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ROSSI DI VERGOGNA di Moreno Pasquinelli

Gli uomini non si giudicano da quello che dicono di se stessi ma da quello che fanno e da come giustificano quello che non fanno

Il 15 ottobre è entrata in vigore l’infame legge che ha esteso il “green pass” a tutti i comparti del mondo del lavoro per cui, se non hai la tessera, non varchi i cancelli e vieni privato del salario, e se rimani senza salario, farai la fame. Se non vuoi morire di fame non ti resta che sottoporti a vaccinazione. Un atto di coercizione e di discriminazione che non avviene in nessun’altra parte del mondo e che ha un solo precedente, non a caso italiano: la legge mussoliniana del 1938 per cui, o ti iscrivevi al Partito Nazionale Fascista, o eri buttato fuori dal posto di lavoro.

Contro questa legge ignobile ieri, in concomitanza con l’appello allo sciopero generale lanciato dal piccolo sindacato FISI, e seguendo l’esempio dei portuali di Trieste, si sono svolte in molte città dell’Italia centro-settentrionale belle e combattive manifestazioni, alcune davvero imponenti. La gran parte dei manifestanti erano lavoratrici e lavoratori così come sono stati prodotti dai processi di precarizzazione, frammentazione e polverizzazione post-fordista del tessuto produttivo e sociale del Paese. Tute blu e impiegati, lavoratori a partita Iva e insegnanti, infermieri e medici, ingegneri e badanti, studenti e pensionati, disoccupati e artigiani, commercianti e anche intellettuali. Una polvere d’umanità, un nuovo movimento di massa ribelle che irrompe sulla scena, come un fiore sboccia dal letame di una società impazzita. E’ il popolo dei senza-Qr-Code, gli emarginati del costituendo regime di sicuritarismo sanitario, quelli che il sistema tecno-liberista vorrebbe segregare come fuori-casta, come intoccabili.

Chi ieri era in piazza ha visto i volti di questi oppressi senza vergogna; ha udito il loro grido di guerra; ha condiviso, assieme alla rabbia, la loro sete di libertà e di giustizia sociale; ha percepito la forza di chi, al ricatto di chi sta sopra, oppone il riscatto di chi sta sotto. E’ l’epifania di un’Italia che non t’aspettavi, destinata a dare filo da torcere alle classi dominanti. Lunga e irta di trappole e ostacoli è tuttavia la strada che conduce alla vittoria. Avremo modo di analizzare e decidere il da farsi.

Dobbiamo occuparci però dei morti che stendono la mano sui vivi, di coloro che ieri non c’erano, di quelli che dopo aver proferito bestemmie e contumelie, hanno tramato per il fallimento della protesta. L’élite tecnocratica? Il governo? La Confindustria? I loro pagliacci politici? No, parliamo della sinistra transgenica, in particolare di certi gruppuscoli comunisti che giocano a fare i guardiani della fede ma sono come i preti sorpresi in un campo di nudisti.

Potremmo compilare una triste lista di questi zombi, ce n’è uno che spicca su tutti gli altri, il Fronte della Gioventù Comunista — ce ne eravamo già occupati di passata QUI e QUI.

Una copia macchiettistica degli stalinisti d’antan. Il medesimo tetragono fanatismo, solo trasferito dalla difesa del socialismo reale a quella surrealistica del regime sanitario istituito in Italia e culminato nelle misure draconiane del governo Draghi.

Non si pensi che il vero e proprio odio che questi imbecilli hanno espresso verso la protesta contro green pass e Qr-Code sia frutto di un’acrimonia passeggera, di rivalità tattica, o dell’invidia del gruppo di quattro gatti verso un vivace movimento di massa. No. L’avversione è più che politica, è metafisica — così ci spieghiamo come alcuni di loro siano potuti giungere a tentare patetiche aggressioni ai danni degli Studenti contro il green pass.

Siamo rimasti agghiacciati leggendo la “Risoluzione del Comitato Centrale del Fronte della Gioventù Comunista su pandemia, green pass e vaccinazione” approvata all’unanimità nella data sfigata dell’11 settembre 2021. Lo citiamo perché condensa in forma chimicamente pura, osiamo dire pornografica, le posizioni di tutta l’estrema sinistra italiana.

Sapevamo delle bestialità commesse da questi “compagni”. Sapevamo che davanti alla pandemia essi hanno agito come truppe ausiliarie delle classi dominanti, come agenti ideologici del nemico.

Hanno abboccato come allocchi alla narrazione ufficiale delle élite dominanti di una pestilenza catastrofica globale —“Siamo in guerra, nulla sarà come prima”; hanno quindi negato l’uso politico e strategico della pandemia come mezzo per giustificare il “grande reset” e il passaggio ad un regime tecno-liberista totalitario; hanno sostenuto di conseguenza lo Stato d’emergenza e le misure “sanitarie” di contrasto come il lockdown, il coprifuoco, le mascherine, il distanziamento sociale, l’uso di dispositivi digitali di tracciamento e spionaggio dei cittadini, smart working e la didattica a distanza.

Il documento di cui sopra, lungi dal contenere elementi di autocritica, aggrava la situazione e trasforma le bestialità precedenti in veri e propri crimini.

Quattro in sostanza le proposizioni contenute: (1) i vaccini, compresi quelli genetici a mRNA sfornati dai laboratori di manipolazione biotecnologica di Big Pharma, malgrado i rischi gravi ammessi da prestigiosi scienziati e dalle stesse aziende produttrici, sono ritenuti “strumenti fondamentali nella lotta contro la pandemia”; (2) il green pass è considerato “una foglia di fico”, poiché “si dovrebbe istituire l’obbligo vaccinale universale”, e poco importa se tale obbligo è palesemente incostituzionale, e cristallizzerebbe un dispositivo di segregazione sociale; (3) tutte le critiche sulla pericolosità del vaccino ed in nome della libertà di scelta terapeutica sono bollate come “antiscientifiche, cospirazioniste e reazionarie”, proprio come sostengono gli stregoni e i media di regime; (4) le proteste sviluppatesi contro le prescrizioni liberticide e anticostituzionali dei governi, nonostante da fine luglio siano partecipate anzitutto da lavoratori salariati, sono condannate come “piccolo borghesi e contro la collettività”.

Raccapricciante!

Potremmo buttarla in filosofia, smontando l’infantile scientismo positivista che sta alla base di certe posizioni politiche, ricordando un secolo e mezzo di critica dello scientismo tecnocratico, da Husserl alla Scuola di Francoforte passando per Heidegger, discettando di epistemologia popperiana e post-popperiana. Non servirebbe vista la rozzezza politica e culturale degli interlocutori.

Dati i momenti critici che viviamo, perdere tempo è un lusso che non possiamo permetterci. Il deposito culturale e teorico che abbiamo, se davvero lo abbiamo, preferiamo custodirlo e semmai attingervi per mettere le sue armi a disposizione del movimento nascente che certo ha molti limiti, ma non quello di intelligenza col nemico.




COMUNISTI, ULTIMA CHIAMATA di Moreno Pasquinelli

«Quando senti suonare la campana non chiederti per chi suona. Essa suona anche per te». Ernest Hemingway

Con lo spauracchio della pandemia il governo Draghi ha prolungato lo Stato d’emergenza e, col cosiddetto “green pass”, ha reso de facto obbligatoria la vaccinazione di massa. Con una fava due piccioni: si istituisce uno strumento politico di controllo e discriminazione sociale facendo così compiere un salto di qualità all’inveramento di un orwelliano Stato di polizia.

Guai a chi nega che qui ci sia un salto di qualità. Dicemmo, l’anno scorso, che entravamo in un territorio inquietante e sconosciuto. Ora i timori più terribili iniziano a prendere forma.

Che il “green pass” sia un diabolico strumento di discriminazione sociale lo dicono quelli stessi che lo hanno concepito. Draghi docet: “Chi non si vaccina porta la morte”. Chi rifiuterà di diventare cavia di pseudo-vaccini sperimentale; chi non metterà il suo corpo a disposizione del governo; chi intende disobbedire al comando del potere; chi non accetta il culto idolatrico della “scienza”; è un assassino che va identificato, perseguitato, escluso dalla vita sociale. Non merita, infine, alcuna cristiana pietà.

E’ un regime di apartheid quello che sta nascendo sotto i nostri occhi: milioni di cittadini precipiteranno nell’inferno dei reietti e degli emarginati, costretti alla segregazione sociale e al confino.

D’altra parte una maggioranza di cittadini, intossicati da una propaganda e reti unificate senza precedenti, ha deciso di fare buon viso a cattivo gioco, pensando di riconquistare la libertà che gli era stata tolta. Si illude poiché questa libertà, ottenuta con un atto di obbedienza, è non solo vigilata ma condizionale e provvisoria. Peggio. La logica sottesa alla mossa del governo è tremenda, è quella di provocare una violenta spaccatura sociale, ci saranno, come nell’universo concentrazionario di Primo Levi, i sommersi e i salvati, con milioni di esercenti costretti a fare i kapò, sbirri facenti funzione.

Procedimenti repressivi che i comunisti dovrebbero conoscere molto bene, visto che essi per primi, nel ‘900, ne sono stati vittime. Ma dove stanno i comunisti oggi? Davanti all’incalzare del mostro gli hanno ubbidito, hanno chiamato al rispetto di tutte le sue prescrizioni liberticide; hanno suonato lo stesso spartito del nemico per cui tamponi farlocchi e vaccinazione di massa sarebbero stati la sola salvezza. Si sono rifiutati di ascoltare medici e autorevoli scienziati i quali, giudicata omicida la terapia della medicina di regime (tachipirina e vigile attesa), dimostravano nei fatti come ci si poteva guarire dal Covid. Comunisti che non hanno voluto vedere né il disegno biopolitico dell’élite mondialista, né la colossale speculazione delle multinazionali farmaceutiche, né i giganteschi conflitti di interessi tra controllori e controllati.

Infine, davanti ai movimenti di disobbedienza civile che si sono manifestati, hanno taciuto, si sono voltati dall’altra parte, si sono imboscati. Non li abbiamo infatti visti nelle proteste sociali contro lo Stato d’emergenza, in difesa dei diritti di libertà, contro chiusure e confinamenti che mentre hanno straziato chi sta in basso hanno premiato i privilegiati. Peggio, se ne sono dissociati, accusando quelli come noi che si sono ribellati in nome della verità e della fedeltà alla Costituzione, di essere “negazionisti”, o peggio, una “marmaglia reazionaria”. Hanno insomma fatto proprio il discorso delle élite dominanti, hanno dato loro man forte nel vano sforzo di isolarci. Si sono arruolati come truppe ausiliarie nell’esercito nemico. In pratica hanno scelto di fare i collaborazionisti.

Ora siamo giunti al giorno del giudizio.

In queste ore, davanti al salto di qualità operato dal nemico, anche in Italia, le piazze di tante città si vanno spontaneamente riempiendo di comuni cittadini che ubbidendo alla loro coscienza gridano “no green pass”. Proteste che sono l’orgoglio di un intero popolo, che redimono i peccati dell’ignavia e della rassegnazione. I piccoli rivoli che nell’ultimo anno hanno animato la protesta iniziano a confluire, come eravamo convinti sarebbe accaduto, in un unico fiume. C’è tempo affinché diventi una piena. Serviranno intelligenza, determinazione, astuzia e tutte le armi dell’arte della lotta politica. Il nemico ha un piano, ma commetterà inesorabilmente errori. Una nuova resistenza sta nascendo e siamo certi che si farà strada.

Ebbene, malgrado il momento drammatico, i comunisti sono latitanti. Nessuna organizzazione o gruppo sta dando segni di cambiamento di rotta. Non vediamo nelle piazze nessuno di loro. Hanno scelto ancora una volta di girarsi dall’altra parte.

Sappiate “compagni” che questa è per voi l’ultima chiamata. E’ anche per voi che suona la campana. Potete ancora riscattare l’ignominia raggiungendo la mobilitazione in atto. Se lo farete sarete perdonati. Altrimenti subirete la condanna, scontando la più severa delle pene: quella di finire come collaborazionisti nella spazzatura della storia.

Ps

Incombe, fra qualche giorno, proprio quando entrerà in vigore il “green pass”, l’anniversario funesto del 4 agosto 1914. I comunisti sanno di che parliamo. La grande guerra segnò la linea divisoria tra chi passò armi e bagagli dalla parte dei governi imperialisti, e chi restò fedele ai principi della lotta rivoluzionaria. Diversamente da allora gli imperialisti chiedono oggi ai popoli di intrupparsi nell’esercito cosmopolitico della salvezza. Non chiamano alle armi in nome degli stati nazionali, vogliono anzi, in nome della globalizzazione, estinguerli, così da completare la ristrutturazione tecnocratica e oligarchica a scala mondiale. Lo chiamano “Grande Reset”, di qui lo shock pandemico come cataclisma per giustificarlo.

Rivoluzionari sono coloro i quali, denunciata la trappola del Covid, riconosciuto per tempo il grande cambiamento in atto, non si sono fatti cogliere impreparati dal capovolgimento di fronte e si sono riposizionati nel campo della nuova resistenza. Rivoluzionari sono coloro che hanno compreso che la difesa della sovranità nazionale, della democrazia, della libertà, della giustizia sociale sono un tutt’uno. Sono coloro che han capito che solo in questo campo potrà un giorno rigermogliare il fiore di un nuovo socialismo.




IN GINOCCHIO AI PIEDI DEI PADRONI di Christian W.

Mi ritrovo sulla mia pagina facebook un post di Marco Veronese Passarella, brillante economista marxista, che ha catturato la mia attenzione. Eccolo qua:

«Inginocchiarsi è un gesto sincero, privo di ipocrisia? No, contrario, ma in questo mondo – non in quello che vorrei – io lo farei lo stesso.

Le aggravanti di pena per reati di opinione mi piacciono da morire? No, al contrario, ma in questo mondo – non in quello che vorrei – il DDL Zan lo sostengo (tiepidamente) lo stesso.

La scienza è infallibile e le multinazionali del farmaco perseguono il bene della collettività? No, al contrario, ma in questo mondo – non in quello che vorrei – il vaccino lo faccio lo stesso (senza Instagram e incrociando le dita).

Perché il mondo che vorremmo è quello che ci spinge a cambiare questo, non un alibi per conservarlo così com’è».

Come subito capisce chi segua le vicende di cronaca il post mette assieme tre cose di alto valore simbolico e politico. Anzitutto la decisione dei calciatori della nazionale (in occasione della partita di questa sera con l’Austria), di non compiere il gesto inginocchiarsi contro il razzismo, per la precisione in solidarietà con Black Lives Matter. In secondo luogo la questione del Ddl Zan sull’omotransfobia. Infine la campagna di vaccinazione di massa.

Cosa ci dice Passarella: che si inginocchierebbe, che approva il Ddl Zan, infine che è favorevole alla vaccinazione.

Cosa mi ha colpito? Anzitutto il carattere palesemente contraddittorio del ragionamento. Passarella afferma infatti che il gesto di inginocchiarsi è ipocrita; che le aggravanti di pena per i reati di opinione (previsti dal Ddl Zan) non gli piacciono per niente; che le multinazionali che sfornano vaccini sperimentali non perseguono per niente “il bene della collettività”.

Se ne dovrebbe dedurre, se la logica ha un senso, che Passarella, in base alle sue stesso premesse, dovrebbe concludere con tre No, e invece risponde con tre Sì. Un triplo salto mortale carpiato che finisce in uno schianto a terra. Questo accade a chiunque si ritrovi a violare la logica, in primisi il principio di non-contraddizione; per il quale, se è vera la proposizione A allora è falsa la sua negazione non-A.

Violata la logica Passarella ci spiega il ragionamento con cui giunge a conclusioni opposte alle sue premesse:

«Perché il mondo che vorremmo è quello che ci spinge a cambiare questo, non un alibi per conservarlo così com’è».

Passarella pensa di salvarsi col ricorso ad un machiavelliano “realismo politico” ma la pezza è peggiore del buco.

Il perché è presto detto. Non è forse l’élite mondialista dominante che ci chiede ipocriti atti di fede antirazzisti? Non è forse questa élite neoliberista che usa come un feticcio i diritti delle minoranze LGBTQ(ecc.) per nascondere la distruzione dei diritti sociali? E non è forse la medesima élite che tenta di presentare la (sua) scienza come miracolosa soluzione? E non è forse, la vaccinazione di massa, un infido esperimento planetario di disciplinamento sociale?

Il realismo politico è qui una foglia di fico per giustificare un inaccettabile cerchiobottismo politico.

La sostanza è che il nostro, su tre vicende di alto valore politico e simbolico si ritrova dalla stessa parte della barricata delle classi dominanti.

Passarella (ma come fa a non rendersene conto?) non solo ammazza la logica, ma si costruisce “un alibi per conservare il mondo così com’è”. Non chiama ad atti di ribellione, ma a conformistici inginocchiamenti ai piedi dei padroni e in difesa dell’ordine sociale esistente.




“COMUNISTI” VACCINISTI di Sandokan

Non ci vuole un laurea in storia per sapere che le classi dominanti (tanto più in situazioni di crisi sociale e instabilità sistemica) usano ogni pretesto per consolidare il loro dominio. Sappiamo inoltre che quando non ce l’hanno, un pretesto, se lo inventano.

Un caso da manuale fu l’incendio del Reichstag (il parlamento tedesco) la notte del 27 febbraio del 1933. Hitler ricevette il mandato di cancelliere del Reich solo un mese prima. L’incendio offrì ai nazisti il pretesto per scardinare ciò che restava della democrazia e avviare una sistematica persecuzione dei suoi avversari politici. Hitler accusò i comunisti dell’attentato e quindi li mise fuorilegge arrestandone subito centinaia tra cui il segretario E. Thälmann (che poi morì dieci anni dopo nel campo di concentramento di Buchenvald). Il 23 marzo Hitler si fece conferire i pieni poteri. Fu il battesimo della dittatura nazista.

Non tutte le ciambelle vengono col buco, non tutti i complotti vanno a buon fine. Un caso da manuale ce lo consegna la recente storia italiana. Parlo della strage di Piazza Fontana avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969. Una Strage di Stato, orchestrata da fazioni del potere e addebitata agli anarchici per seminare panico e paura tra i cittadini e quindi giustificare una stretta autoritaria non escluso un colpo di stato.

Allora non era come oggi. Non c’era il pensiero unico, c’era un diffuso pensiero critico che non si beveva ogni menzogna di regime, c’era un’opposizione sociale e politica che smascherava ogni maldestro tentativo autoritario delle élite, c’erano anche divisioni in seno alla classe dominante. Il tentativo fallì miseramente, anzitutto grazie all’esistenza di un vivace movimento comunista che si oppose alla menzogna e non smise di lottare.

Oggi non è come ieri. Non lo è per tante ragioni. I dominanti sono compatti, il pensiero critico è confinato in un angolo e soffocato, non esiste più un’opposizione comunista, ed anzi, i comunisti sopravvissuti sono diventati dei replicanti, degli zombi, dei complici dei dominanti.

Non parliamo di fantocci come il ministro Speranza, alfiere del regime sanitario ovvero dei poteri forti. Non parliamo di Fassina, che è l’ombra sbiadita di ciò che ha tentato di essere. Parliamo degli stessi gruppuscoli extraparlamentari come Potere al Popolo, parliamo ad esempio del Partito Comunista guidato da Marco Rizzo. Claudio Puoti, candidato a sindaco di Roma, dopo la morte causa vaccino (una delle tante) della giovane genovese Camilla ha diffuso un comunicato in cui si può leggere:

«Come comunisti non possiamo tuttavia esimerci dal proporre alcune riflessioni. Innanzitutto stigmatizziamo con forza l’ignobile speculazione di sciacalli e avvoltoi che strumentalizzano questa tragica vicenda per la loro vergognosa campagna non vax».

Come prima “riflessione” davvero niente male. Speranza, Burioni o Brusaferro non avrebbero trovato parole più sconcertanti e indegne. Posta la “riflessione” il nostro afferma quindi perentoriamente:

«Noi comunisti sostentiamo con forza la campagna vaccinale…».

Io confesso che sono rimasto di stucco. Non solo nessuna “riflessione” sull’uso strumentale e antidemocratico della pandemia; non solo nessun “ragionevole dubbio” sulla campagna di vaccinazione di massa; non solo nessun sospetto che essa sia funzionale al Grande Reset, ovvero funzionale alla neoliberista distruzione creativa; non solo nessuna critica al fatto che la vaccinazione di massa precede e spiana la strada al regime della bio-sorveglianza. Qui siamo in presenza di comunisti con l’elmetto, di interventisti arruolatisi come volontari nell’Esercito imperialista della salvezza.

Ci sono tramonti e tramonti, si può anche morire in bellezza. Una fine più miserabile i comunisti non potevano scegliersela.




I COVIDIOTI E NOI di Moreno Pasquinelli

«Vale in questi casi quanto affermò Einstein: “Stupidità significa fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.  Questa sinistra “antagonista” al nemico sbagliato, è prima di ogni altra cosa stupida».

In occasione del Vertice sulla sanità del G20 svoltosi a Roma e dedicato al “Covid-19”, 26 scienziati — guidati da Peter Piot, special adviser di Ursula Von der Leyen, e dal presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro — hanno consegnato un report in cui si legge testualmente:

«Gli sforzi attuali per affrontare Covid-19 dovrebbero includere anche investimenti e misure per una prevenzione delle minacce sanitarie poiché il mondo sta probabilmente entrando in UN’ERA DI PANDEMIE».

Malgrado la sua potenza apocalittica questo presagio è passato pressoché inosservato. La ragione è presto detta: l’allarmismo (vedi quello climatico) è il colore dominante del periodo. Il catastrofismo è infatti la regola sin da quando venne ad esaurirsi l’effetto della sbornia del pensiero postmodernista, la cui cifra filosofica era (Leibnitz si rivolta nella tomba): “vivete nel migliore dei mondi possibili, il futuro è radioso, spassatevela e smettete di rompere i coglioni inseguendo utopie”.

Ci dev’essere una ragione, anzi ce ne sono quattro, se oggi, invece, l’opinione pubblica viene stordita da un allucinogeno di segno opposto, quello di un futuro disastroso. In prima battuta è il segno che la classe dominante sente traballare il proprio mondo, che è essa stessa divorata dal timore di non essere più in grado di controllare i suoi propri spiriti selvaggi. In secondo luogo il catastrofismo serve a spaventare le classi subalterne, così da paralizzarle e inchiodarle alla loro attuale impotenza. In terzo luogo il catastrofismo è funzionale a giustificare l’emergenza permanente, anzi lo stato d’eccezione come anticamera di una futuristica dittatura di classe. Serve infine a legittimare la nuova grande narrazione, quella per cui la loro “scienza”, con i suoi miracolosi prodigi, è la soluzione infallibile — gli scienziati essendo i nuovi oracoli preposti non solo alle divinazioni ma a suggerire all’élite politica prescrizioni e a suggerire sanzioni.

Evidente quale sia il dispositivo psicologico sotteso a tutta questa merda. Non è inedito, è anzi la rimodulazione di un sistema antidiluviano. Ai tempi delle antiche religioni si doveva spaventare le genti con la paura delle eterne pene dell’inferno affinché non commettessero peccato; oggigiorno, per obbligarle a rigare diritto affinché si adattino alla “nuova normalità”, le si deve terrorizzare con la minaccia della fine del mondo. Ecco quindi la scienza che giunge in soccorso per sventare la minaccia e assicurare la salvazione. Lo scientismo non solo è risorto, indossa l’abito talare per imporsi come nuova religione civile globale.

Il positivismo dell’ottocento impallidisce davanti a questo fondamentalismo scientista. Sotto mentite spoglie l’oscurantismo teologico, più che cattolico luterano e calvinista, sembra spazzare via il dubbio cartesiano, stigma della nascente borghesia in lotta contro le pastoie feudali. Di questo passo chi può escludere che nel prossimo futuro vengano eretti templi a Sua santità la scienza o istituite apposite celebrazioni?

L’attendibilità scientifica della profezia di “UN’ERA DI PANDEMIE” è evidentemente prossima allo zero, ma il suo valore politico predittivo è poderoso. “UN’ERA DI PANDEMIE”  è alle porte, tutto verrà giustificato per sventarla, di cui il GRANDE RESET — questa specie di neoliberismo rifondato nella prospettiva di una permanente distruzione creativa.

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Ai tempi in cui nella società pulsava contropotere e spirito critico, in pochi avrebbero abboccato a questo colossale inganno ideologico. Si sapeva che la scienza e la medicina non sono né innocenti né neutrali. Allora si potevano ascoltare, di contro agli scienziati di regime, altre campane. Era luogo comune chiedersi: chi c’è dietro a questo gruppo di scienziati? Per quali interessi essi operano? Chi finanzia le loro ricerche? E ove fosse stato palese che si fosse trattato di giganti multinazionali (come accade con le attuali BigPharma), le loro profezie avrebbero suscitato tenace opposizione. A quei tempi non sarebbe sfuggita la strumentale  e strategica dimensione bio-politica della profezia, ed eventuali campagne come quella attuale per la vaccinazione di massa, sarebbe miseramente fallita sul nascere e condannata come una subdola sperimentazione a spese dei cittadini-cavie; respinta in quanto violazione dell’habeas corpus e della libertà terapeutica di scelta. Il solo adombrare l’idea di un passaporto vaccinale col quale dei cittadini sarebbero stati privati di essenziali diritti umani, civili e di libertà,  sarebbe stato considerato come inammissibile e avrebbe scatenato proteste di massa.

Oggi non è così. Assuefatta all’idea che ci sia solo un unico pensiero, quello dominante, ovvero abituata a pensare che there is not alternative, la pubblica opinione è ottenebrata, esanime, priva di anticorpi.

Chi oggi si oppone è così additato al pubblico ludibrio come uno screanzato “negazionista”, ostracizzato come un miserabile “complottista”, associato ai terrapiattisti o ai pittoreschi personaggi che credono siamo dominati dai rettiliani. In pratica viene defraudato di ogni dignità politica, dello stesso diritto di parola e di cittadinanza.

Una volta non era così. Occorre prendere atto che il sipario è già calato sul primo atto dello psicodramma. E’ la vittoria temporanea di chi ha lungamente programmato lo shock pandemico. Gli architetti del GRANDE RESET avevano anticipato e proclamato la nuova periodizzazione storica, come c’è stato un Avanti Cristo e un Dopo Cristo, avremmo avuto un After Covid dopo il Before Covid.

Come questo sia stato possibile, spetterà agli storici indagarlo. Ma noi non siamo storici, tantomeno infettati dal weberiano criterio della avalutatività. Noi siamo qui e siamo partigiani, noi abbiamo fatto una scelta politica e di campo. Abbiamo denunciato l’inganno ideologico. Lo abbiamo fatto mostrando dati ed evidenze, confortati da scienziati e medici che con noi hanno disperatamente raccontato un’altra storia. Abbiamo quindi unito le nostre forze alla minoranza dei cittadini che non solo non ha abboccato, ma che ha resistito e disobbedisce.

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Com’è possibile che la sinistra che si dice antagonista (di quella di regime meglio non parlarne) si sia bevuta la narrazione di regime sulla pandemia? Com’è possibile che essa abbia considerato e continui anzi a considerare legittimi stato d’emergenza, confinamenti, coprifuoco, distanziamenti sociali, limitazione dei diritti politici e civili? Com’è possibile che si rifiuti di vedere che la Costituzione è stuprata e la democrazia soppressa? Com’è possibile che questa sinistra abbia accettato come oro colato le terapie omicidiarie imposte dalle autorità sanitarie? Com’è possibile non vedere che queste autorità, Oms in primis, sono ostaggio di Big Pharma e di fondazioni come quella di Bill Gates? Com’è possibile che malgrado le contestazioni di prestigiosi scienziati, abbia creduto all’affidabilità dei tamponi e dei test molecolari, antigenici e sierologici? Com’è possibile che abbia creduto alla bontà delle misure e delle terapie ufficiali anti-Sars quando è di tutta evidenza che sono state un clamoroso fallimento? Com’è possibile che abbia accettato come necessaria la vaccinazione di massa quando è noto che chi si fa inoculare i vaccini non è immune e può continuare a trasmettere il virus? Com’è possibile che si rifiuti di vedere il carattere sperimentale della vaccinazione con cittadini usati come cavie da laboratorio? Com’è possibile che questa sinistra non si senta, almeno, in imbarazzo?

Una simile sconcia capitolazione all’operazione politica dei dominanti non ha precedenti. Una simile omologazione al pensiero unico sanitario non si era mai vista. Il tentativo di smarcamento dal discorso dei dominanti è non solo patetico ma disgustoso: in nome di una pietistica solidarietà sanitaria, sì allo stato d’emergenza, al lockdown, ai distanziamenti, a coprifuoco e alle mascherine obbligatorie, ma più soldi alla sanità pubblica; giusto che tu mi chiuda ma dammi i soldi. Infine: viva i vaccini come.. “bene comune”!

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Non che questa sinistra “antagonista” manchi di coerenza. Non solo si è tenuta alla larga dalle numerose proteste sociali contro stato d’emergenza e regime sanitario. Essa è andata ben oltre. Le ha lanciato anatemi, di fatto spalleggiando il regime ha condannato tutte le mobilitazioni che hanno sfidato i governi e contestato le loro misure bio-politiche. Ha stigmatizzato le mobilitazioni della piccola borghesia maciullata e gettata sul lastrico come reazionarie. Peggio ancora: ha scomunicato i movimenti politici dei cittadini in difesa delle libertà e dei diritti costituzionali (di circolazione, di cura, di pensiero e di manifestazione, ecc.) come espressioni di egoismo sociale, di individualismo liberista.

Antagonista questa sinistra in effetti lo è, ma lo è non rispetto al regime, bensì alla nuova e nascente opposizione politica e sociale. Se questo sia un definitivo passaggio di campo oppure solo una terribile sbandata, sarà il tempo a dircelo. Ma ove fosse solo una “sbandata” i suoi effetti saranno letali. Una riconversione, giunti a questo punto, non è per niente facile o indolore, chiede una svolta radicale e molti (molti) ci lasceranno le penne e non riusciranno a mettersi in salvo.

Abbiamo già assistito a questa tragedia della sinistra italiana, era agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso. Non comprese la minaccia del fascismo avanzante, considerandolo come un fenomeno da baraccone, al massimo un mero mutamento di superficie del regime liberale. Avvenne così che invece di lottare per strappare l’egemonia a Mussolini, gli si lasciò campo libero, voltando addirittura le spalle alla prima eroica resistenza antifascista, quella degli Arditi del Popolo. Quando comprese cosa esso fosse era oramai troppo tardi — la storia non è infatti come la pellicola di un film, non può essere riavvolta.

Vale in questi casi quanto affermò Einstein: “Stupidità significa fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.  Questa sinistra “antagonista” al nemico sbagliato, è prima di ogni altra cosa stupida. Vittima della propria agonia ritiene che davanti allo “sgradevole” nuovo movimento popolare sia preferibile schierarsi (beninteso in nome del progresso tecno-scientifico, del cosmpolitismo, dell’antirazzismo, dell’antifascismo, e dei diritti delle minoranze sessuali) con l’élite globalista, stando alla larga dall’irrequieto e composito campo della nuova opposizione popolare, anzi facendo scongiuri al rischio che si consolidi.

Noi invece vogliamo giocarci questa partita, vogliamo stare nel gorgo. Noi forse ci giochiamo l’osso del collo, sempre meglio di certi amici a cui nessuno in effetti taglierà la testa, visto che l’hanno già perduta.




ME NE VADO CON RIZZO di Carlo Formenti*

Per chi voglia capire davvero la crisi irreversibile in cui si dimena il cosiddetto “marxismo italiano”, riteniamo di grande interesse le profonde riflessioni con cui, l’amico Carlo Formenti, motiva il suo abbandono del gruppo Nuova Direzione. Si tratta, come si usa dire, di un documento a futura memoria. Sono molti i suoi giudizi che condividiamo, altri molto meno. Ci torneremo su, ricordando ai lettori i diversi articoli apparsi su questo sito relativi alla crisi di Nuova Direzione.** 

Una cosa salta agli occhi nella riflessione di Formenti, la totale rimozione (che è politica ma che forse ha dello psicanalitico) della vicenda pandemica e di come essa ha brutalmente impattato sulla società, sulla vita, sullo scenario politico e istituzionale, sulle dinamiche metamorfiche dell’ordine capitalistico a livello globale. Sul conflitto sociale e dunque come congiura a ridefinire il terreno dello scontro ed a riconfigurare i blocchi sociali. Niente di niente. E’ come se nulla fosse accaduto e stesse accadendo. La desolante sensazione è che tutte le considerazioni, per quanto nobili e argute, siano campate per aria, sospese nel vuoto di un astratto e inconcludente teoricismo. Di qui  l’approdo di Formenti al Partito Comunista di Marco Rizzo il quale, al netto della sua strenua autodifesa identitaria, difficilmente uscirà indenne dall’attuale sconquasso sociale e politico.

RIFLESSIONI AUTOBIOGRAFICHE DI UN COMUNISTA SENZA (FINORA) PARTITO 

Per cominciare. Qualche notizia autobiografica

La mia vita politica è iniziata nella prima metà degli anni Sessanta quando – poco più che adolescente – mio padre, militante comunista dal 1921, mi inserì in una piccola formazione bordighista di cui era membro. Più tardi, a partire dal 1967, frequentai i primi gruppi maoisti finché, entrato nel mondo del lavoro (come impiegato di una multinazionale americana), mi dedicai soprattutto all’attività sindacale. All’inizio degli anni 70, fui notato dalla FIM, che mi offrì di lavorare a tempo pieno come responsabile provinciale degli impiegati e dei tecnici per la Federazione di Milano. Accettai con la benedizione dei compagni del Gruppo Gramsci (di cui ero stato uno dei promotori), in quanto valutammo che la linea sindacale di quella confederazione fosse più radicale e avanzata di quella della FIOM milanese. Nel 1974 cessai la carriera sindacale per completare gli studi (mi sono laureato in Scienze Politiche nel 1976, all’Università di Padova, con una tesi di laurea sull’impatto delle tecnologie informatiche sull’organizzazione del lavoro che nel 1980 fu pubblicata nella collana degli Opuscoli Marxisti di Feltrinelli, con il titolo Fine del valore d’uso). Nella seconda metà degli anni Settanta, dopo una breve esperienza nei ranghi di Autonomia, mi allontanai progressivamente dalla politica attiva, anche perché il riflusso delle lotte operaie, culminato con la sconfitta del 1980 alla Fiat, mi aveva privato degli unici interlocutori che mi interessassero realmente (ho sempre guardato con diffidenza ai partitini nati dai movimenti studenteschi, e più in generale alla cultura libertaria degli strati sociali che ne formavano la base, forse avvertendo confusamente i primi segnali di quel divorzio fra “critica sociale” e “critica artistica” che Boltanski e Chiapello hanno descritto decenni dopo (1)). Da allora e fino a cinque anni fa non ho più condotto vita politica attiva, limitando il mio impegno alla lotta ideologica e teorica in qualità di giornalista e saggista (negli anni 80 sono stato caporedattore e condirettore del mensile “Alfabeta”, ho pubblicato diversi libri e, dai primi del Duemila, sono diventato ricercatore all’Università di Lecce, dove ho ripreso l’analisi teorica sulle conseguenze economiche, politiche, sociali e culturali della rapida e pervasiva diffusione delle tecnologie digitali). Nelle pagine che seguono cercherò di spiegare perché, dopo essere andato in pensione, ho avvertito l’esigenza di tornare a impegnarmi non solo sul piano culturale; descriverò quale è stato, da allora, il mio percorso politico; infine motiverò la scelta che mi appresto a compiere.

Le tappe di una complicata ricerca di compagni di strada 

A indurmi a cercare un ambito in cui svolgere politica attiva è stata la constatazione che gli effetti della controrivoluzione liberale in termini di degrado della qualità di vita e dei livelli di coscienza civile e politica di miliardi di esseri umani, per tacere dei tassi di violenza, oppressione e sfruttamento cui quasi tutti noi siamo in maggior o minor misura sottoposti, sono ormai divenuti assolutamente intollerabili. Non meno intollerabili appaiono i livelli di degrado morale e culturale di quelle forze politiche che hanno il fegato di definirsi di sinistra. Ho quindi ritenuto che non bastasse più analizzare, indignarsi e inveire, ma fosse necessario partecipare attivamente a uno sforzo collettivo di cambiare le cose. Ciò detto, sono partito dalla convinzione che il punto non è “rifondare la sinistra” (termine che non mi ha mai entusiasmato: se mi chiedono se sono di sinistra rispondo che sono comunista, il che non è la stessa cosa), ma piuttosto lavorare alla dura impresa di rilegittimare un progetto di superamento della società capitalista per instaurare il socialismo. Devo ammettere che mi è parso subito dolorosamente chiaro quanto debole, confusa e dispersa (soprattutto qui in Italia) sia oggi la comunità per cui e con cui vorrei tornare a battermi. Passo ora a descrivere le esperienze che ho fatto dal momento in cui ho cercato di rimettermi in gioco.

Negli ultimi anni ho partecipato a una serie di progetti politici animati dalla volontà  di lottare contro le politiche neoliberali della Unione Europea. Il primo è stato quello di Eurostop, associazione vicina alla Rete dei Comunisti e ai sindacati di base (USB). Me ne sono allontanato quando quell’organizzazione ha scelto di convergere nel cartello elettorale di Potere al Popolo in vista delle elezioni politiche del 2018. Due le ragioni fondamentali del mio dissenso: 1) partecipare alle elezioni mi parve una scelta prematura, in quanto ritenevo  necessario privilegiare piuttosto il lavoro di radicamento nei territori e nei luoghi di lavoro; 2) ancora meno condividevo la convergenza con soggetti politici che ritenevo omologhi alla fallimentare esperienza delle sinistre “radicali”, riproponendo la logica fallimentare delle famigerate liste “arcobaleno”.

Successivamente ho partecipato a vari tentativi di aggregazione del variegato arcipelago di singoli militanti e microgruppi accomunati: 1) dalla volontà di riaffermare i principi e i valori di un patriottismo costituzionale ispirato alla lettera e allo spirito della Carta del 48; 2) dall’intenzione di caratterizzare in senso socialista l’opposizione alla Ue (lotta per la sovranità nazionale come mezzo per restaurare la sovranità popolare e non come fine in sé, e per un programma politico orientato alla costruzione di un’economia mista capace di garantire piena occupazione e condizioni di vita e di lavoro dignitose per le classi subalterne).

La  mia scelta di privilegiare il rapporto con quest’area dei sovranismi e dei populismi di sinistra, piuttosto che con i residui delle sinistre “radicali”, era fondata su precisi motivi teorici e ideologici. In primo luogo, dalla convinzione che la lotta di classe – a causa della disgregazione delle classi subalterne causata da un’offensiva liberista che le aveva sconfitte tanto sul piano politico quanto sul piano sindacale, dal tradimento delle sinistre tradizionali convertitesi all’ideologia liberista e dalla distruzione dei loro strumenti organizzativi – avesse assunto la forma ambigua e spuria dei populismi, tanto di destra e di sinistra. Mentre alcune esperienze latinoamericane (che ho conosciuto grazie a una serie di viaggi in quei Paesi (2)), negli Stati Uniti (Sanders) e in Europa (Podemos, Mélenchon, Corbyn) sembravano prospettare la possibilità di sfruttare la marea populista come occasione per innescare una battaglia socialista, anche se, nel contempo, cresceva il rischio che a fungere da contenitori della rabbia sociale fossero piuttosto i populismi di destra (Trump, Marine Le Pen, Salvini, ecc.) sempre più abili nell’appropriarsi demagogicamente di parole d’ordine di sinistra per promuovere una “rivoluzione passiva” (Gramsci). Di qui la necessità di riappropriarsi di slogan e parole d’ordine, un tempo patrimonio delle sinistre rivoluzionarie, “dirottati” dalle destre, e di lavorare alla costruzione di un blocco sociale alternativo fra lavoratori e classi medie impoverite. Questa ipotesi era avvalorata dal fatto che gli strati popolari esprimevano ormai un rifiuto totale delle sinistre, identificate con l’ideologia del politicamente corretto ed impegnate a difendere esclusivamente interessi,  bisogni e  diritti individuali, oltre a quelli delle comunità Lgbt,  di un movimento femminista ormai alleato di fatto al blocco liberal progressista espressione dei ceti medio alti e dei residenti dei centri urbani gentrificati.

Sulla base di questa analisi ho deciso di partecipare, prima al movimento che sembrava in procinto di nascere dopo il lancio del “Manifesto per una sovranità costituzionale” (3), poi, svanita quella possibilità, alla costituzione del gruppo di Rinascita, successivamente confluito con altre componenti nell’associazione Nuova Direzione (cfr. le Tesi approvate in occasione dell’assemblea fondativa nel gennaio 2020 https://www.nuova-direzione.it/le-tesi-di-nuova-direzione ). Un anno più tardi, poco prima che Nuova Direzione celebrasse la sua seconda assemblea nazionale, ho dato le dimissioni dal direttivo assieme all’amico Alessandro Visalli, fino ad allora coordinatore nazionale (la discussione che ne è seguita è consultabile sul sito di Nuova Direzione). Nello scorso mese di febbraio, anticipai i motivi che mi avrebbero di lì a poco dopo indotto ad andarmene, scrivendo un documento sulla fase politica generata dalla crisi pandemica, documento di cui riproduco qui di seguito ampi stralci (con diversi tagli, segnalati da puntini di sospensione fra parentesi, alcuni inserti aggiornativi e qualche correzione di forma).

Perché è nata Nuova Direzione

Il progetto di Nuova Direzione è nato in un clima economico, politico e sociale caratterizzato:

1) dal protrarsi della crisi economica globale iniziata nel 2008, che ha visto l’Italia penalizzata da processi di deindustrializzazione, ataviche debolezze strutturali, tagli alla spesa pubblica e instabilità politica. Una situazione che ha generato elevati livelli di disoccupazione, con punte da record della disoccupazione giovanile; un aumento dei livelli di disuguaglianza; l’aggravamento dello squilibrio Nord/Sud; il deterioramento dei servizi pubblici, penalizzati da tagli e privatizzazioni; la gentrificazione dei centri urbani con l’acuirsi delle contraddizioni con periferie e semiperiferie; le difficoltà di gestione dei flussi migratori.

2) dalle crescenti contraddizioni con la Ue, aggravate dalle scelte politiche di quelle élite nazionali (di sinistra come di destra) che hanno utilizzato le regole imposte dal processo di integrazione europea come vincolo esterno per giustificare austerità, riforme delle pensioni e del lavoro, privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica. Tappe fondamentali di tale processo sono stati l’autonomizzazione della Banca d’Italia dalla politica (con conseguente aggravamento del debito pubblico, provocato dalla necessità di ricorrere alla finanza privata); i continui sforzi per snaturare la Costituzione (riforma dell’articolo V, inserimento del vincolo di pareggio di bilancio, ecc.); la progressiva dismissione degli interventi pubblici in economia.

3) Il venir meno di una rappresentanza politica e sindacale delle classi lavoratrici e dei settori impoveriti delle classi medie, dovuto alla svolta neoliberista delle forze socialdemocratiche e all’abbandono dell’impegno sui temi sociali da parte di sinistre radicali interessate esclusivamente alla promozione dei diritti civili e individuali.

4) Il trasferimento del consenso elettorale degli strati popolari dalla sinistra a formazioni populiste di destra come la Lega o “di sinistra” come l’M5S (in questo caso ha senso parlare di sinistra solo in ragione della presenza di una quota significativa di ex militanti delusi nelle file del Movimento, certo non per i programmi politici, tanto fumosi quanto moderati)

In questo contesto, alla fuga degli elettori di sinistra verso l’M5S si è affiancata la diaspora, meno vistosa perché sommersa, di una galassia di piccole formazioni (associazioni, gruppi e micro organizzazioni) convinti della necessità di lottare per la riconquista della sovranità nazionale come mezzo per riattivare le condizioni di possibilità della lotta di classe e della partecipazione democratica, e convinti dell’esigenza di rilanciare principi, valori e programmi di chiara matrice socialista. L’opposizione all’Europa ordoliberale a guida franco-tedesca era dunque considerata condizione indispensabile per la rinascita di un movimento popolare e socialista. (…) Questo fermento era parso trovare un momento di coagulo con il lancio del Manifesto per la sovranità costituzionale, elaborato da compagni provenienti da diverse esperienze che si erano aggregati attorno a Stefano Fassina. Rientrato (come prevedibile) nei ranghi Fassina, una parte di coloro che avevano partecipato a quella esperienza hanno dato vita, nel gennaio 2020, all’associazione Nuova Direzione.

Le Tesi fondative contenevano: 1) un’analisi dei dispositivi istituzionali, economici e ideologici attraverso i quali l’Unione Europea è riuscita a consegnare ai Paesi del blocco centrale la possibilità di sfruttare la forza lavoro qualificata, e a basso costo, dei Paesi del Sud e dell’Est europei, favorendo il modello neomercantilista tedesco e declassando queste regioni a mercati di sbocco privi di autonomia e risorse competitive; 2) una analisi dell’ideologia liberal liberista, che ne ricostruiva le radici storiche e i percorsi evolutivi, mettendo in luce come le sinistre tradizionali e i “nuovi movimenti” abbiano progressivamente assunto principi, valori e obiettivi politici liberali; 3) un abbozzo di analisi delle trasformazioni che la composizione di classe ha subito nel corso degli ultimi decenni: individualizzazione; frazionamento secondo linee generazionali, etniche e di genere; perdita di capacità organizzativa e contrattuale, ecc. 4) un’analisi del fenomeno populista come forma spuria della lotta di classe in una fase di arretramento generale dei rapporti di forza delle classi subalterne, analisi che, pur mettendo in luce limiti e contraddizioni del fenomeno, affermava la necessità di fare i conti con queste modalità di espressione della rabbia popolare, di “attraversarle” per creare condizioni favorevoli alla formazione di un blocco sociale antagonista; 5) l’indicazione di obiettivi strategici come la lotta per la piena occupazione, il contrasto all’autonomia regionale come leva per ottenere ulteriori privilegi per le regioni ricche, la nazionalizzazione dei servizi di base (scuola, sanità, trasporti), il rafforzamento del welfare, l’abolizione delle riforme che hanno sconciato la Costituzione, la riconfigurazione delle alleanze internazionali, con attenzione prioritaria per i Paesi mediterranei e i Brics.

Tradurre in azione politica – anche solo sul piano dell’agitazione e della propaganda – queste linee generali si è rivelato impossibile, sia a causa della crisi pandemica, sia a causa dallo scontro interno con un gruppo di compagni che hanno scelto di convergere con il progetto politico del senatore Paragone. La pandemia, tuttavia, non è stata solo un ostacolo “meccanico” allo sviluppo dell’attività politica del gruppo. Il fatto è che essa ha provocato un’accelerazione esponenziale delle contraddizioni economiche, sociali e politiche del sistema, riconfigurando scenari politici e rapporti di forza fra le classi e internazionali. Perciò non mi pare esagerato affermare che le analisi contenute nelle Tesi non richiedono solo aggiornamenti, ma un radicale cambiamento di prospettiva

Lo scenario internazionale. 

Tanto la vittoria di quattro anni fa quanto la recente sconfitta di Trump sono un sintomo della crisi di egemonia degli Stati Uniti. Il termine è da intendersi in senso gramsciano: crisi di egemonia non significa negare che gli Stati Uniti restino la prima potenza mondiale (…) significa prendere atto della loro incapacità di mantenere il controllo assoluto sul resto del mondo (…). Crisi di egemonia significa inoltre che il potere può essere conservato solo attraverso il puro dominio, ma nemmeno questo è semplice, vista la crisi del processo di globalizzazione. Quest’ultimo è stato il frutto, più che di presunte “leggi” economiche, della volontà americana di dominio imperiale sul mondo unificato dal crollo dell’Urss, ma ha finito per ritorcersi contro chi l’aveva messo in moto, creando le condizioni per la crescita di nuovi competitor economici, politici e militari (Cina e Russia su tutti). I contraccolpi interni di questa eterogenesi dei fini sono stati devastanti; in particolare, l’impoverimento di larghe masse proletarie e di classe media ha generato una rabbia diffusa delle regioni più colpite che hanno votato per Trump in odio alle metropoli gentrificate e alla sinistra clintoniana che le aveva tradite, mentre la sinistra populista di Sanders non ha potuto contrastare l’ascesa di Trump perché intrappolata nel Partito Democratico. Il progetto di Trump condensato nello slogan America First (…) non è riuscito a mantenere le promesse elettorali, perché frenato dalla capacità di interdizione del deep state. Anche il suo tentativo di blandire Putin, per impedirne la convergenza con la Cina, è stato frustrato dalla lobby trasversale neocons. Ma il colpo di grazia è venuto dalla crisi pandemica e dalla linea negazionisti dell’amministrazione, pagata con centinaia di migliaia di vittime e con il tragico peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. Non meno pesanti gli effetti della nuova ondata di conflitti razziali, che ha visto Trump difendere le violenze dei poliziotti fascisti. La somma di queste difficoltà ha fatto sì che il blocco sociale che lo aveva premiato quattro anni fa si sfaldasse: in parte è rientrato nell’ovile democratico, lasciandosi convincere dagli argomenti della sinistra di Sanders, mentre gli è rimasta fedele una base socialmente e culturalmente eterogenea che ha mostrato il suo volto folcloristico nell’assalto a Capitol Hill. Quanto alla neopresidenza Biden, ha già chiaramente mostrato le proprie intenzioni: liquidate le velleità della sinistra interna (…) verrà riaffermato il primato dei settori finanziari e high tech sugli altri settori del capitale nazionale; verrà garantita la continuità  delle politiche economiche democratiche (sia pure con correzioni in senso neokeynesiano), ma soprattutto verrà perseguito con determinazione lo sforzo di mobilitare l’opinione pubblica contro il nemico esterno: la guerra fredda contro Cina, Russia e “stati canaglia” (Corea del Nord, Cuba, Venezuela, ecc.) verrà condotta sotto la bandiera dei diritti civili da esportare, ove necessario, con la forza delle armi. (…).

Questo disegno non è perseguibile se gli Stati Uniti non ottengono il pieno appoggio dei loro tradizionali alleati, a partire dalla Ue. Quest’ultima ha subito gli effetti devastanti della pandemia (aggravati da decenni di austerità, privatizzazioni, tagli alla spesa e ai servizi pubblici): crollo dell’occupazione e della produzione, centinaia di migliaia di vittime, servizi sanitari al collasso. Per fronteggiare l’emergenza è stato necessario compiere una brusca inversione di rotta: allentare significativamente i vincoli di bilancio, erogare enormi quantità di denaro pubblico per impedire che decine di milioni di persone sprofondino in povertà assoluta, rivalutare il ruolo dello Stato come garante in ultima istanza della sicurezza e del benessere popolari (…). In generale è possibile evidenziare significative analogie con lo scenario americano: anche in Europa il blocco sociale populista si è tendenzialmente sfaldato separando gli strati (lavoratori garantiti, pensionati, dipendenti pubblici) che più beneficiano dell’assistenza pubblica da quelli (precari, disoccupati, finti autonomi, impiegati nella gig economy, artigiani, piccoli imprenditori, ecc.) che più soffrono per il lockdown e la perdita di reddito. Di conseguenza, anche in Europa i movimenti populisti e sovranisti di destra e di sinistra hanno subito un secco ridimensionamento: quelli di destra sono rifluiti nel blocco liberale dominante o sono stati marginalizzati. Quanto ai populisti di sinistra, la loro parabola discendente era già iniziata prima della pandemia, a mano a mano che sceglievano di allearsi con i tradizionali partiti di centro sinistra per “difendere la democrazia” dalla minaccia dei populismi di destra. Avendo perso anche questi “contenitori dell’ira” e trovandosi nella quasi impossibilità di esprimersi pubblicamente a causa dello stato di emergenza sanitario, la rabbia degli strati più marginalizzati si manifesta con scoppi episodici e ideologicamente caricaturali (complottisti, no Vax, ecc.) non troppo dissimili dalla variopinta umanità che ha dato l’assalto a Capitol Hill. Il consolidamento dei tradizionali equilibri istituzionali (consolidamento che in Italia ha assunto la forma del golpe bianco di Draghi) non risolve tuttavia le contraddizioni scatenate dalla crisi pandemica: l’Europa – soprattutto dopo avere perso la “costola” inglese – non può permettersi, pena un drastico ridimensionamento del suo spazio e del suo ruolo geopolitici, di rientrare disciplinatamente sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti, anche perché questi ultimi ne richiedono la partecipazione attiva alla guerra fredda antirussa e anticinese, il che comporta gravi conseguenze in termini di scambi commerciali e investimenti (questa mia previsione è stata parzialmente smentita, nel senso che, almeno finora, la Ue si è rivelata più disponibile di quanto prevedessi ad allinearsi alla politica provocatoria degli Usa nei confronti di Cina e Russia).

A questa schematica rappresentazione dello scenario mondiale (…) manca ovviamente una sezione sulla Cina, che richiederebbe un’analisi approfondita sulla natura del sistema socioeconomico cinese e sul modo peculiare in cui la cultura millenaria di quel Paese si è intrecciata con il marxismo, nonché sulle prospettive del suo scontro geopolitico con l’Occidente (…) Qui mi limito ad affermare che, qualsiasi sia il giudizio sulla natura del sistema cinese, è demenziale descrivere il conflitto cino-americano come uno scontro simmetrico fra imperialismi: 1) perché l’aggressore è l’America; 2) perché il tipo di investimenti occidentali nei Paesi in via di sviluppo (predatori) è completamente diverso da quello degli investimenti cinesi (strutturali, a condizioni favorevoli, non vincolati all’orientamento politico dei beneficiari e finalizzato al loro sviluppo reale); 3) perché la crescita della Cina, dacché ha abbandonato il modello mercantilista per scommettere sullo sviluppo del mercato interno, è divenuta un fattore in grado di accelerare la crisi capitalistica globale.

Lo scenario nazionale

Tralascio tutta la prima parte di questa sezione del documento, nella quale ricostruivo alcuni passaggi storici: dal boom economico del dopoguerra, reso possibile da un’economia mista che ha potuto contare sulle performance della grande industria di Stato, alla crisi del compromesso fordista fra capitale e lavoro, causata dal ciclo di lotte operaie che ha eroso i margini di profitto delle imprese e dalla crisi petrolifera, alla controffensiva liberista degli anni Ottanta, con i vari Carli, Ciampi, Andreatta, Prodi protagonisti della autonomizzazione della Banca d’Italia dalla politica, delle privatizzazioni e delle “riforme” antipopolari legate all’adesione al trattato di Maastricht e all’ingresso nell’area euro. Dopo avere descritto i devastanti effetti economici, politici e ideologici di questa controrivoluzione passavo all’analisi delle trasformazioni della  composizione di classe e delle forme della rappresentanza politicascrivendo: 

abbiamo assistito all’indebolimento numerico di una classe operaia sempre più frammentata, individualizzata e dispersa, a fronte dell’aumento ipertrofico di una classe media impegnata in una galassia di attività rifugio in assenza di concrete opportunità di occupazione e carriera (piccolo commercio, artigianato, microimprese per gli strati a bassa scolarizzazione; partite iva, consulenze, professioni “creative”, ecc. per gli strati più acculturati). Nel contempo Tangentopoli sanciva la morte dei partiti tradizionali, travolti dalla corruzione e dalla scelta di recidere i legami con le loro tradizionali basi sociali. Infine Berlusconi ha inaugurato la stagione dei partiti personali, fondati sulla mobilitazione di una massa composita di individui sensibili alla comunicazione mediatica più che ai programmi politici. Non sono mancati movimenti spontanei di rivolta, i quali tuttavia rispecchiavano a loro volta questo marasma sociale, culturale e politico: esperienze interessanti ma territorialmente circoscritte, come le lotte in Val di Susa; il “cittadinismo” dei vari girotondi alimentati dalla piccola e media borghesia urbana e privi di velleità antisistema (via i corrotti, potere agli onesti); le esplosioni episodiche di furia plebea come il movimento dei forconi (meno strutturati e dotati di consapevolezza politica rispetto a fenomeni come il 15M spagnolo o i gilet gialli francesi). Finché non è apparso sulla scena politica l’M5S, un fenomeno che tocca da vicino le ragioni della nascita di Nuova Direzione e delle scelte di fronte alle quali oggi ci troviamo.

Il secondo decennio del Duemila ha visto l’Italia assumere per la seconda volta – dopo gli anni del partito azienda di Berlusconi – il ruolo di laboratorio sperimentale di nuove forme di aggregazione politica nell’era del tramonto della democrazia liberale. Nel periodo fra il governo Monti e l’incarico che Mattarella ha affidato a Draghi mentre scrivo queste pagine (due momenti in cui l’alta finanza internazionale ha assunto in prima persona il governo del Paese, commissariandone il sistema politico e sospendendo qualsiasi finzione di democrazia, due golpe bianchi che hanno confermato la validità del detto di Carl Schmitt “sovrano è chi decide dello stato di eccezione”) abbiamo assistito all’ascesa, culminata con le elezioni del 2018 e la nascita del primo governo Conti, e alla fulminea caduta, coincisa con la fine del secondo governo Conti,  di un momento populista (4) bicefalo. Da un lato la Lega di Matteo Salvini, il leader che è riuscito a dare dimensione nazionale a un partito nato per rappresentare gli interessi della piccola e media impresa settentrionale e più in generale dei settori di borghesia più penalizzati dal processo di globalizzazione; un partito “sovranista” a parole ma privo di qualsiasi reale volontà di sganciare l’Italia da Bruxelles (anche perché la sua base sociale è legata a triplo filo alle catene di subfornitura delle grandi imprese tedesche). Dall’altra quello strano ircocervo che è il Movimento 5Stelle. Un fenomeno nato come “contenitore dell’ira” popolare che si è coagulata attorno alla leadership del comico Beppe Grillo, il quale è riuscito a “dare voce” alla frustrazione di un’ampia gamma di strati sociali inferociti dagli effetti di decenni di “guerra di classe dall’alto”( 5). Alla fase pionieristica dei Meetup (una rete di collettivi locali egemonizzati, dal punto di vista socioculturale, da esponenti delle nuove professioni emergenti e dalla diaspora dei delusi delle sinistre tradizionali), caratterizzata dall’esaltazione della democrazia digitale (orizzontalismo, uno vale uno, ecc.), e dal rifiuto intransigente del professionismo politico, si è passati alla fase governista: incoraggiato dai successi ottenuti dai clamorosi successi nelle elezioni amministrative di alcune grandi città, il movimento ha tentato l’assalto al cielo del governo nazionale. Nel frattempo era venuto aggregando un consenso sociale più ampio e trasversale rispetto alle origini (le analisi dei flussi elettorali ne hanno evidenziato il forte seguito fra gli strati operai e impiegatizi, fra le nuove forme di lavoro precario e finto autonomo, e fra le classi medie “riflessive”, con provenienze sia dall’elettorato di sinistra che di destra, ma con netta prevalenza del primo). Dal punto di vista programmatico l’M5S è parso un’incarnazione da manuale delle tesi del massimo teorico del populismo, Ernesto Laclau (6): un aggregatore di rivendicazioni diverse, provenienti da settori sociali eterogenei, nei confronti di un sistema incapace di dare risposte. In poche parole, quello che Laclau definisce una “catena equivalenziale”, alla quale è mancata, tuttavia, la capacità di selezionare le domande egemoniche attorno a cui coagulare il tutto, visto che l’unico vero collante è stato la critica alla “casta” politica e l’unico vero “programma” quello di rimpiazzare una classe dirigente inetta e corrotta con figure oneste e selezionate da meccanismi di democrazia di base. Nessuna velleità antagonista nei confronti del sistema capitalistico, nessuna indicazione concreta su fini e mezzi in tema di lotta alla disuguaglianza, miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne, riequilibrio fra Nord e Sud, riforme dello Stato, se non discorsi generici e velleitari e qualche provvedimento assistenziale ad hoc. Con queste premesse era chiaro che la conquista del potere si sarebbe trasformata in una nemesi per un soggetto politico palesemente incapace di gestirlo. Già la caduta del primo governo Conte e il successivo abbraccio con il PD – forza dotata di ben altra esperienza e capacità di manovra e con idee chiarissime sugli interessi da difendere – lasciava intuire la rapidità con cui il movimento sarebbe andato incontro alla normalizzazione. Incalzato dai poteri forti, decisi a usare la crisi come occasione di affossamento di qualsiasi capacità di resistenza – ancorché debole e moderata – ai propri obiettivi, si è letteralmente dissolto, riducendosi a stampella esterna dei Dem.

Perché oggi serve qualcosa di più di Nuova Direzione

Il fatto è che, fin dall’inizio, anche se non ce lo siamo mai chiariti del tutto, la ragione di fondo per costituirci in gruppo politico, e non semplicemente in associazione politico culturale, non era tanto la speranza di riuscire ad aggregare le varie componenti della sinistra “sovranista” (il che non garantirebbe comunque il raggiungimento di una “massa critica” sufficiente a consentire un radicamento sui territori e una reale capacità di intervento politico) ma l’aspettativa che la prevedibile crisi dell’M5S potesse tradursi in una “liberazione” dello spazio politico che il Movimento aveva occupato, sottraendolo alla sinistra. In assenza di tale eventualità, e date le nostre ridottissime dimensioni organizzative, ogni velleità di svolgere una “vera” attività politica appariva illusoria. Alcuni compagni, non condividendo questa realistica presa d’atto dei nostri limiti, hanno creduto di riconoscere nel costituendo partito di Paragone, una opportunità di andare a occupare lo spazio politico liberato dalla crisi dell’M5S. La maggioranza si è opposta a quella ipotesi perché riteneva che quella di Paragone rappresentasse inequivocabilmente una micro scissione da destra rispetto all’M5S: antisocialista, filo occidentale e coerentemente “sovranista” nel senso del primo Salvini, quindi incompatibile con i paletti fissati dalle Tesi fondative. (…) Da alcune recenti discussioni avvenute al nostro interno a proposito della necessità di rafforzare e implementare la nostra struttura organizzativa e la nostra capacità di intervento, ho la sensazione che il problema si stia ripresentando in forma abbastanza simile. Non ho alcuna obiezione se i compagni avvertono l’esigenza di svolgere attività politica attiva, ma quello che vi chiedo è: ND è realmente in grado di impegnarsi in tal senso, ma soprattutto perché e con quali prospettive dovrebbe farlo in un contesto come quello che ho fin qui delineato? Per rispondere positivamente occorrerebbe essere convinti 1) che l’ipotesi di poter sfruttare – non dico egemonizzare – lo spazio “liberato” dalla crisi dell’M5S sia ancora praticabile; 2) che sia ancora realistica l’idea di “attraversare” – non il momento populista in generale, destinato a mio parere a durare a lungo, ancorché in forme diverse – bensì “questo” populismo, così come si è concretamente evoluto nel nostro Paese, per “estrarne” un potenziale antisistemico. Le mie risposte sono due secchi no.

Ecco le ragioni del primo no: gli spazi politici non sono fogli bianchi che si possano riempire immediatamente dopo avere cancellato quanto vi era scritto sopra. Se l’M5S ha potuto occupare in tempi relativamente rapidi il vuoto lasciato dalle sinistre è stato solo perché quel vuoto non si è aperto di colpo, ma è stato l’esito di un lento, decennale processo di degrado di una cultura politica che era riuscita a sopravvivere a lungo solo grazie all’inerzia di fedeltà costruite sulla memoria storica di decine di generazioni. La memoria e la fedeltà sedimentate dall’M5S sono roba di qualche mese, se non di giorni (è l’altra faccia del populismo: quel che si ottiene rapidamente sparisce altrettanto rapidamente). Quello spazio è stato riempito “per disperazione”, per mancanza di alternative e ora che i disperati che ci hanno creduto avranno conferma che, per dirla con la Tatcher, There is no alternative, resterà vuoto a tempo indeterminato (vedi la catastrofe del dopo Tsipras in Grecia). Ergo: l’idea di navigare fra i rottami dell’M5S per pescare un numero sufficiente di naufraghi da arruolare è illusoria.

Le ragioni del secondo no sono più complesse. Negli ultimi anni ho sostenuto (7) che il populismo è la forma che la lotta di classe assume in questa epoca di disarticolazione delle classi subalterne. Ho anche sostenuto che una forza socialcomunista dovrebbe essere parte attiva dei movimenti populisti con caratteristiche progressive (o di sinistra, volendo usare questa connotazione, ormai sempre meno caratterizzante) per agire come catalizzatore di un processo di aggregazione di un blocco sociale egemonizzato dalle classi subalterne. Ma se ho ragione nell’affermare che quei movimenti populisti hanno subito un rapido processo di normalizzazione, e/o si sono disgregati secondo i confini che separano diversi strati di classe, allora il compito prioritario non è oggi la costruzione di un blocco sociale inteso come alleanza fra classi lavoratrici e classi medie, bensì – come ho scritto nel mio ultimo libro (8) la ri-costruzione dell’unità delle classi lavoratrici frammentate dall’offensiva liberal-liberista. Il primo obiettivo potrebbe essere perseguito – a condizione che esistano condizioni che oggi in Italia a mio parere non si danno –  attraverso abili strategie di comunicazione, elaborate da un piccolo nucleo dotato di competenze culturali e teoriche in grado di dare vita a nuove correnti di opinione pubblica (è il modello” ispirato dalle teorie di Laclau, dalla rivoluzione “cittadinista” di Correa in Ecuador, e dall’esperienza spagnola di Podemos). Il secondo richiede invece la volontà di compiere un paziente, faticoso e capillare lavoro di penetrazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, sui territori, ecc. e mi pare evidente che ND non è attrezzata per questo. (…) Penso quindi che in questo momento svolgeremmo un ruolo più utile come associazione politico culturale (penso all’esempio di Marx 21) piuttosto che come uno dei tanti micro gruppi che nutrono la velleità di agire come nucleo fondativo di un nuovo movimento, se non addirittura di un nuovo partito.

Tralascio le ultime righe del documento, di scarso interesse per chi non sia direttamente implicato nell’esperienza di Nuova Direzione. Mi limito a riferire che il dibattito (torno a ricordare che chi fosse interessato può trovarne traccia nel sito dell’associazione) è proseguito in serenità ma senza sciogliere i nodi da me posti, per cui ho reiterato le mie dimissioni dal direttivo e mi sono di fatto allontanato dall’associazione. Dopodiché gli amici di Nuova Direzione hanno celebrato la loro seconda assemblea nazionale, eletto un nuovo direttivo e proseguono la loro attività. Aggiungo solo che mi par di capire che, pur condividendo alcuni dei punti sollevati dal sottoscritto e da Alessandro Visalli, ritengono che l’impianto delle Tesi non necessiti di sostanziali stravolgimenti, malgrado i radicali mutamenti avvenuti nel corso dell’ultimo anno. In particolare, mantengono come prospettiva strategica la lotta al bipolarismo (anche se il governo Draghi sta creando le condizioni per la sua liquidazione, perlomeno nelle forme classiche) e la costruzione di un non meglio definito ”terzo polo” (già in occasione dell’assemblea fondativa mi ero inutilmente opposto a questa formulazione, che ritengo politicamente ambigua e inconcludente) che – in concreto – può basarsi solo sulla speranza che i detriti “dell’ala sinistra” di un M5S che attraversa una drammatica crisi d’identità si ricompattino in un progetto “alternativo” (ammesso e non concesso che ciò possa avvenire, si tratterebbe dell’ennesima versione del velleitarismo politico di quelle “classi medie riflessive” costitutivamente incapaci di assumere una posizione chiaramente anti sistemica).

Torno ora a ragionare “in tempo reale”. Chiusa l’esperienza di Nuova Direzione, mi sono chiesto se esistesse una offerta politica in grado di rispondere alle esigenze che avanzavo nel documento di cui ho appena riproposto ampie parti. Per un marxista la teoria non è mai esercizio fine a se stesso, ma analisi concreta della situazione concreta, strumento per l’azione. Nel caso in questione, ciò vuol dire che, se è vero che l’obiettivo non può più essere quello di costruire un inedito blocco sociale, cavalcando un momento populista che oggi appare in avanzata fase di esaurimento, bensì quello di mettersi pazientemente al lavoro per ricostruire una unità di classe che decenni di neoliberalismo hanno distrutto (passando, per riproporre la metafora gramsciana, dalla guerra di movimento alla guerra di posizione), allora è evidente che la prima cosa da verificare è se esista oggi in Italia una forza di chiara matrice comunista che cerchi di affrontare tale obiettivo. A questo punto, cerco di elencare quali sono, a mio parere, i requisiti minimi che una forza del genere dovrebbe soddisfare.

1) Viviamo in un contesto storico in cui “essere di sinistra” è divenuto sinonimo: a) di linguaggio politicamente corretto; b) di impegno a rincorrere tutti i bisogni, i desideri e le rivendicazioni di “riconoscimento” identitario da parte di individui e minoranze (spesso alimentati da un perverso intreccio fra tecnologia e mercato),  a prescindere dalla loro compatibilità con gli interessi comunitari e il bene comune, o dai possibili danni collaterali a carico dell’integrità fisica e morale di altri soggetti (vedi  la rivendicazione di sancire la mercificazione del corpo femminile legalizzando l’ignobile pratica dell’utero in affitto; c) di apologia della trasgressione nei confronti di ogni confine etico e simbolico, associata alla delegittimazione di ogni critica nei confronti di tale atteggiamento, automaticamente bollata come “transfobia” (per inciso il significato stesso della parola trasgressione, tanto cara ai reduci del 68 e ai loro emuli, appare svuotato di senso nella misura in cui trattasi di trasgressione senza oggetto, visto che il licitazionismo è ormai l’ideologia ufficiale della società in cui viviamo); d) di incondizionata approvazione dei dogmi economici liberisti e dei dogmi politici liberali, associata al culto dei “diritti universali dell’uomo” (ignorando la feroce critica che Marx fece di questo concetto astratto, dietro al quale si nascondono i concretissimi diritti dell’uomo proprietario) e della “società aperta” di popperiana memoria, principi in nome dei quali si giustificano sia l’aggressione sistematica contro i Paesi socialisti, o comunque restii ad accettare l’egemonia occidentale, sia l’instaurazione di un clima neo maccartista del quale l’ignobile equiparazione fra nazismo e socialismo da parte del parlamento europeo è la massima espressione (che prelude al progetto di metter fuori legge i comunisti). Considerati questi e altri significati assunti dalla parola sinistra, mi aspetto che la forza politica di cui sopra NON si dichiari di sinistra bensì si professi chiaramente e orgogliosamente comunista.

2) Dato che dichiararsi comunisti non basta (persino Antonio Negri e “il Manifesto” inalberano abusivamente questa etichetta, mentre tutto ciò che dicono e scrivono li classifica impietosamente del campo delle “sinistre progressiste”, cioè liberali), mi aspetto che la forza in questione legittimi questa autodefinizione con  un impegno coerente e constante nel lavoro di ricostruzione dell’unità del proletariato distrutta da decenni di guerra di classe dall’alto. Questo sapendo che parte di tale impegno consiste precisamente nel lavoro teorico di ridefinizione della classe in sé nel complesso scenario creato dalle trasformazioni del modo di produrre (definire la classe in sé è condizione preliminare per costruire la classe per sé, la soggettività politica antagonista). Un lavoro teorico che sappia liberarsi dalle concezioni dogmatiche, riconoscendo le forme nuove che l’oppressione e lo sfruttamento capitalistici  hanno assunto, generando inedite articolazioni del proprio potenziale nemico (vedi, ad esempio, il contributo di Linera (9) all’analisi della natura di classe delle comunità andine,  o quello di Harvey (10) che invita a riconoscere l’appartenenza alla classe operaia dei lavoratori dei settori terziarizzati (nuovi servizi alle imprese e alla persona, gig economy, logistica, ecc.). Un lavoro pratico e teorico da integrare reciprocamente in funzione della costruzione del nuovo partito di classe.

3) Mi aspetto inoltre che la forza in questione si differenzi dalle sinistre liberali e presunte “radicali” anche contestandone l’ideologia antistatalista e antipolitica che è stata e continua ad essere un tratto distintivo della cultura e dei movimenti post sessantottini. A prescindere da quanto si possa pensare in merito al fatto se l’utopia marxiana sull’estinzione dello stato conservi o meno la sua validità e il suo significato, dovrebbe essere chiaro che l’idea secondo cui lo sviluppo delle forze produttive avrebbe oggi raggiunto un livello tale da consentire il passaggio diretto al comunismo (magari senza passare, come teorizzano i post operaisti, dalla conquista del potere politico) non è solo sbagliata, è letteralmente reazionaria. Questa idea rimuove infatti il fatto che lo stato non è solo lo strumento delle classi dominanti, è anche il terreno dello scontro fra gli interessi e le idee di tutte le classi sociali, terreno che, dati certi rapporti di forza, può anche rispecchiare le aspirazioni delle classi subalterne. Ignorarlo significa sminuire le conquiste che decenni di lotte operaie hanno strappato non solo sul piano economico e sindacale ma anche sul piano delle conquiste democratiche. È quindi demenziale rinunciare alla lotta per il potere politico (considerandolo come una sorta di incarnazione del male) e sognare di poter cambiare il mondo “a partire da sé”, attraverso pratiche di autoemancipazione individuale o di microcomunità, una mentalità tipica dei nuovi movimenti sociali (femminismo, pacifismo, no global, ecc.) che hanno preso il posto delle formazioni extraparlamentari degli anni Settanta. La presa del potere politico resta l’obiettivo irrinunciabile di qualsiasi forza che si definisca comunista, e ciò a prescindere dal dibattito sulle forme con cui tale obiettivo possa o debba essere perseguito.

4) Mi aspetto che si batta con decisione contro il cosmopolitismo borghese che è divenuto la cifra del progressismo di sinistra. L’internazionalismo proletario non ha nulla a che fare (e Lenin lo aveva ben chiaro, come dimostra il suo decisivo contributo al dibattito sulla questione nazionale) con l’ideologia no border. Internazionalismo è il rapporto di solidarietà fra proletari e popoli oppressi e sfruttati nella comune lotta contro l’imperialismo. E la sovranità popolare, al pari della democrazia – sempre che con il termine non ci si limiti a indicare le procedure della democrazia rappresentativa -, non possono prescindere dalla sovranità nazionale, nella misura in cui nessun popolo cui sia stata sottratta la propria sovranità è in grado di decidere liberamente del proprio futuro. Il che conduce immediatamente alla necessità di assumere una chiara e inequivocabile posizione contro questa Europa. La Unione Europea è nata infatti con il preciso obiettivo, chiaramente formulato dal nume tutelare del liberal liberismo von Hayek, di distruggere i rapporti di forza e la capacità di lotta dei proletari delle singole nazioni aderenti. La sua costituzione materiale, di chiara impronta ordoliberale, è il fondamento del rapporto di sudditanza che la Germania è riuscita ad instaurare nei confronti delle nazioni del Sud e dell’Est Europa, trasformandole in altrettanti fornitori di forza lavoro qualificata a basso costo, in mercati di sbocco dei suoi prodotti, e privandole di risorse tali da poterle trasformare in concorrenti. In  poche parole, la Ue non può essere riformata ma dev’essere distrutta, per costruire sulle sue ceneri un’Europa basta sulla collaborazione pacifica e paritaria fra popoli.

5) come corollario di quanto appena affermato, mi aspetto che, di fronte a una situazione mondiale che vede crescere i venti di guerra, con gli Stati Uniti incapaci di gestire il proprio declino egemonico e di accettare un mondo multipolare e impegnati a costruire una “santa alleanza” contro Cina e Russia e contro tutti i Paesi che non accettano i diktat occidentali, assuma una coerente e dura posizione antimperialista. Nessuna aggressione imperialista – ipocritamente motivata con la difesa dei diritti umani da parte di potenze che quei diritti hanno sempre calpestato – contro qualsiasi Paese può essere tollerata. Questo vale per la Russia, l’Iran, la Siria che socialisti non sono, ma vale a maggior ragione per i Paesi socialisti come Cuba, il Vietnam, la Bolivia, il Venezuela e – soprattutto – come la Cina. Nelle sinistre liberal progressiste circola la delirante posizione secondo cui lo scontro fra Usa e Cina sarebbe uno scontro fra opposti imperialismi, in quanto la Cina è un Paese autoritario e capitalista di stato, qual era l’Urss, se non esplicitamente capitalista. Posto che io ritengo, come ho argomentato in varie occasioni (11) che la Cina sia un Paese socialista sulla cui natura sarebbe necessario aprire – come hanno fatto gli amici di Marx 21 – un approfondito dibattito sulla possibilità di convivenza – sotto precise condizioni politiche – fra socialismo e mercato, resta il dato di fatto che la relazione fra Usa e Cina è senza ombra di dubbio quella fra un aggressore e un aggredito per cui è dovere dei comunisti schierarsi con il secondo.

6) mi aspetto infine che abbia il coraggio di non mettersi in una posizione “codista” nei confronti del movimento femminista. Storicamente il femminismo ha dato un contributo importante all’analisi della funzione del lavoro riproduttivo non retribuito ai fini della conservazione degli equilibri del modo di produzione capitalista, così come ha messo all’ordine del giorno il tema delle contraddizioni di genere come strumento di divisone delle classi lavoratrici. Purtroppo di quel femminismo anticapitalista oggi è rimasto poco. Ne rimangono tracce in America Latina, nel femminismo afroamericano e nei gruppi minoritari che si rifanno alle origini del movimento. Il femminismo mainstream, il femminismo post marxista che egemonizza i movimenti di massa alla MeTo e colonizza il discorso politico e gli spazi mediatici e, in alleanza con la cultura Lgbt, mette al centro dell’agenda politica il riconoscimento di diritti individuali sul tipo di quelli sopra descritti (vedi al punto 1), è oggi parte integrante del blocco politico (ma anche sociale: le sue radici di classe sono inequivocabilmente medioborghesi) dominante e quindi è, di fatto, un avversario della classe lavoratrice.

Arrivo alla conclusione. Guardandomi attorno, mi pare che esista una sola forza politica che risponda ai requisiti appena elencati: il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo. Dalla storia personale che vi ho raccontato in precedenza, avrete capito che in vita mia non ho mai messo in tasca la tessera di un partito politico. Non so se lo farò oggi, alle verde età di 73 anni, ma quel che è certo è che ho intenzione di confrontarmi seriamente con questi compagni, sia perché non mi basta più lottare con le mie armi di intellettuale e giornalista, sia perché sono consapevole che qualsiasi lavoro teorico necessita di un contesto collettivo che ne misuri la consistenza. Le sfide che dobbiamo affrontare sono troppo complesse perché ognuno di noi possa affrontarle da solo. Saluti comunisti.

Note

(1) Cfr. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(2)  Vedi in particolare l’estate che ho passato in Ecuador nel 2013 che ha inspirato un mio libro uscito l’anno dopo da Jaka Book (Magia bianca magia nera). In precedenza e successivamente sono stato in Argentina, in Messico e a Cuba.

(3) http://www.patriaecostituzione.it/wp-content/uploads/2019/02/Folder-Manifesto-Sovranita-Costituzionale.pdf

(4) Per la definizione di momento populista cfr. E. Laclau, La ragione populista, Laterza, Roma-Bari 2008.

(5) Cfr. L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.

(6) Cfr. La ragione…, op. cit., vedi anche Le fondamenta retoriche della società, Mimesis, Milano-Udine 2017.

(7) Vedi, in particolare, La variante populista, DeriveApprodi, Roma 2016.

(8) C. Formenti, Il capitale vede rosso. Socialismo del XXI secolo e reazione maccartista, Meltemi, Milano 2020.

(9) Cfr. A. G. Linera, Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Sueños, Quito 2015.

(10) Cfr. D. Harvey, Cronache anticapitaliste, Feltrinelli Milano 2021.

(11) Cfr. Il capitale vede rosso, op. cit. vedi anche Il socialismo è morto viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019.

 




KARL MARX NON POTEVA IMMAGINARE… di Glauco Benigni

Con la caduta del Muro di Berlino, l’Arbitro Invisibile registrava sulla lavagna della Storia la fine della partita “Guerra Fredda Classica” e riconosceva la vittoria “ai punti” dell’Impero USA e dei suoi Alleati. A seguito dello storico evento l’”Internazionale Comunista DOC”, quella che aveva studiato Marx, Lenin e Gramsci e che aveva usato la visione di Mosca (talvolta) quale bussola per perseguire il sogno evolutivo, si ritrovò a navigare a vista. Nei diversi territorii, al variare del grado di onestà dei gruppi dirigenti, fu per alcuni “tana libera tutti”, per altri invece fu “l’anticamera del delirio”. Invece di perseguire l’obiettivo delle origini :”socializzare i mezzi di produzione”, i Governi progressisti e le Classi medie s’erano fatti sedurre dall’idea, promossa dalla finanza, di “socializzare i profitti”… improvvisamente, al fine di distribuire la ricchezza, anche se solo sulla carta, appariva più facile comprare in Borsa azioni delle aziende multinazionali piuttosto che requisire le fabbriche e nazionalizzare le banche.

I grandi network tv commerciali inondavano i salotti di pubblicità, con grande sfarzo e disinvoltura. Il Fondo Monetario Internazionale e la World Bank conclamavano il loro ruolo di gendarmi degli accordi di Bretton Wood. Il GATT, divenuto in seguito World Trade Organisation, si attrezzava per attrarre nella sua orbita la (a quel tempo) riottosa Cina.Erano i primi anni 90 e la Silicon Valley aveva già in gran parte assunto il ruolo di nursery dove nascevano e fiorivano le Botteghe del Rinascimento Digitale. Un dandy insolente e smaliziato in quella stagione affermò con tono leggiadro: “Peccato ! La sinistra ha perso perchè Marx non poteva immaginare l’avvento del microchip ” . Pensava di scherzare, di condurre la riflessione ai limiti dell’assurdo … in realtà stava affermando una certa dose di verità con la quale si sarebbero fatti i conti in progress.

Ottusamente, tutti quei Sindacalisti, Accademici, Politici, Economisti, etc… che avevano fondato le loro carriere e le loro aspettative sull’ipotesi che nell’estenuante braccio di ferro tra Lavoro e Capitale , il primo avrebbe inevitabilmente avuto soddisfazione e riconoscimento, osservavano la neonata Era Digitale come un fenomeno “sovrastrutturale”. Per loro era solo uno dei tanti possibili tzunami di nuove conoscenze e pratiche che comunque, dopo un picco di manifestazione acuta, avrebbe confermato, nel tempo, un solo grande verdetto: El Pueblo Unido Jamas Sarà Vencido . Il Lavoro Vincerà.

I Partiti della Sinistra Classica e i sindacati che difendono il Lavoro avevano nel loro DNA la certezza della Vittoria finale … il Capitale Demonio non prevalebunt sulle Forze Vitali incarnate in centinaia di milioni di lavoratori. Dipendenti sì, ma indispensabili alla produzione di valore. Indispensabili al progresso. Per una settantina d’anni, chi ci credeva, era stato sorretto da una vera Fede. Era stato allevato e cresciuto all’interno di una Cultura che si riteneva egemone.
Ancora 30 anni fa era così che pensava la Sinistra Classica, quella che aveva – senza dubbio – contribuito alla evoluzione/emancipazione della Classe Operaia e in gran parte anche della Classe media . Si considerava una Forza planetaria (quasi) organizzata, incardinata con il fior fiore degli intellettuali a sua disposizione che mitragliavano in continuazione i Ricchi, i Padroni, i Capitalisti e che riuscivano, grazie alle loro opere critiche, ad ottenere anche premi Nobel, Pulitzer, Oscar e altre statuette d’oro nei festival di Cinema. Certo qualche dubbio cominciava ad insinuarsi vista la performance di storici comunismi quali quello sovietico e quello cinese. Per non parlare del castrismo.

“Ma – diceva la Sinistra Classica – dove vuoi che va il Capitalista ? Si agita, imbroglia, cerca nuovi mercati, inventa guerre, ma DEVE produrre merci e DEVE trasportarle, DEVE costruire infrastrutture e fornire servizi. Quindi torna al tavolo delle trattative … Eppoi ci ha la Crisi Ciclica, ci ha la Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto … l’ha scritto Carlo !”

Le cose però, nel trentennio successivo, non sono andate proprio così.
Nessuno poteva immaginare cosa stava per succedere. Solo oggi contempliamo, impotenti, gli effetti della robotizzazione, del trionfo degli algoritmi e della Intelligenza Artificiale e registriamo con grande stupore che il Capitale, per perpetuarsi, ha sempre meno bisogno di Forza Lavoro Umana.

Stiamo viaggiando verso l’inverosimle, verso il superamento del concetto di “umanità” elaborato nei secoli scorsi. Verso una scena che infatti si chiama “Transumanesimo”. Elon Musk, cofondatore di Paypal la più grande società di pagamenti online del mondo, amministratore delegato di Tesla (auto elettriche) e SpaceX (viaggi su Marte), pochi giorni fa affermava : “Entro quest’anno inizieremo i test per impiantare il modulo di Neuralink nel cervello umano”, servirà ad aumentare le potenzialità dei neuroni affinchè possano stare al passo con la velocità degli apparati digitali. Il futuro della nostra mente lo stanno decidendo, quindi, speriamo solo “in parte”, gli sviluppatori delle interfacce neurali che lavorano al Pioneer Building di San Francisco. L’impianto viene realizzato da un robot. Quanto costerà ? Si parla di alcune migliaia di dollari, che diminuiranno all’aumentare della domanda. Lo stesso Musk tiene conferenze qui e là nel pianeta sostenendo l’ipotesi del reddito di cittadinanza globale garantito, affinchè, quando saranno privati del lavoro, gli umani possano comunque sopravvivere. “E’ inevitabile !” sostiene con un candido sorriso… e il valore delle azioni delle sue società crescono esponenzialmente in Borsa.

Del resto Musk deve fare i conti con i suoi competitors cinesi . “Zero diritti, nessun permesso sindacale, ferie o malattia.” Stiamo parlando della prima fabbrica al mondo senza operai. E’ nato in Cina, a Dongguan il primo stabilimento in cui il lavoro umano sarà completamente rimpiazzato da quello dei robot. È la Shenzhen Evenwin Precision Technology : inizialmente circa 1.000 robot saranno impiegati presso lo stabilimento. Per produrre cosa ? Componenti per smart phones, ovviamente. Come ? Usando quegli stessi materiali: litio, cobalto, graphene alla cui estrazione sono dedicati anche decine di migliaia di bambini resi in schiavitù.

Trenta anni fa solo pochi avevano intuito che la Rivoluzione Digitale, a-ideologica, a-valutativa e priva di etica, si sarebbe manifestata nelle case, attraverso gli schermi (tv-PC-smart phones) e nelle teste di miliardi di nuovi lavoratori, ai quali la parola “Comunismo” cominciava a mettere pure un po’ paura.
Lì giunta avrebbe ridisegnato la loro la visione del presente e del futuro e avrebbe prima indicato, poi imposto, i nuovi stili di vita. Avrebbe sussunto al suo interno quasi tutte le facoltà educazionali che nella tradizione erano esercitate dalla famiglia, dalla scuola, dal gruppo primario di appartenenza e dal Partito. Avrebbe indicato norme e gerarchie da accettare irreversibilmente con un semplice click sul quadratino “I accept”.
La stessa Rivoluzione Tecnologica e Digitale si sarebbe finanziata non più grazie al plus valore classico, tanto caro agli economisti marxisti, ma al valore generato nelle Borse e specialmente al Nasdaq.

Microsoft e Apple hanno moltiplicato per 500 volte il loro valore in 30 anni; Amazon e Google invece dal 1998 a oggi hanno moltiplicato il loro valore per 3.000! mentre Facebook in soli 9 anni anni ha moltiplicato il proprio valore per 150 volte. E’ questo un fenomeno che non ha precedenti nella Storia e che tanto più deve far riflettere se si paragona alle performance dei titoli guida di settori totem della rivoluzione industriale.

Ford dal 1993 a oggi è passata da 10 a 12,60 dollari; General Electric, negli ultimi 30 anni, si è limitata a raddoppiare il valore ; la U.S. Steel Corp. , società fondata da J.P. Morgan , che fino al 1980 era la più grande azienda per la produzione di acciaio, valeva 22$ per azione nel 1991 e oggi … vale sempre 22$. Un vero disastro per la Old Economy … una Waterloo anche per tutte le analisi geopolitiche che ad essa e da essa erano ispirate .

Il nuovo plusvalore, generato anche da una moltitudine di singoli individui, e non solo da aziende, si sarebbe generato da tastiera e mouse; l’automazione avrebbe condotto a immense quantità di merci – molto più scadenti ovviamente – ma prodotte con forza lavoro inferiore. Il “decentramento” della produzione avrebbe condotto all’ottimizzazione dello sfruttamento più selvaggio. Forse per la Old Economy c’è stata anche una sorta di “caduta del Saggio di Profitto”. Di certo la New Economy ha prodotto una vertiginosa “Caduta del Costo dell’Ora Lavoro” . Il tutto – e anche qualcosa di più sul piano del controllo sociale – dovuto alla cosidetta Innovazione Digitale e alla sottovalutazione dei suoi effetti.
Del resto le Elites della Sinistra avevano già sottovalutato gli effetti della Televisione Commerciale e della Pubblicità o comunque li avevano subiti e si erano “adattate”, in quanto le cause di tali effetti si generavano in aree nelle quali non avevano strumenti per intervenire. La tv commerciale e la rete internet, intese quali enormi cavalli di Troia, non li costruiva la Sinistra, la Sinistra antiprotezionista non poteva e non voleva “negoziare” il loro ingresso nei territorii. Ma la Sinistra non aveva idea di ciò che ne sarebbe fuoriuscito, non se lo chiedeva neanche : si era invaghita dell’idea platonica del Mercato e sguazzava felice nei sottomercati che le venivano concessi.

In Italia l’ex PCI, PdS, DS, Ulivo e succedanei … seppelliti Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, misero in piedi una Cosa “indicibile” e cominciò la lunga marcia verso una socialdemocrazia annacquata, ufficialmente consapevole ed equidistante tra Lavoro e Capitale, in realtà sempre più lontana da quelle classi che erano state il suo humus più fertile. Anche gli sforzi e i richiami all’ortodossia delle frange più estremiste, negli anni, si sono rivelati inutili.

Fra l’altro la stessa definizione mitologica di Capitale rivelava, al suo interno, una serie infinita di nervature che aggrovigliavano e confondevano il concetto mirabilmente indagato nei secoli scorsi. Il Capitale diventava transfrontaliero, circolava liberamente, anonimamente e sempre più velocemente, trasmutava nel Neoliberismo o Liberismo Integralista, riciclava a grande velocità forme di neocolonialismo e mercantilismo, imponeva il protezionismo quando ne aveva bisogno e nel contempo giustificava e riaffermava se stesso nei Media mainstream e nella Rete, pur lasciando nella nuova dimensione del Web ampi spazi al dissenso, ma di fatto impadronendosi del timone dell’organizzazione del Consenso di massa. Niente paura. E’ la Globalizzazione baby!
Come ha fatto la Digital Power Elite a rendere rauca e traballante la Sinistra ? Intanto recuperando nei supermercati e nell’area del tempo libero – grazie alla creazione di stili di vita forsennati – tutto il valore che aveva ceduto durante i negoziati con la Forza Lavoro. Poi agendo sulla contrapposizione generazionale e di genere, alla confluenza tra sex, drugs, rock and roll e diritti civili. Spostando il confronto, tra Padroni del Futuro e oppressi, all’interno di un mosaico più multitribale che sociale, fatto di passioni estetizzanti e emozioni, in cui l’individuo e i suoi bisogni di libertà personali assumevano un ruolo centrale, ma apparivano sempre più geopardizzati.

Seducendo, seducendo, grazie a inconsapevoli e ambigui testimonials del Power Show, in cui Hollywood e Netflix giocano il ruolo della Formula 1 e la Tv, la stampa e il web commerciale quello dei circuiti di massa, andò così fino al 2012 … a quel punto il mondo del lavoro e del risparmio, le famiglie, i partiti e le associazioni di difesa dei consumatori furono tutti chiamati al duro confronto con sua Maestà la Crisi. Un fantasma ? Chissà ? Un’entità sovrannaturale fatta di misurazioni e affermazioni divulgate da alcuni sacerdoti del Global Power, tra cui brillavano per diligenza Fitch, Moody’s, Standard and Poor’s, ognuna regolarmente “partecipata” da potentati occulti e dalle Aziende Multinazionali. I diversi Governi occidentali, a quel segnale, ormai retti da maggiordomi comprati e ossequiosi delle Elites Planetarie, timorosi di essere rimossi dal Washington Consensus orchestrato al Fondo Monetario Internazionale, alla FED e alla BCE, cominciarono a muoversi molto decisamente alla luce delle nuove parole d’ordine : fiscalizzare, erodere risparmio privato, privatizzare, etc… Le esili Sovranità Nazionali e le loro Costituzioni si rivelarono (già) inondate, pervertite e travolte dai Trattati Internazionali e la Sinistra, beotamente ossequiosa dell’idea di “meno Stato e più mercato”, mossa ormai solo dal gioco delle maggioranze alternate, contraria per dogma ai proventi in nero a meno che non siano a favore delle multinazionali, autorizzata localmente dalla lotta alla Mafia e dallo Show del Terrorismo internazionale, cominciò a condurre i lavoratori salariati e comunque tutti gli aventi reddito, ormai definiti semplicemente “tax payers”, alla fustigazione del pareggio di Bilancio e del Fiscal Compact e alla sudditanza nei confronti delle banche erogatrici di Prestito gonfiato e feroci esattori del Debito Pubblico. Bruxelles rafforzò inverosimilmente la sua influenza sulla traballante sovranità nazionale, il Parlamento divenne luogo di ratifica di ordini che giungevano da altrove, il Ministero degli Interni finalmente aumentò gli organici. Per ridurre la disoccupazione, ovviamente.

Oggi cosa resta di quella Sinistra sotto shock tecno-digitale ? Quella stessa forza che aveva in gran parte ispirato l’emancipazione “dal mondo del bisogno al mondo delle libertà” ? Resta la sequenza ibrida : Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte ? Resta un PD fatto di un grottesco vertice ossequioso della NATO e della salvezza delle banche, che invoca sacrifici per tutti. Resta un PD che voleva governare senza alcun vero consenso misurato nelle urne.

Si può intravedere in tutto ciò ANCHE un effetto perverso della Innovazione e della Rivoluzione Digitale? Sì certo , perchè l’effetto si coniuga inoltre molto bene con : la crisi del dollaro continuamente rimandata dalla Fed e dai partners commerciali degli USA, con le guerre imperiali del dopo 11.9, con la sterzata liberista globale e con l’espansionismo della Cina in particolare.

Quale Sinistra potrebbe esserci in un mondo in cui vale la legge imperiale :”Chi prende il piatto ha ragione” ? Soprattutto se Chi prende il piatto sono le Grandi farmaceutiche?

Quale Sinistra potrebbe esserci in un mondo in cui la Democrazia è stata occultamente sostituita dal sistema dei Portatori di Interesse ( stake holding system)? Interessi rispetto ai quali i Diritti della Società Civile si sciolgono come neve al sole mentre si esaltano quelli delle Corporations?

Ancora a proposito di Rivoluzione Digitale Globale e Sinistra. Secondo gli analisti maggiormente dentro a queste questioni : gente delle Nazioni Unite, rappresentati di Governi e Accademie, lobbisti squisiti delle Grandi Companies della Rete e nuovi eroi digitali della Società Civile, tra cui brillano Mr. Assange e Mr. Snowden : il confronto tra Potere tout court (1%) e Base planetaria (99%) degli Utenti – Elettori – Consumatori si è ormai spostato in gran parte all’interno del dibattito sulla Governance di Internet. E’ qui infatti che si discute di Futuro e Cultura del III Millennio, di Internazionalismo o Sovranismo, di Lavoro e remunerazione del Lavoro in rete. E’ nel web che si pratica la finanza, l’e-commerce e il day trading; si dibatte la libertà di espressione, distribuzione del pensiero e accesso, di biogenetica, di Net Neutrality intesa quale uguaglianza di Diritti , di Controllo occulto e accumulazione di Big Data che creano uno Stato trasversale di Polizia Digitale , etc… E’ in Rete che mani occulte coordinano gli attentati . E’ in Rete che si discute di Guerra e di Pace e si misura il consenso alla crescente dittatura sanitaria: in ogni lingua e in grandissima scala. “Internet è la prima cosa che l’umanità ha costruito – ha affermato Eric Schmidt – senza capire di che si tratta. E’ il più grande esperimento di anarchia che si sia mai realizzato” Non possiamo dimenticare che chi ha pronunciato queste parole è l’ex Capo di Google, un 67enne da 10 miliardi di dollari considerato uno dei maggiori esperti di cyberwar del mondo. Secondo Assange è lui la “mente digitale” del Pentagono. E non è stato smentito.

Molte cose sono cambiate profondamente dalla caduta del Muro di Berlino a oggi. La Rivoluzione Digitale romba … ma è ancora solo agli inizi. Pertanto e’ anche a questo tavolo che si vedranno la nobiltà di intenti e la capacità di difesa degli oppressi, al di là delle tradizionali definizioni di appartenenza ideologica e politica.

* Fonte: Sovranità Popolare




FASSINA: ADDIO PATRIA, ADDIO COSTITUZIONE

Riceviamo e pubblichiamo

«In tutti questi anni ho seguito Stefano Fassina, sperando che fosse capace di fungere da aggregatore  di una nuova sinistra no euro, lontana da consunti dogmatismi e diversa da certi sovranismi destrorsi.

Non ho quindi condiviso le vostre critiche a Fassina quando fondò Patria e Costituzione. Oggi debbo ammettere che invece vedeste giusto voi, quando faceste notare le reticenze e le ambiguità del Manifesto fondativo di Patria e Costituzione.

Arrivò quindi il voto di fiducia che Fassina diede al governo Conte, concesso a gratis in nome del “fermiamo Salvini”. Anche in quel caso lo perdonai, ancora sperando che quello fosse un errore di percorso. Passaggio che voi consideraste invece, con linguaggio colorito, “non una papera ma una  bestialità politica”.

Ora Fassina ha deciso di votare la fiducia al governo Draghi, schierandosi quindi coi Bersani & C. contro gli stessi compagni di Sinistra Italiana di Fratoianni.

So che per questa sua sconcertante decisione sta ricevendo durissime critiche da parte di molti compagni. Sarà per questo che ha scritto, a sua propria difesa, un articolo sull’ Huffington Post.

Purtroppo la sua autodifesa, l’alibi che ha utilizzato, rafforzano l’accusa.

Mi ha colpito in particolare, per la sua enormità, questa frase:

“Il Governo Draghi è un Governo del Presidente, un Governo di emergenza nazionale. Non è un Governo di programma. È composto da avversari politici, temporaneamente impegnati in una sorta di “Comitato di liberazione nazionale” dal virus e dalle sue devastanti conseguenze“.

Considero questa analogia col Cln un insulto all’intelligenza di ogni cittadino che abbia memoria storica e sale in zucca. Draghi, per unanime ammissione, nonché la sua propria, è stato chiamato a salvare l’Unione europea, a rilanciare l’alleanza con gli USA e la NATO, a far si che siano rispettate le condizioni del Recovery Fund. Non è un segreto, su chi siano i committenti di Draghi,  la sua protervia a proseguire nel disegno di un rafforzamento centralista dell’Unione superando gli stati nazionali.

La morale? Addio Patria! Addio Costituzione!

E quindi a me non resta che dire addio a Fassina.

Da parte di una che considerate “sinistrata”.

Roma, 15 febbraio 2021




SCUOLA: DISERTORI DI SINISTRA di Filippo Dellepiane

Volentieri pubblichiamo questa corrispondenza da Genova.

Chi si aspettava grandi cose per questo autunno, in termini di manifestazioni e movimenti, è rimasto deluso. Unica eccezione la Marcia della Liberazione.

Anche all’interno delle scuole le cose non vanno meglio. Intendiamoci, è ancora metà ottobre, ma nessuno si fa illusioni sull’andamento dei prossimi settimane: il nulla più totale.

Ma attenzione, perché può esserci anche di peggio.

Un esempio ne è Genova, città in declino ormai da anni, dove stanno nascendo come funghi vari collettivi.

E fin qui tutto bene, poiché in una fase agitata come questa vi sono un po’ ovunque spontaneismi. Se si deve dare merito ad una certa sinistra radicale, come il Collettivo Universitario “Come Studio Genova”, di aver compreso la necessità del ritorno nelle scuole e nelle facoltà, per dire no alla Didattica a Distanza, non si può dire lo stesso di formazioni quali Fgc che da giorni porta avanti una campagna per dei trasporti sicuri.

Ma, dati alla mano, nel mondo la trasmissione del contagio sui mezzi pubblici è pari al 1.2%. Ora, si potrebbe obiettare la veridicità del dato, ma i Compagni del Fronte si incaglierebbero in quel famoso, e presunto, “complottismo” che tanto attaccano da giorni. Quindi stiamo davanti ad una lettura politica sbagliata che indica come le pozioni di Fgc siano arretrate.

Tornando al discorso precedente, tralasciando quindi la questione trasporti, notiamo come le posizioni dei nuovi collettivi di studenti medi non siano affatto avanzate (tranne rari casi, quali il collettivo universitario già citato, che nel contesto della “micropolitica” ha inanellato numerose vittorie fra cui la manifestazione del 25 settembre): c’è anzitutto il collettivo 16100, supportato e spalleggiato da Lotta Comunista che “se la fa” con il responsabile dei Giovani Democratici Tigullio (tanto che ad un presidio del 18 settembre, oltre alla Cgil, c’erano le due formazioni precedentemente citate) che venerdì aveva indetto uno sciopero, ma ha preso una batosta incredibile, non centrando il punto focale del discorso: il ritorno a scuola. Ma su questo ci ritorneremo.

E poi questo fantomatico Comitato Studentesco Ligure.

Leggiamo alcuni punti del loro comunicato, che oltre denotare tutta la loro ingenuità politica, presenta alcuni errori metodologici e politici:

«questo non sarà uno dei tanti scioperi organizzati dall’oggi al domani, ma sarà uno sciopero organizzato seguendo le regole contro il Covid-19, infatti NON si tratterà di scendere in piazza davanti a scuola; ma si tratterà di disertare le scuole standosene a casa, in questo modo non si creeranno inutili assembramenti».

La cosa peggiore, di questo stralcio, è “inutili assembramenti”: la dimensione della piazza, tanto importante soprattutto nella politica studentesca, diventa inutile.

Questo è gravissimo, anzitutto perché (se assodato) ci troviamo davanti ad un modo nuovo di fare politica. Secondariamente, continuando a leggere il testo, viene detto che “il messaggio arriverà forte e chiaro”.

No ragazzi! Nessun messaggio arriverà forte e chiaro. O meglio arriverà forte e chiaro che non volete andare a scuola e non riguadagneremo mai la scuola.

Voi marciate, inconsciamente, insieme al governo che tanto attaccate per altre questioni!

Inoltre, questo comunicato, appare quanto mai contraddittorio.

Poco sopra scrivete che le stesse scuole non sono attrezzate per la didattica a distanza.

Quindi, qual è la soluzione? Lo slogan doveva essere No alla dad e Sì al ritorno a scuola.

Capisco la poca esperienza politica, ma come fate a non capire che se continuerete a ripetere “ritorniamo a scuola in sicurezza” il governo non vi farà più rientrare a scuola?

L’importanza di dare una direzione alle vostre posizioni politiche è centrale, è una delle prime cose che debbono essere fatte ogni qual volta si costruisce un collettivo o altri organi politici.

Ad ogni modo il famigerato comitato, è un ottimo esempio di ciò che NON si deve fare in questa fase storica.

In un altro comunicato (inviato ai rappresentanti di classe delle varie scuole) si dice:

«siamo stanchi di dover portare a scuola oggetti non strettamente  legati alla didattica, quali per esempio coperte per scaldarci durante le ore scolastiche. Siamo stufi anche di essere obbligati a tenere la mascherina tutto il giorno a causa del mancato distanziamento nelle classi, in aule oltretutto nelle quali spesso si scopre che non viene nemmeno operata la prevista e necessaria sanificazione».

Capisco la rabbia, capisco il non voler portare la mascherina. Questi sono tutti punti leciti, ma poi (poco sotto) chiedete nuovamente “Il nostro scopo è quello di avere una maggiore sicurezza e più tutele per la nostra salute“.

A priori delle questioni di merito, la metodologia è sbagliata. Non potete chiedere più sicurezza a scuola e dire no alla mascherina, poiché quest’ultima è (nolenti o volenti) il simbolo della “sicurezza sanitaria” di cui voi vi riempite tanto la bocca.

La rivendicazione avrebbe dovuto essere “noi vogliamo andare a scuola, il modo lo trovate voi, ma su questa posizione noi non arretriamo. Altrimenti ci organizzeremo da soli, insieme ai professori“. È incredibile, come se durante una guerra si abbandonasse la trincea!

In questo momento la vostra trincea è la scuola e la state abbandonando.

Non solo, Lenin avrebbe detto (giustamente) che “l’appello può essere lanciato solo sul luogo stesso dell’azione”.

A questo punto rilancio la palla nel campo avversario: quali sono i vostri obiettivi in questa mattina di lunedì 19 ottobre all’insegna dell’assenteismo a scuola? Da che parte state? Con le mamme e gli studenti campani o con il governo che taglia il pubblico?

Fonte: Liberiamo l’Italia




NUOVA DIREZIONE: INVERSIONE AD U di Moreno Pasquinelli

«E allora ho subito afferrato il manigoldo per il colletto e che cosa è saltato fuori? Che quel dannato non aveva colletto».
Pëtr Dem’janovič Uspenskij. La strana vita di Ivan Osokin

I compagni di Nuova Direzione sono tornati sul luogo del delitto – La questione dell’Italexit – sferrando un secondo e più virulento attacco contro il Partito annunciato da Gianluigi Paragone. Se l’hanno fatto, evidentemente, è perché, essi stessi,  hanno ritenuto il primo  non troppo convincente. Ahinoi, il secondo aggrava gli errori del primo.

Dobbiamo, a premessa, rispondere ad alcuni amici che ritengono il dialogo con Nuovo Direzione una perdita di tempo. Dissentiamo con questo modo di vedere le cose e per due ragioni. La prima è che per noi il confronto teorico, anche quando polemico, è non solo necessario ma indispensabile. Anzitutto perché una tesi non può pretendere di essere valida e predittiva se non regge alla critica (e ciò riguarda non solo le tesi altrui ma pure le nostre); in secondo luogo perché consideriamo Nuova Direzione il reparto migliore di ciò che resta della sinistra rivoluzionaria che fu.

Tornando a Nuova Direzione. Qui vogliamo solo segnalare che il gruppo, nell’ultimo anno, ha compiuto una inversione ad U. Anzi, una giravolta.

Solo un anno fa, appena caduto il governo giallo-verde, Nuova Direzione diffondeva un comunicato (che dicemmo di condividere pienamente) con un titolo programmatico: “Un terzo polo alternativo al Pd e alla Lega”.

L’articolo così si concludeva:

 
«Per non morire né piddini né leghisti è necessario lavorare alla costruzione di un terzo polo alternativo al Pd ed alla Lega. Un vero polo del cambiamento. Un polo che avremmo potuto costruire in dialettica con il M5S se non avesse compiuto la scellerata scelta di questi giorni. Un polo che si ponga l’obiettivo di unificare un blocco sociale del cambiamento fondato soprattutto sulla classe numerosissima che oggi non ha una vera e propria rappresentanza, e cioè sui lavoratori. E poi su tutti i cittadini che si ribellano allo stato di cose presente: al declino culturale, civile, sociale, economico, ambientale e democratico. L’Italia non è grande paese sul piano territoriale e demografico, ma lo è sul piano culturale, sociale e, nonostante tutto, anche economico. La sua collocazione nel Mediterraneo è tale da consentirgli di essere ponte fra interessi e culture diverse: fra est e ovest, fra sud e nord. Ma per essere ponte bisogna reggersi sui propri pilastri: la sovranità costituzionale, l’interesse nazionale e popolare, una struttura economica resa efficiente da un forte e rinnovato intervento pubblico.
Di questa discussione e lavoro Nuova Direzione si farà promotrice interloquendo con chi per il cambiamento ha o aveva optato per i 5S, a chi si è astenuto, a chi è sinceramente in cerca di nuove soluzioni e nuove direzioni senza settarismi e dogmatismi».

Sottolineiamo l’ultimo concetto: “nuove soluzioni e nuove direzioni senza settarismi e dogmatismi”.

Questa posizione a noi sembrò, non certo uguale, ma convergente con quella che esprimemmo solo due mesi prima quando per primi parlammo della necessità che nascesse un Partito dell’Italexit.  Ne indicammo i cinque punti programmatici distintivi:

«(1) Disdettare i Trattati e gli accordi anti-nazionali da Mastricht in poi; (2) Uscire dalla gabbia della Ue; (3) Riguadagnare la sovranità politica e monetaria; (4) Ripristinare la democrazia; (5) Tornare alla Costituzione del 1948».

Chi abbia letto con attenzione la Piattaforma del nascente Partito Italexit con Paragone, non potrà non notare che esso ha fatto di questi cinque punti le sue fondamenta. Alla domanda: sono essi sufficienti per sostanziare un “terzo polo” antagonista ai due blocchi sistemici? Chiunque abbia senso di realtà, non può che rispondere che sì, lo sono. Questo partito è anzi l’unico “terzo polo” possibile e auspicabile nel contesto dato.

Salta agli occhi la giravolta compiuta da Nuova Direzione.

Non pensiamo affatto che questa giravolta sia venuta fuori per caso, e nemmeno che essa possa spiegarsi come un cascame dell’aspra contesa interna che ha segnato la vita di Nuova Direzione negli ultimi mesi. La stroncatura del Partito Italexit con Paragone è l’effetto e non la causa, essendo quest’ultima, appunto, il ripensamento, non solo sulla prospettiva del “terzo polo”, bensì su tutta una serie di questioni connesse.

Avremo modo, tempo permettendo, di indicare con precisione queste questioni ed i gravi errori, di analisi e di sintesi, contenuti nel secondo comunicato di attacco al Partito Italexit con Paragone. Qui abbiamo voluto limitarci a segnalare questa giravolta.

Possiamo solo anticipare questo, che Nuova Direzione è come se avesse compiuto un doloroso movimento circolare: partiti da una critica durissima ai dogmi della vulgata marxista, mollati gli ormeggi e avviatisi in mare aperto, appena intraviste all’orizzonte le avvisaglie di tempesta, hanno fatto dietrofront, finendo per rigettare l’ancora nella rada che si erano lasciati alle spalle. In buona sostanza la riproposizione dell’idea del piccolo gruppo comunista di propaganda che immagina di poter  lavorare sui tempi lunghi della storia (“quando saremo tutti morti”, disse Keynes). Spaventati dal mare burrascoso hanno scelto insomma la ritirata. Dalla promessa di una nuova direzione, al ritorno a quella vecchia.

Leggiamo, ad un certo punto, nel comunicato di Nuova Direzione:

“È chiaro che costruire dal nulla un movimento politico costa grande fatica e molto lavoro”.

Potrebbe apparire, quello di considerarsi capaci di far sorgere l’Essere dal Nulla, un atto di presunzione —Ex nihilo nihil fit, dal nulla non può venire nulla —, invece qui trapela il senso di disperazione di chi da per certa la propria sconfitta.

Articoli correlati:

[1] NUOVA DIREZIONE? (prima parte) di Moreno Pasquinelli

[2] NUOVA DIREZIONE? (seconda parte) di Moreno Pasquinelli

[3] QUALE PARITO CI SERVE? di Moreno Pasquinelli