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LA SOVRANITA’ ITALIANA IN UNA PROSPETTIVA STORICA di Andrea Zhok

Qualche giorno fa ho letto sulla rivista Limes alcune considerazioni scritte in forma anonima da un ufficiale americano in congedo. Nulla di davvero nuovo, né sconvolgente, solo un promemoria della situazione reale dell’Italia in rapporto agli USA.

«Che cosa abbiamo? Il controllo militare e di intelligence del territorio, in forma pressoché totale. E quel grado, non eccessivo, di influenza sul potere politico -soprattutto sui poteri informali ma fondamentali che gestiscono di fatto il paese. Quello che voi italiani ci avete consegnato nel 1945 -a proposito, se qualcuno di voi mi spiegasse perché ci dichiaraste guerra, gliene sarei davvero grato- e che non potremmo, nemmeno volendolo, restituirvi. Se non perdendo la terza guerra mondiale.

In concreto -e vengo, penso, a quella «geopolitica» di cui parlate mentre noi la facciamo- dell’Italia ci interessano tre cose. La posizione (quindi le basi), il papa (quindi l’universale potenza spirituale, e qui forse come cattolico e correligionario del papa emerito sono un poco di parte) e il mito di Roma, che tanto influì sui nostri padri fondatori.

La posizione. Siete un gigantesco molo piantato in mezzo al Mediterraneo. Sul fronte adriatico, eravate (e un po’ restate, perché quelli non muoiono mai) bastione contro la minaccia russa, oggi soprattutto cinese. Ma come vi può essere saltato in mente di offrire ai cinesi il porto di Trieste? Chiedo scusa, ma avete dimenticato che quello scalo di Vienna su cui i rossi di Tito stavano per mettere le mani ve lo abbiamo restituito noi, nel 1954? E non avete la pazienza di studiare il collegamento ferroviario e stradale fra Vicenza (e Aviano) e Trieste -ai tempi miei faceva abbastanza schifo, ma non importa- che fa di quel porto uno scalo militare, all’intersezione meridionale dell’estrema linea difensiva Baltico-Adriatico? E forse dimenticate che una delle più grandi piattaforme di comunicazioni, cioè di intelligence, fuori del territorio nazionale l’abbiamo in Sicilia, a Niscemi, presso lo Stretto che separa Africa ed Europa, da cui passano le rotte fra Atlantico e Indo- Pacifico?».

Il testo prosegue in modo interessante, ma siccome non sono qui intenzionato a sviluppare un discorso di natura geopolitica, per quel che voglio dire, basta così.

Parto da queste valutazioni, che sono un semplice realistico bagno di realtà, per fare alcune considerazioni generali sulla condizione storica dell’Italia.

Il dato di partenza, ben illustrato nel passaggio succitato, è che l’Italia non è in nessun modo valutabile come un paese politicamente sovrano.

Siamo un protettorato USA, cui è stato concesso di acquisire una seconda forma di dipendenza, economica, nei confronti della Germania, nella cornice UE. Questo è quanto.

Siamo dunque poco più di un’espressione geografica, come diceva Metternich, la cui politica ha minimi margini di gioco.

Siamo lontani dagli anni in cui vedevamo le dirette ingerenze dei “servizi segreti deviati” nella politica italiana (“strategia della tensione”), ma ne siamo lontani semplicemente perché ciò che spontaneamente si agita nella politica italiana è già totalmente asservito, e non richiede una manipolazione troppo robusta.

Facciamo una politica estera che ci viene dettata nei dettagli dagli USA, abbaiando obbedienti ai loro avversari.

Facciamo una politica interna innocua e perfettamente inconcludente, e una politica economica apprezzata dagli USA (e che coincide con il gradimento degli ordoliberisti tedeschi.)

Questa è la situazione e, come dice correttamente l’ufficiale, non cambierà fino alla terza guerra mondiale (o fino ad un cataclisma di pari portata).

I margini reali della nostra politica sono quelli che passano tra l’essere un paese nel gruppo di coda nella cornice ordoliberista europea e l’essere un paese nel gruppo di testa, nella stessa cornice. Possiamo cioè migliorare un po’ le condizioni di vita di alcuni gruppi, nel quadro economico dato.

Non è un obiettivo insignificante, può essere meritevole di impegno, ma segnala chiaramente i confini di una politica nazionale che vive nella boccia dei pesci rossi tenuta sul comodino dagli USA.

Non è in discussione la cornice di sistema economico, così come non è in discussione nulla che riguardi la politica estera.

Per quelli che si riempiono la bocca di ‘libertà’ è utile capire che la libertà che abbiamo è quella che il guardiano del carcere concede ai detenuti modello.

In questo contesto, c’è qualcosa che possiamo fare? C’è un ruolo che possiamo giocare senza che sia già pregiudicato?

Direi che rimane soltanto un autentico spiraglio di libertà positiva. E’ lo spiraglio, per rifarci ad un modello classico – e inarrivabile -, che aveva la Grecia antica rispetto alla strapotenza romana: non abbiamo margini per muovere foglia sul piano della politica sovrana, ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come ‘potenza culturale’.

Lo so che siamo troppo occupati, grazie ai nostri media, a piangerci addosso per non essere abbastanza simili al padrone americano.

Lo so che tutto ciò che viene promosso come esemplarità da perseguire dal nostro apparato informativo non travalica i limiti di un’emulazione goffa del modello americano.

Non paga del colonialismo materiale, economico e politico una parte significativa delle classi dirigenti del nostro paese, incardinata nel sistema mediatico, cerca h24 di ridurre l’Italia anche ad una colonia culturale.

Ciò avviene in mille modi, dall’adozione di modelli formativi di ispirazione americana, all’assorbimento passivo illimitato della filmografia americana (e dei suoi temi, che siamo indotti a immaginare siano i nostri), alla resa incondizionata a tonnellate di imprestiti linguistici da parvenu (ci muoveremo grazie al Green pass, canteremo le lodi del Recovery fund, che ci permetterà di ribadire il Jobs act, dopo essere finalmente usciti dal Lockdown, in attesa che vadano al governo quelli della Flat tax al posto di quelli del Gender fluid, e ci dedicheremo allo Smart working, rivitalizzando i settori del Food e del Wedding, mentre lotteremo impavidi contro le Fake news.)

Fortunatamente, nonostante tutti i tentativi di distruzione, le tradizioni culturali hanno una natura coriacea, un’inerzia che tende a permanere nonostante le attività di boicottaggio costante.

E così, nonostante la distruzione sistematica di scuola e università sul piano istituzionale, una tradizione di formazione mediamente decente, a volte brillante, continua a persistere.

E così, nonostante la demolizione a colpi di squallore american-style della cultura musicale, in quello che un tempo era considerato il paese musicale per eccellenza, rimangono buone tradizioni di formazione e continuiamo a produrre musicisti di rango.

E così, nonostante i tentativi di devastare la cultura enogastronomica più ricca del mondo a colpi di bollinature UE e promozioni McDonald’s, rimane un’ampia cultura diffusa della buona alimentazione.

Ecc. ecc. …

Il punto di fondo credo sia il seguente.

Nel medio-lungo periodo l’unico vero patrimonio che, come italiani, siamo nelle condizioni di coltivare, preservare e sviluppare liberamente è quello culturale.

Abbiamo ereditato una delle dieci tradizioni culturali più ricche, durature e molteplici del mondo.

E se non cediamo su tutta la linea a quelle élite cosmopolite, mediaticamente sovrarappresentate, ma culturalmente straccione che ambientano i loro sogni a Central Park e nella Baia di San Francisco, se non molliamo completamente il colpo, può darsi che la storia ci riservi ancora un ruolo che non sia quello di un villaggio turistico coloniale.

* Fonte: Sinistra in rete




BANKITALIA: ECCO A VOI IL GRANDE RESET di Ilaria Bifarini

Un lungo discorso, durato circa un’ora, dettagliato sull’andamento economico registrato durante l’annus horribilis della dichiarata pandemia, ma allo stesso tempo dal carattere programmatico, che ben delinea il disegno per il futuro dell’Italia: è la presentazione della Relazione annuale sul 2020 di Bankitalia tenuta ieri al Senato dal governatore Ignazio Visco.

«Non è possibile un futuro costruito su sussidi e incentivi pubblici“ì», ha spiegato senza mezzi termini, annunciando l’uscita graduale dai sostegni, che saranno rivolti a chi affronta difficoltà contingenti ma presenta capacità di ripresa e non a quelle imprese prive di prospettive di rimanere sul mercato. Un mercato del futuro che rispecchia le linee guida e di investimento del PNRR, incentrato, come esemplificato dai nuovi ministeri del governo Draghi, su transizione ecologica e digitale.

Ripartizione fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)

Quali sono le attività produttive ormai obsolete in questo nuovo contesto e destinate dunque a sparire? Sono le “molte microimprese”, troppe per il governatore e per il piano da realizzare, che presentano scarsa produttività rispetto alle altre più competitive dei Paesi virtuosi, imprese con meno di 10 dipendenti, che in Italia rappresentano quasi il 50% del tessuto produttivo, il doppio che nel resto d’UE.

«La specializzazione in attività tradizionali e la piccola dimensione riducono la domanda di personale specializzato, innescando quel circolo vizioso di bassi salari e modeste opportunità di impiego che scoraggiano investimenti in ricerca e istruzione».

Storico fiore all’occhiello dell’economia nazionale, le PMI nel Belpaese costituiscono un universo variegato, fatto di imprese a conduzione familiare, piccole eccellenze dell’artigianato locale, aziende enogastronomiche, filiere di lavorazione, dislocate tanto nel Nord industriale che nel meridione delle tradizioni culinarie. Offrono lavoro al 78,6% delle persone occupate (dati pre Covid) e costituiscono la quasi totalità delle attività in Italia, con una percentuale superiore al resto d’Europa e seconda tra i Paesi Ocse.

Una peculiarità che non piace ai fautori del neoliberismo, che da tempo hanno dichiarato guerra al “nanismo” imprenditoriale, tacciando la ridotta dimensione come il principale ostacolo alla produttività e all’innovazione della nostra economia.

Analogo discorso viene fatto per il sistema bancario. Il modello della piccola banca tradizionale, secondo Visco, è ormai superato e va rivisto con aggregazioni da attuare nell’immediato per sostenere la redditività: “diversi intermediari per la maggior parte di piccole dimensioni e con un’operatività tradizionale, presentano debolezze strutturali; in taluni casi esse sono dovute a un governo societario non adeguato e alla debolezza dei controlli interni, in altri alla ridotta capacità di accedere ai mercati dei capitali, di innovare e di sfruttare economie di scala e di diversificazione”.

Come per le imprese «anche nella gestione del credito e del risparmio il nuovo equilibrio sarà differente da quello attuale, chi non saprà prepararsi in anticipo al cambiamento e non si adatterà con prontezza sarà destinato a perdere rapidamente terreno».

La visione del futuro e della nuova normalità è chiara, la stessa espressa già da Draghi, da Monti prima di lui, da tutto il gotha dell’ideologia neoliberista e massimamente rappresentata dal Grande Reset dichiarato a Davos, per la cui realizzazione l’emergenza Covid ha rappresentato un’occasione preziosa e irripetibile.

È la tanto agognata attuazione della Quarta Rivoluzione Industriale, basata su intelligenza artificiale e rete 5G, che necessita un preventivo repulisti del nostro sistema imprenditoriale, ormai considerato anacronistico, a favore di un gigantismo aziendale, fatto per lo più di grandi multinazionali iperdigitalizzate, con una pennellata di green per far spazio alla sostenibilità, termine tanto abusato quanto ambiguo nei contenuti, al pari dell’onnipresente resilienza.

Ovviamente l’intero discorso è stato infarcito di elogi all’operato dell’UE, al rafforzamento dei meccanismi unionali e di cooperazione e all’auspicio della realizzazione prossima di un bilancio comune, nonché di un euro digitale, cui Banca d’Italia sarà impegnata in prima linea.

Non manca una nota positiva, ripresa con entusiasmo da tutte le agenzie in concomitanza con il comunicato dell’OCSE: il Pil tornerà a crescere nel 2021, superando il 4%. Il dato assume valore solo se confrontato al crollo del nostro prodotto interno lordo del 2020, pari all’8,9%, il doppio della perdita del Pil mondiale (4,4%) e ben superiore al resto d’UE (6,3%), cui va aggiunta una caduta di occupazione di quasi 1 milione di lavoratori (945 mila). La performance particolarmente negativa dell’Italia è dovuta alla durata e al rigore delle misure restrittive -siamo stati i primi a chiudere e tra gli ultimi a riaprire- e il peso preponderante del settore turistico, circa il 13% del Pil, fortemente danneggiato dalle misure governative.

Un rimbalzo inevitabile, e anzi piuttosto contenuto possiamo dire, ma per Visco, neanche a dirlo, la presunta ripresa sarebbe da attribuire alla vaccinazione di massa in corso. Peccato che lo stesso Draghi abbia affermato che le mutazioni possono rendere inutili i vaccini.

Il merito di questa esaustiva relazione da parte del titolare di via XX Settembre consiste nell’aver spazzato il campo da ogni equivoco: dopo una fase assistenzialista e paternalista dello Stato, volta a traghettare la popolazione verso la nuova normalità, si passa alla realizzazione operativa del piano del Grande Reset. Con la fine del blocco dei licenziamenti, delle garanzie statali sui prestiti e delle moratorie sui debiti, che hanno consentito a molte aziende di sopravvivere nonostante l’imposizione del divieto di lavorare, e la concessione di sussidi solo alle attività in linea con il modello di sviluppo pianificato, non c’è più spazio per le piccole imprese e per le tradizioni locali. Il futuro è dei giganti e dell’omologazione iperdigitale.

* Fonte: Controinformazione




IL TRILEMMA DI RODRIK, LA PANDEMIA E IL GRANDE RESET di Moreno Pasquinelli

Era il 2011 e quando uscì fece discutere molto. Parliamo del libro dell’economista Dani Rodrik La globalizzazione intelligente. Esso conteneva, riferendosi all’economia-mondo, il paradigma che sarà poi noto come TRILEMMA DI RODRIK.

Per chi come noi partecipò alla fondazione del Movimento Popolare di Liberazione (MPL) e alla Sinistra contro l’euro, rappresentò una conferma decisiva della reale natura dell’Unione europea (laboratorio avanzato dell’esperimento mondialista) e del perché fosse necessario impugnare l’obbiettivo della sovranità nazionale.

Ma andiamo con ordine. Il Paradigma di Rodrik è alquanto semplice: democrazia, autodeterminazione nazionale e globalizzazione economica non possono procedere assieme. Rodrik scriveva testualmente:

«Se vogliamo far progredire la globalizzazione dobbiamo rinunciare o allo Stato-nazione o alla democrazia politica. Se vogliamo difendere ed estendere la democrazia, dovremo scegliere tra lo Stato-nazione e l’integrazione economica internazionale. E se vogliamo conservare lo Stato-nazione e l’autodeterminazione dovremo scegliere fra potenziare la democrazia e potenziare la globalizzazione».

La chiave di volta del ragionamento di Rodrik era alquanto semplice: la globalizzazione economica, per sua natura, è disruptive, procede implacabilmente quella che viene chiamata “distruzione creativa, in nome della competitività selvaggia distrugge i settori economici meno “performanti”, favorisce una gigantesca concentrazione a vantaggio delle corporation di peso mondiale, crea enormi diseguaglianze sociali e quindi fratture e conflitti destabilizzanti nelle diverse nazioni. Rodrik concludeva col pronostico che la maggior parte dei paesi non avrebbe rinunciato alla sovranità nazionale, anzitutto non avrebbero accettato di essere travolti dalla iper-globalizzazione mega-stati come la Cina, la Russia, l’India, e nemmeno gli Stati Uniti e l’Unione europea.

A noi pare non ci siamo dubbi sul fato che Rodrik avesse visto giusto. La trionfante marcia verso la iper-globalizzazione pilotata delle élite mondialiste ha subito negli ultimi anni una marcia d’arresto: di qui l’ascesa di Trump negli Stati Uniti, l’uscita del Regno Unito dalla Ue, le politiche assertive di Pechino e Mosca (di cui le nuove tensioni geopolitiche).

La globalizzazione è dunque passata a miglior vita? Le élite mondialiste sono state definitivamente sconfitte e battono in ritirata?

La risposta è no. Il mondo è ancora un campo di battaglia tra le forze globaliste e antiglobaliste, l’esito è ancora aperto. E qui veniamo alla pandemia, al Grande Reset e alle sorti dell’Unione europea.

La pandemia ha segnato un momentaneo vantaggio per l’élite mondialista. Forte del suo peso economico e finanziario, padrona e monopolista dei potenti mezzi della comunicazione globale, avendo al suo servizio eserciti di politici, intellettuali e scienziati, ha potuto e saputo usare lo shock pandemico come letale arma per spingere alla ritirata tattica i suoi avversari (vedi la sconfitta di Trump) costringendo stati e potenze recalcitranti ad allinearsi alla narrazione che solo con la cooperazione e la collaborazione globale si può far fronte alla “emergenza planetaria” e alla apocalittica epoca di devastanti pandemie future.

Per quanto concerne il Grande Reset, posto che esso è abbracciato da frazioni del super-capitalismo globale (tra cui quelle che amministrano enormi corporation industriali nonché gestiscono il grosso della finanza predatoria, e che dunque possono decidere il bello e cattivo tempo pretendendo di mettere anche gli stati-potenza con le spalle al muro), esso consiste, in estrema sintesi, nella prospettiva distopica di un governo tecnocratico mondiale.

L’Unione europea è per lorsignori un banco di prova decisivo essendo la punta avanzata della loro strategia di avanzamento verso il governo tecnocratico mondiale. Qui in Europa si deve infatti dimostrare la fattibilità del loro progetto storico, quello di ottenere il graduale deperimento degli stati-nazione per lasciare posto ad un governo tecnocratico sovra-nazionale — e siccome Rodrik aveva visto giusto, con tanto di definitiva eliminazione della democrazia e del suo patrimonio di diritti sociali e civili.

Se inseriamo il particolare nel generale riusciamo quindi a capire perché Mario Draghi sia assurto a capo del governo in Italia: è stato messo lì per evitare che col deragliamento dell’Italia salti per sempre l’Unione europea. Draghi non è infatti un banale fantoccio politico dell’élite mondialista, egli essendo uno dei massimi esponenti di quella consorteria. Con lui l’élite ha così deciso di prendere in mano direttamente le redini del nostro Paese, togliendole a politicanti litigiosi, pasticcioni e recalcitranti.

Ciò a dimostrazione che se l’Unione europea è un banco di prova in cui si decide la sorte del successo dell’operazione del Grande Reset, l’Italia resta il punto dove un fatale corto circuito potrebbe far saltare il banco.




CONTRO L’ECONOMICISMO di Moreno Pasquinelli

Facendo una ricerca su questo sito, gli articoli dedicati a Draghi, o con Draghi nel titolo, sono più di un centinaio. Dal tempo in cui divenne capo supremo della Bce, fino ai giorni recenti, diventato Presidente del Consiglio.

Dobbiamo tornarci.

Prendiamo come spunto di riflessione un interessante articolo di Domenico Moro dal titolo DRAGHI E IL GRANDE RESET DEL CAPITALISMO.

Riportiamo la tesi che fa da chiave di volta dell’analisi di Moro:

«I Paesi a capitalismo avanzato si caratterizzano per una sovraccumulazione di capitale assoluta, cioè per un eccesso di investimenti in rapporto alla profittabilità, che determina il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto. Da questa situazione derivano le crisi che si sono succedute ripetutamente dal 2001 ad oggi, compresa la crisi dei mutui subprime del 2007-2009 e quella dei debiti sovrani del 2011-2012. Anche la crisi del Covid-19, che è la crisi di gran lunga più profonda dagli anni ’30, in realtà si è verificata quando l’economia mondiale e quella europea stavano già imboccando una fase di declino. Da questo punto di vista il Covid-19 rappresenta una occasione preziosa per il capitale nel suo complesso. Infatti, da una parte il Covid-19 permette allo Stato di intervenire a sostegno del capitale con l’erogazione di una massiccia liquidità. Nella UE il Covid-19 ha rappresentato anche la possibilità di sospendere i vincoli alla spesa pubblica contenuti nei trattati. Dall’altra parte, il Covid-19 permette di eliminare una parte del capitale in eccesso, mediante il fallimento delle imprese meno competitive. Non a caso Draghi, nel corso dell’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, ha affermato che gli aiuti pubblici vanno dati alle imprese sane e non alle imprese decotte, da lui definite come “imprese-zombie”. Quindi, il Covid-19 faciliterà la centralizzazione del capitale, un fenomeno che serve a contrastare la caduta del saggio di profitto».

Tesi, come dire, “marxista ortodossa”. Un punto d’analisi giusto che tuttavia ci sembra insufficiente a spiegare il marasma in cui si dimena il capitalismo mondiale, anzitutto quello occidentale. Se mi è consentito, rilevo qui due errori teorici principali.

Il primo errore consiste nella concezione meccanicistica per cui posto un effetto (la crisi) si giunge all’univoca causa (sovraccumulazione assoluta di capitale). A ben vedere, e ciò vale anzitutto per i processi storici: non solo un dato effetto risulta dal concorso di più cause, viceversa un combinato disposto di cause può produrre molteplici effetti, spesso contingenti e imprevedibili.

Il secondo errore dipende dal presupposto economicistico del discorso. Posta la centralità della sfera economica e della caccia al plusvalore come modus essendi del Capitale, non è essa sola che occorre tenere in considerazione per capire le trasformazioni e le crisi della formazione sociale capitalistica. Il capitalismo è un organismo per sua natura costretto a mutare pelle e simili mutazioni hanno spesso cause complesse che afferiscono alla sfera politica (sollevazioni sociali, crisi istituzionali e morali, conflitti statuali e geopolitici, ecc.)

Il difetto dell’economicismo consiste nella reductio ad unum, il suo menomare la complessità storico-sociale. Ogni grande crisi del capitalismo ha la sua radice ultima nella sovraccumulazione di capitale e nella sovrapproduzione di merci, tuttavia da questo presupposto se ne ricava poco o nulla sui suoi eventuali effetti, men che meno per quanto concerne quale debba essere una concreta strategia rivoluzionaria. Tanto per fare un esempio: la Grande Crisi del ’29 colpì tutto il mondo ma negli U.S.A. avemmo il New Deal, in Germania il nazismo, in Spagna la guerra civile. Posta la causa economica generale dello sconquasso, i diversi paesi ne sono usciti in maniere differenti, e ciò dipese dai diversi fattori, ad esempio dalle radici culturali e spirituali del paese, dalla potenza ideologica ed egemonica della classe dominante, da quella delle forze antagoniste (Gramsci docet) .

Prendiamo ad esempio, e Moro ne parla, la pandemia Sars-Cov2, ovvero lo shock per giustificare il Grande Reset. Certo che c’è un nesso stringente tra la sottostante sfera economica e la sovrastante sfera ideologica politica, non c’è tuttavia alcun automatismo che dalla prima derivi di necessità una conseguenza. Non si possono comprendere i nessi reali e il tipo di mutazione in atto (che l’élite mondialista vorrebbe portare a termine), senza considerare i fondamentali e correlati aspetti politici, sociali, istituzionali , ideologici e culturali.

Non è questa la sede per approfondire questo discorso che meriterebbe di essere scandagliato nei suoi molteplici aspetti, filosofici ed anche economici.

Vale segnalare, proprio a  causa del mix di meccanicismo ed economicismo, il grave scivolone in cui Moro inciampa nel giudizio sul governo Draghi e l’impasse in cui si trova l’Italia. Moro scrive:

«Questo, però, non vuol dire che Draghi sia una specie di commissario europeo dell’Italia. Draghi è espressione e garanzia degli interessi del grande capitale italiano, ed è stato, infatti, fortemente voluto dalla Confindustria».

Draghi non sarebbe un commissario europeo?! Sono caduto dalla sedia. E’ un po’ come dire, che so, “la terra è piatta”. Perché mai questa autentica corbelleria? Un’assurdità tanto più grande se pronunciata da un economicista, che si suppone sappia cosa sia l’Unione europea e le ragioni della sua crisi strutturale in quanto organismo geo-economico prima ancora che geopolitico.

Notate che la negazione (Draghi non sarebbe un commissario suggerito e desiderato dall’oligarchia Ue per sottoporre l’Italia ad un regime di ispezione e protettorato) è oppositiva all’affermazione, quella per cui Draghi è espressione del grande capitalismo italiano.

In verità le due cose stanno assieme, combaciano poiché Draghi è le due cose nello stesso tempo. Ma questo lo hanno capito anche i sassi, e ci viene ripetuto un giorno sì e l’altro pure da chi Draghi l’ha invocato e fatto salire al trono. Ogni giorno che passa si sottolinea che il Draghi è il procuratore dell’Unione europea, il garante del rispetto rigoroso dell’attuazione delle “riforme” (“ce lo chiede l’Europa”). L’Italia viene finanziata a tranche dalla Ue e queste saranno erogate solo a patto che il Paese sia rivoltato come un calzino in senso ordoliberista. Per rendersene conto, consiglio la lettura di questo articolo dove si segnala come Draghi stia operando, ovvero come ogni sua decisione presentata in Consiglio dei ministri sia preventivamente decisa con Bruxelles.

Ho un sospetto, che dietro a questa corbelleria ci sia in verità un pregiudizio politico, che sia la copertura cosmetica di un pregiudizio tipico di certa sinistra radicale, quello per cui “Dio ce ne scampi dal rivendicare la sovranità nazionale e… proletari di tutto il mondo unitevi!”.

Pensandoci bene economicismo e estremismo (parolaio) sono sempre andati a braccetto.




LEGGE INFAME! LEGGE FASCISTA!

Vi spieghiamo perché

C’è diversa roba nel D.L 44/2021 approvato in via definitiva da una maggioranza che farebbe impallidire i “bulgari”.

Non solo esso esordisce (art.1) aggravando le disposizioni restrittive per le zone gialle (varranno le stesse limitazione agli spostamenti delle zone arancioni, con tanto di pesanti sanzioni per chi violasse le prescrizioni); all’art. 4 il titolo recita testualmente:

«L’obbligo di vaccinazione contro il COVID-19 per il personale sanitario e sociosanitario».

A nulla sono valse le obiezioni di giuristi e costituzionalisti, e nemmeno quelle del garante della privacy. E a niente sono servite le numerose proteste dei lavoratori della sanità.

Nel Dossier emanato dalla Camera dei Deputati vengono inoltre sottolineati i diversi e tremendi commi della Legge.

– Anzitutto che il piano di vaccinazione del personale sanitario deve attuarsi entro e non oltre il 31 dicembre 2021.

– In secondo luogo si stabilisce che l’obbligo è erga omnes, ovvero riguarda tutte le professioni sanitarie ovvero:

«comprende i soggetti iscritti agli albi professionali degli ordini: dei medici-chirurghi e degli odontoiatri; dei veterinari; dei farmacisti; dei biologi; dei fisici e dei chimici; delle professioni infermieristiche; della professione di ostetrica; dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione; degli psicologi».

– In terzo luogo prescrive che l’eventuale “inadempimento” o rifiuto di vaccinazione, comporta, testuale:

«la sospensione del diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implichino contatti interpersonali o che comportino, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio da COVID-19 (commi da 6 a 9); alla sospensione consegue l’assegnazione ad altre mansioni, anche inferiori, con il riconoscimento della remunerazione ad esse corrispondenti, ovvero, in caso di impossibilità di tale assegnazione, la sospensione dell’attività lavorativa e della relativa remunerazione».

La legge è già di per sé infame, ma il combinato disposto dell’obbligo di vaccinazione per i lavoratori della sanità accompagnato della minaccia di “sospensione dell’attività lavorativa” (modo subdolo per non dire licenziamento!) è di carattere apertamente fascista.

Esagerazione? Per niente!

Cosa accadde infatti sotto il fascismo?

Già dal 1928 il regime mussoliniano sancì che gli iscritti al P.N.F. avrebbero avuto la precedenza nelle liste di collocamento; nel 1937 la tessera divenne obbligatoria per ogni incarico pubblico; quindi nel 1938 la mancanza di iscrizione al partito comportava l’impossibilità di accesso al lavoro e pesanti sanzioni per quegli imprenditori che avessero assunto chi ne era sprovvisto.

La logica sottesa all’obbligo vaccinale è la stessa di quella usata dal regime fascista: se disobbedisci ti punisco privandoti di lavoro  e reddito.

Per adesso vale solo per i sanitari, domani potrebbe valere per tutti.

Allora faceva fede la tessera al partito, oggi al suo posto fa fede la tessera sanitaria.

Ma al peggio non c’è limite. La vaccinazione è o no un trattamento sanitario? Si che lo è! E allora questa legge di fatto sottopone i lavoratori della sanità ad un vero e proprio TSO di massa.

Il corpo viene violato, la Costituzione viene violata, il giuramento d’Ippocrate viene calpestato, lo stato di diritto soppresso.

Il 25 maggio sarà ricordato come un evento funesto e tragico. Un Parlamento di ignobili abusivi ha approvato una legge ingnobile, ha compiuto un altro passo verso il baratro di un regime di tirannia bio-politica.

Oggi lorsignori dicono “Guai ai vinti”.

Verrà il giorno in cui si potrà dire “guai a chi vinse”, e i criminali dovranno subire le pene che meritano.




VAE VICTIS di Giorgio Bianchi

L’Italia e la Germania hanno perso la guerra. Negli ultimi settant’anni ogni tanto si sono presi la briga di ricordarcelo, ma non hanno potuto calcare troppo la mano altrimenti si sarebbe potuta spezzare la corda.

Ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità perchè era il modo più intelligente per controllarci e perchè dovevamo fungere da vetrinetta per far schiattare d’invidia i cittadini del Patto di Varsavia e facilitare l’inoculazione di quel sentimento anti-russo che tanto utile sta tornando in questi tempi per tenere lontana l’Europa Occidentale dall’unica possibilità che ha per affrancarsi dal giogo imperiale: un’alleanza strategica con la Russia (il nostro posto nel frattempo è stato preso dai Polacchi, dai Baltici, dai Cechi, che ora vivono nell’illusione che ha caratterizzato i nostri anni più belli).

Caduto il Muro, hanno polverizzato un’intera classe dirigente ambigua (per loro) e fatto avanzare le quinte colonne storiche (Napolitano in primis) e le seconde linee preventivamente indottrinate all’atlantismo, al neoliberismo, al carrierismo (in Germania con la Baerbock addirittura stanno per promuovere le seste linee: ma è gggiovane, è donna, è “green”, cosa si può voler di più dalla vita ? Forse si accorgeranno tra una decina d’anni del calibro che hanno usato per spararsi nelle mutande; del resto noi ancora non l’abbiamo capito).

Nel momento stesso in cui hanno rimosso la minaccia del socialismo reale, hanno iniziato a richiedere indietro, un poco alla volta, tutti i fringe benefit che avevano concesso per rammollire la popolazione, nascondere lo status di Paesi occupati, disinnescare la resistenza e per marcare la differenza con l’Impero del Male (diritti sociali, garanzie costituzionali, standard di vita tra i più alti al mondo) e sono gradualmente passati, modello rana bollita, dal soft power (cit. Joseph Samuel Nye) allo hard power che stiamo vivendo in questi giorni.

Questo cambio di paradigma nei Paesi sotto occupazione mascherata è estremamente pericoloso visto che non può essere indolore e pertanto necessita di provvedimenti da Paese sotto controllo militare: sistemi di sorveglianza di massa, coprifuoco, Stato di polizia, chiusura delle frontiere, check point, pass sul modello dell’ahnenpass nazista, amministrazione controllata dell’economia con particolare riferimento alla libera impresa, normalizzazione dell’autoritarismo a partire dalle scuole, criminalizzazione del dissenso, propaganda sfrenata, promozione sociale dei collaborazionisti, apartheid

Il passaggio dal soft allo hard power richiede un periodo di transizione, necessario per riprogrammare attraverso la propaganda e la manipolazione occulta le menti dei popoli sotto occupazione e per costruire le infrastrutture necessarie per l’esercizio del governo autoritario.

E questo è esattamente il momento che stiamo vivendo: il Sistema sta velocemente abbandonando la vecchia pelle democratica, ormai troppo stretta e lacerata, e sta consolidando all’aria la nuova, più robusta e adatta a contenere un corpo sociale non ancora pronto per la svolta autoritaria.

Questa è l’ultima occasione che abbiamo, dobbiamo agire mentre sono in muta, è l’unico momento di vulnerabilità del Sistema; una volta cambiata la pelle, inizierà l’epoca della repressione manu militari del dissenso oppure, in caso estremo, la guerra civile.

E’ chiaro che per uscirne non c’è altra via che una guerra di liberazione, prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà per tutti.

Bisogna spiegarlo anche ai nostri fratelli oltre le Alpi e oltre cortina sanitaria, perchè una cosa sola è certa, da soli non ne usciremo liberi.

* Fonte: BYEBYEUNCLESAM




SE LI CONOSCI LI EVITI di Sandokan

«I soldi del Recovery Plan? Due terzi sono a prestito, da rendicontare entro il 2026, da restituire entro il 2056. Ma per averli il Regolamento impone di rispettare le regole dell’austerità, quelle che l’Europa ha sospeso per combattere il Covid. (…) Quando le regole torneranno in vigore, l’Europa potrà imporci le solite politiche: azzeramento di Quota 100 e aumento dell’età per andare in pensione; riforma del catasto e aumento delle tasse sugli immobili e sulla casa; rimodulazione e aumento dell’Iva e delle bollette; patrimoniale sui risparmi privati. Insomma, il ritorno all’austerità che in questo anno maledetto di Covid tutti hanno rinnegato. Dato che il Regolamento per l’utilizzo dei fondi del Recovery Plan espone a questo rischio (soldi in prestito in cambio di tagli, chiusure e nuove tasse) la Lega a Bruxelles non voterà a favore ma si asterrà».

Questa la dichiarazione che rilasciarono all’Adnkronos il 10 gennaio scorso Alberto Bagnai (responsabile Economia della Lega) e gli europarlamentari Marco Zanni (capogruppo di Identità e democrazia a Bruxelles), e Marco Campomenosi (capodelegazione della Lega al Parlamento europeo).

Buffa dichiarazione: coerenza vorrebbe che data la sostanziale bocciatura del Recovery Plan il voto sarebbe dovuto essere contrario… Invece, magie del politicantismo, si annunciava l’astensione.

Ma il salto mortale era solo l’apripista di quello doppio, avvenuto in Parlamento tre mesi dopo, per la precisione il 26 aprile, quando il Recovery Plan (PNRR) veniva approvato alla Camera con 442 voti favorevoli 19 contrari (il gruppo di Alternativa c’è capeggiato da Cabras) e 51 astenuti (Fratelli d’Italia).

Tra i favorevoli tutti i deputati leghisti, compreso Claudio Borghi Aquilini il quale, davanti alla pioggia di critiche ricevute, si giustificava sostenendo (sic!), che “il Parlamento ha votato semplicemente il piano per l’utilizzo dei fondi”.

Stesso copione il giorno dopo al Senato. Il Recovery Plan veniva approvato con 224 voti a favore, 16 contrari e 21 astenuti. Tra i favorevoli anche Alberto Bagnai.

A causa di questo voltafaccia una pioggia di accuse, spesso pesanti, intasavano l’account twitter di Bagnai il quale, miseramente smascherati i suoi tentativi di giustificazione, non solo confermava la sua obbedienza al tandem Salvini-Giorgetti, ma procedeva a bannare i contestatori, la gran parte dei quali suoi sostenitori ed estimatori di lunga data, quelli che avevano creduto fosse il campione della lotta contro l’euro.

Della serie: chi si illude finisce per disilludersi.

Corre l’obbligo di dimostrare ai disullusi che il passaggio del Rubicone era clamorosamente già avvenuto due mesi prima, col voto favorevole da parte della Lega (Bagnai e Borghi compresi) all’incoronamento di Draghi come Presidente del consiglio (17 febbraio).

Morale della favola: dal No euro al Sì euro, ovvero il passaggio dal campo amico a quello nemico.




MALEDETTI VOI! di Moreno Pasquinelli

Gatta ci cova, suona l’adagio.

L’élite globalista, usando tutta la sua enorme potenza di fuoco, bombarda le teste degli inermi cittadini, con l’obbiettivo di indurli a vaccinarsi in massa, con la promessa della “immunità di gregge”. La parola chiave non è il sostantivo bensì l’aggettivo: “gregge”. Gli imbecilli (la cui madre come suol dirsi è sempre gravida) trattano la questione come fosse una mera questione sanitaria. Si rifiutano di ammettere che invece si tratta di una questione politica per eccellenza. Per la precisione: una dirimente questione politica spacciata come sanitaria. Trasformare i popoli in greggi obbedienti e sottomesse è l’obbiettivo strategico dell’élite, che così tenta di ribadire il suo intangibile predominio. Dopo aver ostentato lo spauracchio del mortale nemico invisibile ecco la visibile e magica pozione, il toccasana, il balsamo miracoloso che offre la vita. Il vaccino appunto.

Ma… c’è un problema. Gli stessi pastori che ci hanno chiuso per un anno nella stalla a motivo che fuori c’era la morte, ammettono che il vaccino non immunizza davvero. Tanto si evince dal fatto che le pecore, pur vaccinate, dovranno mantenere il distanziamento di almeno un metro, e che potranno uscire dall’ovile scaglionati e con rigoroso obbligo di mascherina. Vengono altresì confermate meticolose prescrizioni come il coprifuoco, su come non ci si deve abbracciare, su come non si deve viaggiare e guidare in auto, su come non fare festa, su come non si deve invitare più di tot amici a casa, su come si deve entrare, stare e uscire dai locali pubblici, su come è vietato manifestare il proprio dissenso. In poche parole, vaccino o non vaccino, restano in piedi tutti i divieti e le proibizioni.

Pur tuttavia lorsignori vogliono istituire il passaporto sanitario, altrimenti detto “green pass” (art.9 del decreto legge 52-2021). Le pecore che lo otterranno godranno di miserabili privilegi ma anzitutto di diritti umani e democratici, quelli che no, ne saranno invece privati: non potranno viaggiare, non potranno partecipare ad eventi culturali o sportivi, né a cerimonie civili e religiose. Sarà infine loro proibito riunirsi e/o di partecipare a convegni o congressi.

La sostanza è nazista, ma la modalità è capovolta. Le vittime che vennero marchiate con la Stella di Davide furono precipitate nell’inferno della esclusione e della emarginazione sociale. Qui avviene il contrario: i marchiati che accettano di inocularsi il veleno vengono innalzati, se non al cielo al purgatorio, premiati per il loro atto di sottomissione.

In una società che più che liquida è liquidata, in una comunità frantumata e attraversata da molteplici divisioni (sociali, culturali e politiche), col passaporto sanitario l’élite introduce così un nuovo micidiale criterio di ripartizione sociale: i mansueti da un lato e i renitenti dall’altro, i docili  qui e i trasgressori di là. In ultima istanza i buoni da una parte ed i cattivi dall’altra (doppiamente bollati come “negazionisti” e come untori).

Non solo la divisione quindi, ma una colossale schedatura politica. L’élite tecno-capitalistica nella sua fuga verso un sistema della bio-sorveglianza, istituisce un meccanismo preventivo e capillare di individuazione degli anomali e dei devianti (poiché questo noi siamo per loro) che avrebbe fatto invidia anche ai più crudeli dittatori. Beninteso, come ogni hobbesiano Leviatano, esso compie il suo crimine per un buon fine e la pubblica salute.

Disgraziati, anzi maledetti siano tutti coloro che pur vedendo il mostro che avanza, tacciono e si voltano dall’altra parte.

Non basta resistere. Dobbiamo unirci e organizzarci affinché la nostra resistenza abbia speranza di successo, quindi evitando di chiuderci nel recinto dei devianti — che è proprio l’errore politico che il potere auspica che noi si commetta. Non basta più protestare, occorre darsi una strategia. Il piano del nemico è lungi dall’essere perfetto. Anche il pelide Achille non era invulnerabile. Se lo fosse non avremmo scampo. Il nemico ha già commesso errori e ne commetterà di più gravi. Dovremo saperlo colpire al momento giusto e nel suo punto più debole. Certo che dobbiamo opporci al regime sanitario, ma non sta qui il suo tallone. Il suo tallone è la protervia con cui vorrà celebrare la piena ricostituzione della sua dittatura di classe, con cui vorrà strappare anima e  cuore al popolo lavoratore. La “distruzione” non sarà infatti “creativa”. Sarà al contrario una distruzione sociale che spingerà il Paese verso l’abisso e la gran parte di coloro che stanno sotto ad una vita di stenti e di nuova schiavitù. Verrà inesorabile il momento della rottura sociale e del grande e tremendo risveglio. Chi ne dubita, chi non ha fede nel riscatto della moltitudine e degli umili, non avrà la forza di resistere e combattere. Ma per i molti che si perderanno per strada molti di più si aggiungeranno.




I CRIMINALI E I LORO COMPLICI di Sandokan

Immaginate un ragazzo che tira una sassata ad un carro armato dell’esercito occupante, ipotizzate ora che questo carro armato reagisca radendo al suolo la casa da cui è partita la sassata.

Questa è, più o meno, la proporzione tra i razzi fatti in casa lanciati da Gaza e la selva di bombe ad alto potenziale sganciate per ritorsione dall’esercito israeliano.

Da una parte un morto e case danneggiate, dall’altra morti a decine (tra cui tanti bambini), migliaia feriti e interi palazzi fatti a pezzi.

Ci vuole la faccia come il culo dei media e dei politici occidentali per definire la ritorsione israeliana come “atto di legittima difesa”. Con la stessa sfrontatezza essi definiscono HAMAS “organizzazione terrorista” (quindi avallando l’idea che i suoi dirigenti e militanti siano “bersagli legittimi”) mentre Israele sarebbe un immacolato “tempio di democrazia”.

Israele non potrebbe compiere impunemente i suoi crimini se non avesse dalla sua la indecente complicità dell’Occidente.

Pur di difendere Israele tutto è consentito, è lecito mentire; è permesso dimenticare che Israele è uno stato colonialista fondato sull’apartheid e la discriminazione etnica; è ammesso tacere che esso è nato rapinando le terre dei palestinesi e sfrattandoli dalle loro case; diventa legittimo sorvolare sulle continue violazioni compiute dal regime sionista di tutte le risoluzioni dell’ONU riguardo ai diritti del popolo palestinese.

Accade così che l’oppressore diventa vittima, e l’oppresso spacciato per oppressore.

La verità è che non ci sarà pace in Medio oriente fino a quando i palestinesi non avranno una patria, e finché non l’avranno la loro resistenza è sacrosanta.




VERMI A ROMA di Leonardo Mazzei

Tutti con Israele. Mai come questa volta. Letta e Salvini uniti nella lotta. Sempre dalla parte del più forte. Esattamente come si conviene a dei vermi. Sempre dalla parte dell’oppressore, del bombardatore, di colui che tiene due milioni di persone chiuse nella gabbia di Gaza. Con loro altri vermiciattoli della stessa pasta: il forzaitaliota Tajani, il fratelluzzo d’Italia Lollobrigida, la pensionanda Raggi, il presenzialista Calenda, la renziana Boschi e l’ex bertinottiano Migliore. Tutti insieme a celebrare la nuova guerra provocata da Israele. Se c’era bisogno di una foto simbolo del vergognoso degrado della politica italiana, quella scattata ieri alla manifestazione romana pro-Israele basta e avanza.

Per cosa hanno manifestato questi vigliacchi personaggetti? Evidentemente, questi sono i fatti, hanno manifestato a favore della pulizia etnica israeliana, che adesso pretende perfino l’espulsione fisica dei palestinesi da Gerusalemme. Hanno manifestato per chi da oltre settant’anni toglie ogni diritto ad un intero popolo, per chi calpesta ogni norma del diritto internazionale, per chi sta compiendo – anche in queste ore – nuove stragi tra la popolazione civile. Hanno manifestato per quel monumento del nazi-sionismo che è il campo di concentramento a cielo aperto di Gaza, contro il quale mai hanno pronunciato una sola parola.

Di fronte alla nuova escalation della violenza israeliana, cosa doveva fare il popolo palestinese se non esercitare il legittimo diritto a resistere? E cosa dovevano fare le organizzazioni della Resistenza, secondo questi amici di merende sempre con il culo al caldo? Dovevano forse aspettare i “due Stati” di cui blatera l’ipocrisia occidentale da decenni?

Senza diritto a resistere all’oppressione si ha solo una cosa: la vittoria garantita degli oppressori. Ma ricordare questa banalità, che pure un tempo attraversava tante e diverse culture politiche, è ormai inutile con costoro. Essi obbediscono tutti al nuovo regime unificato del “politicamente corretto”, un regime che si identifica in pieno con la violenta ideologia del sionismo, che mentre nega il diritto a resistere per gli oppressi, esalta invece quello a “difendersi” degli oppressori.

Fermiamoci dunque qui, che non c’è bisogno di insistere oltre. Ma se troppi ragionamenti non sono in questo caso necessari, un sentimento di fondo va comunque espresso.

Con la grancassa che si deve alle urgenti e grandi cose, qualche giorno fa la loro amatissima Unione Europea ha autorizzato il consumo umano dei vermi. A torto od a ragione la cosa ha provocato conati di vomito a molti. Bene, un vomito ancora più forte ce lo provoca la foto di gruppo dei vermi di ieri, manifestazione lampante di un’intera classe politica che fa solo schifo. Facciamo in modo di vomitargli addosso.

Fonte: Liberiamo l’Italia