UN SOCIALISMO PER L’ITALIA di P101

ƒIL SOCIALISMO A MISURA D’UOMO, UN SOCIALISMO PER L’ITALIA

Presentiamo ai nostri lettori un documento, almeno per noi, molto importante. La crisi epocale del sistema capitalistico ripropone la questione della fuoriuscita. Ma verso dove? E’ ancora pensabile e auspicabile una società socialista? E se sì di cosa stiamo parlando? E perché sono falliti tutti i tentativi di realizzarlo? Queste tesi venero approvate dall’ Assemblea Nazionale del Movimento Popolare di Liberazione – PROGRAMMA 101 svoltasi nel dicembre 2016

 Il capitalismo non funziona

Il sistema capitalistico —grazie allo sfruttamento senza precedenti delle capacità produttive e creative del lavoro, all’uso sistematico delle risorse naturali, ed all’applicazione su larga scala delle nuove scoperte tecnico-scientifiche— ha prodotto progressi economici, sociali e civili senza precedenti.

Questo sistema non ha solo conservato le diseguaglianze e gli antagonismi tra le classi sociali, è segnato da una menomazione congenita: i beni vengono prodotti come merci, cioè come cose finalizzate a soddisfare la brama di profitto della esigua minoranza dei detentori di capitale, le esigenze della società nel suo insieme essendo solo un pretesto.

Mossi da questa brama i capitali, in accanita concorrenza fra loro sono costretti, ognuno per non soccombere, ad investimenti crescenti ed a sfornare merci senza limiti, a tal punto che, esssendosene prodotte troppe, esse non possono essere vendute a prezzi che consegnino il profitto atteso. Il valore economico dei capitali crolla, con la conseguenza che molte imprese chiudono i battenti, interi paesi sprofondano nel marasma, masse enormi di lavoratori gettati sul lastrico e dunque costretti ad accettare condizioni di vita miserabili. È la crisi generale, come quella il sistema conosce oggigiorno.

Ogni crisi generale accentua diseguaglianze e conflitti sociali, causa il collasso della democrazia e la nascita di regimi di tirannia, accresce la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi grandi gruppi monopolistici, accentua i contrasti tra le diverse potenze.

I fiumi di sangue e le immani distruzioni delle due guerre mondiali sono la prova provata che il sistema capitalistico è una minaccia per l’intera umanità e la vita stessa sulla terra. L’iper-finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione e la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche centinaia di multinazionali, aggravano e non attenuano i conflitti all’interno delle nazioni e fra le nazioni. Un crollo generale dalle conseguenze catastrofiche è probabile. Un’alternativa di società è necessaria. Noi la chiamiamo Socialismo.

Cos’è il Socialismo?

Esso può essere racchiuso in una proposizione: “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

È l’idea di una società in cui il lavoro non sia una condanna alla schiavitù per valorizzare il capitale ma un’attività necessaria per vivere tutti meglio; in cui si produca e si consumi quanto basta per condurre una vita dignitosa; dove l’eguaglianza formale nella sfera politica sia sostanziale; in cui forze produttive e scienza siano orientate ad assicurare il bene comune e non i privilegi di pochi.

Quest’idea, per cui masse sterminate di uomini e donne hanno combattuto segnando nel profondo la storia, è considerata dalle classi dominanti, che hanno il monopolio dei mezzi d’informazione, come un’utopia. È invece un’idea ragionevole quella per cui i settori strategici di produzione e di scambio, oggi monopolio di una minoranza assetata di profitto, diventino proprietà pubblica e vengano amministrati e gestiti dai lavoratori associati, siano essi manuali che intellettuali.

Già oggi i grandi capitalisti, quelli che mettono il capitale, poco o niente sanno dei reali processi produttivi delle loro aziende, e nulla potrebbero senza l’ausilio del personale tecnico e amministrativo dirigente. Grazie all’enorme progresso delle tecnologie sarebbe ben possibile lavorare tutti meno e meglio. I dominanti invece fanno il contrario: usano questo progresso per ridurre i dipendenti, sfruttandoli di più e condannando masse sempre più ampie alla precarizzazione ed alla disoccupazione perpetua.

La società dev’essere concepita come una totalità organica, i diversi settori sono arti dell’unico corpo sociale, di qui la necessità che l’economia sia sottratta alle cieche leggi di mercato, con un’allocazione efficiente e giusta delle risorse, dei beni, quindi razionalmente organizzata, finalizzata a soddisfare i plurimi bisogni del genere umano, il tutto nel pieno rispetto di Madre Natura.

Alla concezione feticistica che la ricchezza consiste nell’ammucchiare denaro —che inevitabilmente implica la lotta egoistica di una minoranza a spese della maggioranza per possederne sempre di più— noi opponiamo quella per cui una società è tanto più ricca quanto più riesce ad assicurare ai cittadini una vita buona, soddisfando i loro variopinti bisogni, materiali e spirituali.

Il fallimento dei primi tentativi di passare al Socialismo

Nel secolo scorso, dopo quello russo, diversi popoli, sotto la guida di potenti partiti comunisti, si sono incamminati sulla via del socialismo. Quei tentativi, dopo enormi successi iniziali, si sono conclusi in un fallimento. Ciò non è dipeso solo dalle difficoltà legate ad ogni grande processo di trasformazione sociale, ma da alcuni errori basilari insiti nella stessa teoria politica dei comunisti, cinque spiccano sugli altri.

(1) I comunisti erano convinti che la classe proletaria possedesse un’intrinseca e spontanea vocazione rivoluzionaria, quindi la capacità di guidare il passaggio al socialismo. Questa vocazione non è invece innata, che essa si manifesti dipende dalle mutevoli condizioni storiche e sociali. Anche per il proletariato vale che davanti alle difficoltà la spinta al cambiamento si può rovesciare nel suo opposto.

(2) I comunisti erano convinti che la statizzazione integrale dei mezzi di produzione sarebbe sfociata necessariamente nella completa socializzazione e autogestione. Si è verificato invece che il potere è finito presto nelle mani di un ceto dirigente professionale che lo ha utilizzato per imporre la propria supremazia politica e sociale e difendere i suoi privilegi.

(3) I comunisti erano convinti che la pianificazione economica avrebbe non solo evitato gli squilibri tra settori economici ma, ipso facto, soppresso l’economia mercantile, producendo una crescente eguaglianza sostanziale e abolito ogni forma di oppressione e di antagonismo sociale. Abbiamo visto invece che la pianificazione può creare nuovi squilibri sociali, convivere con la produzione mercantile, causare non solo spreco e distruzione di risorse naturali e sociali, diventando un freno allo sviluppo sociale ed economico.

(4) I comunisti erano convinti che il “regime proletario” oltre che di breve durata avrebbe soppresso la stessa democrazia (“borghese”) lasciando il posto ad un regime libertario integrale e senza Stato. Invece di questa chimera esso si è pietrificato ben presto in un regime dispotico e antidemocratico.

(5) I comunisti erano convinti che una volta mutata la struttura economica della società le sovrastrutture, i modi di vita e la sfera spirituale si sarebbero adeguate pressoché automaticamente. Costumi, idee, visioni del mondo, date le loro profonde radici, hanno dimostrato invece una capacità di resistenza formidabile.

Il Socialismo che immaginiamo in Italia

Chiamiamo socialismo il sistema che si organizza e si struttura affinché gli uomini possano ridurre al minimo la durata del tempo di lavoro, accrescendo invece quello libero, affinché, al di là del riposo, egli possa dedicare questo suo tempo, una volta soddisfatti i bisogni primari, a realizzare quelli immateriali, a nutrire il suo spirito, estrinsecando le sue molteplici facoltà ed attitudini, dedicandosi infine alla cura delle faccende politiche e comunitarie.

Affinché ciò possa accadere sono necessarie tre condizioni: il massimo sviluppo delle forze produttive materiali e spirituali, ovvero il più alto grado d’automazione e informatizzazione dei processi lavorativi e della partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica; una nuova e qualitativa gerarchia dei bisogni, quindi nuove concezioni di sviluppo e di benessere, opposte a quelle oggi imperanti, consumistiche e feticistiche; e infine uno Stato che sia effettiva espressione della sovranità popolare.

Grazie a ciò sarà davvero possibile ottenere da ciascuno secondo le sue possibilità, e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, abolendo quindi non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma ogni forma di oppressione politica e di saccheggio delle risorse naturali.

Questo socialismo implica la proprietà pubblica dei principali settori strategici dell’economia (non quindi non l’abolizione della proprietà privata tout court) ed uno Stato che funga da sentinella del nuovo ordinamento sociale e democratico e che assicuri a tutti i cittadini non solo l’esercizio dei diritti di libertà, ma pure la fruizione di quelli al lavoro, all’istruzione, alle cure sanitarie, nonché quello ad un reddito di base universale. Non basta l’eguaglianza sul piano economico. La libertà di pensiero, di parola, di associazione politica, di stampa, di fede religiosa sono principi inalienabili della persona. Eguaglianza sociale e libertà individuali e collettive sono indissolubili.

Il socialismo che auspichiamo, contrariamente a quanto hanno utopisticamente immaginato i primi socialisti, Marx compreso, lungi dal fare sparire la democrazia la estenderà, permarrà dunque l’organizzazione statuale, come necessaria espressione politica e amministrativa della comunità.

Non si giungerà al socialismo con pochi assalti frontali. L’esperienza ci consegna numerose evidenze che esso sarà invece frutto di un lungo e difficile processo fatto di trasformazioni, successive, grandi e piccole. L’economia capitalistica non può essere abolita per decreto, così come non potranno essere soppresse dal giorno alla notte le forze mercantili. Con queste si dovrà convivere a lungo.  Per tutto un periodo, che nessuno può stabilire in anticipo, avremo quindi un’economia mista, pluralista.  Settori e forme capitalistiche coabiteranno con quelli nazionalizzati, con quelli dei beni comuni, cooperativi, nonché quelli socialisti nascenti, che cioè produrranno e si scambieranno i beni non per ricavare un profitto ma come beni diretti a soddisfare i bisogni della comunità, privandoli così della loro forma merce.

La politica avrà il posto di comando e lo Stato, grazie alla nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia e del sistema bancario, sarà non solo regolatore ma attore economico primario. L’emissione monetaria sarà monopolio dello stato, che dovrà tendere progressivamente ad impedire che la moneta, nella forma di denaro, sia tesaurizzabile come capitale privato. Il sistema fiscale sarà progressivo, finalizzato a sostenere i comparti quali la scuola, lo sviluppo scientifico, la sanità, la tutela ambientale, il patrimonio artistico e culturale, e tutti quei cittadini inadatti al lavoro.

La pianificazione economica dovrà procedere per gradi. Pur riguardando direttamente solo i settori nazionalizzati, dei beni pubblici e dei servizi, essa dovrà tendere dunque ad armonizzare e sincronizzare i diversi settori economici evitando tra essi una competizione selvaggia, tendendo al massimo equilibrio e al minimo spreco di risorse e lavoro.

Affinché programmazione e pianificazione diano il massimo dei frutti, si farà affidamento ad un articolato sistema di consultazione che dal basso salga verso l’alto, mettendo in rete le informazioni e le istanze dei cittadini, organizzati in comitati di base, sia di produttori che di consumatori. Le forme di produzione e di scambio privatistiche potranno essere vinte solo se saranno superate, solo cioè se le nuove modalità nazionalizzate e socializzate di produzione e di scambio si riveleranno al contempo più efficaci e meno divoratrici di risorse naturali ed umane.

Lo Stato di diritto sarà esteso ed assicurata la divisione tra i poteri dello Stato, con l’eleggibilità di tutte le principali cariche pubbliche, di cui quello supremo è l’Assemblea legislativa, i cui membri, eletti a suffragio universale, saranno revocabili ed eletti con sistema proporzionale. Nella sfera dei mezzi di comunicazione dovrà essere assicurata la massima pluralità.

Con la conquista del potere da parte delle masse lavoratrici inizierà una lunga “guerra di posizione”, la società sarà un campo di battaglia in cui la posta in palio sarà il futuro stesso della comunità nazionale.

Nessuna vittoria è irreversibile. Il popolo lavoratore, una volta strappato il potere, potrà mantenerlo se saprà assicurarsi, assieme al sostegno della più ampia maggioranza dei cittadini della nazione, l’amicizia e la solidarietà dei popoli di altri paesi.

Difendiamo quindi, dagli assalti dei suoi numerosi nemici, la Costituzione repubblicana del 1948 la quale, raccogliendo l’eredità delle secolari lotte democratiche contro ogni forma di tirannia politica e quelle delle classi lavoratrici per la loro definitiva liberazione sociale, rappresenta per noi, al contempo, un punto d’appoggio ed una bussola per trasformare la società.




RESISTENZA! L’ATTUALITA’ DEL C.L.N.

Un video-incontro organizzato da M48 con Moreno Pasquinelli di P101

 




SE NON ORA, QUANDO? P101 si dissocia dal “Piano di salvezza nazionale” lanciato da alcuni tecnici

Comunicato n. 4/2020 del Comitato centrale di Programma 101

Non è il tempo delle mezze misure. Non è il momento delle illusioni. Piuttosto è quello della più ampia mobilitazione popolare per liberare l’Italia dalla gabbia dell’UE e dell’euro. Per questo Programma 101 si dissocia con decisione dal “Piano di salvezza nazionale” lanciato da alcuni tecnici ed economisti.

Sentiamo il dovere di rivolgere loro una critica fraterna quanto ferma. Talvolta gli errori sono peggio dei crimini.

Il primo gravissimo errore degli autori del “piano” è che esso evita accuratamente di nominare il nemico, il sistema neoliberista ed eurista che ci ha portato in questa situazione. Il secondo consiste nel credersi più furbi del nemico, coltivando la puerile illusione che esso possa essere raggirato con qualche trabocchetto monetario e fiscale. Il terzo errore, micidiale, è quello di disorientare il campo popolare (l’unico su cui poter far leva per la liberazione), facendo credere che il nemico è tonto, che quindi si potrà schivare lo scontro ipnotizzandolo con trucchetti da illusionisti. Il risultato politico è che, proprio nel momento in cui la maggioranza dei cittadini italiani va prendendo consapevolezza che occorre spezzare le catene dell’Unione europea, si fa credere loro che ci sia una confortevole scorciatoia.

I promotori del “piano” — alcuni di loro lo hanno scritto apertamente — vorrebbero salvare capra (l’economia nazionale) e cavoli (l’appartenenza all’eurozona). Ma ciò non è possibile, dodici anni di crisi sono lì a dimostrarlo. Di fronte ad una situazione grave come questa, mentre l’intero edificio dell’UE sta tremando, bisogna decidere da quale parte stare.

Beninteso, non siamo contrari a tutte le misure proposte. Alcune sono simili a quelle avanzate da Liberiamo l’Italia nel documento “La vera via d’uscita – Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia“. Ma esse hanno un senso solo come strumenti per ottenere l’Italexit.

Questa è la differenza politica fondamentale. I promotori del “Piano” — alcuni dei quali si sono già pubblicamente pronunciati non a caso per l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi! — vorrebbero fare la frittata senza rompere le uova. Non per nulla gli obiettivi del “Piano” non vengono proposti come base di una mobilitazione, ma come suggerimenti all’élite neoliberista, come consigli al governo.

La nostra visione è del tutto opposta. Non crediamo che gli attuali governanti e politicanti neoliberisti accetteranno lo scontro con Bruxelles, Berlino e Francoforte facendo crollare l’Unione europea. Mentre è alla battaglia che bisogna prepararsi. Seminare l’illusione opposta è dunque semplicemente irresponsabile.

La verità è che da questa crisi non se ne esce senza uscita dalla gabbia europea. La verità è che solo facendo appello al diritto di resistenza dei cittadini, solo una sollevazione popolare potrà salvare l’Italia dalla catastrofe in arrivo. Le proposte tecniche sono le benvenute se aiutano il percorso di liberazione. Se invece intrappolano e disorientano gli italiani sono da respingere.

Per questo la nostra dissociazione politica dal “Piano” è netta e radicale. Non ci sono, nel marasma in cui siamo, né “pasti gratis”, né comode scorciatoie da percorrere per aggirare l’ostacolo. C’è solo la strada della piena riconquista della sovranità nazionale, popolare e costituzionale. Del resto, se non ora quando?

Fonte: Programma 101




NON ANDRA’ TUTTO BENE Comitato Centrale di Programma 101

Comunicato n. 3/2020 del Comitato centrale di P101

Salvare l’Italia, ITALEXIT

Siamo nel cuore di una vera catastrofe. La Caporetto della sanità italiana è sotto gli occhi di tutti. Forse non sapremo mai quante persone sono morte per non aver trovato un posto di terapia intensiva negli ospedali della Lombardia, ma sappiamo già adesso che ciò è accaduto. Questo fatto, unito alla mancanza delle mascherine, alla carenza del personale, alla strutturale insufficienza dei posti letto e dei laboratori di analisi, ci parla degli effetti disastrosi delle politiche degli ultimi decenni. L’esito di un mix mortale fatto di liberismo ed austerità.

Ma c’è un’altra catastrofe in corso, quella prodotta dal blocco dell’intero Paese. E’ una catastrofe economica e sociale senza precedenti nel dopoguerra. Milioni di posti di lavoro a rischio, milioni di persone con il proprio reddito già oggi azzerato, mentre lo spettro dell’impoverimento aleggia su tante famiglie italiane. Si aggiunga il rischio di perdere parti significative dell’apparato produttivo, con la chiusura di un numero oggi incalcolabile di aziende, ed il quadro è fatto.

Di fronte a tutto ciò il governo, mentre da una parte è ricorso ad una serie scriteriata di draconiani decreti di chiusura totale, dall’altro non ha dato risposte minimamente adeguate ai problemi che quella scelta ha portato con sé.

Siamo così precipitati in uno stato d’eccezione dalle conseguenze gravissime. Mentre l’attività del parlamento è sospesa sine die, tutto è accentrato nelle mani del governo, per certi aspetti in quelle del presidente del consiglio. I diritti costituzionali sono di fatto sospesi e non si sa fino a quando. Che questo sia il prodotto di un governo debole non deve ingannarci, perché spesso sono proprio gli esecutivi di questo tipo a ricorrere all’emergenzialismo per farsi forti.

Nessuna delega va dunque data al governo Conte. Non solo per ragioni di principio, ma anche per l’inefficacia della sua azione, per il suo modo pasticciato di procedere, per l’assenza di una linea chiara su come affrontare l’emergenza in tutti i suoi aspetti (sanitari, economici e sociali). Ma c’è una ragione ancora più importante per chiedere le dimissioni immediate dell’attuale governo: la sua sudditanza alle oligarchie europee.

Mentre un piano d’emergenza nazionale è sempre più necessario, mentre è chiaro che esso potrà funzionare solo mettendo in campo uno sforzo finanziario eccezionale (quantificabile in almeno 500 miliardi), i governanti italiani sono ancora a piatire misere elemosine dal bilancio UE o, peggio, un prestito del Mes che, benché comunque del tutto insufficiente, pagheremmo a caro prezzo.

E’ necessario uscire da questo vicolo cieco. La momentanea sospensione del patto di stabilità, dunque la temporanea possibilità di spendere in deficit, non devono illuderci. Si tratta appunto di una sospensione, finita la quale i padroni del nord Europa tornerebbero a spennare l’Italia con ogni mezzo.

Non è dunque il momento delle mezze di misure. L’atteso shock finanziario è arrivato viaggiando sulle ali di un virus venuto dall’Asia. Di fronte ad esso l’UE traballa, strutturalmente incapace di dare risposte all’emergenza che sta colpendo vari paesi, ma in primo luogo ed in maniera più pesante proprio l’Italia. Non è dai palazzi del potere eurocratico che potranno venire risposte positive per il nostro popolo, anzi da lì potranno arrivare solo nuove imposizioni e nuove sofferenze.

E’ dunque il momento di prepararsi all’Italexit, adottando tutte le misure necessarie a tale scopo. E’ su questo obiettivo che bisogna convogliare tutte le forze migliori del Paese.  

Presto l’Italia si troverà davanti ad un bivio: o la riconquista della sovranità nazionale, a partire da quella monetaria, o la disfatta totale di fronte alle pretese dell’euro-Germania. O un percorso di liberazione nazionale, per quanto difficile; o la certezza di finire schiavi (in una situazione alla greca, se non peggio) per lungo tempo.

E’ difficile mobilitarsi nella situazione attuale, perché mentre lorsignori possono muoversi in tutte le direzioni, noi siamo attualmente reclusi in casa. Ma non durerà a lungo, come anche gli scioperi nelle fabbriche stanno a dimostrarci.

– Fuori dall’euro e dall’Unione europea

– Per un piano di ricostruzione che assicuri a tutti reddito e lavoro

– Per difendere la democrazia e la Costituzione del 1948




IN ARRIVO IL GOVERNO DRAGHI di Moreno Pasquinelli

IL LORO GOVERNO DI EMERGENZA E QUELLO CHE VOGLIAMO NOI

Parliamo di cose serie.

L’inesistente pandemia da Corona virus sta causando quella vera, quella che scuote alla base il sistema economico globalizzato:

Leggiamo su Il Sole 24 Ore di oggi:

«A conti fatti la settimana appena alle spalle è infatti per le Borse globali la peggiore dai tempi del crack Lehman del 2008, con perdite a doppia cifra per tutti i principali listini: partendo da Milano – l’epicentro del virus già fin da lunedì – dove con il -3,6% di ieri che ha mandato in fumo altri 21 miliardi di euro in capitalizzazione si sono raggiunte perdite settimanali per l’11,3%, per proseguire a Parigi (-12,1% nelle ultime 5 sedute), Francoforte (-12,8%), Madrid (-11,7%) e Londra (-11,1%). Anche Wall Street, che pure ha provato a reagire risalendo nel pomeriggio dai minimi di giornata, non è sfuggita alla regola che configura una «correzione» tecnica».

In questo quadro alcuni analisti prevedono per l’Italia un crollo del Pil del 3%. Data la sostanziale stagnazione in cui il nostro Pese si trova dalla fin degli anni ’90 del secolo scorso (il famigerato “ventennio perduto”) le conseguenze sociali saranno certamente devastanti.

I poteri forti non stanno a guardare, si organizzano e schierano le loro truppe per terrorizzare e narcotizzare i cittadini, per poter gestire senza scosse il casino economico e sociale. Tenteranno di sostituire il traballante governicchio Conte bis con un vero e proprio “governo d’emergenza”, con un “governissimo” sostenuto da centro-destra, Pd e M5s. Un governo dunque che faccia digerire al popolo lavoratore una terapia austeritaria shock, con cui tenteranno di farci digerire il famigerato M.E.S.

A capo di questo GOVERNO DELLA PAURA debbono mettere un uomo forte, uno che abbia i titoli per essere spacciato come salvatore della Patria (in realtà dei loro interessi di classe). Il nome è stato già fatto e risponde al nome di Mario Draghi. Siccome Draghi è stato candidato da Salvini, tutti gli altri stanno facendo un fuoco tattico di sbarramento. Tattico appunto, che sono tutti pronti, in caso di recessione seria, a nascondersi sotto la sottana del grande banchiere liberista.

Si capisce come, in questa luce, gli torni comodo il panico che hanno suscitato, un po’ ad arte un po’ perché essi stessi sono in bambola, per l’epidemia influenzale detta Corona virus.

Occorre invece mantenere la massima lucidità, non farsi prendere dal panico, organizzare la resistenza, costruire un fronte ampio, opporsi in ogni modo al GOVERNO DRAGHI o della paura. E’ necessario per questo tener ferma la nostra alternativa di società, per una fuoriuscita dall’euro e da neoliberismo che ci conduce nell’abisso.

Vale la pena riportare quanto scrivevamo nel 2012, durante le settimane della “crisi dello spread”, usando la quale i poteri forti imposero il governo Monti:

«Non c’è futuro per il popolo lavoratore finché il potere resterà nelle mani di una ristretta aristocrazia capitalista e globalista arroccata a difesa dei suoi interessi di classe a spese della collettività. Non basta indignarsi e protestare, occorre una sollevazione generale, di massa. Ci vuole sì un GOVERNO D’EMERGENZA ma POPOLARE, che applichi misure e riforme strutturali ineludibili:

Abbandonare l’euro per riprenderci la sovranità monetaria

L’euro ci fu presentato come una panacea per curare i mali strutturali dell’economia italiana (tra cui l’alto debito pubblico e una competitività fondata solo sui bassi salari) e risolvere gli squilibri tra gli Stati comunitari. A dieci anni di distanza non solo il debito pubblico è aumentato, ma l’economia è in stagnazione e la competitività è diminuita. Le politiche antipopolari di austerità perseguite da tutti i governi, presentate come necessarie per restare nell’Unione e difendere l’euro si sono dimostrate del tutto inutili, se non nel fare dell’Italia un paese più povero. L’euro e i principi di Maastricht hanno accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, determinando uno spostamento di risorse dall’Italia verso i paesi più “virtuosi”, la Germania anzitutto, che non hai mai messo i suoi propri interessi nazionali dietro a quelli comunitari.
La ricchezza di un paese non dipende certo dalla moneta, ma dal lavoro che la crea, e poi da come essa viene distribuita. La moneta è tuttavia una leva per agire sul ciclo economico, un mezzo per decidere come viene distribuita la ricchezza sociale. Un paese che non disponga della sovranità monetaria, tanto più se alle prese con la speculazione finanziaria globalizzata, è come una città assediata priva di mura di cinta. Occorre ritornare alla lira, ponendo la Banca d’Italia sotto stretto controllo pubblico, affinché l’emissione di moneta sia funzionale all’economia e al benessere collettivo e non alle speculazioni dei biscazzieri dell’alta finanza.

Nazionalizzare il sistema bancario e i gruppi industriali strategici

Agli inizi degli anni ’80 venne permesso alle banche italiane, in ossequio ai dettami neoliberisti, di diventare banche d’affari, di utilizzare i risparmi dei cittadini per investirli e scommetterli nella bisca del capitalismo-casinò. Prese avvio una politica di privatizzazione delle banche e di concentrazione, che ha coinvolto anche gli enti assicurativi, gettatisi voraci sul malloppo dei fondi pensione. Banche e assicurazioni sono oggi le casseforti che custodiscono gran parte della ricchezza nazionale. Esse debbono essere nazionalizzate, affinché questa ricchezza, invece di partecipare al gioco d’azzardo finanziario, sia utilizzata per il bene del paese. Debbono poi ritornare in mano pubblica le aziende di rilevanza strategica, sottraendole agli artigli dei mercati finanziari e borsistici come dalla logica perversa del profitto d’impresa.
Contestualmente andrà rafforzata la gestione pubblica dei beni comuni come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute.

Per una moratoria sul debito pubblico e la cancellazione di quello estero

Il debito pubblico accumulato dallo Stato è usato da un decennio come la Spada di Damocle per tagliare le spese sociali, giustificare le misure d’austerità ed una tra le più alte imposizioni fiscali del mondo. Esso è diventato fattore distruttivo da quando, agli inizi degli anni ’90, i governi hanno immesso i titoli di debito nella giostra delle borse e dei mercati finanziari internazionali. Da allora i creditori divennero i fondi speculativi, le grandi banche d’affari estere e italiane. Il debito pubblico, gravato di interessi crescenti, non è niente altro che un drenaggio di risorse dall’Italia verso la finanza speculativa, banche italiane comprese.
Per questo riteniamo ingiusto, antipopolare e suicida per il futuro del paese fare del pagamento del debito un dogma. La rinascita dell’Italia richiede la protezione dell’economia nazionale dal saccheggio dei predoni della finanza imperialista. Ciò implica impedire ogni fuga di capitali verso l’estero, incluso il pagamento del debito estero perché esso non è altro che una forma di espatrio legalizzato, di rapina autoinflitta. Non rimborsare gli strozzini della finanza globale non è una opzione, ma una necessità.
Non solo è ingiusto, ma in base al rapporto costi/benefici è economicamente irrazionale tentare di rispettare la clausola del Trattato di Maastricht che impone un rapporto debito/Pil non superiore al 60%. Ciò implica ripetere per ben 25 anni, e non è detto che sia sufficiente a causa della depressione economica, manovre d’austerità da 30 miliardi all’anno.
Sbaglia dunque chi si fa spaventare dagli strozzini che evocano lo spauracchio del “default”. Il male minore per l’Italia è un default programmato e pianificato, una moratoria e dunque una rinegoziazione del debito, che i creditori dovranno accettare, pena il ripudio vero e proprio. Per quanto riguarda il debito con le banche e le assicurazioni italiane, dal momento che saranno nazionalizzate, esso sarà de facto cancellato. Il solo debito pubblico che lo Stato rimborserà, a tassi e scadenze compatibili con le esigenze della rinascita economica e sociale del paese, sarà quello posseduto dalle famiglie italiane.

Debellare la disoccupazione con un piano nazionale per il lavoro

La natura e il lavoro sono le sole fonti da cui sgorgano il benessere e la ricchezza sociale. Proteggere l’ambiente e assicurare a tutti i cittadini un lavoro sono le due priorità di un governo popolare. Ciò implica che esso, liberatosi dal feticcio della cosiddetta “crescita economica” misurata in Pil, dovrà sottomettere l’economia, pubblica e privata, alla politica, ovvero ad una visione coerente della società, in cui al centro ci siano l’uomo e la sua qualità della vita. Non si vive per lavorare ma si deve lavorare per vivere. Si produrrà il giusto per consumare il necessario. Solo così si potrà uscire dalla trappola produzione-consumo per affermare un nuovo paradigma produzione-benessere.

Uscire dalla NATO e dall’Unione europea, scegliere la neutralità

Attraverso la NATO l’Italia è incatenata ad un patto strategico che oltre a farla vassalla dell’Impero americano, la obbliga a seguire una politica estera aggressiva, neocolonialista e guerrafondaia. Uscire dalla NATO e chiudere le basi e i centri strategici militari americani in Italia è necessario per riacquisire la piena sovranità nazionale, scegliere una posizione di neutralità attiva e una politica di pace. L’uscita dall’Unione europea, inevitabile se si ripudiano, come occorre fare, i Trattati di Maastricht e di Lisbona, non vuol dire chiudere l’Italia in un guscio autarchico, al contrario, vuol dire puntare a diversi orizzonti geopolitici, aprendosi alla cooperazione più stretta con l’area Mediterranea, stringendo rapporti di collaborazione con l’America latina, l’Africa e l’Asia.

Rafforzare la Costituzione repubblicana per un’effettiva sovranità popolare

La cosiddetta “Seconda repubblica” si è fatta avanti calpestando i dettami della carta costituzionale. L’abolizione delle legge elettorale proporzionale, il bipolarismo coatto, i poteri crescenti dell’Esecutivo, la trasformazione del Parlamento in un parlatoio per replicanti spesso corrotti, erano misure necessarie per assecondare i torbidi affari di banchieri e pescecani del grande capitale, nonché per sottomettere il paese e la politica ai diktat e agli interessi della finanza globale. La Costituzione va difesa contro i suoi rottamatori, se necessario dando vita ad una Assemblea costituente incaricata di rafforzarne i dispositivi democratici a tutela della piena ed effettiva sovranità popolare.




E’ ONLINE IL NUOVO BLOG DI SOLLEVAZIONE!

Cari compatrioti e lettori, come vedete siete passati con quello che si chiama “redirect” dalla piattaforma blogspot al nuovo blog di SOLLEVAZIONE, foglio quotidiano del Movimento Popolare di Liberazione – Programma 101.

La ragione di questo cambiamento, che speriamo apprezzerete, si è resa necessaria per vari motivi.

Il primo dei quali (come molti di voi avevano notato) è che chi utilizzava come  browser Chrome e Firefox non riusciva più a navigare dentro sollevazione.blogspot. Dovevamo venire a capo di questo problema, considerato che SOLLEVAZIONE è da tempo il blog della sinistra patriottica più seguito d’Italia (le letture giornaliere di articoli si attestano ormai stabilmente oltre le 3 mila al giorno).

Non è stato facile importare sul nuovo sito tutti i 5480 articoli pubblicati nell’arco dei dieci anni di vita del blog, compresi i commenti. Li troverete tutti nella sezione archivi.

Ci scusiamo con tutti se troverete imperfezioni e incongruenze nelle categorie oppure cercando vecchi articoli. Con molta pazienza riordineremo tutto, compresi i link con rimandi ad altri articoli e tutte le foto.

Stiamo lavorando per voi.

Buona lettura e continuate a seguirci e commentare!

La Redazione di SOLLEVAZIONE

20 febbraio 2020




PERCHÉ NO! Il MES in parole povere

Comunicato n. 2/2020 del Comitato centrale di P101

(1) Se prima il M.E.S. (il cosiddetto “Fondo salva stati”), finanziato dai singoli stati della Ue, faceva capo all’Unione medesima, con la “riforma” il MES diventerà né più e né meno che una super-banca d’affari privata indipendente, la quale potrà prestare denaro agli stati solo a condizione che ne tragga un lauto guadagno. Di più: sarà un organismo di rango superiore agli stati nazionali e che avrà potere di vita o di morte su quelli che dovessero ricorrere al suo “aiuto” (come la troika lo fu per la Grecia).

Si tratterebbe per l’Italia di un’altra palese cessione di sovranità in aperta violazione dell’art. 11 della Costituzione, dell’ennesimo crimine per tenere in via il mostro liberista dell’Unione europea.

(2) La “riforma” stabilisce due linee di credito, dividendo così paesi di serie A e B, quelli considerati solvibili (che cioè rispettano i famigerati parametri ordoliberisti del 3% e del 60%) e quelli con alto debito pubblico (che non li rispettano) considerati ad alto rischio.
Abbiamo quindi, col nuovo MES, un doppio paradosso: a) paesi come la Germania con banche piene zeppe di titoli tossici godrebbero, per l’accesso al credito del MES, di una corsia preferenziale e di condizioni molto vantaggiose; mentre l’Italia, per usufruire dello “aiuto”, dovrebbe impegnarsi ad adottare draconiane misure di riduzione del debito pubblico, quindi austerità, tagli alla spesa sociale ed ai diritti, privatizzazioni; b) l’Italia, ratificando il Trattato, sarebbe un grande finanziatore del MES ma ciò a tutto vantaggio dei paesi considerati di seria A. Né più e né meno che una colossale rapina.

(3) Tutti gli analisti concordano che una conseguenza inevitabile dell’eventuale richiesta di “aiuto” provocherebbe una brutale svalutazione del valore dei titoli pubblici italiani a danno dei tanti risparmiatori che hanno acquistato Bot o Btp. Anzi! già solo l’entrata in funzione del MES, quindi l’adozione dei suoi parametri — quelli per cui l’Italia sarebbe considerata un Paese di serie B —, potrebbe innescare ex ante una fuga generalizzata dai titoli di stato italiani, con conseguente fuga di capitali dall’Italia verso altri paesi a tripla A, con l’inevitabile svalutazione del valore dei titoli di debito italiani.

(4) In questo caso sarebbe dunque altamente probabile il collasso generale del sistema bancario italiano. Le banche italiane posseggono oggi circa 400 miliardi di titoli pubblici. Una forte decurtazione del loro valore (come detto, possibile ancor prima che si dovesse chiedere “aiuto” al MES) causerebbe quindi crolli bancari a catena.

(5) Le conseguenze inevitabili sarebbero dunque: a) che il MES si comporterebbe come uno strozzino con facoltà di pignorare i beni italiani; b) che lo Stato sarebbe costretto non solo ad applicare una violenta austerità, ma, sempre per rimborsare il credito, a vendere a prezzi stracciati proprietà e patrimoni; c) che le banche, per non fallire, dovrebbero ricorre al bail-in, ovvero ricorrere ad espropri forzosi non solo degli azionisti ma pure dei correntisti, con conseguente stop all’erogazione di prestiti ad aziende e cittadini.

Una recessione violenta sarebbe dunque inevitabile con chiusura di aziende, crollo degli investimenti pubblici e privati, aumento generale della disoccupazione. In poche parole: un disastro nazionale.

Fermare il MES è quindi questione di interesse nazionale.

I governanti, venduti allo straniero, hanno già firmato la capitolazione.

Sarà il Parlamento tuttavia, nella prossima primavera, a dover ratificare il nuovo Trattato.

Prepariamo una grande mobilitazione per impedirlo!
Usciamo dalla gabbia dell’euro, prepariamo l’Italexit!

Il Comitato centrale del Movimento Popolare di Liberazione – Programma 101

10 febbraio 2019




FUORI DALL’EURO SI PUÒ: ECCO COME di P101

Non si ferma la ingannevole campagna mediatica per terrorizzare i cittadini: inflazione e svalutazione fuori controllo, salari e pensioni in fumo, risparmi distrutti, mutui e bollette alle stelle. Occorre rispondere in modo deciso, poiché uscire dall’euro non è solo necessario, non è solo possibile, è conveniente.  
La Sinistra patriottica indica le mosse da fare per diventare un Paese sovrano e avviare una nuova politica economica.

1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d’Italia

Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d’Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d’interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d’Italia – a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi – dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.

2. Gestione dei nuovi cambi e dell’inflazione

Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L’Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell’Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l’insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania – che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil – è assolutamente necessaria, ma non solo per l’Italia. 

L’alternativa a questa svalutazione monetaria non è l’assenza di svalutazioni, come vorrebbero farci credere, bensì la svalutazione interna già in atto da anni. E che cos’è la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare, dello stesso valore di beni materiali come le abitazioni. L’alternativa è dunque la semplice prosecuzione del disastroso scenario degli ultimi dieci anni per altri decenni ancora.

L’altra terroristica menzogna che ci viene propinata riguarda l’inflazione. I precedenti storici, sia in Italia (1992) che in altri paesi, smentiscono ogni scenario di inflazione alle stelle. E’ tuttavia necessario difendere i redditi dei lavoratori attraverso alcune misure: l’applicazione universale dei contratti collettivi di lavoro, la reintroduzione di una nuova scala mobile a tutela di salari e pensioni, il ripristino del metodo di calcolo retributivo sulle pensioni.

3. Ridenominazione del debito

Anche su questo il terrorismo mediatico impazza, volendo far credere che l’uscita dall’euro comporterebbe un forte aumento del debito verso l’estero. In realtà il governo non dovrà far altro che applicare il principio della Lex Monetae, peraltro già previsto dal nostro Codice civile, ridenominando il valore di ogni debito (dunque anche di quelli verso l’estero) nelle nuove lire, in base ad un rapporto con l’euro di uno a uno. I debiti (mutui inclusi) si ripagheranno perciò in nuove lire, non in euro come si dice per spaventare la gente.

In questo modo, il valore dei debiti italiani (pubblici e privati) calerà anziché aumentare. Certo, i possessori esteri di titoli italiani faranno il diavolo a quattro per non subire perdite. Ma l’esperienza insegna che i grandi creditori internazionali (banche e fondi di investimento) preferiscono in questi casi limitare le perdite piuttosto che perdere tutto. Uno Stato sovrano, con un governo deciso a difendere gli interessi del suo popolo, può obbligare i pescecani della finanza a più miti consigli.

4. Controllo del movimento dei capitali

L’operazione di fuoriuscita dall’euro va ovviamente accompagnata da un rigido controllo sul movimento dei capitali, impedendone la fuga verso l’estero. La fuga dei capitali non è però un problema del dopo Italexit, bensì della fase che la precede. Occorre dunque grande rapidità e fermezza nelle scelte che si renderanno necessarie. A chi ci dice che il controllo sui capitali è impossibile ricordiamo l’esperienza di Cipro nel 2013, quando pesanti misure sul movimento di capitali (un limite sulle transazioni verso l’estero, uno sulle spese di viaggio, un altro sugli assegni, eccetera) vennero imposte dalla stessa Unione Europea.

Non si vede proprio per quale motivo ciò che è stato fatto allora, non possa essere fatto oggi – nelle forme che saranno più opportune – da uno Stato come l’Italia. Mentre l’esportazione di capitali dovrà essere contrastata anche in seguito, misure emergenziali come quelle che abbiamo citato dovranno avere ovviamente solo natura transitoria, esaurendosi la loro necessità con il completamento del passaggio alla nuova moneta.

5. Nazionalizzazione del sistema bancario, a partire dalle banche sistemiche 

Il sistema bancario italiano è reso traballante dalle assurde regole dell’Eurozona. Da un lato, in assenza di una banca centrale che svolga questo compito, le banche italiane sono state costrette a riempirsi di Btp; dall’altro, la svalutazione di questi titoli prodotta dall’aumento dello spread rischia di portare al dissesto alcune banche di rilevanza nazionale. Tutto ciò anche a causa delle norme penalizzanti dell’Unione bancaria, anch’essa scritta di fatto sotto dettatura tedesca.

C’è un solo modo per uscire da questa trappola, per tutelare i risparmi, per far sì che le banche tornino ad essere un fattore propulsivo dell’economia nazionale: la loro nazionalizzazione, a partire dalle banche più importanti, quelle definite come “sistemiche”. 

6. Ridurre, grazie e contestualmente all’uscita dall’euro, il debito pubblico 

Abbiamo già visto come la semplice uscita dalla moneta unica determini da sola un abbattimento del valore effettivo del debito pubblico. Ma questo non basta. Insieme a quella dell’euro, l’Italia ha bisogno di uscire anche dalla schiavitù del debito. Tre provvedimenti saranno assolutamente necessari: la sterilizzazione dei titoli posseduti dalla Bce, una ristrutturazione della quota estera del debito, l’introduzione di nuovi strumenti finanziari per la sua rinazionalizzazione.

Il primo provvedimento era scritto nella bozza originaria del cosiddetto “contratto” di governo. Si tratta di azzerare i 250 miliardi dei titoli detenuti dalla Bce. Miliardi creati dal nulla, che nel nulla possono tornare, riducendo così l’ammontare complessivo del debito di un 11%. Il secondo provvedimento, valido solo per i titoli con possessori esteri, che già troppo hanno guadagnato speculando sui disastri imposti all’Italia dall’austerità e dalle regole del sistema dell’euro, può concretizzarsi sia con un allungamento delle scadenze che con una drastica riduzione degli interessi, meglio se con un mix di entrambe queste misure. 

Il terzo provvedimento – quello della rinazionalizzazione del debito – dovrà consistere nell’emissione di nuovi strumenti finanziari rivolti alle famiglie. Una sorta di “Btp famiglia” o dei “Cir” che il governo ha già annunciato, titoli rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, integralmente garantiti dallo Stato, vantaggiosi fiscalmente o nei tassi applicati purché detenuti fino alla scadenza.

Scopo di queste misure non è solo la riduzione del debito accumulato, ma soprattutto la sua sostenibilità futura, garantibile soltanto con la totale indipendenza dai meccanismi e dagli avvoltoi della finanza internazionale. Come dimostra il caso del Giappone (che ne ha uno pari al 220% del Pil), il debito non è un problema quando si dispone pienamente della sovranità monetaria e quando esso è posseduto da soggetti interni.

7. Un programma di uscita dalla crisi, abbattimento della disoccupazione e della povertà

Ovviamente l’uscita dall’euro non è fine a se stessa. Essa è la condizione necessaria, non ancora quella sufficiente per venir fuori dalla crisi e per sganciarsi dal sistema neoliberista. Per raggiungere questi obiettivi occorre un Piano per la ricostruzione economica e per il lavoro. 

La ricostruzione economica, che non va intesa in maniera meramente produttivistica, bensì principalmente nella sua dimensione di rifacimento di un vivere civile improntato al benessere fisico e psichico delle persone ed a quello della comunità, dovrà basarsi su un piano di reindustrializzazione fondato sulla nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti), sulla difesa dell’ambiente, sull’eliminazione del precariato, sulla difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo, su un sistema tributario che unisca la riduzione della pressione fiscale al suo carattere progressivo, sulla garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena.

Tutti questi obiettivi dovranno vivere dentro un Piano per il lavoro finalizzato a debellare la disoccupazione e a dare risposta ad alcuni fondamentali bisogni. In concreto si tratta di lavorare su: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente e piano di ristrutturazione antisismica nelle zone a rischio, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un’assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario a tutela delle piccole e medie imprese agricole, favorendo forme non intensive e sostenibili, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell’artigianato e delle piccole imprese.

Un ponte verso una alternativa di società

resistere e mobilitarsi per una nuova politica economica

La proposta di Programma 101 guarda ad una nuova società. La rottura con l’euro-dittatura è la condizione perché possa ripartire la lotta per l’eguaglianza sociale, per un’effettiva democrazia, per la fine dello sfruttamento e della precarietà, perché la solidarietà e la fratellanza prevalgano sulla mentalità avida, aggressiva ed individualista imposta dal pensiero unico neoliberale. In una parola, è la condizione necessaria affinché possa riaprirsi una prospettiva socialista largamente rinnovata.

Noi ci battiamo perché l’uscita dall’euro abbia questo significato di ponte verso una nuova società. Ma non siamo ciechi, sappiamo perfettamente che quell’uscita potrebbe essere guidata da forze con impostazioni ben diverse dalla nostra. E’ questo il frutto della cecità dell’insieme delle formazioni della sinistra, che sfuggendo al tema della sovranità nazionale, hanno finito per cacciarsi nel vicolo cieco della totale irrilevanza, lasciando così ad altri la guida della ribellione popolare alle èlite.  

E’ questo certamente un problema, ma l’uscita dall’Eurozona è comunque la premessa per ogni politica a favore delle classi popolari. Noi ci battiamo per un’uscita da sinistra, come quella che abbiamo qui descritto, ma preferiamo in ogni caso l’uscita – anche se basata su impostazioni diverse – alla permanenza in una gabbia che non lascerebbe alcuna speranza per il futuro. 

Come da tempo avevamo previsto, il campo di battaglia in cui oggi si gioca il futuro dell’Unione Europea, a partire da quello dell’euro, è l’Italia. Diverse sono le proposte del governo gialloverde che non ci piacciono – basti pensare alle inaccettabili misure repressive e manettare contenute nel cosiddetto “decreto sicurezza” – tuttavia la SINISTRA PATRIOTTICA non ha alcun dubbio su quale lato della barricata stare. “Barricata” appunto, poiché solo mobilitando il popolo, non tenendo quindi la battaglia confinata dentro i Palazzi del potere, la nuova Resistenza diventerà Liberazione.

A cura del Comitato centrale di Programma 101 – Ottobre 2018­




TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA

[ venerdì 14 giugno 2019 ]

Riteniamo utile sottoporre all’attenzione dei nostri lettori queste Tesi approvate dalla II. Assemblea del Movimento Popolare di Liberazione-Programma 101 svoltasi il 10 e l’11 marzo 2018, cioè subito dopo il terremoto elettorale del 4. 
Domanda: reggono l’analisi compiuta e le indicazioni di fase? Noi pensiamo di sì. 

*  *  *

(1) GLOBALIZZAZIONE AL TRAMONTO

Il lungo ciclo che va sotto il nome di “globalizzazione”, toccato il suo punto più alto con la dissoluzione dell’URSS e la trasformazione della Cina in grande potenza capitalistica, si avvia al suo tramonto. Se il processo di globalizzazione dispiegata è riuscito a dilagare anche nel nostro Paese, è perché le élite sono riuscite a nascondere la sua natura liberista e classista dietro alla maschera del progressismo cosmopolitico. Una delle chiavi di volta di questa narrazione ideologica è infatti la distopia di una irenica repubblica capitalistica mondiale. Il superamento degli stati nazionali era ed è non solo auspicato, ma considerato inevitabile. La stessa Unione europea veniva e viene ancora presentata ai cittadini come una tappa in questa direzione.

(2) LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DI QUESTA FASE

Cosa effettivamente è accaduto con la globalizzazione? Attraverso un processo ineguale ma combinato, abbiamo un ordine imperialistico policentrico per cui un pugno di potenze hanno non solo preservato, ma rafforzato le loro prerogative sovrane, mentre la grande maggioranza degli stati nazionali ha progressivamente perduto sovranità, cedendola ai primi e/o, come nel caso dell’Unione europea, ad organismi oligarchici sovranazionali. Di qui la contraddizione principale di questa fase: quella tra il pugno di paesi dominanti e le nazioni dipendenti e semi-dipendenti le cui forze produttive sociali non possono più crescere a causa dei ceppi che le incatenano —dinamica che all’interno della Ue vede contrasti tra i paesi “core” e quelli bollati già “periferici” e, dalla Bce, denominati “vulnerabili”. Questa contraddizione principale si porta appresso un secondo aspetto: l’opposizione, all’interno degli stessi paesi soggiogati, tra la grande maggioranza dei cittadini e le frazioni più potenti e globaliste delle borghesie autoctone le quali, come nuove borghesie compradores, fungono da intermediari della rapina ai danni delle nazioni.

(2) UNIONE EUROPEA E GRANDE GERMANIA

L’Unione europea, edificata con l’ambizione di dare vita al principale polo imperialistico mondiale (nell’illusione che gli USA avrebbero accettato di spartire il mondo in more uxorio) traballa per diverse ragioni, una delle quali è che essa ha accresciuto gli squilibri tra gli stati, tra il centro tedesco e le diverse sue “periferie” le quali, private delle loro sovranità, possono sviluppare solo quelle forze produttive sociali funzionali alla macchina mercantilistica tedesca ed ai conglomerati finanziari carolingi. Il predominio della Grande Germania riunificata, stato-potenza egemone della Ue, siccome tende per sua natura a germanizzare, a soggiogare le altre nazioni, è concausa del tramonto della Ue ed accentua il contrasto tra le spinte centrifughe e quella centripeta. Ultimo ma non meno importante: il predominio tedesco ha il fiato corto perché la Germania, oggi come ieri, è incapace di trasformare il suo predominio in vera egemonia continentale.

(4) IL DESTINO DELL’ITALIA

Anche l’Italia ha subito questo processo di desovranizzazione e spoliazione, reso possibile dall’abdicazione delle élite intellettuali nostrane e dall’accettazione del comando esterno da parte della grande borghesia italiana. Esse hanno consegnato alla Germania ed alle sue agenzie eurocratiche le decisive  leve di comando. Il parlamento è diventato un simulacro, i politici di regime dei Gaulaiter, mentre lo Stato, già sovrintendente territoriale dello spazio giuridico imperiale a guida geopolitica americana, è diventato locale custode del protettorato tedesco. In queste condizioni, se non spezza la catena euro-liberista, l’Italia corre addirittura il rischio di spezzarsi come nazione unitaria, con un Nord agganciato alla locomotiva tedesca e il Mezzogiorno lasciato alla deriva, in mano al capitalismo mafioso.

(5) IL RITORNO DEGLI STATI NAZIONE

Il tramonto della globalizzazione non solo frena le ambizioni imperialistiche tedesche, alimenta la spinta opposta, quella che vede gli stati nazionali recuperare le loro sovranità, erigere proprie barriere difensive contro il libero scambismo selvaggio ed il mercantilismo che sono i vettori del dominio dei grandi conglomerati finanziari. Quando un edificio crolla restano le sue fondamenta. La dissoluzione della Ue dimostrerà che gli stati nazionali su cui si sorregge restano per i popoli la sola base per ricostruire le loro società. Il ritorno degli stati nazione sulla scena ha molteplici ragioni, guai a non comprenderle. Esse sono molteplici: economiche, geopolitiche, storico-culturali, religiose e psicologiche. Due spiccano su tutte: da una parte le forze produttive dei paesi dipendenti (eccetto quelle che avanzano e fanno profitti grazie alla globalizzazione) tendono ad autodifendersi invocando la protezione statuale; dall’altra le masse popolari (tranne i settori che traggono a loro volta vantaggi perché al servizio delle frazioni globaliste della borghesia) invocano sicurezza, lavoro, dignità, stato sociale.

(6) IL RISVEGLIO DEI NAZIONALISMI

Questo conflitto, manifestazione della contraddizione di fase principale, spiega il risveglio dei nazionalismi, sia in versione fascistoide che liberista, tutti accomunati da comuni denominatori revanchisti, autoritari e xenofobi. Il nazionalismo avanza perché fa incontrare e offre un orizzonte di senso a queste due spinte. Ne ricava maggiore forza grazie ad una narrazione opposta a quella cosmopolitica: contro l’umiliazione esibisce la volontà di riscatto, all’atomizzazione sociale oppone l’identità collettiva, contro lo spaesamento globalista insiste sul senso di appartenenza alla patria, alla società multietnica oppone il mito della nazione come comunità, al disordine oppone l’ordine. L’ostinazione delle élite eurocratiche a proseguire sulla strada della centralizzazione e della demolizione degli stati nazionali, lungi dall’indebolire i nazionalismi, li alimenta. Come in ogni grande crisi, in ogni fase di passaggio da un regime ad un altro, vale il principio per cui le energie scatenate dagli interessi sociali e di classe sono condannate a volatilizzarsi se non vengono incanalate, indirizzate strategicamente. E’ qui che entrano in gioco le ideologie, le visioni del mondo, le idee forti, religiose o secolarizzate che siano. Il nazionalismo, in società dominate dal nichilismo valoriale, è un’idea forte destinata ad accrescere la sua presa sulle larghe masse, anzitutto sui settori sociali più deboli, proprio quelli che dovrebbero fungere da forza motrice della trasformazione socialista della società. Contrastare dunque i nazionalismi avanzanti ma come?

(7) SEPARARE QUINDI UNIRE

Le sinistre occidentali, sistemiche e radicali, avendo avallato o addirittura sostenuto la globalizzazione e il disegno euro-liberista, hanno contribuito a spianare la strada a questi nazionalismi e saranno messe all’angolo. Con il suo internazionalismo dottrinario, col suo lottaclassismo prepolitico anche l’estrema sinistra si è resa corresponsabile. Non si contrastano i nazionalismi facendo esorcismi, demonizzandoli, facendo dell’internazionalismo un totem e della nazione un tabù. Una via sicura per lasciare campo libero alle destre nazionaliste è consegnare loro il monopolio della battaglia patriottica, facendo spallucce davanti al ritorno sulla scena degli stati nazione, peggio ancora, apparendo subalterni alle élite neoliberiste, che restano il nemico principale dei popoli. Errore madornale, dunque, condannare come univocamente reazionarie le pulsioni sociali e ideali che alimentano i nazionalismi. Occorre invece distinguere e separare il carburante,  le spinte sociali e ideali che alimentano i nazionalismi — la difesa delle forze produttive nazionali dalla predazione imperialistica esterna ed il desiderio di sentirsi parte di una comunità solidale — dalle formazioni nazionaliste che puntano a diventare il comburente. Bisogna quindi tenere assieme questione nazionale, questione di classe e questione democratica, insistendo sul principio che non ci sarà emancipazione sociale senza liberazione nazionale.

(8) PATRIOTTISMO REPUBBLICANO

Per contrastare i nazionalismi si deve sfidarli sul terreno dell’egemonia: mito buono contro mito cattivo, radici rivoluzionarie contro quelle reazionarie, narrazione sana contro narrazione tossica, identità etnica contro identità politica, comunità forte contro comunità debole. Al mito cattivo dell’Italia guerriera, annessionista, fascista e imperiale, noi opponiamo quello buono dell’Italia come faro di civilizzazione universale, ruolo che la nostra Patria ha saputo esibire nei momenti più alti della storia mondiale. Alle radici reazionarie del nazionalismo, proprie delle destre che ebbero la meglio dopo il Risorgimento e che le classi dominanti utilizzarono per giustificare, oltre agli innumerevoli crimini contro il popolo, i propri appetiti imperialistici, noi opponiamo quelle rivoluzionarie e democratiche dei padri nobili ed ai martiri della Patria. Alla narrazione nazionalista che esalta le gesta dell’Italia monarchica e fascista, con tutto il loro corollario di nefandezze, noi opponiamo il patriottismo popolare che dalle correnti democratiche del Risorgimento passa al movimento operaio, e di lì alla Resistenza antifascista che riscatterà l’onore del Paese e che s’incarnerà nella Costituzione repubblicana. All’identità etnica fondata sul sangue, sul suolo e sul destino, noi opponiamo quello della Patria come associazione politica di liberi e uguali, quale che sia la loro “razza”, provenienza, confessione ideologica o religiosa. Debole e fallace è la comunità dilaniata dai contrasti sociali, di casta, di classe, etnici, e dove ristrette élite hanno il monopolio delle leve di comando. Forte è invece quella patria dove sovrano è il popolo, dove i più forti non opprimono i deboli, dove non ci sono privilegi e conflitti sociali, dove lo Stato garantisce la sicurezza generale e difende come inviolabili i diritti di libertà della persona e delle minoranze.

(9) RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Non passerà molto tempo che il futuro del paese sarà deciso dallo scontro tra i due fronti opposti: quello del nazionalismo reazionario e imperialista (sia esso dominato da neoliberisti o neofascisti) e quello del patriottismo repubblicano e internazionalista. Occorre dunque costruire un grande partito (con i suoi diversi strumenti) che intercetti i sentimenti nazionali risorgenti tra il popolo e riesca ad indirizzarli verso il solo esito che potrà determinare la grande svolta, la sollevazione popolare. Abbiamo segnalato i due aspetti della contraddizione: le destre vorranno tenerli separati in modo oppositivo, facendo leva sul primo a spese del secondo. Noi dobbiamo invece tenerli concatenati: sollevazione per liberare il Paese dal dominio esterno e lotta per strappare il potere alle élite dominanti senza la cui collaborazione fattiva questo dominio non ci sarebbe. Sarà quindi, quella italiana, una rivoluzione democratica e patriottica. Sorgerà per tempo, prima di un altro 8 settembre, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale? Riusciremo ad evitare di cadere, come successo in Grecia, in un regime di protettorato? Forse no, forse, come altre volte capitato al nostro Paese,  la sollevazione seguirà la catastrofe nazionale e il popolo dovrà ricostruire il Paese sulle sue macerie. Sia come sia noi dobbiamo fare la mossa strategica da cui tutto il resto dipende, diventare i campioni della battaglia patriottica contro l’aristocrazia finanziaria predatoria esterna e le élite economiche e politiche italiane ad esse asservite. Solo a questa condizione potremo far sì che la rivoluzione democratica e costituzionale possa costituire il punto d’appoggio per quella socialista, visto che solo un Paese socialista potrà essere davvero sovrano.

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15 MARZO: “FRIDAYS FOR FUTURE”? di Programma 101

[ 13 marzo 2019 ]

A proposito delle manifestazioni del 15 marzo

Comunicato n.4-2019 del Comitato centrale di Programma 101

 
 
Al momento di marciare 
molti non sanno 
che alla loro testa marcia il nemico. 
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico 
è lui stesso il nemico.
(Bertolt Brecht)
Il 15 marzo si svolgeranno in tutto il mondo [anche in Italia] centinaia di manifestazioni contro il “cambiamento climatico”. Saranno in primo luogo manifestazioni studentesche, mosse dalla sana preoccupazione per il futuro del pianeta. Non a caso, però, queste manifestazioni hanno la spudorata sponsorizzazione delle èlite globaliste. Coloro che sono i primi responsabili di un modello sociale che devasta la Terra, si presentano adesso come gli unici possibili salvatori proprio in virtù del loro globalismo.
Questo inganno va smascherato. Se i grandi media pompano l’evento, se i governanti lo vedono di buon occhio, se si è fatta di una sedicenne svedese l’eroina della cupola oligarchica che si riunisce annualmente al Forum di Davos, se in Italia centinaia di amministrazioni locali aderiscono (od addirittura organizzano) la giornata del 15, se il Pd si è tuffato su questo “movimento”, ci sarà pure una ragione.
E la ragione è semplice. Con una mossa astuta, le èlite dominanti vogliono passare da accusate ad accusatrici. Ed altrettanto semplice è il trucco per riuscire in questo rovesciamento della realtà. Anziché parlare concretamente dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, le cui responsabilità – sia in termini di modello economico-sociale, che in termini di scelte politiche – sono sotto gli occhi di tutti, si dirotta l’attenzione su un ipotetico “cambiamento climatico” tutto da dimostrare.
Sostituire il catastrofismo sul futuro, alla sacrosanta battaglia ambientale da condursi ogni giorno, consente la classica riedizione – stavolta su scala globale – del solito “siamo tutti sulla stessa barca”. Laddove la barca sarebbe il pianeta, mentre tutti i suoi occupanti avrebbero tutti le stesse colpe, da Jeff Bezos all’ultimo dannato della terra. Anzi, secondo questa narrazione, quest’ultimo ne avrebbe probabilmente di più, vista la sua legittima aspirazione a vivere meglio. Il caso delle misure “ecologiche” di Macron, che hanno acceso la miccia della protesta dei Gilet Gialli in Francia, dovrebbe insegnarci qualcosa.
Noi siamo per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili. E siamo perché avvenga nel più breve tempo possibile. Siamo perciò, nel caso del nostro Paese, per una politica di forti investimenti pubblici che avvicini al più presto questi obiettivi. E siamo perché questo obiettivo venga perseguito rompendo i vincoli di bilancio europei che, se rispettati, lo impedirebbero. Ma siamo anche contro la truffa della narrazione sul presunto “cambiamento climatico”.
Sono tre le ragioni fondamentali per le quali l’oligarchia mondialista diffonde questa narrazione.
La prima è di carattere economico. Se la fuoriuscita dall’età del petrolio è senz’altro positiva, non possiamo però non vedere i potentissimi interessi che spingono ad ogni esagerazione possibile sul “global warming”. Il capitalismo in crisi vede in questa transizione una nuova età dell’oro, ed i signori del business agiscono di conseguenza.
La seconda ragione è di carattere più generale. Da anni le èlite sanno governare solo con la paura ed il catastrofismo. Brexit? La Manica si allargherà e finirete inghiottiti nell’Oceano. Uscita dall’euro? Sarà solo un disastro. Rivedere le regole di bilancio? Farete morire di fame i vostri figli. Paura, paura, paura. E’ chiaro come con la paura del domani si voglia impedire ogni lotta per il cambiamento nel presente.
La terza ragione è la più importante. La globalizzazione è in crisi, ma l’allarme climatico potrebbe essere il trucco per rilanciarla. Cosa c’è di meglio, infatti, di una narrazione che vede l’umanità sotto la Spada di Damocle del disastro climatico, per imporre ancor più una globalizzazione basata sulla necessità di un comando politico planetario? Le multinazionali, le grande banche d’affari, i principali centri del potere finanziario, remano tutti in questa direzione. Così pure le attuali èlite politiche, che eviterebbero in questo modo la gran seccatura delle elezioni nazionali.
Ecco perché, mentre sosteniamo con convinzione ogni lotta ambientale, ogni battaglia a difesa della salute, mettiamo invece in guardia dalla narrazione globalista del cosiddetto “cambiamento climatico”. Ecco perché ad ogni manifestante del 15 marzo chiediamo di aprire gli occhi, di non marciare avendo alla testa il nemico.
 
Comitato centrale di Programma 101
11 marzo 2019
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