QUALE PARTITO CI SERVE? di Moreno Pasquinelli

I compagni di Nuova Direzione hanno deciso di non prendere parte (che in concreto significa mettersi di traverso) al costituendo “Partito dell’Italexit con Paragone”.

Lo hanno ufficialmente dichiarato con un comunicato il 13 giugno scorso dal titolo perentorio: “Nuova Direzione non partecipa al progetto del Senatore Gianluigi Paragone“.

Correndo deliberatamente il rischio di semplificare, provo a dire quale sia il succo del discorso:

“Il partito di Paragone si pone obbiettivi pienamente condivisibili — l’uscita dalla Ue, la riconquista della sovranità nazionale e democratica, il rifiuto del neoliberismo, l’applicazione del modello sociale della Costituzione del ‘48 —, tuttavia non ne faremo parte poiché non ha scritto in fronte che vuole il socialismo, ergo non sarà un partito di classe (del lavoro salariato) anticapitalista”.

Siamo davanti ad un ragionamento sillogistico seppur a termini rovesciati: poste due premesse negative, la conclusione obbligata è anch’essa ovviamente negativa.

Dal punto di vista logico il discorso non farebbe (come vedete uso il condizionale) una piega.

Da quello politico esso è palesemente fallace.

E’ vero, il partito Italexit con Paragone, non è né anticapitalista né socialista.

Che razza di partito sarà dunque mai, ammesso che riesca a prendere piede? Per quanto concerne la sua natura (qui Aristotele ha ragione) essa si ricava dai due fini che esso si pone, che sono l’uscita dalla Unione europea e farla finita con il neoliberismo.

Agli occhi dei compagni di Nuova Direzione questi due fini risultano, evidentemente, troppo modesti.

“Mica si può far parte un mero partito di scopo!?”.

Premesso che ogni partito si definisce dalla missione che si pone (dal suo scopo) — pure quelli comunisti di una volta, erano di “scopo” (la rivoluzione socialista); erano talmente “di scopo” che Lenin stesso, sulla scia di Marx, immaginava la loro autodissoluzione a socialismo realizzato —, si tratta di stabire se questi due scopi (uscita dall’Unione europea e rottura con il neoliberismo) siano davvero “modesti”.

Utilizzando il linguaggio del realismo politico, il modo giusto di porre la questione secondo noi è, infatti, il seguente: il raggiungimento dei due scopi, oltre ad evitare al Paese un tracollo storico, rappresenterebbe o no una inversione di tendenza? Aprirebbe o no un ciclo virtuoso dal punto di vista della stessa lotta emancipatrice del popolo lavoratore?

Chi ha i piedi per terra sa qual è la risposta: un rotondo sì. Due ragioni che spiegano perché noi faremo parte del partito Italexit con Paragone e perché sarebbe enormemente sbagliato mettersi di traverso. Ove il farne parte non è frutto di una decisione estemporanea, bensì risultato di un’analisi e di una intuzione  su cui avevamo scommesso in tempi non sospetti — IL PARTITO DELL’ITALEXIT.

Noi siamo di quest’avviso: meglio un partito, per quanto imperfetto esso sia, che non avere nessun partito.

Meglio provare a dare vita ad un campo politico di massa che per sua natura si pone come antagonista a quelli sistemici, piuttosto che lasciare le cose come stanno, con le minoranze rivoluzionarie confinate nel vicolo cieco dell’impotenza, destinate ad un’attività di mera testimonianza culturale.

A noi risulta inaccettabile scegliere un confino volontario mentre la gravissima crisi sociale produrrà fratturazioni e conflitti inediti, la cui posta è il destino del Paese. In una guerra che necessariamente ci riguarda, si è tenuti a scegliere un posto di combattimento, per quanto rischioso esso sia, non invece restare alla finestra, in attesa di “tempi migliori”. Le posizioni attendiste e benaltriste per loro natura condannano all’impotenza e all’irrilevanza.

Difficile non vedere che il differente approccio alla questione del partito Italexit con Paragone implica un differente giudizio sul contesto storico reale. Evidentemente i compagni di Nuova Direzione non ritengono che siamo dentro un marasma drammatico, evidentemente non pensano che l’Italia attraversa una crisi esistenziale come stato nazionale. Evidentemente non vedono nemmeno i rischi che le classi dominanti pur di restare in sella sono pronte, ove non riuscisse il tentativo di mettere il Paese sotto tutela esterna, a promuovere una svolta reazionaria e brutalmente autoritaria.

E’ difficile sfuggire alla sensazione per cui il giudizio liquidatorio di Nuova Direzione, ove non si tratti di un vero e proprio operaismo di ritorno, si spieghi con una mesta commalgia — mi si perdoni questo orribile neologismo — ove il composto sta per una nostalgia del comunismo. Apprezzabile sentimento, ma da tempo politicamente sterile. Nessuno ci toglie dalla testa che sia il segnale di un rifugiarsi in una turris eburnea, in una trincea immaginaria che per sua natura non proteggerà chi ci si ficca.

Che Nuova Direzione abbia scelto la via di tirarsi fuori dalla mischia, ci pare confermato da quanto scrive uno dei suoi più importanti esponenti, Andrea Zhok. Parliamo dell’articolo “Perché l’Italia non ha un partito antiliberista”.

Un buffo articolo, davvero. Eravamo rimasti all’idea che fosse lecito sostenere un partito solo a condizione che esso fosse socialista, che cioè non fosse una “accozzaglia populista”. Date le critiche di “astrattezza politica” ricevute, Zhok prova a spostare maldestramente il piano del discorso, ovvero il pendolo vien fatto oscillare al lato opposto. Dal surrealismo precipitiamo ad un realismo sorprendentemente rozzo e ingenuo.

Il ragionamento fa acqua da tutte le parti. Siccome non ci sono i quattrini, un partito antiliberista non potrà nascere, nemmeno ove scendesse in campo (ogni riferimento a fatti e persone non è casuale) un “faccione populista televisivamente noto”. Se la logica ha un senso, si dovrebbe dedurre che ove invece i soldi ci fossero un “partito neoliberista” sarebbe un’opzione potabile. Ma siccome “senza soldi non si canta messa”, questa non ci sarà. Così, mentre un partito antiliberista con potenzialità di successo sta nascendo, non solo si pontifica che esso non sorgerà, si fanno gli scongiuri affinché non sorga.

Alla fine della fiera Zhok cambia l’odine dei fattori, ma il prodotto resta lo stesso: Nuova Direzione va per fatti suoi. In quale direzione per la precisione? Il nostro la descrive in questo modo: “non essendoci scorciatoie”, non resta che agire “sul lungo o lunghissimo periodo” con pratiche “di resistenza simbolica e di promozione intellettuale… consone ad un’associazione culturale”. Salvo l’assenza dell’ossessione elettoralista, è lampante come il discorso rassomigli come una goccia d’acqua a quello del Fronte sovranista italiano.

C’è un modo infallibile per evitare che un errore abbia irreparabili conseguenze, riconoscerlo per tempo e raddrizzare la rotta. Il partito dell’Italexit non sorge per un capriccio, né per la smania di protagonismo di questo o quello.

Ce lo sta consegnando la storia, ovvero una crisi economica, sociale e politica che non ha precedenti. Conviene  che il parto si concluda con successo. Che se il nascituro muore, avremo perso tutti quanti.

Precedenti articoli riguardo a Nuova Direzione:

NUOVA DIREZIONE (PRIMA PARTE)
NUOVA DIREZIONE (SECONDA PARTE)




INTERVISTA A LEONARDO MAZZEI di infosannio.com

(Marco Giannini) – Buongiorno Leonardo in questa intervista vorrei che spaziasse e non si limitasse allo “stretto necessario”.Sa, quando ascolto i TG ed i Talk Show ripenso alle parole del Nobel economico Stiglitz che, nel saggio “Freefall”, sosteneva che i poteri forti neoliberisti avrebbero fallito, qualora avessero cercato di combinare in Europa ciò che avevano provocato nel sud est asiatico, alla fine degli anni ’90. Io invece trovo che i media siano prodigiosi nel non fare accorgere, ai cittadini dei paesi che in UE soccombono (L’Italia), di essere sfruttati da quelli che della UE approfittano (Germania). A questo scopo hanno inventato il termine imbecille di “sovranisti”.

1) Mi scusi la premessa Leonardo, ci parli di Liberiamo l’Italia: che ruolo ha lei all’interno di questa forza politica, quando nasce, quali sono i suoi scopi e la sua collocazione ideologica.

Liberiamo l’Italia (Lit) è un movimento nato con la manifestazione del 12 ottobre 2019, il primo corteo nazionale per l’Italexit. Visto il successo dell’iniziativa, i suoi promotori decisero di avviare il processo costitutivo di un soggetto politico che ne portasse avanti i contenuti. Uscire dall’Unione Europea e dal neoliberismo, riconquistare la sovranità nazionale, applicare la Costituzione del 1948 dando a tutti lavoro e dignità: questi gli obiettivi su cui siamo nati, la cui attualità è perfino superfluo ricordare. Lit ha un coordinamento nazionale di cui faccio parte.

2) Liberiamo l’Italia può trovare un percorso comune con altri soggetti, penso alla neonascente “Italexit” di Gianluigi Paragone e/o a “Vox” di Fusaro?

Fin dalle sue origini, Lit ha teso a costruire un percorso unitario con tutti i soggetti che, in vario modo, si collocano nell’area che si batte per la sovranità e contro il liberismo, contro l’Ue e per l’affermazione dei principi costituzionali. La Marcia della liberazione del prossimo 10 ottobre sarà un buon passo avanti nella giusta direzione. Tutti i soggetti ai quali si riferisce, più altri ancora, saranno in piazza insieme quel giorno. Ed il lavoro unitario è già in corso da settimane nel comitato organizzatore. Ma la piazza non basta, occorre anche un soggetto politico organizzato. Da qui il rapporto stretto che stiamo costruendo con il Partito dell’Italexit lanciato da Gianluigi Paragone. Tra il manifesto di Lit e quello di Paragone la convergenza è pressoché totale. Un grande passo avanti per tutti quelli che credono davvero nella possibilità di liberare il nostro Paese.

3) Andiamo al recente. Il Recovery Fund: è stato davvero un successo o, come amo affermare io, “il futuro dei nostri figli e nipoti è stato pignorato per 30 anni“?

Il Recovery Fund, come tutto il “pacchetto” europeo nel suo insieme (Mes, Sure, Bei) è una truffa. L’oligarchia eurista ha fatto come con la Costituzione europea 15 anni fa. Siccome i referendum in Francia ed Olanda la respinsero, si trasferirono quei contenuti nel successivo Trattato di Lisbona, che in quanto tale aggirava la possibilità dei referendum nazionali. Adesso hanno fatto la stessa cosa: poiché dopo la Grecia nessuno vuole il Mes (neppure Cipro!), si sono inventati il Recovery Fund, che in buona sostanza è un super-Mes mascherato da buone intenzioni. Col Recovery Fund non arriveranno “soldi gratis”, come la propaganda vorrebbe far credere, ma piuttosto prestiti da restituire con gli interessi. E quelle che vengono pomposamente chiamate “sovvenzioni”, sono in realtà trasferimenti all’interno di una complessa partita di giro, alla fine della quale resteranno solo pochi spiccioli. Ma la cosa ancor più grave è che, in buona sostanza, quelle stesse “condizionalità” del Mes che molti dicono di voler respingere, ce le ritroveremo pari pari nelle regole del Recovery Fund. Per l’Italia questo significherà nuova austerità, nuovi tagli alla spesa pubblica, un nuovo attacco alle pensioni.

4) Perché in UE non si è fatto come in USA e Inghilterra dove la Banca Centrale, per far fronte al Covid-19, ha stampato moneta sostenendo famiglie e imprese per l’equivalente di 15000 euro? La scelta degli alti prelati di Bruxelles rientra in un ben determinato paradigma già visto o sbaglio?

Sì, è così. Tutti sanno che davanti alla drammaticità di questa crisi sarebbe stato necessario monetizzare, dunque sterilizzare, il debito. Ma l’UE non poteva farlo, sia per il suo impianto geneticamente ordoliberista, sia per l’assurdità (non a caso un unicum a livello mondiale) di una moneta unica per 19 Stati. Stati che, lo abbiamo visto al recente Consiglio europeo, vanno ormai in ordine sparso. Ognun per sé, sempre più divisi negli interessi e negli obiettivi, incerottati alla bell’e meglio solo dalla necessità di non smentire quella sorta di credo eurista da cui traggono potere e legittimità le varie èlite nazionali.

5) Come saprà il tessuto produttivo del nord è molto intrecciato in un interscambio con la Germania: uscendo dall’Euro non teme contraccolpi da questo punto di vista?

Nessuno di noi ha mai pensato a percorsi indolori. Uscire non sarà una passeggiata, ma restare nella gabbia dell’euro sarebbe molto peggio. Il raffronto non va fatto tra i problemi dell’uscita ed una tranquilla permanenza. Stando dentro, infatti, non vi sarà tranquillità alcuna. La dimostrazione è nella storia degli ultimi 12 anni, ma i prossimi saranno peggio. Il tessuto produttivo del nord non ha nulla da temere dall’uscita, anzi il ritorno alla sovranità ci consentirà di sviluppare una politica industriale degna di questo nome. Già prima del Covid 19 avevamo perso il 25% della produzione e della capacità produttiva dell’industria italiana. Tutto ciò è avvenuto stando nell’euro, non sarà difficile fare meglio uscendo! Quando gli industriali professano la loro fede eurista, lo fanno non in nome del sistema produttivo nazionale, ma dei loro immediati interessi. Come noto, il vincolo esterno è la chiave con la quale si abbassano i salari e si tolgono i diritti. Ai padroni del vapore non può fare che piacere, ma in questo modo l’industria italiana langue. In quanto all’interscambio con la Germania non vedo problemi. Che forse dopo l’uscita i tedeschi smetteranno di commerciare? Non credo proprio, mica gli dichiareremo guerra! Ad ogni modo, ove lo facessero, ricordiamoci che la Germania è un paese di 82 milioni di abitanti in un mondo che ne conta 7 miliardi e 700 milioni…

6) Non crede che una uscita dall’euro possa essere realizzata solo in modo concordato (anche pagando un prezzo iniziale) onde evitare che gli ex partner ci riservino una guerra commerciale?

Un’uscita concordata sarebbe la cosa migliore. Sicuramente la più saggia, ma non dipenderà solo da noi. Questa possibilità andrà offerta alla nostra controparte, ma sempre con la determinazione ad uscire. Diciamo che bisognerà avere un piano A (uscita concordata) ed un piano B (uscita unilaterale). La determinazione è l’aspetto decisivo, lo si è visto anche con la Brexit. Avere un piano B, ed essere pronti ad usarlo, rafforzerà il piano A, ma nessuno può prevedere oggi a tavolino come andranno le cose al momento della verità. In gioco saranno infatti innumerevoli fattori di tipo politico e geopolitico, ancor prima che economico. Ad ogni modo ritengo che la minaccia di una guerra commerciale sia sostanzialmente una tigre di carta. Ipotesi sempre da considerare, certo, ma non la più probabile.

7) Domani è venerdi sera ed a banche chiuse decidiamo di uscire dall’euro… per farlo serve un Decreto che ci consenta di tornare in possesso di una Banca Centrale. Serve però la firma del Presidente della Repubblica ma egli si rifiuta anche la seconda volta e la stessa cosa la fanno i Presidenti delle Camera. Come si fa?Crede davvero che i cittadini saprebbero distinguere la non firma come un golpe?

Beh, nonostante tutto la nostra è pur sempre una Repubblica parlamentare. Non dimentichiamoci che i poteri assunti nell’ultimo decennio dal Quirinale sono anche il frutto di un Parlamento e di forze politiche deboli. E’ chiaro che bisogna ricostruire la centralità del Parlamento. Ma per farlo occorrono forze politiche adeguate, radicate nella società, dotate di una classe dirigente degna di questo nome. Si torna qui al tema del Partito dell’Italexit, un partito che non solo dovrà essere capace di rappresentare al meglio gli interessi popolari, ma che dovrà suscitare ed organizzare la mobilitazione di massa per conseguire i suoi obiettivi. Se si andrà su questa strada si potrà resistere anche al possibile golpismo quirinalizio. A tal proposito vorrei ricordare quanto avvenuto il 28 maggio 2018. Quel giorno Mattarella bocciò la nomina a ministro dell’Economia di Paolo Savona. Il Movimento 5 Stelle chiese – ma solo per qualche ora! – l’impeachment, la Lega del coraggioso Salvini si eclissò. Cosa sarebbe avvenuto se questi due partiti avessero invece mobilitato la piazza? Oggi sappiamo con certezza che né Di Maio né il “capitone” lo avrebbero mai fatto, ma la domanda rimane ed io penso che la maggioranza dei cittadini sarebbe stata dalla parte giusta.

8) In uno scenario come quello descritto nella domanda precedente non teme che dal lunedì seguente lo spread ci porti al default? Inoltre come la mettiamo con il circolante nella nuova moneta che non è stato ancora creato?

Calma. I detentori dei titoli italiani (incluso quelli esteri) non hanno certo interesse al default, anzi! Naturalmente vi sarebbero tensioni legate al nuovo cambio, ma quel che va considerato è che lo spread riguarda solo il mercato secondario. Dunque, di per sé una breve fiammata dello spread non influenzerebbe minimamente il costo del debito pubblico, specie se lo Stato si sarà preparato all’evento. D’altro canto lo spread sale finché non si arriva all’uscita, dopo di che – con la nuova Banca centrale – non esisterà più spread alcuno. Ovviamente la nuova moneta andrà preparata, e per un certo periodo è possibile immaginare un regime di doppia circolazione interna. Ma sono questioni tecniche, che da un lato sono troppo complesse per essere sviluppate in un’intervista, dall’altro andranno viste in relazione alla concreta situazione del momento. Come ho già detto, noi non neghiamo affatto le criticità dell’uscita, ma affermiamo che si tratta comunque di difficoltà affrontabili. In caso contrario dovremmo concludere che l’euro rappresenti la fine della storia: una cosa assurda, ma soprattutto ridicola.

9) Benissimo. Ci parli dei vantaggi di un ritorno alla Lira? 

I vantaggi sono noti: possibilità di agire sul cambio e sui tassi, possibilità di monetizzare il debito, dunque di tenere gli interessi al livello desiderato. Si tratta di strumenti indispensabili per mettere in campo una politica economica che ci porti fuori dalla crisi e dall’austerità, che combatta sul serio la disoccupazione e la precarietà. Ma non è solo all’economia che dobbiamo guardare. In gioco c’è la riconquista della sovranità politica, dunque della democrazia. Solo così i cittadini potranno tornare a contare, solo così si potrà selezionare una classe politica non servile, non asservita ai soliti potentati economici.

10) Come ci potremmo dotare di una nuova e necessaria politica industriale?

Per prima cosa l’industria italiana dovrà tendere a coprire tutte le principali esigenze del Paese. Sembrerebbe una banalità, ma in tempi di globalizzazione non lo è affatto. A febbraio abbiamo scoperto di dipendere dalla Cina per le mascherine! In secondo luogo va rafforzata la presenza dello Stato nell’economia ed i settori strategici (energia, trasporti, telecomunicazioni, acqua) vanno nazionalizzati. Oggi, con il “Decreto Rilancio”, lo Stato può entrare nel capitale delle aziende, ma solo temporaneamente e solo per salvarle, per poi riprivatizzarle subito dopo. E’ una follia, che significa la pubblicizzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti. Noi siamo invece perché questo ingresso nelle aziende metta nelle mani pubbliche la possibilità di indirizzare le scelte strategiche sul come e cosa produrre nell’interesse generale della collettività.

11) Ci parli un po’ del debito pubblico interno, cosa è? Le persone credono che sia qualcosa di dannoso e che esista “per colpa della corruzione anni ’80” un fenomeno esecrabile ma da questo punto di vista enfatizzato a sproposito…

Purché non sia di dimensioni patologiche, il debito pubblico interno non solo non è un problema, ma disponendo della piena sovranità monetaria può essere addirittura una leva importante dello sviluppo economico. Nel caso specifico dell’Italia la cosa è ancora più vera, visto il livello elevato della ricchezza finanziaria (oltre 4mila miliardi di euro) del Paese. Se si utilizza questa ricchezza per finanziare, con l’emissione di Btp, i necessari aumenti di spesa nella sanità e nella scuola, se la si utilizza per rilanciare gli investimenti, il debito pubblico può rivelarsi addirittura uno strumento prezioso. Il problema è che oggi lo Stato né investe, né spende per migliorare la spesa sociale. Ma questo non dipende dal debito, ma dalle regole draconiane cui siamo sottoposti nella gabbia europea. Una ragione in più per uscirne. La corruzione è ovviamente un fatto da combattere con ogni mezzo, ma le ragioni principali dell’aumento del debito sono ben altre.

12) Ci parli allora del debito estero, come si è formato e soprattutto da quando si è impennato?

A differenza di quello interno, il debito estero è invece un problema. E questo ci dice quanto sia pericolosa per l’Italia la strada del Recovery Fund, del Mes e del Sure. Tutti questi strumenti messi a punto dall’oligarchia eurista sono infatti basati sui prestiti. Prestiti da restituire all’Unione Europea, dunque debito estero. Storicamente, il debito italiano – quello estero in particolare – si è impennato fondamentalmente per due cause. In primo luogo il famoso “divorzio” tra Tesoro e Bankitalia, che mise il debito italiano nelle mani della speculazione finanziaria internazionale. Un atto irresponsabile, un vero tradimento degli interessi nazionali in nome dell’arrembante ideologia neoliberista, compiuto alla chetichella da Ciampi ed Andreatta nel 1981. La seconda causa dell’impennata del debito risiede nell’inscindibile coppia euro/austerità. L’austerità ha prodotto infatti quella crisi infinita che già vivevamo prima del Covid 19. Dall’ingresso nell’euro l’Italia ha perso il 25% del Pil potenziale che avrebbe potuto raggiungere restando alla Lira. Un dato enorme, perché se quel 25% non fosse venuto a mancare ben diversa sarebbe oggi la situazione del Paese.

13) Secondo lei (sa che io sono ancora legato emotivamente al M5s) perché il MoVimento è diventato come è adesso? Perché, ad esempio per quanto riguarda la domanda numero 11, i 5s non raccontano le cose come stanno e la buttano sempre sul discorso “corruzione” (complice anche il lavoro sporco di media come il FQ)?

Le ragioni della deriva dei Cinque Stelle sono tante. Ma forse quella principale è che il partito leggero, quello che “vive” nella Rete volutamente privo di una visione della società, non poteva produrre un vero gruppo dirigente. La ridicola teoria dell’«uno vale uno» ha fatto il resto. Alla fine M5S si è dimostrato il più grande concentrato di alcuni storici vizi nazionali: il trasformismo e l’attaccamento alla poltrona. Porsi semplicemente come “anti-Casta”, disinteressandosi delle ragioni strutturali che la Casta hanno prodotto, ha trasformato i pentastellati (basti pensare agli attuali parlamentari!) in ridicoli quanto inamovibili culi di pietra. Una fine ingloriosa che si commenta da sola. Sulla corruzione ho già detto: è ovviamente un fatto deprecabile e da combattere con ogni mezzo, ma bisogna sapere che il sistema la fa emergere solo quando serve ai propri fini. Fu così con “Mani pulite”, che preparò l’avvento della Seconda Repubblica maggioritaria e turbo-liberista; è così oggi con la narrazione dei Cinque Stelle (ma non solo) che usano questo argomento per nascondere i veri problemi di fondo. E’ un giochino facile facile, visto che la corruzione è diffusa e ben si presta a distogliere l’attenzione dal nodo europeo. Noi siamo favorevoli a misure drastiche contro la corruzione – proprio quelle che il regime non vuol prendere – ma la si smetta di utilizzarla strumentalmente per descrivere l’Italia come un “legno storto” che solo l’UE potrà raddrizzare. Tra l’altro l’Unione è fatta pure di paradisi fiscali per tutti i gusti, come l’Olanda, il Lussemburgo e l’Irlanda.

14) Ci illustri alcune proposte di Liberiamo l’Italia.

Andando necessariamente per titoli, rimando al nostro documento della scorsa primavera intitolato «La vera via d’uscita– Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia». In queste proposte indichiamo la necessità di un grande piano di investimenti pubblici per raggiungere la piena occupazione, la ricostituzione immediata dell’IRI, la moratoria del debito pubblico posseduto dalla grande finanza speculativa, misure di salvaguardia del risparmio dei cittadini, una riduzione generalizzata delle imposte in vista di una profonda riforma fiscale, il controllo del movimento dei capitali, la rinazionalizzazione della Banca d’Italia come premessa per tornare ad una nostra moneta sovrana. Non c’è qui lo spazio per spiegare nel dettaglio ognuna di queste misure, ma credo che l’elenco indichi chiaramente le cose prioritarie da fare assieme all’uscita dalla gabbia dell’Unione Europea.

15) Adesso termino con una domanda alla Marzullo: si faccia una domanda e si risponda da sé.

Se fossi l’intervistatore chiederei: ma davvero pensate di farcela? Non vi sentite un po’ folli? A queste domande, più che legittime, rispondo che ce la faremo. Folle è chi pensa che vada bene così, peggio ancora chi sa che non va bene affatto ma crede di poter “riformare l’Europa”. Se non fosse la manifestazione di una disonestà intellettuale senza limiti, questa sì che sarebbe follia! Naturalmente, farcela non dipenderà solo da noi ed i processi storici sono spesso complicati e contorti. Ma il momento della lotta è questo, e non c’è lotta vincente senza un po’ di quell’ottimismo della volontà che significa determinazione, determinazione ed ancora determinazione.

Fonte: infosannio.com




LA RABBIA CHE MONTA, IL BLOCCO SOCIALE DA COSTRUIRE di Piemme

La notizia del giorno, che infatti campeggia sulla maggior parte dei giornali, sono i dati Istat che segnalano il crollo del Pil e dell’occupazione.

Sono numeri da capogiro: 600mila occupati in meno rispetto al periodo pre-Covid e 700mila “inattivi” in più da febbraio.

Non fosse stato per la cassa integrazione avremmo un crollo ancor più esteso, stante che secondo diversi analisti molti dei cassaintegrati sono già da considerare disoccupati de facto.

Per quanto concerne il Pil, si prevede una discesa senza precedenti, più forte di quel che ci si attendeva, visti i dati che arrivano dalgli Stati Uniti e anzitutto dalla Germania, un –10,1 mentre ci si aspettava circa la metà.

Accanto ai dati Istat sono piombati quelli del focus Censis-Confcooperative: “In Italia ci sono oggi 2milioni e 100mila famiglie sul baratro della povertà”.

La crisi Covid ha tolto alle famiglie che si arrangiavano con lavori irregolari (i cosiddeti “acrobrati della povertà”) ogni possibilià di reddito.

Si legge nel Focus: “Hanno sempre guadagnato il minimo per sbarcare il lunario e oggi hanno visto crollare il loro reddito andando ad ingrossare la sacca della povertà assoluta, con il rischio di una nuova frattura sociale con diffusione di rabbia e odio”.

Nel 2019 erano 4,6 milioni in stato di povertà assoluta in Italia, di cui 1,14 minorenni.

“A causa del lockdown la situazione è drasticamente peggiorata: il 50,8% degli italiani ha subito un improvviso crollo del proprio reddito, con punte del 60% tra i giovani, del 69,4% tra i lavoratori precari, del 78,7% fra imprenditori e professionisti”.

Voglio sottolineare questi dati:

«A causa del lockdown la situazione è drasticamente peggiorata: il 50,8% degli italiani ha subito un improvviso crollo del proprio reddito, con punte del 60% tra i giovani, del 69,4% tra i lavoratori precari, del 78,7% fra imprenditori e professionisti».

Essi ci dicono che il crollo economico concausato dal lockdown, ha letteralmente spaccato il Paese in due.
Il risultato, com’è evidente, non è affatto il “99% contro l’1%”.

C’è chi può ancora galleggiare e chi, senza una radicale svolta di politica economica (che non c’è) e una rapida ripresa (che non avverrà), è destinato ad affogare.

Lasciamoci alle spalle la semplificazione di un indistinto “basso” contro uno stratosferico “alto”.

Il crollo economico taglia in maniera trasversale tutte le classi sociali, colpendo i settori precari del proletariato (anzitutto) come pure classi medie, professionisti ed anche pezzi di borghesia costretti a chiudere bottega.

Chi può ancora galleggiare assumerà un comportamento sociale conservatore, non sarà certo protagonista della montante protesta sociale.

Dall’altra parte tutti i pezzi di società sofferente (che aumenteranno nel prossimo periodo) tenderanno a ribellarsi, chi alla miseria e alla fame, chi alla perdita del proprio status sociale.

Le proteste sociali non mancheranno, forse già a partire dal prossimo autunno.

Il rischio è che maturino in maniera disordinata e senza che riescano a confluire in un unico grande fronte popolare.

Occorre far confluire i tanti rivoli della rivolta che verrà in un fiume in piena.

Bisogna lavorare ad un grande blocco sociale alternativo a quello capeggiato delle classi dominanti.

Questo blocco verrà fuori nella lotta ma solo a condizione che ci sia una forza politica, una direzione, che sappia unificare i movimenti sulla base di una piattaforma unitaria e di un piano per ricostruire il nostro Paese, facendolo uscire una volta per tutte dal marasma neoliberista e dalla gabbia dell’Unione europea.




TUTTI CONTRO PARAGONE di Sandokan

Gianluigi Paragone non ha fatto in tempo ad annunciare la nascita del “Partito dell’Italexit” che i sicari di regime, armati di tutto punto, si sono messi all’opera. Obbiettivo: far fuori il neonato.

Il primo tentativo è venuto dallo 007 de noantri Donadel.

Costui è andato a rovistare negli armadi di Paragone ed ha affermato di scovare uno scheletro mostruoso: dietro a Paragone ci sarebbe nientepopodimeno che Soros e la sua internazionale immigrazionista.

Ovviamente le persone intelligenti si sono fatte una oceanica risata. Quelle meno hanno abboccato e non si sono chieste come mai, nel giro di mezz’ora, la più pesante delle accuse, ha impazzato in rete.

Non occorre essere né dei geni informatici né tantomeno cospirazionisti per intuire che un tale capillare impatto è stato possibile perché si è mobilitata una efficiente macchina del fango. Quale?

Si dice che dietro, a pompare la calunnia, ci sia la “bestia” di Salvini, che tra tutti i politicanti è forse quello che più teme l’entrata in campo di Paragone.

Che la matrice politica sia quella lì — la destra ex-pseudo-sovranista — è comprovato dagli attacchi non meno oltraggiosi portati a Paragone da Il Primato Nazionale, ovvero dal sito di Casa Pound.

La tecnica di questi attacchi è vecchia come il cucco: sputtanare l’avversario mostrando che è insincero, insinuando quindi che è al servizio di occulti e diabolici poteri.

Spostata l’attenzione dal piano politico a quello pornografico, il successo, in tempi in cui la sindrome del complottismo impazza, è assicurato.

Non si placava la polemica in rete che uno dei pennivendoli più blasonati del mainstream liberista, Aldo Grasso, ha sparato il suo siluro, messo in bella mostra sulla prima pagina del Corriere dela Sera.

Un editoriale talmente mal fatto, uno stile talmente sgraziato che sorge il sospetto che Grasso lo abbia scritto a comando e mentre faceva le sue cose al cesso. Il succo è comunque tutto nell’ultima frase: “Gianluigi Paragone = In una gara: il peggio”.

Vorrei dare un consiglio. Visti i tempi è d’obbligo cambiare la vecchia massima: dimmi chi ti attacca e ti dirò chi sei. Visti i nemici, il partito dell’Italiexit, alias di Paragone, nasce sotto una buona stella.

Me lo confermano, che nasce sotto una buona stella, anche certe scomposte reazioni nel campo a vario titolo “sovranista”. Prendiamo ad esempio Vox Italia. A fine giugno, guarda caso alle porte dell’incontro promosso da Paragone per incontrare i gruppi sovranisti, Francesco Toscano, che di Vox è presidente, sferrava uno squinternato e surreale fendente a Paragone. Siccome pochi giorni prima egli aveva rilasciato un’intervista a la Repubblica, Toscano insinuava che dietro al partito di Paragone ci fossero… Urbano Cairo, la FIAT e i poteri forti. In tre parole: roba da matti! Diamo atto a Diego Fusaro di aver subito cercato, giustamente, di metterci una pezza.

L’improvvido attacco di Toscano alcuni se lo spiegano come un errore dettato dall’impulsività. Voglio sperarlo ma ciò che egli aveva affermato l’8 aprile scorso, lo smentirebbe. E cosa aveva detto Toscano? Questo:

“Evitiamo dunque fughe in avanti. Non c’è bisogno di nuovi partiti. Frazionare il mondo sovranista significa fare oggettivamente il gioco del sistema dominante. Paragone si unisca a Vox Italia. Conduciamo insieme la lotta per sottrarci alla dittatura di Bruxelles”.

In poche parole Toscano diceva a Paragone: “La fuga in avanti è stata già fatta e si chiama Vox, il partito siamo noi e, o ci segui, o fai il gioco del sistema”. Non c’è solo una sicumera ed una tracotanza debordanti, c’è una scomunica di vago sapore inquisitorio che in soldoni era una dichiarazione di guerra.

Non c’è dubbio che l’entrata in scena di Paragone è temuta dall’élite eurista e viene scongiurata dai 5 stelle e dalla Lega (come anche dalla Meloni).

Per questa sua efficacia è temuta dal piccolo mondo “sovranista” che viene letteralmente terremotato. Un terremoto, io ritengo, salutare, perché obbliga ognuno a farsi un esame di coscienza.

Dopo dieci anni di battaglie, mentre il Paese si avvita verso una crisi senza precedenti, è ora di uscire dalla nicchia dei “sovranisti”. Una fase si è chiusa, un’altra se ne apre.

La sfida è enorme e la posta in palio è né più e né meno il governo dell’Italia. Serve un partito forte, strutturato e di massa.

Solo se nascerà questo partito potrà prendere forma un vasto e inclusivo fronte di liberazione. Non il contrario.




EUROCRACK di Piemme

Avremo modo di tornare sul vertice europeo appena conclusosi.

Un primo bilancio si può già trarre: le linee di frattura tra i diversi stati nazionali hanno nettamente prevalso sui fattori di condivisione e di solidarietà.

Viene confermata una nostra diagnosi: l’Unione europea difficilmente avrebbe potuto sopravvivere all’inasprirsi crisi sistemica e globale. Quando un terremoto sconquassa un edificio restano le sue fondamenta, ed esse sono appunto gli stati nazionali, i quali, per non essere travolti tendono oguno a riprendersi la propria sovranità.
In barba alle spiegazioni minimaliste — che come chiave di lettura dei dissidi ci propongono le preoccupazioni elettorali di questo o quel governo in carica — questo è il dato di fondo che emerge dal fallimento del summit.

Gli euroinomani, scambiando i loro auspici con la dura realtà degli interessi contrapposti, davano per scontato che gli olandesi ed i cosiddetti “frugali” alla fine si sarebbero piegati all’asse franco-tedesco o carolingio. Per niente. Alla fine il dato è che questo “asse”, già claudicante, esce fortemente indebolito. L’indebolimento della guida è un colpo letale a tutta l’Unione europea. Nei prossimi anni, se non nei prossimi mesi, si vedrà come la tendenza alla decomposizione e disgregazione della Ue prenderà il definitivo sopravvento sulla spinta unionista.

Per l’Italia si mette male. Si mette anzi malissimo. In cambio di una manciata di spiccioli dovrà assicurare le “riforme”, ovvero il rispetto di politiche antipopolari di austerità, del ripristino del Patto di stabilità (fiscal compact), quindi una soveglianza esterna molto stretta. In poche parole ulterori cessioni di sovranità politica, commissariamento in stile Grecia. Che sia la troika o un altro mostro poco conta. La sostanza è che lorsignori, avendo messo nel conto una crisi catastrofica del nostro Paese, sono pronti a tutto pur di evitare che questa catastrofe travolga tutta l’Unione.

La resa dei conti si approssima. L’Italia dovrà decidere nei prossimi mesi se precipitare nell’abisso e subire un processo di dissoluzione nazionale, o evitarlo. L’élite eurocarica, forte del’appoggio degi ascari nostrani, ovvero del grosso delle classi dominanti, è sicura della vittoria. I tempi stringono.

Non saremo salvati né dal questo governo fantoccio, né dall’eventuale salita al potere del blocco del centro-destra.

Va costruito in fretta un grande blocco sociale, va messa in piedi una grande mobilitazione di resistenza popolare e patriottica. Per farlo c’è bisogno non solo di disporsi alla lotta, c’è bisogno di dare una direzione e un orizzonte a questo blocco, di un asse che riesca a fungere da elemento di agglitinazione di un vasto campo di forze.

C’è bisogno del Partito dell’Italexit!




NO ALLO STATO D’EMERGENZA PERMANENTE di Gianluigi Paragone

Siamo in emergenza? No. E allora perché se non c’è una emergenza in corso, il governo chiede di prorogare lo stato di emergenza?
Procediamo con ordine. Il 31 gennaio scorso il governo Conte bifronte, quello nato per non concedere pieni poteri all’ex alleato Salvini, si prese poteri eccezionali per fare fronte all’emergenza Coronavirus. Scadenza 31 luglio.

Forte di questi poteri colui che, Costituzione alla mano, sarebbe un normale presidente del Consiglio primus inter pares, diventa un vero e proprio premier, titolare di poteri tanto pieni da sospendere un diritto fondamentale come quello della libertà di movimento, con un semplice atto amministrativo qual è il decreto dpcm. (Conosco l’osservazione: se c’è un virus pericoloso in corso, il diritto alla salute può essere considerato un valido motivo per sospendere la libertà di circolare liberamente, di fare impresa, di andare a lavorare. Bene, allora con lo stesso potere però rimedi agli effetti del lockdown che impattano sull’economia, a cominciare dalla cancellazione delle bollette e delle tasse fino al 31/12. Nulla di tutto questo.)

Siamo alla vigilia della fine di luglio e il premier Conte – ancora titolare di poteri eccezionali, ricordiamocelo – chiede la proroga dello stato di emergenza. Perchè? Per prevenire, dicono. Insomma, si tratterebbe di una emergenza in potenza e non in atto. Qualora passasse un concetto del genere (e passerà perché al governo di sono gli amici del Potere) la possibilità di avvalersi di pieni poteri in regime di straordinarietà per far fronte a una potenziale emergenza potrebbe diventare un potere arbitrario, proprio perchè quella emergenza non c’è.

Torniamo così alla domanda iniziale: perchè Conte vuole la proroga di un potere eccezionale? Per un fatto tecnico o per un fatto politico? Il primo indizio è già una prova: fosse stato per Conte quel diritto a prendersi i poteri gli doveva essere riconosciuto punto e basta. Il fastidio di abitare in una repubblica parlamentare lo obbliga alla finzione del dibattito in aula. Una formalità garantita da una maggioranza formato scimmiette.

Detto questo, proviamo a dare per buona l’opzione “lo chiede per un fatto tecnico”: il virus riprende forza e si corre il rischio di una seconda ondata. Il professor Sabino Cassese, ieri sul Corriere, ha ricordato che a fronte di una urgenza simile il ministro della salute può emettere ordinanze “contingibili e urgenti” senza per questo creare stati d’eccezione come accadrebbe con lo stato di emergenza, spazio normativo che “giustifica qualsiasi cosa”.

Vale inoltre la pena ricordare alcune date della prima ondata e domandarsi se nel governo ci sono o ci fanno. “Il virus arriva in Italia”: così titolano i telegiornali del 30 gennaio riferendosi a due turisti cinesi atterrati una settimana prima dalla Cina su Malpensa. Il giorno dopo il governo blocca i voli dalla Cina. Per il governo e per i cittadini è l’inizio dello stato di emergenza.

Rewind. Il 22 gennaio una circolare del ministero prescriveva il tampone in caso di polmoniti insolite “senza tener conto del luogo di residenza o della storia di viaggio”; insomma c’era già traccia che qualcosa a cavallo tra dicembre e gennaio stesse preoccupando i medici, soprattutto quelli di base. Quella frase sul tampone generico scomparirà cinque giorni dopo (il 27), prescrivendo i tamponi solo per chi provenisse dalla Cina. Il 31 comincia lo stato di emergenza, i pieni poteri. Ma manca il piano di emergenza. Infatti sarà il caos.

Il 21 febbraio arriva il cosiddetto paziente zero italiano all’ospedale di Codogno, il quale con la Cina non c’entrava nulla. Il che appunto manda in tilt la logica del decreto del 31 gennaio, proprio per l’assenza di un piano organico.

Tre mesi fa circa un team di quattro giornalisti del Corriere della Sera pubblicò una inchiesta dettagliata sulle falle delle direttive legate al virus. E scoprì con tanto di ammissione di Andrea Urbani, un direttore generale del ministero della Sanità, che già a gennaio un documento conteneva scenari troppo drammatici sulle conseguenze del coronavirus tanto da deciderne la secretazione.

Nonostante i pieni poteri concessi al governo sono arrivate le spaventose falle sulle terapie intensive, sui macchinari che arrivano da governi stranamente amici, sui tamponi, sulle mascherine, sui camici per il personale eccetera. Per non dire del caos totale a proposito della scuola, delle imprese e persino nella già complicata macchina della Pubblica amministrazione dove con lo smart working i risultati sono peggiori rispetto a prima.

Da qui la domanda, se coi poteri eccezionali e con il Paese praticamente bloccato a casa il governo non è riuscito a gestire l’emergenza, a cosa sono serviti quei superpoteri? Riposta, a rafforzare le relazioni di potere dei vari Conte, Di Maio, Zingaretti, Renzi… Parlamento svuotato, task force, nomine e inciuci vari a Villa Pamphili. Mentre l’economia reale va a sbattere in una crisi globale, che per l’Italia è ancor più grave perché da Prodi a Di Maio ci hanno svenduti ora ai tedeschi ora ai cinesi.

Se dunque vi domandate perché al governo serve prorogare lo stato di emergenza la risposta è una soltanto: a farsi gli affari propri a danno degli italiani.

* FONTE: ilparagone.it




IL GIOCO TEDESCO di Leonardo Mazzei

Ci siamo già occupati della virulenta campagna politico-mediatica a favore del Mes che imperversa ormai da settimane nel nostro Paese. Abbiamo spiegato come la volontà di attivare questo meccanismo niente abbia a che fare con le enormi necessità economiche dell’Italia. Cosa c’è allora dietro a tanta foga, a tante falsità diffuse a piene mani dalle forze sistemiche? Ecco una domanda che può portarci lontano.

Ricapitoliamo anzitutto i termini della questione. Qualora attivato il Mes può fornire all’Italia un prestito pari al 2% del Pil, in soldoni 36 miliardi di euro. La propaganda vorrebbe farci credere che, a differenza di quello “vecchio”, il “nuovo” Mes sia privo di stringenti condizioni, ma – come abbiamo spiegato qui – ciò è falso. Al “nuovo” Mes si accede sì incondizionatamente, ma le regole statutarie di questa trappola ammazza-Stati scatteranno per statuto subito dopo.

Il Mes non è però figlio unico. Esso fa invece parte di un’allegra famigliola di tre pargoli generati dall’oligarchia eurista. Gli altri due fratelli si chiamano Sure e Recovery fund (adesso rinominato dalla fantasiosa anagrafe brussellese come Next generation EU). Secondo la narrazione prevalente delle èlite italiote, i tre fratelli (Mes compreso) sarebbero ormai pura espressione del bene, manifestazione quasi ultra-terrena di una solidarietà europea mai vista né conosciuta finora. Ed anche per i più prudenti, la generosa natura dell’ultimo nato, il Recovery fund, basterebbe comunque a bilanciare il proverbiale cattivo carattere del primogenito. Peccato che sia la solita menzogna, visto che il Recovery fund altro non è che un Mes più grande, dove al posto delle “condizionalità” ci sono le “riforme”. Il che, in linguaggio eurista, se non è zuppa è pan bagnato.

All’Italia non viene dunque concesso alcunché, ma solo la possibilità di generare nuovo debito, tramite prestiti da restituire, benché a tassi bassi ed in tempi relativamente lunghi. Il tutto però ad una precisa condizione: quella di subordinarsi definitivamente ad un’Unione sempre più a direzione tedesca. Una prospettiva che il blocco dominante  italiano trova evidentemente non solo accettabile, ma per certi aspetti perfino allettante.

Le ragioni di questa irresistibile attrazione le conosciamo. Per i padroni del vapore, l’ordoliberismo di matrice teutonica ben si sposa con il modello mercantilista, incentrato sul binomio esportazioni/bassi salari, impostosi in particolare dal governo Monti in avanti. Per la classe politica di governo – comprendendo in essa anche i governi regionali, dunque tanta e decisiva parte della Lega salviniana – la collocazione sotto e dentro la cupola europea è tuttora la migliore assicurazione sulla vita (politica) dei suoi membri.

L’unione di questi soggetti, fatta di interessi ed intrecci di vario tipo, spesso ben visibili nel famoso sistema delle “porte girevoli”, è il nucleo duro di quel che chiamiamo “blocco dominante”. Ormai da tempo, questo blocco non ha più alcuna visione generale sul futuro della società italiana che non sia l’interesse immediato e la mera conservazione del potere. Obiettivi che oggi persegue saldandosi e subordinandosi vieppiù all’oligarchia eurista che pretende di comandarci da Bruxelles e Berlino.

La crisi del Covid 19 poteva essere l’occasione per una frattura, almeno parziale, tra questo nostrano blocco dominante e l’oligarchia unionista. Così non è stato, a dimostrazione di un degrado crescente che andiamo segnalando da tempo. Un decadimento che porta il segno di una borghesia nazionale sempre più trasformata in borghesia compradora, e di un ceto politico sempre più vile, servile e ricattabile, figlio di quel processo di americanizzazione della politica non a caso innescatosi proprio in contemporanea con l’accelerazione del progetto eurista, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso.

Fin qui l’Italia e la sua classe dirigente. Ma qual è il gioco tedesco?

Ecco un punto che va capito fino in fondo. Tra i sovranisti italiani spuntano di tanto in tanto due assurde credenze: che sarà proprio la Germania ad uscire dalla moneta unica; che l’UE imploderà da sola, vittima della sua intrinseca insostenibilità. Queste due credenze hanno lo scopo di rassicurare, di far credere che sia in fondo aggirabile il nodo dell’uscita. Che invece aggirabile non è.

Si tratta di due credenze disarmanti e perniciose. In fondo, se se ne vanno loro (i tedeschi), perché lottare per l’Italexit? Se la fortezza eurista verrà giù da sé, perché accanirsi ad attaccarla? E’ anche da leggende come queste che fioriscono le illusioni tecniciste sulle monete parallele, le “monete fiscali”, le “monete di stato”, e via coniando. Tutto cose positive, beninteso. Al momento opportuno cose pure necessarie, ma semplicemente inattuabili finché si resta nell’UE e nell’euro. Quel che certuni non comprendono, e che spesso non vogliono comprendere, è che la battaglia per l’uscita dalla gabbia in cui l’Italia è finita non è questione tecnica, bensì eminentemente politica.

E qual è allora la politica di chi il gioco lo conduce? Contrariamente a quel che capita di leggere, la Germania non ha alcuna intenzione di far crollare l’UE, tantomeno quella di tirarsene fuori. L’Unione europea parla sempre più in tedesco, per quale motivo a Berlino dovrebbero essere così autolesionisti da tagliare il ramo su cui sono seduti? Certo, in assoluto nulla si può escludere. Nei tempi lunghi è possibile che le contraddizioni insite nell’impianto eurista ne determinino alla fine il crollo. Ma nei tempi lunghi, come avrebbe detto Keynes, saremo tutti morti.

La politica non può mai fondarsi su discutibili profezie riguardanti i tempi lunghi, ma solo su concreti obiettivi riguardanti il breve ed il medio periodo. L’ordine di grandezza della prospettiva politica – quando è lungimirante – sono gli anni, non i secoli. Detto questo, è chiaro come oggi l’obiettivo tedesco, e quello dell’intera oligarchia eurista, è quello di traghettare l’UE fuori dalla crisi senza troppi scossoni, per tornare poi quanto prima alle regole di bilancio scolpite nella pietra dei trattati europei.

Passata ‘a nuttata, si tornerà ai santi vecchi. Su questo, chi scrive non ha mai avuto dubbi. Ma chi scrive non conta nulla, mentre l’altro giorno ha parlato (vedi il Sole 24 ore del 2 luglio) un certo signor Dombrovskis, una nostra cara vecchia conoscenza che ha l’indiscusso merito di dire la verità. E qual è questa verità che i nostrani europeisti al cubo proprio non possono dirci? E’ che in autunno si comincerà a parlare di quando riattivare il famigerato Patto di Stabilità, le cui regole austeritarie sono state solo sospese durante il periodo più critico dell’epidemia (vedi la lunga citazione nella nota1). Se ne parlerà per riattivarle già nella primavera del 2021? Questo ancora non si sa, ma la spada di Damocle è già legata al soffitto. Così almeno ci dice il lettone Dombrovskis, che essendo il vice della signora Von der Leyen è di certo persona informata dei fatti.

Come si vede, dire che l’UE è totalmente irriformabile non è certo una frase estremista, ma solo la sobria constatazione della realtà delle cose, che a volte vanno solo osservate.

Le regole ordoliberali sono dunque destinate a tornare. Ma il governo tedesco non è folle. Ed a Berlino hanno un problema, che per nostra sfortuna si chiama Italia. L’Italia però non è la Grecia, e Merkel sa benissimo che un’uscita dell’Italia dall’eurozona sarebbe l’inizio della fine dell’euro, probabilmente della stessa Unione. E sarebbe perciò l’inizio di una stagione di guai proprio per la Germania.

Chiaro dunque come i governanti tedeschi non vogliano affatto lo strangolamento dell’Italia. Non per un’inesistente solidarietà europea, che ovviamente non esiste, ma per la salvaguardia del proprio stesso interesse. Detto en passant, questo particolare peso del nostro Paese nella presente congiuntura europea avrebbe dato – se opportunamente giocato – una straordinaria forza negoziale al governo Conte. Il quale però non se ne è avvalso, timorato com’è da ogni rischio di frizione con il padrone tedesco.

Lo strangolamento dell’Italia non è nei programmi di Berlino perché questo potrebbe portare, magari obtorto collo, alla nostra uscita dall’euro. Non sia mai!

Ma l’alternativa allo strangolamento non è meno micidiale per il nostro Paese. Il gioco tedesco consiste infatti nel tenere l’Italia con l’acqua alla gola. Che respiri, ma che non possa in alcun modo rialzare la testa. Tutte le scelte di questi anni, dalla “flessibilità” concessa a Renzi, alle procedure d’infrazione minacciate e poi ritirate, alle continue trattative in occasione delle ultime Leggi di bilancio, vanno in questa direzione. Da anni – almeno dal governo Monti – l’Italia è un paese di fatto commissariato, la cui classe politica va tutelata proprio perché servile, la cui economia deve galleggiare ma senza mai venir fuori dall’infinità stagnazione seguita alla recessione del 2008-2009.

Se tutto ciò era vero fino a ieri, a maggior ragione è vero di fronte agli enormi rischi dell’oggi. La linea italiana di Berlino è chiara, logica e senza vere alternative.

Cosa significa in concreto, oggi, l’applicazione di questa linea? La mia non può essere altro che un’ipotesi, ma penso che questa linea abbia già dato luogo ad un patto non scritto tra Conte e Merkel, tra il governo italiano e l’intera cupola eurista.

Un patto nel quale la Germania chiuderà un occhio sull’acquisto dei Btp da parte della Bce, mentre l’Italia accetterà l’intero pacchetto (ovviamente Mes incluso) che servirà appunto ad impacchettarla ben bene.

Le stesse vicende politiche nostrane, se lette alla luce di questo patto, diventano in effetti più comprensibili. All’attuale ceto politico-istituzionale galleggiare basta e avanza, e quel patto con la Germania gli consente appunto (almeno così credono) di stare a galla. Che poi questo ancestrale primum vivere della classe dirigente porti il Paese al disastro, a lorsignori importa davvero poco.

Ma il disastro è già reale per milioni di persone, e peggio ancora sarà nei prossimi mesi. Al gioco del dominio tedesco si dovrà rispondere con la mobilitazione e la lotta, con la determinazione a percorrere la via dell’Italexit.

In un’intervista al Corriere della Sera del 2 luglio, il premier olandese Mark Rutte, leader dei rigoristi del Nord, ha detto che l’Italia deve imparare a fare da sola. Bene, prendiamolo in parola. L’Italia può farcela: ad uscire dalla crisi, a venir fuori dalla gabbia europea. Avendo ben chiaro che il primo obiettivo sarebbe pura illusione senza il raggiungimento del secondo.

Non sarà certo una lotta facile. I processi di liberazione non lo sono mai. Intanto cerchiamo di avere chiaro qual è il gioco tedesco, che è poi quello della cupola eurocratica che vuol riportare l’Italia ad essere quella mera “espressione geografica” di cui scriveva il Metternich nel 1847.

*Leonardo Mazzei è membro del Cpt di Lucca

Nota

(1) Dombrovskis è tornato sul tema in un’intervista rilasciata ieri alla Corriere della Sera. E più chiaro di così non avrebbe potuto essere:

«Il Patto di stabilità non è sospeso. Abbiamo solo attivato la “General Escape Clause”, la clausola generale di fuga, che certo ha conseguenze importanti e infatti non stiamo indicando ai governi obiettivi di debito e di deficit. Ma questa clausola ha anche chiare condizioni di scadenza e si applica in caso di una severa contrazione dell’economia. Quando poi non saremo più in una fase di severa caduta dell’economia, abbiamo detto che l’avremmo disattivata. Non possiamo dire quando, data l’incertezza. Torneremo sul tema in autunno. Di recente lo European Fiscal Board ha suggerito che la clausola andrebbe rivista entro primavera prossima al più tardi».

Fonte: Liberiamo l’Italia




ZINGARETTI, L’INDECENTE di Leonardo Mazzei

Ma come, i soldi sono lì, già pronti ad involarsi per la penisola, e voi non li volete? Ma che italiani siete diventati? La pressione di Angela Merkel è forte: il Mes «non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato». Insomma, certi “regali” non si possono proprio rifiutare, chissà perché!

La cosa più penosa di questi giorni è l’insistenza dei media. “Mes subito!” è il loro grido quotidiano. Almeno formalmente la maggioranza del parlamento resta contraria? E chissenefrega! Pd e Forza Italia lo vogliono, i Cinque Stelle dovranno piegarsi: è solo questione di tempo. Ma il tempo stringe, a Bruxelles devono perfezionare il “pacchetto”, e l’Italia deve finire ben impacchettata.

Ovviamente i cosiddetti “democratici” (democratici? – è messa maluccio la democrazia…) sono i più scatenati. Lo vogliono subito, anche prima di stasera. Il più insipido di loro, che han fatto pure segretario, ha pensato bene di portare il suo contributo alla causa. «Il governo non può più tergiversare sul Mes, sul tavolo risorse mai viste per la sanità», questo il titolo del suo intervento sul Corriere della Sera.

Ecco servito il nuovo imbroglio. Chi vorrebbe mai rinunciare a tutto questo bendiddio per la salute degli italiani? Lo Zingaretti difensore della sanità pubblica è commovente. Grazie al Mes vuole più ricerca, il rafforzamento della medicina territoriale e di base, riformare i servizi per gli anziani, assumere e pagare meglio il personale, e chi più ne ha più metta.

Tutto molto bello, se non fosse che dalle nostre ricerche anagrafiche il Nicola Zingaretti di cui stiamo parlando, nato a Roma l’11 ottobre del 1965, risulterebbe essere lo stesso che da oltre 7 anni ricopre la carica di presidente della Regione Lazio. Periodo nel quale la sanità di quella regione ha visto la chiusura di 16 ospedali, il taglio di 3.600 posti letto e del 14% dei dipendenti. Tutti segni meno? No, non dobbiamo essere così ingenerosi col segretario del Pd. Nel suo modello laziale c’è anche un segno più, peccato sia quello del +90% dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie.

E’ mai possibile che un simile personaggio, uno che anche come dirigente del Pd non ha mai detto una parola contro le politiche di austerità targate Europa, abbia ora la faccia tosta di presentarsi come novello sostenitore del rilancio della spesa sanitaria? E che lo faccia senza neppure una parola di velata autocritica? Sì, è possibile. Nel regno della realtà capovolta dell’attuale narrazione europeista è possibile questo ed altro.

L’idea che il Mes sia la carta vincente per la sanità pubblica è un trucco facilmente dimostrabile. In primo luogo, perché ricorrere al Mes quando le aste del Tesoro per il collocamento dei Btp registrano un record dopo l’altro? Solo nell’asta di inizio giugno la domanda di Btp è stata pari a 108 miliardi, ma il governo ha deciso di collocarne solo 14. Insomma, se davvero si vuole aumentare la spesa sanitaria altri sarebbero gli strumenti da usare, anche perché Mes o Btp sempre debito sono. Con la differenza che il Mes è la trappola che sappiamo.

Ma c’è un’altra considerazione, che sta a lì a dimostrarci come la furbesca accoppiata Mes-sanità sia solo un ignobile inganno. La sanità italiana ha bisogno, e non da oggi, di più posti letto, più personale, più strutture ospedaliere e territoriali. Ma questo non si risolve con un intervento una tantum come quello del Mes, ma con l’aumento strutturale della spesa sanitaria, oggi una delle più basse d’Europa.

Aumento strutturale significa più spesa anno dopo anno. Da questo punto di vista i 36 miliardi del Mes sono troppi e sono pochi. Sono “troppi” nell’immediato, sono pochi per il futuro. Dice: ma cosa vuoi che sia, intanto spendiamoli tutti e poi si vedrà. Un simile modo di ragionare, come se i problemi della sanità fossero solo quelli del Covid 19, ha un unico prevedibile sbocco. Quello tipico di ogni situazione gestita con criteri emergenzialisti: qualche cattedrale nel deserto, fondi a gruppi di potere amici, nessuna vera soluzione ai problemi strutturali causati da decenni di politiche austeritarie targate euro.

Alcuni punti indicati dal governatore del Lazio sembrano andare decisamente in questa direzione. Il punto 2 del decalogo zingarettiano pone come centrale il tema della digitalizzazione, chiedendo: «nuovi strumenti per la telemedicina, le televisite e i telemonitoraggi». Insomma, tutto “tele”, alla faccia dei diritti e degli interessi dei pazienti. A quando medici ed infermieri in smart working?

Ma ancora più scivoloso è il punto 1 sulla ricerca, laddove si chiedono: «nuovi investimenti nei settori delle scienze della vita e della farmaceutica». Anche qui il trucco è quello solito dei buonisti, quelli che si sono autoeletti difensori del bene: si indica genericamente un obiettivo in sé giusto e si è vaghi su come perseguirlo. Oggi la ricerca medica e farmaceutica è in parte pubblica ed in parte privata. Spesso, poi, pure quella pubblica risponde in ultima istanza ad interessi privati. Si vuole investire seriamente nel settore? Lo si faccia con decisione, ma si sancisca allora il carattere pubblico dell’intero sistema sanitario e si nazionalizzi, come strategico, il settore farmaceutico. In caso contrario saremmo al solito finanziamento pubblico di interessi privati. Ma su questo nodo, ça va sans dire, il segretario del Pd non può che tacere.

Per il momento chiudiamola qui, denunciando quanto sia vergognosa la campagna pro-Mes portata avanti dai partiti e dai media sistemici. Abbiamo segnalato, in particolare, l’indecente ruolo assolto dal successore di Renzi, ma la questione non riguarda solo i singoli personaggi scesi in campo. Essa è ben più complessa, e descrive alla perfezione quale sia il ruolo delle nostrane oligarchie nel sostenere attivamente il disegno tedesco sull’Italia. Parleremo meglio di tutto ciò in un prossimo articolo.

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL PARTITO DELL’ITALEXIT di Gianluigi Paragone

Il nuovo progetto politico di Gianluigi Paragone sta raccogliendo sempre più consensi e alimenta il dibattito in Italia. Tra i tanti interessati a capirci qualcosa in più c’è anche Francesco Specchia che ha pubblicato su Libero una lunga intervista a Paragone per chiarire e mettere a fuoco i punti principali di questo nuovo partito: “È, in realtà, l’unica occasione pubblica per testare il sentiment degli italiani sull’Unione Europea – dice Paragone -. E imbastire quel famoso referendum sull’uscita dall’euro che non è mai stato fatto. Cosa c’è, in fondo, di più bello, chiaro e democratico? Se non verrà accolto vorrà dire che io avrò perso e che, nella percezione comune, non corrisponde l’idea di un’Europa al servizio della grande finanza e delle banche, la mia solita battaglia”.

Se il nome del nuovo partito sarà davvero Italexit, Paragone ancora non lo sa, e spiega: “Non so se si chiamerà ‘Italexit’, diciamo che per ora è una suggestione… Siamo in contatto con Farage, è molto interessato all’idea, offre molti spunti al suo progetto. Se Renzi fa il 4% noi faremo molto di più. La Ue, al di là dei proclami, non ci sta concedendo nulla. Anzi, l’assunto di partenza è che l’Unione Europea parte strutturata male: c’è la Germania che si appropria di tutto e lascia agli altri le briciole. E il problema è che molti oramai pensano che le briciole siano il pasto vero. Tutto questo fa male all’economia reale, alle famiglie, ai lavoratori e alle piccole e medie imprese”.

Aggiunge Paragone: “Vedremo presto se l’Europa ci riempirà di soldi. Il bazooka, vedrai, non riuscirà a scaricarsi a terra, noi quei soldi non li vedremo mai perché non solo passano dalle banche, ma sono sottoposti a condizioni, perimetri e procedure difficilissime da mantenere; c’è tutta un’impalcatura finanziaria che non tiene conto dell’economia reale che sono le imprese, i commercianti, i professionisti, le famiglie che stanno donando il sangue gratis. La Ue ha un’architettura cotruita per le élite e la Bce non è prestatore di ultima istanza”.

Paragone poi specifica: “Io non credo nella Ue e non credo affatto che la Bce sia il suo braccio armato, almeno fino a quando non sarà in grado di stampare moneta e di monetizzare il debito. Cosa che, invece, sta nelle prerogative della Bank of England o della Federal Reserve americana. Noi stiamo subendo il Pil a -13% che è una cosa che non s’è mai vista al mondo, una cri-si assurda! Ma non è come in America dove la banca centrale può stampare moneta illimitatamente. Qui si pensa solo a dare morfina per i mercati finanziari, qui di fatto ci stiamo indebitando per uscire dalla crisi. A questo punto io esco direttamente dall’Europa, m’informo degli strumenti che ho a disposizione e stampo moneta, e tra l’altro, guarda che non c’è manco più problema d’inflazione, magari ci fosse”.

Spiega Paragone: “Fare un partito non è come organizzare una partita di calcetto, dove ti scegli i giocatori. Tu metti in campo una tesi politica e dopo vedi chi ci sta. Ci vogliono le palle. Prendi le idee delle Cunial, sono limitate: è fuori di dubbio che Big Pharma (in rappresentanza delle grandi case farmaceutiche, ndr) abbia interessi sul Mes perché intascherà parte dei soldi allocati per la ricerca del vaccino antiCovid, ma non per questo io mi debbo per forza mettere a fare il No Vax; questo rientra in una più ampia battaglia antiliberista, che io combatto da anni”.

Conclude Paragone: “Il M5S ormai è una fake news politica, un partito inutile fatto da incapaci. Con alcuni di loro puoi andarci a bere una birra insieme, ma la politica è altro. Ma non farmi giudicare i miei ex colleghi, ci penseranno gli elettori”.

* Fonte: IL PARAGONE   




TIRA UNA BRUTTA ARIA di Piemme

Ammetto di aver sbagliato (eravamo a metà febbraio) nel sottovalutare la portata della pandemia, non tuttavia sull’uso diabolico che ne avrebbe fatto il potere.
Scrivevo il 10 marzo [NELLE VISCERE DELLO PSICODRAMMA]:
«La voglio dire in un’altra maniera: vita associata abolita, libertà individuale sequestrata, democrazia temporaneamente soppressa. Non c’era mai stata in Italia una simile militarizzazione del territorio, una mobilitazione repressiva di tale ampiezza e contundenza, a conferma dello “Stato d’eccezione” che ha sigillato il Paese, trasformandolo in un immenso reclusorio. Si dice che siano le prove generali della dittatura. Forse è troppo. A lor signori basta che siano le prove generali del “governissimo”, Draghi o non Draghi a capo dell’Esecutivo. Di sicuro siamo davanti ad un atto eversivo, anticostituzionale, ad un auto-golpe mascherato».

Il 25 marzo tornavo sull’argomento [ DICTATOR PER CASO ]:

«E’ noto come Schmitt, proprio partendo dal suo paradigma, fosse un difensore della Costituzione di Weimar, Costituzione con elezione diretta del Presidente della Repubblica e che assegnava ad esso poteri sovraordinati rispetto allo stesso Parlamento. (…) Così ci spieghiamo come l’ascesa del potere di Hitler, chiamato alla cancelleria proprio da Hindemburg, fosse avvenuta nel pieno rispetto formale della Costituzione weimariana, considerata al tempo la più democratica.
E questo non è il solo precedente che mostra come in passato si sia passati dalla democrazia alla dittatura nel pieno rispetto formale delle regole dell’ordinamento (democratico). E’ proprio questo che i costituenti hanno immaginato di impedire con Costituzione del ‘48, che infatti ha previsto un Presidente debole e un Parlamento forte. (…)
Altri mi hanno criticato sostenendo: “ma dai?! Ce lo vedi Conte che fa il dittatore?!”.
No, io non ce lo vedo, dico che lui e la congrega che lo sostiene, stanno oggettivamente spianando la strada al Dictator, che potrebbe venire dopo di lui, grazie proprio alle sue misure draconiane».

La pandemia sta scemando. Si può tentare un primo bilancio, riconoscere chi avesse visto giusto o sbagliato. C’è stato chi ha fatto spalluce rispetto al nostro grido d’allarme (che non va confuso con l’isterico allarmismo). C’è stato detto che esageravamo nel sottolineare l’uso autoritario dello stato d’emergenza sanitaria, che non c’era alcuna minaccia per la democrazia.

Ci giunge in soccorso l’inchiesta di Demos pubblicata su la Repubblica di oggi. Ne segnalo gli estratti essenziali (vedi sotto). Viene fatta una fotografia sociale che conferma l’aria che tira e l’allarme che abbiamo lanciato.

In estrema sintesi dall’inchiesta di Demos viene fuori:

(1) che la metà degli italiani approva la sospensione delle regole democratiche in nome dell’emergenza;
(2) che questa quota  sale ulteriormente fra coloro che hanno introiettato la narrazione tossica sul Covid, quindi il conseguente senso di paura,
(3) che la pandemia ha inferto un colpo letale alla democrazia repubblicana facendo avanzare la domanda di un “uomo forte” al comando;
(4) che rafforza anche la tendenza a trasferire potere ai tecnici nella forma dei tecno-scienziati.

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L’emergenza giustifica uno stop alla democrazia per 4 italiani su 10
Il Paese è cambiato, dopo tre mesi di crisi legata al virus. La richiesta di un leader forte è condivisa soprattutto da chi ha più paura del contagio



«Dopo quasi tre mesi di emergenza, la nostra vita è cambiata. Profondamente. Pervasa e co-stretta da un senso di insicurezza diffuso. Percepito da oltre 8 italiani su 10. […]
Sullo sfondo, si delinea un mutamento della democrazia rappresentativa, che, in Italia, si sta realizzando, in effetti, già da tempo. Oggi, però, risulta più profondo. Accentuato e accelerato dal clima di emergenza. I principali cambiamenti in corso sono chiari. Anche se “oscurati” dall’assedio virale. Anzitutto, c’è l’affermarsi della figura del Capo. Il Capo del Governo, ma anche delle Regioni. Un Capo a cui i cittadini guardano non solo con rispetto, ma con deferenza e obbedienza. […]

Nello stesso tempo, il ruolo del Parlamento, principale luogo della rappresentanza democratica è divenuto marginale. D’altronde oggi è difficile convocarlo. Perché apparirebbe un assembramento. […]

Per altro, il rito che sancisce e legittima i parlamentari, le elezioni, è sospeso. […]

Possiamo, quindi, parlare di una “democrazia sospesa”. Una situazione “ammessa” da oltre il 40% degli italiani, intervistati di recente da Demos. I quali accettano che in caso di emergenza alcune regole della democrazia possano “venire sospese”. Una quota che sale ulteriormente fra coloro che si sentono più inquieti a causa del Covid.
Lo stesso orientamento si osserva rispetto alla domanda di un “leader forte”, accolta con favore dalla maggioranza dei cittadini. Soprattutto dai più preoccupati dal rischio di contagio. Mentre il 38% ritiene il ruolo dei partiti poco importante, se non dannoso, per il funzionamento della democrazia. […]

Si tratta di elementi, a mio avviso, utili ad evidenziare come alcune tendenze osservate siano “di lunga durata”. L’emergenza, semmai, le ha rese esplicite e più evidenti. E’ ormai da molti anni che nel paese è emersa, sempre più forte, la “voglia di un capo”. Di un “uomo forte”. […]

Insomma, la Democrazia in Italia appare contagiata dal virus dell’emergenza. Che ha ridotto il dibattito politico. Ridimensionato lo spazio dell’opposizione. Enfatizzato il ruolo del Capo. […]
In effetti, l’unico vero segnale di svolta della nostra democrazia riguarda la figura dei “tecnici”. Gli “specialisti”. […]

Nei primi anni novanta furono i magistrati. Poi gli economisti. Oggi in questa fase di “democrazia provvisoria” emerge una categoria di Tecnici-Scienziati. Mi riferisco ai virologi e ai microbiologi. Sempre più presenti sulla scena pubblica e soprattutto mediatica. […]

Non so dire se i “virologi” fonderanno a loro volta un partito».