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THIERRY MEYSSAN, L’AFGHANISTAN, I COMPLOTTI

Riceviamo da un nostro lettore e volentieri pubblichiamo

Thierry Meyssan è un analista di punta dell’area cosiddetta antimperialista, il cui ultimo libro “Sotto i nostri occhi. La grande menzogna della Primavera Araba” è stato pubblicizzato e introdotto in lingua italiana non solo dal nostro indimenticato amico G. Chiesa ma anche dal conservatore Reaganiano filostatunitense Germano Dottori, analista, scrittore di “Limes” e autore di un importante saggio su “La Visione di Trump”. Meyssan, il 19 agosto, ha dedicato un articolo alle note vicende afghane. Tale articolo apre il campo a una serie di domande senza risposta. Ci soffermiamo su Meyssan in quanto è un militante “antimperialista” coraggioso che ebbe nel passato i suoi spunti geniali, che fu per noi un riferimento, ma che si limita sempre più, in tempi recenti, a ripetere lo schema secondo cui la Fratellanza Mussulmana è il male principale e assoluto.

La tesi centrale del Meyssan è appunto la medesima che ripete negli ultimi anni. La Fratellanza Musulmana, nelle sue varie sezioni geografiche o regionali, è stata uno strumento della Lega AntiComunista Mondiale ieri, del Partito Democratico Americano e del Deep state angloamericano oggi. Osama Bin Laden e i vertici di Al Qaeda sarebbero niente altro che agenti di questa cerchia oligarchica. La guerra di liberazione del popolo Afghano contro l’invasione sovietica, un fenomeno epocale che mobilitò e sconvolse allora tutto il mondo delle Relazioni Internazionali, con l’Irak di Saddam e la Libia di Gheddafi in sostegno dell’Armata rossa e l’Iran di Khomeyni o la Cina di Deng o la Romania Socialista di Nicolaie Ceasescu in sostegno dei Mujaheddin, è ridotta dal Meyssan alla stregua di un complotto di agenti segreti di uffici segreti fondati qua e là in giro per il mondo da Bin Laden. Il Meyssan peraltro non specifica, né lo ha fatto in passato, la fortissima lotta di frazioni dell’intelligence americana e del Pentagono sul sostegno da accordare ai Mujaheddin e al “Risveglio Islamico” dell’epoca, elemento questo, ben sviscerato ad esempio da Lawrence Wright e dal Kiessling autore di un fondamentale studio sulla Fede, l’Unità e il cameratismo dell’ISI Pakistano (Inter-Services Intelligence), studi che ci permetterebbero oggi di comprendere l’11 settembre 2001 al di là della finta contrapposizione epistemologica tra complottisti/anticomplottisti. Poiché se è vero che talune frazioni militari statunitensi sostennero il “Risveglio Islamico” in una logica antimarxista, ma di certo non lo crearono, talune voci profetiche del mondo militare e finanziario degli USA e del Partito Democratico (il partito dello Stato profondo) sostenevano allora che l’URSS andava colpita ai fianchi ma non troppo in quanto un eventuale crollo sovietico avrebbe significato storicamente la fine della NATO, di Yalta e dell’egemonia americana su tre quarti di mondo.  Dall’11 Settembre a oggi, non a caso, il mondo universo si è ogni giorno De-Americanizzato di più. Ciò è sotto gli occhi di tutti. Che vi sia, in marcia, un mondo multipolare alternativo a quello Americanistico è un altro discorso che non possiamo affrontare qui.

La guerra di liberazione dei Pashtun (2001-2020) dall’imperialismo americano è considerata sostanzialmente dal Meyssan un non guerra, una finzione. Scrive il Nostro nel cap. 4 che “i talebani non hanno fatto una guerra”:

Le forze armate afghane contavano 300 mila uomini − ossia più di quelle francesi − molto ben addestrati da Stati Uniti, Francia e altri Paesi. Erano ben equipaggiate con strumenti sofisticati. Tutta la fanteria era dotata di giubbotti antiproiettile e di sistemi per la visione notturna. L’aviazione era molto competente. Le forze talebane invece erano un terzo di quelle afghane, ossia 100 mila uomini: pezzenti in sandali armati di kalashnikov. Non avevano aviazione − ora all’improvviso ne hanno una, dotata di piloti addestrati, usciti da non si sa dove. Se ci fossero stati combattimenti, i talebani sarebbero stati sicuramente sconfitti.

Al Meyssan sfugge che la vittoria dei taliban è stata una vittoria politica, non militare, come politica fu la vittoria afghana contro l’Armata rossa prima e politica fu quella talebana, poi, contro le forze collaborazioniste di Najibullah e dell’Alleanza del Nord. Meyssan pensa, con una ottica in questo caso globalista, che quello afghano sia un popolo come gli altri, che il codice etico del “pashtunwali” sia messo sotto le scarpe dagli afghani, che quella pathan non sia una millenaria nazione indoeuropea al pari di quella Persiana ma con caratteri irriducibili e molto particolari. Lo hanno capito Merkel e Putin quando hanno sottolineato, come dato centrale, il consenso che ha contrassegnato la recente offensiva degli studenti di Dio. Meyssan sembra non averlo capito. Alla base della concezione del Meyssan vi sono tre elementi emergenti da considerare.

  • Un radicale eurocentrismo o occidentalismo. I “pezzenti” taliban come li chiama il Nostro, ossia il movimento degli studenti di Dio del Mullah Omar, non sarebbero in grado di mandare in frantumi eserciti moderni e addestratissimi come l’Armata rossa o la NATO. Se ciò avviene è perché le onnipotenti sezioni speciali della CIA, Mi6 e NASA permettono a tali “pezzenti” di vincere come nell’ambito di uno spettacolo teatrale. Al riguardo, molto più realisticamente, il gen. Mario Bertolini, capo della Folgore, primo italiano a esercitare il ruolo di Capo di stato maggiore della missione Nato Isaf, bolla l’eurocentrismo a cui anche il Meyssan pare aderire come “ingenua fiducia nella presunta invincibilità degli Stati Uniti e dell’Occidente”.
  • Meyssan fu molto vicino all’ex presidente iraniano Ahmadinejad, al punto che ha letto l’uscita di scena dell’Ahmadinejad come un segno tangibile del passaggio dell’Iran dal campo antimperialista al neo-imperialismo persiano sciita sul modello dello scià. Meyssan ha però sorvolato sulle recenti dichiarazioni pre-elettorali di Ahmadinejad, in cui quest’ultimo si definiva “liberale”, democratico, non nazionalista e non revisionista. A parte ciò, possiamo quindi di certo comprendere, e condividere, le preoccupazioni del Meyssan, di tendenza filo-iraniana, verso la sorte della comunità Hazarà, gruppo etnico mongolo di confessione sciita (come gli iraniani) ma al tempo stesso non possiamo dimenticare che, nonostante e ben oltre Ahmadinejad, la politica estera iraniana dopo il 2001 è stata tutta caratterizzata, a parte il provvidenziale interventismo sul campo siriano imposto dalla frazione Soleymani, dal tentativo di una equa e indolore spartizione con l’Occidente del Grande Medio Oriente allargato (compreso l’Aghanistan). Ancora, se i binladiani altro non sarebbero che maschere dell’Americanismo, come si spiega la meticolosa protezione accordata in molteplici casi, anche usciti in cronaca di recente, dall’intelligence di Tehran ai seguaci di Al Qaida? E’ un complotto nel complotto? E che senso avrebbe, poi, come nota appunto lo stesso Meyssan, il subitaneo trasporto attorno all’Afghanistan di migliaia e migliaia di mercenari “islamici” che debbono svolgere il medesimo ruolo svolto nella Siria di Assad, ossia scatenare una guerra civile e takfirista contro Kabul? E che senso hanno le richieste del nuovo Governo di Kabul rivolte a Mosca di mediare, per conto dei talebani, sia in ambito internazionale sia in ambito interno? Anche il ministro Shoigu lavora quindi per il Deep State e per il Partito Democratico dei sionisti Obama e Kamala Harris?
  • La filosofia empiristica e meccanicista che sancisce che da un incontro, nel Libano della guerra civile, tra Osama Bin Laden e un cristiano maronita o un falangista debba scaturire per forza di cose un risultato preordinato e certo è una palese violazione del principio della Probabilità Condizionata, essenziale per comprendere i rapporti di forza politici e geopolitici, con le tattiche e astuzie del caso, sul campo delle Relazioni Internazionali o della guerra di civiltà.

CONCLUSIONE

In conclusione il popolo afghano ha sconfitto l’imperialismo britannico, l’Armata Rossa e l’Imperialismo americano. E’ una vittoria dell’Islam? Certamente sì, checché ne pensi Meyssan. Nella bandiera del movimento talebano compare il simbolo del “tawhid” (unicità di Dio), il più significativo principio del monoteismo islamico. Ma è anche una grande vittoria del Nazionalismo pathan della multi/nazione afghana. Si pensi al principio sacro del “turah”, il coraggio e il dovere di difendere la propria terra, i più deboli e l’onore, contenuto nel “pashtunwali” – il codice morale dei pahstun. Tutto il resto, allo stato attuale, è negazionismo neo-colonialista e neo-occidentalista.




IL MIO LASCITO di Giulietto Chiesa

Pubblichiamo un’intervista inedita a Giulietto Chiesa di Tiziana Alterio

FOnte: Tiziana Alterio




L’EUROPA, l’ISLAM E IL POSTO DELL’ITALIA di Angelo Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

E’ evidente, nella nuova fase di turbolenze geopolitiche, l’impreparazione e la marginalità delle fazioni di destra e sinistra cosiddette antagoniste o sovraniste o non saprei come definire. Da parte neofascista riemerge l’antica ossessione della salvezza della civiltà europea, da parte neo-marxista la strategia sociale incardinata sull’operaismo messianico germanizzante, per quanto declinata in una modalità che presuntuosamente viene considerata all’altezza dei tempi.

In entrambi i casi abbiamo il portato di antiche ideologie occidentalistiche e illuministiche-hegeliane il quale, come uno spettro ancestrale, riecheggia pesantemente nel liberalismo eurocentrico di fondo che accompagna la destra e sinistra terminali autoreferenziali e alienate. E’ l’idea e strategia di Clash of Civilizations teorizzata già nel lontano 1993 su “Foreign Affairs” dal geniale, anche se certamente nemico e fazioso, Huntington a dover essere considerata se si vuole ricalibrare con occhi non faziosi o partigiani la storia novecentesca.
La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro. Disse Renzo De Felice nel 1974 che la parola fascismo andava abolita dal vocabolario italiano e di conseguenza dal dizionario storico e storiografico mondiale; intuì, il grande storico prima marxista poi craxiano, che continuare ad alzare istericamente un allarme fascista di fronte a fenomeni che non corrispondevano affatto al fascismo storico, ne erano anzi antitetici, avrebbe condotto al relativismo assoluto e all’agnosticismo politico, oltre che all’analfabetismo politico di massa, l’intera società civile occidentale. Il Sionismo liberale tecnocratico egemone di contro, spalleggiato da talune fazioni storiche politiche marxiste occidentaliste antiarabe e antiorientali, ha spinto sull’acceleratore in questa direzione in virtù del comune pregiudizio per il quale l’unica vera persecuzione del ‘900 sarebbe stata quella compiuta dai nazi contro gli ebrei; purificare “l’uomo europeo civilizzatore” da questa unica scoria residuale diveniva la missione; il neofascismo occidentale ha reagito a questo assalto culturale proprio nel senso auspicato dai sionisti, volgarizzando su tutta la linea la tesi del Nolte, storico conservatore tedesco allievo di Heidegger, fondata su una presunta guerra civile europea, in base a cui la persecuzione nazi non sarebbe stata altro che una reazione al precedente massacro “giudeo-bolscevico” di milioni di cristiani russi.

Questa prassi puramente distruttiva e ispirata dallo Spirito della Menzogna (Iblis) ha finito per annichilire ogni tessuto sociale europeo e le stesse identità nazionali popolari ma di contro ha riacceso le speranze e le possibilità d’azione delle masse oppresse planetarie che avrebbero avuto, con il Febbraio 1979 e la Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, il modello tattico e operativo richiesto dallo Spirito del Tempo (Imam Zaman).

In base alla loro filosofia di fondo e alla visione del mondo fanaticamente eurocentrica sia i neofascisti sia i neo-marxisti, tranne rare e lodevoli eccezioni, come ad esempio il Campo Antimperialista nei primi anni 2000, che superò realmente questa frattura dicotomica assai provinciale e “minoritaristica” sperimentando con ardita ipotesi teorica e geopolitica la concreta possibilità di una nuova civilizzazione euro islamica antimaterialistica oltre occidentalismo e orientalismo, finiranno proprio per portare acqua al mulino delle elite angloamericane in guerra mondiale contro l’Islam, perseguitato da ogni lato.

Samuel Huntington

Tali movimenti culturali e politici non hanno probabilmente compreso inevitabili le conseguenze della stessa geniale teoria mondiale dell’Huntington, una tale comprensione li avrebbe infatti costretti a reinventarsi un nuovo campo di gioco e di analisi sperimentale. Una revisione in senso defeliciano del Novecento sarebbe stata a tal punto necessaria: fascismo/comunismo descritti da Nolte e Sionisti liberali o marxisti come i movimenti essenziali e caratteristici avrebbero perso quel carattere centrale e prioritario che gli è scorrettamente stato assegnato, ideologie come quelle di mascherare quali socialiste società comunque dominate dal profitto o come fasciste società dove la logica realistica machiavellica pan-politica si è talvolta imposta su quella spirituale e mistica sindacalista rivoluzionaria(Cfr. gli intuitivi studi di Z. Sternhell, storico israeliano marxista) sarebbero state distrutte alla prova dei fatti.

Le analisi di Lenin, che finirono per ispirare le più brillanti intuizioni del Trotsky maturo, sul processo di espansione — esterno e interno — dei mercati occidentali erano corrette. Cosa scaturì però da questo? Il contrario di quanto Lenin previde. L’Europa fu seppellita da questo gigantesco terremoto spirituale, geopolitico, economico, da questo processo di civilizzazione, lo chiamerebbe Huntington, sino a scomparire definitivamente, come oggi vediamo, da qualsiasi decisionismo globale.

Già la Seconda Guerra Mondiale, ben oltre il riduttivismo teorico razzista della guerra civile europea, fu in larghissima parte caratterizzata dalla grande spinta espansionistica e antianglosassone del Giappone imperiale costretto a fare i conti con la sua atavica povertà e la storica penuria di beni primari; la cronaca asiatica registra la furiosa distruttività di epilogo di uno scontro millenario tra bianchi e non bianchi che non ha avuto evidentemente paragone nell’intera storia umana, come sostenne giustamente lo stesso Huntington contrastando il provincialismo della storiografia europea, fosse essa comunista, conservatrice o liberale. Fascista il generale Sadao Araki e fascista l’elite militare dell’Incidente del Febbraio 1936? Fascista la Kodo-ha? Fascista l’ammiraglio Yamamoto e poi fascista Tojo stesso? Fascista Yukio Mishima? Perfetto: non erano, allora, a rigor di elementare logica geopolitica, fascisti i nazi-tedeschi che hanno perseguitato gli ebrei — “giudeo-bolscevichi”[2] secondo un complottismo di scuola cattolica reazionaria ripreso dai nazi —, in quanto se i primi, nelle varie fazioni strategiche, combattevano e morivano per distruggere e annientare il potere secolare dell’uomo bianco, se, i Fascisti nipponici imperiali, arruolavano gli oppressi afroamericani, compresi i militanti di Nation of Islam prima che questi ultimi per questo fossero messi fuori legge e in stato di detenzione, i secondi per assolutamente conservarlo come Stalin voleva non a caso conservare la schiacciante e asfissiante influenza neo-coloniale russa sul movimento comunista internazionale a scapito dell’irregolarismo maoista, sostenendo assai astutamente i nazionalisti cinesi anticomunisti prevedendo correttamente che il Maoismo sarebbe divenuto il primo nemico del neo-colonialismo sovietico.

Ed in effetti il maoismo panasiatista e irriducibile nemico di Yalta si sarebbe inverato, pochi anni dopo, con la dottrina linbiaoista della Seconda Linea Orizzontale il nemico assoluto dell’Urss, sino ad appoggiare su tutta la linea Pinochet in Cile ma i peronisti in Argentina contro Videla sostenuto dai sovietici. Significativo assai il fatto che di fronte alla epocale Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, sia cinesi sia sovietici sia angloamericani, come mostra l’agente statunitense Huyser nel suo “Missione a Tehran”, tentarono sino all’ultimo, contro la volontà di Dio e dell’Imam del Tempo, di puntellare la monarchia filoccidentale e subcoloniale di Rezah Pahlavi.

Arrivando alle conclusioni, e dunque all’attualità, si vorrebbe qui far notare che centralizzare strategicamente l’antagonismo politico sulla questione della sovranità italiana, anche nel suo formalismo democratico-costituzionale progressista, ha finito per estraniare una larga corrente culturale e metapolitica, di cui il Campo Antimperialista era la brillante e coraggiosa punta avanzata e d’avanguardia europea, dai problemi centrali dell’era odierna e dalla vera partita antagonistica in corso. Lo scontro di civiltà tra l’Islam rivoluzionario guidato dall’Iran nella figura della Guida Seyyed Ali Khamenei e il materialismo neoilluministico e “progressista” tecnocratico occidentale. Sovranità italiana, nell’ottica di un Campo Antimperialista formatosi nel duro e serrato confronto politico e metafisico con teorici avversari dello spessore di Huntington, in un contesto come quello odierno non può esservi al di fuori di un nuovo blocco di civilizzazione che noi definiremmo “differenzialista mediterraneo” e “euroislamico”.

Questa la Missione Italiana negli anni che verranno. L’Italia culturale e antimperialista sarà all’altezza di tale compito? E’ chiaro che l’Europa, dopo il 2000, è ogni giorno di più un nano politico e un mostro spirituale, nel quale laicismo non corrisponde nemmeno più al già satanico ateismo ma vuole dire nichilismo agnostico. Come disse anni fa il Presidente Putin sotto l’influenza del buono e leale A. Solzenicyn, “l’Europa ha spiritualmente sostituito il Cristo con l’anticristo”.

Eventi come la Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, l’11 Settembre 2001, la guerra mondiale antisiriana mettono l’uomo europeo (liberale, pseudofascista o pseudocomunista che sia) di fronte alla sua tremenda marginalità storico-politica. Come interpreta l’uomo europeo la notizia che Mike D’Andrea, il killer del Generale Soleimani e del leader dell’Hezbollah irakeno Abu Mahdi al Muhandis, oltre che di Osama Bin Laden, il capo della CIA in Asia Occidentale (o Medio Oriente) — ucciso in Afghanistan il 27 gennaio in continuità con la strategia “operazione martire Soleimani” lanciata dalla Guida Khamenei — era considerato dai suoi collegi di intelligence l’Ayatollah Mike in quanto convertito da anni all’Islam saudita wahhabita? O il fatto che un evento epocale di questi giorni ha veduto una selezionata delegazione di ebrei americani recarsi a Riad in una missione segreta per porre le basi di una nuova religione globale “sionista-islamica”, che purifichi il sacro Corano dai passi più antiebraici e che contrasti l’azione geopolitica e di liberazione antimperialista svolta dall’Iran rivoluzionario?

Cosa può pensare, di eventi mondialmente ben più pesanti dell’oscillazione dello spread o della mobilitazione sistemica delle sardine di Benetton, il mondo sovranista o antisovranista, populista o liberista d’Europa? Nulla, perché vuole continuare a servire il padrone, svegliandosi dalla catalessi solo allorquando quando si ha la bruciante percezione di danzare sopra l’abisso, come si è visto nei primi giorni del 2020 con la martirizzazione del Generale iraniano Soleimani.

Per questo vi è bisogno di nuovo di un Fronte antimperialista e antiprogressista italiano, che spacchi culturalmente l’Europa sulla questione islamica e mediterranea e che superi finalmente una cultura politica di sinistra borghese impregnata di fanatica intolleranza laicista e nichilista, come di profonda irriverenza nei confronti della donna islamica, che ormai sembra farla da padrona nello stesso Vaticano, o almeno in varie e potenti lobby vaticane. La linea indicata da Alessandro Di Battista con il suo viaggio in Iran sembra proprio andare in tale positiva direzione e ci auguriamo possa evolvere soprattutto in senso culturale e spirituale.

NOTE

[1] P. Hanebrink, “Uno spettro si aggira per l’Europa. Il mito del bolscevismo giudaico”, Einaudi 2019.




CHE GUERRA È QUESTA? di Moreno Pasquinelli

Libia solo per il petrolio?

 

C’è molto di più. E’ Maurizio Molinari che su LA STAMPA  di oggi segnala come
il Paese sia un campo di battaglia geopolitico, in particolare:

 

 

«Le milizie di al-Serraji possono contare su armi e militari della
Turchia, mentre, sul fronte opposto i maggiori contributi bellici arrivano da
Emirati Arabi ed Egitto. E’ uno scontro non solo di potere ma soprattutto
religioso perché si contrappongono visioni concorrenti dell’Islam sunnita. Per
Ankara la Fratellanza Musulmana è la più pura espressione dell’Islam politico
mentre per Il Cairo e Abu Dhabi si tratta di pericolosi terroristi».

 

 

Giusta chiave di lettura quella di
Molinari, che segnala quindi come la Libia sia un nuovo tassello del più ampio
conflitto che dilania il Grande Medio Oriente, conflitto che vede la Siria come
epicentro e che oramai, com’era inevitabile, ha trascinato nel suo vortice il
Mediterraneo. E qui vien fuori il patetico ruolo dell’Italia — paese
subimperialista sovraordinato non solo dall’imperialismo americano ma pure da
quello carolingio. L’Italia, nonostante sia il centro

geografico del
Mediterraneo, mai come ora è stata condannata svolgere il ruolo di comparsa. Il
governo immagina di camuffare la propria nullità con mosse da avanspettacolo e
poi facendo appello ad un’azione (sic?) congiunta dell”Unione europea. Il
nulla invoca il niente. La Ue è costretta ad assistere impotente alle mosse
altrui e ad aggrapparsi al cessate il fuoco deciso da Putin ed Erdogan. Vedremo
se questo sarà rispettato (da Egitto, sauditi ed Emirati) o se invece non
assisteremo ad una ulteriore libanizzazione del conflitto con nuovi cambiamenti
di fronte.

 

 

 

 

Al riguardo della Ue Romano Prodi scrive oggi
su IL MESSAGGERO
:

 

 

«L’Unione
Europea è oggi considerata dagli Usa un pericoloso concorrente nel campo
commerciale e un alleato inutile nel campo militare, mentre aumentano le
distanze e si moltiplicano le frizioni nel campo strettamente politico. Di
fronte a questo mutamento del quadro di riferimento, non è invece cambiata
nemmeno di un millimetro la strategia europea. Le divisioni nella politica
estera continuano come prima con la conseguenza che, con l’affievolirsi della
solidarietà atlantica, viene lasciato sempre più spazio ad altre potenze
regionali, anche nei teatri di maggiore interesse per noi. Il caso della Libia
è di per se stesso esemplare. Le divisioni europee hanno fatto in modo che il
destino di un paese così vicino sia oggi conteso fra Russia e Turchia. Tutto ciò,
impensabile anche solo pochi mesi fa, ci deve fare riflettere su come sia
difficile dare concreta attuazione al disegno “geopolitico”che è alla base del
progetto della nuova Commissione Europea. È infatti impossibile mettere in atto
una strategia globale quando non si riesce ad avere un ruolo attivo nemmeno in
un ambito regionale».

 

 

Detto in parole
povere Prodi ci sta dicendo che sul teatro libico-mediterraneo è stato messo a
nudo che l’Unione europea è un organismo moribondo, ove si palesa il fallimento
del disegno geopolitico di farne un polo imperialistico globale. Non c’è e non
ci può essere, tanto più in un orizzonte policentrico, una potenza che non sia
anzitutto una potenza militare globale.

 

 

La “Guerra dei Trent’anni”

 

 

 

Ma torniamo al Grande Medio Oriente. La Libia è un nuovo tassello (non sarà l’ultimo perché tutto il Maghreb rischia di essere trascinato nella mischia) del più ampio conflitto che dilania quell’area.

Ogni analogia va presa con le pinze, ma il Grande Medio Oriente vive la sua “Guerra dei Trent’anni”, il conflitto che devastò l’Europa tra il 1618 e il 1648 e che si concluse con la Pace di Westfalia, da cui sorse la moderna Europa della nazioni — Europa delle nazioni sovrane che l’élite eurocratica ha tentato velleitariamente di seppellire con un terzo tentativo di unificazione; i primi due furono quello napoleonico e quindi quello hitleriano.

Una guerra, quella che dilania l’area, destinata quindi a durare a lungo, e il cui esito finale sarà necessariamente una ridefinizione di mappe a confini, con Stati che spariranno e nuovi che sorgeranno.

La Siria, dicevamo, è l’epicentro di questo conflitto. Per la precisione il teatro è quello del Mashrek, la Mezzaluna Fertile, l’ampia zona che va dal Nilo e all’Eufrate, che coinvolge dunque paesi come l’Egitto, la Giordania, il Libano, la Siria e l’Iraq e, ovviamente la Palestina.

Un peso in ultima istanza determinante ce l’ha dunque Israele (la principale potenza non solo militare dell’area), il cui disegno strategico (mai negato dai sionisti) è il Grande Israele, che va, dal Nilo all’Eufrate, la Mezzaluna Fertile appunto — vedi mappa in alto. Israele fino ad ora si è tenuta ai margini della guerra ma si prepara a dire l’ultima parola, ovvero a gettare sulla bilancia tutto il suo peso quando si tratterà di siglare, semmai questo avverrà, la nuova Pace di Westaflia. In questa prospettiva Israele non può che vedere di buon occhio l’attuale conflitto tra le medie potenze islamiche coinvolte: più si dissanguano più Israele rafforza le proprie posizioni, e più si potrà realizzare in futuro il suo grande sogno espansionista.

Data la posta in palio si capisce come non possano che essere coinvolti sia la super-potenza americana che la Russia putiniana, ma il ruolo decisivo ce l’hanno le medie potenze della regione: Turchia, Iran, Egitto e Arabia Saudita — sbaglia chi le considera solo pedine di USA o Russia.

La Siria appunto — vero e proprio ginepraio come lo fu e molto probabilmente tornerà ad essere il Libano — ove è iniziato lo scontro per l’egemonia nel mondo islamico. Uno scontro duplice: da una parte tra il campo sunnita e quello shiita (con l’Iran capofila di quest’ultimo), dall’altra entro il campo sunnita (con Turchia e Qatar da un lato e Arabia Saudita, Emirati ed Egitto dall’altro).

 

 

 

 A destra un’aggiornata mappa russa con l’attuale (provvisoria) partizione della Siria dopo l’accordo Russo-Turco. L’ampia zona colorata in ocra sotto controllo dell’alleanza russo-iraniana-forze proAsssad. La zona celeste a Sud sotto controllo USA. La zona in verde chiaro a Nord Est sotto controllo curdo. A Nord Est in marrone la sacca di Idlib sotto controllo dei guerriglieri sunniti del fronte Jabhat Fatah al-Sham. Lungo la frontiera del Nord le ampie zone sotto controllo turco. Clicca per ingrandire

 

Iniziata in Siria nel 2013 questa nuova Guerra dei Trent’anni, proprio come accadde in Europa, ha visto diversi capovolgimenti di fronte, rotture e momentanee ricomposizioni tattiche di alleanze. Altre ne vedremo. Ma alcune linee di fondo sono già evidenti.

La Siria come Stato nazione unitario e sovrano non esiste più, consiste in uno spezzatino di vari protettorati: una zona in mano al blocco Russia-Iran-Assad, un’altra in mano ai turchi, una in mano ai ribelli guidati dal al-Nusra (oggi Jabhat Fatah al-Sham), un’altra in mano agli americani, vaste zone contese (con l’ISIS ancora in agguato). Una libanizzazione che riguarda anche l’Iraq e spazzerà via domani altri stati della regione. Una libanizzazione, ripetiamo e precisiamo il concetto, che avvantaggia Israele e la superpotenza americana, e pregiudica in modo letale la costituzione di un campo anti-sionista e antimperialista, che quindi andrebbe contrastata con forza.

 

L’Iran in un vicolo cieco

 

La Repubblica Islamica dell’Iran invoca un fronte antimperialista ed anti-sionista, ed anzi si considera, oltre che roccaforte di questo campo, la sua prima linea. Sorgono tre domande alle quali è necessario dare una risposta. La prima: si potranno cacciare le potenze imperialiste dalla regione, USA e Israele in testa, senza una generale sollevazione delle masse popolari? La seconda: potrà sorgere una vasto e unitario fronte antimperialista e anti-sionista a guida persiana nel Grande Medio Oriente? E quindi la terza: potrà mai l’Iran avere l’egemonia in questo fronte?

Alle tre domande corrispondono tre no.

Un grande fronte antimperialista potrà infatti sorgere solo ad una essenziale condizione, che entrino in scena le grandi masse oppresse della regione. Piaccia o meno queste sono anzitutto arabe e di fede sunnita. Piaccia e non piaccia esse, per cause storiche profonde, considerano

L’accerchiamento americano dell’Iran

 

l’Iran un corpo estraneo. Troppo forte e radicata la diffidenza, in certi casi ostilità aperta sia verso il nazionalismo grande-persiano (che i sunniti iracheni bollano come “safavide”), sia verso la “empia eresia” shiita — il takfirismo dell’ISIS è solo la forma patologica di questa atavica avversione.Dice qualcosa o no che il proditorio attacco con cui il Pentagono ha giustiziato Suleimani non ha suscitato tra le masse arabe oppresse alcuno slancio di solidarietà verso l’Iran?

Sintomatici, al contrario, alcuni festeggiamenti avvenuti, sia in Iraq che in Siria. Si possono certo biasimare quanto si vuole queste lugubri esultanze, ma queste sono la punta di un iceberg, il sintomo di un dato di realtà a cui non si può sfuggire, e che obbliga i vertici della Repubblica Islamica dell’Iran a riflettere con senso strategico e, secondo noi, a compiere una necessaria autocritica.

Giusto o sbagliato?

 

 

 

 


E’ stato giusto o sbagliato dare il semaforo verde all’invasione e allo squartamento dell’Iraq da parte della coalizione imperialista capeggiata dagli USA per poi giungere all’abominio di amministrare con essi il Paese in more uxorio? E’ stato strategicamente corretto, all’inizio della guerra civile siriana, invece che adoprarsi per una soluzione politica negoziata con i settori meno oltranzisti della maggioranza sunnita e la sinistra nazionalista siriana, schierarsi armi e bagagli con la minoranza alawita — come del resto Ahmadinejad, quando era ancora al potere a Tehran, sembrava invece suggerire? E’ stata una mossa che ha dato frutti spingere il governo iracheno nonché le milizie filo-iraniane di Shibl al-Zaidi (Forze di Mobilitazione Popolare) a sparare facendo più di un centinaio di vittime contro le enormi manifestazioni di protesta popolare (ancora in corso) culminate nell’occupazione, a Baghdad, della centralissima Piazza Tahrir.

Ergo: sono sicuri, a Tehran, che siano state azzeccate le ultime mosse strategiche e tattiche volute da Suleimani? Detto con parole più chiare: è stato forse perspicace aver fatto leva sulla divisione settaria e confessionale e con ciò, invece di smorzare la “fitna”, di alimentarla? Non corre l’Iran il rischio che ciò si risolva in un boomerang con il rischio che il malcontento interno contro l’austerità — vedi le proteste di un mese fa e quelle attuali per i funerali delle vittime dell’aereo civile abbattuto dai Pasdaran per errore — dilaghi?

Di sicuro queste domande se le stanno ponendo a Tehran, prova ne sia la risposta di molto basso profilo data agli americani dopo l’assassinio di Suleimani, segno inequivocabile che una guerra guerreggiata con gli USA e i loro alleati il regime iraniano non la desidera e vuole evitarla.

 

 

La Repubblica Islamica dell’Iran sembra finita in un vicolo cieco. Pare a noi che sia necessaria, e probabile, una doppia svolta, sul piano interno e della politica estera. I prossimi mesi ci diranno che

La preponderanate presenza militare USA in Medio Oriente

 

tipo di svolta avremo, se consisterà in un’apertura all’imperialismo americano e alle pressioni della borghesia nazionale o se, al contrario, si farà appello alla fine della “fitna” e verrà messo in discussione il modello capitalistico di rapina verso un potere effettivamente popolare. Fonte: Campo Antimperialista 

 

 

 

 

 

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L’IRAN E LA GUERRA ASIMMETRICA (ANTIMPERIALISTA) di A. Vinco

Imaagine icastica: Suleimani abbraccia l’Imam Hussein presente Khomeini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

«La Scienza nucleare è benefica ma dal momento che non è stata associata all’Amore per l’umanità e per gli Oppressi, ha portato ai peggiori disastri contro l’ordine divino. L’Iran ha la capacità di sviluppare le bombe nucleari, ma lo abbiamo evitato e continueremo a evitarlo con fermezza e coraggio, poichè costruire e conservare bombe nucleari, come usarle, è haram, è proibito dalla Fede islamica».
(Seyyed Alì Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione Iraniana)

Il liberale plutocrate “di destra” Donald Trump — protagonista di crimini di guerra, in Medio Oriente, come tutti i liberali imperialisti statunitensi negli ultimi anni cento anni — sembrava ieri esultare, per nascondere il suo timore. La mobilitazione di massa di un intero popolo, quello iraniano, che vuole la guerra mondiale antimperialista non può lasciare indifferente la lobby sionista saudita che domina l’Occidente. Con Trump, al fianco di Trump, esultavano per nascondere il timore gli organi di stampa del liberalismo occidentale “di sinistra” antitrumpiano. 

Questo a ulteriore prova del fatto che la Repubblica Islamica dell’Iran è dal 1979 l’antagonista strategico dell’imperialismo “post-liberale” occidentale. Il Comitato Centrale di P101, l’8 gennaio 2020, tira in ballo la precedente “epoca di collaborazione” tra le milizie irakene filoiraniane e le forze armate americane contro l’Isis. Ciò non contraddice affatto la logica di guerra frontale del terrore che si ha formalmente dal febbraio 1979, sostanzialmente dal 22 Settembre 1980 contro l’Iran rivoluzionario. 

La guerra ortodossa e frontale si adegua, storicamente, a fasi, più o meno lunghe, di guerra ibrida non ortodossa qualora l’Avversario si mostri un osso più duro del previsto. La Francia napoleonica resistette per 11 anni circa all’assalto della talassocrazia anglosassone. Il Giappone Imperiale di Hideki Tojo resistette per nove anni al terrore globale del liberalismo occidentale-atomico plutocratico, che iniziò a imporre sanzioni e restrizioni economiche di ogni tipo al Giappone (il paese più povero al mondo di materie prime) dal 1936: e avrebbe resistito all’infinito, nonostante il crimine liberale contro Dio, il più grande, probabilmente, mai verificatosi nella storia del genere umano, di Hiroshima e Nagasaki, ove l’Imperatore non avesse imposto unilateralmente lo stop alla Resistenza antioccidentale del popolo nipponico. La Repubblica Islamica dell’Iran sta resistendo invece ad un assalto imperialista mondiale, guidato dalla decisiva lobby filoisraeliana occidentale, da 41 anni. 

Nella foto: Esmail Qaani, successore di Suleimani con alle spalle le bandiere di: Pasdaran (Iran), Basiji (Iran), Hezbollah (Libano), Ansarullah (Yemen), Hashd Shabi-PNF (Iraq), HAMAS (Palestina), Liwa Fatemiyoun (Afghanistan), Liwa Zainebiyoun (Pakistan) 

Ma la strategia dei sionisti e degli imperialisti, sconfitti sul campo in ben tre casi dall’Hezbollah Libanese, è sempre la stessa da 40 anni ad oggi. Armano il vicino, come fu nel caso dell’Irak saddamista, per scagliarlo contro l’Iran; addestrano o tollerano feroci e spietati terroristi e stragisti di bandiera Saudita per utilizzarli, quando e se vi riescono, contro le milizie iraniane; colpiscono, con metodi terroristici vietati da ogni convenzione internazionale, gli alleati strategici dello Stato Rivoluzionario dell’Iran, dalla Siria baathista all’Hezbollah, dal Venezuela bolivarista alla Rivoluzione Yemenita; compiono crimini di stato, come quello del Generale Soleimani, come a decine ne hanno compiuti o fatti compiere contro dirigenti di primo piano e ayatollah iraniani; non osano però attaccare direttamente, boots on the ground, l’Iran. Di contro, le milizie iraniane, nel teatro strategico irakeno, nel quale l’esercito statunitense che vi si trova illeggittimamente si è macchiato di violenze tali di cui l’opinione pubblica occidentale non ha la minima consapevolezza, hanno affrontato a viso aperto il nemico americano, così come nella Siria liberata la bandiera dell’Iran e della Forza Quds ha significato concretamente la riscossa degli Oppressi e la disintegrazione dei piani strategici del sionismo e delle monarchie reazionarie filoccidentali del Golfo. La finalità strategica dei neoconservatori, della lobby evangelico-sionista e dei plutocrati sauditi, che tiene in ostaggio la destra liberale trumpiana, è la medesima della sinistra liberale clintoniana: portare la Nazione iraniana al collasso economico, strangolare il popolo persiano con il laccio del Terrore parallelo sanzionista, orientando così l’inevitabile delusione verso lo Stato sulla via di una Rivoluzione Colorata a Tehran.
L’omicidio del Generale Soleimani, come quello di Isoroku Yamamoto (18 aprile 1943), mette in risalto la quintessenza disumana e subdola del liberalismo plutocratico USA, ma non danneggia, come si crede, la strategia dello Stato Profondo iraniano. La quintessenza vile e codarda dell’americanismo, secondo Alessandro Di Battista. 


Scrivevamo, ormai un mese fa, che quella di Soleimani era ormai una vera e propria Scuola di Resistenza antimperialista. Scuola di Pensiero e Azione che trascendeva l’individuo o il Generale Soleimani (https://sollevazione.blogspot.com/2019/12/qasim-soleimani-e-il-destino-delliran.html). Di conseguenza Esmail Qaani (Comandante della Forza Quds dal 3 Gennaio 2020) avrà modo di mostrare al mondo la sua concreta Strategia antimperialista in difesa dei deboli, degli sfruttati, degli Oppressi. La reggenza Qaani ha preso avvio con l’operazione “Soleimani Martire”; ma la vera missione Qaani sarà una operazione strategica probabilmente lunghissima caratterizzata dalla grande pazienza, dalla flessibilità e dalla continua e consapevole lucidità che una simile missione – la definitiva Liberazione degli Oppressi del Medio Oriente dal secolare terrorismo razzista e imperialista post-liberale – porta inevitabilmente con sè. Il mondo ha ieri sospeso il fiato per una diversione tattica rappresentata dal lancio di qualche missile verso una base USA in Iraq, non cogliendo probabilmente il vero significato politico e geopolitico della intera questione. Il Medio Oriente ha pagato il secolare dominio statunitense-saudita-israeliano con circa nove milioni di civili morti e con una scia ininterrotta ed infinita di sangue e dolore: con il 2020, questo secolare dominio di oppressione e terrore ha definitivamente esaurito la sua spinta storica. Il popolo iraniano e quello di Gaza, come larga parte di quello irakeno, libanese, yemenita, bahraini, vogliono la guerra globale antimperialista e la vendetta per la martirizzazione del Generale Soleimani. L’elite rivoluzionaria, raccolta attorno alla Guida Suprema, più prudente e moderata, vuole invece una concordata e diplomatica mediazione con le forze non occidentali e non filoisraeliane,come possono essere Russia e Turchia, per evitare l’escalation globale della guerra. Ma la sostanza è ormai fuori discussione: l’abbandono del Medio Oriente da parte delle forze terroristiche di occupazione americana e la necessaria fine di ogni sostegno saudita o israeliano a terroristi modello Isis.




SE GUERRA HA DA ESSERE…

Comunicato n. 1/2020 del Comitato Centrale di P101 

Fuori gli imperialisti dal Medio oriente!


La criminale uccisione del generale Qassem Soleimani segna un salto di qualità nella politica aggressiva dell’imperialismo americano in Medio oriente. Dopo la rottura dell’accordo sul nucleare, l’imposizione di pesanti sanzioni, è questo l’ultimo scalino di un’escalation contro l’Iran che potrebbe condurre alla guerra.

In questo quadro torna centrale l’Iraq. Dopo le due aggressioni imperialiste (1991 e 2003), dopo le sanzioni che affamarono quel popolo tra le due guerre, neppure l’eroica resistenza popolare seguita all’invasione di 17 anni fa riuscì a cacciare del tutto gli americani dal paese. Le divisioni settarie, soprattutto quelle di natura religiosa, consentirono infatti agli USA (accordo del 2008) un ritiro non disastroso, tale da mantenere una presenza militare ed una forte influenza politica sul governo di Bagdad.


In 12 anni ne è passata di acqua sotto i ponti. L’epoca della collaborazione di fatto tra le milizie filo-iraniane e le forze armate americane contro l’Isis (si pensi alla battaglia per riconquistare Kirkuk) è finita da tempo. Adesso l’imperialismo statunitense ha nel mirino la Repubblica Islamica dell’Iran, in primo luogo l’influenza di Teheran nel Paese dei due fiumi.

Clicca per ingrandire. Presenza militare USA in Medio oriente nel maggio 2015 ..

Sbaglia chi pensa che l’uccisione di Soleimani sia stata principalmente il frutto della personalità disturbata di Trump. Certe azioni non sono mai decise d’impulso, sono invece tasselli di una strategia ben pianificata tendente a raggiungere obiettivi altrettanto precisi. Quali possono essere questi obiettivi è presto detto: a) riaffermare il potere americano nella regione, b) spingere l’Iran in un vicolo cieco, c) prendere il controllo sostanziale dell’Iraq.

Rispetto a quest’ultimo punto è probabile che i decisori di Washington abbiano valutato come estremamente favorevole il quadro di spaccatura del paese — perfino dentro il campo shiita — che è emerso dalle manifestazioni popolari degli ultimi mesi. Talvolta, però, certi calcoli si scontrano con la realtà. Sta di fatto che il parlamento di Bagdad ha deliberato finalmente l’espulsione delle truppe americane dall’Iraq.

In questo modo ogni legittimazione alla presenza militare americana è stata cancellata, ma di certo Washington se ne infischierà, dato che l’imperialismo a stelle e strisce non intende certo abbandonare le sue basi, tanto meno nel momento in cui, come oggi, i suoi rapporti con la Turchia sono sempre più critici.

Nel riaffermare l’obiettivo della cacciata degli USA e della NATO dal Medio oriente, MPL-Programma 101 sottolinea la necessità del ritiro immediato dei 900 militari italiani presenti in Iraq.

clicca per ingrandire

Su questo punto, come sulla gravità dell’azione americana, la politica italiana o tace (come nel caso indecoroso del governo) o dice cose di una gravità inaudita, come quelle pronunciate da Salvini. Parole, quelle del capoccia della Lega, che chiariscono fino in fondo come ci si trovi di fronte ad un falso sovranista, in realtà un servo sciocco della cupola imperiale di Washington.

Ma il silenzio — sia quello del governo, che quello di un finto sovranismo che non sa neppure riconoscere i veri interessi nazionali — diventa ancora più significativo se si passa ad esaminare la grave situazione libica.

Il governo Conte (ma su questo neppure Salvini ha qualcosa da eccepire) ha di fatto abbandonato la Libia al suo destino. Eppure, nel 2016, l’Italia (con il sostegno in pompa magna tanto dell’ONU che dell’UE) aveva concorso ad insediare al Serraj a capo del governo di Tripoli.

In questo modo le truppe del generale Haftar — dietro alle quali c’è il sostegno militare ed economico del blocco Arabia Saudita-Emirati-Egitto-Israele, nonché quello della Francia — puntano dalla primavera scorsa alla conquista di Tripoli per poi spartirsi, a beneficio dei protettori di cui sopra, le risorse energetiche del paese. Adesso, dopo mesi di assedio alla capitale da parte di questa compagnia di ventura basata in Cirenaica, ci si scandalizza dell’intervento della Turchia a sostegno del governo al Serraj!

 

… e la presenza militare USA oggi

Come antimperialisti siamo innanzitutto a difesa dell’indipendenza della Libia. Ma se le truppe di Haftar non verranno fermate, quell’indipendenza sarà comunque persa. E sarà persa a tutto vantaggio delle forze più reazionarie della regione. Quelle schierate al 100% con gli USA ed Israele.

Come si vede la situazione è complessa e pericolosa, tanto in Medio oriente che nel Nord Africa. E’ una situazione che coinvolge in vari modi anche l’Italia, mettendo in luce sia le conseguenze dell’appartenenza alla NATO, sia quelle di essere membri di un’Unione Europea che certo non può andare contro agli interessi francesi in Libia.

Per riconquistare la sovranità nazionale si dovrà dunque uscire sia dal Patto atlantico che dall’UE, facendo dell’Italia un Paese neutrale, capace di sviluppare relazioni amichevoli con i paesi del Medio oriente, per la libertà dei popoli e l’indipendenza delle nazioni di quella regione.

– Massima unità contro l’imperialismo americano e il sionismo!
– Sostegno alle resistenze antimperialiste fino alla vittoria finale!

* Fonte: Programma 101




LA REAZIONE DELL’ IRAN di A. Vinco

Come nel giorno dell’Ashura, nelle manifestazioni in memoria di Soleimani 
viene sventolata la bandiera rossa che ricorda il martirio l’Imam Hussein, nipote del Profeta.


SOLLEVAZIONE aveva ospitato almeno due interventi che avevano previsto con quasi un anno di anticipo la crisi geopolitica in cui siamo precipitati (QUI e QUI).

Ne va dato atto, a maggior ragione per il fatto che tutti i maggiori e più importanti analisti parlavano invece di una sostanziale irrilevanza del fronte mediorientale in vista di un “secolo asiatico alle porte”. Viceversa, la Repubblica Islamica dell’Iran come ben intuì il collaboratore del blog è il punto di massima contraddizione mondiale del Sistema capitalista e imperialista interdipendente e interconnesso.

A mia volta ho azzardato in precedenti precedenti articoli — ad esempio QUI — la definizione, in effetti per taluni versi forzata, della Repubblica Islamica come Democrazia plebiscitaria populista e presidenzialista; ritengo invero che il regime giuridico iraniano sia un ibrido e frutto di diverse scuole politiche e religiose e sia un modello assai avanzato, conseguenza della più grande rivoluzione popolare della storia contemporanea. 

Risulterebbe anche fuorviante classificare il sistema presidenzialista iraniano come “teocratico”: prescindendo, solo in parte, dalla ovvia scuola di pensiero politico-religiosa sciita imamita, la Rivoluzione del ’79 fu una sorta di Risorgimento iraniano, che vide però la sconfitta della componente materialistica, liberale oligarchica (es. il cavourismo italiano) e l’affermazione della linea popolare antimperialista e anticapitalistica.

Ahmadinejad: cordoglio a casa di Soleimani

Rappresentò perciò la vittoria del pensiero politico e spirituale rivoluzionario moderno, in grado di modernizzare l’identità tradizionale originaria sciita iraniana, contro l’”Islam americano reazionario wahhabita” (cit. Imam Khomeini) e contro il postmodernismo liberale nichilista occidentale. L’Iran fondato dall’Imam è non a caso divenuta la Nazione più giovane e più fiduciosa verso il futuro del pianeta: quando vi è il salone del libro a Tehran, ad esempio, i libri che vanno a ruba sono quelli di Marx, Gentile, Goethe, le file a cui si assiste nei giorni feriali sono chilometriche. La Repubblica Islamica dell’Iran è quindi ben più vicina, ideologicamente, all’Argentina peronista o al Venezuela bolivariano piuttosto che alla teocrazia capitalista wahhabita saudita o all’Afghanistan talibano.

Risulta difficile e faticoso parlare ora del Generale Soleimani ma è una necessità. Proprio pochissime settimane fa quasi presentendo il suo destino e la sua amorosa volontà di sacrificio, sulla linea dell’Imam Hossein, mi soffermavo su di lui. Se si eccettua il pregevole pezzo di Camille Eid sul Avvenire di ieri · che legittima l’azione del Generale come una eroica militanza contro il terrorismo mondiale e per la libertà — la stampa italiana sembra seguire le indicazioni di quella israelo-statunitense. Ma tutti i leader religiosi del mondo, compresi quelli ebraici ortodossi non sionisti, considerano ormai Stati Uniti e Israele le più pericolose potenze terroristiche mai esistite nella storia, ben oltre altre potenze del passato come la Francia napoleonica o la Germania hitleriana. 

Per questo l’Imam Khomeini definiva gli Usa il Grande Satana, mentre l’Urss era il Piccolo Satana

La Guida Suprema Ali Khamenei si è ieri congratulata con l’Imam Mahdi per la purezza e il nobile idealismo dell’evento che ha riguardato il Generale. Tale evento è però sul piano geopolitico e storico di una gravità senza pari, come hanno subito evidenziato le controparti russe. Siamo comunque certi che l’Iran rivoluzionario mostrerà pazienza, lungimiranza, equilibrio tattico. Noi ricordiamo che nel corso della Guerra Imposta quando dal 1984 l’Irak, con la complicità di Usa, Europa, Sauditi, Urss, iniziò a usare gas chimici di ogni tipo contro l’Iran, l’Imam vietò assolutamente di rispondere sul medesimo piano. Il Rivoluzionario di Dio, l’eroe di Stato, insegnò al mondo che è più Nobile cadere sconfitti sulla via dell’onore piuttosto che trionfare con un eccidio indescrivibile e inenararrabile tipo Hiroshima e Nagasaki. Del resto, il Generale ha pagato con la sua vita di soldato il fatto di essersi opposto a viso aperto a stragisti miscredenti e terroristi: il popolo iraniano, con quello siriano, è quello che ha donato all’umanità il maggior numero di giovani vite nella lotta al terrorismo takfirita [s’intende lo Stato Islamico, Ndr].

Noi siamo dunque certi che l’Iran non darà al mondo il triste e umiliante, per il genere umano, spettacolo di violenze o atti bellicosi: sarà il popolo irakeno, saranno gli oppressi del Medio Oriente a insorgere contro la presenza di truppe di occupazione criminale e terroristica. 

La via per al Quds [Gerusalemme, Ndr] passerà per l’insurrezione degli oppressi del Bahrein e per Riad. Sarà il popolo oppresso da ormai un secolo, nell’intero Medio Oriente, a condannare con ogni mezzo democratico il terrorismo criminale e takfirita dell’ elite globale supercapitalista. La Repubblica Islamica ha affrontato prove più dure di questa nel corso della sua storia. La sua virtù strategica è la pazienza, con la moderazione e la certezza assoluta di marciare in direzione del Nobile spirito del tempo nella difesa dei valori dello Spirito dal materialismo planetario e dalle Potenze dell’arroganza mondiale. 

Il sintomo che proviene da oltreoceano, dopo il terribile crimine di martizzazione del fratello Soleimani (la Pace su di Lui), è quello della incipiente guerra civile e della frammentazione strategica di élite dominanti. Siamo nella fase dei terribili colpi di coda del Nemico dell’Uomo. Anglosionisti e wahhabiti hanno vinto una battaglia ma hanno sottovaluto il fatto che l’Iran, prima superpotenza della storia umana, dispone di un fondo e di immateriale capitale di Saggezza morale millenaria e religiosità di cui loro sono assolutamente privi e di cui anzi costituiscono la esatta antitesi.




SOLEIMANI: A FUTURA MEMORIA

Qui accanto l’ignobile post con cui Matteo Salvini, sulla sua pagina facebook, alle ore 13:15, ha celebrato l’atto di terrorismo di stato con cui gli americani hanno ucciso Soleimani, una delle prominenti figure della Repubblica islamica dell’Iran.


Condividiamo quanto scritto in proposito dal nostro Fabio Frati:

«Salvini, il servo dei sionisti e della Nato, il “sovranista in ginocchio”, si
genuflette e appaude i suoi padroni assassini… Non curante delle conseguenze drammatiche che un omicidio del genere potrà innescare.
Siamo nel solco del peggior servilismo italico, straccione e cialtrone…a cui purtroppo altre figure di italici servi e traditori ci hanno abituato».

*  *  *
 

Sull’esecuzione mirata di Qasem Soleimani riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera appena giuntaci da alcuni amici della Repubblica Islamica dell’Iran:

UN MARTIRE VIVENTE DELLA RIVOLUZIONE

«Quando il 30 ottobre 1980 Hossein Fahmideh, di anni 13, si immolava nella difesa della Repubblica Islamica dell’Iran nel corso di una Guerra imposta al popolo iraniano dalle due superpotenze dell’epoca, l’Imam Khomeini disse:

“Il nostro Capo e eroe nazionale è quel Tredicenne che si è gettato con il suo cuore nella prima linea. Il suo esempio vale ben più, nella Via della stazione di Karbala, di milioni di parole e di milioni di scritti di intellettuali”.

Soleimani era da anni il Martire vivente della Rivoluzione, stava da tempo con trepidazione attendendo il giorno del suo martirio sulla via di Karbala. Con ciò non si nega affatto che la guerra tra l’imperialismo occidentale o saudita-sionista e l’asse della Resistenza acquisisce con l’omicidio di Soleimani un punto di non ritorno. Se per Soleimani uomo la morte è irrilevante ed è anzi un merito agli occhi del Divino, evento a cui si era preparato da decenni, per i popoli del Medio Oriente la morte dello Statista Soleimani è una terribile tragedia. Il santo pontefice Francesco, come il santo patriarca di Mosca Kirill ben sanno che se non vi fosse stato lo Statista Soleimani a proteggere le minoranze religiose cristiane in tutto il Medio Oriente, i loro nemici di ogni fronte avrebbero già ben avviato da almeno dieci anni un processo fondato sul terrore permanente anticristiano e sulla definitiva pulizia etnica e religiosa delle varie comunità fedeli al Cristianesimo.
 Ovunque arrivarono le armate di Soleimani a purificare zone conquistate da terroristi e da sionisti, la libertà e la tolleranza religiose erano un diritto primario ed erano

assolutamente preservate. Nessuno altro può dire di aver fatto e di fare lo stesso: di donare la propria vita agli Oppressi qualsiasi fede religiosa essi professino o pratichino.
Chiunque abbia visto anche una sola volta Soleimani non ha potuto dimenticare la sua fiduciosa serenità nella assoluta e finale vittoria dell’ideale di liberazione e emancipazione degli Oppressi, oltre ogni insuccesso ed ostacolo terreno. Il Nemico controrivoluzionario globale (da Riad a New York) ora festeggia, dimenticando che l’Imam Khomeini volle fondare uno Stato platonico guidato dal sacro e non sul nichilismo della vittoria terrena e storicistica o sul prezzo dei cocomeri.

Di conseguenza ciò che per gli imperialisti è una apparente vittoria, in una dimensione metafisica fondata sulla tolleranza per il sacrificio, il martirio, il dovere ideale potrebbe velocemente inverarsi come sonora sconfitta. E’ inutile negare che il dolore di tutti gli Oppressi della terra è oggi grande e che fanno bene gli oppressori, i Controrivoluzionari ed i capitalisti a festeggiare. Ma hanno comunque posto tutte le premesse, da 40 anni ad oggi, per trasformare il Medio Oriente, terra di sangue, martirio e grandi idealismi, nella tomba definitiva della loro civiltà nichilista basata sull’odio e sul disprezzo verso il sacro. L’Imam Khomeini venne sul piano globale per distruggere la grande Menzogna di Yalta. Il martirio di Soleimani significherà la fine del secolo americano, il secolo degli Oppressori capitalisti e del nichilismo materialista. E’ più triste vivere su questa terra senza la presenza di Soleimani solo per quegli uomini di poca spiritualità che non hanno o non vogliono avere la consapevolezza della supremazia dell’Invisibile».




L’ULTIMO CRIMINE AMERICANO

Qasem Soleimani (sinistra) con Abu Mahdi al-Muhandis a Tehran nel 2017

Ucciso il generale Soleimani

Non c’è bisogno di condividere ogni passo della politica estera regionale della Repubblica Islamica dell’Iran per condannare fermamente il micidiale attacco missilistico con cui gli Stati Uniti hanno ucciso questa mattina in Iraq il generale Qassem Soleimani, capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (Forza Gerusalemme), vicinissimo alla Guida suprema Ali Khamenei.

Con Soleimani è stato ammazzato anche l’iracheno Abu Mahadi al-Muhandis (al tempo uno dei più acerrimi nemici di Saddam Hussein e leader del partito Dawa). Strettissimo collaboratore di Soleimani, al-Muhandis era comandante della milizia irachena filo-iraniana Kata’ib Hezbollah, di cui i Comitati di Mobilitazione Popolare (Al-Hashd Al-Sha’abi) erano una emanazione. Giorni addietro i Comitati di Mobilitazione Popolare avevano inscenato una violenta protesta contro la fortificata ambasciata americana a Baghdad. Proteste, queste ultime, che avevano fatto seguito agli attacchi americani in Siria e Iraq ad alcune basi delle Forze di Mobilitazione Popolare, attacchi in cui hanno perso la vita 25 miliziani.

Mentre esprimiamo la nostra solidarietà al popolo iraniano ed a tutte le forze che in Medio oriente combattono contro l’aggressiva politica dell’imperialismo americano (e dei suoi alleati NATO, israeliani e sauditi), non possiamo esimerci dal segnalare che la divisione in seno al mondo islamico, diventata in Siria e Iraq una vera e propria guerra fratricida, non solo penalizza la lotta di liberazione ma fa il gioco degli imperialisti, i quali colpiscono uno ad uno i loro nemici seguendo la politica del divide et impera.

Fuori gli USA e la NATO dal Medio oriente!
Ritirare tutti i militari italiani presenti!
Per l’unità e la vittoria dei movimenti di resistenza antimperialista, a cominciare da quella palestinese!
Porre fine alla “fitna” e alla guerra fratricida a cominciare dalla Siria!
Nessun cedimento al takfirismo wahabita!


Campo Antimperialista




QASIM SOLEIMANI E IL DESTINO DELL’IRAN di A. Vinco

Lui ha già superato in molti casi e situazioni la soglia della morte, ma ha deciso di rimanere sulla terra per servire l’umanità: i poveri, gli oppressi, i malati e le vittime del terrorismo. Il suo desiderio di martirio è estinto quotidianamente a vantaggio di un grande progetto globale basato sulla tolleranza per il sacrificio, per la sofferenza, per il dolore e dunque sull’Amore.

L’emblema dell’IRCG (Forza Quds o Sepah)



Tikrit, Iraq: reparti iraniani di al-Quds sono stati decisivi per
sconfiggere lo Stato Islamico e i guerriglieri del Baath iracheno