoluto, solo, in competizione con tutti, diffidente, spaventato, barricato nel suo bozzolo egoico.

PRIMO ATTO DELLA TRAGICOMMEDIA: LA MASCHERINA

Decriptiamo la quarantena sul piano simbolico. Operiamo una traduzione linguistica della nuova antropologia nera nella quale ci hanno precipitati e alla quale vogliono assuefarci. Partiamo dalla mascherina, vero oggetto di culto del nuovo catechismo spettrale. Serve? Non serve? I pareri scientifici sono discordanti. Ma il popolino non sa nulla di scienza. Ascolta e obbedisce al verbo del sacerdote televisivo. Siamo giunti in pochi giorni di propaganda ossessiva al punto che chi non la indossava veniva osservato dal proprio simile come pazzo, come untore, come reprobo. Indossarla era un obbligo sociale, come il Burqa in Afghanistan. Si vedevano persino coppie mascherate mentre giravano in macchina. Ma cosa simboleggia la mascherina sul versante dei nuovi rapporti sociali? Qual’e’ il suo messaggio subliminale? L’uomo in mascherina e’ l’uomo qualunque, perfettamente de-identificato, l’uomo senza volto, e’ il soggetto indistinto, quindi puro oggetto spettrale, metafora perfetta del bancomat-consumatore, dell’uomo ridotto alla pura dimensione di merce, di valore di scambio. Se il denaro senza volto, perfettamente numerario, e’ il nuovo Dio come volete che il suo discepolo ne abbia uno? Come potete pensare che l’individuo sia soggetto libero, esclusivo e irripetibile nel suo genere, quando adora un Dio indifferenziato? Ma c’e’ un ulteriore risvolto antropologico della mascherina: la difficolta’ a riconoscersi, il guardarsi da lontano cupo e di traverso che io ho notato tra i passanti, o tra le persone in fila al supermercato. Quindi non solo de-identificazione ma anche diffidenza. Non vi sembra questo il binomio perfetto di rapporti sociali in cui la comunita’ e’ dissolta e la competizione e’ celebrata come dogma costituente?

SECONDO ATTO: IL DISTANZIAMENTO SOCIALE

Passiamo al secondo atto del tragicomico lockdown, il distanziamento sociale e il suo corollario, il divieto di assembramento. Chiediamoci: se la mascherina e’ sufficiente ad evitare il contagio, perche’ imporre anche il distanziamento? Delle due l’una o la mascherina non serve a niente o il distanziamento e’ un rituale che serve ad altri scopi. Io penso che siano verosimili entrambe le ipotesi. Il distanziamento e’ la vera cifra della quarantena, e’ l’essenza dei nuovi rapporti a cui puntano i padroni universali per consolidare le catene della sussunzione e dell’obbedienza. Corpi distanziati sono corpi che non stabiliscono relazioni, e senza relazioni fisiche tra i sudditi, addio a rivolte, tumulti e rivoluzioni. Il potere canta vittoria, gongola gia’ prima della battaglia evitata. Uomini soli, diffidenti e distanziati (e sempre indebitati) uomini senza qualita’ per dirla con Musil, che si presentano come zomby alle urne ogni cinque anni per stabilire chi li comanda. E’ forse questo l’ultimo miraggio allucinato e distopico delle Elite’?

TERZO ATTO: LA PSICOPOLIZIA

Qui George Orwell e Aldous Huxley andrebbero a nozze e erigerebbero nuovi monumenti letterari alla distopia. Il nemico invisibile una volta evocato ha scatenato il tutti contro tutti. Il ministero neo-goebbelsiano della propaganda e della verita’, ha avuto autostrade spianate, e poche ore sono state sufficienti, per afferrare tutti nella spirale guerrafondaia dell’amico nemico, anzi del nemico-nemico. E’ bastato il terrore di un virus trasmesso a reti unificate su scala mondiale non solo per creare frontiere tra un pianerottolo e l’altro, per rendere l’uomo straniero dell’altro uomo, ma anche per farlo delatore del vicino, dell’altro da se’. Visi diffidenti, sguardi obliqui, inquilini dello stesso condominio tramutati in delatori e poliziotti, ecco l’osceno ritratto del capitalismo assoluto nella sua fase pandemica terminale. Ecco l’uomo trasformato in psicopatico, in ombra di se stesso, sotto i colpi della propaganda e della paura. Ho visto cose che gli umani non potevano immaginare neanche sotto le peggiori dittature: vigili urbani frugare nelle buste della spesa e multare vecchiette che avevano acquistato cose “non necessarie”. Ho visto forze dell’ordine, spalleggiate da medici compiacenti, e con l’autorizzazione del Sindaco, sedare in mezzo alla strada un uomo che stava esprimendo con il megafono il suo disaccordo contro le chiusure, per quella che considerava una finta Pandemia. Avvalendosi per di piu’ del TSO (trattamento sanitario obbligatorio).

QUARTO ATTO: L’OBBEDIENZA ASSOLUTA

E’ bastato instillare quote sempre crescenti di panico, gonfiare le cifre dei morti, mostrare camion militari trasportare anonime bare, per abbattere le residue resistenze ed ottenere dall’ultimo uomo l’obbedienza assoluta e volontaria, l’autoreclusione desiderata e richiesta. Persino festeggiata con tanto di balli sui balconi, accendini accesi e striscioni “andra’ tutto bene” orgogliosamente sventolati. Non bastava essere cretini, bisognava anche esibirlo, bisognava anche plaudire con sorrisini di approvazione al carceriere. Non bastavano le catene del pre-pandemia, bisognava chiedere di stringerle piu’ forte. Nessuno si e’ accorto di aver perso lo stato di diritto. Nessuno ha avuto il coraggio di batter ciglio difronte alla costituzione violata e violentata. Il pensiero ritorna ai decenni bui del Novecento quando folle di umani, solo un anno prima pacifiche solidali ed internazionaliste, si tramutarono improvvisamente in orde inferocite, accecate dall’odio verso il nemico di turno. L’analogia corre anche sul lato sinistro della “sinistra”. Se nel 1914 essa voto’ i crediti di guerra seppellendo il sogno dell’internazionale, oggi essa rivendica il prolungamento dello stato di eccezione e del lockdown. Solo quattro mesi fa non era essa l’alfiere dei porti aperti e di un mondo senza frontiere? Ossimori, paradossi ed ironie della imprevedibile storia umana.

QUINTO ATTO: SOSPENSIONE DELLA RAGIONE

Per ottenere l’obbedienza assoluta il potere deve fare affidamento su una dinamica tipica delle folle nelle fasi emergenziali: la sospensione della ragione, la disattivazione dell’incredulita’, il sonno della consapevolezza. Per sentirsi parte di un branco in pericolo di morte, e parte di una narrazione che lo vuole responsabile e protettivo verso i propri cari, l’homo sapiens attiva questa sospensione che finisce per spingerlo a dar credito anche alle bufale piu’ inverosimili, se propalate dal salvatore di turno. Accade quello che e’ tipico nel bambino quando ascolta una fiaba di vittime e carnefici, di orchi e streghe, o quando si osserva un film dalla trama horror e diabolica. Si finisce per crederci, per sospendere il giudizio critico, per essere parte della narrazione in atto, altrimenti si interromperebbe ogni ascolto e visione.

SESTO ATTO: IL CONTROLLO UNIVERSALE

Qui arriviamo alla quadratura del cerchio. Allo scopo ultimo di chi ha messo in moto questa infernale macchina orwelliana della Pandemia, da un punto all’altro del globo, dalla Cina agli Stati Uniti: chippare ogni individuo dalla nascita, come i cani, per controllarne e tracciarne ogni movimento, finanche ogni desiderio, passione e comportamento. Non tutti lo sanno ma il Bangladesh e’ il primo Stato al mondo che si e’ offerto come cavia per sperimentare il chippamento dalla nascita di tutti i suoi abitanti, come prescritto dalla OMS. Il chippamento, preludio al nuovo regno spettrale del transumano, servira’ non solo a tracciare e controllare i sudditi ma anche ad attribuirne un credito sociale, immediatamente scannerizzabile. Vogliono traccare ogni singolo comportamento dandogli un voto, in modo da imporre lo stile di vita voluto dai padroni del mondo. Quanto piu’ sarai conforme alle regole del potere tanto piu’ credito avrai. Quanto piu’ credito avrai tanto piu’ possibilita’ di lavoro e di sopravvivenza ti sara’ concessa. Passi al semaforo con il rosso o non paghi la rata del mutuo? Meno punti. Fai la spia alla polizia e fai arrestare un piccolo criminale: piu’ punti. Nel sistema della mercificazione universale, la merce uomo non sara’ valutata solo per la prestazione della sua forza-lavoro, ma anche per la sua affidabilita’ psicopolitica, immediatamente registrabile….Parafrasando Marx possiamo scrivere: uno spettro si aggira per il mondo: non e’ il comunismo ma il transumano.

SETTIMO ED ULTIMO ATTO: LA TECNOSCIENZA COME NUOVA RELIGIONE.

A chi dobbiamo l’obbedienza assoluta? A governi che, nello stato di eccezione diventato status normale e permanente, hanno abdicato le proprie prerogative ad equipe di “scienziati”, sul libro paga dei padroni universali. La medicina e’ la nuova teologia, i virologi sono i suoi sacerdoti, la terapia il nuovo culto sacro. Essi non ci dicono che la malattia va curata con una attenta prevenzione, con uno stile di vita sano ed equilibrato, impossibile in un sistema centrato sul profitto. Sarebbe eretico e dissacrante. Essi, come i preti di un tempo che ci invitavano solo a pregare, si occupano solo di terapie. La terapia e’ il nuovo vangelo. Il virus il nuovo demone da combattere seguendo tutti i precetti del clero scientocratico. Chi diffonde notizie alternative e’ l’eretico da imbavagliare (un tempo si usavano i roghi). Vedremo sempre piu’ filosofi e scienziati non allineati essere silenziati dai religiosi. Vedremo sempre di piu’ super bufalari istituire sante inquisizioni contro le “fake news” di scienziati alternativi. Questo e’ il futuro che ci aspetta!

CONCLUSIONI

La quarantena che ci hanno imposto e’ un assaggio, un antipasto, una prefigurazione dell’uomo del futuro a cui i padroni universali stanno maniacalmente lavorando. Un uomo che possiamo sintetizzare con due parole: codice a barre. Un individuo assoluto, numerario, totalmente irrelato, de-identificato e de-socializzato, la cui unica funzione sta nell’essere rinchiuso in casa a simulare la vita, magari ad organizzare meeting o feste seduto in pantofole, ad affogare la sua frustrazione facendo acquisti compulsivi on-line, a intessere “amicizie” che non vede e non conosce. Un onanista del piacere prestazionale dedito ossessivamente alla tastiera, la cui vita sara’ racchiusa in un telefonino, nel divorare immagini, videogiochi, cinema trash, pornografia. Sta gia’ dilagando in Occidente lo stile di vita acquisito in Giappone che va sotto l’appellativo di Hikikomori: migliaia di giovani che non lasciano la propria stanza da anni e vivono solo attraverso il Web.

La massima aspirazione dell’ultimo uomo ridotto ad una password, sara’ possedere una autovettura, magari senza pilota, da cui potra’ impartire ordini alla cucina, impostare la temperatura del forno, aprire il frigorifero, o attivare la cucina ad induzione. Il reale alienato del capitalismo industriale cede il passo all’osceno surreale del capitalismo assoluto e virtuale.

Umani svegliatevi, uscite dalla caverna, prima che sia troppo tardi. La campana dell’ uomo cyborg, e’ gia’ suonata nel lockdown planetario. Saremo tutti chippati, tracciati, sorvegliati, spiati persino nelle intenzioni e nei desideri. Vivremo tutti nel volgere di venti anni, nella Matrix universale, dove sentirsi umani sara’ solo un vecchio ricordo, affogato nell’incubo dei sopravviventi. Chi fara’ rivolte? Chi fara’ rivoluzioni tra gli umani ridotti a codici a barre? Dove troveremo la spinta alla costruzione di una comunita’ di liberi quando ci troveremo circondati ovunque da transumani, stranieri l’un dell’altro, diffidenti verso se stessi e verso tutti, esseri egoici, con lo sguardo fisso sul proprio cellulare, sulla propria effimera prestazione onanista e virtuale? Quale solidarieta’ potremo intessere tra umanoidi de-socializzati?

Fonte: mauropasquinelli.blogspot.com




UN PAPA CHE NON SI FA I CAZZI SUOI di Carlo Formenti

Ci siamo: nel momento in cui l’intero apparato ideologico occidentale (partiti, media, associazioni imprenditoriali, ecc.) è mobilitato per sostenere il neoliberismo e i principi della “società aperta” (sottinteso ai flussi di capitale finanziario) e “democratica” (si intende per i membri delle élite economiche e sociali) che traballano di fronte alla sfida di una crisi sistemica globale che segue a pochi anni di distanza quella del 2008, era inevitabile che prima o poi sarebbe arrivato un attacco al pontificato di Bergoglio reo di essere sbilanciato “a sinistra”. Dopo i fondamentalisti cristiani di destra (americani e non solo) e dopo i media più smaccatamente reazionari, tocca ora al “moderato” (nel linguaggio ma non nei contenuti) Corriere che dà mandato di aprire il fuoco a un intellettuale come Ernesto Galli della Loggia che – in quanto più colto, intelligente e meno forcaiolo della media dei collaboratori della “autorevole” testata – risulta meno sospetto.

L’argomentazione è interessante e complessa, per cui invito i lettori ad andarsela a leggere ( UNA CHIESA POCO POLITICA  l’articolo inizia in prima pagina e prosegue a pagina 32) limitandomi qui a riassumerne alcuni passaggi cruciali. In primo luogo – e qui l’appunto è curioso, dato che arriva da una voce “laica” – si imputa al discorso del papa di mancare di forti specificità religiose. Bergoglio, si dice, non parla di fede ma di ideologia. Infatti non si rivolge, come i suoi predecessori agli “uomini di buona volontà” (o ai governanti) bensì ai popoli, termine dietro il quale si intravvede una parte dell’umanità, quella meno favorita, sfruttata e oppressa.

Ma non è ciò del tutto compatibile con il messaggio cristiano originario? Sì, ribatte della Loggia, ma manca qui la cornice della tradizionale dottrina sociale della Chiesa che, da Leone XIII a Giovanni Paolo II, aveva sempre tenuto una posizione “di centro” fra capitalismo liberale e statalismo socialista.

Invece Bergoglio rivela malcelate antipatie per il capitalismo nella sua versione estrema (americana e turbo-liberista) associata alla simpatia per i movimenti sociali dal basso, spingendosi a rivendicare un “reddito universale”. Anche qui non sembrano esservi incompatibilità con il messaggio evangelico, senonché, chiosa della Loggia, tutto ciò non si accompagna ai tradizionali richiami cattolici al pentimento, alla conversione e alle verità trascendenti della fede. Ma senza questi richiami, conclude il nostro, viene a mancare il fondamento stesso del ruolo politico della Chiesa come istituzione, che si riduce invece a predicazione ideologica (cioè “impolitica”).

Così Bergoglio, non a caso, è sospetto di pendere dalla parte dei Paesi del Sud europeo (e più in generale del Sud del mondo) e soprattutto non prende parte apertamente nello scontro geopolitico che si prospetta fra Oriente (Cina e Russia) e Occidente, benché Cina e Russia siano “indifferenti ai diritti umani e alla libertà religiosa”.

Insomma, quanta nostalgia per un papato come quello di Giovanni Paolo II, dichiaratamente anticomunista, ma soprattutto attento a predicare ai poveri rassegnazione e pazienza e riconoscimento del ruolo dei Cesari di turno. L’intervento di Galli della Loggia è paradigmatico dell’atteggiamento del pensiero liberale e laico: la religione è affare dei gonzi che credono nella trascendenza, ma svolge un ruolo insostituibile, almeno finché si limita a predicare pentimento e conversione, viceversa quando non si fa i cazzi suoi e pretende di interferire negli affari politici, sociali ed economici diventa un pericoloso agente di turbamento degli equilibri del potere. Se funziona da oppio delle masse ok, se agita gli animi si iscrive nel fronte dei nemici della libertà.

* FONTE: CARLO FORMENTI

 




LA MEDICINA COME RELIGIONE di Giorgio Agamben

Che la scienza sia diventata la religione del nostro tempo, ciò in cui gli uomini credono di credere, è ormai da tempo evidente.

Nell’Occidente moderno hanno convissuto e, in certa misura, ancora convivono tre grandi sistemi di credenze: il cristianesimo, il capitalismo e la scienza.

Nella storia della modernità, queste tre «religioni» si sono più volte necessariamente incrociate, entrando di volta in volta in conflitto e poi in vario modo riconciliandosi, fino a raggiungere progressivamente una sorta di pacifica, articolata convivenza, se non una vera e propria collaborazione in nome del comune interesse.
Il fatto nuovo è che fra la scienza e le altre due religioni si è riacceso senza che ce ne accorgessimo un conflitto sotterraneo e implacabile, i cui esiti vittoriosi per la scienza sono oggi sotto i nostri occhi e determinano in maniera inaudita tutti gli aspetti della nostra esistenza. Questo conflitto non concerne, come avveniva in passato, la teoria e i principi generali, ma, per così dire, la prassi cultuale. Anche la scienza, infatti, come ogni religione, conosce forme e livelli diversi attraverso i quali organizza e ordina la propria struttura: all’elaborazione di una dogmatica sottile e rigorosa corrisponde nella prassi una sfera cultuale estremamente ampia e capillare che coincide con ciò che chiamiamo tecnologia.
Non sorprende che protagonista di questa nuova guerra di religione sia quella parte della scienza dove la dommatica è meno rigorosa e più forte l’aspetto pragmatico: la medicina, il cui oggetto immediato è il corpo vivente degli esseri umani. Proviamo a fissare i caratteri essenziali di questa fede vittoriosa con la quale dovremo fare i conti in misura crescente.

1) Il primo carattere è che la medicina, come il capitalismo, non ha bisogno di una dogmatica speciale, ma si limita a prendere in prestito dalla biologia i suoi concetti fondamentali. A differenza della biologia, tuttavia, essa articola questi concetti in senso gnostico-manicheo, cioè secondo una esasperata opposizione dualistica. Vi è un dio o un principio maligno, la malattia, appunto, i cui agenti specifici sono i batteri e i virus, e un dio o un principio benefico, che non è la salute, ma la guarigione, i cui agenti cultuali sono i medici e la terapia. Come in ogni fede gnostica, i due principi sono chiaramente separati, ma nella prassi possono contaminarsi e il principio benefico e il medico che lo rappresenta possono sbagliare e collaborare inconsapevolmente con il loro nemico, senza che questo invalidi in alcun modo la realtà del dualismo e la necessità del culto attraverso cui il principio benefico combatte la sua battaglia. Ed è significativo che i teologi che devono fissarne la strategia siano i rappresentanti di una scienza, la virologia, che non ha un luogo proprio, ma si situa al confine fra la biologia e la medicina.

2) Se questa pratica cultuale era finora, come ogni liturgia, episodica e limitata nel tempo, il fenomeno inaspettato a cui stiamo assistendo è che essa è diventata permanente e onnipervasiva. Non si tratta più di assumere delle medicine o di sottoporsi quando è necessario a una visita medica o a un intervento chirurgico: la vita intera degli esseri umani deve diventare in ogni istante il luogo di una ininterrotta celebrazione cultuale. Il nemico, il virus, è sempre presente e deve essere combattuto incessantemente e senza possibile tregua. Anche la religione cristiana conosceva simili tendenze totalitarie, ma esse riguardavano solo alcuni individui – in particolare i monaci – che sceglievano di porre la loro intera esistenza sotto l’insegna «pregate incessantemente». La medicina come religione raccoglie questo precetto paolino e, insieme, lo rovescia: dove i monaci si riunivano in conventi per pregare insieme, ora il culto deve essere praticato altrettanto assiduamente, ma mantenendosi separati e a distanza.

3) La pratica cultuale non è più libera e volontaria, esposta solo a sanzioni di ordine spirituale, ma deve essere resa normativamente obbligatoria. La collusione fra religione e potere profano non è certo un fatto nuovo; del tutto nuovo è, però, che essa non riguardi più, come avveniva per le eresie, la professione dei dogmi, ma esclusivamente la celebrazione del culto. Il potere profano deve vegliare a che la liturgia della religione medica, che coincide ormai con l’intera vita, sia puntualmente osservata nei fatti. Che si tratti qui di una pratica cultuale e non di un’esigenza scientifica razionale è immediatamente evidente. La causa di mortalità di gran lunga più frequente nel nostro paese sono le malattie cardio-vascolari ed è noto che queste potrebbero diminuire se si praticasse una forma di vita più sana e se ci si attenesse a una alimentazione particolare. Ma a nessun medico era mai venuto in mente che questa forma di vita e di alimentazione, che essi consigliavano ai pazienti, diventasse oggetto di una normativa giuridica, che decretasse ex lege che cosa si deve mangiare e come si deve vivere, trasformando l’intera esistenza in un obbligo sanitario. Proprio questo è stato fatto e, almeno per ora, la gente ha accettato come se fosse ovvio di rinunciare alla propria libertà di movimento, al lavoro, alle amicizie, agli amori, alle relazioni sociali, alle proprie convinzioni religiose e politiche.
Si misura qui come le due altre religioni dell’Occidente, la religione di Cristo e la religione del denaro, abbiano ceduto il primato, apparentemente senza combattere, alla medicina e alla scienza. La Chiesa ha rinnegato puramente e semplicemente i suoi principi, dimenticando che il santo di cui l’attuale pontefice ha preso il nome abbracciava i lebbrosi, che una delle opere della misericordia era visitare gli ammalati, che i sacramenti si possono amministrare solo in presenza. Il capitalismo per parte sua, pur con qualche protesta, ha accettato perdite di produttività che non aveva mai osato mettere in conto, probabilmente sperando di trovare più tardi un accordo con la nuova religione, che su questo punto sembra disposta a transigere.

4) La religione medica ha raccolto senza riserve dal cristianesimo l’istanza escatologica che quello aveva lasciato cadere. Già il capitalismo, secolarizzando il paradigma teologico della salvezza, aveva eliminato l’idea di una fine dei tempi, sostituendola con uno stato di crisi permanente, senza redenzione né fine. Krisis è in origine un concetto medico, che designava nel corpus ippocratico il momento in cui il medico decideva se il paziente sarebbe sopravvissuto alla malattia. I teologi hanno ripreso il termine per indicare il Giudizio finale che ha luogo nell’ultimo giorno. Se si osserva lo stato di eccezione che stiamo vivendo, si direbbe che la religione medica coniughi insieme la crisi perpetua del capitalismo con l’idea cristiana di un tempo ultimo, di un eschaton in cui la decisione estrema è sempre in corso e la fine viene insieme precipitata e dilazionata, nel tentativo incessante di poterla governare, senza però mai risolverla una volta per tutte. È la religione di un mondo che si sente alla fine e tuttavia non è in grado, come il medico ippocratico, di decidere se sopravviverà o morirà.

5) Come il capitalismo e a differenza del cristianesimo, la religione medica non offre prospettive di salvezza e di redenzione. Al contrario, la guarigione cui mira non può essere che provvisoria, dal momento che il Dio malvagio, il virus, non può essere eliminato una volta per tutte, anzi muta continuamente e assume sempre nuove forme, presumibilmente più rischiose. L’epidemia, come l’etimologia del termine suggerisce (demos è in greco il popolo come corpo politico e polemos epidemios è in Omero il nome della guerra civile) è innanzi tutto un concetto politico, che si appresta a diventare il nuovo terreno della politica – o della non-politica – mondiale. È possibile, anzi, che l’epidemia che stiamo vivendo sia la realizzazione della guerra civile mondiale che secondo i politologi più attenti ha preso il posto delle guerre mondiali tradizionali. Tutte le nazioni e tutti i popoli sono ora durevolmente in guerra con sé stessi, perché il nemico invisibile e inafferrabile con cui sono in lotta è dentro di noi.

Com’è avvenuto più volte nel corso della storia, i filosofi dovranno nuovamente entrare in conflitto con la religione, che non è più il cristianesimo, ma la scienza o quella parte di essa che ha assunto la forma di una religione. Non so se torneranno ad accendersi i roghi e dei libri verranno messi all’indice, ma certo il pensiero di coloro che continuano a cercare la verità e rifiutano la menzogna dominante sarà, come già sta accadendo sotto i nostri occhi, escluso e accusato di diffondere notizie (notizie, non idee, poiché la notizia è più importante della realtà!) false. Come in tutti i momenti di emergenza, vera o simulata, si vedranno nuovamente gli ignoranti calunniare i filosofi e le canaglie cercare di trarre profitto dalle sciagure che esse stesse hanno provocato. Tutto questo è già avvenuto e continuerà a avvenire, ma coloro che testimoniano per la verità non cesseranno di farlo, perché nessuno può testimoniare per il testimone.

2 maggio 2020

* Fonte: Quodlibet




LA STRAGE DI STATO – Intervista a Francesco Benozzo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa intervista al professor Francesco Benozzo dell’Università di Bologna, poeta-filologo-musicista candidato dal 2015 al Premio Nobel per la Letteratura, autore di diverse centinaia di pubblicazioni, direttore di tre riviste scientifiche internazionali, membro del comitato scientifico di gruppi di ricerca internazionali (tra i quali  il “Centro Studi di Medical Humanities” (CMH),  il workgroup “We Tell / Storytelling e impegno civico in epoca post-digitale”, e “IDA: Immagini e Deformazioni dell’Altro”), coordinatore del Dottorato di ricerca in Studi letterari e culturali all’Università di Bologna, ha espresso in questi giorni pubblicamente considerazioni non allineate a quelle correnti a proposito dell’emergenza pandemica in atto. In questa intervista spiega il suo punto di vista sulla questione.

Intervista a Francesco Benozzo

Come vive, in quanto intellettuale, la situazione presente? Sta lavorando a qualche progetto in questo isolamento?

Sono come tutti i cittadini agli arresti domiciliari, arresti attuati senza dibattimento parlamentare, in un chiaro momento di soppressione della democrazia, e presidiati dalle forze dell’ordine e dai militari.

Come vivo questo isolamento? Da privilegiato, avendo comunque – a differenza della maggior parte delle cittadine e dei cittadini attualmente reclusi – uno stipendio a fine mese, e vivendo in un luogo appartato sulle montagne, tra i cui boschi non potrebbe intrufolarsi nemmeno un drone dei Marines. Faccio lezione come tutti i colleghi da remoto, svolgo sedute di laurea e di dottorato, esamino gli studenti. Sto cercando intanto di portare a termine un lungo poema a cui lavoro da tempo, dal titolo Máelvarstal. Poema della creazione dei mondi, un poema sull’origine ed evoluzione dell’universo – e che ignora deliberatamente la storia del pianeta terra – che si appoggia in un certo senso alle teorie cosmologiche degli ultimi anni, quelle venute dopo il Big Bang.

Nei giorni scorsi sono uscite su qualche pubblicazione anarchica alcune sue esternazioni relative al punto di vista che lei ha assunto rispetto a questa situazione

Non è un punto di vista che ho assunto, ma il punto di vista spontaneo che, come professore di filologia, e cioè bene o male come studioso dei sistemi di comunicazione, ho necessariamente maturato fin dalle prime ore della dichiarata epidemia. Per quello che vedo io, siamo di fronte a delle prove generali di soggiogamento delle popolazioni, fondate su una visione scientocentrica della realtà.

Può essere più chiaro? La scienza è la responsabile dello stato di cose?

Beh, in quanto “scienziato” io stesso, non posso fare a meno di notare che tutto è orchestrato dalla nuova religione del mondo contemporaneo: una religione monoteista, antidialogica, totalitarista e oscurantista rappresentata, appunto, dalla cosiddetta “scienza”, in questo caso dalla scienza medica. Nei miei anni di studio e di insegnamento ho imparato dai grandi maestri che la scienza è prima di tutto una narrazione, una narrazione il più possibile plausibile, e che i passi avanti nelle varie discipline sono stati compiuti grazie al dialogo, alle confutazioni, ai dibattiti. Chi pratica la scienza come mestiere sa bene che tale mestiere consiste essenzialmente nell’arte del dubbio sulla verità e su ogni verità. Questo riguarda anche la scienza medica, e lo dico anche come membro del comitato scientifico del prestigioso CMH, il Centro Studi delle Medical Humanties che ha sede presso l’Università di Bologna. Assistiamo invece a una scienza da reti unificate che ritiene (o meglio finge) di essere portatrice dell’unica verità.

Ma la scienza, nella fattispecie i medici, non sono in realtà gli eroi – come molti dicono – di questa situazione?

Non sto parlando dei medici in corsia, ma dei virologi da salotto e da stanze del potere. Quanto ai medici in prima linea, come gli infermieri e i volontari, direi che più che gli eroi sono le prime vittime, insieme alle persone malate e a quelle decedute, di questa guerra. Sono in trincea a combattere. Ma ciò non deve distogliere emotivamente dall’opinione che ciascuno può farsi sul perché si trovino al fronte. Intendo dire che non può funzionare l’equazione “medici eroi =  guerra giusta”. E d’altro canto mi pare che in queste ore alcune delle associazioni dei medici si stiano ribellando, proprio contro il potere centrale, rispetto a questa etichetta di eroi affibbiata loro da chi li ha mandati al fronte.

Vittime di un sistema, dunque?

Direi proprio di sì. Se si guarda alla situazione italiana, senza andare oltre, bisogna registrare esclusivamente quanto segue, se non si vuole entrare nella lamentazione e nella strategia della paura: un virus particolarmente aggressivo ha messo in ginocchio il nostro sistema sanitario, dal momento che a fronte di 60 milioni e mezzo di abitanti sono presenti sulla penisola circa 5000 posti letto di terapia intensiva. I medici sono in trincea per questo, non per i numeri esorbitanti del contagio. Si trovano in trincea perché invece che delle corsie di ospedale abbiamo delle trincee (ma la situazione era già nota da prima dell’emergenza in atto: non si può non ricordare che fino al mese scorso gli stessi medici ora santificati dal popolo erano vittime di aggressioni, non solo verbali, proprio per la situazione di affanno – per usare un eufemismo – in cui versano strutturalmente i nostri ospedali, fin dalle stanze di smistamento dei prontosoccorsi).

La colpa è dunque del sistema sanitario?

Le colpe sono tante, per quello che uno può vedere o per l’idea che uno si può fare. Parliamoci chiaro: nel 2020 in uno stato di 60 milioni e mezzo di abitanti i posti per le terapie intensive dovrebbero essere come minimo 60.000. Il resto sono frottole, che per trasformarsi da frottole in qualcosa di diverso vengono naturalmente filtrate dalle drammatiche immagini delle corsie sovraffollate, delle infermiere e infermieri e medici esausti quando non deceduti, delle bare senza fiori appoggiate fuori dagli ospedali, delle stesse bare portate via con scene hollywoodiane dai mezzi militari. E che passano per i pornografici bollettini quotidiani di contagiati, ricoverati, guariti e morti. E tutto questo mentre la polizia gira per strada, mentre la protezione civile istiga coi megafoni a barricarsi nelle proprie abitazioni, mentre i balconi si riempiono di cittadini lobotomizzati che inneggiano alla patria, e mentre i santoni virologi – che si sono messi di recente a parlare anche di Dio in contrasto con sua santità il papa – ammoniscono, in nome della scienza, sui nuovi morti che dovremo contare se non facciamo come loro hanno deciso.

La pandemia miete comunque i suoi morti

Sì, il virus miete certamente i suoi morti, come altre centinaia di virus con cui conviviamo e che a volte ci ammalano, e ormai la nazione conosce a memoria il numero di questi morti, poiché arrivano puntuali alle ore 18 con i dati ufficiali. Verrà poi certamente un momento in cui si proverà a capire anche come sono fatti questi conteggi. Come saprà, i morti diretti per coronavirus al 28 marzo – secondo i dati dell’Istituto Superiore della Sanità – sono in totale 7, e gli altri sventurati sono stati uccisi per il colpo di grazia che questo virus ha dato alle loro già precarie condizioni. Questo non sminuisce ai miei occhi l’effetto del virus, ma mi lascia dubbioso sulla narrazione imposta di una pandemia in atto. Più di un conoscente a cui è venuto a mancare un parente stretto mi ha detto che questi si trovava già all’ospedale a uno stato terminale: se è morto perché aveva anche il Covid-19, non so, come scienziato, che valore “scientifico” abbia metterlo nel conteggio delle vittime dell’epidemia. Di questo bisognerà pur tener conto visto che i 60 milioni di cittadini gioiscono alle 18.05 se ci sono anche solo 30 morti in meno nei famigerati bollettini (inviando cuoricini e ringraziamenti sulla pagina Facebook del Dipartimento della Protezione Civile) o si rattristano (inviando faccine con la lacrimuccia) se ce ne sono 30 in più: gioiscono o si rattristano, beninteso, perché all’interno della strategia della paura di cui si trovano a essere marionette inconsapevoli, sono convinti che quei dati ci dicano se il virus sta accelerando o decelerando.  Aggiungerei anche, ma qui si apre un discorso molto diverso, che – sempre secondo i dati ufficiali dell’Istituto Superiore della Sanità – ogni anno in Italia circa 20.000 persone si ammalano in ospedale di varie patologie (tra le quali la polmonite è la più frequente) e muoiono a causa di queste: a chi entra in ospedale per un’operazione al femore può cioè capitare di ammalarsi per polmonite, e se è anziano o con altre complicazioni di morire a causa di questa malattia contratta dentro all’ospedale. Questa alta percentuale di morti per patologie contratte in ospedale è spiegata dai medici con il sovraffollamento: e quella – cronica – del sovraffollamento è una situazione che di questi tempi è quintuplicata.

Sono stati fatti pochi investimenti sulle strutture sanitarie, quindi?

Me ne intendo assai poco. Ma so che ogni giorno, anche in questi giorni di emergenza, mentre il suo primo ministro si presenta sui canali ufficiali preoccupato e impallidito, chiedendo a tutti di “stingersi a coorte”, il governo italiano spende 70 milioni di euro in spese militari (due miliardi al mese), e che con le spese militari di un solo giorno, cioè con i 70 milioni che vengono spesi ogni ventiquattro ore, si potrebbero costruire e attrezzare sei nuovi ospedali o comprare 25.000 respiratori. Se ci atteniamo questi dati, possiamo parlare dell’emergenza in corso, senza troppi giri di parole, come di una strage di stato.

In alcune interviste lei ha parlato di “finta pandemia”

Sì, in alcune interviste all’estero: qui pare che non si possa. Qui come avrà visto chi non la pensa come i medici ufficiali viene denunciato (se è un medico viene invece radiato). È infatti palesemente in atto, nel processo di soggiogamento, anche una soppressione della libertà di parola. Per quanto mi riguarda, non mi interessa affatto parlare di tesi cosiddette complottiste. Me ne discosto decisamente, ovvero posso approssimarmi ad esse – per adesso – come a un genere letterario. Io ho parlato di finta epidemia perché gli effetti di questo virus sono stati da subito incanalati nel terrore dell’epidemia, e dunque percepiti, temuti, enfatizzati e pompati dentro un contesto di paura indotta e controllata militarmente. Questa epidemia è finta perché nasconde il vero problema e si alimenta del terrore creato intorno ad essa.

È inoltre finta perché tra i cosiddetti poteri forti non ci sono voci fuori dal coro e tutte le componenti appaiono allineate nel sostenere un’unica narrazione, secondo tutte le strategie di manipolazione elencate ad esempio da Noam Chomsky per ottenere la manipolazione delle masse:

  1. strategia della distrazione;
  2. creare problemi e poi offrire le soluzioni (sono già tutti – non io – in fremente attesa del fantomatico vaccino);
  3. strategia della gradualità crescente e dell’impennata (le limitazioni graduali e poi sempre più stringenti);
  4. strategia del differire (presentando una soluzione come “dolorosa e inevitabile”);
  5. usare l’aspetto emotivo più che l’argomentazione (immagini apocalittiche, bollettini di guerra);
  6. mantenere gli interlocutori nell’ignoranza e nella mediocrità (il virologo non si può mettere in discussione, noi non siamo in grado);
  7. stimolare i cittadini ad essere compiacenti con la mediocrità (flash mob e altre manifestazioni di massa);
  8. Rivolgersi ai cittadini come a dei bambini (le parole del Governatore della Lombardia: “Se non lo capite con le buone domani ve lo faremo capire con le cattive”);
  9. insinuare il senso di colpa (siamo tutti potenziali contaminatori e untori, siamo tutti colpevoli, siamo messi gli uni contro gli altri per via di questa vergognosa colpevolizzazione);
  10. conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.

Lo sa che anche lo stesso Chomsky si è espresso in termini non troppo diversi in queste ore?

Una decina di giorni fa avevo mandato alcune di queste mie riflessioni a Chomsky – con cui ho una corrispondenza accademica da qualche anno dovuta ad alcuni studi e a un libro che ho pubblicato sul problema dell’origine del linguaggio – ed ha commentato le mie considerazioni dicendo che coglievano a suo parere un punto importante, anche se riferito alla sola Italia. Purtroppo, però, è uno di quei casi in cui il parere positivo di un personaggio del suo livello su ciò che penso non mi rende felice. Conferma piuttosto una diagnosi agghiacciante.

Come riassumerebbe dunque questa sua diagnosi?

Quella del Coronavirus è una grande truffa. Si tratta di un’epidemia dichiarata che non miete – come le vere epidemie – masse indistinte di persone, ma che invece uccide in massa i diritti di libertà e la dignità di tutti, imponendo un punto di vista univoco che vieta agli individui di autodeterminarsi e abituando la popolazione ad accettare come normalità la sospensione dei propri diritti inalienabili. Le persone che sono purtroppo decedute per questa combinazione di spazzatura metabolica e a causa di questa strage di stato vengono inoltre usate in maniera strumentale dal governo e dagli organi di propaganda tutti allineati, spaventati e agli ordini di questo terrorismo sanitario.

L’intervista al professor Francesco Benozzo è a cura di Salvatore Ridolfi

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