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RESILIENZA di Veronica Duranti*

Resilienza. Questa parola si legge spesso sui social, sui tatuaggi o sui muri e generalmente è considerata un pregio e un vanto per chi ne è dotato. Resilienza è anche la parola più spesso utilizzata dai due governi della fase Covid per far trovare ai cittadini, se non gratificanti, quantomeno non inutili e prive di senso tutte le sevizie cui sono stati sottoposti.

Dall’autocertificazione per andare a trovare i genitori anziani alle mascherine per i bambini delle elementari, dal confinamento al coprifuoco, arrivando alla sperimentazione di massa coatta definita vaccinazione, alla segregazione per chi non aveva il green pass; la lista potrebbe continuare con i danni e i traumi indiretti subiti dalla popolazione e molto altro. Accettare passivamente e adattarsi a tutto questo è stato presentato come un comportamento degno di merito, quasi eroico, intelligente e soprattutto resiliente.

Ma ad accettare tutto questo passivamente la nostra società non ci è arrivata dall’oggi al domani; la cultura della resilienza è un fondamento della nostra vita in questo sistema e dell’Occidente in generale. Siamo stati educati ad adattarci a ogni richiesta e ogni cambiamento imposto dall’alto, a ogni condizione di lavoro e a ogni ambiente scolastico o accademico. In questi anni si sono moltiplicati i corsi di pseudo crescita personale per essere più efficienti e competitivi per raggiungere gli obiettivi che la società e il mercato ci impongono, facendo credere che siano nostri e facendoci sentire sbagliati nel caso in cui “fallissimo” o semplicemente non desiderassimo raggiungerli.

Ci dicono che dobbiamo essere resilienti e adattarci ai cambiamenti, anche quelli più disumani perché “questo è il progresso e non si può fermare”. Il concetto di resilienza è puro darwinismo, adattarsi positivamente o morire, socialmente, spiritualmente o fisicamente, poco importa. Questi due anni ci hanno insegnato che non tutti i cambiamenti sono positivi, anzi, se vengono dalle élite quasi nessuno lo è; ma negli anni precedenti avveniva lo stesso, basti pensare alla precarizzazione del lavoro o allo smantellamento della scuola e della sanità o alla progressiva digitalizzazione della vita.

Spesso si cercano tante cause complesse nell’inerzia della popolazione, e sicuramente ci sono ma forse basterebbe iniziare con l’eliminare dalla propria vita il concetto di resilienza. Adattarsi a tutto, anche ai sistemi sociali o alle idee più ingiuste non è meritevole, non è eroico e non è furbo. A certi cambiamenti e a certi sistemi di potere oppressivi non bisogna adattarsi, mai.

L’uomo occidentale deve rimuovere il suo atteggiamento resiliente e rispettoso delle varie “autorità” e riprendere il controllo di sé stesso prima ancora che delle istituzioni. Saper riconoscere a cosa è giusto adattarsi e cosa va combattuto, quale progresso è per l’uomo e quale no e avere la volontà di opporsi è quello che ancora ci differenza dagli automi.

* Fuori Perimetro




NON UCCIDETE L’ANARCHICO COSPITO di Luigi Manconi*

Alfredo Cospito è sottoposto all’ergastolo ostativo nel carcere di Sassari. Dal 20 ottobre fa lo sciopero della fame contro il 41 bis: ha già perso 20 chili

Cosa si prova a guardare un rettangolo di cielo solo attraverso una rete? Quali danni subisce un individuo che trascorre l’intera giornata all’interno di una stanza chiusa e che può accedere all’esterno per una sola ora al giorno. E questo tempo viene trascorso tutto dentro un cubicolo di cemento di pochi metri quadrati, delimitato da muri alti che interdicono lo sguardo e da quella rete di metallo che filtra la visione del cielo. La possibilità di comunicazione di quell’individuo è ridotta da anni alla conversazione occasionale con un unico interlocutore, mentre viene interdetta la facoltà di trasmettere all’esterno – attraverso lettere e scritti – il proprio pensiero.

La deprivazione sensoriale

Se un simile regime si protrae nel tempo è fatale che si determini una condizione che in psicologia e in psichiatria viene definita deprivazione sensoriale, ovvero la riduzione fino alla soppressione degli stimoli sensoriali correlati ai cinque sensi. A esempio, la mancata profondità visiva può incidere sulla funzionalità del senso della vista.

La deprivazione sensoriale è una pratica adottata dai sistemi autoritari e totalitari nei confronti dei reclusi ed è un rischio immanente di tutti i regimi speciali di detenzione realizzati all’interno delle democrazie. In Italia l’applicazione estensiva e incontrollata del regime di 41 bis può portare a un simile esito.

Condannato all’ergastolo ostativo

È il caso di Alfredo Cospito, nato a Pescara nel 1967, residente a Torino, che sconta l’ergastolo ostativo nel carcere di Bancali (Sassari). Cospito ha subito una condanna per l’attentato contro Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare (maggio 2012), e una all’ergastolo per strage contro la sicurezza dello Stato. La condanna si riferisce a quanto è avvenuto, nella notte tra il 2 e il 3 giugno del 2006, nella Scuola allievi carabinieri di Fossano (Cuneo), dove esplodono due pacchi bomba a basso potenziale che non determinano morti, feriti o danni gravi.

In primo e secondo grado il reato era stato qualificato come delitto contro la pubblica incolumità, ma nel luglio scorso la corte di Cassazione ha modificato l’imputazione nel ben più grave delitto (contro la personalità interna dello Stato) di strage, volta ad attentare alla sicurezza dello Stato (art. 285 del codice penale). Non avendo collaborato in alcun modo con la magistratura, a Cospito viene applicata l’ostatività: ovvero l’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale e di ottenere benefici.

Fino all’aprile scorso, pur sottoposto per dieci anni al regime di Alta sicurezza, il detenuto aveva l’opportunità di comunicare con l’esterno, di inviare scritti e articoli così da partecipare al dibattito della sua area politica, di contribuire alla realizzazione di due libri e di scrivere e ricevere corrispondenza. L’applicazione del 41 bis cambia radicalmente le condizioni di detenzione. Da molti mesi le lettere in entrata vengono trattenute e questo induce il detenuto a limitare e ad autocensurare le proprie. Le ore d’aria e quelle di socialità sono ridotte nei termini prima descritti.

Lo sciopero della fame

È contro tutto questo che Cospito, dal 20 ottobre scorso, ha intrapreso lo sciopero della fame. Da allora sono passati 25 giorni e il corpo di Cospito ha già perso una ventina di chili e, tuttavia, la dottoressa incaricata di monitorare il decorso, trova difficoltà a incontrare il detenuto: mi rivolgo, dunque, al capo del Dap, Carlo Renoldi, che è persona per bene, affinché a Cospito sia garantita la migliore assistenza.

L’applicazione irrazionale del 41 bis

Ciò che questa storia racconta è, innanzitutto, la situazione così drammaticamente critica che l’applicazione arbitraria e irrazionale del 41 bis può determinare. Tale regime non dovrebbe avere in alcun modo come sbocco una condizione di deprivazione sensoriale, anche perché – pur se ciò contraddice lo stereotipo dominante – questo tipo di detenzione non corrisponde (non dovrebbe corrispondere) al “carcere duro”. La finalità del regime speciale è una ed esclusivamente una: quella di interrompere le relazioni tra il recluso e l’organizzazione criminale esterna. Qualunque misura e qualunque limitazione deve tendere a quel solo scopo. Tutte le altre misure e limitazioni adottate senza una documentata ragione vanno dunque considerate extra-legali. Ovvero illegali. E come tali risultano, palesemente, le condizioni di detenzione di Alfredo Cospito. La sua scelta estrema, quella del digiuno, appare, di conseguenza, come “ragionevole” nella situazione data: in quanto porre in gioco il proprio corpo e sottoporlo alla prova terribile dello sciopero della fame, sembra la sola possibilità rimasta a Cospito di contestare radicalmente ciò che considera un’ingiustizia. Intanto i suoi legali hanno presentato un’istanza di reclamo contro l’applicazione del 41 bis che verrà discussa il primo dicembre. Il timore è che Cospito arrivi a questo importante appuntamento in condizioni di salute troppo pericolose per la sua stessa sopravvivenza.

* Fonte: la Repubblica del 15 novembre 2022




ELEZIONI USA: CROLLO O PALINGENESI DELL’IMPERO? di Moreno Pasquinelli

E’ molto probabile che queste elezioni di medio termine saranno, come del resto molti commentatori americani ritengono, le più importanti della recente storia degli Stati Uniti. Sulla carta, in palio, ci sono tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, 35 seggi del Senato, ben 39 governatorati statali su 50, oltre ad una sterminata serie di enti amministrativi e politici locali. Nella sostanza la posta è molto più grande: per usare una nozione tanto cara agli imperialisti americani c’è in gioco un vero e proprio regime change. Non quindi meramente l’ennesima puntata dell’avvicendamento al potere di uno dei due poli storici in cui è storicamente divisa l’élite oligarchica, il democratico ed il repubblicano.

Fu l’inattesa ascesa (2017) del miliardario Donald Trump a cambiare tutto. Fino ad allora il fenomeno del populismo conservatore, animato dagli spiriti dell’anarco-capitalismo da una parte e da certo messianismo americanista dall’altra, era sempre vivacchiato sottotraccia. Con la vittoriosa scalata di Trump al Partito repubblicano quel populismo venne alla ribalta non più solo come grido di ribellione del proletariato bianco e dei ceti medi pauperizzati, ma come opzione sposata da una parte della stessa élite dominante W.A.S.P.  Era il segnale che la società americana era attraversata da una doppia ed esplosiva polarizzazione: non la divisione tra alto e basso ma la scissione in basso e in alto, non la guerra dei poveri contro i ricchi bensì la guerra tra i poveri e tra i ricchi.

Con la vittoria di Biden nelle presidenziali del novembre 2020 l’élite liberal-democratica si era illusa di essersi liberata del fantasma del trumpismo. Mai speranza fu più velleitaria. Questa élite è ora nel panico più totale. Lo dimostrano i toni usati non solo dal cicisbeo Biden e ma pure dal raffinato Obama in questi ultimi giorni di dispendiosissima campagna elettorale. “Trump è il responsabile diretto dell’ondata di violenze che attraversa la società”…“Questa volta è in gioco la stessa democrazia”… “La battaglia in cui ci troviamo è una battaglia per la democrazia, per l’anima dell’America”. L’inossidabile reggitore di moccoli Bernie Sanders segue la stessa trama: “E’ il momento più difficile della nostra vita, sono midterm senza precedenti. Non mi sarei mai aspettato di dirlo, come senatore Usa, ma in gioco c’è il futuro democratico del nostro Paese”.

Chi è al dentro della psicologia politica americana profonda sa che non si tratta di sparate dettate da disperazione, sono frasi che esprimono davvero la radicalità dello scontro in atto. Riconosce quindi, in questa drammaticità di toni, l’influenza sullo stesso mondo liberal degli spiriti di quell’apocalittismo che va per la maggiore nell’opposto variopinto e turbolento arcipelago delle sette neo-evangeliche e cristiano-sioniste. E’ proprio in quell’arcipelago (lo stesso che negli anni ’80 sospinse il reaganismo e poi il suprematismo americanista del “cristiano rinato” Bush J.) che viene la principale forza ideologico-spirituale propulsiva del trumpismo — posto appunto che il suo sostrato politico non è null’altro che un liberalismo fondamentalista e individualista — sorvoliamo per clemenza sull’accusa rivolta a Trump di essere un “fascista”, una fesseria totale. Un mix esplosivo tutto americano. La forza del trumpismo (anche nel suo sottoprodotto rappresentato dal floridian Ron Desantis) si vede anche dal fatto che ha dettato non solo il ritmo delle danze delle elezioni di midterm ma anzitutto i temi centrali della campagna: ancor prima della pur grave crisi economica, e del casino geopolitico mondiale, l’aborto, i temi bioetici, la questione LGBT, il sicuritarismo e il secondo emendamento, il contrasto dell’immigrazione clandestina. Mai il clivage ideologico tra le due principali frazioni dell’élite oligarchica è stato tanto profondo, di mezzo ci sono opposte visioni del mondo, dell’uomo, dell’America.

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Se il trumpismo non è quindi per niente un blocco monolitico, dall’altra parte della barricata quello che di riffa o di raffa sostiene Biden è un coacervo che va da certa destra conservatrice classica alla nuova estrema sinistra, passando per tutte le sfumature del progressismo postmodernista. Non è questa la sede per dissertare sulla profonda metamorfosi subita dalle sinistre radicali americane (ma lo si dovrà pur fare prima o poi poiché ciò che accade oltre oceano sta impattando profondamente anche su quelle europee). No, i movimenti quali Me Too e Black Lives Matter, i fenomeni come la Cancel Culture e il Wokeisme, non vanno presi sottogamba. Posto che essi godono dell’appoggio dell’élite transumanista dei giganti GAFAM (il solo miliardario che da quelle parti va controcorrente è Elon Musk), si deve dire che la loro egemonia, non cade dal cielo ma viene da lontano. E’ il precipitato politico sociale della penetrazione nelle università e nei cenacoli dell’intellighenzia di certa filosofia post-strutturalista e decostruzionista (anzitutto i francesi Lyotard, Foucault, Deleuze, Derrida, ecc), correnti di pensiero che negli USA hanno assunto la forma ancor più devastante dei Whiteness Studies (Studi sulla Bianchezza) e dei cosiddetti Studi (Post-)Coloniali. Di qui il nichilismo iconoclasta con cui si vorrebbe mettere al rogo, assieme all’Iliade e agli Upanishad, assieme a Platone e Confucio, tutte le fondamenta delle diverse civiltà, a cominciare da quella occidentale.

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Sono i segnali, quelli che ci vengono dagli Stati Uniti, di una crisi esistenziale dell’America. La spaccatura non è mai stata così profonda. Nella transizione epocale al cybercapitalismo è revocata in dubbio la supremazia mondiale americana, posto che questa supremazia è oramai non solo una seconda pelle dell’americanismo, è la sua stessa essenza. Senza questa supremazia gli Stati Uniti potrebbero fragorosamante crollare come stato nazione. Attenti dunque, da questa periferiche parti, a non farsi facili illusioni: l’élite oligarchica è sì dilaniata dalla lotta intestina, ma questo scontro, per le province, non promette nulla di buono, poiché esso è tra due concezioni diverse sulla via e sui mezzi per conservare e ripristinare, nel mondo nuovo che avanza, il suprematismo ideocratico americano.

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Per concludere. E’ vero che tutti e due i campi che si contendono oggi il potere dicono di riconoscersi nei sacri valori della rivoluzione e della guerra d’indipendenza dall’impero inglese. Tuttavia, proprio stando alle radici, a fronte di ciò che li unisce ben più profonde sono le ragioni che li divide, e ciò che li divide ha segnato molto più profondamente la storia americana e la psicologia di quel popolo: si tratta della la sanguinosa guerra civile che dilaniò l’America tra il 1861 e il 1865. In quell’inferno che forgiò gli USA come stato nazione si annida l’anima loro, il loro peccato originale.

Diverse sono la maniere in cui può cadere un impero. Una di queste è per implosione. Posto che ciò che accade al centro dell’impero si riverbera sempre nelle sue periferie, chi può escludere che l’attuale lotta intestina diventi guerra civile dispiegata?




MANOVRA: LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO di L. Mazzei

Era inevitabile. Non si può scodinzolare a Bruxelles e fare fuochi pirotecnici a Roma. La montagna delle promesse elettorali ha così partorito il topolino di una manovra economica che più scialba non si può. Che le promesse della destra fossero solo carta straccia per gonzi già lo sapevamo, ma la mestizia con la quale il nuovo esecutivo si accinge alla Legge di bilancio è già tutto un programma.

Quella legge ancora non c’è, ma ieri il governo ne ha disegnato la cornice completando la Nadef (Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza). E nel quadro programmatico che ha approvato c’è già tutto quel che conta: interventi millimetrici e ad impatto zero su fisco e pensioni, interventi assolutamente insufficienti per combattere il caro energia.

Il giudizio politico ha da essere dunque chiaro e severo: il nuovo governo inizia nel segno del totale asservimento alle politiche, ai dogmi ed ai diktat della cupola eurista. Quella cupola che Meloni è andata ad omaggiare senza ritegno a Bruxelles il giorno prima della riunione del Consiglio dei ministri.

Ma entriamo nel merito. Perché diciamo che l’intervento sul caro energia è del tutto insufficiente è presto detto. Le risorse stanziate fino alla fine del 2023 sono pari a 30,5 miliardi (md) di euro. Di questi, 9,5 md verranno spesi subito con un apposito provvedimento che verrà varato la prossima settimana. Dunque, per il 2023 l’intervento sarà ridotto a “soli” 21 md. Scriviamo “soli” tra virgolette, perché la cifra potrebbe sembrare invece notevole. Ed in generale lo è, peccato che l’intero intervento sui 14 mesi che vanno da ora alla fine del prossimo anno (i già citati 30,5 md) sia meno della metà di quello realizzato nei 14 mesi precedenti (circa 64 md).

Abbiamo visto nell’ultimo anno come anche quella cifra monstre sia stata insufficiente. Da novembre 2021 alla fine di ottobre di quest’anno il prezzo del gas è salito del 67% rispetto all’anno precedente, portando la spesa della cosiddetta “famiglia media” (quella che consuma 1.400 metri cubi di metano all’anno) a 1.702 euro. Peggio ancora è andata con l’energia elettrica, con un aumento del 109% ed una spesa per le “famiglie tipo” (consumo annuo di 2.500 Kwh) che è passata da 632 a 1.322 euro all’anno. Ma non è finita. Mentre per il gas ci sarà una tregua del tutto temporanea a novembre (con bollette in calo del 12,9%), per l’energia elettrica è già deciso un ulteriore aumento del 59% nel trimestre in corso. Una cifra che potrà essere contenuta solo in minima parte dalle nuove misure che vedranno la luce la prossima settimana.

Se nel 2022 è andata in questo modo con un intervento così consistente dello Stato, come potrà andare meglio nel 2023 quando questo intervento sarà più che dimezzato? Ora, gli ottimisti potranno pensare che l’anno prossimo i prezzi scenderanno da soli. Come no, basta crederci! In realtà tutti gli analisti sanno che non andrà così. Anzi, nei primi mesi del 2023 è assai probabile che i prezzi del gas vadano in tensione per una evidente ragione stagionale. Ma il peggio, come del resto è avvenuto quest’anno, è previsto per la prossima estate, quando la corsa al riempimento dei serbatoi nazionali dovrà fare i conti con una carenza stimata dai 30 ai 50 miliardi di metri cubi.

Naturalmente, i soliti ottimisti potranno illudersi in una Russia sconfitta, piegata ed asservita agli interessi occidentali al punto da riprendere le forniture al prezzo deciso a Bruxelles. Quante possibilità ha di realizzarsi questo scenario? Direi, molto vicine allo zero. Ma questo lo sanno tutti, solo che la volontà di proseguire la guerra alla Russia impedisce di dirlo. La conseguenza è che si naviga alla giornata, come lo stesso Giorgetti ha candidamente ammesso.

E nel navigare a vista, il governo ha intanto infranto un tabù. Quello scostamento di bilancio che tutti (da Draghi a Letta a Meloni) consideravano una bestemmia, si è reso invece necessario proprio per l’intervento novembrino di 9,5 md. In questo modo il deficit del 2022 è passato dal 5,1 al 5,6% del Pil, ma la bestemmia essendo stata preventivamente concordata con i capoccioni dell’Ue è adesso benedetta dai media del regime. Miracoli imposti dalla dura realtà!

Ma una bestemmia tira l’altra, ed i 21 md stanziati contro il caro energia per il 2023 vengono anch’essi da un extra-deficit, con un incremento previsto del disavanzo del prossimo anno che passa dal 3,4 al 4,5%. In altri tempi si sarebbe gridato allo scandalo. Oggi no, perché quel che conta è la prosecuzione dello sforzo bellico contro la Russia, mentre gli effetti negativi sui conti pubblici verranno largamente assorbiti dall’inflazione.

E’ questo un punto che va capito bene. Mentre l’inflazione è un disastro per decine di milioni di italiani, in particolare per quelli a reddito fisso, oggi privi di qualsiasi meccanismo di recupero salariale (com’era invece un tempo con la scala mobile); per il bilancio dello Stato l’inflazione è un’autentica manna, uno strumento col quale svalutare il debito senza sforzo alcuno. Poiché deficit e debito vengono calcolati sempre in rapporto al Pil, e poiché il Pil nominale incorpora l’inflazione, è solo grazie a quest’ultima che si può aumentare il deficit riuscendo al tempo stesso ad abbassare il rapporto debito/Pil.

Tutto questo dovrebbe insegnarci come i fenomeni economici (ma non solo quelli) debbano essere sempre esaminati da tutti i punti di vista. Perché ciò che è una maledizione per i più, può essere invece una benedizione per qualcun altro.

Tuttavia, il fatto che l’inflazione giochi questo ruolo, non ha intenerito più di tanto i cuori dei capintesta dell’Ue. Aumentare il deficit sull’energia va bene, dato che è necessario non perdere troppo consenso sulla guerra; aumentarlo per altri scopi non se ne parla proprio. Eccoci arrivati a quello che abbiamo definito “impatto zero” su tutte le altre questioni. Nella prossima Legge di bilancio ogni nuova spesa dovrà essere coperta da nuove entrate nello stesso settore. Ad esempio, se si vorrà migliorare qualcosa sulle pensioni, lo si dovrà fare peggiorando qualcos’altro sempre nel campo previdenziale.

In questo modo non si farà assolutamente nulla di importante. Anzi, è abbastanza probabile (per non dire certo) che per le classi popolari il bilancio sarà del tutto negativo. Basti dire che per compensare i pur minimali aumenti di spesa previsti si parla di tagli al superbonus per i condomini, di una nuova spending review e – soprattutto – di un taglio al Reddito di cittadinanza.

Il governo Meloni è solo all’inizio della sua navigazione, ma come sempre il buongiorno si vede dal mattino. Come avevamo previsto, alla scelta di accovacciarsi impauriti sotto le ali tutt’altro che protettrici di Bruxelles e Washington, corrisponde quella di dar prova della propria esistenza in vita sul lato identitario. Da qui il revival salviniano sui migranti e, soprattutto, le pretese autoritarie contenute nel decreto che ha preso a pretesto i rave party per colpire la libertà di manifestare.

Insomma, una Meloni tutta ordine e disciplina. Ma soprattutto molto ordinata e disciplinata nei suoi signorsì a chi di dovere.

E’ già l’ora che la nuova opposizione batta un colpo!




IPOCRISIA SINISTRA di Sandokan

Sono decenni che in Italia il legislatore va avanti a colpi di “bis”, quindi “ter” e “quater”. E siccome qui da noi non ci facciamo mancare niente, addirittura  “quinquies” e “sexies”. Si tratta di aggiunte ai codici civile e penale, i quali, detto di passata, risalgono entrambi al regime fascista — quello penale o Codice Rocco, approvato con regio Decreto il 19 ottobre 1930; quello civile risalente al 1942.

Non è singolare che dopo ben 76 anni la Repubblica, che fa vanto di considerarsi democratica, si basi ancora sui codici di diritto penale e civile del fascismo? Segno solo di incapacità dei governi e dei parlamenti? O anche il segno di una sostanziale continuità tra i due sistemi? Datevi una risposta.

Sta di fatto che se ci riferiamo al codice penale, tutti gli addendum hanno sempre avuto un segno peggiorativo, o con la creazione di nuove fattispecie di reato, o con duri e durissimi inasprimenti di sanzioni penali.

E’ il caso dell’articolo 434 bis del codice penale. Con il pretesto di impedire i cosiddetti “rave party” il governo ha promulgato un decreto che per com’è scritto, fornisce alle forze di pubblica sicurezza la facoltà di impedire con la forza ogni “raduno pericoloso” non solo per “l’incolumità e la salute pubblica” ma appunto… per “l’ordine pubblico”. Che si tratti solo di una svista non ci crede nessuno. Altro che destre garantiste! E’ evidente lo spirito sicuritario, repressivo e manettaro. Che poi il “bis” sia attaccato ad un articolo (il 434) che punisce chi cagiona crolli di costruzioni o altri disastri mettendo a repentaglio la pubblica incolumità, è la beffa dopo il danno.

Alle sinistre sinistrate non è parso il vero.

Politicanti delle diverse parrocchie, schierati dietro alle loro Tv ed ai loro giornalini, gridano allo scandalo. La Repubblica di oggi [2 novembre , NdR] titola a caratteri di scatola “No alla legge manganello”. Sono gli stessi che in nome della “lotta al covid” hanno soppresso fondamentali diritti costituzionali e di libertà. Sono gli stessi dei lockdown, dei coprifuoco, delle quarantene. Sono quelli della polizia e dell’esercito schierati in ogni dove per terrorizzare i cittadini e dare la caccia ai refrattari o anche solo ai malcapitati. Sono gli stessi che hanno legiferato a base di DPCM ed a causa dei quali sono state comminate decine di migliaia di sanzioni amministrative e penali. Sono gli stessi che hanno approvato leggi per cacciare dai luoghi di lavoro chiunque si fosse rifiutato di iniettarsi il loro cosiddetto “vaccino”. Insomma, sono quelli del regime di segregazione per cui i “no-vax” erano bollati e perseguitati come untori e “assassini” (Draghi docet).

Bisogna proprio avere la faccia come il culo, dopo tante nefandezze e crudeltà, per spacciarsi per paladini della democrazia e dello stato di diritto.

Che le loro grida contro l’indecente 434bis siano pornografica ipocrisia ce lo dimostra la reazione della sinistra sinistrata davanti alla sacrosanta decisione del governo di reintegrare al lavoro con due mesi di anticipo i sanitari ingiustamente sospesi e lasciati senza stipendio. Lo dimostra proprio la Repubblica di oggi. Dopo 12 pagine di grida contro il governo “autoritario” interviene la scrittrice Elena Stancanelli per chiedere che i medici “no-vax che non credono nella scienza”, dal «momento che non posso chiedere di tenerli lontani, siano riconoscibili ai pazienti. …Un qualsiasi segno di riconoscimento… Basterà un braccialetto colorato, la cuffia di un altro colore (avrei detto la mascherina)». Dal momento che, appunto, non ci facciamo mancare niente, perché non appiccicare sui grembiuli dei medici e infermieri “no-vax” una stella, dato che ci siamo gialla?

Chi sono i fascisti, qui?




MELONI: PRENDIAMOLA IN PAROLA di Francesca Roversi*

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Lo so che la Meloni non uscirà dal seminato liberista in economia e da quello atlantista in politica estera. E’ sicuro quindi che dovremo combatterla dall’opposizione (senza però confondersi con l’oppo-finzione della sinistra piddina e i suoi cespugli).

Detto questo ritengo anche che dovremmo, ad esempio sulla questione del Covid, prenderla in parola.

Nel suo intervento di insediamento ha apertamente annunciato che non seguirà la “linea Speranza” — lasciatemi segnalare la scena raccapricciante: questo poveraccio, mentre la Meloni parlava in Parlamento, era l’unico ad indossare la mascherina!

La Meloni ha detto:

« L’Italia ha adottato le misure più restrittive dell’intero Occidente, arrivando a limitare fortemente le libertà fondamentali di persone e attività economiche, ma nonostante questo è tra gli Stati che hanno registrato i peggiori dati in termini di mortalità e contagi. Qualcosa non ha funzionato, e dunque voglio dire fin d’ora che non replicheremo in nessun caso quel modello».

Questa non è robetta! Nei fatti la Meloni conferma la sua condanna del colpo di stato covid-19 e di tutte le brutali misure liberticide che ne sono seguite.

La Meloni ha ribadito in forma solenne nella sede più prestigiosa della Repubblica che non seguirà la linea “sanitaria” seguita dai governi Conte2 e Draghi, che non ubbidirà alle multinazionali farmaceutiche e alle cupole mafiose come l’OMS.

Demagogia? Un contentino ai tanti che l’hanno votata anche perché ha sempre criticato la dittatura sanitaria? Lo farebbe pensare la scelta (impostagli?) del Ministro della “salute” il “tecnico” Orazio Schillaci, che invece è stato un paladino pro-vaccino obbligatorio e pro-green pass.

Sia come sia noi dovremmo prendere in parola la Meloni. E’ lei o no il Presidente del Consiglio? Ha affermato o no che il suo è un governo politico? Ha invocato o no la sovranità? Che tenga al guinzaglio Schillaci!

Che la Meloni mantenga la parola data e agisca rispettando i tanti che gli hanno dato fiducia anche perche aveva promesso di porre fine alla “linea Speranza-Conte-Draghi”.

Facciamo sentire la nostra voce, chiediamo che il governo abolisca le misure restrittive tutt’ora vigenti; chiediamo che i sanitari non vaccinati sospesi dal lavoro, vengano immediatamente reintegrati. Va abolito il meccanismo che impone il tampone all’ingresso delle strutture sanitarie e delle Rsa, quindi l’isolamento di chi risulta positivo. E che prometta che non avremo mai più né lockdown né green pass.




IL FRONTE DEL DISSENSO E L’ITALIA CHE VERRÀ di Lorenzo Della Corte

  • La trasformazione del Fronte del Dissenso da federazione di movimenti a soggetto politico compiuto, è una naturale evoluzione che risponde ad una maggiore consapevolezza degli scenari politici che si presentano e dei relativi maggiori compiti necessari. Del resto oggi tutto è politica, anche il vagito di un neonato è di per sé anticapitalista perché si oppone alla de-popolazione e quindi è un atto politico. Il FdD (Fronte del Dissenso), per le caratteristiche del suo agire comprende e rappresenta l’insieme degli oppositori alla dittatura sanitaria e tramite i suoi naturali dirigenti contiene in sé l’avanguardia politicamente formata o in formazione. Ora la natura ed i termini dello scontro appaiono e si svelano in tutta la loro chiarezza e drammaticità, con l’integrazione da parte delle oligarchie finanziarie della guerra sanitaria, con la guerra tradizionale e con la transizione ecologica, i cui obiettivi sono noti: concentrazione della catena di comando, distruzione delle economie a medio-basso tenore di capitale investito, impiego massiccio della tecnologia ai fini di una produttività sfrenata che consenta uno sfruttamento totale della popolazione, fisico, psichico, biologico, per asservire la popolazione in una schiavitùmoderna che vede l’annichilamento delle qualità umane intrinseche: ovvero libero arbitrio, produzione autonoma di pensiero, cultura. Da qui l’uso massiccio di protocolli precostituiti che regolano nei minimi dettagli la vita ed il comportamento delle persone, imponendo soluzioni già confezionate che disciplinano la società come un lager a cielo aperto, la cui destinazione è una morte psichica immediata e fisica secondo le loro necessità.
  • E’ evidente che il compito che ci attende è immane, ma obbligato. Dal dopoguerra (ma sono convinto anche da prima) abbiamo vissuto in una guerra asimmetrica, ovvero combattuta dalle élite globaliste che senza alcuna resistenza hanno occupato tutte le posizioni necessarie per scatenare l’assalto finale imposto loro dalla contraddizione insanabile tra una accumulazione gigantesca dei capitali e l’impossibilità tecnica di soddisfare un adeguato saggio del profitto. Ebbene hanno occupato tramite l’uso storicamente noto di strutture coperte come massonerie, mafie, camarille, club, ecc. i posti di comando delle strutture finanziarie mondiali, e di quelle amministrative e di direzione degli stati nazionali, assoggettandoli tramite una rete di organizzazioni internazionali create ad hoc. Non è un processo lineare, perché gli interessi delle élite globaliste confliggono con gli interessi rappresentativi di settori del capitale che traggono la loro forza dalle economie nazionali e che non vogliono soccombere in una svalorizzazione forzata e pilotata di una parte del capitale. Da qui l’emersione di distinguo e di resistenze sia all’interno degli Stati Uniti, sia di interi stati come la Russia, la Cina, ecc. In Italia, dove pure l’aggressione delle élite globaliste è stata particolarmente feroce, ancora questa resistenza da parte della industria e della finanza risulta insufficiente e limitata da due fattori: la tremenda distruzione dell’impresa italiana negli ultimi 40 anni, con l’azzeramento di interi comparti, come l’elettronica, la chimica, e la cessione agli stranieri del resto: dall’automobile, alla ferroviaria, a gran parte della moda e dell’alimentare e del turismo d’élite; ed infine dalle politiche assistenziali dello stato verso le imprese (ad esempio l’edilizia) riducendole a dipendere dallo stato come drogati.
  • Abbiamo visto quindi come la classe politica italiana dipenda direttamente dalle élite globaliste: la sinistra (PD e formazioni subalterne) è stata il battistrada delle politiche distruttive, e la destra, per sudditanza alla NATO, al di là delle dichiarazioni, non può rappresentare il “sentimento” di protesta e di “rivolta” che si sono espressi in queste elezioni: 45% di astenuti a cui si deve aggiungere un 25% di voto di protesta-speranza rivolto alla Meloni. Un 75% di popolo, quindi, che attende “messianicamente” un cambiamento. Non può avvenire, lo abbiamo già visto dalla lista dei ministri “consegnata” da Mattarella alla Meloni. La stessa struttura dirigenziale portante del tessuto amministrativo statale e parastatale è permeato da uomini influenzati dalle politiche di Davos: una Meloni vera sovranista o un qualsiasi governo anti-elites avrebbe dovuto chiamare a raccolta i propri elettori per una “vera” ed immediata presa del potere, tale da consentire una coercitiva pulizia dell’apparato politico e amministrativo della nazione.
  • Senza questo obiettivo strategico, non può essere invertita la tendenza. Una guerra è già in atto scatenata dalle elites globaliste contro coloro che resistono alla loro agenda e contro una popolazione mondiale per loro innecessaria. Questa guerra si esprime in tutte le forme: da quelle atipiche delle pandemie, alla transizione green, o quelle tradizionali come iperinflazione, bolle finanziarie o guerra aperta, come in Ucraina. Qualsiasi processo di cambiamento in Italia deve inserirsi in questo contesto internazionale, e trovare in esso gli appoggi necessari. Ora o mai più deve essere sterilizzata questa elites finanziaria appoggiando tatticamente tutti quei settori capitalisti che cercano di ritornare ad un mondo multipolare: all’interno degli Stati Uniti, Trump, o la Russia, già impegnata militarmente, la volontà di autonomia della Cina, ed i Brics. Le elezioni dell’8 novembre negli Stati Uniti, sveleranno se potranno rappresentare un punto di svolta e dobbiamo quindi essere capaci di approfittarne. Tutta l’attività internazionale deve essere posta al primo posto delle preoccupazioni del FdD: la partita si vince o si perde a quel livello! Uscire dall’euro, uscire dalla UE, uscire dalla Nato, sovranità monetaria, economica e finanziaria sono possibile solo in un contesto di nuove alleanze, a partire da subito!
  • A questa consapevolezza il FdD deve procedere su due livelli: la crescita numerica e culturale del partito ed il radicamento sui territori con la chiarezza che la maggioranza della popolazione non ha più una rappresentanza: lavoratori, artigiani, imprese, professionisti, pensionati, disoccupati, sono stati deprivati dei loro naturali rappresentanti, tutti sussunti dal potere massonico globalista: sindacati, organizzazioni delle imprese, ordini professionali, magistratura, ecc. operano contro i loro iscritti ed utenti. La popolazione vive un vero e proprio disorientamento, sfiducia, e senso di impotenza consapevole che la causa di questa tragedia sociale dipende da élite apparentemente inarrivabili. Così oscilla tra chiusura in sé stessa, “si salvi chi può” ed attesa messianica. Ora c’è un momento di sospensione dovuto alle attese del nuovo governo, ma noi dobbiamo trovarci pronti a raccogliere l’indignazione e la rabbia repressa che crescerà alle prime disillusioni. Negli anni passati l’opposizione era naturalmente aggregata intorno alle grandi fabbriche, ai luoghi di lavoro, in un contesto culturale dove la famiglia amplificava la vita sociale e si formava quel collante sociale e collettivo che favoriva l’aggregazione nelle lotte ed il riconoscimento dell’avanguardia. Oggi il modo tecnico di produzione e la propaganda massmediatica ha spezzettato le fasi, ha reso fabbrica tutta la società, ha confuso i ruoli, ha reso tutti divisi e separati, ha smantellato le famiglie, ecc. In questo contesto l’aggregazione cosciente è molto difficile e la soglia di innesco sociale molto alta. Anche al nostro interno la comunicazione è difficile: un tempo bastava un’occhiata.
  • Questo passaggio sarà un salto di qualità rispetto alla lotta contro il green pass e la dittatura sanitaria: da una parte occorre proporre un modello di sviluppo rivolto a creare una nuova società che si avvalga delle esperienze passate, ma comunque diversa, una NEP di leniniana memoria che veda la finanza e la moneta saldamente solo nelle mani dello stato democratico, ed un mondo produttivo di piccole e medie imprese ad intensità di capitale limitata, affiancate da una nuova IRI che riporti in mano pubblica i servizi, l’energia e tutti i settori vitali per il paese, quindi un programma, obiettivi immediati ed intermedi, parole d’ordine unificanti, presenza e comunicazione, dall’altra promuovere contenitori dove un popolo disperso possa ritrovarsi nella lotta e riprendere una vita sociale che faccia da collante. Non importa il nome che vogliamo dare: soviet, consigli, comitati, assemblee, ecc, tutti improntati alla democrazia diretta, ovvero la revocabilità immediata dei mandati. Il FdD non deve quindi occuparsi solo di sé stesso, come fanno tutti questi partitini di merda a cui interessa solo accrescere il loro potere personale, ma deve crescere insieme ad organismi di rappresentanza della popolazione, dove noi saremo presenti insieme ad altri e dove le nostre posizioni si imporranno per autorevolezza, chiarezza, logica e bontà. Tattica e duttilità quindi ma con la barra del timone diretta verso la presa del potere. Certo in una fase turbolenta ed in contesti dove le differenze di consapevolezza sono notevoli, saranno richieste anche doti di fermezza. Il FdD dovrà allacciare rapporti a 360° con tutte le componenti della società, ivi comprese le FFOO e FFAA, richiamandole alla loro funzione di difesa del popolo.
  • Ricordiamo che dobbiamo coprire un ruolo che altrimenti, in nostra assenza, altri lo ricopriranno nei momenti di emergenza: abbiamo una casistica, il nemico si è attrezzato per farlo con falsi profeti e movimenti colorati dell’ultima ora.



SERVI DI DESTRA E INFAMI DI SINISTRA di Sandokan

Alla fine abbiamo il governo Meloni. Nessun entusiasmo in quelli che l’hanno votata, solo la mesta speranza, dopo averne provate tante, che non faccia peggio di chi l’ha preceduta. Difficile, in effetti, fare peggio, ma altamente probabile che accada. Nella drammatica situazione che vive il Paese non ci sono vie di mezzo: o si imbocca la strada di una svolta radicale oppure ci si affida alla tutela e alla misericordia dei poteri forti — si veda la vicenda della caduta del governo britannico. Tutela e misericordia che la Meloni, espletati i riti di obbedienza euro-atlantista, ha invero ottenuto.

Nella migliore delle ipotesi, quindi, non cambierà niente, assolutamente niente. Vedasi alla voce “pilota automatico”. Nella peggiore invece, proprio la perseverazione delle politiche euro-atlantiste (ogni declino prima o poi finisce in un tracollo) causerà non il fascio, ma lo scatafascio dell’Italia.

Davanti all’ultima mossa del trasformismo italico — ti pare che un sistema che aveva avuto successo nello smaltimento degli ex-comunisti, non avrebbe saputo riciclare ex-fascisti? — la sinistra transgenica ha toccato il fondo. I sinistrati schiamazzano e sparano a palle incatenate sul nascituro: non perché giura fedeltà alla NATO e alla UE; non perché, contro l’interesse nazionale, è schierato armi e bagagli contro la Russia; non perché dichiara di tenere fede ai dogmi ordoliberisti di Bruxelles; e nemmeno perché dice che non verrà torto un capello agli squali della finanza predatoria. No, non per queste ragioni. Per quali ragioni ce lo spiega Norma Rangeri nell’editoriale de il manifesto di oggi. Il titolo è tutto un programma “Adesso comincia l’incubo”. Sentiamo:

«Per chi è di sinistra, l’immagine di una ex missina che sale al Colle per ricevere dal presidente Mattarella l’incarico di formare il nuovo governo, è una sorta di shock politico e culturale. Nessuno, fino a qualche tempo fa, avrebbe mai potuto presagire un avvenimento così devastante per la storia di un Paese che affonda le proprie radici nella Resistenza al nazifascismo».

“Shock politico e culturale…avvenimento devastante”… Lasciando intendere che con la Meloni saranno in pericolo la libertà, la democrazia, lo stato di diritto.

Con che faccia questi infami gridano al pericolo? Proprio loro che hanno sostenuto a spada tratta l’Operazione Covid, la dittatura sanitaria e tutte (ma proprio tutte!) le misure fasciste di segregazione sociale!!!

Calzanti quante altri mai queste amare riflessioni:

«Ho paura di questo governo fascista. Chi può saperlo se un giorno potrà introdurre un pass per poter lavorare? Se potrà ad esempio, ricattare e multare le persone che non vogliano sottoporsi ad un trattamento sanitario?  E discriminarle per questo, impedendo loro l’accesso in svariate attivitŕ (anche fondamentali e vitali). Chi lo sa se potrà attuare un coprifuoco o degli arresti domiciliari di massa, impedendo la libertà personale, trasformando in uno straccio la Costituzione?»

Marco Bertucci




DA SOGGETTO FEDERATIVO A MOVIMENTO POLITICO UNITARIO

Risoluzione del Fronte del Dissenso

L’umanità è ad un bivio. I due i pilastri su cui si reggeva la globalizzazione — liberismo sul piano economico e predominio americano su quello geopolitico— stanno crollando. Un sistema muore, un altro dovrà nascere sulle sue ceneri.

Lungi dall’arroccarsi per difendere l’esistente, le élite dominanti, hanno un preciso disegno di rifondazione sistemica del capitalismo. Disponendo delle armi fornite dalla tecno scienza, pensano di governare il caos togliendo la gestione degli affari sociali ai corpi politici per consegnarla ad una tecnocrazia assistita dalla “infallibile” e “predittiva” potenza di calcolo dell’intelligenza artificiale. La “infida” democrazia lascerebbe il posto ad una cyber-dittatura, gestita da algoritmi che mentre renderanno cronometrici e infallibili i processi di precarizzazione del lavoro e lo sfruttamento dei nuovi schiavi, potranno sorvegliare e plasmare la vita, i corpi e persino i sogni dei cittadini. Da una parte una moltitudine di oppressi, dall’altra i milionari dominanti che immaginano addirittura di diventare, grazie a manipolazioni genetiche e ibridazioni cibernetiche, una nuova razza di “superuomini”. Per ottenere il necessario consenso sociale, e quindi per legittimare la fede nei poteri salvifici della tecno-scienza e la venerazione dei suoi falsi taumaturghi, l’élite non si limita a spacciare questa funesta distopia come fulgido progresso, ma vuole dimostrarne l’inevitabilità — di qui la strategia del cosiddetto Grande Reset che implica la produzione di una serie di shock, imposti su scala mondiale, quali l’Operazione Covid, e molti altri, fino al conflitto geopolitico totale.

Le élite dominanti per quanto esigano che l’Occidente resti in posizione di comando, sono ben consapevoli che questa rifondazione sistemica non potrà compiersi se si limita all’Occidente medesimo, e che essa potrà avere successo solo su scala globale, in particolare estendendo la sua egemonia su tutto il continente asiatico e al tempo stesso sottomettendo, una volta per tutte,l’intero potenziale politico e produttivo dell’Europa. In questo nuovo mondo non c’è posto per altre civiltà se non quella cybercapitalista, né per nazioni o potenze ostili. Chiunque si opponga alla marcia trionfante del “progresso” dev’essere spazzato via; con l’assedio economico e, se necessario, con quello militare. L’aggressione strategica alla Russia, ritenuta colpevole in quanto roccaforte politico-culturale a difesa di un mondo multipolare, è solo l’ultimo capitolo del piano di dominio neo-imperialista disposto anche a portarci alla fine del mondo, alla guerra termonucleare.

Il nostro Paese, in questo momento terribile, è un nano condannato ad ubbidire agli ordini che giungono da Oltre Atlantico. La grande borghesia italiana, in cambio del privilegio di far parte dell’esclusivo club dei padroni universali, funge da garante di una sudditanza che è la prima causa, oltre che tragico effetto, del profondo declino economico e culturale del Paese. Questa borghesia servile e la sua classe politica pur di onorare il patto di fedeltà euro-atlantica, non si fanno scrupoli a svendere gli ultimi scampoli di sovranità. Essi agiscono contro l’interesse nazionale, sono il pericolo pubblico numero uno del popolo lavoratore.

In un quadro di asservimento delle istituzioni repubblicane e dei corpi intermedi, è dal basso che sono nate in questi decenni le sole manifestazioni di resistenza — fino al grande movimento contro la dittatura sanitaria e il green pass —, ed è solo dal basso che potrà sorgere un movimento patriottico di liberazione sociale e nazionale. Un grande movimento popolare non nasce a comando, per decisione di questo o quel gruppo politico, esso occuperà la scena all’improvviso, spontaneamente, a partire dalle contraddizioni reali. Tuttavia, affinché non sia un fuoco di paglia, la spontaneità, va incanalata e strategicamente indirizzata; a questo serve lo sviluppo di un’organizzazione politica che raggruppi l’avanguardia popolare, forgiatasi nella lotta di questi ultimi anni, nell’ipotesi di andare incontro ad un periodo di glaciazione dei conflitti sociali. Come avvenne con lo shock della pandemia, il trauma della guerra alla Russia, per di più combinato con la recessione economica in arrivo, potrebbe sortire l’effetto di stordire e paralizzare i cittadini. Proprio a causa di questo clima di angoscia e di paura che frena l’ingresso sulla scena di una nuova ondata di proteste popolari, serve la costruzione di una casa politica con solide fondamenta.

La forma federativa che ci siamo dati un anno e mezzo fa come Fronte del Dissenso non è più adeguata ai tempi duri a cui andiamo incontro. Del resto, prima nel fuoco della lotta contro la dittatura sanitaria poi alle prese con il suo riflusso, il Fronte del Dissenso si era già venuto rafforzando trasformandosi in un movimento politico a tutto tondo: una metamorfosi frutto più della necessità che di una decisione deliberata. È ora indispensabile portare a compimento questa trasformazione decidendo una nuova architettura organizzativa e precisando un più avanzato profilo politico.

Questo cambiamento è urgente anche a causa della sconfitta elettorale subita da quelli che sono stati considerati “partiti antisistema”. Essi stanno tutti subendo il previsto processo di sfaldamento, processo che rischia di risolversi in una pericolosa dispersione di forze, di militanti e di anime. A coloro che hanno compreso l’inadeguatezza di quei gruppi dirigenti, ai guerrieri del movimento no green pass che non vogliono mollare, singoli e gruppi, associazioni e comitati, spetta il dovere di fare un salto politico.

A noi compete quello di fornire a tutti loro un punto fermo di ancoraggio, ribadendo i cinque punti ispiratori dell’Appello dei 100:

  • il ripristino di tutti i diritti di libertà cancellati, tra cui la libertà di scelta terapeutica;
  • il rifiuto dello Stato tecnocratico di polizia e dei dispositivi elettronici di schedatura e sorveglianza;
  • l’abbandono del neoliberismo per un’economia che assicuri giustizia, lavoro e reddito per tutti attuando ma aggiornando il modello di economia mista scolpito nella Costituzione del 1948;
  • la piena sovranità politica, economica alimentare e monetaria dell’Italia e quindi l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea;
  • una politica di neutralità di pace e fratellanza tra i popoli, quindi la liberazione dalle catene delle NATO.

Si riparta da un’attenta prospettiva strutturale ed organizzativa, ispirata ai principi della cooperazione e della solidarietà.

Non ci appartiene la boria di partito, non ci auguriamo che attorno a noi restino solo macerie, tuttavia è innegabile che nessun dialogo politico sarà credibile se non passando attraverso una critica costruttiva degli errori commessi dai gruppi dirigenti dei “partitini” in occasione delle elezioni del 25 settembre.

Proponiamo quindi di procedere, entro la fine dell’anno corrente o non più tardi del gennaio 2023 verso lo svolgimento di una Assemblea nazionale  che dovrà essere preceduta da assemblee su base regionale o provinciale, le quali si terranno di persona. L’Assemblea nazionale oltre ad approvare Manifesto politico e Statuto, dovrà ed eleggere il Consiglio nazionale e gli eventuali organismi contemplati dallo Statuto medesimo.

Fronte del Dissenso

18 ottobre 2022




MENO MALE CHE SILVIO C’È di Sandokan

Cosa non si fa pur di ottenere dai poteri forti il semaforo verde per governare.

Dopo gli umilianti atti atlantisti di fede della signora Meloni, ecco il cicisbeo La Russa che rammenta che il servilismo verso gli Stati Uniti non è fenomeno recente, una mossa trasformista di Gianfranco Fini. “No, no, il Movimento Sociale Italiano (MSI) è stato sempre con la NATO, sin dalle origini”. Esatto! Per fermare il “pericolo comunista” tutto faceva brodo per gli americani, anche riciclare i fascisti. Nacque così nel 1946, col lasciapassare e i soldi della CIA, il MSI.

Sperimentato con successo in Italia il riciclaggio dei fascisti in funzione anticomunista, gli americani lo hanno applicato ovunque nel mondo contro i loro nemici, anzitutto in America Latina, quindi, guarda caso, proprio in Ucraina dove, ancor prima di “EuroMaidan”, hanno foraggiato e sostenuto i gruppi banderiti e neonazisti fino a portarli al potere e ad affidargli il compito di scatenare la guerra contro Mosca.

*   *   *

Nella guerra (poco) santa contro la Russia gli americani esigono la massima compattezza dei servi d’Occidente. A nessuno è consentito derogare, tentennare, esitare. Tantomeno disertare. I non allineati, quando va bene, vengono bullizzati come balordi, quando va male sono accusati di “intelligenza col nemico” e schedati in apposite e inquietanti liste di proscrizione. Siamo tutti messi sull’avviso che se lo stato di guerra da tecnico diventasse politico, il potere non esiterà a colpirci con la massima durezza.

In questo clima funesto in cui la verità è proibita e la simpatia per la Russia è bollata come il male assoluto, la Provvidenza è invece giunta in soccorso a noi tramite un insospettabile araldo che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Il nostro ha dichiarato che egli era e resta il più grande amico di Vladimir Putin. Di più: avrebbe detto ai suoi che è “meglio che non vi dica come la penso sulla guerra altrimenti sono guai”.

Se la signora Meloni è incazzata come una iena, nelle alte sfere d’Oltralpe e d’Oltre Atlantico sono andati nel panico. Non sarà che Roma defeziona e prima o poi passa col nemico?

Ciò che lorsignori deprecano noi evidentemente auspichiamo. Possibile ma poco probabile che accada. Nel frattempo come reietti “filoputiniani” respiriamo una boccata d’ossigeno, ci sentiamo meno soli. Sul piano politico che dire? E’ cosa buona che anche nel campo dell’élite oligarchica si aprano delle crepe.

Meno male che Silvio c’è!