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“TUTTO È COMPIUTO” di Sandokan

Dato che in Francia Macron dichiara di voler fare marcia indietro, l’Italia è il solo paese al mondo in cui si impone per legge l’obbligo vaccinale universale. Nient’altro che un infame Trattamento Sanitario Obbligatorio erga omnes, nessuno escluso (tra poche settimane anche i bambini).

Un atto di forza sbalorditivo, a conferma che col pretesto dell’emergenza sanitaria siamo piombati in un regime nuovo, in uno Stato d’eccezione appunto, che se non viene presto rovesciato, sarà ricordato come anticamera  di una vera e propria dittatura.

Atto di forza che sarebbe stato inimmaginabile solo due anni fa. L’italietta colabrodo, l’italietta dei governi deboli e dell’instabilità permanente è invece diventata, in fatto di sperimentazione del nuovo ordine biopolitico e tecnocratico, capofila dell’Occidente, anzi avanguardia mondiale.

La domanda che alcuni si fanno è: come è stato possibile? Domanda che tradisce un pregiudizio, che anzi contiene una premessa, quella per cui la nostra sarebbe un’italietta legno storto, pasticciona, italietta colabrodo con classi dirigenti incompetenti e corrotte. Certa nostrana élite liberale ha avuto un ruolo decisivo nel costruire e propalare questa leggenda. Italiani brutti, sporchi, cattivi e sempre indietro sui tempi della storia, alla rincorsa dei campioni, sempre stranieri, del progresso e della modernità. E’ la stessa élite che ha accettato nel dopoguerra la sudditanza agli USA e poi invocato il vincolo esterno euro-tedesco.

Ma le cose non sono mai state davvero così. L’Italia è sempre stata un importante laboratorio politico che ha spesso indicato per prima la strada che altri paesi hanno seguito dopo. Così è anche questa volta: Italia apripista, Italia banco di prova, Italia agnello sacrificale eventualmente.

Colpiscono la fermezza e la postura irremovibile di Draghi e dei suoi sodali della maggioranza di governo. Da dove viene questa sicumera? Questa certezza di vittoria? Viene certo dal sostegno che gli assicura la grande borghesia italiana, l’élite eurocratica, i poteri forti mondiali. Ultimo ma non meno importante: viene dal fatto che la politica psico-sicuritaria è egemonica, ha consenso maggioritario tra i cittadini.

C’è tuttavia dell’altro, a me pare, dietro a questi consecutivi e brutali atti di forza del governo. Mosse non solo tattiche ma strategiche altamente rischiose me le spiego solo a patto di considerare una malcelata ambizione da parte dell’élite italiana, la pretesa di mettersi a capo del “grande reset”, a guida del mutamento sistemico occidentale. Aleggia insomma, nei romani palazzi del potere, così come nei cenacoli dell’industria e del mondo bancario, uno stato di trance e di esaltazione politica, come si fosse in preda ad un improvviso delirio di onnipotenza. Di qui la vera e propria cieca fiducia in Mario Draghi, celebrato  addirittura come messia e redentore di atavici peccati.

Tutto sembra filare liscio per lorsignori. Debbono invece stare molto attenti, non solo perché le vertigini del successo inducono quasi sempre a commettere errori. L’Italia è questo strano paese che si affida al salvatore della Patria, ma fa altrettanto presto a gettarlo nella polvere.




VERSO IL CYBERCAPITALISMO di Moreno Pasquinelli

Appunti sulla grande trasformazione

«Nel capitale vien posta la perennità del valore … la perennità è posta nell’unica forma che può assumere: caducità che passa, processo, vita. Ma questa capacità il capitale l’ottiene soltanto succhiando di continuo l’anima del lavoro vivo, come un vampiro». [1]

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Nel breve saggio IL PIANO STRATEGICO DEL NEMICO abbiamo tentato di svelare i principali  aspetti politici della grande trasformazione in atto del sistema capitalistico (occidentale ma non solo) che va sotto il nome di Grande Reset. Abbiamo sostenuto che la tendenza dominante è quella che vedrà la definitiva sostituzione della forma politica democratica con una “liberal-fascista” — un Leviatano a tre gambe: neo-corporativismo sociale, totalitarismo tecnocratico e stato di psico-polizia. Abbiamo infine segnalato come questa profana trinità avanzi con la maschera di un eversivo feticismo tecno-scientico la cui cifra è un fanatico progressismo.

Come ogni altra metamorfosi sistemica del capitalismo, essa, mentre matura come risposta all’accumulo insostenibile di fattori di crisi, quindi come sforzo per disinnescarli stabilendo un nuovo ordine sistemico, richiede l’esistenza di determinate condizioni di possibilità.

In estrema sintesi: il modello neoliberista, da fattore propulsivo, è diventato un ostacolo alla sopravvivenza del capitalismo.

Si tratta ora, posta la scorza politico-statuale, di svelare quale sarà il nocciolo che essa è preposta a difendere, altrimenti detto di che pasta sarà fatto il capitalismo di ultima generazione.

Opera di disvelamento che dovrà aiutarci quindi a individuare le contraddizioni intrinseche del nascente sistema ovvero i fattori che consentiranno il suo storico trapasso.

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Sin dalle sue origini il capitalismo è cresciuto grazie alla simbiosi strettissima con scienza e tecnica. Ogni rivoluzione industriale è stata concausa di relative profonde trasformazioni sistemiche. Ricordiamo le tre che ci lasciamo alle spalle: 1776, la macchina a vapore consente la meccanizzazione della produzione; 1870, la diffusione dell’elettricità e la trasformazione chimica del petrolio, quindi l’avvento del motore a scoppio, scatenano le forze della produzione di massa; 1960-70, la cibernetica e l’informatica consentono la realizzazione di dispositivi elettronici e macchine capaci di simulare la mente umana facendo compiere alla produzione e allo scambio un salto gigantesco. Ad ogni tappa di questo sviluppo della forza produttiva del capitale hanno corrisposto mutamenti delle forma politica, delle relazioni sociali, del rango delle potenze.

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Con l’avvento della computerizzazione dispiegata siamo già dentro la Quarta Rivoluzione Industriale. Questa provoca una mutazione che per dimensioni e velocità rischia di superare tutte e tre le precedenti messe assieme. Si tratta di un cambiamento che ha un impatto epocale, induce una vera e propria svolta di civiltà. Se già da tempo in molti luoghi di produzione sono adoperati robot programmati semoventi non legati ad una postazione fissa (Mobile Robotics), entro pochi anni è previsto l’utilizzo massiccio di Machine Learning  Techonology, ovvero di macchine dotate di intelligenza artificiale munite di un software e di algoritmi che rendono le macchine predittive, capaci di ottenere risultati che non sono stati programmati ex ante da umani. Per di più con la cosiddetta Internet delle Cose (IOT) saranno operative macchine completamente interconnesse fra loro, che dialogano le une con le altre ed effettuano autodiagnostica e manutenzione preventiva. I profeti di questo Cybercapitalismo prevedono che queste macchine supereranno presto per qualità, capacità e velocità quelle degli esseri umani. In poche parole il Cybercapitalismo porta scritta in fronte la sua utopia, l’automazione totale.

Il vecchio interrogativo — “lavoreremo tutti per una macchina intelligente o sarà quella macchina ad essere usata da persone intelligenti?” [2] — ha una risposta: nel Cybercapitalismo “lavoreremo (quasi) tutti per una macchina intelligente”.

Molte sono le indagini sull’industria del futuro, sull’impatto che avrà l’automazione sulla divisione del lavoro. Esse convergono tutte nel pronosticare che la Machine Learning  Techonology, ovvero la piena gestione macchinica dei processi produttivi (del lavoro morto sul lavoro vivo direbbe Marx) causerà la scomparsa delle figure professionali con alte qualifiche e quelle addette al comando e al controllo dei lavoratori (di cui l’industria avrà pur sempre bisogno) ai quali, dovendo essi ubbidire come automi alle macchine, non sarà chiesta abilità alcuna se non l’erogazione di forza lavoro pura e semplice. Al combinato disposto tra demansionamento e la piena flessibilità in entrata ed uscita dai luoghi di lavoro corrispondono di necessità bassi salari e privazione di diritti.

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Dovendo indicare in estrema sintesi le trasformazioni nella sfera economica abbiamo: (a) Il profitto, proprio grazie alle tecnologie digitali che consentono di monitorare e scandagliare i movimenti ed i bisogni di ognuno, verrà estratto, oltre che con lo sfruttamento diretto, da ogni aspetto della vita. Tutte le sfere dell’umano sono messe a valore. (b) In forza della  potenza di calcolo degli algoritmi le aziende possono compiere un’analisi predittiva del mercato, così da determinare ex ante la domanda e pianificare l’offerta riducendo al minimo il grado di incertezza — si tratta, a ben vedere, del tentativo di attuare la tanto vituperata pianificazione.  (c) Prevarranno rapporti sociali di produzione di tipo neo-feudale (uberizzazione), i nuovi servi della gleba dovranno fornire alle aziende lavoro gratuito nella forma di una tangente sul proprio guadagno. (d) Come prevede il più ponderoso studio sin qui compiuto [3] con l’automazione di ultima generazione saranno eliminati centinaia di milioni di posti di lavoro e intere professioni, solo negli U.S.A. il 50%.

[continua]

NOTE

[1] Karl Marx. Grundrisse, In Opere Complete, Volume XXX, p.34

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, p.13

[3] Carl Benedikt Frey and Michael A.Osborne, The future of employmen: how susceptible are job sto computerisation




COS’È IL FRONTE DEL DISSENSO

Maria Micaela Bartolucci intervista Moreno Pasquinelli




SULLA QUESTIONE DEL PARTITO di Moreno Pasquinelli

Lev Trotsky nella sua memorabile Storia della rivoluzione russa formulò questo concetto: «Senza un’organizzazione dirigente l’energia delle masse si volatilizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Tuttavia il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro a pistone».

Nessun altro poteva condensare in maniera altrettanto efficace una questione tanto complessa come quella della relazione tra un movimento rivoluzionario delle classi subalterne e il partito politico che pretende di portarlo al successo — ove per successo si intende la conquista del potere.

Quelle che leggete sono considerazioni che non pretendono di convincere coloro i quali respingono, assieme alla proposizione (un’organizzazione dirigente è necessaria), la stessa premessa (senza conquista del potere non può attuarsi, alcuna trasformazione rivoluzionaria della società).

Qui vogliamo parlare anzitutto agli amici partitisti, quelli per i quali  la costruzione del partito sta in cima alla gerarchia dei doveri politici. A maggior ragione ci rivolgiamo a coloro i quali ritengono che un partito ce l’hanno già, che quindi esso già esista. Ci rivolgiamo infine a coloro che sono affetti da “boria di partito” (definizione di Antonio Gramsci) e che, a causa di questa “boria” suscitano in molti un sentimento di repulsione che complica le cose non solo a loro ma a chiunque sostenga la necessità di dare vita ad un partito rivoluzionario.

Poniamoci una domanda: quali sono le condizioni di possibilità affinché si possa affermare che una formazione politica merita effettivamente il titolo di essere considerato un partito?

Tra queste condizioni alcune sono imprescindibili. Anzitutto dev’esserci un contesto sociale che “chiede” che un nuovo partito sorga, che cioè esso sia storicamente necessario. Se questa condizione c’è (e secondo noi questa condizione esiste), per dare vita ad un partito (rivoluzionario) occorre una visione del mondo codificata in teoria e programma; occorre, posta la comprensione e le peculiarità del sistema sociale nel quale si opera, indicare quali siano le misure (e quale il loro rango di priorità) in vista della trasformazione della società; occorrono quindi una strategia ed un metodo per ottenere l’egemonia senza i quali nessuna conquista del potere è possibile.

Poniamo che esista un raggruppamento politico con una visione teorica alta e coerente; che abbia un programma politico forte di un’analisi adeguata della realtà e di come essa stia evolvendo; e che sappia infine indicare per quale via si possa ottenere la vittoria. Bastano forse queste condizioni per sostenere che questo raggruppamento è un partito?

Posto che non vediamo in circolazione una forza politica che abbia questi attributi, la nostra risposta è no, non bastano.

Non bastano perché a queste condizioni, oltre all’esistenza di quella che viene chiamata “base sociale” — «Un elemento diffuso di uomini e donne comuni, medi … senza il quale il partito non esisterebbe», [cfr: Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 14, § 70] — va aggiunto un fattore fondamentale. Qual è questo fattore? Quello umano. Deve esistere un congruo numero di militanti addestrati alla lotta, dotati di forte convinzione politica, capaci di affrontare grandi sacrifici. Uomini e donne che quindi siano disposti a porre gli interessi della propria comunità politica al di sopra dei propri affari personali. Si tratta di quello che Gramsci chiamava “secondo elemento”.

Solo se esiste questa categoria di uomini, dal loro seno, può sorgere «l’elemento principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice… di inventiva e spirito creativo». L’elemento che Gramsci, per analogia, definiva dei “capitani”, quelli che chiameremo lo strato dei “quadri di partito”, quelli che compongono la direzione politica collettiva del partito — posto che per direzione non intendiamo solo un ristretto comitato centrale ma l’insieme degli organismi preposti al comando politico, dal centro alle periferie.

Un’organizzazione politica può pretendere di definirsi partito se dispone di questi “capitani” e se, grazie ad essi, riesce a svolgere sia la funzione di catalizzatore dell’antagonismo sociale, sia ad essere scuola o palestra per educare dei militanti politici siano essi ottimi agitatori, ottimi propagandisti o ottimi organizzatori.

Noi ci pare esista, non diciamo un partito, nemmeno una simile organizzazione politica.

Dopo decenni di analfabetismo culturale, di degrado morale, di logoramento antropologico, di corruzione neoliberista, di narcisismo di massa, uomini e donne di cui sopra si fa fatica a trovarli, e quelli che esistono sono dispersi e, quel che molto pesa, anagraficamente al tramonto — per dire che senza una consistente forza propulsiva giovanile si fa doppia e tripla fatica a fungere da credibile soggetto rivoluzionario catalizzatore.

Noi invitiamo a guardare in faccia alla realtà: la costruzione di un partito è, salvo accelerazioni non prevedibili, opera di lungo corso; sarà il risultato di un lavoro faticoso. Costruire un partito significa, oggigiorno che la società consegna semilavorati inadeguati, non solo fare teoria, non solo essere interni alle lotte popolari, implica appunto forgiare donne e uomini nuovi. Chi vuole bruciare le tappe, chi si fa prendere dalla frenesia partitista rischia di fare pasticci, per non dire grossi danni. Ne abbiamo visti di questi tentativi abborracciati e falliti, che come conseguenza, tra le altre cose, hanno lasciato sul terreno tanti generosi attivisti.

Qualcuno potrebbe dire che stiamo descrivendo un partito di “vecchio conio”, novecentesco. In sostanza sì, poiché riteniamo che quella “forma partito”, al netto di necessari adattamenti, si rivelerà indispensabile.

Indispensabile a meno che non si abbia in mente qualcos’altro, a meno che non si abbia in mente un partito di tipo populista, con un “eroe carismatico” alla sua testa, di un grande leader che stabilisce un rapporto diretto e non mediato con il popolo. Era, sulla scia di Weber, la tesi sostenuta da Robert Michels (che infatti finì per aderire al fascismo); una tesi che sempre Gramsci contestò come “nebulosa e incoerente”[cfr. Quaderni 2 e 11].

Non stiamo dicendo che ogni populismo equivale a fascismo, per niente. Chi ci segue da anni sa che abbiamo, anni addietro, caldeggiato l’avanzata dei populismi di sinistra come quelli di Podemos in Spagna, o di France Insoumise in Francia. Erano gli anni della clamorosa affermazione in Italia dei due populismi del Movimento 5 stelle e della Lega salviniana. Tranne il caso di Mélenchon (che per come è fatto il sistema politico francese non ha potuto accedere al potere), in tutti i casi in cui questi populisti sono saliti al potere, si sono integrati come funzionari nel sistema delle classi dominanti. Il bilancio di queste esperienze è sotto gli occhi di tutti: un fallimento memorabile. Un fallimento che pare dar ragione a Vilfredo Pareto e alla sua tesi della circolazione delle élite per cui ogni élite politica, comprese quelle che sorgono da spinte sociali eversive, è destinata a diventare un’oligarchia, semplicemente sostituendosi a quella precedente.

Il discorso si farebbe lungo e invece vogliamo chiudere. Si tratta di stabilire, dopo il miserabile fallimento dei populismi sorti nell’ultimo periodo, se si sia ancora in quello che è stato definito “momento populista”. Probabilmente sì, ancora siamo in quel “momento” ma… posto che non può sorgere un partito populista senza un capo eroico e carismatico (e noi non lo vediamo in circolazione), la questione è se occorra attendere l’epifania di un simile eroe o se non valga invece la pena di concentrarsi sulla costruzione di un autentico partito politico.

Concentriamoci sulla costruzione del partito che poi, se quest’eroe dovesse semmai saltar fuori, avremo lo strumento per incorporarlo impedendo che faccia la fine ingloriosa di tutti quelli che lo hanno preceduto.




IL VOLTO E LA MORTE di Giorgio Agamben

Sembra che nel nuovo ordine planetario che si va delineando due cose, apparentemente senza rapporto fra loro, siano destinate a essere integralmente rimosse: il volto e la morte. Cercheremo di indagare se esse non siano invece in qualche modo connesse e quale sia il senso della loro rimozione.

Che la visione del proprio volto e del volto degli altri sia per l’uomo un’esperienza decisiva era già noto agli antichi: «Ciò che si chiama “volto” – scrive Cicerone – non può esistere in nessun animale se non nell’uomo» e i greci definivano lo schiavo, che non è padrone di se stesso, aproposon, letteralmente «senza volto». Certo tutti gli esseri viventi si mostrano e comunicano gli uni agli altri, ma solo l’uomo fa del volto il luogo del suo riconoscimento e della sua verità, l’uomo è l’animale che riconosce il suo volto allo specchio e si specchia e riconosce nel volto dell’altro. Il volto è, in questo senso, tanto la similitas, la somiglianza che la simultas, l’essere insieme degli uomini. Un uomo senza volto è necessariamente solo.

Per questo il volto è il luogo della politica. Se gli uomini avessero da comunicarsi sempre e soltanto delle informazioni, sempre questa o quella cosa, non vi sarebbe mai propriamente politica, ma unicamente scambio di messaggi. Ma poiché gli uomini hanno innanzitutto da comunicarsi la loro apertura, il loro riconoscersi l’un l’altro in un volto, il volto è la condizione stessa della politica, ciò in cui si fonda tutto ciò che gli uomini si dicono e scambiano.

Il volto è in questo senso la vera città degli uomini, l’elemento politico per eccellenza. È guardandosi in faccia che gli uomini si riconoscono e si appassionano gli uni agli altri, percepiscono somiglianza e diversità, distanza e prossimità. Se non vi è una politica animale, ciò è perché gli animali, che sono già sempre nell’aperto, non fanno della loro esposizione un problema, dimorano semplicemente in essa senza curarsene. Per questo essi non s’interessano agli specchi, all’immagine in quanto immagine. L’uomo, invece, vuole riconoscersi e essere riconosciuto, vuole appropriarsi della propria immagine, cerca in essa la propria verità. In questo modo egli trasforma l’ambiente animale in un mondo, nel campo di una incessante dialettica politica.

Un paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica. In questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto. E poichè l’uomo è un animale politico, la sparizione della politica significa anche la rimozione della vita: un bambino che nascendo non vede più il volto della propria madre rischia di non poter più concepire sentimenti umani.

Non meno importante che il rapporto col volto è per gli uomini il rapporto con i morti. L’uomo, l’animale che si riconosce nel proprio volto, è anche il solo animale che celebra il culto dei morti. Non sorprende, allora, che anche i morti abbiano un volto e che la cancellazione del volto vada di pari passo alla rimozione della morte. A Roma, il morto partecipa al mondo dei vivi attraverso la sua imago, l’immagine plasmata e dipinta sulla cera che ogni famiglia conservava nell’atrio della propria casa. L’uomo libero è, cioè, definito tanto dalla sua partecipazione alla vita politica della città che dal suo ius imaginum, il diritto inalienabile di custodire il volto dei suoi antenati e di esibirlo pubblicamente nelle feste della comunità. «Dopo la sepoltura e i riti funebri – scrive Polibio – veniva posta nel punto più visibile della casa l’imago del morto in un reliquiario di legno e questa immagine è un volto di cera fatto a esatta somiglianza sia per la forma che per il colore». Queste immagini non erano soltanto oggetto di una memoria privata, ma erano il segno tangibile dell’alleanza e della solidarietà fra i vivi e i morti, fra passato e presente che era parte integrante della vita della città. Per questo svolgevano una parte così importante nella vita pubblica, tanto che si è potuto affermare che il diritto alle immagini dei morti è il laboratorio in cui si fonda il diritto dei vivi. Ciò è tanto vero che chi si era macchiato di un grave crimine pubblico perdeva il diritto all’immagine. E la leggenda vuole che quando Romolo fonda Roma, fa scavare una fossa – detta mundus, « mondo » – in cui lui stesso e ciascuno dei suoi compagni gettano una manciata della terra da cui provengono. Questa fossa veniva aperta tre volte l’anno e si diceva che in quei giorni i mani, i morti entravano nella città e prendevano parte all’esistenza dei vivi. Il mondo non è che la soglia attraverso la quale i vivi e i morti, il passato e il presente comunicano.

Si comprende allora perché un mondo senza volti non possa essere che un mondo senza morti. Se i vivi perdono il loro volto, i morti diventano soltanto dei numeri, che, in quanto erano stati ridotti alla loro pura vita biologica, devono morire soli e senza funerali. E se il volto è il luogo in cui, prima di ogni discorso, comunichiamo con i nostri simili, allora anche i vivi, privati del loro rapporto col volto, sono, per quanto si sforzino di comunicare con i dispositivi digitali, irreparabilmente soli.

Il progetto planetario che i governi cercano di imporre è, dunque, radicalmente impolitico. Esso si propone anzi di eliminare dall’esistenza umana ogni elemento genuinamente politico, per sostituirlo con una governamentalità fondata soltanto su un controllo algoritmico. Cancellazione del volto, rimozione dei morti e distanziamento sociale sono i dispositivi essenziali di questa governamentalità, che, secondo le dichiarazioni concordi dei potenti, dovranno essere mantenuti anche quando il terrore sanitario sarà allentato. Ma una società senza volto, senza passato e senza contatto fisico è una società di spettri, come tale condannata a una più o meno rapida rovina.

* Fonte: Quodlibet




BARBERO, GRAMELLINI E L’INFERNO di Sandokan

Se mi chiedessero chi sia l’eventuale prototipo di intellettuale di regime, vi risponderei MASSIMO GRAMELLINI. Non a caso, il regime, gli consente la massima visibilità, tra cui la sua caustica rubrichetta il Caffè sulla prima pagina del Corriere della sera. Di norma il Gramellini se la prende con chiunque non sia allineato col regime appunto — prima quello della seconda repubblica, e ora che questo sta tirando le cuoia, più sferzante che mai, contro chi ha anche soltanto lievi mal di pancia davanti al nascente regime psico-sanitario.

Stamattina, 7 settembre, se la prende con il professor Barbero perché ha firmato il manifesto dei docenti contro il “Green Pass”. Siccome Barbero ha evocato Dante, il quale ne l’Inferno aveva ficcato gli ipocriti nell’ottavo girone, il Gramellini ha facile gioco a sostenere che in quel girone Dante c’avrebbe messo il Barbero stesso. Non a torto in effetti, poiché il Barbero dice no al “Green Pass” ma si dichiara favorevole all’obbligo vaccinale (sic!).

E’ furbo, davvero, il Gramellini. Da obbediente intellettuale con l’elmetto spara sui bersagli facili, così il suo sarcasmo fa ovviamente più effetto. Questa volta tuttavia ha toppato. Il nostro ha pensato di fare una furbata usando Dante contro Barbero, ora consentirà a noi di ricordare che Dante l’avrebbe spedito a fare compagnia agli ipocriti, per la precisione nella prima bolgia dell’ottavo girone dov’erano puniti i ruffiani ed i seduttori, la  stessa razza del Gramellini appunto.

Ps.

Veniamo a sapere che da oggi anche i parlamentari dovranno esibire il “Green Pass” per accedere al ristorante, alla buvette ed agli altri uffici parlamentari.

“La legge è uguale per tutti”, esulta Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia — il partito che ha chiesto l’adozione della norma. Il “Green Pass” non dovrà essere tuttavia esibito per entrare nell’aula parlamentare. Perché segnaliamo questa cosa? Perché, come spiega il deputato Fontana, “chiedere il “Green Pass” significherebbe limitare un diritto costituzionale” (testuale!).

Esatto, aggiungiamo noi. Significherebbe anzi violarne diversi di diritti costituzionali. Anzitutto l’Art.17 che contempla il diritto di riunione. Peccato che questo diritto, con la scusa della pandemia, sia stato sostanzialmente soppresso dai decreti conseguenti allo Stato d’emergenza —  senza “Green Pass” tutte le riunioni al chiuso sono rigorosamente vietate.

Due pesi, dunque, e due misure, nel regime psico-sanitario. Ciò che non è consentito ai cittadini lo è per i parlamentari, che possono “assembrarsi” anche se non sono vaccinati (ce ne sono diversi), solo avendo fatto un tampone salivare (gratutito). Così è violato anche l’Art. 3 della Carta, quello che dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”.




RESTARE UMANI di Leonardo Mazzei

I media sono eccitati. Il “Vile affarista” (copyright Francesco Cossiga) ha detto sì. Sì all’obbligo vaccinale, sì alla terza dose. Ed intanto si porta avanti con il super Green pass, quello da estendere ai lavoratori dei trasporti, della ristorazione e dell’intero comparto pubblico. Il nuovo decreto legge è già annunciato per la prossima settimana. Ma non basta: l’obbligo per gli statali farà da apripista a quello per i dipendenti delle aziende private. Così Confindustria sarà contenta… ed i sindacati pure!

Abbiamo dunque un governo che procede con un decreto dopo l’altro, che estende il nuovo salvacondotto medievale prima ancora che il parlamento abbia approvato quelli precedenti. Un governo che impone obblighi con il ricatto del lavoro, di fatto con quello della fame! E lo fa non solo nel silenzio, ma con la complicità dei tanti che dovrebbero parlare. Bel Paese l’Italia, avremo anche la Costituzione più bella del mondo, ma di certo abbiamo i costituzionalisti più vigliacchi della Via Lattea!

Ma come si spiega questa foga inoculatrice? Come si spiega un lasciapassare vaccinale che non ha uguali al mondo, superando ormai in restrizioni pure l’iniziale modello francese?

C’è forse una qualche ragione sanitaria che lo giustifichi? A leggere i dati sembrerebbe proprio di no. L’Italia è, fin dall’inizio, uno dei paesi dove ci si vaccina di più. E nei giorni scorsi è stato annunciato trionfalmente il raggiungimento dell’obiettivo del 70% di vaccinati, quel numero magico che secondo gli espertoni da talk show avrebbe consentito il conseguimento dell’immunità di gregge. Almeno così dicevano all’inizio dell’anno, mentre adesso – chissà perché! – hanno spostato l’asticella all’80, al 90 e perfino al 95% annunciato dal solito Abrignani (Cts) ieri mattina!

Il fatto è che il vaccino non funziona. O, perlomeno, funziona assai meno di quel che vorrebbero farci credere. Di certo è un vaccino a tempo: funzionicchia nei primi mesi, ma smette di farlo del tutto in tempi rapidi assai. Del resto, se così non fosse, che senso avrebbe la terza dose?

Lorsignori cercano di convincerci sulla bontà dei vaccini con un profluvio di numeri, ma evitano di rispondere al dato più importante di tutti, quello del confronto della situazione del 2021 (anno della santa vaccinazione) rispetto a quella del 2020 (anno della totale assenza di ogni tipo di vaccino).

Già ci occupammo della questione ad inizio giugno, ma dopo tre mesi la musica è la stessa: si stava meglio quando (secondo la narrazione dominante) si stava peggio.

Vediamo dunque i numeri ufficiali, esaminando la media giornaliera (casi e morti) dell’ultima settimana di agosto, in Italia e nel mondo.

Nel nostro Paese, a fine agosto 2020 si aveva una media di 1.274 casi giornalieri, saliti quest’anno a 6.449, con un aumento di oltre cinque volte. Stessa dinamica, anzi pure peggiore, per i morti attribuiti al Covid. In questo caso la media giornaliera di 6 vittime del 2020 è salita fino alle 51 del 2021, con un incremento di 8 volte e mezzo.

Non diversamente vanno le cose nel mondo, dove (sempre nella stessa settimana) i casi medi giornalieri ufficiali sono passati dai 267.268 del 2020 ai 645.186 di quest’anno, mentre i morti sono aumentati da 5.878 a 9.455.

Che dire? Il vaccino funziona alla grande, come no!

Conosciamo bene le 2 obiezioni dei sostenitori della narrazione ufficiale: 1) i responsabili della prosecuzione dell’epidemia sono i non vaccinati, 2) c’è poi la terribile variante delta senza la quale avremmo già chiuso la partita col virus. Questo è quel che ci dicono i famosi “esperti”, la cui esperienza non basta però a nascondere le contraddizioni in cui cadono fin dall’inizio di questa storia.

Le loro obiezioni sono infatti assai fragili. In primo luogo, i non vaccinati saranno pure i criminali che si dice, ma se il vaccino funzionasse l’andamento dei casi (e dei decessi) dovrebbe essere inverso rispetto a quello delle vaccinazioni. Al crescere delle seconde dovrebbe corrispondere un calo proporzionale dei primi. Sfortunatamente così non è. Anzi, si verifica esattamente il contrario! Ce lo dicono i loro stessi dati.

In secondo luogo, aggrapparsi alle varianti è sintomo di una malafede che si commenta da sola. Intanto, che una variante riduca drasticamente l’efficacia del vaccino è la prova provata dell’assurdità di aver puntato tutto su questa soluzione contro un virus che si sapeva sarebbe mutato. Ma poi, è vero o non è vero che molti scienziati – a partire dal premio Nobel Luc Montagnier – avevano messo in guardia per tempo proprio sul fatto che una vaccinazione di massa durante l’epidemia avrebbe provocato l’emergere di nuove forme del virus? Quel che sta avvenendo non è forse la conferma di quanto temuto dallo scienziato francese?

Ora, ognuno può avere le opinioni che crede, ma mi pare difficile contestare che il dato fondamentale per capire come stanno davvero le cose sia quello dell’andamento generale dell’epidemia. E’ inutile che si dimostri che il vaccino ha comunque un’efficacia x rispetto ai casi, se magari quei casi sono cresciuti proprio a causa di varianti frutto di quello stesso vaccino. Il fatto che conta è che i più si aspettavano dalla vaccinazione un netto miglioramento della situazione. Abbiamo al contrario un peggioramento, qualcosa vorrà pure dire…

Torniamo allora alle domande iniziali: perché questa foga inoculatrice, perché un Green pass sempre più restrittivo?

Credo che queste domande abbiano due risposte: 1) perché si vuol nascondere il fallimento della strategia vaccinale con la caccia alle streghe, 2) perché l’obiettivo delle misure liberticide non è di tipo sanitario, bensì politico.

In proposito chi scrive non ha dubbi. La questione sanitaria, che pure esiste ma in termini ben diversi da quelli narrati, è solo un pretesto. Il Covid è lo strumento per costruire un moderno regime autoritario, basato sul dominio totalitario di una tecnocrazia legittimata da una scienza fattasi religione. E l’Italia, specie con l’arrivo al potere del più pericoloso capo di governo del dopoguerra, è uno dei laboratori più avanzati (forse addirittura il più importante) di questo progetto criminale che investe tutto l’occidente.

Ecco perché siamo arrivati all’impensabile, perché andranno avanti, perché la lotta sarà durissima. Ed ecco perché siamo obbligati a vincere. Per difendere il lavoro e la libertà, in una parola per restare umani.




NO PANICO di Moreno Pasquinelli

Draghi non ha avuto esitazioni: il governo sta decidendo di passare il Rubicone, la linea oltrepassata la quale l’Italia sarebbe il primo paese al mondo ad introdurre l’obbligo vaccinale, il confine oltre il quale avrà preso definitivamente forma una DITTATURA SANITARIA.

Chi, all’inizio dell’incubo, la paventava, veniva deriso e sbeffeggiato come “complottista” o farneticatore. Invece aveva ragione. Dittatura sanitaria è per la precisione una metafora, un termine figurato, un concetto che ne simboleggia un altro. L’obbligo vaccinale, in conclamata violazione del diritto fin qui considerato sacro alla libertà di scelta terapeutica; l’obbligo vaccinale che implica che il governo potrà disporre dei corpi delle persone senza il loro consenso; è l’atto con cui si vuole sancire la fine della pur menomata democrazia e battezzare un regime di dittatura dispiegata. “Sovrano è chi decide sullo Stato d’eccezione” disse Carl Schmitt. Siamo al tramonto dello Stato di diritto, ove il sovrano si pone come potere assoluto e proclama di essere legibus solutus.

Si conferma l’uso proditorio della pandemia, la lotta al “Covid” come grimaldello per attuare un passaggio di regime. Chi lo ha negato si divide in due categorie: quella dei furfanti e dei pagliacci politici al servizio dell’élite dominante; e quelli che sono cascati, magari in buona fede, nella trappola ideologica per cui le misure autoritarie si giustificavano col discorso della difesa del “bene comune”. Ci auguriamo che molti di quelli che si sono fatti abbindolare, giunti a questo drammatico tornante, avranno il coraggio di ricredersi.

L’élite, in preda al delirio di onnipotenza, visto il successo della campagna di vaccinazione — per la verità parziale dato che i numeri dei vaccinati vengono gonfiati, come sono stati gonfiati e manipolati i numeri dei malati e dei deceduti —, spavaldamente ritengono di avere già il successo in tasca. Che l’élite giunga al traguardo è tuttavia da vedersi. Che ci riesca o meno dipende appunto dalla capacità di isolare la minoranza contraria, dipende anzi dalla possibilità di chiuderla in una ridotta, di confinarla a truppa sparuta e di schiacciarla nell’angolo. Errore che il movimento che ha animato le piazze contro il “Green Pass” deve evitare… come la peste, agendo invece per modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza, ciò che implica, nella battaglia per impedire che sorga la nuova dittatura, riuscire a portare dalla propria parte le milionate dei cittadini che hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, quelli che per ragioni di sopravvivenza sono stati costretti a vaccinarsi.

Per questo occorre non solo sconfiggere chi propone estremistiche fughe in avanti proponendo forme di lotta estremistiche; occorre contrastare chi pensa che la battaglia sia già persa e vaticina un impossibile autoconfinamento in piccole comunità agresti, e chi già pensa di darsi alla fuga con l’autoesilio in qualche paese più tollerante. Le legioni di Cesare non hanno ancora valicato il Rubicone. I tempi sono strettissimi ma bisogna tentare di affrontarle per impedire questo oltrepassamento.

Saremo sconfitti? E’ molto probabile. Ci sono però sconfitte e sconfitte. Ci sono quelle che diventano disfatte e quelle che consentono, con una ritirata ordinata (che non deve quindi trasformarsi in rotta), di organizzare una Resistenza che riesca a trovare forme e modi per tenere accesa la fiaccola della liberazione.

Il nemico non è onnipotente. Le vertigini del successo portano a compiere gravi errori. Il passaggio da un regime ad un altro, come ogni grande mutamento, è irto di ostacoli e di imprevisti. Tenacia, tenacia e ancora tenacia!




APPELLO CONTRO IL “GREEN PASS“ DEI DOCENTI UNIVERSITARI

L’Università e la Scuola sono, per definizione, il luogo dello scambio, dell’inclusione, della riduzione delle barriere sociali, della crescita personale attraverso i legami di amicizia e di interessi culturali. Vedere oggi queste istituzioni diventare uno dei luoghi privilegiati di esclusione e separazione è uno spettacolo non solo inquietante ma desolante.

Senza dubbio, agli occhi di molti la crisi provocata dal Covid-19 – comunque la si voglia considerare sotto il profilo strettamente sanitario – ha funzionato come fattore di accelerazione e catalizzazione di tendenze autoritarie sul piano politico, sociale e antropologico, che vengono da lontano, almeno dalla “controriforma” neo liberista iniziatasi negli anni ‘80. Una deriva che, per essere in atto da tempo, non risulta meno angosciosamente preoccupante. Dopo i primi mesi di schock, a molti è apparso sempre più chiaro come la risposta alla crisi assumesse sempre più un carattere politico più che strettamente sanitario, investendo le libertà e i diritti individuali in modo scarsamente giustificabile razionalmente.

L’introduzione della “certificazione verde”, il cosiddetto “green pass” (anglicismo che, come spesso accade, vuole coprire la natura problematica del documento), non fa che culminare questo processo involutivo. Essa riporta l’Italia a epoche passate di discriminazione tra cittadini che speravamo di non vedere mai più.

Un settore crescente della popolazione assiste, tra l’angoscia e la stupefazione,  a una deriva autoritaria e transumanista delle nostre società, a livello nazionale e globale, di cui era difficile prevedere l’intensità e la rapidità. Un’aggressività del potere inedita, una violenza sistemica finora sconosciuta, apparati di propaganda senza freni, una mentalità bellica che segnalano una sorta di mutazione genetica delle classi dirigenti e del rapporto di queste con le popolazioni.

Questa pressione estrema corrisponde all’importanza della posta in gioco, ora svelata completamente dal meccanismo discriminatorio del “green pass”: la ristrutturazione in profondità delle relazioni umane a tutti i livelli, verticale e orizzontale. Un sistema che trascende i fascismi e punta su una società della disciplina totale coniugata a un individualismo estremo basato sulla paura, in cui l’altro in definitiva è sempre una potenziale minaccia: competitore, aggressore razzista o machista, e ora potenziale killer biologico.

Le relazioni umane vengono sterilizzate e precostituite dall’alto attraverso regole di “distanziamento” che mirano a diventare permanenti e dettate da un Potere autoreferenziale, con la sua folla di “esperti” che a vario titolo riscrivono le regole delle relazioni interpersonali, anche le più intime, in una sottrazione di autodeterminazione senza precedenti noti.

Una frammentazione estrema che capovolge l’identità stessa dell’individuo, trasformandolo da “animale sociale” per natura in “homo oeconomicus” e carne di social media. Ma dal sociale ai social si perde più di una lettera: si perde l’umanità. La sovranità su se stessi e sui propri comportamenti più spontanei, questa è la posta in gioco definitiva del “green pass”.

Per questo, da intellettuali impegnati a vario titolo nei campi delle scienze umane e sociali, facciamo appello a una presa di coscienza collettiva che si traduca in azione, razionale, pacifica ma energica, di risposta a questa sfida che rischia di trasformare per sempre, in senso distopico, le nostre società.

*Guido Cappelli, docente Letteratura italiana, Università Orientale, Napoli

*Giuseppe Germano, docente di Letteratura italiana presso l’Università Federico, Napoli

* Antonietta Iacono, docente di Letteratura italiana presso l’Università Federico, Napoli




NON CADREMO NELLA TRAPPOLA DELLA SPIRALE DI VIOLENZA E CONTRO-VIOLENZA

«Non cadremo nella trappola della spirale di violenza e contro-violenza»

Comunicato stampa 30 agosto 2021

E’ sotto gli occhi di tutti, contro il cosiddetto “green pass” e l’obbligo vaccinale, in difesa della libertà di scelta terapeutica e della democrazia, è sorto un grande movimento di massa.

Un movimento che vede la partecipazione consapevole dei più diversi soggetti sociali: dai lavoratori della sanità e della scuola, alle partite Iva, agli studenti.

E’ una nuova e tenace resistenza quella che sta sorgendo, essa può e deve crescere, espandersi acquistare forza e autorevolezza. Ma essa ha diversi nemici, esterni ma pure interni, anzitutto un potere tetragono deciso a fondare un nuovo regime autoritario e tecnocratico.

Visto che il terrorismo psicologico e le minacce non hanno fermato le proteste, il potere ha messo nel conto di usare il pugno di ferro per soffocare questo movimento nella sua culla. Sappia, chi detiene il potere, che noi non ci faremo intimidire.

Davanti ad una eventuale offensiva repressiva sapremo difenderci mettendo in campo vincenti azioni di disobbedienza civile di massa. Non cadremo quindi nella trappola della spirale di violenza e contro-violenza.

Per questo, pur sentendoci vicini al sentimento di rivolta di tanti cittadini, denunciamo apertamente coloro i quali, si tratti di soggetti nascosti dietro all’anonimato o sciagurati personaggi che si muovono tra ambienti avventuristi e di malavita, vanno lanciando azioni di forza bellicose: dai blocchi delle autostrade e delle stazioni ferroviarie, agli assalti al Parlamento.

Per un movimento che sta muovendo i primi passi questa fuga in avanti sarebbe un suicidio e presterebbe il fianco proprio al potere che non vede l’ora di fermare i moti di rivolta.

Per questo, mentre condanniamo questi esagitati, invitiamo tutti i cittadini risvegliati a non seguire le loro indicazioni ambigue e velleitarie ed a proseguire nelle mobilitazioni in corso, città per città, fino alla grande manifestazione nazionale del 25 settembre a Piazza San Giovanni a Roma.

Certo che dovremo bloccare la macchina diabolica del potere, ma potremo farlo quando saremo in grado di avere con noi milioni di cittadini consapevoli e ben organizzati. E quando saremo milioni tutto sarà possibile, anche la resa dei conti con i criminali abusivi che occupano le istituzioni della Repubblica.

Fronte del Dissenso

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