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VACCINO INUTILE: LA CONFERMA INGLESE di Leonardo Mazzei

Una bomba. La notizia arrivata da Londra è un’autentica bomba. Venendo dal governo britannico, i media italiani non l’hanno potuta oscurare del tutto. Ma ne hanno parlato come fosse una cosetta da poco, roba di normale amministrazione. Ed invece è proprio una bomba, la conferma dell’assoluta inutilità del vaccino nei confronti della variante Delta.

Pochi giorni fa ci siamo occupati del tema (Variante Delta? Vaccino KO!) partendo dai dati di Israele. Adesso arriva la clamorosa conferma inglese.

Così leggiamo su la Repubblica:

«“Il 60% dei nuovi ricoverati di Covid in Inghilterra ha ricevuto due dosi di vaccino”. E’ del massimo consigliere scientifico del governo di Boris Johnson, Sir Patrick Vallance, l’annuncio più importante della conferenza stampa del primo ministro e dei suoi collaboratori a Downing Street».

Vallance, evidentemente ben cosciente delle enormi conseguenze di quanto affermato, ha poi cercato di attenuarne la portata, dicendo che «il dato non sorprende, in quanto la maggior parte delle persone è stata vaccinata». Una “spiegazione” piuttosto maldestra, ma ovviamente sufficiente per i grandi spiriti critici che allignano nelle redazioni sia al di là che al di qua della Manica.

Ora, già sentir parlare di un 60% di vaccinati tra i nuovi ricoverati dovrebbe far rizzare gli orecchi a tutti. Ma per meglio comprendere il significato di quel dato bisogna stabilire a quanto corrisponde la cosiddetta “maggior parte delle persone” del signor Vallance. Quanti sono, cioè, i vaccinati con due dosi in Gran Bretagna? La risposta più aggiornata ce la dà il Sole24Ore: 35 milioni e 970mila, pari al 53,8% dei 66 milioni e 766mila sudditi di Sua Maestà… La “maggior parte delle persone” di Sir Vallance corrisponde dunque a poco più del 50% dei suoi connazionali. Quando si dice la Scienza!

Dunque la percentuale di ricoverati vaccinati è perfino più alta di quella dei vaccinati tra l’intera popolazione. Che il vaccino faccia addirittura ammalare di più, o più gravemente? Non arriviamo a tanto, perché è giusto considerare che tra i non vaccinati ci sono molti giovani. Ma facendo “poggio e buca”, come si dice in Toscana, possiamo arrivare alla ragionevole conclusione che l’efficacia del vaccino di fronte alla variante Delta è pari o vicinissima allo zero.

Si tratta ovviamente di una verità che non può essere accettata dal pensiero unico alimentato a Covid. Il quale continua imperterrito ad insistere sulle vaccinazioni, sul loro obbligo, e sull’odioso green pass che dovrebbe imporlo con le buone o con le cattive. Nessuno, invece, che rifletta sui dati che ci vengono proprio dai due Paesi portati qualche mese fa come modello e prova dell’assoluta bontà della strategia vaccinale: Gran Bretagna ed Israele.

Dopo che perfino il capo del governo israeliano, Naftali Bennett, ha dovuto ammettere che i vaccini non risolveranno il problema, la conferma inglese sulla loro inefficacia di fronte alla variante Delta è la mucca nel corridoio che solo i vaccinisti più ciechi possono ancora fingere di non vedere.

I dati provenienti da Londra ci dicono infatti tre cose. Una più importante dell’altra.

Primo, l’assoluta inefficacia nei confronti della variante Delta non è di questo o quel vaccino. Israele ha vaccinato con Pfizer e la Gran Bretagna con AstraZeneca, ma il risultato sembrerebbe del tutto identico.

Secondo, se i dati israeliani ci parlavano solo delle positività, quelli britannici si riferiscono ai ricoveri. La storiella secondo cui il vaccino magari non protegge dal contagio ma evita le forme più gravi, sembrerebbe perciò l’ennesima bufala di una religione vaccinista sempre più in difficoltà.

Terzo, che davanti a queste evidenze si continui come se nulla fosse con la caccia agli untori che hanno rifiutato l’inoculazione, è la prova provata di quanto sia marcio il sistema, il suo governo, il suo apparato tecnico-scientifico, i suoi servili mezzi di (dis)informazione.

Concludiamo con un’osservazione utile alla lotta che stiamo conducendo contro l’obbligo vaccinale. L’opposizione a questa mostruosità ha tante ragioni, dal rifiuto di una sperimentazione di massa di vaccini non testati a sufficienza, ai rischi connessi con la loro inoculazione, fino al colpevole oscuramento di cure negate proprio per affermare quella vaccinale come unica soluzione possibile. Ma una ragione ancora più forte – quella che dovremo agitare con sempre maggior consapevolezza – sta ora nell’inutilità manifesta dei vaccini di fronte ad un virus che è mutato forse proprio a causa della vaccinazione. Un’ipotesi, quest’ultima, uscita perfino dalla bocca di Walter Ricciardi. Un negazionista? No, uno che vorrebbe il green pass anche per le scalate in solitaria del Cervino, ma che chiacchiera chiacchiera stavolta ha confessato.

PS – Pare che in serata, 4 ore dopo la conferenza stampa, il sig. Vallance si sia penosamente corretto con un tweet affermando che il 60% di cui ha parlato non si riferiva ai ricoveri di persone vaccinate (come riportato dai giornali di tutto il mondo), bensì a quelli dei non vaccinati…

La bomba era troppo grossa e non è difficile immaginare in quanti lo abbiano richiamato al dovere. Eh, la Scienza! La toppa tuttavia gli è venuta proprio male. Vallance non ha chiarito la ragione del preteso “errore”, né ha spiegato il ritardo nella rettifica. Il perché è del tutto evidente: quel 60% di vaccinati finiti in ospedale era del tutto coerente con il resto del suo ragionamento in conferenza stampa. A volte smentirsi è difficile…

Povero Vallance, cosa si è costretti a fare per non perdere lo stipendio governativo! Che poi, anche volessimo prendere per buona la sua precisazione (ma proprio non si può), riducendo i ricoveri dei vaccinati al “solo” 40%, il discorso sull’efficacia del vaccino non cambierebbe poi molto.

Prepariamoci ad altre sorprese e ad altre figuracce dei tanti Vallance in giro per il mondo.




VARIANTE DELTA? VACCINO KO! di Leonardo Mazzei

L’Huffington Post ci informa sulla via italiana agli arresti domiciliari dei dissidenti. Per chi non aderisce alla nuova religione vaccinale l’arma finale si chiama “green pass”. Ma poiché bisogna sembrare equilibrati, lorsignori ci annunciano un «Green pass a restrizioni variabili», con una «estensione che andrà di pari passo con i contagi».

Ragionevole no?  Andando sul tecnico, l’articolista ci spiega che il certificato verde verrà concesso solo dopo la seconda dose. Questo perché: «E’ scientificamente provato che per avere una copertura completa, soprattutto con il diffondersi della variante Delta, sia necessaria la seconda dose».

Bene, bene, bene. Fatevi la seconda dose e tutto andrà bene. Oltre a qualche disturbo avrete pure il green pass. Ma, insieme ad esso, avrete anche la certezza di essere protetti al meglio dalla variante Delta. Questo il messaggio diffuso a reti unificate.

Ma davvero stanno così le cose? I dati che arrivano da Israele ci dicono l’esatto contrario. Peccato che i media nazionali non ce ne parlino. Dal loro punto di vista questi numeri hanno infatti due difetti: sono troppo precisi e dimostrano l’esatto contrario di quel che ci vorrebbero far credere.

Lo stato israeliano non ci è certo simpatico, ma la mole di informazioni che si possono trovare sul sito del suo ministero della Sanità non ha probabilmente uguali al mondo. Ciò dipende in buona parte da un lavoro certosino di raccolta dati che rientra nell’accordo fatto a suo tempo da Netanyahu con Pfizer: la famosa sperimentazione di massa!

Ma andiamo al dunque. Mentre fino agli inizi di giugno i dati israeliani, al pari di quelli britannici, sembravano dar ragione all’efficacia del vaccino, adesso la musica è cambiata, e l’efficacia nei confronti della variante Delta (che in Israele rappresenta quasi il 100% dei casi) sembrerebbe sostanzialmente pari a zero.

Esageriamo? La tabella qui sotto ci dice di no.

I dati si riferiscono alla settimana dal 4 al 10 luglio. Come si vede nelle prime tre colonne da sinistra, i positivi vaccinati sono molti di più di quelli non vaccinati in tutte le fasce d’età. Già da questo si capisce quanto protegga il vaccino! Ma il confronto più interessante è quello tra le ultime due colonne, che abbiamo sottolineato in rosso. Nella prima si osservano le percentuali dei vaccinati sul totale dei positivi; nella seconda la percentuale della popolazione vaccinata. Il tutto sempre suddiviso per fasce d’età. Questo raffronto è impietoso perché le percentuali delle due colonne sono sostanzialmente equivalenti, segno dell’assoluta inefficacia del vaccino.

Vediamo meglio il tutto con la tabella qui sotto (una nostra elaborazione sempre sulla base dei dati del ministero della Sanità israeliano). Considerata la percentuale dei vaccinati nelle diverse fasce d’età, si ottengono i positivi attesi tra di essi nel caso limite di un’efficacia vaccinale uguale a zero. Confrontando poi i casi attesi in questa ipotesi con quelli reali si ottiene la percentuale di efficacia del vaccino.

 

I numeri sono fin troppo chiari, la coincidenza tra questa ipotesi per niente estrema e la realtà dei fatti fin troppo evidente. Lo scostamento tra i casi reali (1.470) e quelli attesi nell’ipotesi di efficacia zero (1.479) è di sole 9 unità. Non è possibile perciò creare alcuna suspense. In questi mesi abbiamo sentito parlare, per i diversi vaccini, di un’efficacia del 95, 90, 70, 60, 50%… Qui invece ne registriamo una che non arriva neppure all’1%, fermandosi piuttosto allo 0,62%. Un dato che si commenta da solo.

Ora, che in questa situazione si continui ad insistere sulla vaccinazione e sul green pass, che è poi lo strumento per rendere l’inoculazione truffaldinamente obbligatoria, è un fatto che grida vendetta.

Agli inizi di giugno avevamo osservato come i numeri ufficiali di tanti (troppi) Paesi non corrispondessero affatto alla lieta novella del vaccino salvatore che ci veniva narrata. Avevamo visto, ad esempio, come i dati dei primi quattro Paesi dell’UE nell’ultima settimana di maggio (dopo cinque mesi di foga vaccinale) fossero assai peggiori di quelli dello stesso periodo del 2020, quando il vaccino proprio non c’era.

Oggi, ad un mese e mezzo di distanza, quel confronto è ancora più significativo. Dal 20 giugno i casi a livello mondiale sono di nuovo in crescita, mentre la media mobile a 7 giorni al 15 luglio è di 482.367 casi contro i 134.946 della stessa data del 2020 (+357%). Eppure, a livello mondiale, siamo quasi a 4 miliardi di dosi inoculate! E’ così che funziona il vaccino???

A chiudere il cerchio arrivano adesso i dati israeliani. L’inefficacia del vaccino, almeno con la variante Delta, è acclarata. Perché allora continuare con la pressione vaccinale e con i ricatti del green pass? Non sarebbe meglio prendere atto che il vaccino non funziona e dedicarsi piuttosto alle cure di una malattia che sembra ormai manifestarsi in forma piuttosto attenuata?

Domande retoriche, dato che lorsignori hanno il loro piano. Che nulla ha a che fare con la salute degli esseri umani.




MORIRE DI VACCINO A 18 ANNI di Filippo Dellepiane

Come il principio della conservazione dell’individuo se ne è andato a farsi fottere.

Dicesi nella logica classica che una deduzione è corretta se dalla verità delle premesse discende la verità delle conclusioni.

Posto che:

  1. ) in Italia non ci sono casi di giovani morto sotto i 38 anni per il covid 19;
  2. ) fare il vaccino, soprattutto per un giovane, significa rischiare la vita di più rispetto a contrarre il virus, qualunque sia l’incidenza delle reazioni;
  3. ) tutte le campagne geopolitiche contro i vaccini russi e cinesi, che non sarebbero stati sperimentati abbastanza, sono del tutto ipocrite se poi ogni giorno su migliaia di persone viene testato un farmaco poco sicuro;
  4. ) in Gran Bretagna tutti i vaccinati già affollano gli ospedali perché, come già qualcuno diceva mesi fa, il virus è influenzale e quindi muta di continuo;
  5. ) il governo in Italia si sta macchiando di un ricatto che è davvero subdolo, usando bastone e carota per far vaccinare i giovani;
  6. ) l’ex presidente dell’Ema ha dichiarato che non vaccinerebbe suo figlio con Astrazeneca,

ieri una ragazza di 18 anni, vaccinata proprio con Astrazeneca, è deceduta nei pressi di Genova. Probabilmente perché voleva tornare in discoteca o viaggiare all’estero. Un’intera vita davanti già finita sulla griglia di partenza.

Eppure, era tutto prevedibile: sapevamo sarebbe successo prima o poi. Ora chi può immaginare come si muoveranno le istituzioni. Tutto probabilmente verrà insabbiato, nascosto. Non possiamo sapere se questa morte, nella sua tragedia, “servirà” a qualcosa. Sopra le feste in pompa magna in piazza a Genova, per celebrare la zona bianca, campeggiava la scritta “+vaccini, +liberi” ma forse dovrebbe essere sostituita da “+vaccini, +rischi”.

È questo il pazzo 2021, morire per colpa di un farmaco non sperimentato abbastanza che servirebbe a proteggerti da una malattia che probabilmente non ti accorgeresti neanche di avere.

Un tempo si moriva di politica, oggi si muore di vaccino.

Raccontino la storiella che “per il bene comune” una morte non è nulla, a noi iniziano a girare un po’ i coglioni. E sarebbe bene che girassero a tutti i nostri coetanei.

Fonte: laprimalinea.blogspot.com




COVID E VACCINI: CONTROINCHIESTA di Leonardo Mazzei

Allora, tutto va ben Madama la Marchesa?

A sentire i media parrebbe di sì. Catastrofisti quando spaventare è d’uopo, ottimisti e perfino euforici quando si tratta di incensare i loro idoli: così funzionano i gazzettieri d’oggidì. Ed il loro servilismo nel decantare le sovraumane doti del Salvatore di turno – chissà perché sempre un big delle banche e della finanza! – è pari soltanto a quello di cui danno prova davanti alla nuova religione laica di una scienza depurata dal dubbio e dalla ragione. Dunque, viva Draghi e viva il sacro vaccino!

Come tutte le narrazioni efficaci, la loro è di una semplicità impareggiabile. Da quasi un anno e mezzo ci dicono che siamo in lotta con un mostro capace di sterminare l’umanità. Contro di esso ogni arma è invana, salvo il fenomenale vaccino. Nella sua trepida attesa c’era solo da isolarsi, distanziarsi, rinunciare alla vita ed al lavoro senza protestare, barricandosi in casa muniti di un unico farmaco: la leggendaria tachipirina. Poi, come sempre d’oltreoceano, la salvezza è arrivata, riaprendo così alla speranza di una vita normale. Evviva Draghi, evviva il sacro vaccino. E già che ci siamo, viva anche il generale Figliuolo con le sue medagliette al (non si sa quale) merito!

Insomma, una storiella davvero edificante. Perché rinunciarvi in un’epoca così avara di miti? Beh, forse un paio di motivi ci sono.

Il primo è che la vita normale per ora non la vediamo neppure col binocolo. Il distanziamento continua, le mille norme vessatorie delle “linee guida” applicate a tante attività pure. Prosegue il mascheramento di massa anche laddove è palesemente inutile, come pure la buffonata dell’Italia a colori. Lo stato d’emergenza sarà in vigore fino al 31 luglio ed ancora non si sa se verrà davvero cancellato, mentre l’obbligo vaccinale (cioè l’imposizione forzata di un farmaco sperimentale) per i lavoratori della sanità è diventato legge. Nel frattempo, mentre la disoccupazione dilaga, nuovi dispositivi autoritari, discriminatori ed anticostituzionali sono stati messi in moto, dall’italico “certificato verde”, all’imminente “green pass” europeo (viva l’Europa, viva l’Europa, viva l’Europa!). E potremmo continuare…

Ma c’è un secondo motivo per dubitare dell’ammirevole storiella che ci viene propinata. E questo motivo sta nei numeri dell’epidemia. Naturalmente questi numeri sono largamente contestabili, per i tanti motivi di cui spesso ci siamo occupati in passato. Tuttavia questi dati sono gli unici che abbiamo. Gli unici su cui si possa ragionare. E siccome la loro attendibilità è dubbia oggi quanto lo era un anno fa, un confronto a pari data tra il 2020 ed il 2021 un senso ce l’ha.

Primavere 2020 e 2021: un confronto imbarazzante

Visto l’evidente andamento stagionale dell’epidemia, tipico del resto di ogni virus influenzale, confrontare gli stessi periodi dell’anno è certamente uno dei modi migliori per provare a capire come vanno davvero le cose.

Ma prima di questo confronto, spendiamo qualche riga sulla bufala che i grandi espertoni da talk show ci hanno spacciato a fine aprile. Esattamente come nel 2020 (guarda un po’!), le catastrofi annunciate a causa di una “riapertura” a loro giudizio troppo ampia e troppo precoce, proprio non ci sono state. Mentre ancora attendiamo le cataste di cadaveri con la maglietta neroazzurra degli irresponsabili tifosi dell’Inter accalcatisi in Piazza Duomo, le riaperture sembrano aver fatto bene – sia in termini di “casi” che di decessi – tanto nel 2021 quanto nel 2020. Che l’aria aperta, ed una vita un po’ meno claustrale giovino alla salute? Mi raccomando, mai fare una domanda cosi hard ai visi pallidi dei Crisanti e degli Speranza. Potrebbero risentirne.

Già a fine aprile avevamo notato come la curva dei contagi calasse meno, rispetto al picco di metà marzo, a confronto di quanto avvenuto dopo il culmine autunnale. Eppure, a differenza dell’autunno, ad aprile la vaccinazione era in corso da 4 mesi! Per gli amanti della precisione, i numeri (sempre riferiti alla media mobile a 7 giorni) sono questi: in autunno, dopo il picco del 16 novembre (35.289 positivi), i casi si dimezzano già il 10 dicembre (17.381), cioè in soli 25 giorni; in primavera invece, in piena figliuolesca inoculazione di massa, si arriverà al dimezzamento del picco del 17 marzo (22.623) solo 47 giorni dopo, con gli 11.371 casi medi registrati al 3 maggio. Questa maggiore lentezza nel calo della curva dei contagi, peraltro riscontrabile anche in altri paesi europei, già poneva dei seri dubbi sulla reale efficacia dei vaccini.

Ma certamente il confronto anno su anno, riferito alla stessa settimana di fine maggio, è ancor più significativo.

Cosa ci dicono questi dati? Se volessimo dedicarci al numero dei positivi il confronto risulterebbe assolutamente impietoso per il 2021. Nell’ultima settimana di maggio, nei quattro paesi più popolosi dell’Unione europea i casi ufficiali sono stati infatti 9/10 volte superiori a quelli del 2020. In Italia si è passati da una media giornaliera del periodo di 449 ad una di 3.403 quest’anno. Un aumento simile si è registrato in Francia (da 910 a 8.776), in Spagna (da 461 a 4.410) ed in Germania (da 453 a 4.275). Cifre che si commentano da sole, alle quali si potrebbe però parzialmente obiettare tenendo conto del maggior numero di tamponi effettuati oggi rispetto ad un anno fa.

Proprio per ovviare a questa obiezione, consideriamo allora il numero dei decessi ufficialmente attribuiti al Covid. In questo caso il numero dei tamponi è ininfluente, mentre si spera che almeno i morti li sappiano contare. Oltretutto questo secondo dato è ancor più significativo, visto che si afferma che se magari il vaccino non ferma il contagio esso serve però a prevenire gli effetti più gravi della malattia. Ragion per cui almeno i decessi dovrebbero essere sensibilmente in calo.

Ma è così? Assolutamente no. Nello stesso periodo di cui sopra i decessi medi giornalieri sono passati da 90 a 114 in Italia, da 62 a 122 in Francia, da 49 a 34 in Spagna, da 34 a 158 in Germania. Nonostante l’eccezione della Spagna, nel complesso dei quattro maggiori paesi dell’Ue si è dunque passati da un totale di 235 vittime giornaliere nel 2020 alle 428 (+82%) del 2021. E meno male che la vaccinazione sta avendo successo! Chissà cosa sarebbe avvenuto in caso contrario…

A fine maggio circa 34 milioni di dosi di vaccino (pari al 58% della popolazione) risultavano somministrate in Italia. Analoghe le percentuali degli altri tre paesi considerati. Ma la copertura delle fasce più a rischio (anziani e soggetti fragili) è ben più alta. Una ragione di più per attendersi un calo più netto della mortalità. Al posto del calo c’è stato invece un aumento, per cui i casi sono due: o i dati che ci forniscono sono completamente sballati o l’efficacia del vaccino è molto, ma molto più bassa di quanto annunciato.

Ora qualcuno dirà che queste nostre considerazioni sono però smentite dal caso della Gran Bretagna. Qui, se nello stesso periodo i casi sono comunque aumentati (da una media giornaliera di 1.700 ad una di 3.346 quest’anno), i decessi sono invece crollati da una media di 212 ad una di 8. La più estesa vaccinazione realizzata oltre-Manica, con 65 milioni di dosi inoculate (98%) e con 25 milioni di persone che hanno già avuto la doppia dose, sembrerebbe aver ottenuto un chiaro successo.

Guardando oltre l’Europa

Ma così come non sarebbe saggio limitarsi ad esaminare il caso dei maggiori paesi dell’Europa continentale, ugualmente sbagliato sarebbe considerare soltanto il caso britannico e non anche quello di altri paesi ad alto tasso di vaccinazione. E qui il discorso si complica maledettamente.

Si complica perché i dati sono tutt’altro che univoci. Mentre solo il caso israeliano (dosi somministrate pari al 122% della popolazione) suona come conferma di quello inglese, già negli Stati Uniti (88%) le cose vanno diversamente, visto che il calo delle vittime c’è stato ma in misura assai minore a Gran Bretagna ed Israele. In altri paesi con elevati tassi di somministrazione, come l’Ungheria (92%) e la Serbia (66%), la curva dell’epidemia è sì in diminuzione, ma le vittime sono ancora sopra a quelle dello stesso periodo del 2020.

Per contro abbiamo due paesi dell’area mediorientale con tassi di vaccinazione altissimi – Emirati Arabi Uniti (131%) e Bahrein (103%) – dove l’epidemia è tuttora in aumento. Viceversa, in quattro grandi paesi asiatici la curva è in forte regressione pur in presenza di tassi di vaccinazione particolarmente bassi. E’ questo il caso della Turchia (34%), del Bangladesh (3%), del Pakistan (3%) e dell’Indonesia (9%).

Spostandoci dal decisivo emisfero nord, al meno popolato emisfero sud che si avvia verso l’inverno, abbiamo alcune conferme al nostro ragionamento. In Cile, a dispetto di una vaccinazione a livelli britannici (97%) l’epidemia è in crescita. Una tendenza confermata dall’Uruguay (82%). Ma che il fattore stagionale batta comunque quello vaccinale è un fatto avvalorato anche dalla notevole impennata dei casi in Argentina. L’estate (che è inverno nell’emisfero sud) è ben più forte del vaccino. Una constatazione che lascia aperti dubbi enormi su quel che potrebbe accadere nel prossimo autunno.

Ovviamente quelli qui citati sono solo degli esempi, ma di esempi estremamente significativi si tratta.

Conclusioni

Dunque i vaccini non servono a nulla? Non è questa la tesi di chi scrive. A nulla probabilmente no, e sarebbe comunque presto per dirlo. Che servano però a poco, guardando anche ai dati ad oggi disponibili, mi pare lecito pensarlo. Quel poco che al momento possiamo immaginare giustifica allora la sperimentazione di massa? Giustifica i rischi ad essa connessi? Giustifica l’obbligo per alcune categorie? Giustifica forse i pass vaccinali? Giustifica infine l’autentico sabotaggio delle cure domiciliari?

Si faccia avanti chi è sicuro che tutto ciò sia in qualche modo giustificato. Alla luce di quel che oggi sappiamo questa giustificazione proprio non c’è.

Il sottoscritto, che detesta il “tanto peggio, tanto meglio”, vorrebbe tanto sbagliarsi. Ma, considerata anche l’incerta copertura temporale dei vaccini, siamo sicuri che alla prova della verità del prossimo autunno le cose andranno bene?

Questa certezza non ce l’ha nessuno. Ma l’attuale narrazione a lieto fine dei media di regime, altra faccia del loro incredibile catastrofismo dell’ultimo anno, è oggi un obbligo. Un obbligo che li porta a negare quanto il fattore stagionale pesi assai di più di quello vaccinale. Magari sperando che nel frattempo si confermi quel che è accaduto in passato, quando epidemie di questo tipo si sono sempre esaurite in un paio d’anni, per lorsignori il dogma assoluto da propagandare resta quello: solo il vaccino ci salverà.

Peccato che ad oggi i numeri ci narrino un’altra storia.

Fonti:

Tutti i dati sull’epidemia citati in questo articolo sono stati ripresi da Worldometers, quelli sulle vaccinazioni dal Sole 24 Ore.




VACCINI ANTICOVID: LE VERITÀ NASCOSTE di Loretta Bolgan

Laureata in chimica e tecnologia farmaceutiche, con un dottorato di ricerca in scienze farmaceutiche e una collaborazione come consulente scientifico con Rinascimento Italia sulle problematiche del Covid-19, ci ha colpito per la sua onestà intellettuale e la sua competenza tecnica

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Parliamo di vaccini. Lei ha già detto che ne esistono moltissimi e di tutti i tipi. Quelli che interessano il nostro Paese sono, mi corregga se sbaglio, AstraZeneca, Pfizer e Moderna. Che differenze ci sono tra questi vaccini? Potrebbero essere pericolosi? Come mai vengono spacciati per essere sicuriquando basterebbe andare sul sito di AstraZeneca e di Pfizer per capire che la “fase 3”della sperimentazione siamo noi?

R. Considerando che ci sono delle domande multiple, cominciamo dalla tipologia di vaccini che abbiamo in corso di sperimentazione e da quelli che sono già approvati.

Noi, adesso, abbiamo in commercio questi tre: due vaccini a mRNA (che sono quelli della Pfizer e della Moderna) e poi quello dell’AstraZeneca.

Teniamo conto che sono in corso di autorizzazione anche il Johnson&Johnson e lo Sputnik V, che sono due vaccini a vettore adenovirale.

Inoltre, a tutt’oggi abbiamo circa duecentosessanta vaccini in corso di sperimentazione clinica e ottanta sono in corso di registrazione.

La maggioranza di questi vaccini sono a proteine con adiuvanti. Più o meno  quelli che utilizziamo anche per i bambini.

Una piccola parte sono vaccini di nuova generazione, che contengono come antigene vaccinale il gene della proteina che, in questo caso, è la spike — ovvero la proteina di superficie del virus che gli permette di legarsi al recettore ACE2 presente sulla membrana delle cellule per entrare e infettarle.

Questa proteina è quella che, dopo essere stata attaccata dagli anticorpi per bloccare il virus (e quindi è l’oggetto dei vaccini), forma gli anticorpi vaccinali.

Questi vaccini, quindi, non hanno la proteina, ma il gene che la codifica e quindi sono vaccini ad acidi nucleici: RNA nel caso dei vaccini Pfizer e Moderna, DNA nel caso del vaccino AstraZeneca.

Si tratta di vaccini OGM. Contengono acidi nucleici geneticamente modificati.

Quindi, sono degli acidi nucleici praticamente di sintesi, introdotti per la prima volta per la profilassi delle malattie infettive.

Sono già stati sperimentati e utilizzati per la terapia genica oppure per la terapia del tumore.

Però, per la profilassi e la somministrazione alle persone sane, ovvero a scopo preventivo, si tratta della prima volta.

Di conseguenza, è una cosa che ha suscitato una grande preoccupazione.

Sappiamo bene, inoltre, qual è la narrativa per questi nuovi vaccini: che non sono vaccini ma terapie geniche che modificano il nostro DNA in maniera irreversibile.

Fra tutte queste affermazioni, in realtà, ci sono alcune cose vere e altre che non lo sono per niente.

Innanzitutto, lo ripeto, si tratta di vaccini — perché, come attività farmacologica, hanno proprio quella di stimolare il sistema immunitario per la produzione di anticorpi vaccinali teoricamente protettivi — e, inoltre, sono stati ingegnerizzati in modo da non integrarsi nel DNA.

Se lo fanno, è una reazione avversa con un’incidenza che non è nota perché i produttori non hanno fatto alcuno studio specifico.

L’EMA non l’ha richiesto perché sostiene che le persone fanno solo due iniezioni a distanza di venti giorni e il rischio di cancerogenesi, dovuto alla modificazione del nostro genoma, è basso.

Perché avvenga questo fenomeno bisogna che l’uso sia continuativo, cosa che non si verifica quando ci si va a vaccinare.

Questo ragionamento però è teorico e, di conseguenza, dovrebbe essere supportato da dati sperimentali.

Quindi, il rischio teorico che questi vaccini vadano a modificare la nostra genetica c’è, sotto forma di reazione avversa, anche se è molto basso.

Penso che il problema della modificazione della sequenza del DNA — ma non sto dicendo che sia l’ultimo dei problemi —  non sia sicuramente il più grande che ci troviamo oggi a gestire.

Va detto che i vaccini su base genica hanno il vantaggio di non avere le problematiche dei vaccini a proteina perché non utilizzano, ad esempio, adiuvanti molto tossici come l’alluminio e, nel caso del vaccino della Pfizer, non utilizzano nemmeno linee cellulari  su cui far crescere questo virus per ottenere il vaccino.

Sappiamo infatti che, quando si utilizza una linea cellulare (che in questo caso è “fetale umana immortalizzata”), il vaccino può portarsi dietro residui di DNA fetalecancerogeno, e anche virus cancerogeni che sono pericolosi per la salute del vaccinato.

L’AstraZeneca utilizza linee cellulari di questo tipo e, quindi, è a rischio-contaminazione da parte di questo DNA.

Questi vaccini sono stati formulati per avere dei vantaggi rispetto a quelli tradizionali, però portano con sé dei rischi  nuovi.

L’EMA, quando ha concesso l’autorizzazione a procedere con il fast track, ha fatto una valutazione anche in questo senso.

L’ha concessa facendo una valutazione legata al momento, in una fase esponenziale del numero dei contagi e anche dei decessi.

Eravamo nella fase crescente della pandemia e non sapevamo bene come si sarebbe sviluppata. Eravamo allarmati da stime e previsioni con cifre catastrofiche.

Dopo, la questione è stata notevolmente ridimensionata ma il fast track era già stato dato e, quindi, le aziende hanno avuto il mandato — da parte dell’EMA, dell’OMS e della FDA — di partire immediatamente con la produzione, perché i vaccini dovevano essere resi disponibili in tempi brevissimi vista l’emergenza.

Quindi, è ovvio che le industrie abbiano bypassato tutti quei passaggi che normalmente si devono fare per la registrazione di un vaccino.

Nella registrare un vaccino bisogna fare consecutivamente la fase di messa a punto e lo studio in vitro e in vivo sugli animali per vedere la tossicità.

Fatto questo, se i risultati sono positivi, ovvero se il vaccino non è tossico, si passa alla sperimentazione sull’uomo con la fase 1, 2, 3.

Questo percorso comporta circa dieci anni. Sono tempi molto lunghi e costosissimi per l’industria.

Con il fast track, invece, queste fasi sono state fatte tutte contemporaneamente.

Quindi, insieme alla produzione del vaccino ad uso clinico, sono partiti con la fase preclinica sugli animali, la fase sull’uomo e la produzione industriale in modo da essere pronti, quando sarebbero finite le fasi 2 e 3 di sperimentazione, con le confezioni da vendere.

Con questa procedura sono effettivamente riusciti a portare in commercio la Pfizer prima di Natale e, successivamente, Moderna e AstraZeneca.

Diciamo che tutto questo è andato a scapito della sicurezza e dell’efficacia del vaccino, oltre che della sua qualità.

L’EMA ha fatto questa valutazione: ci prendiamo il rischio di avere qualcosa che non sia proprio ottimale perché c’è un’emergenza: bisogna assolutamente cercare di fermare il Covid.

Quindi, si è assunta dei rischi.

È anche ovvio che un vaccino di nuova introduzione, anche dopo un percorso di dieci anni, per cinque anni sarebbe stato comunque, e a tutti gli effetti, in corso di sperimentazione.

L’EMA non ha dichiarato che questi sono vaccini d’emergenza e, quindi, sono stati registrati di fatto come non-sperimentali, con un’autorizzazione condizionata, mentre l’FDA ha dato un’autorizzazione d’emergenza.

Quindi la Pfizer e Moderna in America sono d’emergenza mentre qui, in Europa, no.

Sono registrati con una valutazione positiva del rapporto rischio-beneficio. Quindi, non li possiamo considerare sperimentali dal punto di vista normativo.

Però, come ho detto prima, quando si sperimenta un vaccino questo resta in monitoraggio per cinque anni perché, durante gli studi clinici, si fa una selezione ben precisa dei partecipanti e quindi si vanno di solito ad escludere le persone con patologie predisponenti al danno.

Quando invece si va a somministrare un vaccino a tutta la popolazione, prendiamo anche persone con patologie di vario tipo, con età e predisposizione genetica diverse.

Bisogna sempre fare questa valutazione: stiamo somministrando un farmaco unico per tutta la popolazione, benché questa sia estremamente eterogenea.

Questo è un grosso limite, per tutti i farmaci e anche per tutti gli altri vaccini.

Ogni anno facciamo il vaccino antinfluenzale con una procedura di fatto fast track, che viene sperimentato solo su un numero molto limitato di persone sane, e poi viene messo in commercio.

D. Lei, in un’intervista, ha detto: “Questi vaccini, potrebbe fungere da catalizzatore nella formazione di varianti, sui quali non solo sono inefficaci, ma possono anche avere un profilo di patogenicità diverso. Quindi, potremmo anche avere dei virus più pericolosi dal punto di vista della neurotossicità o dell’immunotossicità”. Questi vaccini, quindi, creano nuovi virus?

R. Sì. Questo fenomeno l’avevo segnalato con grande preoccupazione già a maggio dell’anno scorso perché questo virus, quando si replica, utilizza un enzima che si chiama RNA polimerasi RNA dipendente.

Questa polimerasi non è molto precisa e quindi produce errori quando va a replicare l’RNA, e questo porta alla formazione dei mutanti.

Anzi, alla formazione d’intere popolazioni che si distinguono per delle piccole mutazioni, ma che sono molto ampie.

Quindi, quando la persona s’infetta, in realtà si è infettata con una popolazione di mutanti, non solo con un virus.

Se la persona è vaccinata, ha degli anticorpi che sono selettivi per quei virus che hanno la stessa sequenza della proteina del vaccino.

Quindi, i virus che non vengono colpiti dagli anticorpi vaccinali, avranno modo di essere favoriti nella loro replicazione.

Più sono diversi dalla sequenza del vaccino, più avranno possibilità di replicarsi in modo favorevole e quindi di resistere al vaccino.

Da qui la vaccino-resistenza che non è altro che la formazione di una variante. Quindi, in questo momento, le varianti sono necessariamente selezionate dal vaccino.

Abbiamo avuto varianti anche dal Covid perché, nel corso dell’epidemia, sappiamo che se ne sono progressivamente formate con il passaggio da persona a persona.

Ma, quello che abbiamo visto con queste varianti, è che avevano via via acquisito delle mutazioni che le hanno rese sempre più attenuate.

Quindi, un virus che incontra l’uomo per la prima volta dapprima porta l’epidemia (perché il sistema immunitario non lo riconosce), ma poi attenua la sua capacità d’indurre la malattia e quindi procede verso lo stato endemico.

Ovvero, infetta le persone senza che queste sviluppino i sintomi della malattia.

Dico questo perché, per la Sars del 2003 (per la quale non s’è visto il vaccino, che non è stato prodotto a causa di una reazione avversa molto grave, tipica del virus della Sars), abbiamo visto che l’epidemia c’è stata solo quell’anno. 

D. Nel 2003 hanno provato a fare il vaccino, hanno visto che ci sono state delle reazioni avverse molto gravi e si sono fermati. Adesso, invece, vedono che ci sono delle reazioni avverse … ma continuano.

R. Purtroppo sì.

Con la Sars hanno avuto quest’epidemia importante e hanno cercato di fare tutta una serie di vaccini (molto simili a quelli che ci sono adesso) ma, quando andavano a sperimentare il vaccino sugli animali, vedevano che si manifestava quello che viene chiamato il potenziamento della malattia.

I vaccinati non solo non erano protetti (si infettavano come i non-vaccinati), ma sviluppavano anche una polmonite fatale e quindi andavano incontro a delle complicazioni che i non-vaccinati non avevano.

E’ questo il motivo che ha bloccato la sperimentazione clinica dei vaccini contro la Sars, ma questa sperimentazione non è stata ancora fatta per quelli contro il Sars-cov-2 [Covid].

Dopo un anno, non abbiamo ancora alcun dato che ci permetta di capire se questi vaccini sviluppino o meno il potenziamento della malattia.

D. La narrazione della pandemia e, di conseguenza, la necessità di uno stato emergenziale, si basa sui risultati dei tamponi. Kary Mullis, l’inventore dei tamponi, ha dichiarato che “con un test PCR si può trovare praticamente qualunque cosa in qualsiasi persona perché, se puoi amplificare una singola molecola fino a qualcosa che puoi misurare, sono veramente poche le molecole che il tuo corpo non contiene — e quindi non serve per diagnosticare l’HIV o gli altri 10.000 retrovirus sconosciuti”. Come possiamo fidarci di questo strumento?

R. Il tampone è stato utilizzato in maniera inappropriata.

Mi permetto di dire, comunque, che il test PCR sia uno dei più affidabili per fare diagnosi di laboratorio. Dipende dal virus che dobbiamo analizzare.

Quello che ho sempre detto è che la PCR sia una tecnica altamente specifica e sensibile, ma va utilizzata nel modo corretto.

Quindi, è vero che con la PCR si può vedere qualsiasi cosa.

E’ per questo motivo devo avere dei controlli negativi, positivi, interni ed esterni  e, soprattutto, devo validare la mia metodica contro un test Gold Standard.

Quindi, non si può validare la PCR contro sé stessa, come è stato fatto qui.

Bisognava utilizzare il sequenziamento che va a vedere la sequenza base del mio virus e che vede anche le varianti — cioè vede tutto del mio virus.

D. Quindi, vede anche se il virus è inattivo o è morto?

R. No questo non lo può vedere. Questo si vede solo se si mette il virus in coltura.

D. Lei mi sta dicendo che ci sono tutte le tecniche che potrebbero diagnosticare il virus in modo molto accurato. Quindi, perché non lo stanno facendo?

R. Ho visto che, ultimamente, tutti i Paesi hanno attivato centri di geneticaper sequenziare un numero molto elevato di campioni per vedere le varianti, ovvero come si stanno sviluppando — però potevano attivarli anche l’anno scorso.

Per fare lo studio completo bisognerebbe prendere il campione di una persona, metterlo in coltura e vedere se cresce e quindi se si replica, così sappiamo se siamo di fronte a un virus funzionante — che quindi è in grado di infettare la persona e anche trasmettersi agli altri — e poi fare il sequenziamento.

Con il sequenziamento vedo che virus c’è e quanto ce n’è. Posso anche vedere se è una variante e di che variante si tratta. Quindi, ho il massimo dell’informazione.

Ovviamente, bisogna utilizzare campioni biologici diversi e, quindi, non solo la saliva ma anche l’espettorato bronco alveolare e,  soprattutto, le feci.

Il campione più adatto sarebbe stato proprio quello fecale, perché il virus tende a insediarsi nel microbiota intestinale e restare là anche dei mesi.

Ci sono persone che continuano a eliminare virus anche dopo un anno. È lì la sede principale dell’insediamento del virus, non i polmoni (dove non lo troviamo più di tanto).

Quindi, è sbagliato anche il campione utilizzato, non solo la tecnologia.

Diciamo che la PCR si poteva anche utilizzare, ma andava modificata nel tempo perché, senza il sequenziamento, non si può avere un’idea dei falsi positivi e dei falsi negativi.

Quindi, è mancato questo dato molto importante e, man mano che l’infezione procedeva, si sono formate delle varianti naturali e il test PCR ha cominciato a dare troppi falsi negativi, perché c’è stata una modificazione proprio nella sequenza in cui si andavano ad attaccare i primer — i frammenti di DNA che servivano per amplificare la mia sequenza in modo da poterla leggere.

Quindi, conseguenza dei primer che non si legavano più, abbiamo cominciato ad avere un numero importante di falsi negativi, cioè malati di Covid che non venivano più diagnosticati dai test di laboratorio.

Va detto, però, che la presenza del virus non significa affatto che la persona abbia il Covid.

Per dire che è un caso di Covid bisogna fare una serie di analisi diagnostiche cliniche. Quindi, se una persona è negativa ma ha tutti i sintomi del Covid, bisogna fare per forza tutte le analisi.

Il problema è che il test di laboratorio dovrebbe essere utilizzato solo per orientare meglio il medico a capire se ha di fronte un caso di Covid oppure no. Quindi, decidere se isolare o meno un paziente sospetto fin da subito.

Invece, hanno utilizzato i test PCR anche per andare a vedere gli asintomatici, per determinare la letalità del virus — cioè il numero dei morti rispetto al numero dei contagiati.

Anche in questo caso, se si voleva fare un lavoro che avesse un senso, bisognava utilizzare il sequenziamento, con un costo davvero molto alto.

Di conseguenza, per riuscire a vedere il numero basso di copie che hanno gli asintomatici, sono stati costretti ad aumentare la sensibilità dei test e, quindi, hanno aumentato quello che viene chiamato “numero di cicli”.

Più aumento la sensibilità, più aumento in modo spropositato il numero di falsi positivi e questo è il motivo per cui abbiamo tenuto a casa tante persone sane, falsi positivi.

Adesso che sono usciti i vaccini, l’OMS ha emanato un documento in cui raccomanda di abbassare il numero di cicli.

È ovvio che se io faccio questa cosa, abbiamo una caduta a picco dei casi positivi e questo porterebbe a pensare che il vaccino funzioni.

Il fatto che nei Paesi dove stanno vaccinando sia caduto bruscamente il numero dei casi, potrebbe essere dovuto al fatto, semplicemente, che hanno abbassato il numero di cicli della PCR.

La PCR, per come è fatta adesso, è facilmente manipolabile. Per il Sars-cov-2, che è un virus a RNA che muta continuamente, non è sicuramente il test corretto.

Il modo in cui il test PCR è stato condotto non ci permette di capire quanti casi Covid abbiamo realmente perché, dentro la grande massa dei contagiati, abbiamo falsi positivi, ovvero persone positive al test che non sono morte di Covid (ma come conseguenza di altre patologie), perché il Covid è una patologia con una serie di sintomi specifici.

D. Se il Covid è curabile, come molti medici stanno dicendo praticamente da un anno, e se in Paesi quali Russia, Brasile, Colombia, o parti degli Stati Uniti come la Florida o il Texas, la vita è ripresa, perché continuano a negare i risultati pratici della prassi medica? Perché insistono sulle vaccinazioni? Lei che idea si è fatta?

R. Inizialmente c’è stata una narrativa molto drammatica. Ci hanno detto che questo virus era nuovoe che quindi non si sapeva niente, che non c’erano cure, che la gente moriva e che non si sapeva cosa fare.

Primo errore: si sapeva già molto, se non tutto, perché avevamo già avuto la Sars.

Quindi, si conosceva esattamente la dinamica della malattia, con piccole differenze dovute alla caratteristica del Sars-cov-2 che è molto più contagioso, ma meno mortale, rispetto alla Sars.

C’erano delle differenze cliniche, però si poteva tranquillamente partire dalle conoscenze della Sars per poter fare terapia e anche altro, che poi è quello che hanno fatto in Cina.

I cinesi hanno preso tutti gli studi, quasi ventennali, sulla Sars e li hanno applicati al Sars-cov-2.

Noi, invece, siamo partiti da zero e abbiamo continuato ad affermare che di farmaci non ce n’erano, che solo i vaccini sarebbero stati la grande salvezza per uscire dal Covid … e ancora adesso sentiamo dire che se non facciamo il vaccino non ne usciremo mai.

Sappiamo bene che i trattamenti studiati per la Sars funzionano anche per il Covid.

L’idrossiclorochina, l’azitromicina, il cortisone … terapie che sono diventate di prima scelta per i medici che facevano terapia domiciliare e sono quelle che sono state riproposte anche quest’anno, con le stesse modalità e con delle integrazioni migliorative che le hanno rese ancora più efficaci.

Non si era mai visto prima, per una malattia infettiva unica, ben 260 vaccini. Inoltre, abbiamo centinaia di ditte in corsa tra di loro per mettere in commercio il vaccino.

Teniamo conto che per i vaccini pediatrici, per un esavalente, abbiamo 2 o 3 ditte, non 260.

Quindi, con molta probabilità, non è il Covid l’obiettivo di queste società.

Tutte queste ditte hanno l’obiettivo di farsi autorizzare un nuovo sistema per fare i vaccini e, una volta che sono state autorizzate dall’EMA, questo può essere utilizzato per fare altri tipi di farmaci.

Quindi, hanno visto nel fast track, che permette alle industrie di risparmiare tanti soldi, la possibilità di accelerare notevolmente i tempi per autorizzare questi farmaci di nuova generazione, biotecnologici, che altrimenti non avrebbero potuto commercializzare.

Inoltre, non abbiamo solo 260 vaccini, abbiamo anche più di 500 farmaci sperimentali fast trackcreati per il Sars-cov-2 e, quindi, è ovvio che ci sia una resistenza notevole all’utilizzo di farmaci che sono già in commercio per altre malattie, come ad esempio l’idrossiclorochina.

D. Secondo lei, riusciremo a far passare il concetto che le cure domiciliari siano efficaci? Riusciremo a smetterla di negare l’ovvio e riportare il mondo “a quote più normali”?

R. Ci vuole una presa di coscienzadei singoli, che devono capire da soli che, purtroppo, i vaccini non proteggono dall’infezione e nemmeno dalle complicazioni della malattia.

Perché, il fatto che un vaccinato prenda comunque l’infezione, già da solo dovrebbe farci capire che i vaccini non risolveranno il problema.

Al contrario, lo peggiorano perché portano allo sviluppo di varianti sempre nuove.

Avremo sempre nuove epidemie, che partiranno da ognuna delle varianti che andranno a formarsi.

Le persone devono rendersi conto che le varianti sono dovute alla vaccinazione stessa e che, a differenza di quelle naturali (che tendono progressivamente a far finire l’epidemia), le varianti da vaccino prolungano l’epidemia all’infinito.

Inoltre, si deve prendere coscienza che i danni da vaccino esistono, anche se c’è una struttura che li nega.

Le Agenzie continuano a negare il danno.

Muore qualcuno dopo essersi vaccinato e, in automatico, si sente sempre la stessa risposta: non c’è nessuna correlazione.

Non è possibile che per tutti i casi non ci sia correlazione. Questa è la negazione del danno.

Le persone vanno informate che devono segnalare il danno, assicurarsi che venga recepita la segnalazione  e che venga raccolta per avere un dato il più possibile accurato sulle segnalazioni.

Il rischio è che le Agenzie Regolatorie dicano che il danno non c’è perché non è stato segnalato.

E quindi se il danno non esiste, il vaccino è efficace.

Dall’altra parte abbiamo gli studi clinici forniti dai produttori che stanno indicando un’efficacia troppo alta perché, se le varianti sono da vaccino (e quindi la persona vaccinata può infettarsi con una variante), come può essere considerato efficace al 95%?

Sappiamo che i primi dati che sono stati forniti dalle aziende avevano un’efficacia del 95%, ed è quello che ha permesso alla Pfizer di essere in commercio.

Questo 95% viene fuori da un calcolo matematico, ma bisogna anche andare a vedere la significatività di quel dato.

Posso semplicemente applicare una formula matematica e mi viene fuori il 95%.

Però, devo anche andare a vedere il significato del dato nel contesto in cui viene fatta la misurazione.

Se ho 20.000 persone vaccinate, 20.000 persone non vaccinate e, di queste, 10 si infettano nel gruppo dei non vaccinati e 5 nell’altro gruppo (dico numeri indicativi, non corretti per il calcolo), allora può anche venire fuori il 95% di efficacia, ma la riduzione del rischio è ridicola.

Hanno fatto la valutazione dell’efficacia in un momento in cui l’epidemia non c’era più. Quindi le persone non si sono infettate.

Avrebbero dovuto dire che niente sapevano del rischio-potenziamento e dell’efficacia, perché le persone non si sono infettate.

Però, se non avessero fatto così, non avrebbero potuto commercializzare il prodotto.

Quindi, per vedere la reale efficacia di questi vaccini dovremo aspettare che finisca l’epidemia.

A luglio-agosto sapremo quante persone vaccinate si sono re-infettate.

Adesso sappiamo che c’è un grosso problema: vaccinano persone sane e poi queste diventano positive, sviluppando il Covid che prima non avevano.

In questo caso, quindi, l’efficacia è addirittura negativa.

* Fonte: MITTDOLCINO – Intervista a cura di L’Alessandrino




ANCORA SUI NUMERI FARLOCCHI DEL COVID di Leonardo Mazzei

Negli ultimi giorni l’Istat ha fornito due dati, entrambi sostanzialmente ignorati dai media. Il primo, sul Pil del 1° trimestre 2021, ignorato perché nettamente negativo. Il secondo, sulla mortalità nei mesi di gennaio e febbraio, ignorato perché decisamente positivo. Nel primo caso non si poteva evidenziare troppo la debacle economica del primo trimestre a guida draghiana, nel secondo non si poteva contraddire troppo la narrazione dominante sul Covid.

Sull’economia ci limitiamo a segnalare il tonfo del Pil, con un’ulteriore contrazione dell’1,4% rispetto al primo trimestre 2020. Ora, questa riduzione potrebbe sembrare minimale, se non fosse che proprio il primo trimestre 2020 è stato quello dell’inizio del periodo di confinamento più cupo, con la chiusura di buona parte delle stesse attività industriali. Quel trimestre registrò infatti una diminuzione del 5,6%. Che adesso, dopo un anno, con le industrie aperte, il Pil cali ancora la dice lunga sugli effetti disastrosi della politica governativa. Su tutto ciò regna il più rigoroso silenzio. Silenzio che di sicuro verrà rumorosamente rotto a luglio, quando i dati del secondo trimestre non potranno che registrare un vistoso quanto scontato rimbalzo rispetto al disastro dell’anno precedente. Così va l’informazione nell’attuale regime.

Covid 2021: i numeri non tornano neanche un po’

Passiamo ora al Covid. Qui i numeri dell’Istat sulla mortalità generale confliggono alla grande con quelli del governo sui decessi addebitati al coronavirus. Stando alle cifre ufficiali diramate ogni giorno, i morti Covid dei primi due mesi dell’anno sarebbero stati 23.540, con una media di 399 al giorno.

Se queste cifre fossero reali, se cioè si trattasse davvero di una mortalità aggiuntiva, è evidente che dovremmo riscontrare un analogo aumento della mortalità generale. Ebbene, l’Istat ci dice che non è così. Nel primo bimestre dell’anno l’Istituto di statistica certifica infatti un totale di 126.735 decessi, rispetto ad una media del periodo 2015-2019 di 125.741. Lo scostamento è minimo (+994), pari ad un incremento percentuale dello 0,8%, mentre in base ai dati Covid ci si doveva aspettare un aumento del 18,7%. La differenza è abissale, troppo grande per essere ignorata. Eppure, nemmeno questo ha smosso l’interesse, tantomeno la penna, dei culi di pietra del giornalistume di regime.

Perlomeno nel 2020 i dati Covid e quelli dell’incremento della mortalità generale sembravano combaciare, ma adesso? Diciamo “sembravano”, perché è chiaro che in quel dato sono finiti sia i morti per Covid, che quelli per le cure negate a domicilio e per le terapie sbagliate in ospedale; quelli causati dal degrado della sanità targata Europa e quelli affetti dalle altre patologie ormai dimenticate da una sanità integralmente covidizzata. Tuttavia il totale almeno formalmente tornava. Adesso non più: ne vogliamo parlare?

Per capire come le cose proprio non tornino vediamo ora un’altra clamorosa incongruenza.

Nei giornalieri bollettini nazionali ci viene comunicato il numero delle vittime, quello degli ingressi in terapia intensiva e la differenza rispetto al giorno precedente dei ricoveri in questi reparti. Ovviamente, la somma algebrica degli ultimi due valori ci dà il numero delle uscite giornaliere dalla terapia intensiva. Ma naturalmente l’uscita può avvenire per due opposti motivi, il miglioramento delle condizioni del paziente od il suo decesso.

Ora, tutti siamo portati a pensare che la morte per Covid – almeno nella stragrande maggioranza dei casi – avvenga dopo un periodo, magari breve, di ricovero in terapia intensiva. Ebbene, i dati ufficiali ci dicono invece l’esatto contrario. Aumentando così il dubbio che di veri “decessi Covid” si tratti.

Ma vediamo i numeri, partendo dagli ultimi dati disponibili. Il 25 aprile venivano segnalati 217 decessi con 146 uscite dalle terapie intensive (t.i.); il 26 aprile le vittime sono state 301 con 145 uscite dalle t.i., il 27 abbiamo avuto 373 vittime e 278 uscite, il giorno 28 a fronte di 344 decessi le uscite dalle terapie intensive sono state 205. Per non farla lunga abbiamo preso a titolo d’esempio solo 4 giorni ma, come ognuno può verificare, questo è l’andamento costante da un anno a questa parte. Bene, prendendo come campione questi quattro giorni, abbiamo che a fronte di 1.235 morti, le persone uscite dalle terapie intensive sono state solo 774, pari al 62,6% dei deceduti. Dunque, anche se per assurdo volessimo pensare che da lì si esce solo morti, avremmo comunque un 37,4% di “vittime Covid” che dalle t.i. non è passato…

Ma per fortuna – e ci mancherebbe altro! – dalle terapie intensive i più escono vivi. Questo è un dato che nazionalmente non ci viene fornito, chissà perché. Da un po’ di tempo ce lo fornisce invece, anche se con qualche irregolarità, la Regione Toscana. Prendiamola dunque come campione, anche perché si tratta di una regione abbastanza grande e con un’incidenza dell’epidemia nella media nazionale.

Quelli della Toscana sono numeri clamorosi, almeno se ci si prende la briga di analizzarli per quel che ci dicono. Consideriamo qui i dati del 22, 23, 27, 28, 29 e 30 aprile. Per motivi a noi ignoti, la Regione non ha infatti comunicato quelli del 24, 25 e 26 aprile. Possiamo tuttavia garantire che anche le cifre dei giorni precedenti al periodo considerato sono assolutamente omogenee a quelle qui prese in esame. Nei sei giorni di cui sopra i morti classificati come “vittime Covid” nella regione sono stati 172, ma quelli deceduti in terapia intensiva risultano solo 44, cioè il 25,5% del totale.

Domanda, da dove arrivano gli altri “decessi Covid”? All’appello ne mancano 3 su 4. Il 75% di chi muore per Covid non vede neppure da lontano la terapia intensiva? Ma vi sembra normale? Ammesso che possa mai esserlo, ciò contraddirebbe clamorosamente la narrazione ufficiale. Non sarà che quel 75% dei decessi col Covid non c’entra proprio nulla, come del resto ci suggeriscono anche i dati Istat sulla mortalità generale del primo bimestre dell’anno?

Ora, l’opinione di chi scrive è nota e non sto qui a ribadirla. I dati citati dovrebbero però alimentare qualche dubbio anche in chi la pensa diversamente. Forza, che non è mai troppo tardi!




NO ALL’OBBLIGO VACCINALE di Luca Dinelli

Pubblichiamo questo testo di Luca Dinelli che, in qualità di sindacalista e membro della RSU, lo ha diffuso ai lavoratori dell’ASL Toscana Nord-Ovest.

CONTRO L’OBBLIGO VACCINALE, ANNESSI E CONNESSI

Come sappiamo, il D.L. 44/2021 ha introdotto l’obbligo vaccinale per la categoria dei sanitari.

Pur premettendo che si tratta di un provvedimento avente forza di legge, non posso non rilevare in maniera succinta alcune macroscopiche incongruenze che si collocano sulla falsariga del gigantesco strappo rispetto allo stato di diritto che con l’inizio della pandemia ha raggiunto il suo apice.

Fin qui il silenzio delle istituzioni, partiti e sindacati è stato assordante, tutti intenti alla gestione di un quotidiano sempre più incerto e precario.

Ebbene tutto ha inizio con la decretazione di uno stato d’emergenza che non trova basi giuridiche nella Costituzione; in base a questa nuova figura d’incerta classificazione, si sono introdotte chiusure forzate delle attività, coprifuoco, isolamento domiciliare, limitazioni alle libertà di riunione e alla libera circolazione dei cittadini. Il tutto bypassando un Parlamento sempre più soggiogato al potere esecutivo e alle norme eterodirette da istituzioni extranazionali alle quali abbiamo progresssivamente delegato la sovranità popolare.

Faccio notare per inciso che se la nostra sanità versa in condizioni precarie è proprio grazie ai vincoli di bilancio che, in nome del principio di austerità che ormai da trent’anni soggioga la nostra Costituzione, sono stati calati a cascata sullo Stato, le Regioni e gli altri enti territoriali.

Ancora oggi la ragioneria dell’Asl Nord Ovest combatte quotidianamente con i richiami regionali al mancato rispetto dei vincoli assunzionali. Ebbene, sappiatelo, abbiamo assunto troppi interinali, si pone con urgenza la necessità di un piano di rientro! In barba a tutte le panzane sui fondi europei, il recovery plan e le altre barzellette che i boia di regime ci propinano quotidianamente.

La gente fuori muore di fame, ma noi continuiamo a sopportare che ci raccontino che la colpa è sempre e comunque degli sconsiderati che vogliono uscire di casa e lavorare!

Mancano 35.000 infermieri all’appello e 10.000 medici negli organici! I nostri tassi d’occupazione di posti letto si aggiravano intorno al 95% già prima della pandemia, ma la colpa dei lockdown è dei ventenni rincoglioniti che vogliono uscire di casa. VERGOGNA!

Ultima trovata dei nostri illuminati è l’imposizione dell’obbligo vaccinale ai sanitari.

PREMESSO CHE MI SCHIERERO’ SEMPRE A DIFESA DI CHI IL VACCINO VUOLE FARSELO, DENUNCIO LA VERGOGNA DI UN OBBLIGO CHE MANCA DI OGNI PRESUPPOSTO ETICO, CLINICO E GIURIDICO.

Sappiamo, perché ce lo dicono le case farmaceutiche, oltre alle evidenze che ormai sono numericamente cospicue, che QUESTO VACCINO NON E’ EFFICACE CONTRO LA TRASMISSIONE DEL VIRUS, e oltretutto si sta dimostrando poco efficace nella protezione dalle molte varianti del virus sviluppatesi negli ultimi mesi. Nella migliore delle ipotesi, quindi, chi si fa il vaccino protegge se stesso dalle complicazioni dell’infezione MA NON GLI ALTRI NON VACCINATI. E’ CHIARO?

CADE QUINDI IL PRESUPPOSTO GIURIDICO, IMPLICATO DALL’ART. 32 DELLA COSTITUZIONE, DELL’INTERESSE COLLETTIVO ALLA VACCINAZIONE ALTRUI. Chi si vaccina è fonte di contagio come chiunque altro.

L’OBBLIGO VACCINALE E’ IL CAVALLO DI TROIA PER INTRODURRE DEMANSIONAMENTI E DECURTAZIONI STIPENDIALI A CHI SI OPPORRA’ ALLA VOLONTA’ DI REGIME.

CHI HA BISOGNO DI CONSULENZA PER DIFENDERSI DALLA VACCINAZIONE CONTRO LA SUA VOLONTA’, PUO’ CHIAMARMI AL 389 8396791.

Fonte: Liberiamo l’Italia




LOCKDOWN: LE PROVE DI UN CLAMOROSO FALLIMENTO

Chi ci segue sa che abbiamo sempre contestato confinamenti, quarantene e lockdown non solo perchè hanno fatto da apripista ad un regime biopolitico autoritario. Chi ci segue sa che abbiamo contestato radicalmente la presunta efficacia terapeutica delle chiusure restrittive. I corifei della dittatura sanitaria come pure tanti pseudo-antagonisti hanno provato a deriderci condannando le nostre critiche come “antiscientifiche”. Ebbene, ora vien fuori la verità. I giornaloni di regime la nascondono ma è arrivata una ricerca che fa a pezzi la narrazione ufficiale.

* * *

IL RE DEGLI EPIDEMIOLOGI FA A PEZZI IL LOCKDOWN

«A mettere in dubbio l’efficacia del lockdown, decretando di fatto la sua sostanziale inutilità, è arrivata una ricerca pubblicata venerdì scorso sul prestigioso Journal of Clinical epidemiology.

Uno studio firmato tra gli altri dal celebre epidemiologo statunitense John Ioannidis e intitolato “Effect estimates of Covid-19 non pharmaceutical interventions are non robust and highly model dependent” (Gli effetti stimati delle misure nella lotta al covid-19 di carattere non farmaceutico non sono solidi e risultano fortemente modello dipendenti).

Un nome una garanzia, quello di Ioannidis. Laureatosi in medicina con il massimo dei voti all’università di Atene, lo scienziato greco americano si è poi specializzato ad Harvard. Vincitore di numerosi premi, oggi Ioannidis ricopre l’incarico di professore all’università di Stanford, universalmente riconosciuto come uno dei migliori atenei al mondo. Per dare un’idea del valore della sua produzione scientifica, basti sapere che Google Scholar  gli attribuisce oltre 330000 citazioni e un “h-index”, l’indice utilizzato per valutare l’impatto e la produttività scientifica, pari a 212. Tanto per citare due virologi nostrani, a Roberto Burioni viene riconosciuto un “h-index” di 33, mentre Fabrizio Pregliasco si ferma a 23.

Non è il primo studio scettico nei confronti delle chiusure sfornato dall’epidemiologo di Stanford. Quest’ultimo, tuttavia, ha una caratteristica che lo rende forse ancora più autorevole. Per valutare l’efficacia del lockdown, Ioannidis e i suoi hanno infatti paragonato due differenti modelli elaborati dall’Imperial College di Londra, entrambi volti a capire l’evoluzione dell’indice di riproduzione (Rt) del Covid-19.

Il primo, pubblicato a giugno 2020 su Nature, valuta l’effetto delle restrizioni – altrimenti dette “non pharmaceutical interventions” o Npi –, misure che vanno dalla chiusura delle scuole, al distanziamento sociale, al divieto di grandi eventi, fino alla chiusura totale, e rappresenta la pietra filosofale dei “chiusuristi”, dal momento che attribuisce ai lockdown nazionali “la riduzione dell’80% dell’Indice di riproduzione Rt”, e un risparmio in termini di vite umane pari a 3,1 milioni di persone in 11 paesi europei.

Il secondo, pubblicato a dicembre dell’anno scorso, su Nature communications prende invece in esame la variazione dell’Rt in funzione della sola mobilità (spostamenti e interazioni sociali).

Traslando i due modelli del contagio di 14 paesi europei – trai quali Italia, Francia e Germania – gli scienziati si sono resi conto che, al netto di effetti diversi sull’Rt attribuibili ai casi “sommersi” e alla differente capacità di testing, il risultato in termini di decessi giornalieri risulta praticamente identico.

Secondo gli scienziati, gli effetti delle restrizioni “non sono solidi” e risultano “altamente sensibili al modello utilizzato, alle ipotesi e ai dati utilizzati per adattare i modelli”.

Daltronde, sottolinea il gruppo di Ioannidis, gli stessi due modelli realizzati dall’Imperial college arrivano a conclusioni diverse: se il primo considera il lockdown come la misura più efficace per arginare il numero dei decessi, il secondo in realtà attribuisce alle chiusure totali un beneficio minimo, se non addirittura nullo.

Tradotto, attuando le misure base previste dal “modello 2” – riduzione della mobilità, distanziamento, uso delle mascherine e igiene –, il risultato in termini di decessi sarebbe stato identico. Non proprio una bella notizia, segno che il virus “morde” indipendentemente dalle limitazioni messe in campo ma quantomeno ci saremmo risparmiati un lockdown.

Che problema c’è, potrebbe chiedersi qualcuno. Del resto per la scienza confutare le tesi e formularne di nuove rappresenta il pane quotidiano. Tuttavia, ammettono gli autori, il primo modello ha avuto un peso determinante nel condizionare la scelta del decisore politico di attuare le chiusure totali, e, sempre secondo gli scienziati, trascurare la “sostanziale incertezza del modello” quando si è trattato di applicare restrizioni “più aggressive” in grado di produrre “effetti più negativi su altri aspetti della salute, della società e dell’economia”, ha rappresentato un errore madornale.

Nessuno può tornare indietro per cambiare il passato e impedire l’applicazione di misure che oggi possiamo considerare sproporzionate. Ma perchè alla luce di questi studi l’unica soluzione proposta contro il Covid, anche nel nostro Paese, rimane solo chiudere, chiudere e ancora chiudere? Una posizione ideologica, frantumata oggi dalla scienza che i tifosi del lockdown invocano ad ogni piè sospinto».

[ di Antonio Grizzuti, La Verità, 31 marzo 2021 ]




COVID: NUMERI A VANVERA di Leonardo Mazzei

«Covid, il premier blocca Salvini: “Si decide in base ai contagi”». Questo il titolo de la Repubblica di ieri. Chiaro il messaggio: l’ignorante e pressapochista padano è stato stoppato dallo scientifico ed oggettivo presidente del Consiglio. A decidere sono i “numeri”, come avrebbe alla fine convenuto anche mister “pesce in barile”, al secolo Giancarlo Giorgetti.

In realtà le cose appaiono leggermente più complesse. Sono mesi che, con i loro numeri, giocano settimanalmente a disegnare una folle “Italia a colori”: giallo, arancione e rosso, con sullo sfondo un mitico ed irraggiungibile bianco. Ma ora si sono stancati. A metà marzo hanno così eliminato il giallo: troppo aperturista ed umano, roba non confacente ai tempi nostri. Doveva essere fino a Pasquetta, ma adesso sappiamo che il giallo sarà cancellato almeno fino al 30 aprile.

Il partito rigorista ha dunque vinto anche stavolta, questa è la chiave di lettura dei commentatori. Nessuno dei quali si chiede però come mai questa linea venga continuamente riproposta nonostante i suoi clamorosi insuccessi. Guardare un po’ più in là del proprio naso potrebbe infatti comportare qualche rischio, meglio tenersi bassi e continuare a disquisire sui numeri.

Nel tripudio dei fautori del governo dei tecnici, sono loro (i numeri) “a decidere”. Questo almeno è quel che ci dicono. In questo modo la vita dei governanti è diventata oltremodo comoda, le loro decisioni indiscutibili.

Dunque, tutto il potere ai numeri! Già, ma quali numeri? Tante le cose da dire in proposito, e molte le abbiamo già affrontate in questo anno, ma oggi vogliamo dedicarci ad un solo aspetto, una questioncella rivelatrice assai. Come vengono calcolati i cosiddetti “casi”? Tutti i giorni leggiamo e sentiamo parlare di nuovi positivi, che vanno ad aggiungersi al totale conteggiato il giorno precedente. Ma i “nuovi casi” sono davvero tutti nuovi? Sembrerebbe proprio di no.

Il caso della Lombardia

Nella pittoresca Italia della controriforma del titolo V della Costituzione del 2001, non è chiaro se ogni Regione adotti criteri propri, oppure no, nemmeno nella rituale conta giornaliera dei casi di Covid 19. Nell’incertezza è bene stare dunque alle dichiarazioni ufficiali. Due in particolare, giunte nelle ultime 48 ore, ci paiono piuttosto interessanti.

La prima ci viene dall’account Twitter ufficiale della Regione Lombardia. Oggi infatti i responsabili politici ed amministrativi non spiegano mai chiaramente ciò che fanno, ma in compenso twittano e postano su Facebook.

«Il numero dei positivi comprende anche quelli che sono risultati positivi ai successivi tamponi». L’italiano è un po’ stentato, ma il succo è chiaro: i positivi che ogni giorno vengono aggiunti al totale non sono tutti “nuovi positivi”, dunque “nuovi casi”. Al contrario, in ogni dato quotidiano si sommano mele e pere, addizionando i veri nuovi casi con le positività di chi positivo lo è già da tempo. Dunque, vi saranno casi che figurano una volta, altri due, tre, eccetera. Che valore abbiano numeri messi insieme in questo modo non sarà difficile da giudicare. Quel che è certo – su questo non sbagliano mai – è che così facendo la statistica non è solo falsa, ma sempre alterata in un’unica direzione: quella dell’ingigantimento dei dati reali.

Questo assurdo metodo di conteggio era già emerso nella primavera del 2020. Si disse allora che era dovuto all’impreparazione ed al caos del momento. Gli ingenui come me ci credettero e non se ne parlò più. Che adesso, dopo 13 mesi (tredici), il sistema sia ancora quello è un fatto che si commenta da solo.

Ho parlato della cosa con un amico medico, per capire se aveva un’interpretazione del tweet di cui sopra diversa dalla mia. In certi casi uno spera sempre di sbagliarsi… Ma questa spiegazione non l’ho avuta: «sai siamo in Lombardia e lì può succedere di tutto».

Purtroppo però la Lombardia non è sola…

La conferma della Toscana

Questo è il post di giovedì scorso del presidente della Toscana, Eugenio Giani. Uno schema non casuale e replicato tutti i giorni.  Nella frase finale – «Il tasso dei nuovi positivi è 6,14% (13,9% sulle prime diagnosi)» – la confessione dei barbari lumbard viene di fatto confermata dai civilissimi toscani. Se non vi fosse l’inganno è chiaro che “nuovi positivi” e “prime diagnosi” dovrebbero coincidere. Ma così non è, perlomeno non nella comunicazione del Giani.

Chiaro dunque che anche qui, come abbiamo già visto in Lombardia, i “nuovi positivi” non sono del tutto nuovi, assommando invece vecchi e nuovi come fossero la stessa cosa. I veri nuovi positivi, coloro che manifestano la positività per la prima volta, corrispondono evidentemente alle “prime diagnosi”, delle quali però si fornisce la percentuale ma – domandiamoci il perché – non il numero.

Il bello è che la Toscana passerà da lunedì prossimo in zona rossa solo per 21 casi. Dopo che le autorità regionali avevano trionfalmente annunciato la permanenza in arancione (quasi fosse il regno di Bengodi!), alla fine è arrivato l’immancabile Iss ad annunciare il rosso. Causa di questo cambio di colore la “scoperta” di 102 casi che si “erano persi” (colpa dei cinesi?) in provincia di Prato.

Ma quanti dei 9.200 casi settimanali registrati nella regione sono dovuti in realtà alla positività dei tamponi di controllo? Stime ultra-prudenti parlano di almeno un 30%, cioè di 2.700 “casi” che si dovrebbero sottrarre al totale. Si aggiungano a questi i falsi positivi, particolarmente elevati nei test rapidi, ed ognuno potrà capire la bestialità di affidarsi unicamente ai numeri. Quantomeno a questi numeri.

Ora, noi siamo assolutamente contrari alla carnevalata dell’Italia a colori. Assurda quanto inutile nel contrasto all’epidemia, essa serve solo a proseguire in altre forme un confinamento che uccide l’economia e falcidia ogni libertà. Ma anche chi questa buffonata la sostiene, dovrebbe almeno riflettere sul sistema di rilevamento dei dati, un’offesa bella e buona all’intelligenza di ognuno.

Conclusioni

Mai avremmo pensato di doverci ritrovare a commentare una simile falsificazione dei dati tredici mesi dopo l’inizio dell’epidemia. La cosa è talmente grave da risultare quasi incredibile. Ed invece è credibilissima. Ad attestarcelo sono proprio le fonti ufficiali che abbiamo citato. Tuttavia qualcuno continuerà a pensare ad una nostra malevola interpretazione. Benissimo, chi è in grado di mettere in discussione quel che abbiamo scritto lo faccia quanto prima. Saremmo felicissimi di essere smentiti, ma ben difficilmente ciò avverrà.

L’assurda metodologia che abbiamo denunciato nel quotidiano rilevamento dei “nuovi” casi (che nuovi sono solo in parte) viene utilizzata solo in Toscana ed in Lombardia? Decisamente improbabile. Chi scrive ha solo accertato un diverso comportamento da parte della Regione Marche. Ma il fatto stesso che esistano metodologie diverse ed opposte tra regioni, che sono poi soggette agli stessi parametri nazionali al fine delle misure di confinamento da adottare, è di una gravità inaudita. Ed altrettanto grave è l’assoluto silenzio dei media su tutto ciò.

E’ questa la tecnica nel tempo in cui tutti ci cantano le virtù di un potere affidato ai tecnici? E’ questa l’applicazione concreta della scienza nell’epoca in cui essa si è fatta religione assoluta? E’ questa la competenza nella stagione del presunto “governo dei competenti”? Ammazzate oh!, come direbbero a Roma.

Infine una considerazione non nuova, ma alla quale siamo costretti ogni dì. Il pressappochismo nella rilevazione dei casi di Covid produce sì statistiche false – e già non è poco – ma produce soprattutto statistiche sempre orientate nello stesso senso: quello dell’ingigantimento dell’epidemia. Errare è umano, ma (fateci caso) mai che avvenga un errore in senso opposto. Il catastrofismo della narrazione ufficiale ha da essere alimentato in tutti i modi. Esso serve a giustificare ogni porcheria, a coprire ogni arbitrio incostituzionale, ad occultare il dramma sociale di una disoccupazione reale ormai alle stelle. Di fronte a tutto ciò, volete che rinuncino alla falsificazione bella e buona dei dati? Sarebbe chieder troppo a lorsignori. Ed infatti quelli che ci vengono forniti sono spesso dei numeri a vanvera, ma che hanno sempre un loro perché. Non scordiamolo mai.

Fonte: Liberiamo l’Italia




AAA, ONESTA’ INTELLETTUALE CERCASI di Leonardo Mazzei

AAA, onestà intellettuale cercasi: questo l’annuncio che dovrebbe campeggiare in testa alle prime pagine dei giornaloni e nei titoli dei Tg. Ma questo sarebbe possibile solo ove l’oggetto della ricerca fosse presente in quei luoghi almeno in minima dose. Ma così palesemente non è. Ed è proprio per questo che la ricerca è difficile. Oggi, in tempi di narrazione pandemica unificata e di regime, addirittura disperata.

Detta così sembrerebbe quasi la mitica scoperta dell’acqua calda. Del resto, l’onestà intellettuale è da sempre merce rara. Ma qui non stiamo parlando di un’onestà perfetta ed assoluta, difficile da ottenersi per chiunque. Qui vogliamo occuparci invece della manifesta disonestà intellettuale che ci viene riversata addosso a tonnellate ogni dì. Per essere più chiari: una cosa è insistere su una propria idea anche quando i suoi presupposti cominciano a vacillare nella realtà fattuale; altra cosa è negare l’esistenza stessa dei fatti che la inficiano. Nel primo caso siamo di fronte ad un errore correggibile, al massimo ad un peccato veniale; nel secondo alla menzogna bella e buona.

Prendiamo il caso dei vaccini. Già alla fine dello scorso anno, abbiamo sostenuto come su questa controversa questione bisognerebbe passare dalla tifoseria al ragionamento. Così scrivevamo infatti il 29 dicembre scorso:

«Possiamo negare che il vaccino possa in qualche modo contribuire a contrastare l’epidemia? Possiamo cioè negare in assoluto il suo valore d’uso? Evidentemente no. Possiamo, e con mille ragioni, dubitare della sua sicurezza. Così come possiamo dubitare ragionevolmente della sua sensatezza, visto che avrà forse un’efficacia temporale molto limitata, o considerato comunque che l’epidemia si esaurirà probabilmente da sola in un biennio, come ci ha ricordato il 24 dicembre lo stesso presidente dell’Aifa – Agenzia italiana del farmaco – Giorgio Palù.  Ma, ci direbbe subito il vaccinista di turno, si può per questo negare che il vaccino possa avere un ruolo, magari marginale, nel salvare un certo numero di vite umane? Ecco, è a questo punto del discorso che si imporrebbe – beninteso, per entrambe le parti – il passaggio dalla tifoseria al ragionamento. Certo che il vaccino potrebbe salvare un certo numero di vite umane, ma quante altre potrebbe metterne a rischio a causa di una sperimentazione del tutto insufficiente? Vale davvero la pena adottare una “soluzione” forse peggiore del male?».

Da allora sono passati due mesi e mezzo, ma l’atteggiamento religioso, addirittura sacrale nei confronti del vaccino – peggio ancora, dei vaccini qualunque essi siano (unica eccezione quello russo!) – non è cambiato di una virgola. La tifoseria dei vaccinisti a prescindere si fa anzi sempre più rumorosa ogni giorno che passa. Siamo così arrivati ad una disonestà intellettuale vomitevole, tanto imbarazzante da essere ormai quasi incommentabile.

Due irrisolvibili contraddizioni chiariscono al meglio ciò di cui stiamo parlando.

La prima. Da un lato ci dicono che vaccinarsi è un dovere morale (lo ha detto perfino il Papa), il non plus ultra della solidarietà esprimibile in questi nostri e disgraziati tempi. Dall’altro ci ricordano invece che il vaccino non protegge comunque dal contagio, tant’è vero che il vaccinato dovrà continuare a mascherarsi e a “distanziarsi” al pari dei non vaccinati. Ma se è così, se il vaccinato continua ad essere un possibile veicolo dell’infezione al pari del non vaccinato (tra parentesi: ma che razza di vaccino è???), in cosa consisterebbe questa solidarietà? Qualcuno è in grado di spiegarcelo? Ovviamente no, ma se tu lo fai notare ecco che scatta subito la sentenza: negazionistaaa! E va bene: negazionista sì, ma delle fandonie che vorrebbero farci bere a tutti i costi.

Ma c’è una seconda contraddizione emersa alla grande negli ultimi giorni. Come noto, dopo numerose morti sospette, alcuni paesi europei hanno sospeso l’uso del vaccino di AstraZeneca, mentre altri (tra i quali l’Italia) hanno tolto dalla circolazione il lotto incriminato. Bene, questa azione precauzionale – peraltro fin troppo tardiva – ha senso solo come premessa ad un accertamento dell’eventuale legame tra quei decessi e la somministrazione del vaccino. Viceversa, sospensioni e ritiri sarebbero atti semplicemente insensati. Per cui delle due una: o le autorità politiche e sanitarie hanno agito in modo scriteriato (e allora lo si dica), oppure dobbiamo aspettare delle risultanze minimamente attendibili. Cosa avviene invece? Mentre queste risultanze ancora non ci sono, a pronunciarsi sono i politici, i giornalisti e gli osceni scienziatoni da palcoscenico che continuano a dirci da un anno la stessa cosa: che hanno ragione loro a prescindere, e – questo è il bello – ce l’hanno sia che dicano bianco sia che dicano nero.

Il giorno dopo allo scoppio del problema in Italia (ed in Europa) così sottotitolava il Sole 24 Ore: «Draghi e Von der Leyen: “Nessun legame con la trombosi”». Stessa musica dall’Ema e dagli infettivologi che conosciamo – Galli: “E’ una bufala” – mentre ieri l’impagabile Speranza assicurava che “AstraZeneca è sicuro”. E potremmo continuare, perché da lorsignori è tutto un coro di rassicurazioni, ma nessuno che ci spieghi allora il senso delle misure prese.

Fermiamoci qui che basta e avanza. La faccia tosta di questi signori è davvero insopportabile. Si potrebbe capire un ragionamento che dicesse: “d’accordo, vista l’insufficiente sperimentazione, questi vaccini hanno limiti di efficacia da verificarsi nel tempo, insieme a rischi che stiamo ancora valutando, ma essi vanno a nostro avviso accettati a confronto di quelli rappresentati dal virus”. Noi non saremmo comunque d’accordo, ma un discorso così sarebbe almeno formalmente onesto.

Questa onestà, anche solo formale, l’odierno potere non se la può permettere. I cittadini non devono essere messi nella condizione di ragionare. Essi, in quanto sudditi, devono solo obbedire. Da qui le menzogne a cascata del nuovo regime politico-mediatico-scientifico. Da qui l’inevitabile disonestà degli intellettuali che stanno coi frati e zappano l’orto.

Sono stato troppo tranchant? Temo di esserlo stato troppo poco.