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SENTI CHI PARLA!? di Moreno Pasquinelli

Gli euro-oligarchi, sostenuti dalla folta schiera dei vessilliferi dell’europeismo senza se e senza ma, sono andati su tutte le furie per la decisione della Corte Costituzionale polacca che ha dichiarato incostituzionali alcuni articoli dei Trattai europei.

“Quando mai?!”… “Come vi permettete?!”….”Non esiste?!”

Mai come in questa occasione lorsignori parlano senza peli sulla lingua: «E’ un principio insindacabile: i Trattati europei prevalgono sulle leggi nazionali».

E quindi minacciano fuoco e fiamme, giungendo a ricattare Varsavia: “O tornate sui vostri passi oppure vi tagliamo i fondi del Recovery e apriamo la procedura di sospensione dalla Ue in base all’Art. 7”.

Gli euro-oligarchi sperano, grazie a questo ricatto, che le autorità polacche facciano marcia indietro, come accadde effettivamente un anno fa sulla vicenda dell’omofobia e della cultura Lgbt. Noi non ne saremmo così sicuri.

Questa volta c’è appunto di mezzo un principio, quello della sovranità politica e nazionale. Affermare che la Costituzione nazionale prevale sui Trattati europei implica mettersi di traverso al progetto di trasformare l’attuale scomposta Unione in una vera e propria federazione, in un super-stato con un centro politico che si pone al di sopra di tutto e che anzi prefigura la definitiva scomparsa degli stati nazionali, destinati a diventare vassalli, province imperiali prive di effettivi poteri decisionali.

I corifei unionisti, con la faccia tosta che li contraddistingue, giustificano e camuffano le loro pulsioni suprematiste e imperialiste con la favola mistificante che essi sarebbero paladini della democrazia e del progresso, di contro alle autorità polacche accusate invece di essere reazionarie totalitarie e antidemocratiche. Il bue dice cornuto all’asino.

Nella campagna di invettive anti-polacche si distingue quel filibustiere che corrisponde al nome di David Sassoli, noto alle cronache come Presidente del parlamento europeo. Non sbaglia sostenendo che: “Siamo di fronte ad un vero salto di livello”; e quindi minaccia sfracelli: “ La Polonia porta un attacco ai nostri valori… serve una reazione molto ferma”. [la Repubblica, 9 ottobre 2021]

I valori…. La solita menzognera solfa dei valori. Dov’era questa difesa dei valori quando avete annientato il polo greco? Dov’era quando avete foraggiato e sostenuto l’avvento di un governo con forze neo-naziste in Polonia?

Nella sua reprimenda anti-polacca il Sassoli sfiora infatti il ridicolo quando accusa la Corte costituzionale polacca di essere controllata dal governo. Forse che in Italia non è così? Forse che la “nostra” Corte costituzionale non è composta da personale scelto dalla cricca europeista e ad essa fedele?

Sassoli poi lancia l’ultimo siluro che come un boomerang gli torna indietro o lo fa secco:

«Alcuni governi vogliono far crescere la paura nelle loro opinioni pubbliche. Ma poi come pensano di vivere? Non può esservi libertà nella paura».

Parole sante ci viene da dire: è esattamente quello che avete fatto col pretesto della pandemia. Seminando paura e terrore avete invocato e istituito uno Stato d’eccezione con tanto di cancellazione di fondamentali diritti democratici e civili. E’ grazie alla paura che avete, voi per primi, ucciso la libertà.

Non avete quindi alcun titolo per salire in cattedra.

Per quanto ci riguarda, pur senza considerarci sodali delle forze politiche che governano la Polonia (anzitutto il partito Diritto e Giustizia), difendiamo la decisione della Corte polacca e ci mobiliteremo contro le eventuali ritorsioni dell’euro-oligarchia poiché la vicenda ha una enorme rilevanza politica e simbolica e riconferma quanto fragile sia, alle spalle dell’euforia degli eurocrati alla Mario Draghi, l’Unione europea.




CORONAVIRUS: QUELLO CHE SERVE INTANTO

Mentre i media diffondono il panico per il rischio di una panedemia, in rete, come sempre in questi casi, la fa da padrona la dietrologia. Noi voliamo più basso. In questo articolo si denuncia come i posti letto in terapia intensiva, indispensabili per salvare la vita di chi fosse eventualmente affetto dal virus, siano assolutamente inadeguati alla bisogna. Peggio, a causa dei tagli alla sanità, essi sono precipitati negli ultimi anni.

TERAPIE INTENSIVE: SERVE UN DECRETO D’URGENZA (SENZA PERMESSO UE!)

di Debora Billi

Il vero collo di bottiglia del coronavirus , quello che fa la differenza (per i casi gravi) tra guarire o trapassare, sono i posti in terapia intensiva. I due cinesi ricoverati allo Spallanzani, due casi molto seri, probabilmente la sfangheranno proprio perché hanno goduto per un mese di un reparto a loro dedicato e delle cure dei migliori specialisti in esclusiva. In un contesto non dico alla Wuhan, ma semplicemente un tantino più complesso, magari non avrebbero neppure trovato posto e sarebbero finiti nella lista dei deceduti.

Esagero? Forse. Ma guardate [ tabella sopra ] la situazione dei posti letto in terapia intensiva in Italia, ce la fornisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità. E’ aggiornata — si fa per dire — al 2013 e non si hanno notizie di cosa sia accaduto nei 7 anni successivi, ma l’andazzo non fa presumere nulla di buono: se nel 1980 l’Italia vantava 922 posti letto di terapia intensiva ogni 100mila abitanti, nel 2013 erano scesi ad appena 275. Come stiamo messi nel 2020 non voglio neppure saperlo, altrimenti non ci dormo la notte.

Tutti questi posti letto, inoltre, non se ne stanno lì vuoti ad aspettare i malati di coronavirus. Sono già occupati 365 giorni l’anno da infartuati, vittime di incidenti e altri ammalati in emergenza: che facciamo, li buttiamo giù dal letto? Bastano appena pochi casi gravi di coronavirus per mandare in tilt il sistema ospedaliero di qualsiasi città.

Non mi piacerebbe vedere il mio Paese, uno dei migliori del mondo quanto a sanità (ne resto convinta), costretto ai triage per decidere chi può campare e chi si deve invece affidare alla Vergine di Lourdes. Forse siamo ancora in tempo: l’Italia è leader nella produzione di biomedicali da emergenza (fortunatamente non li importiamo), un decreto d’urgenza del governo potrebbe rimpinguare gli ospedali consentendo l’apertura di nuove terapie intensive almeno basiche, e sancire l’assunzione immediata di nuovo personale medico e infermieristico per qualche mese. Non possiamo neppure permetterci medici e infermieri in quarantena (o peggio ammalati) senza sostituzione, data la carenza già cronica.

Un governo in piena facoltà di prendere decisioni agirebbe immediatamente in questo senso. Un governo che non può fare nulla senza permessi esteri, dallo spender soldi al dichiarare le emergenze, se ne sta lì preoccupandosi solo dell’”allarmismo” mentre nell’ospedale di Lodi non hanno neanche le mascherine. Muovetevi ragazzi, è l’ora di diventare fateprestisti

* Fonte: Debora Billi




NO MES: COSTITUITO IL COORDINAMENTO

Il 18 gennaio scorso , promosso da Liberiamo l’Italia, si svolse a Roma un primo incontro per dare vita ad una vasta campagna di mobilitazione contro il cosiddetto “Fondo salvastati”, ovvero il M.E.S. Tra i partecipanti, oltre a delegati di Liberiamo l’Italia, del Fronte Sovranista Italiano, di Nuova Direzione, della Carta di Firenze e di altri attivisti, erano presenti Paolo Maddalena, Giulietto Chiesa, Tiziana Alterio. Il 6 febbraio c’è stata una seconda riunione. Presenti questa volta anche esponenti di Vox Italia e Sovranità Popolare, Nicoletta Forcheri e il senatore Gianluigi Paragone. – La Riunione ha ufficialmente costituito il COORDINAMENTO NAZIONALE NO MES. – Nino Galloni è stato scelto come portavoce del Coordinamento. – Un gruppo di lavoro comunicazione è già al lavoro affinché la campagna abbia la massima efficacia. – La riunione ha quindi convocato una ASSEMBLEA NAZIONALE a Roma per sabato 7 marzo, assemblea che sarà aperta ai cittadini ed a tutte le forze politiche e sociali che vorranno unirsi alla campagna. – L’obbiettivo è una grande manifestazione popolare e nazionale da svolgersi in occasione della ratifica del M.E.S. da parte del Parlamento italiano. – La riunione, dopo aver sottolineato la necessità ai stringere eventuali alleanze con le forze politiche, culturali e sociali che sono contrarie al MES, comprese quelle parlamentari, ha approvato il seguente appello a cui sarà data massima diffusione:

Fermiamo il MES!

Appello per una grande manifestazione nazionale 

Il cosiddetto “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES) va fermato. Sono in gioco, assieme alla democrazia e all’indipendenza nazionale, l’economia del Paese, la stessa possibilità di uscire dalla crisi. Il MES è uno degli strumenti con i quali l’Unione europea a dominanza tedesca, impone l’austerità e schiaccia gli Stati pur di tenere in piedi il sistema liberista che fa perno sul mercato unico e l’euro. Ecco allora un nuovo Trattato pensato per imporre all’Italia nuovi e micidiali vincoli che metteranno a rischio i risparmi delle famiglie, le banche e le aziende di cui ci si vuole impadronire a basso prezzo.

La presidenza del primo incontro

Di fronte a questo attacco la classe dirigente balbetta. Denuncia i rischi (vedi il governatore Visco) per poi smentirsi il giorno dopo; ammette che le nuove regole sono sfavorevoli per il Paese, ma non ha il coraggio di opporsi. Peggio ancora il comportamento del governo. Nato in agosto dalla benedizione europea, esso sa solo chiedere un rinvio della sottoscrizione del nuovo trattato, senza però reclamare chiaramente la modifica del suo contenuto. Un comportamento che tradisce fra l’altro la stessa Costituzione repubblicana, laddove prescrive (art.11) che le eventuali limitazioni (non cessioni) di sovranità possano avvenire solo “in condizioni di parità con altri Stati”. L’esatto contrario di quel che prevede il MES. Da Bruxelles, d’altra parte, hanno già risposto: l’accordo raggiunto non si mette in discussione, l’Italia se ne faccia una ragione. Nulla di buono è dunque all’orizzonte. Si deve fermare questo ennesimo disastro nazionale, destinato a ricadere come al solito sulla vita del popolo lavoratore. Servono la denuncia, l’informazione e la mobilitazione dei cittadini. Occorre dare vita ad un’ampia alleanza nazionale e democratica per scongiurare la prevista ratifica del trattato da parte del Parlamento. Organizzeremo incontri, sit-in, assemblee ovunque possibile. Chiameremo tutti ad una grande manifestazione nazionale da tenersi a Roma in concomitanza della prevista discussione del MES in Parlamento. – Fermiamo il Mes e chi vuole continuare a impoverire il Paese ! – Difendiamo gli interessi dell’Italia, del popolo lavoratore e delle imprese ! – Riconquistiamo la democrazia, difendendo la Costituzione del 1948 !




PERCHÉ NO! Il MES in parole povere

Comunicato n. 2/2020 del Comitato centrale di P101

(1) Se prima il M.E.S. (il cosiddetto “Fondo salva stati”), finanziato dai singoli stati della Ue, faceva capo all’Unione medesima, con la “riforma” il MES diventerà né più e né meno che una super-banca d’affari privata indipendente, la quale potrà prestare denaro agli stati solo a condizione che ne tragga un lauto guadagno. Di più: sarà un organismo di rango superiore agli stati nazionali e che avrà potere di vita o di morte su quelli che dovessero ricorrere al suo “aiuto” (come la troika lo fu per la Grecia).

Si tratterebbe per l’Italia di un’altra palese cessione di sovranità in aperta violazione dell’art. 11 della Costituzione, dell’ennesimo crimine per tenere in via il mostro liberista dell’Unione europea.

(2) La “riforma” stabilisce due linee di credito, dividendo così paesi di serie A e B, quelli considerati solvibili (che cioè rispettano i famigerati parametri ordoliberisti del 3% e del 60%) e quelli con alto debito pubblico (che non li rispettano) considerati ad alto rischio.
Abbiamo quindi, col nuovo MES, un doppio paradosso: a) paesi come la Germania con banche piene zeppe di titoli tossici godrebbero, per l’accesso al credito del MES, di una corsia preferenziale e di condizioni molto vantaggiose; mentre l’Italia, per usufruire dello “aiuto”, dovrebbe impegnarsi ad adottare draconiane misure di riduzione del debito pubblico, quindi austerità, tagli alla spesa sociale ed ai diritti, privatizzazioni; b) l’Italia, ratificando il Trattato, sarebbe un grande finanziatore del MES ma ciò a tutto vantaggio dei paesi considerati di seria A. Né più e né meno che una colossale rapina.

(3) Tutti gli analisti concordano che una conseguenza inevitabile dell’eventuale richiesta di “aiuto” provocherebbe una brutale svalutazione del valore dei titoli pubblici italiani a danno dei tanti risparmiatori che hanno acquistato Bot o Btp. Anzi! già solo l’entrata in funzione del MES, quindi l’adozione dei suoi parametri — quelli per cui l’Italia sarebbe considerata un Paese di serie B —, potrebbe innescare ex ante una fuga generalizzata dai titoli di stato italiani, con conseguente fuga di capitali dall’Italia verso altri paesi a tripla A, con l’inevitabile svalutazione del valore dei titoli di debito italiani.

(4) In questo caso sarebbe dunque altamente probabile il collasso generale del sistema bancario italiano. Le banche italiane posseggono oggi circa 400 miliardi di titoli pubblici. Una forte decurtazione del loro valore (come detto, possibile ancor prima che si dovesse chiedere “aiuto” al MES) causerebbe quindi crolli bancari a catena.

(5) Le conseguenze inevitabili sarebbero dunque: a) che il MES si comporterebbe come uno strozzino con facoltà di pignorare i beni italiani; b) che lo Stato sarebbe costretto non solo ad applicare una violenta austerità, ma, sempre per rimborsare il credito, a vendere a prezzi stracciati proprietà e patrimoni; c) che le banche, per non fallire, dovrebbero ricorre al bail-in, ovvero ricorrere ad espropri forzosi non solo degli azionisti ma pure dei correntisti, con conseguente stop all’erogazione di prestiti ad aziende e cittadini.

Una recessione violenta sarebbe dunque inevitabile con chiusura di aziende, crollo degli investimenti pubblici e privati, aumento generale della disoccupazione. In poche parole: un disastro nazionale.

Fermare il MES è quindi questione di interesse nazionale.

I governanti, venduti allo straniero, hanno già firmato la capitolazione.

Sarà il Parlamento tuttavia, nella prossima primavera, a dover ratificare il nuovo Trattato.

Prepariamo una grande mobilitazione per impedirlo!
Usciamo dalla gabbia dell’euro, prepariamo l’Italexit!

Il Comitato centrale del Movimento Popolare di Liberazione – Programma 101

10 febbraio 2019




AAA: SOVRANISTI CERCASI di Luca Dinelli*

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Le recenti tornate elettorali ci hanno regalato poche sorprese e insegnato qualcosa.
Partiamo dall’ultima, che ha visto centrosinistra a trazione PD e centro destra a trazione Lega, contendersi l’Emilia Romagna: i temi nazionali non sempre vincono quando in ballo ci sono le specificità e le tradizioni di una terra; specie se, nonostante tutto, ben amministrata se paragonata ai disastri che la circondano.


*Luca Dinelli è membro del CPT Lucca di Liberiamo l’Italia

Lo ha capito Bonaccini, che di fronte ad un ribaldo Salvini, troppo tronfio per i recenti successi e troppo grossolano, tanto da ricordare l’albertogiussanesimo-bossismo della prim’ora, ha opposto uno stile sobrio e forte di un’esperienza fatta sul campo, anteposta ad inutili orpelli, primo fra tutti quello stesso stemma PD oscurato e messo in ombra come un’onta da far dimenticare.

Si è capito, tra l’altro, che quella vittoria Bonaccini la deve tutta ad una borghesia medio-alta, che lo ha votato in tutte le grandi concentrazioni urbane dove l’economia è più solida e i redditi significativamente più alti della media; non ha convinto, invece, nelle periferie povere dove è più significativa la presenza del precariato e dove la stagnazione economica ha morso più che altrove; a scaricarlo sono stati proprio gli sfruttati, i depredati, gli espulsi, i dimenticati da un’economia abbandonata al libero dispiegarsi di un neo-darwinismo selvaggio e da uno Stato che di fronte ai problemi del paese si è ritratto come un paguro nel proprio guscio.

Si è capito, anche se qualcuno nicchia, che poco spostano i finti movimenti nulla-proponenti e nulla-contestanti, che si danno ritrovo nelle piazze danzanti per celebrare la rievocazione nostalgica di una sinistra che fu. Secondo SWG il 78% dei votanti intervistati si sarebbe recato alle urne anche senza l’intercessione delle sardine, mentre solo il 3% dichiara determinante la loro presenza.

Andando a ritroso alle elezioni umbre, è banale constatare l’effetto sul voto di un PD commissariato per scandali e di un centro destra forte di una crisi di governo, indotta da un Salvini poco avveduto, ma traghettata verso un ribaltone inviso al popolo da un Movimento 5 stelle ormai privo di ogni credibilità.

Nessuna novità sugli altri fronti elettorali regionali e nazionali.
La polpetta avvelenata servita sul piatto agli italiani presenta due inequivocabili varianti: da una parte l’apparato della governabilità, dei conti in ordine, della responsabilità, del senso di realtà, dall’altra la compagine sedicente antisistema, anticasta, anticorruzione, anti Europa, anti clandestino.

Ma nei fatti dove sono finiti i sovranisti?

E’ stupefacente constatare la progressiva scomparsa di tutti i temi che per gli italiani dovrebbero fare la differenza. E’ persino imbarazzante rimarcare la cecità dei vari centristi, filoverdiniani, filorenziani, filoberlusconiani, filopiddini, di fronte ad una sovrastruttura incardinata su direttive e regolamenti, progettati in seno ad istituzioni sovranazionali eterodirette dalla grande finanza che impediscono allo Stato qualsiasi possibilità d’intervento in qualsivoglia direzione.

I governi e gli amministratori locali sono attanagliati da regole che impongono la rigida osservanza di obiettivi di tipo contabilistico. Le regioni sono condizionate da vincoli di bilancio che si fanno di anno in anno sempre più stringenti, con tagli che colpiscono la sanità, l’istruzione, i trasporti, la manutenzione del territorio. Gli enti locali, con poche eccezioni, sono perennemente in bilico sull’orlo del dissesto.

Eppure non una voce si leva dai banchi di coloro che hanno fatto voto di obbedienza ad un europeismo ottuso e acritico.

E anche dal fronte opposto attendiamo invano che si pronunci una parola significativa. Il tutto si è ridotto ad un dibattito asfittico sul pensionamento anticipato, la riduzione delle tasse, la chiusura dei porti, l’inno alla sicurezza (più celebrata che realizzata), la dimensione delle vongole.

Ultimamente siamo venuti a conoscenza dell’apertura leghista a Draghi come presidente della repubblica, abbiamo appreso attoniti dalla bocca del “capitano” che l’euro è irreversibile e abbiamo saputo che Garavaglia non è appassionato al tema del superamento dell’obbligo al pareggio di bilancio inserito in Costituzione.
Anche quest’ultima tornata elettorale ci ha regalato un silenzio assordante sui problemi strutturali del paese e sulle cause che ne impediscono la soluzione.

Niente sul definanziamento pluridecennale della sanità, niente sulla necessità di massicci investimenti statali sul sociale e sulla manutenzione del territorio, niente sul superamento della logica perversa della sussidiarietà che abbiamo capito tradursi nella regola (un po’ yankee, diciamolo) “dove non arrivo io, arrangiati da te”. Niente sull’obbligo derivante dai trattati europei di rispettare un tasso di disoccupazione funzionale al contenimento dei prezzi. Niente sulla necessità di impedire alle multinazionali la delocalizzazione degli stabilimenti, ricorrendo ove necessario alla nazionalizzazione delle imprese. Niente sulla necessità di riportare un controllo capillare dello Stato sulle condizioni di lavoro. Niente sulla preoccupante deriva del sistema creditizio che drena risorse dall’economia reale e lo dirotta verso investimenti speculativi.

Per affrontare questi problemi lo Stato deve riappropriarsi delle leve di politica economica e monetaria che ha devoluto alle istituzioni europee. Il motivo di questa fuga davanti alle cause strutturali della crisi del sistema-paese è fin troppo evidente: la paura di fronteggiare l’apparato leviatanico rappresentato dall’Unione Europea e gli interessi reali sottesi alla sua costruzione. Il grande capitale si nutre di crisi, necessita per accrescersi di disarticolare le istituzioni democratiche che ne costituivano l’argine naturale, ha bisogno di privatizzare e trasformare in merce ciò che le costituzioni di ispirazione socialista avevano sottratto alla logica di mercato e orientato al progresso della collettività.

Di fronte alla constatazione della pochezza di argomenti sollevati nel dibattito politico italiano e alla dilagante assenza delle istituzioni nazionali nell’indirizzo dell’economia e nella definizione delle politiche sociali, desta stupore l’allarme suscitato dal presunto pericolo sovranista che ancora rotocalchi e televisioni diffondono.

Noi non scorgiamo sovranisti all’orizzonte.

Se davvero ne esistono, si facciano trovare.

Fonte: Liberiamo l’Italia




PORTI ITALIANI: NO AL NUOVO ULTIMATUM UE di Tiziana Alterio

Pensavate che non avremmo fatto la fine della Grecia?
Vi sbagliate…



FUORI DALL’EURO SI PUÒ: ECCO COME di P101

Non si ferma la ingannevole campagna mediatica per terrorizzare i cittadini: inflazione e svalutazione fuori controllo, salari e pensioni in fumo, risparmi distrutti, mutui e bollette alle stelle. Occorre rispondere in modo deciso, poiché uscire dall’euro non è solo necessario, non è solo possibile, è conveniente.  
La Sinistra patriottica indica le mosse da fare per diventare un Paese sovrano e avviare una nuova politica economica.

1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d’Italia

Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d’Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d’interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d’Italia – a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi – dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.

2. Gestione dei nuovi cambi e dell’inflazione

Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L’Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell’Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l’insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania – che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil – è assolutamente necessaria, ma non solo per l’Italia. 

L’alternativa a questa svalutazione monetaria non è l’assenza di svalutazioni, come vorrebbero farci credere, bensì la svalutazione interna già in atto da anni. E che cos’è la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare, dello stesso valore di beni materiali come le abitazioni. L’alternativa è dunque la semplice prosecuzione del disastroso scenario degli ultimi dieci anni per altri decenni ancora.

L’altra terroristica menzogna che ci viene propinata riguarda l’inflazione. I precedenti storici, sia in Italia (1992) che in altri paesi, smentiscono ogni scenario di inflazione alle stelle. E’ tuttavia necessario difendere i redditi dei lavoratori attraverso alcune misure: l’applicazione universale dei contratti collettivi di lavoro, la reintroduzione di una nuova scala mobile a tutela di salari e pensioni, il ripristino del metodo di calcolo retributivo sulle pensioni.

3. Ridenominazione del debito

Anche su questo il terrorismo mediatico impazza, volendo far credere che l’uscita dall’euro comporterebbe un forte aumento del debito verso l’estero. In realtà il governo non dovrà far altro che applicare il principio della Lex Monetae, peraltro già previsto dal nostro Codice civile, ridenominando il valore di ogni debito (dunque anche di quelli verso l’estero) nelle nuove lire, in base ad un rapporto con l’euro di uno a uno. I debiti (mutui inclusi) si ripagheranno perciò in nuove lire, non in euro come si dice per spaventare la gente.

In questo modo, il valore dei debiti italiani (pubblici e privati) calerà anziché aumentare. Certo, i possessori esteri di titoli italiani faranno il diavolo a quattro per non subire perdite. Ma l’esperienza insegna che i grandi creditori internazionali (banche e fondi di investimento) preferiscono in questi casi limitare le perdite piuttosto che perdere tutto. Uno Stato sovrano, con un governo deciso a difendere gli interessi del suo popolo, può obbligare i pescecani della finanza a più miti consigli.

4. Controllo del movimento dei capitali

L’operazione di fuoriuscita dall’euro va ovviamente accompagnata da un rigido controllo sul movimento dei capitali, impedendone la fuga verso l’estero. La fuga dei capitali non è però un problema del dopo Italexit, bensì della fase che la precede. Occorre dunque grande rapidità e fermezza nelle scelte che si renderanno necessarie. A chi ci dice che il controllo sui capitali è impossibile ricordiamo l’esperienza di Cipro nel 2013, quando pesanti misure sul movimento di capitali (un limite sulle transazioni verso l’estero, uno sulle spese di viaggio, un altro sugli assegni, eccetera) vennero imposte dalla stessa Unione Europea.

Non si vede proprio per quale motivo ciò che è stato fatto allora, non possa essere fatto oggi – nelle forme che saranno più opportune – da uno Stato come l’Italia. Mentre l’esportazione di capitali dovrà essere contrastata anche in seguito, misure emergenziali come quelle che abbiamo citato dovranno avere ovviamente solo natura transitoria, esaurendosi la loro necessità con il completamento del passaggio alla nuova moneta.

5. Nazionalizzazione del sistema bancario, a partire dalle banche sistemiche 

Il sistema bancario italiano è reso traballante dalle assurde regole dell’Eurozona. Da un lato, in assenza di una banca centrale che svolga questo compito, le banche italiane sono state costrette a riempirsi di Btp; dall’altro, la svalutazione di questi titoli prodotta dall’aumento dello spread rischia di portare al dissesto alcune banche di rilevanza nazionale. Tutto ciò anche a causa delle norme penalizzanti dell’Unione bancaria, anch’essa scritta di fatto sotto dettatura tedesca.

C’è un solo modo per uscire da questa trappola, per tutelare i risparmi, per far sì che le banche tornino ad essere un fattore propulsivo dell’economia nazionale: la loro nazionalizzazione, a partire dalle banche più importanti, quelle definite come “sistemiche”. 

6. Ridurre, grazie e contestualmente all’uscita dall’euro, il debito pubblico 

Abbiamo già visto come la semplice uscita dalla moneta unica determini da sola un abbattimento del valore effettivo del debito pubblico. Ma questo non basta. Insieme a quella dell’euro, l’Italia ha bisogno di uscire anche dalla schiavitù del debito. Tre provvedimenti saranno assolutamente necessari: la sterilizzazione dei titoli posseduti dalla Bce, una ristrutturazione della quota estera del debito, l’introduzione di nuovi strumenti finanziari per la sua rinazionalizzazione.

Il primo provvedimento era scritto nella bozza originaria del cosiddetto “contratto” di governo. Si tratta di azzerare i 250 miliardi dei titoli detenuti dalla Bce. Miliardi creati dal nulla, che nel nulla possono tornare, riducendo così l’ammontare complessivo del debito di un 11%. Il secondo provvedimento, valido solo per i titoli con possessori esteri, che già troppo hanno guadagnato speculando sui disastri imposti all’Italia dall’austerità e dalle regole del sistema dell’euro, può concretizzarsi sia con un allungamento delle scadenze che con una drastica riduzione degli interessi, meglio se con un mix di entrambe queste misure. 

Il terzo provvedimento – quello della rinazionalizzazione del debito – dovrà consistere nell’emissione di nuovi strumenti finanziari rivolti alle famiglie. Una sorta di “Btp famiglia” o dei “Cir” che il governo ha già annunciato, titoli rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, integralmente garantiti dallo Stato, vantaggiosi fiscalmente o nei tassi applicati purché detenuti fino alla scadenza.

Scopo di queste misure non è solo la riduzione del debito accumulato, ma soprattutto la sua sostenibilità futura, garantibile soltanto con la totale indipendenza dai meccanismi e dagli avvoltoi della finanza internazionale. Come dimostra il caso del Giappone (che ne ha uno pari al 220% del Pil), il debito non è un problema quando si dispone pienamente della sovranità monetaria e quando esso è posseduto da soggetti interni.

7. Un programma di uscita dalla crisi, abbattimento della disoccupazione e della povertà

Ovviamente l’uscita dall’euro non è fine a se stessa. Essa è la condizione necessaria, non ancora quella sufficiente per venir fuori dalla crisi e per sganciarsi dal sistema neoliberista. Per raggiungere questi obiettivi occorre un Piano per la ricostruzione economica e per il lavoro. 

La ricostruzione economica, che non va intesa in maniera meramente produttivistica, bensì principalmente nella sua dimensione di rifacimento di un vivere civile improntato al benessere fisico e psichico delle persone ed a quello della comunità, dovrà basarsi su un piano di reindustrializzazione fondato sulla nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti), sulla difesa dell’ambiente, sull’eliminazione del precariato, sulla difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo, su un sistema tributario che unisca la riduzione della pressione fiscale al suo carattere progressivo, sulla garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena.

Tutti questi obiettivi dovranno vivere dentro un Piano per il lavoro finalizzato a debellare la disoccupazione e a dare risposta ad alcuni fondamentali bisogni. In concreto si tratta di lavorare su: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente e piano di ristrutturazione antisismica nelle zone a rischio, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un’assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario a tutela delle piccole e medie imprese agricole, favorendo forme non intensive e sostenibili, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell’artigianato e delle piccole imprese.

Un ponte verso una alternativa di società

resistere e mobilitarsi per una nuova politica economica

La proposta di Programma 101 guarda ad una nuova società. La rottura con l’euro-dittatura è la condizione perché possa ripartire la lotta per l’eguaglianza sociale, per un’effettiva democrazia, per la fine dello sfruttamento e della precarietà, perché la solidarietà e la fratellanza prevalgano sulla mentalità avida, aggressiva ed individualista imposta dal pensiero unico neoliberale. In una parola, è la condizione necessaria affinché possa riaprirsi una prospettiva socialista largamente rinnovata.

Noi ci battiamo perché l’uscita dall’euro abbia questo significato di ponte verso una nuova società. Ma non siamo ciechi, sappiamo perfettamente che quell’uscita potrebbe essere guidata da forze con impostazioni ben diverse dalla nostra. E’ questo il frutto della cecità dell’insieme delle formazioni della sinistra, che sfuggendo al tema della sovranità nazionale, hanno finito per cacciarsi nel vicolo cieco della totale irrilevanza, lasciando così ad altri la guida della ribellione popolare alle èlite.  

E’ questo certamente un problema, ma l’uscita dall’Eurozona è comunque la premessa per ogni politica a favore delle classi popolari. Noi ci battiamo per un’uscita da sinistra, come quella che abbiamo qui descritto, ma preferiamo in ogni caso l’uscita – anche se basata su impostazioni diverse – alla permanenza in una gabbia che non lascerebbe alcuna speranza per il futuro. 

Come da tempo avevamo previsto, il campo di battaglia in cui oggi si gioca il futuro dell’Unione Europea, a partire da quello dell’euro, è l’Italia. Diverse sono le proposte del governo gialloverde che non ci piacciono – basti pensare alle inaccettabili misure repressive e manettare contenute nel cosiddetto “decreto sicurezza” – tuttavia la SINISTRA PATRIOTTICA non ha alcun dubbio su quale lato della barricata stare. “Barricata” appunto, poiché solo mobilitando il popolo, non tenendo quindi la battaglia confinata dentro i Palazzi del potere, la nuova Resistenza diventerà Liberazione.

A cura del Comitato centrale di Programma 101 – Ottobre 2018­




DOSSIER: PERCHÉ NO AL MES

[ venerdì 6 dicembre 2019 ]

DOSSIERSi svolge oggi, sotto il Parlamento, promossa da LIBERIAMO l’ITALIA, la manifestazione contro il MES e contro l’eventuale ratifica da parte di governo e Parlamento. Sul MES se ne dicono tante, spesso si tratta di colossali bugie. Come stanno davvero le cose ce lo spiega questo DOSSIER (curato da Moreno Pasquinelli e approvato del Coordinamento nazionale di  LIBERIAMO l’ITALIA ).

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Mettiamo il DOSSIER a disposizione di tutti in una versione .pdf per la circolazione via web e smatphone o per la stampa Versione per la stampa

NO AL MES: Le menzogne degli europeisti, e le ambiguità dei “sovranisti”
Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Il MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108 addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza, come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz), è stato introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi di titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo che recita: “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinetti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile shock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia
Dossier a cura di Moreno Pasquinelli




TAGLIO DEI PARLAMENTARI: L’AMARA VERITÀ

[ giovedì 10 ottobre 2019 ]

Praticamente all’unanimità (553 sì, 14 no, 2 astenuti) la Camera dei deputati ha approvato l’ennesimo squartamento della Costituzione, il cosiddetto “Taglio dei parlamentari”: i deputati passeranno a 400 dai 630 attuali ed i senatori a 200 dagli attuali 315.

Hanno votato per la legge: M5s, Pd e Leu (che sostengono il Conte bis) e, a destra, Lega, Forza italia e Fratelli d’Italia.
 
Con questo nuovo sgarro della Carta l’Italia diventerà il Paese d’Europa col minor numero di eletti rispetto ai cittadini con diritto di voto. 


Qual è la ratio della legge? 

Per farla facilmente digerire all’opinione pubblica essa è stata giustificata, a partire dai grillini che l’hanno fortemente voluta, col motivo delle “riduzione dei costi della politica”.
Giustificazione risibile (i “risparmi” si aggirano allo 0,08% del Pil, secondo altri ancor meno). Un cinico specchietto per le allodole che nasconde i veri scopi della manovra: ridurre le prerogative del Parlamento, accrescere quelle dell’Esecutivo (governo), quindi accentuare la verticalizzazione della catena di comando della decisione politica. Il tutto nel rispetto del criterio della massima governabilità (governance) del sistema neoliberista, quello per cui i mercati (leggi i poteri forti economico-finanziari) sono i veri sovrani e dettano la linea mentre i decisori politici ubbidiscono e/o si adeguano. Il tutto ovviamente in base al paradigma della cosiddetta “efficienza” (o perfomatività).
 
Una ennesima conferma, la modifica della Costituzione, dell’incompatibilità tra democrazia e sistema liberista.
 
Ricordiamo quel che invocò nel 2013 la grande banca d’affari americana J.P. Morgan: “sbarazzatevi delle costituzioni antifasciste e troppo democratiche”.
Non bisogna tuttavia andare oltre Atlantico per capire quali siano le vere forze che stanno dietro a questo nuovo squartamento. 
Era tutto scritto nel “Piano di rinascita democratica” della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Quel piano prevedeva, fin nei dettagli, il passaggio da un ordinamento democratico ad uno Stato autoritario di polizia. C’era in quel piano, tra le altre cose, la riduzione drastica del numero dei parlamentari, nel contesto del passaggio ad un sistema bipolare (centro-destra centro-sinistra). 
 

La “seconda Repubblica” realizzò in gran parte quel disegno, un disegno che il voto popolare del 4 marzo del 2018 ha fatto saltare per aria.

Ora, dopo la ritirata tattica, tutti i partiti all’unisono si sono riallineati eseguendo l’antico disegno e sono tornati all’attacco.
 
Gelli dalla tomba ringrazia, esultano i poteri forti, gongola l’eurocrazia, che da sempre caldeggia lo svuotamento della democrazia e la fine della “anomalia” italiana.
 
L’unanimità registratasi nel Parlamento dimostra che a di là delle risse sinistre e destre, forze governative e della cosiddetta “opposizione”, ubbidiscono agli stessi padroni, che sono in buona sostanza dei servi del grande capitalismo che non sa che farsene della democrazia.
 
Tutti questi signori meritano il più irriducibile disprezzo: anzitutto i partiti di governo, come pure quei partiti cosiddetti “sovranisti” come la Lega di Salvini e i fratellastri italioti della Meloni. Sono l’opposizione di sua maestà, sono dei cialtroni.
 
Una ragione in più, semmai ce ne fosse stato bisogno, per partecipare alla manifestazione LIBERIAMO L’ITALIA di sabato prossimo. Restare inermi significa diventare complici.
 
Per Liberarci dalla catene dell’Unione europea e del neoliberismo occorre prima sbarazzarci delle “guide indiane”, degli ascari, dei collaborazionisti nostrani (di centro-sinistra e centro-destra) al servizio degli oppressori.

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SOVRANISMI (DI SINISTRA, DI DESTRA… E DI CENTRO) di Moreno Pasquinelli

[ 17 settembre 2013 ].

Lasciateci togliere un sassolino dalla scarpa. Diverse volte ci siamo sentiti dire che esageravamo nel prevedere il crollo dell’euro. Orbene, nel suo libro Morire d’austerità (Il Mulino) Lorenzo Bini Smaghi, membro di spicco della cupola eurocratica, conferma che l’euro, nell’autunno 2012, stava davvero per tirare le cuoia (una seconda volta). Egli svela infatti che Angela Merkel si era decisa a cacciare la Grecia dall’eurozona, anche a rischio della conflagrazione. La fermarono all’ultimo momento, anche grazie al successo tattico dell’operazione di Draghi cosiddetta OMT (Outright Monetary Transactions), ovvero la disponibilità della Bce ad acquistare titoli di Stato dei paesi sull’orlo del default come l’Italia.

Bini Smaghi confessa infine, ma questo lo sapevamo, che l’eurozona stava per sbragarsi già l’anno prima, nell’estate-autunno 2011. Egli svela che gli eurocrati si decisero ad intronizzare Mario Monti e a defenestrare  Berlusconi poiché quest’ultimo, in alcuni colloqui privati con i governanti europei, «aveva confermato l’ipotesi dell’uscita dell’italia dall’euro».

Non c’è due senza tre. E la terza occasione che si presenterà sarà effettivamente quella buona. Tutti i paesi euro della fascia Sud sono sull’orlo del collasso. Le draconiane politiche d’austerità, mentre hanno sprofondato questi paesi in una depressione senza precedenti, hanno giocoforza peggiorato le loro situazioni debitorie e accresciuto fino all’estremo gli squilibri interno all’eurozona. La Francia anche è nell’occhio del ciclone. Il fallimento delle politiche imposte dalla trojka è quindi addirittura clamoroso.

Per questo, chi ha sale in zucca, chi faccia politica e prenda sul serio se stesso, o affronta di petto la questione dell’uscita o è meglio che stia zitto. E’ come minimo desolante che gli esponenti di quella che viene considerata “sinistra radicale”, da Rifondazione fino alle frangie più estreme, si ostinino a non voler impugnare la questione dell’uscita dall’eurozona e del ritorno alla sovranità monetaria, come aspetto cruciale di quella democratica e nazionale, come necessità per evitare l’abisso. Questi zombi  fanno anzi gli scongiuri e si rifiutano di ascoltare gli economisti di sinistra, marxisti, sraffiani o keynesiani che sia, i quali tutti, pur dividendosi sulle terapie, oramai convengono nel dire che occorre pensare ad uscire dall’euro.

Che c’entra Alberto Bagnai con tutta questa storia?
C’entra perché il Nostro, invece di adoprarsi per l’unità lavora alacramente per la divisione.
Invece di costruire un ponte con economisti di sinistra che dopo tante titubanze si son decisi sull’euro, continua a bollarli con disprezzo come “traditori”. Poi s’incazza con noi (“marxisti dell’Illinois”) riempiendoci di insulti, quando gli chiediamo: da che pulpito? poiché gli ricordiamo che anche lui a suo tempo era intruppato tra i trombettieri dell’euro.

Come se non bastasse il Bagnai ha messo in atto una vera e propria opera di depistaggio.
Prendete ad esempio il suo post Confidenze tra uomini (di sinistra). Si scaglia nuovamente con veemenza contro chi propone una “uscita da sinistra” —non si dica che l’attacco di bile dipende dalla sua rabbia per la débâcle nella trasmissione La Gabbia, il post è infatti del 5 settembre, quindi prima.
Un assaggio:

«Questa pseudosinistra che difende ancora l’euro, a volte in modo coperto, evocando monete comuni o parallele di cui non si capisce mai bene il senso, e terrorizzando la gente con lo spettro dell’inflazione, è adepta di Bava Beccaris, che lo sappia o meno. Non importa: che siano idioti o in malafede, i loro elettori li hanno giudicati e la loro vita politica giunge al termine. Ma la bestia ferita è sempre la più pericolosa. Certo, se la bestia è, come in questo caso, un insetto, si dovrebbe piuttosto dire fastidiosa..»

Ora, a parte l’ultimo pesantissimo epiteto “adepta di Bava Beccaris”, vorremmo far notare la vera e propria schizzofrenia del Nostro. Di nuovo: da quale pulpito viene l’attacco a chi, a sinistra, propone un’uscita collettiva dei paesi del Sud che dovrebbero darsi quindi una moneta comune? Non è proprio questa la posizione del Manifesto di solidarietà europea  sottoscritto nel gennaio scorso dallo stesso  Bagnai? Non si blatera in quel Manifesto di un’uscita della Germania? Certo che sì. Allora, diciamo noi che consideriamo l’uscita della Germania una chimera, non dovrebbe il Bagnai darsi una calmata e star contento? Perché tanta… bava?

Il libro di A. M. Rinaldi

C’è poi un’altra questione, quella appunto del depistaggio.
Ma di chi sta parlando Bagnai? Egli, in assoluta malafede,  mette nello stesso sacco euristi, post-euristi e anti-euristi.
Il Nostro sa benissimo, vedi i suoi ripetuti e virulenti attacchi ai “marxisti dell’Illinois”, che la sinistra politica di cui ci onoriamo di far parte, non ha mai avuto incertezze nel condannare l’adesione all’Unione e all’euro. Sa anche benissimo della frattura tra la sinistra politica e gli economisti marxisti e keynesiani,
il 9 settembre, precisamente alle ore 21:00, ci permettevamo di fargli notare la cosa, inviando un nostro commento. Questo:
«Gentile Professor Bagnai, 
Non è fare servizio alla chiarezza mischiare le carte, o il diavolo con l’acqua santa.
Che c’entriamo noi, vituperati “marxisti dell’Illinois”, decisi assertori dell’uscita ” da sinistra” dall’eurozona, dal mercato unico e, come sa, anche da questa Unione europea, con i cascami euristi della sinistra che fu?
Siamo stati noi, da lei bollati spregiativamente come “marxisti dell’Illinois”, che l’abbiamo criticata per quello che abbiamo chiamato “salto della quaglia” a destra: che c’entrano i Ferrero e gli Alfonso Gianni?
Ci fa piacere che Lei si sia sentito in dovere di risponderci, ma non faccia trucchi, non ricorra a finti bersagli, tentando di far credere ai suoi lettori che non esiste se non una sinistra schiava delle oligarchie euriste e dell’ingannevole narrazione europeista.
Noi condividiamo con Lei che l’eurozona andrà in disfacimento. Condividiamo anche, per usare un Suo concetto, che l’uscita “sarà gestita dalle persone sbagliate”. Che detto in altri termini vuol dire da frazioni della destra liberista della classe dominante—il liberismo, come ben sa, può ben coniugarsi con un sovranismo puramente monetario, ovvero di facciata.
Non è solo questione di scala mobile e di controllo sui movimenti dei capitali quindi. E’ che mentre Lei teorizza che non resta che mettersi al servizio delle “persone sbagliate”, noi non riteniamo inevitabile questo esito e vogliamo anzi combatterlo, chiamando il popolo alla sollevazione.
La lotta di classe, ricorda?». 
Ovviamente il nostro commento è stato censurato. Si sapeva che nel suo blog non c’è diritto alcuno di cittadinanza per critiche di qualche tipo.
Ma torniamo al punto. Perché mai Bagnai gioca sporco non volendo distinguere, diciamo così, la sinistra buona da quella cattiva? Da quella che subito gli aprì le braccia da quella che lo considerava un economista di provincia?

Non ci interessa fare introspezioni sulla psicologia del personaggio. Come dice Lui noi uniamo i puntini e, unendoli, viene fuori che Bagnai non ha solo rotto tutti i ponti con la “sinistra buona” e gli economisti di sinistra. Egli ha fatto una scelta di campo, decidendo di affratellarsi con economisti di destra (qui in Italia Borghi Aquilini, Paolo Savona tanto per dirne due) per non parlare dei liberisti hayekiani con cui ha sottoscritto il Manifesto di solidarietà europea.

A. Bagnai a La gabbia (La7). “Tradito dall’amico Paragone”

C’è poco da scherzare quindi quando diciamo che occorre prepararsi all’eventualità di una “uscita da destra dell’euro”. L’uscita è nell’ordine delle cose e, visti i rapporti di forza tra le classi, vista la miseria sconfinata della “sinistra cattiva”, quest’uscita potrebbe essere gestita da frazioni della classe dominante, quindi a spese del popolo lavoratore. In cosa consiste questa “uscita da destra”? In  politiche di deflazione salariale in nome della competitività, nel taglio della spesa pubblica, nell’accentuazione di privatizzazioni e liberalizzazioni per onorare il debito con la finanza predatoria, estera e italiana. Vogliamo essere più espliciti: è di sinistra un’uscita che conduce allo sganciamento dal quadro neoliberista, quindi alla disdetta del Trattato di Maastricht, alla rottura col mercato unico europeo e la stessa Unione.
Siamo ben consapevoli che non esiste a tutt’oggi una forza politica che impugni questa battaglia. Abbiamo in altre occasioni affermato che, nei tempi stretti della crisi, è il Movimento Cinque Stelle che dovrebbe raccogliere questa bandiera, costruendo un fronte ampio sovranista. Alcuni segnali in questo senso sono giunti, ma sono ancora troppo deboli. Di una cosa siamo sicuri: o M5S si decide a compiere questo passo oppure si autodissolverà. Di una seconda cosa, infine, siamo sicurissimi, che una svolta simile passa necessariamente attraverso la porta stretta della sollevazione popolare, poiché nessun governo d’emergenza potrà reggere l’urto dello scontro solo contando su eventuali maggioranze elettorali.
Le due soluzioni principali hanno evidentemente le loro varianti. Quella di destra, ad esempio, oltre alla torsione liberista, potrebbe avere anche una variante lepenista (quella apertamente fascista ci pare altamente improbabile), ovvero statalista, protezionistica, razzista, reazionaria. In linea teorica questo è plausibile, anche se in Italia una destra lepenista è solo in fasce —vedi la neonata aggregazione Prima l’Italia, che parrebbe ricongiungere due camerati ben noti, Storace e Alemanno, i quali parlano apertamente di sovranità monetaria e che si troveranno il 12 ottobre a convegno a Roma per costruire un nuovo partito politico.
Tra queste varianti c’è infine, passateci l’ironia, quella “di centro”. Di che bestia si tratta?
Non c’è solo Bagnai a dire che non ci sono le uscite di sinistra o di destra, che c’è solo l’uscita. Questa idea viaggia negli ambienti sovranisti che institono col ritornello oramai stantio che non esistono più né destra né sinistra.

Parliamo di numerose associazioni venute comparendo negli ultimi due anni. Queste correnti sono l’espressione politica della piccola e media borghesia, in primis della piccola e media industria imprenditoriale. Che queste classi, spappolate dalla crisi sistemica, stiano voltando le spalle alla loro sponda politica berlusconiana e vadano abbracciando posizioni sovraniste, è certo un fatto positivo. Il fatto è che queste frazioni di piccola e media borghesia sognano il ritorno al piccolo vecchio mondo antico dell’Italia democristiana.

Stefano D’Andrea

Il tentativo più nobile e forse politicamente più avanzato, in questo senso, è rappresentato dall’Associazione Riconquistare la Sovranità, guidata dall’amico Stefano D’Andrea. Ars tenta appunto di dare rappresentanza politica a questa borghese coscienza infelice, o alla nostalgia della Prima Repubblica.
Consigliamo di leggere l’ultimo intervento di D’Andrea. Il titolo è perentorio quanto infelice:
L’antifona è perfettamente conincidente con quella di Bagnai: si gettano nella spazzatura tutte le sinistre, tutte condannate come filo-capitaliste. D’Andrea sa bene che non è così. E allora perché scrive queste scempiaggini? Evidentemente perché, strabico come Bagnai, guarda a destra e,  per portare a destra la sua associazione, deve inculcare nei suoi associati l’idea che non esiste alcuna sinistra buona.
Così D’Andrea dice che Ars non si considera né di destra né di sinistra, che i concetti di sinistra e destra sono orpelli ideologici sorpassati. L’11 settembre scorso sul sito di Ars, rispondendo ad un critico, si poteva leggere: «L’ARS non è bipartisan e non si finge bipartisan. E se giudicata assumendo come criteri la sinistra, il centro e la destra degli ultimi venti anni, non è né di sinistra, né di destra, né di centro».
Come fa il D’Andrea e non avvedersi che suona lo stesso spartito dei nemici che dice di voler combattere? Dei neoliberisti, degli euristi, degli affossatori della Prima repubblica che lui tanto rimpiange?
Ars vuole l’uscita dall’Unione e dell’eurozona. Ma per quale modello di paese? D’Andrea la butta in caciara, dicendo che a lui non interessano… le ideologie. Ma stiamo scherzando? Parlare di modelli di società e di civiltà è forse “ideologia”? Come può una forza politica pretendere di chiamare il popolo ad afferrare nelle sue mani le sorti del paese essendo reticente su che tipo di società andrà costruita?
In verità, come sempre accade, dietro al rifiuto dell’ideologia, c’è un’ideologia eccome, c’è sempre lo stilema di un modello di società. D’Andrea afferma che Ars anela ad  “un’economia sociale e popolare”. (???) Ma sentiamo:
 «Infine, perché, distrutta l’Unione europea, pur immaginando che vadano al potere forze che attuino la Costituzione economica in modo blando e persino contrario al fine della piena occupazione e della tutela del lavoro, i poteri riconquistati dallo Stato, seppur inizialmente non esercitati, proprio perché ormai poteri disponibili, ben presto sarebbero presi in considerazione anche da forze moderate e sarebbero esercitati, come li esercito’, alla resa dei conti nemmeno in maniera tanto blanda, la Democrazia Cristiana».
In buona sostanza Ars vuole un capitalismo di stato, non è chiaro se in salsa dorotea o fanfaniana.
Non fu dunque per sbaglio se nel dicembre 2011 la strada nostra e quella dell’amico D’Andrea si divisero. Adesso sarà chiaro, non solo a noi, perché egli non voleva né tenere ferma la stella polare del socialismo come alternativa di società e di civiltà, né accettava l’idea che occorreva una sollevazione popolare per rovesciare l’ordine di cose esistente. Di mezzo c’è una questione nient’affatto astratta o ideologica, ovvero se dovremo agire nel senso di aiutare il capitalismo ad uscire dalla sua crisi, tornando dunque alla vecchia merda, oppure se, dopo l’ennesima dimostrazione del suo fallimento, non si debba finalmente fuoriuscire dal capitalismo stesso, pur coi passaggi di fase e i sacrifici che saranno richiesti.