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BIELORUSSIA: CHI FOMENTA COSA? di Maurizio Vezzosi

Migliaia di persone sono accampate da giorni nei boschi in cui il filo spinato segna il confine tra Bielorussia e Polonia. Stando a quanto riportato dalla Croce Rossa di Minsk, i morti tra le persone arrivate in Bielorussia per tentare di raggiungere l’Europa occidentale sarebbero già almeno dieci.

La Polonia sembra rifiutare qualunque assunzione di responsabilità che non riguardi la militarizzazione del lato della propria frontiera e la reazione violenta ad ogni tentativo di sconfinamento, vietando a civili – ergo, a giornalisti e membri di organizzazioni umanitarie – di avvicinarsi legittimamente al confine.

L’atteggiamento dei vertici di Varsavia sembra ignorare in toto i risvolti dell’emigrazione che nel corso degli anni novanta ha portato decine di migliaia di polacchi a trasferirsi all’estero, ed in particolare in Italia: del resto, è ben noto come Varsavia rifiuti di condividere gli oneri della politica migratoria con i paesi dell’Unione Europea più esposti ai flussi – come l’Italia – benché il suo bilancio polacco tragga enormi benefici dal sostegno economico di questi.

La crisi rappresenta l’ultimo atto della frizione cronica tra Minsk e Varsavia: una contrapposizione riemersa sin dagli anni novanta con il collasso dell’Unione Sovietica.

A dare man forte alle forze armate polacche sarebbero arrivati dall’Ucraina almeno 150 paramilitari dell’organizzazione neofascista “Corpo Nazionale”: il loro arrivo sarebbe stato coordinato tra le autorità ucraine ed il Ministero degli Esteri di Varsavia.

Medycy na granicu (in polacco: Medici sulla Frontiera), tra le principali organizzazioni non governative attive nel sostegno umanitario a ridosso del confine polacco, denuncia di aversi visto negato il permesso di lavorare regolarmente da parte delle autorità polacche e di aver subito sabotaggi ed intimidazioni ad opera di ignoti.

La reazione dei vertici bielorussi al tentativo di isolamento politico e di soffocamento economico è stata risoluta, e a tratti spregiudicata: facilitare l’arrivo di alcune migliaia di siriani, afghani, curdi, iracheni in Bielorussia ha permesso a Minsk di toccare i nervi dell’Unione Europea, palesando nuovamente le evidenti contraddizioni di quest’ultima, anche sul tema dei flussi migratori e della gestione di questi.

Il momento in cui questa crisi si apre è tutt’altro che casuale: a poche settimane dal G20, mentre ancora la nuova condotta del gasdotto North Stream 2 attende il nulla osta – politico – per cominciare a pompare gas russo verso la Germania senza attraversare l’Ucraina. Un momento in cui la Germania si trova a fare i conti con la fine dell’era Merkel sospendendo una decisione già presa – quella del North Stream 2 -. Mentre gli Stati Uniti si uniscono alle accuse di Bruxelles contro Minsk e Mosca, Vladimir Putin alza le spalle, suggerendo all’Unione Europea di confrontarsi direttamente con Lukashenko per risolvere la controversia.

La crisi di Bialowiza potrebbe finire per coinvolgere in modo rilevante anche le poco distanti Lituania e Ucraina, quest’ultima già alle prese con una pesantissima situazione sul piano economico, politico e militare. La Lituania, con il sostegno dell’Unione Europea, già sul finire della scorsa estate aveva provveduto a blindare massicciamente il proprio confine con la Bielorussia.

Nei confronti di Minsk, rea secondo Bruxelles di aver costruito a tavolino la crisi migratoria, sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione Europea, sanzioni alle quali Minsk conta di rispondere simmetricamente.

Lo scorso maggio Minsk costrinse un volo Ryanair che stava attraversando il proprio spazio aereo ad un atterraggio non previsto con l’obiettivo di arrestare un paramilitare neonazista, descritto in Occidente come un oppositore democratico. Questa scelta è valsa alla Bielorussia un pesante inasprimento delle sanzioni che già le erano state imposte a seguito delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020. Tra queste, il divieto di sorvolo totale sullo spazio aereo dell’Unione Europea per la compagnia di bandiera Belavia e l’isolamento pressoché totale della piccola repubblica ex sovietica nei rapporti con l’Occidente.

Solidarizzando con Varsavia, l’Unione Europea ammette che i flussi migratori – siano questi prevalentemente fisiologici o prevalentemente indotti – possono costituire uno strumento di guerra ibrida. Malgrado ciò, la Turchia è stata massicciamente finanziata da Bruxelles per limitare l’accesso alle proprie frontiere a milioni di siriani, iracheni, afghani intenzionati a raggiungere l’Europa occidentale: un trattamento difficilmente sovrapponibile con quello riservato alla Bielorussia.

In una certa misura, la crisi giova ai vertici polacchi sia sul piano interno che sul piano internazionale: nelle spoglie di vittima delle trame di Minsk e Mosca, Varsavia punta a migliorare ulteriormente la propria rendita di posizione. Poche settimane prima dell’inizio della crisi di Bialowiza, il Tribunale costituzionale polacco ha dichiarato illegittime alcune disposizioni del Trattato dell’Unione Europea, in quanto incompatibili con la costituzione polacca. Di risposta, Ursula Von der Leyen ha minacciato di tagliare il sostegno economico dell’Unione Europea a Varsavia, scatenando una reazione scomposta da parte del primo ministro Mateusz Morawiecki.

Mentre i risvolti della crisi di Bialowiza restano incerti, la Polonia e l’area baltica si confermano, insieme all’Ucraina, pilastri della strategia statunitense volta a dividere lo spazio continentale, mantenendo costante l’instabilità sul limes russo-americano.  Una strategia favorita dal rinnovato tentativo di Bruxelles di isolare un paese-cerniera dello spazio continentale come la Bielorussa: un tentativo che trascina lo spazio continentale e mediterraneo nel vicolo cieco dei doppi standard e della logica suicida dei meccanismi sanzionatori.

* Fonte: LA FIONDA




IL PNRR SPIEGATO IN 6 PARTI a cura di Stefano Beneforti

ABSTRACT

I prestiti e le sovvenzioni che arriveranno in Italia con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) non sono un regalo, ma hanno bensì lo scopo di orientare le scelte economiche fiscali e sociali nella direzione indicata dalla UE, con il suo green deal, e imprimendo un forte impulso alla digitalizzazione del paese, indirizzandolo verso la ristrutturazione dell’intero sistema economico e sociale mondiale secondo l’idea del Grande Reset immaginato a Davos all’Economic World Forum del 2021.

Quando il green deal europeo fu presentato, fu subito evidente che, soffriva della mancanza di fondi per essere attuato, ma il fortuito o meno verificarsi della pandemia ha permesso di progettare un piano di finanziamento della ripresa delle economie dei paesi colpite dai fermi imposti dai vari governi.

Con la scusa della solidarietà tra paesi membri veniva così ridato fiato all’ambizioso programma iniziale, e senza spendere un euro, trattandosi di finanziamenti, che per la prima volta la UE va a reperire  sui mercati internazionali, e di sovvenzioni finanziate dagli stessi paesi membri mediante contribuzioni aggiuntive.

Con il PNRR vengono inoltre ad essere cedute le ultime quote di sovranità residue, riducendo ulteriormente la rappresentatività delle istituzioni democratiche, sempre più ridotte a mere ratificatrici delle decisioni prese in altre sedi.

Per adesso, nelle attuali condizioni, con un governo saldamente in mano ad uno dei massimi rappresentanti della finanza internazionale, non è possibile fare niente di concreto per fermare tutto questo, ma è perlomeno necessario avere una idea di cosa è realmente il PNRR e di come esso influirà sulla vita economica e sociale dell’Italia nei prossimi anni.

A tale scopo, basandosi sulle norme e sui regolamenti UE, è stata quindi condotta una analisi delle caratteristiche tecniche del Next Generation UE, lo strumento finanziario sulla base del quale gli stati membri UE possono chiedere i finanziamenti/sovvenzioni e una analisi del documento del PNRR Italiano, con il quale tali fondi sono stati richiesti, proseguendo poi con l’analisi delle condizionalità, tutt’altro che secondarie, che questo strumento comporta e delle ricadute che avranno sulle PMI, sul lavoro e sull’occupazione.

Le analisi condotte mostrano che il PNRR non è per niente un jackpot, come molti ritengono e propagandano, ma uno strumento attraverso il quale saranno erosi gli ultimi scampoli di sovranità per realizzare un programma perfettamente allineato al Grande Reset a totale carico della cittadinanza, che attraverso le condizionalità sarà obbligata a pagarne integralmente i costi.

Infatti i prestiti e le sovvenzioni ottenute dovranno essere  impiegati in massima parte per soddisfare le rigide indicazioni impartite della UE (soprattutto riguardanti il green per non meno del 37% e digitalizzazione per non meno del 20%,  temi facenti parte dell’agenda del Grande Reset), sottomettendosi ad altrettanto rigide condizionalità (con gli accordi del Luglio 2021 sono stati contatati 528 tra traguardi e obiettivi da soddisfare per ottenere le erogazioni) le quali, ammantate di tanti buoni propositi, ma che realtà comportano maggiori tasse e tagli ai servizi per soddisfare ai vincoli di bilancio, alla liberalizzazione dei subappalti per favorire la concorrenza e al perfezionamento del recupero crediti da parte delle banche, non potranno avere che effetti nefasti sulla economia italiana, già devastata da decenni di privatizzazioni, tagli ai servizi e carichi fiscali eccessivi, esasperati dalle soluzioni suicide adottate nell’ultimo anno e mezzo per contrastare la crisi pandemica, decimando le PMI e creando ulteriore disoccupazione e povertà.

Tutte queste considerazioni, mostrano il PNRR per quel che è, e hanno quindi portato a tentare di elaborare una possibile, seppur parziale, alternativa, focalizzata sul soddisfacimento di alcuni bisogni reali del paese, sicurezza del territorio, mobilità e accesso alle risorse primarie, da finanziare evitando l’intermediazione della UE.

CONTENUTI SIX PACKS

PACK I: Il Next Generation UE (NGEU)

Il Next Generation UE, è uno strumento finanziario della UE composto da finanziamenti e sovvenzioni articolato in vari fondi tra i quali il Recovery Fund, nato per favorire la ripresa dell’economia dei paesi membri danneggiate a seguito della emergenza pandemica del Covid.

Il PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è il programma sulla base del quale i paesi membri possono richiedere i finanziamenti e le sovvenzioni previste con l’NGEU.

Nel PACK I si andrà ad analizzare come è strutturato l’NGEU, descrivendone la genesi, le motivazioni ufficiali e i meccanismi di assegnazione dei fondi ai singoli stati membri.

PACK II: PNRR: Il documento

Il Piano Nazionale di ripresa e Resilienza PNRR è il programma con il quale ogni singolo stato, in linea con il regolamento dell’NGEU, motiva la propria richiesta di fondi.

Nel PACK II, sarà illustrata l’articolazione del PNRR italiano.

PACK III: PNRR: Le condizionalità

Le condizionalità sono tutte quelle norme contenute nel regolamento dell’NGEU, alle quali gli stati membri dovranno aderire affinché le rate previste siano erogate.

Molte di queste norme sono in chiaro e consistono in riforme da introdurre negli ordinamenti dei singoli stati, mentre altre condizionano l’erogazione dei fondi al soddisfacimento delle raccomandazioni specifiche per paese membro, attualmente sospese fino al 2023, che riguardano essenzialmente le politiche fiscali e di bilancio dei singoli stati.

Nel PACK III, si andrà a considerare quali sono sia le condizionalità in chiaro sia quelle derivanti delle raccomandazioni specifiche per i singoli stati.

PACK IV: PNRR: Lavoro, PMI e occupazione

Le condizionalità che l’Italia dovrà soddisfare per ottenere l’erogazione dei fondi, hanno delle ricadute su lavoro, PMI e occupazione, che non vengono evidenziate nel PNRR.

Nel PACK IV, si analizzerà come il PNRR, contravvenendo alle sue stesse previsioni, è in realtà uno strumento che prosegue nelle politiche di distruzione sistematica del tessuto industriale ancora esistente in Italia, con le conseguenti ricadute negative su lavoro e occupazione.

PACK V: Considerazioni finali

L’NGEU e il relativo PNRR sono la conseguenza dello Shock che l’emergenza Covid ha provocato, per fare rientrare le politiche economiche europee nell’ambito del Great Reset.

Nel PACK V, si cercherà di sviluppare questa intuizione, andando a vedere come l’impatto del Covid sull’economia poteva essere diversamente gestito

PACK VI: Una possibile alternativa al PNRR

Una volta definita la visione generale dello sviluppo che si intende dare il paese basata sulla centralità del benessere dei propri cittadini, sarà possibile definire anche le priorità da dare ai singoli settori o temi.

Nel PACK VI, sarà riportato un progetto di investimenti prioritari relativi al solo tema dei lavori pubblici che sto’ sviluppando

SIX PACKS SINTESI 

Sono qui raccolte le considerazioni finali relative a ciascuno dei 6 PACKS precedenti.

Stefano Beneforti (Agosto 2021)

Fonte: www.liberiamolitalia.org




SACRIFICI IN ARRIVO PER L’ITALIA di Leonardo Mazzei

Sacrifici in arrivo per l’Italia

Sacrifici in ogni caso. Ma sacrifici pesanti e concentrati, o sacrifici più leggeri ma spalmati all’infinito nel futuro dell’Italia? Su questo mortifero dilemma discetta Federico Fubini sulle pagine del Corriere della Sera.

Il suo editoriale parte da un dato di fatto. In materia di debito pubblico nell’Ue si confrontano due partiti, quello dei “falchi” e quello delle “colombe”.  Il primo stanziato a nord, il secondo al sud. Partiti che rispecchiano ovviamente le opposte esigenze delle rispettive economie.

Per Fubini la linea dura verrà riproposta, ma essa non sarebbe più egemone a Bruxelles, anche perché difficilmente applicabile nel contesto attuale. Da qui la sua certezza sul fatto che le regole europee verranno riscritte, concetto ripreso direttamente da alcune recenti affermazioni dello stesso Draghi.

Già, verranno riscritte, ma come? Sul punto l’editorialista del Corsera accenna a quella che sarebbe la proposta di revisione del Patto di stabilità del governo italiano. Essa si baserebbe su due pilastri: l’emissione di debito comune nei momenti di crisi; l’impegno ad una spesa pubblica in discesa nelle fasi di crescita. Ovviamente si tratta di uno schema generale, i cui meccanismi andrebbero poi precisati nelle solite estenuanti trattative brussellesi. Laddove, si sa, il diavolo si nasconde sempre nei dettagli.

Detta così la proposta italiana sembrerebbe pure una cosa di buon senso. Spendere per reagire alle recessioni, risparmiare quando ve ne sono le condizioni. Perfino troppo banale, visto che si tratterebbe soltanto del ripristino delle normali politiche anticicliche, che solo la follia monetarista dell’ordoliberismo tedesco ha impedito di applicare nell’ultimo trentennio.

Questa proposta, che peraltro troverà molti oppositori sul fronte UE, è tuttavia molto debole su quello del risultato economico che potrebbe comunque produrre per l’Italia.

In eurolandia il debito comune resta un tabù

Sul lato europeo non è difficile immaginare come entrambi i pilastri della proposta illustrata da Fubini siano destinati a trovare una forte opposizione. Il nuovo meccanismo di modulazione del deficit equivarrebbe alla fine conclamata del Fiscal compact, mentre il tabù del debito comune non è certo stato superato con i meccanismi del Recovery Fund, adesso ridenominato Next Generation Eu (NGEU). Meccanismi che prevedono sì una certa quota di debito comune, ma solo in virtù dell’emergenza sanitaria e soltanto come misura temporanea, dato che (non scordiamolo mai) quei soldi andranno restituiti sia in quanto prestiti, sia con una gigantesca partita di giro tra gli stati “beneficiari” e l’Unione Europea.

E’ vero che il Fiscal compact non ha mai funzionato a regime, per il semplice motivo che così com’è stato congegnato non avrebbe mai potuto funzionare. Ma è altrettanto vero che esso è stato un potentissimo strumento di pressione per costringere comunque gli stati più indebitati a violentissime politiche recessive. La Germania sarà disposta a rinunciarvi? Difficile crederlo.

La cosa più probabile è dunque un’altra. Alcuni stati, tra i quali l’Italia, proveranno ad ottenere qualche risultato, si aprirà una lunga trattativa alla fine della quale tutti canteranno vittoria pur senza aver cambiato granché. E’ questo, da sempre, il modo di procedere dell’UE. Difficile pensare che muti adesso.

Una stagnazione infinita targata Draghi

Se grandi cambiamenti in sede europea sono da escludere, ancora più importante da sottolineare è la scarsa consistenza dell’ideona prodotta dal governo Draghi. Immaginare di poter uscire da una crisi in atto da 13 anni senza una reale inversione della politica economica è una cosa che non sta in piedi. Pensare di ricominciare ad abbattere la spesa pubblica al primo segnale di crescita del Pil significa adattarsi alla prospettiva di una stagnazione infinita. Mentre ipotizzare di stabilizzare il debito solo con improbabili programmi di “debito comune” equivale ad aggirare il tema della sua necessaria ristrutturazione, a partire dalla cancellazione di quello detenuto dalla Bce tramite Bankitalia.

La narrazione oggi dominante ci parla di una grande ripresa in corso. Peccato sia una balla. Ogni dato economico, frutto dell’inevitabile rimbalzo dopo l’abisso toccato nel 2020, viene enfatizzato in nome del Salvatore Draghi. In realtà le previsioni – peraltro sempre a rischio di nuove chiusure Covid – ci parlano di un ritorno al Pil del 2019 solo a fine 2022. Ma il Pil del 2019 era comunque 4 punti più basso di quello del 2007! Ecco perché insistiamo sul concetto di stagnazione infinita.

Non solo, le stesse previsioni di crescita del governo per gli anni successivi, previsioni che in genere vengono sempre smentite al ribasso, sono piuttosto modeste. E modestissimo il contributo del tanto decantato Next Generation Eu, stimato ad un +0,6% annuo. Una miseria a fronte della quale verranno imposte le famigerate “riforme” volute da Bruxelles, da quella della giustizia a favore delle banche, a quella di un lavoro sempre più precarizzato, fino ad una digitalizzazione spinta al servizio del nuovo regime autoritario che si va costituendo.

Il Fubini, che di questa trappola messa in atto dal Super-Mes denominato NGEU è ben consapevole, si guarda bene dal pronunciar parola su tutto ciò. Egli ci chiede anzi di agire come un sol uomo affinché il Piano di attuazione (PNRR) messo a punto da Draghi venga realizzato senza opposizione o critica alcuna. E questo perché gli italiani, maledetta razza inferiore di fronte ai virtuosi nordici, devono dimostrare di essere “brava gente”, cioè un popolo autolesionisticamente supino ai desiderata altrui. Lo hanno fatto di fronte alla narrazione mainstream sul Covid, lo facciano adesso inginocchiandosi davanti al Dio Europa, affinché esso non si adiri riducendoci in polvere!

La linea tedesca

Fin qui il Fubini-pensiero, mentre come andrà a finire ce lo dirà solo il tempo. Importante è avere chiaro qual è l’obiettivo tedesco. Come abbiamo già scritto più volte, esso non consiste tanto nello strangolamento dell’Italia, quanto piuttosto nel tenere il nostro Paese con l’acqua alla gola. Lo strangolamento potrebbe costringere le classi dirigenti nostrane ad un ripensamento, finendo per mettere in discussione il principale strumento del dominio germanico: l’euro. Ecco perché a Bruxelles e Berlino prediligono la seconda opzione, quella di un’Italia che non affoga alla greca, ma costantemente tenuta con l’acqua alla gola. Un Paese che non deve affondare del tutto, lasciato però senza alcuna possibilità di risollevarsi davvero.

E’ la linea che conduce appunto alla stagnazione infinita. Ed è la linea dello stesso governo Draghi, che non a caso ha collaborato attivamente all’implementazione della trappola del NGEU. Questa linea si avvale anzitutto della politica monetaria della Bce, vera padrona delle sorti del debito pubblico italiano.

Quale alternativa?

Come naturale, i media ci raccontano la leggenda di un Draghi massimo difensore degli interessi nazionali. Eroe unico nel suo genere, da sostenere con ogni mezzo e sacrificio. Intanto tacitando ogni voce critica e dissenziente.

E’ questo un frutto del regime totalitario alimentato a Covid. In realtà non sarà con Draghi che usciremo dalla crisi e dalla trappola del debito. Per provare ad uscire dalla crisi servirebbe anzitutto una Shock economy al contrario. Opposta cioè a quella teorizzata e praticata dal neoliberismo. Una Shock economy fondata stavolta sui principi costituzionali. Sull’affermazione del diritto al lavoro e ad un reddito dignitoso per tutti, come vincolo dal quale diramare ogni scelta.

Tra queste scelte, imprescindibile è quella di una consistente riduzione del debito pubblico, non da ottenersi con nuovi sacrifici per i ceti popolari, bensì con una ristrutturazione capace di colpire la speculazione, ed in particolare quella delle banche e dei fondi esteri. Di questo tema ci siamo occupati tante volte in passato e non ci torniamo sopra qui.

A tutto ciò va aggiunta un’altra e decisiva misura, alla quale abbiamo già accennato. A seguito dei vari programmi di acquisto messi in campo dalla Bce, alla fine del 2020 ben 556 miliardi del debito pubblico italiano (pari al 21,6%) era detenuto da Bankitalia. Ma poiché oggi Bankitalia è sostanzialmente una succursale della Bce, quella massa di denaro è ancora controllata da Francoforte.

Si tratta di denaro creato dal nulla, che non si vede proprio perché non dovrebbe tornare nel nulla. Chiedere l’integrale cancellazione di questo debito è perciò il minimo da fare. Ma quando, nel maggio 2018, una prima bozza di programma del nascente governo gialloverde lo propose, fu il finimondo. La bozza venne riscritta, Savona venne bloccato da Mattarella ed all’Economia andò la quinta colonna quirinalizia corrispondente al nome di Giovanni Tria.

Tutto questo solo per dire che le alternative vi sarebbero eccome, altro che pietire un po’ di “debito comune” una tantum in nome di future emergenze! Ma queste alternative sono un tabù non solo per gli occhiuti controllori della Commissione UE, ma pure per i loro sodali e complici che siedono nel Consiglio dei ministri a partire da Draghi.

Solo un governo deciso ad invertire la rotta, passando dalla difesa degli interessi dei pochi, all’affermazione di quelli della stragrande maggioranza del popolo italiano, potrebbe avere la forza di scontrarsi davvero con la cupola eurista, ponendo un chiaro ultimatum: o la fine delle politiche austeritarie o l’uscita dall’euro e dall’Unione. Chi scrive non ha dubbi sul fatto che proprio l’Italexit sarebbe lo sbocco da cui ripartire per rifondare in profondità l’Italia, lo Stato e le sue istituzioni. Unica possibilità per uscire dal tunnel della crisi e dell’impoverimento in cui sono state gettate milioni di persone.

Inutile dire che questo governo di svolta non è certo vicino. Ma proprio per questo bisogna lottare contro quello presente e per la costruzione dell’alternativa. Sarà una lotta lunga quanto necessaria, alla quale chiamare anzitutto chi si è mobilitato in questi mesi contro l’attacco al lavoro ed alla libertà.

Nel frattempo lorsignori chiederanno nuovi sacrifici. Magari non quelli immaginati dai “falchi” nord-europei, ma certo quelli desiderati dalle finte colombe alla Fubini. L’abbiamo detto all’inizio, l’unica opzione che vorrebbero lasciarci è quella tra sacrifici pesanti e concentrati, o sacrifici più leggeri ma spalmati all’infinito. Una possibilità peggiore dell’altra, con l’unica certezza in entrambi i casi di nuovi pesanti attacchi alle condizioni di vita di milioni di persone.

A tutto ciò bisognerà rispondere con un no chiaro e forte già nelle prossime mobilitazioni dell’autunno. Un no a difesa degli interessi popolari, ma anche un no che guarda ad un’alternativa fondata sull’uscita dalla gabbia europea e dal neoliberismo e ad una svolta politica, economica e sociale basata sui principi della Costituzione del 1948.




I GIOVANI E L’UNIONE EUROPEA di Filippo Dellepiane

Ecco un argomento di cui certo non è facile parlare. Proviamoci, tuttavia, con l’ausilio dei dati. Chiaramente -necessaria puntualizzazione – a differenza dei nostri nemici li utilizzeremo soltanto come rampa di lancio per una trattazione che si spera più approfondita, né banale né semplificante.

Secondo una ricerca condotta da EP-Eurobarometer – poco più del 40% dei giovani italiani ha un’opinione positiva sull’Unione Europea. A fronte, dunque, di un 60% scarso che ha un’opinione più o meno negativa sull’Europa politica. I dati sono anche soggetti alle fluttuazioni relative alla pandemia, che ha avuto il “pregio” di mostrare a fasi alterne il vero volto diabolico dell’Ue.

Visto che i dati vanno però interpretati devo subito rilevare alcune incongruenze, dalle quali possiamo iniziare un’analisi che pretende di essere un minimo dettagliata.

Anzitutto, quelle percentuali non possono essere prese troppo seriamente per alcuni motivi molto semplici: in primo luogo, la qualità del campione ed il dove -cioè in che area del continente e del nostro paese nel caso specifico – sono state condotte queste interviste. A Milano ci sarà tendenzialmente un’opinione piuttosto positiva dell’UE e dell’Eurozona. In alcune zone del Sud troveremo, in linea di massima, un’opinione negativa, in primis verso lo stato italiano e poi verso l’Ue.

Anche all’interno della stessa città possiamo talvolta trovare, dicendo il lapalissiano, alcune contraddizioni: il pariolino avrà espresso un’opinione diametralmente opposta rispetto al ragazzo inacidito di borgata. La questione è, in questo caso, economica e non certamente ideologica: scovare giovani che si schierino contro l’Ue e l’euro per questioni di altro tipo è possibile soltanto in ambienti fortemente politicizzati, dunque in una sparuta minoranza.

Brevemente? In alcuni settori della sinistra radicale e, ben più spesso, nelle aree di destra “dura”(a dimostrazione, checché se ne dica, che almeno fra i giovani esiste ancora la contrapposizione destra sinistra). Un discorso, quello della polarizzazione della critica all’Europa, comunque valido anche per i più adulti fino a poco tempo fa.

Anche negli ambienti ultra-europeisti giovanili (VOLT) viene condotta una critica serrata all’Ue per non essere abbastanza radicale e per l’“eccessivo” spazio dato agli stati nazionali.

Qual è però il dato più preoccupante? Esso consiste nel fatto che mentre il blocco degli “euroinomani” è forte e saldo sulle proprie posizioni, l’ala più “euroscettica” (chiamiamola così d’ora in poi) non ha motivazioni valide per schierarsi contro la gabbia europea: sia perché non vuole porsi il problema -ed è quindi come una persona al cospetto di una costruzione troppo più grande e potente, dentro alla quale si sente piccola ed indifesa- sia perché ha assorbito come una spugna tutto il veleno della propaganda.

E’ certamente il secondo problema ad essere il più preoccupante, perché il potere ha messo una spunta con su scritto “fatto!” accanto ai giovani. Nella lista della spesa i ragazzi sono stati certamente i più facili da trovare negli scaffali e da convincere. Come invertire questa tendenza? Credo che solo un aggravamento della situazione economica, con un relativo sconforto anzitutto dei genitori, possa scalfire almeno un minimo questo muro e portare un po’ di coscienza. Pensate, per darvi la misura della sconfitta, che la narrazione europeista si è ben infiltrata anche fra le compagini più acculturate della politica giovanile che si definiscono “anticapitalista” o “antiglobalista”. Tuttavia, una volta che nel proprio corpo è entrata la tossina, solo uno studio costante e finalizzato ad una vera comprensione della realtà può fermare la malattia.

Ad ogni modo il problema è l’attrattività: l’Unione Europea è certamente una ghiotta vasca di dolci. Dolci che, se mangiati in quantità, fanno però star male. Paragonate questo esempio triviale al classico scenario, valido fino a prima della Brexit ma che qui ci torna utile, del “lavapiatti in Inghilterra”: è stato attratto dalla City di Londra, dall’esperienza dell’Erasmus e dalle belle ragazze che si incontrano all’estero. È finito sfruttato, moralmente a pezzi o, nel peggiore dei casi, è diventato uno schiavo felice, caso in realtà molto frequente dietro al quale ci si nasconde con frasi quali “resilienza” o “la via del successo è impervia e va percorsa tutta”.

Una prospettiva euroscettica può mai essere attraente? Se mi pongo come estraneo che non conosce i meccanismi europei vi dico, senza l’ombra di dubbio, che la prospettiva di rimanere nel mio paese non è certo allettante. La strategia è stata dunque duplice: rendere arido il nostro paese, preservando solamente alcune zone produttive utili allo sviluppo dell’Eurozona, così da rendere obbligata la scelta fra la povertà qui o la fuga all’estero. Ironia della sorte? La povertà la si incontra anche all’estero, al più tardi subito dopo l’università, ma almeno sarò morto vedendo Parigi e Berlino, parafrasando la famosa frase di Goethe su Napoli.

Insomma, la contraddizione più lampante è che la maggioranza dei giovani europeisti (almeno all’apparenza) abbia validi motivi per preferire un accentramento del potere a livello europeo, mentre chi ha un’opinione negativa al progetto dell’Unione oltre a trovarsi in minoranza non sembra avere ragioni che possano sfondare e fare breccia fra i più, ma soltanto un passivo e sterile disaffezionamento per ogni tipo di ente statuario o istituzione. Quest’energia non è utile come combustile, ma al caso per costruirsi la propria torre d’avorio.

Dal grafico inoltre constatiamo come i paesi più in crisi economica abbiano, a quanto pare, fasce giovanili non certamente entusiaste dell’Unione Europea. In realtà vi sono varie eccezioni, come quello della Spagna (sic!), che ha sofferto moltissimo per colpa della recente e mai terminata crisi economica.

Come è possibile allora che questo paese si trovi fra i primi posti dei paladini dell’europeismo? Azzardo che sia dovuto principalmente al processo di terziarizzazione e turisticizzazione che avviene ormai da anni nei paesi mediterranei che fa sembrare ottima la prospettiva di un’area comune europea in cui vi sia libero scambio di persone e capitali. Un processo a cui in realtà assistiamo anche in Italia e che il grafico solo parzialmente sconfessa, poiché la realtà fattuale (e non “i dati”) ci dimostrano che il Bel Paese potrebbe essere benissimo appaiato ai primi posti, secondo il modestissimo parere del sottoscritto.

Ad ogni modo, il segnale più grave è che le colpe non sono mai imputate all’Europa dai giovani: costoro, tartassati dalle notizie dei media che denunciano proprio questo atteggiamento del “eh ma è colpa dell’Europa”, tentando di distinguersi dalla massa “degli adulti che ci hanno lasciato un mondo orribile”( cit. Greta*), con una becera, nonché qualunquista, posizione si scagliano contro le istituzioni nazionali, tirando fuori dal cappello mirabili esempi di paesi votati al progresso in altre zone dell’Unione che aderirebbero a chissà quali valori dell’Europa. Quali, di preciso, non si sa. Questo atteggiamento è in realtà frutto di una dottrina filosofica impartitaci fin da piccoli, che in piccole dosi probabilmente non sarebbe neanche nociva, secondo la quale se qualcosa non va per il verso giusto dev’essere sempre colpa nostra, dimenticando così che nella nostra vita (ma soprattutto nei rapporti fra stati) vi sono fattori oggettivi che scendono in campo e determinano situazioni ben precise. Condiamo poi il tutto con un’abbondante spruzzata di autocommiserazione, disinteresse per il proprio territorio e per la propria terra e arriviamo alla situazione odierna.

Semplice, no? Sono bastati solo quindici anni perché si garantissero potenzialmente degli “Ultras” europeisti per almeno altri quaranta.

*un’osservazione: l’utilizzo strumentale della patologia del ragazzo di Fano, la stessa di Greta Thunberg, per screditare ciò che diceva è la rappresentazione più lampante di quanto e cosa possa arrivare a fare una struttura politica.

Fonte: laprimalinea.blogspot




DRAGHI AL TELEFONO… di Leonardo Mazzei

Draghi al telefono

Draghi al telefono, un’emozione. Il 2 febbraio scorso, all’acme del suo incensamento mediatico, in uno studio de “la7” popolato da prezzolati lecchini, Bruno Tabacci fece sapere al mondo che quando Obama era in difficolta diceva ai sui collaboratori di chiamargli Draghi. “Chiamate Mario” diventò così lo spot che annunciava l’arrivo del Salvatore

Non sono ancora passati 3 mesi, ma adesso Mario ha altri interlocutori telefonici. Sabato scorso, telefono in mano e orecchio attento agli ordini, Draghi ha dovuto rimandare il Consiglio dei ministri dalla mattina al pomeriggio, poi dal pomeriggio alla sera. Solo a quel punto ha potuto far approvare ai suoi ministri il mitico e (per gli italiani) disastroso Recovery Plan, ora chiamato PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Al telefono aveva la piccola Merkel dal sangue blu, al secolo Ursula Von der Leyen.

Secondo i soliti giornaloni, sempre proni davanti a colui che Francesco Cossiga definì come un “vile affarista”, le telefonate di sabato sarebbero state addirittura una “Prova di forza con l’Europa”. Come no? Basta crederci.

A chi scrive pare piuttosto il contrario. Una straordinaria, gigantesca e plateale prova di debolezza e subalternità. A 48 ore dalla sua presentazione in parlamento, l’approvazione governativa del PNRR era ancora soggetta agli ultimi diktat di Bruxelles. Un’umiliazione senza precedenti per chi si pensava intoccabile. Ma una cosa è presiedere la Bce, altra guidare un Paese deliberatamente mandato alla rovina… Pensate cosa avrebbero scritto i giornaloni se fosse successo a Conte. Ma Draghi non si tocca, quando telefona meno che mai! Ed il servilismo è tale che a Palazzo Chigi si risparmiamo ormai anche la fatica delle solite veline.

Oggi il Piano del governo è stato approvato in fretta e furia, da deputati che non hanno avuto neppure il tempo di leggerne l’intero contenuto. Così va l’Italia commissariata dall’Ue, tanto più in tempi di Covid. Lo stato d’emergenza, formale e sostanziale, serve anche a questo.

Avremo modo di tornare sopra al PNRR. Per adesso limitiamoci alla sua funzione di fondo. Erano passate poche ore dalla sua definizione in sede europea, quando definimmo il Recovery Fund (dal quale il PNRR è scaturito) come un pericolosissimo Super-Mes. Qualcuno pensò che il nostro giudizio fosse il frutto di un’esagerazione e di un pregiudizio. Adesso, a quasi un anno di distanza, anche i cantori della “bella Europa”, sono invece costretti ad ammettere la dura realtà.

Sul Corriere della Sera di ieri, Federico Fubini ha messo nero su bianco alcune righe che parlano da sole. A proposito della emblematica giornata di sabato, il giornalista così parla delle richieste dell’Ue:

«Quelle poste dalla Commissione Ue a Palazzo Chigi per tutto il giorno in una serie ininterrotta di chiamate fino alle 20,30 di sabato sono solo le prime di una lunga serie. Durerà anni. Forse sempre con le modalità di questi giorni: acquisizione di “precisazioni” da Roma, consultazione di un quarto d’ora fra desk tecnici a Bruxelles, e nuova chiamata con nuove richieste di chiarimenti. A oltranza».

Bene, ora che sappiamo che a Roma governeranno di fatto i “desk tecnici” di Bruxelles, e che lo faranno “ad oltranza”, ci sono ancora dei dubbi sulla trappola che dal Recovery Fund ci ha portato al PNRR? Se ci sono, qualche altra riga del Fubini può servire a fugarli del tutto:

«Perché sempre più è chiaro, almeno a Bruxelles, che quelle oltre 500 schede-progetto mandate dall’Italia non sono solo la messa in musica delle 300 pagine del Piano di ripresa e resilienza. Sono di fatto il programma, già scritto dal governo a Roma e blindato nel rapporto con Bruxelles, della prossima legislatura».

Insomma, nel 2023 al massimo si voterà, ma il programma del governo che ne scaturirà è già scritto: un ottimo esempio della democrazia reale in salsa eurista.

Il Fubini è un megafono del regime, un portavoce del trasversale partito draghiano. Ma, a differenza di tanti colleghi più sfortunati di lui, egli non è deputato ad innalzare comici inni all’inesistente Europa buona e solidale. Il suo compito è più rude, ma in un certo senso più onesto. Il suo target non è la platea degli euro-ringrulliti, bensì la classe dirigente in senso lato. Affinché anch’essa capisca a dovere quali sono i paletti di un Paese commissariato.

Commissariato a tutti gli effetti grazie a un Piano che non dà all’Italia risorse nuove, ma solo prestiti da restituire. Quei soldi il nostro Paese poteva ottenerli sui mercati finanziari ad un costo sostanzialmente equivalente, ma senza condizioni politiche a cui assoggettarsi. Tecnicamente era possibile, ma ciò sarebbe risultato inaccettabile ai signori di Bruxelles, Berlino e Francoforte. Essi non temono i debiti dell’Italia, bensì un’Italia indebitata con altri che non siano loro stessi. Dunque quell’alternativa era possibile, ma non restando nell’euro. Per la banale ragione che chi l’euro lo stampa per acquistare i titoli del debito ha il coltello dalla parte del manico. Un potere di vita e di morte che l’oligarchia eurista non abbandonerà certo di sua sponte.

Da sempre uomo della grande finanza internazionale, a Draghi quel coltello va benissimo. Come va bene ai partiti che con lui governano. Per non parlare di Confindustria, che ha nel vincolo esterno l’arma decisiva per abbattere i salari. Quel coltello va bene ovviamente anche ai tanti Fubini ben retribuiti per il loro sporco lavoro.

E’ il popolo che sta protestando in queste settimane, a chi si mobilita per il lavoro, il reddito e la libertà, che spetta il compito di liberarsi da questa intollerabile minaccia. Una minaccia che lorsignori vorrebbero eterna, proprio come il loro amatissimo stato d’emergenza.




GLOBAL RESET: ISTRUZIONI PER L’USO di Umberto Bianchi

E’ proprio dell’altro giorno, l’uscita del Ministro per l’Economia Franco, allorchè durante uno dei tanti breefing ufficiali, candidamente ci metteva al corrente che, al passar della Pasqua, le cose si sarebbero man mano andate regolarizzando, le misure “restrittive” ( leggi dittatoriali…sic!) avrebbero subito un’attenuazione e, delizia delle delizie, a partire da Settembre tutti i piani di aiuto e sovvenzione, avrebbero subito un graduale, ma deciso, ridimensionamento. Una frasetta che, a prima vista, potrebbe sembrare un segnale di speranza in direzione di un ritorno alla normalità ma che, a ben vedere, nasconde un tutt’altro genere di sorprese.

Se andiamo a ben vedere, Lor Signori stanno cercando di metterci pian pianino di fronte al fatto compiuto che, passata la fase apicale della crisi sanitaria, si sarebbero cominciati a chiudere i cordoni, di quella già asfittica, borsa pubblica. La qual cosa poi, non dovrebbe meravigliarci più di tanto. Certo, a rigor di una logica che fosse volta a fare l’interesse dei cittadini, questo sarebbe il momento di aumentare ed intensificare sovvenzioni, aiuti e sforamenti di bilancio.

La distribuzione gratuita di protezioni sanitarie di ogni genere e tipo, l’erogazione a 360° di fondi e sovvenzioni per tutti i cittadini, sia sotto forma di contributi individuali mensili, che sotto forma di finanziamenti garantiti dallo Stato, all’insegna della gratuità, (sulla falsariga dell’ “helicopter money” di trumpiana memoria…), la sospensione degli obblighi fiscali per un anno ed una successiva ripartenza all’insegna di una flat tax al 10%, per almeno un triennio, dopo il quale elevare non oltre un limite del 15/20% massimo, tale aliquota.

Queste dovrebbero essere alcune delle linee portanti di un vero piano di aiuti, di una “cura da cavallo”, in grado di far ripartire il nostro paese, invertendo la pericolosa china di declino sulla quale l’Italia sembra essersi adagiata. Ma, ahimè, le cose stanno ben diversamente. Al pari di quelli del precedente esecutivo Conte, i piani del governo Draghi, danno tanto l’impressione di essere dei timidi palliativi, faticosamente approvati tra i mugugni ed i distinguo di forze politiche, la cui miglior aspirazione è quella di far pagare tutto e di più ai cittadini, come nel caso delle polemiche sull’annosa vicenda delle cartelle esattoriali, senza contare la attuale persistenza delle spese sanitarie, tutte a carico del cittadino, per mascherine, tamponi e via dicendo.

Il tutto, accompagnato da uno strano alternarsi di notizie buone e cattive, nella stessa giornata. Cala la percentuale di contagio, ma aumentano i morti, le misure saranno allentate, ma già stanno allo studio ulteriori proroghe restrittive. Se poi, qualcuno osa tirar fuori certe proposte, vi verrà risposto, con la solita italica lamentazione, che mancano i soldi, il debito pubblico è a cifre astronomiche e via dicendo. Il tutto, dimentichi dei soldi letteralmente buttati, in missioni militari all’estero, in sovvenzioni ai trafficanti di migranti/schiavi (leggi Ong…), in cooperazioni del tutto inutili e dispendiose, il tutto accompagnato da un burocratismo, ora fattosi asfissiante. Anziché efficientizzare e velocizzare i servizi di pubblica utilità, con la scusa della pandemia, si è adottato il disastroso sistema dello “smart working”, con il risultato del quasi totale fermo delle attività a tale destinazione d’uso , legate. A tal proposito, sopra tutti, l’esempio della scuola e della cosiddetta, fallimentare Dad (Didattica a distanza…).

Intanto se l’Italia piange, l’Europetta circense non ride, avendo sempre più, preso a modello l’Italia ed ancor prima, la Cina. Se in Germania, si profilano proroghe emergenziali sin ben oltre Pasqua, la Gran Bretagna del borioso Boris Johnson, si permette, con un provvedimento senza precedenti, di blindare in uscita per i cittadini, le proprie frontiere.  E così quello che, a detta dei suoi cantori, da Altiero Spinelli, da De Gasperi ad Adenauer, non senza passare per un pensatore fuor dalle righe, alla Jean Thiriart, doveva divenire uno spazio di libertà ed integrazione, si è nuovamente trasformata in una vera e propria gabbia dei popoli. La qual cosa, ci fa capire che, nuovamente, le lezioni della Storia, a poco o nulla, sono servite.

In questo caso però, a dare un tocco di lustro in più, il fatto che gli eventi che stiamo vivendo, sono il frutto di un ben preciso piano di “reset” globale. In un mondo nel quale, grazie alla progressiva interconnessione determinata dalla rivoluzione informatica, notizie ed idee hanno cominciato a circolare con una rapidità prima inconcepibile, il rischio di una quanto mai inaspettata e rapida presa di coscienza delle coscienze, a livello globale, di idee e di conseguenti, scelte non conformi, ha dato la stura ad un processo di globale inversione di quelle che sinora, rappresentavano le linee-guida di un’apparente condizione di libertà individuale.

E quella della “pandemia”, è stata la più imperdibile delle occasioni che a Lor Signori, potesse capitare. Le varie crisi finanziarie succedutesi nel corso degli anni a livello mondiale, stavano ingenerando, come abbiamo visto, delle quanto mai confuse, ma concrete istanze anti sistemiche, declinate a svariate latitudini del globo e con altrettante differenti modalità. Era dunque arrivata l’ora di un totale cambio di rotta a livello planetario.

Quello pandemico, è stato il “casus belli” che ha permesso di tener giocoforza le persone ( e le coscienze…) ferme, impaurite, rinchiuse in una specie di limbo, fatto di “restrizioni”, “isolamenti sociali”, “distanziamenti” e via discorrendo. Strano a dirsi ma, il modello occidentale, non ammette dissensi e prassi politiche “controcorrente”. Quella che per ora è la sua forza, (ma che presto o tardi si rivelerà, invece, quale suo lato debole) sta nell’unidirezionalità di un pensiero che, come abbiamo poc’anzi avuto modo di rilevare, non ammette né deroghe, nè dissensi. Per queste persone, è democratico solamente chi la pensa come loro.

Quella del “resettaggio” è una pratica volta a conseguire un definitivo allineamento delle coscienze, trasferendo la psicosi dell’emergenza e dell’insicurezza che essa genera, sul piano della normalità, sia socio-economica, sempre più favorendo i grandi raggruppamenti economico finanziari, rottamando e collocando in un ruolo quanto mai marginale, il ceto piccolo-medio, sia sul piano normativo, accelerando il processo di dismissione degli Stati in favore di anodine autorità sovra nazionali.  Queste ultime, ancor più dei singoli Stati, potranno riconfermare un’impostazione legislativa volta, a limitare progressivamente, le libertà dei cittadini, sulla falsariga di quanto ora sta accadendo in Italia ed un po’ in tutta Europa.

Il “resettaggio” globale sta notevolmente accelerando un altro fenomeno: quello del costante immiserimento delle popolazioni che, al fine di sopperire ai nuovi bisogni indotti da una società globale, in cui tutto è a pagamento, sempre più dovranno indebitarsi. Questo perché, nel nuovo modello che va profilandosi, non ci può più esser spazio per “diritti acquisiti” né, per quanto possa sembrare strano o incoerente, per opportunità, che non siano quelle di ricevere degli oboli o di indebitarsi per sostenere i ritmi vitali di una società che, per la sopravvivenza del singolo, sempre più richiede.

Dalla prestazione sanitaria, all’accesso ai servizi essenziali, sino all’aria che respiriamo, tutto dovrà essere a pagamento. Ed in questo, come al solito, il nostro paese con il suo caro-prezzi e con la sua carenza di servizi che non siano a pagamento, può esser considerato alla stregua di un vero e proprio laboratorio d’avanguardia. Ma, come in tutti i processi fisiologici (ed anche quello delle civiltà può esser considerato tale…sic!), esiste un basilare meccanismo evolutivo, che fa sì che ogni organismo vivente, porti in sé una potenziale capacità di adattamento ai continui stimoli dell’ambiente.

Dopo un iniziale shock, l’organismo sociale si adatta alla nuova situazione e genera nuove forme di protezione, assieme a nuove strategie di attacco. L’odierno tentativo di “transumanizzare” il mondo, attraverso una sempre maggior pressione tecnologica sull’individuo, tramite il suo “impacchettamento” in una dimensione di “full service”: dal vaccino, alla moneta ed al documento elettronici, sino alla osmotica e livellante onnipresenza della Rete, è destinato a fallire. Questo, grazie proprio a quella Téchne che, invece, potrebbe rivelarsi l’unico strumento in grado di svellere l’incontrastato dominio del Globalismo.

Tanto per fare un esempio, quella Rete che, a prima vista, potrebbe anche rappresentare un micidiale strumento di controllo sociale, finisce con l’assumere anche la valenza di formidabile veicolo di idee e visioni del mondo, divenuto oramai, difficilmente controllabile, proprio a causa della facilità con cui, ad oggi, si può avere a disposizione una tecnologia di interconnessione.

La Téchne, va così facendosi heideggerianamente “Ereignis”, “Evento”, tornando a dare un senso all’umana esistenza e rimettendo in moto la ruota della Storia, lasciando a bocca asciutta tutti coloro che, negli ultimi, tragici eventi, avevano creduto di cogliere l’occasione per affermare in modo incontrastato, il proprio dominio usuraio sul mondo intero.




QUALE EUROPA DOPO L’UNIONE EUROPEA – seminario di approfondimento

Sabato prossimo, 13 marzo, con inizio alle ore 15:00, si svolgerà il secondo seminario teorico-politico, organizzato da Liberiamo l’Italia. Ricordiamo ai lettori che il primo seminario — Come uscire dall’Unione europea e dall’euro — si svolse il 13 febbraio scorso.

Questa volta ci occuperemo di geopolitica. QUALE EUROPA DOPO L’UNIONE EUROPEA. PER UN’ITALIA SOVRANA IN UN MONDO MULTIPOLARE.

Interverranno analisti e storici che negli anni, con libri, saggi e articoli, hanno osservato i grandi mutamenti avvenuti nel mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il fallimento del tentativo degli Stati Uniti di stabilire un “nuovo ordine mondiale” basato sul predominio planetario americano, quindi l’avvento della Cina come grande potenza mondiale.

In molti concordano che si sta andando verso un ordine multipolare o policentrico. Ma che tipo di multipolarismo avremo? E questa transizione sarà pacifica o, al contrario, sarà segnata da nuovi e più aspri conflitti?

In questo contesto, quale sarà il destino dell’Unione europea? Riusciranno le élite eurocratiche a consolidare la Ue come grande polo imperialistico mondiale? Oppure prevarrà la tendenza alla disgregazione? E l’Italia che ruolo geopolitico potrà giocare in questa grande transizione?

Ne parleremo con Paolo Borgognone, Carlo Formenti, Alessandro Leoni, Diego Fusaro e Moreno Pasquinelli.

Il Seminario verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina facebook di Liberiamo l’Italia.

Fonte: Liberiamo l’Italia




LA CICCIA di Sandokan

Per il rotto della cuffia Conte resta in sella. Renzi, che voleva toglierselo dai piedi, ha fallito. Merkel e Macron tirano un sospiro di sollievo, e con loro il nuovo presidente americano.

Ad essi non sfugge infatti, al netto dei fattori secondari e di contorno, la ciccia. E la ciccia è ben rappresentata dal giuramento solenne di fedeltà imperitura all’Unione europea e all’alleanza atlantica, che Conte ha fatto a nome dell’accozzaglia che lo sorregge.

Qualsiasi cosa verrà fuori, rimpasto o non rimpasto, sarà un governo che per tasso di sudditanza verso Berlino, Parigi e Washington, supererà quelli che l’hanno preceduto. Così ci spieghiamo l’idea della “quarta gamba” per stampellare il governo, e poco importa se sarà, per sconcia composizione, un pornografico refugium peccatorum; Conte è stato chiaro, basta che sia di fede europeista, atlantista e anti-sovranista.

A causa della gravità della crisi, l’Unione europea rischia l’osso del collo e proprio l’Italia potrebbe innescare un’implosione devastante. Così ci spieghiamo il Recovery Fund, di cui il Belpaese, proprio in quanto anello debole della catena, è principale beneficiario.

Non si tratta solo di non lasciare maneggiare il malloppo a gente poco affidabile. La posta in palio è più grossa. Non ci sono pasti gratis. Gli “aiuti” hanno un prezzo salato. Per disporre di questi prestiti l’Italia deve promettere di rispettare durissime condizioni. Non solo un ferreo piano di rientro del debito, ma le famigerate “riforme”.

Se Conte e la sua armata Brancaleone sono riusciti a sventare l’imboscata, se hanno potuto resistere, è anzitutto per questo, perché hanno assicurato, ovviamente in segreto e nascondendolo agli italiani, il rispetto delle clausole vessatorie a cui gli “aiuti” sono condizionati.

Questa è la ciccia, tutto il resto è contorno.




IL M.E.S. PER FILO E PER SEGNO

Com’era facilmente prevedibile, anche in Senato il governo ha trovato la maggioranza per dire sì alla “riforma” del MES. A poca distanza, mentre in Senato si svolgeva l’ennesimo atto di sottomissione all’Unione europea, sfidando la pioggia e la campagna di disinformazione mediatica, duecento persone si sono radunate per dire No, per denunciare come si stesse compiendo un altro strappo costituzionale e un nuovo tradimento ai danni del popolo italiano. Malgrado il tempo inclemente è stata una manifestazione combattiva, nella consapevolezza che la battaglia decisiva sul MES deve ancora venire. La prova del fuoco l’abbiamo davanti a noi, nel caso chi si trovasse al governo chiedesse l’attivazione del MES, appunto. E sarebbe una catastrofe nazionale. Il perché lo spiega a chiare lettere il DOSSIER* che pubblichiamo qui sotto, che svela cosa il MES sia davvero e perché la “riforma” è una pezza peggiore del buco.

  1. Il contesto da cui nacque il MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mut subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste  (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare) ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la  BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011) impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere) che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

  1. Il MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108  addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27) La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e ne meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di  default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa  pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza,  come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventi un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione.

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); il MES gode infine della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili.

  1. I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finaziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo alla baccano assordante della Lega  che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero fra credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

  1. Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate come si vede come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari  a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate  CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

  1. Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz), è stato introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea, hanno già ucciso il medesimo articolo recita che “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinettti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi  e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

  1. Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere che il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile schock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

*Questo DOSSIER, curato da Moreno Pasquinelli, venne diffuso nel dicembre 2019 dal Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia in occasione del presidio che si svolse il 6 dicembre sotto Montecitorio.

Fonte: Liberiamo l’Italia




SOVRANISMO EUROPEO? di A. Vinco

Paris consensus tra Mosca, Pechino e Washington: l’Europa alla prova di Biden

Marta Dassù, riferimento europeo di Aspen Institute, focalizza da settimane il futuro euroatlantismo della presidenza Biden. In un commento di lunedì 30 novembre 2020 su “la Repubblica”: “L’Europa alla prova di Biden” , l’analista sviluppa significativi concetti geoeconomici e geopolitici. In una lunga intervista rilasciata al think tank “Le GrandContinent”, lo scorso 16 novembre, Emmanuel Macron lancia un sovranismo europeo, neostatalista e solidaristico, critico verso il liberismo globalista del “Washington consensus”, che definisce storicamente superato. Il presidente francese, per taluni versi, si colloca sulla scia di Vladimir Putin, il quale nel giugno 2019 nella intervista al “Financial Times” definiva conclusa l’epoca storica liberale ad egemonia occidentale.

Il liberismo tecnocratico globalista contro le democrazie autoritarie

La Dassù legge la proposta di un Summit delle democrazie che la presidenza Biden intenderebbe mettere sul tavolo nei suoi primi 100 giorni, riunendo gli Stati Uniti con i paesi chiave dell’Europa e con le democrazie “indo-pacifiche” come una agenda di “difesa della democrazia da tendenze illiberali, interne e esterne”. I consiglieri di Biden guardano infatti agli anni ’30 del secolo scorso, con le democrazie plebiscitarie antiliberali (Schmitt) di Italia, Germania e Giappone che si insubordinarono eversivamente ad una egemonia globalistica atlantica che la Prima Guerra aveva in teoria legittimato: “La sfida di questo secolo torna a assumere i tratti della competizione ideologica fra sistemi rivali, aggiornata dal peso dell’interdipendenza economica, dal ruolo dei media e delle tecnologie” sostiene la Dassù, analizzando la prospettiva dei consiglieri di Biden. La supremazia tecnologica, a cui la Cina aspira, è così considerata più una manifestazione di potenza politica social-confuciana e “neo-prussiana” che una forma di tecnocrazia. La stessa elite euroatlantica, a cui la Dassù appartiene, manda in frantumi l’indirizzo economicista sul quale ha poggiato sino a oggi l’Unione Europea a trazione ordoliberistica.

La sfida tra ideocrazie del XXI secolo

L’americanismo vinse sulle democrazie plebiscitarie corporative degli anni ’30 non tanto, o comunque non solo, per la bomba atomica e per il maggior numero di portaerei che riuscì mettere in campo, ma – almeno a nostro avviso – perché seppe allora ben esprimere la logica del “destino manifesto” nella dinamica dell’accumulazione livellatrice del profitto su scala collettiva planetaria. Vinse poi sull’Unione Sovietica poiché quest’ultima, accettata ingenuamente la sfida sul piano tecnologico e economicistico, rimase molto indietro nel dominio cibernetico. L’americanismo fu quindi una idea fondamentale del XX secolo, al pari di comunismo e fascismo. L’ideocrazia americanistica, che nel ‘900 si è identificata storicamente con il liberalismo, vinse perciò perché fu un’idea che illuse e affascinò almeno tre generazioni mondiali. La grande narrazione ha funzionato sino all’11 settembre 2001; dopo il crollo delle altissime torri, quella spinta ideale ha finito per esaurirsi. La Dassù precisa che oggi l’Europa stessa, e quella occidentale e quella di Visegrad, non intenderebbe più seguire Biden nella sua battaglia per la diffusione globalista del liberalismo: “L’ultimo presidente a parlare di diffusione della democrazia fu George W. Bush, con i risultati che conosciamo. Non solo: la maggioranza dell’opinione pubblica europea esprime ormai scarsa fiducia nel modello di democrazia degli Stati Uniti”. Il passo successivo è che il modello cinese, il modello russo o il modello turco, modelli di “democrazie protette” socialmente antiliberiste, ancora prima che non liberali, finiscano per riscuotere più fiducia presso le maggioranze silenziose europee. Non è un caso che nei “sondaggi geopolitici” postCovid sviluppati dai siti di ricerca per le istituzioni italiane, Cina e Russia godano di più benevola fiducia rispetto agli Usa e alla stessa Unione Europea. Biden o Trump, la sostanza non cambia, il mondo è in piena e matura “recessione liberale”.

Morte cerebrale della UE?

In questo contesto, con Biden già dato per prossimo alla Casa Bianca, è arrivata l’intervista sovranista e “antiamericana” del presidente Macron. E’ vero quanto sostiene la Dassù: “la Francia si sente comunque l’alter ego degli Stati Uniti”, ma è anche vero che la UE, al di fuori di quella che Schauble era solito definire la transreciprocità transatlantica (1), perde la sua storica ragion d’essere. Macron ha spesso sostenuto, non a caso, che l’Unione Europea ha perso lo scopo politico del suo progetto, “pesandosi sempre più come un mercato, con una teleologia che ne era l’espansione”. Come noto, il presidente francese non si nascende, attacca da anni l’economicismo ordoliberista europeista rappresentato dalla Merkel. I nodi stanno arrivando al pettine? L’esigenza di autonomia strategica e tecnologica europea richiede, per l’elite francese, un bilancio realista della Alleanza Atlantica: “Ciò che che stiamo vivendo è la morte cerebrale della NATO, proprio sul piano strategico e politico” disse all’ “Economist”Macron nell’ottobre 2019. Il leader di “En Marche” tira di nuovo fuori il multipolarismo subito dopo la proclamazione di Biden presidente, affermando la sovranità assoluta del Consenso Francese nella collaborazione e nella reciprocità con Pechino e con Mosca. D’altra parte, “GermanWaterways and Shipping Autority Straslund” ha pubblicato il 27 novembre l’avviso che stanno ripartendo i lavori, di intesa con Mosca, per completare gli ultimi 150 km del gasdotto Nord Stream 2, considerato sia dall’amministrazione Trump sia da quella Biden una autentica linea rossa. Il multipolarismo batte anche alle porte della Unione Europea: il partito francese si propone come il partito del nuovo statalismo sovranista e dell’imperialismo europeo nella nuova sfida tra ideocrazie, rispetto al classico ordoliberismo economicistico e mercantilistico di Berlino. Macron accarezza anche sogni di autarchia e di più radicato protezionismo europei, sull’esempio di Pechino e Mosca. Beninteso, a dispetto della propaganda liberoscambista, Bruxelles è già strategicamente protezionista, ma l’elite dell’Eliseo intende sviluppare una strategia di vera e propria politica economica statalista e antiliberistica. Sono prove tattiche di fronte a una doppia via strategica: o si affermerà la linea integrazionista e imperialista eurofrancese e neo-gollista o l’Unione Europea, eterodipendente dai volumi digitali e commerciali cinesi, rischierà seriamente la frattura strategica.   

NOTE

E’ significativo che lo stesso Schauble, il 16 novembre, presso il Ministero della cultura della Repubblica federale abbia partecipato a un simposio geoeconomico: “La fine del secolo americano”. In quel contesto, il presidente del Bundestag ha difeso il diritto tedesco alla relazione geoenergetica e geoeconomica con Mosca, con Ankara e con Pechino.