SCUOLA: DISERTORI DI SINISTRA di Filippo Dellepiane

Volentieri pubblichiamo questa corrispondenza da Genova.

Chi si aspettava grandi cose per questo autunno, in termini di manifestazioni e movimenti, è rimasto deluso. Unica eccezione la Marcia della Liberazione.

Anche all’interno delle scuole le cose non vanno meglio. Intendiamoci, è ancora metà ottobre, ma nessuno si fa illusioni sull’andamento dei prossimi settimane: il nulla più totale.

Ma attenzione, perché può esserci anche di peggio.

Un esempio ne è Genova, città in declino ormai da anni, dove stanno nascendo come funghi vari collettivi.

E fin qui tutto bene, poiché in una fase agitata come questa vi sono un po’ ovunque spontaneismi. Se si deve dare merito ad una certa sinistra radicale, come il Collettivo Universitario “Come Studio Genova”, di aver compreso la necessità del ritorno nelle scuole e nelle facoltà, per dire no alla Didattica a Distanza, non si può dire lo stesso di formazioni quali Fgc che da giorni porta avanti una campagna per dei trasporti sicuri.

Ma, dati alla mano, nel mondo la trasmissione del contagio sui mezzi pubblici è pari al 1.2%. Ora, si potrebbe obiettare la veridicità del dato, ma i Compagni del Fronte si incaglierebbero in quel famoso, e presunto, “complottismo” che tanto attaccano da giorni. Quindi stiamo davanti ad una lettura politica sbagliata che indica come le pozioni di Fgc siano arretrate.

Tornando al discorso precedente, tralasciando quindi la questione trasporti, notiamo come le posizioni dei nuovi collettivi di studenti medi non siano affatto avanzate (tranne rari casi, quali il collettivo universitario già citato, che nel contesto della “micropolitica” ha inanellato numerose vittorie fra cui la manifestazione del 25 settembre): c’è anzitutto il collettivo 16100, supportato e spalleggiato da Lotta Comunista che “se la fa” con il responsabile dei Giovani Democratici Tigullio (tanto che ad un presidio del 18 settembre, oltre alla Cgil, c’erano le due formazioni precedentemente citate) che venerdì aveva indetto uno sciopero, ma ha preso una batosta incredibile, non centrando il punto focale del discorso: il ritorno a scuola. Ma su questo ci ritorneremo.

E poi questo fantomatico Comitato Studentesco Ligure.

Leggiamo alcuni punti del loro comunicato, che oltre denotare tutta la loro ingenuità politica, presenta alcuni errori metodologici e politici:

«questo non sarà uno dei tanti scioperi organizzati dall’oggi al domani, ma sarà uno sciopero organizzato seguendo le regole contro il Covid-19, infatti NON si tratterà di scendere in piazza davanti a scuola; ma si tratterà di disertare le scuole standosene a casa, in questo modo non si creeranno inutili assembramenti».

La cosa peggiore, di questo stralcio, è “inutili assembramenti”: la dimensione della piazza, tanto importante soprattutto nella politica studentesca, diventa inutile.

Questo è gravissimo, anzitutto perché (se assodato) ci troviamo davanti ad un modo nuovo di fare politica. Secondariamente, continuando a leggere il testo, viene detto che “il messaggio arriverà forte e chiaro”.

No ragazzi! Nessun messaggio arriverà forte e chiaro. O meglio arriverà forte e chiaro che non volete andare a scuola e non riguadagneremo mai la scuola.

Voi marciate, inconsciamente, insieme al governo che tanto attaccate per altre questioni!

Inoltre, questo comunicato, appare quanto mai contraddittorio.

Poco sopra scrivete che le stesse scuole non sono attrezzate per la didattica a distanza.

Quindi, qual è la soluzione? Lo slogan doveva essere No alla dad e Sì al ritorno a scuola.

Capisco la poca esperienza politica, ma come fate a non capire che se continuerete a ripetere “ritorniamo a scuola in sicurezza” il governo non vi farà più rientrare a scuola?

L’importanza di dare una direzione alle vostre posizioni politiche è centrale, è una delle prime cose che debbono essere fatte ogni qual volta si costruisce un collettivo o altri organi politici.

Ad ogni modo il famigerato comitato, è un ottimo esempio di ciò che NON si deve fare in questa fase storica.

In un altro comunicato (inviato ai rappresentanti di classe delle varie scuole) si dice:

«siamo stanchi di dover portare a scuola oggetti non strettamente  legati alla didattica, quali per esempio coperte per scaldarci durante le ore scolastiche. Siamo stufi anche di essere obbligati a tenere la mascherina tutto il giorno a causa del mancato distanziamento nelle classi, in aule oltretutto nelle quali spesso si scopre che non viene nemmeno operata la prevista e necessaria sanificazione».

Capisco la rabbia, capisco il non voler portare la mascherina. Questi sono tutti punti leciti, ma poi (poco sotto) chiedete nuovamente “Il nostro scopo è quello di avere una maggiore sicurezza e più tutele per la nostra salute“.

A priori delle questioni di merito, la metodologia è sbagliata. Non potete chiedere più sicurezza a scuola e dire no alla mascherina, poiché quest’ultima è (nolenti o volenti) il simbolo della “sicurezza sanitaria” di cui voi vi riempite tanto la bocca.

La rivendicazione avrebbe dovuto essere “noi vogliamo andare a scuola, il modo lo trovate voi, ma su questa posizione noi non arretriamo. Altrimenti ci organizzeremo da soli, insieme ai professori“. È incredibile, come se durante una guerra si abbandonasse la trincea!

In questo momento la vostra trincea è la scuola e la state abbandonando.

Non solo, Lenin avrebbe detto (giustamente) che “l’appello può essere lanciato solo sul luogo stesso dell’azione”.

A questo punto rilancio la palla nel campo avversario: quali sono i vostri obiettivi in questa mattina di lunedì 19 ottobre all’insegna dell’assenteismo a scuola? Da che parte state? Con le mamme e gli studenti campani o con il governo che taglia il pubblico?

Fonte: Liberiamo l’Italia




NUOVA DIREZIONE: INVERSIONE AD U di Moreno Pasquinelli

«E allora ho subito afferrato il manigoldo per il colletto e che cosa è saltato fuori? Che quel dannato non aveva colletto».
Pëtr Dem’janovič Uspenskij. La strana vita di Ivan Osokin

I compagni di Nuova Direzione sono tornati sul luogo del delitto – La questione dell’Italexit – sferrando un secondo e più virulento attacco contro il Partito annunciato da Gianluigi Paragone. Se l’hanno fatto, evidentemente, è perché, essi stessi,  hanno ritenuto il primo  non troppo convincente. Ahinoi, il secondo aggrava gli errori del primo.

Dobbiamo, a premessa, rispondere ad alcuni amici che ritengono il dialogo con Nuovo Direzione una perdita di tempo. Dissentiamo con questo modo di vedere le cose e per due ragioni. La prima è che per noi il confronto teorico, anche quando polemico, è non solo necessario ma indispensabile. Anzitutto perché una tesi non può pretendere di essere valida e predittiva se non regge alla critica (e ciò riguarda non solo le tesi altrui ma pure le nostre); in secondo luogo perché consideriamo Nuova Direzione il reparto migliore di ciò che resta della sinistra rivoluzionaria che fu.

Tornando a Nuova Direzione. Qui vogliamo solo segnalare che il gruppo, nell’ultimo anno, ha compiuto una inversione ad U. Anzi, una giravolta.

Solo un anno fa, appena caduto il governo giallo-verde, Nuova Direzione diffondeva un comunicato (che dicemmo di condividere pienamente) con un titolo programmatico: “Un terzo polo alternativo al Pd e alla Lega”.

L’articolo così si concludeva:

 
«Per non morire né piddini né leghisti è necessario lavorare alla costruzione di un terzo polo alternativo al Pd ed alla Lega. Un vero polo del cambiamento. Un polo che avremmo potuto costruire in dialettica con il M5S se non avesse compiuto la scellerata scelta di questi giorni. Un polo che si ponga l’obiettivo di unificare un blocco sociale del cambiamento fondato soprattutto sulla classe numerosissima che oggi non ha una vera e propria rappresentanza, e cioè sui lavoratori. E poi su tutti i cittadini che si ribellano allo stato di cose presente: al declino culturale, civile, sociale, economico, ambientale e democratico. L’Italia non è grande paese sul piano territoriale e demografico, ma lo è sul piano culturale, sociale e, nonostante tutto, anche economico. La sua collocazione nel Mediterraneo è tale da consentirgli di essere ponte fra interessi e culture diverse: fra est e ovest, fra sud e nord. Ma per essere ponte bisogna reggersi sui propri pilastri: la sovranità costituzionale, l’interesse nazionale e popolare, una struttura economica resa efficiente da un forte e rinnovato intervento pubblico.
Di questa discussione e lavoro Nuova Direzione si farà promotrice interloquendo con chi per il cambiamento ha o aveva optato per i 5S, a chi si è astenuto, a chi è sinceramente in cerca di nuove soluzioni e nuove direzioni senza settarismi e dogmatismi».

Sottolineiamo l’ultimo concetto: “nuove soluzioni e nuove direzioni senza settarismi e dogmatismi”.

Questa posizione a noi sembrò, non certo uguale, ma convergente con quella che esprimemmo solo due mesi prima quando per primi parlammo della necessità che nascesse un Partito dell’Italexit.  Ne indicammo i cinque punti programmatici distintivi:

«(1) Disdettare i Trattati e gli accordi anti-nazionali da Mastricht in poi; (2) Uscire dalla gabbia della Ue; (3) Riguadagnare la sovranità politica e monetaria; (4) Ripristinare la democrazia; (5) Tornare alla Costituzione del 1948».

Chi abbia letto con attenzione la Piattaforma del nascente Partito Italexit con Paragone, non potrà non notare che esso ha fatto di questi cinque punti le sue fondamenta. Alla domanda: sono essi sufficienti per sostanziare un “terzo polo” antagonista ai due blocchi sistemici? Chiunque abbia senso di realtà, non può che rispondere che sì, lo sono. Questo partito è anzi l’unico “terzo polo” possibile e auspicabile nel contesto dato.

Salta agli occhi la giravolta compiuta da Nuova Direzione.

Non pensiamo affatto che questa giravolta sia venuta fuori per caso, e nemmeno che essa possa spiegarsi come un cascame dell’aspra contesa interna che ha segnato la vita di Nuova Direzione negli ultimi mesi. La stroncatura del Partito Italexit con Paragone è l’effetto e non la causa, essendo quest’ultima, appunto, il ripensamento, non solo sulla prospettiva del “terzo polo”, bensì su tutta una serie di questioni connesse.

Avremo modo, tempo permettendo, di indicare con precisione queste questioni ed i gravi errori, di analisi e di sintesi, contenuti nel secondo comunicato di attacco al Partito Italexit con Paragone. Qui abbiamo voluto limitarci a segnalare questa giravolta.

Possiamo solo anticipare questo, che Nuova Direzione è come se avesse compiuto un doloroso movimento circolare: partiti da una critica durissima ai dogmi della vulgata marxista, mollati gli ormeggi e avviatisi in mare aperto, appena intraviste all’orizzonte le avvisaglie di tempesta, hanno fatto dietrofront, finendo per rigettare l’ancora nella rada che si erano lasciati alle spalle. In buona sostanza la riproposizione dell’idea del piccolo gruppo comunista di propaganda che immagina di poter  lavorare sui tempi lunghi della storia (“quando saremo tutti morti”, disse Keynes). Spaventati dal mare burrascoso hanno scelto insomma la ritirata. Dalla promessa di una nuova direzione, al ritorno a quella vecchia.

Leggiamo, ad un certo punto, nel comunicato di Nuova Direzione:

“È chiaro che costruire dal nulla un movimento politico costa grande fatica e molto lavoro”.

Potrebbe apparire, quello di considerarsi capaci di far sorgere l’Essere dal Nulla, un atto di presunzione —Ex nihilo nihil fit, dal nulla non può venire nulla —, invece qui trapela il senso di disperazione di chi da per certa la propria sconfitta.

Articoli correlati:

[1] NUOVA DIREZIONE? (prima parte) di Moreno Pasquinelli

[2] NUOVA DIREZIONE? (seconda parte) di Moreno Pasquinelli

[3] QUALE PARITO CI SERVE? di Moreno Pasquinelli




NUOVA DIREZIONE CONTRO PARAGONE

I compagni di Nuova Direzione, dopo il primo del 13 giugno, hanno diffuso un secondo comunicato di durissimo attacco al nascente Partito Italexit con Paragone.
Ripromettendoci di darne un giudizio ponderato riteniamo doveroso pubblicarlo, anche perché quanto scrive Nuova Direzione pare sia una risposta alle nostre critiche. Per la precisione:
NUOVA DIREZIONE (prima parte) di Moreno Pasquinelli
NUOVA DIREZIONE (seconda parte) di Moreno Pasquinelli
Sullo stesso tema: I “bottegai”, l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità. Di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti. La risposta di Alessandro Visalli a Melegari e Capoccetti: Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere.

* * *

SULLA QUESTIONE DELL’ ITALEXIT
Comunicato

1- Alcune note preliminari sulla situazione

Nuova Direzione è nata per fare lotta politica e culturale. La sua dimensione non permette al momento di darsi un’organizzazione politica strutturata in forma partito.
Siamo ormai abituati al nanismo di quelle organizzazioni della sinistra che si autodefiniscono ‘partito’ pur potendo contare su poche migliaia di attivisti, ma scendere al livello delle centinaia rischierebbe il ridicolo.
Un’associazione formata da un paio di centinaia di attivisti può e deve impegnarsi su due fronti: da un lato lo sforzo teorico (produrre analisi politica, economica e sociale e condurre discussione pubblica), dall’altro quello pratico (partecipare alle lotte sociali, con il duplice obiettivo di comprendere cosa si muove nella società e di promuovere il conflitto tramite il confronto e il dialogo nei luoghi di lavoro, l’adesione e il supporto alle istanze dei lavoratori, la spinta a formularne di nuove).
Cioè essere nelle lotte attuali, per le lotte da organizzare, formulando sintesi dalle lotte in corso.
Un approccio che nulla ha a che fare con l’attendismo o il ritiro nella torre eburnea.
L’associazione non ha mai promesso di partecipare a tornate elettorali per far eleggere i propri iscritti nelle amministrazioni pubbliche. Non ne abbiamo la forza e non è il nostro obiettivo primario.
Come si può desumere dalle Tesi Politiche ampie ed ambiziose che abbiamo prodotto, vogliamo promuovere un cambio di paradigma sistemico e lottare per contribuire nella misura del possibile a cambiare i rapporti di forza all’interno della società, perché i cambiamenti a livello istituzionale possano avvenire e non essere facilmente neutralizzati.
Altrettanto chiaro è il nostro posizionamento ideologico: abbiamo sviluppato una durissima critica verso la sinistra che è sempre stata rivolta contro la sua adesione al liberalismo, questo senza mai assorbire elementi di destra, neppure ‘sociale’.
Per noi lo slogan ‘né di destra né di sinistra’ vuol dire lottare per il Socialismo e contro la sinistra liberale.
Ad esempio, la nostra critica all’Unione Europea è ed è sempre stata durissima. Tuttavia, su questo siamo stati sempre molto chiari: crediamo che l’uscita dall’Unione sia un mezzo e non un fine.
Può sembrare una distinzione capziosa, da intellettuali sulla torre, ma il succo è semplice: il modo di uscire ha valore per noi più della stessa uscita in sé.
Malgrado nel capitolo finale di “Il tramonto dell’Euro” (2012) Bagnai annunciasse la rottura finale per l’anno 2013, siamo ancora qui.
E la rottura non è stata provocata dai mercati, non da un governo ‘sbagliato’ come non da uno ‘giusto’.
Più prudentemente in “L’Italia può farcela”, due anni dopo, lo stesso autore poi andato con la Lega, dichiarava per i “prossimi anni, se non mesi” la bancarotta italiana o l’uscita dall’Euro.
Il punto è che se mai ci sarà la rottura diventerà decisivo in quale direzione metteremo il Paese. Quindi quali alleanze geopolitiche, quale struttura dei rapporti sociali, quale dominio sarà istituito e verso chi; che forma di cooperazione, che forma di internazionalismo avremo la forza di imporre.
Sarà decisivo se prenderemo una nuova direzione o se sostituiremo il vincolo esterno con altre forme del solito vincolo interno che le nostre élite economiche, sociali e politiche da sempre impongono al resto del Paese.
Il punto politico che ND intende proporre era chiarissimo fin dalla rinuncia al progetto con Fassina e ‘Patria e Costituzione’: volevamo e vogliamo esprimere un chiaro “no” alla subalternità alla sinistra, un “no” al tenere il moccolo all’Unione europea per cambiarla da dentro, poi un “no” al populismo comunicazionista ed un “no” al prestarsi come spalla alla destra sovranista, infine un “no” alla politica dei due tempi e all’uscita come fine.

2- L’Italexit è la soluzione?

A porre la domanda in questo modo è una nuova forza politica che, appena annunciata, viene accreditata di qualche punto percentuale nel mercato elettorale.
La risposta potrebbe anche essere sì, ma la domanda è incompleta.
La questione non è infatti se l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, sull’esempio britannico, sia la soluzione, ma di cosa lo sia.
Uno strano consenso si raggruppa infatti sotto questo slogan, aggregando un’area che va dalla sinistra euroscettica alla destra sociale, includendo non pochi orfani della semplificazione introdotta dal neopopulismo del Movimento Cinque Stelle e della retorica salviniana primo modello (quella ispirata dal duo Bagnai-Borghi).
Condivide un sentimento di ribellione e il senso del tradimento della promessa di benessere e promozione individuale che la svolta neoliberale degli anni ottanta e novanta portava con sé. Viene egemonizzato da quei ceti che sono stati illusi dalla rivoluzione neoliberale e sono cresciuti nella convinzione di poter raggiungere il benessere con le proprie sole forze. Ceti che oggi vedono come il gioco si praticasse con carte truccate.
Sembra a tratti lo slittamento del sentimento antistatalista inculcato in decenni di propaganda neoliberale a reti unificate verso lo pseudostato europeo, visto come camicia di forza alla liberazione dei desideri individuali e delle relative energie.
Ci sono dibattiti come quello sul Covid o le nuove reti di telecomunicazione che lo lasciano intravedere.
Si tratta di un intreccio di forze eterogenee e di sentimenti reattivi che, secondo le speranze della novella forza politica fondata dal senatore Paragone, potrebbe trascinarla oltre la soglia di sbarramento, andando a replicare l’operazione riuscita per il rotto della cuffia a Leu nella legislatura in corso (ma fallita con PaP). La speranza è di entrare nel Parlamento con qualche deputato e senatore, e porre le basi di un processo di radicamento.
Restando ai due esempi citati ci sono poche somiglianze e molte differenze: entrambi i tentativi nel campo della sinistra erano sostanzialmente delle coalizioni di forze eterogenee con agende diverse, tenute insieme dal tentativo di fare una lista ed entrare in Parlamento, rinviando la creazione del soggetto politico ad una fase successiva; il programma era vago e non privo di contraddizioni. Il nascente partito, invece, raccoglie a sua volta forze eterogenee, ma immagina di partire dal soggetto politico per farne derivare la lista; inoltre cerca di replicare la parabola del Movimento 5 Stelle, fino alla scelta di intestare la comunicazione ad una società specializzata (facendo del suo titolare il comproprietario del marchio) e personalizzando tutto nella figura di Gianluigi Paragone.
Si ha quindi un uomo, una scelta, un partito di scopo. La scelta è uscire dall’Unione Europea. L’uomo è il senatore Gianluigi Paragone, comproprietario del marchio. Il Partito è “Italexit”, allo stato con un Manifesto ma senza organi e statuto.
Nella narrativa proposta l’Unione Europea è individuata come il male assoluto e come un vincolo che dall’esterno impedisce all’Italia di essere, come potrebbe, forte, libera ed indipendente. Che ostacola il Paese ed il suo popolo, entrambi al singolare, nelle sfide che dovrà affrontare nel mondo multipolare e di fronte all’arretramento della globalizzazione. Infine, che, impedendogli di esercitare la propria sovranità monetaria, lo costringe a privarsi delle politiche industriali, fiscali e del lavoro indispensabili per tornare a crescere.
A questo livello di definizione non si potrebbe essere che d’accordo. Ma è proprio vero che l’Unione Europea nata a Maastricht (ma anche la Comunità Economica Europea che la precedeva) è un “vincolo esterno”?
Ed è proprio vero che il soggetto della liberazione è “il popolo” ed il suo oggetto “il paese”?
L’esperienza di chiunque si sia avvicinato alla tradizione marxista impone di mettere questa immagine organica in discussione.
Al cuore del sociale è la lotta, non l’unità.
La mossa da compiere è dissolvere le false rappresentazioni unitarie, espressione dell’egemonia data, per discriminare le posizioni soggettive create dai rapporti produttivi e dalle distribuzioni che ne derivano.
Non è la ‘globalizzazione sfrenata’ a provocare la crisi, ma ciò che la causa: il pieno dominio del capitalismo e dell’imperialismo occidentali. L’Unione Europea, il dominio dei “mercati”, la mobilità dei fattori e la stessa mondializzazione sono la proiezione di rapporti sociali e produttivi costituenti il funzionamento del Paese come esso è. Esprimono relazioni di potere che non si limitano a interessare dall’esterno un corpo “sano”, ma determinano in profondità la posizione di ciascuno.
La questione non si dovrebbe porre, dunque, partendo dalla testa (ovvero dall’uscita dallo strumento), ma va posta sulle gambe: individuata a partire dalla messa in questione dei rapporti di produzione, della distribuzione dei prodotti sociali, dalla democratizzazione effettiva, dal superamento della competizione come principio di ordine e del capitalismo come suo motore primo.
Muovendo da queste questioni bisogna accumulare la forza non già per entrare nel Parlamento, bensì per creare le condizioni di forza tra le classi e le diverse forze sociali perché si rompano insieme strumento e mano che lo brandisce.
E’ chiaro che se si dovesse uscire dalla Ue per ricreare l’assetto degli anni cinquanta saremmo in presenza di un ambiguo progresso.
Non è affatto stato il ‘connubio tra la piccola e media impresa con le banche pubbliche, la grande industria di Stato e la pubblica amministrazione (istruzione, trasporti, sanità, ecc.)’ a fare del terzo quarto del secolo scorso un’epoca di emancipazione ed avanzamento, ma sono stati la forza e la pressione del movimento dei lavoratori, dei giovani, dei tanti movimenti civili di rivendicazione del riconoscimento e dei diritti.
L’Italia ha avuto, in tutto il percorso che va dal dopoguerra agli anni ottanta, una fortissima crescita industriale ed economica, in parte sussidiata dallo Stato, ed ha costruito un modello di capitalismo misto che contiene in sé alcuni elementi di grande valore (come in questi anni l’esempio cinese mostra al mondo).
Ma è solo la lotta instancabile dei lavoratori per partecipare ai risultati di questa espansione di ricchezza, e non la concessione dall’alto di questa, ad aver consentito, se pure in parte, di superare l’effetto autoritario dell’unione di monopoli pubblici a privati e a farne un elemento di emancipazione.
Questo modello di capitalismo, che sembra essere nell’immaginario trasfigurato della nuova formazione, era per sé enormemente distruttivo per l’ambiente e la natura; in se stesso foriero di costante crescita delle ineguaglianze; fondato sulla svalutazione del lavoro non meno di quello neoliberale (che ne è la continuazione con altri mezzi).
Se pure è quindi fondamentale recuperare la sovranità monetaria, stimolare una rinascita industriale, garantirsi la sovranità alimentare, il lavoro per tutti, il diritto alla salute e la cooperazione internazionale su piede di parità, bisogna subito individuare quale è la discontinuità che si chiede.
Altrimenti si rischia nel migliore dei casi di essere facilmente neutralizzati, come è capitato al Movimento 5 Stelle, in altri di portare acqua al nemico, come è capitato a Leu.
C’è anche, ovviamente, il peggiore dei casi: portare retoriche ed immaginario verso la riproposizione di un capitalismo da anni cinquanta (e non sessanta).
Un sistema nel quale: la ricostruzione, almeno nel primo decennio, fu finalizzata a consolidare sotto altra forma, dopo la ‘guerra di liberazione’, il dominio degli stessi ceti e classi di sempre (sotto la regia Usa); alla lotta all’inflazione sotto il golden standard seguì la lotta all’inflazione, magari sotto la protezione del Piano Marshall; al contenimento dei salari sotto il fascismo conseguì il contenimento ‘democratico’ sotto la Democrazia Cristiana; al vincolo ‘interno’ del regime altri vincoli non meno forti; alle retoriche sul sud del regime una politica di industrializzazione del Nord, con eliminazione dei “doppioni”; alla dittatura la crescita di un sistema clientelare di consenso, sussidiato nella misura necessaria a comprarlo.
Tornando alla domanda, quindi, di cosa l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea sia soluzione bisogna chiedersi se si tratta di superare la condizione di subalternità dei lavoratori tutti nella distribuzione e produzione imposta dal capitalismo contemporaneo che subordina tutto al proprio illimitato accrescimento, mercificando ogni relazione.
Oppure se l’uscita sia solo una soluzione al problema del rango e della posizione del capitale italiano nel contesto della competizione internazionale, e quindi alla difesa del proprio ruolo sub imperialista, magari più strettamente interconnesso con il centro statunitense e più ostile ai suoi sfidanti.
In sintesi, e per concludere con uno slogan: se la fuga dagli anni venti del XXI secolo deve ispirarsi agli anni cinquanta del XX, guerra fredda inclusa, noi non siamo della partita.

3- Due chiarimenti a proposito del “fare politica” e dello “sporcarsi le mani”

C’è un profondo fraintendimento su cosa voglia dire ‘fare politica’. Taluni lo interpretano come presentarsi alle elezioni e/o aderire a un organismo già organizzato.
È chiaro che costruire dal nulla un movimento politico costa grande fatica e molto lavoro. Entrare in un partito con un capo ed esserci (confondendo la partecipazione con la presenza), è da questo punto di vista molto più semplice. L’attivismo viene scambiato con il tifo e la critica con l’esprimere opinioni sui social, attività che non influiscono sulla realtà.
In più rispecchiarsi in un leader visibile e potente trasmette un senso di appagamento e permette di coltivare la propria immagine autoreferenziale.
Tutto questo non è politica.
Altri invece intendono il “fare politica” come occupare posizioni di piccolo o grande potere, fruendo delle risorse pubbliche direttamente o indirettamente connesse con l’accesso alle istituzioni. Ci sono Partiti che si specializzano nel montare ‘Liste’ eterogenee solo per partecipare a questo gioco.
Da quando la sinistra radicale ha perso la possibilità di superare in modo indipendente gli sbarramenti elettorali, con il fallimento della lista della Sinistra Arcobaleno nelle politiche del 2008, e la nascita di SEL (la quale nella sua breve parabola dal 2009 al 2016 arriva fino a 35.000 iscritti e si presenta alle politiche del 2013 in alleanza al PD) è stato un continuo ricercare sigle e cartelli.
L’ attrattiva di questa tipologia di partiti consiste in sostanza nel nutrire le ambizioni di chi cerca un’occupazione politico-amministrativa.
Anche questo può dare la parvenza che si fa qualcosa, mentre gli altri non fanno niente.
Fra quelli che non fanno niente, ci sono le persone che fanno analisi (politica, economica, sociale), e svolgono attività sindacale, dialogando con soggetti e parti sociali.
Tutte funzioni considerate non funzionali alla politica perché inutili dal punto di vista elettorale.
Veniamo ora allo “sporcarsi le mani”. Questo termine deriva dal concetto di lavoro, perché in genere è lavorando che ci si sporca le mani, con la terra, col grasso.
Il lavoro che sporca le mani è spesso disperato, perché l’esito è incerto e i risultati si vedono dopo molto tempo; è il lavoro che si fa là dove non si arriva ad incidere con gli slogan, là dove le condizioni materiali sono terribili.
Oggi il termine “sporcarsi le mani” viene viceversa scambiato con la disponibilità a toccare la merda pur di raggiungere gli obiettivi rapidamente, senza troppa fatica.
Viene spesso richiamata la fortunata immagine di Rino Formica sulla politica come “sangue e merda”. Dimenticando che il primo termine è “sangue”, la politica è forza, radicamento, determinazione e volontà, obiettivo fino al sacrificio di sé.
Rovesciare i termini, fuor di metafora, significa essere disponibili a fare alleanze di scopo con chi, una volta raggiunto il suo obiettivo, potrebbe trasformarsi nel carnefice della parte più debole. Ci si ‘sporca le mani’ perché si stipulano alleanze con il diavolo, sapendo che è tale.
La questione non è mantenersi “puri”, avere le mani pulite. Ha piuttosto a che fare con ciò che con queste mani vogliamo fare, con che ‘sangue’ abbiamo.
Per prendere una nuova direzione occorre fare molta attenzione ai lupi travestiti da agnelli, a coloro che vogliono tornare a prima degli anni della sollevazione popolare diffusa che prese avvio con le mobilitazioni operaie del 1963, quando il Paese era sotto il dominio statunitense, orientato alla domanda estera grazie ad una selvaggia compressione del lavoro, al controllo della moneta, alla deflazione provocata da manovre austeritarie.
Allora non avevamo ancora sottoscritto Trattati della Ue, ma la piccola e media impresa italiana esprimeva la stessa feroce determinazione a schiacciare i lavoratori.
Le mani dunque sporchiamocele pure, ma scegliamo anche a chi stringerle.
Se alleanze sono necessarie, bisogna che i patti siano chiari e bisogna partire dal ‘sangue’, non dalla ‘merda’.
4- Sulla classe di riferimento e sulle opzioni possibili
Abbiamo sempre pensato che fosse importante ridare partecipazione e voce a chi non ce l’ha, in particolare alle periferie sociali ed economiche, ai lavoratori subalterni, alle partite Iva forzate, ai dipendenti pubblici, ai giovani precari che non hanno famiglie facoltose alle spalle, ai Neet.
Altri questa voce ce l’hanno già. La classe imprenditoriale piagnona, grande e piccola, che denuncia la mancanza di aiuto da parte dello Stato e contemporaneamente la pigrizia dei lavoratori sfruttati con paghe da fame, non ha di questi problemi. Tramite le sue potenti associazioni riesce a pubblicare le proprie lagne sui giornali, e lo fa ogni giorno.
Senza voce non è neppure la classe giovanile intellettuale di sinistra, alla quale non mancano le testate on-line su cui scrivere le proprie analisi. Alla fine è sempre dare più voce a chi già ha voce, dare potere politico a queste categorie, non a quelle escluse.
Sono anni che esiste un’area socialista/comunista anticapitalista che porta avanti la critica all’Unione europea in quanto incarnazione della più becera economia di mercato, della distruzione del potere contrattuale del lavoro, dell’esaltazione del capitale, della competizione intra ed extra europea, di una visione bipolare del mondo, di totale assenza di democrazia sostanziale e sovranità popolare.
Per quest’area il tema dell’uscita dall’Unione europea è legato a doppia mandata a quello della necessità di dover cambiare il sistema, ribaltare il paradigma di mercato, andare a incidere sui rapporti di forza all’interno della società per rendere possibile e duraturo quel cambiamento. E questo comporta alla fine un profondo disaccordo con il mondo sovranista e la sua logica dei due tempi, con i finti CLN fuori del tempo e delle condizioni materiali.
Un mondo che punta in sostanza a costruire un fronte con il capitalismo nazionale, a ridare potere alle classi padronali e imprenditoriali che sono rimaste fuori dal grande gioco. Segmenti di classe dominante spiazzati dal capitale europeo – che erroneamente identificano con un’intera nazione, “la Germania” – e per questo scontenti.
Nella guerra tra i capitali, che non è nazionale quanto di natura funzionale ed organizzativa, si trovano molte cose, ma non la sovranità popolare.
Quando si parla di popolo e volutamente si ignorano le classi, è perché si stanno facendo gli interessi di una a discapito di altre e queste non devono accorgersene, finché non sono ben incaprettate. Capiranno quando tenteranno di muoversi e il nodo alla gola si stringerà.
Seguire il dibattito di questi giorni, tra blocco o meno dei licenziamenti, polemiche sui lavoratori, velati annunci di sacrifici futuri, mirabolanti programmi di spesa rivolti ad aumentare la interconnessione gerarchica e selettiva, aiuta a vedere dove sono gli interessi.
5- Concludendo.
Noi non siamo della partita se tutta la mobilitazione sovranista si riduce a dimenticare il ‘sangue’ e compromettersi con la ‘merda’, e punta a ritornare al sogno subimperiale del capitale nazionale.
Magari nel contesto di una nuova guerra fredda che unisce la fobia del comunismo al razzismo occidentale.
Noi siamo nella partita, per quanto difficile, che punta a subordinare la logica del mercato (tutto, non solo finanziario) alle politiche realmente democratiche, rifuggendo dalle semplificazioni leaderistiche come dalle forme della democratura contemporanea.
Siamo per mettere il ‘sangue’ al centro della politica e per rovesciare i rapporti sociali esistenti, a partire dai luoghi della produzione.
Siamo per la piena affermazione di un nuovo mondo multipolare, contro ogni progetto neoimperiale.

* Fonte: La pagina facebook di Nuova Direzione

 




SINISTRATI E NEOFASCISMO SANITARIO di Moreno Pasquinelli

La furia del dileguare. Le sinistre radicali, una volta abbandonato il mito della classe operaia come soggetto escatologico, hanno individuato nei “migranti” e nelle più strampalate minoranze sessuali i moderni soggetti antagonisti. Il sostegno al nomadismo esistenziale dei primi e la difesa dei diritti civili dei secondi, sono diventate le loro due cifre identitarie. Ne è venuto fuori un instabile mix di libertarismo individualistico, di buonismo cattolico e di cosmopolitismo progressista. Si spiega così la corrispondenza di amorosi sensi con l’élite neoliberista.

Che questo connubio non fosse incidentale lo dimostra come esse si sono comportate e si stanno comportando davanti alla pandemia da Covid-19. Le sinistre radicali (di quelle di regime manco a parlarne) hanno fatto loro la narrazione dell’élite neoliberista dominante, quella per cui avremmo a che fare con un virus la cui letalità sarebbe tale da falcidiare l’umanità.

Posta la premessa due sono le conclusioni politiche obbligate. La prima: il nemico principale non è per il momento l’élite dominante, bensì il virus; la seconda: dato che essa agirebbe filantropicamente per il bene comune, merita di essere sostenuta. Embrassons nous!

Non entro qui nel merito scientifico e sanitario della questione.

In prima battuta è impossibile non segnalare un passaggio ideologico decisivo: l’élite neoliberista, pur di accreditare la tesi catastrofistica che col virus “nulla sarà come prima”, ha dovuto tradire le stesse radici razionalistico-borghesi della filosofia occidentale. Il dubbio metodologico cartesiano, quello per cui sono valide e assolutamente certe solo quelle conoscenze che superano la prova del fuoco dell’evidenza empirica, è stato rimpiazzato da un dogmatismo spacciato come scientificamente infallibile.

Come conseguenza di questa lugubre teologia è stato allestito un sistema del tutto simile alla Santa inquisizione — quella, per capirci, che non solo processò Galilei, ma che mise al rogo Giordano Bruno —: chiunque ha contestato la teoria ufficiale sulla pandemia, prestigiosi scienziati compresi, è stato additato al pubblico ludibrio come squilibrato e pazzoide (sorte toccata addirittura al premio Nobel scopritore del HIV, Luc Montagnier.

Per eliminare scienziati dissidenti o nemici politici, oggigiorno, non serve bruciarli vivi: la morte civile la ottieni orchestrando una campagna di diffamazione a mezzo stampa e Tv.

Ebbene, le sinistre radicali, quelle che avevano fatto della difesa dei diritti di libertà di piccole minoranze sessuali la loro cifra identitaria, non hanno alzato un dito in difesa del sacrosanto diritto di tanti scienziati a dissentire dalla vulgata ufficiale, non hanno battuto ciglio contro questa postmoderna Santa inquisizione, neanche una parola proferita contro questa fascistizzazione della scienza.

Col pretesto di contrastare la pandemia, il governo di mezze tacche italiano, sostenuto da una asfissiante campagna di intimidazione mediatica, ha fatto strame della democrazia e dello Stato di diritto. Il Presidente del consiglio, stracciando la funzione di primus inter pares che gli assegna la Costituzione, ha agito invece come un semi-dictator. Esautorato il Parlamento, ha assunto i pieni poteri utilizzando la modalità di decreti personali d’urgenza per dichiarare e far applicare lo Stato d’emergenza — una variante italica dello schmittiano “Stato d’eccezione” . Un fenomeno gravissimo, che non trova precedenti nemmeno ai tempi dei cosiddetti “anni di piombo”.

Così abbiamo avuto il lockdown più duro del mondo esteso a tutto il Paese, un’intera popolazione posta agli arresti domiciliari. Col corollario di intimidazioni sbirresche, editti di sapore fascista dei governatori, denuncie a tappeto, spionaggio di massa contri gli “untori”, e pure Tso a chi ha osato violare le prescrizioni. Con la conseguenza infine di aver causato qualcosa di ben più devastante di qualsiasi pandemia: il vero e proprio crollo economico dell’Italia.

Ebbene, cosa hanno detto i paladini dei diritti individuali di libertà? Niente di niente.

Hanno seppellito ogni discorso sui diritti civili di milioni e milioni di cittadini.

Hanno sostenuto l’ignobile criterio del “distanziamento sociale”.

Hanno ubbidito ai decreti che hanno abolito le manifestazioni politiche in quanto assembramenti di “untori”.

Questi sinistri radicali che al tempo hanno urlato a squarciagola contro i provvedimenti sicuritari e repressivi di Salvini, nulla hanno detto o fatto contro quelli ben più gravi di Conte.

Hanno così puntellato il potere, vigliaccamente tacendo sulla soppressione della democrazia costituzionale e sulla minaccia che questa soppressione possa diventare permanente.

Hanno finto di non sapere non soltanto che il potere è in mano nemica, che esso ha fatto e fa un uso politico spregiudicato e strategico della pandemia teso a neutralizzare e disarmare l’incipiente opposizione sociale e politica.

E siccome al peggio non c’è limite, queste sinistre radicali, dimostrando quanto fosse profondo il loro collateralismo rispetto all’élite neoliberista dominante, facendo eco ai media mainstream, non hanno esitato a passare dal connubio passivo col regime a quello attivo.

Non solo non hanno sostenuto le spontanee azioni di protesta contro l’asfissiante quarantena e la dittatura sanitaria. Hanno denunciato queste legittime manifestazioni, non solo come scellerate, ma espressione di “bottegai reazionari”.

Tragicomica vicenda quella delle sinistre radicali.

In poche settimane hanno gettato nel cesso gli ammonimenti del loro padre nobile Foucault sulla natura biopolitica e intrinsecamente totalitaria del potere e, con essi, la stessa identità libertaria e libertina di cui si erano recentemente rivestite. Vicenda che mostra dunque come il connubio, lungi dall’essere incidentale, è piuttosto risultato di un destino. Il Rubicone è stato attraversato, ora fanno parte del blocco sociale dominante, sono diventate truppe di complemento del potere neoliberista.

Ammesso che sia possibile, non sarà agevole né venir fuori da questa gabbia d’acciaio, né cancellare questa nuova macchia di disonore, poiché non è solo politica, bensì morale.




L’INFERNO E IL PARADISO DI GIORGIO CREMASCHI – di Leonardo Mazzei

Emergenza sì, emergenza no. Su MicroMega Giorgio Cremaschi ha detto la sua. Qui diremo invece la nostra.

Cremaschi prova a dare un colpo al cerchio (no alla proroga governativa dello stato d’emergenza) ed uno alla botte, scagliandosi contro i cosiddetti “negazionisti”. Per l’ex sindacalista della Cgil il vero problema sono però questi ultimi, semplicemente da “mandare all’inferno”. Viceversa, con i decisori dello stato d’emergenza si deve certo discutere, ma in maniera amabile e rispettosa, come si conviene a chi è destinato al paradiso.

Le argomentazioni di Cremaschi non mi convincono neanche un po’. Le comprendo e le rispetto, ma fanno acqua da tutte le parti, portando altro fieno in cascina a quel blocco dominante che sicuramente egli crede di combattere.

Per farla breve proverò a sintetizzare in cinque titoli i tragici errori del leader di “Potere al popolo”. Questi titoli sono: negazionismo, libertà e liberismo, emergenza ed emergenzialismo, democrazia e tecnocrazia, lavoro e popolo.

Negazionismo

Questa parola, che il Nostro utilizza a iosa, andrebbe semplicemente abolita. Essa sta infatti a significare l’esistenza di una verità assoluta che non ammette una discussione razionale. Una “verità” che, in maniera assolutamente analoga alle religioni, ha i suoi dogmi, i suoi riti, i sui sacerdoti.

Questa religione laica del “politicamente corretto” è micidiale. Chi vi aderisce, anche solo lateralmente come Cremaschi, finisce nei fatti per esserne assorbito. Chi non vi aderisce deve essere invece ostracizzato a colpi di scomuniche, ingiurie e falsità. Nello specifico la verità è quella della narrazione ufficiale sull’epidemia, sulla sua portata, sulle misure più idonee a combatterla. Verità alla quale, in tutta evidenza, l’ex sindacalista aderisce senza dubbio alcuno.

Ora, l’epidemia è certo una realtà che nessuno – di sicuro non il sottoscritto – nega. Ma come si fa a non vedere la sua drammatizzazione, il suo utilizzo da parte del blocco dominante, in Italia come nel resto del mondo? Cremaschi si sceglie i facili bersagli di Trump, Bolsonaro e Salvini proprio per non dover discutere questa decisiva questione. Eppure gli effetti sociali, economici, politici e financo psicologici del panico diffuso a piene mani dai dominanti è sotto gli occhi di tutti.

E la volontà di continuare ad utilizzare l’arma della paura non potrebbe essere più chiara. Alla “riapertura” di maggio si disse che i contagi avrebbero ripreso a salire alla grande. Oggi, dopo quasi tre mesi di allarmi quotidiani sulla movida, le feste dei tifosi e le spiagge affollate, questa risalita non c’è. Bene, cioè malissimo, come si risponde a questo dato di fatto? Semplice, dicendo che ciò che non è ancora accaduto, accadrà di sicuro tra un po’… E’ questa, in fondo, la giustificazione governativa dello stato d’emergenza. Un modo di ragionare adottato però anche dal Nostro, che così si pronuncia: «Io non so fino a che punto ci sia il rischio e fino a che punto lo strumento (la mascherina, ndr) contro di esso sia efficace, ma nel dubbio agisco come se lo fosse». E’ chiaro come qui la mascherina (da portare ovunque e per sempre?) è solo un simbolo ed un pretesto. L’obiettivo è solo quello di aderire, magari andando pure oltre, a tutte le norme di distanziamento. Il dubbio è dunque bandito, di un sereno dibattito neanche a parlare. Tutta roba da “negazionisti”… Ne ha fatta di strada l’autoritarismo tecnocratico che si è imposto col Covid!

Libertà e liberismo

Per Cremaschi, chi parla di libertà di fronte al virus è solo un liberista che vuol fare i suoi porci comodi. Ora, lasciare il tema della libertà nelle pessime mani della destra, non mi pare esattamente una grande idea per chi vorrebbe rappresentare la sinistra, per giunta “radicale”.

Che in questi mesi siano state cancellate per decreto, anzi per dpcm, le principali libertà democratiche e costituzionali è un banale dato di fatto che nessuno dovrebbe ignorare. Un precedente foriero di uno slittamento progressivo verso una società integralmente ademocratica. Chi lo denuncia è un liberista? Suvvia, siamo seri.

A me pare che la parte maggioritaria del blocco dominante, globalista e neoliberista, si sia schierata con il lockdown, con la narrazione emergenzialista, in una parola con quella politica del terrore con la quale si mira ad un controllo sociale totalitario. La punta di quel blocco sta di fatto nelle grandi multinazionali dell’informatica e del web – i veri giganti dell’economia del XXI secolo – che aspirano ad una società sempre più atomizzata. Potenze che da queste scelte hanno peraltro già tratto un utile concreto. Chi sta allora con i liberisti, noi o Cremaschi?

Emergenza ed emergenzialismo

Nel suo articolo, il Nostro vorrebbe schierarsi contro la proroga dello stato d’emergenza, pur facendo intendere ad ogni riga che il problema è solo chi della portata di quell’emergenza vorrebbe almeno discutere. Ma si può? Il virus esiste, l’epidemia su scala planetaria pure, ma in Italia non c’è oggi nessuna emergenza.

Ci vorrebbe tanto a dire almeno questo? Evidentemente sì, perché Cremaschi proprio non ci riesce. Ma come si fa a contrastare le scelte del governo se non se ne contesta la narrazione emergenzialista? Il mistero resta fitto.

Il fatto che il coronavirus circoli, come si usa dire, è sufficiente a parlare di emergenza? Ma non scherziamo. Tanti sono i virus pericolosi che circolano, eppure non gliene frega niente a nessuno. Tutt’oggi, anche in questo strano 2020, nel mondo si continua a morire più per Aids (che dal 1982 ha provocato 35 milioni di morti) che per il Covid. Limitandoci all’Italia, le vittime ufficiali dell’attuale epidemia sono 35mila, ma nel 2015 un’influenza particolarmente aggressiva provocò un eccesso di mortalità di 49mila unità documentato dall’Istat. Com’è che allora non se ne parlò proprio, mentre adesso – con cifre inferiori – non riusciamo a parlar d’altro?

E’ fondato o no un richiamo alla razionalità, od anche semplicemente ad un equilibrato senso della misura? Ai lettori la non ardua sentenza.

Democrazia e tecnocrazia

Tentando un’improbabile quadratura del cerchio, Cremaschi cerca di sposare l’adesione all’emergenzialismo con la difesa della democrazia. Scrive a tal proposito:

«Bisogna contare sulla democrazia, sulla responsabilità e sulla partecipazione delle persone, non sulla loro deresponsabilizzazione con lo stato di emergenza, che colpisce libertà e diritti necessari anche a combattere la pandemia e che rappresenta un pericoloso precedente sul piano della stessa conservazione dei principi costituzionali».

Sia pure col chiodo fisso della pandemia, queste parole sarebbero di per sé condivisibili, se non fossero inserite in un discorso più generale tutto teso a sparare contro il “negazionismo”, senza mai una parola contro l’operazione totalitaria messa in atto dalle èlite dominanti. Chi scrive pensa tutto il peggio possibile di Salvini, ma al governo ci sono altri, per la precisione gli “antinegazionisti” del Pd e dei Cinque Stelle. I Dpcm li scrive Conte, non il buffone del Papeete. Eppure tutti gli strali di Cremaschi sono diretti al secondo, mentre il borioso capo del governo non viene nominato neppure di striscio.

Ora, se in politica non si ha chiaro qual è il nemico principale, non può darsi politica alcuna. Lo stato comatoso di “Potere al popolo” è lì a dimostrarlo. Il pericolo per la democrazia oggi non viene da Salvini, ma da un blocco dominante – politicamente imperniato sul Pd – pronto a tutto pur di non mollare la presa. Un nostrano blocco oligarchico che ha colto l’occasione, come altri nel mondo, per avviare il passaggio verso un governo tecnocratico sempre più ademocratico.

Su questa questione della tecnocrazia l’ex sindacalista tace. Eppure le cronache ce ne parlano ogni dì: Comitato tecnico scientifico, task force per tutti i gusti, un mondo appeso al parere di esperti peraltro divisi tra loro. In questo modo la democrazia è di fatto sospesa, almeno nella sostanza. In quanto alla forma lo stato d’emergenza è lì giusto per chiudere il cerchio.

Quel che Cremaschi proprio non vuol vedere è che i tecnici di oggi sono l’equivalente degli economisti bocconiani dell’epoca di Monti. Sia pure in campi diversi, il loro messaggio è identico: noi élite sappiamo come stanno le cose, voi popolo dovete solo darci retta. Se non si contrasta questa deriva, se non si denuncia l’utilizzo strumentale dell’epidemia da parte del blocco dominante, inutile poi lamentarsi (come ci è capitato di leggere in un patetico documento del Prc) se anche i propri aderenti finiscono per essere ammaliati dal governo Conte… 

Lavoro e popolo

Cremaschi conosce come noi il dramma sociale prodotto dall’onda lunga del lockdown: disoccupazione alle stelle, cassa integrazione misera e che non arriva, impoverimento di milioni di famiglie. Ma siccome è il leader riconosciuto di una formazione che si chiama “Potere al popolo”, vogliamo sperare che in quel popolo includa anche i milioni di lavoratori autonomi messi in ginocchio dalla crisi.

Di tutto ciò nell’articolo in oggetto non si parla. L’unica emergenza sembrerebbe quella sanitaria. E’ qui che non ci siamo proprio. Noi non neghiamo affatto che un’emergenza sanitaria ci sia stata, né possiamo escludere che un simile problema possa riproporsi. Ma di fronte al disastro in atto pensiamo di cavarcela semplicemente con un “basta la salute”? Forse che la salute di milioni di persone non è minacciata proprio dalla perdita del posto di lavoro e del reddito, dalla precarizzazione e dall’impoverimento crescente?

Forse che la salute di tanti non ha subito danni proprio per il confinamento? Nel periodo del lockdown le persone più spaventate non andavano al pronto soccorso per il timore del contagio e così i morti per infarto sono triplicati, mentre gli stessi medici parlano di 600mila operazioni chirurgiche rinviate con una stima di 20mila morti aggiuntivi. E potremmo continuare con i danni ai bambini ed ai ragazzi prodotti con la chiusura delle scuole, con le persone (purtroppo tante) che ancora non escono di casa per la paura.

D’accordo, ammettiamo pure che ognuno di questi aspetti abbia il suo rovescio della medaglia, Ma questo avrebbe dovuto significare solo una cosa, la necessità di una discussione e di decisioni razionali che tenessero conto di tutti questi aspetti. Questo avrebbe richiesto una politica degna di questo nome, questo avrebbero richiesto gli interessi ed il bene del popolo. Non lo si è fatto, non lo si è voluto fare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma pure Cremaschi non ha nulla da obiettare.

Insieme ai problemi sanitari andavano (e vanno) considerati i problemi economici, quelli sociali e quelli che – giusto per intenderci – definiamo “umani”. Certo, adesso qualcuno ci dirà che la strada percorsa era obbligata. Ma è così?

Nei mesi scorsi si è fatto un gran parlare della Svezia, quasi fosse un paese governato da una banda di delinquenti senza cuore. Come noto la Svezia ha adottato un modello opposto a quello italiano, scelta che secondo molti avrebbe prodotto un disastro sanitario senza precedenti a fronte di risultati economici peraltro modesti. Oggi sappiamo invece che l’economia svedese è quella che va di gran lunga meglio in Europa, mentre la curva del contagio è più bassa che in altri paesi e la mortalità è ad oggi a 568 vittime su 1 milione di abitanti, inferiore a quella dell’Italia (582), della Gran Bretagna (680), del Belgio (849).

Da questi dati ognuno può trarre la lezione che vuole, ma certo ci dicono come le strategie anti-Covid non sono certo obbligate come invece si vorrebbe far credere. E ci dicono pure di quanto sia folle voler continuare con scelte tipo la didattica a distanza, anche se non più in forma generalizzata, o lo smart working.

Immaginatevi voi, giusto per fare un esempio, quanto possa esser felice un disoccupato che non riceve la cassa integrazione e che si sente (non) rispondere da un impiegato dell’Inps in “lavoro da casa”! Quest’ultimo non ha personalmente colpa alcuna, ma come si fa a non capire che questa è la plastica raffigurazione di quella spaccatura tra “garantiti” e “non garantiti” su cui si basa l’attuale sistema di dominio? Almeno questo il sindacalista Cremaschi dovrebbe capirlo, ma una sua parola contro la prosecuzione dell’atomizzante smart working non l’abbiamo letta.

Egli ci parla del lavoro solo per criticare le fabbriche aperte a marzo a Brescia e Bergamo. Critica giusta, ma insufficiente. Era proprio necessario passare dalla (mancata) chiusura della Val Seriana a quella dell’intero Paese? Ecco, questa domanda banale e necessaria – quantomeno per non ripetere l’errore – pare semplicemente improponibile per chi vede solo il fantasma del “negazionismo”.

Ma il lavoro, questa è l’incredibile omissione, non serve solo a Confindustria. E’ su di esso che si regge l’intera società. Averne minato le basi non è un dispetto ai padroni del vapore, bensì un crimine contro gli strati più deboli e più precari del popolo lavoratore. Come si possa non vedere questa enormità è davvero difficile a capirsi. Cremaschi manda all’inferno i “negazionisti”, ma le scelte che egli evidentemente condivide con chi risiede da sempre in paradiso, l’inferno l’hanno creato per milioni di persone. Che, ci auguriamo, non se ne dimenticheranno tanto facilmente.

Ad ogni modo nessuna meraviglia. Questo è quel che esprime la sinistra sinistrata in epoca di Covid. Stava già male prima, sta ancora peggio adesso. Almeno qualche volta potrebbero chiedersi il perché.

Fonte: Liberiamo l’Italia




MARX VS LACLAU O MARX PIÙ LACLAU? di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti

Melegari e Capoccetti avevano espresso ficcanti considerazioni teoriche sulla situazione sociale e politica italiana —  I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità  — considerate “eretiche” da Alessando Visalli — Delle contraddizioni in seno al popolo: stato e potere. Si è quindi inserito nel confronto Moreno Pasquinelli con due interventi – Nuova Direzione (prima parte) — e Nuova Direzione (seconda parte). Visalli ha quindi risposto alle osservazioni critiche di Pasquinelli –Blocco sociale, egemonia e rivoluzione -.
Di seguito la replica di Melegari e Capoccetti.

*  *  *

Il popolo in seno alle contraddizioni. Una risposta ad alcune critiche
di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti

A partire dalla pubblicazione dell’articolo scritto per la fionda I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità, diverse sono state le reazioni e le letture che hanno dato luogo a un proficuo dibattito, che ci auguriamo possa proseguire e continuare ad avvalersi degli importanti spunti analitici mossi da più parti. Due sono i fronti della critica su cui ci concentreremo, non potendo ritenere validi i rilievi secondo i quali indicheremmo nella piccola borghesia una “nuova classe rivoluzionaria”[i], essendo piuttosto evidente che una tale intenzione non emerge in alcun punto del nostro contributo. Da una parte, abbiamo il fronte costituito da chi ravvisa nella nostra analisi una lettura della fase che non prenderebbe in sufficiente considerazione i rischi insiti nella costruzione di un’alleanza con la piccola e media borghesia, la quale nella futura e imminente gestione della crisi (Recovery fund, Mes, etc.) sarà ancora una volta portata ad ascoltare il “richiamo della foresta” di arricchirsi e distinguersi dai proletari, dal momento che uscire dalla condizione di immiserimento è sempre stata, resta e sarà la sua sola parola d’ordine. Per semplificare e rendere più chiara la nostra esposizione, chiameremo questo fronte il “fronte A”[ii]. Dall’altra, c’è chi osserva nel nostro punto di vista un certo indeterminismo, insito nell’uso della teoria di Ernesto Laclau, che finirebbe per «gettare nel cesso» il materialismo storico e, che pur nella giusta decisione di puntare sulla piccola e media borghesia per la costruzione di un «blocco storico nazional-popolare», vedrebbe nella nostra rivendicazione della sovranità nazionale contro l’UE, non tanto un secondo momento (la teoria dei due tempi), quanto piuttosto un momento secondario rispetto alla centralità assunta dalla conquista socialista dello stato. Chiameremo questo fronte, il “fronte B”[iii].

Prima questione

Partiamo dal primo fronte (il fronte A), nel quale, tra le non poche questioni sollevate, figura la seguente: la tesi da noi espressa nell’articolo sarebbe che la piccola borghesia e i ceti dei lavoratori dipendenti, i proletari, non sarebbero più analiticamente e operativamente distinguibili, o comunque non più identificabili come opposti. Ci sembra che una tale riformulazione, forse proprio perché presuppone a livello strutturale la contrapposizione tra agenti sociali che vuole dimostrare anche nella congiuntura attuale, non colga come nel nostro pezzo non si sostenesse tanto la loro indistinguibilità, quanto lo scompaginamento di entrambi, tanto sul piano economico quanto su quello simbolico, a seguito di quarant’anni di trasformazioni neoliberali[iv]. A nostro giudizio, il mescolamento sul piano materiale e antropologico-simbolico del proletariato e della piccola borghesia non dà luogo a un tutto indistinto, quanto piuttosto a una serie di posizioni differenziali di cui occorre tracciare la mappa, uno spettro di figure in cui quelli che Riccardo Bellofiore ha chiamato il «lavoratore traumatizzato», il «risparmiatore maniacale-depressivo» e il «consumatore indebitato» si articolano l’un l’altro in proporzioni variabili[v]. Certo, si tratta di individuare differenze anche nella nebulosa dei ceti medi (l’articolo, ad esempio, faceva fugace cenno al problema posto dalle piccole e medie imprese integrate nelle catene del valore nordeuropee) e, politicamente, si tratta di disarticolarne la configurazione attuale, in particolare di spezzare le alleanze con i gruppi effettivamente dominanti (ma per farlo occorre rapportarsi a questa galassia composita, sapendo di dovere fare i conti anche con codici culturali – ad esempio la diffidenza per il pubblico – in parte trasversali a gruppi fortemente differenziati per il solo interesse materiale). Trattandosi sostanzialmente di un intervento di teoria politica, l’articolo effettivamente difettava di analisi sociologica dettagliata dei gruppi sociali evocati, ma non per questo è lecito sostenere che in esso si proponesse di sostituire un soggetto puro con un altro, mentre ciò che si suggeriva era, appunto, di tenere conto di tutti gli intrecci possibili tra le molteplici figure interne tanto al corpo proletario frantumato quanto alle classi medie alle prese con una crisi che non è solo economica ma anche di percezione di sé[vi].

Tuttavia, si dice, nel nostro articolo il lavoro «buono e continuo, se pur povero», viene descritto «sorprendentemente come più sensibile all’imprenditorializzazione». In breve, l’errore che ci viene rimproverato è quello di non considerare come gli operai e i lavoratori salariati siano, sì, toccati dalla soggettivazione imprenditoriale, ma mai quanto la piccola e media borghesia. Riteniamo che una critica di questo tipo muova non tanto dall’analisi del dato concreto, quanto piuttosto da una certa caratterizzazione a priori positiva del lavoro operaio e salariato – apostrofato non a caso come «buono» – perché sfruttato e non finalizzato all’arricchimento. Nella ricostruzione fornita dalla critica i ceti medi sembrano, invece, soggettivamente condannati a muoversi esclusivamente «per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale», con la conseguenza che, mentre un’azione pedagogica è consentita – anzi sembra quasi ontologicamente richiesta – per i lavoratori subordinati, per i piccolo-borghesi l’unica strada per un’articolazione scevra da sospetti appare essere la loro negazione oggettiva in quanto gruppo sociale, ovvero la proletarizzazione (processo che, d’altra parte, non ha mai alluso a un dato esclusivamente economico). Tuttavia, come ebbe modo di scrivere Bourdieu, «la classe sociale non si definisce affatto mediante una proprietà (nemmeno quella più determinante, come le dimensioni e la struttura del capitale), né mediante una somma di proprietà […], e neppure mediante serie di proprietà subordinate ad una proprietà fondamentale (la posizione nei rapporti di produzione) in un rapporto di causa ed effetto, di condizionante e condizionato; bensì mediante la struttura dei rapporti tra tutte le proprietà pertinenti, che conferisce a ciascuna di esse, ed agli effetti che questa esercita sulle pratiche, il suo valore peculiare»[vii]. A partire da una tale ridefinizione è possibile reimpostare il tema del conflitto sociale, ancorandolo «non solo alle determinazioni oggettive, ma anche a tutti gli scarti differenziali di natura simbolica»[viii]. Per evitare che dai modelli utili a spiegare e cambiare la realtà si passi alla celebrazione della presunta realtà di modelli che possono diventare, invece, essi stessi degli ostacoli alle effettive possibilità di cambiamento, ci chiediamo se non sia piuttosto il caso di guardare alla «classe reale», che – come osservava lo stesso Bourdieu – «non è mai altro che la classe realizzata, ossia mobilitata, punto di arrivo della lotta delle classificazioni come lotta propriamente simbolica (e politica)»[ix]. In altri termini, non è possibile dedurre dai rapporti di produzione un dato antropologico costante che, per di più, sembra farsi elemento in grado di condizionare le stesse scelte strategiche. D’altra parte, la logica laclausiana che ci è stata imputata e sulla quale torneremo non nega il conflitto, semmai lo conferma: la lotta di classe non è però la “classe in lotta”, bensì la lotta che può portare gli interessi di classe allo scontro. Scontro che non è mai definito e definitivo, non è mai garantito. Il conflitto è sempre presente perché, come vedremo, è un dato ontologico dell’essere sociale. Non è invece ontologicamente garantita la lotta di classe, che deve essere attivata politicamente, deve essere riconosciuta quale strumento di (ri)costruzione del sociale stesso.

Seconda questione

Quanto detto implica di studiare la logica del modo di produzione nel suo intreccio con configurazioni giuridico-istituzionali che sono direttamente o indirettamente funzionali a determinate modalità/volontà di dirigere politicamente il conflitto. Nel nostro articolo abbiamo più volte qualificato, sulla scorta di Poulantzas, lo Stato stesso come un campo della lotta sociale tra classi (e frammenti di classi) [x]. Eppure, per noi piuttosto sorprendentemente, ci è stato rimproverato di fare coincidere potere e Stato, inteso come una macchina di cui si tratterebbe semplicemente di prendere il controllo tramite maggioranze elettorali. In realtà nel nostro articolo le elezioni venivano nominate esclusivamente per parlare del posizionamento di classe del lavoro dipendente come una delle cause dell’ascesa del M5S, argomento che in alcuni commenti è stato utilizzato per rimproverarci di non comprendere che, per così dire, “anche i lavoratori si incazzano” e che noi, invece, avanzavamo proprio per mostrare il rapporto spurio tra collocazione di classe ed espressione politica. Tra l’altro, Visalli cita proprio la composizione sociale trasversale del voto a M5S e Lega come controprova empirica dell’infondatezza della nostra argomentazione, il che a nostro avviso rende invece ancora più urgente interrogarsi con una certa radicalità sul perché il malumore del lavoro dipendente non sia sfociato nell’agognata rivolta sociale né abbia premiato nessuna delle forze anticapitaliste, con più precisa connotazione “di classe”, disponibili sulla scena politica, mentre, al contrario, all’epoca era piuttosto diffusa tra queste ultime la pratica di derivare da alcuni effettivi caratteri “neoliberali” del M5S il suo ruolo di “tappo” od “usurpatore” dell’autentica protesta. Vero è, invece, che riteniamo che lo Stato come campo travalichi i confini dello Stato come “cosa”, ma anche dei rapporti di classe in esso inscritti. Nella misura in cui si riesce a calcare questo terreno (anche senza conquistarlo del tutto), è possibile provare a ridefinirne e orientarne il capitale “simbolico”, a “polarizzare” il campo, acquisendone “legittimazione”, “potenza” e “potere” (in parte anche nei rapporti di produzione, rispetto ai quali, come mostra lo stesso Poulantzas, la funzione statale non è del tutto esterna). Il riferimento alla nazione è, tra le altre cose, questione fondamentale – declinabile secondo diversi orientamenti – sulla quale fare leva per disporre del potere simbolico dello Stato[xi]. In ogni caso è un bene non distogliere lo sguardo dalla guerra per la supremazia tra dominanti – che si gioca tanto attraverso il potere statuale quanto nella competizione economica e che può sacrificare a sé la stessa massimizzazione del profitto[xii] – e, soprattutto, dai settori di altri gruppi sociali che vengono coinvolti in essa, interrogandosi senza moralismi sulla stabilità e la trasformabilità di queste alleanze. Tanto l’attendismo quanto il purismo economicista contribuiscono, invece, non poco a dare ossigeno, tempo e denaro a quei gruppi, che hanno così vita facile a ricollocarsi in modo da giocare una “lotta di classe” dall’alto, che si continua a perdere, da un lato perché ci è stato tolto il terreno di gioco da sotto i piedi, dall’altro perché non si è disposti a giocare sul terreno rimasto.

Terza questione

Occorre, infine, affrontare una questione più intricata, non a caso condivisa dai fronti opposti A e B, riguardante la differenza ed, eventualmente, la complementarietà tra una lente marxista centrata sui rapporti sociali di produzione e la teoria delle «catene equivalenziali» egemoniche di cui parla Ernesto Laclau. Semplificando una costruzione teorica molto più complessa, possiamo dire con sufficiente sicurezza che per il filosofo argentino, il «discorso», anche se sicuramente ritagliato sull’aspetto linguistico o retorico e con tutte le sovrapposizioni “postmoderne” che tale scelta indubbiamente comporta, non riguarda semplicemente la narrazione o il “comunicazionismo” a tratti attribuitoci, ma è un modo per concettualizzare il rapporto attraverso il quale si danno elementi e relazioni come coappartenenti ad una totalità mai saturata, intimamente scissa, continuamente soggetta a ridefinizione identitaria per via di un’inestinguibile opacità dovuta al conflitto. Il sociale è sempre tutto da fare e riconfigurare (politicamente), e assumerà determinate sembianze piuttosto che altre, a seconda di quali «significanti vuoti» saranno in grado di costruire ed esprimere simbolicamente le catene equivalenziali più forti. L’egemonia, in quanto operazione di riarticolazione interna ad una formazione sociale e discorsiva diventa, allora, costitutiva anche delle classi sociali in quanto soggetti politici. I rapporti di produzione non cessano di esistere, né di essere presi in considerazione (potendo essere, tra le altre cose, posta in gioco del conflitto), ma certo non determinano perimetro e mobilità del campo politico, non più riconducibile a mera rappresentazione di interessi.

A questo punto non è possibile esimersi dal rispondere già qui all’obiezione mossa nel secondo fronte della critica (il fronte B), cioè quella per cui affidarsi al dato congiunturale laclausiano vorrebbe dire semplicemente abbandonare la concezione materialistica della storia. È corretto affermare, invece, che, seguendo Laclau, non si assegna alcun primato al sociale, ma non per questo si approda alla visione altrettanto riduzionista per cui la politica plasma volontaristicamente un sociale ad essa subordinato: bisogna piuttosto intendere come per Laclau la politica sia «ontologia del sociale», costruzione egemonica di alleanze sociali che continuamente le risignifica. Non neghiamo che esistano effettivamente pericoli nella teorizzazione di Laclau[xiii]. Tuttavia, riteniamo che pensare il politico come ontologia del sociale, come l’essere stesso dei rapporti sociali colti sotto l’angolo prospettico della congiuntura (su questo ritorneremo), ci consente non solo di considerarlo come elemento interno all’economico stesso, ma anche di immaginare nuove vie per ripoliticizzare un esistente la cui carica antagonistica e conflittuale è stata neutralizzata da decenni di trasformazioni neoliberiste.  In quest’ottica, infatti, il populismo non è solo un momento – che per molti oggi sarebbe finito, senza essersi, in effetti, mai veramente dato se non in un altrove idealizzato, sia esso latinoamericano o francese – ma anche un campo, che proprio per questo consente di (ri-)attivare momenti populisti, non orientati da alcuna visione progressiva o per stadi, perché coincidenti con le dislocazioni egemoniche e contro-egemoniche di una frontiera interna allo spazio sociale. Frontiera che è bene ribadire non è antagonistica perché condotta da un soggetto naturalmente antagonista, quanto piuttosto perché segna una fratturazione dello spazio rappresentativo e sociale, che in quanto tale è inevitabilmente interessata da spinte egemoniche e contro-egemoniche. Da questo punto di vista, il pensiero del teorico argentino può essere letto certamente in chiave “debolista” e “postmoderna”, ma se analizzata in profondità, la sua teoria non è sic et simpliciter tacciabile di “indeterminismo”: il fatto che non si dia una determinazione fissa del sociale è, infatti, proprio ciò che obbliga a determinarsi per esistere, almeno per esistere politicamente. La congiuntura non è tanto qualcosa di effimero, quanto piuttosto la cifra politica della determinazione. In tal senso – per tornare al confronto dal quale nasceva il nostro articolo sui bottegai  – il rifiuto della “politica dei due tempi” e l’insistenza sulla sincronicità non concernevano la contemporaneità tra liberazione nazionale e fuoriuscita dal capitalismo, in una sorta di flusso rivoluzionario permanente (come pure la critica B ci rimprovera, attribuendoci, tra l’altro, un intero passaggio dell’articolo di Vitali al quale, invece, reagivamo), ma semmai tra lotta per la sovranità nazionale e lotta di classe: non, insomma, un’ora X dell’avvento del Totalmente Altro, ma lo snodo determinato, specifico, anche contraddittorio, fra ritmi diversi, la congiuntura appunto.

Sappiamo, dopo queste precisazioni, di avere prestato il fianco ad un’altra critica, quella di “astrattezza”. Proviamo, allora, a rispondere seccamente alle questioni strettamente politiche che ci sono state poste:

A) No, non trascuriamo per nulla gli effetti di ricompattamento tra classi dominanti e ceti medi (o settori di essi) a seguito di questa o quella misura economica nazionale o europea. La riarticolazione dei fronti e le spinte contro-egemoniche, anche preventive, fanno parte, infatti, della definizione stessa di “frontiera antagonistica”. Semplicemente non deriviamo da uno strumento economico, di cui sono ancora incerti tempi ed impatto reale, le garanzie per confermare una visione dicotomica della società e della storia che ci sembra avere mostrato tutta la sua problematicità. Ne consegue che non crediamo che da queste tendenze “oggettive” derivi la possibilità di rendere politicamente egemoniche istanze socialiste sulla base della gemmazione di una qualsiasi tra le forze che già si dichiarano tali. Tendiamo piuttosto a credere che, allo stato attuale, una forza socialista di qualche portata potrebbe, forse, assumere consistenza sedimentando relazioni, polarizzando e orientando forze all’interno di un campo in sé non socialista;

B) Riteniamo la questione della sovranità nazionale e popolare e, dunque, della rottura con l’impianto UE dirimente, al punto che in questi anni, anche come militanti oltre che come autori di qualche contributo, abbiamo insistito sul nesso tra la questione euro e la pervasività della governance neoliberale europea nel diritto, nella scuola, nella rifunzionalizzazione del pubblico e del sociale. Senza il primo aspetto la critica alla UE si trasforma in reiterata decostruzione, incapace di cogliere il punto di precipitazione economico e politico della questione; senza il secondo, invece, si cade in una versione caricaturale del nemico e della liberazione, non afferrando come nemmeno in questo caso la sola disfunzionalità economica possa sancire il crollo o la destituzione di un “ordine” politico.

La nostra ambizione, insomma, non è quella di sottrarsi alla diagnosi delle contraddizioni in seno al popolo, e soprattutto al compito di risolverle in modo non antagonistico, ma di costruire un popolo in seno alle contraddizioni del presente, poiché al di fuori di esse non si tratterà di un popolo.


[i] Cfr. F. Marchi, Quale blocco sociale e con chi?

[ii] Cfr. A. Visalli, Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere: (una versione più estesa dell’articolo è presente nel blog di Visalli:

[iii] Cfr. M. Pasquinelli, Nuova Direzione? (prima parte); nella seconda parte dell’articolo Pasquinelli si confronta criticamente con il testo di Visalli

[iv] Cfr. F. Capoccetti, Il virus che c’era già. Neoliberalismo e pandemia

[v] Cfr. R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la sinistra, Asterios, Trieste 2012

[vi] Oltre ai testi di Guilluy e Bagnasco citati anche da Visalli, per una storia della mobilitazione politica delle classi medie, cfr. S. Rizas, The End of Middle Class Politics, Cambridge Scholar Publishing, Newcastle 2018

[vii] P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna 2001, pp. 107-108.

[viii] G. Paolucci, Introduzione a Bourdieu, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 99.

[ix] P. Bourdieu, Ragioni pratiche, il Mulino, Bologna 1995, p. 24.

[x] In altra sede ci siamo anche occupati del rapporto tra logiche governamentali e prisma statuale: cfr. D. Melegari, Foucault, fase 2. Pandemia e crisi di governamentalità

[xi] Visalli, con alcune ragioni, giudica non chiara la formula (che rimanda a Marcel Mauss) della nazione come “forma di integrazione sociale”, decidendo prontamente di interpretarla in termini organicistici. Per la verità nell’articolo facevamo accenno alle considerazioni di Poulantzas sulla matrice spaziale e temporale dell’elemento nazionale e sull’impossibilità di leggere l’appartenenza ad esso come mera “specificazione” di un’identità di classe data come ontologicamente e politicamente prioritaria. Contiamo di tornare presto su questi temi in modo più dettagliato. Per il momento, a proposito della dimensione nazionale come spazio di conflitto e, al tempo stesso, luogo di sedimentazioni ad esso irriducibili (e proprio per questo “contendibili”), cfr. D, Melegari, L’anatra-coniglio della nazione “a sinistra:

[xii] Cfr, G. La Grassa, Gli strateghi del capitale: una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin, Manifestolibri, Roma 2005

[xiii] Su alcuni aspetti problematici cfr.  i nostri interventi in M. Baldassari, D. Melegari (a cura di), Populismo e democrazia radicale : in dialogo con Ernesto Laclau, OmbreCorte, Verona 2012




BLOCCO SOCIALE, EGEMONIA E RIVOLUZIONE di Alessandro Visalli

Giorni addietro abbiamo pubblicato le riflessioni di Moreno Pasquinelli sul dibattito in corso all’interno di Nuova Direzione (QUI e QUI).
Volentieri pubblichiamo la risposta di Alessandro Visalli che è il coordinatore nazionale di Nuova Direzione.

Avanzate e ritirate. Blocco sociale, egemonia e rivoluzione

Moreno Pasquinelli, su “Sollevazione”, in due consecutivi articoli[1] è intervenuto in un dibattito tra alcuni autori[2] de “La fionda” e un intervento su questo blog[3]. Oggetto del dibattito era l’azione politica ed i suoi referenti nelle condizioni contemporanee.

Questa è la mia replica.

Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti avevano voluto sostenere una tesi profondamente radicata nella lunga ritirata della cultura di sinistra e marxista non solo italiana: che la frattura tra le classi sociali sia ormai superata, a seguito del crollo del “compromesso keynesiano”, ovvero del modo di produzione fordista. Secondo questa visione il proletariato, la classe operaia, non esisterebbe più e comunque non si esprimerebbe come classe distinta dalle classi medie. È dunque a queste ultime che bisogna ormai guardare come orizzonte di ogni azione politica possibile. Si tratta di una tesi di grandissimo successo a partire dal finire degli anni settanta e poi completamente egemone negli anni ottanta e novanta[4]. Sia chiaro, è una tesi che ha avuto grande parte nella ritirata della sinistra antagonista, o di opposizione, nelle ‘terze vie’, diventandone un caratteristico marchio di fabbrica. Ma ha avuto talmente tanto successo da diventare con il tempo un semplice fatto indiscutibile. Talmente indiscutibile che da questo partono sia i due autori de “La fionda”, sia quello di “Sollevazione”, pur nella notevole differenza di posizione politica.

Prendiamo, ad esempio, un famoso testo di Ulrich Beck del 1986:

“… la problematica dell’ineguaglianza ha perso la sua esplosività sociale. Persino di fronte a numeri di disoccupati nettamente oltre la soglia dei due milioni, considerata traumatica fino a pochi anni fa, non ci sono state fino ad ora proteste. Certo, la problematica della diseguaglianza ha acquistato negli ultimi anni una maggiore importanza (discussione sulla nuova povertà) e riemerge in nuovi contesti e varianti (lotta per i diritti delle donne, iniziative civiche contro le centrali nucleari, diseguaglianze tra le generazioni, conflitti regionali e religiosi). Ma se prendiamo la discussione pubblica e politica come indice di sviluppo reale, allora la conclusione che si impone è la seguente: oggi nella Repubblica Federale, sebbene le vecchie diseguaglianze non siano scomparse e ne sorgano di nuove, viviamo in condizioni che sono al di là della società di classe, e in cui l’immagine della società di classe è mantenuta in vita solo per mancanza di un’alternativa migliore.”[5]

In questo argomento suona molto importante la ragione per la quale, in modo non dissimile, come vedremo, da Habermas e da Giddens o Inglehart, tra gli altri, questo effetto si produrrebbe. Bisogna fare attenzione, perché è esattamente un’illusione ottica propria di quegli anni e con essi, tuttavia, tramontata.

“Questa contraddizione si può superare se ci si chiede in quale misura negli ultimi tre decenni, al di sotto della soglia di attenzione delle ricerche sulla ineguaglianza sia mutato il significato sociale della diseguaglianza. La mia tesi è questa: da una parte le relazioni di diseguaglianza sociale sono rimaste largamente costanti nello sviluppo del dopoguerra nella Repubblica federale. Dall’altra le condizioni di vita della popolazione si sono radicalmente modificate. La peculiarità dello sviluppo della struttura sociale nella Repubblica federale è costituita dall’ ‘effetto ascensore’: la ‘società di classe’ è portata nel suo complesso ad un piano superiore. Nonostante tutte le nuove disuguaglianze che si vanno stabilizzando e le vecchie che si sono mantenute, c’è un sovrappiù collettivo di reddito, istruzione, mobilità, diritto, scienza e consumo di massa. La conseguenza è che le identità e i vincoli subculturali di classe si attenuano o si dissolvono. Nello stesso tempo si avvia un processo di individualizzazione e diversificazione delle situazioni e degli stili di vita che mina nelle sue basi il modello gerarchico delle classi e dei ceti sociali e ne mette in discussione il contenuto di realtà”.

Non è, secondo la tesi di Beck, tanto la differenza materiale ad essere perduta, la classe in sé, quanto il suo carattere sociale, la classe per sé, a causa della mutazione di condizioni e forme di vita nella società cosiddetta dei “due terzi[6]. E ciò, sia chiaro, “anche se le strutture della diseguaglianza restano costanti”. La cosa si spiega con l’innalzamento delle condizioni di vita e di istruzione che è percepita come più rilevante della distanza (che resta immutata). Leggiamo ancora:

“con l’elevazione dello standard di vita nel corso della ricostruzione economica negli anni cinquanta e sessanta e con l’espansione dell’istruzione negli anni sessanta e settanta, larghi strati della popolazione hanno sperimentato mutamenti e miglioramenti nelle condizioni di vita che per la loro stessa esperienza sono stati più importanti delle distanze dagli altri grandi gruppi, rimaste ancora una volta immutate. Questo vale in particolare per i gruppi svantaggiati alla base della gerarchia sociale”[7].

Per tutti i gruppi sociali sono diventate, in altre parole, possibili le vacanze, o l’acquisto della casa. Hanno percepito nelle proprie vite quel genere di ottimismo che si stabilisce quando sai che stai aumentando sempre di più il benessere, e individualmente o come famiglia ogni decennio sei sempre più ricco. Aumenta la durata della vita, il tempo di lavoro ed il relativo reddito. Il consumo di massa mescola i ceti, allarga le aree di intersezione, crea stili di vita che si liberano degli angusti steccati di classe, aumenta mobilità ed istruzione. Gli ammortizzatori e lo stato sociale ed assistenziale producono un effetto molto specifico. Andiamo avanti con Beck:

“oggi non è più come nel XIX secolo, quando sotto la pressione del bisogno e dell’alienazione sperimentata nel lavoro, nei quartieri poveri proletari delle città in espansione gli uomini venivano fusi insieme in grandi gruppi – ‘classi’ che agivano sul piano sociale e politico. Oggi, al contrario, al riparo dei diritti sociali e politici conquistati, essi vengono svincolati dai legami di classe della vita quotidiana e indotti sempre più, per provvedere al sostentamento, a contare solo sulle proprie forze. Nel quadro dello stato assistenziale, l’estensione del lavoro salariato si trasforma in un’individualizzazione delle classi sociali”[8].

Si tratta del frutto del successo delle lotte, che a sua volta, però, Beck lo prevede, “ora ne minaccia forse l’esistenza, almeno in quanto movimento ‘operaio’”. La questione è posta con chiarezza, come del resto farà Inglehart[9], la tendenza all’individualizzazione dipende strettamente da condizioni strutturali (sociali, economiche, giuridiche e politiche) tra le quali rientrano: “una prosperità economica generalizzata con relativa piena occupazione, l’ampliamento dei compiti dello stato sociale, l’istituzionalizzazione della rappresentanza sindacale degli interessi, l’espansione dell’istruzione, l’estensione del settore dei servizi con le derivate opportunità di mobilità, la riduzione del tempo di lavoro, ecc.” Ciò porta alla disintegrazione della società di classe.

Ma, attenzione, questo avviene perché:

“questa inclusione di persone nel mercato del lavoro, questa, in senso marxiano, crescita oggettiva della classe dei lavoratori salariati, avviene, nelle condizioni strutturali date, nella forma di una generalizzazione dell’individualizzazione – una forma tuttavia reversibile. Infatti, in secondo luogo, questo superamento delle classi dipende da determinate condizioni strutturali e può, a sua volta, essere superato se queste condizioni strutturali sono rimesse in questione”.

Una tesi del genere, del resto, era stata avanzata in termini marxiani già nel 1966 da Paul Baran e Paul Sweezy[10], che connettono la rivoluzione sistemica in corso nel capitalismo (monopolista) maturo, che sviluppa un’enorme capacità di coinvolgimento ed egemonia. Il capitalismo nella forma monopolista tende infatti a soggiacere alla “legge della crescita tendenziale del surplus”, e quindi ad una costante moltiplicazione degli sprechi e dei ceti intermedi ed improduttivi. In questa capacità di creare e distribuire la ricchezza, moltiplicando i ceti e gruppi beneficiari, riposa la sua stabilità sociale. È una sorta di “teorema di impossibilità”. Fino a che cresce la monopolizzazione del capitale, insieme alla sua composizione organica, il surplus tende ad aumentare e con esso i suoi percettori. Questo effetto spegne la conflittualità sociale nel centro e l’esalta nella periferia[11].

Tutto questo è stato revocato. Come appare dolorosamente evidente nelle vite di troppi, ogni protezione è caduta, le distanze si sono allargate e con essa la loro percezione, la sensazione non è di crescere più velocemente ma di cadere. Il sogno di diventare proprietari, per chi non lo è già, è lontanissimo, e via dicendo. Il tempo di lavoro si è frammentato e il ritmo si è fatto serrato, l’alienazione domina incontrastata.

Come videro e dissero sia Beck, sia Inglehart, ed anche Giddens[12], quando detto revoca le condizioni dell’individualizzazione e della stessa dissoluzione delle classi. Ma naturalmente ci vuole tempo perché si completi il processo di salire a coscienza, sia degli interessati sia degli interpreti ed intellettuali. Forse per questi ultimi ce ne vuole anche di più. Bisogna aspettare il volo della Nottola di Minerva. Se tra economia e politica non c’è una relazione meccanicista, per cui da quella consegue immediatamente questa, ma ogni genere di slittamento e di dialettica, è perché come ben mostra Inglehart[13] la coscienza sociale deriva dalla interazione di molti diversi fattori e risente dell’inerzia dello sviluppo.

Capita, a volte, che si finisca per pensare ancora con le idee di autori morti, o con la mentalità di tempi trascorsi. Magari pensandosi “moderni”, e talvolta pensandosi “rivoluzionari”.

L’argomentazione di Melegari e Capoccetti, ad esempio, muoveva dalla confusione empirica tra lavoratori salariati, organizzati dal capitale, e piccole borghesie. Una dicotomia che, in linea con quella letteratura anni ottanta, non sarebbe più attuale. Del resto, come sostiene anche Pasquinelli, oggi si mobilitano fattualmente più i ceti medi impoveriti, che non i ceti popolari. Al massimo questi ultimi si attivano per rivolte episodiche[14], o, con riferimento ai segmenti “garantiti”. In altre parole, secondo una tesi che riverberava profondamente negli anni settanta (ed allora era abbastanza fondata), sarebbero inibiti dalla “soggettivazione imprenditoriale”. È in realtà una percezione, accuratamente costruita da un’univoca retorica, sia alta sia mediatizzata, esattamente sincrona all’insorgenza neoliberale e con questa complice. Del resto, si tratta in grande misura di un effetto di rappresentazione determinato dal ferreo controllo dei media e del suo accesso; alcuni ceti sono evidentemente fotogenici ed altri no. Alcuni hanno maggiore visibilità e viene soprattutto loro concessa perché contigua e strumentale alla narrazione che dipinge il nostro paese come affetto da cultura anti-imprenditoriale. Sin dagli anni sessanta e settanta è stato un coro che non ha mai cessato di cantare: ci sono quelli che “creano lavoro e ricchezza” e quelli che invece sono parassitari (i lavoratori del pubblico), o comunque scansafatiche e profittatori (tutti gli altri). Non a caso bastano anche meno di dieci baristi in piazza per fare notizia ed avere le televisioni che corrono, mentre contemporaneamente le lavoratrici della Piaggio sono rimaste per mesi sul tetto della fabbrica non se le è filate nessuno, né qualcuno ha prestato attenzione all’operatore del porto di Trieste rimasto sulla gru, o alle lotte fuori i cancelli delle imprese logistiche, o delle aziende che delocalizzano. Si ribellano ancora ma senza videocamere[15]. Abbiamo, in Italia, oltre diciotto milioni di lavoratori dipendenti, in crescita dal 2008 del 4,8%, mentre i lavoratori “indipendenti” (molti apparenti) scendono da cinque virgola tre milioni a quattro virgola otto, quasi del 10%. Degli indipendenti solo uno virgola quattro milioni, anche questi in calo, hanno almeno un dipendente. In sostanza i datori di lavoro sono poco più di un milione, mentre i lavoratori autonomi o dipendenti sono oltre ventuno milioni. Dei primi, secondo l’Istat i veri e propri imprenditori sono solo duecentosettantamila, mentre i professionisti con dipendenti circa duecentomila. Il grosso lo fanno i lavoratori in proprio con dipendenti, che sono circa un milione[16].

Moreno Pasquinelli oppone, anche se lo attribuisce in parte erroneamente ad un’articolazione interna all’associazione Nuova Direzione[17], ed espressione del suo intellettualismo, alla lettura dei nostri un residuo di concezione materialista della storia. Ovvero gli attribuisce, in modo non infondato, una posizione, desunta da Ernesto Laclau, di netto rifiuto di “processi necessitati e/o leggi sociali oggettive”. Propone, al contrario una posizione mediana: rifiutare sia il determinismo meccanicista sia l’ “indeterminismo”. Però accetta da Melegari e Capoccetti una conseguenza posta: l’assoluta centralità, come dice, del fattore Politico, ovvero della funzione creativa e poietica del soggetto politico. Cioè della idea, attribuita a Lenin, del Partito come demiurgo della storia[18], o “moderno principe” (Gramsci)[19].

L’interpretazione che Pasquinelli pone di questi snodi teorici tradizionali è del Partito come architetto di un blocco storico nazionale-popolare che non preesiste alla sua azione, e supera il mero “partito di classe”, creando un “blocco sociale antagonista”, intrinsecamente “pluralista”. In effetti per lui “i rivoluzionari” dovrebbero compiere l’azione, sia attiva sia creativa, di “cavar fuori dalla poltiglia sociale, prodotta dal tardo-capitalismo, un blocco antagonista”. Il dato dal quale parte il ragionamento di Moreno è tanto semplice, quanto forse non-pensato a fondo: la “società liquida”[20] è un dato storico-epocale, dal quale si parte perché semplice fatto. Allora, di fronte a questa impossibilità, rifiutando l’inazione resta solo di “gettarsi nel gorgo”.

Intravedo un elemento di irrazionalismo in questa generosa posizione. Ed anche una sorta di cieca disperazione. Ci si getta nella lotta come reazione allo stesso venire meno delle sue condizioni di possibilità. Si compie questo salto senza disporre di una esatta “teoria rivoluzionaria”[21], reputando che in qualche modo nella mischia essa si troverà. Il rischio è di perdere di vista il carattere generale e lo stesso scopo dell’azione, di non rappresentarsela correttamente, di non capirne la necessità, il contenuto, il suo corso e sviluppo. Principalmente, dato lo schema al quale si aderisce, per inerzia concettuale prima che pratica, si rischia di oscurare le forme di antagonismo e sfruttamento più rilevanti, più connesse con l’effettiva emancipazione e in ultima analisi con l’interesse nazionale e generale[22]. Secondo il gergo leniniano si rischia il “soggettivismo”[23]

Pasquinelli recupera e valorizza a tal fine il passaggio chiave di Melegari e Capoccetti, quando, sulla scorta di Laclau, affermano che la rivoluzione neoliberale ha reso ormai insuperabile la destrutturazione dei corpi collettivi, e quindi ciò, in qualche modo, dissolve anche “la distinzione e la dialettica tra interesse corporativo e interesse generale” e quindi con essa l’articolazione ascendente tra “lotta sociale e costruzione politica”. Lo condivide fino al punto di dichiarare che senza azione delle avanguardie rivoluzionarie, inseminatori e forgiatori della materia inerte del popolo, la non meglio definita “energia che la crisi sistemica sprigiona” si potrebbe volatilizzare, o diventare carburante per avventure reazionarie. Dunque, per fare questa mossa, peraltro tipica della tradizione politica del nostro[24], bisogna liberarsi sia di “vetusti pregiudizi operaisti”, sia di “astratti canoni classisti”. E quindi “tentare di raddrizzare un bastone che la storia ci consegna storto”, poggiando sulla piccola borghesia pauperizzata. Si tratta della questione del ‘populismo’, sulla quale torniamo tra poco.

Il passaggio successivo, in questo scostandosi dal testo di Melegari e Capoccetti, è di designare il vincolo esterno, e quindi l’Europa, come lotta centrale e dirimente contro la “nostra classe dirigente”, per sottrargli la macchina di dominio. Ovvero, nel passaggio successivo, attaccare il rifiuto dei nostri della “logica dei due tempi” (prima si rompe il vincolo europeo, con chiunque sia disponibile a farlo, e poi si lotta per condurre ad esiti emancipatori per i ceti subalterni la situazione data).

Lo snodo è qui in perfetta luce, ma lo è meno la sua premessa necessaria, vediamo quindi, prima di passare all’altro articolo, l’uno e l’altra:

  • Se fosse anche utile e necessario svolgere la liberazione dal vincolo esterno insieme alla trasformazione in direzione socialista della società (ovvero, ad esempio, recuperare l’indipendenza monetaria per finanziare un lavoro di prima istanza e non per ridurre le tasse alle Pmi), tuttavia ci si trova davanti al semplice fatto che i socialisti non guidano il processo. Dunque, se non lo guidano, mentre le formazioni populiste non lo vogliono, per effetto della loro composizione di classe e cultura, le formazioni socialiste sono davanti ad un dilemma. Partecipare o meno al processo? La risposta per Pasquinelli è positiva. La ragione è eminentemente pratica, anche se manca una vera a propria “teoria rivoluzionaria”, anche se occorre affidarsi a soggettivismo e azione contingente, il fatto è che “un altro campo non si vede all’orizzonte”. Resta solo una cosa da fare, per quanto disperata sia: “le ‘minoranze creative’ debbono esercitare un ruolo d’avanguardia e tentare di fare egemonia”.
  • La premessa è invece figlia inconsapevole della letteratura citata in apertura: “il blocco sociale antagonista non ci verrà consegnato dalla crisi capitalista”, e quindi “esso si può costituire solo grazie all’esistenza di un elemento Politico di agglutinazione”. Una sostanza alchemica, in definitiva. 

    Nel secondo articolo, Moreno Pasquinelli, a questo punto attacca il mio articolo. Individua il mio punto di critica all’adesione al sovversivismo della piccola borghesia. Focalizza il mio sistematico rifiuto del tentativo prometeico, anzi alchemico, ipotizzato dal nostro nel suo Comitato di liberazione nazionale[25]. Come ovvio quindi il nostro mi designa come avversario, anzi, dati i toni come nemico.

    Facendo riferimento al principale controargomento[26] avanzato all’impostazione post-strutturalista di Laclau, che non confuta, Pasquinelli mi oppone l’accusa di astrazione e “teoricismo dottrinario”. Insomma, mi accusa di riferirmi al Marx del 1848. Risponderò in modo semplice: il Manifesto del partito comunista[27] è un grande testo, ma il mio argomento non deriva affatto dalla tesi che sia in corso la pauperizzazione del proletariato (la divisione in due classi irriducibili postulata da Marx nel 1848), se pure questa fosse davvero attribuibile a Marx[28]. Il mio punto è schematico, ma non teorico (o meglio, dottrinario), semmai deriva da un’analisi strutturale degli interessi sociali. Deriva, cioè, da un abbozzo di ‘teoria rivoluzionaria’. Si tratta di un abbozzo di analisi concreta, di individuazione di una legge di mutamento storico-concreta e situata, esattamente comprensibile solo a partire dai conflitti e dalle contraddizioni dello stato delle cose presenti. Del competitivo mondo della tarda mondializzazione e dei suoi assetti finanziarizzati e deflattivi, nei quali i giochi a somma positiva sono sistematicamente inibiti.

    Il resto, mi perdonerà il nostro, ma non è molto comprensibile. Se non l’accusa di odio per i ceti medi (ai quali appartengo) e di aristocraticismo (al quale non appartengo).

    La mia analisi è volutamente schematica, si è detto, prendendola in parole Pasquinelli, il quale conta di avere la pietra filosofale per mutare piombo in oro, mi accusa di regalare al nemico l’intero carico di piombo[29]. Touché, come si dice.

    Ma il piombo resta piombo.

    È piombo, e della peggiore specie, il Movimento dei forconi di Mariano Ferro del 2012. E certo non significa affatto che la piccola borghesia si sia scollata dai suoi interessi corporativi e rivendicativi egoistici (anche perché qualche migliaio di persone per qualche mese non sono “la piccola borghesia”). È piombo la rottura presunta durante la crisi del Covid-19, ovvero i deliri complottisti che qualche minoranza rumorosa e comprensibilmente disperata porta avanti, talvolta sui mezzi di comunicazione. È piombo, e davvero pessimo, inutilizzabile, il movimento dei “gilet arancioni”. Che non è affatto della medesima pasta dei, sia pur confusi, “gilet gialli” (i quali sono movimento di ben altre classi e principalmente di lavoratori dipendenti). È piombo, se pur frammisto a vene utili, il Movimento 5 Stelle, che comunque non è affatto solo espressione della rivolta della piccola borghesia e tanto meno “dei bottegai” (dato che al suo massimo ha avuto posizione egemone nel lavoro pubblico e dipendente in genere nel quale è arrivato a prendere il 55% dei voti).

    Inoltre, può darsi benissimo che io non abbia capito nulla del “momento Polanyi”, e del “populismo”, ma di una cosa sono abbastanza certo: sono due cose diverse[30]. Propongo questa nomenclatura per fare chiarezza:

    • il “momento Polanyi” è la più ampia fase storica di rovesciamento della legittimazione e dei poteri ormai non più in grado di contrastare o minimizzare la propria tendenza alla disgregazione del sociale.
    • Il “momento populista” è la forma politica, che vive della caduta di legittimazione, ma necessita di un’espressione specifica per addensarsi, dunque ne dipende.

    Nelle condizioni date, ed accelerate dalla duplice crisi (di domanda ed offerta) determinata dalla pandemia, il primo permane, e guadagna sempre maggiore forza entro il caos sistemico. Il secondo appare terminato nella forma attuale. Naturalmente la permanenza, ed anzi l’esasperazione delle condizioni attivanti, magari con l’aggiunta del “cigno nero”, apre la possibilità di ripresentarlo in nuova forma, per la quale sono disponibili esempi storici. Quel che è terminato, nelle sue forme maggiori che in Italia sono il Movimento 5 Stelle e la Lega di Salvini, con grandi differenze in primo luogo di insediamento sociale, è l’espressione politica di massa della rivendicazione dei diritti a partecipare al sogno di benessere individualista del liberalismo del basso e del periferico. Terminata nel senso di ricondotta a condizioni di compatibilità di sistema e quindi ridisciplinata. Certo, nel contesto del riflusso populista si agitano imitatori, che potrebbero raccogliere qualche briciolina, ma nell’insieme il quadro appare dato.

    Ma soffermiamoci. Gli strumenti organizzativi che hanno raccolto e dato forma alla rivolta che costituisce il “momento Polanyi”, dandogli veste politica, sono stati declinati secondo diverse sensibilità. Da una parte, con molte variazioni nazionali, si sono affermati come chiusura nazionalistica, ricerca di purezza identitaria se non etnica, plebeismo ostentato, vitalismo e protezionismo individuale. Dall’altra, anche qui con variazioni importanti, come modernismo, risentimento e competitività, ambigua protezione selettiva, disintermediazione e rifiuto dei “contenitori di potere” e delle loro forme istituzionali. Una descrizione idealtipica, questa, che passa normalmente come “populismo di destra” e “di sinistra”, e trova espressione in forze politiche di largo seguito in Francia e Italia, il primo, e più esili ma non irrilevanti in Spagna, Francia e Italia, il secondo. Da entrambe le parti erano comuni alcune caratteristiche proprie della lunga fase neoliberale e della disgregazione sociale dalla quale, e nella quale, nasce la rivolta. Chiamiamo tutto questo “primopopulismo” (o “neopopulismo”, per distinguerlo dalle forme populiste completamente inserite nella fase precedente, nella quale era ancora presente una qualche stabilità, in Italia la prima Lega, Forza Italia e via dicendo). La mia tesi è che si trattava di un adattamento, per certi versi in continuità, che si nutriva ambiguamente dello stesso veleno che genera il “momento Polanyi”, ovvero della disgregazione e iperindividualismo messo a confronto con l’impossibilità di soddisfazione propria delle condizioni del tardo capitalismo mondializzato contemporaneo. Ma se ne nutriva in larga misura inconsapevolmente, quindi senza essere in grado di dosarlo in modo da farlo divenire farmaco. Un veleno che è la disgregazione sociale, l’individualismo ‘post-materialista’, il dominio dei nuovi media disintermedianti, il discredito delle élite, la snellezza, il leaderismo[31].

    Ci sono molti modi di giudicare questa fase da poco trascorsa:

    • ha interpretato la tensione di fondo del “momento Polanyi”, rompendo lo schema destra/sinistra polarizzato al centro;
    • ha politicizzato, almeno in una prima fase, un attivismo tipicamente liberale del self-help e della “sorveglianza” che sembrava essere l’ultimo rifugio del dissenso e del disagio;
    • ha fornito espressione allo spiazzamento di ceti e sezioni di classi sociali che erano state illuse di essere vincenti nel modello “flessibile”, ma che l’avanzare della tecnica ha lasciato sul bagnasciuga;
    • ha utilizzato una tecnica mimetica che interpreta la domanda sociale come domanda individualista di affermazione, intrinsecamente neoliberale, pur senza averne consapevolezza.

    Tutti questi veicoli di politicizzazione sono stati “contenitori dell’ira”.

    Il punto rilevante, per la strategia che designerò ‘soggettivismo disperato’ di Pasquinelli e dei suoi, è che i “contenitori dell’ira” contengono contraddizioni che quando si avvicinano a diventare “contenitori di potere” esplodono invariabilmente. È accaduto con la prima Lega di Bossi, è stato tenuto a bada dal possesso dei mezzi di produzione politica da Berlusconi (ma alla lunga lo ha eroso), si sono presentate con la breve parabola renziana, di recente e fragorosamente con il Movimento 5 Stelle. Le contraddizioni principali sono, nella transizione dalla società post-moderna ad una nuova fase “materialista” trascinata dalla revoca delle condizioni di possibilità storico-sociali di quella:

    • di egemonia di classe e posizione nel processo di riproduzione sociale, troppo fondati, come erano, sulle frazioni “riflessive” della piccola borghesia urbana; frazioni vicine e respinte, ma ancora egemonizzate, dalle classi alte e mobili vincenti, ma frazioni che vivono una acutissima contraddizione tra il loro immaginario post-moderno e neoliberale e la realtà materiale del loro essere sociale;
    • di incoerenza programmatica, nascosta molto male da una superficiale retorica “né di destra, né di sinistra”, che sottende una costruzione di non-discorso per aggregazione incoerente di scelte;
    • di debolezza culturale dei vertici e soprattutto dei quadri, nella quasi totale assenza di una dinamica interna solida.

    La mossa caratteristica di questo genere di populismo di effimero successo è di:

    • indicare un “nemico” (essenziale per produrre dal “momento Polanyi” un “momento populista”) in quel che si ha “sottomano” nella cultura neoliberale dominante. Invece di fornire una rappresentazione degli scontri sociali ed economici realmente attivi nel paese si produce sistematicamente la loro sostituzione con nemici esterni al “popolo” (identificandoli genericamente nelle “caste”, o anche con il cosiddetto “vincolo esterno”, che è ad ogni effetto concreto un vincolo “interno”, e largamente condiviso);
    • inoltre, per produrre l’offerta ideologica questi movimenti hanno pescato nel bidone della storia la traccia di un moralismo di antico conio tipicamente latino (identificando l’”onestà” come elemento distintivo e caratterizzante, elevandolo a discriminante politica);
    • e, infine, hanno fatto sistema di una vaga idea di disintermediazione individualista (tramite la retorica della “rete” e della “direttezza”, poi rovesciata nella sua espressione tecnica nel suo contrario).

    Possono essere riconosciuti a tal fine due minicicli recenti: quello che si dipana tra il 2016 ed il 2018[32] (fase ascendente del “Momento populista”, avviato nel 2012-3) e quello che viene a ragione tra il 2018-20[33] (fase di fallimento nel compito di tradursi in “contenitore di potere”).

    Quel che accade, detto sinteticamente e schematicamente, è che i “contenitori di potere” storici e consolidati (oggi la diarchia Lega-Pd) hanno compreso come sfruttare la debolezza strategica e programmatica dei “contenitori dell’ira” per ridurli al ruolo ancillare di distrazione sistemica. In particolare, sono decisivi fattori di debolezza:

    • la composizione di classe, già per natura facilmente riegemonizzabile dall’alto (almeno nel breve termine), che imperniata come è sui ceti e le frazioni post-materialiste è di fatto permeabile al richiamo alle famiglie politiche conformate sulla vecchia “società dei due terzi” ed ai toni del neoliberismo di destra e sinistra;
    • l’incoerenza programmatica che consente di scegliere dal menu quel che appare meno rischioso, silenziando gli elementi più incompatibili con l’accumulazione flessibile;
    • la debolezza culturale, ma soprattutto l’isolamento dei vertici, che produce sempre un facile riassorbimento trasformista;
    • i “nemici” designati, essendo costruzione ideologica, si sono prestati da una parte ad un disastroso rovesciamento (nella transizione da “contenitore dell’ira” a “contenitore di potere”, non avendo fatto i conti con quest’ultimo). Dall’altra moralismo e disintermediazione hanno creato una miscela tossica di inibizione all’azione e creato oggettivamente le condizioni per essere ostacolo al cambiamento reale di sistema.

    La tesi è dunque che mentre il “momento Polanyi” è sempre più forte, e il caos sistemico si accresce, il “momento populista” è in una fase di ripiegamento e di interludio. Il primo è sempre più forte in quanto le sue condizioni strutturali (che non sono le cause, dato che queste appoggiano sul modo di produzione “flessibile” e la fase finanziaria di questo), sono la distruzione delle classi medie tradizionali e la polarizzazione sociale e spaziale presa in irresistibili processi di causazione circolare e cumulativa estesa alla scala del sistema-mondo. Il secondo è in ripiegamento avendone fallito la rappresentazione politica. La conseguenza è che se non si fanno i conti con questa dinamica e non la si comprende ci si muove nello stesso circolo, ma in forma minore. Andando a produrre piccoli “contenitori d’ira” che possono essere resi innocui e incorporati molto facilmente per assoluta assenza di prospettiva strategica. Questa strada accetta nelle premesse quel che vuole combattere e finisce per rafforzare l’antipolitica ed allontanare le possibilità di una soluzione di sistema. In un certo senso le Sardine sono l’esempio perfetto, ma molti altri si stanno preparando, magari come cespugli della controparte.

    In conseguenza il mio punto è che ogni forma di soggettivismo disperato, se pur comprendibile, è dannoso alla fase ed è dannoso alla classe ed al paese (sì, alla classe, che tornerà date le condizioni strutturali in essere). Bisogna trovare il modo di essere politici, materialisti e populisti al contempo.

    D’altra parte, torniamo all’analisi del testo, è ben possibile che i miei argomenti si “sfracellino”, come vorrebbe Pasquinelli, ma non certo sull’incapacità di vedere la forte domanda di protezione statale. Sono anni che non parlo di altro e potrei facilmente mettere insieme un libro di migliaia di pagine. Il fatto è che una domanda di protezione può essere spesa in tanti modi diversi e, soprattutto, contro tanti e diversi attori.

    Ma qui cade la magia del nostro caro amico. Lui pensa che la sostanza alchemica del “partito di avanguardia” potrà deviare in qualche modo il desiderio di protezione dei ceti possidenti nei confronti delle richieste dei lavoratori (che di questo, al punto zero della contraddizione si tratta) in desiderio di protezione solo verso l’esterno (l’Europea e magari gli immigrati). È pur vero che un’influente retorica ha funzionato in questi anni in questo modo, ma ha sempre avuto una doppia faccia: sia contro l’esterno sia contro l’interno. Non è per caso, il vincolo esterno non è mai stato davvero tale, si tratta e si è sempre trattato del vincolo che i ceti dominanti (e non pochi ‘dirigenti’, tanto meno politici) del paese hanno costruito e rafforzato per schiacciare le richieste di potere e controllo della propria vita dei ceti lavoratori del paese. Un vincolo che è stato disegnato non tanto per “gli esportatori”, quanto per tutti i “produttori”, intesi secondo una nota riduzione neoliberale come i “datori di lavoro”, grandi, medi, piccoli e le frazioni intermedie ad essi strettamente connessi. Un interessante libro recente di Mimmo Porcaro ne fa una lettura attenta e precisa[34].

    Ci sono diverse altre parti su cui non giova molto tornare, è del tutto chiaro che non reputo, né rivendico, che la produzione di plusvalore sia propria solo dei lavoratori dipendenti, e di fabbrica. Il plusvalore di realizza nella circolazione, la quale non si può separare dalla mera produzione. Peraltro, nella circolazione sono incluse anche le catene di relazione e scambio internazionali e il momento finanziario. Non è il caso di soffermarcisi, ma rinvio alla nota 26.

    Alla fine, dopo la digressione su Mao, che era presente nel mio articolo criticato da Pasquinelli, il cui scopo era solo di dire che ciò che conta è chi dirige ed esercita egemonia, questi torna al Cnl. Qualcosa, cioè, che “si batta per strappare il potere con le buone o con le cattive” (attenzione alle cattive, soprattutto data la compagnia di giro con la quale ci si accompagna e necessariamente). La verità è che Pasquinelli è, in effetti, prigioniero dell’idea che l’assetto sociale postmoderno, creato dalle specifiche forze introdotte dall’equilibrio del dopoguerra su generazioni che questa avevano subito e consolidato in cultura appresa dalle nuove generazioni, sia di fatto irreversibile. Ma non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, è più vero il contrario, l’essere sociale determina la loro coscienza. C’è infatti una contraddizione inscritta profondamente, nelle ossa stesse, che lavora a scalzare la coscienza postmoderna la quale paralizza l’azione sociale: l’individualismo edonista ha perso le condizioni di sicurezza ed affidamento che lo rendevano possibile. Nelle condizioni del lavoro contemporaneo ed in quelle della vita della grandissima parte della popolazione, in particolare di coloro che non possono scaricare su altri, o sperare di farlo, i propri pesi, si affaccia la semplice logica che solo l’azione collettiva, nuovamente, può o potrà rimettere in questione i rapporti di forza.

    È tutta, sempre questione di rapporti di forza. E ciò nel paese, non al suo esterno. Altrimenti si resta prigionieri del gattopardo neoliberale, nei suoi numerosi travestimenti. Mentre si giocherella con la pietra filosofale, sperando di essere finalmente l’avanguardia rivoluzionaria tanto attesa, il senso comune neoliberale, la coscienza data, lavorerà a riprodursi travestito. La cosa non potrebbe essere più seria.

    Pasquinelli dice che non si capisce dove io veda il varco.

    Il varco è qui. La coscienza postmoderna è scalzata dalle sue contraddizioni e permane solo come zombie. Andargli dietro, come alle forme populiste tradizionali, è vano. Sul piano profondo bisogna oltrepassare l’impolitico neoliberale e tutti i suoi travestimenti e recepire il nuovo bisogno di collettivo e di umanità, dandogli forma. Bisogna avere la pazienza di lavorare sulle fratture che si aprono, giorno dopo giorno. Tessendo e cucendo, senza perdere il filo dell’interesse da difendere. Ovvero del miglior interesse del paese, che è sempre quello dei suoi lavoratori.

    Sforzarsi di identificare i luoghi ed i temi nei quali, intorno agli assi ordinatori centro/periferia ed alto/basso si stanno comunque polarizzando estetiche, linguaggi, priorità e valori, quindi soggettività di gruppo incompatibili con lo stato delle cose presenti.

    Non farsi ingolosire da immediate traduzioni elettorali, ma lavorare alla cultura politica, ovvero alla creazione di una struttura sociale densa e ad una rete di impegni e riconoscimenti con la necessaria decisione e passo. Ciò non significa produrre infinite versioni ‘socialiste’ dei think thank neoliberali che hanno fatto da base alla svolta neoliberale (quando per loro si è trattato di passare, tra gli anni sessanta e settanta, dalla “guerra di posizione” a quella “di movimento”), perché è diversissima la base di potere e l’attivazione di risorse. Ma deve significare svolgere, con il passo determinato e paziente di chi sa che le case si costruiscono un giorno dopo l’altro, due lavori insieme, sia diversi sia complementari, entrambi indispensabili: da una parte l’autochiarificazione teorica e la discussione, seria, decisa, onesta, sulle diverse ipotesi analitiche e meccaniche causali e funzionali; dall’altra l’immersione nelle lotte, nelle contraddizioni materiali, nei luoghi come via privilegiata della stessa formulazione teorica. Riflessione in azione, dunque, e costruzione di sintesi e narrazioni rivolte alla manifestazione della proposta teorica e pratica (indissolubilmente teorica e pratica). Ciò deve significare lavorare sulle manifestazioni del conflitto, dove si identifica la contraddizione figlia del caos sistemico, e renderle occasione di formazione ed autoformazione anche teorica.

    Occorre dunque ancora più azione politica e “filosofia della praxis”, che deve essere interamente orientata a “trasformare il senso comune”. Si noti, “trasformare”, non assorbire. Se c’è stato un punto specifico nel quale il “primopopulismo” è divenuto solo “contenitore dell’ira”, fallendo la trasformazione in “contenitore di (nuovo) potere”, è l’aver preso da terra esattamente quel che ha trovato. Nell’essere quel che Gramsci chiamava movimenti “di tipo boulangista”[35]. Un movimento “di tipo boulangista” viene facilmente neutralizzato, quando fallisce lo sfondamento e si incastra nelle casamatte della seconda linea. Allora queste imparano in fretta ad incorporarlo. Non ha mai rappresentato un’autentica sfida sistemica, un assalto al ‘senso comune’ e alla ideologia che tiene insieme lo Stato.

    È sempre stato solo l’effetto reattivo ed il cascame della rabbia, del risentimento, dell’offesa di tutti coloro che sono stati ostacolati nella loro ascesa individuale, che reputavano loro diritto individuale su tutti. Un movimento boulangista non esercita davvero quella “fantasia concreta” che è capace di “operare su un popolo disperso e polverizzato per suscitare e organizzarne la volontà collettiva”. Agisce su una grande risorsa, fornita dalla rabbia individuale, dal senso di tradimento ed offesa, ma fallisce nel trasformarla in una forza di effettivo cambiamento. Per questo non serve sperare nelle pietre filosofali, occorre una diversa e più paziente fatica.

    Inchiesta, mobilitazione, lotta sui temi e nei conflitti nella sfera pubblica, tesseramento, militanza, creazione di collettivo e di comunità, divisione del lavoro ed organizzazione, e poi, discussioni sulla fase, sulle opzioni, sulle idee, messa alla prova reciproca, creazione di lealtà. Tutto questo è “lotta di posizione[36] dotata di una ‘teoria rivoluzionaria’, mentre si cerca di produrre collettivamente influenza, caposaldo per caposaldo, giorno per giorno. Ovunque.

    Conquistando una piazzaforte dopo l’altra e fidando che l’essere sociale ha ricominciato a lavorare a nostro favore.

     

    FONTE: tempofertile.blogspot.com

    [1] – Il primo, dal titolo “Nuova Direzione (prima parte)”, tratta dell’articolo di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti, mentre il secondo, dal titolo “Nuova Direzione (seconda parte)” del mio.
    [2] – Precisamente, Rolando Vitali, “La necessaria ambizione. Osservazioni su Stato, egemonia e organizzazione”, Diego Melegari, Fabrizio Capoccetti, “I ‘bottegai’, l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità”, Lorenzo Biondi, “Ripensare la composizione di classe”.
    [3] – “Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere”.
    [4] – Sono innumerevoli gli autori che possono essere citati, per fare un esempio riferito ad un pensatore radicale, di scuola esistenzialista, André Gorz, ad esempio scrive “Addio al proletariato. Oltre il socialismo”, Roma 1982, “Addio al lavoro”, nel quale sostiene che “Il lavoro salariato è sempre più discontinuo. Identità, senso della vita e appartenenza si devono costruire in altri ambiti di attività. Un ritorno al modello fordista è impensabile”, o “Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica”, Torino 1992.
    [5] – Ulrich Beck, “La società del rischio”, Suhrkamp, 1986, p.117.[6] – Si veda Peter Glotz, “Il moderno principe nella società dei due terzi”, 1987, o “La socialdemocrazia tedesca ad una svolta”, 1985, e “Manifesto per una nuova sinistra europea”, 1986.
    [7] – Ulrich Beck, “La società del rischio”, cit., p.118.[8] – Ulrich Beck, “La società del rischio”, cit. p.127.[9] – Si veda Roland Inglehart, “La società postmoderna”, Editori Riuniti, 1998.
    [10] – Paul Baran, Paul Sweezy, “Il capitale monopolistico”, 1966.
    [11] – Su questo tema rinvio, oltre che al testo di Sweezy e Baran, ad un mio libro di prossima pubblicazione, “Dipendenza”, Meltemi 2020.[12] – Antony Giddens, “Identità e società”, 1991.
    [13] – Inglehart nel suo libro “La società postmoderna”, individua uno schematismo (crescita-sicurezza-democrazia), basandosi su letteratura economica neoclassica (Solow, 1956; Lucas, 1988; Romer, 1986, 90; Barro, 1990) che è stato a tutta evidenza inceppato dalla contemporanea accelerazione della crescita ineguale (concentrata su pochi “vincenti”) e dalla polarizzazione sia della ricerca (che orienta la tecnologia verso le aree a maggior ritorno immediato per i già vincenti) sia dell’istruzione (che non riesce a diffondersi per effetto della riduzione delle risorse disponibili). Infine, ma non ultimo, dallo svuotamento della democrazia. Ed è stato inceppato esattamente per effetto del prevalere dei “valori postmoderni” nel contesto dei rapporti di forza e delle distribuzioni del neocapitalismo che si afferma in modo coevo durante questa trasformazione. Inglehart intravede in effetti il rischio: che la crisi dello Stato sociale e l’indebolimento della centralità dello Stato nelle distribuzioni che imputa fondamentalmente ad un eccesso di successo, possa alla fine portare a “bloccare il senso di sicurezza” (p. 313), indebolendo l’effetto di limite al “lassaire-faire privo di scrupoli del capitalismo”, e quindi il “sistema sociale più stabile e vivibile” che ha prodotto. E dunque quello, come dice più avanti, intravede il rischio di ritornare allo schema novecentesco: “qualunque tentativo di tornare al lassaire-faire selvaggio dell’inizio del XX secolo sarebbe autolesivo, e finirebbe col condurre inevitabilmente a una ripresa del conflitto di classe” (p.338). Se ciò accadesse, si creerebbe, infatti, un clima adatto ai movimenti fondamentalisti, che emergono tra gli strati meno sicuri della popolazione “dato che nei periodi di crisi le persone tendono a riavvicinarsi ai valori tradizionali”. L’effetto sarebbe un reset dell’ambiente post-materialista, “dato che i materialisti tendono ad optare tre volte più spesso per la discriminazione degli stranieri sul lavoro, e dichiarano sei volte più spesso di non accettare degli stranieri come vicini di casa”.[14] – Come, ad esempio, quella di Mondragone, si veda “Mondragone, il buco della serratura”.
    [15] – Ringrazio per questa giusta notazione Chiara Zoccarato.[16] – Tutti questi dati sono presenti nell’interessante articolo di Domenico Moro, “Le classi sociali in Europa e in Italia”, L’ordine Nuovo, 25 giugno 2020.[17] – Associazione politica fondata a gennaio 2020, cfr. “Nuova Direzione”.
    [18] – Lenin, “Che fare?”, 1902
    [19] – Antonio Gramsci, “Notarelle sul Machiavelli”.
    [20] – Formula che, come noto, si deve a Zygmund Bauman, compagno di strada di Beck.
    [21] – Formula di sapore leniniano. Già in un testo di avvio scrive, nel 1894: “non si può dare ‘parola d’ordine della lotta’ senza studiare in tutti i particolari ogni singola forma di questa lotta, senza seguirne ogni passo, mentre essa compie il passaggio da una forma all’altra, al fine di sapere in ogni momento definire la situazione, senza perder di vista il carattere generale della lotta, il suo scopo generale, l’abolizione completa e definitiva di ogni sfruttamento e di ogni oppressione”. In altre parole, senza teoria rivoluzionaria non vi può essere azione rivoluzionaria. Senza capirne le relazioni con il tutto, le necessità, il contenuto, il corso prevedibile, le condizioni del suo possibile sviluppo. La “teoria rivoluzionaria” non è determinista, ma unisce scienza ed azione. Comprensione della situazione ed orientamento a cambiarla.[22] – Si veda la tesi portata dal libro di Mimmo Porcaro, “I senza patria”, Meltemi 2020.
    [23] – Si veda, in particolare, Lenin, “Che cosa sono gli amici del popolo?”, 1894.[24] – Che è uno storico militante trotskista.
    [25] – Formazione alla quale Pasquinelli lavora da anni, e che è sintetizzata qui.
    [26] – “Il fatto è che non tutto è narrazione, esistono delle vischiosità determinate dalle posizioni rispetto all’insieme dell’organizzazione sociale ed il suo sistema di distribuzione delle risorse. Autonomi, professionisti, micro e piccoli imprenditori, “bottegai”, sono tutti datori di lavoro potenziali dei lavoratori dipendenti. Guardano il rapporto di produzione dall’altro lato. È vero che faticano ad essere realmente ‘ceto medio’, ovvero ad avere quella adeguata protezione dai rischi della vita determinata dal possesso dei capitali (relazionali, spaziali, culturali e soprattutto meramente economici), perché la crisi li ha erosi. Ma è proprio per questo, e non altro, che si muovono. In altre parole, si muovono per riguadagnare la distanza che li qualifica ai loro occhi come ‘ceti medi’ e non per cambiare il sistema sociale di produzione che crea queste gerarchie. Si muovono per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale. Non è affatto un caso si muovano in direzioni neocorporative e non è un caso siano ostili a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro.”
    [27] – Karl Marx, Friedrich Engels, “Manifesto del partito comunista”, 1848.[28] – Già Adam Smith attribuisce un ruolo alle classi dedite alla riproduzione e circolazione del capitale e quindi alla realizzazione del surplus (o, nel linguaggio marxiano, del plusvalore). Marx individua le classi sociali non già in relazione al reddito, bensì alla relazione con il modo di produzione che nel capitalismo è dominato dal possesso privato dei mezzi di produzione. La prima tripartizione che è rilevante nell’analisi marxista è quella tra i lavoratori che sono produttivi di plusvalore, ovvero che vendono la propria forza-lavoro creando alle dipendenze di un possessore di capitale (e dei mezzi di produzione quali che siano) un valore scambiabile superiore a quello ottenuto come contropartita di essa, i lavoratori che non entrano direttamente in tale produzione ed assorbono parte del plusvalore estratto dai primi (impiegati alla contabilità, ai controlli di gestione, manager, addetti al marketing, …) restando comunque necessaria al complessivo circuito di produzione e realizzazione (ovvero di circolazione), e possessori del capitale e dei mezzi di produzione. Bisogna notare che sono lavoratori produttori di plusvalore non solo i classici operai manifatturieri, ma, già per Marx (che, del resto si inserisce nella tradizione da Smith a Ricardo), anche tutti i produttori di merci immateriali, ad esempio, un maestro di scuola (K. Marx, “Il capitale”, Newton Compton Editori, Roma 1996, pag. 372-373), o i camerieri in un ristorante. Il caso di un impiegato pubblico, invece, è quello di una figura intermedia che non produce in sé plusvalore ma lo impiega ed assorbe dai produttori, tramite le tasse, essendo tuttavia necessario alla riproduzione della forza-lavoro e quindi indirettamente coinvolto nel processo di produzione e riproduzione. Anzi, una maggiore valutazione dell’importanza della riproduzione (che non è specifica del sesso femminile, ma è una funzione di base della sussistenza sociale e naturale) è una delle caratteristiche distintive del recente capitalismo, cfr. Nancy Fraser, Rahel Jaeggi, “Capitalismo”, Meltemi 2019. Inoltre, Marx nei suoi testi più maturi si è ben guardato dal sostenere che il capitalismo tende allo schiacciamento tra lavoratori (come visto in senso allargato) e capitalisti, bensì ha riconosciuto l’esistenza di una controtendenza alla crescita delle classi intermedie, ovvero al: “costante accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo, fra gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra, in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano come un peso sulla sottostante classe lavoratrice e accrescono la sicurezza e la potenza sociale dei diecimila soprastanti” (K. Marx, “Storia delle teorie economiche II”, Giulio Einaudi editore, Milano 1977, p. 634). Si parla, seguendo Adam Smith, delle burocrazie statali, delle forze armate e delle classi professionali. Ma, sotto questo genere di classificazione, bisogna prestare attenzione, non è in questione il reddito (ovvero il ceto) bensì la posizione strutturale rispetto al capitale. È in questione la formazione economico-sociale.
    [29] – Moreno Pasquinelli ama citare Lenin, allora lo imito, in effetti la questione dell’impurità della divisione di classe esiste ed è rilevante. Citando il nostro: “Il capitalismo non sarebbe capitalismo se il proletariato ‘puro’ non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra proletario e semiproletario (colui che si procura di che vivere solo a metà mediante la vendita della propria forza lavoro), tra il semi proletario e il piccolo contadino), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se in seno al proletariato stesso non vi fossero divisioni per regione, per mestiere, talvolta per la religione, ecc. E da tutto ciò deriva la necessità […] per il partito comunista, di destreggiarsi, di stringere accordi, compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere.” Lenin, “L’estremismo malattia infantile del comunismo”, Editori Riuniti, Roma 1974, p.115.
    [30] – Di qui riassumo il contenuto di questo post di marzo, “Dai ‘contenitori dell’ira’ ai ‘contenitori di potere’”.
    [31] – Sono stati veicoli dell’espressione politica del “momento populista” in Italia il Movimento 5 Stelle e, più di recente, la Lega sotto la direzione di Matteo Salvini, ma ne sono stati espressione anche le brevi parabole segnate da Matteo Renzi, in coda al ciclo berlusconiano e parallelo, ma con diversi referenti sociali, alla prima insorgenza della proposta Grillo-Casaleggio.[32] – Molto sinteticamente, il voto del 4 marzo del 2018 ha rappresentato la prima espressione elettorale maggioritaria della reazione alle politiche di austerità. Rappresentava non solo l’alleanza tra i due partiti antisistema presenti, ma anche tra i ceti e i frammenti di classe marginali delle due parti del paese. Ma giunti al governo i due partiti hanno avuto entrambi, seppur in tempi diversi, una torsione trasformista. Già nel primo mese, con l’accettazione del veto presidenziale alla nomina di Savona e con l’accettazione della presenza di Tria si è vista la debolezza strategica della strana alleanza. L’asse europeista tra Conte, Tria e Moavero, con i potenti mezzi del Partito dell’Estero, dominante in Italia da un trentennio, ha poi imposto una finanziaria di continuità, il voto alla Von del Leyen, ed i balletti sull’immigrazione. La vittoria della Lega alle europee, che nel frattempo portava avanti la sua agenda reazionaria, flat tax, regionalismo differenziato, xenofobia, ha fatto il resto.[33] – In questa fase il M5S ha formato un governo con il nemico storico mentre la Lega, sotto la spinta della sua base sociale e del corpo del partito, sta rinnegando tutte le politiche antieuro. Sul piano politico-elettorale milioni di persone che avevano creduto nel M5S e nel cambiamento in parte tendono a rifluire nell’ambito del centrosinistra avendo accettato la campagna che fa di Salvini (come al tempo Berlusconi) il nemico principale, il male assoluto, altre sono già andate verso una Lega che però sta ricambiando pelle, oppure vagano deluse o sono alla ricerca di qualcosa di nuovo e di credibile. Il campo politico che aveva trovato rappresentazione il 4 marzo si è quindi destrutturato, lasciando spazio ad una ripolarizzazione a destra e sinistra che, entrambi, integrano elementi di populismo.
    [34] – Mimmo Porcaro, “I senza patria”, Meltemi, 2020.
    [35] – Georges Boulanger è stato un generale francese che da Ministro della Guerra, nel 1886, sollevò il desiderio di rivalsa contro la Germania che aveva umiliato la Francia nel 1871, rieletto alla camera dopo l’espulsione dall’esercito, nel 1888 era al vertice della fama e sembrava voler fare un colpo di stato. Raggiunto da un mandato di arresto fuggì e finì, sconfitto e suicida nel 1891. La sua fama travolgente fu una brevissima fiammata, ma spaventò tutti e per un breve tratto sembrò poter ottenere tutto. Quando un movimento di tipo boulangista si produce, occorre analizzare: 1. il contenuto sociale della massa che aderisce al movimento; 2. che funzione questa massa ha nell’equilibrio di forze che va formandosi; 3. quali sono le rivendicazioni che i suoi dirigenti presentano e che significato hanno, politicamente e socialmente, ma soprattutto a quali esigenze effettive corrispondono; 4. quale è la conformità dei mezzi al fine che è proposto; 5. e solo alla fine l’ipotesi che il movimento necessariamente verrà snaturato e servirà altri fini rispetto a quelli proposti alle moltitudini che lo seguono. Una diagnosi che deve scaturire, se del caso, dall’analisi concreta e non dalla presunzione di avere “il diavolo nell’ampolla”.[36] – Si veda per la famosa distinzione tra “Guerre di posizione” e “guerre di movimento” di Antonio Gramsci, il post “Guerre di movimento e guerre di posizione”.




NUOVA DIREZIONE? (seconda parte) di Moreno Pasquinelli

“Il concetto di classe si forma nel corso della lotta e dello sviluppo. Nessun muro divide una classe dall’altra”. V.I. Lenin, 7 aprile 1920

“L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato […] non si fa storia-politica senza passione, cioè senza essere sentimentalmente uniti al popolo”. Gramsci (Quaderni dal carcere)

Abbiamo segnalato, riguardo all’intervento di Melegari e Capoccetti, anzitutto l’astrattezza politica del loro postulare. Essi negano che la riconquista della sovranità nazionale e popolare sia una condizione necessaria (certo non sufficiente) per l’auspicata rivoluzione sociale. In altre parole: mentre per noi il processo sarà diacronico, per essi, al contrario, dev’essere sincronico: non dovrà esserci un primo e un dopo, per essi liberazione nazionale e fuoriuscita dal capitalismo dovranno procedere, intrecciati e di pari passo.

Abbiamo quindi affermato che da una giusta premessa analitica — l’incipiente rivolta di massa della piccola borghesia in via di pauperizzazione e della necessità di incontrarla invece di fare spallucce — hanno tirato una conclusione sbagliata, ovvero il rifiuto di quella che chiamano “politica dei due tempi” che, in soldoni, sta per negare la necessità di prender parte (e dare vita e) ad un “blocco storico nazionale-popolare” — che noi, per analogia, abbiamo chiamato nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, per uscire dalla gabbia dell’Unione europea.

Abbiamo infine segnalato la causa principale di questo errore di astrattezza: il loro voler calare meccanicamente nella complessa situazione italiana la tesi teorica sul populismo di Ernesto Laclau. Essi immaginano cioè che sia possibile sorga un soggetto populista che, forte di un leader carismatico, renda possibile evitare e saltare una politica di alleanza nazionale-popolare. Alla luce della realtà e della storia del nostro Paese si tratta di una velleitaria reductio ad unum.

Veniamo dunque alla dura e lunga risposta del Visalli.

Lettura faticosa assai, non fosse per una sintassi in alcuni  passaggi stranamente dislessica — può accadere quando ci si fa prendere dalla foga polemica e dalla fretta.

Ma Visalli coglie il punto: la contraddittorietà e l’astrattezza dell’argomentazione di Melegari e Capoccetti.

Se si è contro la “politica dei due tempi”; se ci si rifiuta di porre come prioritaria la battaglia per la sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea; se si respinge quindi la costruzione di un “blocco storico nazionale-popolare” (che necessariamente include certa destra liberista ma anti-Ue); che bisogno c’è di “correre dietro” al sovversivismo della piccola borghesia? Per Visalli le frazioni di ceto medio impoverito ed  in rivolta, citiamo, “spontaneamente confluiscono a dare forza a settori di destra del quadro politico” — en passant: è quantomeno singolare questa categorizzazione politica di campo per un dirigente di un’associazione che ha fatto della fine della “dicotomia destra-sinistra” un vero e proprio paradigma.

Visalli risponde dunque a Melegari e Capoccetti che è sbagliato sposare la rivolta dei ceti medi, poiché questa sarebbe per sua natura sostanzialmente neocorporativa e reazionaria.

Ma seguiamo più da vicino il ragionamento di Visalli e come giustifica questa sua condanna senza appello:

«Autonomi, professionisti, micro e piccolo imprenditori, “bottegai”, sono tutti datori di lavoro potenziali dei lavoratori dipendenti. Guardano il rapporto di produzione dall’altro lato. E’ vero che faticano ad essere realmente “certo medio”, ovvero ad avere quella adeguata protezione dai rischi della vita determinata dal possesso dei capitali, perché la crisi li ha erosi. Ma è proprio per questo, e non per altro, che si muovono. In altre parole, si muovono per riguadagnare la distanza che li qualifica ai loro occhi come “ceti medi” e non per cambiare il sistema sociale di produzione che crea gerarchie. Si muovono per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale. Non è affatto un caso che si muovano in direzioni neocorporative e non è un caso siano ostili a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro. […] questo approccio neocorporativo [è causato] dall’odio per l’eguaglianza che l’azione pubblica porta con sé, della polarità esattamente opposta ad uno spirito socialista».

Non può sfuggire che Visalli risponde all’astrattezza politica dei due riguardo alle conclusioni, con un’astrattezza raddoppiata in sede di premessa analitica. All’intellettualismo egli risponde, non ce ne voglia, con uno sterile teoricismo dottrinario. E’ evidente come qui il Visalli ci ripropini, pari pari, quel disprezzo irriducibile per i “bottegai” del Marx del Manifesto del 1848.

Ma quel disprezzo poggiava su una duplice profezia: che con l’avanzare dello sviluppo capitalistico avremmo avuto la polarizzazione in due sole classi sociali, proletariato e borghesia (con relativa auspicata scomparsa dei “ceti intermedi”); la seconda era la pauperizzazione generale del proletariato.

Orbene, se si può perdonare un profeta, non si possono assolvere i suoi discepoli che hanno il grande vantaggio del senno di poi, di avere verificato quanto questa profezia si sia rivelata errata da entrambi i lati.

Caduto il valore predittivo della profezia, cosa resta? Resta un primordiale odio di classe per i “bottegai”. Ma con l’odio non solo non si produce conoscenza della realtà, ci si rifugia in un digiuno teorico che finisce per condurre a nutrirsi del dilaniato corpo teorico del marxismo, in una parola all’autofagia.

Visalli non esita a spingere alle estreme conseguenze questa sua manifesta (e di vago sapore aristocratico) idiosincrasia per i “ceti intermedi”:

«Si tratta dell’avvio di un “assalto ai forni”, condotto per fazioni. I ristoratori, i commercianti, gli operatori turistici, i professionisti, le piccole imprese, le grandi, le banche, le assicurazioni, il settore edile,… chiunque abbia la possibilità di mostrarsi come gruppo e di avere qualche organizzazione di riferimento e supporto. Assalto di chi ha più voce, chi ha organismi stabili, oliati e ben relazionali in grado di rappresentare (è il caso delle grandi imprese che si appoggiano sulla stentorea voce di Confindustria). Tutti organismi egemonizzati dalla relativa frazione di capitale e dai suoi gruppi dirigenti».

Il risultato che viene fuori è una vera e propria maionese impazzita: ceti e classi dall’asimmetrico rapporto con l’economia globalizzata, dal più diverso rango nella gerarchia sociale neoliberista e, quel che ora più conta, diversamente toccate dalla grande recessione in atto, tutti gettati nel campo nemico.

Un’attenta analisi delle dinamiche sociali ci consegna un quadro completamente differente.

Il Movimento dei Forconi di Mariano Ferro prima (2012), il Movimento 9 Dicembre poi (2013), costituirono i segni evidenti che l’incipiente rivolta della piccola borghesia andava di pari passo con un profondo scollamento con le associazioni corporative di categoria, ovvero gli  “organismi egemonizzati dalla relativa frazione di capitale e dai suoi gruppi dirigenti”.

Scollamento che è forma di un radicale distacco, di un congedo della piccola borghesia dalla succubanza verso la grande borghesia e le sue classi dirigenti — diventata vera e propria rottura durante la quarantena e la crisi sociale del Covid-19.

E’ con questa chiave di lettura che ci spieghiamo le tante manifestazioni spontanee delle più diverse categorie di “bottegai”, fino alle manifestazioni dei Gilet arancioni. Movimenti, del resto, fatti della medesima pasta dei Gilet gialli francesi verso i quali Visalli, col suo metro di giudizio, dovrebbe emettere non meno dura condanna.

Se è grave non vedere questi segnali sociali, è gravissimo, pur di confermare il proprio pregiuduzio, non vedere che la veloce e potente avanzata del populismo a cinque stelle ha avuto come sua sorgente principale proprio la rivolta della piccola borghesia, avanzata che testimoniava la profonda crisi di egemonia delle classi dirigenti con contestuale disintegrazione del suo tradizionale blocco sociale.

Chi si rifiuta di considerare questo imponente fenomeno sociale, non ha capito un fico secco del “populismo”, peggio ancora svela di non avere compreso, malgrado ne abbia discettato per anni, il cuore stesso del “momento Polanyi”, quello per cui la società tutta, essendo minacciata dai mercati e dal liberismo economico, richiede una forte protezione dello Stato.

Qui infatti sta il punto di caduta, dove va a sfracellarsi il costrutto teorico di Visalli: egli non vuole vedere la forte domanda di protezione statale contro il liberoscambismo e la globalizzazione che sale dai ceti intermedi pauperizzati; non riconosce la crisi senza precedenti dell’egemonia dell’élite neoliberista; peggio ancora, scambiando fischi per fiaschi, appioppa alla rivolta della piccola borghesia e dei ceti intermedi il segno diametralmente opposto, poiché vi vede anzitutto una domanda “neocorporativa ostile a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro”.

Questa domanda di protezione è progressiva o conservatrice? E’ entrambe le cose. Sta a noi, evidentemente, separare il grano dal loglio, la qual cosa non si può fare standosene alla finestra.

Dove quindi ci conduce Visalli? Ci conduce verso la “vecchia” direzione, ad una variante di “classe contro classse”, quella basata sulla tradizionale solfa per cui  solo i produttori di plusvalore, sarebbero una “classe antagonista”.

E’ proprio da questa postazione che il nostro scomunica Melegari e Capoccetti, “eretici”, colpevoli di affermare ciò che, effettivamente, salta agli occhi: primo, che il grosso del lavoro dipendente, ahinoi, non svolge alcun ruolo di punta ed autonomo nella battaglia contro il neoliberismo; secondo, che davanti alla crisi sistemica proprio il proletariato tradizionale (di fabbrica, ma anzitutto i lavoratori del pubblico impiego) si dimostra oggi prigioniero di una relazione corporativa di sudditanza rispetto al capitale.

Checché ne dica Visalli non c’è empirica evidenza che Melegari e Capoccetti  dicano il falso.

E’ qui che vale ricordare, contro ogni idea metafisica ed essenzialistica, quel che disse Lenin:

“Il concetto di classe si forma nel corso della lotta e dello sviluppo. Nessun muro divide una classe dall’altra”.

Solo un economicismo d’antan può considerare il produrre plusvalore il criterio risolutivo per definire una classe sociale. Esso è certo un indicatore importante — in sé la classe operaia è solo una parte variabile del capitale —, ma ve ne sono altri: la dimensione in cui si ottiene la quota parte di ricchezza, lo status sociale, ecc.; conta essere o meno organizzati autonomamente, quindi il per sé, il livello medio di coscienza politica e combattività.

Non pare che questo proletariato si distingua in qualche senso dai ceti medi. Tant’è che gran parte del consenso elettorale degli operai industriali è andato a M5s e Lega, non diversamente da come è accaduto per i “bottegai”. Vero è che buona parte dei dipendenti pubblici han fatto peggio, essendo lo zoccolo duro elettorale dell’élite, il principale bacino di consenso del Pd.

Visalli, eretto un muro artificiale tra le classi, non tiene conto del concreto e diseguale impatto che la crisi sistemica ha sui diversi gruppi sociali. Parafrasando Hegel: di notte tutte le vacche sono grigie. Non è notte però, essendo che siamo all’alba di grandi mutamenti storici.

Ma il colpo di scena, come in un giallo che si rispetti, giunge alla fine, quando sorprendentemente il nostro, deponendo l’ascia di guerra, offre a Melegari e Capoccetti il calumet della pace, per la prima volta parlando di “popolo” (categoria che, com’è noto, è blasfema per i “veri marxisti”).

Ma sentiamo cosa scrive Visalli:

«Bisogna comprendere, e bene, cosa è per noi il popolo e cosa sono i suoi nemici. Sapendo che verso i nemici si combatte, verso il popolo si lavora a creare unità di interesse e sentire. In sé la contraddizione tra chi intende elevarsi  abbassando gli altri, ovvero aumentando il saggio di sfruttamento a proprio vantaggio, e chi ne subisce l’azione sistemica è una contraddizione antagonista. […] Anche le contraddizioni che possono essere considerate per se stesse antagoniste, come quelle tra chi ha interesse diretto ed immediato a massimizzare l’estrazione di plusvalore per sé (ad esempio, pagando meno un aiutante domestico, un impiegato, un segretario, un commesso), possono essere volte, comprendendo le caratteristiche strutturali di fase, a contraddizioni non antagoniste, e quindi “nel popolo”».

Una maniera contorta, contraddittoria, a cui il nostro tenta di dare un senso compiuto appoggiandosi all’autorità di Mao e al suo noto discorso del 1957 “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”.

Un uso improprio, visto che ogni analogia tra la situazione italiana e il contesto a cui si riferiva Mao è improponibile.

Ma va bene, stiamo a Mao.

Divorziando dalla via russo-staliniana (collettivizzazione forzata, industrializzazione accelerata, rigida economia di piano), Mao ci dice che, nel contesto cinese degli anni ’50 (anni di transizione al socialismo e di lotta frontale contro l’imperialismo), con una giusta tattica, il partito comunista al potere avrebbe potuto trasformare la contraddizione con la borghesia nazionale da antagonistica a non antagonistica.

Sorvoliamo sull’esito di quel tentativo — la borghesia non si fece convertire, di qui la Rivoluzione culturale — e vediamo quel che ne possiamo cavare per noi.

Mao ci dice che in certe condizioni, contro un nemico comune, la borghesia nazionale può essere un nostro alleato tattico. Ci dice che una contraddizione principale può diventare secondaria e viceversa — Althusser, sulla sua scia, parlò con acutezza di “contraddizione surdeterminata”.

Analisi concreta della situazione concreta quindi.

Dato il contesto di deprivazione di sovranità nazionale; data la consunzione della democrazia rappresentativa; dato che gli organismi oligarchici dell’Unione europea sono sovradeterminati rispetto a quelli italiani; dato che quella ordoliberista è una camicia di forza entro la quale il paese è condannato come tale ad essere periferia semi-coloniale; dato che i settori apicali della borghesia italiana (strettamente interconnessi ai circuiti globalisti dominanti) aderiscono all’idea di sbarazzarzi dello Stato nazionale; dato tutto questo se ne dovrebbe dedurre la necessità di un blocco storico nazionale-popolare che includa, assieme al proletariato e ai diversi strati del popolo lavoratore, il grosso dei ceti medi e quelle stesse frazioni della borghesia condannate a morte dal corso che l’élite neoliberista imprime agli eventi. Un Fronte patriottico o nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che, non c’è scampo altrimenti, si batta per strappare il potere, con le buone o con le cattive.

Ma questa conclusione Visalli non la tira e non la vuole tirare. Ed è propria questa assenza di sintesi, questa astrattezza politica, l’apparente punto di convergenza con Melegari e Capoccetti. Abbiamo detto che i due, da una giusta premessa analitica, hanno tirato una conclusione politica sbagliata. Visalli almeno è più coerente: sbaglia entrambe.

Se dovessimo in due pennellate raffigurare dove stanno le differenze tra Visalli e quelli che critica, potremmo dirla in questo modo: per Melegari e Capoccetti il Politico viene prima del sociale e può dargli una forma; per Visalli, all’opposto, è il sociale a venire prima poiché sovradetermina il politico. Per essere ancora più precisi: Visalli non esclude, in linea di principio, l’alleanza tra proletariato e piccola e media borghesia, ma solo a patto che ex ante il primo sia alla testa della seconda. Ove non sia dia questa precondizione oggettiva, non ci sarebbe alcuna possibilità d’inversione dei ruoli, né questa possibilità egemonica si darebbe grazie all’opera del soggetto politico.

Questa astrattezza è rafforzata da una frase finale che avvolge nella nebbia l’enigma di quale sia la strategia di Nuova Direzione:

«Non bisogna immaginare la questione del potere come un episodio singolo. Una “presa”.[…] Il problema non è pretendere di prendere lo Stato, come fosse una macchina, ma è di cambiarlo».

Sorge il sospetto che la gramsciana “guerra di posizione sia interpretata come una versione del socialdemocratismo che fu. Presa o non presa, la verità è comunque che la rivoluzione democratica e popolare è la porta stretta attraverso cui si deve passare se si vuole offrire al Paese una prospettiva di salvezza.

Ma per questa certo rischiosa porta stretta, Visalli non vuole passare.

Quale sia il varco che immagina, è un mistero.

Possiamo a questo punto congedarci citando quello che il compianto Costanzo Preve bollava come il pontefice dei “pallocrati parigini”, per l’esattezza J. Derrida

«Il senso deve attendere di essere detto o scritto per abitare se stesso e diventare quello che è differendo da sé»




NUOVA DIREZIONE? (prima parte) di Moreno Pasquinelli

«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. […] La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi pareciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori». V. I. Lenin

Nuova Direzione è un’associazione politica verso la quale sentiamo forti affinità ideali e programmatiche, e verso i cui compagni nutriamo sincera stima. Al suo interno è in corso un dibattito che, al netto di certi arzigogoli teorici, solleva la questione se sia ancora possibile una fuoriuscita dal capitalismo e, se sì, con quali forze e per quali vie è possibile attuarla.

Prendiamo spunto dall’intervento di Diego Melegari e Faabrizio Capoccetti — I “bottegai”, l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità –  e della risposta di Alessandro Visalli – Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere.

Due interventi ad alta densità teorica, forse anche troppo, la qual cosa mette in bella mostra quello che a noi pare un brutto difetto di Nuova Direzione, l’intellettualismo. Entrambi risultano inaccessibili, non diciamo al largo pubblico, ma anche a militanti che non abbiano avuto il privilegio di aver studiato e digerito il complicato e spesso cervellotico dibattito teorico politico che, dopo il crollo del movimento comunista internazionale, ha coinvolto l’intellighentia marxista internazionale. Tuttavia, posta la preliminare opera di decriptazione, i due contributi sono degni di attenzione poiché, oltre a tirare in ballo dirimenti questioni strategiche e tattiche, ci fanno vedere la possibile linea di frattura dell’associazione.

Chi scrive non condivide il presupposto filosofico che sottostà alla visione di Melegari e Capoccetti. Traspare, da quanto essi scrivono, che fanno loro il paradigma della “congiuntura” di Ernesto Laclau, quello per cui ogni evento storico sarebbe frutto imprevedibile della “contingenza” e non anche  risultato di processi necessitati e/o di leggi sociali oggettive  – “Ciò che può essere o non essere” direbbe S.Tommaso.

Va bene lasciarsi alle spalle ogni determinismo meccanicistico, giusto superare certo teleologismo insito nella profezia marxista; ma andiamoci piano con l’indeterminismo, ovvero a gettare nel cesso la concezione materialistica della storia.

Non c’è, nella storia, alcuna spinoziana “causa perfetta” per cui, posta una causa, l’effetto sarebbe già infallibilmente dato (quindi geometricamente prevedibile). Tuttavia è grande errore rimuovere sic et simpliciter la categoria di causa lasciando tutto alla caotica casualità all’accidente.

Malgrado questo abbaglio teorico — forse proprio per questo errato presupposto filosofico — Laclau giunse ad una conclusione condivisibile: l’assoluta centralità del fattore Politico, per la precisione della funzione creativa e poietica del soggetto politico.

Per la sua tortuosa via egli approdò molto vicino all’idea leniniana del Partito come demiurgo della storia e/o di quella gramsciana del Partito politico come “moderno Principe” in quanto architetto di un blocco storico nazionale-popolare.

Di qui, superata la meccanica del “partito di classe”, il suo discorso sull’attualità del “populismo”, ovvero di un soggetto capace di diventare perno e direzione di un pluralistico blocco sociale antagonista.

Di questo ci parlano sostanzialmente Melegari e Capocccetti, se gli odierni rivoluzionari saranno capaci o meno non di stare alla finestra ad “interrogare” la “maggioranza atomizzata” prodotta da decenni di neoliberismo, ma di “sporcarsi le mani” per svolgere una funzione attiva e creativa allo scopo di cavar fuori dalla poltiglia sociale, prodotta dal tardo-capitalismo, un blocco antagonista.

Ci si getta o no nel gorgo per fare in modo che un precipitato solido emerga dalla crisi sistemica della “società liquida”? Così i nostri giustamente affermano: “Le maggioranze sociali non sono lì pronte per affermarsi politicamente, ma semmai è l’affermazione di una politica a permettere di raccogliere e formare un blocco sociale”.

La loro risposta è quindi che sì, occorre gettarsi nella mischia per tentare di uscire dal marasma, è d’obbligo entrare nel caos per provare a dargli un ordine. Non può essere un alibi la debolezza soggettiva.

Essi non lo dicono ma è l’implicita conclusione, che proprio nel gorgo si può, anzi di deve, costruire il soggetto politico, senza il quale l’energia che la crisi sistemica sprigiona si volatilizzerebbe e/o potrebbe fungere da carburante per avventure reazionarie. Di qui la necessità, sbarazzatisi di vetusti pregiudizi operaistici e astratti canoni classisti, di recepire le istanze dei “bottegai” – epiteto che sta per i vasti strati di piccola borghesia e ceto medio che la crisi va precipitando nel pauperismo – per tentare di raddrizzare un bastone che la  storia ci consegna storto.

I  nostri non lo dicono ma, non fosse che per l’epigrafe gramsciana posta in cima al loro articolo, lo fanno capire: a causa di molteplici ragioni, non sarà il mondo del lavoro dipendente e sindacalizzato a occupare la prima linea della sollevazione sociale, bensì proprio la piccola borghesia pauperizzata.

Hic Rodhus, hic salta: li, in quel campo i rivoluzionari debbono calarsi per inseminarlo in senso democratico e rivoluzionario e,  così facendo, agire e costruire Partito trascinando nel conflitto gli strati più dinamici del proletarito.

Nel passaggio dall’astratto al concreto essi però inciampano. Ammettono che “le classi dirigenti nazionali hanno scelto di consegnare la soluzione del conflitto di classe interno alla dipendenza del vincolo esterno”, ma ne traggono una conclusione che stride con la premessa, ovvero si rifiutano di ammettere l’assoluta centralità della battaglia tutta politica per spezzare il vincolo esterno (leggi lotta per la sovranità nazionale e popolare), un vincolo che non è solo lo scudo ideologico della nostra classe “dirigente”, vincolo che costituisce una vera e propria macchina di dominio, ovvero il consorzio di poteri eurocratici sovraordinati.

La questione europea è infatti solo evocata, non  considerata come l’anello giusto per afferrare la catena politica. I nostri escludono così quella che chiamano “strategia dei due tempi”: sbagliato sostenere che per prima cosa occorre ottenere la sovranità nazionale allo scopo di “ristabilire uno spazio democratico”. Per loro il “processo è unitario, complessivo e conflittuale, indirizzato a riorganizzare lo Stato, le istituzioni, il tessuto produttivo, i rapporti proprietari ecc.”

Forse ci sbagliamo ma qui si parla di noi, della sinistra patriottica, ovvero si contesta la necessità di passare ad un’alleanza di CLN per uscire dall’Unione europea. No, non ci sbagliamo. Il fatale errore è in questo caso l’astrattezza, un’astrattezza che, concludendo l’articolo, vanifica e polverizza quella che sembrava la sostanza del loro articolo.

Melegari e Capoccetti vorrebbero un trotskysta processo di “rivoluzione permanente”, ovvero che la lotta per la sovranità nazionale vada di pari passo e includa quella per rifondare lo Stato su basi socialiste. Auspicabile? Sì, certo, ma questo, ci avrebbero detto sia Lenin che Trotsky, dipende da chi sta alla guida del processo.

La liberazione nazionale diventa sociale solo se diretta dai rivoluzionari. La lotta democratica diventa lotta per il socialismo solo se alla sua testa ci sono i socialisti — non di certo formazioni populiste.

Posto che la tendenza ad uscire dalla gabbia eurocratica e per respingere la succubanza al dominio tedesco è in atto, dato che questa tendenza si rafforzerà a causa della catastrofe economica incombente, risulta forse che i rivoluzionari siano alla sua testa? Sono forse in condizione di prendere la guida della incipiente sollevazione sociale? La risposta è no. Lo sganciamento potrà avvenire solo come risultato di una dura battaglia condotta da un ampio fronte nazionale-popolare, per sua natura inter-classista e ideologicamente eterogeneo.

Occorre prendere parte in questa battaglia malgrado non si abbia la direzione? Sì o no? Per noi la risposta è sì. Occorre o no avere un ruolo attivo nel costituire questo blocco nazionale-popolare? Per noi certamente sì. Siccome un altro campo non si vede all’orizzonte, è in questo che le “minoranze creative” debbono esercitare un ruolo d’avanguardia e tentare di fare egemonia.

L’errore è quello di attribuire una valenza teurgica al concetto di “processo”. Tutto nella storia avviene come “processo” ma ciò non significa indistinzione tra i suoi momenti. Non c’è bisogno di abbracciare la vecchia teoria socialdemocratica e poi staliniana della “rivoluzione per tappe” per capire che una efficace strategia si basa, data la connessione tra un momento e l’altro, nel saper cogliere questi passaggi di fase, nel distinguere l’uno dall’altro — a maggior ragione se non si tratta di una progressione a gradini di una scala ma di salti.

Nel caso che ci riguarda, quello italiano, è di tutta evidenza che noi, a meno di immaginare una simultanea rivoluzione europea, non avremo la rivoluzione socialista e quindi la conquista della sovranità nazionale e popolare bensì il contrario: senza vincere la battaglia della liberazione nazionale non potremo passare a quella, ancor più complessa della rivoluzione socialista. C’è un primo e un dopo.

Partiti dalla giusta premessa che il blocco sociale antagonista non ci verrà consegnato dalla crisi capitalistica, che esso si può costituire solo grazie all’esistenza di un elemento Politico di agglutinazione; posta poi la tesi che la piccola-borghesia pauperizzata potrebbe essere la forza motrice iniziale del blocco nazionale-popolare; Melegari e Capoccetti non hanno il coraggio di trarne le dovute conseguenze né sul piano della proposta politica né su quello della prassi. La matrice teorica indeterminista non può che condurre all’indeterminatezza sul piano politico. E così essi prestano il fianco alla dura critica di Visalli.

(continua)

 




L’ULTIMO PARRICIDIO di Moreno Pasquinelli

Ne avevamo già parlato della scissione in seno al Partito Comunista, ovvero della “sospensione del patto d’unità d’azione” tra questo e il Fonte della Gioventù Comunista (FdGC).  Chi conosce come vanno a finire certe faccende tra i marxisti-leninisti sa bene che il sostantivo “sospensione” sta in realtà per una “rottura” accompagnata dall’aggettivo irreparabile.

Di questa rottura ci da conto il Fronte della Gioventù Comunista con un comunicato dal titolo esuberante: AVANTI, AVANTI GIOVINEZZA ROSSA.

Per comprendere le cause di questa scissione (ennesima tappa del divisionismo che affligge certa sinistra radicale) è necessario sorvolare sugli aspetti secondari e concentrarsi su quelli fondamentali. Considero infatti secondari i piagnistei e le accuse, pur durissime, ai metodi arbitrari con cui il gruppo dirigente del PC raccolto attorno a Marco Rizzo avrebbe gestito la vicenda.

Possono certamente esservi fratture in cui hanno notevole peso questioni che riguardano il regime interno, i metodi con cui un gruppo dirigente conduce e controlla la vita interna di un partito, nonché i rapporti personali tra dirigenti. Tuttavia scissioni nascondono sempre una sostanza politica. E, per sostanza politica, intendo questioni programmatiche e teoriche, che vengono alla luce in differenze su faccende tattiche e strategiche. Detto altrimenti sulle cose da fare, come farle e assieme a chi. Questo è appunto il caso.

V’è, nel comunicato del FdGC, una passaggio molto illuminante, che permette di capire su quali linee è maturata la scissione e come i “giovani comunisti” giustificano il parricidio:

«Abbiamo assistito a una continua spirale involutiva, che ha visto un chiaro allontanamento dalla linea congressuale. Abbiamo visto troppo spesso abbandonare le categorie di analisi marxiste per adottare un linguaggio volutamente ambiguo, strizzando apertamente l’occhio ai settori reazionari e di destra, facendone propri i richiami sulla sovranità».

Rizzo subisce la pesante scomunica di essere un “opportunista” che ha abbandonato la “via marxista”, con l’aggravante di “strizzare l’occhio ai settori reazionari di destra, facendo propri i richiami sulla sovranità”. Solo per pudore viene risparmiata l’etichetta infamante di “rossobrunismo” ma questo è il succo. In buona sostanza i “giovani comunisti” respingono proprio la mossa che ha tirato fuori il partito dalla palude della sinistra sinistrata, il richiamo alla sovranità nazionale, la centralità della battaglia per l’uscita dell’Italia dall’Unione europea.

Mustillo e i suoi ragazzi possono darsi tutte le arie che vogliono, possono addobbarsi coi panni dei “veri marxisti”, in verità hanno deciso un ritorno a casa, di riportare il loro FdGC nel campo da dove sono venuti, quello della sinistra transgenica. E’ il campo minato dove regna il politicamente corretto, dove ogni patriottismo è bandito come nazionalismo, dove il sovranismo è equiparato a fascismo, dove l’internazionalismo si combina col cosmopolitismo dell’élite mondialista.

In questo camposanto, variegato assai, c’è ovviamente posto per tutti, ad ognuno è concesso il diritto di scegliersi il proprio luogo di sepoltura. C’è anche un loculo per depositare le spoglie dell’estremismo parolaio di sinistra, dell’antagonismo senza sé e senza ma, la tomba di tutte quelle frange che rovesciano il motto “Francia o Spagna basta che se magna” in “me ne frego se in tasca ho l’euro, il dollaro o la lira, la questione è la rivoluzione”. E’ il modo di pensare per cui non conta, ai fini dell’emancipazione dei lavoratori, chi sia il nemico che si ha di fronte, con quali strumenti esso eserciti il potere, quale sia la sua peculiare strategia di dominio.

Il modus cogitandi si un’estremismo infantile che pretende di cambiare il mondo prescindendo dalle condizioni reali, che si rifiuta di tenere conto delle peculiarità nazionali, di fare la differenza tra nemico principale e nemici secondari, di far leva sulle contraddizioni del campo avversario, di dare vita quindi ad alleanze tattiche per modificare i rapporti di forza. Non solo Lenin (senza conquista della maggioranza non c’è rivoluzione alcuna), non solo Gramsci (la classe operaia deve agire come classe nazionale per dare vita ad un nuovo blocco storico ed egemonico), ma pure Marx si rivolta nella tomba.

Non senza una fastidiosa vanità giovanilisitica il FdGC, per darsi un tono, pretende di giustificare la sua scissione come essa fosse una scissione di sinistra, per di più con la pretesa di dare lezioni di dottrina e di ortodossia.

Non me ne vorranno i “giovani comunisti” se considero il tutto una mascherata. Ammetto l’inconsapevolezza, ammetto anche la buona fede. Non è, la loro, solo una fuga nell’aldilà dell’astrattezza, nell’impolitico, si tratta di una formale scissione di sinistra per nascondere una reale svolta a destra.

Nessuno mi toglie dalla testa che questo loro parricidio, questa fuga a destra, è determinata dalla pressione dell’ambiente. Parlo in particolare dell’ambiente giovanile. Veniamo da almeno due generazioni intossicate dall’egemonia culturale del neoliberismo globalista, dall’erasmusianesimo, del sogno europeista che ha instillato un sentimento auto-razzista per cui tutto ciò che è nazionale è considerato spregevole, un pregiudizio anti-progressista. Il sardinismo è il distillato chimicamente perfetto di questo senso comune che è ancora egemone tra tanti giovani. E siccome si può essere giovani ma appartenere a classi sociali diverse e opposte, va detto che tutta questa cianfrusaglia ideologica europeistica è sì egemone, ma anzitutto tra i figli della borghesia e dei ceti medio-alti, tra i liceali figli di papà. Andate a dirlo ai ragazzi di Scampia, della Falchera, di Tor Bella Monaca o Ballarò, andate a vedere quanto essi abbiano a cuore globalizzazione ed europeismo…. Altro che linea proletaria quindi, abbiamo la più pericolosa contaminazione dell’ideologia dominante.

Dove andrà dunque a parare il FdGC? Lo si scopre nel documento “PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE”:

«Per rispondere all’offensiva padronale che sta arrivando dobbiamo organizzare un FRONTE UNICO DI CLASSE. Definiamo questa tattica come la forma oggi necessaria di coordinamento e mobilitazione tra le forze sindacali e di classe, sulla base di una piattaforma di rivendicazioni comune, unitaria, di classe su cui orientare le lotte dei lavoratori. Un fronte che coinvolga sindacati di base, attivisti e rappresentanti sindacali che si riconoscono in una posizione apertamente conflittuale e che rigettano la politica dell’unità nazionale, della collaborazione con la borghesia nella gestione della crisi. Un fronte che opponga alla strategia della concertazione sindacale e alla ricerca della pacificazione sociale, quella della lotta di classe per il rovesciamento del capitalismo».

Un overdose di estremismo parolaio. Un profano direbbe che siamo in presenza di un concentrato di trotskysmo — noto, a chi conosca la materia, quanto feroce fu la polemica di Trotsky contro la tattica del “fronti popolari antifascisti”.

In verità no, non è così e infatti siamo sicuri che i dirigenti del FdGC prenderebbero la critica come un insulto. Le radici storiche di questa linea politica affondano invece in una delle fasi dello stalinismo, quella del cosiddetto “Terzo periodo” (1929-1933) quando appunto Mosca, in base all’idea che con la grande crisi del ’29 la situazione fosse diventata rivoluzionaria, vietò ai partiti comunisti ogni alleanza tattica con la socialdemocrazia, malgrado essa fosse ancora ampiamente egemone nella classe operaia europea.

Questa politica estremistica venne giustificata in nome di una teoria devastante, quella del “socialfascismo”, per cui proprio la socialdemocrazia era il nemico principale. Quindi fronte unito sì ma “dal basso”, fronte unito sì ma solo sul piano sindacale, giammai come alleanza coi riformisti, tantomeno con frazioni della borghesia.

Qui Marco Rizzo mi consentirà una tirata d’orecchie. Egli non è incolpevole della deriva estremistica del FdGC. Questa è stata covata e preparata dalla svolta che egli ha fatto compiere al suo partito, quando decise, anni addietro, non solo di associarsi al Partito Comunista di Grecia (KKE) ma di abbracciare la sua rilettura settaria della storia del movimento comunista internazionale, rilettura che portò Rizzo ad affermare (cito a memoria) che l’origine di tutti i mali per i comunisti italiani fu quando Togliatti (capostipite dunque del “revisionismo” italiano), nel 1943, con la “svolta di Salerno” spinse il PCI ad allearsi con tutte le forze antifasciste e a dare vita al CLN. Da qui il ripescaggio, in funzione anti-togliattiana, di un personaggio come Pietro Secchia. La cosa ci porterebbe lontano. Solo en passant: per chi scrive sbagliato non fu, da parte del PCI aderire al CLN, quanto invece il disarmo e lo spogliamento di ogni funzione politica dei suoi comitati territoriali alle porte delle elezioni del 1946, quindi il loro definitivo scioglimento nel 1947. Così facendo vennero battuti (e i risultati funesti si videro presto) coloro che immaginavano che i CLN non dovessero solo essere coordinamenti patriottici provvisori, bensì organi del potere popolare nascente, nuclei anticipatori della nuova Repubblica.

Il “FRONTE UNICO DI CLASSE”, sostanzialmente solo sul piano sindacale, ci porta a ben vedere al bordighismo, alla politica suicida del PCdI prima che Gramsci ne prendesse la direzione. Fu proprio Bordiga a capeggiare l’opposizione dell’estrema sinistra al III e al IV Congresso dell’Internazionale comunista (1921 e 1922). Di contro alla tattica del Fronte unico con gli altri partiti operai (fossero socialdemocratici o d’altro tipo) suggerita da Lenin, Bordiga oppose un categorico rifiuto, accettando la tattica, al massimo, solo sul piano sindacale. Quindi nessun fronte coi socialisti (nemmeno i massimalisti di Serrati), per fermare l’avanzata del fascismo. Nessun aiuto quindi agli Arditi del Popolo che si battevano armi in pugno contro le aggressioni dei Fasci di combattimento mussoliniani in quanto erano “marmaglia interventista piccolo-borghese” — gli iscritti al PCdI, accusati di collusione con gli Arditi del Popolo vennero anzi espulsi.

Sappiamo come andò a finire la storia. Il fascismo poté vincere a causa della divisione del movimento operaio, ed anche grazie al settarismo dottrinario bordighista —che era solo una forma più elegante di massimalismo.

Il “FRONTE UNICO DI CLASSE”, dal punto di vista della sua forma, è un mostriciattolo bastardo, un pittoresco punto di confluenza tra la politica staliniana del “terzo periodo”, il bordighismo ed il massimalismo. Una linea che oggi come ieri conduce alla sterilità politica. Oggi più di ieri, vista la debolezza dei comunisti. Ed è proprio questa debolezza che forse ci aiuta a capire le ragioni di questa fuga nel settarismo operaista fuori tempo massimo.

Il settarismo, rivestito di superficiale dottrinarismo, funge da supporto autoconsolatorio alla propria irrilevanza politica. Come i simili si attraggono, così i deboli, nell’illusione che la somma delle debolezze faccia una forza, sono spinti ad aggregarsi. Il “FRONTE UNICO DI CLASSE” è solo la verbale foglia di fico per nascondere l’abbraccio con altri gruppi di estrema sinistra (PaP, SìCobas e chi più ne ha più ne metta). Un fronte non solo disunito (litigheranno alla prima prova seria) ma senza classe alcuna.

Il settarismo è infine un’escamotage per nascondere l’incapacità di compiere una “analisi concreta della situazione concreta”. E’ infatti qui che casca l’asino, qui che i giovani comunisti fanno cilecca. Smarritisi nella complessità del mondo profondamente deteriorato da decenni di neoliberismo e di mondialismo, essi hanno deciso di rifugiarsi nel loro universo incontaminato fatto di pura lotta di classe, di puri operai e puri padroni, gettando l’ancora nelle secche della verginità politica. Mentre qui non solo nessuno è innocente e nessuno è illibato, qui occorre capire che il capitalismo ha subito una profonda metamorfosi, che occorre di conseguenza svelare le sue nuove contraddizioni, quindi individuare non solo nemici, ma i potenziali alleati, scoprire infine quale può essere la strada per la rivoluzione sociale.

Per farlo occorrono due qualità principali: i piedi ben aderenti a terra e una testa capace di fare alta teoria politica. All’estrema sinistra mancano l’una e l’altra.

Non necessariamente, in politica, il parricidio è un delitto. E’ certo un misfatto ove, una volta ucciso il padre, si vaghi nell’aldilà dedicandosi al culto dei morti.