NON C’È SOLO BYOBLU di Stefano Becciolini

Ha fatto scalpore la chiusura da parte di Google del canale Youtube di ByoBlu.

La nostra solidarietà a Messora per questo sopruso è piena. Tuttavia…

«Credo sia doveroso, a distanza di una settimana dalla chiusura del canale Youtube di Claudio Messora, fare il punto della situazione per evitare fraintendimenti futuri, dato che la memoria corta e’ una prerogativa prettamente italiana.

A poche ore dalla chiusura del canale Youtube di Byoblu’, il Senatore Gianluigi Paragone ha denunciato al senato il provvedimento preso da Google (proprietaria di Youtube) e nelle ore successive  sono intervenuti a ruota i Senatori Alberto Bagnai Lega Nord, il deputato Pino Cabras ex M5S ed il Senatore  Lucio Malan di Forza Italia. Ottima iniziativa a sostegno di una Casa Editrice come  è  divenuta Byoblu da pochi mesi, ma  non a difesa della pluralitá dell’ informazione.

La presunta censura da parte dei  social network dura da molto tempo e si e’ rinvigorita dopo le elezioni del nuovo Presidente degli U.s.A. vittime di essa sono stati e sono tutt’ora molti cittadini e non solo bloggers e giornalisti. E’ giusto usare unicamente il “logo” di Byoblu come bandiera della libera informazione? Tanto più quando l’ iniziativa   parte da esponenti politici, che non dimentichiamoci  alcuni di loro sono stati lanciati nella scena politica proprio da Byoblu.

E’ corretto a ridosso della chiusura, peraltro non ancora documentata (o forse me la sono persa) aprire una campagna di donazioni a favore di Byoblu che ad oggi ha raccolto la cifra astronomica di trecento mila euro (in una settimana)? Importi che sicuramente saranno stati versati sull’ IBAN della Casa Editrice di Claudio Messora per permettere l’acquisizione di una frequenza televisiva nazionale (non si capisce se in aggiunta   a quelle gia’ presenti di Piemonte, Lazio e Lombardia).

Credo, anzi ne sono certo, che Claudio Messora abbia provveduto gia’ da mesi ad attivare una tutela legale per evitare la conseguente chiusura del canale come invece è avvenuto. Ne avrebbe avuto tutti i diritti in quanto Editore riconosciuto. Le avvisaglie di chiusura da mesi erano divenute per Byoblu un’ipotesi non remota ma una certezza di cui se ne era perfettamente a conoscenza, visto che dopo aver subito tre chiusure di una, due e tre settimane, la cancellazione del canale Youtube sarebbe stata  automatica.

Non dimentichiamo che in data 23 febbraio 2021 Youtube toglie a Byoblu la pubblicita’ e gli abbonamenti, quindi una grossa fetta di affari che permettevano alla Casa Editrice di vivere bene e pensare al futuro. Da quella data il Canale  Coutube di Byoblu era diventato un grande carrozzone , con  mezzo milione di iscritti sì, ma privo di alcun valore economico, e che fagocitava risorse  economiche per  diffondere e produrre contenuti fruibili gratuitamente dagli utenti, quindi in competizione con il canale “Davvero TV” a pagamento che è visionabile in rete al costo di 5 euro al mese o 45 + 9,85 di tasse all’anno.

Quanti sottoscrittori a pagamento (oltre ai Donatori) ha “Davvero TV”? Non conosciamo il dato, ma se fossero solo 20.000, le cifre iniziano a farsi veramente gtosse. Immaginiamo ora che, dei 500.000 iscritti che vedevano Byoblu su Youtube, uno su 5 decidesse di “migrare” a pagamentp su Davvero Tv in rete . L’  Editore Messora incasserebbe 500.000 Euro al mese in più ( 6 milioni di euro l’anno) grazie al fatto che Byoblu non si vede più su Youtube.

Quindi : “Chi ti dice che sia una disgrazia ?” direbbe il saggio partenopeo e allora perché incitare il Popolo della Rete alle Donazioni ?

Di una cosa hanno dimenticato di parlare i Senatori nella crociata a favore di Byoblu.  I Social Network non possono censurare di loro iniziativa, altrimenti verrebbero  paragonati a Editori e quindi soggetti alle norme fiscali e sindacali in ogni Paese da cui provengono i contenuti. Censurano su segnalazione agli algoritmi.

I Social, compreso Youtube utilizzano degli algoritmi istruiti, per cui a determinate sollecitazioni danno risposte automatiche. Mi spiego meglio: se un gruppo organizzato su Telegram ad esempio, composto da un numero consistente di individui, decidesse di segnalare contemporaneamente un contenuto video quale censurabile (shitstorm), basterebbe che a distanza di tempo  si effettuassero la segnalazione utilizzando la stessa etichetta, ad esempio “violazione delle  norme sulla disinformazione in campo medico”  ed il gioco e’ fatto. Alla terza o quarta “shitstorm” il Canale verrebbe automaticamente chiuso, a meno che il proprietario si tuteli come credo abbia fatto Claudio Messora inviando a tempo debito una comunicazione anche Legale.

Esiste storicamente un  caso emblematico, quello del Canale Youtube di Radio Radio TV (anch’ essa Casa Editrice) che nel giugno 2020 venne chiuso per 24 ore a seguito di segnalazioni o shitstorm per  “pubblicazioni pedo pornografiche” assolutamente false e prontamente denunciate con lettera dei suoi legali. Venne prontamente riaperto.

Stimati  Senatori della Repubblica Italiana, ottima e lodevole l’ iniziativa da voi intrapresa in difesa di Byoblu. Ma , torno a dire: “perché difendere solo di Byoblu che si difende già benissimo?”
Gli altri piccoli e medi attivisti che non hanno soldi da spendere con legali o non hanno Santi a Montecitorio come possono  difendere il sacrosanto diritto ad esprimere liberamente le proprie idee e difendersi dai segnalatori organizzati?

Concludo con alcuni cenni sulla “trasparenza” della raccolta di donazioni. Decine di migliaia di italiani stanno donando in maniera più che generosa a Byoblu, però in molti cominciano a chiedersi: “Ma se la Tv di Messora è ‘dei Cittadini’ a chi è intestato il Conto Corrente?  Dovrebbe essere almeno un’azionariato popolare no?

Buon lavoro Senatori spero vivamente che nei prossimi giorni verra’ da voi intrapresa una piu’ solerte iniziativa: per arginare lo strapotere dei Big della rete; per smascherare i “delatori organizzati”; per difendere la libertà di informazione di chiunque e soprattutto scoprire chi sono i mandanti delle censure vere e delle censure strategiche, orchestrate o spudoratamente false.

Aggiornamento:

non amo parlare di me, e nonostante abbia scritto questo articolo il giorno successivo al ricevimento della mail da parte di youtube (4/4/2021)  che mi informava della sospensione per due settimane del mio Canale Becciolini Network, proprio poche ore fa (ore 21:00 del 6/4/2021) sono stato bloccato anche da Facebook durante una diretta Streaming con Streamyard, programmata sulla mia Pagina Facebook Becciolini Network, dove avrei dovuto intervistare Gregory Snegoff dalla California. Sono stato bloccato inoltre con il mio profilo ufficiale dalla pubblicazione nelle pagine Facebook Homo SapiensR.I.E. Rete Informazione Europea e Patto Julian Assange per la libertá dell’Informazione e di opinione in cui sono Amministratore.

Fortunatamente riesco per ora a pubblicare su queste pagine con altro Profilo.
Sono propenso a credere che nulla avvenga per caso. Non sono un caso queste “censure indotte”, sto dando fastidio a qualcuno e credo che contro di me siano stati scatenati “i mercenari della rete o segnalatori a retribuzione”. Tesi che sostengo da mesi anche all’ interno del Patto Julian Assange.
A termine di questo mio articolo, auspico vivamente che il mio  caso, come quello di molti altri Blogger, venga portato in Senato come un’altro vessillo di libertá violata, ma tranquilli io non aprirò canale TV e non chiederò il vostro sostegno per farlo.

Documentazione a corredo:

post del 23/02/3021 di Byoblù di sospensione monetizzazioni e abbonamenti;

Audizione del Senatore Gianluigi Paragone alla Camera;

Post di segnalazione di sospensione del mio canale Youtube per due settimane;

– Intervista al Blogger Mattet Demicheli sul caso Byoblu del 1 Aprile 2021;

Video di segnalazione di interdizione da parte di Facebook delle dirette Streaming del 6/4/2021».

* Fonte: becciolininetwork




LA POPOLARITÀ SUI SOCIAL INGANNA di Filippo Dellepiane

A dimostrazione di come il progetto di Paragone/Italexit non decolli affatto e si sia anzi impantanato lo dimostra il fallimento della manifestazione dell’altro ieri nei pressi del Senato. Italexit di Paragone ha scelto di manifestare contro l’insediamento di Draghi in perfetta solitudine. Risultato poche decine di persone. Con la presunzione non si va lontano. Come spiegare questo errore pacchiano? Dipende anche dall’illusoria sensazione di essere potenti e di essere sufficienti a se stessi che viene dal “seguito” nella bolla dei “social”.

*  *  *

Avere “1 milione di like” non serva a nulla, o meglio non serva quasi nulla, di seguito una semplice equazione: ad un grande responso sui social NON corrisponde sempre un risultato degno di nota sul campo. Non è infatti garantito che il seguito sui social corrisponda ad un vero sostegno reale nella vita politica. Solo per fare un esempio possiamo prendere come campione proprio G. Paragone.

Like alla sua pagina personale: 913’000

Engagement rate della pagina Facebook [(somma interazioni contenuto A + somma interazioni contenuto B /2] /fan (della pagina)= 0,015.

Ho preso in considerazione i due post più visti ultimamente sul profilo di Paragone (https://www.facebook.com/gianluigi.paragone/posts/3630569596991937 e https://fb.watch/3KcTD4P-Yh/ ).

Per non avere un risultato troppo viziato, non ho preso gli ultimi post caricati, perché il pubblico di Facebook riceve le notifiche dopo un certo tempo, prima di finire nel dimenticatoio degli algoritmi. Ciò significa che chi carica post deve sapere che vi è una finestra di tempo in cui il suo contenuto è visibile, dopodiché diventerà sempre meno presente nelle bacheche degli utenti.

Sono stato quindi generoso in questo caso prendendo in considerazione solo 2 post, oltretutto i più popolari.

Se vogliamo ad esempio capire quante interazioni si hanno ogni mille persone (like, commenti o altri emoticons) vediamo che, vista la cifra sopra, sono 15 gli utenti a lasciare una “reaction”. Questo si chiama “reach” della pagina.

La Meloni, le cui reactions sono quasi pari a Salvini, ma con la metà dei like alla pagina, ha dei numeri sorprendenti. 1.7 milione di like, ma un reach quasi doppio. Sottolineo che sembra poco, ma non lo è affatto. Se 30 persone ogni 1000, mediamente, reagiscono ad un post, la differenza è enorme rispetto a sole 15. Ma chiaramente il merito nel caso della Meloni è di Tommaso Longobardi, un ragazzo giovane che ha scritto anche un libro sui social.

La pagina della Marcia della Liberazione, se consideriamo soprattutto che è in shadow ban, fa tutto sommato meglio di Paragone o uguale. Non solo, ma appare chiaro che la pagina del partito Italexit è una brutta copia di quella di G.P. Un copy&paste (copia e incolla) bello e buono, dove la faccia che spunta è quasi sempre la sua. Con delle scritte a caratteri cubitali in testa e alla fine dei video, stile Salvini.

La manifestazione di Italexit con Paragone svoltasi il 17 febbraio a Roma

Dunque, dopo aver analizzato questi aspetti più tecnici, un’altra constatazione importante: dall’altro dei 900000 seguaci, la manifestazione a Roma del 17 febbraio è stata un disastro. E i numeri sopra non ci lasciano molti dubbi: i grandi like arrivano solo quando Paragone va in tv oppure parla in senato ma, quando Italexit annuncia iniziative, calano i like che vengono presto sostituiti dai commenti derisori di ex grillini ed altri. Non solo, dopo la mediocre figura di ieri al Pantheon, Paragone non ha neanche caricato un’immagine della manifestazione.

Ciò significa che G. Paragone ha un “seguito” sui social grazie a certi suoi video interventi, mentre il sito “ilparagone.it” ha numeri davvero miseri, a dimostrazione che pochi gli danno ascolto e sono davvero disposti a seguirlo. Glielo si concede, e glielo concediamo pure noi: è apprezzabile in alcuni interventi ma, a quanto pare, non desta molto interesse nelle sue iniziative pratiche nella vita politica attiva, fuori dal palazzo e dal circo mediatico.

È come se fosse ancora un giornalista per sbaglio sbarcato in politica, che dice cose interessanti ma nulla di più. Gli manca quel carisma che hanno altri, e le capacità proprie di un vero capo politico.

A parte, dunque, la gestione mediocre dei social (che si palesa ancor di più nelle pagine periferiche delle regioni e delle province) è necessario subito sgombrare il campo da una questione: i seguaci che si hanno su un social non corrispondono assolutamente alle reali forze di Italexit ed in generale dei partiti. E credo di dire il pacifico. Altrimenti avremmo dei partiti di massa, se valesse davvero questa equazione. Contando, inoltre, che la pagina di Italexit rispetto a quella di Paragone sembra essere considerata come assolutamente secondaria, come priva di importanza.

Se qualcuno come in Italexit, poi, punta ad utilizzare i social e l’internet in maniera massiccia credendo di poter così aumentare il proprio bacino (ad esempio con iscrizioni online all’organizzazione ecc) si sbaglia di grosso.

Chi ti segue sui social potrebbe averlo fatto per molti motivi:

  1. Semplice interesse, che non sfocerà mai in nulla di più
  2. Vero interesse, in potenza anche “attivo”
  3. Per farsi due risate, per prendere in giro o fare “l’hater” e, per questo motivo, il dato dei like rimane sempre relativo

Il campo di battaglia, la prova del 9, è sempre la piazza ed è lì che si misurano materialmente le forze di un’organizzazione. I social ti servono certamente, ma devono essere accompagnati da 1) attività nei territori, in modo organizzato oppure 2) pesante effetto megafono nei media/afflusso di soldi, con cui puoi martellare i cittadini giorno e notte. Tertium non datur, ed Italexit non sembra capace di fare la prima cosa, né chiaramente ha la possibilità di attuare il piano 2.

La strada dei partiti leggeri, d’opinione, senza una base militante agguerrita, non porta da nessuna parte. Chi è riuscito a “sfondare”, ha potuto sopperire a questi limiti o perchè disponeva di tanti soldi o perchè aveva il sostegno del regime o perchè aveva un leader carismatico (vedi Beppe Grillo).




COVID-19: DUE NESSI, DUE MISURE di Leopoldo Salmaso*

Se sei Covid+ e muori di infarto, la diagnosi di morte è Covid-19.
Se ti vaccinano contro Covid-19 e muori di infarto, la diagnosi di morte è Infarto.

Quanto sopra potrebbe sembrare una battuta di spirito, ma non lo è. E’ quello che sta succedendo in Italia e ovunque il costume sia sempre più riplasmato dai media occidentali e dai loro ripetitori. Eppure ciò è in aperta contraddizione con la Logica che, da Aristotele in poi, dovrebbe guidare il corretto ragionamento.

Nella pratica clinica, autopsie comprese, non si può mai affermare una diagnosi con sicurezza assoluta (probabilità = 1) né escluderla (probabilità = 0). Si possono solo formulare ipotesi diagnostiche più o meno plausibili. Cercherò di chiarire questo fatto con un esempio estremo, diciamo pure “scandaloso” per il buon senso comune: una persona uccisa con dozzine di proiettili potrebbe aver avuto un arresto cardiaco per lo spavento al vedere che il killer stava per ucciderla: nessuna autopsia potrà mai escludere tale ipotesi, per quanto remota essa sia. La causa di morte sarà “ferite di arma da fuoco” con probabilità 0,999…9 e “arresto cardiaco” con probabilità 0,000…1).

Passando a gruppi di persone (cioè in epidemiologia), una correlazione statisticamente significativa non implica un nesso causale. Cioè: il rapporto causa-effetto è possibile ma non è né dimostrato né (tantomeno) escluso. Vediamo come esempio le due situazioni che seguono:
1) Casi di morte associata a positività dei test per SARS-CoV-2: il nesso causale (cioè: il virus ha ucciso la persona) è possibile ma non è né dimostrato né escluso.
2) Casi di morte associata a vaccinazione anti SARS-CoV-2: il nesso causale (cioè: il vaccino ha ucciso la persona) è possibile ma non è né dimostrato né escluso.

Fin qui l’inoppugnabile teoria. E la pratica?

I casi del primo tipo (morte associata a test positivo) vengono regolarmente analizzati dall’Istituto Superiore di Sanità. Al 16 dicembre 2020 sono state esaminate 5.962 cartelle cliniche, da cui risulta che in media c’erano 3,6 altre gravi patologie pre-esistenti e che solo nel 3,1% dei decessi non vi erano altre patologie [1]. Si tratta di un campione estremamente rappresentativo di tutti i 63.573 casi registrati dall’inizio della cosiddetta “pandemia” [2]. Su quei dati si è sviluppata la polemica “morti CON / morti PER” Covid-19, ma pochi hanno evidenziato il nocciolo del problema così chiaramente come il governatore del Veneto Luca Zaia. In una conferenza stampa del 27 agosto, Zaia  dice che, data una positività del test, da quel momento in poi la diagnosi di morte è sempre e comunque “Covid-19”. Egli commenta due volte: “è un assurdo ma oggi si ragiona così” e “purtroppo è sbagliato però è così”.

Ma allora i medici sono impazziti? No, dal 20 aprile 2020 è “impazzita” l’OMS che ha cambiato i criteri [3], con grande soddisfazione del suo azionista di maggioranza, nonché piazzista di vaccini con enormi profitti, Bill Gates.

Conclusione: nei casi del primo tipo il nesso causale viene sempre affermato, anche se ciò comporta un errore di logica.

I casi del secondo tipo (morte associata a vaccino) vengono indagati mediante esame autoptico. Il caso più clamoroso riguarda 29 morti in Norvegia [4], ma vi sono casi in tutto il mondo [5], Italia compresa.

In tutti quei casi finora è emersa qualche grave patologia associata (tranne il riferimento 14, sotto), la quale viene sistematicamente registrata come causa di morte. Anzi, le dichiarazioni ufficiali si spingono all’assurdità logica di escludere un pur possibile nesso causale fra vaccino e morte [6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, … ].

Conclusione: nei casi del secondo tipo il nesso causale viene sempre escluso, anche se ciò comporta un errore logico di segno opposto a quello commesso nei casi del primo tipo.

Insomma, si potrà anche contestare tutto ma non l’evidenza che i mass media, i politici e i vertici della sanità stanno applicando il trucco dei due pesi, due misure. Anzi, due nessi, due misure!

Per risolvere la contraddizione logica di tutto quanto sopra restano solo tre ipotesi:
A) L’informazione è dominata da una élite di personaggi SI-VAX-A-PRESCINDERE, con uno stuolo di ripetitori acritici fra le autorità politiche e sanitarie (15);
B) L’informazione è dominata da una élite di personaggi SI-COVID-A-PRESCINDERE, con uno stuolo di ripetitori acritici fra le autorità politiche e sanitarie;
C) Entrambe le precedenti.

In questo contesto di schiavitù globale non ci indigniamo nemmeno per il fatto che l‘Italia sta al 41mo posto nella classifica mondiale per indipendenza dell’informazione, dopo Botswana, Burkina Faso e Repubblica Ceca [16].

Un noto proverbio recita: “chi paga la banda sceglie le musiche”. E chi è che paga la banda di giornalisti e politicanti (inclusi molti politicanti della Sanità) a livello locale, nazionale e globale?

* Leopoldo Salmaso, medico, Autore di “AIDS: Sindrome da Indifferenza Acquisita?” e di “Il golpe latino: l’Europa salvata dalla crisi per errore” disponibile anche in Inglese e Spagnolo su Lulu.com.Conduttore del programma radiofonico “Debito e democrazia” su Radio Gamma 5.
Co-editore del manifesto “Moneta Bene Comune”, disponibile in varie lingue su www.monetabenecomune.it

* Fonte: Comedonchisciotte

NOTE

1) Epicentro ISS, revisione cartelle cliniche al 16/12/2020
2) L’OMS non ha mai dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia per CoViD-19. Tutto quello che abbiamo è una conferenza stampa in cui il DG Ghebreyesus dice: “Abbiamo valutato che CoViD-19 può essere caratterizzata come una pandemia”. Nessun documento scritto, protocollato, da parte degli organi competenti in base allo statuto dell’OMS: Assemblea Generale (art. 21a) o Consiglio Direttivo (art. 28i). 
3) OMS cambia i criteri di diagnosi di morte
4) La Stampa: “coincidenza temporale, nessun allarme
5) La California sospende il vaccino Moderna: troppe reazioni gravi
6) Covid: infermiera morta dopo vaccino, autopsia ESCLUDE legame
7) Medico di Mantova morto per attacco cardiaco, il giorno prima si era vaccinato: “NESSUNA CORRELAZIONE, patologie preesistenti”
8) Covid: Svizzera, 91/enne morto dopo vaccino, NESSUN NESSO.
9) Germania: morte 10 persone poco dopo la vaccinazione contro il coronavirus,. Gli specialisti PARTONO DAL PRESUPPOSTO CHE IL DECESSO NON SIA LEGATO AL VACCINO.
10) Repubblica.it: “(autopsia) dovuta, MA SI TRATTAVA DI PERSONE IN CONDIZIONI GIA’ MOLTO GRAVI”.
12) Mantova: “EVENTO IMPROVVISO LEGATO A CONDIZIONI PREESISTENTI”
13) Genova, anziana in Rsa muore per emorragia cerebrale dopo vaccino Covid. La Regione: “AL MOMENTO NESSUN NESSO”.
14) Infermiera muore nel sonno “CAUSE NATURALI” (ma viene CENSURATA l’informazione che era stata vaccinata)
15) Sì-vax-a- prescindere: perdona loro perché non sanno quello che fanno!
16) Italia 41ma per libertà di stampa




E’ LA TERZA GUERRA MONDIALE? di A. Vinco

E’ la terza guerra mondiale?

 Vaccini e new generation warfare  

Secondo Alexander Ginzburg, direttore dell’Istituto di epidemiologia e microbiologia Gamaleya di Mosca, la missione di sanificazione russa in Italia partita il 23 marzo 2020 è stata decisiva per la messa a punto dello Sputnik V. Viceversa, i laboratori occidentali non hanno atteso di avere materialmente il patogeno, per avviare la produzione del vaccino contro il Covid-19 è bastata infatti la pubblicazione online, l’11 gennaio 2020 in Cina, del suo rna. Come ormai sappiamo, il Covid-19 è una famiglia molto ampia e soggetta a diverse variazioni, comprendente in particolare i virus delle vie respiratorie. Il nuovo coronavirus si è caratterizzato per il trasferimento dalle prime vie respiratorie all’insediamento nel polmone, dove i recettori ACE-2, con cui si lega, scatenano una radicale tempesta immunitaria. Nel tentativo di arrestare il coronavirus o l’elemento antigenico posto sulle superfici a spunzoni (spike), le cellule infette e il sistema immunitario producono una potenza reattiva di proteine chiamate citochine. Le citochine sono forze di autodifesa attivanti una squadra di globuli bianchi che attacca il virus tempestandolo con sostanze chimiche distruttrici e con una crescita esponenziale di ulteriori citochine. Nel corso di questa azione reattiva del sistema immunitario, si inseriscono i linfociti T, difensori programmati specificamente per ogni nuovo possibile attacco virale e i linfociti B, specializzati nella produzione di anticorpi molecolari in grado di neutralizzare i virus ostruendogli ogni possibile spazio. Qualora l’attacco virale sia sconfitto, i linfociti T e i linfociti B, tranne una minoranza che rimarrà di guardia a difesa dell’organismo, dileguano e si estinguono naturalmente ma rimangono in potenza come cosiddette “cellule di memoria”. Il sistema di immunità innato si integra così con il sistema di immunità adattivo nella formazione della memoria immunologica. Medici e specialisti che si trovano in prima linea nella Hibrid vaccine Warfare (guerra ibrida dei vaccini) assicurano l’immunità immediata. Benché i trial di fase coronavirus 3 siano condotti su decine di migliaia di soggetti di diversi continenti, i dati sull’efficacia sono accolti con giusta cautela dalle società civili. Molti nemici acerrimi dei cosiddetti “negazionisti” e convinti ideologi del campo scientista hanno avuto degli improvvisi ripensamenti quando si è trattato di aderire toto corde alla campagna vaccinista e hanno finito per sollevare le tipiche obiezioni che di solito provenivano dal campo negazionistico. Molti punti rimangono infatti non chiariti e opachi, tra cui il generale scetticismo sul modello vaccinale a base mrna, che essendo di produzione esclusivamente nanotecnologica rischierebbe di provocare, alla lunga, effetti deleteri sulla salute, ma anche la durata dell’immunizzazione e infine se il vaccino prevenga solo la malattia e non l’infezione, permettendo così all’asintomatico pur vaccinato la trasmissione del virus. I dati del 6.01.2021 vedono gli Stati Uniti al primo posto per numero di vaccinati, seguiti da Cina, Israele, Russia e Regno Unito.

Sputnik V 

Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, alla fine del luglio 2020, avviava la guerra ibrida mondiale dei vaccini, annunciando entro una settimana la registrazione del vaccino prodotto dal già menzionato Centro Gamaleya di Mosca. Gli studi clinici, conclusi a fine novembre 2020, hanno rilevato un’efficacia del 91,4% sulla base dei dati dei primi 16.000 partecipanti alla sperimentazione in due dosi. Oltre alla Russia, i test clinici sul vaccino sono stati fatti in India, Venezuela, Arabia Saudita, Bielorussia. All’inizio di dicembre è iniziata la vaccinazione di massa in Russia. Dopo aver ottenuto i risultati dei test che mostravano un livello di efficacia superiore al 90%, il Fondo russo per gli investimenti diretti (RFDI) e l’Istituto Gamaleya lo scorso 23 novembre hanno rivolto una proposta alla società farmaceutica britannica AstraZeneca, affinché questa implementasse l’utilizzo di una delle due componenti, quella univettoriale di adenovirus umano, contenuta nel vaccino russo Sputnik V. L’azienda ha accettato la proposta del RFDI e ha così avviato una nuova serie di test clinici su tale combinazione. Lo schema dello Sputnik V prevede l’impiego bivettoriale di adenovirus  per l’immunizzazione primaria e secondaria, evitando così la semplice immunizzazione da primo vettore e incrementando l’efficacia della seconda dose. Il vaccino basato sull’adenovirus Ad26 è utilizzato per la prima dose, il vaccino basato sull’Ad5 è utilizzato tre settimane dopo per potenziare la reattività immunitaria. Siria, Argentina, Palestina, Venezuela, Egitto, Bielorussia, Uzbekistan, Brasile e Bolivia hanno già dato avvio a vaccinazioni con Sputnik V, il Messico ha importato dalla Russia 32 milioni di dosi, l’India, che possiede la più grande fabbrica di vaccini al mondo, il Kazakhistan e la Repubblica del Sud Corea hanno invece concordato con gli epidemiologi russi la produzione interna dello Sputnik V. Vladimir Putin ha affermato che la Russia punterebbe alla copertura mondiale del 50%. Ciò, che sarebbe un successo storico per Mosca, è assolutamente possibile alla luce del partneriarato strategico tra l’Istituto di Mosca e il colosso indiano Hetero Labs Limited. Il 6.1.2021 anche la Serbia ha iniziato la vaccinazione di massa a base di Sputnik V (1). Lo Sputnik V è probabilmente il vaccino più innovativo e al tempo stesso sicuro, essendo moderno ma non adottando la pericolosa e ignota sequenza rna; a differenza del vaccino dei rivali occidentali che utilizza molecole di rna, è più facile da trasportare e da conservare, è molto più economico e non necessita del freddo glaciale essendo sufficienti dai 2 agli 8 gradi Celsius. I russi hanno in proposito una notevole tradizione, si consideri che l’URSS fu la prima al mondo, nei tempi che furono, a rendere obbligatorio il vaccino contro il vaiolo. Lo Sputnik V ha seguito in teoria lo stesso metodo usato dai medici dell’IRBM di Pomezia e sarebbe stato probabilmente il più adatto per combattere il Covid-19 esploso in Italia, anche in considerazione della missione sanitaria “Dalla Russia con Amore”.

BioNTech/Pfizer

Il primo vaccino a essere autorizzato in Occidente è stato quello di BioNTech/Pfizer, che il 2 dicembre ha ricevuto il via libera dalla Medicines and Healthcure products Regulatory Agency (MHRA) britannica. La Gran Bretagna iniziava così pochi giorni dopo la campagna di vaccinazione. BioNTech è una piccola azienda biotecnologica di Magonza, nata nel 2008 su impulso di due medici, i coniugi Ugur Sahin e Ozlem Tureci, di origine turca. L’azienda, che aveva i bilanci in rosso sino al 2018, ha avuto entrate di 110 milioni di euro nel 2019, per lo sviluppo del vaccino ha ricevuto 375 milioni di euro dal Governo tedesco e 100 milioni dalla BEI (Banca europea per gli investimenti). Per sviluppare e distribuire il vaccino su larga scala, l’azienda tedesca ha dovuto però fare ricorso alla multinazionale statunitense Pfizer, terza tra le Big Pharma globali. Il BNT162b2 è un vaccino genetico nanotecnologico che si basa su una tecnica mai usata sino a oggi, agente direttamente sull’inoculazione nel muscolo, in antagonismo al virus inattivato, tramite un frammento del codice genetico (rna), incapsulato in nanoparticelle liquide, per veicolare l’informazione genetica all’interno delle cellule stesse. Sulla base di questo schema genetico, le cellule umane produrranno la proteina virale (spike) che sarà il bersaglio del sistema immunitario. Medesima è la tecnica usata da Moderna e dalla tedesca Curevac. Sia i cinesi sia i russi hanno criticato, in sede ONU, questo tipo di vaccino per i pericolosi effetti che potrebbe generalmente provocare sulla salute individuale dei pazienti.

Sinovac, Cansino Biologics e Sinopharm

I vaccini cinesi sarebbero almeno sei; le tre principali aziende appena citate, due delle quali statali, hanno ricevuto i complimenti da Lancet per la loro azione sanitaria (2). Il vaccino cinese Sinovac è già stato somministrato a milioni di cinesi. I vaccini della Cansino e di Sinovac son stati prodotti in collaborazione con il Wuhan Institute e con il Beijing Institute, facendo peraltro entrambi uso della stessa tecnica. Il Mattino di Napoli, alcuni mesi fa, scriveva che nel Sud Italia circolerebbero, tra la comunità han, vaccini provenienti dall’Impero di Mezzo; Michele Geraci, autorevole rappresentante del “partito cinese” in Italia e massimo promotore, durante il governo Conte I, dell’accordo Italia-Cina sulla Nuova Via della Seta, interveniva sulla questione con un tweet del 22 novembre 2020 confermando che in Cina si vaccinava effettivamente da mesi.  Secondo un’altra ricerca, sempre pubblicata su Lancet, Sinovac  svilupperebbe la massima reattività e sarebbe inoltre di elevata qualità terapeutica. Il prodotto della Sinopharm, di proprietà dello Stato cinese, è stato invece elaborato in collaborazione con l’Istituto Butantan di San Paolo (Brasile), si chiama Coronavac e si basa sull’esplorazione del virus inattivato. Si tratta, di conseguenza, anche in tal caso di un vaccino classico in cui il virus viene ucciso, inducendo una rapida risposta di anticorpi nelle quattro settimane dall’immunizzazione, con due dosi a vaccino con circa 14 giorni di intervallo. Pechino ha preso accordi con Egitto, Indonesia, Malaysia, Messico, Turchia, Brasile (Paesi, come si è visto, in parte già segnati dalla competizione russa dello Sputnik V) per esportare il vaccino made in China; persino il leader nord coreano Kim Jong-un ha avuto la sua buona somministrazione del vaccino cinese. La Cina ha comunque messo lo zampino anche nel vaccino realizzato da BioNTech/Pfizer. L’impresa cinese Fosun ha investito infatti 50 milioni di dollari in BioNTech e 85 nello sviluppo del vaccino. I media cinesi ne hanno approfittato per sottolineare il contributo dato dalla Repubblica popolare alla lotta contro il Covid-19. Il leader magiaro Orban, ultimo in ordine temporale sino a oggi, ha scelto il vaccino cinese, considerandolo qualitativamente più sicuro proprio per gli effetti a lungo termine; il Bahrein ha iniziato da giorni la campagna di vaccinazione con Sinopharm e pare che lo stesso Erdogan abbia optato per il medesimo orientamento sanitario, come gli Emirati Arabi e Indonesia. La Cina ha già offerto già 1 miliardo di dollari ai popoli “sottosviluppati” e più poveri per l’accesso ai vaccini.

Capitalismo politico, Stati potenza e vaccini: è Guerra di civiltà

Cina e Russia irrompono così sulla scena globalizzando il diritto al vaccino dei più poveri e degli oppressi, a differenza di UE e USA che puntano, mediante il Grande reset e la nuova discriminazione mondiale su base nanotecnologica, ad una nuova grande divergenza o dipendenza nella catena finale del valore. El Pais ha scritto che la Cina, dopo aver sconfitto l’attacco da Covid-19, si sta preparando a immunizzare il mondo (3). Il presidente Xi Jinping ha definito i vaccini cinesi un bene pubblico globale e sta proponendo anche nella nuova guerra ibrida vaccinale la linea strategica Sud –Sud, che fu non a caso la linea geopolitica di Deng Xiaoping contro l’Occidente e contro il Nord del mondo (4). Deng Xiaoping, un realista confuciano e un neo-imperiale han, lo stratega di una nuova civilizzazione multilineare, si è dimenticato o si finge di non ricordare che fu colui che sostenne su tutta la linea Al Qaeda contro gli USA e i nazifascisti sudamericani, come ad esempio i peronisti della scuola di “Tacuara”, contro l’imperialismo britannico (5). J. Mardell (Centro di ricerca tedesco Merics) ha notato che si sta riproponendo, sul piano della diplomazia dei vaccini, la competizione geopolitica mondiale del nuovo millennio, quella tra Occidente e Eurasia, con i paesi ricchi  che scelgono il vaccino americano e tutti gli altri che optano per la soluzione sanitaria russa o per quella cinese; il ricercatore la definisce “la mappa della disuguaglianza globale” e arriva addirittura il quotidiano dei vescovi, L’Avvenire, a dare manforte a questa tesi “antimperialista”:

In questa pelosa operazione caritatevole che vede cinesi e russi pronti ad offrire a prezzi competitivi il proprio vaccino ai Paesi meno fortunati s’intreccia uno degli aspetti meno nobili (per non dir altro) di Big Pharma: quello di testare sulle nazioni considerate politicamente più fragili gli effetti sperimentali dei nuovi ritrovati. Lo aveva descritto con impietosa esattezza John LeCarré (scomparso poche settimane or sono) nel suo The Constant Gardener, storia di un vaccino contro la tubercolosi testato in Kenya sulla popolazione ignara ed inerme, con effetti letali per molti dei pazienti. Perché fino a questo momento un velo sottile di opacità attornia molti dei preparati russi e cinesi.? «A priori – dice Cecil Czerkinsky, direttore della ricerca Inserm presso l’Università di Nizza – tutti i vaccini testati su larga scala funzionano, ma non sappiamo per quanto tempo proteggono. Anche perché le comunicazioni dell’industria sono principalmente dirette ai mercati finanziari piuttosto che alla comunità scientifica».«Le informazioni scientifiche disponibili sui vaccini cinesi o russi probabilmente non sono false – riconosce Brigitte Autran, membro del comitato scientifico sui vaccini Covid-19 e medico dell’ospedale Pitié……..”(6).

L’attitudine dei “capitalismi politici”, delle tecnocrazie di Stato, o delle ideocrazie, alla pianificazione geopolitica e alla logica espansionista si radicalizza su ogni versante della guerra ibrida di nuova generazione. L’approccio integrato che sembra prendere il posto della competizione lascia velocemente spazio al conflitto di civiltà. Il talento dei medici italiani, secondo a nessuno altro, non porta in prima linea l’Italia nella lotta al Covid-19 ma viene utilizzato dai “capitalismi politici” o dagli Stati potenza, in tandem con il loro complesso industriale militare, nella micidiale lotta per il nuovo ordine mondiale. Per questo ci siamo soffermati sui tre vaccini: il russo, l’americano, il cinese. I vaccini non hanno patria, si è detto. Ma è la guerra ibrida a dare loro un colore o una spinta di civilizzazione. Il tripolarismo mondiale si riflette in ogni spazio conflittuale e la nuova ambizione globale della Gran Bretagna, per quanto ammirevole, potrebbe essere frustrata. L’Islam dovrà comunque recitare un ruolo nel nuovo ordine strategico, nonostante la rarefatta frammentazione su base etnica e confessionale che ne ha arrestato il cammino negli ultimi decenni. Lo stesso potrebbe dirsi riguardo alla grande India, un colosso che sembra aver dormito troppo a lungo. La rottura dell’ordine strategico e il consolidamento di uno nuovo, sull’ondata della Rivoluzione Mondiale Covid-19, ci riporta di nuovo alla spirale ondulatoria del conflitto di civiltà di S. Huntington   https://www.sollevazione.it/2020/12/geopolitica-e-grande-reset-di-a-vinco.html, ben oltre la evanescente formulazione neo-imperialistica del Grande reset sionista occidentale su cui sorvola ragionevolmente anche L’Avvenire, evocando sic et simpliciter la linea dell’imperialismo sinofobo e forse ancor più, ma questo sembra non esser abbastanza sottolineato dalle gerarchie vaticane, russofobo. Bill Gates o Trump, Silicon Valley o Pentagono, Pfizer o Moderna ciò vuole storicisticamente dire Americanismo occidentalista e ciclo del liberismo nazionalista-imperialista; così è peraltro recepito in Asia-Pacifico. E’ la guerra di civiltà che l’Europa non conosceva più dal 1945, avendola vissuta di riflesso nei successivi decenni. La guerra ibrida dei vaccini è solo uno dei fronti aperti dalle tre potenze, con il loro complesso tecnocratico o industriale militare che dir si voglia, nella “guerra senza limiti” teorizzata dall’intelligence di Pechino due decenni precisi or sono. La Russia può attendere più delle altre due potenze, la storia e il tempo avanzano a suo vantaggio, ma ha aperto prima di loro la guerra asimettrica dei vaccini, altri fronti sicuramente aprirà, in quanto è iscritto come un testamento nella strategia russa che “sorpresa e assalto, velocità e rapidità sostituiscono il numero e la forza” (A.V. Suvorov, Scienza della Vittoria). La Cina Confuciana, a oggi, è la vincitrice della prima fase della “grande guerra popolare contro il Covid-19”, annunciata da Xi Jinping nel gennaio 2020. La battaglia sarà di certo lunga ma il proverbio recita che “chi bene inizia è a metà dell’opera”. Negli anni che arriveranno si deciderà il destino del mondo o tra una catena di piccoli ma micidiali fuochi che si accenderanno nelle immediate periferie dei Tre Imperi o con una vera e propria guerra diretta di civiltà tra le potenze globali. Nelle precedente guerre mondiali, il Vaticano, con molta cautela e con una tattica ondivaga, si sapeva infine posizionare sempre dalla parte che poi sarebbe risultata vincente. In questo contesto, il monito globale di Papa Francesco, il 25.12.2020, sulla guerra ibrida del vaccino, che dovrebbe essere distribuito soprattutto ai più poveri e ai bisognosi superando la logica del capitalismo liberale e individualistico e di Big Pharma, l’autentico virus dei nostri tempi per il Santo pontefice (“Al primo posto: i più vulnerabili e bisognosi”), sembra indubbiamente indicare il posizionamento tattico romano cattolico verso l’Asia-Pacifico. Non sarebbe, allora, affatto male se la classe dirigente italiana, che sembra su elementi non sostanziali così devota verso il Pontefice, lo seguisse in questo indirizzo tattico posizionando la nostra Nazione dalla “parte giusta della Storia”, lasciando finalmente al loro destino i grandi plutocrati del ciclo nazional-liberista e imperialista statunitense, siano essi sovranisti o globalisti/europeisti, entrambi guarda caso sponsor politici e economici di Big Pharma.

NOTE

1)https://sputnikvaccine.com/rus/newsroom/pressreleases/rfpi-dogovorilsya-o-postavkakh-2-mln-doz-rossiyskoy-vaktsiny-protiv-koronavirusa-sputnik-v-v-serbiyu/ РФПИ ДОГОВОРИЛСЯ О ПОСТАВКАХ 2 МЛН ДОЗ РОССИЙСКОЙ ВАКЦИНЫ ПРОТИВ КОРОНАВИРУСА «СПУТНИКВ СЕРБИЮ

2) https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31605-6/fulltext

3) https://elpais.com/sociedad/2020-12-13/china-acelera-su-carrera-por-la-vacuna.html

4) G. Arrighi, Adam Smith A Pechino, Feltrinelli 2007.

5) E. Vogel, Deng Xiaoping and the Transformation of China, The Belknap/Harvard 2011; J. K. Cooley, Una guerra empia, Elèuthera 2000;   https://www.sollevazione.it/2020/12/la-cina-e-la-partita-del-medio-oriente-di-a-vinco.html

6) G. Ferrari, L’imperialismo dei vaccini tra diplomazia e aiuti interessati, “L’Avvenire”, 31.12.2020.




TACERE NON È AMMESSO di Patto Julian Assange

Londra. Il processo sulla possibile estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti raggiunse un punto di svolta il 1 ottobre quando il giudice distrettuale Vanessa Baraitser stabilì che la sentenza sarebbe stata diffusa il 4 gennaio 2021.
Lunedì 4 gennaio si conoscerà dunque il destino del fondatore di WikiLeaks.
E’ accusato dalla “giustizia” americana di aver violato l’Espionage Act del 1917 attraverso la pubblicazione di documenti diplomatici e militari segreti nel 2010.
Se la corte inglese dovesse confermare i suoi capi di imputazione, Assange sarebbe consegnato agli Stati Uniti, dove un ulteriore processo potrebbe comminargli fino a 175 anni di carcere.
In gioco non c’è solo la sua vita ma il valore delle sue azioni, la legittimità di dire la verità sui crimini dell’imperialismo americano.
Di mezzo non ci sono quindi solo i diritti di Assange, c’è la sorte stessa della libertà d’espressione e d’informazione, del giornalismo indipendente.
No all’estradizione!
Libertà per Julian Assange!
Lunedì 4 gennaio, a partire dalle ore 13:00 sulla pagina facebook del PATTO JULIAN ASSANGE ci sarà una diretta no-stop dedicata con collegamento da Londra.



VERO, NON VERO, VERISSIMO di Alessandro Porcu

L’intreccio realtà, verità, potenzialità, nelle dinamiche sociali e socio-tecnologiche. La scuola che favorisce il successo dei grandi inganni…
PRIMA PARTE
E’ molto facile perdersi nel groviglio delle innumerevoli teorie della realtà e di come esse la interpretino, non tutte facili da capire, non tutte decifrabili, non tutte espresse con un linguaggio essoterico, ma quasi tutte affascinanti, interessanti, dalle quali sono scaturite prassi e scoperte in tutti i campi, da quello medico a quello cosmologico… Non ci possiamo perdere in questo groviglio nello spazio di poche righe, non certamente sufficienti a rappresentarlo e tantomeno a indicarne un percorso formale al suo interno. Ci basti la tanto criticata realtà che stiamo vivendo, o nella quale crediamo di vivere. Quella realtà soggettiva nella quale ognuno di noi, diversamente dagli altri o similmente ad altri, sta vivendo. Quella realtà percepita con il proprio sé, quella del nostro corpo in connessione con la sua coscienza (1). Ed io a questo tipo di realtà vorrei fare riferimento. Certamente non alla realtà presa in prestito dal mainstream informativo, mistificatore, manipolatore, presentatore di fatti alterati con astuzia e malafede.
Ricordo le giornate seguenti all’11 settembre 2001… “Ha visto professore, che disastro… ma questi terroristi perchè lo fanno?”, “Professore ma anche lei è un complottista?”. Persone senza la benchè minima conoscenza di quello che potevano essere le “demolizioni controllate”, pescivendoli, macellai, giornalai, insegnanti, medici, uomini, donne, vecchi, bambini: tutti indotti da una martellante e ripetitiva presunta verità, fatta assumere come vera realtà, ad accusare le menti autonome, non private di senso critico, e magari competenti in materia, ogni qual volta avessero espresso idee, concetti, parole discordanti e/o confutanti la “realtà” rappresentata dai mass media  mainstream. Nessuno aveva nozioni e cognizioni di causa di come venissero eseguite  le “demolizioni controllate”, come quegli interventi venissero pianificati, di quali fossero le tecniche di demolizione controllata, di quali fossero gli esplosivi usati,  di come si progettasse una demolizione, di cosa significasse “crollo per caduta verticale” (implosione), di quali fossero gli effetti delle esplosioni, gli effetti del crollo, le sovrapressioni… Eppure tutti sapevano, sapevano talmente tanto che si permettevano di accusare di falsità colpevole chi sapeva più di loro e cercava di farli ragionare!
Sono passati ben 19 anni… La verità presunta, la realtà dei fatti rappresentata dal mainstream manipolatore è solo incrinata ufficiosamente, ma mantiene ancora tutta intera la forza di deviazione della massa umana, verso una realtà gravemente falsificata, che non consente la ricostruzione mentale dei fatti realmente accaduti, che non consente di spodestare quell’élite,  colpevole del grande inganno e dei crimini enormi ad esso riferibili, e che, restando impunita,  può continuare a dominare il mondo terrorizzandolo attraverso inganni ed altri crimini di ogni genere. Quale umanità resterà in piedi dopo i numerosi assalti della medesima élite, che agisce contro l’integrità dei popoli e dell’umanità della nostra specie?
Siamo sinceri. Siamo o non siamo immersi nella società dell’informazione manipolata ma, paradossalmente, anche della massima trasparenza informativa? Vi è una corrispondenza fra i due tipi di informazione e altrettante categorie di persone, di umani che si rapportano all’informazione sulla realtà: quelli che “vengono informati e si lasciano in-formare” e quelli che “si informano attivamente”, che ricercano per scoprire la verità sulla realtà dei fatti. A loro volta coloro che “si lasciano in-formare” si dividono anch’essi in due categorie: quelli che si lasciano “in-formare” per pigrizia, reale mancanza di tempo per la ricerca, ignoranza, ovvero che “subiscono” l’informazione mainstream per  “opportunismo passivo”… e quelli che si lasciano “in-formare” per “opportunismo  attivo”: ovvero quelli che profittano in vario modo nell’accettare l’informazione acriticamente, non solo per ignoranza e incompetenza, ma anche per ottenere, se così può dirsi, “un rango” sociale più elevato, dato che in questi casi viene “offerta” all’ignorante l’opportunità di sentirsi più informato della persona competente in materia, la quale, con spirito critico si permetta di contestare la falsa verità diffusa propagandisticamente dai media mainstream… Quest’ultimo fenomeno si evidenzia oggi con la propensione ad assumere atteggiamenti delatori e persecutori, spinti, indotti e marcatamente voluti dai responsabili delle politiche governative, con riferimento alla vicenda “Covid-19”, ennesimo inganno mediatico, orchestrato dalla solita élite oligarchico-finanziaria mondialista. Come non ascrivere a quest’ultima categoria di persone tutti coloro che, ingenuamente o meno, per bisogno o per voler assumere quei ruoli, abbiano accettato di essere “impiegati” nelle funzioni di “guardiani della salute”, sebbene senza competenze per farlo e con “poteri” e “strumenti” devianti rispetto ai reali e necessari processi di cura?
Pur non avendo mai negato la reale esistenza dei sintomi del Covid-19, quindi l’esistenza di detta patologia virale, si vuole comprendere come possa essere accaduto che buona parte del personale sanitario, si sia fatta piegare da una narrazione, così evidentemente manipolata, della “vicenda Covid-19”, che invece di contenere e promuovere un percorso di conoscenza e risoluzione del problema è apparsa a molti come lo strumento più idoneo per far compiere all’intera società il passaggio verso un orizzonte senza diritti umani, tanto auspicato dalle politiche neoliberiste: una semplificazione sociale, un riduzionismo meccanicistico, certamente non basati sulle scienze umanistiche e della complessità, quanto piuttosto sul “paradigma eugenetico”, della stessa sostanza di quello assunto dalla cultura nazista, anche se con forme ed articolazioni diverse.  Un orizzonte che, a fronte del consentire una sopravvivenza biologica degli umani, ne sottraesse a loro “magicamente” tutte le libertà e con esse i diritti conquistati nei millenni precedenti,  con il conseguente  ritorno allo schiavismo.
La mia risposta, pur se non detta come unica causa, tantomeno come causa principale, ma certamente significativa, è che la scuola, i sistemi scolastici abbiano, pur in “tempi di democrazia”, adottato metodi di insegnamento non democratici (2), quanto piuttosto, almeno in gran parte, troppo seriali, ripetitivi e basati su un’approccio psicologico “cartesiano” (1), non abbastanza consapevole della validità delle teorie che si basano  sull’importanza delle emozioni e dei sentimenti nell’apprendimento. Teorie e modalità di approccio psicopedagogico decantate, ma forse mai veramente ben studiate, comprese ed attuate. Un approccio valorizzante soprattutto la “costruzione e la consapevolezza” del pensiero personale, fondato principalmente sulla ricerca, la libertà di espressione, di opinione, di pensiero, piuttosto che l’apprendimento mnemonico e premiante. Una “didattica del cuore e del pensiero” che avrebbe formato la persona ad assumere il proprio ruolo nella società con passione, con originalità, con consapevolezza del proprio sé, con senso di responsabilità personale e sociale.
Insegnanti che lo hanno fatto ce ne sono stati, ma, forse è il caso di dirlo, troppo pochi. Soprattutto nella scuola è mancato l’approccio alla realtà presente, politica e sociale, l’unico approccio per consentire una formazione connessa alla coscienza! Una connessione sempre meno curata, sempre meno consentita nei fatti. Ciò per un principio di “falso neutralismo”, in realtà per consentire al potere di formare menti poco consapevoli ma manovrabili, alla categoria degli insegnanti di poter nascondere le proprie reali soggettività, non avendo il coraggio e forse nemmeno la competenza  di confrontarle con rispetto, non essendo stata educata a farlo: una scuola democratica senza democrazia non poteva fare altro che preferire formare false coscienze o coscienze “instabili”, “mutabili”, ma soprattutto “manipolabili”. Un insegnamento prevalentemente basato non sul confronto ed il rispetto delle idee diverse, quanto sulla “conoscenza unica”, la conoscenza oggettiva, la scienza sperimentale… Fortunatamente non tutti i medici attuali sono stati formati così!
Conclusioni pre-visorie. Le cose non vanno bene e non andranno bene, finchè non si capirà che il giusto ruolo della scuola e dell’insegnamento debba necessariamente fondarsi sullo sviluppo sinergico dei sentimenti, delle idee, dei contenuti culturali e scientifici, sul rispetto reale delle diversità espressive e  di pensiero, non in  ultimo  sul rispetto reciproco nel confronto e sullo sviluppo “naturale” dello stesso. Perchè l’educazione alla conoscenza è anche educazione al rispetto, ma mai educazione alla cieca obbedienza! 
NOTE
(1)  Si vedano le importantissime pubblicazioni di Antonio Damasio, ed in particolare “L’errore di Cartesio”.
(2) Si vedano tutte le pubblicazioni di Carl Rogers sulla Psicologia Umanistica centrata sulla persona e sull’insegnamento si veda di Thomas Gordon “L’insegnante efficace”, l’approccio centrato sullo studente.
* Sovranità Popolare, n.°10, dicembre 2020



SOCIAL NETWORK, SOVRANITA’ DIGITALE E LIBERTA’ DI PENSIERO di Glauco Benigni

Volentieri pubblichiamo questa lucida indagine di Glauco Benigni sul mondo virtuale dei “social network”.
LA DEREGULATION FA CREDERE AI SOCIAL NETWORK DI ESSERE ONNIPOTENTI MA NON POTRA’ CONTINUARE ANCORA PER MOLTO
Per giungere ad una chiarezza normativa grazie alla quale si possano garantire le Libertà di Pensiero e di Informazione,  si devono tener presente diversi aspetti da regolamentare, armonizzare e integrare sia con le norme esistenti (Europee e Italiane) che con le pratiche abituali favorite dalla Deregulation in atto.
L’esistente groviglio di Ruoli, Diritti, Interessi e Assenza di Norme è dovuto:
1) alla sovrapposizione di fatto, ma non riconosciuta nè distinta, tra territori fisico e digitale
2) alla proiezione del proprio corpo fisico e mentale nello Spazio-tempo digitale : un’altra dimensione che prevede la convivenza e sovrapposizione dei diversi ruoli e prevede, sia anonimità che controllo e persino l’indeterminazione del vero-falso.
3) all’assenza di Trattati Internazionali di riferimento . Esiste solo un Tavolo di Confronto, detto Internet Governance Forum, dove i 3 maggiori “portatori di interessi” (stakeholders): Governi, Aziende e Società Civile si incontrano al solo scopo di “mantenere il dialogo”
4) allo strapotere feudale di un Soggetto (il gestore) rispetto al singolo individuo o anche alla personalità giuridica dell’utente.
In questa scena i Governi, le Magistrature nazionali e le figure professionali della tradizione chiamate alla Difesa dei Diritti sono molto, molto confuse. Perchè?
1) Ancora i magistrati non hanno studiato a fondo la questione?
2) i lobbisti hanno fatto sì che le Autorità competenti locali (Governi, Antitrust, AGCOM, etc…) facessero un passo indietro nella formulazione di norme
3) gli avvocati (non tutti ma molti) rischiano di condurre i loro clienti in azioni spericolate di difesa che solo raramente sortiscono effetti.
Dal 2005 a oggi, – ovvero dalla nascita dei Social Network – in Italia, come in qualsiasi altro Stato ex Sovrano, si stanno succedendo gravi attacchi alla libera informazione (ma vedremo in seguito che non è solo la Libera Informazione ad essere attaccata) che volendo essere politically correct si possono definire “non conformi alle nostre Leggi”. Perchè?
Partiamo dagli aspetti giuridici e normativi che incidono sulla scena senza dimenticare comunque i motivi sociopolitici, quelli economici e i rapporti di forza ai quali sottostanno.
La prima cosa su cui riflettere è che un “territorio digitale, la Rete Internet che si estende dovunque, si è/è stato sovrapposto “ai singoli territori fisici delle Nazioni esistenti”; questi ultimi intesi quali perimetro geografico all’interno del quale vige un sistema di Leggi. Ciò è avvenuto nella quasi assenza di reazione da parte delle diverse Autorità nazionali, le quali, con immensa leggerezza, hanno voluto/dovuto considerare i Giganti del Web ESCLUSIVAMENTE come “portatori di innovazione buona”.
Con “territorio digitale”(per esempio Facebook, Youtube, Amazon, E-Bay, ma anche Twitter, Air B&B, etc…) intendiamo quelle aree e “campi di influenza” frequentate dagli aderenti a una Community e nelle quali si svolgono attività digitali. Indicativamente: consultazioni di motori di ricerca, upload e download di contenuti, condivisioni, streaming, … o anche promozione e compravendita di beni e servizi, sondaggi, petizioni, raccolta dati, etc…
Riflettiamo su un altro aspetto: le Condizioni d’Uso delle Communities.
Quando un “utente” sottoscrive un “contratto” con un gestore di “aree di attività o territori digitali o Community” si stabilisce una relazione inedita : l’utente si addentra in questa area territorio e “accetta” INCONDIZIONATAMENTE i termini e Condizioni d’Uso del Fornitore – Gestore.
Questo “addentrarsi”, unitamente all'”accettazione”, ovviamente avviene nel mondo fisico, grazie a strumenti aventi peso e volume. L’Utente mantiene i suoi piedi, la sua testa … il suo corpo, sia che entri da Pc o da Smart phone o altro device, sul territorio fisico MA … poco consapevolmente, quasi per magia, egli viene proiettato all’interno del territorio digitale. Diventa un membro della Community.
E’ come se attraversasse uno stargate, come se passasse attraverso lo Specchio di Alice. L’utente non se ne rende conto ma da quel momento le sue “manifestazioni vitali, sia attive che passive (upload – download) vengono “digitalizzate”, ovvero tradotte in sequenze numeriche sterminate di bit e bytes.
L’utente si dota pertanto di “un corpo digitale” che può essere preso in ostaggio, trattenuto nelle sterminate memorie e usato sia per motivi di controllo sociale che per motivi commerciali.
La proiezione e rappresentazione di sè stesso, il proprio Avatar digitale comincia dunque ad agire e muoversi al di là del territorio fisico: all’interno del territorio digitale. Ad esempio la sua immagine può essere ricostruita e vista a distanze sterminate in tempi che tendono a zero, oppure le sue singole azioni possono essere replicate e comunicate ad un numero molto alto di referenti online. Grazie ad altri veicoli digitali, quali Carte di Credito e (uno per tutti) PayPal, l’utente può compiere azioni commerciali: pagamenti e incassi.
Quali sono le caratteristiche “poco conosciute” di questo territorio digitale:
1) E’ un’altra dimensione. Un luogo non materico ma numerico. Una cubatura tendenzialmente infinita, in cui gli elementi fondanti della dimensione newtoniana: Spazio, Tempo, Velocità, Gravità sono diversi da quelli del territorio fisico. Nel cosidetto Cyberspazio infatti lo Spazio e la Velocità tendono a infinito, i Tempi di accesso, riproduzione, stoccaggio, reperibilità tendono a Zero e la Gravità, intesa quale attrazione e repulsione di masse digitali è anch’essa mutevole a grande velocità e può ridursi a zero con un semplice click da mouse o da tastiera.
Nel “territorio digitale” inoltre i concetti di libertà e controllo sono inestricabilmente sovrapposti . Più si è “visibili”, più ci si esprime liberamente , più si raccolgono consensi … più si è esposti al controllo da parte di forze remote, anonime e spesso occulte. Pertanto anche la propria “presenza”, il proprio Avatar digitale può essere azzerato con un click.
2) E’ un “territorio” in cui si sovrappongono le norme, mutano i diritti, i doveri e il perseguimento degli interessi. Per esempio : nel caso di reati commessi nel territorio digitale , se tali reati sono riconducibili alle leggi del territorio Fisico ( assassinio, pedofilia, truffe, diffamazione, etc…) varranno le norme del territorio fisico e la Magistratura nazionale potrà intervenire.
Ma – ATTENZIONE ! – se alcuni “abusi e reati” commessi dai Gestori, quali l’interdizione alla Libera Espressione o l’interruzione unilaterale del servizio, sono da loro giustificati quali risposta a infrazioni delle norme della Community, la Magistratura nazionale stenta o non potrà intervenire. Perchè?
a) perchè il contratto che lega il Gestore all’utente è un contratto tra privati molto particolare. Un contratto che non s’era mai visto prima. Un contratto sottoscritto a distanza, senza nessuna mediazione fisica, con un semplice click su un riquadro attivo dove c’è scritto “I agree” o “I accept”; in assenza di intermediari locali; tra la Sede europea di una multinazionale e l’utente finale ( individuo o ragione sociale che sia)
b) il contratto non è “registrato” presso alcuna Autorità e può prevedere che il Foro di competenza sia il luogo dove la multinazionale ha eletto la propria Sede ( nei casi di Youtube e Facebook è Dublino). Quindi la difesa dell’utente deve essere organizzata in quella Sede
c) il gestore multinazionale inserisce nel contratto una clausola assurda ma che entra in vigore, cioè si riserva di cambiare a suo piacimento le norme che regolano l’accordo senza darne preavviso all’utente
d) il contratto tutto è in vigore alla luce di interpretazioni tipiche del Diritto Consuetudinario o Comparato ma non è regolato da Trattato Internazionale
e) la Multinazionale, nelle sedi preposte al dibattito sulle norme, gode del sostegno di potenti lobbysti che influiscono sui Governi e sui Parlamenti e mantengono il rapporto tra Gestore e Utente in una precaria e costante “deregulation” .
Ovviamente tutto ciò genera effetti nefasti sugli Utenti.
In primis una grande confusione … ma la confusione è voluta dai Gestori perchè è a loro favorevole in quanto li pone in una posizione dominante. Una posizione molto simile a quella che era del Dominus nei confronti dei Servi della Gleba durante il Feudalesimo. Il Dominus può far ciò che vuole, l’Utente può solo accettare o andarsene.
Il grande problema interviene quando l’Utente non può più semplicemente “andarsene”, perchè ha investito tempo, lavoro, denaro e creatività e ha alimentato aspettative lecite nei confronti della Community e del suo effetto alone nella socialità materica. Andarsene significherebbe”ricostruire” “altrove”, comunque un altrove digitale, tutto ciò che ha costruito nel luogo dal quale viene esiliato.
E’ così che l’Utente rischia di diventare un OSTAGGIO che vive una situazione bivalente: vorrebbe rivendicare i propri Diritti e difendere i propri Interessi, ma teme la Cacciata.
Esistono senza dubbio altri “territori digitali” nei quali ricollocarsi MA appaiono periferici e molto meno frequentati dei grandi Social network.
Ora analizziamo in dettaglio i ruoli.
Quello che (per semplicità) abbiamo chiamato finora”utente” assume ruoli variabili al variare delle azioni attive o passive da lui compiute nel territorio digitale.
Può essere:
a) semplice “fruitore” di servizi (utente passivo) ;
b) produttore e creatore di contenuti (utente attivo o prosumer);
c) consumatore-acquirente di beni e servizi ;
d) innovatore partecipante dei servizi fruiti da lui e/o da altri;
e) inserzionista pubblicitario;
f) piccolo gestore di business autorizzati;
g) fornitore di dati;
h) raccoglitore di donazioni;
i) promotore di petizioni, etc…
Al variare dei diversi ruoli, che spesso si possono assumere anche contemporaneamente, variano i Diritti e Doveri e variano (quando ci sono) le Norme di riferimento. Per esempio, nei casi c) , e), f) e g): consumatori, inserzionista pubblicitario, gestori di business e fornitori inconsapevoli di Dati Personali, si può far riferimento a Codici e regolamenti in parte transnazionali, come quelli dell’UE , che comunque non sono riconosciuti quali Norme planetarie. Mentre nel caso d): prosumer, le norme spaziano ambiguamente da quelle applicabili agli Editori- Produttori a quelle applicabili agli Utenti finali. Il caso b) è in questa stagione del Web molto presente nelle cronache perché ha a che fare con la Libertà di espressione e con il braccio di ferro tra Vero e Falso.
Orbene questa “libertà” nelle Democrazie liberali è strenuamente difesa e menzionata in qualche capitolo delle rispettive Costituzioni. In Italia per esempio sia l’art. 41 che altri articoli difendono questo “diritto”. Ciò nonostante da quando operano sul nostro territorio fisico i Social Network si sono sempre comportati come se quell’articolo non esistesse. I motivi sono diversi. La Magistratura è apparsa (diciamo) “disorientata” dalle “nuove pratiche” e ha chiesto tempo per aggiornarsi. Le chiusure di account, le sospensioni, gli shadow bannings imposti dai Social agli utenti sono stati sempre giustificati alla luce delle “norme della Comunità” come se queste fossero più importanti delle Costituzioni. Questa pratica comunque ha fatto comodo agli organizzatori del “Consenso di maggioranza” e ai Conformisti perché quasi sempre ad essere colpiti sono stati gli utenti che facevano contro informazione. Oltre a questi esistono motivi determinati dai rapporti in essere tra i lobbisti dei Social Network e le Istituzioni responsabili dell’assenza di norme adeguate.
Il caso b) può manifestarsi anche in altri modi, ovvero quando un prosumer con le sue pubblicazioni contravviene a norme espressamente previste dai Codici che poco hanno a che fare con la Libera Espressione , cioè Reati tradizionali quali: furti, truffe, offese manifeste, stalking, oltraggio all’Autorità, etc… In questi casi le Leggi vigenti sul territorio fisico vengono quasi sempre applicate e rispettate.
I casi h) raccoglitore di donazioni e i) promotore di petizioni, rappresentano delle vere e proprie innovazioni nella scena delle Comunicazioni di Massa, appaiono molto favorevoli all’utente ancorchè pochissimo regolamentate e per il momento non hanno sollevato contenziosi degni di nota.
Anche quello che finora abbiamo chiamato “Gestore multinazionale della Community” può assumere contemporaneamente o distintamente diversi ruoli: A) provider neutro di servizi; B) editore mascherato da garante della Community; C) venditore di beni e servizi; D) raccoglitore occulto o manifesto di Dati personali; fino a diventare E) Censore e Arbitro non contestabile di Vero o Falso.
I Gestori sono stati chiamati più volte a chiarire il loro ruolo, ma non l’hanno voluto fare. Perchè? Perchè se assumessero chiaramente il ruolo B) di Editori sarebbero responsabili di fronte alle magistrature nazionali di tutti i contenuti pubblicati e dovrebbero anche pagare le tasse sui guadagni maturati su ogni territorio. Preferiscono dunque assumere il ruolo A) di providers che li manleva dalle responsabilità salvo comportarsi da Editori, quindi riservarsi di chiudere o meno un account, quando lo ritengono opportuno. Questa posizione “ibrida” si è rivelata per loro molto vantaggiosa e la tendenza, da parte loro, è quella di mantenerla ad ogni costo.



LA VERITA’ SUL COVID ED IL DISASTRO ITALIANO di Leonardo Mazzei

Il Covid 19 non è certo un virus peggiore di quello dell’Asiatica (1957-58), probabilmente neppure di quello dell’influenza di Hong Kong (1968-69), ma la classe politica che lo gestisce certamente lo è. E di gran lunga, come ben si vede dall’osservatorio italiano.

C’è un personaggio che esemplifica l’attuale disastro. E’ il buffone mascherato che governa la Campania. Vincenzo De Luca è uno e trino. E’ lo sceriffo col lanciafiamme che tutto vorrebbe chiudere, verrebbe da pensare per sempre. E’ il presidente di una Regione che non è riuscito a potenziare i posti di terapia intensiva, come avrebbe dovuto e come sarebbe stato possibile. E’ il politico che, nonostante tutto ciò, anzi forse proprio grazie anche a tutto ciò, ha vinto le elezioni del 20 settembre col 69% dei voti.

L’epidemia in Campania non ha lasciato tracce nelle statistiche demografiche. La mortalità ufficialmente attribuita al Covid è pari a 0,86 vittime ogni diecimila abitanti, molto più bassa della normale influenza stagionale. Eppure lo sceriffo col lanciafamme ha chiuso le scuole dalla sera alla mattina, anche se poi – a seguito della mobilitazione delle mamme – ha dovuto riaprire in fretta e furia almeno le scuole dell’infanzia. Sulla chiusura al momento il governo dice di dissentire, ma non mi stupirei se in un prossimo futuro De Luca risultasse l’apripista di analoghe decisioni governative.

Abbiamo detto delle terapie intensive. Mentre ululava mascherato davanti alle telecamere, il piddino De Luca ben poco faceva su quel versante. Lo denuncia addirittura un suo collega di partito, il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. Il quale, parlando della Campania, dichiara che:

«Prima del Covid aveva 335 posti letto di terapia intensiva. Il governo attraverso Arcuri ha inviato 231 ventilatori per le terapie intensive e 167 per le sub intensive. Oggi risultano attivati 433 posti, devono essere 566».

Come mai in Campania manchino 133 posti di terapia intensiva rispetto al previsto nessuno lo sa, ma su questo De Luca non è solo. Ecco cosa dice – sempre nello stesso articolo de la Repubblica – l’Alto (si fa per dire) commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri:

«In questi mesi alle Regioni abbiamo inviato 3.059 ventilatori polmonari per le terapie intensive, 1.429 per le subintensive. Prima del Covid le terapie intensive erano 5.179 e ora ne risultano attive 6.628 ma, in base ai dispositivi forniti, dovevamo averne altre 1.600 che sono già nelle disponibilità delle singole regioni ma non sono ancora attive. Chiederei alle Regioni di attivarle. Abbiamo altri 1.500 ventilatori disponibili, ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti letto di terapia intensiva per cui abbiamo già inviato i ventilatori».

Bene, cioè malissimo, ma almeno Arcuri dà i numeri. Degli oltre 4mila posti aggiuntivi in terapia intensiva di cui si parla da marzo, ne sono stati attivati sull’intero territorio nazionale solo 1.449, cioè meno di un terzo. Di chi è la colpa? Certamente dei tanti De Luca che governano le regioni italiane, ma Boccia ed Arcuri (cioè il governo e la pletora dei tecnici superpagati di cui si circonda) colpevoli lo sono anche loro. Avvilente dover leggere sulla stampa la loro denuncia, senza che ci dicano una parola su cosa hanno fatto loro in questi mesi.

Quale intervento, quale iniziativa? Semplicemente non si sa, dunque lo si può capire benissimo: non hanno fatto nulla. O meglio, hanno fatto (e stanno facendo) a gara nello spargere terrore, nel diffondere la paura, nel prendersela con i “negazionisti”, nel reclamare nuove chiusure alla faccia del milione e mezzo di disoccupati in più che già hanno creato.

Ora anche l’OMS dice che…

Neanche lontanamente paragonabile alla Spagnola, ho già detto in premessa che la portata dell’epidemia in corso appare invece simile a quella delle altre due pandemie influenzali del secolo scorso: l’Asiatica e l’influenza di Hong Kong. Forme influenzali certamente più gravi della media, ma non esattamente l’Apocalisse di cui si narra oggi. Questa verità, facilmente intuibile da qualunque persona abbia provato ad analizzare i dati con un minimo di razionalità, ci viene adesso confermata perfino dall’OMS.

Confrontando i dati di ottobre con quelli del picco di marzo, il Corriere della Sera del 16 ottobre ha dovuto riconoscere il crollo della letalità allo 0,3%. Ma in realtà anche questa percentuale è sovrastimata, dato che più che i casi acclarati con tampone si dovrebbe tener conto della stima dei contagiati reali. Proprio per questo le valutazioni dell’OMS sono interessanti.

Secondo le “migliori stime” del dottor Michael Ryan, responsabile del programma per le emergenze sanitarie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 10% della popolazione mondiale (pari a circa 780 milioni di persone) è già stato infettato da Sars-Cov-2. Si tratta una stima effettuata utilizzando i numerosi studi di sieroprevalenza realizzati in tutto il mondo. Rapportando questa stima al numero dei decessi ufficialmente attribuiti al Covid, il tasso di letalità effettivo sarebbe pari allo 0,14%. Decisamente inferiore a quello dell’Asiatica (0,40%) e presumibilmente a quello un po’ più incerto dell’influenza di Hong Kong. Certamente in linea con le normali influenze stagionali (circa allo 0,10%).

E’ da notare come la stima attuale dell’OMS sia profondamente diversa da quel 3,4% indicato a marzo dalla stessa organizzazione. Una cifra utilizzata in tutti i modelli di allora per giustificare ogni forma di chiusura e confinamento. Lo 0,14% è infatti 24 volte (ventiquattro) inferiore al 3,4%, ma è a quelle politiche che molti vorrebbero nella sostanza tornare.

Ad essere pignoli, è molto probabile che il raffronto con le pandemie influenzali del secolo scorso risulti alla fine ancor più favorevole, dato che nel passato gli epidemiologi hanno sempre fatto i loro calcoli sull’eccedenza di mortalità registrata, mentre oggi ragioniamo con i dati ufficiali in base ai tamponi. Numeri, questi ultimi, verosimilmente superiori all’eccedenza di mortalità effettiva, come sembrerebbero indicare alla grande i dati provenienti dagli Stati Uniti. In Italia ogni ragionamento su questo punto è al momento difficile. Infatti, in un Paese dove ormai nulla più funziona, pure l’Istat ha smesso di fornire dati aggiornati. Tuttavia, quelli comunicati fino a luglio mostrano un calo della mortalità, rispetto all’anno precedente, nei mesi di gennaio, febbraio, maggio, giugno e luglio. Dunque, dopo il violento picco di marzo ed aprile, la situazione si è di fatto rapidamente normalizzata. Quel che possiamo dire ad oggi è che ben difficilmente l’aumento di mortalità del 2020 risulterà superiore a quello registrato nel 2015 (con 49.207 decessi in più dell’anno precedente), evento che allora non scaldò minimamente i media.

Meditate gente, meditate…

Mentre scrivo è in arrivo l’ennesimo Dpcm, figlio dell’emergenzialismo imperante e dello stato d’emergenza vigente. Stavolta si parla di chiusura dei locali alle 22, nonché di lockdown nel fine settimana. Qualcuno saprebbe spiegarci la razionalità di questi decreti a raffica? Che forse la situazione cambia tutte le settimane? Almeno un po’ di serietà non guasterebbe.

Schierandosi contro lockdown ed emergenzialismo, Donald Trump ama ripetere che “la cura non può essere peggio della malattia”. Parole sagge che nessuno segue. Ma è chiaro come un nuovo lockdown, anche se un po’ attenuato, sarebbe il colpo di grazia per centinaia di migliaia di piccole aziende, con la certezza di una nuova valanga di disoccupati.

Ci dicono i benpensanti che sì, è vero, non c’è l’emergenza di marzo, però le terapie intensive potrebbero saturarsi. Ma è così, o siamo di fronte alle solite esagerazioni mediatiche? Giusto per fare un esempio, oggi l’Ansa ha parlato di una saturazione all’83% in Piemonte. Dato smentito da un tweet di Guido Crosetto, non proprio l’ultimo arrivato. Leggiamo:

«Questa è l’@Agenzia_Ansa. Io la leggo e capisco che in Piemonte l’83%  dei posti in terapia intensiva siano occupati. Allora chiamo @Alberto_Cirio (il presidente della Giunta regionale, ndr). Scopro che ci sono 33 ricoverati sui 327 posti ordinari. Che possono arrivare a 586 per emergenza».

La saturazione in Piemonte è dunque del 10%, non dell’83. Vogliamo domandarci una buona volta del perché i media facciano questo sporco gioco?

Peraltro, che le terapie intensive vadano in crisi durante i picchi influenzali non è cosa nuova.

«Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza: già 48 malati gravi, molte operazioni rinviate». Questo titolo del Corriere della Sera non è del 2020, bensì del 10 gennaio 2018. Toh, meno di tre anni fa! Ed anche allora un’influenza provocava intasamenti, rinvio delle operazioni e decine di malati gravi. Meditate gente, meditate.

La verità è che la Paura (con la P maiuscola) è un’ottima arma di governo. E, come dimostra il caso del buzzurro De Luca, anche di consenso. La verità è che il virus è un gigantesco business. Un modo per ridisegnare in peggio la società, disumanizzandola a più non posso. Non a caso la parola d’ordine è “distanziamento sociale”. Avrebbero potuto dire “distanziamento fisico”, e sarebbe stato anche più preciso. Invece no, distanziamento sociale. Detto e scritto ovunque ed h24. Perché quello è l’obiettivo più profondo: una società di atomi impauriti senza diritti e senza coscienza.

Fantascienza? Può darsi, ma qualcuno di voi immaginava un anno fa l’incubo di questo 2020? Sarà meglio svegliarsi il prima possibile, prima che questo incubo diventi la nuova normalità. Che è esattamente quel che qualcuno vuole.

 

 




LO SPAURACCHIO DEL ROSSOBRUNISMO di Moreno Pasquinelli

Riteniamo necessario ripubblicare questo articolo del dicembre 2016

Il quotidiano LA STAMPA, tra i diversi organi di regime, è quello che picchia più duro contro il Movimento 5 Stelle — le spocchiose élite torinesi non hanno ancora digerito l’espugnazione della loro roccaforte.

Un siluro è sparato anche nell’edizione del 6 dicembre, sia cartacea che elettronica. Il titolo è roboante: “Così Grillo spinge i 5 Stelle a destra“. Citando presunte gole profonde si insinua che Beppe Grillo starebbe pensando ad un governo M5S-Lega-Forza Italia (embé?). In verità tutto dipana una deduzione: Grillo avrebbe scoperto che i nuovi poveri prodotti dalla crisi votano per le destre, vedi Brexit e Trump; dunque giusto allearsi con le destre. Al netto della fuffa scandalistica, siamo alle prese con la solita litania anti-populista. Tuttavia LA STAMPA è andata giù più pesante.

Prendendo spunto dal comizio conclusivo della campagna referendaria svolto da Beppe Grillo a Torino la sera del 2 dicembre, su LA STAMPA del 4 dicembre [Beppe Grillo e la mistica della sconfitta], tal Massimiliano Panarari, snocciola erudite quanto capziose considerazioni teoriche per poi sferrare il fendente: grillismo come rossobrunismo.Il pretesto dal quale Panarari prende le mosse è che Beppe Grillo a Torino, dando per scontata la vittoria del Sì al referendum, ha tra le altre cose affermato: “dobbiamo abituarci a essere perdenti contro il mondo”. Da questa frasetta —che, detto en passant dimostra quanto anche Grillo fosse andato anch’egli nel panico, cadendo vittima degli incantesimi renziani, quindi quanto fosse lontano dal comune sentire popolare—Panarari deduce che nel Movimento 5 Stelle c’è:

«… l’epica evocazione della sconfitta. La mistica della battaglia perduta affonda le proprie radici in una vasta tradizione politica antidemocratica, ed è una tipica issue simbolica di confine tra il radicalismo di destra e un certo radicalismo di sinistra, che da qualche tempo si vedono miscelati nel fenomeno del “rossobrunismo”. Si pensi alla ricerca della “bella morte” dei repubblichini di Salò, all’esaltazione del suicidio rituale di una certa cultura di destra giapponese (che aveva tra i suoi portabandiera lo scrittore Yukio Mishima), ma anche alla mitologia nazionalista di Slobodan Milosevic».

Il Panarari —prima di concludere con un patetico inno alla “base illuministica, empirica e incrementale (sic!) del liberalismo”— è addirittura più preciso, sostiene con sicumera che nel Movimento confluiscono di certo diversi filoni ma quello principale sarebbe

«… l’irrazionalismo delle destre radicali novecentesche… lo sconfittismo eroico, l’idea della lotta solitaria e intrepida (intrisa di superomismo) contro nemici potentissimi e soverchianti (tra cui i famigerati, e non ben precisati “poteri forti” e la finanza); il sovranismo; e l’avversione per la tecnica… un apocalittismo proprio della destra reazionaria».

Troppa grazia Sant’Antonio, verrebbe da dire.
Non sappiamo se Grillo abbia letto questo giudizio ontologico, se lo ha fatto di sicuro avrà risposto con una fragorosa pernacchia, più precisamente con il consueto belin, vaffanculo!

Ma ammettiamo pure che le cose stiano come sostiene Panarari: dove starebbe, entro il contesto concettuale da lui artatamente tracciato, la parte di codice genetico ascrivibile ad una sinistra radicale? Prendendo per buoni il suo metodo analitico, i segni distintivi che ascrive al M5S, si dovrebbe concludere che quest’ultimo sarebbe la reincarnazione postmoderna pura e semplice di certo fascismo mistico ed esoterico. Il rosso infatti è semplicemente assente, oltre l’aria fritta resta solo un nero profondo. Panarari parrebbe in perfetta sintonia con le farneticazioni di certe sette comuniste per cui il grillismo è solo una riedizione del fascismo —vedi: PCL: Movimento 5 Stelle e fascismo.

Il fatto che vorrei segnalare non è tanto che questa descrizione del complesso fenomeno del “grillismo” è fasulla, miserabile. Ciò che vorrei rimarcare è che con il ricorso al topos del rossobrunismo siamo in presenza di un vero e proprio salto di qualità nella maniera con cui le élite sistemiche rappresentano i loro avversari.

Fino ad oggi queste élite “politicamente corrette” hanno lanciato, contro tutti i nuovi movimenti antioligarchici, l’anatema del “populismo.” Dimostratisi inefficaci la scomunica ed i relativi esorcismi, i pennivendoli borghesi rincarano la dose, radicalizzano l’accusa: dal “populismo” siamo già passati al “rossobrunismo”. Potremmo dirla in questo modo: dalla satanizzazione del nemico alla sua hitlerizzazione.

Il salto è evidente, non fosse per il bersaglio grosso (Beppe Grillo ed il suo movimento) contro cui l’accusa di rossobrunismo è lanciata. Fino a ieri, infatti, essa è stata utilizzata come un marchio d’infamia con cui le élite bollavano alcuni gruppi, sia della sinistra antimperialista che della destra nazionalista che in comune nulla avevano se non considerare l’Impero americano come nemico principale. Eri contro l’ideologia americanista? Difendevi la resistenza dei popoli e delle diverse civiltà contro l’occidentalizzazione? Tanto bastava per beccarti l’accusa di essere rossobruno.

Qui non si tratta soltanto che un cattedratico, al netto dell’ostentata erudizione, si palesa come un falsario, un professionista dell’intossicazione politica. Qui siamo davanti all’avvisaglia di quello che sarà lo spartito che suonerà l’orchestra di regime d’ora in avanti. Segno del panico che serpeggia tra le élite, del timore di essere spazzate via. Più questo momento si avvicina più essi daranno fondo a tutto il repertorio di scomuniche, di ingiurie e calunnie —senza escludere che le armi della critica possano precedere la critica delle armi.

Ma cos’è, al di là delle piroette speculative di Panarari, il rossobrunismo? Il Nostro non lo spiega, stabilendo una sbrigativa equipollenza col fascismo. Non è così.

Tagliando con l’accetta si potrebbe dire che esso è il segno distintivo di quelle correnti ideologiche che teorizzano l’alleanza, il fronte comune, tra i comunisti e una peculiare destra nazionalista contro il comune nemico del capitalismo globale finanziarizzato che vede negli USA il gendarme supremo. Su quali principi, secondo i rossobruni, questa alleanza dovrebbe costituirsi? Sul trinomio: anticapitalismo, nazionalismo e socialismo. Alleanza dove la corrente rossobruna si porrebbe come la cerniera politica tra i due poli del fronte immaginario—nulla a che vedere, quindi, con il fascismo mistico ed esoterico di cui parla a vanvera il Panarari.

Il discorso sulla genesi storica del “rossobrunismo” si farebbe lungo, e questa non è la sede per ricostruirla nei dettagli. Ma qualche riga va spesa e la metto in nota. [1]

Qui basti dire, per stare alla cronaca recente, che il rossobrunismo,  oltre ad essere una insidiosa volgarizzazione politica, si è rivelato uno spauracchio costruito ad arte da ben identificati settori dell’intellighentia italiana (in combutta con l’intelligence nostrana), ripresi quindi dalla stampa di regime, anzitutto per isolare quei movimenti rivoluzionari di sinistra che essi ritenevano pericolosi.

Non c’è stata traccia in nessun paese d’Europa, tantomeno in Italia, di un’alleanza tra formazioni comuniste e neofasciste. Per la precisione: non c’è mai stata nemmeno alcuna convergenza, per quanto tattica,  tra gruppi della sinistra comunista e antimperialista ed i rossobruni (nazional-comunisti, eurasisti, ecc). Il fatto è che lo spaventapasseri del rossobrunismo, prima è stato agitato dalle grandi testate giornalistiche neoliberiste, poi è stato raccolto dalla gran parte dei passeri di sinistra, quelli “antagonisti” compresi, per colpire e isolare, non senza bassezza morale, la sinistra antimperialista.

Questo sodalizio tra élite neoliberiste e sinistra “antagonista” è carsico, scompare e riappare, a seconda del contesto politico. Oggi, ad esempio, l’etichetta rossobruna viene appiccicata indistintamente a tutti coloro che hanno condannato le cosiddette “rivoluzioni colorate”, a quelli che sostengono la legittima rivolta nel Donbass contro il regime Kiev —il caso della scomunica di certa sinistra “antagonista” verso la Banda Bassotti ha addirittura dello scandaloso.

Rossobruni sono quindi bollati tutti coloro che oltre ad essere contro la NATO sostengono le ragioni della Russia e Putin. E’ vero che la maggior parte dei gruppi neofascisti europei, come pure di certe destre nazionaliste, si dichiara filorussa e anti-islamica (vedi l’inchiesta che abbiamo pubblicato). Ed è vero che sono molti i gruppi di sinistra schierati sullo stesso fronte. Ma non solo non c’è alcuna alleanza trasversale tra essi; i gruppuscoli rossobruni sono  del tutto insignificanti. Sarà utile segnalare che il solo paese dove i rossobruni o nazional-bolscevichi hanno una effettiva consistenza è la Russia ma, guarda caso, essendo ferocemente antiputiniani, sono stati messi fuorilegge. Parliamo tra l’altro della corrente di Eduard Limonov, che prima di riavvicinarsi al governo di Mosca ha passato molti anni nelle carceri di Putin.

Ciò che dimostra non solo quanto aleatoria sia la categoria del rossobrunismo; dimostra come essa sia solo un’arma ideologica delle élite dominanti per hitlerizzare certi suoi nemici.

Alle vittime della paranoia rossobruna vale la pena ricordare quando lo spauracchio del rossobrunismo venne per la prima volta utilizzato. Si era alla metà degli anni ’90, mentre infuriava la guerra civile in Iugoslavia, quella carneficina che si concluderà nel marzo del 1999 con l’aggressione della NATO — e col pieno coinvolgimento del governo D’Alema. Il campo del neofascismo era diviso: alcuni sostenevano, assieme alla NATO e al Vaticano, il secessionismo croato e bosniaco, altri la Serbia di Milosevic. La stessa divisione attraversava la sinistra.  La stampa ed i media di regime (ovvero filo-NATO), non si limitarono ad una vergognosa campagna di sputtanamento della causa Iugoslava, quindi di Milosevic. Si doveva calunniare chiunque in Italia avesse simpatie per quella causa, chiunque denunciava lo squartamento della Iugoslavia e rifiutava come ipocrita la martellante campagna sui “diritti umani” con cui l’Occidente camuffava le sue spinte guerrafondaie ed espansionistiche. Ecco quindi che fece capolino il teorema rossobruno: chi stava dalla parte dei serbi e col socialista Milosevic, era bollato come sostenitore della “pulizia etnica” dei cetnici di Arkan, Sesely e Karadzic, qualificati come “il male assoluto”.
Ma la quesione è: ci fu allora un’alleanza tra neofascisti filo-serbi e comunisti-filo-iugoslavi. No, non ci fu.

Né ci fu quando in Italia la campagna contro il presunto rossobrunismo toccò il suo apice, negli anni 2003-2005, dopo l’invasione anglo-americana dell’Iraq e la eroica resistenza irachena. La campagna di hitlerizzazione non colpì solo i partigiani iracheni, fossero nazionalisti saddamiti o islamisti takfiri—descritti come “tagliagole”, “mostri”, “belve feroci”, quindi equiparati ai nazisti—; prese di mira chiunque in Italia sostenesse come sacrosante le ragioni della RESISTENZA IRACHENA. Il bersaglio fu quindi il Campo Antimperialista, che senza dubbio fu il movimento che con più efficacia, proprio nel cuore dell’Occidente, difese quella Resistenza.

Si potrebbe scrivere un intero libro sulla campagna di calunnie contro il Campo Antimperialista —voluminosa quante altre mai solo la rassegna stampa di quella valanga di calunnie che che preparò gli arresti di mezzo gruppo dirigente nell’aprile 2004.

Basti dire che dal settembre 2003 (contestualmente al campo estivo di Assisi che oltre a lanciare la campagna “Dieci euro per la Resistenza irachena” promosse la manifestazione nazionale del 13 dicembre successivo), e per due anni consecutivi, il Campo Antimperialista fu la principale vittima di una martellante campagna di hitlerizzazione, ed il topos fu appunto quello del rossobrunismo. L’insinuazione, la scandalosa imputazione, fu che il Campo era il crocevia, il luogo del connubio politico di comunisti rivoluzionari e fascisti. Anzi, per la precisione, il rossobrunismo venne declinato come “alleanza nazi-islamo-comunista”.

Era vero? No, era completamente falso!
Fu il sicofante Magdi Allam, con un editoriale del settembre 2003, a coniare questo brand, questo marchio d’infamia. Venne poi raccolto da tutti i media, carta stampata, Tv, radio e ovviamente web —proprio tutti, compresi quelli di sinistra. La campagna di intossicazione, tesa a liquidare il movimento di appoggio alla resistenza irachena, fu sistematica, scientifica, devastante. Che ci fosse dietro la centrale di disinformazione strategica dell’intelligence italiana (ufficio ubicato in via Nazionale in Roma) di Pollari e Pio Pompa lo dimostreranno i fatti, tra cui clamorosi processi e inchieste. Il giornalista al loro servizio e che allora guidava la crociata mediatica contro gli antimperialisti qualificandoli come rossobruni era Renato Farina, poi smascherato come agente dei servizi segreti “Betulla”.

In conclusione provo a ricapitolare:

(1) Il nazional-bolscevismo o nazional-comunismo (volgarmente rossobrunismo) è sempre stata una corrente politica marginale e irrilevante, anche in Germania, dove nacque. Oggi sopravvive solo in Russia, con addentellati in Donbass e nelle aree russofone di paesi come Ucraina, Lituania, Estonia, Lettonia, Bielorussia, ecc.
(2) Ma proprio il peculiare caso russo, mostra che la costellazione nazional-comunista è divisa, anzi spaccata: tra chi sta con Putin e chi contro. La comune rivendicazione della tradizione nazionalista cristiano-ortodossa (il mito della “terza Roma”) e grande-russa, sia zarista che staliniana, non è sufficiente a tenere uniti i nazional-comunisti.
(3) Se riemergerà in Occidente il nazional-comunismo potrebbe essere nella forma del mito eurasista o eurasiatico, che postula un impero dall’Atlantico a Vladivostok sotto egemonia russa.
(4) Non ha mai visto luce, in nessun paese occidentale, quanto auspicato dalle sette nazional-comuniste, cioè una alleanza tra forze della sinistra comunista e gruppi fascisti. Non accadde nemmeno nella Germania di Weimar, a dispetto di certi pennivendoli e storici liberali da strapazzo: è vero che il KPD considerava (grave errore) la socialdemocrazia socialfascista, quindi nemico principale, ma non ci fu mai alcun fronte coi nazisti. Centinaia furono anzi i militanti comunisti morti per avere contrastato l’ascesa del nazismo.
(5) Per quanto sia evidente che coloro che utilizzano la pecetta del rossobrunismo siano dei somari che non sanno di cosa parlano, va sempre ricordato che essa è stata usata come un marchio d’infamia per isolare e poi punire la sinistra antimperialista che ha difeso con coerenza le resistenze nazionali contro le aggressioni NATO e americane. Marchio del tutto simile a quello di “antisemitismo” usato dal potere contro chiunque condanni il sionismo.
(6) L’articolo del signor Panarari conferma che i poteri globalisti dispongono di una simbolica quanto tossica tassonomia per bollare con marchio d’infamia i loro nemici.
Ecco la loro classificazione demonologica:
– sostieni le resistenze antimperialiste? Sei un potenziale terrorista!
– denunci il carattere sionista e razzista dello stato israeliano? Sei antisemita!
– sei contro le élite dominanti: sei populista!
– sei contro l’Unione europea per la sovranità popolare e nazionale: sei un rossobruno!

(7) Più si avvicina il momento della fine dell’Unione europea più le élite dominanti intensificheranno la loro campagna di avvelenamento ideologico. Per rendere più efficace la mostrizzazione dei nemici Lorsignori metteranno l’elmetto a tutta la mandria di trombettieri (già attivi o in sonno) preferibilmente con immacolato pedigree di sinistra.  E sempre a sinistra Lorsignori attingeranno per arruolare come fanteria ascara i tanti cretini che vi albergano.

NOTE

[1] Questa minoritaria corrente di pensiero, volgarmente bollata come “rossobruna”, nacque nella Germania di Weimar, non divenne mai un movimento di massa e si divise in diversi gruppi. Venne alla storia, nei primi anni venti sotto il nome di “nazional-bolscevismo” o “nazional-comunismo”. Distingueva quel manipolo dei nazional-bolscevichi la tesi che la Germania, per liberarsi dalla catene di Versailles, si sarebbe dovuta alleare con la Russia bolscevica. Di qui la proposta di un’alleanza tra i comunisti tedeschi e le frange anticapitaliste del nazionalismo germanico —da segnalare che ai primi anni venti il nazismo era solo in gestazione. Vale la pena segnalare chi furono i fondatori di quella corrente.  Paul Eltzbacher era il solo che venisse dalla destra nazionalista. Gli altri esponenti di spicco, Heinrich Laufenberg e Friedrich  Wolffheim erano militanti del Partito Operaio Comunista tedesco (KAPD). Obbligatorio infine ricordare che la maggior parte di questi nazional-bolscevichi, all’avvento del nazismo, passarono tutti alla resistenza e quelli che sopravviveranno alle persecuzioni hitleriane diventeranno tutti cittadini della DDR (Germania orientale).

La personalità più conosciuta del nazional-bolscevismo tedesco è Ernst Niekisch (1889-1967). Insegnante social-democratico (1919-1922), espulso dall’SPD nel 1926 a causa del suo nazionalismo. Prima entrerà in rapporto con un piccolo partito socialista della Sassonia che si convertirà alle sue idee, successivamente animerà la rivista Widerstand (Resistenza) che avrà una certa influenza sulla gioventù di prima del 1933. Il movimento di Niekisch raggruppava persone provenienti tanto dalla sinistra che dalla destra nazionalista. Dopo il 1933, egli si oppose al nazismo e sarà deportato in un campo di concentramento (1937-1945). Dopo il 1945, andò ad insegnare nella DDR. Nel 1953, passerà all’Ovest. Solo uno di questi gruppi nazional-bolscevichi sostenne il nazismo, il Fichte Bund di Kessemaier, con cui non a caso collaborava il belga Jean Thiriart —lo stesso Thiriart che darà vita dopo la seconda guerra al movimento nazional-comunista col nome di Giovane Europa (rete di cui faceva parte in Italia, negli anni ’60, il famigerato gruppo bollato come “nazi-maoista” Lotta di Popolo).
I tentativi di Thiriart di dare vita ad un movimento strutturato, antiamericano e filo russo —una variante radicale del cosiddetto eurasismo o euroasiatismo— falliranno tutti miseramente.




SE CI FACCIAMO AMMAZZARE CON UN CLIC? di Liberiamo l’Italia

YouTube, adducendo un pretesto assurdo, ha oscurato il canale di RadioRadioTv.
Il vero motivo di questo gravissimo atto censorio è che RadioRadioTv è diventato un punto di forza di un’informazione indipendente che persegue la verità, apprezzata per questo da tanti cittadini italiani.

Con 110mila iscritti al canale e 18 milioni di visualizzazione/mese radioRadioTv è diventato il primo tra le radio italiane, a dimostrazione di quanto sentita sia l’esigenza di un’informazione libera e non succube dei dettami di regime “politicamente corretti”.

Il gesto repressivo di YouTube è l’ennesima conferma dello strapotere che possiedono le grandi piattaforme web: un regime di oligopolio globale senza precedenti che, nel nostro caso, fa strame dello spirito democraticamente attivo e partecipativo (e della lettera) dell’Articolo 21. della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

L’oscuramento di RadioRadioTv ci indica che la digitalizzazione del mondo (che l’arrivo del 5G potenzia in maniera poderosa), sempre più pervasiva e retta da interessi privati in quanto lede i diritti di libertà, tra cui quello ad una libera informazione, è un pericolo micidiale per la democrazia.

Quella che sembrava un incubo orwelliano, una distopia, un regime tecno-totalitario, è già diventato un realtà (tra noi e sopra di noi).

Mentre esprimiamo piena solidarietà agli amici di radioradioTv, facciamo appello a tutte le forze democratiche e patriottiche affinché si costituisca un fronte unico delle voci del dissenso, affinché questo dissenso si materializzi in azione sociale collettiva, non più quindi chiusa nella sfera virtuale.

In questo senso ci impegnamo a far sì che la questione della libertà d’informazione diventi un obbiettivo centrale della grande Marcia per la Liberazione in preparazione e del nostro manifesto programmatico.

Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

14 giugno 2020

Fonte: Liberiamo l’Italia

* * *
BASTA CON LA CACCIA ALLE STREGHE NEI SOCIAL NETWORK

Si tenta di zittire, spesso con false motivazioni, le voci della libera informazione che si esprimono nel web.

L’ultimo episodio riguarda la chiusura del canale Youtube di Radio Radio. Stavolta però un gruppo di influencer, riuniti nel Patto “Giordano Bruno”,  ha deciso di dar seguito ad una Difesa Organizzata e Unitaria.

Interverranno i maggiori web attivisti italiani.

Seguite l’incontro video-streaming sulla pagina Facebook di Homo Sapiens e condividete!

stasera 14 giugno, ore 21:00
SPECIALE PATTO “GIORDANO BRUNO”

Per informazioni, WhatsApp Homo Sapiens al 3487105308.

Per fare domande USATE LA CHAT della pagina Facebook