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SCHUMPETER E LA “DISTRUZIONE CREATRICE”

Con l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi torna di moda Schumpeter, considerato l’economista di riferimento del nuovo Presidente del Consiglio. C’è di vero, in questa considerazione, che Draghi condivide l’idea principale  dell’economista tedesco, la cosiddetta “distruzione creatrice”. Pubblichiamo di seguito una scheda che aiuta il lettore a capire in cosa questa “distruzione” consista e perché Schumpeter la considerava la molla decisiva che muove lo sviluppo capitalistico. Il nostro spiega la sua scoperta nel testo del 1912 Teoria dello sviluppo economico. Concetto, quello di “distruzione creatrice”, oggigiorno più attuale che mai, visto che le élite mondialiste concepiscono il “Grande Reset” come un devastante passaggio da un  modo d’essere del capitalismo ad un altro — passaggio il quale, non lo nascondono, lascerà sul campo, assieme a quelli che chiamano “settori zombi”, centinaia di milioni di posti di lavoro.

Il lettore si chiederà se Schumpeter sia classificabile come “neoliberista”. Se per neoliberismo intendiamo la corrente dei Milton Friedman e dei Von Hayek la risposta è no. Il nostro è certo un liberista, se per liberismo s’intende la teoria per cui capitalismo e mercato riescono sempre a superare ogni crisi ritrovando un equilibrio più avanzato.

C’è da dire, tuttavia, che la “Grande depressione” mondiale del 1929 e le recessioni successive degli anni ’30 faranno cambiare idea a Schumpeter, spingendolo a riconsiderare la sua teoria. Parliamo del testo del 1942 Capitalismo, socialismo e democrazia. Il nostro, dopo aver sostanzialmente fatto sua la teoria delle “onde lunghe” del russo Nikolai Kondratiev — l’economia capitalistica vive cicli lunghi di circa  cinquanta anni composti di cicli di recessioni e ripresa più brevi — in Capitalismo, socialismo e democrazia recupera la principale profezia di Karl Marx, quella per cui il capitalismo è destinato al declino e ad essere rimpiazzato dal socialismo. Conclusione alla quale era giunto nel 1931 lo stesso J. M. Keynes nel noto paphlet Prospettive economiche per i nostri nipoti.

Proprio la conclusione che condividiamo noi e che farà venire l’orticaria al Prof. Mario Draghi.

*  *  *

La vita

Joseph Schumpeter nasce nel 1883 in Moravia, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, da una famiglia di origine tedesca. Dalla Moravia la famiglia si trasferisce in Austria dove Joseph studia diritto ed economia e consegue un dottorato nel 1906 presso l’Università di Vienna. Pochi anni dopo inizia la carriera accademica, che lo porterà ad insegnare prima presso l’Università di Graz, poi presso quella di Bonn e, infine, presso quella di Harvard. L’insegnamento viene interrotto solo per un quinquennio, dal 1919 al 1924, nel corso del quale Schumpeter viene prima nominato ministro delle finanze della giovane Repubblica Austriaca e poi presidente di un istituto bancario. Schumpeter muore negli Stati Uniti nel 1950. Le sue opere di maggiore rilevanza sono la Teoria dello Sviluppo Economico (1912) e Capitalismo, Socialismo, Democrazia (1942).

Le idee

Il principale contributo di Schumpeter alla teoria economica è quello di aver spiegato i meccanismi che rendono il capitalismo un sistema intrinsecamente dinamico ed in continua evoluzione.

La teoria economica prima di Schumpeter descrive le economie di mercato come dei sistemi essenzialmente statici in cui le imprese producono sempre gli stessi beni ed utilizzano sempre le stesse tecnologie produttive. In questo schema, la concorrenza per la conquista di nuovi clienti si svolge essenzialmente sul fronte dei prezzi. La concorrenza è una battaglia tra imprese combattuta esclusivamente a colpi di ribassi sui prezzi.

Il mondo reale però è molto diverso da questa costruzione teorica. Nel mondo reale, osserva Schumpeter, le imprese non producono sempre gli stessi beni con tecniche immutate ma introducono di tanto in tanto nuovi prodotti, migliorano la qualità dei prodotti preesistenti, adottano nuove tecnologie produttive come pure nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Anzi, l’introduzione di prodotti innovativi oppure di processi produttivi più efficienti rappresentano proprio gli strumenti più usati dalle imprese per farsi concorrenza. I clienti non si conquistano solamente con prezzi più bassi ma, soprattutto, si conquistano sfornando beni più appetibili e sviluppando tecniche di vendita più sofisticate. Insomma, l’interpretazione tradizionale della concorrenza basata solo sul prezzo non rappresenta per Schumpeter una descrizione soddisfacente di quello che accade nel mondo concreto degli affari. In questo mondo, gli imprenditori non combattono solo con i prezzi ma anche con altre armi come l’innovazione ed il marketing.

Il termine solitamente usato per sintetizzare la visione del capitalismo di Schumpeter è quello di Distruzione Creatrice. Al centro di questa visione si staglia la figura dell’imprenditore. L’imprenditore è colui che rischia sia risorse proprie sia risorse prese in prestito per investire in innovazione. L’innovazione, a sua volta, assume forme diverse. In alcuni casi, si tratta dell’introduzione di un prodotto a cui nessun altro imprenditore ha pensato prima. In altri casi, invece, consiste nell’introduzione di macchine e di tecniche produttive che abbattono i costi di produzione. Altre volte ancora, l’innovazione consiste nell’adottare nuove forme di organizzazione del lavoro che permettono di reagire con maggiore prontezza ai mutamenti del mercato.

Quando lo sforzo di innovazione è coronato da successo allora si può affermare che l’imprenditore ha modificato lo scenario economico, ha fatto sorgere un nuovo mercato oppure ha introdotto un nuovo metodo di produzione. Questo è il lato creativo dell’innovazione. Ma se questa creazione genera profitto per chi ne è stato l’artefice, è anche vero che essa genera perdite per coloro che ne subiscono le conseguenze negative. Si tratta degli imprenditori le cui merci e tecniche sono soppiantate dai nuovi prodotti e dai nuovi metodi di produzione, le loro imprese sono destinate al declino ed alla chiusura. Questo è il lato distruttivo dell’innovazione.

Un corollario della teoria della distruzione creatrice è la critica di Schumpeter agli schemi tradizionalmente usati per giudicare se un settore sia concorrenziale o meno. In base a questi schemi, la concorrenzialità di un settore dipende esclusivamente dal numero di imprese che vi operano. Se queste imprese sono numerose il settore è molto concorrenziale, se invece sono poco numerose il settore è poco concorrenziale. Al limite, se esiste una sola impresa, siamo agli antipodi della concorrenza dato che il settore è in monopolio.

Per Schumpeter, tuttavia, il grado di concorrenzialità di un settore non può essere identificato e misurato solo sulla base del numero di operatori. Anche un robusto monopolista, infatti, potrebbe essere destinato ad un improvviso ed imprevisto declino se un innovatore insidia la sua posizione. In breve, Schumpeter sostiene che oltre alla concorrenza effettiva occorre anche tener conto della concorrenza potenziale da parte di nuovi soggetti che potrebbero irrompere con nuovi prodotti o con nuove tecniche. In questo contesto, anche un’impresa che appare in una solida posizione di forza deve comportarsi come se avesse dei concorrenti e tentare di prevenire le mosse dei potenziali concorrenti futuri. Un valido metodo di prevenzione consiste proprio nell’anticipare le innovazioni altrui cosicché la spinta innovativa dei monopolisti potrebbe essere uguale se non maggiore rispetto a quella delle imprese più esposte alle pressioni competitive.

La distruzione creatrice è il meccanismo primario che governa l’evoluzione dei sistemi capitalistici. Per Schumpeter, le guerre, le rivoluzioni e, più in generale, i fattori esogeni di ordine sociale, politico, demografico etc. possono essere causa di mutamento economico. Ma si tratta comunque di fattori che hanno una rilevanza secondaria rispetto alla distruzione creatrice stimolata dalla ricerca di profitto. E’ come se il capitalismo, per sua stessa costituzione, disponesse di un meccanismo endogeno di rinnovamento.

Questo meccanismo di rinnovamento, però, non agisce con la stessa efficienza e la stessa velocità in tutti sistemi economici concreti. In alcune economie, infatti, le innovazioni vengono introdotte più velocemente mentre in altre più lentamente. E’ pertanto compito degli economisti scoprire quali sono i fattori responsabili di queste differenti dinamiche ed, in definitiva, spiegare che cosa decreta il successo o l’insuccesso di un paese sul piano dello sviluppo economico.

La risposta che Schumpeter fornisce a questo interrogativo è soprattutto basata sul ruolo delle banche e della finanza privata. Per Schumpeter, la finanza e le banche private svolgono un compito essenziale nel convogliare le risorse dell’economia nella direzione di investimenti destinati a produrre innovazione. Esse, infatti, da un lato consentono di mobilitare il capitale necessario per innovazioni particolarmente costose e, dall’altro, sono in grado di giudicare meglio di un qualsiasi funzionario pubblico se una certa idea imprenditoriale meriti di essere finanziata o meno.

Il tasso di sviluppo economico di un paese è dunque direttamente legato al buon funzionamento del settore finanziario e creditizio.

L’eccezionale dinamica tecnologica degli ultimi venti anni offre un’incredibile serie di esempi che confermano l’analisi di Schumpeter. E nelle università, nei corsi introduttivi di economia, non manca mai un accenno al videoregistratore sconfitto dal dvd ed alle vecchie pellicole fotografiche spazzate via dai sensori ottici digitali.

Spesso però non si riflette abbastanza sulle conseguenze ultime di queste piccole storie di vincitori e di vinti. Il vincitore non è il sensore ottico ma le imprese e le persone che lo producono ed il perdente non è la pellicola fotografica ma tutti coloro che partecipavano alla vecchia filiera della fotografia, dai produttori di pellicole ai piccoli negozi in cui veniva fatto lo sviluppo. Nel corso degli ultimi 5-10 anni, ad esempio, sono stati chiusi quasi tutti gli stabilimenti che producevano pellicole e numerose persone hanno perso il loro posto di lavoro. Si tratta dell’aspetto più drammatico della distruzione creatrice.

La capacità di descrivere la dinamica capitalistica in modo così convincente ha reso Schumpeter molto popolare all’interno della professione economica negli ultimi due decenni. La moderna teoria della crescita deve molto alla sua eredità intellettuale. In particolare, gli economisti moderni danno ormai per acquisito che la crescita del benessere nelle economie avanzate sia frutto della capacità innovativa delle imprese. Gli schemi usati da buona parte della moderna teoria della crescita non sono altro che gli originari schemi di Schumpeter integrati ed arricchiti per tener conto del fatto che, in ultima analisi, la capacità innovativa è guidata dall’obiettivo del profitto ma non può realizzarsi senza lo sviluppo delle conoscenze scientifiche di base e senza il buon funzionamento delle leggi e delle istituzioni.

* Fonte: FEduF




IL CONTANTE, L’EVASIONE FISCALE E IL GOVERNO DI IMPOSTORI di Piemme

[ sabato 19 ottobre 2019 ]

Mettiamo in chiaro alcune “cosette”, e facciamolo subito.

LA PRIMA. Quella di snidare gli evasori è stato, sin dagli anni ’80, il cavallo di battaglia dei neoliberisti: l’obbiettivo vero era quello di far digerire il principio del pareggio di bilancio e quindi di istituire uno Stato di polizia tributaria. La favoletta (falsa) è nota: “Lo stato è come una famiglia, non può spendere più di quel che guadagna”. La caccia all’evasore era quindi giustificata per finanziare la spesa pubblica. Per cui l’altra fandonia: o si sradica l’evasione oppure  lo Stato è costretto tagliare la spesa sociale per scuola, sanità, trasporti, ecc.

LA SECONDA. Quello italiano è un popolo di furbetti, di evasori fiscali seriali e congeniti.
Falso! L’evasione fiscale in Italia, lo dicono le statistiche di lorsignori, è nella media europea e occidentale. In Germania, il paese leader della Ue e sempre presentato come quello “virtuosi” e da emulare, l’evasione fiscale, rispetto al Pil, è più alta che in Italia.

LA TERZA. La litania che sentiamo da ormai troppo tempo, e che questo governo ripete per giustificare l’obbiettivo di abolire il contante, è che i campioni dell’evasione si anniderebbero tra i piccoli: esercenti, artigiani, professionisti, ecc. Falso anche queso!
Secondo una recente indagine della autorevole Cgia di Mestre (condotta sui dati dell’Agenzia delle entrate), in Italia, “L’evasione fiscale delle grandi aziende è 16 volte maggiore di quella delle piccole”. Per la precisione: 

«Le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni indebite. La potenziale dimensione dell’infedeltà fiscale delle grandi aziende è enormemente superiore a quelle delle piccole».

Leggere con attenzione l’indagine per capire i tanti trucchi contabili a cui i pesci grossi del capitalismo ricorrono per sfuggire al fisco — la differenza tra evasione ed elusione fiscale dipende dalla maestria degli studi commerciali che tengono i conti. Il grosso dell’evasione non circola quindi in contante ma da tempo sui circuiti elettronici.

LA QUARTA. Si nasconde che l’Italia è il Paese con una pressione fiscale tra le più alte e ingiuste dell’Occidente, la qual cosa è causa principale dell‘evasione di necessità, evasione che quindi si configura come legittima difesa per milioni di cittadini. La realtà è infatti che noi italiani LAVORIAMO 161 GIORNI ALL’ANNO PER PAGARE LE TASSE e 20 GIORNI DI LAVORO SE NE VANNO PER PAGARE GLI INTERESSI SUL DEBITO.

FERMIAMOLI !


 (1) Le misure contro il contante che il governo Conte bis vuole adottare non colpiranno i grandi evasori ma solo quelli piccoli, col risultato che i benefici per l’erario (ammesso che siano legittimi) saranno irrisori. 
(2) Queste misure sono un nuovo passo verso quello che abbiamo nominato STATO DI POLIZIA TRIBUTARIA. 
(3) Esse rappresentano l’ultimo letale colpo alla microimpresa, all’artigianato e al commercio al dettaglio. Altre decine di migliaia saranno costretti a chiudere bottega a favore della grande distribuzione per non parlare dei colossi dell’E-commerce come Amazon, eBay, Uber, AirBnB. Un economicidio che lorisgnori camuffano cosmeticamente chiamandolo sharing economy, economia della condivisione, rental economy, economia peer-to-peer. E’ invece null’altro che la vecchia legge capitalista per cui il pesce grosso divora quello piccolo.  
(4) L’eventuale approvazione della norma sul contante proposta dal governo Conte Bis è l’ennesimo favore per le banche, anzitutto le grandi, visto che staccano il pizzo su ogni operazione commerciale che venisse eseguita tramite POS
(5) L’abolizione del contante e la tracciabilità digitale di ogni operazione commerciale, non ha solo un impatto economico disastroso sulle microimprese, il commercio al dettaglio e l’artigianato. E’ un nuovo passo verso il “GRANDE FRATELLO” (G. Orwell), un potere poliziesco totalitario che tutto scruta e spia per tenere sotto controllo le persone, trasformate da cittadini in schiavi lobotomizzati.

Sacrosanta dunque la campagna lanciata da LIBERIAMO L’ITALIA in difesa del contante e contro la Legge di bilancio del governo Conte Bis.







IL PROBLEMA TEDESCO di Giovanni Passali

[ mercoledì 24 luglio 2019 ]

Deutsche Bank e la prova che le regole Ue non valgono per tutti


di Giovanni Passali

Nello scorso articolo, descrivendo i grossi problemi di Deutsche Bank, avevo commentato la nomina della Von der Leyen a Presidente della Commissione affermando che i tedeschi rischiano di aver preso i posti più importanti nel momento peggiore per l’Unione europea. In effetti, c’è il problema della Von der Leyen da gestire sul piano interno. Infatti, la tedesca è stata ministro in Germania per diverse volte con la Merkel presidente; l’ultima come ministro della Difesa; è stato in seguito a quella attività che è stata definita da Schulz il “peggiore ministro” della Germania. E per questo motivo ora appoggiarla potrebbe diventare un problema.

Ma non c’è solo la signora Ursula come tedesco in un posto importante in Europa. Alla potente Banca europea per gli investimenti c’è Werner Hoyer, alla Corte dei Conti Europea c’è Klaus-Heiner Lehne, al Meccanismo europeo di stabilità c’è Klaus Regling. E pure tre segretari generali su quattro sono tedeschi. Tra questi, quello del Parlamento europeo è occupato da Klaus Welle, uomo della Merkel che guida ottomila funzionari dell’apparato burocratico più grosso. In questo contesto, la nomina della francese Lagarde a capo della Bce (lei che non è un’economista) ha il sapore del contentino. E che a capo della Bce ci sia una che non ha la laurea in Economia la dice lunga su quanto quella carica sia ormai politicizzata.

E per far capire l’aria che ora tira, Ursula von der Leyen ha detto che guarderà con molta attenzione al debito italiano. Ovviamente il fatto che la nostra bilancia dei pagamenti, secondo gli ultimi dati, continua a migliorare (sono leggermente aumentate le importazioni, ma le esportazioni sono cresciute di più) non conta nulla. E pure non conta la situazione drammatica della Deutsche Bank, che per tentare di sopravvivere procederà al taglio di 19.000 dipendenti e alla vendita della divisione speculativa. Una vendita che rischia di essere di una scatola vuota e quindi di fallire. Infatti, i clienti speculatori, temendo che il loro capitale sia a rischio (vale o dovrebbe valere la regola del bail-in, quella per cui a pagare sono i depositanti) stanno già operando una silenziosa corsa agli sportelli e stanno spostando elettronicamente i loro capitali in altre banche. Sembra che la fuga di capitali stia procedendo al ritmo di un miliardo al giorno.

Ma questo per i burocrati europei non è un problema; le regole sono uguali per tutti, ma per le banche tedesche sono “diversamente” uguali. Loro possono sempre fare qualcosina di diverso, come già accaduto in passato, quando il Governo procedette a copiosi interventi finanziari per salvare il proprio sistema bancario, mentre nel caso Mps e delle quattro banche poi quasi fallite l’intervento venne proibito, salvo poi scoprire che la proibizione era sbagliata e che l’intervento, secondo le norme europee, era lecito. Nel caso Mps il comportamento della Bce è stato scandaloso: chiese una ricapitalizzazione di 5 miliardi, ma dopo una settimana improvvisamente la richiesta cambiò e chiese una ricapitalizzazione di ben 8 miliardi.

Come ha osservato il senatore Bagnai, nel caso delle banche amiche (tedesche) le regole si interpretano. E nel caso di Deutsche Bank, si cambiano pure. Infatti, il piano di ristrutturazione non sarebbe potuto partire senza un aumento di capitale, secondo le regole imposte agli altri. Ma in questo caso la Bce ha abbassato il target CET1 dello 0,5% per i prossimi tre anni e quindi l’aumento di capitale non è stato più necessario. Il fatto è devastante, perché un tale volubilità della Bce sulle regole, imposte però rigidamente e ottusamente agli altri, non farà che squalificare la stessa istituzione che guida la politica monetaria.

Al di la dei numeretti e delle regole astruse (e astrusamente applicate) chi si fiderà più della Bce? Come la prenderanno gli investitori? Il governo della Bce dell’era Draghi sta finendo nel peggiore dei modi. Quello dell’era Lagarde rischia di iniziare di male in peggio, in mezzo a un mare di problemi irrisolti.



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IL SISTEMA BANCARIO ITALIANO, PRIMA E DOPO L’EURO di Antonio Martino

[ 10 aprile 2019 ]

La crisi del sistema bancario italiano costituisce una delle principali evidenze del sistema-euro applicato all’economia nazionale. Difatti, sulla gestione del credito si sono viste succedere tutte le sfumature che colorano il triste quadro degli ultimi trent’anni: fascinazione monetarista, obbedienza cieca e assoluta ai diktat di Bruxelles, svendita del patrimonio pubblico per servire il gretto capitale nazionale, incompetenza e malafede nella direzione degli istituti, asservimento completo alle direttive europee fino all’assurdo delbail-in introdotto a rotta di collo per benmeritare agli occhi dei padroni della colonia Italia.

In questa sede non si vuole analizzare il problema economico- ormai acclarato e da altri e ben più competenti in materia sviscerato nei dettagli-, bensì si cerca di evidenziare un’alternativa di struttura che possa evitare a quello che fu uno dei pilastri della crescita italiana la fine comatosa e la svendita assoluta.

1. Essere stati per essere


Una breve panoramica storica per inquadrare nella giusta prospettiva l’analisi.

Il sistema bancario italiano, faticosamente emerso durante la fase di sviluppo giolittiano all’alba del Novecento, si ispirò per influenza di quel capitale al modello cd. Renano, cioè la banca mista-universale: chiaro esempio, la Banca Commerciale Italiana nata a Milano

nel 1894 su iniziativa tedesca. Questo tipo di istituto aveva le seguenti caratteristiche (da wikipedia):

· Autorizzato ad operare sia nel breve (esercizio del credito) che nel medio-lungo periodo (attività finanziarie e di investimento);

· Autorizzato a svolgere attività in due modi: mediante servizio del credito e mediante concessione di quote partecipative nelle imprese.

Ci interessa evidenziare la commistione tra capitale industriale- sempre caratterizzato in Italia da asfissia di liquidità azionaria- e quello bancario, creato per l’appunto allo scopo di garantire flussi di cassa e immobilizzi alla grande industria nascente.

Nel dettaglio,

Il caso Perrone è soltanto un esempio tra i tanti di quel periodo. I confini tra capitale industriale e finanziario erano rotti: le partecipazioni di comit, credito italiano e banco di Roma al sistema produttivo italiano assommavano al 1930 a 12 miliardi in bilancio per circa 14 miliardi di raccolta. I nodi della banca mista vengono al pettine: la crisi di Wall Street e la grande depressione mandano sostanzialmente in bancarotta tutte le future b.i.n.

Il governo fascista affida la risoluzione del problema a un gruppo di tecnici raccolti attorno alla figura di Alberto Beneduce, tra i quali ruolo decisivo avrà Donato Menichella. Questa “covata”, si badi bene, lascia del tutto fuori dal progetto di riforma Banca d’Italia e la sua burocrazia, con il pieno avallo di Mussolini e del Ministro delle finanze Jung. Con tre distinte convenzioni la triade comit-credit-banco di roma cedono allo stato il capitale azionario e relative partecipazioni industriali: in sostanza, pur rimanendo società di diritto privato esse vengono “irizzate” e sottoposte al controllo dello stato.

Il risultato normativo è il R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375. “Disposizioni per la difesa del risparmio e per la disciplina della funzione creditizia.”, basato su un lungo lavoro di preparazione che ci permette di cogliere appieno la mutata finalità della banca nell’economia italiana. Citiamo per evidenziare il cambio di passo una relazione interna all’IRI:

“…quello che è certo è che nel credito troviamo l’unico strumento veramente efficace col quale sia possibile regolare e dirigere, secondo i bisogni della Nazione, lo sviluppo della sua economia. Il credito è quindi funzione dello Stato: si tratta di ripartire la utilizzazione di una ricchezza che perde il suo carattere privatistico, in quanto è la raccolta di una enorme massa di cittadini a favore di determinate categorie di attività economica: nessun diritto individuale può giustificare in questo campo la assoluta libertà.”

Il punto dirimente viene affrontato subito dopo: “Funzione preminente dello Stato è oggi dirigere e indirizzare lo sviluppo economico del Paese (…) i capitali monetari non applicati direttamente al lavoro e non sottoposti al rischio produttivo devono rendere meno. Ne conseguirà una spinta all’applicazione diretta alle produzioni, ossia una espansione dell’attività di lavoro.” (da La legge bancaria. A cura di Mario Porzio, Il Mulino 1981, pag. 321).

Pur essendo all’apogeo del regime fascista, il trait d’union con la concezione pubblicistica del credito e del risparmio espressa in Costituzione è evidente, così come cruciale risulta l’affermazione circa la eutanasia della rendita a mezzo diminuzione del tasso di interesse. Con questo passaggio l’Italia si dota di un sistema creditizio in grandissima parte pubblico, incardinato come segue:

– banche d’interesse nazionale (Comit, Credit, Banco di Roma): società per azioni, detenute dall’IRI;

– istituto di credito di diritto pubblico (banco di Napoli, di Sicilia, di Sardegna, Monte dei Paschi, San Paolo, BNL): controllati direttamente dal Tesoro;

– casse di risparmio: controllate dal Tesoro;

– aziende di credito: possono essere private, come la Banca Nazionale dell’Agricoltura;

A queste si accompagnano le banche popolari e i monti di pegno, gli “istituti Beneduce” (Crediop, ICIPU), il risparmio postale gestito da Cdp. Sugli istituti di credito a medio termine (il più importante sarà Mediobanca, seguito dal Medio credito centrale e altri) non ci dilunghiamo in questa sede.

E’ importante in questa fase ricordare come la l.b. prevedesse un organo di controllo,Ispettorato per la Difesa del Risparmio e per l’Esercizio del Credito, dotato di importanti poteri coattivi, prontamente cassato nel 1944 sotto la spinta di Banca d’Italia, gelosa delle sue prerogative in merito. L’istituto di emissione, sulla scorta della riforma in oggetto, vede la sua natura trasformarsi in istituto di diritto pubblico cui capitale sociale è partecipato a vario titolo da banche (pubbliche) e casse di risparmio. In questa fase,

sulla scia della guerra d’Etiopia e la fine del gold standard, la possibilità di finanziamento del Tesoro presso l’istituto di emissione è praticamente illimitata: sarà il sempre pronto Einaudi nel 1947 a far reintrodurre il limite dello scoperto in conto corrente, fedele al suo terrore del torchio gemente.

2. Lo stato banchiere

3. Voglio essere Gordon Gekko


La prima direttiva CEE è del 1977 (77/780/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1977), in cui si introducono concetti del tutto alieni alla realtà italiana. Si inizia a parlare di banca come impresa (art. 1), di concorrenza e produttività, di aumento dell’offerta dei servizi. Non a caso, la direttiva viene recepita in Italia solo nel 1985 (D.P.R. 27 giugno 1985, n. 350), in un contesto politico ed economico assai mutato. Si confronti a titolo d’esempio l’articolo d’apertura del decreto citato:

“L’attivita’ di raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d’impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano.”

Con quello della legge bancaria:

Da qui in poi il combinato disposto tra ingerenza comunitaria, insipienza della classe politica nazionale, crisi della Prima Repubblica, caos monetario del 1992, apriranno la strada al disastroso processo di privatizzazione.

Nel dettaglio, la convergenza prevista dalla seconda direttiva (89/646/CEE del Consiglio, del 15 dicembre 1989) e dagli accordi di Basilea (BASILEA I) impone la trasformazione degli istituti di credito di diritto pubblico in società per azioni: è la famigerata legge Amato (L. 218/1990). La trasformazione in spa produce una serie di sconquassi inevitabili, tra cui la sottocapitalizzazione dei banchi meridionali, la difficoltà debitoria di gran parte degli stessi (venuta a mancare la garanzia di stato); il difficile percorso di trasformazione vedrà la scomparsa di istituti di credito secolari e ben localizzati nel territorio (banco di Sicilia, banco di Napoli), la progressiva dispersione di esperienze peculiari sula via del capitale estero (BNL), la fine ingloriosa (MPS). Le casse di risparmio finiranno inglobate in processi di fusione tendenti a distruggere la radicazione territoriale e il legame fondante con le realtà di riferimento: su tutti, domineranno le fondazioni bancarie, creazioni incomplete e oggetto di numerose controversie.

La tabula rasa diviene completa con la dismissione del patrimonio IRI e la privatizzazione delle tre b.i.n., tra il 1994 e il 1995, a quotazioni largamente inferiori al valore di mercato. Ricordiamo che in Germania non fu affatto necessario privarsi del sistema creditizio pubblico per entrare nell’euro, così come il processo di concentrazione delle banche francesi non ha visto intromissioni estere.

La grande ipocrisia del liberismo ha così permesso la distruzione del patrimonio bancario pubblico in nome di una concorrenza mai vista, considerato il grado di concentrazione oligopolistica del mercato italiano, retto da due colossi, e impoveritosi in maniera impressionante di presenza nel territorio a favore di una progressiva e inarrestabile “commercializzazione” dell’attività: dalla banca di diritto pubblico alla banca-assicurazione il passo è stato breve e brutale.

Inutile poi ribadire le conseguenze dell’euro e della crisi del 2008 su un sistema oramai basato su spa private più attente all’estrazione del valore che al servizio alla clientela. In cinque anni sono falliti più istituti che nei cinquant’anni precedenti: basta (e avanza) per capire la traiettoria.

4. Stato banchiere o banchieri-stato


La carrellata storica, incompleta e parziale, serviva a mostrare come in un passato non troppo lontano è esistita un’alternativa pubblica- efficace ed efficiente- che ha tutelato meglio e più a lungo il risparmio e i risparmiatori. I fatti degli ultimi anni evidenziano come il potere delle banche- capitale finanziario- è tale in un’economia liberale che per forza di cose influenza l’andamento del governo e dell’economia ben più a fondo dei partiti e delle istituzioni democratiche. La questione, in sostanza, è tra stato banchiere e banchieri-stato, cioè tra il controllo pubblico del credito e dominio privato dei banksters sulla repubblica.

Basta infatti un ordine di vendita allo scoperto di n-btp per sconvolgere la vita pubblicarebus sic stantibus, e tanto meno non appare possibile attuare un ritorno alla sovranità monetaria (se ancora interessa a qualcuno, beninteso) nel quadro di un sistema bancario troppo esposto alle influenze estere e alla volubilità di borsa. A ciò si aggiunga che la moria di istituti non potrà che aumentare stante l’€- assetto basato su direttive sempre più capestro, deflazione strutturale e npl svenduti e svalutati. E che dire poi delle conseguenze della digitalizzazione e delle fintech in regime di laissez-faire?

Dell’intromissione brutale delle banche nel mercato delle assicurazioni sanitarie e previdenziali, con innegabili ingerenze sulle deficienze- indotte- del sistema sanitario nazionale e del sistema pensionistico pubblico? In uno scenario così vasto, la separazione del Glass-Steagall Act non basta, poiché è oggi dirimente operare sulla proprietà (pubblica o privata) e non tanto sull’attività in sé. La specializzazione risulta infatti una condizione necessaria ma di per sé non certo sufficiente.

Pertanto il ritorno al controllo pubblico del credito è un’esigenza profonda, oggettiva, irreversibile se si vuole davvero ripristinare un minimo di legalità costituzionale in Italia. Per dirla con Lenin,

La nazionalizzazione come atto, in conclusione, sarebbe soltanto la premessa della socializzazione di fatto della vita economica attraverso la partecipazione cosciente dal basso delle classi lavoratrici nel processo principe dell’attività capitalistica, cioè la gestione del potere del capitale attraverso la leva del credito e del debito. Nel quadro di una democrazia sociale pluriclasse, informata al fine dell’eguaglianza sostanziale, l’esistenza del grande capitale finanziario in forma di grande gruppo bancario privato non può esistere. In soldoni, slegare dalla logica del profitto la banca socializzata significherebbe togliere alla classe dominante uno strumento di potere formidabile, dall’altro dotare le classi del Lavoro di un meccanismo determinante per impostare una politica economica tesa alla realizzazione della giustizia sociale e del progresso civile e morale.


* Fonte: Orizzonte48



LA CRISI ECONOMICA E LE BANCHE CENTRALI di Eric Toussaint

[ 4 aprile 2019 ]

Gli elementi di una nuova crisi finanziaria internazionale sono tutti presenti; non si sa quando essa scoppierà ma quando accadrà il suo effetto su tutto il pianeta sarà importante


I principali fattori di crisi sono:
da una parte l’aumento ingente dei debiti privati delle imprese
dall’altra la bolla speculativa sui prezzi degli attivi finanziari1: borse valori, prezzi dei titoli del debito2, e, in certi paesi (Stati Uniti, Cina …), di nuovo il settore immobiliare. I due fattori sono strettamente interconnessi.

Anche le imprese che hanno un’enorme liquidità3 a loro disposizione come Apple si indebitano massicciamente perché approfittano dei bassi tassi di interesse4 per prestare ad altre il denaro che esse prendono a prestito. Apple e numerose altre imprese prendono a prestito per prestare a loro volta e non per investire nella produzione. Apple prende a prestito anche per riacquistare le proprie azioni5 in borsa6. Ho spiegato questo in un articolo intitolato «La montagna dei debiti privati delle imprese sarà al centro dellaprossima crisi finanziaria» , pubblicato il 9 novembre del 1917.

Banche centrali e bolla in arrivo

Le bolle speculative ora citate sono il risultato delle politiche condotte dalle grandi banche centrali (Federal Rèserve degli Stati Uniti, BCE7, Banca d’Inghilterra, da 10 anni, e dalla Banca del Giappone dallo scoppio della bolla immobiliare negli anni 1990) che hanno iniettato migliaia di miliardi di dollari, euro, sterline, yen nelle banche private per mantenerle a galla. Queste politiche sono state chiamate Quantitative easing o allentamento monetario quantitativo. I mezzi finanziari che le banche centrali hanno distribuito a profusione non sono stati utilizzati dalle banche e dalle grandi imprese

capitaliste degli altri settori per l’investimento produttivo. Essi sono serviti a acquistare attivi finanziari: azioni di borsa, obbligazioni8 di debiti delle imprese, titoli di Stato sovrani9, prodotti strutturati10 e derivati11… Questo ha generato una bolla speculativa sul mercato borsistico, sul mercato obbligazionario (vale a dire le obbligazioni dei debiti) e, in alcuni paesi, nel settore immobiliare. Tutte le grandi imprese sono sovra-indebitate.

Questa politica delle banche centrali testimonia il fatto che le decisioni dei loro dirigenti sono determinate interamente dagli interessi a breve termine delle grandi banche private e delle grandi imprese capitaliste degli altri settori: impedire fallimenti a catena e, di conseguenza, perdite considerevoli dei grandi azionisti.
Questa politica ha anche a che fare con una caratteristica dell’odierno capitalismo finanziario: una parte sempre meno importante del nuovo valore creato è reinvestito nella produzione-
Una parte crescente del nuovo valore è utilizzata sotto forma di dividendi per gli azionisti o di riacquisto di proprie azioni, di investimenti speculativi particolarmente in prodotti strutturati e derivati … François Chesnais parla in particolare di <> [1].
Torniamo alla politica adottata dalle banche centrali per combattere la crisi esplosa nel 2007/2008. Il loro intervento non è riuscito a risanare il sistema, anzi, gli elementi di fragilità sono rimasti o sono aumentati: il rapporto fra i fondi propri (i capitali dell’ impresa12) e gli impegni assunti dall’impresa é troppo debole. In effetti, il livello di questo rapporto è insufficiente per fare fronte ad una perdita di valore che sarebbe provocata da una caduta dei valori borsistici, del mercato obbligazionario o di altri attivi finanziari posseduti dall’impresa, sia essa una banca o un’impresa come Apple o General Electric per citare due esempi. Tutte le imprese sono fortemente indebitate perché il ricorso al prestito costa loro molto poco grazie ai tassi di interesse che sono molto bassi (0% nella zona euro, -0,1% in Giappone, 0,75% in Gran Bretagna, 2,5% negli Stati Uniti) e una pletora di capitali sono alla ricerca di un massimo del rendimento finanziario pronti ad acquistare dei titoli di debiti dubbi (junk bonds13) emessi da imprese in situazione precaria. Quindi imprese come Apple che hanno una buona reputazione in termini di salute finanziaria si indebitano per poi acquistare titoli cattivi ad alto rendimento. Le imprese in cattive acque che emettono questi titoli cattivi ad alto rendimento si trovano in una situazione permanente di indebitamento: esse si indebitano per poter rimborsare i prestiti precedenti.
Alla fine di dicembre 2018, un grande crack in borsa ha rischiato di esplodere negli Stati Uniti e l’effetto del contagio è stato immediato. Si è trattato di un ulteriore segnale annunciatore di un importante crack futuro.
Il mercato immobiliare statunitense è tornato fragile: il prezzo degli immobili è aumentato del 50% rispetto al 2012 e il suo livello supera quello raggiunto subito prima della crisi che era iniziata nel 2005-2006 e ha provocato la grande crisi internazionale del 2008-2009. Alcuni specialisti ritengono che potrebbe essere l’alba di una nuova crisi del settore immobiliare perché l’attività ha cominciato a rallentare e le vendite delle abitazioni sono diminuite. Il proseguimento della politica di allentamento monetario (Quantitative Easing) in Europa, come pure la sua fine negli USA costituiscono fattori di crisi.
Le grandi banche private dette sistemiche sono estremamente fragili e il valore delle loro azioni nella seconda metà del 2018 è calato fortemente negli Stati Uniti e in Europa e la caduta sta continuando nel primo trimestre del 2019. Le grandi banche private sono sostenute dalle banche centrali14 dei rispettivi paesi. La Fed non rispetta il proprio impegno di rivendere i titoli del debito privato tossico (i famosi mortgage backed securities – MBS -). Nel marzo 2019 essa detiene un volume enorme di 1600 miliardi di $ di MBS (vedi QUI consultato il 17 marzo 2019) acquistati nel 2008-2009 dalle grandi banche private per salvarle. La Fed sa benissimo che se essa vendesse massicciamente questi titoli come ha promesso, il prezzo di questi crollerebbe e in conseguenza, anche il mercato obbligazionario degli Stati Uniti. Essa sa pure che se aumentasse il tasso d’interesse al di sopra del 2,5% tutta una serie di imprese indebitate andrebbero incontro a gravi difficoltà di rimborso/rifinanziamento dei propri debiti. Senza contare che questo farebbe crescere anche il costo del rimborso del debito pubblico.
La BCE da parte sua continua a concedere prestiti di liquidità alle banche a tasso 0% e sta promettendo loro di non aumentare i tassi prima del 2020 (vedi Martine Orange, “La BCE di fronte ai propri limiti”, pubblicato l’8 marzo 2019 e Delphine Cuny (La Tribune), “La BCE scuote i mercatirinviando l’innalzamento dei tassi”,[l-actu-du-jour]-20190308, pubblicato il 7 marzo 2019). Inoltre la BCE concede alle banche private nuovi ingenti prestiti a medio e lungo termine, quello che in gergo si chiama TLTRO (Targeted longer-term refinancing operations). A dipenderne maggiormente sono le banche italiane e spagnole (secondo JPMorgan esse costituiscono il 55% del monte prestiti in occasione dell’ultimo TLTRO) ma poiché tutte le banche sono interconnesse, tutte ne dipendono più o meno direttamente. Aggiungiamo che le banche europee usano massicciamente il denaro che esse ottengono a tasso zero per acquistare titoli del debito sovrano, di preferenza quello del proprio Stato, ma anche di altri Stati europei, cosa che procura loro un rendimento positivo da titoli considerati come sicuri perché emessi dagli Stati.
L’infatuazione delle banche e degli altri attori presenti sui mercati finanziari15 per i titoli del debito pubblico è impressionante: tutti gli Stati della zona euro sono riusciti a prendere in prestito grosse somme di denaro nel corso dei primi tre mesi del 2019 (come già nel 2018). Ogni offerta di prestiti vede affluire le offerte d’acquisto. In genere, quando uno Stato vuole prendere in prestito un miliardo di €, le banche ne propongono 4, tanta é la liquidità di cui dispongono (che proviene ampiamente dalle banche centrali a loro servizio),ciò segnala quanto esse vogliono acquistare dei titoli pubblici perché remunerativi e sicuri. Inoltre, come ho dimostrato nel mio libro Bancocratie, il fatto di acquistare titoli sovrani permette alle banche di aumentare artificialmente il rapporto dei loro fondi propri rispetto al loro bilancio grazie ai sistemi della ponderazione degli attivi per il rischio (vedere «Tout va très bien madame la marquise»  e Bancocratie, capitolo 12, Aden, Bruxelles, 2014). Ma quando la crisi assumerà un andamento catastrofico, i media dominanti e i banchieri accuseranno di nuovo gli Stati di fare troppe spese pubbliche e di emettere troppo debito pubblico.
Crescita in generale molto debole, stagnazione o forte recessione16 in una serie di casi
La crescita economica nei “vecchi” paesi più industrializzati resta debole ed è in diminuzione in molti paesi chiave. In particolare in Europa dove, dopo una piccola crescita nel 2017, l’anno 2018 è terminato con una stagnazione e nel caso della Germania, con una caduta della produzione industriale nel quarto trimestre del 2018 e nel primo del 2019 (Financial Times, «Germanindustrial production drops unexpectedly», 11 Marzo 2019, ). Le autorità tedesche hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita del 2019 riportandola all’1% (mentre nel 2016-2017 esso superava il 2%). Gli investimenti nell’Unione Europea hanno impiegato 12 anni per ritornare al livello del 2007 prima dello scoppio della crisi (Financial Times, « EU investment rebounds to level before 2008 financial crash », 9 Marzo 2019).
A livello della zona euro, la crescita nel terzo trimestre 2018 è stata appena dello 0,2%, la più bassa da 4 anni. L’Italia è in recessione. La Francia conosce una piccola ripresa grazie alla leggera crescita dei consumi che è il risultato del movimento dei Gilet gialli che ha portato Macron a non rispettare ciecamente la disciplina di bilancio (vedere il mio articolo: Europe : désobéir pourmettre en œuvre une alternative favorable aux peuples, 12 février 2019, )
In Giappone, la crescita nel periodo aprile 2018-marzo 2019 è di circa lo 0,9%, anch’essa in ribasso rispetto al 2017. L’economia USA è anch’essa in fase di rallentamento, il FMI17 prevede una crescita del 2,5% nel 2019 contro il 2,9% nel 2018. Altri esperti prevedono una crescita più debole. Questo ha portato la Fédéral Réserve degli Stati Uniti a sospendere provvisoriamente l’aumento dei tassi di interesse iniziato alla fine del 2016.
La crescita cinese rallenta ancora anche se il paese continua ad essere la locomotiva mondiale; essa sarebbe dell’ordine del 6%, la più bassa da 25 anni. In Cina, una crisi finanziaria può esplodere in ogni momento, far cadere la crescita domestica e mondiale, aggravare le condizioni di vita di centinaia di milioni di cinesi, uomini e donne.
Anche l’economia degli altri BRIC rallenta, eccetto l’India che conosce un tasso di crescita un pò superiore al 7%. La Russia ha una crescita molto debole, dell’ordine dell’1,2% nel 2018 e una previsione dell’1,3% nel 2019. L’Africa del Sud è stata in recessione nel corso della prima metà del 2018 e conosce un piccolo recupero. Il Brasile che ha conosciuto una forte recessione nel 2015-2016 ha ritrovato un po’ di crescita ma essa è molto debole, appena poco sopra l’1% nel 2018.
Crisi molto forti colpiscono già una serie di paesi detti emergenti: Turchia, Argentina, Venezuela … Svalutazione18 della moneta, grosse difficoltà a effettuare i rimborsi del debito estero pubblico e privato.
Una serie di paesi periferici fra i più poveri si trovano ad affrontare una crisi acuta del debito (Mozambico, …). Non è che l’inizio di una lista che si sta allungando.
Malgrado questa crescita economica molto debole a livello mondiale e in particolare nelle principali vecchie potenze industriali contaminanti, i fattori che spingono all’accelerazione del cambiamento climatico non si attenuano. Ne abbiamo sotto gli occhi delle prove tangibili con gli effetti dello sconvolgimento e del cambiamento climatico ai quattro angoli del pianeta. Di fronte a questa crisi le cui conseguenze drammatiche sono in crescita, i governi ricorrono a promesse puramente retoriche, cosa che fortunatamente produce delle forti reazioni nella popolazione in generale e fra i giovani in particolare.

Bilancio dell’azione della BCE

Dall’inizio della crisi nel 2007-2008, la BCE ha giocato un ruolo vitale per portare alla riscossa delle grandi banche private, dei loro grandi azionisti e principali dirigenti garantendo la continuazione dei loro grandi privilegi. Si può affermare senza rischio di sbagliarsi che senza l’azione della BCE, alcune grandi banche sarebbero fallite, cosa che avrebbe forzato i governi a prendere delle misure fortemente restrittive nei confronti dei loro dirigenti e grandi azionisti. Occorre aggiungere che l’azione della BCE ha rafforzato la concentrazione del settore bancario a profitto di una ventina di grandi banche che hanno un ruolo dominante. La BCE ha contribuito attivamente a mantenere in piedi e a sviluppare dei mostri bancari troppo grandi per poter fallire. Oltre al salvataggio dei grandi azionisti bancari, la BCE persegue ufficialmente l’obbiettivo di una inflazione19 del 2%. Da questo punto di vista, il bilancio della BCE è un fallimento perché il tasso d’inflazione nell’eurozona nel 2018 ha raggiunto solo il valore dell’1,6% e essa è in ribasso nel corso del primo trimestre del 2019.
Tre obbiettivi supplementari dell’azione della BCE possono essere riassunti nel modo seguente:
Difendere l’euro che è una camicia di forza per le economie più deboli della zona euro oltre che per tutte le popolazioni europee. L’euro è uno strumento al servizio delle grandi imprese private e delle classi dominanti europee (l’1% più ricco). I paesi che fanno parte della zona euro non possono svalutare le loro monete perché hanno adottato l’euro. Ora i paesi più deboli della zona euro avrebbero un vantaggio a svalutare per ritrovare competitività di fronte ai giganti economici tedeschi, francesi, del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e all’Austria. Paesi come la Grecia e il Portogallo, la Spagna o l’Italia sono così bloccati dalla loro appartenenza alla zona euro. Le autorità europee e i governi nazionali applicano da allora quella che viene definita la svalutazione interna: essi impongono una diminuzione dei salari a solo profitto delle grandi imprese private. La svalutazione interna è sinonimo di riduzione dei salari.
Rafforzare il dominio delle economie europee più forti (Germania, Francia, Benelux …) dove hanno sede le più grandi imprese private europee. Questo comporta mantenere forti asimmetrie fra le economie più forti e le più deboli.
Partecipare e sostenere in maniera offensiva gli attacchi del Capitale contro il Lavoro al fine di aumentare i profitti delle imprese e rendere le grandi imprese europee più competitive sul mercato mondiale di fronte ai loro concorrenti statunitensi, cinesi, giapponesi, coreani … Gli esempi dell’intervento della BCE per raggiungere questo obiettivo in Italia, in Grecia, a Cipro, in Portogallo, in Irlanda, in Spagna, … sono molteplici.
L’accanimento della BCE a contribuire agli attacchi contro coloro che sono più deboli s esprime ancora una volta molto chiaramente. In marzo 2019, la BCE e le banche dell’Eurosistema hanno rifiutato di rendere alla Grecia una parte degli utili realizzati sulla schiena del popolo greco [2] con il pretesto che il governo di Alexis Tsipras non aveva approfondito sufficientemente le controriforme sociali. Si tratta in particolare della volontà della BCE di veder sopprimere gli ultimi ostacoli all’espulsione delle famiglie greche incapaci di effettuare il rimborso del debito ipotecario per la loro residenza principale. Niente viene risparmiato in sacrifici al popolo greco che è una vittima espiatoria della Troïka20 in seno alla quale la BCE gioca un ruolo chiave.

La necessità di soluzioni radicali

La nuova crisi finanziaria che è in arrivo si iscrive in un contesto più ampio di crisi sistemica del capitalismo globale. Questa crisi sistemica è multidimensionale: economica, ecologica, sociale, politica, morale, istituzionale, …
Occorre rompere in maniera radicale con la logica che guida oggi i governi in carica e prendere delle decisioni urgenti. All’opposto del sistema attuale che offre l’impunità e dei paracadute dorati ai responsabili delle debacles, è necessario far pagare il conto dei salvataggi bancari a quelli e quelle che ne sono responsabili.
Le misure annunciate per disciplinare le banche sono semplici artifizi. La supervisione centralizzata delle banche della zona euro, la creazione di un fondo europeo di garanzia dei depositi, l’interdizione di certe operazioni (che toccano solo il 2% delle attività bancarie globali), il tetto massimo per i bonus, la trasparenza delle attività bancarie o ancora le nuove regole di Basilea III21 non costituiscono altro che delle raccomandazioni, delle promesse o, tutt’al più, delle misure del tutto insufficienti in relazione ai problemi da risolvere. Ora è necessario imporre delle vere regole molto strette e non aggirabili.
Questa crisi dovrebbe essere risolta con la realizzazione di misure che toccano la struttura stessa del mondo della finanza e del sistema capitalista [3].
Il compito della banca è troppo serio per essere lasciato nelle mani del settore privato. È necessario socializzare il settore bancario (ciò che implica il suo esproprio) e di porlo sotto il controllo cittadino (dei dipendenti delle banche, dei clienti, delle associazioni e dei rappresentanti degli attori pubblici locali), perché deve essere sottomesso alle regole di un servizio pubblico e i profitti che la loro attività genera devono essere utilizzati per il bene comune.
Il debito pubblico assunto per salvare le banche è chiaramente illegittimo e deve essere ripudiato. Un audit22 cittadino deve individuare gli altri debiti illegittimi, illegali, odiosi, insostenibili … e consentire una mobilitazione tale che un’alternativa anticapitalistica credibile possa prendere forma.
Queste due misure devono essere iscritte in un programma più vasto che noi abbiamo disegnato in un altro lavoro. (Vedere: Gilet gialli: imparare la storia e agirenel presente)
Le banche centrali devono essere radicalmente rifondate, le loro missioni devono essere ridefinite. Esse devono assumere di nuovo il ruolo di creazione monetaria in favore del settore pubblico e contribuire attivamente al finanziamento della transizione ecologica e alla lotta contro l’ingiustizia sociale.
La mobilitazione cittadina e l’auto organizzazione sociale costituiscono la conditio sine qua non alla la realizzazione delle diverse soluzioni proposte.

* Traduzione di Aldo Zanchetta
* Fonte: CADTM

NOTE TECNICHE
1 In generale, il termine <> fa riferimento a un bene che possiede un valore realizzabile, o che può generare dei ritorni. Nel caso contrario, si parla di <>, vale a dire la parte del bilancio costituita dalle risorse di cui dispone un’impresa. (i capitali propri apportati dai soci, gli accantonamenti per i rischi e gli impegni come pure i debiti.
2 I titoli del debito pubblico sono dei prestiti che uno Stato contrae per finanziare il proprio deficit (la differenza fra le sue entrate e la sue spese). Esso emette allora differenti titoli (titoli di stato, certificati del tesoro, buoni del tesoro, obbligazioni lineari, note di debito, etc) sui mercati finanziari -soprattutto oggi- che gli procureranno denaro in cambio di un rimborso futuro con interessi ad una certa scadenza (da 3 mesi a 39 anni). Esistono un mercato primario e un mercato secondario del debito pubblico.
3 Capitali di cui un’economia o una impresa può disporre in un determinato momento T. Una mancanza di liquidità può portare un’impresa alla liquidazione e una economia alla recessione.
4Quando A prende a prestito del denaro da B, B rimborsa il montante prestato da A (il capitale), ma anche una somma aggiuntiva detta interesse, affinché A abbia un interesse ad effettuare questa operazione finanziaria. Il tasso di interesse più o meno elevato serve a determinare l’importanza degli interessi.
5 Valore mobiliare emesso da una società per azioni. Questo titolo rappresenta una frazione del capitale sociale. Esso da al titolare (l’azionista) il diritto di ricevere una parte dei benefici distribuiti (il dividendo) e di partecipare alle assemblee generali.
6 La Borsa è il luogo in cui vengono emesse le obbligazioni e le azioni. Un’obbligazione è un titolo di prestito (chi la emette la vende al compratore la deve rimborsare a un tasso e a una scadenza determinata) e una azione è un titolo di proprietà di un’impresa. Le azioni e le obbligazioni possono essere rivendute e riacquistate a piacere sul mercato secondario della Borsa (il mercato primario è il luogo in cui i nuovi titoli vengono emessi per la prima volta). L’obbligazione (bond in inglese) è un titolo di debito emesso da società o enti pubblici che alla scadenza attribuisce al suo possessore il diritto al rimborso del capitale prestato all’emittente, più un interesse su tale somma.2
7 La Banca Centrale europea è un’istituzione europea localizzata Francoforte, creata nel 1998. I paesi della zona euro le hanno conferito le proprie competenze in materia monetaria e il suo ruolo ufficiale è di assicurare la stabilità dei prezzi (lottare quindi contro l’inflazione) in detta zona. I suoi tre organi di decisione (il consiglio dei governatori, il direttorio e il consiglio generale) sono tutti composti dai governatori delle banche centrali dei paesi membri e/o degli specialisti <>. I loro statuti la vogliono <> politicamente ma essa è influenzata direttamente dal mondo finanziario.
8 Parte di un prestito emesso da una società o un ente pubblica. Il detentore dell’obbligazione, l’obbligazionario, ha diritto a un interesse e al rimborso del montante sottoscritto. Egli può, se la società è quotata, rivendere il proprio titolo in borsa.
9 I bond sovrani o titoli di stato sono emessi dai governi o enti pubblici assimilati e si caratterizzano per la loro relativa sicurezza, godendo della garanzia pubblica. Negli ultimi anni, con la crisi del debito sovrano esplosa nell’Eurozona, i rendimenti di questi titoli hanno segnalato sempre più il rischio avvertito dal mercato, specie in relazione a quello di altri paesi, misurabile attraverso lo spread (differenza di rendimento tra due titoli (azioni, obbligazioni, titoli di stato).
10 Un prodotto strutturato è un prodotto in generale concepito da una banca. Spesso è una combinazione complessa di opzione, di swaps, etc. Il suo prezzo è determinato in base a modelli matematici che modellizzano il comportamento del prodotto in funzione del tempo e delle diverse evoluzioni del mercato. Sono spesso prodotti venduti con dei margini importanti e opachi. Lo swap appartiene alla categoria dei derivati ed è un contratto con il quale due controparti A e B decidono di scambiarsi somme di denaro (più comunemente la differenza tra queste ultime) in base alle specifiche del contratto stesso, specifiche che determinano la classificazione per tipologie dei contratti swap.
11 Derivato di credito : Prodotto finanziario la cui sottostante è un credito o un titolo rappresentativo di un credito (obbligazione). Lo scopo del derivato è di trasferire il rischio relativo al credito, senza trasferire l’attivo spesso con uno scopo di copertura. Una delle forme più correnti di derivato di credito è il Credit Default Swap.
12 Capitali conferiti o lasciati dai soci a disposizione di un’impresa. Si deve fare una distinzione fra fondi propri in senso stretto detti anche capitali propri (o capitale duro) e i fondi propri in senso allargato che comprendono anche debiti subordinati a durata illimitata.
13 Titolo spazzatura o junk bond, in inglese, è un titolo obbligazionario dal rendimento elevato, ma caratterizzato da un alto rischio per l’investitore.
14 La banca centrale di un paese gestisce la politica monetaria e detiene il monopolio dell’emissione della moneta nazionale. Le banche commerciali sono obbligate ad approvvigionarsi di moneta presso di essa secondo un costo di approvvigionamento determinato dai tassi regolatori della banca centrale.
15 Mercato dei capitali a lungo termine. Esso comprende un mercato primario, quello delle emissioni, e un mercato secondario, quello della rivendita. Oltre ai mercati regolamentati ci sono i mercati per accordo diretto che non sono tenuti a soddisfare condizioni minimali.
16Crescita negativa dell’attività economica in un paese o in un settore almeno durante due trimestri.
17 Il FMI è stato creato nel 1994 a Bretton Woods (assieme alla Banca Centrale, sua istituzione gemella). Il suo scopo era la stabilizzazione del sistema finanziario internazionale regolando la circolazione dei capitali. Ad oggi ne sono membri 188 paesi, come per la Banca Mondiale. La Banca Mondiale possiede un capitale apportato dai paesi membri e soprattutto trova prestiti sul mercato internazionale dei capitali. Essa finanzia progetti di settore, pubblici o privati, destinati ai paesi del Terzo Mondo e dell’ex-blocco sovietico.
18 Modifica al ribasso del tasso di cambio di una moneta rispetto alle altre.
19 Innalzamento cumulativo dell’insieme dei prezzi (per esempio, un innalzamento del prezzo del petrolio che trascina successivamente un riaggiustamento dei salari verso l’alto, seguito dall’innalzamento di altri prezzi, etc.). L’inflazione comporta una perdita del valore del denaro perché, nel tempo, occorre un montante superiore per procurarsi una certa merce. Le politiche neoliberiste cercano di combattere prioritariamente l’inflazione per questa ragione.
20 Troika : FMI, Commissione europea e Banca centrale europea, che assieme impongono tramite prestiti misure di austerità ai paesi in difficoltà.
21 Da Wikipedia: Basilea III è un insieme di riforme, sviluppate dal  Basel Committee on Banking Supervision della BIS per rafforzare la regolazione, la supervisione e la gestione dei rischi nel settore bancario e finanziario.

Il Comitato di Basilea,  formato dai governatori della banche centrali e capi della supervisione, hanno sottoscritto l’accordo alla base di Basilea III nel settembre 2009 e il Comitato ha concretizzato la proposta nel dicembre dello stesso anno. I documenti consultivi sono alla base della risposta alla crisi finanziaria e fanno parte delle iniziative su scala globale per rafforzare la regolazione del sistema finanziario avviato dai leader del G20 (ndt).

22 Da Wikipedia: L’audit è una valutazione indipendente volta a ottenere prove, relativamente a un determinato oggetto, e valutarle con obiettività, al fine di stabilire in quale misura i criteri prefissati siano stati soddisfatti o meno (ndt).
Note delll’autore
[1] Concordo con la conclusione dell’articolo di François Chesnais già menzionato: “Innanzi tutto sono le politiche pubbliche di austerità praticate ovunque, ma anche una situazione nella quale le imprese e la grande distribuzione devono persuadere delle famiglie il cui potere di acquisto ristagna a comprare, al di là dell’indispensabile quotidiano, delle cose che già possiedono. Parallelamente nella catene mondiali del valore gli emettitori di ordini premono sempre più i subfornitori e i trasportatori marittimi e terrestri lungo tutta la catena. La curva di accumulazione del capitale denaro generatore di interessi rafforza in tutti i paesi il peso economico e politico dei gestori di fondi e delle fortune dei manager dei gruppi finanziari industriali e commerciali interessati unicamente alla sicurezza dei flussi di interesse e alla massima distribuzione dei dividendi. Così i processi con effetto di contrazione che dominano l’economia mondiale si accompagnano a una accelerazione della dilapidazione delle risorse minerarie, della deforestazione e dell’esaurimento della fertilità dei suoli. Parallelamente, il montante degli investimenti pubblici richiesto da ogni “transazione ecologica” è irrealizzabile senza l’annullamento dei debiti pubblici che è più che mai una rivendicazione democratica assolutamente centrale”.
[2]  Sugli utili odiosi realizzati dalla BCE sulle spalle del popolo greco vedere : Eric Toussaint, « Les profits odieux de la BCE sur le dos du peuple grec », http://www.cadtm.org/Les-profits-odieux-de-la-BCE-sur pubblicato il 13 Ottobre 2017 e « La politique de la Troïka en Grèce : Voler le peuple grec et donner l’argent aux banques privées, à la BCE, au FMI et aux États dominant la zone euro », http://www.cadtm.org/La-politique-de-la-Troika-en-Grece-Voler-le-peuple-grec-et-donner-l-argent-aux publicato il 20 Agosto 2018.
[3]  Io sono del tutto d’accordo con il contenuto dell’articolo di Michael Roberts : <<Stagnation laïque, politique monétaire et John Law », https://www.anti-k.org/2019/03/16/stagnation-laique-politique-monetaire-et-john-law/, consultato il 17 marzo 2019.
Traduzione di Aldo Zanchetta e Giulia Heredia




CHI COMANDA SECONDO MATTARELLA di Carlo Clericetti

[ 3 aprile 2019 ]

Sulla scia del suo mentore Napolitano Mattarella si atteggia a estremo garante, non della Costituzione e della sovranità nazionale, come dovrebbe essere, bensì dell’Unione europea, del suo regime bancocratico e dei trattati che incatenano l’Italia al ceppo del neoliberismo globalista. Ciò è riemerso plasticamente sulla vicenda della sacrosanta commissione Bicamerale sulle banche e su Bankitalia…. Giusto quel che dice il Clericetti, malgrado non tiri le dovute conseguenze…

«Occorre considerare la natura privata degli enti interessati la cui attività costituisce esercizio della libertà di iniziativa economica riconosciuta e garantita dall’articolo 41 della Costituzione». 

Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella lettera ai presidenti delle Camere sulla legge “Istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario”. Detto in parole più brutali: fate pure tutte le inchieste che volete, ma non vi azzardate poi a prendere qualunque decisione che riguardi le banche o altri enti finanziari: quelle spettano esclusivamente alla Banca d’Italia e alle altre authority indipendenti, e “occorre evitare il rischio che il ruolo della Commissione finisca con il sovrapporsi – quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato – all’esercizio dei compiti propri” di queste authority.

Apprendiamo così che il Parlamento, ossia l’organo dello Stato che dovrebbe esercitare la “sovranità” che “spetta al popolo”, come stabilisce il primo articolo della Costituzione, non è “sopra ordinato” agli organismi tecnici istituiti (con leggi del Parlamento stesso) per controllare e regolare i vari attori del mercato (della Banca d’Italia, caso particolare, diremo più avanti). Qui c’è materia per i costituzionalisti: è corretta questa interpretazione del presidente della Repubblica?

Articoli 41 e 43

Singolare anche il richiamo all’articolo 41: sembra che Mattarella voglia fermarsi alla prima riga. Perché l’articolo così recita:

«L’iniziativa economica privata è libera.Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

E chi, se non il Parlamento, dovrebbe valutare se venga rispettato il secondo comma? Per, eventualmente, procedere ad attuare quanto espressamente previsto dal terzo comma?

E c’è anche da ricordare quello che si dice nel successivo articolo 43:

«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».

Se — per assurdo— il Parlamento decidesse di nazionalizzare il sistema bancario, che indubbiamente svolge un compito “di preminente interesse generale”, non andrebbe oltre quanto previsto dalla Costituzione.

Gravissima affermazione

Ma anche su questo Mattarella non sembra pensarla allo stesso modo, a giudicare da quest’altro passaggio della sua lettera: 

«L’eventualità che soggetti, partecipi dell’alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche nell’esercizio del credito, nell’erogazione di finanziamenti o di mutui e le società per quanto riguarda le scelte di investimento si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione».

Da questa frase si evince che secondo il Mattarella-pensiero l’essere “portatori di interessi politici” sia un difetto, anche se inevitabile. Ma il fatto è che chi siede in Parlamento è lì proprio perché è “portatore di interessi politici”. Il presidente intende certamente marcare una differenza tra interessi di parte e interessi generali, che sono quelli che ogni parlamentare dovrebbe perseguire indipendentemente dalla sua appartenenza politica, e su questo si deve ovviamente concordare. Ma lo esprime in modo piuttosto infelice, e di certo la condizione di “portatore di interessi politici” non può essere limitativa rispetto alle prerogative che la Costituzione attribuisce al Parlamento.

Che Mattarella non si fidi affatto di questa maggioranza parlamentare è evidente non da ora, e non mancano i motivi per dargli ragione su questo atteggiamento. Questo però non significa che si possano brandire interpretazioni discutibili della Costituzione per limitare preventivamente ciò che il Parlamento può o non può fare.

Fra tutte le authority citate dal presidente, la Banca d’Italia ha certamente una sua specificità. Non è più un organismo soltanto italiano, perché fa parte del Sistema europeo delle banche centrali al cui vertice c’è la Bce, a cui i trattati attribuiscono una completa indipendenza dal potere politico, come nella lettera non si manca di sottolineare: 

«Ricordo, tra l’altro, che né le banche centrali né, tantomeno, la Banca centrale europea possono sollecitare o accettare istruzioni dai governi o da qualsiasi altro organismo degli Stati membri». 

Detto che quanto è scritto nei trattati europei non è indiscutibile al pari delle tavole della legge date a Mosè sul monte Sinai, e che quella norma è figlia di una determinata teoria economica sulla sensatezza della quale non tutti concordano, nei fatti c’è però poco da dire: finché le norme sono quelle bisogna rispettarle. Se Mattarella si fosse limitato a ricordare questo principio non si sarebbe potuto obiettare nulla. Ma il presidente si è spinto molto oltre. Qualcuno potrebbe pensare troppo oltre.


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LE BANCHE, LO STATO, IL MERCATO di Antonio Martino


[ 1 marzo 2019 ]

In questa sede non si vuole analizzare il problema economico- ormai acclarato e da altri e ben più competenti in materia sviscerato nei dettagli-, bensì si cerca di evidenziare un’alternativa di struttura che possa evitare a quello che fu uno dei pilastri della crescita italiana la fine comatosa e la svendita assoluta.

Una breve panoramica storica per inquadrare nella giusta prospettiva l’analisi.


Autorizzato ad operare sia nel breve (esercizio del credito) che nel medio-lungo periodo (attività finanziarie e di investimento);

Autorizzato a svolgere attività in due modi: mediante servizio del credito e mediante concessione di quote partecipative nelle imprese.

Ci interessa evidenziare la commistione tra capitale industriale- sempre caratterizzato in Italia da asfissia di liquidità azionaria- e quello bancario, creato per l’appunto allo scopo di garantire flussi di cassa e immobilizzi alla grande industria nascente.




Il governo fascista affida la risoluzione del problema a un gruppo di tecnici raccolti attorno alla figura di Alberto Beneduce, tra i quali ruolo decisivo avrà Donato Menichella. Questa “covata”, si badi bene, lascia del tutto fuori dal progetto di riforma Banca d’Italia e la sua burocrazia, con il pieno avallo di Mussolini e del Ministro delle finanze Jung. Con tre distinte convenzioni la triade comit-credit-banco di roma cedono allo stato il capitale azionario e relative partecipazioni industriali: in sostanza, pur rimanendo società di diritto privato esse vengono “irizzate” e sottoposte al controllo dello stato.

Il risultato normativo è il R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375. “Disposizioni per la difesa del risparmio e per la disciplina della funzione creditizia.”, basato su un lungo lavoro di preparazione che ci permette di cogliere appieno la mutata finalità della banca nell’economia italiana. Citiamo per evidenziare il cambio di passo una relazione interna all’IRI:

è la raccolta di una enorme massa di cittadini a favore di determinate categorie di attività economica: nessun diritto individuale può giustificare in questo campo la assoluta libertà.”

Il punto dirimente viene affrontato subito dopo: Funzione preminente dello Stato è oggi dirigere e indirizzare lo sviluppo economico del Paese (…) i capitali monetari non applicati direttamente al lavoro e non sottoposti al rischio produttivo devono rendere meno. Ne conseguirà una spinta all’applicazione diretta alle produzioni, ossia una espansione dell’attività di lavoro.” (da La legge bancaria. A cura di Mario Porzio, Il Mulino 1981, pag. 321).



Pur essendo all’apogeo del regime fascista, il trait d’union con la concezione pubblicistica del credito e del risparmio espressa in Costituzione è evidente, così come cruciale risulta l’affermazione circa la eutanasia della rendita a mezzo diminuzione del tasso di interesse. Con questo passaggio l’Italia si dota di un sistema creditizio in grandissima parte pubblico, incardinato come segue:

        banche d’interesse nazionale (Comit, Credit, Banco di Roma): società per azioni, detenute dall’IRI;

        istituto di credito di diritto pubblico (banco di Napoli, di Sicilia, di Sardegna, Monte dei Paschi, San Paolo, BNL): controllati direttamente dal Tesoro;

        casse di risparmio: controllate dal Tesoro;

        aziende di credito: possono essere private, come la Banca Nazionale dell’Agricoltura;

A queste si accompagnano le banche popolari e i monti di pegno, gli “istituti Beneduce” (Crediop, ICIPU), il risparmio postale gestito da Cdp. Sugli istituti di credito a medio termine (il più importante sarà Mediobanca, seguito dal Medio credito centrale e altri) non ci dilunghiamo in questa sede.



I vantaggi di avere la piena disponibilità del sistema creditizio per uno Stato che vuole intervenire


In questo senso, tutta la Prima Repubblica è dominata dalla banca pubblica. Il capitale finanziario è sottoposto a una forte repressione, essendo il mercato borsistico quasi inesistente, mentre il risparmio popolare è intercettato in larga parte dall’amministrazione postale e dalle casse di risparmio. Volente o nolente, il miglior impiego della rendita diviene l’attività produttiva, con i riflessi positivi del caso e confermando quanto voluto in sede di riforma da Menichella e soci.


Naturalmente, doveva venire l’Europa a scardinare tutto.



Con quello della legge bancaria:

Da qui in poi il combinato disposto tra ingerenza comunitaria, insipienza della classe politica nazionale, crisi della Prima Repubblica, caos monetario del 1992, apriranno la strada al disastroso processo di privatizzazione.


 territorio (banco di Sicilia, banco di Napoli), la progressiva dispersione di esperienze peculiari sula via del capitale estero (BNL), la fine ingloriosa (MPS). Le casse di risparmio finiranno inglobate in processi di fusione tendenti a distruggere la radicazione territoriale e il legame fondante con le realtà di riferimento: su tutti, domineranno le fondazioni bancarie, creazioni incomplete e oggetto di numerose controversie.

La tabula rasa diviene completa con la dismissione del patrimonio IRI e la privatizzazione delle tre b.i.n., tra il 1994 e il 1995, a quotazioni largamente inferiori al valore di mercato. Ricordiamo che in Germania non fu affatto necessario privarsi del sistema creditizio pubblico per entrare nell’euro, così come il processo di concentrazione delle banche francesi non ha visto intromissioni estere.

La grande ipocrisia del liberismo ha così permesso la distruzione del patrimonio bancario pubblico in nome di una concorrenza mai vista, considerato il grado di concentrazione oligopolistica del mercato italiano, retto da due colossi, e impoveritosi in maniera impressionante di presenza nel territorio a favore di una progressiva e inarrestabile “commercializzazione” dell’attività: dalla banca di diritto pubblico alla banca-assicurazione il passo è stato breve e brutale.

Inutile poi ribadire le conseguenze dell’euro e della crisi del 2008 su un sistema oramai basato su spa private più attente all’estrazione del valore che al servizio alla clientela. In cinque anni sono falliti più istituti che nei cinquant’anni precedenti: basta (e avanza) per capire la traiettoria.


La carrellata storica, incompleta e parziale, serviva a mostrare come in un passato non troppo lontano è esistita un’alternativa pubblica- efficace ed efficiente- che ha tutelato meglio e più a lungo il risparmio e i risparmiatori. I fatti degli ultimi anni evidenziano come il potere delle banche- capitale finanziario- è tale in un’economia liberale che per forza di cose influenza l’andamento del governo e dell’economia ben più a fondo dei partiti e delle istituzioni democratiche. La questione, in sostanza, è tra stato banchiere e banchieri-stato, cioè tra il controllo pubblico del credito e dominio privato dei banksters sulla repubblica.



Pertanto il ritorno al controllo pubblico del credito è un’esigenza profonda, oggettiva, irreversibile se si vuole davvero ripristinare un minimo di legalità costituzionale in Italia. Per dirla con Lenin,

significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino” con parole pompose e promesse magniloquenti che si è deciso in anticipo di non mantenere».”


* Fonte: Orizzonte48



AUMENTA LO SPREAD PIÙ CARI I MUTUI? FALSO!

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[ 7 ottobre 2018 ]

Uno dei ritornelli che il trasversale “partito dello spread” ripete in modo martellante è questo: con le sue annunciate misure, il governo giallo-verde farà salire lo spread, quindi sarebbero minacciati “i risparmi degli italiani”, in particolare salirebbe il costo per chi ha contratto mutui con le banche.

Non lo diciamo noi, ma Il sole 24 ore di oggi, che questa è una volgare bugia.

*  *  *
Mutui, non c’è correlazione tra spread BTp-Bund ed Euribor
di Vito Lops
I mutui interessano certamente più famiglie italiane rispetto ai BTp. Una casa su due (e ogni anno ne vengono vendute più di 500mila) viene stipulata attraverso l’aiuto della leva finanziaria offerto dalla banca (il mutuo appunto). Mentre al momento appena il 5% dei titoli di Stato italiani è in mano ai piccoli risparmiatori (un paio di decenni fa il quadro era diverso tanto che si parlava di BoT people). In ogni caso mutui e BTp suscitano sempre un forte richiamo popolare. Ne consegue che quando queste due “grandezze” vengono a contatto in momenti di turbolenza finanziaria è fin troppo facile cadere in allarmismi.

Dallo scorso maggio – da quando si è insediato il nuovo governo Lega-M5S che ha proposto un contratto di governo piuttosto ambizioso in termini di deficit spending ma che non ha convinto tutti sul fronte delle coperture – lo spread BTp-Bund è salito sulle montagne russe. A inizio maggio questo differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi a 10 anni quotava 120 punti. Oggi siamo intorno ai 300 punti, come non accadeva dal 2013.

I violenti strappi al rialzo dello spread BTp-Bund hanno innescato un generale senso di panico sul fronte mutuatari. Molti hanno temuto di vedersi aumentare da un mese all’altro la rata. Compresi quelli che stanno pagando un mutuo a tasso fisso, dimenticandosi del fatto che il loro tasso è bloccato per sempre indipendentemente da ciò che accade all’esterno, sui mercati.

La preoccupazione maggiore ha colpito l’universo dei mutuatari a tasso variabile. Perché in molti sono tutt’ora convinti che esista una correlazione tra le tensioni finanziarie (che possono far salire lo spread BTp-Bund) e l’andamento degli indici Euribor (gli unici, assieme al tasso ufficiale della Bce, che hanno il potere di far ballare le rate dei mutui a tasso variabile).

Come evidenzia il “grafinomix” di giornata questa correlazione non esiste. Il grafico abbraccia un periodo piuttosto ampio, tre anni. Perché è da più di 1.000 giorni che gli indici Euribor sono finiti addirittura nel limbo dei tassi negativi. L’Euribor a 1 mese è a -0,37%, quello a 3 mesi a -0,32%. Questi valori sono piatti da diverso tempo e non hanno per nulla risentito della forte volatilità dello spread BTp-Bund degli ultimi mesi.

Il grafico prova quindi che la correlazione tra spread obbligazionario ed Euribor non esiste. Quindi se lo spread BTp-Bund sale chi sta pagando un mutuo a tasso variabile non vede aumentare la propria rata. E non deve pertanto cadere in facili allarmismi. Anzi, paradossalmente, può valere il contrario. Perché se lo spread dovesse salire ulteriormente e la tensione in Italia dovesse trasformarsi in un attacco speculativo e a sua volta questo attacco speculativo dovesse contagiare altri Paesi dell’Eurozona a tal punto da compromettere la crescita economica, a quel punto è ragionevole supporre che la Bce possa essere spinta a rimandare i tempi di una stretta monetaria (rialzo dei tassi). E quindi questo scenario di allarme (non all’orizzonte al momento va detto) sul mercato obbligazionario potrebbe addirittura contribuire a tenere basso l’Euribor per ancora più tempo, prolungando quindi la fase di vacche grasse che stanno vivendo da diversi anni i mutuatari a tasso variabile che si vedono sottrarre l’Euribor (perché negativo) allo “spread del mutuo” fissato il giorno della stipula (e non più modificabile) anziché sommarlo.

Che la correlazione non ci sia è quindi ovvio. Cerchiamo di capire anche perché non ha logica di esistere. Per farlo bisogna ragionare sui fattori che possono far salire l’Euribor, quelli cioè su cui realmente dovrebbe concentrarsi chi sta pagando un mutuo a tasso variabile.

L’Euribor può salire per due motivi:
1) quando la Bce alza/sta per alzare i tassi che essa governa e che sintetizzano l’andamento del costo del denaro all’ingrosso (le stime indicano un prossimo rialzo di 10 centesimi del tasso sui depositi da -0,4% a -0,3% a settembre 2019);
2) in caso di crisi di fiducia tra le banche che quindi non si fidano a prestarsi liquidità tra loro nel mercato interbancario (come è successo nel 2008, scenario oggi fortunatamente escludibile perché c’è il problema opposto, abbondanza di liquidità interbancaria ed è questa la ragione per cui i tassi sono negativi).

Non ci sono altri motivi, al di là di questi due, che possono muovere al rialzo gli indici Euribor e quindi le rate dei mutui a tasso variabile.

Detto ciò, lo spread BTp-Bund può avere nel medio periodo (circa sei-nove mesi) il potere di spingere le banche ad aumentare i costi dei “nuovi” mutui (ma non di quelli in essere). Questo perché un aumento prolungato dei tassi obbligazionari può impattare sul costo di raccolta del denaro delle banche e sulla gestione della tesoreria. Questo aumento di costi può portare le banche a decidere – e questo dipende anche da scelte di marketing e commerciali – di aumentare in futuro i loro spread, quelli che applicano sui mutui e che ne rappresentano il margine lordo dell’operazione di finanziamento (a cui va aggiunto l’Euriborper calcolare la rata finale del variabile e l’indice Irs per calcolare la rata finale del mutuo a tasso fisso). Ma qui siamo ancora nel campo delle ipotesi. Perché difatti da maggio, da quando lo spread BTp-Bund è più che raddoppiato (da 120 a 300) , per ora gli spread sui nuovi mutui non sono stati modificati e anzi viaggiano ai minimi storici (addirittura azzerati sul fisso e intorno allo 0,7% sul variabile).

In conclusione, ciò che per ora possiamo toccare con mano è che lo spread BTp-Bund non impatta sull’Euribor (e quindi sui mutui a tasso variabile in essere). Può eventualmente in futuro impattare sul costo dei nuovi mutui. Ma per ora questo non è avvenuto. Chi stipula un nuovo mutuo oggi lo fa comunque ai minimi storici.




SPREAD: COME USCIRE DALLA TRAPPOLA di Leonardo Mazzei

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[ 8 settembre 2018 ]

Mazzei ci spiega, con parole chiare, chi c’è dietro la trappola spread, come nacque;  come e con quali misure è necessario e possibile uscirne.

Il tema non è nuovo. E’ lì da sette anni, da quando servì ad intronizzare Monti, portando l’Italia sulla china di un declino di cui ancora non si vede la fine. No, il tema non è nuovo, ma è di nuovo attualissimo. Il signor spread torna a presentarsi non solo come il supremo regolatore delle scelte economiche, ma come l’autentico dittatore dell’eterno “stato d’eccezione” in cui l’Italia si è cacciata entrando nell’euro.
Torneremo a breve sulle alterne vicende che ci stanno portando al decisivo snodo della Legge di Bilancio. Vicende che vedono un triplo e complicato confronto: tra il governo e l’Unione Europea sui numeri del bilancio 2019; tra M5s e Lega sulle priorità dei provvedimenti da adottare; tra questi due partiti e la Quinta Colonna dei poteri sistemici all’interno dell’esecutivo (Tria, Moavero, ecc.) sul grado di compatibilità (politica, oltreché economica) dell’intera manovra. Di certo a nessuno sfuggirà come, in questa triplice partita, la vera arma delle forze euriste sia fondamentalmente lo spread.


Meno di un mese fa segnalammo come i veri eroi dell’attuale opposizione fossero nientemeno che gli speculatori, cioè appunto i “signori dello spread“. La novità è che mentre allora sembrava che quest’arma dovesse servire a disarcionare Conte, oggi —  avendo valutato l’assenza di alternative politiche — essa viene sapientemente usata dal blocco dominante per condizionare le mosse della maggioranza governativa, imbrigliandola così di fatto in estenuanti mediazioni al ribasso. Vedremo nelle prossime settimane fino a che punto questa operazione avrà successo, ma di certo questo è il problema: la dittatura dello spread, il suo potere condizionante quando non apertamente eversivo.


A due anni dalla storica sconfitta del disegno anticostituzionale di Renzi, la democrazia italiana è di fronte ad una minaccia più subdola, ma più grave. Talvolta le norme non scritte che regolano la vita di un Paese possono pesare assai di più di quelle scolpite negli articoli di una Costituzione di cui ci si ricorda soltanto nelle celebrazioni liturgiche. E’ questo, in tutta evidenza, il caso dello spread.

L’uso che si fa di quest’arma azzera totalmente la sostanza del concetto di sovranità popolare contenuto nell’art. 1 della Carta del 1948. Questo è un fatto, anche se ben pochi costituzionalisti amano affrontare apertamente il tema: troppo forte è la loro adesione al dogma eurista che ne garantisce l’internità ad un’èlite ormai priva di consenso.
Ma qualcuno dovrà pure occuparsene, o facciamo tutti finta che si tratti di un fatto tra i tanti?
Eh no!, signori cari. Oggi la dittatura dello spread non è un elemento tra tanti, è invece il fatto decisivo col quale fare i conti. Quello che sta uccidendo la democrazia nel nostro Paese, a dosi neppur troppo omeopatiche. Questo tutte le persone oneste ed “informate dei fatti” non possono non saperlo. Già, ma come farci i conti?
Credo che, essenzialmente, ci siano tre possibili livelli di azione: la denuncia immediata e costante, un’azione di governo orientata a contrastare i “signori dello spread“, una strategia di fuoriuscita dalla gabbia eurista. Inutile sottolineare l’intima connessione tra questi tre momenti di azione, tutti orientati a riconquistare la sovranità nazionale, democratica e popolare.

1. Perché sia necessaria la denuncia è facile da capirsi, troppo forte e manifesta è la disonestà intellettuale dei media mainstream, quelli che ci presentano ogni balzo all’insù dello spread come un giudizio divino. Ma questa denuncia ha da articolarsi su due piani, quello immediato e quello di fondo.

Sul piano immediato vanno sempre messi in luce almeno tre aspetti. Il primo è che lo spread è un valore frutto delle manovre di una finanza speculativa da contrastare, non da assecondare; la risultante dell’azione di forze oligarchiche nemiche per loro natura di ogni forma di democrazia. Il secondo è che spesso tali azioni avvengono in accordo con le forze politiche della conservazione, quelle che amano lo status quo dell’austerità e del vincolo esterno. Il terzo è che quasi sempre gli stessi effetti dello spread vengono artatamente esagerati, facendone un mostro talmente orribile da confiscare per l’eternità ogni spinta al cambiamento. Illuminante a tal proposito l’incredibile campagna terroristica scatenata a fine maggio a sostegno del golpe mattarelliano (LEGGI QUI).
Ma la denuncia di questa disinformazione sistemica servirebbe a ben poco senza la chiara indicazione dell’origine del male denominato spread. Un’origine che sta in due passaggi, certo noti ai nostri lettori ma che giova sempre ricordare: 1. Il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro (1981), autori Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, che gettò i titoli del debito pubblico nelle mani della finanza internazionale. 2. L’entrata nell’euro, con l’esproprio definitivo della sovranità monetaria.
Chi vi parla dello spread senza riconoscere l’effetto disastroso, ancorché voluto dalle èlite, di queste due mosse, va invitato ad informarsi (se davvero disinformato), o ad andare semplicemente a quel paese (se informato ma devoto al dogma euro-liberista).


2. Può un governo teso alla riconquista della sovranità, iniziare intanto ad agire per frenare i “signori dello spread“? La risposta è sì. Esso può farlo, purché lo voglia davvero, purché riesca a sconfiggere le forze interne che tirano nell’altra direzione, purché abbia chiari i limiti di questa azione, che ha senso solo nella prospettiva dell’uscita dalla gabbia dell’euro.

Qui il punto è quello della rinazionalizzazione del debito. Più il debito è in mani estere, più la speculazione ha possibilità di dispiegarsi. In Giappone, con un debito pubblico doppio rispetto al nostro, ma interamente detenuto da soggetti interni, lo spread non sanno neppure cosa sia.  Tornando a noi, non è che i detentori nazionali dei titoli del debito siano alieni dallo speculare. Tutt’altro, ma dato che costoro sono rappresentati essenzialmente dalle banche, è evidente come queste ultime debbano stare ben attente ad effettuare manovre speculative che finirebbero — colpendo l’intera economia italiana — per ritorcersi contro i loro stessi interessi.
La cosa interessante è che — per diversi motivi sui quali qui non entriamo — questo processo di rinazionalizzazione è già in atto. Se nel 2010 la quota del debito italiano detenuta da soggetti esteri era del 44,3%, se essa era scesa al 36,5% nel 2014, già nel maggio di quest’anno si era arrivati al 31,3%. Poi, come ampiamente riportato dalla stampa, tra maggio e giugno altri 70 miliardi in Btp hanno cambiato proprietario, passando dalle mani degli investitori stranieri alle banche italiane. Ragion per cui la quota estera del debito è oggi valutabile in un 28% scarso.
Ovviamente il terrorismo dei media ha presentato questo passaggio come una sorta di nuovo disastro nazionale, questo in un Paese dove la ricchezza finanziaria ammonta a ben 4.300 miliardi! In realtà questo processo, benché non guidato politicamente, benché frutto di dinamiche di mercato, è in realtà potenzialmente positivo per la gestione del debito pubblico italiano, che ha bisogno appunto di essere rinazionalizzato.
Ovvio che questa rinazionalizzazione non potrà mai completarsi senza la riacquisizione della sovranità monetaria e senza la nazionalizzazione delle banche. Tuttavia, il processo in corso può favorire proprio queste scelte. Il problema è casomai il tempo, dato che quello a disposizione non sembra troppo lungo. C’è bisogno dunque di nuovi strumenti che consentano di accelerare il percorso verso la rinazionalizzazione del debito. 
Da qui nasce una nostra modesta proposta, avanzata in un articolo di un mese fa, quella che lì abbiamo chiamato “Btp famiglia”, che così schematizzavamo:

«In pratica si tratterebbe di questo: 1) Da una data x lo Stato emette solo un nuovo tipo di Btp decennale, chiamato per esempio “Btp famiglia”. 2) Il governo dichiara che questo titolo è garantito al 100%. 3) Il Btp famiglia potrà essere acquistato solo da soggetti italiani, avviando così una progressiva rinazionalizzazione del debito. 4) Il suo tasso di interesse sarà un po’ più elevato di quello corrente, diciamo al 4% per i primi tre anni, del 3% per gli anni successivi. 5) Questo titolo non sarà negoziabile sul mercato secondario. 6) Ove l’investitore volesse rientrare in possesso del suo capitale prima della scadenza, ma dopo i primi cinque anni, lo Stato procederebbe al riacquisto al valore nominale. 7) Qualora invece la richiesta di riacquisto avvenisse entro i primi cinque anni, lo Stato riacquisterebbe allo stesso valore meno una penale da calcolarsi allo scopo di impedire operazioni meramente speculative». 

Come si può ben capire qui non è certo importante né il nome dello strumento finanziario, né l’esatto schema del suo funzionamento, ed il nostro era solo un esempio per far capire di cosa stiamo parlando. Importante è solo il concetto: un Paese con la ricchezza finanziaria che abbiamo detto non ha alcun motivo di lasciare in mani straniere quote importanti del proprio debito, di cui ha invece l’interesse a rientrare integralmente in possesso proprio per sfuggire ai trucchi e alle manovre dei pescecani della finanza.


3. Ovvio come quanto detto finora abbia senso solo nella prospettiva dell’uscita dall’euro. Guai a chi si dimenticasse per strada quello che dovrà essere il passaggio chiave per la riconquista della sovranità. Senza l’abbandono del sistema della moneta unica non potrà esservi una vera uscita dalla crisi. Né potranno esservi serie misure di contrasto alla disoccupazione, tantomeno il ribaltamento delle politiche neoliberiste che hanno aumentato a dismisura diseguaglianze e povertà. Chi dice il contrario mente.

Ricordare sempre questa verità non è una cosa da fissati, è invece la bussola necessaria di ogni concreta azione dell’oggi, a partire da quella, quanto mai indispensabile, contro i “signori dello spread” e contro le forze oligarchiche che cercano in tutti i modi la vittoria di TINA (There is no alternative), di cui lo spread è un formidabile alleato.
Solo battendo queste forze un futuro diverso potrà infine dischiudersi. E per batterle bisogna schierarsi e combattere ora, non quando sarà troppo tardi. Con il coraggio dell’intelligenza (giusta tattica e non mero arrembaggio) e l’intelligenza del coraggio (senza il quale mai vi sarà vittoria). E’ di questo che c’è bisogno. Urgente bisogno.




UNICREDIT AI FRANCESI? IL GOVERNO INTERVENGA PER IMPEDIRLO!

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[ 28 agosto 2018 ]
L’impero napoleonico nel 1812


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UNICREDIT-SOCGEN
L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5s
Le trattative su una fusione tra Société Générale (SocGen) e Unicredit sarebbero ancora molto attuali. Per la Francia del resto questa è una ghiotta occasione 

di PAOLO ANNONI

Secondo Milano Finanza, le trattative su una fusione tra Société Générale (SocGen) e Unicredit sarebbero ancora molto attuali al punto che la banca italiana si sarebbe già affidata a un senior advisor di Rotschild, oltre che ex presidente di SocGen (Daniel Bouton), mentre quella francese invece avrebbe scelto come advisor Jp Morgan. La notizia è stata sepolta sotto tre metri di “spread” e un altro paio di banche centrali a Jackson Hole, ma in realtà meriterebbe ben altra attenzione. Se siamo già alla scelta degli advisor significa che l’ipotesi di fusione è in realtà qualcosa di molto più concreto.

Una fusione di questo tipo sarebbe ovviamente un’operazione di sistema ai massimi livelli; Unicredit è l’unica banca italiana considerata sistemica a livello europeo e SocGen una delle quattro francesi. Le banche sono una parte centrale del sistema Paese e di qualsiasi sua sovranità sostanziale; chi decide come erogare il credito o se comprare bond statali o meno è per definizione un pezzo centrale del sistema Paese.

Di questa fusione si parla, a scadenze, da un decennio e l’ipotesi è stata rilanciata a inizio giugno anche dal Financial Times. Sull’asse Francia/Italia le operazioni di sistema negli ultimi dieci anni si sono sprecate. Unicredit, così come la principale assicurazione italiana Generali, hanno due amministratori delegati francesi e Unicredit ha “appena” venduto il risparmio gestito, Pioneer, alla francese Amundi in un deal che senza l’approvazione dei due sistemi Paese non sarebbe stato possibile.

La Francia ha un interesse strategico in Italia perché negli ultimi due decenni ha comprato talmente tante società da diventare il Paese europeo che avrebbe più da perdere in caso di crollo economico-finanziario italiano. La dimensione delle acquisizioni e dell’intervento francese in Italia è stato così grande in termini dimensionali e così sbilanciato da determinare una situazione che avrebbe eguali sono nei casi di ex-colonie. L’Italia ha scelto di farsi comprare convinta che legandosi alla Francia avrebbe maggiore riparo in sede europea; oggi la Francia non può augurarsi un fallimento dell’Italia: telecomunicazioni, media, banche, assicurazioni, energia, industria, lusso, alimentare… non c’è un settore in cui non faccia capolino una società francese con ruoli di rilievo. Comprare o fondersi con la principale banca italiana non può essere un caso, soprattutto in una fase così delicata per l’economia italiana. Bisogna quindi chiedersi perché incrementare l’esposizione in Italia e perché oggi. Avanziamo alcuni possibili spunti.

L’Italia ha ancora una ricchezza che ha pochissimi eguali, ma davvero pochi, tra i Paesi del primo mondo e cioè il risparmio. Gli italiani hanno, per esempio, uno dei tassi di proprietà della prima casa più alti in Europa occidentale. Solo uno dei moltissimi indicatori che testimoniano la ricchezza finanziaria, i risparmi, delle famiglie italiane. Questo è un possibile spunto che si aggiunge al fatto che potrebbe essere meglio mettere i propri soldi in una banca più tutelata, in virtù di un sistema Paese più forte in sede europea, rispetto a quelle italiane.

Il secondo spunto è che comprando o mettendo le mani su una banca di queste dimensioni, ovviamente comanderebbe la Francia, si acquisirebbe una leva di controllo/indirizzo sul Governo italiano notevole. Pensiamo solo al ruolo delle banche italiane nella stabilizzazione dello spread. Si potrebbe pensare che in questo modo, in un certo senso raddoppiando l’esposizione, si arrivi a una situazione tale di sovranità sostanziale sull’Italia da poterne determinare le politiche sia in un vero e proprio senso coloniale, sia come assicurazione sui suoi fremiti “populisti”. Non che in Francia siano messi molto meglio.

Il terzo spunto è come mai proprio nell’estate 2018 e dopo la vittoria dei “populisti” alle elezioni riparta questa trattativa. Oltre alle ragioni di cui al punto due ci potrebbe essere una valutazione “politica”. In molti ritengono che la leadership francese di Unicredit, e anche Generali, possa essere messa in crisi da un Governo “sovranista” che potrebbe volere leadership “più italiane”. Su questa nozione negativa di “sovranismo” in campo economico c’è quasi da ridere perché a parti invertite avrebbero schierato l’esercito pur di evitare quello che si è visto in Italia. Qualunque Governo senza una mentalità da colonia, dagli Stati Uniti alla Germania passando per l’Inghilterra, è sovranista in alcuni campi e la finanza è sicuramente uno di questi.

In ogni caso questo, soprattutto con l’Italia sotto attacco dei mercati, potrebbe essere il momento per affondare un colpo che probabilmente diventerebbe più complicato dopo le elezioni europee con il probabile successo dei partiti che oggi governano e che muoverebbero mari e monti pur di evitare la francesizzazione finale del sistema finanziario italiano. Oggi all’orizzonte, con il contributo determinante di un’opposizione inesistente e a tratti lunare, si intravede alle europee il successo dei “populisti”. Non è affatto un augurio, solo un’analisi. Quindi si deve sfruttare una finestra che rischia di chiudersi.

Ultimo corollario: chiunque dipinga l’operazione come una fusione alla pari sbaglia o mente perché altrimenti i francesi non la farebbero mai. Chiunque dica che è un’operazione di mercato sbaglia o mente perché due banche sistemiche neanche iniziano a parlare senza l’appoggio esplicito di almeno uno dei due sistemi Paese.