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EPURARE IL MOVIMENTO di Moreno Pasquinelli

Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io

«Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale che garantisce il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini. Chi decidesse di interromperlo arbitrariamente violerebbe la legge».

Sembrerebbe un sacrosanto j’accuse contro le misure restrittive e di Stato d’emergenza adottate dal governo Conte e poi potenziate da quello Draghi col “Green Pass”. Invece no, è quanto scrivono ieri, in un comunicato ufficiale Cgil, Cisl e Uil Trasporti in merito al proclama con cui “Basta Dittatura” (canale Telegram amministrato da loschi provocatori) invita per oggi a bloccare le stazioni ferroviarie. Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere che gli stessi sindacati, che non hanno alzato un dito quando il governo ha letteralmente abolito assieme a quello della mobilità sostanziali diritti di libertà, oggi facciano la voce grossa.

Come se non bastasse, ancora una volta un ex-sindacalista e ora araldo di +Europa, Giuliano Cazzola, in diretta TV, invoca un nuovo Bava Beccaris a ”sparare sui no vax”. Non si tratta solo di istigazione alla violenza (punibile in base all’art. 604bis c.p.), siamo davanti all’invocazione stragista. Non illudetevi che ci sia un magistrato che deciderà di metterlo in galera. Non ci sarà come non ci sono stati magistrati che, malgrado le tante e argomentate denunce, abbiano trovato il coraggio di mettere sotto accusa governi, ministri e politicanti che hanno palesemente violato leggi dello Stato e la stessa Costituzione.

In galera finiranno invece di sicuro coloro i quali, magari in buona fede, aderendo all’appello di “Basta Dittatura”, bloccheranno oggi, da qualche parte, stazioni ferroviarie e binari.

L’annunciato blocco è una vera e propria manna per un governo in grande difficoltà davanti ad un movimento che in queste settimane è andato crescendo, e alle prese con gli intoppi della campagna vaccinale. Gli consente di trasformare una vicenda tutta politica in questione di ordine pubblico.

Ecco che ci spieghiamo come, da alcuni giorni, è stata scatenata ad arte una vera e propria campagna di criminalizzazione contro il movimento No Green Pass”. Vecchia e collaudata tecnica made in Italy quella della Strategia della tensione. La differenza è che nei tempi andati ci volevano una strage o dei morti nelle piazze per scatenare la repressione, ora, a conferma dei tempi minacciosi che viviamo, basta l’annuncio di blocchi ferroviari. Come ogni Strategia delle tensione essa va fatta precedere dalla campagna propagandistica del fango e della criminalizzazione del movimento. Ecco quindi che i giornaloni in edicola oggi affermano che il movimento sarebbe “guidato dall’estrema destra”. Una menzogna ovviamente, ma tutto fa brodo per sputtanare le proteste e isolare il movimento.

Non che non siano giustificate azioni di protesta contundenti tese a inceppare la macchina della nascente dittatura. Ma ciò che è moralmente e teoricamente giustificabile non per questo è fattibile e ammissibile politicamente. Chi dirige un movimento deve ben calcolare le mosse, e questo implica intelligenza, maestria, senso della realtà. Deve tenere conto dei rapporti di forza tra esso e il nemico e, soprattutto avere contezza della natura del movimento stesso, delle sue peculiarità. Ogni azione produce una reazione. Se si decide di alzare il livello dello scontro bisogna essere attrezzati alla eventuale risposta del nemico. Questo movimento appena nato sarebbe in grado di tenere testa ad un’eventuale dura offensiva del governo? La risposta è no, e se la risposta è no vanno evitate velleitarie fughe in avanti.

Non stiamo parlando agli occulti personaggi che giocano ad estremizzare le forme di resistenza. Non dialoghiamo coi provocatori.  Noi vogliamo mettere in guardia gli attivisti che dovessero cadere nella loro trappola. Che il movimento fosse stato infiltrato lo avevamo detto già nei mesi scorsi. Questo è il momento di separare il grano dal loglio. Se il movimento non saprà epurarsi presto dai provocatori e dagli avventurieri, se non sarà capace di sbarazzarsi degli azzeccarbugli, esso andrà incontro, per la gioia del potere, ad una veloce sconfitta.

Occorre quindi lasciarsi alle spalle la fase della spontaneità, fisiologica di ogni movimento che muove i primi passi. Giunti a questo punto ogni culto impolitico della “spontaneità” è un assist al governo. Come abbiamo detto l’entusiasmo deve diventare tenacia. Bisogna ficcarsi bene in testa che abbiamo una lunga e difficile Resistenza davanti e non illudersi di ottenere qualche clamorosa vittoria. E Resistenza implica organizzazione, visione politica, direzione.

Fonte: liberiamolitalia.org




FACCIAMO IL MIRACOLO

Grande adesione all’assemblea del Circo Massimo

Il capo della Polizia di Stato, via Corriere della Sera di oggi 23 aprile, ci informa che da inizio anno ci sono state in Italia ben 4.500 manifestazioni di protesta, la gran parte delle quali per porre fine allo stato d’emergenza permanente.

E’ più di un sintomo, è la prova di un risveglio generale, che la pentola bolle e il coperchio potrebbe saltare. E’ il segnale che si sta uscendo dal clima di paura narcotizzante, che Draghi ed i satrapi che lo sostengono non dormono sonni tranquilli.

Da Sud a Nord in questi mesi è stato un proliferare di iniziative, a volte piccole, a volte molto grandi. Sono germogliate in questo anno, malgrado le catene della “dittatura sanitaria”, una moltitudine di associazioni e comitati. Una vivacità sorprendente — alla faccia di chi blaterava di un popolo italiano assuefatto e inerte — che fa dell’Italia il Paese dove la nuova resistenza è più capillare, forte e politicamente avanzata.

Tutti questi rivoli vanno ora fatti confluire in un unico grande fiume in piena. Basta con la frammentazione e la dispersione. Occorre unità, occorre fare fronte comune.

Per questo la MARCIA DELLA LIBERAZIONE ha indetto l’assemblea che si svolgerà domani a partire dalle ore 14:00 a Circo Massimo (Roma).

Siamo a più di 90 movimenti e associazioni che hanno aderito e assicurato la loro presenza, assieme a tanti comuni cittadini ribelli. Ribelli non eversori, poiché eversivo è il regime che è stato istituito col pretesto della pandemia. Quando un governo agisce fuori dalla legalità la ribellione è legittima.

Qui sotto l’elenco delle adesioni aggiornate ad oggi pomeriggio:

Aggregazione Spontanea Base; Alle Arti Collettivo artistico; Alleanza Cristiana; Alleanza Stop5G; Alternativa Riformista; Ancora Italia; APS Country Road (Formigine-Mo); APS Vivibensipo; Arca dell’Alleanza Ct; Assis (Serravalle); Associazione Fieristi Italiani (AFI); Associazione Happiness University; Associazione Rinascita VCO; Atto Primo SALUTE AMBIENTE CULTURA; Becciolini Network; Coalizione Etica; Coemm-Clemm; Comilva; Comitato covid19-Basta Paura; Comitato di Cittadinanza (Salento); Comitato E ORA BASTA!; Comitato federativo provvisorio; Comitato Liberi Pensatori (Cinisello Balsamo); Comitato MoNo5G! (Modena); Comitato Nonna Maura; Comitato Romagna per la Costituzione; Comitato Romagna per la scuola; Comitato sana e robusta costituzione; Comitato Salute Bene Comune; Comitato spontaneo Il Quadrifoglio (Friuli Venezia Giulia); Comitato tecnologie sostenibili – stop5g Romagna; Comitato valdostano per la Tutela dei Diritti Umani; Confederazione Sovranità Popolare; Contrordine Sociale; Coordinamento umbro per la Costituzione; Costituzione in azione – Udine; ESC (Palermo); FaCiviltà; Faremondo (Bologna); Federazione Civica Italiana Bene Comune; Federazione Popolo Sovrano; Fococlaro R2020 (Roma); Forza del Popolo; Forze Popolari (Toscana e La Spezia); Fuoco Energia Vulcanica R2020 Catania; Fuoco R2020 (Chieti); Fuoco R2020 Economia del dono; Fuoco R2020 (Gravellona); Fuoco R2020 (Pesaro); Fuoco Sacro (Fuoco di resistenza R2020 Napoli); Genitori Lombardia; Io apro tutto Roma; Italexit; Italia unita; La Genesi (Milano); L’Eretico; La Prima Linea; Le Partite Iva Italia; Libera Scelta Campania; Libera Scelta Terni; Liberazione Italia; Liberiamo l’Italia; Liberi cittadini Milano; M.e.d.a. Movimento Europeo Diversamente Abili; Medici per la Verità; Medici e Operatori Sanitari Istanza Diritti Umani (IDU); Movimento Cittadini Italiani; Movimento Imprese Italiane; Movimento Italia Unita; Movimento Libertario; Movimento Ristoratori; Movimento Sport e Salute; MPL-P101; Nel nome del padre Ippocrate; Onda Popolare; Palestre GimFIVE; Partito Nazionale; Partito Sovranità Popolare; Partito Valori Umani; Popolo Sovrano; Reopen Italia; Resistenza Attiva; Resistenza Tricolore; Rete Informazione Europea; Riconquistare l’Italia (FSI); Rinascita Nazionale; Riscossa Italia; Romagna per la Costituzione; Romagna per la scuola; RRI2020 & The Walk of Change; Salviamo i bambini dalla dittatura sanitaria; Sìamo; Soprattutto Liberi; Teatri Consapevoli; Unialeph; Unione Partite Iva (UPI); World Wilde Demonstration Italia
Fonte: Liberiamo l’Italia



IL GRANDE RESET di Ilaria Bifarini

Dalla pandemia alla nuova normalità. Fresco di stampa il libro di Ilaria Bifarini

Nulla tornerà come prima. Dimentichiamoci il mondo come lo avevamo conosciuto prima di febbraio 2020.

Esagerazione? Catastrofismo? No, è l’inizio di una nuova era. La crisi che stiamo vivendo farà da catalizzatore a cambiamenti necessari per accelerare la realizzazione di un disegno già predisposto, che prevede l’annientamento dell’attuale sistema socioeconomico. È il Grande Reset, il tema del prossimo Forum di Davos, il consesso annuale dove si riuniscono i grandi della terra per decidere su questioni che riguardano la governance mondiale. Un piano preciso, ufficiale e ben documentato, sul quale istituzioni internazionali, filantropi, organizzazioni non governative e mega-aziende private collaborano apertamente già da tempo.

Nelle menti di chi progetta il nuovo mondo la dichiarata pandemia rappresenta un’occasione troppo preziosa per essere sprecata: nulla dovrà tornare come prima. Le misure restrittive adottate dai  governi hanno sdoganato definitivamente pratiche comportamentali funzionali alla nuova normalità, dallo smartworking alla teledidattica. Le nuove abitudini acquisite dalle popolazioni durante la crisi del coronavirus hanno apportato quell’impulso alla digitalizzazione e all’automazione decisivo per implementare la Quarta Rivoluzione Industriale, che finora stentava a realizzarsi. Milioni di imprese spariranno, molte avranno un futuro incerto. Altri nuovi mercati verranno a crearsi, sulle ceneri dei vecchi che dovranno far posto alla trasformazione.

Intanto, mentre si procede alla realizzazione del piano, presentato dai suoi fautori come l’alba di un mondo migliore, più equo e sostenibile, ovunque si assiste a un ulteriore aggravamento delle disuguaglianze e della concentrazione di ricchezza, con un’impennata straordinaria dei redditi dei miliardari e uno scivolamento di milioni di cittadini nella fascia di povertà. Una tendenza destinata ad aggravarsi, con la distruzione di milioni di posti di lavoro e dell’economia di produzione, destinata a dissolversi per far posto ad altri mercati, sempre più digitalizzati e supportati dalle nuove intelligenze artificiali.

A differenza delle rivoluzioni tecnologiche del passato, che inauguravano un periodo di crescita e di creazione di nuovi lavori, oggi l’azione combinata delle tecnologie informatiche e di quelle biologiche apre scenari inediti. L’essere umano, minacciato da un’intelligenza artificiale sempre più performante e capace di sostituirlo in attività un tempo impensabili -dalla medicina al giornalismo- si troverà a fare i conti con un senso di inutilità e inadeguatezza. La crescente disoccupazione e la distruzione dell’economia reale, frutto della gestione della crisi del Covid, lasceranno una desertificazione industriale e lavorativa,  destinata a rimanere tale secondo i progetti stessi del Grande Reset.

Riuscirà questo piano nel suo compito di trasformare non solo l’economia e la società, ma anche la natura stessa dell’essere umano? Una sfida aperta, su cui fa luce questo mio ultimo lavoro.

* Fonte: Ilaria Bifarini



SCISMA NEL CATTOLICESINO UNIVERSALE? di F.f.

Riceviamo e pubblichiamo

Ci eravamo già occupati, più di un anno fa, della guerra civile ideologica a bassa intensità che caratterizza il mondo cattolico contemporaneo (QUI; QUI). Avevamo cercato di non schierarci né con il fronte conservatore cattolico né con quello progressista, oggi di certo egemone grazie al Pontefice Francesco. E’ uscito in questi giorni un importante documento del più rappresentativo corifeo di quello che chiamavano il Partito Nero di Bergoglio; si tratta di un importante scritto del gesuita Antonio Spadaro per la “Civiltà Cattolica” sulla spinta propulsiva dell’attuale pontificato, la quale (Cfr. Accenti, 09, 2019) dette spazio anche all’ermeneutica dell’identità cristiana russa, rimanendo in sostanza nel clichè neo-bizantinista e non soffermandosi sulla sostanza escatologica di Mosca “Terza Roma” quale “Quarta Gerusalemme” o Nuova Israele. Spadaro non ritorna qui sul concetto di Rivoluzione profetica e antiapocalittica quale misura del Pontificato di Francesco, non caratterizza più il Governo di Francesco come governo del cambiamento storico mondiale, ma si limita, abbassando assai il tiro, a rimarcare l’ispirazione bergogliana dal “prete riformato Pietro Savre (1506-1546), teologo francese vicino a Ignazio di Loyola (fondatore della Compagnia di Gesù, 1491-1556) e da qui sviluppa la sua nuova tesi. Il Savre fu il primo gesuita nella storia ad esser ordinato sacerdote e il recupero di Spadaro è a nostro avviso finalizzato alla spinta nel senso del massimo realismo storicista da parte della chiesa “progressista” odierna, oltre ogni ideologia e teologia, che non sia la teologia politica gesuitica.

La contraddizione è politica

Non a caso, nel nostro scritto avevamo già sottolineato l’intimo politicismo clericalistico e machiavellista dell’attuale pontificato, oltre ogni retorica pseudoterzomondista o pseudoumanitaria. Ora tutto ciò viene finalmente allo scoperto senza eccessivi giri di parole. In questo contesto, inoltre, Spadaro fa valere l’importante concetto di discernimento spirituale, dispozione interiore ignaziana, quale base dell’azione decisionale di Governo del Pontefice, quale intimo ascolto consolante, a fronte della desolazione planetaria. Alla “rivoluzionaria” parresia pontificale di fronte ai potenti del mondo, si aggiunge il discernimento come acuminato punteruolo adialettico di possibile armonizzazione di conflitto e contraddizione. Vi è, in nuce, la risoluzione storico-spirituale del discernimento “riformato” gesuita come modello di condotta etica, e politica, rispetto alla contrapposizione ideocratica e teologico-politica che divampa nella Chiesa dal concilio Vaticano II, quella appunto tra conservatori e progressisti. Il fatto che Spadaro rimetta al centro del discorso la spinta propulsiva dell’attuale pontificato significa chiaramente che varie cose non sono andate, in questi sette anni, nel verso auspicato.

Dalla Brexit al conservatorismo cristiano trumpiano al timone nella nazione più importante d’Occidente, dalla avanzata della Nuova Destra israeliana anti-occidentale e filorussa sino al ridimensionamento di quelle frazioni islamiche rivoluzionarie, derivanti dalle Rivoluzioni Colorate arabe, più fanatiche e violente, genericamente vicine al “progressismo cattolico”, il quadro globale è profondamente mutato dal 2013. Il pontificato di Francesco è stato quasi un lasciapassare per sovranisti e conservatori di ogni sorta, dal mondo arabo-mediterraneo a quello occidentale. La politica sui migranti e sul cambiamento climatico, è di pochi giorni fa il discorso inviato dal Pontefice al Forum Ambrosetti, basato su ecologia, fratellanza, discernimento, rimangono in un certo senso le ultime carte che Francesco si può giocare su quel tavolo storicistico-politico a cui l’elite gesuita tiene così tanto. La sfida storica contro il conservatorismo e il sovranismo è sostanzialmente perduta, a prescindere dal risultato elettorale del novembre americano, anzi a maggior ragione dovessero prevalere Biden e Kamala Emhofff Harris. Con Trump, Bergoglio può continuare recitare la parte di presunto “oppositore globale” e rimane un solido punto di riferimento ideocratico dell’elitismo globalista; con i Liberal e la Sinistra progressista globalista al timone in Occidente, la sua voce sarebbe inevitabilmente ai margini e vieppù solo tollerata.

A destra e sinistra di Cristo

L’elitismo gesuita, sin dal concilio Vaticano II, ebbe di mira il costantinismo e la teologia eusebiana come modello di cultura teologica organicista e comunitaria da estinguere e superare. Il pragmatismo, grande e nobile punto di forza del gesuitismo, è al riguardo d’obbligo nell’analisi ed in tal senso dobbiamo tentare di apprendere qualcosa proprio dallo studio della storia italiana; storia che fu dalla prima guerra alla fine della guerra fredda l’ avanzato laboratorio politico internazionale dell’epoca, con le varie frazioni cattoliche in prima linea. Lo scontro tra queste due frazioni, modernisti e conservatori nella chiesa, è infatti da allora a oggi ininterrotto. La vittoria conciliare del “progressismo”, un grande e significativo momento nella storia della chiesa, fu al tempo stesso la vittoria globale della sinistra democristiana filosocialista (Y. Congar) ma anche dell’elitismo progressista cattolico, come sottolineò con arguzia il teologo gesuita Danièlou, una rarissima voce fuori dal coro della “sinistra gesuita”.

La chiesa dei poveri, la chiesa del popolo si identificava infatti con la chiesa conservatrice del Pontificato di Pio XII (1876-1958) e con il tradizionalismo antimodernista, che non dovrebbe significare antimoderno, di Padre Pio (1887-1968); la chiesa conciliare e progressista fu invece la chiesa dei soli puri, degli eletti, degli “iniziati”, fu la chiesa dei Teilhard de Chardin e dei Rahner, fu la chiesa dei sapienti e degli “scienziati” con a cuore problematiche sociali progressiste. Del resto, specificò Del Noce, il progressista cattolico si trova teologicamente più a suo agio con un altro progressista o rivoluzionario, anche se ateo, piuttosto che con un altro cristiano, soprattutto se ortodosso slavo o russo. Realisticamente, va infine detto che la “eversione” elitista conciliare – sono parole di Mons. Lefebvre, fondatore della Fraternità San Pio X e scismatico, secondo Papa Paolo VI e Giovanni Paolo II, ma non secondo Benedetto XVI – ha finito per rendere l’Italia un paese culturalmente e religiosamente più vicino a quel secolarismo protestante ateo, materialistico e nichilista che la fa da padrone in Nord Europa e in alcune metropoli del Nord America.

La Sinistra democristiana dossettiana o neo-dossettiana, alleata del radicalismo ideologico di massa, ha di fatto trionfato nella storia italiana mediante Paolo VI, Bergoglio ma anche Karol WoJtyla che fu certamente un carismatico condottiero politico modernista e progressista russofobo, con notevoli spunti sociali antimercatisti, di sinistra. Le analisi di Baget Bozzo sulla storia del “partito cristiano italiano”, che va ben oltre la storia della DC ma coinvolge lo stesso fascismo e il movimento storico socialista, sono a nostro avviso illuminanti. Il centrismo degasperiano e andreottiano, strategicamente basati sul concetto “populista”, si direbbe oggi, di “democrazia sovrana e protetta” (Cfr U. Nieddu, De Gasperi e lo Stato forte, “Concretezza”, 1 luglio 1972) repressiva verso le Sinistre ma finalizzata all’assorbimento dei neofascisti del Msi dentro il centrismo decisionista e “sovranista”, veniva considerato dai dossettiani prima, dai fanfaniani poi, una metamorfosi postfascista forse più pericolosa del Movimento sociale anche in virtù dell’ambigue posizioni di Alcide De Gasperi in occasione della guerra civile spagnola e delle disposizioni razziali antiebraiche del 1938, salutate come un dono della provvidenza.

Tale interpretazione sarà fatta propria anche dal filosofo marxista Ugo Spirito, quando negli anni ’70 si pose all’ordine del giorno il procedimento di scioglimento del Msi. La dicotomia cattolica novecentesca fu in effetti il frutto di una politicizzazione del teologico operata in entrambi i campi, non solo dai destri degasperiani e andreottiani, ben rappresentati da correnti presidenzialiste, antiregionaliste e ultraconservatrici come “Europa 70”, ma anche dai sinistri dossettiani. Se vogliamo parlare di costantinismo, dunque, entrambi gli schieramenti lo furono, costantiniani, e lo sono tuttora.

E’ una dicotomia che rimanda evidentemente al posto che il sacro occupi nella società civile, al fatto, come dichiarò Ratzinger nel lontano 1971 contro il cosidetto centro-sinistra (Cfr “Democrazia nella chiesa: possibilità, limiti, pericoli”) che in democrazia individualistica o sociale non vi sarebbe spazio per i cosiddetti “valori non negoziabili”, il mercato trionferebbe comunque con la sua anarchia spietata, lo Stato non sarebbe perciò il garante di valori morali e spirituali superiori ma sarebbe un semplice meccanismo burocratico. E non a caso, la linea di faglia è oggi, ben più di quanto si creda, sul ruolo e la missione della Russia cristiano-ortodossa nel nuovo ordine internazionale. “Vaticano e Russia nell’era Ratzinger” di Nico Spuntoni, uscito proprio in questi tempi, ha evidenziato il ruolo centrale, invero assai trascurato, che l’asse Mosca-Benedetto XVI ha giocato e forse sta tuttora giocando nel disegnare un nuovo ordine globale non progressista e non rivoluzionario, ma escatologico cristiano.

La Terza Roma sarà quindi la Nuova Israele? Ciò che dovrebbe chiamare, se così fosse, i cattolici conservatori a guardare più verso Mosca, meno verso Occidente…..?




DRAGHI? NO GRAZIE! di Moreno Pasquinelli

Il fatto del giorno è l’intervento di Mario Draghi alla kermesse di Comunione e Liberazione.
Non c’è oggi giornale o telegiornale che non parli di questa sortita.

Non c’è dubbio che potenti frazioni dell’élite dominante, dato l’alto rischio che una crisi economica senza precedenti possa trasformarsi in devastante rivolta popolare, vorrebbero Mario Draghi al posto di Conte.

Si tratta degli stessi poteri forti i quali, dopo aver reso la vita impossibile e alla fine piegato il “governo giallo-verde”, hanno tramato affinché nascesse quello “giallo-rosso”. Si trattava, un anno fa, di guadagnare tempo, di servirsi di Conte per impedire che Salvini l’avesse vinta. Compiuta la sua missione ora lo “avvocato del popolo” deve farsi da parte. Si annunciano tempi durissimi e turbolenti, a Palazzo Chigi occorre un leader di ben altra levatura (e con ben altri e poderosi appoggi).

Non è detto che la manovra vada a buon fine, ma che ci sia un disegno per portare presto Draghi a Palazzo Chigi, non c’è dubbio. Visto che a guardia del cadavere c’è rimasto soltanto il pretoriano Marco Travaglio, si può dire che l’esito non è più soltanto possibile, ma altamente probabile.

La cosa, da queste parti, non ci sorprende.
Scrivevo 31 marzo scorso, dopo il fragoroso intervento di Draghi sul Financial Times  in un pezzo dal titolo NO AL PROGRAMMA DRAGHI:

«Con la sua sortita, l’ex-governatore della Bce non solo certifica la sua auto-candidatura a guidare il nostro Paese — dato il precipitare degli eventi più come primo ministro che come presidente della Repubblica. Egli indica la terapia per guarire il malato, la via per tirar fuori l’Unione europea dalla sua crisi mortale».

Il tentativo Draghi è dopiamente insidioso.

Accanto ad una minoranza di cittadini che ha capito chi egli sia e quali interessi difenda, c’è una maggioranza di italiani che sperano invece nella sua discesa in campo.

E’ la maggioranza di cittadini sconsolati e che non sanno più a che santo votarsi, i quali pensano che Draghi possa tirarci fuori dal marasma proprio perché gode di entrature potenti, perché ha voce in capitolo negli ambienti che contano.

Perché non è un fantoccio politico dei poteri forti, ma egli stesso è quel vero potere.

Sarebbe un errore quindi scambiare Draghi per un tecnico laqualunque, alla Mario Monti o alla Cottarelli per capirci.

Va da sé che questa intronizzazione non avverrebbe tramite legittimazione popolare, con delle elezioni, ma grazie alla usuali trame di palazzo. Sarà sostenuto, come si vocifera, da una “maggioranza Ursula”? Vedremo.

Certo quello è lo schema, ma uno schema che potrebbe terremotare il panorama politico, scompaginando il centro-destra e causando nuove scosse all’interno del M5s.

Significativo assai anche visto come Draghi viene presentato dal porcile mediatico. Egli è l’uomo che fa alla bisogna poiché, alla testa della Bce, avrebbe, lui contro tutti, evitato il colasso dell’Unione. E se ha potuto salvare l’Unione volete che non sia capace capace di guidare la “barchetta Italia”?

Il tentativo è insidioso per una seconda ragione.

Draghi viene presentato come il banchiere progressista pragmatico, che avrebbe addirittura capito che occorre farla finita con le politiche neoliberiste. Un esempio su tutti è quanto scrive su La Repubblica di oggi Tonia Mastrobuoni. Nel commentare l’intervento di Draghi in quel di Cielle, scrive:

«L’allievo di Federico Caffè ritiene che ci voglia il coraggio di Bretton Woods, di un progetto che già prima della fine della seconda guerra mondiale creò il Fondo monetario internazionale e l’ordine  onetario del dopoguerra. (…) Finché non si troverà un vaccino, un rimedio alla peste del nuovo secolo — e nessuno può essere certo che si torni all’ordine pre-Covid — l’importante è che la politica economica “non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento”. John Maynard Keynes è il faro di Draghi, quando esorta ad adattare il proprio pensiero alla realtà che cambia».

Non saprei se ridere o se piangere.

E’ vero che Draghi ebbe come docente il compianto Caffè (un economista che mise in evidenza l’intrinseca fallacia del mercato e che denunciò anzitempo e con estremo rigore i mali del neoliberismo), ma egli non seguì affatto i suoi insegnamenti per diventare invece, prima un servo poi una delle teste d’uovo dell’ordine neoliberista, europeo e mondiale.

La Mastrobuoni, non si sa se per ignoranza o malafede, mescola poi il diavolo con l’Acqua santa, facendo l’encomio sia di Bretton Woods che di Keynes quando è noto che Keynes abbandonò la conferenza di Bretton Woods proprio in dissenso con le deliberazioni assunte in merito al nuovo sistema monetario.

Aspettiamoci dunque che il porcile mediatico, pur di preparare la strada all’intronizzazione di Draghi, per quindi turlupinare gli italiani, ce lo descriverà con la menzogna del keynesiano redento.
Si dovrà pur giustificare il passaggio dall’adorazione (come banchiere salva-Ue) alla venerazione come santo e salvatore della patria…

Alcuni articoli sulla vicenda:

IL DIO EURO E DRAGHI L’ANTICRISTO
DRAGHI: IL DIAVOLO FA LE PENTOLE….
LA SOVRANITA’ SECONDO DRAGHI
LA MICIDIALE TRAPPOLA DI DRAGHI
IN ARRIVO IL GOVERNO DRAGHI
NO AL “PROGRAMMA DARGHI”
ARRIVA IL GOVERNO DRGAHI?
SALVINI: DRAGHI WHY NOT
SALVINI E IL SORRISETTO BEFFARDO DI DRAGHI




TIMEO BRUXELLES ET DONA FERENTES di Gianluigi Paragone

 

Fonte: Gianluigi Paragone




SE IL VIRUS INFETTA L’INTELLETTO di Sandokan

Chi non conosce Sergio Romano? Ambasciatore di lungo corso, quindi storico e giornalista, nonché editorialista del Corriere della Sera. Un liberale che sembra uscito da un esclusivo circolo dell’aristocrazia londinese. Il nostro è come un orologio rotto, che indica l’ora giusta almeno due volte al giorno. Di norma non ne azzecca una. Lo stile che s’è cucito addosso è quello del gentlemen sapiente, dello sparasentenze. L’atteggiamento quello della coscienza critica dell’élite italiana la quale, per l’appunto, sarebbe molto poco liberal e troppo gaglioffa.

Nel novembre 2017 dichiarava a la Repubblica: «Io snob? È il mondo che si è abbassato nella qualità. Parecchio».

Il nostro, sul Corrierone, cura una rubrica quotidiana (L’AGO DELLA BILANCIA) per mezzo della quale dispensa martellanti pillole liberali di saggezza.
L’ultima di ieri è degna di nota.

Il nostro esordisce con l’ammettere che “Il coronavirus non ha contagiato soltanto esseri umani ma anche la politica nazionale e internazionale, con risultati che potrebbero essere non meno pericolosi per le sorti del Paese e del continente in cui viviamo” — la scoperta dell’acqua calda, mi direte; vero, non fosse che in giro c’è gente che si ostina a non riconoscere che la dimensione socio-politica della vicenda è enormemente più importante di quella meramente sanitaria.

Dato il condivisibile esordio uno ci aspetterebbe che dall’alto della sua sapienza il Romano mettesse in guardia dallo sfrontato uso politico della pandemia messo in atto soprattutto nei paesi in cui lo Stato d’emergenza sanitaria è stata trasformata in vero e proprio Stato d’eccezione — ove la severa e prolungata quarantena ha drasticamente limitato e calpestato non solo libertà di movimento ma numerosi diritti politici, sociali e civili. Data la premessa, insomma, uno si aspetterebbe che avrebbe parlato dell’Italia e di come il governo, scatenata col decisivo assist dei media una virulenta campagna di terrorismo di massa, ha strumentalizzato la pandemia per sperimentare uno Stato di polizia su larga scala.

Invece no, invece se la prende con Viktor Orban “che ha usato il coronona virus per ottenere i pieni poteri”, quindi va giù pesante con Donald Trump che si sarebbe addirittura permesso di accusare l’Oms e la Cina, in verità pensando alla sua rielezione.

Pur di portare acqua al mulino dell’élite liberale mondialista il Romano accusa Trump e Orban, ovvero proprio due tra coloro che si sono rifiutati si seguire la via del terrorismo di massa e dello  Stato d’eccezione. E pur di difendere il suo totale rovesciamento della verità elogia i governi che hanno davvero soppresso diritti democratici e libertà civili poiché lo avrebbero in base al criterio per cui “il diritto alla salute è più importante di qualsiasi considerazione strettamente economica”…

Parafrasando Goebbels “Quando un gentlemen fa la morale viene da portare la mano alla cintola”.

 




“NOI GIOVANI SPESSO ABBIAMO TORTO” di G. Mincigrucci

Riceviamo e pubblichiamo da parte di un giovane simpatizzante del Partito Comunista di Rizzo, le sue considerazioni sulla grave rottura politica tra il Fronte della Gioventù Comunista capeggiata da Alessandro Mustillo e il Partito Comunista di Marco Rizzo.

Era nell’aria, ora è ufficiale.
Il Pc ha ufficializzato la nascita dei Giovani Pc, le avvisaglie erano già presenti durante la live del 25 aprile con lo Storico Barbero, quando Benedetta De Vanni, ormai ex Fgc, si è presentata come Giovani Pc – Livorno. Oggi il Fronte della Gioventù Comunista, con il quale il partito di Rizzo aveva stretto un accordo politico, ha fatto uscire un documento che chiama ad un “Fronte Unico di Classe“.

Documento del Pc, che dichiara la nascita dei Giovani Pc (24 aprile)

Nei commenti via chat, esponenti dell’organizzazione denunciano comportamenti anomali del loro ormai ex segretario il quale, secondo loro, difenderebbe le piccole imprese e le partite iva considerati come padroni a tutti gli effetti, i famosi bottegai, i piccoli borghesi. Una lettura politica questa totalmente scorretta e miope, che non vuol vedere le condizioni materiali da proletariato e sottoproletariato di queste categorie sempre più pauperizzate, una visione che non vuole considerare affatto, in menifesto disprezzo del popolo lavoratore, che sarà proprio il ceto medio-basso della società italiana a essere sempre più impoverito.

Ma andiamo avanti, perché un altro militante elogia il documento per la sua capacità di smascherare il sovranismo infiltratosi all’interno dell’area comunista. Le posizioni sull’Europa, inoltre, si addolciscono ad una non ben dichiarata “uscita dalla crisi in favore delle classi popolari.”

Ma non è tutto perché il documento del comitato centrale di FGC parla di un fronte che, però, “non è una proposta di fusioni organizzative, né tanto meno di unità elettoralistiche.”
Insomma, molta confusione.
Tuttavia, fra tutti i retroscena che ormai vanno avanti da mesi, pare che è stata bocciata proprio da FGC una delibera del Pc a favore della Piaggio.

È curioso che la formazione giovanile parli di lotta sindacale quando, poco tempo fa, ha rifiutato un documento simile. Era una posizione infantile, per fare un dispetto a Rizzo? Possibile. Anche la figura di Mustillo, giovane che attira molte simpatie da parte dei frontini, è machiavellica. Molti, fino a qualche tempo fa, lo avrebbero considerato un fedelissimo di Rizzo poi è arrivato il commissariamento della sezione Romana. Inatteso. In realtà no, solo per chi guardava con un occhio esterno. Chi conosceva i retroscena, sapeva benissimo che la situazione fosse una polveriera. L’eccessivo sporgersi di Rizzo verso ambienti di non competenza della sinistra moderna, tutta la piccola borghesia insomma, ha irritato parecchio le anime sinistrate dei militanti “fgccini”.
In conclusione, che ne sarà del Pc? Se, come si pensa, la maggior parte dei giovani seguirà la linea del Fronte, è difficile credere che la nuova formazione giovanile lanciata da Rizzo abbia successo. Tuttavia anche la Fgc non avrà vita facile, per trovare uno sbocco ha bisogno di altre strutture. Potere al Popolo? Possibile. Ma è proprio questo movimento a darci un esempio valido per far capire la situazione. Ricordate le elezioni e il patto Rifondazione-Pap? Pap ottenne quel risultato perché poté affidarsi alle sedi di Rifondazione. Ora, anche se Fgc non ha volontà di candidarsi, come potrà solo anche avere solide basi logistiche senza il Pc e senza i suoi introiti?
Ne esce fuori quindi un indebolimento sia di chi, da tanti anni, ha agognato uno spazio a sinistra di stampo “sovranista” sia di chi invece è contro questo tipo di novità ed adotta una posizione da “sinistrati” condannata a scomparire.
Uno spiraglio di riunione c’è? Teoricamente sì, Mustillo nei commenti dice di sperare (riferendosi a Bottai, fedelissimo di Rizzo) che il Partito firmerà a favore di questo fronte.
Sul piano pratico, però, questo non accadrà mai. Rizzo non è il tipo di persona pronta ad accettare un patto simile.




EMILIA ROMAGNA: DIETRO AL VOTO di Gabriele Garavini*

Ci eravamo già occupati del voto in Emilia-Romagna — UNA NOTIZIA CATTIVA E DUE BUONE. Vale la pena tornarci su.

Le elezioni regionali in Emilia Romagna hanno rappresentato una sorpresa bruciante solo per chi immaginava facili le cose difficili.

A parte la considerazione a margine che ancora una volta i sondaggi pre-elettorali si sono rivelati piuttosto errati, la vittoria netta della coalizione di centro-sinistra, ed ancora in maniera più evidente del presidente uscente Stefano Bonaccini, era comunque l’ipotesi favorita.

Molti hanno parlato di sconfitta della strategia di Salvini che mirava a dare una spallata al governo e, stando ai sondaggi, alla minoranza che, ha scippato il controllo del potere evitando il ricorso alla consultazione elettorale.

Da questo punto di vista l’esito sicuramente segna una battuta d’arresto dell’ondata crescente di consensi della Lega e dovrà costringere la sua dirigenza a mettere in campo una strategia più complessa e raffinata per continuare a gestire la probabile posizione di partito di maggioranza relativa, a dimensione nazionale.

Comunque alcuni elementi generali potrebbero contribuire a spiegare il significativo distacco conseguito dal candidato del PD senza simbolo del PD.

Prima di tutto si deve notare che per la prima volta Salvini ha commesso macroscopici errori di comunicazione come ad esempio, andando a citofonare porta a porta, al quartiere Pilastro, frasi ingiuriose rivolte ad una presunta incontrollata popolazione di immigrati irregolari, dimostrando così contemporaneamente di non conoscere la realtà Bolognese ed offendendo gli attuali residenti del Quartiere che non è più, come una volta, esempio di degrado.

Questo gli è sicuramente costato tantissimo in termini elettorali.

Comunque con tutta probabilità Il fattore che ha maggiormente influenzato il voto, è stato la eccessiva personalizzazione della campagna elettorale promossa e condotta da Salvini in prima persona, nascondendo la candidata alla presidenza Lucia Borgonzoni e dando l’impressione, non del tutto infondata, che manchi un ceto dirigente emiliano della Lega.

Questa personalizzazione ha schiacciato l’elettorato tra i due poli (destra sinistra), riproponendo nei risultati elettorali il tradizionale bipolarismo e creando così un vuoto nell’area centrale che ha danneggiato pesantemente il M5S già per altro in forte crisi di identità e disorganizzazione.

Un dato importantissimo è costituito dall’incremento della partecipazione al voto che ha portato l’affluenza dal 37% (precedenti Regionali) al 67% con un incremento di ben 30 punti percentuali.

Secondo l’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, 2 elettori su 3 del movimento Cinque Stelle hanno scelto Bonaccini assecondando la vocazione alla stabilità ed alla governabilità degli indecisi, ormai orfani di un partito di riferimento.

A questo si deve aggiungere il voto di chi tradizionalmente si asteneva e che questa volta invece ha partecipato temendo un salto nel vuoto, fortemente sottolineato da una assillante campagna di stampa e da movimenti nati ad hoc come quello delle Sardine.

Altra considerazione merita l’incidenza piuttosto importante del voto disgiunto.

La presenza di questa possibilità in una regione con un livello culturale e riflessivo piuttosto elevato rimarca ulteriormente l’errore della Lega di avere puntato su un candidato che non aveva un proprio spessore personale, perdendo così l’opportunità di raccogliere una parte del voto disgiunto.

Tuttavia al di là di questi errori di impostazione che hanno favorito il tradizionale insediamento storico e di potere del PD oltre che l’abilità tattica del presidente Bonaccini, un’analisi appena più approfondita dei dati disaggregati ci mostra un volto completamente diverso dalla narrazione destra-sinistra e riconduce il risultato ad una matrice che si sta riproponendo simile in tutti i paesi occidentali.

Così come in Francia con Macron, in Inghilterra con le ultime elezioni vinte da Boris Johnson, si è riproposta anche in Emilia la contrapposizione centro-periferia; persino il colpo d’occhio della mappa elettorale fa emergere il rosso dell’area centrale posizionata intorno alla via Emilia e che collega i maggiori centri urbani, Bologna Modena Reggio.

Tranne in provincia di Bologna, nemmeno in queste province la vittoria del centrosinistra è completa, ma piuttosto si concentra nelle aree a più forte insediamento produttivo e fortemente collegate al circuito esportativo globale, ed ai Distretti Industriali che ancora mantengono la loro rilevanza economica.

A questo poi si deve aggiungere il sostegno alla “Domanda Aggregata” locale dato da fenomeni in forte crescita come il turismo e l’apporto delle frequenze universitarie.

Si tratta di aree con scarsa disoccupazione e con un tenore di vita nettamente superiore alla media nazionale: qui predomina il famoso ceto medio emergente che gode dei maggiori vantaggi offerti dai processi di globalizzazione.

Guardando intorno al rosso elettorale emerge una vasta area blu in cui prevale la Lega e che raccoglie, in modo pressoché omogeneo tutti i comuni collinari e montani di tutte le province emiliane.

A questi si aggiunge l’intera provincia di Ferrara che come noto è sempre stata la zona più depressa della Regione.

La Lega vince persino nella provincia di Rimini il cui elettorato di certo non è tradizionalmente di centro-destra.

In sostanza anche in Emilia si ripropone il cleavage (la scollatura) centro-periferia in cui votano contro i partiti sistemici, quelle aree e quei ceti che si sentono tagliati fuori dai nuovi processi di sviluppo, che non sono stati sostenuti dalle politiche regionali e che non vedono prospettive nella attuale tendenza socio-economica.

Noi crediamo che alla fine emergerà vincente quel soggetto politico che saprà inserirsi nel modo più abile e credibile in questa contraddizione fondamentale.

In questo senso la strategia di Salvini risulta ancora incompleta e parzialmente contraddittoria, mentre per un movimento come il nostro, giovane e capace di proporre idee e soluzioni, si apriranno grandi spazi di azione politica.

*Questa nota è stata prodotta da Gabriele Garavini con il contributo degli altri responsabili dei CPT della LiT dell’Emilia Romagna: Ugo Boghetta, Mia Gandini e Silvio Zagni.

** FONTE: LIBERIAMO L’ITALIA

 




GIANLUIGI PARAGONE: RICOMINCIAMO DA TRE

PAROLE SANTE!