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LA QUARTA TEORIA POLITICA di O.G.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Alexander Dughin è un capitale ideale molto prezioso di cui oggi dispone la Russia. La sua vita stessa può essere paragonata sul piano ideologico e storico odierno a quella dell’indiano Subrahmanyam Jaishankar, min. degli esteri di Delhi machiavelliano e ideologo della Nuova India, a quella del massimo teorico dell’egemonia neo-marxista globale, l’hegeliano Wang Huning, o seppur in parte a quella del nazionalista nipponico Mishima, la cui eccezionale ed epica vicenda esistenziale è stata alla base della rinascita identitaria giapponese dalla fine degli anni ’70 con l’egemonia della revisionistica “Nippon Kaiji” che ha de-americanizzato sempre di più il Sol Levante e riabilitato i “kamikaze”.

Dughin fu infatti negli anni ’90 uno dei più convinti e determinati oppositori del percorso di occidentalizzazione della Russia; la sua posizione al riguardo è stata ed è chiara. Dughin è spesso accostato a Putin, lo stesso diplomatico Sergio Romano lo considera il Lev Gumilev dei nostri giorni, l’ideologo russo è molto rispettato generalmente anche da quelle correnti “nazionalistiche” che non condividono affatto la sua linea eurasiana.

La quarta teoria politica è un saggio del Dughin tradotto nelle principali lingue internazionali, dal portoghese all’inglese, dal persiano al serbo, che vorrebbe dare un nuovo indirizzo antagonista all’egemonia liberal occidentale. E’ una quarta teoria politica superamento definitivo delle tre grandi narrazioni ideologiche che hanno contraddistinto il Sec. Ventesimo. Dughin considera sostanzialmente morte queste dottrine. Il liberalismo prima teoria politica è identificato con l’utilitarismo privatistico, il comunismo seconda teoria politica con il mito globale della classe, il fascismo terza teoria politica con il mito della nazione e dello stato etico, ma è inserito nella terza teoria lo stesso nazionalsocialismo con il mito della razza.

Dughin legge le odierne tensioni sociali conflittuali come conseguenze dell’egemonia economicistica “neo-liberale” fondata sulla logica del mercato globale e dei Big Tech. Da prima teoria politica il neo-liberalismo diviene unica pratica politica consentita. Al posto di strateghi politici abbiamo al comando manager e tecnici che dovrebbero ottimizzare la razionalizzazione sociale e la digitalizzazione algoritmica del politicamente corretto globalista. Il capovolgimento e la trans-valutazione relativistica di tutti i valori operati dal neo-liberalismo occidentale conduce, per il filosofo russo, alla nascita di una nuova pseudo-religione artificiale basata su un ecumenismo sfrenato e su un concetto astratto di tolleranza. Tale impostazione generalistica di politically correct corrisponde in verità più alla hegeliana, sanguinaria furia del dileguare che alla bontà sentimentale umanitaristica. Il globalismo cancella il Dasein di Heidegger e la soggettività trascendentale di Husserl, plasmando il post-mondo e la post-storia composta da simulacri e strutture virtuali collettivistiche: gli sviluppi nel progetto del genoma umano, le clonazioni, gli esperimenti con i robot e le nuove generazioni di cyborg ci porteranno, secondo il filosofo russo, all’avvento della postumanità. E’ il post-modernismo ultra-nichilistico, è la mezzanotte dell’Essere nella sua fase più acutamente tenebrosa.

Qui Dughin introduce concetti, rielaborandoli però in profondità, appartenenti al pensiero filosofico di Martin Heidegger e a quello tradizionalistico di Julius Evola, da quest’ultimo espressi in particolare in un saggio pubblicato nel 1961: “Cavalcare la Tigre”, con sottotitolo “Orientamenti esistenziali per una epoca della dissoluzione”. Il linguaggio sostanzialistico e non nominalistico usato da Dughin pertiene a una certa temperie dell’esistenzialismo tedesco, non ultimo Max Scheler, ma emerge in modo netto il debito verso la rivoluzione conservatrice di Evola e Heidegger: questi due pensatori osano individuare proprio nel nichilismo il loro precipuo campo d’azione, non ponendosi in una logica di stagnazione oppositiva o di semplice antagonismo al nulla dei valori capovolti.

Benvenuto sarebbe dunque il nichilismo più virulento e dissolvitore per l’autentico uomo della Tradizione sacrale, egli non teme la sfida esistenziale desiderandola anzi ardentemente. Il filosofo russo teorizza, in modo genialmente suggestivo, una sorta di nuovo esistenzialismo sacrale sulle macerie dell’attuale vuoto nulla, sull’attuale deserto scavato dalla Scienza e dalla Tecnica. L’Occidente è il focus privilegiato di Dughin, che provocatoriamente dice di voler leggere Evola e Heidegger da Sinistra, non da destra, probabilmente riferendosi anche ai misteri tantrici della via della mano sinistra che sarebbero in grado di trasformare in farmaco il veleno nichilista. Focus privilegiato dughiniano è perciò l’uomo occidentale poiché  essendo piombato nell’abisso potrebbe essere il primo a risalire. L’uomo differenziato evoliano, che cavalcando la tigre si immerge nel caòs del post-modernismo senza esserne dilaniato, il selbst del Dasein di Martin Heidegger, divengono il Soggetto Radicale di Dughin, colui che incarna la dimensione originaria dell’Eroico sacrale nell’abisso dei giorni più oscuri e infami della storia d’Occidente. Il Logos originario ellenico, l’intelletto solitario del genio occidentale affonda nella dimensione spettrale e tecno-specialistica così ben simboleggiata dalla estrema algidità faustiana delle metropoli americane o della valle del silicio. La “Resurrezione dell’Intelletto” dal suo stato di morte da qui ripartirà, probabilmente.

Tale strategia “occidentale” della quarta teoria non è stata ben compresa dagli studiosi della filosofia dughiniana. L’eurasianesimo dughiniano contrappone, sul piano della politica internazionale, il multiporalismo differenzialistico, del quale la quarta teoria politica dovrebbe appunto la filosofia di supporto sul piano della visione del mondo, e il “personalismo comunitario assoluto” al globalismo e alla polverizzazione sub-nucleare individualistica. Ciò è vero. Ma nella sua essenza la filosofia pratica e morale del Soggetto Radicale è tipica di un’ “atmosfera ideale” iper-futuristica e ultra-modernistica, che può esclusivamente valere per taluni ambienti estremo-occidentali o giapponesi. L’Intelletto Occidentale del Soggetto radicale è il centro sperimentale dughiniano nel contesto della più avanzata rivoluzione tecnologica; essendo ormai isolato è definito dal filosofo “l’Intelletto per la morte” che può però Risorgere. L’Intelletto per la morte può accettare il verdetto nella decisiva “guerra angelica” tra forze della luce spirituale e tenebre, ma poco di più. Il volontarismo idealistico della tradizione politica machiavelliana italiana non sembra appartenere al Dughin. E’ ora però necessario individuare tre punti molto critici della quarta teoria politica.

L’Occidente ha vinto la guerra fredda?

Dughin dà per fatto assodato che Reagan e la Thatcher abbiano trionfato nella guerra fredda. Fa propria così la retorica occidentalistica. Da questa errata interpretazione della Storia, tipicamente economicistica e eurocentrista, derivano successivi errori nella sua analisi. Il reaganismo o il thatcherismo son stati di per sé insignificanti nella storia del Novecento; in quel contesto storico, per fermare la nuova ascesa al potere globale del nazionalismo nipponico, furono necessari agli Usa e alla Gran Bretagna i “pre-trumpiani” accordi del Plaza (1985) e l’integrazione della Cina Marxista di Deng nella catena del valore globale. La parola d’ordine dell’originario Globalismo angloamericano fu non a caso: “Japan Bashing!” (Distruggere il Giappone!). Anche grazie al sabotaggio mirato degli occidentali e degli europei contro la nuova ascesa nipponica, il Partito Comunista Cinese di fatto iniziava ad accendere il motore della globalizzazione. Il Giappone, considerato morto dagli Stati Uniti, risorgeva di nuovo dalle macerie degli anni ’90. Identificare dunque la globalizzazione con l’americanismo è antistorico e tipico della propaganda occidentale. Al tempo stesso, durante il processo di globalizzazione, l’Islam tornò al centro. La globlizzazione è stata  un processo di ampia de-occidentalizzazione dell’universo mondo. Il globalismo anglo-americano fu un tentativo politico e militare dell’Occidente estremo di cavalcare la globalizzazione asiatica e in parte islamica. Tentativo che oggi possiamo dire fallito e sconfitto soprattutto grazie alla rinascita del “nazionalismo” della Russia ed alla sua Guerra Liminale. Vi sarà ora il rischio che ci troveremo ad affrontare il globalismo del Partito Comunista Cinese? Assai probabile, ma non è tema di questo articolo.

Il neo-liberalismo è egemone? La quarta teoria considera egemone il neo-liberalismo. Non sarebbero dovuti però servire Covid 19 e stati di emergenza neo-schmittiani, altroché liberalisti o liberisti, per vedere legittimata l’antica profezia del populista russo Herzen secondo cui l’Occidente intero sarebbe divenuto una sorta di Grande Cina semi-coloniale. Il liberalismo occidentale è defunto nel 1914: se oggi vivesse Benedetto Croce, il più grande filosofo liberale del sec. ventesimo, sarebbe di certo alla opposizione sia verso il globalismo sia verso queste tecnocrazie occidentali di esportazione cinese. Appartiene forse ai “Liberali” il potere decisionistico in Occidente? Non si direbbe proprio. La situazione in sostanza è sempre quella dei “Comandanti” civili-militari di Bob Woodward.  Apparati federali, Pentagono, Cia, MI6, agenzie di intelligence hanno il potere di veto sulla strategia, divulgando la narrazione pseudo-liberalistica, il “Complottismo” sull’11/9, sugli Ufo e sui Big Tech al comando. E’ più facile che determinate strategie sociali occidentali siano il frutto di guerra tra bande di vari rami spionistici interni piuttosto che tra bande finanziarie. Il controllo sociale oggettivo e il sistema della sorveglianza sono di pertinenza militare, solo formalmente dei Gafam. La stessa monarchia britannica è da decenni subalterna a tali agenzie di intelligence. Se in Occidente comandasse Big Tech o Big Pharma, come molti pensano, vi sarebbe già da anni un blocco strategico globalista tecnocratico tra Cina e Stati Uniti in funzione anti-Russia; se comandasse la Casa Bianca o il potere politico avremmo invece un asse tra Occidente e Russia in funzione anticinese e anti-orientalistica (1). Non abbiamo né l’uno né l’altro. Gli apparati federali e di sicurezza coltivano viceversa il progetto assolutista unipolare solo accarezzato, ma sfuggito di mano, in questi ultimi decenni. La frazione globalista e utopica di Davos, a favore del blocco tecnocratico con la Cina Comunista, è presa in considerazione solo dentro le antistoriche e neo-kantiane cancelliere europee o nei circuiti “Complottisti”; lo stesso Biden è un nemico esplicito del globalismo di Davos e si è rifiutato di incontrare Schwab. Riguardo al sistema sociale e politico occidentale, ben più che Liberale o Liberista, sarebbe il caso di definirlo una misteriosa Cina in fieri.  Herzen centrò il punto.

Comunismo e fascismo sono veramente stati sconfitti? La quarta teoria politica considera fuori dalla storia sia il comunismo sia il fascismo. Ammesso ciò sia vero, meriterebbe di essere discusso. In Cina, Nepal, Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Laos, Transinistria abbiamo al potere da decenni partiti politici esplicitamente marxisti. In India, Giappone, Taiwan, nonostante le furiose proteste delle ambasciate americane, i governanti egemoni non hanno fatto né faranno nulla per nascondere il loro rapporto carnale identitario e anche ideologico-spirituale con il fascismo storico. Pejman Abdolmohammadi, il più grande studioso della dottrina politica iraniana dei nostri giorni, non esita a definire “fascismo iraniano” il nazionalismo egemone tra le cerchie militari persiane e lo stesso baathismo siriano di Assad se non è propriamente fascista non ha fatto nulla per nascondere in tutti questi anni recenti una esplicita affinità ideale con taluni elementi fascisti, dal corporativismo al terzaforzismo. Sono stati citate nazioni quasi tutti più importanti e decisive di quelle europee nell’economia geopolitica e geo-militare globale, gravitanti verso comunismo e fascismo. Questa noncuranza, assai economicistica, pare un forte limite della quarta teoria dughiniana.

NOTE

1) Non si sarà scordato che la Hillary Clinton, considerata a Mosca un falco antirusso, fu tra il 2008- 2009 la maggiore interprete della linea filorussa e anti-orientalistica della politica statunitense. Dopo la esplicita liason con il min. degli esteri Lavrov della primavera 2009, partirono mezzo stampa attacchi furiosi contro la Clinton, che si iniziò guarda caso a posizionare stabilmente alla guida del fronte interno antirusso e fu assai moderata e benevola verso il Socialismo pechinese. Stessa involuzione del Clinton presidenziale, che fu costretto a diventare “amico dei terroristi jihadisti” e impietoso bombardatore della “Serbia cristiana e patriottica”. Medesimo è il copione che abbiamo in questi giorni contro Biden, stupidamente ridicolizzato per le sue gaffes,  e verso Kamala Harris, colpevole di essere per i canali mondiali di “Informazione” obbedienti a fazioni di MI6 e del Pentagono addirittura una “nazionalista dura e pura” come Donald Trump e di non dare garanzie nella logica mondiale di assedio frontale contro Putin e contro la Russia. Il Pentagono e la sicurezza Britannica avevano molto puntato sulla Russofobia di Kamala, ma quest’ultima non ci sta a passare dalla loro parte. MI6 ha fatto in questi mesi il vuoto attorno a Kamala portando alle dimissioni uno dopo l’altro i suoi più validi consiglieri e denigrandola mezzo stampa come “drogata”, a causa di un ridicolo, presunto precedente di cannabis.




IL MONDO VISTO DALLA RUSSIA di O.G.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Che significano le mobilitazioni russe?

Macron contro la NATO

Il Presidente della Repubblica Federale Tedesca Frank-Walter Steinmeier dice in relazione ai fatti ucraini che il concetto storico e politico di Occidente è morto. Sappiamo come dietro a questa dichiarazione vi possa anche stare la privilegiata declinazione verso Oriente (Cina, Giappone, India) della grande industria tedesca. Il Presidente francese Macron dice addirittura che la NATO non ha più motivo di esistere, che l’Ue vuole la stanza privilegiata con la Russia e che gli europei devono costruire “un nuovo ordine di sicurezza” senza la NATO. Gli inglesi, i cui più importanti quotidiani ormai dichiarano pubblicamente che Biden sarebbe “demente”, Harris “una favolosa incompetente”, Obama una “disgrazia mondiale”, sono rientrati nella fase di “potenza globale” e provocano Putin sperando di poterlo trascinare in un conflitto caldo.

Isolazionismo e elite “nazionale”

La Russia ha reagito alle provocazioni anglosassoni in Ucraina con un notevole dispiegamento di forze militari, segnalato oltre ogni ragionevole criterio di buon senso dalla stampa anglosassone, di seguito da quella americana ed europea. Le fazioni del Pentagono e della Cia più vicine a Londra segnalano da settimane questa possibile invasione di Putin in Ucraina, in realtà stanno giocando una guerra psicologica sperando che i russi cadano nel tranello. Le implicazioni geopolitiche di un simile azzardo russo per Londra e per il Pentagono dovrebbero essere l’isolamento assoluto del Cremlino e una politica mirata e globale di sanzioni che riporterebbe la Russia alla fame degli anni ’90 o peggio a quella della guerra civile. Il grande obiettivo strategico di Londra e dei Rothschild rimane – come abbiamo sempre tentato di specificare in passato – la nuova Yalta tra Usa e Cina con la conseguente spartizione del grande continente russo e dunque dell’intera Europa.  Ora, però, stupisce che gli strateghi anglosassoni non abbiano chiaro un elemento fondamentale: Putin, in concerto con lui l’elite “nazionale” russa, ha impostato da almeno sette anni una strategia “isolazionistica” sia sul piano militare sia su quello economico. La Russia è dunque pronta sia psicologicamente sia militarmente ad affrontare le prove con cui i militari britannici e il Pentagono, almeno nelle fazioni che rispondono ai Rothschild, la vorrebbero definitivamente umiliare ed affossare. Da anni l’elite nazionale- i cosiddetti “guardiani della Grande Russia”- ha via via esteso il proprio potere interno emarginando sempre di più i lobbisti economicisti e gli ex comunisti eurasiani che vorrebbero un blocco militare con Pechino. Per lo più militari o vicini all’Intelligenza offensiva militare, i “nazionalisti” sono però i più lontani da facili e improvvisate opzioni militariste. Rappresentano la fazione più Identitaria e nazionale grande-russa ma anche la più politica. Di qui l’intesa privilegiata con il Presidente russo. Possibilmente vorrebbero una Russia attivamente e storicamente collaborativa con l’Europa, ma non con l’Ue globalista, tecnocratica e gender, al limite con un’Europa gollista; vogliono soprattutto una relazione forte con il grande nazionalismo indiano dell’Hindutva, storicamente vicino a Mosca in funzione anti-britannica. Nel settembre 2021, ad esempio, lo Stato Maggiore russo ha rifiutato la partnership strategica proposta dalla forza omologa del Partito Comunista Cinese e ha di contro approfondito la relazione con l’India di Narendra Modi. “L’isolazionismo nazionale” russo rimanda chiaramente alla visione sociale e politica di Alexander Solzenicyn, che bocciò sia la esperienza storica zarista sia quella bolscevica in quanto basate sulla visione imperiale universalistica a danno della “gloria” nazionale patriottica e a danno del “mito russo”. Il messianismo basato sul sogno della “Terza Roma” era infatti per lo scrittore di “Una giornata di Ivan Denisovic” utopico e quanto di più distante vi fosse dall’idea nazionale russa. La salvezza russa sarebbe venuta invece, contro ogni impossibile utopismo universalistico, dalla riscoperta nazionale identitaria forte, incardinata sul discorso del Nord-Est interno. Guarda caso quanto sta facendo da due anni il min. della Difesa Shoigu.

Guerra liminale e Wagnerismo

Tale elite nazionale russa, rielaborando – come spiegò anni fa il gen.Valery Gerasimov – i presupposti strategici di Alexander Svechin brutalmente ucciso nel 1938 dagli sgherri stalinisti, stratega sconosciuto in Occidente, ha concepito come adatto a questo odierno contesto di civiltà il concetto di “Guerra Liminale”. Gli analisti occidentali errano a definire questa opzione russa “guerra ibrida”. Il concetto di “Guerra Liminale” ha il fulcro della propria strategia proprio nella tattica della “fase di transizione” la quale è per l’avversario la preparazione all’azione ma per i Russi costituisce invece il principio decisionistico liminale, che è molto più importante dello stesso inizio del conflitto e della stessa azione conflittuale che potrebbe, come si suol dire, dare fuoco alle polveri. Se dunque sia il concetto strategico cinese di “guerra senza limiti” sia quello occidentale di “guerra ibrida” tradiscono una impostazione militaristica  “bonapartistica” di fondo, il presupposto dell’elite “nazionale” di Mosca è assolutamente antitetico, è politico più che militarista. Vittoria e sconfitta sono perciò nel campo della politica, l’elemento politico è decisivo ben più di quello militare. La Russia è consapevole di essere su questo piano di pensiero strategico molto avanti sia rispetto alla Cina sia rispetto all’Occidente, per quanto sia economicamente più indietro. La cultura materialistica del benessere, la ossessione del Welfare, la logica utopica dei diritti assolutistici individuali sopra la Nazione (quest’ultimo almeno il caso di Ue e Occidente), finiscono per emarginare l’essenza identitaria, il più grande capitale dello spirito nazionale. E’ difficile, se non impossibile, continuare a fare guerre se già dopo i primi morti le società civili interne si ribellano e rivogliono i propri soldati a casa. Le guerre tramite droni e intelligenze artificiali, tramite laser e missili ipersonici sono sì importanti ma hanno un valore limitato se al primo posto non vi sarà, come sempre è stato, il “sacrificio nazionale” dei singoli individui e reparti. La straordinaria ed epica vittoria del Nazionalismo afghano Pashtun sul globalismo imperialista statunitense e anglosassone ha confermato la visione dello Stato Maggiore di Mosca su tutta la linea. La Cina, per ora, ha trasceso questo ostacolo decisivo vincendo una battaglia economica e sociale dopo l’altra, ma i russi sono convinti che prima o poi anche i cinesi dovranno lasciare il sangue dei propri giovani nelle trincee. Allora in quel momento si vedrà se Pechino, con il suo tessuto comunitario, potrà esser la prima potenza mondiale, dato che per ora lo è ma solo in potenza.

Queste mobilitazioni militari russe di cui si parla sono dunque fondamentali in particolare per la psicologia nazionale interna; è del tutto secondario per Putin e per l’elite “nazionale” se ciò significherà conflitto militare o meno. La Russia non cadrà nel tranello ma è comunque pronta a qualsiasi opzione. Si consideri infatti che su questo piano, la motivazione di settori molto ampi di giovani russi è di gran lunga superiore e ben più “idealistica” a quella dei loro coetanei cinesi e americani. Lo dimostra la fortuna “sociale” che stanno ottenendo da un lato i volontari della Wagner, dall’altro gli hacker patriottici che si distinguono, secondo la solita retorica del Cremlino, in “azioni di difesa nazionale”. Ciò denota la evidente presenza di una Intelligenza politica, più che militarista, capace di affermare l’identitarismo nazionale e l’interesse patriottico sopra a tutto il resto. Pochi giorni dopo le sanzioni dell’Ue, un documentario serbo ha rivelato al pubblico la storia del “Gruppo Wagner” di cui tanto si parla. Questo Gruppo sarebbe nato nella Repubblica serba bosniaca anni fa come “Corpo slavo nazionalista” o “Corpo di difesa slavo” per gli uomini politici di Banja Luka minacciati di morte e talvolta colpiti dal terrorismo jihadista e dall’ultranazionalismo croato, vi erano con serbi e russi anche europei di altre nazionalità (greci, italiani, spagnoli). Con la Siria (2013) e con il Donbass (2014) sarebbe arrivata la specializzazione wagneriana sul piano della “Guerra Liminale”.  Veri o meno che siano questi elementi di storiografia interna di un battaglione militare, Wagner rimarrebbe un nome simbolico fine a se stesso e inconsistente se non vi fosse alla base un’azione politica concreta il cui fine è avere punti di pressione nelle opportune sedi diplomatiche, dalla politica energetica allo stato d’emergenza internazionale e geopolitico. La “Crisi liminale”, di conseguenza, è il territorio privilegiato per la politica nazionale e antiglobalista del Cremlino. Anche perché finisce per mettere gradualmente fuori gioco le “democrazie oligarchiche” occidentali più ostili a Mosca, che non riescono a comprendere la strategia dell’elite nazionale russa e perdono sempre più terreno sul piano della politica internazionale.




HEGEL A PECHINO di O.G.

Dissentiamo ma volentieri pubblichiamo

La lotta mondiale per le Identità Nazionali

Abbiamo scritto che nella Guerra Liminale Globale che vede contrapposte le Potenze sovrane, ossia la Cina ormai egemone, poi i declinanti Stati Uniti e infine la Russia come terzo incomodo, se lo spirito imperiale e tecnocratico americanistico rimane caratterizzato dal messianismo isterico giudaico-cristianista – sia nella versione “sovranista” e populista che in quella altrettanto “sovranista” e pseudoelitista bidenita – la santa Russia è già, e sempre più sarà, Wagneriana più che putinista (https://www.sollevazione.it/2021/12/il-putinismo-e-lo-spirito-nazionale-russo-di-o-g.html). Ma cosa è oggi la Cina? Gli analisti occidentali, che non hanno ancora compreso che il Conflitto mondiale novecentesco fu tra Oriente e Occidente ( Tsushima 1905- Hiroshima Nagasaki 1945) e non fu perciò una “guerra civile europea”, potrebbero non ben comprendere cosa oggi voglia incarnare o stia incarnando lo spirito nazionale han (1). Dunque classificare oggi la Cina come turbocapitalista o neo-marxista, come fanno i nostri analisti che osservano lo spazio mondo con un eurocentrismo ottocentesco, potrebbe essere fuorviante. Cosa è oggi l’Anima Cinese? Le Anime Nazionali, già contemplate dalla metafisica dei padri della Chiesa, furono filosoficamente giustificate da Hegel, che rappresentò il Machiavelli come il più grande genio politico della storia moderna. L’Anima Nazionale non è statica ma un divenire, è perciò uno sforzo come tendere perenne della volontà spirituale e dell’autocoscienza comunitaria verso il regno dell’Assoluto. L’Egemonia Cinese, dopo decenni di nichilismo americanista, sta riportando al centro gli spiriti nazionali. Cosa è dunque la Cina?

Perché la Cina è neohegeliana

Il più grande ideologo dello Xiismo e del nuovo Nazionalismo han, Wang Huning, ha non a caso recuperato esplicitamente la filosofia politica di Hegel per legittimare il disegno mondiale di Pechino. Gli Stati Uniti avrebbero esportato la loro globalizzazione all’insegna della negatività nichilista corrosiva e disgregatrice in quanto l’americanismo materialistico costituisce di per sé una negazione violenta e furiosa dello Spirito Assoluto. Già nel 1991, poco dopo il crollo del Comunismo sovietico, Wang Hunin previde il declino dell’Occidente, il crollo americano e la mondializzazione dello spirito asiatico cinese quale nuovo Spirito del Tempo (America aganist America). Oggi, partorito dagli eventi il tempo dell’Egemonia che l’elite nazionalista denghista stava con così solerte saggezza preparando dalla fine degli Anni ’70 dello scorso secolo, vediamo l’Elite han dividersi, in una guerra silenziosa di fazione dai non certi esiti, sulla missione della Cina: lo stratega Qiao Liang, portavoce della fazione confuciana più tradizionalista e militarista, sostiene esplicitamente che la nuova Cina non ha la forza e la capacità di proiezione mondiale per rappresentare lo Spirito Assoluto e punta così a blindare un futuro mondo multipolare con Russia e Stati Uniti in una possibile nuova Yalta a 3, l’ideologo Wang Hunin invece – capo della Commissione della Civilizzazione spirituale e influentissimo membro del ristretto club dei 7 della Commissione permanente –  teorizza un modernismo confuciano han ispirato al motivo hegeliano dell’unità organica e dell’Assoluto universale nel quale dileguano le antinomie multipolariste, incontrando paradossalmente il totale consenso della benestante borghesia cinese e della burocrazia mandarina più che quello dell’elite militare. A differenza degli Stati Uniti, dove il potere decisionista di ultima istanza rimanda al Pentagono e alla vera e propria casta militare a cui debbono rispondere anche Big Pharma e Big Tech, la saggezza millenaria cinese rimette hegelianamente il potere alla casta di funzionari politici, che traducono in atto le massime dei Saggi come Wang Hunin. Lo Xiismo è così il mandatario dello Stato Etico universale hegeliano, moderna cinghia di trasmissione della Tradizione spirituale han. Se in Europa proprio lo spirito borghese, dopo i furori giacobini e risorgimentali, ha finito per contrastare ogni soluzione decisionista, machiavelliana o nazionalistica puntando tutto sulla democrazia rappresentativa e oligarchica, se negli Usa la borghesia ha finito sempre nei momenti topici per rimettersi alla volontà del Pentagono purché il business non si fermasse, vediamo in Cina avanzare un fenomeno sociologicamente opposto, come in parte già si vide e forse tuttora si può vedere nella storia del Giappone contemporaneo. La borghesia confuciana in perenne ascesa diviene la spada più affilata e più avanguardistica del nazionalismo Xiista che rappresenterebbe l’avanzamento cosmico dello Spirito del Tempo. La delegittimazione individualistica e atomistica della logica borghese del Credito Sociale diviene di fatto l’attacco al patto sacro nazionale tra Confucio e il moderno spirito assoluto che già Deng identificò come il nuovo Risorgimento di Pechino, che si sarebbe definitivamente concluso solo con il rientro a casa della ribelle Taiwan.

Perché la Cina ha vinto  

Lo Stato Etico della Città Proibita – che non va confuso con quello del neo-idealismo o del neo-machiavellismo che tentò di attuare il regime fascista italiano o con lo “Stato di polizia” prussiano (Polizeistaat) figliastro del von Ranke –  è ciò che i deboli e incerti “statisti” europeisti stanno tentando di riportare in auge in questa fase emergenziale e post-democratica nella quale ci troviamo. La Cina ha dunque di fatto già vinto, sul piano della idea politica: non solo perché l’Occidente e l’Europa partono con più di quarant’anni di ritardo rispetto alle Quattro Modernizzazioni etico-hegeliane di Deng (1978), ma perché la crisi da COVID 19 ha finito per rivelare che i sistemi politici e sociali occidentali – a differenza di quello Xiiista – facevano di fatto acqua da tutte le parti. Non vivevamo dunque nel “migliore dei mondi possibili” come si amava propagandare. Infine se l’Unione Europa vorrebbe oggi imitare le disposizioni sociali cinesi, in quanto più efficienti e produttive, lo fa con scarsa saggezza. I burocrati europei non hanno infatti capito che la Cina è  sostanzialmente una Idea, solo formalmente una tecnocrazia. La filosofia politica hegeliana viene di fatto piegata a una Idea di Egemonia su base nazionale e sociale han, ma ciò che mette in moto più di un miliardo di cinesi è comunque una Idea e una volontà di Spirito Assoluto. Quanto di più distante vi possa essere dal nichilismo pratico e dalla furia del dileguare dei sovvertitori burocrati di Bruxelles, che gioiscono nel disgregare e non nel costruire ed edificare. La Cina ha vinto sull’Occidente intero: prende se ne prende consapevolezza totale, meglio sarà. In Vaticano e in Israele ne sono certi. Con l’Islam arriverà volentieri a patti, senza eccessivi problemi. Il Partito Cinese, nell’intero Occidente – compresi gli Stati Uniti – è molto forte, più forte di quanto si pensi. Le uniche barriere che si pongono di fronte allo Stato etico hegeliano di Pechino sono rappresentate dagli spiriti nazionali russo (Wagneriano) e indiano (Hindutva), che sembrano per ora gelosi esclusivamente della propria sovranità e della propria logica neutralistica. Il grande successo cinese e il grande fallimento europeistico mostrano infine che proprio in tempo di tecnocrazia naturalistica la conoscenza filosofica politica e la cura del pensare sono indispensabili per superare determinate prove: con il “politicamente corretto” si va verso l’abisso.

NOTE

  • Unica notevole eccezione è rappresentata dallo storico francese P. Grosser, del quale Einaudi ha pubblicato Dall’Asia al Mondo.



IL PUTINISMO E LO SPIRITO NAZIONALE RUSSO di O.G.

La Russia di Vladimir Putin non ha una propria identità nazionale?

L’ultimo numero di Limes, “Rivista italiana di geopolitica”, “CCCP: un passato che non passa”, afferma che non solo vi sarebbe una continuità diretta tra zarismo, Stalin e Putin ma addirittura che i russi non vedrebbero l’ora di ritornare a un regime simile a quello marxista e internazionalista sovietico. In realtà Zjuganov, il comunista internazionalista filocinese, ha avuto nelle recente elezioni un significativo incremento ma la Duma è rimasta saldamente nelle mani dei “nazionalisti” putiniani. Gli analisti e gli autori del presente saggio affrontano la storia sovietica senza nemmeno citare “Le fonti e lo spirito del comunismo russo” di Berdjaev, un capolavoro teorico che in poche decine di pagine è capace di delineare l’essenza del marxismo-leninismo applicato al progetto sovietico. Gli autori non citano nemmeno Ivan Ilyn e le motivazioni profonde, religiose, del suo antimarxismo radicale e della sua aperta apologia di regimi quali quello fascista, nazionalsocialista, franchista. Sarebbe stato però necessario in quanto Vladimir Putin ha costantemente interpretato “gli spiriti della rivoluzione russa” con la medesima visione di Berdjaev da una lato, di Ilyn dall’altro. In sostanza per Putin e per i verticalisti del potere l’Urss ha fallito laddove fallì prima ancora lo zarismo. Non fu in grado di salvaguardare e modernizzare l’eterna identità nazionale grande-russa. Dire perciò oggi che il passato sovietico non passa significa condannare storicamente il Putinismo e darlo già come sconfitto nell’odierna guerra di civiltà. Vladimir Putin, per gli analisti di “Limes”, ha dunque fallito laddove fallirono Nicola II e i burocrati sovietici: proprio sulla questione dell’ Identità Nazionale grande-russa.

La Resistenza nazionale russa come fattore imprevisto

Limes pochi mesi fa, in corrispondenza con i marginali moti navalnyani di scuola britannica e atlantica – che guarda caso incontrarono consensi e tra le sinistre radicali interne neo-sovietiche e tra alcune fazioni delle destre estreme filoucraine e filoazoviane -, dava come assai probabile il crollo del Putinismo e della Russia, che sarebbe stata inghiottita e spartita dall’Imperialismo Cinese a Est, da quello Atlantico a Ovest (CFR Limes 6/2021). Il limite delle analisi che si susseguono sulle riviste specializzate da mesi sulla Russia pare sempre il medesimo: se correttamente l’identità nazionale americana viene letta alla luce dello sforzo militaristico-tecnocratico che ha ne caratterizzato l’ascesa con il suo universalizzatore balzo di coscienza, se correttamente la Cina di Xi Jinping è caratterizzata per il suo nuovo impeto di nazionalismo Han panasiatico e neo-confuciano il cui motivo principale è riportare la Grande Cina millenaria al centro, si sbaglia di grosso qualora si applicano allo spirito nazionale russo questi medesimi punti di osservazione. Ai giornalisti che un giorno, alla fine degli Anni ’90, gli chiesero come la Russia si sarebbe potuta salvare dalla catastrofe incombente, Solzenicyn rispose pacatamente: “La madre di Dio non si è dimenticata della nostra Russia”. Per tentare di interpretare la nuova identità della Russia, nella guerra liminale tra le tre potenze sovrane (Cina Usa Russia), è quindi necessario non trascurare quell’elemento immateriale e misterioso che gli stessi Berdjaev e Ilyn posero al centro dell’Apocalisse che ebbe inizio nel ’17 e che si sarebbe ampliata negli anni successivi. Oggi la Resistenza nazionale russa di fronte ai due Imperialismi (Est e Ovest),  e a differenza dei due Imperialismi, gode sicuramente di questo capitale storico immateriale e adamantino. Tale Resistenza ha rappresentato non a caso il fattore imprevisto della storia contemporanea, mandando in frantumi il disegno globalista di Davos e delle tecnocrazie orientali e occidentali. Solzenicyn aveva ragione!

Bolscevichi o Wagneriani?

Gli analisti italiani prendono assai sul serio gli ideologi della Tecnocrazia Eurasiana, come ad esempio Sergej Karaganov, o i rampanti manager filocinesi come Kuznecov e Voskresenskij. In realtà, con la nomina di Mikhail Misustin  – un tecnocrate cultore della digitalizzazione – al premierato e con la partnership economica e finanziaria tra Mosca e Pechino sempre più radicata, vi sarebbero validi e seri motivi per interpretare gli ultimissimi anni del Cremlino come contrassegnati da una definitiva “svolta asiatica” sulla via di una tecnocrazia simile a quella di Pechino. Vi è dunque, sul campo, la possibilità sperimentale, fortemente caldeggiata dai Comunisti di Zjuganov e da altre fazioni di Sinistra radicale da un lato, dai Tecnocrati eurasiani dall’altro, che si arrivi a una irreversibile integrazione di civiltà tra Mosca e Pechino. In realtà Tatjana Stanovaja, la maggiore analista delle lotte di fazioni tra i vertici russi, in recenti articoli pubblicati in Russia ha ben rilevato come lo spirito della “Brigata Wagneriana” si vada fortemente facendo strada anche tra le elite russe più gelose della propria storia. Il constante e obbligatorio conflitto con l’Occidente genderista e moralmente perverso non deve significare – per i Wagneriani – lo scioglimento del millenario spirito nazionale russo, della sua gloria, in una vaga e “neo-socialista” e orwelliana civilizzazione neo-eurasiana. Il Wagnerismo, che possiamo considerare il guardiano dei più profondi e radicati valori dello spirito nazionale russo, è secondo la Stanovaja la fazione più potente e influente tra quelle presenti ai vertici; quella wagneriana non solo sarebbe la falange più “conservatrice” e patriottica, ma anche quella che avrebbe ormai l’ultima parola su questioni politiche e militari decisive. In un contesto di guerra globale liminale sempre più avanzata – dal fronte caldo militare a quello batteriologico e informatico – è facile immaginare che la falange Wagneriana sarà sempre di più, ben al di là delle analisi di Limes e ben al di là dei “tecnocrati” vicini al Cremlino, il guardiano dei destini della santa Russia.




11 SETTEMBRE 2001: LA SCONFITTA DEL PENTAGONO

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Michael Morell, due volte capo della Cia, ha dichiarato che Osama Bin Laden ha vinto la guerra con gli Stati Uniti d’America e il Pentagono deve correre ai ripari. Jason Burke, il più grande ricercatore occidentale su al Qaida, ha scritto nel The Guardian pochi giorni fa che l’Occidente ha perso e perderà tutte le sfide strategiche con l’Islam politico in quanto l’MI6 (reputato il miglior servizio segreto al mondo con il GRU russo e con l’ISI di Islamabad) non è in grado di distinguere le molteplici fazioni politiche musulmane.

Dopo venti anni, è forse un pochino più facile avere una visione chiara dei fatti svoltisi dal 9/11. Ciò che dopo il 1945 fu il punto di forza dell’americanismo, l’essere stato una “ideocrazia machiavelliana”  elitista e una “democrazia militarista di Dio” (non una democrazia liberale, a differenza di quanto la retorica liberal continuava e continua a volerci far credere) basate perciò sull’azione politica del Pentagono, come teorizzava già nel 1943 con la solita lucidità il Burnham nel suo fondamentale saggio The Machiavellians, Defenders of freedom, è oggi diventato una debolezza strategica. Consigliamo di vedere attentamente questo video per comprendere come tale elite burocratico-militare, un tempo dinamica e attiva, gravi al momento odierno come un cancro all’ultimo stadio non solo sul popolo americano ma su tutti i popoli del mondo: https://www.youtube.com/watch?v=G5eK4u4FUgY. Il Pentagono, con le sue multiformi ramificazioni, è il tanto famigerato Stato profondo più profondo che vi sia. I vari Kissinger o Brzezinski così come i neo/con del caso sono gli ideologi della burocrazia militaristica, gli Zdanov dei nostri giorni, di gran lunga meno colti e meno perspicaci di quanto lo fosse un James Burnham. Lo stesso 1984 di Orwell fu probabilmente un plagio delle tesi di Burnham e Bruno Rizzi sul collettivismo burocratico e sulla rivoluzione manageriale.

Non v’è quindi bisogno di eccedere in complotti e dietrologie, gli stessi Rothschild o Soros non sono altro che i garanti di ultima istanza del potere politico e militare del Pentagono e delle miriadi di compagnie mercenarie private sguinzagliate dal complesso militare in giro per le metropoli americane a fare danni. Cacciato Donald Trump con mezzucci e falsificazioni eclatanti da Stato fallito, ora il Pentagono ha fatto sapere di essere già scontento di Joe Biden e di Kamala Harris: il “capitalismo della sorveglianza” diretto da una elite militarista, non tecnocratica o scientifica, è quanto si vuole applicare all’intero Occidente. Non è Amazon e non sono i Gafa a guidare le danze, naturalmente. Sono solo i classici utili idioti che silenziano Trump perché lo ordinano dalla Nasa, dalla CIA, dalla FBI o da Arlington. Chi ha del denaro di suo, di solito, non sa fare politica e non deve sforzarsi molto nell’arte del pensiero.

L’unica salvezza del Pentagono, e forse degli stessi USA, vi sarà probabilmente se il famoso complesso arriverà a insediare direttamente un militare  dei suoi alla Casa Bianca, spazzando via i vari Biden, Trump, Pence o Harris. Per il resto i dati tragici su cui riflettere sono proprio quelli datici in questi giorni dai “veterani” Usa: la guerra senza fine dei Bush e dei Blair, degli Obama e dei Clinton, del Pentagono e dei neocon ha prodotto qualcosa come centinaia di migliaia di vittime musulmane innocenti, mutilati, sfollati, bambini orfani privati di qualsivoglia futuro, bambini bruciati vivi con ferite permanenti irreparabili, campi della morte e delle torture insediati in vari luoghi di Europa e Usa, ma soprattutto, il soprattutto è naturalmente per il Pentagono e per i “veterani”, circa 20 mila soldati occidentali – per lo più americani – uccisi spesso per mano diretta di al Qaeda e Taliban ma in altri casi per mano di altre fazioni islamiche, un numero imprecisato che cresce di giorno in giorno, si viaggia sulle decine e decine di migliaia, di soldati americani che soffrono di “stress da al Qaida” o disturbo psicologico post-traumatico. Molti marines rientrati da Iraq e Afghanistan abbandonano le famiglie e scelgono la vita da barbone e vagabondo sotto i ponti, altri si suicidano, altri ancora spariscono dalla circolazione e divengono irreperibili per i loro stessi famigliari. Il destino dei suoi figli, dei suoi “patrioti”, dei suoi soldati è il destino di un Impero declinante e umiliato su tutti i fronti. La crisi d’identità della “democrazia di Dio” e del fondamentalismo giudeo-cristiano nordamericano ha prima prodotto  l’antiglobalismo trumpiano, ora addirittura il rifiuto dell’intera storia americana (Cancel Culture), concepita da una nutrita schiera di giovani o professori americani come storia di esclusiva barbarie e regresso.

La teoria del complotto mostra il fiato corto di fronte all’ascesa sul piano del dominio globale dell’Asse Confuciano-Islamico. Leggevamo con difficoltà il 9/11 alla luce del radicale scontro di posizioni e fazioni della Repubblica Islamica dell’Iran: se i riformisti filo-occidentalisti e i “populisti” di Ahmadinejad spiegavano l’attentato alle Torri Gemelle alla luce della teoria del complotto, la fazione rivoluzionaria dei Pasdaran che rispondeva e risponde direttamente alla Guida Suprema rafforzò viceversa il dialogo politico e militare con la Resistenze sunnite,afgana e irakena in particolare, subito dopo l’invasione di civiltà del 2002. Lo stesso si potrebbe dire dell’Hezbollah libanese.

Peraltro, il fatto che l’esponente più rilevante dell’intelligence italiana rispondente proprio al Pentagono, Francesco Cossiga, avesse sposato la teoria del complotto sul 9/11 finì per suscitarci più d’un punto interrogativo in proposito. Di recente, Gioele Magaldi, interessante analista di sponda atlantista e keynesiana che ha promosso l’operazione “Draghi sovranista” e antiglobalista dal febbraio 2020, ha addirittura paragonato l’incendio di Notre-Dame (15 aprile 2019) al 9/11 di Macron. La teoria del complotto è diventata così un minestrone dai mille sapori, di fatto inservibile e non potabile. E’ politicamente del tutto inutile perderci ancora tempo.

Parlano perciò i dati, le strategie di civiltà, le identità profonde e reattive che non solo non muoiono ma avanzano più dei complotti mandati in frantumi sui campi afgani, irakeni, siriani, yemeniti, libanesi e iraniani. I dati interessanti, gli unici veramente tali e storicamente decisivi che si ricorderanno tra un secolo, ricorderanno che l’Occidente ha perso la guerra di civiltà con l’Islam. Tra un secolo non sappiamo come e se parleranno di Coronavirus ma sicuramente sappiamo che parleranno dell’Islam politico su cui si è schiantato il Pentagono con tutti i suoi sogni di dominazione globale. E ora?

Le nuove prospettive

Come detto, vediamo anzitutto l’avanzata strategica di un fronte Confuciano-Islamico, ormai nuovo soggetto di civiltà e di civilizzazione. L’Iran del Generale Hajj Qasem Soleimani e del legislatore Sayyd E. Raisi e la Kabul di nuovo taliban dall’11 settembre 2021, nuovi padroni delle frontiere insanguinate del Grande Medio Oriente e nuovi arbitri degli spazi geopolitici intercontinentali in via di definizione, sono ora disponibili alla cessione di una fondamentale fetta del potere mondiale al mandarinato Confuciano e Nazionalista dell’Impero di Mezzo. Vediamo la Turchia di Recep Erdogan conquistare spazi strategici, con un equilibrismo tattico che deve al suo grande statista. E’ in marcia altresì un esercito infinito e inarrestabile, un movimento perpetuo del mondo come lo definisce Parag Khanna, in base al quale l’Europa, vittima della bomba demografica africana e asiatica, sarà destinata a sparire come soggetto culturale a meno che non sappia ridefinire la propria identità in senso eurorusso. Vediamo tra l’altro a lato due significativi elementi strategici che potrebbero entrare a breve termine in campo.

Il primo è rappresentato dal nuovo Global Britain successivo alla Brexit. Il nuovo Nazionalismo britannico sta ormai dando segnali di chiara autonomia strategica dagli storici alleati yankee, siano essi trumpiani o bideniti. E’ il tentativo storico, in atto, da parte di Londra di riprendere sulle proprie mani il destino di un Occidente ormai allo sbando e privo di guida.

Il secondo è rappresentato dall’ascesa silenziosa ma attivistica, come è nelle corde di un genio di Stato come Narendra Mohdi, dell’Hindutva sul piano dell’assalto al nuovo potere globale Confuciano-Islamico. Mohdi, che non è un avventuriero, che non è un sionista, nè un atlantista, nè un liberista come i panzer d’attacco della propaganda sinistrata internazionalista con una ottica sumprematistico-occidentale amano ripetere, il semaforo verde di Mosca per lanciare il possibile assalto al nemico di civiltà e riportare la gloriosa millenaria India al centro degli spazi mondiali. L’uomo forte della Federazione russa, Sergej Sojgu, il massimo rappresentante politico di quelle elite combattentistiche wagneriane che hanno vinto in Siria, in Libia, in Sudan, in Birmania, a Caracas e hanno riconquistato determinanti spazi vitali nell’Ucraina russofila (unica pesante sconfitta in Mozambico dovuta agli insorti islamici), saprà di sicuro – se necessario – coadiuvare il leader nazionalista indiano meglio di chiunque altro.

L’eventuale formazione di un blocco Anti-egemonico russo indiano che dall’attuale fase tattica si concretizzi in un vero e proprio Asse Storico e Strategico dipenderà soprattutto dalla proiezione di profondità del Nazionalismo Confuciano di Pechino. Ove la Cina confuciana, spinta dalla crescente pressione sociale e demografica interna, ripeterà l’errore del Giappone Shintoista degli Anni trenta e quaranta trasformando l’iniziale, legittimo, ideale di armonia nazionalistica differenzialista panasiatica in Imperialismo egemonico han – sia esso economico, politico o militare non cambia in sostanza molto – la fase tattica di attuale coordinamento militare tra Mosca e Dehli si consacrerà in vero e proprio fronte politico intercontinentale.




AFGHANISTAN, GEOPOLITICA E NEGAZIONISMO

Malgrado il nostro dissenso su alcuni punti di ricostruzione storica della complessa vicenda afgana — vedi il giudizio sulla frazione Qhalk di Hafizullah Amin protagonista del tentativo rivoluzionario che maturò alla fine degli anni ’70 del secolo scorso —, volentieri pubblichiamo le riflessioni di un nostro lettore, poiché, al fondo, colgono la portata storica della sconfitta americana.

“Questa volta è toccato ai comunisti sovietici. E’ ora arrivato il turno degli oppressori americani” Abdullah Azzam (Peshawar 1989)

Gli americani se ne sono andati dall’Afghanistan. Tre quarti del mondo, forse anche di più, festeggia. Biden, Kamala Harris, Blinken e il Pentagono, pur essendo da mesi in dialettica metodologica, vedono bene da suprematisti, sterminazionisti e razzisti  quali sono, di uccidere sei bambini afgani con missili Hillfire R9X, bomba che non esplode ma trancia il corpo come fulmine. A reti unificate, gli analisti geopolitici di ogni tendenza e colore, tenuti forte a spalla dai complottisti “alternativi” ma anzitutto islamofobi che circolano con licenza di confondere nel Web europeo-americano, si affannano fiato in gola a spiegarci che non è una vittoria militare, quella dei “pezzenti” talebani contro il più grande esercito professionistico della storia umana. Hanno vinto i marines, non i figli del Mullah Omar!

Alcuni, forse in preda a estenuanti e penose sedute notturne di cognac invecchiato male, tentano addirittura di giustificare la più sonora e vergognosa sconfitta della storia americana come una geniale vittoria di Joe Biden in una ipotetica gramsciana “guerra di posizione” contro la Cina di Xi Jinping.

Renzo Guolo, onesto e preparatissimo professore in quel di Padova, islamogo di qualità notevole, spiega con lodevole buonsenso che abbiamo di fronte a noi, viceversa, la fine storica della ipocrita teoria della “supremazia” dei valori occidentali (Suprematismo Imperialista). Non è solo una sconfitta militare, per Guolo, ma politica; di valori e di civiltà. La grande rivoluzione nazionale afgana (1979-2021) è letta dal professore come una ondata storica di annientamento del Marxismo sovietico prima e dell’Americanismo suprematista in seguito, due differenti declinazioni del principio della superiorità storica occidentale o giudaico/cristiana. Il primo basato sull’anelito della giustizia sociale, il secondo sulla potenza militare tecnologica, ma entrambi validi solo per il piccolo e sempre più esiguo spazio occidentale della popolazione globale.

Confucianesimo, Islam, Nazionalismo panrusso, Hindutva sono in marcia verso il nuovo mondo e il nuovo secolo che è arrivato come tempesta dall’estate 2021.

«La “gloriosa” resistenza degli Afghani contro i sovietici negli anni Ottanta era già opposizione a un sistema di governo percepito come occidentale. Così giustamente era interpretato, fuori dalla logica del bipolarismo, il comunismo. Ben lo sapeva Abdullah Azzam, il leader ideologo dei combattenti panislamisti che popolavano i campi di Bin Laden, che teorizzava sin da allora: “Questa volta è toccato ai Comunisti, poi sarà il turno degli Americani”. Pressochè nello stesso periodo la Rivoluzione iraniana era caratterizzata da slogan come “Né Est, né Ovest” inneggianti a una terza via tra le due varianti conflittuali della cultura occidentale di allora. Ma per uscire dal mondo della Mezzaluna, basta guardare alla Cina che, in cerca di una soluzione alla stagnazione economica e per compiere la sua seconda rivoluzione, non si affida al liberismo mercatista ma un capitalismo di stato sorretto più che da un’ideologia occidentale ridotta a mera facciata, il marxismo, all’autorità del partito che assorbe in chiave politica l’eredità confuciana». (1)

Trump e Putin potrebbero essere allora considerati l’ultimo tentativo storico di ridare fiato alla logica bipolare internazionale di Yalta? Se così fosse, ipotesi da tenere presente, ancora una volta l’invitta trincea afghana ha spezzato i sogni di gloria dei potenti del mondo di ogni razza ideologia e religione. Il Gran Moghul Akbar diceva, nel XVI sec., che nessuno si può ritenere padrone dell’India se non ha in mano Kabul. I secoli successivi mostreranno addirittura, come accennava genialmente Trotsky in un passo affrettato e mai più elaborato, che nessuno si potrà ritenere padrone del mondo se non possiede la chiave del Khyber Pass. Quando l’Impero Britannico egemonizzava il mondo, la culla del movimento insurrezionale che si proiettava nel cuore dell’Impero, l’India, la troveremo proprio nella zona storicamente più calda esistente, nella provincia di Nangarhar a sud est di Kabul. Negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale, gli sforzi dei fascisti italiani di egemonizzare il “Cuore del Mondo” si scontrarono contro il geloso Neutralismo pathan dell’illuminato sovranista Mohammed Nadir Shah, ucciso nel 1933 da un militante di etnia hazara, che intendeva così protestare contro il nazionalismo pashtun a cui si ispirava Nadir, padre dell’Afghanistan.

Così negli anni a cavallo del conflitto mondiale, se sovietici e inglesi si tennero a debita distanza dall’Afghanistan (il patto di Sa’dabad del luglio 1937 ebbe nei fatti esclusivo valore formale, ripudiato dall’elite combattentistica di Kabul), fascisti e nazisti, spenta ogni ipotesi di egemonia, poterono utilizzare l’Afghanistan esclusivamente come retroterra strategico in sostegno del nazionalismo indiano o islamico anti-britannico. L’incapacità del fascismo di penetrare a fondo il movimento nazionale afgano, disse profeticamente l’orientalista Tucci che non era di certo un negazionista come gli odierni analisti ma un buon realista che definiva sconfitta una sconfitta e vittoria una vittoria,  avrebbe preluso alla catastrofe militare del regime italiano.

Arrivando ai nostri giorni, in seguito al rovesciamento della monarchia operato da Mohammed Daud Khan nel 1973, fallisce il tentativo di modernizzazione politica neutralista su base repubblicana, né filosovietica né filoamericana, a causa dell’offensiva marxista messa in moto dal Partito democratico popolare dell’Afghanistan. Il marxismo afgano era frazionato in due linee, l’una che possiamo considerare “kemalista”, nazionale e, nei fatti, antisovietica che faceva riferimento a Hafizullah Amin (fazione Khalq) (2), l’altra collaborazionista, internazionalista e filosovietica che faceva riferimento a Nur Mohammad Taraki e Babrak Karmal (fazione Parcham). Entrambe le linee, a parte la dialettica metodologica, esprimevano la tendenza storica della “rivoluzione democratico-borghese” in quanto non raccolsero mai il consenso delle classi contadine e più povere, per le quali modernizzazione non doveva significare kemalismo o marxismo ma, viceversa, “nazionalizzazione islamica”.

In realtà la fazione Khalq si poneva se non altro il problema della socializzazione politica delle masse contadine, ma il secolarismo di scuola progressista e occidentale con cui avanzava era la peggior carta da visita che potesse esibire ai contadini dei villaggi. Dopo l’inizio della guerra civile afgana tra il governo Karmal, che fece poi fuori la fazione Khalq, e gli insorti islamici dalla fine del 1979, più di un quarto della popolazione, ben sei milioni di afgani, in larghissima parte dei casi contadini o braccianti, fuggirono in Pakistan e nell’Iran dell’imam Khomeyni per organizzare la resistenza.

Le letture che poi saranno date della “Resistenza afgana” nella letteratura occidentale saranno fuorvianti e penose. Si faceva credere, nella gran parte dei casi, che i militanti islamici combatterono e morirono per la gloria di Ronald Reagan e del Partito repubblicano statunitense. Ma l’imperialismo statunitense è fuggito da Kabul, ora fuggirà dall’Irak e da tutto il Medio Oriente, i nazionalisti afgani e i credenti islamici sono ancora lì e lì rimarranno. Possiamo quindi affermare, in base al pur minimo realismo storico, che quel metodo di analisi che ancora imperversa è fallace, pericoloso, unilaterale, fondamentalmente americanistico e eurocentrico. Cioè ottocentesco o al massimo novecentesco. Del mondo che è crollato. Il pezzente, anche se martire, anche se dona il sangue, anche se contadino astuto che sa leggere i ritmi del cielo e della terra, rimane per questi analisti un pezzente che non può farsi gioco di un progressista marine lgtbq di San Francisco o di un generale, anch’egli arcobalenato, del Pentagono. Siamo di fronte a un negazionismo geopolitico che nega la realtà e la sconfitta anche quando è ormai palese e evidente.

La storia la scrivono i vincitori. Gli americani ci hanno raccontato la storia del Novecento e il romanzo delle cioccolate agli sciuscià ai bassifondi e degli indomiti bombardamenti di milioni di civili per esportare le democrazie. E’ molto difficile, allo stato attuale, che possano raccontarci anche la storia di questo secolo, divisi come sono ormai nella contrapposizione interna di civiltà tra conservatori sovranisti e progressisti woke transgender, al punto che l’ideocratica “democrazia di Dio” – che non si capisce più ormai cosa sia da almeno un decennio se non prima– va lasciando ogni giorno di più spazio all’armonia differenzialista e non invasiva confuciana. Prescindendo qui dal fatto che i talebani nacquero negli anni ’90 in totale opposizione proprio ai signori della guerra dell’Alleanza della Nord – ci riferiamo al Jabha-yi Muttahid-i Islami-yi Milli bara-yi Nijat-i Afghanistan, Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan sostenuto militarmente dal Pentagono -, prescindendo inoltre dal fatto che i talebani, per la prima volta nella storia contemporanea dei governi afgani, misero al bando la coltivazione delle droghe, consentendone in taluni casi solo il passaggio tra le frontiere, noi oggi riteniamo di poter leggere la grande vittoria storica del Movimento afgano come una vittoria di quell’identità nazionale e culturale che si è sempre più rivelata – negli ultimi due secoli almeno – la “sentinella della terra”.

Torneremo nei prossimi giorni eventualmente sulla guerra politica e di civiltà che si apre tra il futuro governo nazionalista talebano, che tratterà da ora con la Cia e con il Pentagono da pari a pari in una normale relazione di stati sovrani, e il globalista “Stato islamico” o sulla ricomparsa a Kandahar del “principi dei credenti”, la guida suprema Haibutallah, che l’intelligence americana aveva dato erroneamente per morto.

Qui si voleva specificare come il negazionismo geopolitico che imperversa nelle tv e nel Web sia in realtà, consapevole o meno, uno strumento della guerra psicologica e di civiltà del Pentagono stesso. Gli Usa sono stati sconfitti. Il mito della “grande democrazia di Dio” statunitense e della invincibilità del Pentagono è frantumato sulla trincea afgana.

Nel 1562 Abu Fadil disse: “Quello dei grandi Stati d’Europa che riuscirà a possedere il territorio afgano, sarà dominatore di tutta la parte del globo che va dal Mar Caspio e dal Golfo Persico fino all’Oceano Indiano e al Mar Giallo”.

Historia magistra vitae. Geopolitica uguale negazionismo.

NOTE

  • Guolo, La lezione di Kabul alla nostra superiorità, “L’Espresso” 29 agosto 2021, p. 19.
  • Va considerato che Amin, che diventò marxista nelle università americane, era un fanatico islamofobo e disprezzava il codice Pashtun ancor più del marxista medio afgano.



LA GUERRA DEL SECOLO? di Og

Volentieri pubblichiamo questo breve ma denso saggio di geopolitica. Esso contiene spunti di analisi importanti e di grande pregio, così come  predizioni con cui concordiamo solo in parte —vedi la critica al recente articolo LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE —, nonché un giudizio quantomeno esorbitante sul “trumpismo”.

*   *   *

La Redazione di SOLLEVAZIONE mi ha chiesto uno studio sull’evoluzione della situazione mondiale, provo ad avventurarmi nella materia in esame, in continuità con la ricerca di un vecchio collaboratore — di cui sottolineai però l’inesattezza su Melania Trump, essendo quest’ultima Cristiano/ortodossa di rito serbo, non cattolica conservatrice come si riportava. Per il resto la ricerca era veridica, essendo l’Ebraismo statunitense quasi totalmente AntiTrumpiano e russofobico.

Covid 19, Cina e capitalismo finanziario americano: tutti contro Trump

Il corso degli eventi precedente alle elezioni americane del 3 Novembre 2020 ha rivelato una convergenza tattica oggettiva tra la frazione plutocratica del Globalismo (Silicon Valley Big Tech, Rotschild/Rockfeller/Warburg/Wallenberg, Big Pharma) e Partito Comunista Cinese, con il comune obiettivo di ridimensionare il Trumpismo ed anche se possibile di eliminare fisicamente The Donald.

Analisti russi rivelarono che nel Giugno 2020 The Donald e Melania sfuggirono, grazie all’abilità dei volontari Patrioti che proteggono quotidianamente da 4 anni la famiglia Trump, a ben 3 tentativi omicidi pianificati da Mossad/MI6/Cia/Pentagono.

Il 3 Novembre 2020 si è consumato sotto gli occhi del mondo quello che il Presidente Trump ha definito “il più grande furto elettorale della Storia”, riferendosi a ciò che i Trumpiani hanno identificato come “il Golpe del Deep State, di Davos, dei Clintoniti  e del Partito Comunista Cinese contro la Sovranità democratico/popolare statunitense”. Se quanto sino ad ora riportato potrebbe corrispondere alla realtà degli eventi, se ne dovrebbe trarre la conclusione che il Deep State e la Cina di Xi Jinping marcerebbero veramente verso un comune orizzonte. Lo stesso Mons. Viganò traccia un quadro in cui “Deep State/Deep Church/PCC” avanzerebbero di comune accordo verso il Nuovo Ordine Mondiale e il Great Reset. Altri analisti molto vicini a Israele come Elia Valori sostengono che le multinazionali Israelo/Americane stanno lavorando ormai per il “Secolo Cinese”.

Cina/Israele/Occidente (1890-2021)

Proviamo ad avanzare una ipotesi di lavoro, ricostruendo brevemente un sintetico quadro della recente relazione tra Cina e Occidente e tra Cina e Israeliani.  

Israele fu il primo paese del Medio Oriente a riconoscere la Repubblica popolare cinese subito dopo la Rivoluzione maoista. I più importanti analisti russi sostengono vi sia oggi una relazione strategica e sinergica sempre più radicata, sia sul piano della ricerca tecnologica che su quello militare, tra Cina e Israele. Francesco Galietti, analista di Policy Sonar, ha ben rilevato come la Deep Church gesuitica, per riprendere la calzante definizione di Mons. Viganò, ossia la frazione cattolica storicamente più affine ad ideali ultra/progressistici di radice ebraica e globalistica, pensi universalmente in una prospettiva Sino-centrica. In un modo o nell’altro si intuisce, in entrambi i casi, che si stia andando verso una riconfigurazione geopolitica globale con la supremazia mondiale cinese e con un Occidente al rimorchio. Si pensa anche che Russia e Europa avranno uno spazio minimo in questo Nuovo Ordine Mondiale in cui alla potenza di scala industriale cinese si integrerà fluidamente il capitale Israelo/Americano. Non si metterà perciò in moto la famosa “Trappola di Tucidide”.

Il Secolo Cinese sarebbe nell’ordine delle cose storiche. Aron Shai, grande storico Israeliano, Professore all’Università di Tel Aviv (Dipartimento Asiatico), ha dedicato i migliori studi alla possibile sinergia Sino Israeliana/Occidentale, scrivendo molti pregevoli saggi, tra cui una rarissima biografia di Zhang Xueliang, il Generale che nel 1936 sequestrò Chiang Kai Shek, la guida dei Nazionalisti cinesi anticomunisti. Shai ci dona una perfetta panoramica delle relazioni Sino-Ebraiche dal Kaifeng medioevale ad oggi. Egli individua il punto decisivo della relazione contemporanea tra Ebraismo e Cina nel 1890. Il 1890, tra l’altro, può essere considerato l’anno in cui nasce il Nazionalismo antimperialista cinese, in antagonismo alla dinastia ebraica dei Sasson, considerati i Rotschild d’Oriente per il ruolo centrale giocato dalla dinastia nel commercio di tessili e oppio in Cina.

Nei vari saggi e articoli che Shai ha dedicato all’argomento, lo storico si sofferma a lungo sulla comunità ebraica sefardita di Shangai, sulla guardia del corpo del padre della Cina moderna Sun Yat-sen, l’ebreo anglosassone Morris Cohen (1887-1970), sul medico della Quarta Armata Comunista cinese Jacob Rosenfeld (1903-1952), un ebreo marxista attivamente antifascista originario dell’Austria, sul Movimento dei Kibbutzim sostenuto anche dalla Repubblica popolare maoista oltre che dall’URSS e sulle storiche relazioni tra il Partito Comunista Cinese e i leader del Partito Comunista Israeliano (ICP), floride al tempo in cui i maoisti non avevano ancora rotto con gli Stalinisti sovietici, originari sostenitori questi ultimi dello Stato Israeliano contro i maccartisti che denunciavano una connessione tra l’agenzia spionistica e finanziaria “Orchestra Rossa” e Israele. Shai dedica ampio spazio anche alla misteriosa figura di Shaul Eisenberg, l’abilissimo agente del Mossad battistrada delle relazioni strategiche tra Cina e Israele, fondatore di “Beit Asia” a Tel Aviv nel 1979 e morto a Pechino alla fine degli anni ’90. Lo storico di Tel Aviv ha spaziato infine sul pensiero e sulla prassi di Xi Jinping: lo Xi-ismo, come lo definisce, altro non sarebbe che una rinascita in forma contemporanea del mito ideologico maoista. Il fatto che Xi si consideri Marxista non deve mettere in imbarazzo gli Israeliani, questi ultimi non devono dimenticare quanto storicamente devono esser grati al Comunismo e allo Stalinismo.

Un leader come Bibi Netanyahu, considerato erroneamente in Occidente di destra radicale, non solo ha fatto erigere un monumento in onore ai soldati dell’Armata Rossa a Netanya ma ha anche imposto nei testi scolastici un programma storico in cui si celebrano le gesta di Lenin e Stalin come quelle dei più grandi Statisti del XX Secolo. Il Mossad è stato dal 2016 a oggi AntiTrumpiano, come ben mostrato dalla rivista “Limes” in varie monografie degli anni recenti sullo Stato ebraico, e se in ultima istanza dovesse scegliere tra il Globalismo cinese basato sul Mercato e il Patriottismo Trumpiano basato su un nuovo Patto tra il Lavoro dei ceti medii/proletari e lo stato, opterebbe sicuramente per il primo. Come del resto la stessa UE.

Secondo molti analisti, che rischiano però a mio modesto parere di deviare nel Complottismo, lo stesso Deep State (Rotschild/Warburg/Rockfeller/Silicon Valley Big Tech/BigPharma) sembra ormai puntare alla translatio imperii da New York a Pechino.

Viene, da costoro, indicativamente riportato il caso della Presidente della “Coalizione per un capitalismo inclusivo”, Lady Lynn Forester de Rotschild, intima dei coniugi Clinton, di Jeffrey Epstein, di Kissinger e di Obama; Lady Rotschild  è effettivamente di casa a Pechino.

Giulietto Chiesa, nel Settembre 2019 (Quale Destino per l’Impero?) sottolineava che i Rotschild, l’MI6 e la Casa Reale britannica stavano lavorando per la creazione di una “moneta sintetica globalista” in grado di sostituirsi al Dollaro nella quale il Renmimbi di Pechino avrebbe dovuto giocare un ruolo centrale. Il progetto massimo dei Rotschild e del Deep State è venuto però alla luce in concomitanza con il Covid 19. Si chiama Great Reset,  digitalizzazione dell’Anima e dello Spirito umano, annientamento delle Nazioni, delle identità sessuali e delle identità popolari.

Il Neo/Socialismo Xi-ista (di Xi Jinping) e del Partito Comunista Cinese può essere utile a tale scopo? Può condividere un tale progetto? Secondo me no. Ora provo a spiegare perché.

Il Sogno Cinese, il Great Reset e la Barriera Putin/Trump/Mohdi/Erdogan

Se il progetto massimo dei Rotschild e dell’elitismo plutocratico è il Great Reset, quello dell’Xi-ismo è il Sogno Cinese, ovverosia “un mondo armonioso” guidato dall’elite politica e finanziaria del Partito Comunista Cinese. Due progetti che per quanto si voglia e si possa mediare non si possono incontrare. Quanto avvenuto con lo Stato di emergenza Totalitario Covid 19 ha rappresentato il tentativo della fazione più  estremista del Partito Globalista Progressista di annientare storicamente innanzitutto il Trumpismo — in quanto Rivoluzione nazionalista antimperialista partita dal cuore dell’Impero [1] —, ma in linea generale ogni Democrazia sovranista e patriottica di peso, come quella russa di Putin, quella indiana di Mohdi, quella ottomana di Erdogan.

O ancora, abbiamo visto in atto il tentativo, non riuscito nemmeno questo, di riportare la Brexit nazionalpopolare in un ambito globalista e elitista. Il Globalismo ideologico (ancora prima che economicistico), nato nella Londra dei Rotschild e dell’MI6, ha iniziato il suo irreversibile declino storico e ideologico nella Londra di Nigel Farage, un patriota antimperialista per il quale Vladimir Putin è il più grande statista contemporaneo, attaccato su tutta la linea da MI6 per la sua vicina al Patriottismo serbo ortodosso [2].

Un nuovo tentativo di globalizzazione, come è predicato a Davos, potrebbe essere utile e tatticamente funzionale alla internazionalizzazione della catena del valore con centro strategico Pechino, non lo è più però per lo Xi-ismo nel momento in cui si teorizza l’abbattimento di ogni frontiera nazionale, l’estinzione di ogni differenza naturale, sessuale, tradizionale.

Inoltre il Clintonismo (Obama/Biden/Blinken) viene spesso dai complottisti identificato sic et simpliciter con lo Stato Profondo, ma questo è un ulteriore errore, in quanto il Clintonismo può divenire il braccio armato del Deep State se compare all’orizzonte un nemico comune (Trump, Putin, Brexit, Mohdi), ma il mondo globalizzato americanocentrico e neowilsonista di Clinton/Biden non corrisponde in realtà al Great Reset di Schwab né al fallimentare Nuovo Ordine Mondiale di Kissinger.

Il Trumpismo nazionalista e antimperialista rappresenta di certo, sia per le Elite plutocratiche di Davos sia per il Partito Comunista Cinese sia per il Clintonismo, il più grande nemico politico e sociale; è però anche vero che è assai forzato ed erroneo rappresentare un unico blocco strategico monolitico che vada dalla Silicon Valley al Regno di Mezzo passando per Israele. Lo Xi-ismo potrebbe addirittura tramutare in Nazionalismo sovrano confuciano compiuto, ripudiando ogni elemento Marxista o mercatista.

Considerare invincibile, impenetrabile, egemone il Deep State è un’altra falsificazione storica e sociale tipica del complottismo, così come considerare economicisticamente determinante l’esclusivo interesse finanziario. Già il Pareto spiegò che la Plutocrazia, ancor prima che regime economico, è forma di interesse politico; Lorenzo Ornaghi, brillante politologo, ha scritto pagine definitive sulla questione. Non solo, la Rivoluzione antimperialista Trumpiana ci dice oggettivamente che il Deep State non è invincibile; la stessa grave battuta d’arresto del Great Reset, fallito in quasi tutti i maggiori Stati Usa e nella stessa Israele, non depone di certo a favore della tesi degli “illuminati invincibili”.

Infine, il Partito delle Elite e di Davos, per contrastare Trump, ha dovuto appoggiarsi come detto sul Clintoniano Biden e soprattutto sul fronte strategico del Pentagono il quale contro il Trumpismo può anche abbracciare la causa di Davos ma non si pone affatto l’obiettivo del Globalismo Collettivistico Digitale con la Casta di SuperUomini/Tecnocrati al centro ( Schwab-Great Reset).

Il Pentagono vuole essere Egemone lui stesso, vuole l’elite militare al centro, vuole trattare direttamente con le altre grandi comunità di Intelligence del pianeta da posizione di forza se possibile. Le Democrazie sovrane, come ad esempio quella russa, esprimono l’identità storica del “popolo profondo”, non vogliono quindi distruggerla per nessun motivo al mondo. Come ha detto giustamente Surkov, è il popolo profondo russo, ancora prima di Putin, a Governare il destino metafisico, eterno, della Federazione russa. Ciò si esprime in una Egemonia politica che instaura un patto diretto, più equilibrato, con i governati. Laddove il Deep State tenta di essere egemone vi è invece un problema concreto e insolubile, la mancanza di Egemonia politica e sociale: si invera lo stato permanente di “guerra per bande”. Il dominio totalitario dell’informazione gestito dallo Stato Profondo non è sufficiente a superare questo limite strategico. Il Trumpismo non solo è un modello più democratico/popolare, ma anche più moderno e sociale: strategia storico/politica di salvare la democrazia nazionale prevenendo la guerra civile latente e il caòs sociale.

Biden, supportato dallo Stato Profondo contro i Trumpiani, in molti elementi essenziali si sta perciò rivelando più Trumpiano che suddito del Great Reset e del Governo Occulto; Kamala Harris, ideale candidato manchuriano dello Stato Profondo, teorizza sorprendentemente da Trumpiana la necessità di un nucleo identitario nazionalpopolare statunitense, le sue posizioni su Immigrazione e teoria critica della razza fanno a pugni con la rappresentazione globalista che se ne dà. Ciò mostra che la storia non è affatto finita e la maggiore coerenza del progetto Trumpiano. I Clintoniani, essendosi appiattiti sulle posizioni dello Stato Profondo, hanno sempre più perduto la lucidità politica e strategica e non sono in grado di portare avanti la loro visione imperialista.

La Guerra del Secolo?

In definitiva siamo alle soglie della guerra del secolo? Se il Trumpismo si affermerà definitivamente conquistando gli apparati militari fondamentali, di cui in buona parte già dispone, sarà la lotta popolare antimperialista (Patrioti contro Globalisti) e tutela della pace mondiale, punto fondamentale del Trumpismo. Se viceversa passerà la linea degli Schwab, potremmo paradossalmente avere proprio uno scontro globale caldo tra Occidente e Nazionalismo cinese: sarà la Guerra di Civiltà Occidente /Cina con la Federazione russa che farà di tutto per tenersi fuori dal conflitto.

A mio avviso, l’ossessione analitica su Covid19/vaccinazione in cui siamo precipitati dalla fine del 2019 ha deviato il focus. La guerra del secolo avanza.

Come ho tentato di mostrare, l’elitismo progressista ebraico/occidentale/newyorkese e lo Xi-ismo, che è sul punto di divenire un Nazionalismo imperiale di statura mondiale, non possono andare d’accordo, perseguono un modello di civilizzazione globale troppo distante. Il Clintonismo dovrà confluire o nel Trumpismo patriottico americano o sciogliersi definitivamente nella fazione politica del Deep State, lo stesso il Pentagono.

Dall’iniziale alleanza, in funzione antiTrumpiana, tra il Partito Comunista Cinese e Davos/Rotschild può allora scaturire la catastrofe peggiore: la Cina continuerebbe in questo caso, come forza armata mondiale dell’Oriente, la guerra panasiatica dello scorso secolo chiusasi temporaneamente con la follia atomica di Hiroshima e Nagasaki, ma mai in realtà definitivamente terminata.

NOTE

  1. Non esistono ancora studi obiettivi che inquadrino il Trumpismo nella Storia delle Dottrine Politiche. Rimando agli studi del compagno antifascista Moiso, anche se forse troppo economicistici, e in parte allo stesso A. Spannaus, molto utile per smentire il presunto neojacksonismo di The Donald, errore grave in cui è incorso anche l’analista francese filotrumpiano Meyssan; se non si inquadra il Trumpismo come nazionalismo antimperialista (antiNato) nella logica dei rapporti di forza globali e nello squilibrio della catena del valore complessiva si rischia di non comprenderne la natura più profonda e duratura.
  2. https://www.opendemocracy.net/en/dark-money-investigations/revealed-nigel-farages-brexit-party-candidate-lobbied-for-balkan-warlord-and-was-bugged-by-mi6/



UCRAINA/RUSSIA: LA GUERRA INCOMBE di Stefano Orsi

Con l’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Joe Biden, l’orologio della storia è tornato indietro di quattro anni. Siamo allo stesso punto in cui ci saremmo trovati con Hillary Clinton come Presidente e nei medesimi teatri bellici. Solo che con l’elezione di Donald Trump, la Russia ha avuto quattro anni per prepararsi alle intenzioni manifeste degli USA: arrivare inevitabilmente e a ogni costo a un conflitto per riportare la Russia al loro modello ideale, uno Stato diviso e frammentato senza alcuna valida guida, come loro avevano progettato negli anni Novanta di Boris Eltsin. Trump non è stato un Presidente incline alla guerra, Biden invece lo è e lo era anche come vice di un altro guerrafondaio, Barack Obama. Dal mese di dicembre quindi abbiamo assistito ai preparativi della Russia, di tutti i suoi sistemi difensivi e offensivi, su tutto il territorio del Paese. Sapevano bene che cosa sarebbe arrivato assieme al “Sonnacchioso Joe”.

Obbedendo ai voleri di Washington, a partire dalla fine di febbraiol’Ucraina ha iniziato a muovere truppe e mezzi sempre più ad Est. Gli accordi di Minsk 1 e 2 sono stati sistematicamente violati in ogni parte, i cannoni sono tornati laddove non potevano stare, così come i carri armati, i mortai pesanti, i blindati. Solo a movimenti quasi a termine, la Russia ha iniziato a posizionare le proprie forze lungo il confine occidentale, perché i riposizionamenti ucraini dovevano ricevere adeguata risposta. La minaccia era chiara, Kiev intendeva riprendere con la forza quei territori che perse nel 2014 a seguito del golpe di Maidan, della proclamazione delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk e del referendum della popolazione in Crimea che richiese l’annessione alla madrepatria Russia, referendum riconosciuto e accolto nel suo esito dalla Federazione Russa.

La Russia ha dato prova di incredibile capacità logistica portando al fronte, lungo tutti i confini con la vicina Ucraina, innumerevoli unità, spostando dapprima quelle del Distretto Meridionale e poi via via facendo giungere nel settore forze da molti altri distretti anche agli estremi orientali del Paese, come nel caso dei marines di Vladivostock. Il ministero della Difesa ha precettato 16 mila carri ferroviari che servivano per le industrie, l’agricoltura e l’economia del Paese.

Fin dalle prime notizie, quindi, mi è parso evidente che di scherzo o semplice esercitazione non si trattasse. A mano a mano che i filmati dei convogli in movimento o in arrivo si susseguivano, si svelava ciò che molti ancora oggi non riescono a realizzare: non si sta preparando un conflitto, ma un conflitto è già in corso. Non sto parlando del conflitto nel Donbass. Il dispositivo militare messo in campo dalla Russia, e prima ancora dall’Ucraina, sono preparati per uno scontro massivo, in cui il teatro di guerra non sarà più o solo quello delle due Repubbliche secessioniste e i protagonisti non saranno solo l’esercito ucraino e le male addestrate milizie popolari. Questa volta è tutto diverso, l’esercito russo non avrà un ruolo di presenza ai confini come nel 2014, questa volta interverrà.

Gli anni sono trascorsi e l’esperienza maturata dalle forze russe, esercito da un lato e politica dall’altro, ha affinato le loro arti, ne ha amplificato i sensi, affilato gli artigli. Nel 2014 spostare masse di soldati così numerose, con tanto equipaggiamento e farlo in un tempo incredibilmente breve, sarebbe stato impossibile. Tutti i sistemi d’arma impiegati dall’esercito russo sono stati aggiornati e modificati sulla base dell’esperienza bellica siriana. Molti reparti si sono avvicendati, così come anche gli equipaggi degli aerei. Sulla base delle loro esperienze sono stati individuati debolezze, difetti, pregi, punti di forza, modificate le tecniche di impiego, le armi da impiegare. Elicotteri Mi e KA ne hanno tratto molto giovamento. Molte soluzioni del carro armato T90-M, nate dal suo impiego sul campo di battaglia, sono state adottate anche per le nuove versioni aggiornate dei T72B3M. Tutti i caccia (Su-24, SU-25, SU-34, Mig35S, Mig 30SM2) sono stati aggiornati, e anche i bombardieri TU-22M3M e TU-160M2. Di quest’ultimo è stata anche riavviata la produzione, tutti i velivoli ancora efficienti sono stati nuovamente dotati di Sonda per il rifornimento in volo.

Molti nuovi sistemi d’arma sono stati presentati in questi anni dal settore missilistico russo: Khinzal, KH101, il primo ipersonico il secondo subsonico ma stealth, lo Zirkon, l’aliante ipersonico Avangarde, e molti altri ancora. Gli attacchi di Usa e Israele in Siria hanno consentito di affinare le capacità di gestione dei sistemi difensivi antiaerei. I famosi S300 PMU2 non hanno mai lanciato perché hanno sempre lavorato sottotraccia acquisendo informazioni sulle strategie e sulle tattiche di attacco delle aviazioni occidentali, monitorando anche gli aerei Stealth occidentali presenti in Medio Oriente. Un accumulo di informazioni ed esperienze che non ha prezzo.

Gli ucraini si sono portati molto a ridosso del Donbass e della Crimea, con minori forze ai confini Nord e Nord-Est. Anche nel settore Ovest sono state trasferite molte unità per portarle a ridosso della zona delle operazioni, in quello che dovrebbe essere il teatro nelle fantasie ucraine, ovvero Donetck e Lugansk. Diverse fonti confermano che il loro addestramento si è particolarmente incentrato sul CQB, Close Quarter Battle, in ambiente urbano. Nelle loro intenzioni ci sarebbero la conquista delle città di Donetck e Lugansk e la difesa ad oltranza di Mariupol, oltre che la devastazione della Crimea con le artiglierie pesanti, per poi tentarne la riconquista. I comandi ucraini probabilmente sono partiti dal presupposto di contenere lo scontro nei limiti del precedente conflitto, ipotesi forse rafforzata da consulenze americane. Ma le cose potrebbero andare molto diversamente.

Le truppe schierate dalla Russia contano decine di battaglioni, a Nord, a Smolensk, molti a Voronezh, il grosso a Rostov sul Don dove sono circa 15-20 battaglioni e in Crimea dove sono arrivati altri 10 battaglioni schierati. Il tutto coperto dall’ombrello delle più svariate tipologie di sistemi antiaerei, dai famosi S400 Triumf, gli S300, S350, Buk M2 e M3, Pantsir, Tor M2, e circa 350 velivoli tra caccia e cacciabombardieri destinati a sostenere le operazioni. L’Ucraina invece è praticamente priva di aviazione, le decine di droni che probabilmente possiede la rassicurano visti i risultati dell’Azerbaigian nel Nagorno Karabakh, ma la Russia non è l’Armenia, così come non lo è stata la Siria o lo scenario libico.

Se lo scontro divamperà, allora non sarà limitato ma totale, tutta l’Ucraina ne verrà interessata, dalle infrastrutture alle vie di comunicazione. Non credo si assisterà ad una lunga campagna aerea preparatoria sul modello della guerra anglo-americana all’Iraq, perchè la Russia non può permettersi di lasciare tempo agli Usa o alla Nato di organizzare una reazione. A costo di perdite maggiori, le forze di terra di Shoigu avanzeranno su Karkov, Sumi, Chernihiv, Dnepopetrovsk, Poltava, Zaporizie, Odessa, Mikolaiv e infine si occuperanno del grosso dell’esercito ucraino bloccato tra Dnepopetrovsk e il Donbass, con poco carburante e bersagliato dai caccia.

Vedremmo, in caso di guerra, diversi sbarchi anfibi, reparti aviotrasportati dietro le linee nemiche, moderni sistemi di guerra elettronica ed informatica affrontarsi in nuovi teatri mai visti prima, se non solo da una parte della barricata. Vedremo Kiev circondata e molti profughi non russofoni prendere la via della regione di Leopoli, anticamente appartenuta alla Polonia. La gran parte della popolazione delle altre regioni dovrà invece scegliere, se restare se nella Russia allargata alle loro terre o migrare a Ovest. L’Ucraina potrà vendere cara la pelle nelle fasi iniziali, ma i limiti abnormi nella logistica bloccheranno le sue armate sulle loro posizioni, decretandone la sconfitta in tempi relativamente brevi.

Non ci sono possibilità per gli ucraini, non esiste scenario credibile che non preveda il loro collasso dopo una settimana di combattimenti. Sottoposti ai bombardamenti aerei giorno e notte, al martellamento continuo delle artiglierie, interi battaglioni di Kiev lasceranno armi e attrezzature sul posto, solo un numero limitato di unità combatterà perché addestrate in maniera decente e perché molto indottrinate, ma la loro sorte non muterà. Feci una simile analisi delle possibilità delle forze curde nei confronti delle truppe turche ad Afrin prima e nel Nord-Est della Siria poi, e non sbagliai. Anche sulla strategia della guerra in Siria non sbagliai. Ora non vedo possibilità reali per l’Ucraina di sopravvivere come Stato a una guerra  a tutto campo con la Russia.

Purtroppo ci sono molteplici segnali del fatto che la guerra incombe:

  • il numero delle forze già schierate, che già oltrepassano le centinaia di migliaia di uomini, e il fatto che ancora ne arrivino oggi.
  • il fatto che la Russia si stia premurando di portare ingenti rifornimenti in Siria sia via mare (4 navi in una sola volta a Tartous) sia con molti cargo alla base aerea di Hemeimin, stessa cosa attraverso ponte aereo per la base in Armenia.
  • L’arrivo dei cronisti di guerra russi, solitamente molto ben informati e ben inseriti nell’ambiente militare russo.
  • La completezza degli schieramenti assemblati senza trascurare nessuno dei possibili scenari di attacco o difesa, persino una dozzina di mezzi navali da sbarco sono stati portati a Rostov sul Don dal Mar Caspio, cui si aggiungeranno a breve nel mar Nero tre mezzi di classe Ropucha usati per rifornire la base di Tartous dalla Flotta del Baltico.
  • Che siano state mosse unità ben addestrate ma incredibilmente distanti come i Marines di Vladivostock, dal Distretto Orientale.
  • Che le esercitazioni a fuoco navali abbiano progressivamente interdetto la navigazione nel Mar Nero ad altre unità navali militari, e abbiano in pratica interdetto l’ingresso e l’uscita dal Mare d’Azov per tutti con blocco di fatto di Mariupol.
  • Un rafforzamento molto corposo delle difese antinave e antiaerea che è stato approntato nella penisola di Crimea, con arrivo anche di caccia SU-34 che sono dotati del migliore radar di rilevazione e attacco navale al mondo.
  • La missione di Lavrov in Egitto, probabile che oltre di Libia abbiano parlato anche della garanzia di mantenere Suez navigabile, durante un eventuale conflitto, per le navi russe o di alleati che dovessero portare rifornimenti in Siria.
  • La Propaganda comunicativa che, dopo aver portato le forze a violare gli accordi di Minsk, presenta ora Kiev come se non volesse lo scontro, e sappiamo bene che loro hanno eseguito ordini molto precisi impartiti dagli USA.
  • Lo stesso tentativo USA di fingere di voler ripristinare un dialogo interrotto da mesi con la Russia, è finalizzato al creare i presupposti di inevitabilità di uno scontro bellico, ma attribuendone le colpe alla controparte, non sarebbe necessario se NON si volesse un reale conflitto.
  • La speranza che si risolva tutto con un mio errore di valutazione c’è e rimane forte, ma quando guardo ai fatti reali, tutto mi dice che il conflitto è già stato deciso da tempo, e che in questi giorni stiamo solo assistendo alla sistemazione in loco delle ultime tessere  di un complesso puzzle, avviato anni fa, e da poco ripreso in mano per essere completato.

Credo che la prima finestra adatta alla guerra si apra in questo fine settimana, tra sabato notte e lunedì mattina, perché ormai tutto è al suo posto. Inoltre il tempo  è un fattore essenziale: non si possono tenere tanti uomini e mezzi nelle condizioni di accampamento, oltre i 15-20 giorni un esercito moderno decade nella sua capacità e prontezza. Da questo fine settimana quindi ogni momento potrebbe essere quello buono per dare “fuoco alle micce” sperando che, assieme ad esse, non salti tutta la polveriera su cui siamo anche noi.

* Fonte: Lettere da Mosca




VACCINI E CONTESA GEOPOLITICA Federico Maria Romero

Riceviamo e pubblichiamo

Il modello israeliano egemonizza l’occidente nella guerra di civiltà

Già due mesi fa Sollevazione aveva preannunciato la “Guerra Globale dei vaccini” in cui ora ci troviamo, mettendo peraltro in guardia dalla catena del valore finale, imperialista e ultranazionalista, della “vaccinazione nanotecnologica angloamericana” (Moderna (1), Pfizer, Astra Zeneca. Il nazionalismo imperiale americano è una costante storica irriducibile.

Il patriottismo sociale e il multipolarismo non bellicista di Donald Trump, per ora sconfitti, lasciano il passo al nuovo imperialismo di civiltà. Il sacro egoismo, che evoca guarda caso il neutralismo di casa nostra del 1914, e il capitalismo politico angloamericano fanno a pugni con la prassi della cooperazione internazionale che i cinesi e i russi sono stati in grado di mettere in campo in questi tragici mesi. L’amministrazione “globalista” Biden ha respinto tutte le richieste degli altri paesi del mondo sulla condivisione dei vaccini. Senza peli sulla lingua il portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha affermato che la priorità assoluta è “vaccinare gli americani”.

Un altro caso, scoppiato in questi giorni in parallelo al caso di Astra Zeneca, riguarda i farmaci Pfizer e Moderna. Il British Medical Journal (Bmj)  ha riportato la testimonianza di scienziati dell’Ema che avrebbero viceversa constatato la presenza di specie di mRNA troncate e mutilate nei farmaci Moderna e Pfizer senza dare il peso che meritava alla questione. Nonostante l’approvazione dell’Ema Peter Doshi (Professore di ricerca sui servizi sanitari farmaceutici dell’Università di Maryland) continua tuttora a manifestare fortissime perplessità sia sul farmaco Pfizer sia su Moderna. L’efficacia del “vaccino americano”, secondo lo scienziato, non sarebbe affatto superiore al 90%, come ha sostenuto l’Ema, ma si attesterebbe poco sopra il 20%. Ciò, secondo lo scienziato della Maryland, avrà effetti assai pesanti nel futuro mondo occidentale Post-Covid.

Cina, Giappone, le due Coree, Russia hanno già da mesi sconfitto il Covid; noi ci troviamo invece in una campagna vaccinale fortemente compromessa e assai poco aderente agli standard di efficacia scientifica. Non è un caso che l’epidemia di terrore e il fenomeno dei “No-Vax” e del cosiddetto negazionismo antiscientifico siano iniziati a radicalizzarsi, anche a ragione, dopo il necessario “ritiro cautelativo” di lotti del vaccino antinfluenzale Fluad nel 2014. Allora l’Aifa, in una lettera al Bmj scrisse proprio, testualmente, che era arrivato il momento di ripensare le normative di farmacovigilanza.

E’ quindi il modello della Destra sovranista israeliana a imporre attualmente i suoi ritmi modernistici all’Occidente [1]. Con una prassi tipica di una società chiusa, gerarchica, militarizzata e ultranazionalista, Israele guida con irraggiungibile vantaggio il fronte della lotta al Covid-19. A prescindere dalla retorica nazionalista che rappresenta Albert Burla, CEO Pfizer, come “grande amico di Israele” (Bibi Netanyahu), i militari israeliani hanno vaccinato i loro cittadini con tutti i farmaci di cui disponevano, almeno 1.500 dosi del farmaco russo Sputnik V destinate a Gaza sono state ad esempio bloccate dall’esercito israeliano e usate in loco, lo stesso sarebbe stato fatto con il vaccino cinese destinato a altri lidi. Il Mossad è da un anno impegnato in prima linea nella Guerra Globale dei vaccini e non è un caso, quindi, che Israele sia all’avanguardia su tale fronte strategico. I “sovranisti” occidentali, che contrastavano la politica del lockdown e delle zone rosse come conseguenza di una presunta vittoria del “totalitarismo socialista cinese”, non comprendevano cosa bolliva in pentola.

Al tempo stesso, direttamente dal Cremlino arriva la stoccata che avverte che CIA e MI6 sono pronte a lanciare una grande campagna di disinformazione contro il farmaco russo, il più diffuso al mondo, presente ormai in più di 50 Nazioni, unico vaccino a aver superato tutti i test. Varie nazioni dell’UE, guidate dall’Austria, attaccano direttamente Bruxelles per la sua politica suicida nella lotta al Covid, chiedendo una nuova linea strategica [2]. In realtà da ciò si deduce che il futuro sarà all’insegna di un vero e proprio militarismo tecnologico e non di una vaga e utopistica tecnocrazia globalista; agenzie militari di intelligence avranno un peso strategico nelle decisioni politiche e economiche di ultima istanza. Le società occidentali inoltre, sul modello israeliano, sono diventate assai più chiuse e sovraniste delle stesse Cina, Russia, Turchia, Egitto, che vengono contrabbandate come “illiberali”. L’essenza di una prassi sociale e politica si vede nel momento decisivo e questo smaschera decenni di propaganda pseudoprogressista e pseudoumanitaristica da “società aperta”. Sicurezza nazionale, interesse nazionale, salvaguardia della salute nazionale vengono attualmente, in un momento storico decisivo, dopo decenni di inessenziale sbornia progressista e internazionalistica, prima di ogni altro elemento.

Anche gli eventuali difetti sperimentali del vaccino, derubricati velocemente a necessari danni collaterali anche qualora comportassero tragici rischi per la salute individuale, passano in secondo piano rispetto alla logica della sicurezza nazionale interna. Gli stessi leader della Sinistra globalista, da Draghi a Macron, da Biden a Sanchez, hanno dato in questi frangenti una severa prova di “chiusura nazionalistica”, che non potrà essere dimenticata. E sicuramente non sarà in futuro dimenticata. Il Salvini di due anni fa, del “Prima gli italiani”, in cosa differisce concretamente dal Draghi di oggi, che vieta l’esportazione di lotti ai Paesi africani o all’Australia, se prescindiamo dalla solita retorica dei media o dall’impostazione pseudoliberista del primo e pseudokeynesiana del secondo? Gli unici modelli di “società aperta”, paradossalmente, li abbiamo oggi in Europa con l’ungherese Orban e con il serbo Vucic che hanno assicurato ai propri cittadini l’intera gamma del mercato vaccinale, compresi il farmaco russo e quello cinese, e hanno coraggiosamente sostenuto, quando hanno potuto, gli altri popoli più poveri e più deboli.

Inoltre, il tanto sbandierato “Great Reset” si rivela anche in tal caso, nel momento tattico decisivo, una declinazione della classica guerra di civiltà.

Se è vero che nella prima fase della “rivoluzione mondiale Covid 19” avemmo un approccio simpatetico – probabilmente contro i vari Trump, Putin e Xi Jinping – tra il vecchio globalismo reazionario liberal angloamericano e clintoniano dell’MI6 e la frazione socialdemocratica globalistica di Shangai, è altrettanto vero che quel progetto si è rivelato un boomerang e un autogol per entrambe le frazioni e che se, per ipotesi, un politico o un economista della cordata socialdemocratica cinese si trovasse oggi al posto di Xi, difficilmente potrebbe essere meno essere “nazionalista han” di quanto oggi lo è, e con una notevole stoffa da statista, Xi Jinping a meno non voglia cedere sulla strategica questione di Taipei o non voglia sorvolare sul “secolo dell’umiliazione”. Ma ciò, evidentemente, significherebbe rischiare un immediato crollo della Grande Cina han e una spaccatura su linee etniche interne. Lo stesso vale, in definitiva, per le altre grandi potenze come Russia e Usa e per le medie potenze che arrivano subito dietro, come Israele, Turchia e India.

NOTE




QUALE EUROPA DOPO L’UNIONE EUROPEA – seminario di approfondimento

Sabato prossimo, 13 marzo, con inizio alle ore 15:00, si svolgerà il secondo seminario teorico-politico, organizzato da Liberiamo l’Italia. Ricordiamo ai lettori che il primo seminario — Come uscire dall’Unione europea e dall’euro — si svolse il 13 febbraio scorso.

Questa volta ci occuperemo di geopolitica. QUALE EUROPA DOPO L’UNIONE EUROPEA. PER UN’ITALIA SOVRANA IN UN MONDO MULTIPOLARE.

Interverranno analisti e storici che negli anni, con libri, saggi e articoli, hanno osservato i grandi mutamenti avvenuti nel mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il fallimento del tentativo degli Stati Uniti di stabilire un “nuovo ordine mondiale” basato sul predominio planetario americano, quindi l’avvento della Cina come grande potenza mondiale.

In molti concordano che si sta andando verso un ordine multipolare o policentrico. Ma che tipo di multipolarismo avremo? E questa transizione sarà pacifica o, al contrario, sarà segnata da nuovi e più aspri conflitti?

In questo contesto, quale sarà il destino dell’Unione europea? Riusciranno le élite eurocratiche a consolidare la Ue come grande polo imperialistico mondiale? Oppure prevarrà la tendenza alla disgregazione? E l’Italia che ruolo geopolitico potrà giocare in questa grande transizione?

Ne parleremo con Paolo Borgognone, Carlo Formenti, Alessandro Leoni, Diego Fusaro e Moreno Pasquinelli.

Il Seminario verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina facebook di Liberiamo l’Italia.

Fonte: Liberiamo l’Italia