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“SISTEMA DI ACCOGLIENZA E INTEGRAZIONE” (CE LO CHIEDE L’EUROPA) di Shahab Shir Akbari

Il sogno del PD è diventato legge dello Stato. Migranti, Emma Bonino: “Siamo stati noi tra 2014 e 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia… All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli”, ha spiegato l’ex ministra degli Esteri del governo Letta, evocando un accordo mirato a far sì che le operazioni fossero coordinate da Roma. Ora “disfare questo accordo, adesso, è piuttosto complicato” . Nel 2017 il governo RenSì ; “Migranti in cambio dei conti flessibili, hanno venduto i confini per 80 Euro! . Suicidio firmato Renzi e Alfano”. “Con la firma di Triton da parte del governo Renzi si è accettato che tutti quelli recuperati dalle missioni di europee arrivassero sul suolo italiano”. L’ex ministro della Difesa: “Abbiamo ceduto sovranità per una maggiore flessibilità. È un errore capitale”.

E’ chiaro adesso perché le ONG d’accordo con i trafficanti di esseri umani portano tutti i migranti dall’Africa e Asia in Italia? E’ schiavismo moderno, legalizzato con la nuova legge di immigrazione votato da tutti partiti europeisti compreso M€S — che una volta dicevano di voler azzerare gli sbarchi! “l’Italia, dicevano, non deve essere campo profughi d’Europa!”.

Ci dicono il Ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) e la Ragioneria generale dello Stato: “l’accoglienza dei migranti nel 2018 è di 4,7 miliardi euro e nel 2020 supererà 5 miliardi” — ricordiamoci che l’Unione europea contribuisce ad una minima parte di circa 100 milioni!

Ecco cosa cambia con il SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione):

1- I migranti verranno spalmati in piccoli centri presenti in tutte le regioni, forniti di documenti, domicilio e anche la possibilità di essere impiegati regolarmente. Un esercito di manodopera a basso costo e spesso impegnati nel mondo del lavoro nero.

2- Via maxi multe alle Ong, che saranno i padroni del Mediterraneo; Stop alle sanzioni per le navi ONG per il transito o la sosta nelle acque territoriali italiane. Le ONG potranno fare quello che vogliono come taxi del mare a pagamento per portare i migranti in Italia. Così vuole il governo PD-M€S.

3- Viene eliminata la confisca e distruzione dell’imbarcazione e resta una sanzione simbolica fra 10mila e 50mila euro. Ma il divieto di navigazione non scatta se si svolgono attività di soccorso, purché comunicate alle autorità italiane e dello Stato di bandiera!. E non è più il Viminale a decidere ma deve essere concordato con ministero della difesa e del trasporto che devono informare il presidente del consiglio ad avere competenza nel limitare o vietare ingresso, transito e sosta di navi nel mare territoriale.

4- cambiano i protocolli per la “ integrazione”:  90 giorni di permanenza nei centri Sai, cittadinanza dopo 3 anni,  24-36 nei casi di riconoscimento per matrimonio o naturalizzazione — il tutto mentre il governo fa tutto perché i giovani italiani istruiti lascino l’Italia per mancanza di lavoro per sostituirli con africani.

5- Protezione speciale. La durata del permesso sale da un anno a due che può essere convertito al motivo di lavoro, non solo per i paesi con il rischio di persecuzioni o torture (ma in realtà vale anche per i paesi dove non esiste la guerra come la Tunisia, che ha ricevuto dal governo italiano anche oltre 11 milioni di Euro. La notizia – a quanto si apprende – è emersa nel corso della visita a Tunisi dei ministri dell’Interno e degli Esteri, Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio, Fonte. Anche il pericolo di essere perseguitati in patria per l’orientamento sessuale o l’identità di genere non consentono l’espulsione. E’ prevista la conversione per motivi di lavoro dei permessi di soggiorno emessi per ragioni umanitarie —questo significa che rimangono a spese degli italiani senza fare niente. Inoltre, in materia di rifiuto o revoca del permesso, viene meno la discrezionalità nella valutazione dei «seri motivi», di competenza del Questore. Praticamente chiunque entra con barconi in Italia non può essere espulso.

6- Via tetto flussi. La nuova legge modifica il testo unico sull’immigrazione del 1998 in materia di flussi di ingresso di stranieri per motivi di lavoro, sopprimendo il limite del tetto alle quote. In altre parole non ci saranno più limiti all’ingresso dall’Africa. I trafficanti di essere umani, le milizie libiche e la mafia nigeriana possono svolgere il loro lavoro in modo legale — il governo italiano nel 2020 ha regalato alla Libia 58,3 milioni di Euro! Fonte.

7- Abbiamo infine il blocco dei rimpatri: praticamente chiunque entra in Italia non può essere per nessun motivo rimpatriato.

Di fatto con questa legge l’Italia diventa campo di profughi dall’Africa  e dall’Asia, le milizie libiche, le ONG, i taxi del mare e la mafia nigeriana diventano padroni di mare nostrum e le piazze di spaccio e il lavoro nero.




LE “RIFORME” DI GIAVAZZI di Carlo Formenti

“Quattro riforme possibili” titola l’editoriale del Corriere della Sera di sabato 12 dicembre, firmato da Francesco Giavazzi. Costui, da zelante imitatore di Friedrich von Hayek (l’indiscusso nume tutelare dell’ordoliberalismo, dal quale ha ereditato l’anima reazionaria ma non la perversa genialità), spiega al governo cosa dovrebbe fare per dare credibilità al piano nazionale di ripresa a partire dai fondi europei. Stanco di ascoltare generiche quanto banali dichiarazioni d’intenti, del tipo “affronteremo con determinazione la riforma della giustizia per garantire procedimenti snelli e processi rapidi”; “concentreremo gli sforzi sulla scuola” o “usciremo finalmente da un ventennio di assenza di crescita”, il nostro si impegna a riempire queste vuote promesse con proposte precise e concrete. Vediamo quali.

Le prime due riforme riguardano l’organizzazione dei tribunali e il penale. Cosa occorre fare in questo campo per migliorare le cose? Semplice: bisognerebbe gestire i tribunali come se fossero imprese (!?).

Nel sentire questa idea che assimila la “produttività” della macchina giuridica a quella di entità il cui unico scopo è generare profitti, ci sarebbe da trasecolare, se non fosse che l’autore di tale corbelleria può contare su decenni di propaganda nel corso dei quali economisti, partiti, media e intellettuali assortiti hanno ossessivamente ribadito la balla secondo cui l’economia privata sarebbe in grado di offrire modelli organizzativi più efficienti di qualsiasi altra attività sociale.

Un assunto che resiste impavidamente all’impressionante massa di smentite empiriche che avrebbero ormai dovuto falsificarlo da un pezzo. Ma evidentemente Giavazzi non ha letto Popper (che pure dovrebbe apprezzare, visto che si tratta di un altro nume tutelare del pensiero liberale). Per cui cita un esempio che per le sue tesi è il peggiore possibile, vale a dire quella separazione fra funzioni accademiche e funzioni gestionali in ambito universitario che, come qualsiasi docente dotato di un minimo di onestà intellettuale può attestare, ha causato un drastico calo della produttività di conoscenze e idee realmente innovative, cioè della sola produttività che ci si dovrebbe aspettare da un’istituzione nata per questo, e non per realizzare profitti. Seguono gli immancabili suggerimenti (istituzione di figure preposte alla valutazione della produttività dei magistrati e di incentivazioni positive – e negative – per meritevoli e fannulloni). Fin qui l’organizzazione dei tribunali, quanto al penale Giavazzi non va al di là della proposta di una radicale depenalizzazione dei reati per sfoltire il numero dei processi (non vi sfiora il dubbio che i primi a essere depenalizzati sarebbero i reati economici?).

Passiamo al ritardo italiano in termini di crescita rispetto agli altri Paesi europei. Quale la causa? L’assistenzialismo, ça va sans dire. A partire da quello che “premia” il Mezzogiorno. La differenza fra salari nominali al Nord e al Sud, scrive Giavazzi, è di poco più di quattro punti, quello fra Ovest ed Est in Germania di 28. Per crescere, aggiunge, occorre allineare le retribuzioni alla produttività e non, come facciamo noi, sovvenzionare la scarsa produttività meridionale (in assenza del minimo accenno alle cause strutturali di tale deficit, aleggia il non detto per cui la causa sarebbe la “pigrizia” dei lavoratori meridionali). Posto che anche questo esempio – cioè il confronto con la Germania – è una zappa sui piedi, visto che, come tutti gli studi seri sul fenomeno attestano, l’unificazione tedesca ha assunto le modalità di una vera e propria “colonizzazione” dell’Est, con lo smantellamento di industrie tutt’altro che improduttive (ma si sa, per Giavazzi le imprese pubbliche sono improduttive per definizione, anche se a guardare la Cina…) a scopo di eliminare concorrenti e generare disoccupazione, creando così un’ampia riserva di forza lavoro altamente qualificata (qual era quella dell’Est) a buon mercato. Già la disoccupazione: certo, è vero – ammette il nostro – che la politica dei sussidi crea occupazione a bassa produttività, consentendo di creare più posti di lavoro, ma questo non serve all’obiettivo della crescita, il quale non si alimenta con lo “statalismo” ma incentivando gli investimenti privati e abbassando le tasse alle imprese. Colossale e spudorata menzogna: decenni di incentivi ai privati e di tagli alle tasse non hanno aiutato l’economia occidentale a crescere significativamente (anche perché quei soldi sono serviti quasi esclusivamente ad alimentare le bolle finanziarie) mentre la Cina “statalista” cresceva a ritmi quattro/cinque volte superiori.

Infine la scuola. Qui Giavazzi non è che si sprema molto (anche perché forse ne sa poco), va sul sicuro: siccome è convinto che i lavoratori debbano tirarsi il collo in fabbrica, applica lo stesso principio agli studenti; basta con le vacanze interminabili e le giornate corte di lavoro e studio: che i ragazzi stiano a scuola fino alle 18 (così si risolvono, Giavazzi non lo dice ma certamente lo pensa, anche i problemi dei genitori, i quali potranno lavorare entrambi a pieno regime per la gloria dei rispettivi datori). Naturalmente questo richiede (bontà sua) “un’integrazione di stipendio per gli insegnanti” (senza esagerare, che altrimenti aumenta la spesa pubblica). Più che quattro “riforme”, i pensierini di Giavazzi suonano come un cinico progetto di macelleria sociale, che dovrebbe instillare qualche dubbio anche nei più intelligenti fra i falchi dell’ideologia neoliberista, i quali, da qualche tempo, hanno iniziato a preoccuparsi della rabbia popolare che gli eccessi della guerra di classe dall’alto che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni rischiano di generare. Concludo dicendo che, se mai esistesse un inferno per personaggi come lui, in base alla regola dantesca del contrappasso, rischierebbe di essere condannato a gestire per l’eternità una classe di adolescenti obbligati a stare a scuola h24 come vorrebbe lui.

* fonte: Micromega



DAL M.S.I. AL SOVRANISMO PATRIMONIALE? di A. Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

Giorgia Meloni e la destra di governo

Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella e direttore di “Nazione Futura”, ha appena pubblicato una biografia politica di Giorgia Meloni: “La rivoluzione dei conservatori”. Giubilei, figura esterna a Fdi, analizza il percorso politico della leader romana, dalla iniziale militanza in Azione Studentesca sino alla guida dei conservatori europei. Giubilei sottolinea la rivendicata continuità di Fratelli d’Italia con la tradizione del Movimento sociale italiano, rimarcando la presenza della fiamma tricolore di eredità almirantiana sul simbolo ufficiale, ma evidenzia pure l’alterità della destra conservatrice italiana rispetto al neofascismo. La linea di Giorgia Meloni è concepita in continuità con il pragmatismo di Giuseppe Tatarella, storico attivista e ideologo missino, Vicepresidente del consiglio dei ministri durante il Berlusconi I. Come Marco Rizzo, sul quale abbiamo tentato di soffermarci giorni fa, sembra aver preso come referente internazionale il Socialismo nazionale han di Pechino, così Giorgia Meloni, come noto, si è sempre di più ispirata al sovranismo conservatore di Orban. Ma quest’ultimo, a differenza di Giorgia Meloni non solo non è affatto sinofobo, è anzi geopoliticamente e geoeconomicamente assai vicino a Pechino e sarebbe particolarmente stimato da Xi Jinping; ma è ancora di più vicino alla Turchia nazional-islamica di Erdogan, con cui accarezza il sogno della nascita di un asse mondiale neo-turanico guidato da Budapest e Ankara.  

Tatarella e Mennitti: i due ideologi della destra italiana

Tatarella fu un discepolo politico di Ernesto De Marzio, storico oppositore della segreteria Almirante (1969-1987). Entrambi furono pugliesi e foggiani. De Marzio fu la mente politica di Democrazia Nazionale, movimento che scinde dal Msi almirantiano nel 1976. Quest’ultima del ’76 fu la più vasta scissione conosciuta da un partito politico italiano nel dopoguerra. Democrazia Nazionale avrà vita breve, durerà infatti appena tre anni, ma il messaggio di antitesi strategica al movimentismo meridionalista almirantiano- basato sull’“alternativa sociale al Sistema” e sull’esempio dei Moti di Reggio– non abbandonerà mai talune correnti della destra in doppiopetto, la cui esplicita finalità iniziava a delinearsi proprio come vera e propria esigenza di governance. Tatarella fu, nel Msi, dopo la scissione di De Marzio, il massimo ideologo della “destra di governo”, volendo chiudere a destra l’arco liberale. In tutt’altra prospettiva si situava un altro pugliese d’adozione, Domenico Mennitti, teorico di una destra sociale e di un movimento nazionalpopolare anticapitalista. L’ambizione di Mennitti fu volta al tentativo di legittimare nella storia italiana quel “socialismo tricolore” all’interno della cui evoluzione la frazione di minoranza del Msi, Proposta Italia, situava, sulla scia degli studi di Sternhell e Gregor, lo stesso fascismo storico novecentesco. Proposta Italia, considerata dal politologo del Mulino Ignazi – serio studioso del “polo escluso” missino – portatrice di una ideologia di tipo “socialista modernizzante e radicalmente antiamericanista”, peraltro molto vicina negli anni Ottanta al decisionismo craxiano, si basava sulla strategia della modernizzare tecnologica italiana, ben al di là di ogni programma di “destra di governo”, puntando al superamento del modello della democrazia partitocratica e parlamentaristica – considerato regressivo sul piano della incipiente sfida storica tra nuovi blocchi di civiltà e socialmente penalizzante per le classi disagiate – con un presidenzialismo sociale plebiscitario basato sulla “socializzazione”, sulla rivincita storica del Lavoro e dell’umanesimo sociale sul capitalismo e su una linea di attenzione verso i nuovi poli geopolitici, in particolare verso la Cina socialista neoconfuciana, con cui peraltro anche il quotidiano missino di quasi totale ispirazione almirantiana simpatizzava (cfr. ad es. “Cina: la grande svolta patriottica”, Il Secolo d’Italia 19.01,1985) e verso il socialismo panarabo baathista iracheno e siriano, nella prospettiva del superamento storico di Jalta e della Nato. Uscire dal capitalismo. Per un movimento nazionalpopolare divenne nel 1990 il manifesto programmatico di tale destra sociale modernizzatrice. Mennitti fu positivamente influenzato, dai primi anni ’80, dal missino eretico Beppe Niccolai, irriducibile antiamericanista e antisionista, amico dell’Islam, per il quale il Movimento Sociale doveva assumere le redini di un movimento di Indipendenza nazionale dall’imperialismo americano. I “socialisti tricolori” del Msi, assolutamente minoritari nel contesto politico nazionale di quel periodo e della stessa destra parlamentare, in pieno Golpe Britannia non esitarono a difendere lo Stato sociale italiano aggredito da Occidente, anche con circostanziate denunce politico-parlamentari; furono comunque loro, ben prima della memorialistica craxiana di Hammamet, a parlare di un autentico colpo di stato angloamericano e israeliano contro l’Italia, attuato con la manovra di quella stessa magistratura di sinistra che anni prima voleva mettere fuori legge il Msi. E’ peraltro un quesito aperto se il primo ideologo a profetizzare, in piena guerra fredda, l’avvento del futuro mondo multipolarista sia stato proprio il missino Niccolai o il leninista Arrigo Cervetto. E’ significativo che con la seconda segreteria Fini (1991), il definitivo coronamento del sogno del pragmatista Tatarella indirizzato verso la “destra di governo”, Mennitti si ritirò dal Msi e si dimise dalla carriera da parlamentare. Già in precedenza, quando Pino Rauti alzò la bandiera occidentalistica contro l’Irak saddamista baathista nella prima guerra del Golfo, i componenti di Proposta Italia, guidati da Staiti, uscirono in segno di protesta dal Msi. Mennitti verrà anni dopo definito “il Richelieu nero di Arcore” dal “Corriere della Sera” in quanto ispiratore della nascita di Forza Italia, che concepiva quale frontiera mediterranea di continuità con il decisionismo patriottico craxiano e con il “socialismo tricolore”. La rottura dell’ideologo missino con il liberismo berlusconiano arriverà però puntuale poco dopo la nascita del Berlusconi I.

Meloni: sovranismo patrimoniale liberista o neoeuropeismo?

Il politologo della Cesare Alfieri Marco Tarchi lesse l’intera storia del Movimento Sociale nella prassi, talvolta conflittuale, del bilanciamento interno tra “carrieristi” e “credenti”. Giorgio Almirante ebbe in tal senso una buona virtù di tattico. Giorgia Meloni, politicamente capace, ottima comunicatrice, si considera sovranista e conservatrice, ma più in continuità storica con il Msi almirantista che con le sperimentazioni successive di Gianfranco Fini. Il sovranismo nasce ufficialmente con Florian Philippot, gollista di sinistra, ex consigliere di Marine Le Pen. L’etnosovranismo è probabilmente estraneo al retroterra ideologico missino nelle sue principali varianti. La frazione Mennitti-Niccolai sarebbe forse oggi multipolarista, probabilmente filocinese (come potrebbero far pensare gli ultimi studi di James Gregor sul “fascismo del terzo millennio”, tra il primo Zjuganov e la Cina socialconfuciana(1)), la frazione almirantiana veramente a fatica si potrebbe immaginare come trumpiana o sovranista, dato che contro Jalta gli almirantiani ribadirono in continuazione il leitmotiv dell’ “Europa nazione” come rivoluzione continentale e terza potenza tra Mosca e Washington oltrechè come superamento del “neo-ciellenismo” italiano rappresentato dal bipolarismo Dc Pci.  A differenza dei tatarelliani conservatori vicini alla Meloni, che puntano alla effimera e formale conquista del potere, la via dell’opposizione totale e della “guerriglia parlamentare e culturale” sarebbe probabilmente ciò che un almirantismo aggiornato praticherebbe. Il realismo tattico di Almirante, a differenza del pragmatismo tatarelliano di Giorgia Meloni, aveva ben compreso che non era matura la oggettività storica del tempo per un Msi di governo: la piazza, i moti di Reggio e de L’Aquila, contestati con perfetto harakiri politico dal Partito comunista, gli scontri ideologici e parlamentari erano la quintessenza del suo movimentismo antagonista. L’ alternativa missina di Almirante fu consapevolmente e tatticamente populista nel metodo ma assolutamente europeista nella strategia finale: tenere più lontano possibile i missini dai posti di potere e dalla spartizione attendendo fideisticamente il crollo del mondo di Jalta, “il mondo dell’anti-Europa” secondo l’espressione di Almirante, in quanto altra via concreta per il leader neofascista non vi poteva essere per la rinascita dei valori del Msi. Differente era invece la via del tatarellismo; destra di governo come linea maestra. Il saggio del giornalista Francesco Boezi “Fenomeno Meloni”, che lascia molto spazio ai militanti e ai quadri intermedi di Fdi, è in tal senso utile, poiché ricostruisce il senso di radicata appartenenza alla variegata galassia postmissina della maggior parte di loro. Boezi ricorda come la Meloni nel 2004 sconfisse in un testa a testa per la guida di “Azione Giovani” il rappresentante della destra sociale, il milanese Carlo Fidanza, oggi europarlamentare di Fdi. Eredità missina nell’odierna prospettiva geopolitica, come abbiamo tentato di spiegare, non può che significare nuovo europeismo statalista, ben più che sovranismo patrimoniale e liberista. Nuovo europeismo che se volesse realmente continuare un certo terzaforzismo che rispecchi il “Né Usa né Urss” dei giovani missini di ieri in un ipotetico “Né Usa né Cina” dei giorni nostri, dovrebbe per forza essere un movimento continentale eurorusso e non, dunque, sovranista occidentale islamofobo. Al riguardo, la segretaria di Fdi sembra non aver preso ancora una chiara posizione: il 29 settembre 2020, eletta alla guida dell’Ecr, si è voluta differenziare dal modello euroscettico e lepenista, autenticamente sovranista, di Identità e Democrazia – di cui il leghista italiano Marco Zanni è capogruppo– ma anche da quello del Ppe, al quale appartiene peraltro anche Orban, assieme a Berlusconi, affermando di rappresentare una terza via oltre i due modelli, sovranista l’uno, euroatlantista il Ppe. Quale futuro politico dunque per Fdi? Un neo-europeismo sociale e statalista almirantiano o l’ etnosovranismo islamofobo dei lepenisti? La stessa rigorosa posizione di Giorgia Meloni sull’immigrazione, a tal riguardo, non sembra tanto corrispondere al retroterra missino. Non solo “i colonnelli” di Almirante, in piena segreteria Fini, ruppero alla fine degli anni Ottanta con le destre europee per le rigide posizioni nazionalistiche e anti-islamiche di queste ultime, ma varie analisi missine dell’epoca leggevano il fenomeno migratorio come una conseguenza della oppressione di civiltà britannica e francese prima, del “neo-colonialismo” americano poi (http://www.beppeniccolai.org/Non_siamo_mai_stati_negrieri.htm). Una forza realmente patriottica, quale Fdi dice di essere, dovrebbe , sul piano internazionale, aspirare all’acutizzazione del conflitto interimperialista in corso, allontanandosi gradualmente dall’atlantismo declinante incentivando la formazione di un forte blocco di civiltà mediterraneo arabo-islamico, da cui l’Italia avrebbe tutto da guadagnare più d’ogni altra Nazione europea (come Macron ha compreso), e ciò sarebbe del resto in maggiore continuità con la frazione autenticamente sociale del Msi; sul piano della politica interna, legittimarsi nella società civile come astuta e severa forza di opposizione totale al sistema globalista e tecnocratico che il governo di unità nazionale euroatlantista vorrebbe garantire. Più che al consenso liquido di massa, che nella società tecnologica avanzata conta politicamente assai poco, una forza patriottica italiana dovrebbe mirare all’egemonia culturale e geopolitica sulle elite informatiche e informative: declinando, al di là di ogni sovranismo patrimoniale, la nuova prospettiva storica di un grande polo di civilizzazione euro-mediterraneo o euro-islamico che significhi concretamente una moderna sfida all’ideocrazia transumanista della Silicon Valley e all’euroatlantismo o eurosionismo di Bruxelles/Visegrad. L’unificazione tra la massa continentale araba e la creatività tecnologica italiana porterebbe sulla scena, nella nuova fase multipolare, un nuovo europeismo, fondato sulla centralità di Roma, ridotta ormai a paria della storia, non solo a causa di una certa cultura leghista ma anche del permanente modello nordista Cavour, il cui utilitarismo trasformistico di un perenne “connubio” ha fatto pagare all’identità nazionale il suo peggiore prezzo. La destra di governo, su cui punta viceversa Meloni, senza il dominio tattico dei centri di potere rappresentati dagli influenti mandarini di stato, asfissiata dai mercati globali – di quasi esclusiva proprietà della Sinistra globalista – ancora oggi più pervasivi nel Belpaese della Cina socialista confuciana, priva come potrebbe essere di una strategia geopolitica di grande respiro come fu quella di uno statista del calibro di Craxi, che seppe donare alla storia italiana, nonostante tutto, gli anni più significativi e importanti dell’intero dopoguerra, non rappresenterebbe per l’identità nazionale nessun balzo in avanti. Rischierebbe anzi di degenerare in una destra di governo ortodossamente euroatlantista. Il neoatlantismo tatarelliano è dunque già storicamente fallito con l’esperimento di governo Fini, inutile riportare in vita un cadavere, a meno che la Meloni non voglia politicamente bruciarsi come Fini.

Note:

  1. https://antonioportobello.wordpress.com/category/fascismo-intervista-esclusiva-al-professor-a-james-gregor/; https://www.istitutodipolitica.it/lamericano-che-studiava-mussolini-un-convegno-in-ricordo-di-anthony-j-gregor/



PRIMA CONFERENZA PER DELEGATI di Liberiamo l’Italia

ORDINE DEI LAVORI

[diretta streaming dalle ore 09:00 alle ore 13:00 sulla pagina facebook di Liberiamo l’Italia]

  • ORE 08:40 apertura stanza Zoom
  • Ore 09:00 La proposta del CN di presidenza monocratica dei lavori
  • Ore 09:15- 09:25 Presentazione dei lavori da parte del Presidente
  • Prima parte della Conferenza
  • DOCUMENTO POLITICO (ORE 09:30-11:15)
  • Ore 09:30-09:45 Presentazione DOCUMENTO POLITICO (relatore Alberto Melotto)
  • Ore 10:00-11:00 Dibattito
  • Ore 11:00-11:15 Replica
  • TESI SUL PARTITO (ORE 11:15-13:15)
  • Ore 11:15-11:30 Presentazione TESI SUL PARTITO (relatore Moreno Pasquinelli)
  • Ore 11:30-12:45 Dibattito
  • Ore 12:45:13:00 Replica
  • Ore 13:00-14:25 Interruzione pranzo

Seconda parte della Conferenza

  • RISOLUZIONE SUL “PARTITO ITALEXIT CON PARAGONE” (ORE 14.30-16:30)
  • Ore 14:30-14:45 Presentazione Risoluzione (Leonardo Mazzei)
  • Ore 14:45-16:00 Dibattito
  • Ore 16:15-16-30 Replica
  • VOTAZIONE DEI DOCUMENTI POLITICI (ORE 16:30-17:15)
  • Ore 16:30-17:15
  • LO STATUTO DI LIT (ORE 17:15-17:45)
  • Ore 17:15- 17:30 Presentazione (Leonardo Mazzei)
  • Ore 17:30-17:45 Votazione Statuto
  • ELEZIONE NUOVO COORDINAMENTO NAZIONALE e COMMISSIONE DI GARANZIA (ORE 17:45-18:30)
  • CONCLUSIONE LAVORI (ORE 18.30)

Fonte: Liberiamo l’Italia




COVID-19 E LOTTA DI CLASSE di Antonio Martino

Quando Alberto Asor Rosa pubblicò nel 1977 il suo Le due società: ipotesi sulla crisi italiana nemmeno la fantasia del più fervido indiano metropolitano avrebbe potuto immaginare lo scenario di questi giorni. L’ipotesi di un virus in grado di paralizzare la vita del potentissimo e liberissimo Occidente, infatti, poteva affascinare un lettore di Urania, e non certo un compagno di movimento. Oltre quattro decenni dopo la fantascienza è realtà: anzi, parafrasando Marx, è farsa. Tralasciando l’enorme massa di argomenti sulla (pessima) gestione e sui (falsi) rimedi contro la (scontata, essendo in autunno) seconda ondata, vorremmo concentrarci sull’analisi sociale delle conseguenze della crisi, in accordo con quanto già scritto in merito al problema della classe rivoluzionaria.

Partiamo dal dato reale: chi preme per il cd. lockdown è di norma un soggetto che ha dalla propria parte la sicurezza del posto di lavoro e un certo benessere accumulato. Viceversa, chi si oppone è sovente un piccolo imprenditore- proprietario di attività al dettaglio e di commercio minuto, piccole imprese con pochi dipendenti-, un libero professionista o una partita iva. Dal punto di vista strutturale, la linea di faglia è tra garantiti e non, tra lavoratori dipendenti (pubblici e privati di grandi imprese) e unità produttive autonome. In più, l’enorme massa dei disoccupati e dei precari che tende naturalmente a salvaguardare quegli scampoli di normalità fittizia. Si può perciò affermare, generalizzando, che la gestione delle misure di contenimento (sic) del virus siano un’immensa cartina di tornasole della divisione in classi della società italiana.

Anzi, la ratio e la misura dei provvedimenti mostrano la totale incuranza da parte dei governanti delle condizioni di vita della gran parte dei governati: si pensi alle farsesche discussioni sui doppi servizi, sui mezzi di trasporto, sulle case al mare in cui ricoverare gli anziani, come se la villa a Capalbio fosse patrimonio comune di ogni cittadino.

Ancora una volta, le forze della sinistra liberal hanno mostrato il loro volto intollerante: chiunque si ribelli, o osi quantomeno criticare i provvedimenti presi da un governo con ben poca legittimità popolare, va subito etichettato come “negazionista-complottista-fascista” e segnalato alle forze dell’ordine (borghese). Per i pochi compagni che ancora credono nella possibilità di una costruzione dalla base di una forza socialista, e perciò democratica e costituzionalmente orientata alla giustizia sociale, tutto questo non può andare bene. Riteniamo perciò opportuno individuare almeno una proposta di linea per un confronto scevro da ogni pregiudizio ritardato verso le classi più sensibili ai problemi attuali.

Sfruttamento e lavoro autonomo

La classe operaia non può più essere la classe generale della società perché, semplicemente, è stata indebolita dalle riconversioni industriali e dai nuovi processi produttivi. Da allora, ogni soggetto di sinistra – radical o moderato che sia – non è più riuscita a individuare un corpo sociale con cui confrontarsi e costruire un’alternativa. Il ripiegamento, del tutto strumentale e pertanto ipocrita, sul tema delle libertà individuali e dei diritti civili è servito soltanto come cortina fumogena per nascondere il vuoto pneumatico del tradimento. Se si vuole riorganizzare un movimento di classe di critica al sistema, si deve affrontare seriamente il problema dei lavoratori autonomi: partite iva, piccoli imprenditori, proprietari di attività al dettaglio e via discorrendo. Non si tratta più, come negli anni Ottanta, di evasori in grado di guadagnare cinque o sei volte il salario di un operaio: nella gran parte dei casi, il piccolo commerciante e l’avvocato di provincia senza protezioni ed eredità familiari sono redditualmente posizionati sotto un lavoratore dipendente. In più, non avendo alcuna protezione contrattuale, non possono beneficiare dei sacrosanti diritti sanciti – seppur in misura minore rispetto al passato – dai CCNL di categoria. Se v’è una classe “proletarizzata”, ebbene essa è quella sopra descritta. Stretti tra l’ossessiva pervasività del fisco e la concorrenza totalitaria dei grandi monopoli multinazionali, colpiti a fondo dalla crisi di domanda strutturale che attanaglia la società italiana grazie ai vincoli europei, i working poors del 2020 non sono soltanto i rider, gli stagisti e i salariati con contratti da fame: occorre dunque considerare – e dialogare – anche con i lavoratori autonomi. Non a caso, nell’esplosione di rabbia svoltasi nella notte di Napoli, la saldatura tra sottoproletariato e piccola borghesia è avvenuta perché la seconda:

“[ha] negli ultimi anni dimostrato attitudine allo scontro (si pensi ai Forconi) [e ciò] deriva dal fatto che a) sia la fascia sociale che abbia visto più rapidamente decadere il suo status con la crisi (mentre i lavoratori dipendenti sono ormai pressati da decenni, iper-controllati sul posto di lavoro, spesso frenati dai sindacati nell’organizzarsi); b) la sua cultura sia egemone in Italia e in particolare a Napoli, dove esistono ancora molte categorie di autonomi rispetto ad altri paesi europei in cui la dimensione di impresa è più grossa e ci sono in proporzione più lavoratori dipendenti.”[1]

La stessa base sociale che ha decretato un grosso avanzamento della Lega tra il 2014 e il 2018 era, in gran parte, costituita da ceti medi impoveriti e orfani di rappresentanza politica. Quello che era un tempo la mediazione politica della DC e poi, in misura diversa, di Forza Italia, è oggi assente perché non più praticabile nello scenario di monopolizzazione spinta del profitto. La distruzione creatrice di schumpeteriana memoria passa così dalla eliminazione di ogni soggetto intermedio tra il consumatore e la grande multinazionale. Nel Manifesto Marx aveva intuito che

“Quelli che furono finora i piccoli ceti intermedi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta all’esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi capitalisti più grandi, in parte perché le loro attitudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.”

Processo logico nel capitalismo, impedito e ribaltato solo durante il trentennio keynesiano e la gestione sociale dell’economia, che oggi riemerge in tutta la sua forza. Negare la tendenza oggettiva del modo di produzione significa così regalare alla reazione ingenti masse dal potenziale rivoluzionario.

Armonia di interessi tra lavoratori dipendenti e autonomi

Il conflitto sezionale tra autonomi e dipendenti serve, come tutte le divisioni orizzontali, a perpetuare il dominio delle classi dominanti. Una proposta di composizione dello scontro tra diversi settori del mondo del lavoro passa così dalla determinazione delle rivendicazioni comuni. Brevemente si può riassumere che esse possono e devono, insieme, lottare per ottenere quello che da quarant’anni manca in Italia: il partito dei lavoratori, la cui base di classe si rintraccia nella comunità di chi lavora per vivere. La demarcazione tra rendita e lavoro, come già delineato in Costituzione, rappresenta la linea del Piave su cui concentrarsi. Il rentier, colui che sfrutta le sue ricchezze e trae profitto dall’impiego del capitale accumulato, è il nemico di classe a cui contendere il governo della cosa pubblica. A chi interessa infatti distruggere le piccole attività di quartiere, i limiti alla concorrenza inumana nelle professioni e la tutela pubblica di alcune produzioni tipiche? Ai poteri indiretti del finanzcapitalismo, gli stessi che hanno distrutto le garanzie di civiltà dei lavoratori dipendenti attraverso l’egemonia del pensiero unico neoliberale. Il partito dei lavoratori nasce e vince se si uniscono finalmente le istanze di tutti gli sfruttati. Salari dignitosi, piena occupazione, diminuzione delle ore di lavoro, servizi pubblici civili sono diritti che interessano tutta la classe lavoratrice, e devono tornare a essere la bandiera di ogni lotta. Diritti economici che si saldano così ai diritti civili e alle libertà garantite dalla Costituzione, proprio nell’ora in cui si delinea una seconda e gravissima violazione di tutte le libertà.

Il problema della coscienza di classe

Per saldare le componenti del mondo del lavoro serve necessariamente coscienza di classe. E questa, si badi bene, può venire solo dalla costruzione di una contro-egemonia che rimuova le false coscienze liberali purtroppo presenti in tutti i settori. Sia nel milieu del salario che in quello del lavoro autonomo occorre quindi rimuovere le ragioni dei conflitti sezionali e costruire incessantemente una piattaforma comune di convergenza. Su questo punto si può aprire un discorso comune e costruttivo, senza tuttavia cadere nei luoghi comuni che hanno per anni consegnato tali segmenti a forze opposte ai loro interessi. I socialisti devono al momento abbandonare vecchie retoriche superate dai fatti, gli autonomi e i liberi professionisti, simmetricamente, devono comprendere che non sono né potranno mai essere dei Gianni Agnelli in sedicesimo: l’unica ancora di salvezza per la loro esistenza passa dalla consapevolezza del proprio stato di subalternità al Capitale. Da lì all’unione con i salariati organizzati e i disoccupati il passo potrà esser breve trovando un soggetto politico accogliente e non divisore.

Conclusione

Nel 1946 Lelio Basso poteva affermare che

Ai ceti medi, come del resto agli impiegati (che quasi sempre solo una mera parvenza, un fatto puramente esteriore distingue dall’operaio, al quale li lega la stessa dipendenza dal capitalista e la stessa insicurezza del domani) non resta che unirsi al grande esercito dei lavoratori, al proletariato e riconoscersi proletari, abbandonando ideologie, che sono più di retaggio di tradizioni superate e manifestazioni di una retorica da strapazzo, che non la reale espressione di legittimi interessi spirituali […]essi devono appunto rinunciare alla pretesa di costituire la spina dorsale della società borghese, rinunciare alla funzione di mediatori fra capitalisti e lavoratori, che si risolve in definitiva in una funzione di cani da guardia della società borghese, e assumere invece il proprio posto nella lotta rivoluzionaria contro questa società, accettando la guida politica del proletariato, che è la classe più preparata a questo compito.[2]

A differenza di allora, non esiste una classe già pronta che assuma su di se il compito rivoluzionario di costruzione del Socialismo. A uno stato di difficoltà ulteriore, però, si può controbattere attraverso l’impegno e la volontà decisa di costruire una società libera e giusta, in cui “il libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti”. Per fare questo bisogna lavorare per esasperare le contraddizioni della società capitalistica oggi in crisi, rialimentando a livello di senso comune l’attesa verso una società più giusta e solidale. A tal fine serve l’unità di tutti i subalterni e di tutte le persone che abbiano a cuore i valori iscritti nella nostra Costituzione. Chi ancora ciancia di bottegai e kulaki rischia di fungere da utile idiota del Capitale: e i lavoratori italiani, modestamente, tanto idioti non sono.

* FONTE: LA FIONDA — https://www.lafionda.org/



LIBERTÀ E LIBERALISMO di Umberto Bianchi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione suscitata dalla lettura dell’articolo E’ IL MOMENTO DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE.

Con il persistere della pandemia a livello globale e specialmente europeo, un’ondata di neo-autoritarismo sembra aver investito l’intero orbe terracqueo. Leggi speciali, stati di eccezione, compressioni delle libertà di circolazione, riunione, etc., sono oramai divenuti materia di provvedimenti governativi ed all’ordine del giorno, in molti, troppi paesi del mondo.

In ispecial modo, in quell’Europa, da sempre un po’ considerata uno dei caposaldi spirituali del diritto e della democrazia, a causa di una lunga storia, che andrebbe dalla democrazia ateniese sino a quel Liberalismo, che affonda le proprie radici nel Proto Illuminismo di autori come un Locke, un Berkeley, un Hume, un Hobbes ed altri ancora. Da più parti, ci si interroga, non a torto, se stavolta in discussione ed in crisi non sia entrato proprio quel sistema di valori, che trovava il proprio  fondamento nelle enunciazioni di questa scuola di pensiero.

E’ vero. Le limitazioni della libertà di riunione, circolazione, lavoro, la stessa figura di un premier non eletto, che governa per decreto, senza prestare ascolto alle camere e che tanto sembra ricalcare la figura di un sovrano assoluto o di un “dictator”,  sembrano collidere decisamente con i principi del più puro Liberalismo. A ben vedere, però, le cose non stanno proprio così.

Bisognerebbe, anzitutto, operare una netta distinzione tra quanto enunciato dagli autori Proto Illuministi che abbiamo poc’anzi menzionato e autori come un Rousseau che, all’interno del contesto illuminista, iniziano a rappresentare una di quelle vere e proprie “deviazioni”, connaturate ad un pensiero occidentale, da sempre animato da una costitutiva ed irresolubile contraddittorietà.

Nel portare avanti un’idea di primigenia “democrazia diretta” che, imperniata sull’idea di una costitutiva “bontà” dell’uomo, Rousseau, devia dal percorso tracciato dai Proto Illuministi, in quanto conferisce  un afflato etico ad una istanza che, invece, in autori come Hobbes e Locke è totalmente assente, in quanto fondata su un’idea pessimista della natura umana e che, sulla falsariga di una mentalità mercantilista, porta a una vera e propria arida “contrattualizzazione” dell’anima dello Stato.

Quest’ultimo non sarà più inteso quale Comunità spirituale di individui, bensì come anodino assieme di individualità, tenute unite solo dalla oscura presenza da quel Leviatano giuridico, la cui oscura e gelida presenza, è posta quale invalicabile limite alle libertà individuali.

Quanto detto, ci dimostra quella che potremmo “brevis verbis”, definire quale vera e propria “eterogenesi dei fini” dell’Illuminismo che, in veste di fenomeno inizialmente sospinto da istanze neoplatoniche, le cui radici affondano nelle correnti ermetiche del pensiero rinascimentale, per cui l’umanità doveva essere “illuminata “ dalla luce di una conoscenza pura e priva di ombre, è andato invece assumendo, in molte sue enunciazioni, le connotazioni di uno sfrenato ed arido individualismo che, sorretto dal tecnicistico Empirismo di un Berkeley, avrebbe in seguito spianato la strada all’avvento del Capitalismo Globale, imperniato sulla perfetta sintesi tra Tecnica ed Economia.

Molta parte delle istanze del Proto Illuminismo e del successivo Illuminismo,  si fanno quindi portatrici di un’idea di democrazia “per delega”, che finirà ben presto con il rappresentare uno strumento di potere censitario, stavolta tutto in favore degli emergenti ceti mercantili e (specialmente…sic!) finanziari. Tant’è che la Rivoluzione Francese e le varie esperienze dei Risorgimenti europei, verranno tutte aggruppate sotto la denominazione di “Rivoluzioni borghesi”. Durante tutto il 19° ed il 20° secolo, a cercare di risolvere il problema del rapporto tra libertà ed economia, saranno le scuole di pensiero marxista derivanti dall’Utopismo e dall’Hegelismo, da un lato, e quelle all’insegna dell’irrazionalismo vitalistico dall’altro.

Ora, è chiaro che, quanto stiamo vivendo ora, in termini di cogenti limitazioni alle nostre libertà individuali, è frutto del tentativo volto ad instaurare un nuovo e definitivo assetto globale, fondato sulla coercitiva accettazione di un quanto mai esausto ed insufficiente modello di sviluppo, quale quello liberista globale, (oggidì coniugato in una salsa vagamente “progressive” e buonista), che però affonda le proprie radici proprio in quel Liberalismo, che non potrà, quindi, mai essere eretto a baluardo antisistemico.

Una cosa, pertanto, è rivendicare diritti espressione, libertà e movimento ed il diritto dei cittadini a poter intervenire direttamente nella gestione della Res Publica, quando i suoi rappresentanti si rivelino inadatti al compito o questa sia affetta da gravi carenze nei suoi meccanismi (Democrazia Diretta), altro è riesumare quel Liberalismo che, “motu proprio”, come abbiamo visto, porta a quel che, ad oggi, stiamo vivendo.

Questo da un punto di vista prettamente di analisi ideologica. E’ chiaro che, viste le attuali contingenze, pensare di affrontare una battaglia contro l’instaurazione di una Dittatura Globale, in ordine sparso, a mò di ridotto e romantico manipolo massimalista, è quanto di più inutile ed illusorio si possa fare. E’ chiaro che, ora più che mai, si fa pressante la necessità della creazione di un Fronte Trasversale, in grado di accogliere e contemperare al proprio interno, le migliori energie ed istanze di un paese. Questo però, senza dimenticare quella costante e pressante ricerca di una chiarezza ( come quella espressa in questa breve disamina…), senza la quale qualunque tentativo, all’insegna dei più nobili intenti, finisce con l’insabbiarsi nel vicolo cieco dell’inazione o del più squallido e controproducente opportunismo.




COSA CI SI DEVE ASPETTARE? di Leonardo Mazzei

Pubblichiamo l’intervista che Leonardo Mazzei ha rilasciato per la prestigiosa testata tedesca Makroskop.

D. Il governo cerca di imporre un secondo lockdown che colpisce anche i diritti politici. Quale è il ragionamento del governo, delle èlite in generale – e le reazioni su scala popolare?

R. Proprio oggi, domenica 25 ottobre, è uscito il nuovo Dpcm (Decreto del presidente del consiglio dei ministri) che punta a restringere ulteriormente la libertà di movimento ed attacca il diritto al lavoro di milioni di persone, in particolare quelli dei servizi turistici e della ristorazione. A differenza di quanto avvenuto a marzo, adesso la linea del governo è quella della chiusura progressiva. Ma continuando così alla fine il risultato non sarà molto diverso. Questa strategia viene perseguita con un Dpcm a settimana. Un modo che, se da una parte mostra le difficoltà di Conte, dall’altro sembra fatto proprio per generare, oltre alla paura, un’assoluta incertezza sul futuro. Il precedente Dpcm, del 18 ottobre, ha stabilito di fatto la sospensione del diritto a riunirsi in luoghi pubblici. Contro questa lesione dei diritti democratici, attaccati in parallelo a quelli sociali, manifesteremo il 31 ottobre davanti alle prefetture dei capoluoghi di regione. Il ragionamento delle èlite sembra chiaro: siccome la crisi è gravissima ed il malessere sociale è alle stelle, la sola tecnica di governo che può funzionare è la strategia della paura. E’ una linea che presenta dei rischi anche per il blocco dominante, ma che finora – come dimostrato anche dai risultati delle elezioni regionali di settembre – ha funzionato. Che continui a funzionare è invece tutto da vedersi. Proprio a causa del clima di paura, la reazione popolare è stata finora modesta. Ma a tutto c’è un limite. E i fatti degli ultimi giorni, a Napoli e non solo, ci dicono che le cose stanno finalmente cambiando.

D. A Napoli si sta sviluppando una protesta anche militante? Cosa ci si deve aspettare? C’è una direzione politica?

R. A Napoli la protesta è scattata contro il coprifuoco imposto dal governatore della Campania, De Luca. Sono scese in piazza le categorie più colpite da questa misura, con i ristoratori e i commercianti in prima fila. Ovviamente le iniziative di lotta non sono mai completamente “spontanee”, ma in questo caso possiamo parlare di una protesta auto-organizzata. Pur se assolutamente necessaria, è presto infatti per pretendere una direzione politica. Ora l’obiettivo dovrebbe essere quello di sviluppare ed estendere l’azione di lotta, mirando soprattutto proprio al governatore De Luca, che in questi mesi si è posto alla testa del fronte emergenzialista e securitario. Fra l’altro, l’epidemia in Campania sarebbe stata tranquillamente affrontabile se la Regione avesse aumentato i posti di  terapia intensiva nella misura prevista (e promessa) in primavera. Cosa che invece non è stata fatta. “Non vogliamo morire di fame per non rischiare di ammalarci di Covid”, questo hanno affermato i napoletani in rivolta. “Lavoro, dignità, libertà”, queste le loro parole d’ordine, che ricalcano quasi alla lettera quelle della nostra manifestazione del 10 ottobre. Ora queste parole d’ordine devono trasformarsi in obiettivi concreti, ma intanto la mobilitazione ha ottenuto un primo importante risultato: il lockdown regionale è stato bloccato proprio grazie alla manifestazione dell’altra sera. Un giorno dopo il suo famoso “si chiude e basta”, De Luca è stato costretto al passo indietro. Adesso dice che “il lockdown è impossibile senza ristori dal governo”. Chiede dunque soldi per le categorie colpite, ma quei soldi per ora non ci sono. E, nonostante le odierne promesse di Conte, che al massimo fanno presagire la solita elemosina, non sarà facile arrivare a risposte concrete.

D. Come sovranisti democratici quali saranno i vostri prossimi passi?

R. Il primo compito dei sovranisti democratici sarà quello di stare con chi lotta. Certo, il Paese è spaccato, ma è necessario schierarsi con la parte che non intende subire un disastro sociale catastrofico. In secondo luogo, i sovranisti democratici dovranno raccogliere la grande spinta all’unità presente nelle proprie fila. Una volontà unitaria esaltata dalla manifestazione di Roma. Come Liberiamo l’Italia ci muoveremo senz’altro in questa direzione. L’auspicio è che anche gli altri facciano la stessa cosa.

D. Il 10 ottobre avete fatto la Marcia della Liberazione, la più grande protesta dall’inizio della crisi covid. Avete cercato di connettere una risposta sociale immediata con un programma di investimenti pubblici per il lavoro e il ritorno alla sovranità popolare e nazionale. Come è il vostro bilancio?

R. Il bilancio è assolutamente positivo, sia in termini quantitativi che qualitativi. La manifestazione del 10 è stata in assoluto la più numerosa che si sia svolta in Italia in tutto il 2020. Ed il legame tra i temi sociali e la critica all’emergenzialismo ha funzionato. Naturalmente, non ci nascondiamo che ci vorrebbe molto di più. I settori sociali presenti in quella piazza sono importanti, ma ancora insufficienti. Ciò a causa del clima soporifero che il governo è riuscito ad imporre durante l’estate. Ma abbiamo già visto che ora il clima sta cambiando.

D. La stampa vi ha attaccato come negazionisti mettendovi insieme con i fascisti. Come avete reagito? Ha funzionato l’attacco o siete stati in grado di difendervi?

R. E’ anche considerando questo contesto che abbiamo tratto un bilancio assolutamente positivo della manifestazione. Mentre l’atteggiamento del Ministero dell’Interno è stato corretto, altri apparati dello Stato hanno lavorato all’infiltrazione ed alla denigrazione. L’infiltrazione l’abbiamo respinta, sia politicamente che concretamente in piazza. La denigrazione a mezzo stampa è stata invece l’arma più potente del potere. Visto che non potevano silenziarci, stavolta hanno deciso di denigrarci con una campagna senza precedenti negli ultimi anni. Volerci confondere con i fascisti di Forza Nuova, calunniarci con l’accusa di “negazionismo”, è stato il modo per oscurare i contenuti veri (a partire da quelli sociali) della manifestazione. Stavolta le fake news dei media sistemici hanno raggiunto vette impensabili. I comunicati del comitato organizzatore, che respingevano i tentativi di infiltrazione dell’estrema destra, che affermavano che noi non neghiamo affatto l’epidemia ma ne contestiamo fortemente la sua gestione politica, sono stati completamente ignorati dai media mainstream al gran completo. Proprio per questo abbiamo già querelato e stiamo querelando per diffamazione tutti gli organi di informazione che si sono resi responsabili di questa gigantesca campagna di denigrazione. Dalla nostra parte abbiamo avuto decine di media alternativi (web tv, tv satellitari, dirette Facebook) che hanno ripreso la manifestazione per un totale di un milione e 600mila visualizzazioni, di cui 300mila sulle nostre pagine Facebook. E’ chiaro che è la battaglia di Davide contro Golia, ma l’abbiamo combattuta al meglio.

D. Il governo Conte sembra più stabile, almeno in confronto alla situazione di un anno fa quando sembrava debolissimo. È vero che l’accordo sul Recovery fund lo ha aiutato?

 R. Sì, è così e bisogna averne piena consapevolezza. La cosa ha funzionato anche grazie al processo di normalizzazione della Lega. Il partito di Salvini, come pure “Fratelli d’Italia”, non si oppone al Recovery fund bensì solo al Mes. Ma questo è assurdo, dato che – viste le condizioni previste – il Recovery fund è in realtà un super-Mes. Ormai per la coalizione di destra (e neppure tutta, vista la posizione di Forza Italia) l’opposizione al Mes è solo una bandiera senza sostanza. Questo alimenta ovviamente le illusioni sul Recovery fund propagandate dal governo. Certo, i fatti smentiranno tutto ciò, ma affinché venga pienamente compresa la pericolosità di questa nuova trappola europea ci vorrà tempo. E’ quel tempo che fa il gioco del presidente del consiglio. Questo non vuol dire che nella stessa maggioranza di governo non vi siano forti fibrillazioni, ma né M5S né Pd hanno la forza e l’interesse di far cadere Conte adesso.

D. D’altra parte Salvini sembra in caduta libera. Perché? E come finirà?

R. Forse parlare di caduta libera è troppo, ma la crisi del salvinismo è palese. E personalmente la cosa non mi stupisce affatto. Paradossalmente il vuoto di proposta di Salvini è risaltato meglio all’opposizione di quando stava al governo nella comoda posizione di ministro anti-migranti. Il fatto è che l’immigrazione è questione seria, ma non è il principale problema del momento. E sul resto Salvini è apparso privo di qualsiasi idea. Credo che ciò sia avvenuto in parte per i suoi evidenti limiti politici e personali, in parte per il prevalere nella Lega della posizione europeista del blocco del Nord, imperniato sulla figura di Giorgetti e sui governatori del Veneto e della Lombardia. La cosa di gran lunga più probabile è che l’attuale crisi sfoci in un pieno processo di normalizzazione di quel partito. Lo stesso Salvini ha dichiarato ormai di accettare l’euro, di essere disposto ad appoggiare Draghi alla presidenza del consiglio od a quella della Repubblica (il mandato di Mattarella scadrà tra poco più di un anno). Ma credo che il sigillo ufficiale a questa operazione verrà posto con l’ingresso della Lega nel PPE. Tema che è oggetto di trattativa ormai da mesi. Può darsi che questo percorso presenti ancora qualche asperità, ma la strada è chiaramente tracciata.

D. Il governo Conte I veniva definito come sovranista. Entrambi i suoi componenti, sia la Lega sia i pentastellati, hanno lasciato questo campo e sono ritornati nell’ambito dell’europeismo. Stanno rappresentando la loro base popolare, o si sono persi?

R. Il governo Conte I non era dichiaratamente sovranista, anche perché aveva al suo interno la Quinta Colonna sistemica (rappresentata in primo luogo dal ministro dell’Economia, Tria) imposta da Mattarella. Era però un governo basato su una maggioranza parlamentare costituita da due partiti considerati a vario titolo come sovranisti. Un mix da cui emergeva comunque un governo con elementi e spinte sovraniste. Ciò portò a diversi momenti di aspro conflitto con la Commissione europea. Gradualmente la componente sovranista venne via via ad indebolirsi nei primi mesi del 2019, fino alla caduta del governo nell’agosto di quell’anno. Dovendo dare un giudizio sintetico, direi che quella crisi è stata più che altro la risultante dell’incapacità dei due partiti di governo di tenere fede alle premesse sovraniste, o quanto meno “euroscettiche”, che li aveva portati all’alleanza del maggio 2018. Poi, la boria e la pittoresca inettitudine di Salvini contribuirono a dare il colpo di grazia a quell’esperienza, ma il flop sostanziale c’era già stato. Alla prova dei fatti né Lega né Cinque Stelle erano stati in grado di reggere lo scontro con l’Unione europea e i suoi accoliti nostrani. Un’incapacità aggravata dalla scelta di non voler ricorrere, neppure quando sarebbe stato facile e vantaggioso, alla mobilitazione popolare. Vista in un’ottica sovranista democratica e costituzionale, il capitolo Lega e Cinque Stelle è da considerarsi ormai chiuso. Dalla base di quei partiti qualcosa verrà, e qualcosa sta già venendo, ma la strada che hanno intrapreso è chiaramente senza ritorno.

D. Il senatore dei Cinque Stelle, Paragone, ha annunciato alcuni mesi fa la creazione del partito Italexit. Come va avanti questo tentativo?

R. La mossa di Paragone, che noi abbiamo salutato positivamente perché fatta esplicitamente in nome dell’Italexit, deriva da due fatti. Il primo è proprio la conseguenza di quanto detto su Lega e M5s. C’è una larga parte della popolazione che è espressamente (lo dicono tutti i sondaggi) per l’Italexit. Ed è una parte che oggi è assolutamente priva di una degna rappresentanza. Il secondo fatto è la crisi, che la gestione del Covid ha aggravato prepotentemente. La mossa è stata dunque azzeccata, ma il processo di costruzione del partito non va avanti spedito come dovrebbe. Come Liberiamo l’Italia sosteniamo questo tentativo proprio perché risponde ad un’esigenza politica che riteniamo centrale da anni. Ma il nostro è un sostegno condizionato ad alcuni elementi. In primo luogo vogliamo un partito coerentemente basato sui tre punti chiave del manifesto presentato da Paragone a luglio: Italexit, lotta per l’uscita dal neoliberismo, attuazione della Costituzione del 1948. In secondo luogo vogliamo un partito di lotta, che agisce a tutti i livelli per arrivare all’uscita dall’UE. Dunque un partito che si presenta alle elezioni, ma non un partito elettoralista. Un partito radicato socialmente e territorialmente, capace di organizzare e rappresentare il popolo lavoratore, non un partito leggero. Siamo per un partito con un leader ben identificato, ma che non sia l’ennesimo partito personale. Vogliamo infine un partito che sappia dialogare sul serio, per aggregare il più possibile le varie componenti dell’arcipelago del sovranismo costituzionale. Su tutti questi punti, come su altri, la discussione è aperta.




VIOLENZA AL SERVIZIO DI CHI? di Sandokan

Lo sceriffo De Luca, davanti alla protesta popolare, ha dovuto fare, suo malgrado, marcia indietro. Non ha adottato le radicali misure di confinamento minacciate. Come si diceva una volta: “la lotta paga”.

Ma non è di questo che voglio parlare.

«In 400 per gettare nel caos il Centro di Roma, nella speranza di emulare quanto avvenuto a Napoli il giorno prima. Si è risolto nel peggiore dei modi il presidio di Piazza del Popolo a Roma (non autorizzato) voluto da Forza Nuova contro le restrizioni anti Covid. Il leader Giuliano Castellino, prima dell’avvio della manifestazione, aveva promesso un presidio tranquillo, con una semplice disobbedienza civile: in giro anche dopo mezzanotte. Ma a tre minuti da mezzanotte dai partecipanti sono partiti dei razzi, forse il segnale per lanciare la carica, e poi sono state lanciate bombe carta contro la polizia».

Così IL MESSAGGERO racconta l’ultima mossa dei clerico-fascisti. E’ di tutta evidenza che quello di contestare le ultime misure di confinamento del governo era solo un pretesto per cercare lo scontro con le forze dell’ordine. Scontro che puntualmente è avvenuto.

Dobbiamo chiederci: qual è la ratio di questa condotta?

Non c’è dubbio che esistono frange di emarginazione giovanile metropolitana (spesso vicine alla microcriminalità) che usano la violenza per sfogare la loro rabbia repressa. Questa violenza si manifesta spesso negli stadi, ed i gruppi ultrà ne sono il veicolo. Che in alcune curve i caporioni siano neofascisti non è un mistero. Alcuni, ad esempio a Roma e a Napoli, sono a loro volta infiltrati da caporioni vicini a Forza Nuova o suoi militanti. In questi ambienti vanno per la maggiore il mito dell’azione sovversiva ed eclatante. Ogni occasione è buona per cercare lo scontro con le odiate “guardie”.

Tra gli altri gruppi, Forza Nuova è quello che più volte ha cercato di utilizzare politicamente come truppe cammellate, queste frange giovanili. Così ci spieghiamo la sceneggiata svoltasi ieri sera a Roma, come pure le sconsiderate gesta in coda alla manifestazione popolare di Napoli dell’altro ieri sera. Si tratta di vere e proprie provocazioni politiche, di azioni che danneggiano in maniera letale la vera e nascente opposizione popolare, tanto più di questi tempi di Covid dove il potere, fatto un colossale lavaggio del cervello, punta sulla paura per impedire che i cittadini prendano consapevolezza e alzino la testa. Queste infiltrazioni vanno condannate, senza se e senza ma.

Forza Nuova agisce a comando? C’è dietro al gruppo (che più soffre una grave crisi e più cerca di uscirne con azioni contundenti) un’intelligenza esterna? Non lo sappiamo e non lo escludiamo. Resta il risultato oggettivo di certa condotta: essa reca danni grandissimi alla nascente mobilitazione popolare. Se assumiamo che il potere ha tutto l’interesse a trattenere i cittadini dal protestare, a mantenerli soggiogati nello spavento, non c’è alcun dubbio che certi comportamenti sono funzionali al potere ed ai suoi disegni.

Bene hanno fatto i promotori della Marcia della Liberazione a tenere fuori questi loschi figuri dalla grande e pacifica manifestazione del 10 ottobre. E bene hanno fatto i pur infuriati esercenti napoletani a emarginarli dalla loro manifestazione del 23 ottobre. Cosa che i media di regime si sono ben guardati di dire.




È IL MOMENTO DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE di Moreno Pasquinelli

CON LA DEMOCRAZIA MUORE ANCHE IL LIBERALISMO

Ci sono gli stolti che non vedono il passaggio di regime. Poi ci sono quelli che non vogliono ammetterlo. I primi in buona fede, gli altri in mala, entrambi sono complici della stretta autoritaria, sociale e istituzionale, decisa dai governi d’Occidente (quasi tutti) col pretesto della pandemia. Chi pensa che si tratti solo di una parentesi, che tutto tornerà come prima, si sbaglia.

Negli anni ’70 si adottarono le “leggi speciali” dicendo che erano temporanee, invece sono ancora in vigore. Dopo l’11 settembre, a motivo della minaccia del terrorismo islamista, l’Esercito venne gettato nelle strade delle grandi metropoli. Doveva essere una misura momentanea, ma i soldati sono ancora per le strade.

Davanti alla pandemia è avvenuto un salto ulteriore: il potere ha decretato uno Stato d’eccezione camuffato da Stato d’emergenza sanitaria che oltre a causare una drammatica crisi economica e sociale, calpesta in modo clamoroso i più elementari diritti democratici e fa strame della Costituzione. Cieco chi non vede che le tre cose vanno assieme e si sostengono  l’una con l’altra. Con lo Stato d’eccezione il potere, a nome e per conto delle classi dominanti, si sta dotando degli strumenti istituzionali per blindarsi e prevenire l’inevitabile sollevazione popolare.

Che fossimo in un contesto post-democratico lo sapevamo. La “Seconda Repubblica” già nacque con lo stigma del regime oligarchico. Ora si sta andando oltre, il regime, come un serpente, si sta sbarazzando della stessa pelle liberale con la quale si camuffava.

Si sente spesso nel mondo sovranista (statalista per natura) lanciare fuoco e fiamme contro il liberalismo, spesso confondendolo con quello che noi italiani chiamiamo liberismo. Come scrisse Benedetto Croce, è un errore. Questa comprensibile idiosincrasia è pericolosa non solo perché impedisce di vedere cosa sta davvero accadendo, anche perché così ci si priva di un’arma ideologica e politica per contrastare e combattere il potere. Mostrare che esso, davanti alla pandemia, straccia la tradizione liberale, è doveroso se si vuole davvero metterlo con le spalle al muro ed anche farsi capire dai cittadini che hanno accettato lo scambio mortale tra sicurezza e libertà.

Ferma la critica ai paradigmi individualistici e privatistici del pensiero liberale, resta che esso, a partire da John Locke, di contro alle teorie assolutiste, considerava Stato politico ottimale quello che governava in base ai principi della legalità e dello Stato di diritto. Proviamo ad elencarli: il sovrano non è legibus solutus, ma deve anch’esso sottostare alle leggi che la comunità politica si è data; chi governa deve farlo con leggi certe e non per mezzo di decreti estemporanei o ad personam; il Parlamento non può trasferire ad altri il potere di legiferare (tantomeno può consegnarlo ad un dictator); le tasse per finanziare lo Stato debbono godere del consenso della maggioranza dei cittadini.

E’ evidente che il governo Conte sta andando in tutt’altra direzione. Se ben osserviamo cosa esso sta facendo col pretesto di combattere la pandemia e se consideriamo corretto quel che ebbe a sostenere Norberto Bobbio — “Garanzia dei diritti e controllo dei poteri sono i due tratti caratteristici dello Stato liberale” —, diventa difficile negare che il governo Conte non calpesta solo la democrazia costituzionale, ma gli stessi basilari principi del liberalismo politico. E’ la “Terza Repubblica” che sta nascendo, che occorre impedire nasca.

E se in questa battaglia ci troveremo assieme ai pochi liberali superstiti, se fosse necessario allearsi momentaneamente con loro, lo si dovrà fare senza esitazione, malgrado molti di loro siano anche liberisti. Questo impone la lotta, oggi solo di resistenza, contro il comune nemico, il potere neo-assolutista.

Non dovremmo quindi vergognarci di appellarci a Locke che sosteneva il “diritto di resistenza” ove il potere tentasse di rendere il popolo schiavo. Principio conforme a quello del legittimo tirannicidio di Tommaso D’Aquino.

E’ il momento di una intelligente ma determinata disobbedienza civile, poiché chi non disobbedisce merita solo di essere trattato da schiavo.




DEDICATO ALL’AMICO ANTONIO MARIA RINALDI di Moreno Pasquinelli

Sembra una legge inesorabile del teatrino politico italiano, quella per cui, una volta che ci sei entrato, per poterci restare, accetti di vendere l’anima al diavolo.
Ci si dirà che non c’è da stupirsi, in fondo siamo nell’Italia del “trasformismo”. Forse è così, o forse è qualcosa di peggio. Forse si tratta, dopo decenni di putrefazione politica e morale del Paese e di nichilismo morale, di qualcosa di peggiore e di più profondo. Per dirla con Erich Fromm:

«Nella nostra società l’individuo, se ancora possiamo chiamarlo tale, fa dipendere il proprio valore unicamente dal suo essere più o meno commerciabile, dal fatto che quello che ha da offrire sia più o meno richiesto. La percezione che ha di sé, la fiducia che ripone in se stesso, non sono più determinate dall’apprezzamento delle sue reali e concrete qualità, della sua intelligenza, della sua onestà, della sua integrità, del suo senso dell’umorismo, di tutto quello che costituisce la sua identità; la percezione che ha del proprio valore e il senso di sicurezza dipendono piuttosto dalla sua capacità di vendersi».

Voglio augurarmi che questo non sia il caso dell’amico Antonio Maria Rinaldi. Voglio sperare che non si sia smarrito anch’egli in quel postribolo che è il Palazzo della Politica. Lo fa pensare, ahimé, l’intervista che il nostro ha rilascitao a La Verità di ieri, 5 ottobre.

In un’intervista che più “sdraiata” non si può, il Daniele Capezzone (che in fatto di salti della quaglia è campione olimpico) gli pone alcune domande il cui scopo è smentire che nella Lega ci siano sì voci dissononanti sulla questione dell’euro, ma tutto sommato c’è una sostanziale assonanza di fondo. Anzi autentica concordia tra la “Santissima Trinità” (Bagnai, Borghi e Rinaldi appunto) e Giorgetti e la potente ala euro-padana capeggiata da Giorgetti. Il nostro conferma affermando che si tratta “di una contrapposizione creata dai media”. Ovviamente non è vero che anzi, d’amore e d’accordo, non vanno nemmeno il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Tuttavia Rinaldi sciorina concetti pesanti e per la prima volta, a conferma di chi sia davvero a dettare la linea in Lega, afferma:

«Ma guardi che noi non siamo contro l’Europa: siamo contro ad alcune (ALCUNE!) regole di questa (QUESTA!) Ue. Per molti versi, i veri europeisti siamo noi: l’Ue rischia (RISCHIA!) se va avanti con questo tipo di governance».

Né più e né meno che un dietrofront, per dirla tutta un’abiura delle idee e delle posizioni che il nostro ha perorato per anni e su cui ha costruito la sua credibilità politica e il suo, debbo dire, meritato successo politico. Che differenza c’è da questo voltafaccia e quello compiuto dai grillini? Nessuna.

Come se non bastasse, alla domanda se sia vero che il gruppo leghista all’EuroParlamento potrebbe aderire al PPE (come desidererebbe l’ala euro-padana di Giorgetti), Rinaldi sbrodola e nel giustificare il suo niet risponde:

«Oggi la Merkel, anche per tenere in piedi la sua coalizione coi socialdemocratici, sta sterzando a sinistra anche in Ue. (…) Non vedo spazi in questo Ppe che guarda a sinistra».

Confesso che mi sono cascate le braccia. Capite? Non è che non si va nel PPE perché è l’asse portante delle politiche euro-liberiste, perché è un’associazione a delinquere che ha distrutto la Grecia, perché rappresenta gli interessi di chi vorrebbe colonizzare il Paese, perché rappresenta il braccio politico del predominio imperialistico tedesco. No, non ci si va perché… “guarda a sinistra” (sic!).

Il nostro poi non smentisce, bensì conferma, che in seno alla Lega il passaggio è davvero all’ordine del giorno.

E come stupirsi? Stiamo parlando della Lega e di niente altro. La stessa Lega che nell’ottobre del 1992 votò Sì al Trattato di Maastricht (Salvini compreso e la Meloni pure). Non fu un errore di percorso, visto che sempre la Lega, alleata di Berlusconi, votò tutte le porcherie europeiste successive. [1]
Le origini, le radici, contano. Alla fine, se queste non vengono sradicate, la pianta che vien fuori è data, è neoliberista.

«La Lombardia e il Nord se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta». Matteo Salvini

NOTE

[1] (1) L’euro entra in circolazione il 1 gennaio 2002, col pieno assenso della Lega Nord che faceva parte del governo Berlusconi.
(2)  Il 1 febbraio 2003, con l’assenso del governo italiano (di cui fa parte la Lega Nord) entra in vigore il Trattato di Nizza (Costituzione europea). Il Trattato viene firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Stiamo parlando della “Costtiuzione” che verrà bocciata dai francesi e olandesi con referendum nel maggio e giugno 2005.
(3) Nel 2003, con il pieno consenso in seno al Consiglio europeo del governo Forza Italia-Lega-An, sono sottoscritti i Trattati di adesione alla Ue di Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia.
(4) Il 1 maggio 2004, col pieno consenso del governo Forza Italia-Lega-An in seno al Consiglio europeo,  entrano nella Ue: Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia. XVI Legislatura Governo Berlusconi IV (dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011)
(5) Il 19 giugno 2008 il Consiglio europeo (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) accetta la Slovacchia nell’euro-zona.
(6) Il 1 dicembre 2009 (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) entra in vigore il Tratto di Lisbona. Il 23 luglio 2008 il Senato approva il Trattato di Lisbona all’unanimità con 286 sì. Il 31 luglio 2008 la Camera approva all’unanimità il Trattato di Lisbona con 551 sì.
(7) Il 3 dicembre 2008 il Parlamento approva,  su proposta del governo Pdl-lega Nord, il ddl Salva Banche contenente i cosiddetti Tremonti bond.
(8) Il 17 giugno 2010 il Consiglio europeo (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) accetta l’ingresso dell’Estonia nell’euro-zona.
(9) Il 18 novembre 2009 il Parlamwento approva definitivamente il decreto Ronchi presentato dal governo Berlusconi-Lega sul pieno adempimento degli obblighi comunitari.
(10) Il 8 settembre 2011 il Consiglio dei Ministri (voto favorevole della Lega Nord), dopo la famigerata “Lettara della Bce” vara la proposta di legge Costituzionale sull’introduzione del principio del pareggio del bilancio nella Costituzione.
(11) Il 26 ottobre 2011, causa “crisi dello spread” e i conseguenti diktat dell’Unione Europea, il presidente del Consiglio Berlusconi, col consenso della Lega Nord, invia una lettera con la promessa di adottare le misure austeritarie di macelleria sociale, quelle che saranno poi adottate dal successivo governo Monti.
(12) Il 3 e il 4 novembre 2011 dopo che Berlusconi partecipa a Cannes al summit del G20, il governo Pdl-Lega accetta che una delegazione del Fondo Monetario Internazionale “monitori i progressi sulle riforme economiche e gli effetti di queste sui conti pubblici”, ovvero il definitivo commissariamento.
(13) Poco prima di dimettersi, il Presidente del Consiglio Berlusconi, 12 novembre 2011, fa approvare dalla Camera dei deputati i disegni di legge, già approvati dal Senato (consenso della Lega in entrambi le aule), contenenti le disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012), il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 ed il bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014. Tutto ciò che poi Monti metterà in pratica.