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IL PROSSIMO GOVERNO DI GUERRA di Moreno Pasquinelli

Le parole di buon senso pronunciate da Berlusconi hanno seminato il panico negli ambienti euro-atlantisti. Il peggio di tutti è il segretario del PD. Facendo eco al fantoccio ucraino — “ Non votate gli amici di Putin” —, Letta ha affermato: “Non votate gli amici di Mosca o l’Italia finirà in recessione”. Il carico da undici ce l’ha messo la Von Der Leyen, che non s’è fatta scrupoli a dire che ove il futuro governo sgarrasse (se cioè di defilasse dalla linea oltranzista di scontro con la Russia) verrebbe sottoposto a minacce e sanzioni come Ungheria e Polonia.

Tutto stava già cambiando a causa della decisione, lungamente meditata, di portare l’attacco al cuore della Russia. La decisione di Putin di alzare col tiro anche la posta è fattore di accelerazione del mutamento. La guerra guerreggiata che l’Occidente imperialistico è riuscito per decenni, e non senza fatica, a tenere oltre i suoi confini, ora se la troverà in casa. Lorsignori hanno sbagliato i calcoli: l’orso russo non indietreggia, esso, pur di sopravvivere, è disposto a tutto, anche a portarsi nella fossa l’intero Occidente.

Se è vero che il Rubicone è stato oramai varcato; se abbiamo ragione a ritenere che il conflitto tra Russia e blocco USA-NATO-UE è destinato a sfociare in uno scontro armato su larga scala (con inediti modalità e ritmi); questo vuol dire che il fattore guerra è il bullone a cui sta agganciata tutta la catena degli altri fattori, la pietra angolare, l’elemento portante del complessivo contesto sociale e politico. Se non si capisce questo mutamento di contesto, la sua radicalità e profondità, nulla si capisce.

Usciti storditi dall’Operazione Covid i cittadini, privati della capacità di intendere e volere, tendono a rimuovere la minaccia che incombe sulle loro teste, si rifiutano di guardare in faccia la realtà; che con la guerra alle porte avremo un’economia di guerra, un regime di guerra, governi di guerra. La psicologia delle masse muta con estrema lentezza, in affanno insegue sempre i fatti, che procedono molto più veloci. La loro mentalità conservatrice è tuttavia condannata ad essere fatta a pezzi dai fatti materiali medesimi, che in ultima istanza sono destinati a prevalere.

Il pallino, ahinoi, è quindi in mano alle oggi servilissime classi dirigenti italiane, appiattite sulla posizione oltranzista antirussa malgrado questo allineamento rechi gravissimo nocumento non solo al popolo lavoratore ma ai loro stessi interessi di classe. Rimarranno a pecoroni per quanto tempo ancora? Ci resteranno fino a quando riterranno di stare a lato del vincitore, ed oggi pensano che l’Occidente imperialistico sia destinato a prevalere e la Russia a capitolare. E fino a quando riterranno di star appollaiate sul carro del vincitore ubbidiranno alla chiamata NATO alle armi. Cambieranno casacca, come hanno sempre fatto, in caso contrario. Tutto sta a vedere se si sganceranno dalla Casa Bianca prima della catastrofe o solo a babbo morto, quando l’Italia sarà già stata distrutta.

In effetti ci sarebbe un altro modo di svincolarsi per tempo dagli artigli dell’aquila yankee, un modo che come tutte le cose semplici è tanto difficile a farsi. Immaginate che si riesca a mettere in piedi una grande, massiccia e tenace mobilitazione popolare all’insegna del “FUORI L’ITALIA DALLA GUERRA!”. Quanto pensate resisterebbe il governo atlantista, della Meloni o chi per loro, alla pressione dal basso? Il governo andrebbe in frantumi, il popolo prenderebbe fiducia in se stesso, si aprirebbe la possibilità di una svolta storica che mai venne e mai verrà dalla urne. Utopia? Noi sappiamo che senza utopia non c’è vita, ma le masse la afferreranno solo se dall’altra parte sentiranno incombere la morte.

Vedremo presto se il nostro Paese è un cadavere che cammina o se troverà le energie per risorgere.




SULL’ORLO DELLA TERZA GUERRA MONDIALE di Aleksandr Dugin

Negli ultimi giorni si è assistito a un significativo spostamento dell’equilibrio di potere in Ucraina. Questo deve essere compreso nella sua interezza.

I contrattacchi di Kiev sono stati generalmente infruttuosi nella regione di Kherson, ma, ahimè, efficaci nella regione di Kharkiv. È la situazione a Kharkiv e la ritirata forzata delle forze alleate a costituire il punto di svolta. Mettendo da parte gli effetti psicologici e i legittimi sentimenti dei patrioti, va registrato che nell’intera storia dell’ Operazione Militare Speciale [SMO] siamo arrivati al punto di non ritorno.

Tutti raccomandano ora misure straordinarie per ribaltare la situazione, e alcuni di questi suggerimenti sono piuttosto razionali. Non abbiamo alcuna pretesa di originalità, ma cerchiamo semplicemente di riassumere i punti e le raccomandazioni più importanti e di collocarli nel contesto geopolitico globale.

Terza guerra mondiale

Siamo sull’orlo della terza guerra mondiale, che l’Occidente sta spingendo in modo compulsivo. E questo non è più un timore o un’aspettativa, è un dato di fatto. La Russia è in guerra con l’Occidente collettivo, con la NATO e i suoi alleati (anche se non con tutti: la Turchia e la Grecia hanno una loro posizione e alcuni Paesi europei, in primo luogo ma non solo Francia e Italia, non vogliono partecipare attivamente a una guerra con la Russia). Eppure, la minaccia di una terza guerra mondiale è sempre più vicina.

Se si arriverà all’uso di armi nucleari è una questione aperta. Ma la probabilità di un Armageddon nucleare cresce di giorno in giorno. È abbastanza chiaro, e molti comandanti militari americani (come l’ex comandante americano in Europa Ben Hodges) lo dichiarano apertamente, che l’Occidente non si accontenterà nemmeno del nostro ritiro completo dal territorio dell’ex Ucraina, ci finirà sul nostro suolo, insistendo sulla “resa incondizionata” (Jens Stoltenberg), sulla “de-imperializzazione” (Ben Hodges), sullo smembramento della Russia.

Nel 1991, l’Occidente si è accontentato del crollo dell’URSS e della nostra resa ideologica, in primo luogo accettando l’ideologia liberale occidentale, il sistema politico e l’economia sotto la guida dell’Occidente. Oggi, la linea rossa per l’Occidente è l’esistenza di una Russia sovrana, anche all’interno dei confini della Federazione Russa.

Il contrattacco dell’AFU nella regione di Kharkiv è un attacco diretto dell’Occidente alla Russia. Tutti sanno che questa offensiva è stata organizzata, preparata ed equipaggiata dal comando militare degli Stati Uniti e della NATO e si è svolta sotto la loro diretta supervisione. Non si tratta solo dell’uso di equipaggiamento militare della NATO, ma anche del coinvolgimento diretto dell’intelligence aerospaziale occidentale, di mercenari e di istruttori. Agli occhi dell’Occidente, questo è l’inizio della “nostra fine”. Una volta che avremo fatto una debolezza nella difesa dei territori sotto il nostro controllo nella regione di Kharkiv, potremo essere ulteriormente sconfitti. Non si tratta di un piccolo successo della controffensiva di Kiev, ma del primo successo tangibile della Drang nach Osten delle forze NATO.

Naturalmente, si può cercare di attribuire il tutto a temporanee “difficoltà tecniche” e rimandare l’analisi sostanziale della situazione a un momento successivo. Ma questo non farebbe altro che ritardare la realizzazione del fatto compiuto e quindi non farebbe altro che deprimerci e demoralizzarci.

Vale quindi la pena di ammettere freddamente che l’Occidente ci ha dichiarato guerra e la sta già facendo. Non abbiamo scelto questa guerra, non l’abbiamo voluta. Anche nel 1941 non volevamo la guerra con la Germania nazista e ci siamo rifiutati di crederci fino all’ultimo. Ma nella situazione attuale, quando la guerra è condotta contro di noi de facto, questo non è decisivo. L’unica cosa che conta ora è vincerla difendendo il diritto della Russia di essere.

La fine della SMO

La SMO come operazione limitata per liberare il Donbass e alcuni territori della Novorossia è terminata. È gradualmente degenerata in una vera e propria guerra con l’Occidente, in cui, di fatto, lo stesso regime nazista terrorista di Kiev gioca solo un ruolo strumentale. Il tentativo di assediarla e di liberare alcuni territori ucraini controllati dai nazisti in Novorossia, mantenendo inalterato l’equilibrio geopolitico esistente nel mondo come operazione tecnica, è fallito, e fingere che stiamo semplicemente continuando la SMO – da qualche parte alla periferia dell’attenzione pubblica – è semplicemente inutile.

Al di là della nostra volontà, ora siamo in guerra e questo riguarda ogni cittadino russo: ognuno di noi è nel mirino del nemico, del terrorista, del cecchino, del DRG.

Detto questo, la situazione è tale che, tutto sommato, è impossibile riportare tutto alle condizioni iniziali – prima del 24 febbraio 2022. Ciò che è accaduto è irreversibile e non dobbiamo temere alcuna concessione o compromesso da parte nostra. Il nemico accetterà solo la nostra resa totale, la sottomissione, lo smembramento e l’occupazione. Quindi non abbiamo semplicemente scelta.

La fine della SMO significa la necessità di una profonda trasformazione dell’intero sistema politico e sociale della Russia moderna – per mettere il Paese su un piede di guerra – in politica, economia, cultura e nella sfera dell’informazione. La SMO può essere rimasta un contenuto importante, ma non l’unico, della vita sociale russa. La guerra con l’Occidente sottomette tutto.

Il fronte ideologico

La Russia si trova in uno stato di guerra ideologica. I valori difesi dall’Occidente globalista – LGBT, legalizzazione della perversione, delle droghe, fusione tra uomo e macchina, mescolanza totale attraverso la migrazione incontrollata, ecc. – sono inestricabilmente legati alla sua egemonia politico-militare e al suo sistema unipolare. Il liberalismo occidentale e il dominio politico-militare ed economico globale degli Stati Uniti e della NATO sono la stessa cosa. È assurdo combattere l’Occidente e accettare (anche solo in parte) i suoi valori, in nome dei quali sta conducendo una guerra contro di noi, una guerra di annientamento.

Una nostra ideologia a tutti gli effetti non sarebbe solo “utile” per noi oggi; se non ne abbiamo una, perderemo. L’Occidente continuerà ad attaccarci sia dall’esterno, con nazisti ucraini armati e addestrati, sia dall’interno, con la quinta colonna, sempre liberale, che corrompe abilmente le menti e le anime delle giovani generazioni. Senza una nostra ideologia, che definisca chiaramente chi è amico e chi è nemico, ci troveremmo in una situazione del genere quasi impotenti.

L’ideologia deve essere dichiarata immediatamente e la sua essenza deve essere un rifiuto totale e diretto dell’ideologia occidentale, del globalismo e del liberalismo totalitario, con tutte le sue sottospecie strumentali – compresi il neonazismo, il razzismo e l’estremismo.

Mobilitazione

La mobilitazione è inevitabile. La guerra riguarda tutti e tutto, ma mobilitazione non significa inviare con la forza i coscritti al fronte, questo può essere evitato, ad esempio, formando un movimento di volontariato a tutti gli effetti, con i benefici necessari e il sostegno dello Stato.

Occorre puntare sui veterani e sul sostegno speciale ai guerrieri della Novorossia. La Russia ne ha pochi, ma ci sono sostenitori anche all’estero. Non dovremmo essere timidi nel formare inter-brigate antinaziste e antiglobalizzazione con persone oneste dell’Est e dell’Ovest.

Ma soprattutto non dobbiamo sottovalutare i russi. Siamo una nazione di eroi. A caro prezzo, ma un nemico terribile, che abbiamo sconfitto non una o due volte nella nostra gloriosa storia. Anche questa volta saremo vittoriosi, se non altro nella guerra contro l’Occidente, e questa volta sarà una guerra di popolo. Stiamo vincendo le guerre del popolo, guerre in cui il popolo gigante si è risvegliato per combattere.

La mobilitazione implica un cambiamento completo della politica di informazione. Le norme del tempo di pace (che sono essenzialmente la copia cieca dei programmi e delle strategie di intrattenimento occidentali che non fanno altro che corrompere la società) devono essere abolite. La televisione e i media in generale dovrebbero diventare strumenti di mobilitazione patriottica in tempo di guerra. Tutti i concerti al fronte, essendo anche sul fronte interno. È già iniziata a poco a poco, ma per ora riguarda solo una piccola parte dei canali. Ma dovrebbe essere ovunque.

La cultura, l’informazione, l’educazione, l’illuminazione, la politica, la sfera sociale: tutto deve lavorare all’unanimità per la guerra, cioè per la vittoria.

Economia

Ogni Stato sovrano può emettere la quantità di moneta nazionale di cui ha bisogno. Se è veramente sovrano. La guerra con l’Occidente priva di senso continuare a giocare partite economiche secondo le sue regole. Un’economia di guerra non può che essere sovrana. Per la Vittoria si dovrebbe spendere quanto serve. Bisogna solo fare in modo che l’emissione sia concentrata in un circuito speciale destinato a scopi strategici. La corruzione in tali circostanze dovrebbe essere equiparata a un crimine di guerra.

Guerra e benessere sono incompatibili. La comodità come obiettivo, come punto di riferimento nella vita, deve essere abbandonata, solo le nazioni preparate alle difficoltà sono in grado di vincere vere e proprie guerre.

In queste situazioni c’è sempre una nuova razza di economisti il cui obiettivo è salvare lo Stato, soprattutto questo. Dogmi, scuole, metodi e approcci sono secondari.

Possiamo chiamare un’economia di questo tipo economia di mobilitazione o semplicemente economia di guerra. 

I nostri alleati

In ogni guerra il ruolo degli alleati è estremamente importante. Oggi la Russia non ne ha così tanti, ma esistono. Innanzitutto, stiamo parlando di quei Paesi che rifiutano l’ordine unipolare liberale occidentale. Sono i fautori del multipolarismo come la Cina, l’Iran, la Corea del Nord, la Serbia, la Siria, la Repubblica Centrafricana, il Mali, ma anche, in una certa misura, l’India, la Turchia, alcuni Paesi islamici, africani e latinoamericani (soprattutto Cuba, Nicaragua e Venezuela).

Per affrontarli, occorre mobilitare tutte le risorse disponibili, non solo la diplomazia professionale, ma anche quella popolare e per questo è di nuovo necessaria l’ideologia. Dobbiamo convincere i nostri alleati che abbiamo deciso di rompere in modo irreversibile con il globalismo e l’egemonia occidentale e che siamo pronti ad andare fino in fondo nella costruzione di un mondo multipolare. Qui dobbiamo essere coerenti e risoluti. Il tempo dei mezzi toni e dei compromessi è finito. La guerra dell’Occidente contro la Russia sta dividendo l’umanità su diversi lati delle barricate.

Fattore spirituale

Al centro del confronto globale che è iniziato c’è l’aspetto spirituale, religioso. La Russia si trova in guerra con una civiltà antireligiosa che combatte Dio e che rovescia le fondamenta stesse dei valori spirituali e morali: Dio, la Chiesa, la famiglia, il genere, l’uomo. Con tutte le differenze tra Ortodossia, Islam tradizionale, Ebraismo, Induismo o Buddismo, tutte le religioni e le culture costruite su di esse riconoscono la verità divina, l’alta dignità spirituale e morale dell’uomo, onorando le tradizioni e le istituzioni – lo Stato, la famiglia, la comunità. L’Occidente moderno ha abolito tutto questo, sostituendolo con la realtà virtuale, l’individualismo estremo, la distruzione del genere, la sorveglianza universale, una “cultura dell’abolizione” totalitaria, una società della post-verità.

In Ucraina fioriscono il satanismo aperto e il razzismo puro e semplice e l’Occidente non fa che sostenerli.

Abbiamo a che fare con quella che gli anziani ortodossi chiamano la “civiltà dell’Anticristo”. Il ruolo della Russia è quindi quello di unire i credenti di diverse fedi in questa battaglia decisiva.

Non dovete aspettare che il nemico mondiale distrugga la vostra casa, uccida vostro marito, vostro figlio o vostra figlia… A un certo punto sarà troppo tardi. Dio non voglia che viviamo per vedere un momento simile.

L’offensiva nemica nella regione di Kharkiv è solo questo: l’inizio di una vera e propria guerra dell’Occidente contro di noi.

L’Occidente dimostra la sua intenzione di iniziare una guerra di annientamento contro di noi — la terza guerra mondiale. Dobbiamo riunire tutto il nostro più profondo potenziale nazionale per respingere questo attacco. Con tutti i mezzi: pensiero, forza militare, economia, cultura, arte, mobilitazione interna di tutte le strutture dello Stato e di ciascuno di noi.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

* Fonte Ideeazione




REFERENDUM IN CILE: LEZIONI DI UNA SCONFITTA di Loredana Soffio*

LA “COSTITUZIONE PIU’ PROGRESSISTA DEL MONDO” RIGETTATA DALLA MAGGIORANZA DEL POLOLO CILENO NEL REFERENDUM DI DOMENICA 4 SETTEMBRE

Un vero terremoto elettorale: hanno votato l’86,8% degli aventi diritto, vale a dire 13 milioni di persone. Mai si era registrato un numero così alto di votanti in tutta la storia del Cile.

Nemmeno le proiezioni più favorevoli al “rechazo” (=rigetto) avevano pronosticato un risultato così schiacciante: Il 61,8% dei votanti (circa sette milioni di cileni) ha scelto il “rigetto”, mentre il 38,1% (4,2 milioni) ha votato a favore del testo dell’assemblea costituente insediata dopo le proteste di piazza del 2019. Perfino le Zone metropolitane che erano state determinanti per l’elezione a presidente del giovane deputato della sinistra Gabriel Boric, si sono schierate per il rigetto.

Il voto rappresenta un’evidente svolta a destra dell’opinione pubblica cilena. C’è da chiedersi però come sia stato possibile passare dai contenuti radicali della ribellione del 2019 a un sentimento popolare di rigetto per la carta che quei contenuti voleva incarnare. Per maggiore chiarezza espositiva, richiamo qua le principali tappe del processo costituente da Ottobre 2019 a settembre 2022:

OTTOBRE 2019 Una massiccia protesta sociale, in cui ampi settori della classe media e popolare esprimono il loro rifiuto del modello neoliberista, scuote Santiago e il resto del Cile. Le popolazioni indigene partecipano attivamente alle proteste che portano avanti in modo particolare nel territorio che i Mapuche abitano da sempre da loro chiamato “Wallmapu”. Questo territorio si estende nel Cono meridionale del Sud America e comprendente i territori sovrani dell’attuale Repubblica del Cile e Repubblica Argentina.

12 NOVEMBRE 2019 A quasi quattro settimane dall’inizio delle manifestazioni, lavoratori statali, sindacati e più di 70 organizzazioni sociali attuano uno sciopero generale (80.000 persone, dati ministero degli Interni).

15 novembre 2019 i leader di tutti i principali partiti politici (Partito Democratico Cristiano, Partito Socialista, Partito per la Democrazia, Partito Liberale, Partito Rivoluzione Democratica, Partito Unione democratica Indipendente, Partito rinnovazione Nazionale, Partito Evoluzione Politica ,Partito dei Comuni, Partito Radicale, Partito Comunista firmano “El Acuerdo por la Paz social y la Nueva Constituciòn, un accordo che getta le basi di un Processo Costituente per il Cile.

OTTOBRE 2020 Una larga maggioranza della popolazione, quasi l’80 per cento, approva la modifica della Costituzione attualmente in vigore nel paese, scritta durante il regime di Augusto Pinochet.

MAGGIO 2021 Il Cile elegge i 155 membri che formeranno la Convenzione Costituente che avrà il compito di redigere una nuova Costituzione.

19 dicembre 2021 Gabriel Boric, un giovane deputato della sinistra leader del Frente Amplio e del Partito Comunista, è il nuovo presidente cileno. Si tratta di una vittoria clamorosa e in parte a sorpresa. Boric vince promettendo la rottura con le politiche del passato e ottiene più del 55,18% dei voti mentre il suo sfidante, il candidato di estrema destra, José Antonio Kast, chiamato anche il ‘Bolsonaro cileno’, si ferma al 44,92% dei voti.

APRILE 2022 Tre differenti sondaggi di opinione, per la prima volta, registrano il vantaggio dell’opzione “Rigetto” rispetto a “Approvo” nel plebiscito finale.

MAGGIO 2022 La Convenzione costituzionale presenta la prima bozza della proposta di nuova Costituzione per il Cile che 155 persone hanno redatto per dieci mesi. Il documento di 499 articoli è passato alla Commissione per l’armonizzazione per i miglioramenti redazionali relativi alla grammatica e alla coerenza giuridica, alla Commissione per la redazione del preambolo, e alla Commissione per le norme transitorie che si occupa degli articoli transitori per il passaggio da una Costituzione all’altra.

GIUGNO 2022  Consegna dei lavori delle tre commissioni e nuova votazione degli emendamenti proposti.

4 LUGLIO 2022 Cerimonia pubblica di Consegna della nuova Carta.

4 SETTEMBRE 2022 Referendum popolare per decidere se approvare o rifiutare la nuova Magna Carta – Vince il “Rigetto”.

Il risultato di questo plebiscito non è stato un fulmine a ciel sereno e deve essere analizzato politicamente. Un dato che balza agli occhi (anche considerando la martellante campagna di “informazione” della destra e la conseguente forte polarizzazione della società cilena) è che si tratti di un riflesso del rifiuto della situazione economica e sociale rappresentata dal governo “di sinistra” di Gabriel Boric.

Non è casuale che la campagna poderosa messa in piedi dalla destra per sostenere e diffondere le ragioni del rigetto sia stata incentrata sulle pensioni, sulla salute, sulla casa. Il governo di Boric, invece di prendere serie misure per contrastare la crisi economica e sociale, ha portato avanti ricette proposte dalle destre: taglio della spesa (con il pretesto della diminuzione del debito), un bonus misero alle famiglie in difficoltà, l’abbandono della rinuncia al sistema pensionistico privato . Anche l’aumento del salario minimo è stato eroso dall’inflazione. Tutte misure che sono andate ad impattare pesantemente sulla vita quotidiana di milioni di cileni. Vale la pena ricordare che Boric, considerato “erede politico” delle rivolte dell’ottobre 2019, aveva promesso di rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia, di aumentare le tasse per finanziare la spesa sociale e la fine del sistema pensionistico privato ereditato dalla dittatura.

Appena concluso lo spoglio delle schede sono iniziate le interpretazioni per cercare di dare un significato a qualcosa che pare, anche ad osservatori che guardano da lontano, abbastanza evidente.

Da una parte, la direzione della Assemblea Costituente si è affrettata a fare un’autocritica in merito al deficit comunicativo che ha accompagnato i lavori. Già dall’inizio di aprile 2022 tre diversi sondaggi di opinione registravano un vantaggio per l’opzione Rigetto rispetto all’Approvazione nel plebiscito di uscita e María Elisa Quinteros, la presidente della Convenzione Costituente, aveva indicato che il calo di fiducia nel lavoro della Convenzione poteva essere spiegato con una mancata efficacia comunicativa rispetto alla campagna demagogica che la destra portava avanti (con ampio uso dei media) in vasti settori della popolazione. “Hanno saputo coordinarsi, hanno fomentato polemiche, sottolineando che sarà una costituzione indigena e che dividerà il Paese”.

C’erano state inoltre alcune proposte radicali che avevano focalizzato l’attenzione pubblica poiché proponevano un disegno complessivo della società e dello Stato che spaventava. Tra queste, un’iniziativa che voleva eliminare i tre poteri dello Stato (Esecutivo, Legislativo e Giudiziario), sostituendoli con un’Assemblea Plurinazionale dei Lavoratori e dei Popoli che costrinse lo stesso Boric a entrare nel merito criticandola aspramente.

Ma lo scollamento tra il governo di “sinistra” che incarnava le ragioni dell’”Approvo” e il popolo vanno ben oltre problemi di natura comunicativa. Ad esempio, mentre la Convenzione parlava di plurinazionalità a favore del popolo mapuche, il governo manteneva la politica di militarizzazione del precedente governo Piñera, abbracciando la politica antimapuche della destra e  portando avanti una pesante repressione delle rivolte mapuche in Wallmapu. Le rivendicazioni Mapuche sull’annosa questione delle terre ancestrali occupate da aziende forestali private non ha mai trovato risposta da parte del governo Boric e questo aveva portato le comunità ad avviare processi di recupero e controllo del territorio, espropri che andavano a colpire gli interessi del monopolio forestale e proprietario terriero. La pesante repressione con incarcerazione dei principali leader della rivolta portata avanti da un governo di sinistra che aveva promesso un dialogo con il popolo mapuche, ha dimostrato che tale dialogo si limitava agli aspetti culturali, senza toccare il problema sullo sfondo, le rivendicazioni territoriali, poiché queste minacciano la proprietà delle grandi aziende forestali che il governo ha mostrato di voler difendere fin dal suo esordio.

In questi giorni, mentre il governo prepara un nuovo patto di unità nazionale insieme alla destra per un nuovo processo costituente, presso l’opinione pubblica si danno a conoscere due grandi “narrazioni” sulla vittoria del rifiuto. Da un lato, il discorso delle élite imprenditoriali che elogiano la moderazione dei cileni e festeggiano la vittoria. Non soltanto fra la gente: i capitalisti hanno festeggiato in borsa, che ha raggiunto i massimi storici. Parallelamente, procede la narrazione che condanna gli estremismi, il massimalismo e l'”ottobrismo” . Ma non ci si ferma qui. Gli industriali, rincarano la dose sostenendo che il trionfo del rigetto è solo il primo passo e non riuscirà ad attenuare completamente le incertezze degli investitori. Sarà necessario negoziare un nuovo processo costituzionale più controllato che produca un testo diverso, più “equilibrato”.  Ovviamente, il nuovo testo dovrà essere redatto interamente dai loro partiti. Come dire addio ai valori della multinazionalità, dei diritti alle popolazioni indigene, della deprivatizzazione dell’acqua, della fine del Senato, per indicare solo alcune delle principali questioni in gioco.

Dall’altro lato i “progressisti”, demoralizzati, cercano capri espiatori definendo il popolo ignorante e succube: “”Semplicemente non eravamo preparati ad avere una Costituzione ecologica, regionalista e femminista, con un focus sui diritti sociali… Naturalmente, ogni popolo ha la Costituzione che si merita”.

Non c’è dubbio che il risultato implichi uno spostamento a destra dello scenario e dell’agenda politica. Questo è un voto conservatore. Ma incolpare il popolo e trattarlo come ignorante rivela solo quanto velleitaria fosse l’idea “progressista” di riformare lo Stato ereditato dalla dittatura con un percorso interamente istituzionale dimenticando che l’intero processo era stato originato da una forte protesta popolare che rivendicava diritti concreti per il miglioramento delle condizioni di vita. Poiché il governo non ha adottato misure serie per far fronte agli effetti della crisi economica e dell’inflazione le grandi masse hanno visto la propria situazione concreta deteriorarsi continuamente. Gabriel Boric è diventato il simbolo del deterioramento economico che è iniziato durante la pandemia, ma che è aumentato nel corso di quest’anno. Il “rigetto” ha rappresentato per ampi settori un voto contro la situazione economica e sociale, incarnata dal governo.

A questo bisogna aggiungere che la stessa Convenzione Costituzionale è rimasta altrettanto lontana dalle urgenze popolari continuando un percorso alimentato dalla incrollabile fiducia che i problemi strutturali del Cile ereditati dalla dittatura potevano essere risolti con un mutamento costituzionale controllato e senza toccare i pilastri del capitalismo cileno. Il Partito Comunista e il CUT sono stati attori fondamentali in questo percorso.

Ovvio che la destra abbia approfittato di questo scenario per promuovere una campagna demagogica e odiosa.. Gli argomenti a difesa della proprietà della casa, contro i privilegi degli immigrati e del mapuche hanno fatto breccia, in ampie fasce della popolazione, cosa impensabile due anni fa. E’ lecito chiedersi perché.

È stato il governo di Gabriel Boric, insieme a Approvo Dignità, Socialismo Democratico, a guidare la campagna di approvazione appoggiati dai Movimenti Sociali Costituenti. La scommessa del gruppo dell’”Approvo”  è stata molto chiara: cedere alle argomentazioni principali della destra per ottenere il consenso del centro. L’obiettivo dichiarato era allargare l’arco di appoggio alla carta costituzionale in modo che potesse ottenere l’approvazione, ma ciò che è accaduto è stato esattamente il contrario: hanno dato agio al discorso portato avanti dalle destre di prendere piede.

Inutile dire che è la solita illusione di tutte le sinistre di governo: politiche sempre più “accomodanti” verso le istanze delle destre nell’illusione di accaparrarsi larghe fette dell’elettorato di centro. In questi ultimi giorni, a seguito dell’esito del plebiscito, abbondano le dichiarazioni di esponenti del governo che si dichiarano favorevoli a “uno spirito di unione, dialogo e accordi”, riconoscendo che  “c’è un cambiamento nell’asse politico” e che è tempo di “rimuovere gli estremi e le asprezze”. Nel suo discorso di ieri 11 settembre 2022, fatto nell’anniversario del colpo di stato del generale Pinochet che concluse in modo violento la stagione di riforme iniziata da Salvador Allende, primo presidente socialista democraticamente eletto della storia, Boric ha ribadito la sua convinzione che le trasformazioni si realizzano attraverso le vie istituzionali che esistono nel paese.

In questo modo, il presidente ha ribadito ancora una volta l’impegno del governo per una nuova costituzione, lanciando diversi appelli all’opposizione a lavorare per avanzare su quella strada. Ma Boric non è ingenuo e sa perfettamente bene chi sta convocando l’unità. Nell’opposizione oggi ci sono gli stessi partiti che furono complici della dittatura che nel suo discorso commemorativo ha criticato, sono gli stessi personaggi che fino a non poco tempo fa difendevano e/o difendono Pinochet e l’impunità che garantiva loro la Concertazione.

CHI CI HA PERSO DA QUESTO RISULTATO?

La proposta di nuova Costituzione licenziata dopo il lavoro di revisione di tre commissioni era costituita da 388 articoli che riscrivevano completamente le regole di esercizio del potere esecutivo, legislativo e giudiziario e stabiliscono le regole per la società civile.

Se è decisamente impensabile affrontare un testo così ampio e complesso nell’ambito di questo articolo, è tuttavia indispensabile notare quello che è l’impianto valoriale complessivo e vedere come questa cornice ideologica (nel senso nobile del termine) è stata poi declinata nel testo prodotto. Per fare questo dobbiamo tenere bene a mente le tre forze sociali che hanno partecipato in maniera preponderante alle proteste di piazza e le cui istanze sono stare recepite nella carta: 

  • Il mondo giovanile/studentesco
  • Il movimento femminista ( anche quello composto per la maggioranza da giovani donne)
  • Il movimento per i diritti dei popoli indigeni

La società cilena – contrariamente a quella italiana – è una società “giovane”.

La popolazione giovanile (soprattutto studentesca) è molto vivace e combattiva: nel 2001, 50.000 studenti delle scuole superiori scendono in piazza, nella cosiddetta “rivolta degli zaini”, per rifiutare il modello neoliberista gridando uno slogan rivoluzionario: “Comanda l’assemblea!”, cioè  «Comandiamo noi, non i partiti o il governo”. Nel 2006, il numero di adolescenti  scesi in piazza non  a Santiago, ma in tutto il Cile, fu di 1.400.000 nelle proteste note come «la rivoluzione dei pinguini( dal colore dell’uniforme scolastica dei giovani) urlando gli stessi slogan.  Nel 2011, seguendo la stessa logica, gli studenti universitari si  mobilitano in massa.

Dal 2012 lo facevano le assemblee cittadine territoriali e nel 2018, massicciamente, la marea femminista che porta le rivendicazioni relative alla condizione femminile.

Storia di un popolo negato : le popolazioni indigene

Il Cile ha avuto, fin dal XVI secolo, un popolo «di serie B» demograficamente maggioritario ma crudelmente vessato, le popolazioni indigene. Dal XVII secolo ad oggi hanno costituito tra il 52% e il 68% della popolazione nazionale. Fin dagli albori della colonizzazione spagnola fu negato loro il diritto a un proprio territorio, al proprio linguaggio, alla propria storia e cultura, ad un diritto scritto.

Non essendo «soggetti di diritto», dal 1600 al 1931 (anno in cui fu promulgato il Codice del Lavoro), gli uomini e le donne del popolo meticcio cileno poterono essere abusati impunemente in tutte le forme immaginabili, tra cui lo stupro, la tortura e la morte. A causa di questa situazione, vissero, tra il 1600 e il 1830 circa, come vagabondi a piedi e a cavallo (gli uomini), e in miserabili capanne nelle periferie (le donne abbandonate). Fu negato loro la possibilità di vivere in coppie, o in villaggi. I loro  bambini erano  «huachos» senza riconoscimento di cittadinanza. Repressi ovunque come «stranieri e predoni», come sospetti e «nemico interno», cercarono di diventare lavoratori autonomi: contadini, minatori in proprio e artigiani di vario tipo. Poiché non avevano diritti, in quella condizione furono brutalmente derubati dai proprietari, dagli strozzini, dai mugnai, dai militari e persino dagli esattori delle «decime» della Chiesa cattolica.

Disperati, molti si rifugiarono sui monti, dedicandosi ai lavori più disparati, umili, sottopagati o illegali come  ladri di bestiame banditi che assaltavano e saccheggiavano fattorie e intere città. Il banditismo rurale cileno si estese dal 1700 al 1940 circa. Né la polizia né l’esercito riuscirono a eliminarli. Intorno alla fine dell’800 molti di loro emigrarono nelle grandi città, che circondarono di grandi case alveari.

La “città meticcia” divenne tre volte più grande della “città bianca” dell’oligarchia. Questo spiega il fatto che, ogni volta che in Cile scoppiava un disordine politico istituzionale, le masse meticce urbane uscivano dalla periferia, invadevano e saccheggiavano il centro commerciale e talvolta residenziale della città. Questo fu il caso a Valparaíso, nel 1903; a Santiago, nel 1905 e nel 1957, e in diverse città del Paese durante la tirannia militare (tra il 1983 e il 1987, soprattutto). Ogni volta si verificavano proteste violente che scuotevano profondamente le istituzioni politiche senza però riuscire ad innescare processi di cambiamento strutturale definitivi. Il modello neoliberista imposto da Pinochet produsse un grande sviluppo transazionale e consumistico, ma questo sviluppo riuscì solo a coprire la questione delle popolazioni indigene sotto una patina consumistica senza modificare la loro marginalità cronica, la loro mancanza di profonda identificazione con la cultura occidentale (tanto amata dall’oligarchia cilena) e il suo profondo risentimento per essere stata per secoli un soggetto senza piena integrazione nella società moderna. Per questo la distruzione della materialità di quella cultura si è palesata nelle lotte come apoteosi del consumismo (furto e saccheggio delle merci) e al tempo stesso come sabotaggio violento contro il sistema che li ha esclusi (distruzione e incendio di supermercati e centri commerciali, simboli di quel sistema).

Uno sguardo al testo rifiutato: Nuovi diritti approvati – Il concetto di inclusione effettiva

Il testo sottoposto a plebiscito consacrava per la prima volta un riconoscimento di gruppi storicamente esclusi come: donne, bambini e adolescenti, persone provenienti da popoli e nazioni indigene, persone con disabilità, persone con diversi orientamenti sessuali e di genere. Inoltre, si affermavano principi per rendere quei diritti effettivi.  Lo scopo era quello di stabilire la non discriminazione, l’inclusione sociale e l’integrazione come principi di base, di rendere l’uguaglianza sostanziale e non semplicemente formale.

Chi ha perso da questo risultato? I giovani, I popoli indigeni, le donne, il popolo tutto

Detto questo si comprende perché la vittoria del Rigetto è la sconfitta delle speranze del popolo cileno tutto ma in particolar modo dei giovani, delle popolazioni indigene, delle donne..

La sconfitta della proposta per la nuova Costituzione del Cile colpisce il movimento delle donne. Il testo presentato e respinto dalla maggioranza dei cileni (61,87%) è stato costruito dal primo organismo paritetico al mondo e la prospettiva femminista attraversa l’intero documento costituzionale. Il contenuto femminista del testo era esplicito nel preambolo, in nove degli 11 capitoli, in 41 articoli permanenti e in sei disposizioni transitorie.

Ovviamente non è corretto dire che il Rigetto riguardasse quelle tematiche in quanto il quesito del plebiscito del 4 settembre riguardava se accettare o respingere l’intero testo. Fra le altre cose, Il testo proponeva di garantire la copertura delle prestazioni per coloro che svolgono lavoro domestico e di cura. In Cile, le donne hanno una pensione inferiore del 34,8% rispetto agli uomini, secondo il Rapporto della Sovrintendenza alle pensioni, 2021. Stabiliva inoltre che i lavoratori e le lavoratrici hanno diritto a una retribuzione equa e sufficiente, che garantisca il sostentamento loro e delle loro famiglie. Le donne in Cile guadagnano il 28,1% in meno degli uomini per lo stesso lavoro, secondo i dati ufficiali.

Non si è avuto il tempo né la forza comunicativa per spiegare i dettagli ai cittadini e sulle questioni dei diritti sessuali e riproduttivi la destra ha cavalcato l’onda del tradizionalismo soprattutto in relazione al punto che fissava il dovere dello stato di garantire a tutte le donne e “alle persone con capacità di gestazione” le condizioni per portare a termine la gravidanza in modo sicuro e protetto così come la possibilità di abortire. In Cile l’aborto è criminalizzato tranne che in tre casi specifici: pericolo per la vita della madre, malformazione fetale e stupro. Secondo le organizzazioni femministe, si stima che ogni anno nel Paese vengano praticati tra i 60.000 e i 300.000 aborti clandestini. Se il testo messo ai voti nel plebiscito fosse stato approvato, l’interruzione della gravidanza sarebbe stata sottratta al dibattito legislativo e politico ordinario.

La sconfitta della proposta per la nuova Costituzione del Cile colpisce le popolazioni indigene

Il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene è presente in tutto il testo sottoposto a plebiscito. Tra i più notevoli c’è il riconoscimento dell’autonomia di questi popoli e del  cosiddetto “pluralismo giuridico”, che consentirebbe la creazione di tribunali per le popolazioni indigene. Questi, come previsto dalla norma, coesistererebbero coordinati su un “piano paritario” con il Sistema di Giustizia Nazionale (iniziativa approvata senza l’appoggio della destra che l’ha fortemente avversata nella campagna per il rigetto sostenendo che avrebbe instaurato “un sistema parallelo di giustizia” che avrebbe vanificato il principio della “uguaglianza di fronte alla legge”). Si stabilisce  che lo Stato sarà multinazionale, anche se non si è voluto recepire nel testo il riconoscimento del “genocidio” indigeno come richiesto da queste popolazioni.

La sconfitta della proposta per la nuova Costituzione del Cile colpisce i giovani

Una serie di articoli era dedicata al tema dell’istruzione pubblica allo scopo di rafforzarla. Si dichiara, ad esempio, che l’istruzione sarà laica e gratuita e lo Stato dovrà finanziarla con contributi di base “in modo permanente, diretto, pertinente e sufficiente”. Inoltre viene sancita la libertà di istruzione, sia nella direzione della libertà di genitori e tutori di scegliere il tipo di istruzione per i propri figli sia nel versante di garantire la libertà di insegnamento per tutti i docenti. Si stabiliva inoltre la gratuità dell’istruzione pubblica ma anche di quella privata “che soddisfi i requisiti stabiliti dalla legge.

La sconfitta della proposta per la nuova Costituzione del Cile colpisce il popolo

Tra i principali diritti approvati nella proposta, spicca il diritto al lavoro dignitoso, il diritto a “una remunerazione equa, equa e sufficiente”, che garantisce il sostentamento dei lavoratori e delle loro famiglie. Inoltre, lo Stato ha il compito di creare le condizioni affinché il lavoro possa conciliarsi con la vita familiare e comunitaria.

La proposta di nuova Costituzione stabilisce principi, obiettivi e regolamenti per la partecipazione dello Stato all’economia del Paese. Si stabilisce che lo Stato assumerà un ruolo più attivo, oltre a regolare, controllare, promuovere e sviluppare le attività economiche. Altri diritti approvati nella bozza sono i diritti alla memoria, al cibo e all’autodeterminazione informativa, che è il diritto alla protezione dei dati personali.

Per quanto riguarda la salute, si ribadisce l’obbligo dello Stato al sistema sanitario pubblico. La nuova Costituzione riconosce che siamo di fronte a una crisi climatica ed ecologica di cui dobbiamo farci carico. Per la prima volta vengono consacrati i diritti della natura; il dovere speciale dello Stato di custodire i beni comuni naturali e contempla un catalogo di diritti umani ambientali, come il diritto a un ambiente sano ed ecologicamente equilibrato.

Conclusioni

I movimenti politici usciti dalle lotte dell’ottobre 2019, così come i partiti della sinistra storica, si sono concentrati sulla disputa istituzionale, entrando in una dinamica assolutamente parlamentare e rinunciando a portare avanti proprie forme di lotta, come per esempio la convocazione di propri organismi territoriali per convocare e organizzare mobilitazioni extraparlamentari o azioni coordinate di lotta. Il pericolo che la frustrazione delle grandi masse le spingesse a destra era e si è dimostrato reale. Una destra che ha fatto la usuale campagna demagogica per la sicurezza, contro gli immigrati e contro i mapuchi mentre la sinistra al governo non è riuscita neppure a garantire una politica di sostegno ai salari erosi dall’inflazione e men che mai a prendere le misure sostanziali promesse in campagna elettorale.

La lezione del Cile – Perché quanto accaduto ci fornisce elementi di riflessione sull’attuale situazione politica italiana

L’esperienza cilena mostra ai profeti di casa nostra che avventurarsi sul terreno della richiesta di una nuova Assemblea Costituente sia quanto meno insidioso. Siamo tutti consapevoli che la Costituzione Italiana del 1948 debba, su molte questioni come ad esempio quella dell’identità digitale, della libertà di scelta terapeutica e della salvaguardia dell’ecosistema essere rivista. La società italiana è profondamente mutata dal 1948 ed è impensabile poter gestire le nuove richieste che emergono dalla società civile così come le problematiche che sorgono dall’attuale fase di sviluppo della società capitalistica con un testo che certe questioni non le affronta poiché all’epoca, neppure si profilavano all’orizzonte.

E’ vero che i nostri padri e madri costituenti hanno saputo guardare lontano prevedendo la regolamentazione di aspetti e la tutela di diritti che restano tuttora centrali per la nostra società ma certe questioni restano, inevitabilmente scoperte. Sarebbe tuttavia velleitario avventurarsi adesso, in una fase di riflusso delle lotte, sul terreno prettamente istituzionale della richiesta di una nuova assemblea costituente… L’esperienza cilena ci mostra che anche quando i rapporti di forza sono a favore del popolo, condurre una lotta sul terreno puramente istituzionale, sul terreno della gestione dello status quo favorisce le destre.

Nella fase attuale, e con la grave crisi economica che si profila all’orizzonte, compito delle forze del dissenso sarà quello di lavorare per sollevare un’opposizione radicale basata sull’autorganizzazione del popolo e sulla sua mobilitazione indipendente dal governo. Nella nostra capacità di creare e organizzare una forte opposizione popolare di contrasto al regime tecno-sanitario, si giocherà grossa parte della nostra possibilità di incidere sulla vita futura nostra, delle nostre famiglie e della società intera.

* del Comitato Esecutivo del Fronte del Dissenso

Fonti:

https://www.opendemocracy.net/es/nueva-constitucion-chilena-primer-borrador/

https://eju.tv/2022/05/chile-el-borrador-de-la-nueva-constitucion-responde-a-las-demandas-del-movimiento-social/

https://www.dw.com/es/la-cronolog%C3%ADa-del-estallido-social-de-chile/a-51407726

https://www.reddit.com/r/chile/comments/x7jv73/plebiscito_cada_pueblo_tiene_la_constituci%C3%B3n_que/

https://www.laizquierdadiario.com/La-lucha-mapuche-despues-del-rechazo-ahora-que

https://elpais.com/chile/2022-09-06/el-rechazo-a-la-nueva-constitucion-chilena-golpea-al-feminismo.html

https://www.agi.it/estero/news/2022-09-05/cile-bocciata-costituzione-post-pinochet-17956962/

https://www.laizquierdadiario.com/Triunfo-del-rechazo-como-el-Acuerdo-por-la-Paz-una-Convencion-subordinada-a-los-poderes

https://www.laizquierdadiario.com/Nueva-Constitucion-Chile-no-acaba-con-herencia-dictadura-Y-ahora-que

https://factual.afp.com/doc.afp.com.32B78YQhttps://factual.afp.com/doc.afp.com.32B78YQ

https://www.laizquierdadiario.com/El-gobierno-de-Boric-es-la-continuidad-de-las-politicas-de-represion-y-persecucion-al-Pueblo

https://www.laizquierdadiario.pe/Boric-llama-a-la-unidad-a-quienes-fueron-organizadores-y-complices-de-la-dictadura-de-Pinochet-para

https://www.chileconvencion.cl/




LA REGINA È MORTA, ABBASSO LA REGINA

Manco fossimo anche noi sudditi di Sua Maestà da giorni siamo ammorbati da una campagna martellante che vorrebbe imporci il lutto. In effetti si tratta di uno sforzo simbolico sincronizzato a scala internazionale, a conferma della potenza politica della Gran Bretagna (lo vediamo da ruolo di punta di Londra nella guerra contro la Russia), di cui la Corona è simulacro. Noi, invece, in lutto non siamo. Inenarrabili sono i crimini commessi dal colonialismo inglese, crimini che giornalisti lacchè nascondono pur di incensare la “patria del liberalismo e della democrazia”. Dei crimini e dei veri e propri genocidi compiuti dalla Gran Bretagna ad ogni latitudine se ne occupò, documentandoli in maniera inoppugnabile, il compianto Domenico Losurdo [CONTROSTORIA DEL LIBERALISMO].

Accuse di antimperialisti oltranzisti? Il brano che segue, che si sofferma sui più recenti crimini compiuti dall’Inghilterra della defunta regina, è tratto da Avvenire, giornale dei vescovi.

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J’ACCUSE. C’È DEL MARCIO NELLA GRANDEUR BRITANNICA

di Roberto Festorazzi

A metà dell’Ottocento, il socialista e ‘cartista’ inglese Ernest Jones replicò alla vanteria secondo la quale sull’Impero di Sua Maestà il sole non tramontava mai, con la battuta scudisciante che in quella superficie sterminata di domini e possedimenti pure il sangue non asciugava mai. L’elenco dei crimini compiuti dai colonialisti britannici, nell’arco di quattro secoli, è impressionante: si va dalla tratta degli schiavi alla repressione delle sollevazioni dei repubblicani irlandesi, dalle tre guerre dell’oppio cinesi al soffocamento delle insorgenze indiane. Sarebbe in ogni caso sbagliato pensare che la morsa di ferro degli inglesi abbia allentato la presa all’avvicinarsi della decolonizzazione: al contrario, alcuni degli episodi più efferati della dominazione britannica si sono svolti, per così dire, fuori tempo massimo, tanto che si può parlare di un vero e proprio colpo di coda dell’imperialismo targato ‘Union Jack’. Ce ne offre un esempio illuminante lo storico marxista inglese John Newsinger, il cui Libro nero del colonialismo britannico viene ora proposto in edizione italiana ( 21 Editore, pagine 390, 15,00 euro). L’autore mostra anzitutto come anche il Regno Unito abbia i suoi ‘armadi della vergogna’. Soltanto in anni recenti, infatti, in occasione della causa intentata contro il governo di Londra da quattro kenioti vittime di orrende torture negli anni Cinquanta del secolo scorso, dal sancta sanctorum degli archivi coloniali di Hanslope Park, nel sudest dell’Inghilterra, è emersa un’intera, imbarazzante collezione di carte ‘smarrite’: 294 scatoloni contenenti 1.500 fascicoli riguardanti le atrocità compiute in Kenya sulle etnie ribelli, in particolare i Kikuyu. È la pagina di tenebra della rivolta dei Mau Mau, che provocò, entro la fine del 1954, lo sradicamento della popolazione in maggioranza Kikuyu dai distretti ove era insediata, e l’internamento di 77.000 persone. Per stroncare la guerriglia dei Mau Mau, il governo britannico ricorse a misure spietate. Risultato, 1.090 ribelli impiccati e altri 11.503 uccisi nel corso di scontri, per non parlare dell’endemico ricorso alla tortura. Tanto che Newsinger arriva a chiedersi «come sia stato possibile che governi inglesi guidati da figure rispettabili quali Winston Churchill, Anthony Eden e Harold Macmillan siano stati in grado di gestire lo scandalo senza che l’opinione pubblica chiedesse spiegazioni». La risposta a questa domanda retorica giunge appena poche righe dopo: «Il ministro delle colonie Alan Lennox-Boyd, negli anni Trenta simpatizzante dei fascisti, dopo il suo ritiro ammise con franchezza di essersi lui stesso impegnato attivamente in «operazioni di insabbiamento a favore delle forze di sicurezza». Altre pagine ignominiose sono quelle riguardanti la gestione ‘terroristica’ delle carestie che colpirono vari territori sottoposti al dominio inglese. L’ultima, in ordine di tempo, fu quella che s’abbatté sul Bengala, nel 1943-44, provocando la morte per fame di 3,5 milioni di uomini, donne e bambini. Churchill fu inflessibile nell’impedire che scorte di granaglie destinate alla Madrepatria, e provenienti da altre zone dell’Impero, fossero dirottate per soccorrere le masse indiane. A un suo fedele sostenitore, dentro il Partito conservatore, come Leo Amery, non celerà il suo disprezzo razzistico per i poveri sudditi della regione asiatica: «Io gli indiani li odio. Sono un popolo di bestie, con una religione da bestie». Non era andata molto diversamente, un secolo prima, con la spaventosa carestia che ferì l’Irlanda, a causa di un fungo infestante che distrusse i raccolti di patate. I tuberi costituivano la principale fonte di sostentamento per la popolazione dell’isola, che venne falcidiata dalla denutrizione. I governanti di Londra, asserragliati nelle gabbie mentali del loro liberismo darwiniano, non mossero un dito per aiutare gli irlandesi. Risultato: un milione di morti e un altro milione costretto, per sopravvivere, a emigrare al di là dell’Atlantico. Un altro, grande peccato storico che grava sulla coscienza della nazione britannica è quello riguardante la tratta degli schiavi. L’autore quantifica in almeno 3 milioni la cifra complessiva dei neri trasportati su navi inglesi, dall’Africa alle Americhe, dal 1690 fino all’abolizione della schiavitù, nel 1807. Newsinger è polemico verso la corposa tendenza culturale, in atto oggi in Gran Bretagna, che punta alla rivalutazione del passato coloniale come veicolo di civilizzazione. Un’atmosfera da revival che ha contagiato anche l’attuale premier conservatore, David Cameron, secondo il quale è giunta «l’ora di smettere di scusarsi». Una posizione poco giustificabile, perché sarebbe invece arrivato il momento di fare i conti con una sanguinosa eredità di sangue che ha ipotecato lo stesso percorso della decolonizzazione, con esiti ben visibili ai giorni nostri. Del resto è un fatto che, complice il silenzio del circuito mediatico inglese, molta parte dei sudditi di Sua Maestà ignori completamente l’ecatombe provocata dalla carestia del Bengala. Una strage rimossa che meriterebbe il nome di genocidio.




ZELENSKYJUGEND di Enrico Mascelloni

Con l’annunciata discesa in battaglia della Zelenskyjugend si apre una nuova fase della guerra. Forse quella in cui le balle della propaganda pro-ukraina toccheranno vertici ancora ignoti persino ai corrispondenti del Corriere della Sera: “Un milione di soldati ukraini dotati delle nuove armi americane, nei prossimi mesi riconquisteranno i territori del sud [ndr. Oblast di Kerson + Mariupol e Crimea] vitali per i nostri interessi” (Zelensky, 11 Luglio). 

Ma è possibile che le dichiarazioni di Zelensky abbiano un qualche fondamento. E allora potrebbe fare a meno di una Zelenskyjugend? Come altro connotare l’annunciata presenza di un milione di soldati, quando finora l’intero esercito ukraino, peraltro decimato da morti, feriti e prigionieri che a essere molto ottimisti riguardano un quarto dei suoi effettivi, assommava all’inizio della guerra, comprese le milizie territoriali, a ca. 200.000 soldati? I riservisti, stimati propagandisticamente a 900.000 all’inizio della guerra (400.000 reali secondo la Vereshchuk, assai più seria (e sobria) del volatile Presidente) si sono assottigliati ulteriormente, dacché una parte sostanziale è riuscita a scappare dal Paese e non ha alcuna intenzione di rientrarci, soprattutto dopo il ruolo di carne da cannone a cui ha visto destinati, nel Donbass, i reparti meno attrezzati. Tra quelli rimasti a disposizione i riservisti utilizzabili non sarebbero più di 200.000, caratterizzati da una scarsissima preparazione militare e da un’età avanzata, che andando verso l’inverno severo delle pianure centrali presenterebbe più problemi logistico-sanitari che vantaggi tattici. Si può dunque parlare di un ulteriore milione di effettivi senza che la sua grande maggioranza non sia composta di ragazzini di un’età variabile tra i 15/16 e i 18 anni?

Terminata l’euforia propagandistica più sgangherata, ripresa in blocco dai media occidentali, (“un popolo intero stretto intorno al suo Presidente”, “soldati eroici pronti a morire e mai a arrendersi”, “soldati russi in fuga, che prima di scappare bevono, per ubriacarsi, la benzina dei propri Tank”….), è apparso chiaro, dall’evidenza dei fatti militari, che l’armata russa (e “rossa” soprattutto la sua componente di milizie indipendentiste del Donbass) restava ben salda e capace di offensive strategiche nonostante evidenti limiti tattici e logistici (riparati, non è ancor chiaro sino a che punto, in corso d’opera, ma certamente calibrati sino al punto di conquistare l’intero Donbass). 

Dall’altra parte la resa disordinata e l’allineamento da gregge del battaglione Azov alle milizie del Donbass, senza che nemmeno uno dei suoi capi abbia solo tentato l’atto di ogni disfatta onorevole — spararsi un colpo in testa — parla da solo, e infatti del battaglione Azov, che “preferirebbe la morte alla resa” (motivo recitato ininterrottamente da Zelensky e ripreso con giubilo da tutti i media occidentali fino al 19 maggio), non ne parla più nessuno. [1] Ma è apparso anche chiaro, al punto da filtrare persino in giornali in cui scrivono sambuca Molinari e cetronata Gramellini, che il fronte interno ukraino è tutt’altro che coeso e che una parte crescente della popolazione prende le distanze dalle posizioni intransigenti di Zelensky, sebbene non sia ancora chiaro in che quantità e in che misura. 

Né c’è da aspettarsi che qualche notizia corretta arrivi dalla principale fonte di ristoro dei media: l’MI6 britannico, che dopo la morte di 007 nell’ ultimo film della serie ha addirittura aumentato quella quantità di balle e di previsioni grottesche che l’ha caratterizzato sin dai tempi in cui Gandhi era considerato “un innocuo pagliaccio indiano”. 

Sarà pronta la popolazione ukraina a far massacrare anche i propri figli pressoché minorenni? Va ricordato che la Hitlerjugend, come ogni altra milizia jugend in diversi teatri di battaglia (da quella dei Khmer Rossi alle milizie giovanili di Mobuto) ha la caratteristica priva di eccezioni di salire alla ribalta quando le guerra è ormai persa. Tanto più che a una carica al grido di battaglia “Slava Ukrainii” sarebbe in questo caso più appropriato “Slava Lhemans and Brothers” o “Slava Esso”.

NOTE

[1] Si veda, del sottoscritto, in questo stesso blog: “La resa del battaglione Azov e l’evacuazione dei media occidentali




L’INGLORIOSA RESA DEL BATTAGLIONE AZOV di Enrico Mascelloni

Riassumiamo i fatti salienti della “battaglia di Mariupol”: dopo aver preso atto che la sconfitta sul campo di una città devastata da combattimenti feroci era certa, intorno alla metà di Aprile una parte delle milizie ukraine si è asserragliata nell’enorme Azovstal mentre altri soldati dell’esercito ukraino, a loro volta barricati nella vicina area del porto e in altri complessi industriali, si arrendevano (la stima varia da alcune centinaia a più di mille) alle milizie del Donbass, venendo ampiamente ripresi dalle telecamere con le mani alzate mentre venivano fatti salire su camion e condotti come prigionieri di guerra in zone sotto controllo dei filorussi. 

A quel punto partiva il serial dell’eroica resistenza nei sotterranei della fabbrica, andato quotidianamente in onda su tutti i media occidentali (quelli del resto del mondo se ne fregavano) per oltre un mese: alle dichiarazioni del regime ukraino che “gli eroi dell’Azovstal non si arrenderanno mai”, gli “eroi” sfumavano il concetto in un più elastico “non ci arrenderemo mai ai russi”, aprendo a fantasiose alternative eroiche tipo “ci consegneremo a un Paese terzo che ci evacquerà nel suo territorio lasciandoci uscire dall’Azovstal con le nostre armi” o anche un pò meno eroiche come “ci consegneremo a un Paese terzo, pronti a garantire che non torneremo a combattere in questa guerra”, quest’ultima dichiarazione persino imbarazzante in quanto a disfattismo, e infatti rapidamente abbandonata (non dal battaglione Azov, che vi ha creduto fino in fondo, ma dai media filoatlantici per i quali l’eroismo della difesa di Mariupol è ingrediente centrale della propria propaganda). 

Assediati e bombardati, i nostri eroi hanno però cominciato a prendersela con il governo di Kyev “che ci ha abbandonato”, che “non ha provato a imbastire una manovra militare che ci avrebbe liberato”, mentre arrivavano a invocare Elon Musk come mediatore (magari venendo “evacuati” da un suo razzo che li avrebbe portati su Marte) o al Papa, da cui spedivano un gruppo di mogli, che alternavano il Santo Padre a vari talk show. 

Zalensky, da parte sua, dichiarava almeno tre volte al giorno “gli eroi dell’Azovstal verranno massacrati ma non si arrenderanno”, e lo ha ripetuto sino a qualche ora prima di trasformarlo in un esilarante (se ci fosse da ridere) “i nostri eroi ci servono vivi”. Tutto ciò mentre i “loro eroi” chiarivano ancor meglio il concetto, e pur lasciando intendere che avrebbero preferito morire per la Patria e per l’onore, singhiozzavano “siamo soldati e rispettiamo gli ordini dei nostri comandanti e in specie del nostro presidente”, che in realtà non hanno mai rispettato, com’è ben evidente negli aspri rimproveri che gli facevano quotidianamente e che in un contesto di accettabile disciplina militare, in stato di guerra, non sarebbe lontana dall’insubordinazione, dal disfattismo, dalla diserzione. Che infatti è avvenuta, ma con l’avallo del Presidente, caso pressoché unico in una guerra. Perché tutto lascia pensare che non sia stato il Presidente a ordinare la resa, ma il battaglione Azov ad aver ordinato al Presidente di dichiararla, altrimenti sarebbe avvenuta comunque, come stava infatti accadendo poche ore prima delle dichiarazioni ufficiali, quando alcune decine di soldati ukraini (tanto del battaglione Azov quanto dei marines) si consegnavano alle milizie del Donbass alzando bandiera bianca. 

Diserzioni immediatamente smentite dal regime ukraino ma riprese in diretta dai combattenti del Donbass e comunque sufficienti per chiarire che bisognava rapidamente salvare il salvabile dichiarando che la resa disordinata era in realtà un ordine della suprema autorità del Paese, smentendo dunque quello che aveva dichiarato Zelensky fino a poche ore prima, ma accogliendo ciò che stavano dichiarando i capi del battaglione Azov e i fanti di marina da vari giorni, seppur nelle loro tipiche formulazioni contorte, dove doveva convivere l’esaltazione del proprio eroismo con la meno eroica propensione a salvare la pelle costi quel che costi.

Ogni dichiarazione degli “eroi dell’Azovstal” da quando erano asserragliati nella fabbrica lasciava intendere con chiarezza che una priorità su tutte le altre ce l’avevano chiara: non intendevano affatto morire. E men che meno per le fantasie eroiche di Biden di Zelensky o magari di Giuliano Ferrara. 

Le varianti creative di cui sopra, in un ordine temporale sempre meno eroico, parlavano da sole e essendo appunto fantasiose attendevano soltanto di escludere l’arrivo di Musk con il suo razzo (i soli razzi che arrivavano erano quelli russi) per fare ciò che minacciavano da un paio di settimane: arrendersi al nemico. Verbo riflessivo, “arrendersi”, coniugato alla terza persona plurale, “si arrendono” (perchè non sono uno e nemmeno cinquanta ma varie centinaia se non migliaia) è impronunciabile tanto per gli “eroi” che per i loro hooligans politici e mediali. Infatti il florilegio di sinonimi propagandisticamente più gestibili dà fondo alle riserve di ogni vocabolario atlantico; quello italiano offre alternative numerose “evacuano, si ritirano, lasciano…..”. 

Ascoltare gli incredibili esercizi retorici di portavoce e opinionisti che parlano di “scambio di prigionieri”, di “eroi che evacuano”, di “mediazione ad altissimo livello accettata dai russi” mentre centinaia di soldati ukraini si lasciano perquisire con le mani sopra la testa, con sguardo ebete, con occhi bassi mentre si allineano come greggi sugli autobus che li condurranno in campi di prigionia su suolo russo, tutto ciò demolisce la sarabanda propagandistica che ha gonfiato giornaloni e giornaletti, telegiornali e talk show. 

La resa non proprio gloriosa è assai difficilmente contenibile nel giubilo propagandistico in corso da quasi tre mesi, cosicché i nostri scaldadivani mediali la espellono nelle pagine interne dei giornali e in fondo ai telegiornali. Nel frattempo a Zelensky sfuma il sogno accarezzato sin dalle prime fasi della guerra: il massacro di soldati che “contro forze soverchianti non si arrendono”, e che non solo urlano al mondo lo “spirito indomito del popolo ukraino”, ma si tolgono anche dai piedi in quanto pericolosi concorrenti politici. Per Zelensky si sarebbe trattato di una vittoria mediale clamorosa, che avrebbe vidimato come alcun altra che i russi hanno a che fare con il “popolo più eroico della storia moderna”, i nuovi “trecento di Maratona”, anche se sono più di duemila. Tanto più che sul piano militare il battaglione Azov e i fanti di marina di Mariupol non servivano più a niente essendo stati sconfitti da più di un mese, non avendo affatto rallentato ai russi altre operazioni militari come recitano enfaticamente i loro comandanti e essendo stati tenuti a bada da miliziani del Donbass e da combattenti ceceni che non erano nemmeno più numerosi di loro, sebbene supportati da un ampio apparato aereo e di artiglieria che ha fatto naturalmente la differenza. E’ possibile che qualche miliziano di Azov non vorrà arrendersi e preferirà magari suicidarsi piuttosto che consegnarsi al nemico. Ma anche in tal caso si avrà poco a che fare con l’antica etica militare di chi preferisce la morte alla resa. Tra i miliziani del battaglione Azov vi sono alcuni tra coloro che bruciarono vivi vari filorussi disarmati nel Teatro di Odessa (2014) e abbondano anche assassini di donne e bambini del Donbass. Chi li sta aspettando fuori sono i parenti, gli amici, i commilitoni delle loro vittime.

E la trattativa tra russi e ukraini? 

Forse qualcosa al minimo accettabile per i russi (cure per i feriti e qualche eventuale scambio di prigionieri). Per il resto, sentendo le parole del presidente della Duma e di vari altri membri del regime russo, che intendono processare buona parte dei prigionieri come criminali di guerra, la resa sembra esser stata senza condizioni e la sconfitta ukraina, almeno nella battaglia di Mariupol, inappellabile. La posta in gioco? Il controllo totale sul mare di Azov e il ricongiungimento con la Crimea. Forse, dopo qualche ulteriore avanzamento nel Donbass, un bottino sufficiente per procedere, da parte russa, a un augurabile cessate il fuoco di una qualche consistenza e tuttavia problematico. Reso tale dalla potenza reale dei patrocinatori americani della guerra nonché dal delirio di potenza delle gerarchie ukraine, supportato dalle sgangherate lodi che gli arrivano da governi e media di ogni parte dell’occidente e dalla diffusa ideologia, radicata soprattutto nel suo esercito, di una razza slava superiore (quella ukraina) già teorizzata da Stepan Bandera settanta anni fa, assurto dopo Maidan a icona nazionale. 

Di un vero e proprio trattato di pace, naturalmente, neanche a parlarne da ambedue le parti e presumibilmente per vari e lunghi anni. La fronda a Zelensky è già iniziata e quella a Putin, se la guerra perdurasse, probabilmente non tarderebbe. Se come affermano alcuni analisti, Putin vollesse davvero procedere all’occupazione di Odessa e al ricongiungimento con la Transnistria, creando una striscia in gran parte di scarsa profondità strategica lunga circa duemila kilometri da Lukhansk all’estrema punta settentrionale della sottilissima Transnistria, e tutto questo con un esercito ukraino che sta diventando il più attrezzato d’Europa mentre il proprio Paese verrebbe strangolato dal blocco dell’accesso al mare, in tal caso sarebbero gli stessi comandanti di una vetusta Armata Rossa, si spera, a accelerare qualcuna delle varie malattie che vengono attribuite all’autarca russo. Decisione comunque poco realistica per il pragmatico Putin. Le fantasie escatologico-geopolitiche di Alexander Dugin sulla Sacra Missione Russa commuovono soltanto qualche gruppo neofascista e il suo ascendente su Putin ha credito soltanto tra il gregge mediale: “a Alexander non crede più nessuno — ha dichiarato nel 2015 Eduard Limonov, che fondò insieme a lui il Partito Nazional Bolscevico — e Putin non l’ha mai incontrato”.




UCRAINA: CI MANCAVANO SOLO GLI ANARCHICI di Sandokan

«Fino a quando il nido della tirannia a Mosca non sarà rimosso, l’intera regione dovrà affrontare costantemente vessazioni contro la sua libertà… Ogni tiranno locale, reprimendo il suo popolo ribelle, sarà assistito dallo zar di Mosca… La lotta degli ucraini dà speranza di liberazione a tutti coloro che sono oppressi dal putinismo… Vogliamo liberare noi stessi e i nostri vicini». [Euronews]

Non è Zelensky che parla, né Biden o la Von Der Leyen. Sono frasi dal Manifesto del cosiddetto “Comitato di Resistenza”, un gruppo paramilitare ucraino che si definisce anarchico [vedi foto].

Da dove questi anarchici scappino fuori non è chiaro. Si potrebbe pensare che siano quelli di RevDia (Azione Rivoluzionaria), l’organizzazione anarchica ucraina clandestina che operava sin dagli inizi degli anni duemila. Ne dubito, visto che RevDia condannava il nazionalismo ucraino, rifiutò di andare a combattere contro i filo-russi nel Donbass e faceva della lotta contro le organizzazioni neo-naziste e banderite un tratto identitario.

In altre interviste (vedi anche IL FATTO QUOTIDIANO del 4 luglio) dichiarano di essere eredi di Nestor Machno — il guerrigliero ucraino che durante la guerra civile in Russia (1918-21) combatteva sia i Bianchi che i Bolscevichi —
e di avere la solidarietà dei gruppi Antifa occidentali.

Dicono di aver costituito il loro battaglione il giorno stesso dell’attacco russo, il 24 febbraio scorso; ammettono di essere tutti arruolati nell’esercito ucraino; non fanno mistero di essere armati dagli americani e dalla NATO.

Non c’è bisogno di essere complottisti per sospettare che dietro a questi “anarchici” ci sia Soros. Dietro ci sono apertamente il Pentagono, la NATO e la Ue.

Che diano un effettivo contributo militare al blocco imperialistico ne dubito. La loro utilità è tutta politica e ideologica: sono la foglia di fico dei guerrafondai occidentali, servono a dare una verniciata di sinistra al regime di Zelensky, controbilanciando l’egemonia effettiva delle bande
ultranazionaliste di destra.




GUERRA ECONOMICA RUSSIA-OCCIDENTE: CHI STA DAVVERO PERDENDO? di Michael Pontrelli*

La narrazione occidentale, compresa quella italiana, aveva preannunciato un disastroso futuro per l’economia russa a seguito delle sanzioni punitive introdotto subito dopo l’invasione dell’Ucraina. Misure che avrebbero dovuto riflettersi in particolare sul valore del rublo.

Secondo gli economisti (questa era la teoria) la svalutazione della valuta russa avrebbe messo in ginocchio Mosca per un motivo molto semplice: avendo in mano carta straccia Putin avrebbe perso potere di acquisto sui mercati internazionali. Il boicotaggio all’esportazioni avrebbe poi impedito al rublo di seguire le normali leggi dell’economia e di apprezzarsi.

Come si può vedere nel grafico di sotto che descrive l’andamento del cambio Rublo-Dollaro nel corso dell’ultimo anno, in un primo momento le sanzioni hanno effettivamente colpito molto duramente la valuta russa che da un cambio di 77 è schizzata velocemente a 114: una svalutazione del 48%.

Ma i festeggiamenti degli occidentali hanno avuto vita breve. Come si può osservare nel grafico, altrettanto velocemente il Rublo ha iniziato a guadagnare terreno recuperando non solo i livelli pre guerra ma andando perfino oltre.

Il paradosso è che da settimane la Banca Centrale russa è impegnata per frenare la corsa della propria valuta. Per farlo sta riducendo il tasso di interesse che dal picco del 20% è sceso al 9,5%.

Il cambio del Rublo con il Dollaro è crollato a 55 che implica una rivalutazione di circa il 28% rispetto ai valori pre conflitto. Dato che premia il la valuta russa come la migliore al mondo nell’anno in corso.

Chi sta perdendo la guerra economica innescata dalle sanzioni? Anche in questo caso la risposta arriva da un grafico: il rapporto di cambio dell’Euro con il Dollaro.

Come possiamo facilmente constatare il grande sconfitto è l’Euro e dunque l’Europa. Un anno fa la valuta del Vecchio Continente valeva circa 1,20 Dollari, oggi vale 1,05. Un ribasso del 12,5% che pesa nelle tasche dei cittadini soprattutto sul fronte energetico dato che tutte le materie prime vengono prezzate in Dollari sui mercati internazionali.

* Fonte: Tiscali




NON CI SONO ALTERNATIVE di Leonardo Mazzei

Ci avviciniamo ai 3 mesi di guerra, e tutto si può immaginare tranne la sua fine. La narrazione iniziale si sta risolvendo nel suo contrario. A febbraio l’ipotesi prevalente era quella di un conflitto breve, che la Russia avrebbe vinto militarmente, per poi perderlo in maniera rovinosa sul piano economico. Non è andata così. E non poteva andare in quel modo per un semplice motivo: qui non siamo di fronte ad uno scontro tra Russia e Ucraina, che se così fosse stato si sarebbe chiuso in una settimana. Quella in corso è piuttosto la guerra scatenata dal blocco Usa-Nato-Ue contro la Russia; l’inizio di una Terza Guerra Mondiale combattuta per ora prevalentemente sul suolo ucraino.

Naturalmente la situazione sul campo va valutata in maniera oggettiva, che se dessimo retta alla propaganda occidentale potremmo anche pensare che l’esercito ucraino si accinga a prendere Mosca… L’evoluzione di questa propaganda è tuttavia interessante. Mentre in un primo momento si insisteva sull’esigenza di sostenere la “povera” Ucraina aggredita dall’Orso russo, si è ora passati a toni più bellicosi e risolutivi: la Russia va sconfitta, punto e basta; la guerra va portata fino in fondo costi quel che costi.

Dunque, i fatti ci hanno dato ragione. Se l’espansione della Nato, nella quale di fatto l’Ucraina era già integrata da tempo, serviva ad attaccare la Russia; la vera escalation che ha portato al conflitto in corso non è stata avviata da Putin, bensì dagli americani. E quale sia la volontà di questi ultimi ce lo dice il recente stanziamento di 40 miliardi di dollari per armare ancor di più l’esercito di Kiev.

Armi di ogni tipo inviate dai paesi Nato, istruttori sul campo, servizi di intelligence occidentali che partecipano attivamente al conflitto, una propaganda martellante alimentata a getto continuo, sanzioni sempre più pesanti contro Mosca: cos’altro deve avvenire per prendere atto di una dichiarazione di guerra totale dell’occidente alla Russia?

Così scrivevamo agli inizi di marzo: «E’ chiaro che siamo entrati in una partita mortale, uno scontro che non ammette vie di fuga, alla fine del quale ci sarà un vincitore ed un vinto, ma ci sarà soprattutto un quadro internazionale profondamente diverso da quello precedente alla crisi ucraina».

Che in questo contesto la Russia abbia incontrato delle serie difficoltà sul piano militare è cosa abbastanza normale, anche per la necessità di condurre le operazioni limitando al massimo il coinvolgimento dei civili.

A queste difficoltà si contrappone però la tenuta economica e finanziaria. Le sanzioni si sono rivelate meno efficaci del previsto. L’embargo sui prodotti energetici avrà tempi lunghi, mentre il blocco dello Swift ha fatto meno danni di quel che si poteva pensare. Certo, come si dice in occidente, le sanzioni hanno efficacia nel lungo periodo. Ma intanto la mossa di Putin sul pagamento del gas in rubli sta avendo successo.

Un anno fa ci volevano 89 rubli per acquistare un euro, e questo era il cambio pure il 23 febbraio, il giorno prima dello scoppio della guerra. Poi il cambio si era impennato, facendo prevedere una svalutazione catastrofica del rublo. Ma così non è stato. Dopo il picco di 156 rubli per un euro del 7 marzo, siamo tornati ai livelli pre-guerra già a fine marzo con il solo annuncio di Putin. Ma non basta, venerdì scorso (13 maggio) erano sufficienti 67 rubli per acquistare un euro, con una rivalutazione del 24,7% rispetto a febbraio. Evidentemente i mercati finanziari sono piuttosto certi dell’adeguamento dei grandi gruppi energetici europei (tra i quali Eni ed Enel), dunque dei rispettivi governi, al pagamento in rubli. Un successo indiscutibile per Putin, uno smacco di non poco conto per il blocco Usa-Nato-Ue.

In questo modo, contrariamente alle aspettative occidentali, la Russia potrà mantenere una discreta stabilità finanziaria ed un certo controllo sull’inflazione. Elementi piuttosto importanti al fine della massima coesione interna. Ma l’operazione sul rublo ha anche una finalità di lungo periodo: quella di avviare concretamente la messa in discussione del sistema dei pagamenti centrato sul dollaro. Una sfida mai vista negli ultimi ottant’anni, una prova ulteriore di quanto sia mortale la partita in corso.

Se quanto detto fin qui è fondato, una cosa appare quasi certa: la guerra sarà lunga. Naturalmente, come dimostrano gli errori di tanti commentatori, le previsioni vanno spesso incontro a sonore smentite. Ma quella di una guerra lunga si basa sulla vera posta in gioco del conflitto, niente di meno dei futuri equilibri di potenza a livello mondiale.

Proprio perché la posta in gioco è questa, i contendenti si stanno preparando ad uno scontro prolungato. Il blocco a guida Usa lo sta facendo con due mosse: da un lato il massimo sostegno ad una guerra per procura, come si dice “fino all’ultimo ucraino”; dall’altro il risparmio delle proprie forze in attesa dei futuri sviluppi. Ma il risparmio delle forze è evidente anche sull’altro versante. Mentre la Cina cerca di prendere tempo, senza tuttavia incrinare il proprio rapporto con Mosca, l’indicazione più chiara ci viene proprio dalla Russia.

La propaganda occidentale vorrebbe farci credere ad un esercito russo allo stremo, privo ormai dei mezzi e degli uomini sufficienti a condurre una guerra all’altezza dello scontro. Quanto sia credibile questa narrazione ce lo dicono alcuni numeri. Le Forze armate russe sono composte da 900mila effettivi, più 2 milioni e 500mila riservisti. In Ucraina si calcola che ne siano stati impiegati al massimo 190mila. Come si spiegano queste cifre se non con la prudente volontà di risparmiare forze in vista della possibilità di un conflitto più allargato?

Tra i tanti segni dell’escalation in corso, l’entrata nel Patto Atlantico di Svezia e Finlandia è certo uno dei più significativi. La propaganda ci racconta di queste scelte come mera conseguenza dell’azione di Putin, ma la verità è che questi due paesi – come dimostrato dalle esercitazioni congiunte degli ultimi anni – erano già partner della Nato da tempo. Sta di fatto, però, che con l’ingresso della Finlandia l’Alleanza Atlantica si porterà ad un tiro di schioppo da San Pietroburgo, mentre il confine Russia/Nato si allungherà di altri 1.348 chilometri.

Bisogna dunque prendere atto della realtà. Per ora non siamo allo scontro diretto, né siamo arrivati alla soglia nucleare, ma quella che stiamo percorrendo è la strada della Terza Guerra Mondiale.

Gli Stati Uniti non vogliono perdere il loro primato, le oligarchie finanziarie e l’intero establishment a stelle e strisce vogliono rilanciare una globalizzazione fondata sul loro dominio militare, la loro egemonia politica, la propria supremazia economica basata sul sistema del dollaro. Per ottenere questo risultato a Washington si è pronti alla guerra totale, prima contro la Russia, poi se necessario contro la Cina. Ovviamente, agli americani piacerebbe vincere facile. Per questo non hanno mai smesso di sognare una bella “rivoluzione colorata” a Mosca. Evento però altamente improbabile, almeno a parere di chi scrive.

Che fare allora per impedire la catastrofe in arrivo? Cosa fare, in primo luogo, in Italia? Il nostro Paese già paga duramente, sul piano economico, la scelta del totale allineamento euro-atlantico. Ma questo prezzo potrebbe essere niente rispetto ai rischi di un coinvolgimento diretto nel conflitto. Mai come oggi le parole d’ordine dell’uscita dalla Nato e dall’Ue sono state attuali, ma intanto bisogna portare l’Italia fuori dalla guerra.

Questo vuol dire esattamente tre cose: fermare l’invio delle armi all’Ucraina, ritirare l’adesione alle sanzioni contro la Russia, dire basta alla russofobia. Queste tre cose saranno però impossibili senza la quarta: la cacciata dal governo di Mario Draghi, l’amerikano.

Sappiamo tutti quanto saranno importanti le prossime elezioni politiche, ma prima di esse potrebbe accadere l’irreparabile. E’ dunque il momento della lotta e della costruzione dell’opposizione. La guerra potrà essere fermata solo incrinando il blocco Usa-Nato-Ue. Non sarà facile, ma non ci sono alternative.

Abbiamo detto che lo scenario più probabile è quello di una guerra lunga, ma per uscire da questo incubo occorre che la mobilitazione contro il governo sia immediata. Oggi nessuna illusione è più concessa.




RUSSIA UCRAINA: ASPETTI IDEOLOGICI DELLA GUERRA di OG

Riceviamo e, pur non condividendo, pubblichiamo.

Dugin e l’eurocentrismo

Circa due mesi prima dell’operazione militare russa scrivevo che il 2022 sarebbe stato l’anno in cui la Russia avrebbe tentato disperatamente di riconquistare una egemonia imperiale tra i due grandi blocchi (Stati Uniti e Cina) che marciavano spediti, ogni giorno di più, verso la terza guerra mondiale. Un mese esatto prima dell’operazione militare russa, 24.01.22, con un breve scritto in questo sito tentavo di mettere fortemente in discussione le fondamenta della quarta teoria politica del filosofo russo Dugin, il quale come hanno sostenuto quotidiani cinesi ed israeliani anche di recente, avrebbe sempre più influenzato sia il Cremlino sia il Patriarcato di Mosca.

In sostanza, pur dando il gran valore che merita alla filosofia neo-tradizionalista dell’ideologo russo, sostenevo che la sua sostanza politica era debole e non convincente. Fascismo e comunismo, a differenza di quanto sosteneva Dugin aderendo all’eurocentrismo economicistico, non solo non erano a mio avviso morti ma erano anzi per certi versi più vivi che nel ‘900, soprattutto in aree globali strategiche come Asia e Medio Oriente. Il problema era a mio avviso di sostanza, non di forma né nominalistico. Scrivevo appunto il 24 gennaio 2022 in relazione alla quarta teoria politica: “Comunismo e fascismo sono veramente stati sconfitti? La quarta teoria politica del Dugin considera fuori dalla storia sia il comunismo sia il fascismo. Ammesso ciò sia vero, meriterebbe di essere discusso. In Cina, Nepal, Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Laos, Transinistria abbiamo al potere da decenni partiti politici esplicitamente marxisti. In India, Giappone, Taiwan, nonostante le furiose proteste delle ambasciate americane, i governanti egemoni non hanno fatto né faranno nulla per nascondere il loro rapporto carnale identitario e anche ideologico-spirituale con il fascismo storico. Pejman Abdolmohammadi, il più grande studioso della dottrina politica iraniana dei nostri giorni, non esita a definire “fascismo iraniano” il nazionalismo egemone tra le cerchie militari persiane dei Pasdaran e dei Basij devoti al Generale Soleimani…Sono state citate nazioni…. più importanti e decisive di quelle europee nell’economia geopolitica e geo-militare globale, gravitanti verso comunismo e fascismo. Questa noncuranza, assai economicistica, pare un forte limite della quarta teoria dughiniana” [1].

Il 24 febbraio 2022, il presidente della Federazione russa Putin avviando l’operazione di “denazificazione” e “demilitarizzazione” dell’Ukraina si poneva di nuovo, come aveva fatto Stalin dal 1936, intervenendo in Spagna ai confini mediterranei italiani, come la punta più avanzata del fronte antifascista mondiale. Dugin non solo plaudiva a tale operazione, che da anni aveva peraltro auspicato, contro il “Nazionalismo grande-ukraino”, ma interveniva frequentemente nelle televisioni italiane ripetendo costantemente che vi era una terribile minaccia “estremista nazionalista” (nazista) ai confini della Federazione.

Non vi era però, tra gli intervistatori e gli interlocutori italiani di Dugin, qualcuno che gli chiedesse come fosse possibile che il problema del fascismo e del comunismo, che per la quarta teoria politica sarebbero da tempo defunti, erano di nuovo tornati al centro della contesa politica mondiale. Falci e martello o simboli di “destra nazionale” tornavano però al centro dell’immaginario collettivo seppellendo i venti anni di post-storicismo europeista e globalista astratto.

Si consideri che paradossalmente, come nel caso di Dugin, i maggiori e più significativi ideologi della “Nuova destra” di Kiev vicina a Azov – come ad esempio la coltissima Olena Semenyaka e la stessa editrice Plomin – si ispiravano da anni a fonti ideologiche decisamente evoliane o splengleriane ben più che fasciste, nazionalsocialiste o nazionaliste rivoluzionarie [2] .

Per quanto si parlasse, dal febbraio 2022, esclusivamente di russi e ukraini le guerre, dall’altra parte del mondo, continuavano furiose. Se nella guerra civile etiope in corso gli Stati Uniti si rivelavano talmente confusi da sostenere, per un certo periodo, lo stesso fronte sostenuto da Xi Jinping, sul più tragico scenario degli anni recenti, quello yemenita, il Movimento di Resistenza antimperialista houthi, Ansar Allah, rompeva più volte la tregua per protesta contro la criminale pratica di embargo e di blocchi sull’aeroporto internazionale di Sanaa e sul porto di Al Oudaidah, vie obbligate di aiuti umanitari per la oppressa popolazione ridotta allo stremo. Anche in Palestina, come in Siria, Libano, Libia, Iraq, tutto continuava come sempre. In Afghanistan il dramma umanitario, provocato da vent’anni di terrore delle democrazie imperialiste occidentali, si ravvivava tragicamente anche a causa del conflitto ukraino.

Dugin, come gli analisti geopolitici europei o occidentali, dava con una ottica assolutamente eurocentrica un valore centrale, da cesura storica, a quello che viceversa analisti dell’altra parte del mondo, ma anche geopolitici russi come Kortunov e Lyukanov, continuavano a considerare, sia per intensità che per dimensioni, “un piccolo conflitto europeo”. Esponenti di primo piano della Goldman Sachs avevano del resto dichiarato morto il globalismo dopo la definitiva vittoria talebana in quel di Kabul, prima dell’operazione militare russa.

Quel fascismo che non muore né può morire

Gran Khanato di Khazaria (618-1016), le lingue parlate erano l’ebraico, l’uiguro e altre lingue turche, ma anche tracce di indoeuropeo.

Marco Imarisio da Mosca, per il “Corriere della Sera”, scriveva il 5 maggio che la Federazione russa sembrava tornata ai tempi del comunismo sovietico, avanguardia mondiale nella lotta contro il fascismo dal 1936.La retorica della lotta mortale contro il fascismo, in vista del 9 maggio 2022, era la nuova parola d’ordine russa, come nello scorso secolo. La dichiarazione di Lavrov sulle presunte origini ebraiche del Fuhrer del nazionalsocialismo non poteva perciò essere casuale o estemporanea. Il diplomatico russo, saggio ed esperto, mediante una ben calcolata boutade lanciava un messaggio trasversale, in codice, a talune frazioni israeliane o filo-israeliane riguardo al progetto di cui già parlai in questo sito. Poco significato avevano perciò le successive scuse putiniane rivolte a Bennet. Progetto su cui avevano già fatto luce taluni circoli religiosi e culturali palestinesi, per i quali come noto gli aschenaziti sarebbero khazari, non semiti. Gli intellettuali islamici palestinesi si erano soffermati sul sogno geopolitico ed ultra-nazionalista della Grande UkrainaNuova Khazaria – alleata dell’ebraismo territoriale israeliano ma sempre più distante da quello tradizionalista chassidico e da quello occidentale riformato, particolarmente forte ed egemone quest’ultimo nell’ambiente anglo-americano.

Evidentemente il messaggio criptato di Lavrov poteva essere comprensibile solo alle varie elite del mondo ebraico e non a caso le proteste più serie e furiose arrivavano proprio da Israele e dalle frazioni del neo-colonialismo sionista. Lo stato israeliano con Netanyahu era in ottimi rapporti con la Russia di Putin, mentre con Bennet i rapporti erano tiepidi, per quanto quest’ultimo sino a una settimana fa almeno preferiva evidentemente Mosca a Zelensky. Pochi mesi fa, quando la Federazione russa proponeva una legge antinazista in ambito ONU contestata dai palestinesi, in cui Israele votava convintamente a fianco della Russia, Afghanistan e Iran si opponevano polemicamente su tutta la linea alla proposta russa, considerandola filo-israeliana ed antipersiana, mentre il Pakistan di Khan – che voleva proporsi geostrategicamente come vicino alla Palestina e a Tehran – votava stranamente ed inspiegabilmente a favore dell’iniziativa filosionista di Putin e Lavrov. L’ISI protestava sottilmente contro la mossa di Khan accusandolo di essere diventato, d’un tratto, filoindiano, filoputiniano e dunque filosionista; quel golpe nazionalista dell’elite militare di Islamabad, antiKhan, che è nella cronaca recente era allora nell’aria. Negli ultimi giorni, non a caso, esponenti russofili della Sinistra israeliana contestavano Lavrov rivendicando il fondamentale ruolo geopolitico svolto da Stalin nella creazione dello Stato israeliano.

Di conseguenza, per quanto Lavrov avesse voluto forzatamente e astrattamente identificare nazismo e sionismo a causa dell’odierno sostegno che talune frazioni filo-israeliane continuavano a dare al nazionalismo grande-ukraino, non poteva essere ignorato che per i Kibbutznik Stalin era un eroe ciclopico, l’Unione Sovietica la casa madre e che solo nel 1967, anni dopo la morte del dittatore sovietico, l’URSS rompeva definitivamente i rapporti con il sionismo, che da allora iniziava a gravitare stabilmente su posizioni filo-occidentali per poi avvicinarsi sempre di più, negli ultimi anni, a Pechino. La stessa ideologia duginiana non poteva affatto essere considerata anti-ebraica, dato che Dugin aveva sempre distinto un “Ebraismo eurasiano” solare – integrato nella Tradizione russa anche se geograficamente israeliano – da un “Ebraismo atlantista” negativo e lunare, né antisionista dato che taluni intellettuali radicali sionisti continuavano a professare l’ideologia eurasiana. Al tempo stesso il filosofo russo ribadiva, anche di recente, la maggiore liceità, in ambito di Tradizione metafisica giudaica, della dottrina antisionista degli ultra-ortodossi e messianici Neturei Karta. Ovunque, nelle varie sfere geopolitiche globali, dall’Europa ukrainizzata al Medio Oriente, dagli Stati Uniti – nei quali i democratici Biden e Harris si rivelavano più nazionalisti di Trump – al Vicino Oriente, dominava l’idea di nazione e popolo, più forte di ieri nonostante decenni di propaganda furiosamente antinazionale. Ciò significava che era quantomeno azzardato dare il fascismo – come nazionalismo rivoluzionario o come imperialismo revisionistico sul piano dei rapporti di forza – per morto.

Fascismo e Comunismo non sono morti

Già da questi mirati accenni si capisce come fascismo e comunismo siano più presenti che mai tra di noi. Se alla base dell’intuizione leninista vi era la consapevolezza che la frattura sociale internazionale avrebbe trasceso e eroso confini nazionali e culturali dividendo il campo globale in due fronti contrapposti -rivoluzione e controrivoluzione, antimperiali e imperiali bianchi o imperialisti – il fascismo prende corpo dall’idea storicista e mazziniana-risorgimentale che le anime spiritualistiche e non materialiste delle nazioni poggino su fondamenta eterne e siano eracliteamente in lotta rivoluzionaria o in temporanea e “conservatrice” stasi tra di loro: dinamiche storiche oggi più attuali di ieri. Perciò il 9 maggio il fronte della “eterna sinistra” – a cui Dugin appartiene da posizione tradizionalista- celebra la vittoria contro il fascismo che sarebbe perciò qui tra noi. Il momentaneo trionfo del 1945 contro un grande-nazionalismo eterno, che non può così morire né mai forse morirà. E sarebbe infatti rinato nonostante la tragica sconfitta del secolo scorso come attestano per primi i toni preoccupati di Putin, Lavrov e in parte dello stesso Dugin.

Igor Girkin, Strelkov – militare e patriota russo – ideologo del Movimento nazionale: è critico da destra nazionale verso Putin. Veniva celebrato anni fa da Alexander Dugin come il nome del mito russo. Ora la loro posizione è totalmente divergente.

Si noti, del resto, che l’operazione militare russa in Ukraina è partita a febbraio scorso su originario impulso del Partito comunista della Federazione russa e la sostanza politica dell’operazione è stata sino a oggi di certo “neo-sovietica” e “neo-stalinista” almeno nella primeva motivazione. Da qui si spiegano anche le forti critiche di settori della “destra oltranzista” russa antisionista, anticinese e antioccidentale, ben rappresentati da Igor Girkin, a tale operazione, mentre il fronte eurasiano e filocinese ha benedetto su tutta la linea l’operazione militare. Tali fronti nazionali russi intendono promuovere “un modello iraniano” o un egemonismo russo modernizzatore nella sostanziale critica di un progetto eurasiano “neo-sovietico” che appare eccessivamente velleitario e antistorico. Secondo Girkin, Putin avrebbe definitivamente perso Kiev nel 2014-15 per mancanza di strategia e coraggio, sarà già tanto portare a casa Donbass e Crimea. Dugin nel 2014 celebrò in Strelkov-Girkin il più grande eroe russo dell’età contemporanea, ma il nazionalismo duro e puro della “destra eterna” russa non poteva probabilmente coabitare troppo a lungo con l’eurasismo rosso e sinofilo di Dughin. Di recente, però, Anatoly Gagarin, influente politologo russo, ipotizzava l’ipotesi della scissione dello stesso Partito comunista russo. La base giovanile della Sinistra radicale, generalmente antiputiniana, si avvicinava sensibilmente al “Fronte di Sinistra” leninista, che aveva condannato su tutta la linea l’operazione militare e che aveva partecipato lo scorso anno ai tumulti a favore di Navalny. Gli scissionisti contestavano da sinistra il sostegno del Partito comunista al regime, come Strelkov e vari patrioti anti-occidentali continuavano a contestare Putin da destra. La scissione del Partito comunista russo, se vi sarà, potrebbe favorire l’idea imperiale grande-russa e portare la Russia a una nuova fase di mobilitazione nazionale non più eurasiatica e antifascista ma fondata sul mito nazionale “bianco” e antisionista [3], mito a cui Strelkov è particolarmente devoto, al punto che ha accusato Putin di non aver sanato le tragiche ferite della guerra civile e di non aver saputo mettere la parola fine alla damnatio memoriae dei nazionalisti russi del ‘900 nonostante la formale riabilitazione dei generali anticomunisti “bianchi”. Ciò che questi circoli culturali di destra, che non vanno confusi con i nazionalisti etnici suprematisti, rimproverano a Putin è, oltre al suo legame pragmatico o diplomatico con il colonialismo sionista e con il chassidismo, il fatto che la Russia si trova ad essere sovrastata economicamente e demograficamente dall’imperialismo rivoluzionario e neomarxista cinese nella sostanziale incapacità strategica di svincolarsi dalla dipendenza dalle materie prime energetiche, senza aver peraltro storicizzato il problema di una nuova nazionalizzazione culturale e giuridica russofila adatta al nuovo contesto storico e tecnologico. Da tutto ciò si capisce facilmente come nella stessa Russia, patria della quarta teoria, sarebbe assai ardito dare per morti Fascismo e Comunismo. Figuriamoci dunque in Asia o Medio Oriente, centri strategici del nuovo conflitto globale: laddove vi è conflitto politico non potranno che esservi Fascismo o Comunismo, “destra eterna” e “sinistra eterna”, ben oltre simbologie e nominalismi formali dello scorso secolo.  

NOTE

[1] Lo stesso Zulfikar Ali Bhutto, storica guida del Nazionalismo pakistano e vari generali dell’ISI, erano soliti citare con ammirazione Mussolini ed i Fascisti; Cfr. https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1977/05/15/pakistani-saint-defends-horse-racing/332c3a59-caeb-41ff-ae2c-HYPERLINK “https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1977/05/15/pakistani-saint-defends-horse-racing/332c3a59-caeb-41ff-ae2c-acb17a9908b2/”acb17a9908b2/; Syeda Saiyidain Hameed, Born to Be Hanged: Political Biography of Zulfikar Ali Bhutto, Rupa 2019.

[2] Per quanto la nuova destra ukraina riprenda, per motivazioni ambientali e contestuali, simbologie banderiste e dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ukraini), i riferimenti ideologici erano stranamente simili a quelli dei tradizionalisti russi vicini a Dugin. La concezione della storia come permanente e irreversibile regresso ciclico, l’idea di una Tradizione polare e iperborea originaria, l’anti-immanentismo assoluto, la lotta di razze solari contro razze decadenti, la marginalità del conflitto storicista e politico di fronte all’incombere del regno della quantità e all’Età Oscura (Kali Yuga), avvicinano i “nazisti” ukraini alla dottrina, universalistica e anti-nazionale, della Tradizione di Julius Evola allontanandoli da ogni possibile connessione ideologica con il Fascismo storico, tutto religiosamente e fanaticamente basato sull’ideale di nazione e di creazione immanente, e probabilmente anche dal nazionalsocialismo politico di un Albert Speer – il vero stratega del Terzo Reich – e di un Hitler, per i quali ciò che realmente contava niente altro era che la “Germania eterna” con la sua concreta missione mondiale, in esplicita continuità con lo Stato maggiore prussiano e con il genio strategico Helmut Von Moltke. Non è un caso che l’Azov, più che al nazismo storico e politico, si ispiri a quello di setta, esoterico, himmleriano delle SS, con cui Evola aveva non a caso delle connessioni, himmlerismo che il Fuhrer sconfessò come traditore della Germania già dai primi mesi del 1945 e che era solito deridere nelle conversazioni a tavola con i suoi intimi come “un neo-paganesimo delle caverne pseudogermanico“; come noto Adolf Hitler si considerava il continuatore storico di Carlo Magno – il distruttore dei pagani germani amati dalle elite delle SS e da Evola – Lutero e Bismarck. Peraltro sia il Fuhrer che il Duce erano noti per la “simpatia” strategica – storica e geopolitica – verso il mondo mussulmano e verso la civilizzazione islamica, elemento del tutto assente nei “nazisti” ukraini. Anzi, il contrario.

[3] I putiniani o i tradizionalisti di “sinistra” alla Dugin avrebbero qui buon gioco a mostrare ai nazionali o agli imperiali di “destra” come siano stati proprio i bianchi russi o ukraini a radicalizzare o addirittura plasmare l’antiebraismo e l’antimarxismo del primordiale nazismo tedesco; antiebraismo ed anticomunismo radicale che finiranno per sovrapporsi nella concezione del mondo hitleriana sino a costituire l’ispirazione centrale e totalizzante. Già da primi anni ’20 del ‘900 il Fuhrer diceva di voler passare alla storia come l’uomo “che era stato capace di annientare il giudeo-bolscevismo con i suoi medesimi metodi”; cfr. M. Kellogg, The Russian Roots of Nazism: White Emigrès and the Making of National-Socialism 1917-1945, Cambridge University 2008.