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FASSINA: LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO

[ 1 ottobre 2017 ]

Condividiamo nella sostanza il giudizio di Stefano Fassina sulla Nota di aggiornamento al Def approvata dal governo giallo-verde. Si poteva e doveva fare di più, ma esso va nella giusta direzione. Il Parlamento, sovrano almeno sulla carta, potrà e dovrà licenziare una Legge di bilancio ancor più coraggiosa per porre fine all’austerità. Se ne parlerà al convegno del 13 Ottobre a Roma, e si discuterà anche del futuro della sinistra patriottica. Davvero, come afferma Fassina, la via è quella che ci propongono France Insoumise e Melenchon? Ma non è proprio Melenchon che, facendo eco all’élite oligarchica, va dicendo che in Italia c’è un governo… fascista? 

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“Questo Def doveva farlo il Pd. Governo coraggioso”
Intervista a Stefano Fassina sul Def approvato dal governo Conte

di Alberto Maggi
D. Da uomo di sinistra, che cosa pensa del Def approvato dal governo Lega-M5S con il deficit/Pil al 2,4% per tre anni?

R. “Sono stati fissati obiettivi necessari e coraggiosi. E, proprio perché coraggiosi, anche pericolosi in quanto colpiscono interessi che, ovviamente, reagiscono rispetto a una politica di bilancio che, finalmente, pone le condizioni per tornare ad affrontare le priorità economiche e sociali. Poi vedremo nella Legge di Bilancio come il governo utilizzerà questo spazio di extra-deficit”.
D. Quali sono questi interessi che reagiscono e in che modo lo fanno?

R. “Come reagiscono è semplice, con la vendita dei nostri titoli di Stato. E parlo di tutti coloro che vogliono mantenere lo status quo ovvero il pesante sfruttamento del lavoro e un modello che favorisce le grandi imprese che esportano e la grande finanza. Questi poteri hanno i propri capisaldi in Germania. E, come è successo con Syriza in Grecia, verso chi compie atti di insubordinazione c’è una reazione forte”.
D. La bocciatura Ue della manovra è abbastanza scontata…

R. “Non lo so, ma è l’aspetto meno preoccupante. Il punto è che cosa farà la Bce in interazione con Berlino. Sono fenomeni politici e non economici, scelte politiche che la Banca Centrale Europea prende in stretta relazione con il governo tedesco. Devo dire però che l’attenzione manifestata da Manfred Weber, capogruppo del Ppe all’Europarlamento e candidato della Merkel alla Commissione, verso i sovranisti – rispetto ai quali si è posto come pontiere – mi porta a dire che non necessariamente ci sarà una rigidità dalle parti di Berlino. Quelli fissati nel Def sono obiettivi necessari e coraggiosi, quindi pericolosi, perché è una partita tutta politica. Bisogna vedere cosa faranno anche i governi di quei Paesi extra-europei che sono stati visitati in queste settimane da Tria, Savona e Conte con i loro fondi sovrani e le loro banche centrali. Ripeto, è una partita tutta politica che inevitabilmente che si apre. Tuttavia, finalmente la politica ritrova il primato sull’economia”.
D. Quindi Cina, Russia e Usa potrebbero comprare Btp al posto della Bce quando finirà il QE?

R.”Non è un’ipotesi da escludere. Si apre un gioco politico dove ci sono attori e interessi diversi nei confronti dell’Italia che interagiranno”.
D. Obiettivi coraggiosi ma pericolosi ha detto, perché?

R. “Potrebbe esserci lo scenario greco che però penso non convenga a nessuno visto il peso finanziario dell’Italia, decisamente superiore a quello della Grecia. Vi sarà un’attenzione anche perché il governo ha fissato un obiettivo distante dall’autolesionismo del fiscal compact, ma con il 2,4% aumenterà la crescita e tutto ciò avrà effetti compensativi sul debito pubblico. Non stiamo parlando di un obiettivo di deficit fuori dal mondo, ma certamente di una rottura e di una forzatura rispetto al fiscal compact. Un’azione necessaria, poi vedremo che uso ne farà il governo. Un conto sono investimenti pubblici che si moltiplicano, altro operazioni di carattere elettorale. Ma oggi ci sono le condizioni per fare investimenti pubblici, ieri con l’1,6% o anche con il 2 non c’erano”.
D. Qual è il provvimanteo che la convince maggiormente? Il reddito di cittadinanza?

R. “Il reddito di cittadinanza vedremo come verrà fatto. Se sarà un reddito di inclusione e punterà al potenziamento della promozione del lavoro, bene; se invece sarà solo assistenzialismo puro non funzionerà perché sarebbe uno strumento di passivizzazione e di manenimento della marginalità sociale. Il modello deve essere il Rei (reddito di inclusione, ndr) potenziato significativamente. L’altro provvedimento importante e positivo è l’allargamento del forfettone fiscale per le partite Iva ovvero l’innalzamento della soglia di fatturato alla quale si applica l’aliquota del 15%”.
D. Strano che un uomo di sinistra come lei dica queste cose di un governo dove dentro c’è un partito, la Lega, che per molti suoi colleghi è razzista e fascista. No?

R. “A parte che non ritengo che siamo di fronte ad un governo fascista, penso che prendano misure sbagliate rispetto a problemi veri. Dopodiché, come dissi quando fu bloccata la nomina di Savona, è necessario cambiare rotta e a farlo è un governo che per alcuni aspetti non condivido anche se tutto ciò avrebbe dovuto farlo la sinistra ma non lo ha fatto perché pesantemente sfiduciata da parte di quelle categorie sociali che avrebbe dovuto rappresentare e che invece ora si affidano a chi sta al governo. Se chi governa attua provvedimenti nella giusta direzione, tali misure vanno sostenute perché fanno gli interessi di coloro che proprio la sinistra dovrebbe rappresentare. Purtroppo la larga parte degli eredi della sinistra storica ha definitamente deciso di difendere gli interessi dei più forti”.
D. Alle elezioni europee del 2019 potrà nascere un sovranismo di sinistra?

R. “E’ già nato. Mélenchon in Francia, con una piattaforma che da noi a sinistra definiscono per ottusità populista e sovranista, ha preso oltre il 20% alle Presidenziali. E c’è una parte della Linke, quella della Wagenknecht, che ha lanciato un movimento che sta ottenendo un consenso molto ampio proprio sulla stessa linea di Mélenchon”.
D. Una linea che non è certo quella di Renzi…

R. “Assolutamente no. Lo spazio c’è, ma oggi è occupato, con tante contraddizioni, dal M5S. Uno spazio che va riconquistato. Con alcuni compagni e con alcune compagne e con tanti intellutuali l’8 settembre scorso abbiamo lanciato l’associazione ‘Patria e Costituzione’ che ha scandalizzato la sinistra del ‘main stream’, sia radicale che riformista, perché afferma il primato della nostra Costituzione sui trattati europei”.
D. Una convergenza al Parlamento europeo tra sovranisti di destra e di sinistra?

R. “Un’alleanza è impraticabile perché ci sono questioni di fondo che sono inconciliabili. C’è un’evidente distanza ma c’è anche un’alternativa radicale all’europeismo liberista di Macron, del Pd e dell’Spd”.

* Fonte: Affari Italiani




USCITA DALL’EURO: SE LO DICE (ANCHE) JP MORGAN

La “sconvolgente” conclusione di JPMorgan: l’uscita dall’euro potrebbe essere la migliore opzione per l’Italia


Zero Hedge affronta il tema del Quitaly, lo scenario finanziario di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro. E le conclusioni sono sbalorditive se pensate che provengono da uno dei centri della finanza mondiale.

 

Inoltre, secondo la BCE, la stragrande maggioranza dei titoli acquistati dalle banche centrali nazionali sotto il QE sono stati venduti dalle controparti non residenti nello stesso paese come la banca nazionale centrale d’acquisto, e circa la metà degli acquisti sono stati effettuatu da controparti situate al di fuori l’area dell’euro, la maggior parte dei quali è principalmente l’accesso al sistema di pagamento Target2 tramite la Deutsche Bundesbank. In altre parole, a causa delle preferenze degli investitori, l’eccesso di liquidità creato dal programma di QE della BCE dal 2015 non è rimasto nei paesi, ma è trapelato a nazioni creditrici come la Germania, che sono state inondate di ancora più liquidità.


 

 

* Fonte: L’Antidiplomatico



ITALIA: TROIKA IN AGGUATO

[ 10 giugno 2018 ]

L’insospettabile “sovranista” Curzio Maltese, nella sua rubrica Contromano (la repubblica) ha scritto un pezzo istruttivo: Uscire dall’euro senza dirlo in giro. Ammette, papale papale, che “A parte Paolo Savona , che ha avuto il torto di ammetterlo, tutti in Europa studiano un Piano B per l’uscita dall’euro: Stati e banche, investitori pubblici e privati”.

Che il barometro annunci tempesta, con tanto di troika in arrivo,  ce lo spiega l’analista Mauro Bottarelli. Il governo giallo-verde sarà in grado di tenere il timone?

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QUALCUNO VUOLE CONSEGNARCI ALLA TROIKA
Qualcuno potrebbe essere interessato a indurre l’Italia a una ristrutturazione anche parziale del proprio debito pubblico, aprendo di fatto la strada alla Troika 

di Mauro Bottarelli

Borsa giù. Spread sopra quota 270. Addirittura, il Corriere della Sera che lancia l’allarme: sul titolo di Stato a 9 mesi, il debito greco è ritenuto più solido del nostro, visti i rendimenti registrati giovedì in chiusura di contrattazioni. Cazzate. Scusate il termine ma ci vuole: un’idiozia simile solo il quotidiano della borghesia illuminata (e parecchio scornata dal risultato elettorale del 4 marzo) poteva scriverlo, perché solo un idiota può fidarsi più del debito di Atene che del nostro. Non fosse altro che per una ragione: la Grecia è pressoché fallita tre volte, con somma gioia della speculazione e dei presunti creditori e ha combinato un mezzo disastro nell’eurozona. Stante solo le detenzioni di debito italiano delle banche francesi, belghe, tedesche e spagnole, se succedesse anche soltanto un minimo evento di credito nei confronti di Roma, le conseguenze sarebbero ingestibili. Certo, a meno che prima di quell’atto, chi di dovere non fosse così intelligente da scaricare ciò che ha: ma lo farà, con la Bce front-run sia sugli acquisti che sulle vendite, in questo secondo caso in modalità scaccia-speculazione? 

Perché la questione è sempre la stessa: tutto dipende da cosa decideranno Fed e Bce nei rispettivi meeting la prossima settimana, il resto sono solo chiacchiere buone per i salotti di via Solferino. Pensate a una cosa: per preservare una moneta, si tende a legarla a un asset dal valore riconosciuto universalmente e a prova di crisi, vedi l’oro. Un debito, invece, a cosa lo leghi? Alla ricchezza, agli assets del Paese che quel debito deve non solo gestirlo ma, soprattutto, onorarlo. E l’Italia può contare su qualcosa come circa 3500 miliardi di ricchezza privata: direi che è un’assicurazione sulla vita non male, un qualcosa che dovrebbe far riflettere chiunque abbia cattive intenzioni nei nostri confronti. Ma ci sono altre criticità, quelle vere. Quelle che la stampa da sempre a braccetto con la finanza e le banche che siedono nei Cda, come ad esempio il Corriere, non può dirvi. Ovvero che quella ricchezza può essere contemporaneamente assicurazione sulla vita ma anche liability [passivo, NdR] di un Paese come il nostro, dai fondamentali macro tutt’altro che solidi e dalla solidità politica pari a un wafer: qualcuno, infatti, potrebbe volerla cannibalizzare quella ricchezza. O, peggio, colonizzarla.

Cosa vi ho detto per mesi, quando vi rendicontavo riguardo la strana fretta della Bundesbank di rimpatriare il suo oro fisico stoccato all’estero? Che qualcosa di grosso era in gestazione. O in arrivo, magari come shock esterno. Ed eccoci all’oggi, un tutti contro tutti globale che si sta sostanziando in queste ore nel fallimento annunciato del G7 canadese e nel gioco delle parti in atto: notate come Donald Trump abbia aperto al ritorno della Russia nel simposio dei grandi, decisione subito spalleggiata dall’Italia, ma come Mosca, contemporaneamente, abbia risposto con freddezza, parlando di “altre prospettive”? È un’enorme partita a scacchi, intervallata da una di poker: Washington punta su Roma per spaccare l’Ue, Mosca su Berlino per tenerla insieme. In mezzo, la Francia doppiogiochista del ventriloquo Macron come battitore (semi)libero. E, guarda caso, Donald Trump con supremo sprezzo dei suoi partner lascerà il G7 a metà dei lavori, per raggiungere Singapore dove martedì incontrerà il leader coreano Kim Jong-un. 

Ovviamente, quei geni dei nostri media cos’hanno sottolineato? Se ne va prima che si parli di clima. Come se agli Usa fregasse qualcosa al riguardo. La questione è altra: se ne va perché ormai ha deciso di snobbare tutti e dare lui le carte, ma lo fa anche per dar vita, in maniera credibile, all’appuntamento talmente caricato di significati da oscurare la riunione della Fed. La quale, se per caso deciderà davvero di proseguire con la politica di rialzo dei tassi, invierà un segnale devastante ai mercati emergenti, già oggi in affanno per il finanziamento a caro prezzo dei loro debito pubblici/privati in dollari, vedi l’Argentina che si è consegnata mani e piedi a vita al Fmi, dopo aver accettato il prestito-record da 50 miliardi di dollari. Viviamo in un mondo che è un detonatore, ogni dove ci si gira, c’è un bottone pronto a far saltare tutto, se schiacciato nel momento sbagliato. Pensate alla Bce e al cosiddetto taper [ riduzione, interruzione graduale, NdR] sul programma di stimolo. Nei giorni scorsi, almeno quattro membri del board hanno fatto capire che gli acquisti cesseranno come da accordi a fine settembre e, addirittura, qualcuno ha azzardato un primo aumento dei tassi entro metà 2019. Insomma, dalla riunione di Riga di giovedì, tutti si attendono un Mario Draghi che confermi le sue decisioni. 

Ma come reagirà il mercato, se fossimo davvero davanti a una partita di giro, a una recita a soggetto? Molto, quasi tutto, dipende paradossalmente dall’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un: se si tradurrà in un fallimento e lo spauracchio nucleare nordcoreano tornerà sul tavolo più forte e spaventoso di prima, non sarebbe una fortuna per chi ha necessità di un alibi “esterno” per proseguire con la cautela rispetto al ritiro degli stimoli? Magari con un compromesso: invece che il 30 settembre, si continuerà a comprare fino a fine anno, passando però da 30 miliardi di controvalore a 20. O, magari, a 15. Ma, almeno, si compra. Poco, molto meno, ma la formale difesa dello scudo Bce resterà, fino all’ultimo Bund disponibile all’acquisto, quantomeno. E poi, pensateci. Io capisco essere giornalisti attenti e scrupolosi, ma un titolo come quello del Corriere di ieri per un sorpasso frazionale del rendimento fra Bot a 9 mesi italiano sul pari durata greco, appare quantomeno tirato, se diamo un’occhiata alle criticità reali: insomma, siamo nell’ottica della trave e della pagliuzza. 

A meno che non serva cominciare a spargere un po’ di paura da troika nell’opinione pubblica e vendere la Grecia come risanata e il suo debito come un’occasione: forse, per il semplice fatto che la Bce potrebbe aver bisogno di ampliare la platea dei bond eligibili all’acquisto per allungare i tempi del Qe e fosse per questo pronta a rompere un nuovo tabù, dopo gli acquisti di debito corporate [aziendale, NdR]. Inserire cioè anche il debito greco fra quelli che godono dello schermo dell’Eurotower, solo per i pochi mesi che ci dividono dalla fine (solo formale) del Qe. 

Il problema, di fatto, sta tutto lì: le scelte delle Banche centrali, essendo esse gli unici soggetti attivi realmente sul mercato. In primis, relativamente al nostro debito, di cui la Bce è pressoché unico acquirente netto, alla faccia dell’attenzione spasmodica sullo spread. Il timore reale, a Francoforte, è solo uno e in questo caso l’attenzione prestata dal Corriere al riguardo, nel medesimo articolo, è tanto politicamente strumentale quanto giustissima nel merito: 38 miliardi hanno lasciato l’Italia nel mese di maggio, stando a quanto si evince dal bilancio di Target2. Soldi volati altrove per timore di instabilità politica, di patrimoniale, di rischio sul debito, di arrivo della Troika. Soprattutto, di controlli sul capitale, stile Cipro. E quest’ultima è una spirale autoalimentante che sta preoccupando molto la Bce: ovvero, l’idea che nei cittadini italiani, gli stessi “proprietari” di quei 3.500 miliardi di ricchezza privata che garantisce il nostro debito, de facto, possano aver paura di colpo per i propri risparmi e decidano di seguire l’esempio dei titolari di quei 38 miliardi, mettendosi in fila per ritirare — anche solo in parte — i propri averi. 

Disinvestendo Bot e Btp, cercando di smobilitare polizze assicurative anche pagando una penale, ma tutelando il grosso dell’investimento e del capitale, correndo alle Poste a chiedere lumi, visto che Cassa depositi e prestiti è sempre più soggetto attivo delle attenzioni di governo e venticelli romani dicono che la volontà reale dell’esecutivo sia quella di trasformarla in vera e propria banca. Con obblighi, anche di vigilanza e di attivi, che vengono da sé. Signori, occorre dirci la verità, il Paese è su un crinale e non relativo al suo default, ma al suo futuro economico, prima che politico, questo sì. 

Il rischio è la Troika, ovvero il fatto che qualcuno sia tentato di indurci a una ristrutturazione anche parziale del nostro debito, sfruttando i buchi nell’ormai meno impenetrabile scudo della Bce e delle tensioni palpabili a ogni livello, non solo sui mercati ma anche nei consessi internazionali. Basterebbe avere aiuto, anche solo parzialmente e per un limitato ammontare finalizzato a una destinazione d’uso precisa, dal fondo di garanzia Esm: a quel punto, l’arrivo della Troika, lo stesso stranamente paventato da Mario Monti durante il suo intervento nel dibattito al Senato prima del voto di fiducia al governo Conte, sarebbe automatico. Statutario. Non ce la leverebbe di torno nemmeno il Padre Eterno. 

E qualcuno interessato a questo epilogo, c’è. Molto potente. Sia in ambito Ue che altrove. Oltreoceano precisamente. Non a caso, da qualche settimana Washington ci coccola un po’ troppo, vedi la sviolinata filo-linea italiana sulla Russia tenuta da Trump al G7, non a caso spiazzante per Mosca. Siamo a un nuovo 1992, questa volta però con paradossalmente molte più debolezze e molte più quinte colonne del nemico nei posti apicali del sistema Italia. Politicamente, economicamente e finanziariamente. Chi detiene il nostro debito, chiedetevi questo. E chiedetevi quale sia il suo passaporto, di quale reale nazionalità. E chi avrebbe interesse a spolpare l’asset più goloso di questo nostro splendido ma disgraziato Paese, ovvero il sistema bancario che controlla tutto, politica in primis. Cosa vi ho detto la settimana scorsa, rispetto alle parole di Gunther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio, quello che ci ha minacciato, dicendoci che saranno i mercati a insegnarci come votare bene? Che non dovevamo avere paura di questa idiozia strumentale, ma di quanto detto, a freddo, due giorni prima: «In caso di nuova crisi nell’eurozona, l’Italia è troppo grande per essere salvata dal fondo Esm». È vero, ma non serve salvarla, basta salvarne un pezzetto. Quello sostanziale, ovvero i suoi assets strategici e profittevoli. Per l’Europa delle élites finanziarie, il resto del Paese può poi tranquillamente andare in malora. 

Attenzione all’estate, il rischio di abbassare la guardia potrebbe essere mortale. Vi pare un caso che moltissime banche del Canton Ticino abbiano revocato le ferie a gran parte del personale per troppo lavoro, presente e atteso nell’immediato futuro? Tenete d’occhio come me il bilancio di Target2 e le conseguenti fughe di capitali dal Paese: sarà l’orologio che scandirà i tempi che ci dividono dal redde rationem. E, magicamente, tutte le tessere combaceranno. Vedrete, fidatevi di me.




CHE DIO CE LA MANDI BUONA di Sergio Cesaratto

[ 7 giugno 2018 ]

«La sinistra al momento è morta. La sinistra “radical-chic” è anti-italiana e anti-popolare. Se avesse un po’ di intelligenza guarderebbe con attenzione al governo: a) per incalzarlo negli errori, ma sostenendolo nelle cose giuste; b) per capire perché questa coalizione ha avuto il sostegno popolare e per intercettare i sentimenti della masse quando, come possibile, rimarranno un giorno deluse da questo governo. Ritrovare la propria identità solo per contrapposizione a questo governo sarebbe l’errore più idiota che si possa compiere. Ma lo compiranno, non hanno cultura e senso di autocritica. Speriamo che qualcosa di nuovo nel frattempo emerga»

L’intervista di SOLLEVAZIONE 
a Sergio Cesaratto

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D. Che idea ti sei fatto del “contratto” di governo M5S-Lega? Considerando, in particolare, l’aspetto economico, c’è più keynesismo o liberismo?

R. Mi sembra più liberismo. La flat tax è tipicamente liberista, anche se su due aliquote. Persino se le classi lavoratrici avessero sgravi, le pagherebbero con più IVA o peggio con tagli ai servizi sociali, già al limite del collasso. Il reddito di cittadinanza ha dell’assistenziale – perché no invece un piano del lavoro per il sud? Rivedere la Fornero va bene. Manca comunque per ora il quadro macro entro cui collocare le misure. E’ sulla base di questo quadro macro che poi si va a contrattare in Europa. L’atteggiamento più combattivo verso l’Europa è l’aspetto accattivante di questo governo, ma davvero dovremmo appoggiare un governo che va allo scontro con l’Europa per tagliare le tasse?

D. Qual è il tuo giudizio su Paolo Savona e sulla sua idea di “Piano B”? 



R. Spero che ora, stando al governo, si abbiano dati ed expertise per farlo sul serio.

D. Anche tu ritieni che la campagna di stampa contro il governo M5S-Lega preceda un’aggressione dei “mercati” come avvenne nell’autunno 2011?

R. Mah, non credo intanto che la diminuzione di acquisti di BTP da parte della BCE sia stato un atto deliberato, può essere stato solo una casualità (sulla stampa tedesca è successo che venisse mossa una simmetrica accusa in periodi in cui sono stati comprati molti titoli italiani). Nelle scorse settimana v’erano molti titoli tedeschi in scadenza, e la BCE ha un limite mensile totale di acquisti. Dopo di ché i mercati fanno il loro mestiere e il governo farebbe bene a muoversi con cautela, sennò finiamo nel peggiore dei due mondi, nell’euro con spread alti. Altrove ho proposto che il governo si ponga come obiettivo la stabilizzazione del rapporto/debito Pil e chieda in Europa il mantenimento di tassi bassi (il che richiede che la BCE assicuri il roll-over dei titoli italiani acquistati col QE e misure di garanzia sul debito italiano). Questo aprirebbe la possibilità di fare deficit spending sostenendo la domanda interna. Ma niente flat tax e tagli di spesa, che invece sono negativi per la domanda interna.


D.  Oltre ad essere la seconda potenza manifatturiera europea la ricchezza finanziaria italiana è pari a 10 mila miliardi di euro, 6 mila se escludiamo gli immobili. Il principale punto di attacco di chi paventa lo sfracello del Paese nel caso il futuro governo non si adegui ai diktat dell’euro-Germania, è che ciò causerebbe la polverizzazione dei risparmi. E’ così?

R. Prendo per buoni i vostri dati. Non vedo in che senso questa ricchezza dovrebbe collassare. Piuttosto essa è messa in pericolo da una economia che va male attraverso la crisi di banche e imprese. Fuori dall’euro, se questa eventualità si presentasse, va adottata una feroce politica dei redditi e di controllo dei prezzi (per il poco che funziona) per bloccare l’inflazione. Un nuovo riformismo implica rilanciare i grandi sindacati, mi dispiace per gli amici dei sindacati di base, ma l’idea che il Paese si possa trasformare nello sciopero selvaggio è da rigettare. I salari reali cresceranno con la ripresa della produttività. I sindacati di base — che farebbero bene a organizzarsi e unirsi — devono naturalmente costituire un interlocutore. Anzi, uno degli aspetti deleteri di questo governo è di snobbare i sindacati; questo è di destra e dimostra l’assenza di un vero riformismo progressista. Semmai si tratterebbe di democratizzare e sburocratizzare i sindacati.


D. Dei 2300 miliardi del nostro debito pubblico, 580 sono in mano ad investitori internazionali. I capitali esteri investiti in borsa, sono pari a 6-700 miliardi. Gli euroinomani ci dicono che in caso di fuga di questi investitori dal debito italiano, lo Stato non sarà in grado di pagare stipendi e pensioni, che collasserebbe lo stesso sistema sanitario. Solo quest’anno lo Stato deve collocare 93 miliardi di euro a breve termine e oltre 88 a medio e lungo. Per il 2019 ci sono scadenze per un totale di 350 miliardi. Come potrebbe lo Stato italiano finanziare forti investimenti per il rilancio dell’occupazione ove gli attuali creditori cessassero di acquistare titoli pubblici italiani? I Minibot proposti da Claudio Borghi potrebbero essere una soluzione?Come lo Stato potrebbe diversamente finanziarsi?

R. Se i mercati non desiderano più titoli italiani, o li acquisterebbero solo a tassi proibitivi, allo Stato non rimane che riemettere una sua moneta sovrana. In Europa non sono fessi, e forme di moneta fiscale costituiscono emissione di moneta. Suppongo che studiare forme di emissione di moneta fiscale possa essere parte del piano B, vale a dire preparare le matrici di nuove banconote e mettere a punto un sistema di pagamenti diverso da Target 2, da cui potrebbero disconnetterci — Target 2 è la piattaforma elettronica su cui viaggiano tutti i nostri ordini di pagamento bancari. [sul meccanismo Target 2 vedi QUIQUI e QUI]


D. Gli economisti ordoliberisti, le agenzie di rating, le grandi banche d’affari, ritengono che ove lo spread superasse la soglia del 250, esploderebbe una “crisi di debito” e l’Italia perderebbe l’accesso a qualunque forma di liquidità della Bce. A quel punto potrebbe intervenire la Troika... 

R. Non so, una volta si parlava del 7% sui titoli decennali come soglia psicologica — nel luglio 2012 ci si arrivò vicino e Draghi fece il suo famoso discorso, probabilmente con l’avallo della Merkel. Se così accadesse, come già detto, o si ricorre all’operazione OMT — quella appunto varata da Draghi nel luglio 2012 — e questo implica la Troika, oppure si esce dall’euro. Le ultime proposte tedesche, per quello che si riesce a capire, sono per un ESM (il fondo salva-Stati) trasformato in uno European Monetary Fund (EMF). Questo dovrebbe monitorare la disciplina fiscale dei Paesi con un grosso potere di imporre, quando una crisi sta per scoppiare, una ristrutturazione del debito con perdite per il settore privato (per i detentori dei titoli). Naturalmente si avrebbero anche misure di condizionalità fiscale (austerità). Se l’Europa approvasse qualcosa del genere, sarebbe una bomba, come lo fu la passeggiata di Merkozy a Deauville nell’autunno 2010, in cui decisero che il settore privato avrebbe pagato per le crisi del debito e si scatenò la tempesta. Persino Padoan direbbe di no a tali nuove proposte tedesche.

D. Per Oliver Blanchard, ex capo economista del Fmi, in caso di “crisi di debito”, non solo l’Italia entrerebbe in una profonda recessione, ma l’eventuale ridenominazione di attività e passività in una nuova valuta, innescherebbe bancarotte a catena.

R. La crisi del debito si scatena perché non abbiamo una banca centrale e una nostra moneta, e dunque non c’è controllo dei movimenti di capitale. Sennò il nostro debito estero è molto piccolo, 7/8% del Pil (quello spagnolo è più di dieci volte tanto) e i conti con l’estero sono in attivo. Il punto è che se uscissimo, ormai il 70% del debito pubblico contiene le famigerate CACs, clausole che ne complicano la ridenominazione. Tuttavia forse il problema si porrebbe solo con i detentori stranieri (te le voglio le banche italiane a opporsi alla ridenominazione). Inoltre sebbene il debito netto con l’estero sia piccolo, chi ha attività e chi ha passività non coincide. Per chi ha attività (esempio titoli in dollari) nulla cambia. Per chi ha passività (debito in dollari o euro, se questo sopravvive) ci sono problemi, perché la nuova-lira svaluterebbe dalla parità iniziale. In altre parole, il debito estero in termini di lire per questi soggetti aumenterebbe. Però questo è anche sempre accaduto con le fluttuazioni dei cambi, quindi non è una situazione necessariamente catastrofica. Ripeto, ora il governo ha dati ed expertise per sapere e quantificare.

D. Cosa rispondi al classico paradigma ordoliberista “non può esserci crescita con un aumento del debito pubblico”?

R. Come detto sopra, risponderei che il debito pubblico è il risultato della mancata crescita o di scelte di politica economica sbagliate. Negli anni ’80 il rapporto debito/Pil fu il risultato di un auto-imposto vincolo estero. Lo SME portò le partite correnti in rosso e questo implica contabilmente un rosso nei conti pubblici — una manifestazione di questo è negli alti tassi necessari per attirare capitali per finanziare i disavanzi esteri, tassi che allo stesso tempo fecero esplodere il debito pubblico e i medesimi disavanzi esteri. Con Gennaro Zezza abbiamo condotto alcuni test preliminari, e negli anni ottanta sono i disavanzi esteri a generare quelli pubblici. Abbiamo anche cominciato a dimostrare che con tassi di interesse bassi (spread zero) e disavanzi primari (disavanzi pubblici al netto degli interessi), si può ricominciare a crescere stabilizzando il rapporto debito pubblico/Pil. Alberto Bagnai conosce benissimo di cosa parlo (ha degli ottimi post al riguardo).


D. Hai affermato, rispetto al governo giallo-verde, che “non si capisce bene questo governo dove voglia precisamente andare”. Sembra tuttavia molto probabile che in vista della prossima Legge di Bilancio, se di Maio e Salvini vorranno davvero spezzare i vincoli Ue lo scontro con la Commissione europea sia pressoché inevitabile. In questo caso, se questo governo si riprende quote di sovranità nazionale, se adottasse misure sociali a favore del popolo lavoratire, non pensi che il governo meriti di essere sostenuto?

R. Se, se , se… Certo, se lo scontro con l’Europa fosse finalizzato a misure progressiste, peraltro le uniche risolutive della crisi, il governo andrebbe appoggiato. E fra le misure progressiste ci metterei pure posizioni non-reazionarie sul tema della giustizia e dei diritti. Anche i toni sull’immigrazione andrebbero abbassati, a fronte di un’azione ferma nel regolarla, azione il più possibile umanitaria nei modi. Mi domando se basti essere anti-europei per avere le nostre simpatie.

D. La sinistra “radicale”, compresa quella “antagonista”, si sta posizionando su una posizione di “opposizione senza sé e senza ma” al governo giallo-verde col motivo che sarebbe il “governo più a destra della storia della Repubblica”. C’è addirittura chi parla di “governo fascista”. Uno spartito che rassomiglia come una goccia d’acqua a quello delle élite liberali e del Pd. Cosa rispondi a questa narrazione?

R. La sinistra al momento è morta. La sinistra “radical-chic” è anti-italiana e anti-popolare. Se avesse un po’ di intelligenza guarderebbe con attenzione al governo: a) per incalzarlo negli errori, ma sostenendolo nelle cose giuste; b) per capire perché questa coalizione ha avuto il sostegno popolare e per intercettare i sentimenti della masse quando, come possibile, rimarranno un giorno deluse da questo governo. Ritrovare la propria identità solo per contrapposizione a questo governo sarebbe l’errore più idiota che si possa compiere. Ma lo compiranno, non hanno cultura e senso di autocritica. Speriamo che qualcosa di nuovo nel frattempo emerga.


Intervista di SOLLEVAZIONE del 5 giugno 2018








BANCHE ITALIANE: IL PEGGIO DEVE VENIRE di Giancarlo Bergamini

[ 12 gennaio 2017 ]

Dal blog di Sergio Cesaratto un istruttivo intervento sulla crisi delle banche, le direttive criminogene della Bce, e la minaccia di un crollo bancario e sistemico se scoppierà una nuova bolla dei mercati finanziari globali.


“In breve, Willem Buiter sostiene che i mercati si trovano a livelli grotteschi di sopravvalutazione, in buona parte grazie alle politiche monetarie ultra-accomodative delle banche centrali. Ora che queste ultime stanno considerando di cessare, quando non ritirare, tali stimoli monetari, i mercati sono a rischio di significative correzioni (cali). La mia presentazione si riferisce al caso italiano, nel quale masse enormi di risparmiatori in fuga dal rischio di bail-in delle loro banche tradizionali (che ora possono fallire) si rifugiano nella “sicurezza” del risparmio gestito (si vedano le classifiche dei risparmi che affluiscono mensilmente alle varie Azimut, Banca Generali, Banca Mediolanum, Fineco ecc.) e si vedono assegnare attività finanziarie indiscriminatamente sopravvalutate. In altre parole, ci troviamo di fronte ad una sostituzione del rischio di controparte col rischio di mercato, con la benedizione delle banche centrali (BCE e BCN [banche centrali nazionali]). Per una riflessione più organica rimando al breve testo allegato. “

A proposito del breve scritto di Giancarlo, credo che la BCE abbia condotto col QE il solo gioco in città possibile, in assenza della politica fiscale, per dare respiro, in particolare, all’economia italiana (e dunque alle banche). Andrebbe dimostrato, magari sulla base di qualche studio, che la politica dei bassi tassi abbia inciso davvero così negativamente sulla redditività del sistema bancario. Ma Giancarlo ne sa molto più di me…

I lettori sapranno anche dello studio della Banca d’Italia sulle attività finanaziarie “opache” in mano soprattutto a banche d’Oltralpe (circa 6,8 trilioni di euro, considerando attivi e passivi), una frecciata pesante a chi in Europa punta dito solo sui crediti deteriorati (NPL) delle banche italiane: “L’analisi evidenzia che tali strumenti presentano alcune caratteristiche in comune con gli NPLs (illiquidità, opacità) e che anche i relativi rischi potrebbero essere considerati comparabili”.

Sergio Cesaratto


BANCHE ITALIANE E MODELLO DI BUSINESS
Leggende e realtà



A loro volta, le politiche di allentamento monetario (QE e tassi a zero o negativi), messe in pratica con cinque anni di ritardo e quando ormai gli attivi bancari erano oberati dall’enorme macigno dei crediti ammalorati, hanno privato le banche dell’unico modo che hanno di assorbire le perdite accumulate, la possibilità di realizzare sull’intermediazione creditizia profitti sufficienti ad effettuare i necessari congrui accantonamenti.

Enter il fatidico “nuovo modello di business” predicato in primis dalla BCE ** (Draghi in testa). Le banche dovrebbero fare minore (anzi, per niente) affidamento sulla tradizionale erogazione di prestiti e diventare attori nei mercati finanziari, dovrebbero in altre parole adottare un modello più affine a quello delle investment banks, adoperandosi per accompagnare le imprese nella raccolta di fondi sul mercato in forma di equity e bonds (più o meno mini), facendo consulenza nelle operazioni di mergers and aquisitions e altre simili piacevolezze.
Tutto chiaro quindi? Tutto chiaro un corno! Tanto per cominciare si parla di modello di business delle banche come se questo non implicasse un analogo shift nel comportamento delle imprese, le quali ultime, lato passività, si portano dietro da sempre un atteggiamento bancocentrico. Ebbene, di punto in bianco, quando le banche non sanno che pesci pigliare per alleggerirsi dei fatidici NPL,voilà, si cambiano le carte in tavola e quello che poteva essere un percorso virtuoso se intrapreso gradualmente e di comune accordo diventa improvvisamente una procedura d’urgenza perché si è scoperto che il prestito bancario è diventato un frutto avvelenato (salvo poi lamentarsi che i fondi affluiti gratuitamente alle banche non traspirano all’economia reale).

In altre parole, dopo aver dato un contributo determinante alla demolizione del sistema bancario italiano, le stesse ineffabili istituzioni (quelle europee in testa – Commissione Europea, BCE, EFSF, ESM e così via acronimando – seguite dai loro mansueti esecutori italiani) ora invitano le banche superstiti a cambiare “modello di business”!

Invece di esortare le banche a “cambiare discorso” sarebbe opportuno mettere in pratica tutte le misure di politica economica idonee a sostenere la crescita (che non significa necessariamente mantenere indefinitamente tassi a zero), così da riportare in bonis l’attività creditizia e consentire alle banche di risanare progressivamente i propri bilanci.


** Occorre dare atto ai regolatori di una certa coerenza fra inviti pronunciati e normative realizzate. Agli attivi delle Investment Banks, anche quelli meno liquidi, viene assicurato un trattamento più favorevole rispetto agli NPL delle banche commerciali in termini di assorbimento di capitale di vigilanza.







DRAGHI: IL DIAVOLO FA LE PENTOLE…. di Pasquinelli Moreno

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[ 28 dicembre 2017 ]

“L’Europa cresce (tutta) e il merito è suo”.
Con questo titolone Corriere Economia ha stabilito che Mario Draghi è “l’uomo dell’anno”
L’editoriale di Danilo Staino è tutto un panegirico volto a giustificare il titolone, che se l’economia europea è tornata ad espandersi, gran parte del merito è della politica monetaria “accomodante” adottata dalla Bce.

Vero o falso? Falso! 

Non che il cosiddetto Quantitative easing non abbia avuto una grande importanza. Ciò che è vero è che l’acquisto da parte della Bce di 80 miliardi al mese di titoli (oggi ridotti a 60 e da gennaio a 30), avendo evitato il default sul debito pubblico dell’Italia, ha di fatto salvato l’Eurozona dal collasso. Ma da qui a dire che l’economia della Unione europea è in “crescita” è grazie al miracolo di Draghi, ce ne corre. 
E qui dobbiamo  segnalare che quando Draghi, nel luglio 2012 pronunciò la fatidica frase “Whatever it takes”, la Federal Reserve americana e le principali banche centrali, avevano già avviato, e su larga scala, politiche monetarie “accomodanti”. Per dire che la “svolta” monetaria della Bce, era un passo obbligato per tenere testa ai principali competitori mondiali — se i tuoi concorrenti portano il tasso d’interesse a zero essi stanno di fatto svalutando la loro moneta con ciò rendendo più competitive le loro merci rispetto alle tue. Iniziava infatti, con quelle svalutazioni monetarie, quella che venne denominata “guerra delle valute”.


Se le economie europee conoscono oggi un modesto tasso di “crescita” medio del 2% (quello italiano resta tuttavia al di sotto) è anzitutto dovuto a due fattori, il primo esogeno e il secondo endogeno. 

Per quanto concerne il fattore esogeno sarà utile segnalare la complessiva “crescita” mondiale — per i Paesi Ocse si è attestata nel 2017 sul 3,5%, ma per Cina e India addirittura al 7%. 
Per quanto concerne il fattore endogeno si registra una maggiore competitività delle merci targate Ue, dovuta a sua volta, prima ancora che ad un aumento della produttività, alle severe politiche di contenimento salariale. 

E qui vale infatti ricordare che la Bce vincolò i suoi acquisti di titoli di debito pubblico alle cosiddette “riforme strutturali” —vedi la lettera della Bce al governo italiano del 5 agosto 2011 che spianò la strada a Monti con le sue misure di massacro sociale, che il governo Renzi porterà a compimento col Jobs act.

Dal punto di vista della “crescita”, insomma, l’effetto del Quantitive easing della Bce è stato secondario, se non addirittura trascurabile. A questo occorre aggiungere che la politica monetaria espansiva della Bce ha sostanzialmente fallito quello che, in punto di dottrina (della teoria quantitativa della moneta: secondo cui i prezzi generali dei beni sono direttamente proporzionali alla quantità di moneta in circolazione) doveva essere il suo principale obbiettivo: vincere la deflazione dei prezzi. 
Nella Ue l’inflazione sembra infatti attestarsi nel 2017 all’ 1,5% (la Bce prevedeva

l’1,6%), mentre per il 2018, sempre secondo stime della Bce, scenderà addirittura all’1,3% (la stima era dell’1,7%). Da notare che questo lieve aumento dei prezzi non è dovuto ad una crescita dei consumi interni alla Ue ma anzitutto all’aumento di prezzo delle materie prime, in prima fila del petrolio, e dei metalli preziosi. Brutto segno, quello dell’inflazione che non riparte, significa che la “ripresina” è debole e che al primo stormir di foglie potrebbe rovesciarsi in una nuova recessione.

Il timore di una recessione in arrivo potrebbe manifestarsi in una nuova tempesta finanziaria. Già si parla infatti che nel 2018 potrebbe esplodere la “super-bolla” e se ciò accadesse è facile immaginare quali disastrose conseguenze avrebbe per l’economia mondo. Vedi gli effetti devastanti che ebbe la crisi finanziaria USA del 2007-08. 

E qui veniamo agli “effetti collaterali” delle politiche di Quantitive easing, al diavolo che fa le pentole, ma non i coperchi.

Solo le tre maggiori banche centrali (Fed, Bce e Boj) hanno immesso dal 2008 una liquidità pari a 10mila miliardi di dollari. Com’è noto quest’enorme liquidità è finita in gran parte nel circuito delle bische borsistiche e della finanza speculativa. Siamo al punto che la capitalizzazione delle borse ha superato il Pil mondiale. Come ricordava Vito Lops 

«I mercati azionari sono reduci da nove anni consecutivi di rialzi. Il dato spaventa un po’ gli amanti delle statistiche perché ricordano che di solito i cicli positivi durano otto anni, dopodiché i rischi di una correzione (anche importante) aumentano». 

Dove “rischi di correzione” è un eufemismo per significare, appunto, l’inevitabilità dello scoppio della bolla speculativa. Anzi super-bolla. Il problema non è se ma quando questo avverrà: nei mercati finanziari l’impatto del crollo dei prezzi dei titoli è di norma direttamente proporzionale all’altezza raggiunta dalla curva dei rendimenti nella sua massima ascesa.

Torneremo presto, con uno studio specifico, sul rischio di una super-bolla finanziaria globale.

Mi sia permesso, per completare il quadro, di sottolineare che il rischio della super-bolla finanziaria è accentuato dal pessimo stato di salute del sistema bancario. Sappiamo che quello italiano, zavorrato dai crediti deteriorati o Non performing loans-Npl — che secondo lo studio di Bankitalia ammontano a 349 miliardi di euro — è minacciato dalle nuove direttive capestro emesse recentemente dalla Bce. Ma gli Npl sono poca cosa, anzi niente, rispetto alla montagna di titoli tossici in pancia alle banche mondiali, europee comprese. Come ci dice Morya Longo sul Sole 24 Ore di oggi, 28 dicembre, un recente calcolo di Bankitalia afferma nei bilanci delle banche della Ue ci sono la bellezza di 6.800 miliardi (quattro volte il Pil italiano) di titoli “illiquidi”, tossici insomma.

Morya Longo segnala infine, giustamente i due pesi e le due misure adottate dalla Bce. A regole estremamente stringenti per le banche italiane gravate dai crediti deteriorati lassismo verso le banche tedesche e francesi, le quali detengono nei loro bilanci i tre quarti di tutti i titoli tossici presenti in Europa, ciò malgrado le banche di questi due Paesi abbiano solo il 50% degli attivi totali del continente.

Un’altra prova di un’Unione europea matrigna, e di una Bce asservita ai potentissimi e fortemente intrecciati fra loro conglomerati bancari tedesco e francese. E quindi, signori del Corrierone: altro che Mario Draghi  “salvatore della Patria”…























SE BERLUSCONI DICE: “DRAGHI NON SI TOCCA!” di Piemme

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[ 13 novembre 2017 ]

«Non è, quello di Berlusconi, un cristiano perdono. E’ il gesto simbolico di chi è obbligato ad ostentare il proprio stato di vassallaggio. C’è un rango nella gerarchia dei poteri in quest’Europa bancocratica a trazione tedesca, e quello del Nostro è il ruolo dello scudiero».

Si fa un gran parlare, con le elezioni alle porte, del “ritorno” in campo, come protagonista, di Silvio Berlusconi. 
In verità, il Cavaliere, dalla scena non c’era mai uscito, per la semplice ragione che i poteri forti eurocratici non hanno mai davvero voluto che ne uscisse.
Che Berlusconi fosse un fidato uomo di regime, la sua seconda gamba visto che la prima è il Pd, venne dimostrato platealmente nel novembre 2011 quando, dopo essere stato malamente defenestrato, votò la fiducia al Governo Monti.
Berlusconi sapeva benissimo che quella Fiducia gli sarebbe costata cara —vedi il tracollo elettorale nelle elezioni del febbraio 2013—, ma era il dazio che doveva pagare per dimostrare alla cupola sistemica la sua fedeltà. E’ un segreto di Pulcinella che solo grazie ad una volontaria trasfusione di sangue (non solo Verdini) l’attuale legislatura è giunta alla sua conclusione naturale. 

Missione compiuta: evitate le elezioni anticipate. Con la fava berlusconiana la cupola sistemica ha quindi ottenuto due piccioni: mentre è stata scongiurata la minaccia di un’ulteriore avanzata dei Cinque stelle; concesso il ruolo di finta opposizione sul lato destro dello schieramento sistemico, Forza Italia ha così evitato lo sfondamento della Lega salviniana.


Il tutto in nome del primo comandamento: sbarrare la strada ai populismi.

E qui veniamo all’oggi, alla funzione di Berlusconi in vista delle prossime elezioni. Dato che il Pd è in discesa libera in quanto a consensi e potrebbe perdere le elezioni, Forza Italia deve agire come ruota di scorta e assicurare, per nome e per conto delle oligarchie euriste, la continuità dell’azione governo. Affinché Berlusconi possa effettivamente funzionare come la polizza vita del regime è stata infatti concepita la nuova legge elettorale.

Per tranquillizzare i poteri forti che non devono temere l’alleanza col populismo salviniano, Berlusconi ha compiuto un nuovo, eclatante atto di fede. Nella scomposta e potenzialmente esplosiva rissa sulle torbide vicende bancarie —esemplare lo scontro tra Bankitalia e Consob— Matteo Renzi, pur di sponda, ha tirato in ballo il ruolo di Mario Draghi in occasione della madre di tutte le crisi bancarie: l’acquisizione da parte di MPS di Antonveneta.

Chi si aspettava che Berlusconi avrebbe preso la palla al balzo per rinfacciare ai banchieri ed ai politici di area piddina (del tempo) le loro pesantissime responsabilità, si è sbagliato di grosso… Il Berlusca è invece sceso in campo come alfiere del governatore della Bce.
Lo ha fatto ieri con un’intervista al Quotidiano Nazionale —vedi foto sopra.
Ma ascoltiamo cosa dice Berlusconi:

D. Presidente Berlusconi, che opinione si è fatto dello scontro su Bankitalia?
R.«Vedo un tentativo di usare la questione banche a scopi elettorali, da diverse parti. Non è così che si dovrebbe trattare un tema tanto delicato, una vicenda che ha messo a rischio e in tanti casi ha danneggiato o distrutto i risparmi degli italiani. Gettare la colpa in modo indiscriminato sul sistema bancario, o su Bankitalia, o sulla Consob non soltanto è sbagliato, ma non serve a capire chi sono i veri responsabili, né a punirli. Io credo che la responsabilità sia sempre personale: come da un lato non ho mai condiviso il tentativo d’inchiodare i vertici del Pd a responsabilità che – se esistono – riguardano loro familiari, così non condivido l’idea di mettere sotto processo il sistema bancario perché alcuni singoli banchieri hanno operato male o hanno truffato i clienti. A maggior ragione questo vale nei confronti della Banca d’Italia: se qualcuno ha commesso degli errori, li si esamini, senza incolpare i vertici in modo generico».
D. L’ex governatore di Bankitalia nonché presidente della Bce, Mario Draghi, è sembrato in qualche momento nel mirino. Qual è il suo giudizio su di lui? Lo vedrebbe ancora bene come presidente del Consiglio in Italia?
R. «Coinvolgere Draghi è davvero da irresponsabili. È l’uomo che con le sue politiche ha contribuito a stabilizzare l’economia italiana e probabilmente ha salvato l’euro in questi anni. Ero riuscito a portarlo alla presidenza della Bce con un mio forte impegno personale. Peraltro avevo citato il suo nome non per candidarlo, non lo avrei certamente fatto senza consultarlo, ma per fare un esempio, per indicare un profilo adatto a guidare l’Italia. A quanto mi risulta Draghi non ha alcuna intenzione di lasciare il suo mandato a Francoforte».

A noi viene in mente la famigerata lettera inviata al governo Berlusconi il 5 agosto del 2011 dal presidente Jean Claude Trichet e dal futuro numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi. Un vero e proprio ultimatum che annunciava la congiura dello spread e quindi il “colpo di Stato” con cui, nel novembre successivo, lo stesso Berlusconi venne spodestato.


Non è, quello di Berlusconi, un cristiano perdono. E’ il gesto simbolico di chi è obbligato ad ostentare il proprio stato di vassallaggio. C’è un rango nella gerarchia dei poteri in quest’Europa bancocratica a trazione tedesca, e quello del Nostro è il ruolo dello scudiero.



GUAI IN VISTA PER IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO di Marcello Minenna

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[ 17 luglio 2017 ]

Marcello Minenna è un brillante economista, uno dei pochi che ci capisca delle alchimie finanziarie che sorreggono il sistema bancocratico. Capisce che se la Unione europea non cambia registro l’uscita dell’Italia dall’eurozona è ineluttabile. Il fatto è che spera e si prodiga in consigli affinché ciò non accada. E così finisce apparire come un consigliere di Sua Maestà Mario Draghi. Sullo stesso Fiscal Compact se la prende… con filosofia (vedi l’intervista al Corrierone del 5 luglio). Vale la pena leggere quanto egli scrive su come la fine imminente del Quantitative Easing impatterà sul debito pubblico italiano e quindi sulle politiche di bilancio nazionali.
[Nella Tabella sopra il bilancio della Bce]

La prossima fine del quantitative easing 

che non piace al Tesoro italiano

Non mi aspetto un bel settembre a via XX settembre. Il deficit esce dalla porta e rientra dalla finestra

Il tormentone sui mercati è partito già da diversi mesi: la BCE sta preparandosi a chiudere il Quantitative Easing e Draghi potrebbe darne notizia appena dopo l’estate, nell’usuale incontro dei banchieri centrali a Jackson Hole in settembre. Si tratta di una notizia non di poco conto per i conti pubblici nazionali, visto che la BCE in poco più di 2 anni ha già acquistato attraverso la Banca d’Italia 274 miliardi di titoli di Stato italiani al ritmo medio di 9 al mese. Solo l’anno scorso la BCE ha rastrellato dal mercato secondario un ammontare di BTP pari al 30% del totale delle emissioni di nuovo debito del governo italiano. Per capire, è come se ad un asta su 3 ci fosse stato un unico compratore, la Banca Centrale Europea (anche se in realtà non può andare in asta).

Il Quantitative Easing ha facilitato non poco il lavoro di gestione del debito pubblico a via XX Settembre, visto che il tasso medio delle emissioni è sceso di quasi l’1% dal 2015 facendo risparmiare ulteriori 8 miliardi di interessi. Quanto basta per coprire una parte dei 15 miliardi di perdite registrate nel biennio 2015-2016 sui derivati sottoscritti in passato. Per avere il senso delle proporzioni, lo 0,3% del PIL di sconto sulla manovra per il 2018 strappato da Padoan alla Commissione Europea vale circa 5 miliardi.

Nel 2016, forte della copertura BCE, il Tesoro ha anche azzardato un’emissione a 50 anni pagando un tasso assurdamente basso, sotto al 3% per un “prestito” di 5 miliardi.

Che il periodo di vacche grasse per il management del debito pubblico stia per finire lo si immagina da un po’. A fine 2016 la BCE ha cominciato a preparare il mercato dei titoli governativi alla fine del doping monetario, annunciando una prima riduzione degli acquisti a partire da aprile 2017 da 80 a 60 miliardi al mese, che poi era semplicemente il livello da cui era partito il programma prima dell’accelerazione impressa nel marzo 2016. Già questo primo – flebile – intervento non è stato certo indolore per i BTP. I tassi di interesse dei titoli negoziati sul mercato secondario sono risaliti di circa 100 punti base rispetto ai minimi assoluti toccati a novembre scorso e nel 2017 il governo ha dovuto pagare un po’ di più per collocare il nuovo debito (che nel frattempo era salito di 51 miliardi nel 2016). Solo lo 0,3% in più. Per ora.

Al di là delle dichiarazioni ufficiose apparse sui giornali, a mio avviso uno dei segnali più evidenti di un’imminente e drastica riduzione del Quantitative Easing va cercato nel cambiamento brusco dei pattern [modelli, Ndr] di comportamento che la BCE sta avendo sul mercato secondario.

In genere la banca centrale acquista seguendo linee-guida prevedibili e ripetitive, per ridurre l’impatto distorsivo che la domanda aggiuntiva di titoli può generare sul mercato. In particolare, il criterio fondamentale fin qui seguito è stato quello della capital key [la composizione del capitale. NdR]: più una banca centrale nazionale contribuisce al bilancio della BCE, più titoli governativi saranno acquistati. è questo il motivo per cui i titoli tedeschi sono la parte dominante del programma (390 miliardi), mentre solo 28 miliardi di titoli portoghesi hanno trovato la via per il bilancio della BCE nonostante il debito

imponente. Questa regola ha avuto il vantaggio di essere sostanzialmente neutrale e scevra da giudizi di valore su quale debito meritasse di più le attenzioni della BCE. Peccato abbia reso i titoli dei Paesi core(Germania, Olanda, Finlandia) – già grandemente richiesti dal mercato per la loro solidità percepita – estremamente scarsi, abbassandone i rendimenti fino a livelli negativi. Lo scorso anno la Germania ha ridotto il proprio debito pubblico grazie anche al fatto che i “fortunati” acquirenti di Bund hanno riavuto indietro dal governo tedesco meno di quanto avessero prestato.

Fino a marzo 2016 la BCE ha seguito alla perfezione la regola della capital key; poi Draghi ha annunciato che qualche scostamento temporaneo di lieve entità ci sarebbe stato, per ragioni “tecniche”. Quello che stava succedendo era che i titoli belgi ed irlandesi erano già quasi spariti ed era necessario sostituirli con quelli di altri Paesi, dove l’offerta era più abbondante. Come l’Italia o la Francia. Nei mesi successivi lo scostamento da temporaneo è diventato in sostanza permanente, ma nessuno se ne è lamentato troppo, meno che mai il governo italiano.

Il punto saliente è che da aprile 2017 lo scostamento non più “temporaneo” non è nemmeno più lieve, dato che la BCE ha cominciato a ridurre a passo sostenuto anche l’acquisto di titoli tedeschi, che da soli rappresentano il 15% del totale. Cosa sta succedendo? Esiste un limite massimo di acquisti oltre il quale la BCE non può andare, pari al 33% di ogni emissione. Si tratta di una regola difficile da aggirare, altrimenti secondo le regole sul debito pubblico europeo di nuova emissione (le famigerate CAC, Collective Action Clauses) Draghi acquisirebbe come creditore troppi diritti di veto in sede di eventuale rinegoziazione (o ridenominazione) del debito. Secondo le stime della banca d’affari Morgan Stanley al ritmo di 18 miliardi al mese, che è quanto acquistava la BCE prima di chiudere i rubinetti, sarebbero rimasti soltanto 4-5 mesi prima di toccare questo limite.

Quindi, ricapitolando, abbiamo al momento la BCE in palese violazione di una regola di ingaggio (la capital key) al fine di poterne rispettare una seconda, più importante (il limite del 33%). Seguendo la logica, Draghi potrebbe: 1) modificare il criterio della capital keyper [Le condizioni del QE prevedono che gli acquisti siano ripartiti tra i vari titoli di stato, in base alle grandezze economiche dei paesi emittenti. NdRconsentire finalmente alle banche centrali nazionali di poter acquistare più titoli da chi ha più debito; è una proposta che ha anche un sapore di ragionevolezza e che dovrebbe essere supportata nel Consiglio Direttivo da rappresentanti delle Istituzioni nazionali che fossero più lungimiranti. Peccato che questa regola sia stata voluta dai tedeschi proprio per impedire che questo accadesse! 2) Ridurre in maniera sensibile il ritmo a cui la BCE compra per allungare un altro po’ la vita residua del QE. Questa seconda ipotesi mi sembra quella a minore costo politico, e coerente con gli indizi che Draghi sta lanciando a piè sospinto in tutti gli ultimi discorsi ufficiali.


A mio avviso la riduzione sarà sensibile: il passaggio da 60 a 40 miliardi consentirebbe alla BCE di poter proseguire il programma per altri 6 mesi senza dover modificare nessuna regola attualmente in vigore.

Per quanto abbiamo visto in passato, questa perdita di domanda corrisponderebbe ad una crescita di un altro 1% dei rendimenti dei titoli di Stato negoziati sul mercato secondario. In termini di costo del servizio del debito, parliamo giusto di quei 5 miliardi che Padoan ha ottenuto come sudato sconto dalla Commissione Europea.

Non mi aspetto un bel settembre al Ministero del Tesoro. Il deficit esce dalla porta e rientra dalla finestra.

Peraltro nessuno si sta preoccupando minimamente di cosa succederebbe dopo. Eppure basterebbe che i titoli di Stato comprati dalle banche centrali nazionali, piuttosto che essere dismessi sul mercato, venissero comprati dalla Banca centrale europea. Questa modalità di “chiudere” il QE porterebbe all’estinzione dei prestiti che la BCE ha erogato nell’ambito di tale programma alle Banche centrali nazionali. Il problema è che una simile proposta che avvicinerebbe il QE dell’Eurozona a quello della FED americana è un’idea eretica di cui non è nemmeno permesso discutere.


* Fonte: HuffingtonPost  15 luglio



TARGET 2: UN’ARMA SPUNTATA di Felix Simon

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[ 4 febbraio ]


Scrivemmo sul Target 2 nel Novembre scorso e poi il 24 gennaio.

La questione è tornata alla ribalta dopo la recente dichiarazione di Draghi che finalmente ha smentito la pretesa di “irreversibilità” dell’euro, richiamando però i paesi che eventualmente volessero lasciare l’euro a una piena regolazione dei conti con l’Eurosistema. Nente di più semplice: i saldi Target2 non sono che regolazioni contabili tra BCE e banche centrali nazionali utili alla funzionalità dell’Eurosistema e facilmente liquidabili in caso di uscita, data la caratteristica delle banche centrali di essere istituti di emissione.

declassato il rating della Spagnarendimento dei titoli spagnoli a 10 anni è adesso del 6.75%, rispetto al meno del 5% dell’inizio di marzo, e si avvicina ai livelli ai quali l’accesso al mercato è sospeso a tempo indeterminato. Tornano le preoccupazioni circa il futuro dell’euro — e automaticamente, come succede ogni volta che queste preoccupazioni riappaiono – si ricomincia a parlare di Target2.

George SorosHans-Werner Sinn scrive che la Bundesbank ha crediti Target2 per una somma pari a 874 miliardi di dollari dalla periferia europea. “Se Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna dovessero fallire e non ripagare i debiti, con l’euro ancora in corso, la Germania brucerebbe 899 miliardi di dollari”.

ho pubblicatoMartin Wolfobiezioni. E allora, adesso ci riprovo: proverò a spiegare che questo grafico in realtà dimostra solo che il debito privato in Germania sta diminuendo. La curva su cui ci si deve concentrare è quella blu, non quella verde.

Ma facciamo un passo indietro. Il cosiddetto Eurosistema — costituito dalle banche centrali nazionali (BCN) più la BCE — ha un carattere fortemente federato. La BCE, per conto suo, fissa i tassi di interesse e gestisce un suo modesto bilancio di esercizio, ma le sole banche con cui ha a che fare sono le BCN. Sono le stesse banche centrali, come la Bundesbank o il Banco de España, ad effettuare tutte le operazioni di liquidità, a prestare denaro alle banche commerciali, e più in generale a far funzionare l’euro come valuta.

Ciascuna banca dell’Eurosistema è titolare di un conto presso la rispettiva banca centrale nazionale — e se si somma tutto il denaro presente in tutti questi conti, il totale è il saldo Target2 presso la banca centrale in questione. Vale la pena qui ricordare l’unica cosa su cui tutti sono d’accordo riguardo i Target2: finché la zona euro resta in piedi, non sono affatto un problema. La somma della totalità di saldi Target2 nelle varie banche centrali è sempre zero, ed il sistema funziona efficientemente e perfettamente.

Se una signora spagnola fa un assegno al suo terapista, il denaro esce dal suo conto ed entra nel conto del terapista. Finché entrambi i conti sono presso banche spagnole, si tratta solo di un trasferimento da una banca all’altra, ed il il saldo Target2 presso il Banco de España rimane invariato. Supponiamo però che la nostra correntista spagnola decida di trasferire €1.000 da Banco Santander su un conto della Deutsche Bank. In questo caso, il saldo nel suo conto Santander andrà a sotto di €1.000, ed il Banco de España dovrà anch’esso dedurre €1.000 dal conto di Santander presso la Banca centrale. In Germania, €1,000 si materializzano sul conto Deutsche Bank, ed alla prima occasione Deutsche Bank depositerà questa somma nel suo conto presso la Bundesbank, cosicché la Bundesbank aggiungerà €1.000 al saldo di Deutsche Bank.

In pratica, il Banco de España avrebbe appena distrutto €1.000, e la Bundesbank avrebbe appena creato €1.000. Non è un problema — si tratta di banche centrali, e la funzione delle banche centrali è quella di creare e distruggere denaro. Ma per semplici ragioni di contabilità, i conti nell’Eurosistema devono essere pareggiati. Teniamo presente che quelli che per noi normalmente sono degli attivi, per le banche sono passività. Quindi Deutsche Bank deve €1.000 alla nostra signora spagnola — che è un altro modo per dire che lei deposita €1.000 presso Deutsche Bank. A sua volta, Deutsche Bank deposita €1.000 presso la Bundesbank, il che significa che la Bundesbank deve €1.000 alla Deutsche Bank. E la catena continua: la BCE deve €1.000 alla Bundesbank, il Banco de España deve €1.000 alla BCE, e Santander deve €1.000 al Banco de España, dal momento che Santander ha di fatto dovuto prendere in prestito il denaro dal Banco de España per poterlo trasferire alla Deutsche Bank.

Trattandosi di alta finanza, gli obblighi verso le banche centrali nazionali sono qui garantiti, sicché il Banco de España detiene garanzie da parte di Santander che coprono abbondantemente i €1.000 dovuti. Da parte sua, il Banco de España invece non è tenuto a fornire garanzie alla BCE. Le banche centrali non hanno bisogno di fare nulla del genere: le garanzie non sono necessarie poiché esse possono sempre stampare denaro in caso di bisogno.

Non è comunque difficile capire che il saldo Target2 della Bundesbank è ultimamente in crescita, mentre i saldi delle periferie sono in diminuzione: è in atto una corsa verso investimenti più sicuri, e le banche tedesche sono (giustamente) percepite come più sicure delle banche spagnole, greche e di quelle degli altri paesi della periferia. Analogamente, le banche tedesche che hanno prestato denaro a debitori spagnoli — ed in particolar modo alle banche spagnole — non rinnovano questi prestiti. Quando i prestiti sono ripagati, le banche tedesche depositano semplicemente il denaro presso la Bundesbank, invece di prestarli nuovamente a qualche paese in seria difficoltà. Questo fa aumentare ulteriormente i saldi Target2 della Bundesbank, ed ogni qualvolta ciò accade c’è una riduzione uguale e contraria dei saldi Target2 altrove.

Si nota dunque subito ad occhio nudo come stanno davvero le cose: il denaro affluisce verso la Germania. I risparmiatori dei PIIGS o rimborsano direttamente i loro debiti con le banche tedesche, oppure trasferiscono i loro fondi presso conti in banche tedesche. In tal senso, è un po’ strano che personaggi come Sinn e Soros descrivano queste transazioni come denaro prestato dalla Germania alla periferia — in realtà, i flussi sono nella direzione esattamente opposta. Ma per ragioni contabili, questi flussi generano obblighi di contabilizzazione interna fra le varie banche dell’Eurosistema, e a quanto pare sono proprio questi obblighi di contabilità interna a preoccupare così tanto Soros e Sinn.

Karl Whelan, è tutt’altro che scontato che questi obblighi di contabilizzazione debbano destare preoccupazione. Nel suo complesso, l’Eurosistema è sempre in pareggio, e per ogni euro creato in una parte dell’eurozona un altro euro viene distrutto da un’altra parte. L’unico caso particolare in cui si potrebbero prevedere effetti negativi sarebbe se uno o più paesi abbandonassero l’euro. Ma anche in questo caso, non è detto che le conseguenze siano poi così gravi.

Se dovesse succedere, il fondo dell’Eurosistema — le altre 16 banche centrali, più la BCE — subirebbe una perdita contabile di €100 miliardi. Ma esse dispongono di un capitale di €86 miliardi, e possono creare altri 400 miliardi di capitale in qualsiasi momento, semplicemente rivalutando le loro riserve auree. Quindi trovare €100 miliardi non sarebbe difficile — soprattutto perché lo stesso concetto di banca centrale insolvente è un tantino assurdo. Anche nel caso in cui il capitale di una banca centrale cessasse di essere positivo e diventasse negativo, all’atto pratico nulla cambierebbe. Le banche centrali non possono fallire, perché possono sempre stampare moneta.

Ma se fosse l’intero eurosistema a crollare, e ciascun paese ritornasse alla sua moneta nazionale? Anche in questo caso è difficile vedere in che modo questo costituirebbe un colpo per la Germania. Le banche tedesche, come la Deutsche Bank, si ritroverebbero i loro saldi Target2 in euro ridenominati in marchi. E la Bundesbank teoricamente avrebbe sempre un credito con la BCE, ma a quel punto la BCE sarebbe praticamente già sparita. Ma non sarebbe un problema. Basterebbe semplicemente dichiarare che tutti quegli euro sono adesso marchi, dato che la Bundesbank può creare tutti i marchi di cui ha bisogno.

L’ipotesi sottesa al catastrofismo di Sinn è in buona sostanza che, se l’euro dovesse crollare, i contribuenti tedeschi dovrebbero versare mille miliardi alla Bundesbank per compensare tutto il denaro che la Bundesbank non può più riscuotere dalla BCE. Ma questo è semplicemente assurdo. Scrive Whelan:

“Il nuovo marco sarebbe, come l’euro, una moneta a corso forzoso, e non sarebbe affatto necessaria la piena copertura di tutti i marchi con riserve contanti effettivamente disponibili alla Bundesbank.

Se anche i funzionari tedeschi fossero preoccupati dal fatto che il bilancio di esercizio della Bundesbank mostri necessariamente più attivi che passivi, basterebbe convenire che la Bundesbank emetta a proprio favore un assegno di valore pari al suo credito TARGET2, e che si accrediti ogni anno gli interessi. Non sarebbe necessario neanche coprire le sue passività, per cui tecnicamente la solvibilità della Bundesbank sarebbe ristabilita senza nessun aumento delle tasse per i cittadini tedeschi.

Qualcuno potrebbe magari obiettare che la mancata ricapitalizzazione per via fiscale della Bundesbank farebbe perdere fiducia nel valore della moneta e/o causerebbe inflazione. Tuttavia, non si modificherebbe in alcun modo la quantità di moneta in circolazione nella Germania post-UEM. Ed un assegno sbattuto in un caveau non può scatenare un’iperinflazione. Ѐ invece molto più probabile, siccome il valore di una moneta a corso forzoso dipende principalmente dalla fiducia da parte dei cittadini che la moneta sarà resa disponibile in quantità limitata, che il nuovo marco si rivaluti significativamente, e che il risultato sia la deflazione piuttosto che l’inflazione.

In altre parole: sì, la Bundesbank dovrebbe di fatto stampare l’equivalente di mille miliardi di euro in marchi, cosa questa abbastanza atipica per la Bundesbank, ed in teoria ad effetto inflattivo. Ma se si crea una nuova moneta, è necessario stamparla. E sinché le banche tedesche depositano questi marchi presso la Bundesbank, e rifuggono dal prestarli a debitori di altri paesi, l’offerta di moneta in Germania non aumenterebbe affatto.

Scrive così Sinn:

«Se Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna dovessero fallire e non ripagare i debiti, con l’euro in vigore, la Germania brucerebbe 899 miliardi di dollari”. Se l’euro dovesse fallire, la Germania perderebbe oltre 1.350 miliardi di dollari, più del 40 percento del suo PIL. Ѐ mai successo che gli Stati Uniti abbiano corso un rischio simile per aiutare altri paesi?»


Ma più specificatamente, i correntisti tedeschi non perderebbero soldi, le banche tedesche non perderebbero soldi, e nemmeno lo stato tedesco perderebbe soldi. L’unico soggetto che si potrebbe considerare aver perso qualcosa sarebbe la Bundesbank — ma in realtà la Bundesbank avrebbe soltanto convertito tutti gli euro in circolazione in Germania in marchi. Se l’euro cessasse di esistere, anche le obbligazioni all’interno dell’Eurosistema cesserebbero di esistere — anzi, lo stesso Eurosistema cesserebbe di esistere, dato che la sua unica raison d’etre è di tenere in piedi l’euro. Tutte le convenzioni di contabilità interna sparirebbero in una nuvola di fumo, e ciascuna banca centrale nazionale opererebbe per conto proprio, gestendo la propria moneta e controllando le proprie banche.

Potrà essere rassicurante pensare che gli euro di oggi siano in qualche modo reali e che gli ipotetici marchi di domani non lo siano, e che quindi se domani questi euro cessassero di esistere per essere sostituiti da marchi, ciò comporterebbe la perdita di centinaia di miliardi di euro. Ma non è così che funzionano le monete a corso forzoso. Il marco di domani sarebbe reale né più né meno come l’euro di oggi, e infatti verosimilmente il problema del marchi non è il pericolo di indebolirsi quando la Bundesbank ne dovesse stampare in quantità, ma piuttosto che la loro popolarità come valuta sarebbe talmente alta da farne salire il valore alle stelle, rendendo le esportazioni tedesche non competitive.

Non vi è dubbio che i costi collegati allo smantellamento dell’euro rischiano sicuramente di essere ingenti. Ma non ingigantiamo la questione includendo in questi costi anche i saldi Target2. Questi non sono altro che delle convenzioni contabili: sono un artifizio per assicurare che l’Eurosistema sia sempre a somma zero. Se si vuol credere che i saldi Target2 siano debiti reali, allora allo stesso modo si dovrebbe credere che una corsa agli sportelli in Spagna, in cui i depositi fuggono verso la Germania, sia negativo per la Germania e positivo per la Spagna — dato che non farebbe che accentuare gli squilibri Target2.

In base al ragionamento fatto da Sinn, sarebbe meglio per la Spagna o l’Italia abbandonare l’euro, perché in questo modo eviterebbero di ripagare i loro debiti Target2 e si ritroverebbero quindi incredibilmente ricchi — avrebbero preso in prestito centinaia di miliardi di euro dall’Eurosistema, e non avrebbero poi mai più bisogno di ripagare il loro debito. Se credete ad una cosa del genere, allora potete anche prendere sul serio Sinn. Ma a me sembra chiaro che se l’euro cessasse di esistere, quello che conta sarebbero le relazioni bilaterali delle banche centrali nazionali con tutte le banche dei rispettivi paesi. E queste relazioni bilaterali, essendo basate su prestiti pienamente garantiti, non sarebbero affatto toccate dalle convenzioni contabili Target2.


** Traduzione di Margherita Russo



DRAGHI AMMETTE: “USCIRE DALL’EURO? SI PUÒ MA…” di Leonardo Mazzei

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[ 24 gennaio ]

Bella scenetta al ristorante “Euro”. Mentre è sempre più chiaro come la moneta unica sia alla frutta, il gestore di questa trattoria dai piatti immangiabili prepara il conto nel retrobottega. I signori vogliono uscire per andarsene a prendere un po’ d’aria fresca? Che prima passino alla cassa, perché se per molti commensali il pranzo è stato indigesto, il conto sarà salato proprio per loro.

Di cosa stiamo parlando? Di questa notizia lanciata dalla Reuters e commentata da Tyler Durden. Il succo è in questa frase di Mario Draghi: 

«Se un paese dovesse lasciare l’Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto».

irrevocabilità», nell’aprile dello stesso anno (a proposito della crisi greca) Draghi iniziò a parlare di «acque inesplorate». Arriviamo al marzo 2016 ed è sempre lui a chiedere ai governi dell’Eurozona «chiarezza sul futuro della nostra unione economica e monetaria». Evidentemente le vecchie certezze stavano ormai scricchiolando del tutto. Ma l’affermazione annunciata dalla Reuters, contenuta in una lettera a due europarlamentari italiani, di cui non si conosce il nome, è senz’altro il segnale di un nuovo salto di qualità.

Ma in cosa consiste il conto da pagare cui accenna Draghi? Lui non ce lo dice con chiarezza, né parla dei tempi, delle modalità, della valuta con la quale regolare «in toto» i crediti e le passività della banche centrali nazionali verso l’Eurosistema, ma è evidente che si riferisce ai conti del sistema Target2.

Detto in breve Target2 è la piattaforma elettronica sulla quale avvengono i pagamenti interni all’eurozona. Pagamenti che, passando dalle rispettive banche nazionali, danno luogo a delle scritture contabili (positive o negative) nei confronti dell’Eurosistema, in sostanza della Bce. Poiché si tratta di transazioni interne, è chiaro come per quest’ultima la somma sarà sempre zero, mentre così non è per i vari saldi nazionali.

E qui sorge il problema, a riprova della follia dell’euro. Difatti, se questa moneta fosse stata davvero quella di un’Europa unita, è evidente che le stesse banche centrali nazionali avrebbero chiuso i battenti ed i rispettivi saldi non avrebbero alcuna ragione di esistere. Ma così non è, ed ora Draghi ce ne parla con chiarezza.

Ma queste scritture contabili sono un debito a tutti gli effetti?

Così scrive Sergio Cesaratto nel suo utilissimo libro Sei lezioni di economia

Ho parlato di titoli non per caso. Nella lettera di Draghi si dice espressamente che gli squilibri che si sono determinati nel sistema sono dovuti in primo luogo proprio al Quantitative easing della Bce, che ha portato ad esempio Bankitalia ad acquistare titoli del debito italiano detenuti da investitori tedeschi. Un’operazione che se da un lato è servita ad abbassare notevolmente i tassi e lo spread, dall’altro ha incrementato i saldi negativi del sistema Target2.

SOLLEVAZIONE aveva scritto sul sistema Target2 QUI e QUI


E qui si impongono alcune considerazioni finali.

La prima è che il processo di disgregazione dell’unione monetaria è sempre più grave. Come in un matrimonio, quando si comincia a parlare dei conti della separazione vuol dire che questa è ormai nelle cose.

La seconda è che l’Italia non ha proprio da pagare alcun debito alla Bce, tantomeno alla Germania. Non solo perché in questo caso non si tratta di un debito vero e proprio, ma solo di un riequilibrio a livello di emissione monetaria determinato proprio dalla follia dell’euro, cioè dall’impossibilità di agire sul cambio. Ma anche perché l’Italia (come gli altri paesi mediterranei) ha già pagato fin troppo i costi dell’euro in termini di distruzione della ricchezza nazionale, di disoccupazione, di deflazione salariale.

La terza considerazione è che la Bce non è in grado di imporci un bel nulla. Non solo perché, come dice Durden, non ha un esercito, ma anche perché il blocco eurista è oggi all’interno di una congiunzione astrale piuttosto sfavorevole. L’Euro-Germania non ha più alle spalle il potente protettore di Washington, mentre la Gran Bretagna ha ormai virato verso un’uscita senza troppi compromessi. Insomma, dal punto di vista geopolitico ci sono oggi —oggi, tra un anno non lo possiamo sapere— le condizioni ideali per mandare al diavolo gli eurocrati di Bruxelles e Francoforte insieme ai loro padroni tedeschi.

La quarta considerazione è che l’Unione Europea è ormai politicamente, prima ancora che economicamente, in uno stato pre-agonico. Ce lo dice perfino uno come Angelo Panebianco nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera

In conclusione, le minacce di Draghi, così come le parole di Panebianco, ci parlano di una crisi davvero irreversibile. Una crisi dai tempi ormai accelerati. Lo abbiamo già detto in tanti modi: il tempo ormai stringe ed occorre agire di conseguenza. Chi non capisce questa urgenza non è solo un cretino, è oggettivamente un alleato (che non ne sia consapevole poco importa) delle oligarchie dominanti.