IN ITALIA IL PRIMO GOVERNO TARGATO GREAT RESET di Aldo Zanchetta

La nomina del generale Figliuolo a Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 è significativa da molti punti di vista: connessa da un lato con la narrazione  della Pandemia come guerra mondiale contro un nuovo nemico feroce e inafferrabile, il virus Sars.CoV.2, anticipa come cambierà la strategia su uno dei fronti più disastrati della guerra e non solo, quello italiano. E la necessità di un nuovo nemico da combattere, tutti dalla stessa parte per quanto possibile, sembra una necessità alla quale il ‘sistema’, per la sua stabilità, non può derogare, dopo il pericolo rosso, il terrorismo islamico è la volta del virus, il primo di tanti che obbligheranno a uno stato di belligeranza sanitaria permanente.

Che siamo di fronte a una nuova ‘grande guerra’ lo aveva annunciato nell’aprile del 2020, poco dopo la dichiarazione della pandemia, il grande teorico della lotta ai virus presenti e futuri, Bill Gates, che da poco aveva lasciato gli ultimi incarichi ancora ricoperti in Microsoft per dedicarsi a tempo pieno alle ‘truppe scelte’ da lui predisposte: la Fondazione Bill&Melinda Gates, la Cepi (The Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) e la Gavi (The Vaccine Alliance), dopo aver occupato finanziariamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità, della quale è il principale finanziatore. Il documento, della massima importanza per capire come si sta gestendo l’emergenza, ha come titolo: “Innovazione contro coronavirus — La prima pandemia moderna”, e inizia così:

«La pandemia di coronavirus mette tutta l’umanità contro il virus. I danni alla salute, alla ricchezza e al benessere sono già stati enormi. È come una guerra mondiale, tranne che in questo caso, siamo tutti dalla stessa parte». (corsivo nostro).

Con questa postilla aveva anche avvertito della minaccia delle infiltrazioni nemiche, i no-vax. La retorica della guerra è riecheggiato nei discorsi di altri capi di Stato — Macron in prima fila —ed è esplosa nei media diffondendo un’ondata di paura.

A questa retorica è allineato un voluminoso libro uscito a dicembre scorso in Italia e avente per titolo Il nostro peggior nemico. Come vincere la battaglia contro malattie infettive ed epidemie. Sempre sulla copertina si legge:

«Un epidemiologo americano di fama mondiale condivide la sua esperienza dal fronte della guerra alla malattia infettive e spiega come prepararsi alle epidemie che possono sfidare l’ordine mondiale».

Nelle ultime pagine l’autore, M.T. Osterholm, fervente ammiratore di Bill Gates, fornisce la sua ricetta:

«Dal confronto con numerosi esperti di ogni ambito della salute pubblica e della governance nazionale e internazionale abbiamo tratto la conclusione che il modello più efficace di risposta alle crisi infettive sarebbe rappresentato da un’organizzazione in stile NATO basata su un patto tra le nazioni membro che dovrebbero preallocare risorse, personale e sostegno economico in modo da consentire all’organizzazione di essere operativa non appena la minaccia si palesa. La parte più difficile potrebbe rivelarsi tenere la politica fuori dalla porta. (…) Come nazione dobbiamo accordare a chi ci guida risorse e potere decisionale, così come accade nella struttura di comando militare (Ostherholm e Holshacker, 2017, pp. 378-379). (l’enfasi è nostra).

Ivan Illich nel 1976, nel libro Nemesi medica, che al di là dei 44 anni dalla pubblicazione sembra scritto oggi, aveva evocato il rischio di una società pandemica sottoposta al controllo della corporazione medica, nonché il rischio che questa, inebriata dai suoi ‘successi’ decidesse di sottoporre tutta l’umanità ai suoi esperimenti. Bill Gates per gli esperimenti e Mario Draghi per la militarizzazione della sanità italiana confermano le lontane previsioni. Chi meglio di Draghi sta riuscendo a “Tenere la politica fuori della porta” diventando il primo dei governi del “Grande Reset”, che verrà formalizzato nel prossimo maggio a Singapore dalla Conferenza straordinaria del World Economic Forum.

Come noto il Grande Reset ha anche un altro enunciato*, quello di IV Rivoluzione industriale, che come risaputo, è basata su tre grandi innovazioni epocali: l’Intelligenza artificiale, la Robotica e le Nanotecnologie.

Ci si è interrogati sulla logica con cui Draghi ha costituito il suo governo e in particolare sulle esperienze scientifiche del poco conosciuto ministro Roberto Cingolani al quale è stato affidato il Ministero della Transizione ecologica. Ebbene, nel suo curriculum emergono per l’appunto competenze specifiche relative alla Nanotecnologia, una tecnologia altamente inquinante ma poco visibile.  Un altro nome pure sconosciuto ai più, quello di Vittorio Colao, aveva fatto capolino nella politica come responsabile della task force dei 17 esperti responsabili di elaborare il piano per il rilancio della “fase 2” dopo la pandemia. Colao, accettando l’incarico, aveva però taciuto un pesante conflitto di interesse costituito dall’essere stato dal 2008 al 2018 amministratore delegato di Vodafone Europe e dal 2019 membro del Board of Directors della società di telefonia wireless Verizon, seconda società mondiale di telecomunicazioni per fatturato dopo AT&T. Un conflitto di interesse più che evidente dato che l’ulteriore digitalizzazione delle comunicazioni, è nodo centrale, con il discusso 5G, della IV rivoluzione industriale. Questi i nomi che contano nel nuovo governo: il resto poco più che comparse.

Aldo Zanchetta

*In realtà fra le due formulazioni c’è una contraddizione: Reset, resettare, significa mettere a punto un meccanismo già in funzione, giusto il contrario di rivoluzionarlo.




LA DITTATURA DEL DRAGO di Umberto Bianchi

Riceviamo e pubblichiamo

In tutta la complicata vicenda ingeneratasi in Italia ed in Europa con la pandemia, il varo del governo Draghi costituisce, di per sé, un vero e proprio salto di qualità. Mario Draghi, anzitutto, è stato elevato al soglio di Premier, senza passare per quel certificato di consenso popolare dato dalla prova delle urne, rimarcando ulteriormente (se mai ve ne fosse stato il bisogno…sic!) quella che senza mezzi termini, possiamo definire una involuzione autoritaria del nostro sistema democratico. Ma l’elemento di maggior novità, nell’intero contesto, è sicuramente rappresentato dal fatto che, tramite la carismatica figura di Mario Draghi, i centri dei poteri finanziari globali, hanno direttamente assurto le redini del governo di un paese, senza passare per la mediazione politica, come poteva essere per il caso del precedente premier Conte o nel caso del governo Monti che, sebbene, al pari di Draghi,  fosse un “tecnico”, di questo non aveva la caratura e l’alto profilo operativo, in termini di precedenti incarichi e responsabilità.

Ora, partendo da queste premesse, evitando la tentazione di fin troppo facili e superficiali scorciatoie e semplificazioni, bisognerebbe cercare di capire, quali sono le prospettive ed in quale direzione va il nuovo esecutivo. E qui veniamo all’ulteriore elemento di novità, rappresentato dalla massiccia compresenza nella compagine esecutiva, di quasi tutte le forze dell’arco parlamentare, con l’eccezione di una parte di Sinistra Unita, di Nicola Fratoianni e di Fratelli d’Italia, di Giorgia Meloni. Da più parti, si parla di un esecutivo scombinato e raffazzonato, la cui eterogenea composizione, prima o poi, ne causerà la paralisi ed infine la caduta, nel solco di una italica consuetudine, tutta all’insegna di un’endemica instabilità politico-istituzionale.

A riannodare il bandolo dell’intera matassa, l’elemento che abbiamo poc’anzi messo in risalto, dato dal fatto che quella di Draghi non è un nomina né casuale né pro tempore, bensì il frutto di un preciso indirizzo,dettato da quei centri di potere finanziario, (di cui Bruxelles è l’espressione più visibile), a cui l’intera politica italiana ha clamorosamente e sfacciatamente, deciso di abiurare e delegare le proprie funzioni di coordinamento. In questo contesto, i partiti politici, nel tentativo di non perdere la faccia davanti all’opinione pubblica ed al fine di trarre dei benefici elettorali, hanno deciso di entrare a gamba tesa in un esecutivo tecnico, senza andar troppo per il sottile.

I Cinque Stelle, sempre più divisi e lacerati al proprio interno tra favorevoli e contrari al nuovo esecutivo, dopo la disastrosa gestione del governo Conte, con la coscienza di un sempre più deciso sfaldamento delle proprie fila,cercano di rimanere, ora più che mai, attaccati alle proprie poltrone, accettando qualunque tipo compromesso con la figura del neo Premier. La sinistra istituzionale (Pd e Leu…), invece, abiurata definitivamente qualsiasi valenza libertaria, qualunque istanza di difesa dei ceti meno abbienti e più deboli, sta sempre più assumendo al ruolo di stampella dell’ala liberista dei centri di potere globale, attraverso una prassi politica sempre più connotata da un liberticida emergenzialismo e dal supporto ad una serie di odiose ed ottuse forme di burocratismo e di fiscalismo, addolcite con delle forme di ridicolo pseudo assistenzialismo; e qui basterebbe pensare alla politica dei “ristori” alle attività colpite dai provvedimenti “anti pandemia”.

Se dall’altro versante dell’arco istituzionale, la scelta collaborativa di partiti come Forza Italia o di Italia Viva, non meravigliano più di tanto, quello che invece dà maggiormente nell’occhio, è lo sfaldamento della italica destra, frettolosamente definita “sovranista” e/ o “identitaria”, divisa tra il nuovo indirizzo “collaborativo” della Lega di Salvini e la sinora tiepida, opposizione di Fratelli d’Italia. Nel primo caso, la Lega e la figura del suo leader, Matteo Salvini, hanno dimostrato di non essere assolutamente all’altezza del ruolo di capofila di tutta un’area di istanze declinate all’insegna del sovranismo. Dall’anti europeismo, alla contrarietà alla moneta unica, sino alle politiche fiscali, passando per le politiche sul fenomeno del traffico di esseri umani, chiamato “immigrazione”, la Lega, schierandosi con chi, di “euro forever”, ha fatto il proprio manifesto politico ed esistenziale, ha de facto totalmente abiurato a quelli che diceva essere i propri principi fondativi, sempre più, pertanto, condannandosi ad un ruolo di irrilevanza o, comunque, accettando di assurgere al ruolo di componente interna di “destra”, all’interno dello schieramento globalista.

Capitolo a parte merita, invece, Fratelli d’Italia. Ad ora, non si capisce se il suo è l’inizio di un vero e proprio percorso di dura opposizione politica o se è, soltanto, una forma di diversivo che, attraverso un’opposizione di “sua maestà” possa recuperare quei voti di destra che, scontenti delle scelte leghiste o italo forzute, verrebbero successivamente re immessi nell’alleanza di centro destra. A dimostrazione di quanto detto, potrebbero andare le recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, sul proseguio dell’alleanza di centro destra alle elezioni amministrative. Ma, anche in questo caso, il “se” è d’obbligo.

C’è la concreta possibilità che il leader della Lega, sostenendo l’esecutivo Draghi, abbia voluto “coprirsi le spalle”, sia per dare un volto di maggior rispettabilità politica al suo partito che, non ultimo, per cercare di frenare la corrosione del suo bacino elettorale da parte di Fratelli d’Italia. De facto, ad oggi la Lega, assieme a Forza Italia governa con la sinistra ed i Cinque Stelle e la tentazione di far fuori, nel tempo, uno scomodo “competitor politico”, potrebbe farsi sempre più strada nella mente sia del leader leghista, che in quella del suo co-inquilino politico, Silvio Berlusconi.

Al di là di tutto, però, un fatto è certo. Da una parte, l’Europa Comunitaria, non poteva accettare che i soldi del “recovery fund” finissero nelle mani di Pentastellati o Piddini, magari bruciati o dispersi nei meandri dell’italica burocrazia e nelle tasche dei suoi gregari.  Dall’altra, l’incubo di un repentino cambio di rotta della politica italiana e l’ipotesi di un uso dei fondi comunitari, per operazioni nel reale interesse del paese, era sempre presente. L’imposizione dall’alto di Draghi a guida dell’attuale esecutivo, va proprio in questa direzione.

I soldi del “recovery”, debbono andare per tutte quelle operazioni gradite a Bruxelles. E, al di là delle belle parole e dei salamelecchi vari, Draghi ha subito dato prova di quanto abbiamo detto. Il progetto di modificare il sistema tributario italiano, attraverso l’istituzione di una tassazione progressiva, (ponendo così, una pietra tombale sui vari progetti di flat tax…), la proroga delle misure restrittive, la proposta di ancor più restringere le già scarse elargizioni di risarcimenti , ad un sempre minor numero di aventi diritto, sono tutti segnali che vanno nella direzione di quanto abbiamo sinora detto. Con buona pace di una classe politica e di un sistema democratico che, lo ripetiamo, hanno oramai, definitivamente abiurato e ceduto i propri ambiti di competenza, al liberismo finanziario, mantenendo solo, le solite, comode, immarcescenti poltrone, con “benefit” annessi. Alla faccia delle attività che chiudono, dei posti di lavoro che vanno in fumo e dei conti da pagare…




L’IGNAVIA OPERAIA E I BIECHI BOTTEGAI di Sandokan

Dopo le fiammate di novembre e dicembre, negli ultimi giorni, ristoratori, baristi, lavoratori del mondo dello spettacolo, sono tornati in piazza. Da cosa sono mossi? Dalle condizioni materiali drammatiche in cui sono stati gettati da un anno di emergenza sanitaria. Proteste importanti perché avvengono a pochi giorni dall’incoronazione di Mario Draghi come Re e salvatore della Patria. Vuol dire che le condizioni materiali d’esistenza, in ultima istanza, s’impongono dimostrando che non tutti sono intontiti dalla sbornia, quella per cui “è arrivato Draghi, statevene tutti tranquilli”.

Ma non è di questo che vorrei parlarvi, quanto dell’avversione o vera e propria ripugnanza che i sinistrati nutrono verso questi… “bottegai” incazzati. Che dicono questi sinistrati? Che questi “bottegai” sbagliano a protestare poiché coprifuoco, restrizioni e lockdown sono legittimi e necessari. Per i sinistrati (pensate quale acume analitico!) questi “bottegai” sono solo dei piccoli borghesi che protestano… “per fare i cazzi loro”. Vanno oltre e, con perfidia, dicono che questi “bottegai” non meritano la solidarietà della classe operaia, che com’è noto, è adulata come il “vero e unico soggetto rivoluzionario”. Invece di chiamare all’unità di tutte le classi massacrate dal regime, invece di lavorare all’unione di chi sta in basso contro chi sta in alto, questi sinistrati avvelenano i pozzi e contribuiscono alla divisione (a tutto vantaggio di chi sta sopra).

Quando gli dici queste cose, i sinistrati ti rispondono: “Perché mai gli operai dovrebbero solidarizzare con i bottegai? Dov’erano questi bottegai quando gli operai delle Embraco, della Whirpool e di tante altre fabbriche hanno protestato?”.

Vero, i “bottegai” facevano finta di nulla e si dedicavano a tirare a campare. E allora? Non è forse vero che gli operai della Embraco, della Whirpool, e di tante fabbriche chiuse, sono stati lasciati soli, abbandonati anzitutto dai loro “fratelli” operai? Questi non hanno fatto un’ora di sciopero in loro solidarietà; anche loro, proprio come i “bottegai”, gli hanno voltato le spalle, preferendo fare come le tre scimmiette, anzi comportandosi come pecore.

La mentalità dei sinistrati va denunciata e combattuta.

Si potrebbe, in punto di dottrina, disquisire a lungo se il mito della classe operaia come “classe rivoluzionaria in sé” sia stato confermato o smentito dai fatti. Ma ammettiamo che lo sia. Se lo fosse, questa classe operaia dovrebbe agire come avanguardia di tutte le classi oppresse, come soggetto aggregatore di tutto il mondo del lavoro, tanto più in questo momento che la crisi, drammatica, getta sul lastrico milioni di cittadini che fino a ieri “stavano dall’altra parte”. Purtroppo di questo ruolo d’avanguardia non se ne vede nemmeno l’ombra.

Peggio, in questo anno di regime sanitario, se c’è una classe sociale che non ha alzato un dito, che ha ubbidito, è stata proprio la classe operaia. Nessun astio è tuttavia giustificato. Questa ignavia, per quanto riprovevole, è “razionale”. Anche in questo caso ce la spieghiamo se teniamo nel debito conto gli “interessi materiali”. Chi comanda ha fatto del tutto per tenere buona la classe operaia, si è guardato bene dal gettare il grosso dei salariati alla fame — così ci spieghiamo provvedimenti come il blocco dei licenziamenti. E se i “bottegai” sono incazzati è perché i famigerati “ristori” sono stati più che irrisori, una vergognosa elemosina.

Morale della favola: chi dice di difendere gli interessi del popolo lavoratore deve unire e non dividere. Ma l’unità non si costruisce in astratto, si fa nel fuoco del conflitto, dando forza ai settori sociali che rebus sic stantibus si stanno mobilitando. Lasciarli soli, quale che sia l’alibi con cui si maschera la propria antipatia, è il miglior servizio politico che si possa fornire ai nemici del popolo.




IL GOVERNO DRAGHI E I CITTADINI DEL RIFIUTO di Umberto Spurio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 Nel 2020 il PIL bruciato è stato di 170 miliardi di Euro, la migliore previsione di crescita per il 2021 è del 4% . Si potrà obiettare che il recovery plan mette a disposizione 209 miliardi e dunque ci sono risorse sufficienti affinché il governo Draghi possa varare misure per far ripartire l’economia.  E’ vero? Il recovery plan contiene 127 mld di euro in prestiti e 82 mld di euro a fondo perduto, per un totale di 209 mld che dovranno essere spesi in 6 anni.

Partiamo dai prestiti: il vantaggio che l’Italia ottiene è dato dalla differenza tra i tassi di interesse europei stabiliti dalla BCE e i tassi di interesse nazionali. Tale risparmio sarà di mezzo miliardo all’anno, cioè nei 6 anni il risparmio sarà di 3 miliardi. Ma sono comunque prestiti da restituire, il che farà aumentare il debito dell’Italia che sarà monitorata e le verrà richiesto di dare prova che riuscirà a restituirli facendo nuovi tagli.

Adesso parliamo degli 82 mld a fondo perduto. Questi devono necessariamente avere una copertura a livello europeo che si ottiene con una tassa creata allo scopo. Al momento non c’è alcuna tassa europea in cantiere tranne quella, ancora ipotetica, sulla plastica. Questo significa che la copertura del prestito a fondo perduto dovrà essere garantita dai contributi dei singoli stati membri. Se verrà applicata la regola europea, ogni stato dovrà contribuire in base al proprio PIL. L’Italia dovrà contribuire al massimo con 40 mld. Se riceviamo 82 mld e ne dobbiamo versare 40, anche un bimbo delle elementari calcola che non riceviamo 82 ma 42.

Ricordiamo il risparmio sugli interessi di 3 miliardi visto prima? Bene, sommiamolo ai 42 mld che riceviamo e avremo come recovery plan 45 miliardi; considerando che il recovery plan va usato in 6 anni, spalmando la cifra in questo periodo avremo che l’aiuto europeo sarà di di 7.5 mld per ogni anno. E non è ancora finita: nei prossimi 7 anni l’Italia è contributore netto per il bilancio europeo con 20 miliardi. Cioè deve versare alle casse europee questa cifra. Quindi 45 meno 20 fa 25. Tenendo conto dei 6 anni, sono 4.16 miliardi di euro all’anno.

Con queste premesse cosa potrà fare il governo Draghi se la base di partenza sono i 170 miliardi di PIL bruciati nel solo 2020, senza considerare le previsioni fosche? E’ all’interno di questo scenario che va inquadrata l’azione di Draghi e lo scenario non è certo dei più promettenti. Che lo stesso Draghi ne sia consapevole lo dimostrano le sue parole nel discorso di insediamento: nel prossimo futuro la politica dovrà decidere quali imprese andranno sostenute e quali no. Intanto, al momento in cui scrivo (fine febbraio 2021) si apre una nuova fase di lock down che comporterà ulteriori danni economici. Ingenuamente potremo chiederci: possibile che un alto funzionario del mondo finanziario non sappia queste cose? Lo avrà di sicuro previsto e avrà l’asso nella manica! Un asso nella manica sarebbe quello di stampare moneta per far partire l’economia, ma qui andiamo a scontrarci con il credo fondamentale dell’Unione europea che si basa sul controllo dei prezzi. Emettere moneta cozza violentemente con le ragioni stesse che reggono l’Ue poiché a molta moneta circolante corrisponde un aumento dei prezzi.

Chi non ha la netta impressione che le classi dominanti siano in un vero e proprio cul de sac, in una strada senza uscita? In realtà l’uscita la tengono, si basa sulla distruzione di una parte dell’economia reale (le imprese che Draghi ha detto che non potranno salvarsi) per favorire altre imprese. Quali? Se il mercato finanziario e le borse speculative sono oggi il motore di ogni decisione, non saranno certo le piccole e medie imprese nazionali che i mercati premieranno ma le multinazionali quotate in borsa, i giganti del commercio on line. E’ immorale? E’ sbagliato? Falsi problemi: accadrà perché questo è il capitalismo neoliberista sotto il comando della finanza speculativa e non può essere diversamente perché se ciò avvenisse sarebbe il crollo del sistema.

I ceti dominanti sono obbligati a distruggere per poter ricostruire, è come una guerra, anzi è una guerra, ma senza sparare colpi di cannone. E per condurre questa guerra senza provocare un eccessivo malcontento tra le masse popolari, le misure come sempre saranno attuate a piccoli passi, usando la politica della rana nella pentola che bolle. Il tutto sostenuto da una campagna che per un verso incute paura nella popolazione e per l’altro santifica smisuratamente il signor Draghi. Ciò che interessa a noi che siamo cittadini del popolo lavoratore è che questo gigantesco resettaggio del sistema economico sta provocando il crollo verticale di molti settori del ceto medio, la chiusura di attività e il licenziamento del personale dipendente.

Le domande sono: fino a che punto il reset sarà digerito dalla popolazione? Fino a che punto i cittadini saranno governati con la paura? Non possiamo saperlo. Ma attendere che la disperazione salga e si formi come un fiume in piena è un errore, prima di tutto perché la storia è piena di insegnamenti in cui il popolo ha accettato ogni peggioramento senza opporsi, poi perché l’abilità dei lestofanti che ci governano è varare misure economiche per dividere l’area del malcontento e spegnerlo.

A questo punto entra in gioco il ruolo dei cittadini più attivi e consapevoli che si collocano nell’area del rifiuto di tutto questo, che non lo accettano passivamente. Ho il sospetto fondato che fino a quando il reset non sarà portato compiutamente a termine, investendo solo nelle imprese che fanno fare soldi ai mercati, la pandemia sarà gestita politicamente per mantenere lo stato di soggezione attuale e per far si che siano gli stessi cittadini a chiedere misure più dure, a dividere la popolazione, a criminalizzare coloro che protesteranno. Tuttavia se lo scenario è quello delineato, il malcontento tenderà ad aumentare almeno fino al 2023, anno che la Commissione europea considera quello in cui potrebbe esserci una ripresa, ma il condizionale è d’obbligo e la ripresa potrebbe venire persino al di là di quell’anno.

Non è immaginabile dunque una società pacificata, ma al più solo repressa, distratta e frantumata. Il reset non sarà un pranzo di gala e mieterà vittime oltre a quelle già mietute fino ad oggi. Le categorie più colpite sono e saranno i dipendenti di quei settori privati che hanno subìto blocchi dai lock down al pari dei titolari delle stesse imprese che già oggi si indebitano o hanno chiuso; in un economia fortemente globalizzata gli effetti sono a catena e non possiamo escludere che categorie professionali e produttive, per ora risparmiate, saranno in futuro coinvolte. Penso soltanto ai piccoli corrieri che a causa dell’accordo tra Amazon e Poste Italiane stanno subendo un drastico calo del fatturato. Oppure, sempre restando su Amazon, al progetto di fornitura di cibo da asporto ordinato on line, basato molto probabilmente su accordi con un produttore locale di pietanze, cosa che colpirà duramente il settore della ristorazione.

Dunque almeno per i prossimi due anni assisteremo ad un aumento della conflittualità sociale. Se il governo agirà nello scenario delineato non ci saranno misure adeguate a spegnere il malcontento. L’appiattimento di quasi tutto l’arco parlamentare sul governo Draghi porterà allo scollamento tra i partiti ed i loro elettori colpiti dalla crisi poiché non si vedranno tutelati dai loro referenti politici. Lo stesso vale per i sindacati, ormai proni al pensiero liberista.

Già oggi esistono diverse forze nel campo del rifiuto al governo Draghi e possiamo immaginare la formazione di un fronte del rifiuto composto dalle forze politiche e dai singoli cittadini che per ragioni oggettive, o per scelta politica, si collocano contro il governo delle forze neoliberiste, il governo del partito unico del PIL.

Al momento in cui scrivo si sta consumando la frattura nel M5S proprio sulla scelta di appoggiare o meno il governo; l’Italexit di Paragone, Vox Italia (il prossimo 27 febbraio si darà una nuova organizzazione), il PC con a capo Rizzo, Liberiamo l’Italia, il Fronte Sovranista e la galassia di altre sigle contro il neoliberismo, contrarie all’Ue, per la costruzione del socialismo, sono al momento le forze non ancora unite ma che possono fare da catalizzatore a tutti gli scontenti coalizzandosi in un fronte unitario.

Ma immaginare la formazione di un nuovo soggetto politico che agisca solo in termini elettorali è un errore. Ci attende una lunga marcia, occorre essere presenti sui territori, occorre saldarsi alle frange di popolazione scontenta, partecipare alle vertenze del mondo del lavoro dipendente e autonomo. E’ necessario unire tra loro i cittadini più attivi, coscienti, di buona volontà che hanno chiaro che il nemico è il neoliberismo impersonificato dal governo Draghi e che, al pari dei gilet gialli francesi, mettano da parte differenze ideali ed eventuali tessere di partito per impegnarsi nella costruzione di un fronte del rifiuto che si oppone all’economia al servizio dei mercati e si batte per costruire un economia al servizio del popolo applicando la Costituzione italiana. Dobbiamo immaginare gruppi di cittadini attivi sul territorio che si riuniscono con cadenza fissa per stabilire come agire nel proprio ambito locale facendo vivere la questione generale (il mercato che domina sulla politica); dobbiamo immaginare cittadini riconosciuti dalla popolazione per integrità morale e coerenza, dobbiamo immaginare che questo sarà un cammino non breve che richiede spirito di sacrificio e che se funzionerà a dovere sarà inevitabilmente attaccato con ogni mezzo.

Se pensiamo che questa è la proposizione di una nuova formazione politica che possa andare in parlamento senza una corrispondente forza sociale che le fa da sponda – e la controlla – sui territori stiamo facendo un errore grave. Al contrario i comitati popolari devono vigilare sugli eletti costantemente ed essere pronti a togliere loro la fiducia non appena si profila la perdita degli obiettivi per i quali sono stati eletti. Dobbiamo immaginare che questo processo possa approdare alla formazione di una forma di potere diffuso tra le masse popolari e che può essere la forza per giungere persino ad un governo popolare di emergenza che agendo sui territori e con la sua rappresentanza in parlamento crei le maggiori difficoltà ai nemici del popolo e ne ostacoli i piani.

Umberto Spurio, 21/02/2021




IL GRANDE RESET IN PILLOLE (1): “IL 5G CI CAMBIERÀ LA VITA”

Il World Economic Forum (WEF) è un pensatoio prestigioso perché raggruppa quella che abbiamo chiamato “avanguardia politica del capitalismo mondialista”. Nel nuovo caos determinato dalla crisi della globalizzazione neoliberista il WEF è l’organismo che più di ogni altro insiste sul fatto che la “pandemia” — sindemia per essere più precisi — sia un “evento catastrofico che apre una nuova era”. Per segnalare questo spartiacque  storico il WEF ricicla addirittura il concetto “prima di Cristo e dopo Cristo”, ovvero BC e AC (Before Covid e After Covid). Insiste quindi che saremmo dentro un apocalittico “Grande Reset” — ne abbiamo iniziato a parlare con Ilaria Bifarini e Moreno Pasquinelli. Il “Grande Reset” è un ambizioso, distopico e insidioso progetto di dominio. E’ compito delle forze antagoniste stare al passo coi tempi e capire come queste teste d’uovo immaginano il nuovo mondo e in cosa esso consisterà.

Non si tratta di elucubrare, di fare congetture, ma di risalire alla fonte, segnalando proprio quanto ci dicono questi cervelloni neo-globalisti. Iniziamo oggi la serie IL GRANDE RESET IN PILLOLE, riportando un articolo del WEF sull’impatto del 5G, e di come questa tecnologia cambierà il mondo e la vita. Il tutto inserito in una narrazione ovviamente progressista e ammaliante…

* *  *

COME IL 5G PUÒ ESSERE UNA FORZA PER L’EGUAGLIANZA SOCIALE

«L’anno appena trascorso ha chiaramente illustrato quanto sia diventata cruciale la connettività digitale nella vita delle persone in tutto lo spettro di reddito, nei paesi di tutto il mondo.

Non è passato molto tempo da quando l’accesso a Internet ad alta velocità era visto come un “bello da avere” per i ricchi e l’elite tecnologica. COVID-19 lo ha trasformato in un must per sempre più persone: un’ancora di salvezza per il lavoro a distanza sociale, la scuola, le connessioni sociali e persino le consultazioni sanitarie.

È improbabile che questo stile di vita altamente connesso scompaia con l’arrivo dei vaccini contro il coronavirus. Per cominciare, ci prenderemmo in giro a pensare che questo sarà l’ultimo evento di rifugio di massa della nostra vita. Il cambiamento climatico sta caricando i dadi a favore di eventi meteorologici estremi e agenti patogeni che diffondono malattie, ognuno dei quali potrebbe, a seconda delle circostanze, costringerci a rannicchiarci con le nostre tastiere e schermi.

Ma anche senza tali scenari, sembra probabile che il lavoro da casa, l’apprendimento a distanza e le altre soluzioni che abbiamo tutti improvvisato per la pandemia altereranno per sempre il modo in cui conduciamo alcune delle funzioni di base della vita. Avevamo previsto l’arrivo di una società più digitalizzata; COVID-19 ha semplicemente accelerato l’orario.

Poi c’è il fatto che tutto ciò coincide con l’emergere delle reti wireless 5G e dell’accesso di massa al cloud storage e al computing. Questa miscela di connettività estremamente veloce, enorme potenza di calcolo e capacità di archiviazione essenzialmente infinita, tutto letteralmente nel palmo della mano, segna un momento di svolta nel rapporto dell’umanità con la propria tecnologia.

L’industria tecnologica ha un ruolo unico da svolgere

Dovrebbe anche essere uno spartiacque nel rapporto della tecnologia con l’umanità. Noi del settore tecnologico dobbiamo affrontare il fatto che il nostro settore è comunemente associato — spesso ingiustamente, ma forse più equamente di quanto vorremmo dire a noi stessi — a divari sempre più ampi nelle nostre società. Divari tra ricchi e poveri; tra le nazioni ricche e il mondo cosiddetto “in via di sviluppo”; tra urbano e rurale; tra quelli con titoli di studio avanzati o d’élite e quelli senza; tra il settore tecnologico stesso e il resto dell’economia.

Se c’è mai stato un momento in cui la tecnologia ha cambiato questa narrativa e piegato l’arco della propria storia, è proprio questo. Alcuni potrebbero aspettarsi che la tecnologia sia l’ultimo posto in cui cercare progressi significativi nell’uguaglianza sociale, ma l’arrivo del 5G e delle tecnologie correlate offre un’opportunità unica per generazioni proprio per tali progressi, proprio da questo luogo.

Dobbiamo partire dal principio che il nostro settore è in una posizione unica per promettere alle persone gli strumenti di cui hanno bisogno per interagire con le proprie comunità, avere accesso a prospettive più ampie e (in gergo pop-psych) per diventare se stessi. Dobbiamo abbracciare il nostro ruolo nel rendere questa promessa il più equa, aperta e inclusiva possibile. E dobbiamo riflettere questo impegno in tutto ciò che facciamo.

Aumentare l’accesso digitale per ridurre le disuguaglianze

La buona notizia è che ora abbiamo una base ragionevole per tali sogni di inclusività digitale. Nell’ultimo decennio e mezzo, la proporzione della popolazione mondiale con accesso a Internet è cresciuta notevolmente – dal 17% circa a oltre il 50%, secondo le Nazioni Unite e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni.

Tuttavia, questa statistica incoraggiante nasconde ampie varianze e persistenti disuguaglianze. La percentuale di persone con accesso a Internet è superiore all’80% in Europa, ma inferiore al 30% in Africa. Inoltre, in molti paesi vi sono marcati squilibri di genere nell’accesso.

La riduzione di tali squilibri, sia all’interno che all’interno delle nazioni, deve essere una priorità assoluta per il nostro settore. Abbiamo tutti i tipi di incentivi (alcuni piuttosto egoistici, altri meno ovviamente) per far sì che ciò accada.

C’è un crescente consenso globale per tale azione. Il 28 gennaio di quest’anno, il World Economic Forum ha annunciato The EDISON Alliance, la prima iniziativa nel suo genere per promuovere l’accesso digitale e l’inclusività in tutto il mondo. Guidata dal presidente e CEO di Verizon Hans Vestberg, questa collaborazione pubblico-privato richiama l’attenzione sul ruolo vitale che la connettività può svolgere nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Le barriere alla tecnologia esclusiva vengono smantellate

Un grande alleato in questo sforzo sarà la mutevole economia dell’accesso tecnologico. Per dirla senza mezzi termini, la tecnologia sta diventando più economica anche se sta diventando più potente.

È una combinazione straordinaria, ed ecco solo un esempio di come funziona. Una delle scoperte tecnologiche rese possibili dal 5G è qualcosa chiamato mobile-edge computing o MEC. In sostanza, MEC riguarda la fornitura di capacità di archiviazione cloud ai margini della rete stessa.

Con così tanto spazio di archiviazione disponibile sulla rete, dispositivi come laptop, tablet e telefoni possono essere più piccoli ed economici; dopotutto, non devono più contenere molta capacità di archiviazione, poiché la rete ora se ne occupa. Benvenuti nell’era del “thin client” iper-alimentato, il dispositivo essenziale a basso costo che racchiude una capacità di calcolo precedentemente disponibile solo su mainframe delle dimensioni di una stanza.

Togliendo il computer e il lavoro pesante dal dispositivo e mettendolo ai margini della rete, possiamo trasformare le cuffie per realtà virtuale da giocattoli di lusso da $ 1.500 a portali di mercato di massa da $ 100 in nuovi ambiti di istruzione, intrattenimento ed esplorazione.

Le potenziali implicazioni di questo cambiamento sono straordinarie. Una delle principali priorità filantropiche della nostra azienda è Verizon Innovative Learning , che cerca di fornire tecnologie di rete ad alta velocità a distretti scolastici con risorse insufficienti negli Stati Uniti. L’arrivo di MEC amplia enormemente il potenziale di tale sforzo.

È ora possibile immaginare distretti a basso reddito che forniscano agli studenti (e alle loro famiglie) l’accesso a un livello di potenza di calcolo che alcuni anni fa sarebbe stato disponibile solo per le principali università di ricerca con dotazioni multimiliardarie.

Ma una democratizzazione così radicale dell’accesso alla tecnologia non avverrà da sola. Noi del settore tecnologico dobbiamo essere abbastanza intenzionati a massimizzare il potenziale di abbattimento delle barriere e della disuguaglianza dei nostri prodotti e servizi.

Per molti, il nostro settore è diventato virtualmente sinonimo di crescenti livelli di disparità sociale ed economica. Ora abbiamo la straordinaria opportunità di creare una nuova storia, sia per noi stessi che per il mondo che ci circonda. La storia e i nostri stessi clienti ci giudicheranno dalle nostre scelte».

(CONTINUA)

* Fonte: Worl Economic Forum

** Traduzione a cura della Redazione




UN LAPSUS MOSTRUOSO di Sandokan

Siamo quasi al culto della personalità.

Il modesto discorso con cui Draghi si è presentato al Senato ha ricevuto elogi sperticati da parte della stampa di regime. Locuzioni banali e frasette retoriche spacciate come perle di saggezza. Un tentativo disperato di presentare un astuto banchiere di sicura fede mondialista, non solo come alto statista, ma come patriota.

Questi servili pennivendoli, mentre hanno riempito intere pagine di quotidiani per sottolineare e rimarcare questa o quella affermazione —financo cogliendo inesistenti lirismi in un panegirico glaciale — si sono ben guardati dal cogliere un lapsus che invece dice molto, anzi ci dice tutto.

Ad un certo punto  Draghi ha testualmente affermato:

«E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il vostro Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato».

“Vostro Paese”… Il nostro, non senza impappinarsi, si è subito corretto, sostituendo l’aggettivo possessivo: “il nostro Paese”.

Lapsus significativo ritengo, perché ci rivela chi Draghi si consideri davvero, di quale confraternita faccia parte, di chi siano i suoi sodali.

Cosa ci rivela il lapsus di Draghi? Che egli è funzionario di una cupola mondialista che considera gli stati nazionali anticaglie, relitti del passato, ostacoli sulla via del “progresso”, che quindi vanno accompagnati al definitivo trapasso.

Draghi & company immaginano che il nuovo ordine mondiale post-pandemico debba funzionare come un consiglio di amministrazione di una grande multinazionale, che si ritiene al di sopra degli Stati, che opera anzi contro gli Stati, detestati come ostacoli delle loro scorribande.

In una multinazionale non hanno alcuna importanza le origini nazionali dei dirigenti e dei suoi funzionari. La sola cosa che conti è la fede mondialista e cosmpolitica, ovvero la lealtà alle ambizioni di potenza della multinazionale medesima.

Che Draghi venga considerato un patriota è quindi una gigantesca bugia, e chi la propala mente sapendo di mentire.




LA DISTRUZIONE NON SARÀ CREATIVA di Moreno Pasquinelli

Lo spettacolo è osceno. Mai s’erano visti tanta piaggeria e tanto servilismo. Non parliamo solo di quella rimpatriata di sbandati politici che gli voteranno la fiducia. Per quanto sia un antico male italiano quello della cortigianeria degli intellettuali, è disarmante vedere fino a che punto si sta spingendo il loro livello di depravazione morale. Un riluttante patriarca ortodosso ebbe a dire all’imperatore bizantino “ti adoro ma non ti venero”.  Draghi è non solo adorato, ma venerato come uomo della Provvidenza. Verrà presto, per tutti questi ruffiani, il momento in cui scopriranno che la Provvidenza non lavora per loro, ma contro di loro.

Passando dal cielo alla terra, il punto di massima forza politica del grande blocco che sostiene Draghi corrisponde al punto di massima debolezza. Quale sia ce lo indica Wolfgang Münchau: “La sua nomina è comunque una scommessa alta —semplicemente perché, se fallisce, non esiste un Piano B”.

E’ proprio così, Mario Draghi è, per i dominanti, l’ultima chance per provare a raddrizzare quel legno storto che è l’Italia, incatenarla al vincolo esterno e allinearlo finalmente agli standard eurocratici e liberisti. Una missione che Draghi non potrà certo portare a compimento, ma che deve impostare come processo irreversibile. Che abbia successo non dipende evidentemente solo dalle sue mosse, ma dalla combinazione di molteplici fattori che non sono nella sua disponibilità. In quanto convinto assertore del Grande Reset, sa bene che, affinché la sua missione vada a buon fine, deve avere dalla sua una veloce ripresa economica dell’intero Occidente e un quadro geopolitico favorevole. Due condizioni altamente improbabili.

Probabile è che accada che la distruzione Non sia creativa, bensì catastrofica.

Per il momento i dominanti segnano tuttavia un punto a loro favore. Draghi e l’accozzaglia che lo sostiene hanno il vento in poppa. Inutile per le minoritarie forze d’opposizione ingaggiare una battaglia frontale. “Ritirarsi quando il nemico avanza, attaccarlo quando esso indietreggia, disturbarlo quando si riposa”.

Noi abbiamo evocato la costituzione di un Fronte del Rifiuto, lo ribadiamo, ammonendo che per adesso dobbiamo ritirarci, evitando sia azioni velleitarie sia una ritirata disordinata, provando quindi a consolidare le nostre posizioni in attesa che il vento cambi direzione.

“Quando la notte è più buia, l’alba è più vicina”.




LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli

Se ne sentono, riguardo alla missione affidata a Draghi, di tutti i colori. Ce n’è una che le supera tutte, quella secondo cui, con il nostro, ce ne andremmo più facilmente dall’euro. Patetico alibi di quelli che una volta si sarebbero chiamati rinnegati.

Nessuno abbia dubbi che le mosse di Draghi, quali che saranno gli inciampi che troverà sul suo percorso (grandi), si dispiegheranno dentro una ferrea cornice eurista ed atlantista.

Subito dietro, nella classica delle scemenze, c’è l’idea che il governo Draghi sarà un “Monti 2.0”, ovvero attuerà politiche fiscali restrittive e non espansive, ovvero di tagli alla spesa pubblica e forti dosi di ulteriore austerità.

No, il nuovo governo è un nemico ben più insidioso e temibile in quanto, pur sempre proseguendo sul solco del liberismo (l’idea della “crescita” fondata su alti tassi di disoccupazione, quindi bassi salari e alta precarizzazione del lavoro), tenterà di far leva sulla spesa pubblica per tentare di rilanciare la domanda aggregata (spesa in investimenti e consumi dei diversi comparti economici).

Posto che il settore privato non investe ed anzi tende a tesaurizzare usando i profitti decrescenti in rendita finanziaria, non può essere che lo Stato, con spesa in deficit, a tentare di far ripartire il motore economico capitalistico grippato. La qual cosa, sia detto di passata, è la lampante conferma del fallimento del draghiano Quantitative easing, che ha riconfermato la validità della nota “trappola della liquidità” di keynesiana memoria, o se si preferisce la metafora del “cavallo che non beve”.

L’ingente massa monetaria sfornata dalla Bce ha sì salvato l’euro, ma è restata imprigionata nella sfera della speculazione finanziaria — così che l’economia europea è in stagnazione con l’aggravante che la depressione è più grave di ieri visto che sono cresciuti sia l’ammontare del debito privato che quello pubblico.

Vedremo presto, a partire dal discorso con cui Draghi andrà a chiedere la scontata fiducia alle camere, e quindi dalla prova del nove del 31 marzo quando scadrà la proroga del blocco dei licenziamenti, se abbiamo torto o ragione poiché, una volta sciolto il dilemma, l’opposizione dovrà attrezzarsi alla bisogna e indicare linea e modalità della lotta al nuovo governo ed a quello che prenderà il suo posto.

Tuttavia una cosa dev’essere chiara, non si deve cadere nella trappola di un approccio economicista.

«Nata come legislatura populista, Mattarella ha avuto il merito di costringere, con pazienza morotea, Lega e M5S ad appoggiare l’ex presidente della Bce. E’ la conferma della definitiva costituzionalizzazione dei movimenti antisistema italiani. Il Capo dello Stato, dall’alto della sua lunga esperienza, tuttavia sa che la navigazione non sarà agevole né scontata. Quanto durerà questo governo? Almeno un anno, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, si scommetteva ieri tra gli stucchi del Colle. Nel febbraio 2022 a Mattarella potrebbe succedere Draghi». [Concetto Vecchio, la Repubblica, 14 febbraio 2021]

Il giornalista ha centrato il bersaglio. La funzione di Draghi, al netto di quella che potremmo chiamare “draghinomics”, è anzitutto politica: consacrare l’inclusione — sussunzione per usare un sofisticato sostantivo marxiano — degli ex-populisti nell’alveo sistemico, ovvero disinnescare quella bomba ad orologeria sotto le chiappe dell’Unione che il nostro Paese è stato e continua ad essere.

Un Grande Reset quindi — annullare la spinta sovranista emersa maggioritaria nelle urne del marzo 2018 — alla scopo di riportare l’Italia nei ranghi, e quindi salvare anzitutto l’Unione europea, col che sottrarci gli ultimi brandelli di sovranità per soggiogare il Paese con un “vincolo esterno” rafforzato.

Ci sono amici e compatrioti i quali, sulla scia dell’oligarchia dominante, deducono, dal passaggio di M5S e Lega nel campo euro-oligarchico, la fine del “momento populista”, dal che concludono un mesto ritorno a casa, immaginando che sia oggi plausibile e necessario rilanciare l’idea di un soggetto politico “di classe”, cioè una forza che, posto il  proletariato come forza rivoluzionaria in sé, faccia del marxismo (con il suo dogma che la lotta di classe tutto spiega e tutto può)  la propria cifra ideologica. Deduzione sbagliata, conclusione inverosimile. La verità è che né il proletariato possiede genetiche capacità rivoluzionarie, né si dovrebbe predicare un ritorno al marxismo “autentico”.

Chi non ha elaborato il lutto del ‘900, chi si dedica al culto dei morti, è destinato ad autoescludersi dal prossimo campo di battaglia. Il populismo, piaccia o meno, non è morto, è un fiume carsico, che per adesso scorre sottotraccia. Esso riemergerà presto, solo in forme differenti da quelle passate. Chi vuole stare in partita è a dargli forma che si deve attrezzare. Una cosa è certa, esso sarà più radicale di quelli che abbiamo conosciuto. E se è così potrà prendere, mutatis mutandis, solo due forme, che semplificando possono essere o neo-socialista o fascistoide.

Col “momento Draghi” il nemico ha il vento in poppa. Non durerà a lungo. Posto che l’oligarchia ha avuto successo nell’addomesticare i populismi, data la natura organica della crisi sistemica, quella affidata a Draghi (far uscire il Paese dal marasma), è una “missione impossibile” — impossibile date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su). Bisogna quindi prepararsi ad incontrare il vento quando cambierà, mai dimenticando che quel momento giungerà “come un ladro di notte”. Che sia il nemico ad essere colto di sorpresa, non noi.

Giorni addietro esortavamo, contro l’ultimo travestimento del nemico, a dare vita ad un grande FRONTE DEL RIFIUTO. Immaginiamo che dovremo indire degli Stati Generali dell’opposizione sociale e politica. Un fronte per un’alternativa di società, basato su un nuovo progetto di Paese opposto a quello dei dominanti (il regime biopolitico fondato sull’emergenza permanente, il liberismo economico rimodellato come sistema della sorveglianza e della punizione). Un fronte che non potrà quindi essere né sindacalistico, né corporativo, la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneista.

Chi riuscirà ad unire le prime forze di questo fronte si sarà guadagnato la prima linea, e solo chi avrà occupato quella prima linea potrà pretendere di fondare il Partito della Rivoluzione Italiana.




NESSUN SOSTEGNO AL GOVERNO DRAGHI* di Emiliano Brancaccio

Emiliano Brancaccio smonta, a giusto titolo, la leggenda che Draghi applicherà politiche keynesiane e invoca il “rilancio della lotta sociale delle classi subalterne”. Ahinoi chiude l’intervista con un colpo di accetta, riproponendo l’ammuffito pregiudizio pseudo-operaista per cui i “piccolo borghesi” sarebbero tutti “reazionari”. Non basta! giunge persino a lamentarsi che questi settori siano gli “unici a mobilitarsi”. Il nostro dovrebbe chiedersi come mai, mentre i lavoratori dipendenti sono tutti in letargo, i “bottegai” s’incazzano. Non è forse il segno che sono gettati sul lastrico? E se è così non fanno anch’essi parte delle “classi subalterne”? E perché mai le loro proteste sarebbero “reazionarie”? Non dovremmo forse lavorare ad un grande blocco sociale e politico di tutte le classi subalterne? Come economista Brancaccio è sagace, come politico una vera schiappa.

*  *  *

  1. Professor Emiliano Brancaccio, lei è sempre stato molto critico con Mario Draghi. Non è sorpreso da un consenso così ampio per il suo governo anche a sinistra?
  2. Questa nuova avventura di Draghi nel ruolo di premier viene presentata in base a una narrativa “tecno-keynesiana”: cioè l’idea che questa volta è diverso, che il tecnico è chiamato non a tagliare – come successo storicamente – ma a distribuire ingenti risorse. Questo contribuisce al consenso generalizzato. Ma su questa idea che Draghi incarni un’ottica di tipo keynesiano io ho molti dubbi.
  3. Lei contesta che il fatto che le risorse ci siano o che Draghi le distribuirà nella maniera migliore?
  4. Io dico che il Recovery plan ha risorse modeste rispetto ad una crisi doppiamente più grave rispetto al 2011. Se infatti prendiamo i 209 miliardi che devono arrivare all’Italia, abbiamo 127 miliardi di prestiti che – in una ragionevole previsione sullo spread – non portano oltre un risparmio di 4 miliardi l’anno. Per quanto riguarda gli 82 miliardi a fondo perduto il problema è la copertura del bilancio comune europeo che al momento è molto al di là da venire – c’è solo l’idea di una tassa sulla plastica – e quindi toccherà agli stessi stati membri coprire come di consueto in base al proprio Pil: ciò significa che l’Italia non pagherà meno di 40 miliardi. Infine, va considerato che l’Italia anche nei prossimi anni sarà «contributore netto» dell’Ue per 20 miliardi. Dunque restano 22 miliardi netti, cioè meno di 4 miliardi netti all’anno. Insomma, tra risparmi sugli interessi e risorse a fondo perduto, saranno meno di 10 miliardi netti l’anno. Se si considera che l’Italia ha visto distruggere 160 miliardi di Pil nel 2020, è chiaro che si tratta di risorse molto modeste. Per questo dico che il governo Draghi rischia di rivelarsi non troppo diverso dai vecchi governi “tecnici” dell’austerity.
  5. Il consenso, anche dei sindacati, è basato sull’impegno al dialogo sociale. Però è vero che nessuno sa cosa pensa Mario Draghi ad esempio dello stop ai licenziamenti che scade a fine marzo…
  6. Forse però qualcosa sappiamo. In questi giorni si fa molto riferimento al Draghi allievo di Federico Caffe. Certo, alla Bce è stato keynesiano – anche se non so se Alexi Tsipras sarebbe d’accordo – ma è sempre stato un assertore delle virtù selettive del mercato. E questo è confermato dall’ultimo documento ufficiale che ha redatto a metà dicembre da capo del comitato esecutivo del “gruppo dei 30”. In quel documento non evoca le magnifiche sorti della politica keynesiana. Tutt’altro: dice esplicitamente che le “imprese zombie” devono essere liquidate e bisogna favorire il passaggio dei lavoratori alle imprese virtuose – quindi flessibilità del lavoro. Io la chiamo una visione da «distruttore creativo» perché il passaggio dei lavoratori in un momento di crisi è piuttosto fantasiosa e nella totale assenza di una pianificazione del cambiamento non sarà indolore. Insomma, Draghi sembra uno schumpeteriano – colui che definì «la distruzione creatrice» – in salsa liberista.
  7. Questo farebbe il paio con l’idea di mantenere il Reddito di cittadinanza, magari puntando sulle mitiche politiche attive per ricollocarli.
  8. In questa logica dell’affidarsi al meccanismi selettivi del mercato, il Reddito di cittadinanza – nella forma specifica di sussidio – ci sta bene perché crea un cuscinetto temporaneo. I pericoli grossi stanno altrove: temo sarà ostile al blocco dei licenziamenti così come temo che possa promuovere una riduzione della cassa integrazione, ridimensionata verso un sussidio di disoccupazione coerente con un liberismo temperato.
  9. Stessa cosa per le pensioni? Quota 100 non ha funzionato ma a fine 2021 – grazie a Salvini – si torna alla Fornero con lo scalone.
  10. Sulle pensioni gli interessi prevalenti spingono tuttora per ripristinare la previdenza complementare e portare i lavoratori sul mercato finanziario. Così come verso un aumento dell’età di pensionamento. L’unica verità è che bisognerebbe ripristinare una forma di fiscalizzazione degli oneri sociali: le pensioni future saranno così modeste che servirà un intervento fiscale oltre i contributi.
  11. Maria Cecilia Guerra sul Manifesto ha sostenuto che ha una logica stare dentro il governo per condizionare le politiche che farà.
  12. Io credo che questo tipo di “entrismo” sia sbagliato. I “tecnici” non fanno altro che accelerare la tendenza storica al depotenziamento delle istituzioni parlamentari e della esecutivizzazione del processo politico, concentrando nelle mani del governo il potere decisionale. Dubito fortemente che un’adesione, pur critica, possa condizionarne la linea.
  13. Però è vero che gli esecutivi tecnici non sono mai durati molto: Ciampi 8 mesi, Monti 1 anno e mezzo. Gli si stacca la spina quando si capisce che fa cose sbagliate.
  14. A maggior ragione meglio restare fuori. Anche perché quei governi sono durati poco ma hanno comportato cambiamenti di politica economica colossali, che ancora paghiamo.
  15. Se le cose stanno così, quale prospettiva può avere la sinistra? Conflitto? Sciopero generale?
  16. Per quanto duro sia questo periodo storico, bisogna rilanciare la lotta sociale. Non è possibile che gli unici in grado di mobilitarsi siano i rappresentanti degli interessi reazionari e piccolo borghesi. Serve che la classe subalterna si eserciti nuovamente nella lotta per il progresso sociale e civile.

* Intervista a il manifesto del 9 febbraio




NON TUTTI I MALI VENGONO PER NUOCERE di Sandokan

«Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio , Rinaldi Antonio Maria , Zanni Marco, Donato Francesca…»

I segnali che Salvini ed i suoi sodali si sarebbero riposizionati, spostandosi dal campo no-euro al sì-euro, erano evidenti da tempo. Nessuno stupore. La piena disponibilità a far parte del governo Draghi è tuttavia qualcosa di più che la semplice consacrazione della svolta. E’ evidente che non si tratta soltanto di una mossa tattica, bensì di una svolta irreversibile.

Taglio con l’accetta: nella Lega convivono due anime, quella populista e quella liberista. Quest’ultima ha preso il sopravvento. Un ribaltamento che se avviene senza drammatiche fatturazioni è per tre fondamentali ragioni (più una quarta). Primo perché entrambi condividevano una matrice ideologica liberale; secondo perché, la forza sociale egemone di ultima istanza si è rivelata essere, non la piccola e media borghesia, bensì quella grande; terzo perché la sconfitta di Trump oltreoceano ha privato il “sovranismo” leghista del suo vero retroterra strategico (quello russo era fuffa).

La quarta ragione dello smaccato sostegno a Draghi è presto detta: Salvini & Company debbono essersi convinti che Draghi riuscirà davvero non solo a portare l’Italia fuori dalla lunga stagnazione, ma a condurla sulla via di un veloce risorgimento economico anche tenendo testa all’egemonismo tedesco.

Ecco dunque l’azzardo, la decisione di scommettere su Draghi puntando non una cifra modesta, ma tutti i propri averi. Va da sé che se Draghi non riuscisse nell’ardua impresa, Salvini e la Lega, invece di condividere un trionfo, si romperanno l’osso del collo.

Che la mossa di Salvini sia una lampante manifestazione di italico trasformismo non c’è alcun dubbio. Nel suo gergo padano egli lo chiama pragmatismo — ultimo rifugio degli opportunisti e delle canaglie politiche.

Alcuni sono stupiti, altri addirittura si strappano le vesti perché non riescono a spiegarsi come, in questa sceneggiata, Salvini sia riuscito ad arruolare come figuranti e avvocati d’ufficio quelli che erano considerati gli esponenti “oltranzisti” no-euro. Tutti e di botto convertiti, tutti a giustificare la mossa del Capitano, tutti penosamente allineati nel santificare quello che fino a ieri consideravano il demonio.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio, Rinaldi Antonio Maria, Zanni Marco, Donato Francesca…