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COVID: QUESTA E’ LA VERITA’ di Kit Knightly

COVID – I 30 aspetti assolutamente da conoscere – Come Don Chisciotte

Ecco i fatti chiave e le fonti sulla presunta “pandemia,” che vi aiuteranno a capire cosa è successo nel mondo dal gennaio 2020, e vi potranno dare una mano ad “illuminare” i vostri amici ancora intrappolati nelle nebbie della Nuova Normalità

Parte I: “Decessi da Covid” & mortalità

1.Il tasso di sopravvivenza da “Covid” è superiore al 99%. I consulenti medici del governo avevano sottolineato, fin dall’inizio della pandemia, che la stragrande maggioranza della popolazione non è in pericolo di vita per Covid. Quasi tutti gli studi sul rapporto infezione-fatalità (IFR) della Covid hanno dato risultati tra lo 0,04% e lo 0,5%. Ciò significa che il tasso di sopravvivenza Covid è almeno del 99,5%.

  1. Non c’è stato alcun eccesso di mortalità fuori dalla norma. La stampa ha chiamato il 2020 “l’anno più mortale per il Regno Unito dalla Seconda Guerra Mondiale,” ma questa definizione è fuorviante perché ignora il massiccio aumento della popolazione avvenuto nel frattempo. Una misura statistica più significativa della mortalità è il tasso di mortalità standardizzato per età (ASMR): in base a questi dati, il 2020 non è stato assolutamente l’anno con la peggiore mortalità, infatti dal 1943 solo 9 anni sono stati migliori del 2020. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, l’ASMR per il 2020 è ai livelli del 2004. Per una ripartizione dettagliata di come la Covid ha influenzato la mortalità in Europa Occidentale e negli Stati Uniti, cliccate qui. Gli aumenti di mortalità che abbiamo visto potrebbero essere attribuibili a cause diverse dalla Covid [punti 7, 9 e 19].
  1. I conteggi delle “morti da Covid” vengono gonfiati artificialmente. I Paesi di tutto il mondo hanno definito una “morte da Covid” come una “morte per qualsiasi causa entro 28/30/60 giorni da un test PCR positivo.” I funzionari sanitari di Italia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Irlanda del Nord e di altri Paesi hanno tutti ammesso questa pratica: rimuovere ogni distinzione tra morire di Covid e morire di qualcos’altro dopo essere risultati positivi a Covid ha portato, naturalmente, ad un numero eccessivo delle “morti da Covid.” Il patologo britannico John Lee, già la scorsa primavera, metteva in guardia su questa “sostanziale sovrastima.” Anche altre fonti mainstreamlo avevano riferito. Considerando l’enorme percentuale di infezioni “asintomatiche” da Covid [punto 14], la ben nota prevalenza di gravi comorbidità [punto 4] e la possibilità di test falsi positivi [punto 18], questo rende i dati delle morti da Covid una statistica estremamente inaffidabile.
  1. La stragrande maggioranza dei morti di covid ha gravi comorbidità.Nel marzo 2020, il governo italiano aveva pubblicato statistiche che mostravano come il 99,2% dei loro “morti di Covid” avesse almeno una grave comorbidità. Queste includevano cancro, malattie cardiache, demenza, Alzheimer, insufficienza renale e diabete (tra le altre cose). Oltre il 50% di questi pazienti aveva tre o più gravi condizioni preesistenti. Questo modello si è mantenuto in tutti gli altri Paesi nel corso della “pandemia.” Una richiesta FOIA dell’ottobre 2020 all’ONS del Regno Unito ha rivelato che, in quel momento, meno del 10% delle morti ufficiali“per Covid” aveva Covid come unica causa di morte.
  2. L’età media delle “morti per Covid” è superiore all’aspettativa di vita media. L’età media di una “morte per Covid” nel Regno Unito è di 82,5 anni. In Italia è di 86. In Germania, 83. In Svizzera, 86. In Canada, 86. Negli Stati Uniti, 78. In Australia, 82. In quasi tutti i casi, l’età media di una “morte da Covid”è superiore all’aspettativa di vita per quella nazione. Come tale, nella maggior parte del mondo, la “pandemia” ha avuto poco o nessun impatto sull’aspettativa di vita. All’opposto dell’influenza spagnola, che, negli Stati Uniti, aveva causato un calo del 28% dell’aspettativa di vita in poco più di un anno [fonte].
  1. La mortalità da Covid segue passo passo la curva della mortalità naturale. Studi statistici del Regno Unito e dell’India hanno dimostrato che la curva dei “decessi da Covid” segue quasi esattamente la curva della mortalità naturale. Il rischio di morte “da Covid” segue, quasi esattamente, il rischio di fondodi morte in generale. Il piccolo aumento per alcuni dei gruppi di età più avanzata può essere spiegato da altri fattori [punti 7, 9 & 19].
  2. 7.C’è stato un massiccio aumento nell’uso di DNR “illegali”. Commissioni di vigilanza e agenzie governative negli ultimi venti mesi hanno riportato un enorme aumento delle direttive di non rianimazione (DNR). Negli Stati Uniti, gli ospedali hanno preso in considerazione “DNR universali” per ogni paziente positivo a Covid, e molti infermieri hanno denunciatoa New York l’abuso del sistema DNR. Nel Regno Unito c’è stato un aumento “senza precedenti” dei DNR “illegali” per i disabili; gli studi medici hanno inviato lettere a pazienti non terminali, raccomandando loro di prefirmare ordini DNR, mentre altri medici hanno firmato “DNR a tappeto” per intere case di riposo. Uno studio dell’Università di Sheffield ha scoperto che oltre un terzo di tutti i “sospetti” pazienti Covid avevano un DNR allegato alla loro cartella clinica entro 24 ore dal ricovero ospedaliero. L’uso generalizzato di ordini DNR forzati o illegali basterebbe, da solo, a spiegare gli aumenti di mortalità nel 2020/21. [Fatti 2 & 6].

Parte II: Lockdown

  1. I lockdown non impediscono la diffusione della malattia. Ci sono poche prove (o nessuna) che i lockdown abbiano un qualche effetto nel limitare le “morti di Covid.” Se si confrontano le regioni che hanno imposto i lockdown con quelle chenon l’hanno fatto, non si vede alcuna differenza.
  1. I lockdown uccidono. Ci sono evidenti prove che i lockdown – producendo danni sociali, economici e di salute pubblica – sono più letali del “virus.”Il dottor David Nabarro, inviato speciale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Covid-19, nell’ottobre 2020 aveva descritto i lockdown come una “catastrofe globale”:“Noi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non sosteniamo i lockdown come mezzo primario di controllo del virus[…] sembra che potremmo avere un raddoppio della povertà mondiale entro il prossimo anno. Ci potrebbe anche essere un raddoppio della malnutrizione infantile […] Questa è una terribile, spettrale catastrofe globale.” Un rapporto dell’ONU dell’aprile 2020 avvertiva che 100.000 bambiniavrebbero potuto morire per le conseguenze economiche dei lockdown, mentre altre decine di milioni avrebbero probabilmente dovuto affrontare povertà e carestia. Disoccupazione, povertà, suicidi, alcolismo, uso di droghe e altre crisi sanitarie sociali/mentali stanno aumentando in tutto il mondo. Mentre gli interventi chirurgici e gli screening mancati e ritardati causeranno nel prossimo futuro un aumento della mortalità per malattie cardiache, cancro ecc. L’effetto dell’isolamento spiegherebbe i piccoli aumenti della mortalità in eccesso [Punti 2 e 6].
  1. Gli ospedali non sono mai stati più affollati del solito.

L’argomentazione principale a difesa dei lockdown è che “appiattire la curva” impedirebbe un rapido afflusso di casi e proteggerebbe i sistemi sanitari dal collasso. Ma la maggior parte dei sistemi sanitari non è mai stata vicina al collasso. Nel marzo 2020 era stato riferito che gli ospedali in Spagna e in Italia erano strapieni di pazienti, ma questo accade in ogni stagione influenzale. Nel 2017, gli ospedali spagnoli erano al 200% della capacità, e, nel 2015, i pazienti erano arrivati a dormire nei corridoi. Un articolo di JAMA del marzo 2020 faceva notare che gli ospedali italiani “nei mesi invernali tipicamente funzionano all’85-90% della capacità.” Nel Regno Unito, il NHS, durante l’inverno, è regolarmente vicino al punto di rottura. Come parte della sua politica Covid, il NHS, nella primavera del 2020, aveva annunciato che avrebbe “riorganizzato la capacità ospedaliera secondo nuove modalità per trattare separatamente i pazienti Covid e non-Covid” e che “come risultato gli ospedali avrebbero avuto tassi di occupazione globali inferiori a quelli registrati in precedenza.” In questo modo avevano rimosso migliaia di letti. Durante una presunta pandemia mortale, avevano ridotto la disponibilità dei letti di degenza. Nonostante questo, la pressione a cui era stato sottoposto l’NHS non aveva mai superato quella di una tipica stagione influenzale, con, a volte, il quadruplo di letti liberi rispetto al normale. Sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti sono stati spesi milioni in ospedali di emergenza temporanei che non sono mai stati utilizzati.

Parte III: Test PCR

  1. I test PCR non sono stati progettati per diagnosticare la malattia. Il test di reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa (RT-PCR) è descritto dai media come il “gold standard” per la diagnosi della Covid. Ma l’inventore del processo, vincitore del premio Nobel, non aveva mai inteso usarlo come strumento diagnostico, e lo aveva detto pubblicamente“La PCR è solo un processo che ti permette di ottenere un sacco di cose da qualcosa. Non ti dice se sei malato o se quello che hai ti danneggerà o cose del genere.”
  1. I test PCR hanno fama di essere imprecisi e inaffidabili.I test PCR “gold standard” per la Covid sono noti per produrre molti risultati falsi positivi, reagendo con materiale genetico (DNA) non specifico del Sars-Cov-2. Uno studio cinese aveva scoperto che lo stesso paziente poteva ottenere due risultati diversi dallo stesso test nello stesso giorno. In Germania, i test sono noti per aver reagito ai comuni virus del raffreddore. Uno studio del 2006 aveva scoperto che i test PCR per un virus rispondevano anche ad altri virus. Nel 2007, l’essersi affidati al test PCR aveva portato ad un “focolaio” di pertosse che, in realtà,non era mai esistito. Negli Stati Uniti, alcuni test avevano persino reagito ai campioni di controllo negativi. Il defunto presidente della Tanzania, John Magufuli, aveva fatto sottoporre a test PCR campioni prelevati da capre, pawpaw e olio per motori, tutti erano risultati positivi al virus. Già nel febbraio del 2020, gli esperti avevano ammesso che il test era inaffidabile. Il dottor Wang Cheng, presidente dell’Accademia cinese delle scienze mediche aveva detto alla televisione di stato cinese: “La precisione dei test è solo del 30-50%.” Il sito web del governo australiano aveva dichiarato: “Esistono scarse prove per valutare la precisione e l’utilità clinica dei test COVID-19 disponibili.” E un tribunale portoghese aveva stabilito che i test PCR erano “inaffidabili” e non avrebbero dovuto essere usati per la diagnosi. Potete leggere le analisi dettagliate dei fallimenti dei test PCR quiqui e qui.
  2. I valori CT dei test PCR sono troppo alti. I test PCR sono eseguiti in cicli [raddoppi successivi], il numero di cicli usati per ottenere il risultato è noto come “soglia di ciclo” o valore CT. Kary Mullis aveva detto: “Se dovete fare più di 40 cicli […] c’è qualcosa di seriamente sbagliato nella vostra PCR.” Le linee guida MIQE PCR sono d’accordo, affermando che: “valori [CT] superiori a 40 sono sospetti a causa della bassa efficienza implicita e, generalmente, non dovrebbero essere riportati,” lo stesso dottor Fauci aveva ammesso che qualsiasi cosa rilevata oltre i 35 cicli non era quasi mai riproducibile in colture di laboratorio. La dottoressa Juliet Morrison, una virologa dell’Università della California, Riverside, aveva detto al New York Times“Qualsiasi test con una soglia di ciclo superiore a 35 è troppo sensibile… Sono scioccata dal fatto che la gente pensi che 40 [cicli] possano rappresentare una positività… Una soglia più ragionevole sarebbe da 30 a 35.″ Nello stesso articolo, il dottor Michael Mina, della Harvard School of Public Health, aveva affernato che il limite dovrebbe essere 30, e l’autore continua a sottolineare che la riduzione del CT da 40 a 30 in alcuni stati avrebbe diminuito i “casi di Covid” almeno del 90%. Gli stessi dati del CDC suggeriscono che nessun campione oltre i 33 cicli potrebbe essere riprodotto tramite coltura, e l’Istituto Robert Koch tedesco sostiene che tutto quello che viene rilevato oltre i 30 cicli è improbabile che sia infettivo. Nonostante questo, è noto che quasi tutti i laboratori negli Stati Uniti eseguono i loro test ad almeno 37 cicli e a volte fino a 45. La “procedura operativa standard” del NHS per i test PCR fissa il limite a 40 cicli. Sulla base di quello che sappiamo sui valori di CT, la maggior parte dei risultati dei test PCR sono, nel migliore dei casi, discutibili.
  1. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (per due volte) ha ammesso che i test PCR producono falsi positivi. Nel dicembre 2020 l’OMS aveva pubblicatouna nota informativasulle modalità di esecuzione della PCR, che istruiva i laboratori a diffidare di alti valori di Ct, proprio perchè causano risultati falsi positivi: “Quando i campioni restituiscono un alto valore Ct, significa che sono stati necessari molti cicli per rilevare il virus. In alcune circostanze, la distinzione tra il rumore di fondo e la presenza effettiva del virus target è difficile da accertare.” Poi, nel gennaio 2021, l’OMS aveva pubblicato un altro promemoria, questa volta avvertendo che i test PCR positivi “asintomatici” dovrebbero essere ritestati perché potrebbero essere falsi positivi: “Quando i risultati del test non corrispondono al quadro clinico, dovrebbe essere prelevato un nuovo campione, che andrebbe ritestato usando la stessa o una diversa tecnologia NAT [nucleic acid test ].”
  1. La base scientifica del test PCR per Covid è discutibile. Il genoma del virus Sars-Cov-2 sarebbe stato sequenziato da scienziati cinesi nel dicembre 2019 e la sequenza pubblicata il 10 gennaio 2020. Meno di due settimane dopo, alcuni virologi tedeschi (Christian Drosten et al.) avevano presumibilmente utilizzato questo genoma per creare i primer per il test PCR. Avevano redatto un documento, Detection of 2019 novel coronavirus (2019-nCoV) by real-time RT-PCR, che era stato presentato per la pubblicazione il 21 gennaio 2020 e poi accettato il 22 gennaio. Questo significa che il documento sarebbe stato sottoposto a revisione paritaria in meno di 24 ore. Un processo che, in genere, richiede settimane. Successivamente, un consorzio di oltre quaranta tra biologi e scienziati aveva presentato una petizione per il ritiro dell’articolo, scrivendo un lungo rapporto che illustrava in dettaglio 10 gravi errorinella metodologia dell’articolo. Avevano anche richiesto la divulgazione del rapporto di peer-review della rivista, come dimostrazione che l’articolo era veramente stato sottoposto a revisione paritaria. La rivista deve ancora rispondere. Il protocollo Corman-Drosten è la base di tutti i test PCR Covid nel mondo. Se il documento è discutibile, anche i test PCR sono discutibili.

Parte IV: “L’infezione asintomatica”

  1. La maggior parte delle infezioni Covid è “asintomatica.”Già nel marzo 2020, studi fatti in Italia mostravano che il 50-75% dei pazienticon test Covid positivo non presentava sintomi. Un altro studio britannico dell’agosto 2020 aveva rilevato che l’86% dei “pazienti Covid” non aveva alcun sintomo [di infezione] virale. È letteralmente impossibile stabilire la differenza tra un “caso asintomatico” e un risultato falso-positivo del test PCR.
  1. Ci sono pochissime prove a sostegno del presunto pericolo rappresentato dalla “trasmissione asintomatica.”Nel giugno 2020, la dottoressa Maria Van Kerkhove, capo dell’unità malattie emergenti e zoonosi dell’OMS, aveva detto“Dai dati in nostro possesso, sembra assai improbabile che una persona asintomatica possa effettivamente trasmettere [il virus] ad un’altra persona.” Una meta-analisi di studi Covid, pubblicata dal Journal of the American Medical Association(JAMA) nel dicembre 2020, aveva trovato che i portatori asintomatici hanno una probabilità inferiore all’1% di infettare le persone all’interno della loro famiglia. Nel 2009, un altro studio sulla comune influenza  aveva trovato“…prove limitate a sostegno dell’importanza della trasmissione [asintomatica]. Il ruolo di individui asintomatici o presintomatici infettati dall’influenza nella trasmissione della malattia può essere stato sovrastimato…” Dati i noti difetti del test PCR, molti “casi asintomatici” potrebbero essere falsi positivi [punto 14].

Parte V: Ventilatori polmonari

  1. La ventilazione NON è un trattamento per i virus respiratori. La ventilazione meccanica non è, e non è mai stata, un trattamento raccomandato per le infezioni respiratorie di qualsiasi tipo. Nei primi giorni della pandemia, molti medici avevano messo in dubbio l’uso dei ventilatori per trattare la “Covid.” Scrivendo suThe Spectator, il dottor Matt Strauss aveva dichiarato: “I ventilatori non curano nessuna malattia. Possono riempire i polmoni d’aria quando non si è in grado di farlo da soli. Nell’immaginario collettivo vengono associati alle malattie polmonari, ma questa, in realtà, non è la loro applicazione più comune o più appropriata.” Un pneumologo tedesco, il Dr Thomas Voshaar, presidente dell’Associazione delle Cliniche Pneumatologiche aveva detto“Quando abbiamo letto i primi studi e i primi rapporti dalla Cina e dall’Italia, ci siamo subito chiesti perché in quei Paesi la pratica dell’intubazione fosse così comune. Questo contraddiceva la nostra esperienza clinica con la polmonite virale.” Nonostante questo, l’OMS, ilCDC, l’ECDC e l‘NHS hanno tutti “raccomandato” di ventilare i pazienti Covid invece di usare metodi non invasivi. Questa non era una prassi medica studiata per curare al meglio i pazienti, ma, piuttosto, per ridurre l’ipotetica diffusione della Covid, impedendo ai pazienti di esalare goccioline di aerosol.
  1. I ventilatori uccidono la gente. Attaccare ad un ventilatore qualcuno che soffre di influenza, di polmonite, di una malattia polmonare ostruttiva cronica o di qualsiasi altra condizione che limita la respirazione o colpisce i polmoni, non allevierà nessuno di quei sintomi. Infatti, quasi certamente peggiorerà la situazione e ucciderà molti di loro. Le cannule per intubazione sono una fonte di possibile infezione, conosciuta come “polmonite associata al ventilatore,” che, secondo alcuni studi, colpiscefino al 28%di tutti i pazienti sotto ventilazione forzata e uccide il 20-55% di quelli infettati. La ventilazione meccanica è anche dannosa per la struttura fisica dei polmoni, con conseguenti “lesioni polmonari da ventilatore,” che possono avere effetti drammatici sulla qualità della vita, a volte anche mortali. Gli esperti stimano che muoia il 40-50% dei pazienti ventilati, indipendentemente dalla malattia. In tutto il mondo, sono deceduti tra il 66 e l’86% di tutti i “pazienti Covid” ventilati. Secondo questa “infermiera sotto copertura,” a New York i ventilatori venivano usati in modo talmente improprio da distruggere i polmoni dei pazienti. Questa politica era, nel migliore dei casi, negligenza e, nel peggiore, forse anche omicidio volontario. Questo uso improprio dei ventilatori potrebbe spiegare l’aumento della mortalità nel 2020/21 [fatti 2 e 6].

Part VI: Mascherine

  1. Le mascherine non funzionano. Almeno una decina di studi scientifici hanno dimostrato che le mascherine non fanno nulla per arrestare la diffusione dei virus respiratori. Una meta-analisipubblicata dal CDC nel maggio 2020 aveva trovato “nessuna riduzione significativa della trasmissione dell’influenza con l’uso di mascherine per il viso.” Un altro studiosu oltre 8000 soggetti aveva rilevato che le mascherine “non sembrano essere efficaci contro le infezioni respiratorie virali confermate in laboratorio, né contro le infezioni respiratorie cliniche.”

Ce ne sono letteralmente troppi per citarli tutti, ma potete leggerli qui: [1][2][3][4][5][6][7][8][9][10]. O consultare un riassunto su SPR qui.

Sono stati fatti alcuni studi che sosterrebbero l’utilità della mascherina per la Covid, ma sono tutti seriamente difettosi. Uno, per i dati si era basato su sondaggi auto-riferiti. Un altro era così mal progettato che un gruppo di esperti ne aveva chiesto il ritiro. Un terzo era stato depubblicato dopo che le sue previsioni si erano rivelate completamente errate. L’OMS aveva pubblicato una propria meta-analisi su Lancet, ma quello studio si riferiva solo alle mascherine N95 ed esclusivamente in ambito ospedaliero. [Per un resoconto completo sui pessimi dati di questo studio cliccate qui]. A parte le prove scientifiche, c’è l’evidenza del mondo reale a sostegno del fatto che le mascherine non fanno nulla per fermare la diffusione delle malattie. Per esempio, il Nord Dakota e il Sud Dakota hanno avuto un numero di casi quasi identico, nonostante uno avesse imposto l’obbligo della mascherina e l’altro no. In Kansas, le contee senza obbligo di mascherina hanno avuto, in realtà, meno “casi” di Covid rispetto a quelle con in vigore il mandato. E, nonostante le mascherine siano molto comuni in Giappone, nel 2019 il Paese aveva conosciuto la peggiore epidemia di influenza degli ultimi decenni.

  1. Le mascherine fanno male alla salute. Indossare una mascherina per lunghi periodi, indossare la stessa mascherina più di una volta (come altri aspetti delle mascherine in tessuto) può fare male alla salute. Uno studio a lungo termine sugli effetti dannosi derivanti dall’uso delle mascherine è stato recentemente pubblicato dall‘International Journal of Environmental Research and Public Health. Nell’agosto 2020, il dottor James Meehan aveva riferito un aumento di polmoniti batteriche, infezioni fungine, eruzioni cutanee al viso. Le mascherine sono anche note per contenere microfibre di plastica, che danneggiano i polmoni quando vengono inalate e possono essere potenzialmente cancerogene. Nei bambini le mascherine incoraggiano la respirazione con la bocca, che provoca deformazioni facciali. In tutto il mondo, si sono verificati casi di perdita di coscienzain persone che indossavano la mascherina a causa dell’avvelenamento da CO2 e alcuni bambini in Cina hanno persino subito un arresto cardiaco improvviso.
  1. Le mascherine fanno male al pianeta. Da più di un anno, si utilizzano, ogni mese, milioni e milioni di mascherineusa e getta. Un rapporto dell’ONU ha scoperto che, probabilmente, la pandemia di Covid-19 provocherà nei prossimi anniil raddoppio dei rifiuti di materiale plastico, e la maggior parte di questi sono mascherine. Il rapporto continua avvertendo che queste mascherine (e gli altri rifiuti medici) intaseranno le fognature e i sistemi d’irrigazione, e la cosa avrà effetti a catena sulla salute pubblica, l’irrigazione e l’agricoltura. Uno studio dell’Università di Swansea ha scoperto che “quando le mascherine usa e getta vengono immerse nell’acqua rilasciano metalli pesanti e fibre di plastica.” Questi materiali sono tossici sia per le persone che per la fauna selvatica.

Parte VII: Vaccini

  1. I “vaccini” Covid sono assolutamente senza precedenti. Prima del 2020 non era  stato sviluppatocon successo nemmeno un singolo vaccino contro un coronavirus umano. Ora ne avremmo realizzati circa 20 in 18 mesi. Gli scienziati avevano cercato, per anni e con poco successo, di sviluppare un vaccino contro la SARS e la MERS. Alcuni dei vaccini falliti contro la SARS avevano effettivamente causato ipersensibilità al virus della SARS[negli animali da esperimento]. Infatti, i topi vaccinati potevano contrarre la malattia più gravemente di quelli non vaccinati. Un altro tentativo aveva causato danni epatici nei furetti. Mentre i vaccini tradizionali funzionano esponendo l’organismo ad un ceppo indebolito del microrganismo responsabile della malattia, questi nuovi vaccini Covid sono vaccini a mRNA. I vaccini a mRNA (acido ribonucleico messaggero) teoricamente funzionano iniettando nell’organismo mRNA virale, che si replica all’interno delle cellule e induce il sistema immunitario a riconoscere e produrre antigeni per le “proteine spike” virali. Erano stati oggetto di ricerca dagli anni ’90, ma, prima del 2020, nessun vaccino mRNA era mai stato approvato per l’uso.
  1. I vaccini non conferiscono immunità né prevengono la trasmissione. Viene riconosciuto che i “vaccini” Covid non conferiscono immunità dall’infezione e non impediscono di trasmettere la malattia ad altri. In effetti, un articolodel British Medical Journal aveva evidenziato che gli studi sui vaccini non erano stati progettati per valutare se i “vaccini” limitavano la trasmissione. Gli stessi produttori di vaccini, al momento di rilasciare le terapie geniche mRNA non testate, erano stati abbastanza chiari sul fatto che l’”efficacia” dei loro prodotti era basata sulla “riduzione della gravità dei sintomi.
  1. I vaccini sono stati affrettati e hanno effetti a lungo termine sconosciuti. Lo sviluppo dei vaccini è un processo lento e laborioso. Di solito, dallo sviluppo alla sperimentazione e infine all’approvazione per l’uso pubblico passano molti anni. I vaccini Covid sono stati tutti sviluppati e approvati in meno di un anno. Ovviamente, non ci possono essere dati di sicurezza a lungo termine su formulazioni farmaceutiche che hanno meno di un anno. Pfizer stessa lo ha ammesso nel contratto di fornitura, divenuto di dominio pubblico, tra il gigante farmaceutico e il governo dell’Albania [anche su CDC]: “Gli effetti a lungo termine e l’efficacia del vaccino non sono attualmente noti e ci possono essere effetti avversi del vaccino che non sono attualmente conosciuti.” Inoltre, nessuno dei vaccini è stato sottoposto atest adeguati. Molti di essi avevano saltato del tutto gli studi iniziali e gli studi sull’uomo di fase tre non sono stati sottoposti a peer-review, non sono stati divulgati al pubblico, non finiranno prima del 2023sono stati abbandonati dopo “gravi effetti avversi.”
  1. Ai produttori di vaccini è stata concessa l’mmunità legale in caso di lesioni. Il Public Readiness and Emergency Preparedness Act (PREP) degli USA garantisce loro l’immunità almeno fino al 2024. La legislazione dellUE sulle licenze dei prodotti ha fatto la stessa cosa, e ci sono segnalazione di clausole di responsabilità riservatenei contratti che l’UE ha firmato con i produttori di vaccini. Il Regno Unito è andato addirittura oltre, concedendo un’indennità legale permanenteal governo e ai suoi dipendenti, per qualsiasi danno procurato ai pazienti in cura per Covid-19 o “sospetta Covid-19.” Ancora una volta, il contratto albanese divenuto di domino pubblico fa capire che Pfizer aveva, come minimo, reso questa indennità una richiesta standard per le fornitura di vaccini Covid: “L’acquirente accetta di indennizzare, difendere e ritenere indenne Pfizer […] da e contro qualsiasi causa, reclamo, azione, richiesta, perdita, danno, responsabilità, accordo, sanzione, multa, costo e spesa.” 

Parte VIII: Inganno e preveggenza

  1. L’UE stava preparando i “passaporti vaccinali” almeno un ANNO prima dell’inizio della pandemia. Le proposte di contromisure COVID, presentate al pubblico come misure di emergenza improvvisate,esistevano già da prima della comparsa della malattia. Due documenti dell’UE, pubblicati nel 2018, il 2018 State of Vaccine Confidencee una relazione tecnica intitolata “Designing and implementing an immunisation information system”” avevano analizzato la plausibilità, a livello di UE, di un sistema di monitoraggio delle vaccinazioni. Questi documenti erano stati unificati nella “Vaccination Roadmap” del 2019, che (tra le altre cose) aveva ribadito la necessità di uno “studio di fattibilità” sui passaporti vaccinali da iniziare nel 2019 e terminare nel 2021. Le conclusioni finali di questo rapporto erano state diffuse al pubblico nel settembre 2019, appena un mese prima di Event 201 (vedi sotto).
  1. Una simulazione aveva previsto la pandemia poche settimane prima del suo inizio. Nell’ottobre 2019, il World Economic Forum e la Johns Hopkins University avevano ospitato Event 201. Si trattava di un esercizio di simulazione imperniato su un coronavirus zoonotico che scatenava una pandemia mondiale. L’esercizio era stato sponsorizzato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates e da GAVI l’ente di cooperazione mondiale per i vaccini. Event 20, nel novembre 2019, aveva pubblicato i suoi risultati e le sue raccomandazioni come una “chiamata all’azione.” Un mese dopo, la Cina registrava il suo primo caso di “Covid.”
  1. Dall’inizio del 2020, l’influenza è “scomparsa.”Negli Stati Uniti, dal febbraio 2020, i casi di influenza sarebbero diminuiti dioltre il 98% E non solo negli Stati Uniti, a livello globale l’influenza sembrerebbe quasi completamente scomparsa. Nel frattempo, una nuova malattia chiamata “Covid,” che ha sintomi identici e un tasso di mortalità simile a quello dell’influenza, sta apparentemente colpendo tutte le persone che, di solito, si ammalano di influenza.
  1. L’élite ha guadagnato una fortuna durante la pandemia.Dall’inizio dei lockdown le persone più ricche sono diventate ancora più ricche. Forbesha riferito che, “combattendo il coronavirus, ” sono stati creati 40 nuovi miliardari e che 9 di loro sono produttori di vaccini. Business Insider ha riportato che “i miliardari hanno visto il loro patrimonio netto aumentare di mezzo trilione di dollari” dall’ottobre 2020.

Ovviamente, ora questa cifra sarà molto più alta.

Kit Knightly

Fonte: off-guardian.org

Link: https://off-guardian.org/2021/09/22/30-facts-you-need-to-know-your-covid-cribsheet/#iii

** pubblicato in Italia da comedonchisciotte.org




LA FINE DELLA CLASSE OPERAIA di Brink Lindsey*

Ci pare utile pubblicare questo studio sulla metamorfosi della classe operaia americana, ovvero la sua “definitiva” disgregazione. Chi leggerà capirà che quanto avvenuto negli USA ha solo preceduto quanto accaduto da noi. L’analisi è lucida e il giudizio sulla società post-industriale è spietato. Tuttavia secondo l’autore non c’è da preoccuparsi né da avere rimpianti. Egli anzi ritiene che “oltre questo deserto c’è una terra di latte e miele”.

Non condividiamo questo “ottimismo” ma quanto affermato sollecita una profonda riflessione: avremo ancora lotta di classe nella società iper-tecnologica? E se sì quali forme essa prenderà?

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Aumento della disparità di reddito; stagnazione salariale; cambiamento basato sulle competenze tecnologiche; rallentamento della crescita della produttività; aumento del premio salariale dei docenti; polarizzazione del mercato del lavoro; diminuzione della partecipazione alla forza lavoro della prima età; bassa mobilità relativa intergenerazionale; declino della mobilità assoluta – tutti questi sono concetti sviluppati dagli economisti per descrivere le prospettive di oscuramento dei normali lavoratori americani. Presi insieme, rafforzano l’unanimità di pensiero secondo il quale qualcosa non va nell’economia americana che non se ne andrà presto.

Ma se seguiamo gli esperti nel considerare i nostri problemi esclusivamente da una prospettiva economica, non riusciremo a comprendere la vera gravità della nostra situazione. Sì, i dati relativi ai redditi “reali” o “inflazionati” sono stati deludenti e preoccupanti per decenni. In particolare, il forte aumento della disparità di reddito, dovuto principalmente a un aumento spropositato dei redditi dell’1%  più ricco della popolazione, ha fatto sì che i redditi delle famiglie tipiche americane non rimanessero al passo con la crescita complessiva dell’economia. Tuttavia, un’analisi attenta e spassionata dei dati mostra che i redditi hanno continuato a crescere gradualmente a partire dagli anni ’70. In effetti, tra i fuoriusciti della borghesia negli ultimi 25 anni, a seconda di come la si definisce, molti sono “saliti” a fasce di reddito più alte. Sebbene la Grande Recessione abbia fatto originariamente crollare i redditi, ora questi ultimi hanno recuperato quasi tutto il terreno perduto. Quando consideriamo che i confronti tra i redditi reali non tengono mai conto del fattore accesso a quei nuovi prodotti che in precedenza non erano disponibili, la conclusione ragionevole è che gli standard di vita materiali complessivi negli Stati Uniti oggi sono ai massimi livelli di sempre. La relativa stagnazione può frustrare le nostre aspettative, ma non può essere paragonata a un collasso.

Se allarghiamo la nostra prospettiva sui redditi e sul potere d’acquisto, tuttavia, vediamo qualcosa di molto più preoccupante della stagnazione economica. Al di fuori di un élite ben istruita e agiata che comprende il 20-25% degli americani, vediamo segni inconfondibili di collasso sociale. Assistiamo, più precisamente, ad una disintegrazione sociale, al progressivo disfacimento delle connessioni umane che danno struttura e significato alla vita, al declino dell’attaccamento al lavoro; diminuzione della partecipazione alla vita comunitaria, matrimoni in calo, figli cresciuti da un solo genitore1.

Questa è una vera crisi, ma le sue radici sono da ritrovarsi in una privazione spirituale, non materiale. Tra i bianchi, la cui caduta è avvenuta da un’altezza maggiore, l’anomia dilagante si è tramutata in atti di disperazione autodistruttiva da prima pagina. In primo luogo, le celebri scoperte di Anne Case e Angus Deaton ci hanno avvisato di uno scioccante aumento della mortalità tra i bianchi di mezza età, alimentato da suicidi, abuso di sostanze – tra cui gli oppioidi fanno notizia in questi giorni ma difficilmente esauriscono l’elenco – e altre “morti da disperazione.”2 E lo scorso novembre, i bianchi negli Stati della Rust Belt (Indiana, Illinois, Michigan, Missouri, New York Upstate and western regions, Ohio, Pennsylvania, West Virginia)ndt hanno decisamente pesato sulla vittoria dell’incompetente demagogo Donald Trump alla Casa Bianca.

Quello a cui stiamo assistendo è il naufragio umano di una grande svolta storica, un profondo cambiamento nelle esigenze sociali della vita economica. Siamo giunti alla fine della classe

Usiamo ancora il termine “classe operaia” per riferirci a una grossa fetta della popolazione – in prima approssimazione, le persone senza una laurea quadriennale, dal momento che queste sono le persone che ora hanno maggiori probabilità di non avere scelta e quindi dover accettare i salari più bassi e i lavori più umili. Ma come concetto di derivazione industriale in un mondo post-industriale, il termine non è più consono. Lo storico Jefferson Cowie aveva ragione quando dava alla sua storia Stayin’ Alive il sottotitolo “Gli anni ’70 e gli ultimi giorni della classe operaia”, adducendo che l’economia post-industriale stava inaugurando una transizione verso una classe post-operaia. O, per usare la definizione del sociologo Andrew Cherlin, una “un’aspirante classe operaia – ossia quegli individui che avrebbero accettato i lavori industriali che avevamo noi”.

La classe operaia era un fenomeno storico distintivo con una reale coerenza interiore. Al suo interno era condiviso un intero insieme di istituzioni vincolanti (in particolare, i sindacati), un’etica di solidarietà e resistenza allo sfruttamento aziendale e un genuino orgoglio per il proprio posto e ruolo nella società. I suoi successori, al contrario, sono solo un’aggregazione di individui sciolti e scollegati, definibili solo dal fallimento e dall’esclusione nella vita quotidiana. Non sono riusciti ad ottenere i titoli di studio necessari per accedere alla meritocrazia, dalla quale sono quindi esclusi. Questo fallimento li ha alienati, poiché privi di un posto tutto loro che dia loro un senso di appartenenza, status e, soprattutto, dignità.

Ecco allora palesata la realtà sociale che la prospettiva strettamente economica non può comprendere. È morto un modo di vivere, e con esso una fonte vitale di identità le cui tristi conseguenze sono il disfacimento delle economie locali, delle comunità, delle famiglie, delle vite.

Questa catastrofe al rallentatore è stata innescata dal cambiamento fondamentale nel modo in cui la divisione capitalista del lavoro si è organizzata. Dai primi moti della rivoluzione industriale nel XVIII secolo fino a tempi relativamente recenti, il miracoloso progresso tecnologico e la creazione di ricchezza della moderna crescita economica sono dipesi dalla mole di lavoro non qualificato e basato sulla forza fisica che si è resa disponibile. Non è più così negli Stati Uniti o in altre economie avanzate. Tra automazione e delocalizzazione, le industrie tecnologicamente più dinamiche del nostro Paese, quelle che fanno la parte del leone in termini di innovazione e crescita della produttività, utilizzano ormai molto poco la mano d’opera americana.

Ovviamente l’economia degli Stati Uniti impiega ancora un gran numero di lavoratori meno qualificati, i cui numeri sono ancora elevati, e i mercati del lavoro statunitensi sono abbastanza funzionali da far corrispondere almeno approssimativamente tale offerta con l’effettiva domanda. Ma tutto questo sta accadendo in quelli che ora possono essere considerate le aree stagnanti della vita economica. I settori dinamici che spingono avanti l’intero sistema e su cui poggiano le speranze di un continuo miglioramento delle condizioni di vita materiali, non hanno oggi molto bisogno di mani callose e schiene forti — e ne avranno sempre meno bisogno anno dopo anno.

Gli economisti descrivono brutalmente questa situazione come “cambiamento tecnologico basato sulle competenze”, in altre parole, innovazione che aumenta la domanda di specialisti altamente qualificati rispetto ai lavoratori ordinari. Mettono in contrasto le dinamiche attuali con la transizione neutrale delle competenze da un’economia agraria a un’economia industriale. Quindi, i lavoratori impiegati nell’agricoltura ora in esubero a causa della meccanicizzazione della stessa, potrebbero trovare un’occupazione nelle fabbriche senza dover prima acquisire nuove competenze specializzate. Al contrario, gli ex lavoratori siderurgici e automobilistici della Rust Belt privi delle competenze necessarie, non hanno potuto sfruttare le nuove opportunità di lavoro create dalla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione.

Anche in questo caso, l’affidamento esclusivo agli strumenti dell’economia non riesce a trasmettere la piena misura di ciò che è accaduto. Nel periodo di massimo splendore della classe operaia americana alla fine degli anni ’40, ’50 e ’60, la posizione dei lavoratori nella società era sostenuta da qualcosa di più della semplice ed effettiva domanda per le loro capacità e sforzi. In primo luogo, avevano la legge e la politica dalla loro parte. Il Wagner Act del 1935 creò un percorso verso la sindacalizzazione di massa dei lavoratori industriali non qualificati e un regime per la contrattazione collettiva sui salari e sulle condizioni di lavoro. E durante la seconda guerra mondiale, il governo federale promosse attivamente la sindacalizzazione negli impianti di produzione bellica. Di conseguenza, circa tre quarti degli operai, che rappresentano oltre un terzo della forza lavoro totale americana, erano iscritti al sindacato all’inizio degli anni ’50. La struttura legale del Wagner Act ha permesso ai lavoratori di accumulare potere contrattuale e dirigerlo all’unisono contro la direzione, sopprimendo la concorrenza salariale tra i lavoratori di interi settori. I lavoratori sindacalizzati furono autorizzati a negoziare salari di circa il 10-15 per cento al di sopra dei tassi di mercato, oltre a tutta una serie di importanti tutele sul posto di lavoro.

È importante notare come i vantaggi strettamente legali di cui gode la forza lavoro al culmine dei suoi poteri sono diminuiti molto poco da allora. C’è stato solo un significativo ridimensionamento dei poteri sindacali dal Wagner Act, e questo si è verificato con il passaggio (oltre il veto del presidente Truman) del Taft-Hartley Act nel 1947, pochi anni prima che il lavoro organizzato raggiungesse il suo picco massimo. Ciò che ha davvero trasformato il diritto del lavoro dalle parole ai fatti concreti è stato il secondo grande sostegno della posizione della classe operaia nella società: l’azione collettiva. Non fu il Congresso a sindacalizzare l’industria statunitense ma piuttosto l’azione di massa, come si sperimentò in modo molto drammatico col grande sciopero della General Motors del 1936-37, che portò alla sindacalizzazione dell’industria automobilistica statunitense. E una volta costituiti i sindacati, la forza negoziale del lavoro dipese molto dalla credibilità della minaccia degli scioperi. Uscendo dalla seconda guerra mondiale, quando gli scioperi erano stati fortemente scoraggiati, i lavoratori americani contrastarono duramente la gravità di quella minaccia con un’ondata di azioni sindacali, poiché più di cinque milioni di lavoratori scioperarono durante l’anno successivo al VJ Day, l’anno più “scioperante” nella storia americana.

Questa militanza e coesione di gruppo aprirono la strada al “Trattato di Detroit” del 1950, tra la General Motors di Charlie Wilson e la United Automobile Workers (UAW) di Walter Reuther. L’accordo fornì il modello di base per l’ascesa del lavoro del dopoguerra che garantì ai lavoratori adeguamenti automatici del costo della vita e aumenti salariali basati sulla produttività mentre i programmi di produzione, i prezzi, gli investimenti e il cambiamento tecnologico furono concessi per rientrare nella “prerogativa manageriale”. “GM potrebbe aver pagato un miliardo per la pace”, scrisse Daniel Bell, allora giovane giornalista di Fortune, ma “fu un affare”.

Il declino delle “fortune” del lavoro organizzato sono un risultato diretto dell’indebolimento della capacità di azione collettiva dei lavoratori. Dopo la grande ondata di sindacalizzazione iniziata negli anni ’30, i tassi di organizzazione raggiunsero il picco all’inizio degli anni ’50 e poi andarono sempre più scemando. Quando l’occupazione nell’industria metallurgica iniziò a diminuire negli anni ’70, il numero dei lavoratori di nuova organizzazione rimase molto indietro e da allora la forza complessiva dei sindacati è progressivamente diminuita.

Questo debole impegno alla solidarietà sindacale non può essere spiegato in modo soddisfacente senza fare riferimento alla natura mutevole del posto di lavoro. Le condizioni tipiche e straordinariamente terribili del lavoro in fabbrica fu l’ingrediente essenziale che contribuì a creare, in primo luogo, una classe operaia consapevole. Il lavoro sporco e pericoloso, combinato con l’irreggimentazione e la dura disciplina dell’officina, portò i lavoratori a considerarsi impegnati in qualcosa pari a una guerra che vedeva il loro datore di lavoro come il nemico. La lotta di classe, dunque, non era una mera metafora o una possibilità astratta: era una realtà quotidiana, vissuta.

“È un insulto alla nostra civiltà”, ammise il presidente Benjamin Harrison nel 1889, “che qualsiasi classe di operai americani nel perseguimento di una vocazione necessaria e utile sia soggetta a un pericolo di vita e di arti tanto grande quanto quello di un soldato in tempo di guerra». A quel tempo, il conteggio dei morti e degli infortuni sul lavoro si aggirava intorno al milione all’anno. Tali condizioni generarono sforzi per organizzarsi e contrattaccare, spesso letteralmente. L’episodio “Molly Maguires” nei campi di carbone della Pennsylvania, il Great Railroad Strike del 1877 che causò più di cento vittime, Haymarket, Homestead, Cripple Creek, il massacro di Ludlow: questi sono solo alcuni degli episodi più memorabili tra gli innumerevoli scontri violenti atti causati dagli sforzi degli industriali che dovevano tenere a freno la pressione dei lavoratori di fronte alle innumerevoli richieste del Capitale.

La parte migliore della vita operaia, la solidarietà, era così indissolubilmente legata a tutte le parti peggiori della sua condizione. Man mano che il lavoro si ammorbidiva, uscendo da fabbriche calde e rumorose e entrando in uffici con aria condizionata, il sentimento di amicizia nato dal dolore e dalla lotta condivisi inevitabilmente si dissolveva.

Ma all’apice delle fortune della classe operaia, la combinazione tra legge e azione collettiva aveva conferito ai leader sindacali poteri che si estendevano ben oltre la fabbrica per questioni di importanza macroeconomica e geopolitica. Questa capacità di influenzare la politica interna e le relazioni internazionali rafforzò ulteriormente la posizione e l’influenza della classe operaia. Quando i lavoratori dell’acciaio o dell’auto scioperavano, le interruzioni risultanti si estendevano ben oltre le aziende specifiche a cui si rivolgevano i sindacati. I disordini sindacali nelle industrie critiche influirono sulla salute dell’intera economia statunitense e qualsiasi minaccia alla stabilità della potenza industriale americana era anche una minaccia sia alla sicurezza nazionale, sia all’ordine internazionale. Consideriamo, per esempio, la decisione di Harry Truman nell’aprile del 1952, durante la Guerra di Corea, di nazionalizzare l’industria siderurgica statunitense poche ore prima che i lavoratori progettassero di uscire dallo sciopero. Generalmente ricordiamo l’incidente come un estremo sviamento del potere del ramo esecutivo poi schiaffeggiato dalla Corte Suprema, ma il punto qui è quello di illustrare l’immenso potere esercitato dai sindacati e l’alta posta in gioco di eventuali interruzioni nelle relazioni industriali.

L’ascesa della classe operaia nel dopoguerra era quindi dovuta a un complesso di fattori intrecciati e che si rafforzavano a vicenda. Non si trattava esclusivamente di leggi favorevoli sul posto di lavoro, o di azioni collettive ispirate, ma la sinergia delle due in combinazione con la forte dipendenza dal lavoro manuale da parte di industrie tecnologicamente avanzate e di importanza fondamentale per il benessere nazionale e globale: tutti questi elementi, lavorando di concerto, hanno ottenuto per i lavoratori ordinari rapidi guadagni economici e grande stima sociale tanto che ora ci fanno guardare indietro a questo periodo con tanta nostalgia. E l’elemento veramente essenziale era la dipendenza dell’industria dal lavoro manuale. Perché è stata quella dipendenza, e i conflitti tra aziende e lavoratori che ha prodotto, a far si che il movimento operaio si rese responsabile sia dell’approvazione della legge Wagner sia della solidarietà che ha tradotto la legge in sindacalizzazione di massa.

Non appena questo trionfo della classe operaia fu raggiunto, cominciò a disfarsi. Il continuo progresso dello sviluppo economico, stimolato dai continui progressi nell’automazione, dalla globalizzazione e dallo spostamento della produzione e dell’occupazione dalla produzione ai servizi, ha indebolito inesorabilmente sia la dipendenza dell’industria pesante dal lavoro manuale, sia l’importanza relativa dell’industria pesante all’interno del complessivo rendimento economico nazionale.

Questi processi iniziarono seriamente molto prima di quanto tanti osservatori oggi ricordino. Le multinazionali statunitensi quadruplicarono in modo costante i loro investimenti all’estero tra il 1957 e il 1973, da $25 miliardi a $104 miliardi in dollari. E nel 1964, il “Comitato ad hoc sulla triplice rivoluzione” fece notizia con un memorandum al Presidente Johnson sulla minaccia della disoccupazione tecnologica di massa a causa dell’automazione. Ma questo era solo l’inizio. Poiché la tecnologia dell’informazione, all’avanguardia del progresso tecnologico, soppiantò l’industria siderurgica, e poiché la domanda di lavoro si spostò generalmente a favore di lavoratori più altamente qualificati, la classe operaia non iniziò semplicemente il suo declino ma alla fine si disintegrò.

C’è molta nostalgia in questi giorni per i lavori in fabbrica e le comunità stabili degli anni ’50 e ’60 definiti egualitari, quando la vita della classe operaia era buona come non mai. Il senso di perdita è comprensibile, poiché nulla di così promettente o stabile si è mai sostituito a quel modo di vivere ormai scomparso. Ma questo lamento per ciò che è andato perduto, è il grido dei Figli di Israele nel deserto, nostalgici dei relativi agi concessi dall’Egitto. Dobbiamo ricordare che, anche nei decenni felici del dopoguerra, l’esistenza dei colletti blu era una sorta di schiavitù. E così la fine della classe operaia, sebbene ora sia vissuta come un evento pesantemente negativo, apre almeno la possibilità a un futuro migliore e più libero per i lavoratori ordinari.

La creazione della classe operaia è stato il peccato originale del capitalismo. La rivoluzione economica che alla fine avrebbe liberato l’umanità dalla povertà di massa è stata resa possibile da una nuova e brutale forma di dominio. Sì, i rapporti di lavoro erano volontari: un lavoratore era sempre libero di lasciare il lavoro e cercare una posizione migliore altrove. E sì, nel tempo l’istituzione del lavoro salariato è diventata il meccanismo principale per tradurre la miracolosa produttività del capitalismo in standard di vita più elevati per la gente comune. A causa di questi elementi, conservatori e libertari hanno difficoltà a vedere cosa c’era di effettivamente problematico nel sistema “fabbrica”.

Possiamo respingere l’accusa marxista di sfruttamento economico attraverso l’estrazione di plusvalore. La magra paga e le condizioni di lavoro spaventose durante le prime fasi dell’industrializzazione riflettevano non la perfidia capitalista ma la realtà oggettiva. L’abissale povertà delle società agrarie da cui è emersa l’industrializzazione significava che niente di meglio era accessibile o offerto alla grande maggioranza delle famiglie.

Ma questa non è la fine dell’inchiesta. Dobbiamo affrontare il fatto che i lavoratori si ribellavano sistematicamente al sistema industriale che forniva loro meri mezzi di sussistenza, non una normale risposta a scambi reciprocamente vantaggiosi.

Più impattanti di questi atti di disperazione privata, furono gli incessanti tentativi di organizzare l’azione collettiva in seno alla feroce opposizione sia dei datori di lavoro che, normalmente, dello stato. I movimenti operai di massa sono stati la reazione universale in tutto il mondo all’introduzione del sistema Fabbrica. Questi movimenti miravano a realizzare un cambiamento non solo nei termini di occupazione in luoghi di lavoro specifici, ma anche nel più ampio sistema politico. Sebbene il radicalismo socialista non dominasse il movimento operaio statunitense, altrove era la regola, mentre la rivoluzione industriale operava la sua “distruzione creativa” dei precedenti modi agrari. L’obiettivo finale, da raggiungere tramite mezzi rivoluzionari o democratici, rimaneva l’eliminazione sia della proprietà privata dell’industria sia del sistema salariale.

Dal momento che la povertà opprimente era stata a lungo la norma accettata nelle economie agrarie, cosa c’era nel lavoro industriale che provocava una risposta così fortemente negativa? Una grande differenza era che il bisogno ricorrente e le difficoltà fisiche della vita rurale esistevano da tempo immemorabile, e quindi sembravano parte dell’ordine naturale. Allo stesso modo, i poteri oppressivi dell’aristocrazia terriera furono ereditati e santificati dall’antica usanza. Al contrario, i nuovi metodi di produzione meccanizzati e intensivi erano sorprendentemente nuovi e profondamente innaturali. E la nuova gerarchia del padrone borghese e del servo proletario era stata eretta intenzionalmente dai capitalisti per il proprio tornaconto privato. C’era stato conforto nel fatalismo dell’antica Scala Naturale (o Grande Catena dell’Essere): tutti gli ordini della società, dall’alto verso il basso, erano ugualmente soggetti ai dettami trascendenti di Dio e della natura. All’interno della fabbrica, però, gli industriali sottomettevano sia la natura che l’umanità alle proprie volontà arbitrarie, svincolate da ogni riferimento a la Noblesse oblige. La base tradizionale per la deferenza dal basso verso l’alto era stata distrutta; la nuova posizione della borghesia al vertice della piramide sociale era di conseguenza precaria.

Un altro motivo per l’irrequietezza dei lavoratori industriali è stata la creazione da parte del sistema di fabbrica di circostanze favorevoli. In altre parole, i lavoratori si sono impegnati in una resistenza unita perché potevano. Nell’era agraria, i contadini altamente dispersi e immobili hanno affrontato ostacoli quasi insormontabili all’organizzazione su larga scala, motivo per cui le rivolte contadine erano tanto rare quanto inutili. Il sistema di fabbrica ha ridotto drasticamente i costi di organizzazione per l’azione collettiva concentrando i lavoratori in grandi e affollati luoghi di lavoro situati in grandi città affollate. Lavorare e vivere insieme a stretto contatto ha permesso al malcontento individualizzato di tradursi in una resistenza concertata. La solidarietà è stata una conseguenza della diminuzione dei costi legati alla trattativa.

Al centro della questione, però, c’era la natura del lavoro. Secondo la fredda logica della produzione meccanizzata, l’efficienza tecnica dell’elemento umano in quel processo è massimizzata quando è resa quanto più simile possibile a una macchina. Le macchine raggiungono la loro fenomenale produttività eseguendo una discreta sequenza di semplici compiti più e più volte, sempre gli stessi, sempre precisi e accurati, il più rapidamente possibile. Gli esseri umani sono più produttivi nel colmare le lacune della meccanizzazione quando si comportano allo stesso modo.

Il problema, ovviamente, è che le persone non sono macchine e non amano essere trattate come tali. Inducendo milioni di persone a lavorare in fabbrica e creando un ordine sociale in cui la sopravvivenza fisica di quei milioni dipendesse dal lavoro svolto durante la maggior parte delle ore di veglia, il capitalismo industriale ha creato uno stato di cose profondamente incompatibile con le esigenze della prosperità umana e, proprio per questo, altamente instabile.

Adam Smith vide chiaramente il problema già agli albori della rivoluzione industriale. Il suo libro La Ricchezza delle Nazioni si apre con una celebre discussione su una fabbrica di spilli, elaborando come la divisione del lavoro, suddividendo la produzione di spilli in numerose e semplici attività che possono essere eseguite in modo ripetitivo e rapido, ha reso possibile un enorme aumento della produzione. Più avanti nel lavoro, tuttavia, si preoccupò del costo umano di questa efficienza altamente specializzata:

«L’uomo la cui intera vita è spesa a compiere poche semplici operazioni, i cui effetti sono forse sempre gli stessi, o quasi, non ha occasione di esercitare la sua intelligenza o di esercitare la sua invenzione per trovare espedienti atti a rimuovere difficoltà che mai si verificano. Perde naturalmente, quindi, l’abitudine a tale sforzo e generalmente diventa tanto stupido e ignorante quanto è possibile che una creatura umana lo diventi».

Quando Smith osservava e per molto tempo dopo, questo prezzo da pagare a livello psicologico era mescolato a quello della sofferenza fisica. Ma anche se la paga aumentò costantemente e i rischi sul posto di lavoro per la vita e gli arti diminuirono nel corso del XX secolo, l’essenziale disumanità del lavoro industriale non cambiò. Considera questi ricordi da End of the Line (Fine della Linea), una storia tramandata oralmente della Ford’s Michigan Truck Plant, pubblicata negli anni ’80 proprio mentre l’era industriale stava volgendo al termine:

«Il giorno dopo entrai dopo la scuola e lavorai dieci ore. Pensavo di essere andato all’inferno. Non potevo credere a quello che le persone stavano facendo per soldi.

L’approccio del management è che più semplice è il lavoro, più facile è formare i lavoratori e più facile è sostituirli. Non si può impedire che questo crei solchi profondi nell’autostima di una persona… Anche se ci dà una certa libertà finanziaria, siamo prigionieri della catena di montaggio. Sei legato a una macchina e sei solo un altro ingranaggio. Devi fare la stessa cosa più e più volte, tutto il giorno.

Dal modo in cui i capisquadra parlavano alle persone, ti rendevi presto conto che eri un servo e il caposquadra era il tuo padrone… A quei tempi gli ex atleti, in particolare i pugili, erano molto apprezzati come capisquadra negli stabilimenti automobilistici, specialmente alla Ford. Erano grandi provocatori di risse da bar, buttafuori, attaccabrighe e combattenti, persone prevaricatrici e che si facevano rispettare sulla base delle loro dimensioni.

Far funzionare il corpo umano come una macchina, costantemente, continuamente, un’ora dopo l’altra, per produrre un prodotto, è disumano… È come se fossi in carcere dal momento in cui arrivi fino al momento di andartene… Le prime settimane che ero lì, pensavo che il mondo sarebbe finito.

Stavo per smettere dopo quella prima settimana. Ero molto stanco. Mi facevano male le mani e tutto il mio corpo era un relitto. Ma quando ho ricevuto il mio primo assegno, era di oltre $ 400 e mi sono detto: “Forse non sto male come pensavo”»

Dover imitare una macchina che non pensa tutto il giorno, ogni giorno, era già abbastanza grave a livello puramente individuale. Ma essere soggetti a questo destino non era una situazione meramente personale; si trattava di un’intera classe di persone relegate nella parte sbagliata di un odioso confronto sociale. Nel perseguire l’efficienza tecnica della produzione di massa indipendentemente dai suoi costi umani, il sistema di classe creato dal capitalismo industriale ha diviso le persone lungo linee molto rigide: coloro che lavorano con il cervello e coloro che lavorano con il corpo; quelli che comandano e quelli che obbediscono; quelli che sono trattati come esseri umani a tutti gli effetti e quelli che sono trattati come qualcosa di meno.

Conservatori e libertari tendono a respingere la questione della classe. Se esiste un’uguaglianza legale formale e se il contratto salariale riflette l’offerta e la domanda piuttosto che l’espropriazione, quale potrebbe essere il problema? Il problema sfugge loro perché sono ciechi alla dimensione sociologica del comportamento economico. Sebbene lavoratori e dirigenti fossero legalmente uguali, il loro rapporto era di profonda disuguaglianza sociale. Se il sistema di classe capitalista non riguardava lo sfruttamento o l’oppressione in senso stretto, si trattava sicuramente di dominio.

La disuguaglianza sociale del posto di lavoro alimentò e in seguito sostenne altre fonti di disuguaglianza pre-mercato. In Inghilterra, dove ha avuto origine l’industrializzazione, una gerarchia di classe preesistente basata sugli enormi possedimenti terrieri dell’aristocrazia ereditaria ha reso più facile per i capitalisti pensare ai loro lavoratori come a un ordine inferiore utile solo dal collo in giù. In America sorse un ordine sociale noto per il suo egualitarismo mentre il paese rimase un’economia agraria. Si trattava tuttavia di un egualitarismo limitato agli uomini bianchi protestanti. Anche questa roccaforte dell’uguaglianza andò persa, però, quando l’economia della produzione di massa americana decollò dopo la guerra civile. Il paese aveva importato una ripida gerarchia sociale alimentando l’insaziabile domanda di operai con milioni di non protestanti provenienti dall’Irlanda e dall’Europa meridionale e orientale. Il pregiudizio etnico e religioso della classe imprenditoriale protestante bianca d’America rafforzò il suo senso di legittimo dominio sul posto di lavoro, mentre l’associazione delle minoranze etniche e razziali con il lavoro sporco e umile, l’arroganza suprematista dei loro “migliori” colletti bianchi dalla pelle bianca.

Anche nei giorni di gloria del Trattato di Detroit, il patto tra capitale e lavoro fu sostanzialmente un patto faustiano.

Il salario del lavoro industriale era in fin dei conti una sorta di tangente attraverso la quale si lasciava il proprio cervello, e parte della propria anima, all’entrata della fabbrica. Col tempo le aggressioni fisiche e gli oltraggi del lavoro industriale si ammorbidirono e la busta paga ingrassava per offrire agi materiali che i lavoratori precedenti non si sarebbero mai sognati di raggiungere, ma, per quanto addolcita, era ancora un patto con il diavolo. E poiché la ricchezza di massa spinse a una svolta culturale che vedeva l’allontanamento dalla mera accumulazione materiale verso la valorizzazione dell’espressione di sé e la realizzazione personale come beni più elevati da trarre dalla vita, i termini di quell’accordo diventarono solo più atroci.

L’incubo dell’era industriale era che la dipendenza della civiltà tecnologica dal lavoro bruto sembrava infinita. In Metropolis, Fritz Lang immaginava che le élite viziate nelle torri scintillanti di domani dovessero ancora i loro privilegi al lamentoso lavoro delle masse lavoratrici. H.G. Wells, in The Time Machine, ipotizzò che le divisioni di classe avrebbero infine diviso l’umanità in due specie separate, gli Eloi e i Morlock.

Quei vecchi incubi sono spariti, e per questo dobbiamo una preghiera di ringraziamento. Non c’è mai stata una fonte di conflitto umano più incendiaria della dipendenza del progresso di massa dalla miseria di massa. Nella sua espressione più distruttiva, la corsa agli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ha minacciato la stessa sopravvivenza dell’umanità. Siamo fortunati a liberarci di questa maledizione.

Ma il vecchio incubo, purtroppo, è stato sostituito con uno nuovo. Prima il problema era l’immensa utilità del lavoro disumanizzante; ora, sono i sentimenti di inutilità che minacciano di drenare il senso di umanità dalle persone. Ancorati alla loro indiscussa utilità, i lavoratori dell’industria potevano lottare personalmente per il bene delle loro famiglie, e collettivamente per migliorare la loro sorte. La lotta della classe operaia era fonte d’identità e orgoglio della classe operaia. Per il “precariato” post-operaio di oggi, però, l’ancora è saltata e le persone si spostano senza meta da un lavoro senza sbocchi all’altro. Essere maltrattati ha dato ai lavoratori dell’industria l’opportunità di trovare dignità nel contrattaccare. Ma come si combatte contro l’essere scartati e ignorati? Dov’è la dignità nell’obsolescenza?

La portata della sfida che abbiamo di fronte è immensa. Quali contributi considerati preziosi e rispettati dalla società possono dare le persone comuni che non hanno capacità analitiche astratte? Come possiamo riparare gli attaccamenti al lavoro, alla famiglia e alla comunità ormai logorati? Ci sono volumi da scrivere su questi argomenti, ma c’è almeno un motivo di speranza.

Possiamo sperare in qualcosa di meglio perché, per la prima volta nella storia, siamo liberi di scegliere qualcosa di meglio. La bassa produttività dell’agricoltura tradizionale significava che l’oppressione di massa era inevitabile; il surplus sociale era così scarso che i frutti della civiltà erano disponibili solo per una piccola élite, e lo spettro della catastrofe malthusiana era sempre in vista. Una volta intraviste le possibilità di una rivoluzione della produttività attraverso la produzione di massa ad alta intensità energetica, la creazione di proletari urbani in un paese dopo l’altro è stata anch’essa guidata da necessità storiche. Gli incentivi economici per l’industrializzazione erano evidenti e potenti, ma gli incentivi politici furono davvero decisivi. Quando la potenza militare dipendeva dal successo industriale, la competizione geopolitica assicurava che sarebbero seguite mobilitazioni di massa delle classi lavoratrici.

Nessuna dinamica equivalente opera oggi. Non esiste una legge ferrea della storia che ci debba spingere a trattare la maggioranza dei nostri concittadini come superflui ripensamenti. Un’economia più umana e una prosperità più inclusiva sono possibili. Ad esempio, le nuove tecnologie offrono la possibilità di una riduzione radicale della dimensione media delle imprese economiche, creando la possibilità di un lavoro più creativo e collaborativo su una scala più conviviale per la famiglia, la comunità e la polis. Tutto ciò che ci trattiene è l’inerzia e il fallimento dell’immaginazione, e forse la paura di ciò che non abbiamo ancora sperimentato. C’è una terra di latte e miele oltre questo deserto, se abbiamo la visione e la determinazione per raggiungerla.

Fonte: The american interest

** Traduzione a cura della redazione

NOTE

  1. Per prospettive da punti di vista ideologici contrastanti, vedere Robert D. Putnam, Our Kids: The American Dream in Crisis (Simon & Schuster, 2015); Charles Murray, Coming Apart: The State of White America, 1960-2010 (Crown Forum, 2012).

2. Vedere Anne Case e Sir Angus Deaton, “Mortality and Morbidity in the 21st Century“, preparato per Brookings Panel on Economic Activity, 23-24 marzo 2017, versione finale post-conferenza datata 1 maggio 2017.

Apparso in: Volume 13, Numero 3 | Pubblicato il: 30 agosto 2017

Brink Lindsey è vicepresidente e direttore dell’Open Society Project presso il Niskanen Center. È coautore (con Steven Teles) di L’Economia Prigioniera: Come i potenti si arricchiscono stessi, rallentano la crescita e aumentano la disuguaglianza.




IL GRANDE RESET IN PILLOLE (6): L’ORRORE IN NOME DEL “PROGRESSO”

Continuiamo la serie di pillole sul Grande Reset. L’articolo che segue, pubblicato nel giugno del 2020 sul sito del World Economic Forum, a firma del direttore e fondatore Klaus Schwab, è una versione estremamente stringata, ma non per questo meno inquietante, di quanto esposto dell’autore in libri come “La Quarta Rivoluzione Industriale”, “Il Capitalismo degli Stakeholder” e “Covid 19: The Great Reset”. Il succo lo si capirà leggendolo: consapevoli che il neoliberismo rischia di trascinare nella tomba il sistema capitalistico, Schwab ce lo ripresenta sotto le mentite spoglie di equità, giustizia e progressismo tecnocratico. Nella prossima pillola ci soffermeremo proprio sul modello sistemico che le teste d’uovo del Grande Reset propongono al posto di quello attuale e che essi chiamano appunto “Stakeholder capitalism”.

Ricordiamo che il prossimo incontro in pompa magna  del World Economic Forum si svolgerà nell’agosto 2021 a Singapore.

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Ora è il momento giusto per un grande reset di Klaus Schwab

«I lockdown imposti per contrastare il Covid si stanno allentando e tuttavia l’inquietudine per le prospettive economiche e sociali mondiali si va intensificando. C’è un buon motivo per essere preoccupati: siamo già nel mezzo di un’acuta crisi economica e potrebbe trattarsi della peggiore recessione registrata dagli anni 30 del secolo scorso ad oggi. Benchè questo esito sia probabile, non è in nessun modo inevitabile.

Per fare in modo che l’esito della crisi sia migliore, il mondo deve agire unito e velocemente per rinnovare tutti gli aspetti delle nostre società e delle nostre economie, dall’istruzione ai contratti sociali alle condizioni dei lavoratori.

Sono tante le ragioni per intraprendere un Grande Reset ma la più urgente è senza ombra di dubbio rappresentata dal Covid 19. Già responsabile di centinaia di migliaia di morti, la pandemia costituisce una delle più gravi crisi sanitarie della storia recente.

E sta continuando a mietere vittime, ben lontana dall’esaurirsi.

Tutto ciò avrà conseguenze per la crescita economica, il debito pubblico, l’occupazione e in generale influirà sulla qualità della vita dell’umanità intera. Secondo il Financial Times, il debito complessivo degli stati ha già raggiunto il livello più alto di sempre in periodi di pace. Inoltre la disoccupazione è aumentata vertiginosamente in molti paesi, con i nuovi dati settimanali che si rivelano puntualmente superiori ai massimi storici. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che l’economia mondiale quest’anno si contrarrà del 3%, una diminuzione del 6.3% in soli 4 mesi.

Tutto questo contribuirà ad esacerbare le crisi sociali e la crisi climatica già in essere. Alcuni paesi hanno già approfittato dell’emergenza Covid per allentare l’imposizione delle misure a protezione dell’ambiente e la frustrazione per mali sociali come la crescente disuguaglianza, la ricchezza complessiva dei miliardari è aumentata durante la pandemia, si va intensificando.

Se non vengono affrontate, queste crisi, con il contributo del Covid, si aggraveranno e ci lasceranno un mondo meno sostenibile, meno equo, e più fragile. Misure incrementali e aggiustamenti ad hoc non basteranno per evitare questo scenario.

Abbiamo l’obbligo di costruire fondamenta nuove per i nostri sistemi economici e sociali.

L’ambizione e il livello di cooperazione che ciò implica sono senza precedenti, ma non si tratta di un sogno irrealizzabile. Uno degli aspetti positivi della pandemia è infatti aver dimostrato che è possibile cambiare radicalmente, dall’oggi al domani, i nostri stili di vita. Quasi istantaneamente, la crisi ha costretto aziende e individui ad abbandonare abitudini e pratiche da tempo ritenute essenziali, dai viaggi aerei frequenti al lavoro in ufficio.

Allo stesso modo, intere popolazioni hanno dimostrato in modo incontrovertibile di essere disposte a fare sacrifici per i lavoratori della sanità e di altri settori essenziali e per le categorie più fragili come gli anziani.

Molte aziende hanno intrapreso azioni per sostenere i propri lavoratori, i propri clienti e le comunità locali, nell’ottica di quel “capitalismo degli stakeholder” che fino ad allora avevano sposato solo a parole.

E’ chiaro che esiste la volontà di costruire una società migliore. Dobbiamo sfruttarla per realizzare quel Grande Reset di cui abbiamo un così estremo bisogno. Per far questo saranno necessari governi più forti ed efficienti, anche se ciò non implica una scelta ideologica per governi più grandi. Sarà altresì necessario che il settore privato svolga un ruolo da protagonista attraverso tutte le tappe di questo percorso.

L’agenda del Grande Reset dovrebbe basarsi su 3 componenti. La prima dovrebbe indirizzare il mercato affinchè produca risultati più equi. A questo scopo, i governi dovrebbero migliorare il coordinamento (per esempio sul piano della tassazione, della politica fiscale e della regolamentazione), avanzare nell’integrazione commerciale, e creare le condizioni perché si sviluppi un’economia degli stakeholder. I governi sono oggi fortemente incentivati ad intraprendere queste azioni, dato il restringimento della base imponibile e l’aumento del debito pubblico in molti paesi.

Inoltre i governi dovrebbero implementare tutte quelle riforme, da tempo invocate a gran voce, necessarie per promuovere società più eque.

A seconda dei paesi, queste potrebbero implicare modifiche nella tassazione della ricchezza, l’eliminazione dei sussidi per i combustibili fossili e una nuova disciplina della proprietà intellettuale, del commercio e della concorrenza.

Il secondo pilastro dell’agenda per il Grande Reset dovrebbe assicurare che gli investimenti siano orientati verso obiettivi condivisi quali l’uguaglianza e la sostenibilità. In quest’ottica, i vasti programmi di spesa che gli stati stanno implementando oggi costituiscono una preziosa occasione di progresso.

La Commissione Europea, in particolare, ha annunciato piani per un Recovery Fund da 750 mld di euro (826 mld di dollari) . Stati Uniti, Cina e Giappone hanno anch’essi ambiziosi piani di stimolo all’economia.

Piuttosto che utilizzare questi fondi, così come gli investimenti di enti privati e fondi pensione, per un’operazione di maquillage del vecchio sistema, dovremmo utilizzarli per creare un sistema completamente nuovo che sia più resiliente, equo, e sostenibile nel lungo periodo. Ciò significa, per esempio, costruire infrastrutture urbane “verdi” e predisporre incentivi per le industrie affinchè migliorino le proprie performance valutate sulla base degli indicatori ambientali, sociali e di governance.

La terza e ultima priorità dell’agenda consiste nel mettere a frutto tutte quelle innovazioni prodotte dalla Quarta Rivoluzione Industriale per il bene comune, con particolare riferimento alle sfide sanitarie e sociali che abbiamo di fronte. Durante la crisi del Covid 19, aziende, università e altri soggetti hanno unito le forze per sviluppare sistemi di diagnostica, terapie, e possibili vaccini; hanno costruito centri per testare la presenza dell’infezione; creato meccanismi per tracciare i contagi e per la telemedicina. Immaginate cosa potrebbe succedere se anche in tutti gli altri settori si producessero gli stessi sforzi.

La crisi del Covid 19 sta avendo ricadute su tutti gli aspetti della vita delle persone in tutti gli angoli del pianeta. Ma il lascito di questa crisi non deve essere necessariamente ed esclusivamente tragico. Al contrario , la pandemia rappresenta una rara quanto stretta “finestra di opportunità” per riflettere, reimmaginare e reimpostare il nostro mondo per creare un futuro più salubre, più equo, e più prospero».

[Le Pillole precedenti: 1- Il 5g;  2 – Cos’è il CoVax;  3 – L’intelligenza artificiale;  4– Fanatismo ambientalista;  5 – La scuola del futuro]




IL GRANDE RESET IN PILLOLE (5) LA SCUOLA DEL FUTURO

“In un mondo dove diverranno sempre più frequenti gli shock come le pandemie e gli eventi climatici estremi dovuti al cambiamento climatico, il disagio sociale e la polarizzazione della politica, non possiamo permetterci di farci trovare impreparati”.

E’ questa la premessa apocalittica con cui le teste d’uovo del World Economic Forum giustificano il loro distopico progetto di resettare la società. Nei loro piani scuola e istruzione sono di centrale importanza. Riportiamo qui sotto, prendendolo dal loro sito, un articolo che la dice lunga sulla loro idea di “istruzione”: una scuola svuotata di contenuti culturali e riempita di istruzioni da inserire in menti che non potranno mai considerare compiuti i loro studi, all’insegna del Lifelong Learning ovvero del ruolo guida della tecnica e dell’intelligenza artificiale. Il tutto ovviamente nell’orizzonte di un capitalismo perpetuo e mutante.

Ricordiamo che il prossimo incontro in pompa magna  del World Economic Forum si svolgerà nell’agosto 2021 a Singapore.

«Come sarà la scuola tra vent’anni? Quattro scenari

  • La pandemia del COVID-19 ci sta dimostrando come non possiamo dare per acquisito il futuro dell’educazione.
  • Immaginando i prossimi scenari alternativi per l’educazione, dobbiamo tenere conto dei risultati ottenuti sviluppando sistemi di risposta agili e piani per affrontare shock futuri.
  • Cosa ci mostrano i quattro scenari per il futuro della Scuola OCSE su come trasformare e rendere al passo con il futuro i nostri sistemi educativi?

Come ad ogni inizio d’anno, è tradizione fare il punto sul passato al fine di guardare avanti ed immaginare e pianificare un futuro migliore.

La verità però è che il futuro ama sorprenderci. Le scuole aperte, gli insegnanti che usavano tecnologie digitali per rinforzare e non sostituire il tradizionale insegnamento in presenza, e perfino gli studenti che stanno assieme in gruppo all’aperto sono tutte cose che davamo per scontate e che i primi mesi del 2020 hanno gettato dalla finestra.

Per concretizzare la nostra visione e preparare i nostri sistemi educativi al futuro, dobbiamo considerare non solo i cambiamenti che paiono più probabili ma anche quelli che non ci aspetteremmo.

Scenari per il futuro della scuola

Immaginare scenari alternativi futuri per l’educazione ci spinge a tener conto dei risultati e aiuta a sviluppare sistemi agili e reattivi di risposta. Sul futuro della Scuola e dell’istruzione l’ OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) delinea un futuro con alcune possibili alternative:

Ripensare, ricablare, reimmaginare

La domanda fondamentale è: fino a che punto gli spazi attuali, le persone, il tempo e la tecnologia nella scuola stanno aiutando o ostacolando la nostra visione? Sarà sufficiente per ottenere i nostri scopi modernizzare e risintonizzare il sistema attuale, allo stesso modo in cui si possono riorganizzare le porte e finestre di una casa? O è piuttosto necessario riorganizzare in modo completamente diverso le persone, gli spazi, il tempo e la tecnologia?

Modernizzare ed estendere solamente il sistema scolastico attuale non cambierebbe molto la realtà di ciò che vediamo oggi: contenuti e spazi che sono largamente standardizzati, principalmente basati sul sistema scuola, inclusi la distribuzione digitale e i compiti a casa, e focalizzati sulle esperienze di apprendimento individuale. La tecnologia digitale è sempre più presente ma oggi è primariamente usata come un metodo di distribuzione di contenuti esistenti e pedagogie, più che un modo per rivoluzionare insegnamento e apprendimento.

Come apparirebbe invece la vera trasformazione? Dovrebbe implicare il ripensamento degli spazi dove si insegna: non semplicemente spostando sedie e tavoli ma utilizzando spazi multipli fisici e virtuali sia all’interno che all’esterno della scuola. Vi sarebbe una personalizzazione individuale completa del contenuto e della pedagogia, favorito dalla più recente tecnologia, utilizzando informazioni corporee, espressioni facciali o segnali neuronali.

Vi si eseguirebbero lavori sia individuali che di gruppo sia sulle materie di studio che sulle necessità sociali della comunità. Lettura, scrittura e calcolo avverrebbero assieme al dibattito e alla riflessione. Gli studenti apprenderebbero sia dai libri e dalle lezioni che dal lavoro manuale e dall’espressività creativa. Perché non rendere le scuole poli di apprendimento e usare la forza di comunità per promuovere apprendimento collaborativo, costruire il ruolo dell’apprendimento informale e non formale e agire sui tempi e le relazioni?

In alternativa, le scuole potrebbero sparire del tutto. L’apprendimento, le abilità e le attitudini, grazie al rapido progredire dell’intelligenza artificiale, della realtà virtuale e aumentata e delll’Internet delle Cose, potrebbero essere acquisite istantaneamente.

Mentre la distinzione tra insegnamento formale e informale sta sparendo, l’apprendimento individuale migliora la sua capacità di risolvere i problemi della vita reale grazie all’intelligenza collettiva. Anche se appare un traguardo ancora lontano, la nostra vita è già integrata nei nostri smartphone, orologi e assistenti digitali personali in un modo che sarebbe stato impensabile perfino dieci anni fa.

Tutti questi scenari hanno importanti implicazioni sia per gli obiettivi e la governance dell’educazione che per il personale docente. I sistemi scolastici in molti paesi si sono già aperti a nuovi stakeholder, decentralizzando dal livello nazionale a quello locale e sempre più internazionale. Il potere è più distribuito e i processi più inclusivi. La consultazione sta spianando la strada alla co-creazione.

Possiamo costruire infiniti scenari di questo tipo. Il futuro potrà vedere verificarsi qualunque combinazione e con modalità assai diverse in varie parti del mondo. Nonostante ciò questo modo di pensare ci fornisce gli strumenti per esplorare le conseguenze per gli scopi e le funzioni dell’educazione, per l’organizzazione e le strutture, il personale della scuola e i procedimenti pubblici. Infine, ci fa pensare più intensamente al tipo di futuro che vogliamo per l’educazione, tenendone presenti le tensioni e i dilemmi:

  • Qual è il giusto equilibrio tra modernizzazione e interruzione?
  • Come possiamo conciliare nuovi obiettivi con vecchie strutture?
  • Come possiamo supportare la mentalità globale in studenti ed insegnanti radicati sul territorio locale?
  • Come favorire l’innovazione riconoscendo la natura socialmente assai conservatrice dell’educazione?
  • Come far leva sulle capacità esistenti per creare nuovi potenziali?
  • Come riconfigurare gli spazi, le persone, il tempo e le tecnologie per creare ambienti fortemente educativi?
  • In caso di dissenso, quale voce sarà ascoltata?
  • Chi è responsabile per i membri più vulnerabili della nostra società?
  • Se le società digitali globali sono i maggiori providers di dati, quale tipo di regime sarà necessario per regolare e risolvere la questione spinosa della proprietà dei dati, della democrazia e della cittadinanza digitale?

Pensare al futuro richiede immaginazione ma anche rigore. Dobbiamo guardarci dalla tentazione di scegliere un futuro che ci piace e prepararsi solo a quello.

In un mondo dove diverranno sempre più frequenti gli shock come le pandemie e gli eventi climatici estremi dovuti al cambiamento climatico, il disagio sociale e la polarizzazione della politica, non possiamo permetterci di farci trovare impreparati.

Ciò non deve essere inteso come un grido d’allarme ma come un invito all’azione. La scuola deve essere pronta. Riconosciamo il potere dell’umanità e l’importanza dell’apprendimento e della crescita durante tutta la nostra vita. Crediamo fermamente nell’importanza dell’educazione come un bene pubblico, indipendentemente dagli scenari futuri che ci attendono».

[Le Pillole precedenti:1- Il 5g; 2 – Cos’è il CoVax; 3 – L’intelligenza artificiale; 4– Fanatismo ambientalista]

* Fonte: What will education look like in 20 years? Here are 4 scenarios (World Economic Forum)




COVID-19: VERSO LA SOCIETÀ-MACCHINA di Matthieu Amiech

Matthieu Amiech è uno di quelli che i cervelloni del Grande Reset definirebbero un “tecno-pessimista”. Si tratta di critico radicale del devastante sviluppo delle tecnologie, anzitutto digitali. Già nel 2013 metteva in guardia col libro Libertà in coma – Saggio sull’identificazione elettronica e le ragioni per opporvisi”, in cui denunciava le minacce poste dalla società digitale all’uguaglianza e alle libertà. Oggi ci dice che la gestione tecnocratica e autoritaria della SINDEMIA-Covid-19 è brutalmente utilizzata per l’avvento di quella che ha definito “società-macchina”. Di seguito l’intervista a Amiech di Amélie Poinssot.*

D. Telelavoro, teleconsulti, videoconferenze, click and collect, piattaforme VOD … Il Covid e l’isolamento a cui siamo stati costretti hanno accresciuto il ruolo del digitale nelle nostre vite nell’ultimo anno. Quali tracce lascerà tutto questo?

R. Non solo le tracce saranno profonde, la questione è chiaramente se stiamo assistendo (o meno) a un cambiamento nella vita sociale. Di fronte a uno sconvolgimento così rapido e considerevole, si è tentati di guardare all’evento Covid in chiave hegeliana: le forze storiche hanno lavorato a lungo su questa evoluzione verso una vita “senza contatto”, in gran parte computerizzata, e tutto ciò che serve è uno shock – un movimento di panico – affinché i genitori siano pronti a smettere di baciare i propri figli, affinché le persone pensino a proteggere i loro anziani lasciandoli soli a Natale, in modo che sia possibile che i bambini mascherati imparino a leggere e si esprimano con istinti mascherati… Non si tratta solo di digitale, ma di tutto il mondo. Già nel 1980, lo storico statunitense Christopher Lasch ha analizzato l’evoluzione delle disposizioni emotive nelle nostre società urbanizzate e consumistiche. Ha parlato di narcisismo, di “me assediato”, di generalizzazione di una mentalità di sopravvivenza di fronte al moltiplicarsi delle allerte ecologiche, ai rischi di guerra e crolli vari. La tecnologia digitale è diventata il mezzo preferito per queste evoluzioni psico-comportamentali. Ci si potrebbe chiedere come si sarebbe svolta una simile crisi sanitaria in un momento in cui Internet non esisteva, diciamo nel 1980. È certo che lo scenario sarebbe stato diverso. Ai nostri giorni, questa crisi è stata una manna dal cielo per i giganti del digitale. Una “divina sorpresa”, come era stata per la borghesia anticomunista e antisemita la sconfitta francese contro i nazisti nel giugno 1940. È probabile che le tracce siano profonde anche politicamente. Il nuovo regime delle relazioni sociali corrisponde a un nuovo declino della democrazia. In Occidente vivevamo già in oligarchie più o meno liberali, dove c’era ancora la possibilità di protestare, di respingere o negoziare i poteri in essere. Da marzo 2020 quel che restava della vita democratica è quasi del tutto fermo: sono state impedite manifestazioni, e ancor di più assemblee pubbliche, procedure di informazione e consultazione della popolazione (sebbene insoddisfacenti). La gestione della crisi sanitaria ha un effetto centrifugo, allontana i cittadini gli uni dagli altri, toglie loro il controllo sul corso del mondo. Ci conduce verso una società- macchina che tende verso il totalitarismo.

D. Cosa intendete per«società-macchina»?

R. Mi riferisco ai lavori del gruppo Pièces et Main-d’œuvre[«sito fai da te per la costruzione di uno spirito critico a Grenoble», come specificato nella prima pagina del sito, nato nel 2000 – ndr], che ha introdotto questo termine per denunciare il progetto di smart planetdell’IBM – coprire la società e l’ambiente naturale di sensori elettronici per razionalizzarne il funzionamento grazie all’intelligenza artificiale. Quando si vede come l’epidemia viene monitorata in Cina e Corea del Sud da app per smartphone e telecamere a circuito chiuso che tracciano tutte le interazioni sociali di una persona che risulta positiva, ti viene da pensare a una macchina. Anche i piani scandalosi per una “tessera sanitaria” e un altro passaporto per le vaccinazioni sono tecniche tipiche della società delle macchine. In un senso leggermente diverso, pensare che i bambini e persino gli studenti possano imparare con l’istruzione assistita dal computer è una questione da società delle macchine.

Il problema è che di fronte a questo cambiamento, guidato da un certo numero di industriali e tecnocrati, la popolazione è priva di difesa morale e politica. La digitalizzazione delle nostre vite è ancora raramente vista come un grave problema politico. Gli eletti pensano solo, nel migliore dei casi, a controllare ciò che considerano abusi. I movimenti sociali non hanno mai denunciato questa digitalizzazione come un vettore cruciale di insicurezza economica, aumentando le disuguaglianze e indebolendo la capacità di protesta popolare – anzi su questo credono tutto il contrario. Tuttavia, per settant’anni, i principali pensatori ci hanno fornito gli strumenti per politicizzare la questione della tecnica: gli scritti di George Orwell, Hannah Arendt, Günther Anders, Jacques Ellul e Bernard Charbonneau o persino Lewis Mumford ci consentono di cogliere la centralizzazione e la perdita di libertà indotti dall’IT, compreso il personal computer. Ma la sinistra rifiuta questa critica fondamentale. Si rifiuta di riflettere sul fatto drammatico che gran parte di ciò che è stato prodotto per decenni è dannoso per la libertà, l’uguaglianza e l’ambiente.

D. Un dispotismo che ibrida Silicon Valley e la Cina post-maoista?

R. Il problema era tuttavia emerso negli anni Settanta. La denuncia dell’alienazione sul lavoro e del taylorismo fu al centro della rivolta del maggio ‘68. I primi movimenti ambientalisti (il quotidiano La Gueule ouverte, il gruppo di scienziati dissidenti Survivre et vivre…) avevano posto chiaramente il problema del contenuto della produzione industriale e del ruolo della scienza nella dominazione capitalista, così come nella catastrofe ecologica. Ma abbastanza rapidamente, l’aumento della disoccupazione ha fornito un pretesto perfetto per coprire queste questioni vitali. Il problema ecologico è stato eluso per trent’anni, e quando (di nuovo) è tornato alla ribalta, negli anni 2000-2010, l’industria e la tecnoscienza non erano più viste come responsabili ma come portatori di soluzioni. Oggi i leader politici sono lì solo per sostenere e stimolare lo sviluppo tecnologico. Viviamo in una tecnocrazia. La gestione della pandemia da parte del potere degli esperti e la precipitosa corsa tecnologica illustrano questa rinuncia alla democrazia.

D. Questo ruolo accresciuto della tecnologia e del digitale con il Covid apre una strada al 5G? Questa sviluppo non pone molti problemi?

R. La determinazione dello Stato nell’implementare il 5G è molto comprensibile. L’obiettivo è aumentare la velocità di Internet per radicalizzare la dipendenza (tossica) digitale di un gran numero di persone e per connettere miliardi di oggetti connessi. Tuttavia, c’è un imprevisto: parte della popolazione è sospettosa di questo progetto, a tal punto che alcuni politici si pronunciano contro, questo è un fatto eccezionale. Anche le persone che fino ad ora non avevano problemi con l’uso intensivo della tecnologia scoprono che va troppo oltre, come il movimento dei “gilet gialli”, in gran parte dipendente dai social network ma in cui erano apparse parole di ordine anti-5G.

Ed è vero, il 5G segna un traguardo importante. Non penso tanto alla diminuzione dei tempi di download dei video, ma soprattutto alla maggiore automazione dei processi produttivi e della movimentazione delle merci. Il 5G è prima di tutto un progetto industriale e logistico. Ma ha anche una dimensione politica: la sorveglianza della popolazione rischia di essere affinata attraverso la proliferazione di piccole antenne a relè nelle strade e telecamere a circuito chiuso con sistemi di riconoscimento facciale [vedi l’eccellente documentario Tutti sotto sorveglianza – 7 miliardi di sospetti].

Il 5G solleva quindi la questione del tipo di società che vogliamo: società umana o società-macchina? Avviare un progetto democratico o un dispotismo che ibrida la Silicon Valley e la Cina post-maoista? È desiderabile eliminare il più possibile il lavoro e le decisioni umane? Il 5G, ad esempio, sarà al servizio della cosiddetta agricoltura 4.0, o “di precisione”, cioè tendenzialmente priva di intervento umano: gestione automatizzata delle mandrie animali, monitoraggio tramite droni e satelliti del fabbisogno delle culture. Fertilizzanti e pesticidi, diserbanti o irrorazione robot ecc.

Mentre dovremmo produrre meno, ma con più lavoro umano, preservando e reinventando il know-how manuale e le tecniche user-friendly (nel senso di Ivan Illich), ci stiamo dirigendo verso livelli molto alti di disoccupazione tecnologica. Non sono i progetti di decrescita che mettono sempre più persone della classe media e operaia ai margini; sono i promotori della quarta rivoluzione industriale.

Infine, c’è la questione fondamentale del potere. Se, ad esempio, la Francia non passa al 5G (poi al 6G …), rischia di trovarsi in una posizione di debolezza, anche militare, rispetto ad altri Paesi. Oggi dobbiamo accettare la scelta politica, profondamente etica, di fermare questa corsa al potere. Solo una tale scelta potrebbe forse frenare il riscaldamento globale e l’esaurimento delle risorse. Nel suo saggio L’Aigle, le Dragon et la crise planétaire, Jean-Michel Valantin, d’altra parte, mostra come la rivalità geopolitica tra Cina e Stati Uniti blocchi la traiettoria dell’umanità obbligandola alla distruzione della biosfera.

D. È ancora possibile opporsi alla diffusione del 5G?

R. Per questo sarebbe necessario un vasto movimento popolare, almeno equivalente a quello dei gilet gialli, che metta al centro la questione della nostra crescente dipendenza dalla tecnologia digitale. Inutile dire che ne siamo ben lontani! Forse qualcosa avrebbe potuto emergere in un contesto senza confinamento. Anche da questo punto di vista, il Covid-19 e la sua direzione politica hanno aperto, o ampliato, un largo passaggio per il 5G.

Attualmente, non c’è quasi alcuna possibilità di riunioni pubbliche. D’altra parte, ci sono antenne 5G che bruciano regolarmente. E ci sono posizioni prese da funzionari eletti locali e consigli comunali. Tuttavia, tutto è stato fatto affinché questi funzionari eletti di base non possano più opporsi alla costruzione di antenne per la telefonia mobile. Oggi un sindaco non può far valere il principio di precauzione contro il 5G. Rimangono solo argomenti relativi all’urbanistica o al patrimonio.

In tale contesto, è interessante l’ordinanza di Fontenay-sous-Bois [comune di Val-de-Marne, la maggioranza del quale proviene dalla lista della sinistra Vivre Fontenay – ndr]. Prevede la sospensione del dispiegamento di amplificatori fino alla pubblicazione del rapporto ANSES [Agenzia nazionale di sicurezza sanitaria per l’alimentazione, l’ambiente e il lavoro, sotto la tutela di vari ministeri – ndr] sulle conseguenze del 5G sulla salute. Annuncia l’organizzazione di dibattiti contraddittori nel comune. E dà molto spazio all’enorme impatto ecologico della tecnologia digitale (emissioni di gas serra, inquinamento da rifiuti) che può solo peggiorare con il 5G.

D. Il costo ecologico d’altronde non è stato valutato nella gestione della crisi Covid …

R. Questa è una grande bugia del 21° secolo. Tecnologie all’avanguardia, computer, intelligenza artificiale sono presentate dai decisori come mezzi per rallentare la catastrofe ecologica. L’implementazione del 5G contribuirebbe a quella che chiamano la transizione energetica: questa tecnologia più sofisticata e potente farebbe meno danni rispetto alle prime fasi dell’industrializzazione.

D. “Opporsi attraverso la disobbedienza concertata”.

R. Tuttavia, è impossibile. Con l’esplosione del traffico richiesta dal 5G, consumeremo molta più elettricità; produrremo più chip RFID, smartphone, touch screen, antenne, server di computer in data center ancora più grandi. E quindi, avremo bisogno di più metalli rari; verranno aperte nuove miniere dove scaveranno più a fondo, spendendo più energia e inquinando di più intorno ai siti di estrazione.

In un editoriale pubblicato lo scorso anno, lo storico della tecnologia François Jarrige ha spiegato che non c’è transizione energetica. Questa frase nasconde l’unica domanda che conta: continueremo a produrre di più, sostenendo che la tecnologia ci permetterà di controllare i danni? Oppure faremo un inventario collettivo dei nostri bisogni e risponderemo ad essi con mezzi meno distruttivi, consentendo ad altre concezioni della vita di affermarsi?

D. Qual è la tua risposta personale a tutto questo? Nel lavoro collettivo a cui hai contribuito, La Liberté dans le coma– Saggio sull’identificazione elettronica e le ragioni per opporvi, pubblicato nel 2013 e ripubblicato nel 2019 dalle edizioni La Lenteur, hai scritto: «Consideriamo che ‘una vita senza Internet, senza fotocamere digitali, senza lettori di musica, senza centrali nucleari e senza TGV è più degna di essere vissuta di quella che gli esseri umani sopportano oggi, e che tutti questi artefatti sono incompatibili con la libertà e la democrazia. […] Avere un mondo condiviso significa che le persone si divertono ancora a vedersi direttamente, amarsi o entrare in conflitto faccia a faccia. Invece, oggi si fa di tutto per evitare questo faccia a faccia» Avete la stessa analisi all’inizio del 2021? È ancora possibile fare a meno di Internet?

R. Con i miei colleghi del gruppo Marcuse, la pensiamo sempre così. D’altra parte, come tutti gli altri, siamo ridotti a prendere il TGV o passare più tempo su Internet, quando la società praticamente non lascia scelta. La possibilità di sfuggire un po’ alla presa digitale dipende molto dalla professione che eserciti. Ma non ha senso cercare di difendersi da solo, ci sono solo risposte collettive che possono fermare questo rullo compressore. La mia risposta personale, quindi, è quella di essere coinvolti in gruppi che tentano di opporsi all’informatizzazione di tutta la vita sociale attraverso la disobbedienza concertata. Dal 2013, il collettivo Ecran Totalha riunito resistenza e riluttanza alla tecnologia digitale in diversi mondi professionali: insegnanti che rifiutano la scuola digitale, assistenti sociali che si oppongono alla taylorizzazione del loro lavoro da parte di statistiche e computer, allevatori ostili al microchip elettronico degli animali, ecc. Gente di tutta la Francia si incontrano lì per discutere di ciò che è loro insopportabile nel loro lavoro, nella gestione e negli standard a cui sono soggette, e ci sosteniamo a vicenda nel nostro rifiuto. È un’esperienza umana molto potente, ma non è affatto miracolosa dal punto di vista politico: siamo tutti sulla difensiva, dovremmo essere più numerosi e inventivi per resistere al maremoto.

Finora, l’unica resistenza alla digitalizzazione che è cresciuta e in qualche modo ha sconvolto la tecnocrazia è il rifiuto dei misuratori di Linky. Questo dà indicazioni. Soprattutto, non lasciarti solo con la paura di suonare come un tasso rovinato: ce ne sono sempre altri vicino a noi!

D. Perché l’impatto ecologico di questo sistema digitale non è oggetto di ulteriori dibattiti?

R. La favola della dematerializzazione è estremamente potente. Molti ambientalisti hanno creduto o credono ancora che le tecnologie avanzate possano aiutare a creare un sistema produttivo meno distruttivo. Persino André Gorz, un critico spesso acuto della divisione industriale del lavoro, alla fine della sua vita è caduto in questa illusione del computer. C’è qualcosa di ammaliante in queste tecnologie. Sembrano sublimare la pesantezza della vita materiale. Danno l’impressione di liberarci dai vincoli del tempo e dello spazio, dagli sforzi fisici per nutrirci, dagli sforzi morali per vivere con gli altri. Non vogliamo vedere cosa c’è dietro lo schermo, né i danni alla natura, né le abominevoli relazioni di domesticità e sfruttamento che persistono o riaffiorano. Ordinare su Amazon, ad esempio, è evitare di dover andare in un negozio. Ma è anche ordinare in senso proprio: impartire ingiunzioni. Questa è la neo-domesticità. Quindi, la propaganda è così massiccia! Pensa a come le auto elettriche o a idrogeno ci vengono presentate come soluzioni miracolose dai media mainstream e dalla pubblicità … Cosa pesano le voci dissonanti? Tra dieci anni sarà ovvio che queste innovazioni spiazzeranno e aggraveranno la catastrofe ecologica, ma sarà troppo tardi perché si saranno imposti negli usi.

D. Questo inverno si è verificata un’altra epidemia di influenza aviaria, che ha portato all’abbattimento di quasi tre milioni di anatre nel sud-ovest della Francia. Negli ultimi decenni, le pandemie sono aumentate in tutto il mondo. Vede un parallelo tra la gestione del Covid e queste diverse epidemie?

R. Certo, ci sono paralleli da fare. Mi riferisco alle indagini di Lucile Leclerc che parlano di produzione industriale di pandemie in connessione con fattorie giganti. Per la Fao la risposta è interrogare e minacciare i piccoli contadini e il bestiame domestico in nome della “biosicurezza”. Il ribaltamento ideologico è totale: è chiaro che sono i grandi allevamenti intensivi ad annidare i virus e indebolire l’efficacia degli antibiotici, di cui utilizzano quantità astronomiche. Ma in Francia, questo inverno, le prefetture hanno chiesto ai sindaci di individuare tutti i piccoli cortili e di diffondere nei pollai familiari misure igieniche estreme, tipiche degli allevamenti intensivi. Questo credo nella biosicurezza, questo sostegno incondizionato alla grande industria, è un effetto dell’ignoranza? Cinismo? Corruzione? O follia burocratica?

In effetti, possiamo porre le stesse domande sul Covid-19. Come spiegare l’attenzione ossessiva alla vaccinazione biotecnologica improvvisata con effetti radicalmente incerti, quando c’è tanto da fare socialmente per migliorare l’immunità della popolazione e combattere le comorbidità croniche come cancro, diabete, obesità, malattie cardiovascolari e renali?

Nel loro libro del 2008, Catastrophisme, administration du désastre et soumission durable, René Riesel e Jaime Semprun hanno anticipato il modo in cui la società di massa tratta i suoi disastri industriali: paralizza la riflessione critica attraverso la paura e rafforza i fattori che sono le cause profonde del problema.

È così che a un Coronavirus moderatamente pericoloso, si risponde con misure che accentuano l’estrattivismo e la destabilizzazione degli ecosistemi, che peggiorano lo stato di salute generale della popolazione e l’incapacità di curarsi senza stravaganti mezzi tecnologici. L’ideologia igienista, manageriale e soluzionista ci chiude in un circolo vizioso, apparentemente duraturo.

* L’intervista è stata pubblicata sul sito francese Mediapart.fr  quindi tradotta in italiano da Salvatore Palidda e ripubblicata da COMUNE.




IL GRANDE RESET IN PILLOLE (4):  FANATISMO AMBIENTALISTA

Cosa accadrebbe se anche i fiumi, le foreste o i mari acquisissero lo status di persona giuridica? Ottenendo così di essere equiparati legalmente all’Uomo? Potrebbero citare in giudizio coloro che ne hanno provocato l’inquinamento? La risposta, per quelli del Grande Reset, è certamente Sì. Siamo oltre all’uomo lupo per l’uomo di Hobbes. Non il sistema sociale storicamente determinato (in questo caso il capitalismo e la sua sete insaziabile di profitto) bensì l’essere umano è considerato ontologicamente, oppressore e, col suo antropocentrismo, geneticamente distruttore. Paradigma maligno, tuttavia travestito con stracci ultra-progressisti.

Leggere per credere ciò che pensano e progettano di fare le teste d’uovo di Davos. Il teso sottostante è ripreso dal sito del World Economic Forum.

[Le Pillole precedenti:1- Il 5g; 2 – Cos’è il CoVax; 3 – L’intelligenza artificiale]

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«E SE LA NATURA ACQUISISSE PERSONALITÀ GIURIDICA?

  • Gli umani hanno per molto tempo trattato la Natura poco più che alla stregua di una risorsa sfruttabile e ora ne stiamo subendo le conseguenze.
  • Fornire alle foreste, ai fiumi e alle specie una personalità giuridica potrebbe rappresentare per questi l’occasione migliore di sopravvivenza e rinnovamento.
  • Per ottenere ciò, dobbiamo però prima di tutto imparare ad ascoltare e a comprendere il linguaggio stesso della Natura.

I segnali d’allarme degli scienziati non sono più sufficienti. Alla luce delle perdite in termini di biodiversità che abbiamo patito negli ultimi decenni, abbiamo urgente bisogno di ascoltare le voci della Natura.

Oggi gli elementi naturali come gli oceani, le foreste, il suolo e gli ecosistemi sono considerati, in molte giurisdizioni, come meri oggetti e trattati di conseguenza. Quindi, cosa succederebbe se gli elementi della natura acquisissero lo status di personalità giuridica?

La discesa

Per molto tempo considerati divinità, gli elementi della Natura sono al centro di culti e rituali da tempo immemorabile. Fu con la rivoluzione agricola, l’addomesticamento del bestiame, il controllo dei fiumi e la coltivazione delle piante, che iniziò la separazione tra esseri umani e il loro ambiente. La divisione si accentuò con la mercificazione della Natura, come conseguenza dello sviluppo del commercio e della richiesta di prodotti naturali come le spezie e la seta.

Il progresso scientifico permise all’Uomo di elevarsi al rango di osservatore e quindi di cominciare ad analizzare, capire e infine dominare l’ambiente. Dalla prospettiva del nostro divino piedistallo, gli elementi naturali divennero niente di più che oggetti al servizio del loro “padrone”.

Per la verità, otteniamo legname dai taglialegna, non dalle foreste e il pescato dai pescatori, non dall’oceano.

Questa relazione antropocentrica tra Uomo e Natura ha raggiunto il suo limite e il danno ambientale conseguente è divenuto, secondo le Nazioni Unite, la più grande minaccia alla sicurezza globale.

La giustizia non fa scudo

Gli elementi naturali non sono protetti in maniera efficace dalla nostra giurisdizione o dai nostri governi. Prendiamo ad esempio l’articolo del 1972 di Christopher Stone “Should Trees Have Standing?”

Un corso d’acqua inquinato non ha la possibilità di difendersi dall’inquinatore. Potrebbe dipendere dall’eventuale azione legale del proprietario del terreno, sempre che egli volesse e potesse intentarla. Se la corte desse ragione al querelante, il risarcimento verrebbe quantificato in base al danno patito dal querelante e non dal fiume e dal suo ecosistema.

Infine solo i querelanti verrebbero risarciti, nessun beneficio sarebbe dovuto al fiume o ai pesci, al suolo o all’ecosistema dall’esito della causa. Questo stato di cose deve cambiare.

L’ascesa: da oggetto giuridico a persona giuridica

La legge definisce persona giuridica un essere umano o un’entità non umana che detenga diritti legali e sia soggetta altresì a doveri.

Inoltre, una persona giuridica può intentare una causa ed essere a sua volta citata in giudizio.

Ai nostri giorni tutti gli esseri umani sono considerati personalità giuridiche. Vi fu un tempo, tuttavia, quando gli schiavi erano considerati legalmente come oggetti senza alcuna capacità giuridica.

Oggi le aziende sono considerate anch’esse personalità giuridiche, con capacità di citare in giudizio un individuo o un’altra personalità giuridica. Il cambiamento avvenne nel tardo secolo XIX e fornì la base per lo sviluppo del capitalismo azionario che ha prosperato nel corso del Ventesimo secolo.

Più di recente, altre entità hanno ottenuto il riconoscimento di personalità giuridica, come lo scimpanzé Cécilia in Argentina e il fiume Whanganui in Nuova Zelanda. Prossimamente potrebbero aggiungersi alla lista il Lago Erie negli Stati Uniti.

Tuttavia fornire capacità giuridica ad un’entità non significa necessariamente che essa otterrà gli stessi diritti goduti dagli umani.

Ho recentemente intervistato la scrittrice, artista e giurista francese Camille de Toledo (una mia lontana cugina), la quale sta lavorando alla creazione di un comitato in grado di offrire rappresentanza legale al principale fiume francese, la Loira.

“La legge dovrebbe servire come strumento per creare maggior equilibrio tra gli uomini e gli elementi della Natura, in modo da trasferire più diritti a quegli ecosistemi che ne sono stati privati per secoli”, afferma la de Toledo. “Una personalità giuridica potrebbe avere solo diritti ma non doveri, o viceversa. Gli elementi naturali, in quanto persone giuridiche, potrebbero reclamare il diritto al loro benessere ecologico, alla loro biodiversità: ad esempio il diritto di una foresta a conservare la propria biomassa; il diritto di un oceano ad essere pulito e libero dalla plastica; il diritto delle api di non morire a causa dei pesticidi industriali”.

Tornando all’esempio del corso d’acqua inquinato, se il rio ottenesse capacità giuridica, potrebbe difendere i propri interessi e diritti. Nel caso che quei diritti venissero negati, il rio potrebbe adire azione legale a suo nome e potrebbe ricevere un risarcimento quantificato sul danno subìto, che potrebbe essere usato per finanziare il riequilibrio del suo ecosistema.

L’ascesa degli stakeholder bio-economici 

Il manifesto di Davos 2020 auspica un riorientamento verso il capitalismo stakeholder. Le aziende, che non molto tempo fa ottennero capacità giuridica, sono oggigiorno coinvolte a fianco degli stati e della società civile in molte iniziative a significativo impatto sociale e ambientale. I benefici a lungo termine dell’acquisizione di capacità giuridica non sono quindi limitati all’allocazione di nuovi diritti; è assai più che una forma di emancipazione ma l’accesso allo statuto di stakeholder.

Perciò, fornire capacità giuridica agli elementi naturali potrebbe anche implicare la concessione agli oceani, alle foreste e ai rappresentati degli ecosistemi un seggio accanto agli altri decisori del mondo.

Dopotutto, non è questo anche il loro mondo, dato che l’Umanità non rappresenta che lo 0.01% della biomassa terrestre?

È interessante come il fornire capacità giuridica agli elementi naturali implicherebbe anche il riconoscimento dei loro possedimenti materiali, come fondi accumulati dai risarcimenti o ottenuti dalle loro attività commerciali. Tali fondi potrebbero venire usati, per esempio, per assumere avvocati nella causa di un fiume inquinato, o guardiani che sovraintendano allo sfruttamento sostenibile di un alveare. Questi stessi fondi potrebbero essere investiti nella ricostruzione di un sotto-ecosistema danneggiato o per l’espansione di una foresta in pericolo, a fianco dell’azione di ONG esistenti.

Riconoscere gli ecosistemi alla stregua di stakeholder e perfino di attori economici potrebbe fornire loro una opportunità di sopravvivenza.

La governance della Natura

Per poter comunicare con gli ecosistemi naturali, dobbiamo prima comprendere il loro linguaggio.

Solo così potremo pensare di rappresentarli mediante osservatori legali, comitati o assemblee. Questo nuovo approccio ovviamente solleva questioni e presenta notevoli sfide di natura legale ed ontologica; questioni alle quali il comitato di Camille de Toledo sta cercando di rispondere consultando giuristi, filosofi e ricercatori.

Questo comitato che raggrupperà tutti gli stakeholder della Loira – residenti, ricercatori, pescatori ma anche ad esempio piante, suolo, acque e pesci, saranno la “voce” della Loira.

Alla fine, ascoltare la voce della Natura ed imparare il suo linguaggio sarà probabilmente la sfida più grande che gli esseri umani abbiano mai affrontato. Se dovessero fallire, sarebbe anche l’ultima.

Come dice de Toledo:

“Rendere le entità naturali persone giuridiche nell’era dell’Antropocene, trasferirebbe diritti, poteri e perfino piani finanziari alla Terra stessa e alle sue componenti non umane. Ovvero a ciò dal quale derivano i diritti degli esseri umani medesimi”.

Fonte: World Economic Forum




IL GRANDE RESET IN PILLOLE (3): L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

I documenti del World Economic Forum hanno certamente un pregio: le tesi sono chiare ed espresse in modo disinibito. In questo articolo ci si spinge in territori inesplorati anche all’interno della distopia progettata per la popolazione mondiale. L’idea è quella di curare chi ha bisogno di aiuto psicologico non attraverso il contatto umano ma attraverso l’uso di una tecnologia che sia “efficace, affidabile ed economica”.

[Le Pillole precedenti:1- Il 5g, 2 – Cos’è il CoVax]

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Potrebbe un’Intelligenza Artificiale essere il tuo psicologo in futuro?

di Jhon Michael Innes* e Ben W. Morrison*

«La psicologia e le altre cosidette “professioni d’aiuto”, tipo quella del counselling e dell’assistenza sociale, sono spesso considerate come attività che si svolgono in un dominio che è quintessenzialmente umano. A differenza dei lavoratori i cui compiti sono manuali o di routine gli psicologi generalmente non vedono nessuna minaccia per la loro carriera dai progressi del Machine Learning e dell’Intelligenza Artificiale.

Gli economisti sono largamente d’accordo. Una delle più influenti indagini ad ampio spettro  sul futuro dell’occupazione, effettuata dagli economisti di Oxford Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, valutava la probabilità che la psicologia possa essere automatizzata in un vicino futuro a un mero 0,43%. Questo lavoro è stato inizialmente effettuato nel 2013 ed ampliato nel 2019.

Noi siamo psicologi sociali e delle organizazioni e studiamo l’interazione uomo-macchina sul posto di lavoro e i cambi di relazione tra la società, la scienza e la tecnologia. La nostra analisi degli ultimi quattro anni mostra che l’idea che la psicologia non possa essere automatizzata è ora obsoleta. La psicologia fa già uso di molti strumenti automatici e anche senza significativi progressi dell’IA noi prevediamo un impatto non trascurabile in un futuro molto vicino.

Cosa fanno gli psicologi tutto il giorno?

Le proiezioni precedenti davano per scontato che il lavoro di uno psicologo richieda una vasta empatia e delle capacità intuitive. E’ improbabile che queste caratteristiche vengano replicate, nel breve periodo, da una qualsiasi macchina. Tuttavia la nostra argomentazione è che il lavoro tipico dello psicologo abbia quattro componenti primarie: analisi, formulazione, intervento e valutazione dei risultati. Ogni componente può già essere automatizzata, in certa misura.

  • L’analisi dei punti di forza e dei punti deboli del cliente viene in gran parte effettuata dalla presentazione computerizzata di test psicologici, dall’interpretazione dei risultati e dalla scrittura di relazioni interpretative.
  • Le regole per le diagnosi delle condizioni sono molto progredite, al punto che gli alberi decisionali sono largamente usati dai professionisti del settore.
  • Gli interventi sono progettati seguendo linee di azione standardizzate, fornendo regole esplicite per la presentazione dell’orientamento e per il problem solving, con esercizi e riflessioni in punti specifici della terapia.
  • La valutazione finale è in gran parte una replica dell’analisi iniziale.

Molto del lavoro in una professione d’aiuto non richiede empatia o intuizione. La psicologia ha sostanzialmente predisposto le fondamenta per la riproduzione della pratica umana da parte di una macchina.

Una professione che non accetta la realtà? 

Quasi quattro anni fa pubblicammo un articolo sul Bulletin of the Australian Psychological Society chiedendoci come l’IA e le altre tecnologie avanzate avrebbero potuto sconvolgere le professioni d’aiuto. Fummo prudenti nelle nostre previsioni, ma anche con tale cautela suggerimmo potenziali impatti significativi sull’occupazione e sull’istruzione.

Non stavamo sostenendo che la cosiddetta IA “forte” sarebbe emersa per rimpiazzare l’umanità. Semplicemente mostrammo che il tipo di IA ristretta che esiste correntemente (e che migliora costantemente) avrebbe potuto invadere il territorio lavorativo delle professioni d’aiuto.

E’ già disponibile tutto uno spettro di app per la salute mentale guidate dall’IA, come Cogniant e Woebot. Numerosi prodotti simili adottano le procedure della Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC), largamente considerate il  “gold standard” dell’intervento per molte condizioni psicologiche. Questi programmi in genere usano agenti conversazionali forniti dall’IA, o chatbot, per fornire una forma di terapia dialogante che aiuti gli utenti a gestire la propria salute mentale. La ricerca su queste tecnologie si è già mostrata molto promettente. La nostra preoccupazione riguardo al futuro non era, tuttavia, condivisa tra i membri delle professioni d’aiuto. Ciononostante noi continuiamo a presentare le nostre argomentazioni ovunque sia possibile.

La diffusione dell’IA sta accelerando.

Quattro anni più tardi crediamo che l’impatto di questa tecnologia possa arrivare prima di quanto da noi stesso immaginato allora. Tre cose, in particolare, guidano questa accelerazione. La prima è il rapido progresso dei sistemi automatizzati che possono riprodurre (e qualche volta superare) le capacità decisionali umane. Lo sviluppo dei cosiddetti algoritmi di deep learning e l’emergere di sistemi analitici di previsione avanzata minaccia la rilevanza dei professionisti. Con l’accesso ai big data nella letteratura prettamente psicologica o correlata i sistemi di IA possono essere usati per analizzare e intervenire con i clienti.

I ricercatori hanno stimato che la probabilità che la psicologia possa essere automatizzata valga un mero 0,43%. Immagine: Oxford Martin School

Il secondo fattore è uno “tsunami” emergente fatto di ricadute dell’IA e preconizzato dagli economisti. Gli sviluppi nella tecnologia dell’informazione non si sono ancora riflessi in diffusi miglioramenti di produttività ma, come i ricercatori canadesi Ajay Agrawal, Joshua Gans e Avi Goldfarb hanno sostenuto, è verosimile che l’abilità predittiva dell’IA sarà presto un’alternativa superiore al giudizio umano in molte aree. Questo può innescare una ristrutturazione significativa del mercato del lavoro.

Il terzo fattore è la pandemia da COVID-19. La richiesta di prestazioni per la salute mentale è cresciuta drasticamente, con servizi anticrisi quali Lifeline o Beyond Blue che riportano una aumento del 15-20% dei contatti nel 2020 rispetto al 2019. Non ci si aspetta che il livello di sofferenza mentale, relativo alla pandemia, raggiunga il suo picco prima della metà del 2021.

Allo stesso tempo, la terapia in presenza è stata spesso esclusa – verso la fine di Aprile 2020 la metà delle prestazioni di salute mentale finanziate dal programma Medicare sono state fornite in remoto. Le app di meditazione e di autoconsapevolezza quali Headspace e Calm  sono state scaricate con numeri stellari. Questo fornisce ulteriori prove che i clienti attiveranno volentieri forme di terapia mediate dalla tecnologia. In ultima analisi la migliore efficienza ottenuta farà crescere il numero di clienti che possono essere gestiti da un singolo psicologo umano.

Di quanti psicologi abbiamo bisogno?

Dato tutto questo, quanti psicologi umani saranno richiesti dalla società in un futuro molto vicino? E’ una domanda a cui non è facile rispondere.

Come abbiamo visto, è praticamente certo che il lavoro dello psicologo possa essere rimpiazzato in larga parte dall’IA. Questo significa che gli psicologi umani dovrebbero essere sostituiti dall’IA?

Molti di noi si sentono a disagio con questa idea. Tuttavia, abbiamo un obbligo morale di usare il trattamento che dà i migliori risultati per i pazienti. Se una soluzione basata sull’IA risulta essere più efficace, affidabile ed economica dovrebbe essere adottata.

I governi e le organizzazioni sanitarie dovranno, con ogni probabilità, affrontare questi temi in un vicino futuro. Ci sarà un impatto sull’occupazione, sulla formazione e sull’istruzione dei professionisti che operano in questo campo.

Le categorie degli operatori hanno bisogno di essere una parte integrante della risposta a tali questioni. Esortiamo gli psicologi e le relative professioni sanitarie affini a essere alla guida di questa trasformazione e a non ignorare ostinatamente la tendenza in atto.

Raccomandiamo tre azioni concrete per migliorare la situazione.

  • Promuovere gli investimenti nella ricerca di come esseri umani e macchine possano lavorare insieme nella valutazione e nel trattamento della salute mentale.
  • Incoraggiare l’attenzione verso la tecnologia tra i membri della categoria.
  • Fornire una considerazione maggiore all’impatto tecnologico nella progettazione del futuro panorama della professione, in particolare quando si riflette intorno alla crescita professionale, all’istruzione e alla formazione».

15 Febbraio 2021

* John Michael Innes
, Adjunct Professor, University of South Australia

** Ben W. Morrison, Senior Lecturer, Organisational Psychology, Macquarie University

*** Fonte: World Economic Forum




IL DECLINO ITALIANO E SAN DRAGHI di Leonardo Mazzei

Le cifre del declino italiano sono tante e tutte convergenti. La caduta del Pil nel 2020 (-8,9%) non ha precedenti nel dopoguerra. Un vero tracollo, che non è stato però un fulmine a ciel sereno, bensì il picco negativo di una decadenza iniziata vent’anni fa. Ce lo ricorda un pezzo del Sole 24 Ore del 25 febbraio.

L’articolo di Gianni Trovati – Il gelo italiano lungo 20 anni – si basa su un’elaborazione dei dati ufficiali della Commissione europea. Il fine è quello di mettere a confronto l’andamento dell’economia italiana con quello dell’intera Eurozona. Il risultato è impressionante. Dal 2001 al 2020 l’Italia ha perso oltre il 18% rispetto all’insieme dell’area euro. Una vera catastrofe, ma ovviamente il quotidiano di Confindustria si guarda bene dal chiedersi cosa sia successo di particolare 20 anni fa.

I numeri del Sole non lasciano comunque spazio a troppe discussioni sulla drammatica decadenza del nostro Paese. Leggiamo:

«La lunga stagnazione italiana ha ridotto del 18,4% il peso del nostro Paese sul complesso della produzione cumulata dall’Eurozona nei suoi confini attuali. Oggi il Pil italiano vale il 14,5% di quello dell’area euro, contro il 17,7% coperto nel 2001, all’interno di un quadro che negli anni a cavallo del 2000 era piuttosto stabile».

Quale la conseguenza sul reddito medio degli italiani è presto detto:

«Nel 2001 a ogni italiano toccava in media un reddito esattamente in linea con i livelli europei, e pari all’85,9% di quelli tedeschi. Oggi il Pil pro capite da noi è fermo all’82,8% della media dell’Eurozona, e arriva al 67,6% dei valori registrati in Germania».

Tradotto in cifre, se in Italia nel 2001 il reddito medio per abitante era di 22.888 euro, praticamente identico ai 22.884 euro della media dell’Eurozona; nel 2020 il reddito italiano (29.636 euro) è stato del 17,8% più basso rispetto a quello dell’intera area della moneta unica (35.809 euro).

Attenzione! Quando si parla di reddito medio non scordiamoci mai il pollo di Trilussa. E’ chiaro infatti come l’impoverimento abbia colpito essenzialmente le fasce medio-basse della popolazione. Del resto, quarant’anni di neoliberismo hanno lasciato un segno pesante. La disuguaglianza è in crescita costante dagli anni ’80 del secolo scorso, ma essa è aumentata a dismisura proprio con il Covid. L’indice Gini, che ne dà una misurazione necessariamente approssimativa ma sostanzialmente corretta, è salito dallo 0,348 del 2019 allo 0,411 del 2020. Un +18,1% in un anno! Una cifra che dovrebbe essere sempre ricordata a chi nell’epidemia vede solo il virus…

Detto questo, è chiaro come il crollo del reddito medio segnali comunque l’inarrestabile decadenza dell’Italia. Un declino costante, così descritto da Gianni Trovati:

«L’ultimo significativo balzo in avanti della nostra performance, che ha visto il Paese correre in misura percettibilmente più veloce della media europea, risale al 1995-1996, quando la quota italiana nel prodotto dell’attuale eurozona è salita di un punto e mezzo. Poi più nulla: per la regola della crisi, che da noi attenua i rimbalzi e accentua le cadute. Da allora i numeri compongono una litania: che vede l’Italia sfondare al ribasso quota 17% nel 2008, 16% nel 2014 e 15% nel 2019. Sempre più ai margini».

Strano, bizzarro, davvero stravagante! Pensate un po’, nel 1995-96 c’era ancora la provinciale e bistrattata “liretta”, quella che faceva inorridire gli economistoni ultraliberisti! Dopo arriverà invece il grande, mitico e straordinario “eurone”, e guarda caso è da lì che inizierà prima la decadenza, poi l’autentico tracollo dell’economia italiana. I 20 anni di gelo del titolo del Sole coincidono infatti esattamente con il ventennio dell’euro. Che sia un caso? Come no!

Per semplicità abbiamo parlato fin qui solo di Pil, assoluto e pro-capite, ma a nessuno deve sfuggire come questi numeri siano strettamente legati alla vita delle persone in termini di reddito, potere d’acquisto, occupazione e sicurezza sociale. La cosa è talmente ovvia che non occorre insistervi.

Il signor Mario Draghi non viene da Marte

Il signor Mario Draghi, questo freddo calcolatore dall’eloquio imbarazzante, ha la sua (grande) parte di responsabilità nel disastro italiano degli ultimi decenni. Responsabilità di tutti i tipi. Prima, in veste di Direttore generale del Tesoro, è stato il liquidatore fallimentare delle grandi aziende di Stato. Poi, come presidente entrante della Bce, è stato colui che ha dettato (nella famosa lettera del 5 agosto 2011, insieme all’uscente Trichet) le regole della cura austeritaria cui veniva condannata l’Italia. Infine, come numero 1 della banca di Francoforte, è stato l’estremo difensore della gabbia che stritola il nostro Paese, quella dell’euro appunto. Una ferrea volontà, politicamente criminale, confermata non a caso e con gran vanto nel discorso di insediamento al Senato. «L’euro è irreversibile», ha ribadito. Un’insistenza che si potrebbe commentare in vario modo, ma che a me a fatto venire in mente il detto popolare che ci dice che “la lingua batte dove il dente duole”…

Il signor Mario Draghi non viene certo da Marte, bensì dai più importanti palazzi del potere. Egli (si scusi l’ovvietà) è dunque tutt’altro che estraneo alla condizione in cui è stata gettata l’Italia. L’articolo del Sole da cui siamo partiti parla non a caso di “crollo italo-greco”. La Grecia è infatti l’unico Paese che, sempre negli ultimi vent’anni, ha visto una caduta dell’economia (-28,9% rispetto all’Eurozona) superiore a quella del nostro Paese. Ma in questo periodo Italia e Grecia hanno avuto in comune principalmente una cosa: le tremende politiche di austerità imposte proprio per tenere in piedi il feticcio dell’euro. Politiche che, guarda caso, hanno prodotto un disastro sia al di là che al di qua del Mar Ionio.

Alcuni dati del disastro italiano

Quelle politiche di austerità – datate soprattutto dall’arrivo, nel novembre 2011, dell’altro Salvatore nazionale Mario Monti – saranno la causa principale di quell’approfondimento del gelo ventennale che ci ha portato fino alla crisi del Covid. Se fino al 2011 gli investimenti (pubblici e privati) erano rimasti allineati a quelli dell’Eurozona, da allora inizierà la discesa italiana. Oggi gli investimenti nel nostro Paese rappresentano solo il 18% del Pil (e di un Pil che nel frattempo è calato), contro il 21% dell’Eurozona. Tre punti percentuali possono sembrare pochi, ma tradotti in euro essi significano più di 50 miliardi all’anno che dal 2012 sono venuti a mancare all’economia italiana.

Questo ha portato con sé un altro disallineamento: quello del tasso di disoccupazione, che dal 2013 ha visto sprofondare l’Italia ad un livello assai più alto di quello dell’insieme dell’Eurozona. Qui le statistiche ufficiali ci parlano di uno scostamento di due punti (10% circa l’Italia, contro l’8% dell’Eurozona), ma con il Covid questi dati sono diventati del tutto aleatori. Il boom della disoccupazione nel nostro Paese è infatti oggi mascherato dal ricorso al blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione in deroga. E non è difficile comprendere come i numeri veri della disoccupazione siano nettamente superiori a quelli che Istat, governo e mezzi di informazione vorrebbero farci credere.

Tra i tanti grafici che potremmo produrre per evidenziare il rapporto diretto tra la crisi italiana e l’entrata nell’euro, questo sulla produzione industriale è uno dei più chiari e definitivi.

Fonte: Dipe (Dipartimento Programmazione Economica – Presidenza del Consiglio dei ministri)

Ma non c’è solo l’economia. Il suo gelo ventennale ha prodotto in parallelo un altro disastro, quello demografico.

Fonte: Dipe 

Come si vede, qui l’anno chiave è il 2008, quello dell’inizio della grande crisi sistemica globale. Il calo della natalità ha certamente anche altre motivazioni, sulle quali adesso non entriamo, ma il rapporto con la crisi economica, dunque con l’incertezza esistenziale che ha prodotto nella vita delle persone, non potrebbe essere più evidente. Questo legame è sempre esistito, ma esso diviene grave e socialmente patologico nel momento in cui la crisi diventa infinita e senza soluzione, proprio come avvenuto in Italia a partire da quell’ormai lontano 2008.

Adesso è arrivato il Covid. Peggio, è arrivata la sua gestione terroristica. Ed i suoi effetti sugli indicatori demografici non sono difficili da prevedere. Non si tratta solo dell’aumento della mortalità, sulla quale bisognerebbe comunque distinguere tra le vittime del virus, quelle dei mali di una sanità devastata dai tagli imposti dall’austerità targata euro (sempre lì inevitabilmente si torna) e quelle per così dire “indirette”, causate cioè dalla integrale covidizzazione di una sanità dove si è smesso di curare le altre malattie. Si tratta anche e soprattutto dell’ulteriore crollo della natalità.

Secondo i dati evidenziati dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, lo scorso 1 febbraio, il vero gelo demografico deve ancora arrivare. E non è difficile comprendere come questa sia una facile previsione. E’ molto probabile che il dato finale delle nascite del 2020 sfondi verso il basso la soglia dei 400mila nati. Ancora mancano i dati nazionali di novembre e dicembre, ed è chiaro che saranno proprio quelli dell’ultimo mese dell’anno, che si colloca a 9 mesi dall’inizio della crisi del Covid, a darci un’indicazione più precisa soprattutto per quanto ci si si può aspettare nel 2021.

Sul 2020 ci sono invece i dati completi di 15 grandi città, un campione piuttosto rappresentativo e sicuramente indicativo della tendenza generale. Sentiamo cosa ci dice in proposito Blangiardo:

«Nell’ambito di tale insieme, che aggrega circa 6 milioni di residenti e ha dato luogo nel 2019 al 10,6% dei nati in Italia, la frequenza di eventi nel corso del 2020 è diminuita mediamente del 5,21%. Un valore che è tuttavia la risultante di dinamiche ben distinte in corso d’anno: si ha infatti un calo medio del 3,25% nel complesso dei primi dieci mesi, che poi sale all’8,21% in corrispondenza del mese di novembre e raggiunge il 21,63% in quello di dicembre».

E’ a quel -21,6% che bisogna guardare per capire la gravità della situazione. Perché gli aridi numeri dell’economia non possono dirci tutto sul dramma sociale in corso. Ma essi, uniti alla narrazione terroristica dell’epidemia, impattano violentemente sulla vita degli esseri umani in carne ed ossa. Impattano da sempre sul lavoro e sulla sua sicurezza, sul reddito e sulle aspettative ad esso legate. Ma con il panico da Covid, così alimentato da media e potere, l’impatto è ancora più profondo e radicale, come dimostra l’inarrestabile aumento dei disturbi psichici, vera punta dell’iceberg di un malessere ancora più profondo.

Conclusioni

Potrà San Draghi – Santo subito!, Santo subito!, Santo subito! – fare il miracolo della fuoriuscita da una tale situazione? La mia risposta è no. No, non perché non vi sia via d’uscita, ma perché quella via è proprio quella che il Santo di Goldman Sachs non può intraprendere: la via dell’uscita dal neoliberismo e da quella gabbia eurista che ne è la sua concreta realizzazione.

Certo – ricordiamoci l’Helicopter Money di Milton Friedman – anche i liberisti sanno bene che non è questo il momento dell’austerità. Ma la politica espansiva oggi proposta da Draghi, peraltro non difforme da quella ipotizzata dal precedente governo, ha il solo fine di parare la botta, salvare il sistema ristrutturandolo, favorire quella “distruzione creativa” che per milioni di persone significherà solo perdita del lavoro e del reddito.

Dopo un anno come quello passato, ad un certo punto vi sarà ovviamente un rimbalzo. Ma di che tipo? Per avere l’ennesimo, quanto probabilissimo rimbalzo del gatto morto, non c’era bisogno di scomodare la scienza di San Draghi. A tale scopo bastava pure un Conte qualsiasi, pure quello dell’Inter.

E’ naturalmente troppo presto per emettere una sentenza di questo tipo. Ma il fatto che già si parli di un ritorno ad avanzi primari attorno all’1,5% del Pil ci dice già quanto sarà asfittica e puramente emergenziale la politica espansiva di Draghi.

Per iniziare a portare l’Italia fuori dal gelo ventennale, di cui pure il Sole ci parla, occorre ben altro. Diciamo che servirebbe una shock economy al contrario. Al posto di quella teorizzata dai guru neoliberisti e poi realizzata dalla cupola mondialista – sfruttare le grandi crisi per arricchirsi, privatizzare e liberalizzare tutto in nome di un’emergenza alla fine della quale nulla tornerà come prima (esattamente il modello Covid, per chi non lo avesse ancora capito) – servirebbe l’esatto contrario: un’economia guidata da uno Stato deciso a debellare disoccupazione e povertà, risoluto nel riprendere in mano i settori strategici dell’industria e della finanza, determinato a riconquistare una piena sovranità a partire da quella monetaria.

Solo in questo modo avremmo l’inizio della svolta necessaria, soltanto così non solo l’economia ma pure la società comincerebbe a risollevarsi anche spiritualmente.

Ma questa strada è esattamente quella che il banchiere Mario Draghi non potrà mai intraprendere. Con buona pace di quelli che credono che dopo il Draghi 1, distruttore dell’Italia, avremo adesso per qualche strana magia il Draghi 2, il Salvatore. E con grande delusione per tutti coloro che, disperati e in buona fede, continuano a credere alla leggenda dell’uomo del destino.

Con Draghi il declino italiano non si arresterà. Del resto, non è questa la sua vera missione. Lo scopo principale della sua venuta in Terra è un altro: quello di legare definitivamente il nostro Paese (che, come si è capito al Senato, egli non considera invece il suo) alle insostenibili regole dell’oligarchia eurista ed agli interessi più generali della cupola globalista di cui fa parte. Da qui l’altro obiettivo di San Draghi, quello di fare dell’Italia un luogo privilegiato della trasformazione del Great Reset.

Costruire l’opposizione a tutto ciò è dunque il compito dell’oggi. L’unico modo di preparare concretamente la strada dell’alternativa politica e sociale. All’inizio non saremo in tanti, ma non ci vorrà molto a dissipare la nebbia in cui è adesso avvolta l’ennesima grande illusione messa in campo dai dominanti. A quel punto aver giocato la carta Draghi potrebbe rivelarsi un boomerang per lorsignori. A quel punto ne vedremo delle belle. Non facciamoci trovare impreparati.




IL GRANDE RESET IN PILLOLE (2): COS’È IL COVAX

Proseguiamo, d’ora in avanti in collaborazione con FRONTIERE, laboratorio per la demondializzazione, la serie di pillole [QUI la prima sul 5G] sul prometeico progetto di ristrutturazione del sistema capitalistico globale denominato Grande Reset. Un disegno distopico che proveremo a scomporre nelle sue parti fondamentali riportando quel che immaginano e dicono i suoi stessi architetti. Alla base di questo resettaggio sistemico c’è la fede cieca in una scienza diventata scientismo, ovvero nuova religione. La scientocrazia è servita. FRONTIERE ne ha parlato con Enzo Pennetta e Pier Paolo Dal Monte. Come ogni fede religiosa ha una dimensione soteriologica, deve promettere la salvezza. Così ci spieghiamo l’incalzante campagna di vaccinazione di massa, portata avanti ad ogni latitudine, con tanto di minaccia di nuovi passaporti sanitari.

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«Cos’è COVAX, l’ambizioso piano globale per un vaccino contro il coronavirus?*

  • COVAX mira a garantire a tutti i paesi l’accesso a un vaccino sicuro ed efficace.
  • I paesi più ricchi hanno accesso ad una gamma di potenziali vaccini, evitando il rischio di doversi affidare ad uno solo.
  • I paesi a basso reddito ottengono un sostegno finanziario e parità di accesso ad un vaccino, una volta disponibile.
  • L’OMS stima che un vaccino sicuro ed efficace sarà disponibile dal prossimo anno.

L’unica vera speranza di porre fine alla pandemia di COVID-19 è mediante un vaccinoMa in un momento di crescente nazionalismo e di sfilacciamento della cooperazione globale, come possiamo garantire che i paesi ricchi non accumulino le dosi, lasciando i paesi poveri allo scoperto?

C’è un piano per garantire al mondo intero un accesso equo a un potenziale vaccino: COVAX. È coordinato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in collaborazione con GAVI, Vaccine Alliance; CEPI, il Centro Innovazioni per la risposta rapida alle Epidemie, ed altri. Finora si sono iscritti 156  paesi, che rappresentano quasi i due terzi della popolazione mondiale.

Nell’ambito di COVAX, i paesi avranno “accesso al più grande portfolio al mondo di possibili vaccini”, secondo quanto affermato dal dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS.

COVAX mira ad acquistare e fornire dosi di un vaccino sicuro, efficace e approvato per un’equa distribuzione in tutto il mondo. Circa 64 paesi ad alto reddito hanno già aderito al programma, di cui 29 da “Team Europe” nell’ambito di un accordo con la Commissione europea, mentre 92 economie a basso e medio reddito saranno sovvenzionabili.

“Mettendo in comune risorse finanziarie e scientifiche, I paesi partecipanti saranno in grado di assicurarsi contro il fallimento di un singolo vaccino e garantirsi, in modo mirato, vaccini efficaci, dal punto di vista del rapporto costi-effetti,” come ha spiegato l’OMS in un comunicato stampa.

Il Regno Unito ha firmato per COVAX, anche se un vaccino, in fase di sviluppo da parte dell’Università di Oxford e di AstraZeneca, è, attualmente, tra i candidati negli studi clinici di fase 3, l’ultimo ostacolo prima della potenziale approvazione.

L’obiettivo iniziale di COVAX è quello di avere 2 miliardi di dosi disponibili entro la fine del 2021, che, secondo GAVI, dovrebbero essere sufficienti a proteggere le persone ad alto rischio e maggiormente vulnerabili, nonché gli operatori sanitari in prima linea.

Il programma COVAX era all’ordine del giorno della prima giornata del vertice sull’impatto dello sviluppo sostenibile del Forum economico mondiale. Parlando in una  sessione virtuale sul COVID-19Anita Zaidi, Direttore sviluppo vaccini alla Bill & Melinda Gates Foundation, ha detto di essere d’accordo con la stima dell’OMS secondo cui un vaccino sarebbe pronto per essere ampiamente implementato entro la metà del prossimo anno.

Zaidi ha affermato che è necessario un approccio globale, come quello di COVAX, per contrastare il rischio di “nazionalismo vaccinale” – quando i paesi si precipitano a garantire una scorta per i propri cittadini – e garantirne l’accesso ai paesi più poveri.

Il ministro della Sanità nigeriano, Osagie Ehanire, ha detto che il suo paese ha fortemente sostenuto l’iniziativa, sottolineando la natura globale della pandemia e la necessità di solidarietà.

“E ‘un problema dell’umanità, e dovrebbe essere una soluzione dell’umanità,” ha dichiarato.

In conformità all’Organizzazione Mondiale della SanitàCOVAX è finanziato da governiproduttori di vaccinialtre organizzazioni e singoli, con $ 1,4 miliardi impegnati finora e maggiori fondi, necessari, da reperire urgentemente. Lo schema è solo uno dei pilastri dell’iniziativa Act (Access to COVID-19 Tools), che è stato lanciato in aprile dall’OMS, dalla Commissione europea e dalla Francia in risposta alla pandemia».

* Fonte: World Economic Forum




VERSO UN FEUDALESIMO TECNO-FINANZIARIO di Glauco Benigni

“Great Reset”, “Global Disruptive Innovation”, “capitalismo della sorveglianza”, “distruzione creativa”. Concetti che alludono alle profonde e devastanti trasformazioni della struttura sociale. Glauco Benigni ci indica dove sta andando il mondo.

In uno dei monologhi più famosi della storia del cinema, l’attore Ned Beatty, nel ruolo di un boss dell’alta finanza, per quattro minuti, perseguita un attonito Peter Finch, che incarna un famoso anchorman, ovvero il potere della Tv e gli impartisce una drammatica lezione su come vanno le cose nel mondo. Siamo nel 1976, lo sceneggiatore era Paddy Chayefsky, il film si intitolava Quinto Potere ed era diretto da Sidney Lumet. Il tandem sincronicamente impeccabile di due dei migliori talenti della Jewish American Community, vinse quattro Oscar. Sono passati 45 anni e quelle frasi sono sempre più attuali.

«Lei è un vecchio che pensa in termini di nazioni e di popoli – esordisce Beatty”. Ma … “Non vi sono nazioni, non vi sono popoli. Non vi sono russi, né arabi, né Terzi Mondi, né Occidente”. Siamo ancora in piena Guerra Fredda e gli arabi stanno facendo schizzare il prezzo del petrolio alle stelle. Ciò nonostante, continua Beatty: “Esiste solo un unico sistema di sistemi. Un vasto e immane, interdipendente e intrecciato, multivariato, multinazionale dominio dei dollari: petrodollari, elettrodollari, multidollari, deutsche mark, sterline, rubli, yen”. “…È il sistema internazionale valutario che determina la totalità della vita su questo Pianeta”. “Questo è l’ordine naturale delle cose oggi. Questa è l’atomica, subatomica e galattica struttura delle cose oggi giorno».

Da notare che Chayefsky, per bocca di Beatty, menziona sia il mondo newtoniano atomico, che quello subatomico della fisica quantica, che quello dello spazio extraterrestre.

«Non esiste l’America, non esiste la democrazia. Esistono solo IBM, ITT, ATT, Dupont, Dow, Union Carbite ed Exxon. Sono queste le nazioni del mondo oggi. Il mondo è un insieme di corporation inesorabilmente regolato dalle immutabili e spietate leggi del business”. E qui il profeta Chayefsky, anticipando di mezzo secolo i temi del dibattito contemporaneo, si lancia in una pragmatic vision. “I nostri figli vivranno per vedere quel mondo perfetto in cui non ci saranno guerre, né fame, né oppressione, né brutalità. Una vasta ed ecumenica società finanziaria per la quale tutti gli uomini lavoreranno per creare un profitto comune nella quale tutti avranno una partecipazione azionaria. E ogni necessità sarà soddisfatta».

Fantastico!

Al di là del fatto che le guerre ci sono ancora, c’è di che riflettere. L’autore visionario si colloca a 180° rispetto alle visioni socialiste che avevano cambiato il mondo dalla metà del XIX secolo, quando Marx ed Engels scrivevano le loro riflessioni. E in opposto alle visioni operaiste e sessantottine di pochi anni prima, Chayefsky nel 1976 già descrive una “ecumenica comunità finanziaria” in cui “tutti gli uomini lavoreranno” (fondi, banche, investitori, risparmiatori e day traders) non già per gestire collettivamente i mezzi di produzione e distribuzione ma “per creare un profitto comune” e, in tale comunità, “tutti avranno una partecipazione azionaria”.

Esattamente quello che sta accadendo oggi! Ovviamente facendo i dovuti distinguo…

Al posto della Tv c’è Internet; quindi, al posto della seduzione che organizza il consenso ci sono la sorveglianza e la censura; al posto delle corporation che producono e distribuiscono beni fisici, ovvero le maggiori aziende che erano quotate al New York Stock Exchange prima dell’avvento dell’era tecnodigitale, ci sono i Big della Silicon Valley e i Mutual Funds di Wall Street. Al posto del “profitto comune” c’è uno sterminato valore di scambio virtuale, n. volte superiore al valore dell’economia reale, e da questo valore il potere trae il proprio profitto. Tale “profitto” è senza dubbio generato dalla collettività, ma la sua proprietà e la sua ridistribuzione non hanno niente a che vedere con il concetto “di patrimonio comune”.

Negli ultimi due secoli dello scorso millennio senza dubbio è cambiato lo stile del potere. Non ci sono più la teocrazia e l’aristocrazia; soprattutto non c’è più la democrazia come l’abbiamo conosciuta dal 1945 al 2001. Il timone della storia però è rimasto saldamente nelle mani di una oligarchia occulta e la rotta si traccia – come sempre – da un giorno all’altro, al variare delle alleanze e degli scontri al vertice, nonostante si faccia credere che esistano progetti e visioni di lunga durata. In sostanza la dimensione politica, in cui si effettuano le scelte, è controllata in ogni suo aspetto… oggi maggiormente dal potere tecnologico e dal potere finanziario concentrato nelle mani di pochissimi individui.

Questa epoca contemporanea, che in gran parte corrisponde a quanto descritto dal personaggio di Chayefsky, è definita in molti modi da diversi autori, qualcuno la chiama post democrazia, altri capitalismo della sorveglianza, grande reset o nuovo ordine mondiale; a me sembra però che sia una nuova forma di feudalesimo: un feudalesimo finanziario digitale.

Perché?

In passato l’imperatore o il re, e i loro vassalli e valvassori, disponevano di terre, beni mobili, immobili e denaro fisico… tutto ciò costituiva il feudo. I proprietari del feudo concedevano ai loro sottoposti frazioni di territorio, e/o beni mobili e/o somme di denaro e tali concessioni non intaccavano le proprietà originali in quanto avvenivano in regime di comodato d’uso. La parte più bassa della gerarchia umana, ovvero i servi della gleba, grazie al proprio lavoro e alla propria creatività, faceva rendere al meglio le porzioni di feudo. Ciò che ne derivava, in termini di prodotti, servizi e monete, finiva in gran parte nelle casse della filiera gerarchica, fino a impinguare al massimo la corte del re o dell’imperatore. Ai servi restava solo il minimo indispensabile per sopravvivere. Era il feudalesimo: quello medioevale prima e quello moderno poi.

È andata più o meno così per secoli: dal IX al XVIII, fino alla Rivoluzione Francese.

“Stai tranquillo – diceva il dominus ai propri sudditi in quei rari periodi in cui non li usava per la guerra – tu pensa a lavorare e io ti difendo dai nemici”. In realtà non era proprio così, ma in ossequio a questa falsa promessa la gleba soddisfaceva le pretese economiche del dominus con doni di vario genere che giungevano “alla dispensa del signore” e financo talvolta subendo lo ius primae noctis. In sostanza la relazione si fondava sul comodato d’uso, grazie al quale l’1% (aristocrazia e clero) possedeva il 70-80% del tutto. Un po’ come oggi. Quasi sempre (ma non “sempre”) con i nomi dei padroni cambiati.

Con l’andar del tempo il potere, dilaniato dalle Rivoluzioni Americana, Francese e Russa, cambiò maschera e concesse che, i borghesi prima e i proletari poi, divenissero addirittura proprietari di beni, di terre e di mezzi di produzione, riservandosi però di gestire la forza lavoro nelle industrie e il “nuovo denaro” in forma di banconote, grazie a perverse alchimie di debito/credito, note oggi come “signoraggio bancario”.

Il denaro fino al 1971 era comunque garantito (backed) da qualcosa altro (oro, PIL) poi divenne, nell’era Nixon, fiat money, ovvero qualsiasi denaro che è accettato da un governo per pagare le tasse o il debito, ma non è ancorato o sostenuto direttamente dall’oro e da altri oggetti di valore. Il denaro fiat non ha un valore intrinseco significativo o un valore d’uso (per es. come una mucca o una pelle di castoro). La moneta fiat deriva il suo valore di scambio dall’ampio uso che ne fanno i mercati e i governi; le parti che si impegnano nello scambio si accordano semplicemente sul suo valore relativo in un dato momento. In qualche nazione sovrana è “creabile” dalle proprie banche centrali ad libitum senza dover troppo soffrire né dare spiegazioni… vedi quantitative easing recenti.

Una trentina di anni dopo quel fatidico 1971, succedono altri eventi straordinari. Nasdaq, il mercato dei titoli tecnologici di New York, nonostante la bolla del 2000, si rivela essere una straordinaria centrale di produzione di valore, specialmente per le società dette “.com”, quelle che oggi dominano la scena. Si innesca inoltre la sterminata valorizzazione di quei prodotti finanziari detti derivatives, i quali saranno messi sotto osservazione dal G20 a Pittsburgh nel 2009 quando, a causa della bolla dei subprime, i leader del mondo scoprirono che il loro valore ammontava già a 600 trilioni di dollari Usa.

Dopo qualche anno di osservazione e tentativi di riforma i derivati sono oggi pienamente riabilitati e la loro spregiudicata pericolosità è stata dimenticata. Questi fenomeni, esaltati dalla digitalizzazione degli scambi, cioè potenza di calcolo applicata ad algoritmi, sono favoriti anche dalla velocità delle reti e dall’ubiquità e anonimato dei soggetti attivi. In sostanza: le interazioni di questi fattori hanno prodotto una massa totale del valore quotato in Borsa che oggi non è più misurabile. Con un evidente eufemismo i tecnici parlano di quantificazione reale incerta. Il suo ammontare, infatti, calcolato in dollari Usa, è cresciuto a dismisura, negli ultimi 20 anni in modo caotico e incontrollato, al punto che non esistono misurazioni condivise di quanto “denaro” circoli nelle borse. Secondo qualche valutazione tale somma è quattro volte maggiore dell’intero Prodotto Interno Lordo planetario che nel 2019 ammonterebbe a una cifra compresa tra gli 80 (stime Fondo Monetario Internazionale) e gli 84 trilioni (stime World Bank), quindi 320 – 330 trilioni. Secondo altri “osservatori” però la somma del circolante nelle borse sarebbe 12 volte maggiore del PIL planetario. Di questo parere è la W.F.E. (Federazione Mondiale delle Borse) la quale afferma che il valore totale dei titoli azionari sarebbe circa 100 trilioni di dollari; ma, udite, udite… il valore dei “derivati” sarebbe ormai giunto a 1 quadrilione… cioè 1.000 trilioni.

Capite bene che si parla di una somma iper reale, anche un po’ “astratta”, che sembra tratta da un delirio di Paperon de’ Paperoni. Una somma non traducibile né riconducibile a beni, prodotti o servizi dell’economia reale, ma definita al dunque fiduciary money ovvero scambiabile – ci mancherebbe altro – ma sulla base della fiducia reciproca degli operatori finanziari. E tale somma sarebbe destinata ad aumentare!

In questa scena tecno-digitale-finanziaria nella quale i valori monetari, ormai mossi da Intelligenze Artificiali, si autoriproducono in modo esponenziale e la Cupola degli operatori finanziari diventa la garante del valore astratto, i nuovi domina capirono, già una decina di anni fa, che era possibile instaurare nuovi rapporti feudali con la base della popolazione.

Come?

Se teniamo a mente che:

  1. negli ultimi 25 anni la terra coltivabile e sulla quale costruire viene affiancata in progress da nuovi territori (domains) digitali quali .com, .edu, .info, .world, etc.
  2. dallo sfruttamento di tali territori (domains) e dallo sfruttamento del mondo digitale nel suo insieme, fondato sulla potenza di calcolo numerico, giungerà la futura produzione di ricchezza. (Così si afferma!)
  3. tali territori (domains) sono estendibili a infinito e vengono dati in comodato d’uso, specialmente nel caso dei social network, affinché i membri più evoluti delle comunità (più di 1 miliardo di umani) vi esercitino la loro capacità produttiva e il loro talento, in forme apparentemente indipendenti e tendenzialmente volontaristiche e gratuite.
  4. il denaro che viene prestato da chi ne ha facoltà a individui, aziende e stati attraverso complicate alchimie arriva da apparenti Big-Bang “Nulla-Tutto” (vedi recenti “quantitative easing”) ed è diventato potenzialmente illimitato.
  5. tale denaro in progress godrà in futuro anche del sostegno esponenziale di valuta digitale (bitcoins and Co.) considerata anch’essa fiduciary money.

Se teniamo a mente queste considerazioni, la scena futura si chiarisce meglio: si dirada la nebbia del Neoliberismo, ancora fondato su materie prime limitate che rendono il dollaro oscillante e rissosi confronti con la forza lavoro e i consumatori e… sorge il sole del great reset tecno-finanziario.

I feudi contemporanei non sono più le terre, i beni fisici e il denaro garantito da oro o altro, ma i territori digitali deregolati e tendenzialmente privi di quei noiosi limiti tipici del mondo materico. E il denaro virtuale, ovvero il valore di scambio prodotto nelle borse digitalizzate, diventa garanzia, giustificazione e linfa di quei nuovi feudi. A questo punto la dimensione astratta di feudo a-materico si libera totalmente dalla dimensione fisica e diventa un Cloud tendenzialmente infinito, in quanto i territori digitali sono tendenzialmente producibili a infinito e le masse di valore di scambio anche, in quanto scollegate dall’economia reale e fondate invece sulla fiducia. Il tutto al di là del controllo degli Stati e dei limiti dello sviluppo della tradizione newtoniana.

Ecco, dunque, la rotta: portare le vecchie costituzioni in soffitta; controllare poche e selezionate Agenzie delle Nazioni Unite con flussi di denaro virtuale, affinché prevalgano i trattati internazionali; mantenere al G20 il dialogo tra le oligarchie e … viaggiare sereni verso il transumanesimo.

Sono sotto gli occhi di tutti i primi effetti devastanti del Nuovo Feudalesimo: sull’occupazione, sull’organizzazione sociale a base familiare e sul controllo sanitario. Ogni bioetica precedente lascia il campo alla biopolitica dei domina.

Questa è la situazione oggi. Il coito incessante e appassionato tra i Big digital, cioè FAGAM e dintorni e i big della finanza digital cioè i mutual funds e le grandi banche d’affari, grazie (anche) alla crescita vertiginosa di Nasdaq e NYSE durante la pandemia, ha dato vita a una dinastia di nuovi poteri paraocculti e transnazionali; una dinastia fatta di intrecci azionari e consigli di amministrazione che si controllano e si fondono l’uno con l’altro affidandosi alla mediazione degli studi legali internazionali come una volta si affidavano ai matrimoni nelle cattedrali. Il nuovo vertice, come ai tempi delle monarchie tra loro imparentate, si comporta in modo feudale: da in “comodato d’uso” porzioni di territorio digitale (server, potenza di calcolo, cloud, etc.) agli individui e alle aziende e porzioni di fiat e fiduciary money alle tesorerie degli stati privati della sovranità (i vassalli), che grazie ai valvassori (il sistema bancario) le allocano a individui, famiglie e aziende piccole e medie (vedi in Europa il MES o il Recovery Fund). Tutti i comodatari: sia grazie al lavoro che alla creatività “coltivano e ottimizzano” le porzioni di territorio digitale e di credito che vengono loro concesse in comodato d’uso e remunerano gli strati intermedi e il vertice della piramide dei domina. La remunerazione avviene soprattutto: attraverso consumi superflui di beni e servizi multinazionali; spese indotte per la salute individuale e collettiva; tasse dirette e indirette che attraverso gli stati finiscono nelle casse dei domina in forma di interessi sul debito pubblico, al punto che ormai l’1% possiede il 99% della ricchezza mondiale.

Di fatto, nel triangolo indispensabile alla produzione di ricchezza: “denaro, infrastrutture, capitale umano”, quest’ultimo è ridotto da forza lavoro in grado di contrattare al ruolo di servi della gleba “comodatari”. Non è un caso che le grandi proprietà, nelle diverse aree strategiche, si stiano concentrando nelle mani di soggetti che sono sempre più interconnessi tra di loro e che il futuro digitale sia orientato a dare in “comodato d’uso” ogni strumento di controllo, produzione, apprendimento e trasporto.

Quali proprietà restano nelle mani dell’ex borghesia e degli ex proletari? Le terre, gli immobili e i risparmi. Le prime due saranno sempre più oggetto di tasse progressive non sopportabili. Mentre i “risparmi”, entrati da tempo nel mirino degli avidi “raccoglitori” e “investitori per tuo conto”, grazie a un forsennato pressing promozionale e al fatto che le alternative agli investimenti diventano sempre più tassate e rischiose, vengono deliberatamente affidati dai nuovi servi della gleba alla gestione dei domina, i quali li rollano nelle borse, ridistribuiscono qui e là un po’ di profitto ma li usano per rafforzare la propria egemonia. In alternativa i risparmi vengono direttamente “investiti”, grazie alle piattaforme di brokers online  day traders a caccia di profitti facili. In questi casi valgono sempre di più le leggi del casinò e si sa che i croupiers vincono sempre. Inesorabilmente si passa così da globalizzazione e glebalizzazione tecnofinanziaria.

Diventano sempre più strategiche le “infrastrutture fisiche” e in particolare il sistema nervoso centrale delle comunicazioni globali, ovvero quel complesso sistema fatto di cavi, satelliti, tralicci, antenne e dintorni, la cui funzione è distribuire e diffondere contenuti e consentire transazioni finanziarie a distanza. Qui la partita vede i cavi al primo posto, tant’è che è in corso una forsennata azione di posa transoceanico di cavi sottomarini, stesi per migliaia e migliaia di chilometri. Guarda caso i principali attori di questo business sono le società del FAGAM – Facebook, Google, Amazon, Microsoft insieme alle grandi società telefoniche e alle banche d’affari, ovviamente. Sul fronte del trasporto segnali da satellite invece si muove, quale avanguardia, l’onnipresente Mr. Tesla, Elon Musk che con il suo progetto SpaceX vuole mettere in orbita bassa 12.000 satelliti, cioè 2.000 in più di quanti ne sono stati messi in orbita dal 1957 a oggi.

È superfluo ricordare in conclusione che tutte le aziende coinvolte nel nuovo feudalesimo sono ipervalutate in borsa e che i loro titoli vengono scambiati h 24 da decine di milioni di traders grandi e piccoli che comprano e vendono con PC e smart phone da ogni angolo del mondo. Ecco perché, come diceva Chayefsky 50 anni fa:

«Non esistono più né nazioni né popoli… ma una vasta e ecumenica società finanziaria per la quale tutti gli uomini lavoreranno per creare un profitto comune e nella quale tutti avranno una partecipazione azionaria».

A Parigi, con una venatura di sarcasmo si direbbe: “Impeccable!”

* Fonte: W – Economia & Politica