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LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE di Moreno Pasquinelli

Non c’è bisogno di ricorrere all’empirismo scettico di D. Hume per capire che nella dimensione del divenire storico-sociale non c’è rapporto univoco e lineare tra causa ed effetto. Si può anche essere più assertivi ed affermare senza possibilità di smentita che: (1) posta una causa da questa possono venire multipli e imprevedibili effetti; (2) viceversa, ogni effetto, ogni fenomeno, è il risultato dell’interazione  di diverse cause; (3) così che l’effetto è, per sua natura, più ricco e fecondo di possibilità della causa o del concorso di cause che l’ha prodotto.

Si può discettare a lungo se ci possa essere una filosofia della storia, se, posta l’inattendibilità della aristotelica causa efficiente, valga invece il principio anti-teleologico di W. Wundt della eterogenesi dei fini. Sia come sia, dal momento che la storia ha cacciato il determinismo dalla porta, è bene che non lo si faccia rientrare dalla finestra. Come ebbe a dire uno che di politica è stato grande stratega, la politica è un’arte, non una scienza. Non lo è appunto perché non vale il determinismo. Detto altrimenti: l’azione politica (poiché d’azione finalizzata ad uno scopo qui si parla) deve tener conto di diversi ordini di realtà. Non ci sono solo le leggi economiche, non ci sono solo le costanti geopolitiche, non ci sono solo strutture e sovrastrutture statuali. Se l’azione politica chiama in causa l’intervento attivo delle masse qui entrano in gioco variabili che hanno a che fare con fattori quali la passione, il sentimento, il mito. Fattori che sono quindi destinati a mescolarsi con quelli, in ultima istanza decisivi, quali la ragione e la coscienza.

Vale dunque nel mondo storico-sociale il principio dell’indeterminismo? La risposta è sì, posto che questo principio tira in ballo il rapporto biunivoco tra soggetto e oggetto; e posto che esso non implica né il caos — vedi la storiella secondo cui un battito d’ali di una farfalla in Cina provoca un tornado negli Stati Uniti —, né il dominio metafisico del caso. Vale invece l’idea della contingenza, o l’incontro tra causalità e accidentalità.

Ciò che vale per chi l’ordine di cose esistenti vuole rovesciare, vale a maggior ragione per chi viceversa vuole conservarlo.

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Dopo il crollo dell’URSS e l’11 settembre, l’ambizione di Washington era quella d’imporre e stabilizzare un ordine monopolare — meglio noto come Project for the New American Century. Questa pretesa è fallita per diverse e concomitanti ragioni. Due fattori balzano agli occhi: il risorgimento della Russia come grande potenza militare e la poderosa avanzata cinese. Senza dimenticare che quella brama egemonica si schiantò sui campi di battaglia dell’Iraq e dell’Afghanistan. Il collasso finanziario del 2007-2009, ponendo fine al mito della società opulenta, fece il resto.

E’ venuto così avanti il tanto strombazzato “ordine policentrico o multipolare”. Concetto non solo ambiguo, ma fasullo e deviante. Il concetto farebbe pensare ad un equilibrio, per quanto disarmonico e conflittuale, tra potenze nascenti e declinanti. Concetto fasullo visto che non solo non c’è alcun equilibrio, c’è invece squilibrio, così che dovremmo dire che siamo dentro ad un “disordine multipolare”.

Sì, per chi scrive il mondo sta entrando in quella che per convenzione è stata definita la Trappola di Tucidide: è già in atto tra potenze nascenti e declinanti una competizione dura per la supremazia mondiale e detta competizione ha un’alta probabilità di sfociare in una guerra su larga scala. Allora fu Sparta a scatenare il conflitto per arrestare la crescente egemonia della potenza ateniese. Oggi chi avrebbe interesse a scatenare una nuova devastante guerra globale (ciò non implica che essa sia destinata a sfociare in terza guerra mondiale, visto che potrebbe concentrarsi in un singolo pur grande scacchiere mondiale, e non coinvolgere necessariamente vasti schieramenti internazionali)?

Non è difficile rispondere a questa domanda: sono gli Stati Uniti d’America. Il perché è presto detto. Gli Stati Uniti sono a tutt’oggi la principale potenza mondiale —ovvero prima potenza nei campi militare, economico, finanziario, scientifico e culturale —, ma tutti i dati ci dicono che sono una potenza al tramonto, mentre la Cina, prima o poi, è destinata a prendere il sopravvento. La domanda è d’obbligo: ha mai accettato una grande potenza imperiale o imperialista di consegnare ad un’altra concorrente lo scettro della sua supremazia? La risposta è no.

Chi ha visto nel trumpismo la rinascita della tradizionale corrente isolazionista americana si sbagliava. L’isolazionismo è un lusso che nessun impero può permettersi. Per usare una metafora: il trumpismo era l’imperialismo americano che faceva un passo indietro, prendere la rincorsa, e quindi fare un nuovo balzo in avanti. L’arrivo di Joe Biden, all’insegna dell’aggressivo e urticante slogan America is back!, è espressione della consapevolezza che anche il passo indietro è un’opzione che l’impero non può permettersi; che solo una strategia multilaterale e asimmetrica d’attacco può sbarrare la strada alla Cina. Di qui, nel caso non si riesca ad azzoppare l’Impero di mezzo, la possibilità, per meglio dire, l’alta probabilità, che il Deep State americano stia considerando come inevitabile lo sbocco bellico. Quando questi Dr. Stranamore si proiettano nell’orizzonte dell’inesorabile è certo che essi vogliano tentare di attaccare per primi, poiché ciò darebbe loro il grande vantaggio della sorpresa e di scegliere il campo da gioco.

Manco a dirlo nell’equazione c’è una variabile decisiva, quella russa. La forza d’urto militare ricostruitasi sotto il regno di Putin è talmente poderosa che la sua eventuale discesa in campo a favore dell’uno o dell’altro potrebbe determinare l’esito del conflitto. Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. Washington, del resto, non può permettersi di combattere una guerra su due fronti, nel Pacifico contro la Cina e in Europa e Medioriente contro la Russia — semmai al Pentagono immaginano una guerra in due tempi. Come ci indicano sia il primo che il secondo conflitto mondiale, si sa come le guerre iniziano, non come finiscono. Nemmeno Stalin voleva entrare in guerra, e per questo siglò un patto con Hitler, sperando che la sua vittoria ad Occidente, l’avrebbe non solo trattenuto dall’aggressione a oriente, ma saziato. Non fu così e l’errore (l’aver abbassato la guardia) fu pagato a carissimo prezzo. Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento.

Impostori e sicofanti, ovvero gli italioti, fanno il verso all’élite americana, agitando lo spauracchio cinese, alimentando, chi apertamente e chi a mezza bocca, la guerra di propaganda (che com’è noto anticipa sempre, perché propedeutica, quella militare vera e propria). Tentare di convincerli è tempo perso, che si sono già messi l’elmetto in nome dell’atlantismo. Molti sono gli incerti ed i confusi. Va spiegato loro che se in generale non è mai stata la potenza nascente a cercare il pretesto della guerra, ciò vale ancor più oggi per la Cina. L’élite cinese lavora sui tempi lunghi; non di guerra ma di stabilità ha bisogno, e questo implica guadagnare tempo. E va quindi spiegato agli italiani che per il nostro Paese è più necessario che mai, tanto più con l’arrivo di Biden, sganciarsi dalla NATO, poiché restarci dentro implica essere trascinati in una guerra che non potrà che condurci nell’abisso, sempre meno nazione sovrana, condannati a diventare insignificante e disarmato protettorato coloniale della potenza che dovesse uscire vincente.

Trump non c’è più, è arrivato Biden. Nel nuovo contesto, per quanto il fatto complichi e di molto la nostra battaglia, ciò significa che l’uscita dalla Unione europea chiama in causa, lo si voglia o meno, anche lo sganciamento dalla NATO.

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Cosimo de’ Medici sembra avesse detto a Savonarola che “Gli stati non si governano coi paternoster”. Ci dice il Machiavelli che Savonarola rispose che quel precetto fosse “di tiranni e non di veri principi”. Prima o poi dovremmo lasciarci alle spalle il “momento Polanyi” per entrare nel “momento machiavelliano”. L’Italia, ridotta in cenci, ha bisogno più che mai di un Nuovo Principe, di un gramsciano Partito rivoluzionario, di un profeta armato che chiami il popolo all’azione. Azione che tra tutte le “virtù” Machiavelli considerava la più importante.




SOVRANISTI O ATLANTISTI? di S. Giordano

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Se c’è una cosa a cui serve la fitta cortina fumogena della “lotta al Covid” è quella di distrarci, di farci dimenticare le ben più gravi e orribili tragedie che avvengono in giro per il mondo. Non si fa che parlare dell’epidemia, dei decessi per l’epidemia. Tutti gli altri, si sarebbe detto un tempo, sono “figli di un Dio minore”. Non trovate notizie sul fatto che mezza Africa è sconquassata da guerre civili, quindi nessuno vi dice che, sotto una bandiera o un’altra, truppe dei paesi NATO sono impegnate nella repressione di rivolte e guerriglie.

Così nessuno da risalto alle stragi che ogni giorno si susseguono nella grande fascia del Sahel — vedi quanto accade in Mali, Niger e Nigeria. E nessuno racconta che è andato a fuco il più grande campo profughi del mondo (un milione di persone della minoranza birmana dei Rohingya in condizioni spaventose), quello di Cox Bazar nel Bangladesh. Così come nessuno ci dice più niente della sanguinosa guerra civile nello Yemen; dei massacri che ancora avvengono in Afghanistan, della catastrofe siriana, del dramma dei palestinesi. E, tanto per dire, nessuna notizia sulla spaventosa crisi economica e sociale in Libano, dove da settimane sono in corso proteste durissime. Anche la Libia è scomparsa dai monitor.

La sola cosa che sfugge alla narrazione tossica del Covid è la cosiddetta “nuova guerra fredda” tra Cina e Russia da una parte e Stati Uniti e Unione Europea dall’altra.

Il cambio di guardia alla Casa Bianca ha subito prodotto i suoi effetti. A motivo del non rispetto dei diritti umani nello Xinjiang, dopo quelle americane sono arrivate le sanzioni europee alla Cina. E queste seguono quelle a danno della Russia per il “Caso Navalny”.

“L’America è tornata”, ha detto Biden. In poche parole Washington, defenestrato Trump, torna alla più aggressiva politica imperialista, che significa rilancio in grande all’atlantismo, ovvero del compattamento e rafforzamento della NATO. Siamo insomma passati dall’America first alla NATO first!

In questo quadro si spiega la partecipazione del segretario di stato USA Antony Blinken alla riunione svoltasi a Bruxelles dei ministri degli esteri della Ue. E, sempre in questo quadro, Joe Biden parteciperà alla riunione del Consiglio europeo — fatto politico di grande importanza visto che l’ultima occasione del genere accadde venti anni fa, nel giugno 2001, proprio ai tempi del’espansione della NATO ad Est, cosa che andava in parallelo (guarda un po’!) all’allargamento dell’Unione europea.

Il segnale che ci giunge è inequivocabile. Gli Stati Uniti vogliono rinsaldare l’asse atlantista e sbarrare la strada ad ogni accordo, anche solo di natura commerciale tra europei da una parte e cinesi e russi dall’altra — vedi l’opposizione americana al gasdotto Nord Stream 2.

Morale? Il grosso dei politicanti europei, Macron e Draghi in testa (vedi il suo discorso di insediamento) accolgono di buon grado la “rivitalizzazione” della NATO, quindi: sì ad una geopolitica aggressiva verso Russia e Cina e sì ad una politica interventista degli alleati nei diversi teatri caldi, in primis il Medio Oriente. Insomma, dal punto di vista della Casa Bianca, l’Unione europea non solo deve andare avanti, ma deve andare avanti come protesi degli USA.

Gettando uno sguardo al panorama politico italiano che vediamo? Vediamo che non si alza nessuna voce contro questo riallineamento sulle posizioni oltranziste di Washington. Tutti per Draghi equivale ad “avanti tutta con la NATO”.

Nel contesto parlamentare non c’è nessuno che alzi la voce contro la rinascita dell’oltranzismo atlantista. Non c’è nessuno che voglia incontrare la grande fascia di opinione pubblica che invece dissente. Nessuno che abbia il coraggio di dire che una politica di supina obbedienza alla politica aggressiva degli USA è assolutamente dannosa per gli interessi nazionali.

La cosa tira in ballo le minoranze cosiddette “sovraniste”. Dato il contesto può esistere un “sovranismo” che sollevi solo la questione dell’uscita dalla Ue ma non quella dell’uscita dalla NATO? La mia risposta è che non può esistere. Aveva dunque ragione chi denunciava l’atlantismo, comunque declinato, come una forma zoppa di “sovranismo”, anzi come un  “sovranismo di sua maestà”.




DOVE VA LA CINA DI XI JINPING? di Federico Maria Romero

Segue l’articolo precedente: Cina: chiè davvero Xi Jinping?

Dobbiamo tenere in considerazione che il dibattito sul “socialismo in Cina” è tutt’oggi affrontato in Occidente usando categorie concettuali e politiche del tutto estranee allo spirito cinese. Di ciò era del resto consapevole Mao quando, sulla linea di Li Dazhao, con l’intento di superare il marxismo terzinternazionalista e poi il Diamat stalinista, affermò il principio storico della “sinizzazione del socialismo”. La visione del reciproco darsi degli opposti, dell’essere come vuoto e al tempo stesso come essere in relazione a qualcosa o a qualcuno, della conflittualità o contraddizione come motore della storia avviarono la nascita di una visione del mondo organicista, soggettivista, volontaristica e, sul piano prassista, di una forma di Stato contadino e eroico basato sul “blocco delle quattro classi”, ovvero dell’unità nazionalista sotto la guida del partito comunista e del popolo Han.

Tali presupposti storici e filosofici del maoismo ben poco in comune hanno con il pensiero del marxismo occidentale o di quello sovietico al punto che si può affermare che l’apporto maoista nella storia mondiale del socialismo è molto simile a quello fornita dal Conducator Nicolaie Ceausescu in Europa, nel senso che da parte di questi due grandi leader vengono ripudiati su tutta la linea tanto il classismo quanto il materialismo dialettico e al loro posto subentra il motivo principale dell’identità dello spirito nazionale e dell’indipendenza della Nazione. Ne danno testimonianza, d’altra parte, gli aperti conflitti ingaggiati dal Grande timoniere sia con l’Urss, considerata dagli anni ’60 il primo nemico storico della Cina popolare, sia con i vari partiti comunisti o socialisti occidentali, ai quali da un certo punto in avanti Mao iniziò apertamente a preferire esplicitamente le destre nazionaliste o i cristiano-sociali bavaresi.

Deng Xiaoping ruppe il paradigma maoista nel senso che sostituì all’orizzonte soggettivista contadino e tradizionalista quello evoluzionista e scientifico, ma il motivo dell’identità nazionale Han rimase egualmente prioritario. “Il socialismo con caratteristiche nazionali cinesi” o “il socialismo nazionale di mercato” di Deng Xiaoping cercò di salvare il 70% del pensiero maoista liquidando però l’avversione maoista verso la scienza occidentale. Il recupero di Deng dei tre principi del popolo del padre della Nazione Sun Yat Sen si sviluppò quindi, di seguito, nella prassi politica.

Sia Mao sia Deng consideravano, al di fuori della retorica diplomatica, i cinesi superiori agli occidentali, per storia, cultura e tradizione spirituale e volevano superare velocemente il gap successivo alla rivoluzione industriale azzerando la “grande divergenza” tra l’Impero di mezzo e l’Occidente. Il soggettivismo volontaristico di Mao riteneva fosse possibile colmare il divario grazie alla nobile saggezza tradizionalista e organicista cinese; Deng Xiaoping viceversa sosteneva che fosse necessario importare la scienza e la tecnologia occidentali, con una élite politica nazionalista capace di cavalcarle e dirigerle dove “l’egemonia cinese” volesse guidarle.

Il progetto di Deng non è perciò tanto “Sud verso Sud” o terzomondista (come sostengono Arrighi o Samir Amin) ma proprio quello dell’egemonia imperiale cinese in un multipolarismo diffuso. Per comprendere il pensiero di Deng, spiega Vogel che è il più grande biografo del successore di Mao, è necessario capire che Deng vedeva nel corporativismo modernizzatore nipponico un modello sociale di primissimo piano. Scienza occidentale al servizio dell’eroismo nazionale asiatico con uno Stato centrale organico che sapesse guidare il processo storico, questo percorso del Giappone del Rinnovamento Meiji (senza dimenticare l’esempio di Singapore) fu l’esplicito riferimento nella nuova via riformatrice di Deng. Quest’ultimo non rifiutò l’apertura a zone controllate di capitalismo in quanto riteneva che la molla dell’incentivo materiale fosse un elemento progressistico nel processo di specializzazione del lavoro e delle competenze scientifiche di cui la Cina non poteva fare a meno nella “guerra di civiltà” con il nemico occidentale. Mao, viceversa, aveva messo al centro della vita sociale l’incentivo morale, nel tentativo di raggiungere la piena modernizzazione mediante la via di un “socialismo spartano”; se agli inizi del Grande balzo in avanti il Grande timoniere aveva promesso al popolo cinese che con pochi anni di sacrifici la Cina avrebbe superato la Gran Bretagna avvicinandosi all’evoluzione modernista americana, i risultati furono poi ben inferiori alle premesse.

Parlare della NEP riguardo al riformismo autoritario di Deng può essere fuorviante in quanto la NEP leninista fu una necessaria ritirata tattica nell’orizzonte della rivoluzione “proletaria” mondiale e internazionalista, mentre Deng non pensò mai a una rivoluzione mondiale di classe, dato che fu sempre, anzitutto, un nazionalista grande-cinese, come del resto Mao che su questo punto non è di certo assimilabile, come abbiamo visto sopra, all’internazionalismo strategico di Lenin e della tradizione sovietica.

La Nep di Deng, per chiarire, è ben più vicina al corporativismo nazionalistico giapponese degli Anni trenta piuttosto che al “marxismo leninismo” occidentale. Oggi, gli analisti liberali anglosassoni o americani amano descrivere Xi Jinping come il “nuovo Mao”, come il “nuovo timoniere rosso ultrasocialista” che vorrebbe trasformare il paradigma di Deng basato sulla modernizzazione scientifica nazionalista e evoluzionista in una nuova ideologia maoista. Questi analisti prendono a riferimento la preminenza accordata da Xi al concetto guojin mintui (“lo Stato avanza, il settore privato declina”).

Nel caso specifico potrebbero avere ragione, ma ciò è in definitiva una ulteriore falsificazione del quadro interno cinese. Intendiamoci: è vero che nella lotta di frazioni (di cui ho già tentato di parlare nel primo articolo), i denghisti storici — tra i quali annovero Deng Pufang, figlio maggiore di Xiaoping, e Chen Xiaolu, figlio del leggendario maresciallo Chen Yi, molto vicino a Deng e morto per un normale infarto, subito classificato come “misterioso” (chissà perché?) —sono storicamente affini alla “Shangai Gang”. Come è vero che Xi sta realmente mettendo in pratica due principi fondamentali del maoismo, il primo quello che “Il potere nasce dalla canna del fucile”, il secondo quello che la Cina potrà avere il primato globale solo realizzando all’interno una Democrazia nazionalistica e organicista basata sulla “Linea di Massa”.

Abbiamo motivo di ritenere che si illude chi crede che alla élite della frazione Xi Jinping stia oggi massimamente a cuore la realizzazione integrale del socialismo in Cina. Su questo elemento, che, come vedo, è centrale nell’odierno dibattito tra i marxisti italiani, Xi Jinping è, a mio avviso, un continuatore ortodosso di Deng. E’ certamente un fatto che Deng nella Strategia dei 24 caratteri, scrisse: «Nascondi la tua Forza, aspetta il tuo momento, non prendere mai il Comando” mentre Xi nella Strategia dei 36 caratteri ha sostenuto: “Per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo realizzare la via cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo far avanzare lo spirito cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo consolidare il potere mondiale cinese».

Ma la contrapposizione è solo apparente. La Cina di Deng era ancora troppo debole, economicamente e militarmente, per lanciare apertamente l’assalto al potere mondiale. Deng pose però i primi mattoni dell’egemonia mondiale di Pechino. Xi teorizza esplicitamente il potere mondiale perché è proprio ciò che Deng voleva. Ed era, a mio modo di vedere, anche ciò che l’ultimo Mao voleva. Xi Jinping è perciò più denghiano dei vecchi riformisti compagni di Deng che non compresero il veridico programma strategico del grande leader successore di Mao: il potere mondiale non occidentale come assoluta realizzazione del “Sogno Cinese”, come priorità strategica.

Xi, come Deng, riprende il principale problema della civilizzazione cinese: l’epoca storica in cui la scienza e la tecnologia dell’Impero di mezzo, alla fine della dinastia Ming e agli inizi della dinastia Qing, sono restate indietro. Scienziati e creatori di tecnologia, secondo Xi, fedele discepolo di Deng, sono le autentiche avanguardie militari della armoniosa nazione cinese, un sistema aperto e organico egemone a livello planetario [Xi Jinping, Governare la Cina, Giunti Editore 2016, pp. 147-161]. Lo statista cinese si riferisce a scienziati e tecnologi, non a caso, rappresentandoli come vere e proprie truppe militari. Elitismo pragmatista machiavellico e grande nazionalismo, modernista tecnologico e imperiale, degli Han sono gli elementi che unificano il progetto di Deng a quello di Xi.

Che ciò sia anche socialismo, che ciò sia lo stadio primordiale del socialismo o semplice capitalismo politico di potenza o un modello corporativista neo-prussiano, diviene a questo punto, almeno a mio avviso, secondario e irrilevante.

Lo sconvolgimento rivoluzionario che un simile processo storico porta con sé, come peraltro abbiamo iniziato a sperimentare, non può trovarci a discutere sul sesso degli angeli e chiunque intenda porsi sulla scena mondiale come alfiere del patriottismo italiano (come Lit, Ancora Italia ecc.) non può ignorarlo, giocherellare da poco attenti allievi della democristiana Piazza del Gesù nei vari campi non è più possibile dopo il 2020, significherebbe del resto voler rimanere sudditi americani a vita. Pena sarebbe dunque, per il patriottismo  italiano, l’essere spazzato via dal divenire storico senza indulgenza alcuna nella micidiale lotta tra le tre superpotenze mondiali (Russia, Cina, Usa), micidiale lotta che stiamo del resto sperimentando sulla pelle e nell’anima.

Una Nuova Era è ormai sorta, con il 2020. Occorre un balzo in avanti del movimento patriottico italiano per comprendere a fondo la nuova fase storico-spirituale. E agire di conseguenza. L’imperialismo occidentale  potrà tentare di annientare la Nuova Era, armoniosa e multipolare, solo con una guerra mondiale, gli stimoli fiscali neo-keynesiani e le divertenti sparate da Al Capone del nazionalista occidentale bianco Joe Biden indicano l’isteria di impotenza di un Occidente che nulla, per il resto, può ormai fare per fermare l’autarchia tecnologica verso cui marcia la Cina di Xi Jinping o quella militare già da anni pienamente raggiunta dalla Russia di Vladimir Putin. Nulla appunto se non una vera e propria guerra mondiale, che nel mondo, grazie a Dio, nessuno si augura. A parte il Deep State angloamericano.




CINA: CHI È DAVVERO XI JINPING? di Federico Maria Romero

Secondo Mark Wu, giurista ad Harvard, interpretare la struttura sociale cinese come un “capitalismo di stato” potrebbe essere fuorviante.

Vi sono sei elementi fondamentali da prendere in considerazione. 1) il ruolo della Commissione per la supervisione e la revisione dei beni di proprietà statale secondo il Consiglio di Stato (SASAC) che attualmente supervisiona 100 conglomerati statali. 2) Il controllo statale o dei vari governi centrali regionali delle banche. 3) La Commissione della Pianificazione con le sue decisioni risolutive. 4) L’integrazione dei differenti conglomerati su scala mondiale. 5) L’influenza politica sulle cariche economiche principali. 6) La capacità di etero-dirigere le forze del mercato privato che sono state fondamentali e decisive per il grande sviluppo cinese.

E’ molto difficile per gli osservatori occidentali districarsi in questa correlazione di forze economico-politiche in simbiosi o in lotta tra di loro. Uno studioso occidentale che ha vissuto a lungo in Giappone, Vittorio Volpi, ha sostenuto a tal riguardo che il dominio della mano visibile politica sul mercato avvicina i modelli nazionalisti corporativisti nipponico o sudcoreano più alla Cina di Deng Xiaoping che alle strutture sociali individualistiche occidentali. La comprensione occidentale del modello cinese è stata inoltre messa a dura prova dal cosiddetto “fallimento sulla Cina”. Gli analisti americani erano infatti certi che lo sviluppismo di Deng Xiaoping avrebbe condotto la Cina al fallimento o all’instaurazione di una democrazia liberale capitalista. Ciò non si è affatto verificato.

Secondo Ezra Vogel, il più grande biografo di Deng Xiaoping nel mondo occidentale, quest’ultimo è stato “il più grande statista del Novecento”. Lo studioso presenta Deng all’insegna di tre aggettivi: ultranazionalista, autoritario, pragmatico. Ezra Vogel non risponde alla domanda fondamentale, ovvero se Deng continuò a essere comunista anche dopo l’apertura mirata al mercato internazionale, ma si limita a affermare, sulla base di uno studio poderoso, che per lui esisteva una sola entità sacra: il partito comunista cinese, in quanto partito che aveva liberato definitivamente la Cina dagli occidentali e che aveva saputo restaurare la grandezza nazionale degli antichi Han.

La direttrice strategica di Deng fu, come noto, il “basso profilo” ma secondo molti analisti cinesi la politica estera di Xi Jinping è in continuità con Deng, in quanto quest’ultimo avrebbe appunto voluto riportare i cinesi al centro del mondo come oggi Xi Jinping ha in definitiva fatto.

Deng era consapevole che la centralizzazione cinese sul piano della catena globale del valore avrebbe condotto a lotte di frazioni probabilmente più acute di quelle stesse del periodo maoista. Fedele al principio maoista secondo cui “l’uno si divide in due” Deng istituì quasi ufficialmente nell’élite del Partito due frazioni che avrebbero dovuto condividere, con tutti gli estremi formalismi rituali del caso che non stiamo qui a elencare o a ricordare, il potere con concordia in vista dell’affermazione cinese come potenza imperiale mondiale: una l’élite proposta dalla “Shangai Gang” (SG), espressione della zona più produttiva e modernista della Cina e l’altra era invece l’élite che avrebbe dovuto costantemente esprimere la Lega della gioventù comunista cinese (LGCC), in teoria più ideocratica. Questo appunto sul piano teorico.

Nella pratica politica e di lotta di frazione, gli eventi di questi anni hanno enormemente cambiato le carte in tavola. Ad esempio, Xi Jinping è appunto espressione della SG, che in teoria avrebbe dovuto rappresentare la linea economicistica; viceversa, l’attuale presidente della Repubblica popolare dopo aver conquistato il potere grazie al sostegno dell’élite della SG e dei cosiddetti “principini rossi” che hanno fatto blocco contro quello che era diventato lo strapotere della LGCC, ha ridimensionato enormemente proprio la SG, mettendone al muro molti tra gli esponenti più significativi e di punta con la linea strategica della “lotta totale alla corruzione”.

Ancora: quando rinacque ufficialmente il cosiddeto “maoismo cinese”, sotto la guida di Bo Xilai, figlio di Bo Yibo “un immortale” dell’era di Mao, e di Wang Lijun, che puntavano a occupare posti preziosi, in vista del 18° congresso del partito, nel Comitato permanente del Politburo (il gruppo dei nove che gestisce la politica e l’economia della Repubblica popolare), fu proprio la frazione emergente di Xi Jinping a sbarrare la strada ai “maoisti” con il sostegno dei militari più nazionalisti dell’Esercito di Liberazione popolare. L’ accusa contro la fazione Bo fu quella di essere troppo legati all’agenzia militare spionistica britannica MI6; veniva tirato in ballo Neil Heiwood, in stretti rapporti affaristici e politici con la consorte di Bo e Wang si rifugerà dopo l’offensiva dell’Esercito in un consolato britannico prima, in quello Usa di Chengdu poi per chiedere asilo. Il complotto spionistico esula dalla logica di questo articolo, il dato di fatto  sociale da trarre è che il nazionalismo di Xi, con il supporto dei principini, fece completamente fuori la proposta neomaoista.

L’ascesa di una nuova élite sotto il patrocinio del presidente Xi rappresenta il più grande sviluppo nella storia politica e sociale cinese degli ultimi trent’anni. Non solo perché ha emarginato completamente quella che potremmo considerare, usando termini sicuramente impropri ma più familiari al pubblico occidentale, la frazione di Shangai, quella più vicina, per molti versi, all’élite socialdemocratica e globalista occidentale (per quanto sarebbe erroneo appiattirla sul classico globalismo angloamericano); ma anche perché la frazione Xi ha finito per identificarsi totalmente con il destino millenario della “grande” Nazione cinese. La vittoria totale, politica, sanitaria, economica, contro quello che è sempre più percepito, dalla stragrande maggioranza dei cinesi, come il “ terribile e mostruoso Virus Occidentale” (ovvero il Covid 19), ha ancora di più accresciuto il carisma del leader presso i cinesi di tutte le fasce sociali.

Guoguang Wu (University of Victoria) nel suo studio, “The King’s Men and Others: Emerging Political Élites under Xi Jinping”, ha rilevato come la mobilità sociale e politica dell’era Xi è tipica di un regime nazionalista rivoluzionario fondato sulla mobilitazione popolare. Non si assisteva a un processo simile dall’epoca di Mao, per quanto Xi Jinping non sia per Wu un maoista quanto un vero nazionalista imperiale. Wu elenca nuovi sette sottogruppi sociologici e regionali che, negli anni di Xi, hanno raggiunto il grado élitista di vertice. La carriera politica di Xi ha avuto inizio nella contea suburbana di Zhengding, nella provincia di Hebei. Qui Xi ha sviluppato una stretta amicizia con Li Zhanshu, che ora è il terzo leader della Cina. La provincia del Fujian è il luogo in cui Xi ha trascorso la parte più lunga della sua carriera (1985-2002), scalando gradualmente i ranghi. Le élite politiche più significative emerse dal Fujian includono Cai Qi, ora segretario del partito di Pechino e considerato tra le stelle nascenti del partito, e Huang Kunming, che ora è un membro del Politburo e dirige l’importantissimo dipartimento di propaganda. Dopo il periodo trascorso nel Fujian, Xi è stato segretario del partito dello Zhejiang dal 2002 al 2007, dove aveva il controllo completo su tutti gli affari organizzativi e del personale.

«Pertanto, lo Zhejiang rappresenta la principale base di potere di Xi, con ancora più élite dello Zhejiang che si unisce al governo centrale rispetto alle élite del Fujian; il termine speciale di Zhijiang xinjun, che significa “nuove truppe dallo Zhijiang”, con Zhijiang come soprannome per Zhejiang, è stato di conseguenza creato per riferirsi a quelle stelle politiche nascenti nella Cina di Xi con un background del Zhejiang», scrive Wu.

Infine, l’ultimo gruppo è Shanghai, dove Xi è stato segretario del partito per un breve periodo. A differenza dello Zhejiang, Xi era in grado di controllare Shanghai solo in parte, a causa dell’enorme influenza di Jiang Zemin. Inoltre, le persone che provengono da un background di Shanghai non possono essere interamente attribuite, come abbiamo cercato di spiegare, alla frazione Xi, principalmente a causa dell’influenza di Jiang su Shanghai. Xi non solo ha nominato i suoi lealisti in quasi tutte le posizioni significative in tutta la Cina, ma lo ha fatto con l’intento di schierare i membri delle due precedenti fazioni dominanti, la “Shanghai Gang” e la Lega.

«La leadership del PCC enfatizza l’esperienza amministrativa acquisita servendo come un importante segretario del partito cittadino durante l’era delle riforme, questi incarichi sono trampolini di lancio fondamentali per gli aspiranti candidati al Comitato permanente del Politburo e ad altri posti di vertice nella leadership nazionale»,  sostiene Li, uno studioso delle frazioni interne dell’élite cinese. Pertanto, nominando i suoi protetti nelle principali città e province, Xi ha assicurato che la futura leadership di organismi come il Politburo sarà in futuro dominata dai membri della sua stessa fazione, limitando ulteriormente il ruolo delle altre due.

Un altro elemento dell’era Xi di fondamentale rilievo è l’ascesa dell’élite nazionalista militare, che la Cina “comunista” nella sua storia non ha mai conosciuto a tale livello qualitativo; la decisiva lotta contro il “Virus Occidentale” è stata fondamentalmente vinta grazie al lavoro meticoloso e circoscritto dell’Elp e tutta la futura battaglia strategica della Cina.  Xi Jinping, che ha scommesso molto sul primato tecnologico cinese, ha nei militari e negli analisti dell’intelligence i propri reparti di punta e di avanguardia.

In conclusione se la centralità del partito, depositario di una lunga tradizione di sinistra, non può assolutamente essere messa in discussione, essendo “sacra”, essa si accompagna però a altri elementi politici fondamentale dell’era Xi che non possiamo ignorare: nazionalismo, modernismo militarista, elitismo strategico “machiavellico”.   (Fine prima parte – segue)




COVID ALL’ISRAELIANA di Leonardo Mazzei

A leggere i giornali italiani Israele è un modello. Una campagna vaccinale da record, un’organizzazione efficiente ancorché di stampo militare, un’efficacia del vaccino molto elevata almeno secondo i dati del ministero della Sanità. Un quadretto idilliaco per l’ineffabile Burioni:

«I dati che arrivano da Israele sono oltre ogni aspettativa, tra poco potrebbero essere liberi da questo incubo grazie al vaccino. Non è possibile che l’Europa rimanga indietro. Vacciniamo tutti, whatever it takes».

Come non è difficile da immaginare, le cose stanno però in maniera molto, ma molto diversa da come ci vengono presentate. Il primato nelle vaccinazioni è solo il frutto di una sperimentazione di massa pro-Pfizer, spesso conseguita con la forza, la violenza e il ricatto. Le modalità nazi-sioniste della sua realizzazione, sono la manifestazione più avanzata dell’autoritarismo dispiegato connaturato con il nascente regime del Great Reset.

In quanto ai risultati in materia di lotta al Covid, essi sono ben diversi da quelli vantati tanto dal governo israeliano, quanto dai suoi amici che occupano la scena mediatica in occidente. Ma per lorsignori questo è in fondo un aspetto secondario. Ciò che conta è piuttosto l’affermazione, che avanza a passi da gigante, di un nuovo e mostruoso modello di società.

Ma entriamo nel merito.

La prima cosa da ricordare è che se Israele è in testa alla classifica della percentuale di vaccinati, ciò si deve solo al fatto che il governo Netanyahu ha sottoscritto un contratto speciale (e largamente secretato) con Pfizer. In base a questo contratto, la multinazionale americana ha dato priorità assoluta ad Israele nella fornitura dei vaccini. In cambio Netanyahu ha messo nelle mani di Pfizer tutti i dati sanitari dei vaccinati. Un’aperta violazione del diritto alla privacy, un atto necessario a realizzare la più grande sperimentazione di massa (per giunta non consensuale) di un farmaco privo dei test necessari ad accertarne sia l’efficacia che la sicurezza.

Questa prima questione ci porta a due riflessioni. La prima: per una serie di motivi, chi scrive tende a non usare l’espressione “dittatura sanitaria”, ma di fronte a questa aberrazione sarà forse necessario ricredersi. La seconda: ecco come procede il meraviglioso mondo della scienza reale, quella in mano ai giganteschi interessi privati che sappiamo. Nessuno stupore, naturalmente, ma guai a volgere lo sguardo altrove, come se ciò che sta accadendo fosse solo una momentanea parentesi.

L’alta percentuale di vaccinati (circa un terzo degli israeliani ha già ricevuto la seconda dose) non è il frutto di una straordinaria adesione spontanea, quanto piuttosto la conseguenza delle pressioni esercitate anche con la violenza e le minacce. Molte sono le testimonianze che ce ne parlano. Spesso i militari entrano nelle case ed obbligano alla vaccinazione, mentre le minacce sono la norma sui luoghi di lavoro, per l’accesso ai mezzi ed ai locali pubblici. Quando queste non bastano, la polizia e l’esercito ricorrono alla violenza vera e propria, come accade normalmente nei quartieri abitati dagli ebrei ortodossi che non intendono vaccinarsi.

Anche se il vaccino non è formalmente obbligatorio (cosa che implicherebbe una responsabilità dello Stato in caso di danni alle persone), si fa in modo che esso lo sia di fatto. Da qui l’introduzione della “Green Pass”, una sorta di certificato di doppia vaccinazione  indispensabile per poter svolgere tutta una serie di attività. La violenza è dunque fisica e morale, ma pure legale. Una “legalità” peraltro truffaldina, perché introdotta solo surrettiziamente con il ricatto, quello del posto di lavoro in particolare.

Questa modalità coercitiva ha molti estimatori anche nel nostro Paese, si pensi per esempio alla spinta affinché l’Inail non riconosca come malattia il Covid contratto sui luoghi di lavoro a coloro che non si fossero vaccinati. Insomma, per non rispondere dei danni, lo Stato non ti obbliga formalmente al vaccino, ma fa in modo che tu sia ugualmente obbligato di fatto. Anche in questo campo Israele fa scuola, una vera avanguardia del regime che si vuole costruire.

Ma c’è di più. Siccome le minacce possono non bastare, in Israele si ricorre pure alla marchiatura di chi non si piega. Ne ha parlato in un recente video un monaco buddista. Una delle sue affermazioni è particolarmente agghiacciante, quella in cui racconta come i non vaccinati vengano obbligati ad indossare una tuta di colore diverso sul posto di lavoro. Una pratica che richiama l’obbligo ad esporre la stella di David imposto agli ebrei dal regime hitleriano nel 1941.

Ovviamente anche questo non deve stupire. Vittime dei lager nazisti, gli ebrei israeliani sono oggi gli artefici del più grande campo di concentramento dei nostri tempi, quello di Gaza. Ed a proposito del popolo palestinese, va segnalato come esso non riceva alcun vaccino dagli occupanti israeliani. Nei territori occupati della Cisgiordania il vaccino va infatti solo ai coloni. Insomma, da una parte l’obbligo, dall’altra la totale esclusione: plastico esempio di un regime che coniuga inevitabilmente autoritarismo estremo, violenza diffusa e razzismo congenito.

Il quadro fin qui descritto ci dice molte cose, ma non c’è commentatore che se ne occupi. Di fronte a queste aberrazioni il “democratico” occidente tace. Chissà perché! C’è però un’ultima questione. Molti penseranno che a queste mostruosità corrisponda almeno un significativo risultato nella lotta al Covid. Sorpresa, così non è!

Oscurate le tante reazioni avverse segnalate, il ministero israeliano della Sanità fornisce dati travolgenti sul vaccino. Gli effetti su chi ha ricevuto entrambe le dosi sarebbero più che positivi: nel 98,3% dei casi il vaccino eviterebbe le forme più gravi della malattia, nel 95,8% anche l’infezione stessa. Sono realistiche queste percentuali? Il grafico che proponiamo di seguito ci dice di no.

Questo grafico, elaborato da “Il Pedante” su dati di ourworldindata.org, ci mostra come l’andamento delle ammissioni ospedaliere (ricoveri) dall’inizio dell’anno a metà febbraio sia del tutto omogeneo tra Israele (curva azzurra) ed Italia (curva arancione). E questo nonostante l’enorme differenza nelle vaccinazioni tra lo stato sionista (curva tratteggiata azzurra) ed il nostro Paese (curva tratteggiata arancione). Infine, e non è poco, si noti come il numero dei ricoveri (per milione di abitanti) sia rimasto costantemente più alto in Israele che in Italia in tutto il periodo considerato. E’ questo il successo del vaccino di Pfizer? Chissà come sarebbe andata se non avesse funzionato…

Certo, adesso qualcuno dirà che è ancora presto per fare bilanci. Può essere, ma non siamo stati noi ad emettere quelli prematuramente trionfalistici che si leggono da giorni sulla stampa.

A questo punto potremmo mostrare ulteriori raffronti con altri paesi. Ma essi ci confermerebbero quanto ci ha già detto ad abundantiam il grafico sopra. Ci fermiamo dunque qui, anche perché ci sarà modo di tornarci sopra.

Conclusioni

Quel che qui ci interessava mettere in luce è come il modello nazi-sionista di Israele, proprio perché all’avanguardia del processo di ridisegno globale della società (il Great Reset), ci faccia intravedere l’orribile futuro verso cui ci stanno proiettando le forze della ristretta oligarchia dominante.

Autoritarismo, violenza, prevaricazione, sostanzialmente una nuova ed inedita forma di dittatura: tutto ciò è sotto i nostri occhi in Italia ed in Europa da ormai un anno. Ma il modello israeliano ha un’altra velocità, frutto di una società particolare per tanti aspetti, militarizzata fino al midollo, nata e sviluppatasi con la guerra, quasi impensabile nelle sue forme senza di essa.

Ma, ci dicono, Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Bene, proprio per questo il caso israeliano è ancora più interessante, perché ci parla di dove stiano finendo le libertà nel meraviglioso regno delle democrazie occidentali…

E pensare che c’è ancora chi non vede il terribile disegno di rimodellamento sociale messo in campo proprio grazie al Covid… Sveglia, prima che sia troppo tardi!




IL SIONISMO CONTRO LA RUSSIA di A. Vinco

Yevgenia M. Albats è una giornalista investigativa, scienziata politica, autrice e conduttrice radiofonica, membro del Consiglio Pubblico del Congresso Giudaico in Russia, che da anni denuncia il fenomeno dell’emigrazione degli Ebrei dalla Russia verso il Medio Oriente. Importantissima voce ebraica dell’antiputinismo, Albats è attualmente la più influente consigliera del “clan Navalny” e sta spingendo per la leadership di Yulia Navalnaya quale oppositrice di punta di un vasto fronte anti-Putin. (si veda QUI)

La signora Albats pochi giorni fa ha rilasciato una intervista (inTabletmag, 27.1.2021) in cui analizza il fenomeno politico del putinismo e invita più o meno apertamente alla insurrezione contro Putin. Già nel 2010, Yevgenia era una delle guide del cartello “Putin deve andarsene!”.  I risultati sembrano però oggi come ieri molto inferiori alle aspettative. Domenica 14 febbraio 2021 la grande catena umana anti-Putin ha mobilitato, nella estesissima Federazione Russa, poco più di trecento dissidenti.

La russofobia di tale ambienti culturali è storica. Nell’ottobre 2013 la signora Yevgenia nel corso della sua trasmissione radiofonica sulle onde della stazione radio L’Eco di Mosca, non si è fatta scrupoli nel dichiarare:

Anche Dio è d’accordo, tutta la fascia geopolitica della vecchia URSS diventerà cinese. Non vedo alcun problema con questo. Ad essere onesti, non vedo alcun problema particolare se la Russia è divisa lungo la cresta degli Urali: sarà un corso naturale delle cose…..la Siberia sarà Repubblica Popolare Cinese, ne siamo certi…  Mi sembra che questa sia una cosa assolutamente inevitabile. La Russia si spaccherà, è troppo grande”.

Nel novembre 2018 la Albats ha esplicitamente difeso il separatismo neobanderista di Kiev, confondendo peraltro durante un dialogo in radio il vice capo del servizio doganale in forza all’FSB G. Medvedev  con il primo ministro D. Medvedev. Vladimir Putin, considerato un “fascista russo” da questi ambienti intellettuali e culturali, lascia giustamente e democraticamente libere di parlare le stazioni radio dove si fa esplicita propaganda antirussa.

Ci sembra importante far conoscere ai lettori talune estrapolazioni dalla lunga intervista rilasciata dalla signora Albats. Presenta taluni caratteri interessanti, nonostante la faziosità. Come si evince dai passi riportati il suo antiputinismo è ai limiti dell’ossessione: vede il male ovunque vi sia patriottismo russo. Il sogno di questa gente, nemmeno ormai troppo nascosto, è riportare la Russia ai rampanti Anni ’90, con i suoi milioni di bambini e anziani morti a causa della mancanza di cibo, servizi, sicurezza energetica, con le quotidiane stragi di mafia di cartelli asiatici o israeliani in ogni quartiere di Mosca e in vari quartieri di S. Pietroburgo.

La Federazione Russa con Vladimir Putin e Sergej Lavrov ha avuto sempre una politica molto rispettosa e equilibrata verso Israele; pur non condividendo l’antiarabo “patto di Abramo”, pur non condividendo la politica razzista, teocratica e etnocratica arabofoba o islamofoba, i vertici russi hanno più volte proposto, in termini diplomatici e non violenti, il concreto disegno di una autonoma Nazione palestinese rispettosa del diritto storico d’Israele alla esistenza. Nonostante questo, i sionisti e gli americanisti non tollerano e non contemplano il diritto di una grande Nazione come la Russia a esercitare una sua politica interna e esterna; non si perdona alla Russia il fatto di aver costretto alla resa i battaglioni takfiristi dalla Cecenia al Medio Oriente, salvando il Baathismo arabo di Bashar Assad.  Non si perdona alla Russia di aver mandato in frantumi l’utopismo dell’assolutismo globalista dei grandi gruppi digitali e finanziari del Sionismo mondiale. Per quanto, come è costretta a riconoscere la signora Albats, Putin non sia né antisemita né antisionista, una strategia politica fondata sul patriottismo o sul nazionalismo imperiale russo collide inevitabilmente, in modo radicale, sia con il sionismo, sia con l’americanismo.

Si vedrà, infine, la signora Albats parla spesso di cechisti, rimandando alla formula originaria del sovietico KGB. Con ciò, intende dire che in Russia spadroneggia una élite di spie. Intellettuali più raffinati parlano di siloviki. In realtà, tutto ciò è falso. Poteva esser vero, forse, nei primi anni del 2000. I “gruppi di pressione” russi sono oggi trasversali e intrecciati, ma diremmo che soprattutto dal 2014 in prima linea vi è una élite autenticamente patriottica e democratica, sia essa composta da manager, militari, funzionari, sacerdoti ortodossi antiecumenisti o uomini della sicurezza. Il minimo comune denominatore è perciò rappresentato dal patriottismo, dal nazionalismo imperiale non dall’essere una spia o un boiaro di Stato.

*  *  *

PUTIN E L’ANTISEMITISMO di Evgenia Albats

«Naturalmente, al KGB (dell’era sovietica), l’antisemitismo era una componente ideologica molto forte. Per il KGB, gli ebrei erano una quinta colonna perché erano persone che finivano le università sovietiche e poi partivano per la loro “casa storica”, sempre pronti a svendere la Patria. …… Putin non è un antisemita; questo è un fatto noto. Ma alcuni dei suoi migliori alleati e consiglieri lo sono. Un’ondata di antisemitismo arriverà inevitabilmente a meno che non riusciremo a sconfiggere questo regime fascista e nazionalista di Vladimir Putin.

Putin e l’imperialismo russo

La cosa da capire è che in Russia c’è il nazionalismo imperiale e il nazionalismo etnico. A un certo punto, ci fu un’ondata di gruppi etnonazionalisti; la maggior parte di loro era diretta dal Cremlino. Ho sempre detto che i gruppi nazionalisti non erano pericolosi in quanto tali: in una società politicamente non strutturata, è naturale unirsi su base etnica. Ciò che fa paura è quando la bandiera del nazionalismo viene innalzata dallo Stato. Ed è quello che è successo sotto Putin, quando la retorica nazionalista è diventata la retorica del regime. Il fatto è, però, che Putin è un nazionalista imperiale. Tutta la masnada del KGB intorno a lui…..sono la stessa cosa, “imperialisti”; il loro sogno d’oro è la rinascita dell’Unione Sovietica. Ma la rinascita dell’Impero non tollera il nazionalismo etnico, il quale spinge le persone dentro l’Impero a uccidersi a vicenda per le ostilità etniche. Ecco perché Putin ha fatto tutto il possibile per distruggere l’etnonazionalismo. Tutti i leader dei gruppi nazionalisti e nazisti russi sono stati incarcerati o reclutati e cooptati dallo Stato. Non esiste alcun movimento nazionalista russo al di fuori dello Stato. E l’antisemitismo che periodicamente divampa, ovviamente, viene dall’alto. Non ho dubbi che a un certo punto aumenterà. Uno stato autoritario deve individuare un nemico.

Nelle Cinque Spire del Serpentone Sionista vi è scritto: AntiComunismo, Antisovietismo, Imperialismo, Politica di Provocazione, Aggressività da guerra (Vecchio manifesto sovietico anni ’70)

L’Unione Sovietica nel 1967 e l’antisemitismo

L’Anno della Guerra dei Sei Giorni l’Unione Sovietica aveva interrotto le relazioni diplomatiche con Israele, i giornali erano pieni di discorsi su quei malvagi sionisti. E c’è stata, ovviamente, un’enorme ondata di antisemitismo.

Putin usa il movimento Lubavitcher contro il Globalismo?

Ha davvero usato il rabbino Ber Lazar, del movimento Chabad Lubavitcher. Questo perché i chekisti (da “CheKa”, nome originario del futuro KGB) credono devotamente in una cospirazione ebraica globale e in un governo ebraico mondiale. Quando hanno perquisito gli uffici della nostra rivista….. il colonnello che era in carica mi ha detto: “Mi rendo conto, Yevgenia Markovna, che stai per rimettere in piedi l’intero mondo ebraico. Sappiamo che [Edgar] Bronfman è un tuo amico.” Potrei aver incontrato Bronfman due volte nella mia vita. Ma non cerco mai di disilluderli di questa idea. Dico loro: “Sì, gestiamo il mondo”. Lasciateli credere.

Putin e Israele

Putin e Netanyahu sono amici. Putin è stato felice di usare Netanyahu. Alla fine si rese conto che Netanyahu non poteva aiutarlo a revocare le sanzioni; anche così però ha flirtato molto con Netanyahu come leva nella relazione russo-turca. Ma ora c’è questa ragazza israeliana (una presunta spia del Mossad, Ndc) che è stata arrestata con la marijuana nel suo bagaglio, proprio in transito attraverso la Russia, e ora le è stata data una pena detentiva di sette o otto anni. Un incubo. Netanyahu ha implorato personalmente Putin più volte. Per Putin non costerebbe nulla. Potrebbe anche farlo legalmente, perché il presidente russo ha il potere di emettere grazia. Ma sta giocando con Netanyahu, ovviamente. Putin è molto popolare in Israele (tra gli ex ebrei sovietici), quindi Netanyahu sfrutta la cosa per motivi elettorali; manifesti di Putin e Netanyahu erano ovunque durante le elezioni. Molti di quegli ebrei emigrarono prima della perestrojka, prima di ricevere questa cruciale educazione su cosa fosse veramente l’Unione Sovietica (nazionalista e antisemita, ndc), anche se potevano aver conosciuto questa verità nelle loro ossa. La “strada” russa in Israele è spaventosa. È molto reazionaria, totalmente ignorante della Torah e dei testi ebraici. Pensano che qualsiasi retorica di sinistra sia “socialismo”, e il socialismo è antisemitismo e negozi vuoti.

Putin e Trump

Putin non è Trump…..Trump non è il Putin americano, non scherziamo….




MYANMAR: PERCHÉ IL “COLPO DI STATO” di A. Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

L’antiamericanismo preventivo dei generali in Myanmar

Con una azione preventiva e non violenta, definita piuttosto frettolosamente “Golpe” dai media globalisti pro-Biden, i generali a Myanmar hanno impedito una serie di Rivoluzioni colorate asiatiche pianificate dal Segretario di Stato Tony Blinken — come ha spiegato alla televisione russa Leonid Ivashov, generale in pensione e attuale direttore dell’Accademia per i problemi geopolitici di Mosca.

Pochi giorni prima dell’azione preventiva e antiamericanista dei generali di Yangon, il ministro della Difesa russa, Sergej Soygu, era appositamente volato in loco; come è noto il ministero della Difesa di Mosca è il maggior fornitore dell’esercito birmano. Singapore e Pechino sono invece da anni i massimi investitori in Myanmar. Con l’approvazione di alcune misure di liberalizzazione, l’apertura agli investimenti diretti esteri (IDE) e la temporanea sospensione delle sanzioni internazionali, Yangon intendeva, dopo l’insediamento del nuovo governo nel 2016 guidato dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Ky, abbandonare l’autarchia del passato, eredità residuale del Governo nazionalsocialista e filosovietico del generale Ne Win (1962-1988), un coraggioso e illuminato statista che non fu mai suddito né di Washington né di Pechino. Ne Win fu il padre storico del nazionalismo antimperialista di Yangon e i generali si ispirano devotamente al suo testamento storico.

Si poneva in programma, dal 2016, la transizione da uno stato di belligeranza tra il Tatamdaw Kyi (le forze armate) e le organizzazioni combattenti etniche, circa 18, alla sottoscrizione di un cessate il fuoco nazionale che fosse una via di mezzo tra il nazionalismo birmano dei militari e la volontà di pacificazione di Aung San Suu Ky. La transizione andò in porto, nonostante le traumatiche contraddizioni delle aree periferiche del Paese,  soprattutto grazie al potere di veto dei militari che hanno reso il Governo una “democrazia armata nazionalista” ostaggio del loro stesso potere sulle transazioni dell’economia e della finanza, sebbene la costituzione riservi agli uomini in divisa non più del 25 % dei seggi.

Il Consiglio Supremo della Difesa, l’organismo giuridico militare, si è sempre battuto perché il partito di Auung San Suu Ky operasse in modo intransigente ma dentro l’architettura costituzionale, dato che il rischio principale in Myanmar è rappresentato dalla guerra civile e etnica. La San Suu Ky, grazie alla mediazione dei militari nazionalisti, avviò la pratica dei governi regionali monocolore, che non ebbero un effetto destabilizzante nella vita civile birmana ma iniziarono anzi a  avviare l’integrazione di minoranze etniche nel governo del Paese. Va anche considerato che la maggior parte dei vari raggruppamenti fondati sul separatismo etnico continua a non vedere di buon occhio la leader della Lega Nazionale per la Democrazia non solo per il suo legame con i militari ma per il suo criptonazionalismo birmano. A più riprese, l’eroina birmana ha definito l’esercito il suo fiore all’occhiello, anche in virtù del ruolo rivestito in passato dal padre nelle forze armate di Yangon e ha riabilitato storicamente il nazionalsocialismo birmano di Ne Win.

Il legame tra la donna politica birmana e l’esercito si è spezzato però nel novembre 2020; esponenti di punta dell’elite nazionalistica di Myanmar hanno denunciato da subito un flusso consistente di brogli nel corso delle più recenti elezioni e l’azione di presunti agenti britannici e americani, che avrebbero voluto far precipitare la Birmania nella guerra civile. L’eroina birmana non si mostrava all’altezza del suo compito, voleva mediare con l’Occidente, invece che denunciare il tentativo di golpe e la destabilizzazione su base etnica; per i militari era giustamente troppo.

Sono così passati all’azione per salvare la Birmania dalla guerra civile. Guarda caso, negli stessi giorni assistevamo negli USA a uno scenario simile. Il golpe dello Stato Profondo e delle intelligence in USA andava in porto e Trump fermava l’insurrezione populista e anarcoliberista del Campidoglio. In Birmania hanno preso invece l’egemonia i nazionalisti antioccidentali dal 1 febbraio. I media globalisti liberali e della Silicon Valley parlavano di golpe. Cina e Russia di “democrazia sovrana” tutelata.

Che cosa è in ballo in Myanmar?

Per quanto possa apparire uno scenario marginale e secondario, a Myanmar si sta viceversa giocando una partita decisiva nel destino geopolitico globale. Yangon, importante snodo della BREI cinese, garantisce gli accessi all’Oceano Indiano da un lato, al sud est asiatico dall’altro. La linea geoeconomica Bangladesh-Cina-Pakistan-Myanmar diviene così anche una via geopolitica, la cui importanza non è proprio secondaria se consideriamo il recente accordo – Regional Comprehensive  Economic Partnership – stabilito tra i dieci Paesi ASEAN (tra cui Myanmar) più Giappone, Cina, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Australia.

Un nuovo blocco geopolitico egemonico, che esclude le economie occidentali e che è ormai in grado di abolire il dollaro come moneta internazionale di scambio, affermando una serie di controvalori finanziari e monetari alternativi. Nell’ultimo anno, il sistema SWIFT, il più grande circuito di pagamenti al mondo, ha visto una riduzione esponenziale del dollaro come moneta transnazionale di riferimento e lo stesso fenomeno si sarebbe verificato negli asset delle principali Banche centrali al mondo.

Un altro fenomeno che attesta la egemonia globale del nazionalismo rivoluzionario e del Confucianesimo di stato dell’Impero di Mezzo lo abbiamo con la vittoria sull’attacco americano a base di dazi e sanzioni e con l’autonomia produttiva e strategica dei colossi cinesi nella dimensione dei microchip e dei semiconduttori. Abbiamo già definito, in diversi casi, il 2020 l’anno della Rivoluzione Mondiale Covid 19 e della definitiva egemonia internazionale del nazionalismo han cinese. Il banco di prova Myanmar lo ha ben mostrato. La serie di Sovversioni colorate asiatiche di Blinken e dello Stato profondo sono state fermate ancor prima che vedessero la luce.

Infine, Zeng Guang, capo epidemiologo del CDC cinese, accusa i laboratori inglesi, americani, francesi di essere alla base della diffusione anticinese del Covid-19, essendo nota l’esperienza dei colonialisti d’Occidente nello scatenamento di guerre biochimiche. (vedi QUI)

I risultati dell’OMS hanno infatti in questi giorni completamente scagionato la Cina dalla ipotesi propagandistica angloamericana che la voleva all’origine del virus. Abbiamo così il mandarinato nazionalistico dell’Impero di Mezzo il quale, con la voce del ministro degli Esteri Weng Wenbin, si permette di parlare apertamente di “virus liberale anglosassone” o “virus imperialista angloamericano” (vedi QUI e QUI). Wang Wenbin è un pezzo da novanta del fronte nazionalpatriottico confuciano di Xi Jinping; il Partito nazionalpopolare egemone di Xi nella guerra di fazioni ha definitivamente  messo ai margini il gruppo riformista socialdemocratico di Shangai (tendenzialmente filobritannico come lo può però essere un partito han) superando la durissima prova di Hong Kong e ha ormai dalla propria parte la fazione, marginale alla base del Partito ma influente nel mandarinato, neomaoista e propriamente “comunista“.

Non sta a noi fare gli epidemiologi e indagare le cause scatenanti del virus. Abbiamo provato a ricostruire la guerra globale dei vaccini (vedi QUI). Vediamo però, dopo la Rivoluzione Mondiale 2020, un nuovo universo in marcia. Il nuovo universo multipolare sarà di nuovo fondato su identità nazionali e patriottiche prima di ogni altro elemento sociologico come il presidente Putin ha affermato nel corso del suo intervento da remoto a Davos. E’ la guerra imperialista di civiltà a mandare in frantumi i tre decenni fondati sull’ alienante utopismo liberale. Cina, Russia, Turchia sono perciò all’avanguardia storica. Xi Jinping, Putin, Erdogan dettano le nuove regole.

Un’azione politica come quella dei generali di Yangon ridisegna le catene globali del valori come o addirittura più di varie azioni coperte di Wall Street. Joe Biden e il sionismo globalista stanno rincorrendo sul piano del nazionalismo i tre paesi multipolaristi di avanguardia ma ripartono chiaramente con anni di ritardo. Si consideri infine che il grande nazionalista sociale e imperiale Xi Jinping, il profeta storico politico del “sogno mondiale cinese”, nonostante le terribili prove di Hong Kong e del “virus liberale sovvertitore”, non ha ancora sfoderato il suo asso nella manica: la mobilitazione imperiale e universale delle infinite comunità huaren sparse in tutto il mondo. Molti analisti sostengono che quel momento arriverà quando il “Risorgimento” han sarà realizzato: con l’unificazione storica con Taiwan, momento che la Cina continentale sta attendendo dal 1997.




RUSSIA: COSA VUOLE NAVALNY? CHI C’È DIETRO? di Alexey Sakhnin*

Nel 2020 sono scoppiate massicce proteste in oltre quaranta paesi e la Russia di Vladimir Putin sembrava un’isola di stabilità. Ma domenica 23 gennaio si sono svolte le più grandi manifestazioni degli ultimi decenni, organizzate dalla squadra attorno al leader dell’opposizione Alexei Navalny.

Navalny aveva trascorso cinque mesi in Germania a farsi curare per avvelenamento, di cui incolpa le autorità russe. Quando ha annunciato il suo ritorno in patria il 17 gennaio, consentendo alle autorità russe di arrestarlo, si è nuovamente affermato come il più importante oppositore di Putin. Ma le attuali proteste stanno anche alimentando una crisi politica più ampia, il cui esito resta tutt’altro che chiaro.

Chi è Navalny?

Come la maggior parte dei politici nella Russia moderna, la visione del mondo di Navalny si è formata sotto il dominio totale dell’ideologia liberale di mercato e di destra. Nel 2000 si è unito al partito liberale Yabloko. In quegli anni era un classico neoliberista, sosteneva un regime di tagli alla  spesa pubblica, privatizzazioni radicali, riduzione delle garanzie sociali, “stato minimo” e totale libertà per il mondo degli affari.

Tuttavia, Navalny si rese presto conto che una politica puramente liberalista non avrebbe avuto  prospettive di successo in Russia. Per la maggior parte dei cittadini russi, questa ideologia venne  screditata dalle riforme radicali degli anni ’90. Simboleggiava povertà, ingiustizia, disuguaglianza, umiliazione e furto. E dopo che l’ideologia liberalista filo-occidentale aveva perso così tanto lustro agli occhi della popolazione, cessò di interessare anche la classe dominante. Dopo Vladimir Putin, i funzionari, i politici e gli oligarchi russi si sono proclamati patrioti e veri eredi dello stato russo. I partiti liberali si sono rivelati inutili.

Navalny ha presto trovato una nuova nicchia ideologica. Alla fine degli anni 2000, si è dichiarato nazionalista. Ha partecipato alle manifestazioni russe di estrema destra, ha mosso guerra alla ‘”immigrazione illegale” e ha persino lanciato la campagna “Stop Feeding the Caucasus” diretta contro i sussidi governativi alle regioni autonome povere e popolate da minoranze etniche nel sud del paese. Era un periodo in cui i sentimenti di destra erano diffusi e la gioventù urbana simpatizzava con i gruppi di estrema destra. A Navalny sembrava che questo vento avrebbe alimentato le sue vele e, in parte, è una mossa che ha funzionato.

Ma Navalny non si dileguò tra i meschini “führer” nazionalisti. Trovò una nicchia particolare grazie alla quale diventò un eroe ben oltre i confini della sottocultura radicale di destra. Assurse a  principale combattente contro la corruzione. Acquistò piccole quantità di azioni di grandi società statali ed ebbe così accesso ai loro documenti. Su questa base condusse e pubblicò indagini di alto profilo. Molte di queste erano un brillante lavoro giornalistico, anche se alcuni critici sospettavano che Navalny fosse semplicemente coinvolto nelle “guerre mediatiche” tra gruppi finanziari-industriali rivali, ricevendo da essi direttive e informazioni che compromettevano gli avversari.

In ogni caso, la narrazione liberista secondo cui la corruzione è la causa dell’inefficacia dello Stato diede a Navalny simpatia e consenso della classe media. I vertici aziendali e gli uomini d’affari vedevano la corruzione come uno dei principali ostacoli al proprio successo. Molti si sono iscritti al blog di Navalny e gli hanno inviato sempre più donazioni in denaro.

Nel 2011-13, la Russia venne investita da un movimento di protesta di massa contro il brogli delle elezioni parlamentari e il crescente autoritarismo, simboleggiato dal ritorno di Putin alla presidenza. Navalny prese parte a quel movimento, ma non riuscì a guidarlo. Ricevette sostegno principalmente da persone della classe media nella capitale e nelle città più grandi. Ma la classe operaia, e la maggioranza povera in generale, non si fidava di lui. Rimasero indifferenti al suo programma anti-corruzione, vedendo la corruzione come solo una delle tecniche per arricchire l’élite e non il fondamento della disuguaglianza di classe.

In effetti, si è scoperto che i valori di sinistra hanno ancora una certa influenza in Russia. In quelle proteste, migliaia di persone hanno manifestato sotto le bandiere rosse e il leader del Fronte di sinistra, Sergei Udaltsov, diventò così uno dei politici più popolari della Russia. Il più stretto collaboratore di Navalny, Leonid Volkov, disse in un’intervista che era necessario convincere l’élite russa che una vittoria dell’opposizione sarebbe stata meglio per loro di un governo corrotto di Putin. Ma per fare questo, era necessario sbarazzarsi degli alleati di sinistra, che spaventavano i grandi capitalisti.

Quindi Navalny ha diviso la coalizione di opposizione e quando i leader di sinistra sono stati gettati in prigione, ha rifiutato di intercedere per loro conto.

Da Trump a Sanders?

Dalle manifestazioni di protesta del 2011-13, Navalny ha imparato una lezione importante: non è il nazionalismo di destra, ma il populismo sociale di sinistra che porta vera popolarità tra la gente. E sebbene sia stato spesso paragonato a Donald Trump, si è sempre più rivolto a un’agenda di giustizia sociale.

Navalny viaggiava in tutto il paese e chiedeva un aumento delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti statali. Il programma del Partito del Progresso che creò a metà degli anni 2010, dichiarò la necessità di innalzare l’età pensionabile. Ma quando questa misura impopolare venne adottata dal governo Putin, Navalny organizzò manifestazioni contro di essa.

La tattica social-populista ha funzionato: il numero dei sostenitori di Navalny è cresciuto. Nel marzo 2020, Navalny ha persino affermato di aver “tifato per Bernie Sanders” nelle primarie democratiche degli Stati Uniti. Ciò ha suscitato indignazione tra i suoi alleati di destra, ma ha funzionato come un alibi per tutti gli altri: in tutta la Russia, l’opinione popolare si è spostata notevolmente a sinistra.

In linea con questo, Navalny ha cambiato il linguaggio che usa per descrivere la corruzione. Ora sta discutendo non tanto dell’inefficienza dello Stato quanto della disuguaglianza sociale. Oppone il lusso degli oligarchi e dei funzionari russi alla povertà della gente comune.

Grazie a questa svolta l’influenza di Navalny divenne molto più ampia: molti video ottennero milioni di visualizzazioni. L’ultimo video di Navalny, uscito il 20 gennaio, ha stabilito un nuovo record: in una settimana ha avuto oltre 91 milioni di visite.

Di nuovo nel film, c’era poco. È costruito su una raccolta di fatti e teorie ben noti. Gli attivisti ambientalisti avevano già scovato nel 2010 il palazzo da 1,5 miliardi di dollari di Putin sulla costa del Mar Nero. Ma il successo del film si spiega con la rilevanza del problema della disuguaglianza di classe e dell’ingiustizia. Con questo film Navalny si è rivolto non tanto ai suoi sostenitori tradizionali (per loro, tutto è già chiaro), ma piuttosto alla ex maggioranza pro-Putin.

La strategia di Navalny

Navalny deve affrontare un compito arduo. Lottando per avere il sostegno della maggioranza, è importante per lui allo stesso tempo non intimidire e non alienarsi l’appoggio della classe dirigente.

In un reparto ospedaliero in Germania, Navalny è stato visitato da Angela Merkel. L’oligarchia russa sta affrontando gravi difficoltà a causa della guerra fredda con l’Occidente e delle crescenti sanzioni. Le grandi imprese e i vertici della burocrazia non sottovalutano il segnale inviato loro. Ai loro occhi, Navalny si sta trasformando in una figura attraverso la quale l’escalation del conflitto con l’Occidente può essere fermata o addirittura invertita.

Il Cremlino ha sempre sospettato che Navalny godesse del tacito sostegno di una parte dell’élite. Nel 2012 è stata pubblicata la corrispondenza di alcuni leader dell’opposizione liberalista, che parlava del possibile finanziamento di Navalny da parte di un gruppo di eminenti oligarchi.

Ogni nuova indagine di Navalny alimentava sospetti simili. Chi può fornirgli fatti e materiali tanto riservati? Il film sul palazzo di Putin mostra molti dettagli intimi della vita delle più alte gerarchie del paese. Com’è riuscito questo oppositore a filmare la lussuosa camera da letto del presidente? Come ha fatto a vedere la sala del narghilè con un palo per lo spogliarello — dettagli sui quali tanti ragazzi stanno discutendo sui social network? Non importa se tutto questo sia davvero fondato: ha un impatto reale, alimentando il sospetto e contribuendo a una spaccatura ai vertici del governo.

È anche importante per Navalny che la sua critica alla disuguaglianza sociale non metta contro di lui l’establishment al potere. Pertanto, è attento a garantire che il suo populismo sociale non oltrepassi una certa linea. Le aspre critiche al lusso dell’entourage di Putin non lo portano verso rivendicazioni sociali radicali. Navalny è infatti contrario alla revisione dei risultati della privatizzazione criminale degli anni ’90, o alla ridistribuzione del reddito nazionale a favore dei lavoratori. Il massimo che egli concede è una piccola “tassa di risarcimento” che alcuni oligarchi dovrebbero pagare per legittimare le proprietà sequestrata negli anni ’90.

Per avere un’idea di ciò che questo comporta, vale la pena notare che un passo simile venne compiuto da Tony Blair in Gran Bretagna nel 1997. La cosiddetta Windfall Tax colpì i proprietari di società privatizzate negli anni ’80 (inclusa la British Airports Authority, la British Gas, la British Telecom, la British Energy, Centrica. In Russia, Vladimir Putin è stato il primo a suggerire di attuare una politica simile nel 2012, ma queste politiche non hanno mai visto la luce. Ora, l’idea è stata ripresa dal suo critico più fedele, Alexei Navalny.

La disuguaglianza, quindi, rimarrà intatta. Tra i punti del programma di Navalny per “tribunali giusti” e libertà politiche, ce n’è anche uno sulla futura privatizzazione. E questo è esattamente ciò che probabilmente allontanerebbe la maggior parte dei russi da lui se raggiungesse i riflettori. Pertanto, il compito di Navalny e dei suoi sostenitori è sostituire la discussione sul programma di cambiamento con una discussione sulla personalità del leader. Quindi il confronto tra diverse ideologie, sinistra e destra, socialisti e liberali, sarà sostituito da quello tra la “coalizione della stagnazione” e la “coalizione di cambiamento”.

Ed è qui che entrano in gioco talento, estro politico e coraggio personale. Il ritorno di Navalny in Russia è stata un’operazione elaborata, anche se avventurosa, con un dramma degno di Hollywood. L’eroe archetipo, reduce dalla pre-morte, torna dal suo popolo con “Victory” (il nome della compagnia aerea low cost russa, col cui aereo Navalny è atterrato all’aeroporto di Mosca). E fu subito sequestrato dalle guardie del sovrano ingiusto, privandolo della libertà, così come l’hanno negata alla stessa Russia. Naturalmente, l’eroe cade immediatamente sotto i riflettori assieme alla sua lotta politica.

Nel settembre 2021 la Russia dovrà affrontare le elezioni parlamentari. Sono essenziali per il governo: se Putin vuole continuare come presidente dopo il 2024, ha bisogno di un parlamento pienamente fedele. Pertanto, le autorità hanno fatto di tutto per impedire la partecipazione dei critici radicali del regime, inclusi Navalny e i suoi sostenitori. Solo i partiti e i candidati fedeli potranno partecipare, quelli che non metteranno in discussione né le basi dell’ordine socio-politico esistente, né i risultati delle votazioni che verranno ufficialmente annunciati (anche se segneranno la loro sconfitta).

Anche i leader del Partito Comunista staranno al gioco. Poiché è impossibile ottenere il potere alle elezioni, la lotta va invece portata altrove. Attraverso lo spettacolo del suo ritorno, Navalny sta risolvendo questo problema specifico.

Prima di essere portato in una cella di prigione, ha incrementato il suo capitale mediatico incoraggiando i sostenitori a scendere in strada. La trama della campagna elettorale così come scritta dal Cremlino è stata così spezzata.

Nessuno è interessato ai partiti parlamentari con i loro programmi. L’intera lotta per le strade è associata a Navalny. Dopo vent’anni di stagnazione, ogni speranza di cambiamento è ora legata al suo nome, ciò che ha tolto ogni spazio alla discussione vera su cosa dovrebbe significare il cambiamento.

Questa è una situazione ideale per un colpo di stato. Potrebbe anche essere realizzato con l’aiuto e l’appoggio della maggior parte delle persone — in barba ai loro veri interessi, proprio come quando cadde l’URSS o durante le “rivoluzioni colorate” nei paesi post-sovietici.

Questi eventi hanno lasciato un’eredità di rovina sociale, deindustrializzazione, crescente disuguaglianza e reazione culturale. E il risultato è stato l’infinita delusione dei lavoratori, che si sentono usati e traditi.

Fonte: Jacobin

** traduzione a cura della redazione




RUSSIA: L’OCCIDENTE GIOCA COL FUOCO di A. Vinco

La pandemenza da Covid, lo Stato d’emergenza, la crisi di governo in Italia… Questioni importanti che debbono tuttavia essere inquadrate in un contesto geopolitico mondiale in veloce evoluzione. In questo contesto la Russia gioca un ruolo di eccezionale importanza. Non per caso il circo mediatico occidentale da giorni non fa che parlare delle proteste in corso in Russia, allo scopo di far credere che quel grande Paese sia preda di una profonda crisi interna. Non è così. Tuttavia…

La linea antirussa di Biden è già fallita. Il banco di prova europeo

Dopo appena una settimana dall’inizio della tentata Rivoluzione Colorata contro Putin, l’opposizione globalista e liberale al Cremlino deve già rivedere e rielaborare completamente le proprie strategie. A nulla sono serviti gli aperti inviti alla sovversione antiputiniana del sionista Blinken, uomo forte della lobby sionista americana e attuale segretario di stato di Joe Biden. Nulla di nuovo sotto il sole: il consenso della Russia profonda verso Vladimir Vladimirovich Putin è evidentemente ancora molto forte.

Scrive Sergio Romano che “la glorificazione di Navalny sembra dare risultati assai modesti. E gli avversari di Putin non giovano alla propria credibilità nazionale quando approfittano della sconfitta di Donald Trump e della vittoria di Joe Biden per chiedere a un presidente americano di intervenire nelle vicende russe”. Sono bastate mobilitazioni, nel corso della passata settimana, di lavoratori e funzionari delle principali aziende russe per spegnere sul nascere il nazionaliberismo finanziario promosso dagli agenti britannici e americani che attorniano Navalny da anni. Il tentativo di incendiare Mosca con una serie di manifestazioni violente, guidate da elementi esplicitamente imparentati con il neonazismo, con l’estrema sinistra neo-marxista, con il teppismo anarchistico liberal, che sarebbero dovute durare da qui al prossimo settembre, mese delle elezioni alla Duma, si spegne dopo appena 7 giorni dalla data del suo inizio. A Mosca non si registrano il 31.01.2020 più di 4 mila manifestanti a sostenere Navalny; a S. Pietroburgo, unica città in cui si sono verificati casi di teppismo e violenze nei pressi di Uliza Gorokhovaya e di Piazza Sennaja, non si arriva ai 2.800; sotto le mille unità i dati di tutte le altre città, se si eccettuano Ekaterinburg e, forse, Novosibirsk.

Il flop occidentale

Incredibile che a Mosca, nonostante un sostegno continuo e ossessivo del MIC (complesso industriale militare), del Pentagono e delle intelligence angloamericane unite su tutta la linea nel caso della sponsorizzazione globalista dell’oppositore Navalny, i seguaci di quest’ultimo non siano riusciti di fatto a occupare nemmeno la più piccola piazza della capitale. Il più totale flop per l’Occidente anloamericano, anche in considerazione del fatto che la propaganda del Cremlino ha smascherato, negli ultimi giorni, “la balla del palazzo d’oro di Putin” e ha fornito le sorprendenti cifre a moneta sonante che le agenzie antirusse del mondo angloamericano hanno fornito negli ultimi mesi, giorno per giorno, al movimento “anticorruzione” di Aleksej Navalny affinchè portasse caos e terrore all’interno della Federazione Russa.

Questo flop ridimensiona di molto le prospettive che la nuova amministrazione americana aveva riposto sul proprio cucciolo allevato da anni, nonostante fossero noti il suo razzismo e la sua islamofobia come il fatto che il suo odio per Vladimir Vladimirovic fosse enormemente cresciuto dopo che il presidente della Federazione Russa inaugurò la “Moschea Cattedrale”, ossia la moschea islamica più grande e accogliente d’Europa.

Nonostante ciò, come abbiamo già scritto, Joe Biden e Kamala Harris, la regina del gossip globalista e sionista, han deciso di giocarsi tutto sulla capitolazione di Mosca. I quattro anni di Donald Trump, per quanto abbiano continuato e anche inasprito, almeno sul piano economico, la guerra ibrida mondiale di nuova generazione contro Mosca, iniziata come noto nel 2014, hanno però, seppur involontariamente data la proiezione per lo più asiatica della passata amministrazione, permesso a Mosca di rafforzare la sezione sicurezza interna — il 20.1.2021 in contemporanea con l’insediamento del presidente Biden è stato colpito il terrorista takfirita Aslan Byutukaiev che era evidentemente in contatto con le solite intelligence antirusse [1] —, la sezione informazione e controinformazione globale, la sezione forze armate, che è ormai in uno stadio troppo avanzato rispetto alla Cina, di almeno 10 anni, ma anche rispetto agli USA, che hanno almeno 3,5 anni di ritardo sul piano della tecnologia militare di ultima generazione di fronte alle scoperte degli ultimi due anni e mezzo compiute dagli scienziati e dagli specialisti di guerra ibrida di nuova generazione della Federazione Russa.

Ciò non significa naturalmente che la Russia possa dormire sonni tranquilli o sia più avanti, globalmente, rispetto a Cina o Usa. Tutt’altro. Complessivamente gli americani rimangono più forti della Russia grazie alla geopolitica del dollaro, ma il loro declino è ormai inarrestabile. La Cina, superata la durissima prova Hong Kong, che ha definitivamente silenziato la frazione socialdemocratica interna di Shangai, marcia oggettivamente verso il primato globale. La Cina non ha nessuna intenzione di scontentare troppo Mosca, dato l’enorme divario militare tra le due superpotenze; la Siberia contesa è più uno specchio deformante agitato dagli imperialisti occidentali che una realtà. Il problema principale di Putin è invece l’economia.

Capitalismo di stato e nuova Idea russa

Un motivo fondamentale, non l’unico certamente, del grande consenso di cui gode Putin è rappresentato dal fatto che l’economia russa è ancora, di fatto, basata su una struttura capitalistica-statale come ha giustamente puntualizzato Roy Medvedev. Pochissimi colossi di stato si spartiscono la ricchissima torta del mercato energetico, sviluppano un proprio soft power e una propria proiezione geopolitica mondiale e fanno così vivere, al tempo stesso, milioni di operatori e un indotto rappresentato complessivamente da più o meno 40 milioni di russi. La grande occasione storica persa dal putinismo, nonostante l’assedio mondiale iniziato nel 2014 possa essere una scusante, è stata la mancata formazione o educazione di una nuova classe interna di piccoli e medi imprenditori autonomi.

Si parlava, prima delle sanzioni, di classe media russa ma la realtà mostrava una classe di funzionari e burocrati che godevano per lo più del rialzo storico dei prezzi finali di gas e petrolio. Non era di certo, nella sua generalità, una classe di autonomi o di “Partite Iva” come le conosciamo noi in Italia. I dati degli ultimi mesi non sono affatto esaltanti. Nella tabella dei grandi soggetti economici russi che hanno aumentato la ricchezza nel 2020 troviamo infatti Vladimir Lisin (metallurgia), Aleksej Mordashov(metallurgia), Roman Abramovic (carbone, finanza, petrolio), Victor Kharitonin (farmaceutica),Leonid Boguslavskij (finanza), Suleiman Karimov (oro e metalli preziosi), Vladimir Potanin(miniere). I soliti nomi e i soliti colossi legati più o meno direttamente al Cremlino.

Chi parla di corruzione putiniana non conosce i meccanismi, o meglio finge di non conoscerli, che vigono necessariamente in certi contesti; la rete d’appartenenza è politica e sociale, dunque esprime un’identità profonda che va ben oltre il mero affare economico finale, ma che tira in ballo una precisa direzione tattica o strategica e che investe completamente la stessa direzione patriottica. Non abbiamo casi cinesi come quello recente di Alibaba Group, perché i patrioti putiniani han regolato i conti con gli oligarchi israeliani o londinesi sin dall’inizio.

Ciò non toglie che oggi nella Russia di Putin esiste una nuova casta, quella dei boiardi di stato, di certo più patriottica di quella dei vecchi oligarchi israeliani che circondavano Elcin, ma anch’essa un altro pesante fattore sociale che assicurando il mensile a centinaia di migliaia di lavoratori ha ulteriormente impedito la nascita di una classe media o piccolo-borghese autonoma.

Se è vero, inoltre, che gli indici di disuguaglianza che circolano in Occidente sulla Russia non sono del tutto attendibili in quanto la Russia conosce tuttora forme di interventismo sociale che non esistono ad esempio negli USA, è anche vero che la fiducia dei manager e dei potenziali tecnocrati verso il putinismo è ai minimi storici. I manager russi non vanno considerati, almeno nella maggior parte dei casi, una quinta colonna dell’elite sionista o globalista finanziaria che non vede l’ora di sbarazzarsi di Putin, affatto. La maggior parte di loro anzi vorrebbe vedere la Russia all’avanguardia tecnologica sociale come lo sono Cina, Giappone, Sud Corea, non in un quadro liberista ma nazionalista e patriottico (patriottismo e nazionalismo nel linguaggio politico russo non fanno differenza). Se il sistema generale del capitalismo politico di Stato, di cui già abbiamo parlato non va di certo toccato ma ben tutelato, essendo il capitale immateriale e spirituale dell’umanesimo politico russo quello che fa della Federazione Russa una potenza di settore più avanguardistica della stessa Cina e degli USA, al tempo stesso è necessaria una operazione strategica di modernizzazione dell’anima russa e di maggiore valorizzazione del talento economico imprenditoriale e tecnologico russo.

E’ un dato di fatto che l’anima russa è assolutamente allergica al capitalismo più di ogni altra esistente sulla terra: se da un lato ciò è un bene dall’altro è un limite e in questo senso il capitalismo statale russo assolve un legittimo compito di necessaria pianificazione sociale e politica.

Altro dato di fatto è che le nuove sfide che attendono la Russia non sono esclusivamente politiche e militari, ma anche economiche. Anche su quest’ultimo punto, dopo anni di sanzioni, la Russia ha mostrato di essere per quanto finanziariamente e economicamente debole, comunque difficilmente attaccabile e capace dell’esercizio di una autonomia economica. Ciò non toglie che progettare da qui ai prossimi decenni, senza il rischio di cedere alla tentazione di nuove riforme impopolari come quella sulle pensioni, allontanando naturalmente dallo spazio russo ogni fantasma liberista, non lo si può fare senza la declinazione  strategica di una nuova Idea russa, che avvicini socialmente la Federazione Russa al polo sociale germanico e italiano nella prospettiva della grande collisione storica con l’Occidente.

Le industrie europee sono, ben oltre l’arretratezza antistorica delle classi dirigenti dei politicanti succubi di Washington, strategicamente sempre più lontane da Oltreoceano; la guerra delle sanzioni contro Mosca e Pechino ha aperto una frattura insanabile tra l’industria e le aziende di punta europee e gli USA, frattura su cui la Cina si è già abilmente e sapientemente inserita.

Sarebbe arrivato perciò il momento storico di una nuova Idea russa, sociale e patriottica, per polverizzare in ogni dove la linea aggressiva e russofoba Biden/Harris.

Note

https://www.themoscowtimes.com/2021/01/20/chechnya-kills-militant-tied-to-is-deadly-moscow-attacks-a72671




SOLITUDINE IMPERIALE di Umberto Bianchi

Con un’enfasi senza precedenti, si è svolta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Usa, il democrat Joe Biden. Abiti dai colori sgargianti, musica a gogò, star e starlette, addirittura una poetessa, alcuni tra i passati presidenti Usa: i coniugi Clinton, Obama, G. Bush. Tutti lì a far da testimonial ed a riconfermare, se mai ve ne fosse stato bisogno, i mantra buonisti del neo presidente. Unificare e pacificare una nazione, mai come ora, così divisa, combattere l’epidemia, tornare a “make America great” e via discorrendo, con il profluvio di banalità a cui la propaganda mainstream da tanto tempo, ci ha abituato. Il tutto si è, però, svolto in un surreale contesto, circondato da strade e piazze vuote e silenti, in cui le cui uniche presenze erano le migliaia di bandierine, lì poste a riempire la mancanza di gente e la massiccia presenza di militari e polizia, volta ad evitare altre poco gradite e scomode contestazioni.

L’appariscenza, i toni trionfanti contro il vuoto ed il deserto circostanti, sono il simbolo della sempre maggior distanza tra l’ufficialità del politically correct della politica Usa ed il sentire della gente comune, animata da malcontento, rabbia, miseria e frustrazione. Se con Trump, gli Stati Uniti avevano imboccato una strada più incline ad una posizione  sovranista, volta a curare nell’immediato gli interessi nazionali Usa, anche a costo di contrapporsi alle varie lobbies della finanza e dell’economia, con Biden, invece, sembra si voglia tornare alle linee-guida che avevano animato le precedenti amministrazioni democrat, da quella di Clinton in poi.

Per prima cosa, Biden ha voluto dare una dimostrazione “muscolare” di come lui intenda la riunificazione e la pacificazione degli americani, cancellando in un sol colpo molti dei provvedimenti-guida della appena passata, amministrazione Trump. Il tutto all’insegna di buonismi e solidarismi a iosa. Ma, a tanti suadenti intenti di buonismo e di politically correct, seguiranno altrettanti fatti?

Cominciamo con il dire che gli Usa, hanno ancora vari dossier aperti qua e là per il mondo. Se in politica estera, l’amministrazione Trump aveva per lo più, usato un linguaggio diretto che non lasciava spazio a fraintendimenti, così come dimostrato nel caso delle relazioni con l’Iran, la Corea, la Palestina, Cuba e la Cina, tanto per citare i più eclatanti, con i democrat le cose assumono una più sfumata e vaga coloritura. Da un lato, il ramoscello d’ulivo della pace, delle trattative e degli accordi a tutti i costi. Dall’altro, però, i democratici, hanno dimostrato nei decenni, una spiccata tendenza a fomentare urbi et orbi, un’instabilità endemica, tutta a vantaggio loro e delle potenti lobbies finanziarie, di cui questi sono la diretta espressione.

A partire dalla kennediana Baia dei Porci, attraverso la quanto mai ambigua ed oscura vicenda del terrorismo in Italia negli anni ‘60, ‘70 ed ’80, sino ad arrivare ad oggi, alle varie Primavere arabe, passando per la Siria, il Venezuela e la questione Ucraina, la politica estera del doppio giuoco è un elemento costitutivo che non ha mai abbandonato, la politica estera dei democrat.

La stessa e strana vicenda del “dissidente” Navalny, in Russia, sembra esser parte di un collaudato copione, dietro il quale si cela l’intento di mettere all’angolo l’unico e per ora, reale competitor degli Usa a livello globale e cioè la Russia di Putin.

Dal punto di vista della politica economica, le cose non vanno poi così diversamente. Attraverso una bilanciata politica di instaurazione di dazi e di limitazione all’azione della Federal Reserve, per quanto riguarda la pratica  degli indiscriminati aumenti del costo del denaro, oltreché ad una attiva politica di defiscalizzazione, il tanto vituperato Trump, ha permesso una decisa ripresa dell’economia interna Usa, dopo anni di stagnazione, seguiti alla crisi finanziaria del 2009, durante la gestione democrat. Anni durante i quali, a prosperare sono stati principalmente i grandi gruppi finanziari e multinazionali, che dalla pura speculazione finanziaria o dalla produzione delocalizzata, hanno realizzato i maggiori guadagni, a detrimento dei circuiti economici locali, made in Usa.

Ora, è chiaro che, per quanto riguarda quegli indicatori economici positivi, lasciati in dote dall’amministrazione Trump, Biden non sarà così folle da vanificarne i risutati, magari cercando di assumersene il merito con qualche stratagemma contabile, mantenendo così, sostanzialmente inalterati, i risultati di certe misure economiche. La sua presunta apertura alla Cina, non potrà fare a meno di considerare certi indicatori e, al pari di altri provvedimenti sarà molto più di facciata, che sostanziale.

Ciò che invece cambierà, sarà il ritorno di un’America in salsa spiccatamente globalista ed internazionalista. Aperta alle grandi conglomerazioni geo economiche e geo politiche (Comunità Europea, Nafta, Oms, Gatt, etc.) in un ruolo da protagonista, mettendo in disparte la politica dei vari accordi bilaterali, su cui la presidenza Trump avrebbe voluto impostare la sua politica geo economica.

Ma c’è una cosa, su cui l’amministrazione dello scialbo Biden, non si distinguerà poi così tanto, da tutte le precedenti ed è la totale e, ad oggi, indiscussa supremazia Usa sui mercati finanziari, in quanto produttrice in esclusiva, di quel contante in dollari che, rappresenta la base di tutte le transazioni finanziarie e commerciali mondiali. Prova ne sia, la recente erogazione di fondi gratuiti (elicopter money…) a tutte le categorie produttive americane, danneggiate dalla pandemia. Denaro la cui immissione sui mercati, verrà invece pagato dal resto del mondo e che permetterà agli Stati Uniti di rimanere, la potenza dominante a livello mondiale, almeno per quanto riguarda l’aspetto finanziario, Cina o non Cina.

Nulla di nuovo all’orizzonte, pertanto. Di nuovo, invece, il clima della cerimonia di insediamento del neoeletto presidente Usa. Una ridicola e “kitsch” sfilata di statue di cera, circondate da un  surreale ed ostile silenzio. L’Impero celebra i suoi fasti in solitudine. L’inizio di una fine prossima? Speriamo.