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IL DILEMMA RUSSO di Moreno Pasquinelli

Fiumi di inchiostro sono utilizzati a commento del bilaterale tra Biden e Putin a margine del G7. Una melassa indigesta di luoghi comuni, condita all’occorrenza di gossip e pseudo-retroscena su quello che i due capi di stato si sarebbero detti e su ciò su cui avrebbero trovato un accordo. La verità è che mai come adesso certi “dettagli” debbono essere tenuti segreti all’opinione pubblica. Il prodotto e gli effetti di questo incontro li vedremo nei prossimi anni. Non resta che svolgere delle deduzioni le quali, beninteso, per essere validate debbono passare il vaglio della realtà effettuale.

Certo i due avranno discusso di cyber war, di Ucraina, Siria e Libia; degli arsenali nucleari e di come evitare una guerra atomica che nessuno potrà vincere. Il tema centrale che Biden avrà tentato di mettere sul tavolo, noi riteniamo, è stato tuttavia quello della Cina. Per la precisione: Biden avrà cercato — visto che è la Cina che gli USA considerano il nemico strategico più temibile —, di portare dalla sua parte Putin o, quantomeno, di ottenere la sua neutralità in caso di una escalation.

Non sappiamo cosa Putin abbia risposto e se abbia risposto. Forse ha preso tempo, visto che l’élite russa, rispetto a queste prevedibili avances yankee, è divisa assai. Putin torna a Mosca sapendo che prima o poi una risposta dovrà essere data. Si può supporre che da astuto negoziatore, e per nome di un impero che alle spalle dell’ostentato wilsonismo e della tanto cianciata difesa dei diritti umani, Biden avrà fatto delle offerte a Putin in cambio, se non di un aperto appoggio, della neutralità russa in merito alla politica di duro contrasto alla Cina. Nel mercato imperialistico delle vacche avrà assicurato il non ingresso dell’Ucraina nella NATO, di chiudere gli occhi sul North Stream, di accettare l’instabile equilibrio in Siria e Medio oriente e nel Mediterraneo orientale.

Putin torna quindi a Mosca con nel paniere alcune promesse da parte americana ma con un gigantesco dilemma: che fare rispetto alla crociata yankee contro la Cina — di contenimento economico e geopolitico e, ove si rivelasse inevitabile, bellica? Dilemma tormentoso poiché Putin sa bene almeno tre cose: (1) che Pechino, pur attrezzandosi alla bisogna, vorrebbe in ogni modo evitare un conflitto catastrofico con gli Stati Uniti, ovvero vorrebbe trovare con Washington un equilibrio globale di more uxorio; (2) che ove Cina e USA riuscissero a trovare un accordo strategico questo non potrebbe essere che a spese della Russia; (3) terza cosa: mai fidarsi degli yankee, abili nel fare il doppio gioco e nell’agire su più tavoli, ovvero sapendo che gli USA potrebbero effettivamente accettare un compromesso con Pechino a spese di Mosca — prospettiva questa auspicata da pezzi importanti del deep state americano, da settori potenti della grande borghesia economico-finanziaria yankee, dalla Ue e per finire dall’élite globalista che furoreggia per il Grande Reset.

Questo è il grande gioco con cui è iniziato il XXI secolo, in cui la Russia è la “variabile decisiva”.

Al riguardo non possiamo quindi che ribadire quanto scrivevamo nella TRAPPOLA DI TUCIDIDE:

«Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. (…) Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento».

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LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

30 marzo 2021

Non c’è bisogno di ricorrere all’empirismo scettico di D. Hume per capire che nella dimensione del divenire storico-sociale non c’è rapporto univoco e lineare tra causa ed effetto. Si può anche essere più assertivi ed affermare senza possibilità di smentita che: (1) posta una causa da questa possono venire multipli e imprevedibili effetti; (2) viceversa, ogni effetto, ogni fenomeno, è il risultato dell’interazione  di diverse cause; (3) così che l’effetto è, per sua natura, più ricco e fecondo di possibilità della causa o del concorso di cause che l’ha prodotto.

Si può discettare a lungo se ci possa essere una filosofia della storia, se, posta l’inattendibilità della aristotelica causa efficiente, valga invece il principio anti-teleologico di W. Wundt della eterogenesi dei fini. Sia come sia, dal momento che la storia ha cacciato il determinismo dalla porta, è bene che non lo si faccia rientrare dalla finestra. Come ebbe a dire uno che di politica è stato grande stratega, la politica è un’arte, non una scienza. Non lo è appunto perché non vale il determinismo. Detto altrimenti: l’azione politica (poiché d’azione finalizzata ad uno scopo qui si parla) deve tener conto di diversi ordini di realtà. Non ci sono solo le leggi economiche, non ci sono solo le costanti geopolitiche, non ci sono solo strutture e sovrastrutture statuali. Se l’azione politica chiama in causa l’intervento attivo delle masse qui entrano in gioco variabili che hanno a che fare con fattori quali la passione, il sentimento, il mito. Fattori che sono quindi destinati a mescolarsi con quelli, in ultima istanza decisivi, quali la ragione e la coscienza.

Vale dunque nel mondo storico-sociale il principio dell’indeterminismo? La risposta è sì, posto che questo principio tira in ballo il rapporto biunivoco tra soggetto e oggetto; e posto che esso non implica né il caos — vedi la storiella secondo cui un battito d’ali di una farfalla in Cina provoca un tornado negli Stati Uniti —, né il dominio metafisico del caso. Vale invece l’idea della contingenza, o l’incontro tra causalità e accidentalità.

Ciò che vale per chi l’ordine di cose esistenti vuole rovesciare, vale a maggior ragione per chi viceversa vuole conservarlo.

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Dopo il crollo dell’URSS e l’11 settembre, l’ambizione di Washington era quella d’imporre e stabilizzare un ordine monopolare — meglio noto come Project for the New American Century. Questa pretesa è fallita per diverse e concomitanti ragioni. Due fattori balzano agli occhi: il risorgimento della Russia come grande potenza militare e la poderosa avanzata cinese. Senza dimenticare che quella brama egemonica si schiantò sui campi di battaglia dell’Iraq e dell’Afghanistan. Il collasso finanziario del 2007-2009, ponendo fine al mito della società opulenta, fece il resto.

E’ venuto così avanti il tanto strombazzato “ordine policentrico o multipolare”. Concetto non solo ambiguo, ma fasullo e deviante. Il concetto farebbe pensare ad un equilibrio, per quanto disarmonico e conflittuale, tra potenze nascenti e declinanti. Concetto fasullo visto che non solo non c’è alcun equilibrio, c’è invece squilibrio, così che dovremmo dire che siamo dentro ad un “disordine multipolare”.

Sì, per chi scrive il mondo sta entrando in quella che per convenzione è stata definita la Trappola di Tucidide: è già in atto tra potenze nascenti e declinanti una competizione dura per la supremazia mondiale e detta competizione ha un’alta probabilità di sfociare in una guerra su larga scala. Allora fu Sparta a scatenare il conflitto per arrestare la crescente egemonia della potenza ateniese. Oggi chi avrebbe interesse a scatenare una nuova devastante guerra globale (ciò non implica che essa sia destinata a sfociare in terza guerra mondiale, visto che potrebbe concentrarsi in un singolo pur grande scacchiere mondiale, e non coinvolgere necessariamente vasti schieramenti internazionali)?

Non è difficile rispondere a questa domanda: sono gli Stati Uniti d’America. Il perché è presto detto. Gli Stati Uniti sono a tutt’oggi la principale potenza mondiale —ovvero prima potenza nei campi militare, economico, finanziario, scientifico e culturale —, ma tutti i dati ci dicono che sono una potenza al tramonto, mentre la Cina, prima o poi, è destinata a prendere il sopravvento. La domanda è d’obbligo: ha mai accettato una grande potenza imperiale o imperialista di consegnare ad un’altra concorrente lo scettro della sua supremazia? La risposta è no.

Chi ha visto nel trumpismo la rinascita della tradizionale corrente isolazionista americana si sbagliava. L’isolazionismo è un lusso che nessun impero può permettersi. Per usare una metafora: il trumpismo era l’imperialismo americano che faceva un passo indietro, prendere la rincorsa, e quindi fare un nuovo balzo in avanti. L’arrivo di Joe Biden, all’insegna dell’aggressivo e urticante slogan America is back!, è espressione della consapevolezza che anche il passo indietro è un’opzione che l’impero non può permettersi; che solo una strategia multilaterale e asimmetrica d’attacco può sbarrare la strada alla Cina. Di qui, nel caso non si riesca ad azzoppare l’Impero di mezzo, la possibilità, per meglio dire, l’alta probabilità, che il Deep State americano stia considerando come inevitabile lo sbocco bellico. Quando questi Dr. Stranamore si proiettano nell’orizzonte dell’inesorabile è certo che essi vogliano tentare di attaccare per primi, poiché ciò darebbe loro il grande vantaggio della sorpresa e di scegliere il campo da gioco.

Manco a dirlo nell’equazione c’è una variabile decisiva, quella russa. La forza d’urto militare ricostruitasi sotto il regno di Putin è talmente poderosa che la sua eventuale discesa in campo a favore dell’uno o dell’altro potrebbe determinare l’esito del conflitto. Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. Washington, del resto, non può permettersi di combattere una guerra su due fronti, nel Pacifico contro la Cina e in Europa e Medioriente contro la Russia — semmai al Pentagono immaginano una guerra in due tempi. Come ci indicano sia il primo che il secondo conflitto mondiale, si sa come le guerre iniziano, non come finiscono. Nemmeno Stalin voleva entrare in guerra, e per questo siglò un patto con Hitler, sperando che la sua vittoria ad Occidente, l’avrebbe non solo trattenuto dall’aggressione a oriente, ma saziato. Non fu così e l’errore (l’aver abbassato la guardia) fu pagato a carissimo prezzo. Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento.

Impostori e sicofanti, ovvero gli italioti, fanno il verso all’élite americana, agitando lo spauracchio cinese, alimentando, chi apertamente e chi a mezza bocca, la guerra di propaganda (che com’è noto anticipa sempre, perché propedeutica, quella militare vera e propria). Tentare di convincerli è tempo perso, che si sono già messi l’elmetto in nome dell’atlantismo. Molti sono gli incerti ed i confusi. Va spiegato loro che se in generale non è mai stata la potenza nascente a cercare il pretesto della guerra, ciò vale ancor più oggi per la Cina. L’élite cinese lavora sui tempi lunghi; non di guerra ma di stabilità ha bisogno, e questo implica guadagnare tempo. E va quindi spiegato agli italiani che per il nostro Paese è più necessario che mai, tanto più con l’arrivo di Biden, sganciarsi dalla NATO, poiché restarci dentro implica essere trascinati in una guerra che non potrà che condurci nell’abisso, sempre meno nazione sovrana, condannati a diventare insignificante e disarmato protettorato coloniale della potenza che dovesse uscire vincente.

Trump non c’è più, è arrivato Biden. Nel nuovo contesto, per quanto il fatto complichi e di molto la nostra battaglia, ciò significa che l’uscita dalla Unione europea chiama in causa, lo si voglia o meno, anche lo sganciamento dalla NATO.

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Cosimo de’ Medici sembra avesse detto a Savonarola che “Gli stati non si governano coi paternoster”. Ci dice il Machiavelli che Savonarola rispose che quel precetto fosse “di tiranni e non di veri principi”. Prima o poi dovremmo lasciarci alle spalle il “momento Polanyi” per entrare nel “momento machiavelliano”. L’Italia, ridotta in cenci, ha bisogno più che mai di un Nuovo Principe, di un gramsciano Partito rivoluzionario, di un profeta armato che chiami il popolo all’azione. Azione che tra tutte le “virtù” Machiavelli considerava la più importante.




SOLITUDINE IMPERIALE di Umberto Bianchi

Con un’enfasi senza precedenti, si è svolta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Usa, il democrat Joe Biden. Abiti dai colori sgargianti, musica a gogò, star e starlette, addirittura una poetessa, alcuni tra i passati presidenti Usa: i coniugi Clinton, Obama, G. Bush. Tutti lì a far da testimonial ed a riconfermare, se mai ve ne fosse stato bisogno, i mantra buonisti del neo presidente. Unificare e pacificare una nazione, mai come ora, così divisa, combattere l’epidemia, tornare a “make America great” e via discorrendo, con il profluvio di banalità a cui la propaganda mainstream da tanto tempo, ci ha abituato. Il tutto si è, però, svolto in un surreale contesto, circondato da strade e piazze vuote e silenti, in cui le cui uniche presenze erano le migliaia di bandierine, lì poste a riempire la mancanza di gente e la massiccia presenza di militari e polizia, volta ad evitare altre poco gradite e scomode contestazioni.

L’appariscenza, i toni trionfanti contro il vuoto ed il deserto circostanti, sono il simbolo della sempre maggior distanza tra l’ufficialità del politically correct della politica Usa ed il sentire della gente comune, animata da malcontento, rabbia, miseria e frustrazione. Se con Trump, gli Stati Uniti avevano imboccato una strada più incline ad una posizione  sovranista, volta a curare nell’immediato gli interessi nazionali Usa, anche a costo di contrapporsi alle varie lobbies della finanza e dell’economia, con Biden, invece, sembra si voglia tornare alle linee-guida che avevano animato le precedenti amministrazioni democrat, da quella di Clinton in poi.

Per prima cosa, Biden ha voluto dare una dimostrazione “muscolare” di come lui intenda la riunificazione e la pacificazione degli americani, cancellando in un sol colpo molti dei provvedimenti-guida della appena passata, amministrazione Trump. Il tutto all’insegna di buonismi e solidarismi a iosa. Ma, a tanti suadenti intenti di buonismo e di politically correct, seguiranno altrettanti fatti?

Cominciamo con il dire che gli Usa, hanno ancora vari dossier aperti qua e là per il mondo. Se in politica estera, l’amministrazione Trump aveva per lo più, usato un linguaggio diretto che non lasciava spazio a fraintendimenti, così come dimostrato nel caso delle relazioni con l’Iran, la Corea, la Palestina, Cuba e la Cina, tanto per citare i più eclatanti, con i democrat le cose assumono una più sfumata e vaga coloritura. Da un lato, il ramoscello d’ulivo della pace, delle trattative e degli accordi a tutti i costi. Dall’altro, però, i democratici, hanno dimostrato nei decenni, una spiccata tendenza a fomentare urbi et orbi, un’instabilità endemica, tutta a vantaggio loro e delle potenti lobbies finanziarie, di cui questi sono la diretta espressione.

A partire dalla kennediana Baia dei Porci, attraverso la quanto mai ambigua ed oscura vicenda del terrorismo in Italia negli anni ‘60, ‘70 ed ’80, sino ad arrivare ad oggi, alle varie Primavere arabe, passando per la Siria, il Venezuela e la questione Ucraina, la politica estera del doppio giuoco è un elemento costitutivo che non ha mai abbandonato, la politica estera dei democrat.

La stessa e strana vicenda del “dissidente” Navalny, in Russia, sembra esser parte di un collaudato copione, dietro il quale si cela l’intento di mettere all’angolo l’unico e per ora, reale competitor degli Usa a livello globale e cioè la Russia di Putin.

Dal punto di vista della politica economica, le cose non vanno poi così diversamente. Attraverso una bilanciata politica di instaurazione di dazi e di limitazione all’azione della Federal Reserve, per quanto riguarda la pratica  degli indiscriminati aumenti del costo del denaro, oltreché ad una attiva politica di defiscalizzazione, il tanto vituperato Trump, ha permesso una decisa ripresa dell’economia interna Usa, dopo anni di stagnazione, seguiti alla crisi finanziaria del 2009, durante la gestione democrat. Anni durante i quali, a prosperare sono stati principalmente i grandi gruppi finanziari e multinazionali, che dalla pura speculazione finanziaria o dalla produzione delocalizzata, hanno realizzato i maggiori guadagni, a detrimento dei circuiti economici locali, made in Usa.

Ora, è chiaro che, per quanto riguarda quegli indicatori economici positivi, lasciati in dote dall’amministrazione Trump, Biden non sarà così folle da vanificarne i risutati, magari cercando di assumersene il merito con qualche stratagemma contabile, mantenendo così, sostanzialmente inalterati, i risultati di certe misure economiche. La sua presunta apertura alla Cina, non potrà fare a meno di considerare certi indicatori e, al pari di altri provvedimenti sarà molto più di facciata, che sostanziale.

Ciò che invece cambierà, sarà il ritorno di un’America in salsa spiccatamente globalista ed internazionalista. Aperta alle grandi conglomerazioni geo economiche e geo politiche (Comunità Europea, Nafta, Oms, Gatt, etc.) in un ruolo da protagonista, mettendo in disparte la politica dei vari accordi bilaterali, su cui la presidenza Trump avrebbe voluto impostare la sua politica geo economica.

Ma c’è una cosa, su cui l’amministrazione dello scialbo Biden, non si distinguerà poi così tanto, da tutte le precedenti ed è la totale e, ad oggi, indiscussa supremazia Usa sui mercati finanziari, in quanto produttrice in esclusiva, di quel contante in dollari che, rappresenta la base di tutte le transazioni finanziarie e commerciali mondiali. Prova ne sia, la recente erogazione di fondi gratuiti (elicopter money…) a tutte le categorie produttive americane, danneggiate dalla pandemia. Denaro la cui immissione sui mercati, verrà invece pagato dal resto del mondo e che permetterà agli Stati Uniti di rimanere, la potenza dominante a livello mondiale, almeno per quanto riguarda l’aspetto finanziario, Cina o non Cina.

Nulla di nuovo all’orizzonte, pertanto. Di nuovo, invece, il clima della cerimonia di insediamento del neoeletto presidente Usa. Una ridicola e “kitsch” sfilata di statue di cera, circondate da un  surreale ed ostile silenzio. L’Impero celebra i suoi fasti in solitudine. L’inizio di una fine prossima? Speriamo.




NAVALNY: CHI È DAVVERO? CHI LO SEGUE? CHI C’È DIETRO? di A. Vinco

Quasi tutti, in Occidente, incensano Navalny, inneggiano alla manifestazioni anti-Putin, ipocritamente esecrando la repressione. Questa indegna propaganda antirussa tenta di accreditare Navalny come un campione democratico. Mai narrazione è stata tanto lontana dalla realtà.

Nazisti e Stalinisti per il Liberale Biden?
E’ arrivato Joe Biden alla Casa Bianca, un cattolico molto particolare e strano che si è portato il “rabbino personale”, e l’agenda si delinea. Stragi di bambini e civili in Irak, rafforzamento della presenza di truppe in Siria senza alcun mandato internazionale, minaccia di sanzioni alla Germania se intenderà procedere sulla via del North Stream 2, lezioni di democrazia liberale con la sponda di gruppuscoli razzisti, nazisti a Mosca e dintorni. E’ la logica della guerra imperialista e di civiltà quella che marcerà di pari passo con l’amministrazione liberale Biden. Lo avevamo scritto, in più casi, tentando di moderare l’utopismo antagonista di chi vedeva il Grande Reset in ogni dove e la digitalizzazione dispiegata sulle teste delle elite del Pentagono o del Partito Comunista Cinese.
I primi fatti sembrano già darci ragione. Liberalismo e Americanismo si sono sempre e ovunque imposti, nella storia, con stragi di massa e guerre imperialiste di civiltà accompagnate da una sapiente e raffinatissima narrazione a base di una presunta espansione dei diritti individuali, delle democrazie, delle libertà. Non sarà di certo la squadra di Biden, che presenta il pedigree del più ortodosso imperialismo americanista, a discostarsi dalla regola. Di fronte al ridimensionamento globale degli Stati Uniti a vantaggio di Russia e Cina, l’americanismo liberale interventista torna a lucidare le armi. Non ha altra strada praticabile per tornare al dominio plutocratico globale, avevamo scritto anche questo. Rivoluzioni Colorate, stragi di massa e di civili, campagne di sostegno a nazisti, ultrasinistra, estremisti takfiriti, purchè antiputiniani, saranno il pane quotidiano della nuova Amministrazione statunitense. Probabile una nuova stagione del terrore takfirita nella stessa Europa se la Germania non interromperà i rapporti con la Russia? Si vedrà.

L’ideologia di Navalny e Joe Biden
Quale è l’ideologia di Navalny, su cui l’estremismo liberale di Joe Biden, ha investito tutto per incendiare la Russia? Navalny fu cacciato dal partito liberale Yabloko già nel 2007 per il suo nazionalismo xenofobo e islamofobico, per la teoria della Deportazione dei lavoratori e immigrati asiatici dalla Russia. Entra di seguito in un gruppetto di nazionalbolscevichi filostalinisti, ma dura poco anche lì. Vari collaboratori di Navalny hanno rotto con lui per il suo razzismo e per la sua islamofobia, secondo altre testimonianze Navalny sarebbe un negazionista che ha più volte apertamente paragonato i ceceni o i caucasici a “scarafaggi e vermi da schiacciare“. L’oppositore russo ha in più casi partecipato alla Marcia russa, una manifestazione neonazista che si svolge regolarmente a Mosca il 4 novembre di ogni anno. Dal 2014, la Marcia russa è diventata un meeting di sostegno al nazionalismo banderista ucraino e al neonazismo esplicito di organizzazioni russofobe e estremiste ucraine quali Pravy Sektor e Azov. Il rapporto della famiglia Biden con il neonazismo e con il nazionalismo russofobo degli ucraini è quantomeno controverso.

Nel maggio 2020, il deputato ucraino A. Derkach ha diffuso delle registrazioni in cui si sente l’ex presidente ucraino Poroshenko prendere ordini da John Kerry e Joe Biden, i quali gli ordinano, tra le altre cose, di sostenere su tutta la linea in seno all’esercito ucraino le fazioni più vicine al violento nazismo russofobo. Conosciamo i finanziamenti che l’Amministrazione Obama dette a Kiev dal 2014, con Joe Biden in posizione di falco russofobo, per rafforzare il neonazismo e il nazionalismo banderista contro la Russia. I social e i media occidentali hanno però silenziato il grande scandalo di Hunter Biden con la Burisma Holdings. Il figlio di Joe Biden fu scelto dalla compagnia nonostante non parlasse la lingua e non fosse un esperto della materia, con uno stipendio di decine di migliaia di euro al mese. Nel 2016 Biden impose il licenziamento del procuratore Viktor Shorin che stava indagando sulla oscura presenza dei Biden in Ucraina.

Navalny si dichiara tranquillamente un grande nazionalista russo, assolutamente contrario alla politica LGTB, sostenitore della chiusura delle frontiere all’immigrazione islamica. Recentemente si è definito “neozarista”. Moltissimi suoi seguaci, come mostrano le immagini di ieri [vedi FOTO sopra], ammirano apertamente il nazionalsocialismo tedesco, ma non disdegnano affatto la collaborazione con i neo-stalinisti e con la sinistra radicale. Cosa rimproverano tutti costoro, nazisti e neostalinisti, a Putin? Di non essere un grande russo, un nazionalista xenofobo e islamofobo.

Dietro la maschera della lotta alla corruzione, è questa la unica, e più vera, ideologia di Navalny e dei suoi accoliti, l’uomo su cui Joe Biden ha investito tutto per la Rivoluzione Colorata in Russia: il nazionalismo estremista etnocratico. Quale è tuttoggi la più grande critica che i “Navalny’s supporters” così amati dalla stampa europea e anglosassone fanno a Putin? E’ quella di non chiudere le moschee e non cacciare tutti gli islamici dalla Russia, di aver perso tempo e sprecato soldi per sostenere la Siria baathista contro l’imperialismo americano e contro i terroristi. In contemporanea alle violenze in Russia dei sostenitori di Navalny, il neonazista ucraino Yevhen Karas ha invitato i servizi di intelligence ucraini e tutti quelli antirussi (leggasi americano e inglese) a organizzare attentati terroristici dentro la Federazione Russa, ma al tempo stesso nelle stesse ore i nazionalisti ucraini hanno disperso con botte e aggressioni i seguaci di Navalny che marciavano a Kiev contro Putin, perchè sarebbero “troppo russi“. Questi sono gli amici internazionali di Mr.Joe Biden e della sua nuova Amministrazione.

L’estrema sinistra neocomunista con Navalny o contro Navlany?
Già siamo già occupati dell’antiputinismo della sinistra radicale russa, libertaria o neostalinista. Gli stessi radicali di sinistra non hanno ancora deciso se supportare o meno il movimento di Navalny per poter meglio attaccare la Russia centrista e patriottica di Vladimir Putin, nonostante la fortissima influenza dei radicali di destra all’interno del movimento. Se pochi giorni fa il neostalinista Zjuganov, storico leader del Partito Comunista russo, definiva correttamente Navalny “l’espressione del capitale finanziario americano” ieri, in seguito alle proteste e alle violenze, ha già fatto marcia indietro definendolo invece il nuovo prete Gapon.

Quindi Navalny non è più, appena quattro giorni dopo la precedente dichiarazione, il partito di Biden in Russia ma sarebbe la reincarnazione storica del leader della Rivoluzione del 1905, un infltrato della polizia zarista. In pratica il leader neostalinista ha accusato tra le righe Navalny di essere un agente del Cremlino, ma al tempo stesso l’agitazione della corrente Navalny darebbe speranze a una nuova Rivoluzione Comunista in Russia. Gli stessi gruppi che si riferiscono a Sergey Udaltsov hanno collaborato in passato con gli xenofobi nazionalisti di destra e non è da escludere che se il Dipartimento di stato americano chiamerà a un grande fronte anti-Putin troveremo di nuovo assieme estremisti di destra e estremisti di sinistra.

Cosa ci dicono le rivolte di ieri?
Ci dicono soprattutto tre cose. In primo luogo va dato atto a Navalny che si sta giocando con grande abilità questa sua personale partita contro il Cremlino. Ha saputo mobilitare masse di giovani, per ora non pericolose e non così forti come fanno credere in Occidente, ma comunque disposte, se non altro, a alzare il livello dello scontro contro l’elite patriottica putiniana, come mostrano le immagini di ieri. E’ chiaro che Navalny e i suoi sanno di poter contare sull’appoggio dell’imperialismo americano e dei suoi organi propagandistici messi in moto dal Pentagono, dal MIC (Complesso Militare Industriale) e dalla nuova Amministrazione. E’ chiaro e agiscono giustamente di conseguenza. E non a caso ieri sera sono stati convocati i diplomatici americani, a Mosca; è stata addirittura ventilata l’ipotesi di espulsione. Tutto ciò evidenzia dunque, in secondo luogo, in tutta la sua luce il più grave limite, politico e strategico, del putinismo.

Non si possono schierare gli OMON contro la propaganda globalista e imperialista che avanza tramite i nuovi social; il patriottismo digitale o è forte come quello imperialista statunitense, vedi Cina che lo ha efficamente contrastato in Asia e non solo lì, o è un buco nell’acqua. Occorre dunque una contropropaganda mondiale, una nuova propaganda russa internazionale. L’ideocrazia americana non si può combattere con le sole armi. Navalny non è un leader politico, non sarà di certo lui la spina del fianco del Cremlino. Gli analisti di Biden, in particolare il nuovo direttore della CIA William Burns grande specialista del focus Russia, scelto sicuramente per questo, lo sanno bene. Il loro obiettivo è perciò rappresentato dalle prossime elezioni alla Duma, alla fine del 2021. Rafforzare un clima di caòs interno, supportare estremisti di destra, di sinistra o takfiriti, pur di destabilizzare la società civile putiniana.

Le rivolte di ieri ci dicono però, infine, un’ultima cosa, che non dovrebbe far star tanto tranquilli alla Casa Bianca. Come immaginavamo, i liberal americanisti hanno deciso di pianificare la partita per la nuova supremazia globale aggredendo frontalmente la Russia, non la Cina. Prescindendo dal fatto che le aggressioni frontali alla Russia hanno sempre dato risposte imprevedibili e dannose soprattutto per l’aggressore, tale pianificazione fornisce al Cremlino, se lo sapesse cogliere, il più grande degli assist possibili. La maggior parte dei giovani che sono ieri scesi in piazza accusano Putin per l’eccessivo burocraticismo del capitalismo politico di Stato e per lo scarso, poco radicale a loro avviso, nazionalismo russo. E’ quella, in definitiva, la più significativa accusa che muovono ai vertici; troppi ceceni o asiatici o genericamente “inorodcy” affiancherebbero il presidente, la Russia deve essere più russa. La corruzione sarebbe una conseguenza. Da un lato è si un attacco frontale all’eurasismo imperiale putiniano; dall’altro è però, o almeno dovrebbe esserlo, un bel campanello d’allarme per Biden e i suoi che si illudono che la Russia possa diventare una democrazia liberale consumista e di mercato. Un iniziale campanello d’allarme. Perchè è chiaro che i liberal globalisti USA hanno deciso di giocarsi tutto sul fronte russo. Un putinismo rafforzato e radicalizzato con permanenti mobilitazioni patriottiche e democratiche antiamericaniste o una Russia resistente sarebbero non solo una sconfitta per loro, ma l’incubo che prelude alla catastrofe.

 




GEOPOLITICA ED ELEZIONI AMERICANE di Manolo Monereo

Quattro anni fa avevo predetto la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton. Adesso le cose erano più chiare, forse troppo. L’usura del presidente americano sembrava evidente e i sondaggi prevedevano una netta vittoria per il duo Biden / Harris. Sono rimasto sorpreso dalla coerenza e dalla forza del voto repubblicano. Biden è stato il candidato più votato nella storia degli Stati Uniti; il secondo è stato il candidato Trump. Quello che abbiamo avuto davanti ai nostri occhi è stata un’enorme polarizzazione e una fortissima mobilitazione che è cresciuta di giorno in giorno. Trump è stato sconfitto da una “coalizione negativa”. Il “tutto contro il presidente” ha funzionato. Trump avrebbe perso senza covid-19? Non credo. La pandemia è stata un catalizzatore che ha attivato un’ampia opposizione stanca di tanta retorica, di tanto diniego che ha contrapposto un numero impressionante di morti, contagiati e, soprattutto, che hanno messo a nudo il disastroso, costoso e ingiusto sistema sanitario nordamericano. L’apparato del Partito democratico ha fatto di questo tema il tema centrale della sua campagna; non si sono sbagliati.

Biden vince? Ne dubito. Una coalizione negativa (Donald Trump ne sa molto) è relativamente facile da formare in determinate circostanze. La proposta di Biden / Harris è stata costruita dall’opposizione, intrappolando i profili degli elettori, aggiungendo aspettative sociali e traducendole in voti. Trump, come tanti altri populisti di destra, domina il discorso, la capacità di definire i nemici trasformando in forza sociale coloro che contano poco o che si sentono emarginati dalla politica. La pietra angolare è governare; cioè disegnare strategie, alleanze sociali, gestire la macchina statale e avere una squadra forte che dia fiducia ai cittadini. Trump è stato il suo peggior nemico troppe volte; ha trasmesso messaggi contrastanti e le sue decisioni spesso sono mancate di coerenza. Le memorie di John Bolton mostrano una gestione capricciosa e infondata e un’improvvisazione inappropriata per un leader politico. La polarizzazione che gli ha dato risultati così buoni gli ha impedito di ampliare il consenso; ha aperto tutti i fronti possibili e ha sbagliato su quello fondamentale, la pandemia. Tuttavia, anche così, ha ottenuto quasi la metà dei voti.

Trump è stata la reazione di un Nord America profondo che era stufo del regno di Obama e dei Democratici, che aveva la sensazione che gli Stati Uniti fossero in ritardo di fronte a una Cina, che contestava apertamente la sua egemonia e, ciò che è fondamentale, che si sentiva in l’obbligo di difendere un’identità politico-culturale in pericolo. I dati elettorali ci dicono che queste percezioni sono diventate forti, sono diventate cultura politica e che con o senza Trunp continueranno ad esserci. Con Biden / Harris, l’ala destra del Partito Democratico sale al potere. Di nuovo, come direbbe Nancy Fraser, “neoliberismo progressista” al potere? Certamente. Ci sarà sicuramente il neoliberismo; progressismo nelle grandi dichiarazioni sul femminismo, la crisi climatica e il sostegno alle minoranze. Le sfide sono grandi, le aspettative create sono molte. Il blocco del “no” sommava molte cose, troppe; rivendicazioni vecchie e nuove, bisogni sociali storicamente insoddisfatti, libertà da conquistare e dignità calpestate. All’inizio tutto sarà facile e correrà con l’entusiasmo della vittoria. Molto presto si prenderanno decisioni e si vedrà il vero margine di manovra alla Camera dei Rappresentanti e del Senato, senza dimenticare che siamo in tempi di pandemia e depressione economica, sociale, politica e culturale.

Non è il momento di fare una valutazione di ciò che è stata l’amministrazione Donald Trump con le sue politiche. “America First” era il tentativo di mettere un paese in decomposizione all’offensiva in un mondo che sta dentro una grande transizione geopolitica. La Cina è il nemico, se non da battere, almeno da fermare. Gli Stati Uniti non potevano acconsentire (non hanno mai acconsentito) all’egemonia di una potenza nemica nell’emisfero orientale. In termini militari: ritiro tattico, circoscrizione del fronte e accumulo di forza nel punto decisivo. All’inizio ha provato a fare la “mossa di Kissinger” a rovescio; cioè un’alleanza più o meno esplicita con la Russia contro la Cina. Non è stato possibile. Ha confermato l’enorme capacità della Cina di utilizzare a proprio favore le istituzioni e i trattati multilaterali creati dagli Stati Uniti e, a colpi di martello, l’amministrazione Trump li ha decifrati, se non infrangendoli senza riguardo. Una questione centrale come quello della NATO è stato messa da parte, gli alleati tradizionali sono stati maltrattati nel quadro di una strategia che aveva l’Asia come obiettivo centrale e le sue enormi sfide. È stato doloroso vedere i leader politici europei inseguire un presidente americano che li trattava con arroganza e, a volte, con disprezzo che rasentava l’umiliazione. Troppe mosse, fretta eccessiva e decisioni arbitrarie. Sì, Israele, Israele sempre al comando.

L’altro lato della questione è quello della politica interna, un po’ peggio di quanto ci si aspettasse. Governo al servizio dei ricchi, massicci aiuti alle grandi aziende e difesa intransigente dei più vecchi postulati liberisti. La Federal Reserve che immette massicciamente denaro e il governo che accumula debito. I dati macroeconomici prima della pandemia erano buoni, questo è vero, ma andavano di pari passo con enormi disuguaglianze, bassi salari, carenze strutturali nei servizi pubblici, sfruttamento eccessivo di una forza lavoro segmentata territorialmente, a causa della sua composizione razziale e di genere. La retorica nazionalista e industriale non si è tradotta in politiche concrete e gli appelli al ritorno delle aziende o alla reintroduzione delle catene del valore non hanno trovato molta eco; a proposito, i Democratici hanno proposte simili nel loro programma elettorale.

Stupiscono i peana della democrazia americana e della sua presunta salvezza grazie a Biden. Basterebbe prendere atto del sistema elettorale e dei giochi di strategia delle élite per rendersi conto che quello a stelle e strisce è la quintessenza di un sistema politico plutocratico, centralmente antidemocratico e controllato dalle grandi potenze economiche, oggi per lo più allineate con l’ala destra del Partito Democratico. Lo stupore si trasforma in perplessità quando si ipotizza che la nuova amministrazione sarà positiva per le relazioni internazionali, le istituzioni multilaterali e per la salute del pianeta. Parlare della presunta esemplarità democratica degli Stati Uniti non aiuta a capire un mondo che sta cambiando radicalmente e che lo sta facendo contro la sua egemonia, contro il suo, fino ad ora, indiscutibile dominio; di fronte a un ordine creato a sua immagine e beneficio; né aiuta, paradossalmente, a comprendere la reazione di una parte significativa della popolazione nordamericana che si è mobilitata contro un potere autoritario al servizio di un’oligarchia sempre più ricca e onnipotente.

Cosa aspettarsi dalla nuova amministrazione? Ci sarà sicuramente un riordino delle priorità in cui l’interno e l’internazionale si sovrapporranno a seconda degli interessi del momento. Secondo alcuni media ci troveremmo di fronte a un programma economico e sociale marcatamente di sinistra che significherebbe, in pratica, un cambio totale rispetto alla politica seguita da Trunp. Lo abbiamo già sentito con Clinton e Obama. Occorre necessariamente un cambiamento sostanziale nella lotta al virus, importanti investimenti in sanità pubblica e maggiore attenzione alle enormi disuguaglianze sociali e territoriali, senza dimenticare il tema della disoccupazione che è cresciuto molto con la pandemia.

I cambiamenti, a mio avviso, verranno dalla politica internazionale della nuova amministrazione democratica. In primo luogo, la Cina sarà il nemico da battere, l’avversario sistemico (come lo chiama l’Ue) da contenere e sconfiggere. Per gli USA è una questione esistenziale: non acconsentiranno, ripeto, all’egemonia del vecchio impero nell’emisfero orientale. Parlare di questione esistenziale significa che andranno sul serio e fino alla fine utilizzando tutti i loro enormi mezzi, tutte le loro capacità, combinando hard e soft power, guerre economiche e ibride, cyberspazio e intelligenza artificiale. Senza dimenticare una questione non sempre ben sottolineata, la sua destabilizzante superiorità politico-militare e geostrategica. In secondo luogo, la strategia cambierà. Sarà, per così dire, trilaterale. Gli Stati Uniti sanno che, da soli, non possono vincere questa guerra e hanno bisogno di alleati stabili. Si tratta di costruire un blocco alternativo a Cina-Russia a livello mondiale aggiungendo UE, Gran Bretagna, Australia, Giappone e Corea del Sud. Il presupposto è che, in un modo o nell’altro, gli alleati contino, siano presi in considerazione e incorporati nelle decisioni. È ciò che Donald Trump non ha visto. Il territorio è favorevole e il signor Borrell [politico spagnolo, attuale “alto rappresentante della Ue per gli affari esteri, NdT], disponibile. Inoltre, Pedro Sánchez, sempre un discepolo eccezionale, sta già parlando di costruire uno spazio transatlantico economicamente e politicamente al di là di Berlino e Parigi. La Ue vuole essere un alleato privilegiato in cambio della rinuncia ad essere un soggetto politico autonomo, un attore internazionale con interessi propri e definiti; protagonista di un mondo multipolare in costruzione. L’Unione Europea fa parte di un’alleanza strategica egemonizzata dagli USA, questa è la linea di demarcazione decisiva che segnerà il futuro del nostro Paese.

In terzo luogo la NATO verrà rifondata per l’ennesima volta. Sarà la spina dorsale della strategia politico-militare, ampliando ulteriormente le sue aree di influenza. Viene così definita la cosiddetta Difesa Europea: forza complementare e subordinata alla politica globale della NATO; cioè degli Stati Uniti. Infine, in questa strategia, sarà molto importante la piattaforma ideologica, politico-culturale che legittima il discorso di questa nuova tappa che si sta aprendo. L’obiettivo esplicito sarà ricostruire l’Ordine Liberale Internazionale di fronte alle vecchie politiche di Donald Trump e all’autoritarismo di Cina e Russia. La nuova amministrazione riprenderà vecchi temi e vecchi slogan in nome del multilateralismo, del libero scambio e dei diritti umani. Il confronto sarà sistematico e globale. Vedremo la richiesta di diritti umani in Bielorussia, a Hong Kong, in Cina, in Russia. Parallelamente, il ritorno agli accordi di Parigi, l’OMS e, con riserva, la rinegoziazione degli accordi con l’Iran.

Prima ho parlato di Nancy Fraser. Come è noto, lei ha difeso un populismo progressista contro il populismo reazionario di Donald Trump. Questo non è quello che ha vinto negli Stati Uniti. Biden / Harris rappresenta quello che il noto politologo americano chiamava “neoliberismo progressista”. È difficile che il termine “nuovo consenso transatlantico” sia questo. Arriverà un “liberalismo progressista” che esprimerà una nuova sintesi e che permetterà di rompere con la tradizione della sinistra europea. In mezzo, una crisi geopolitica di enormi dimensioni, una pandemia che si trasforma in depressione economica, sociale e psichica e una società che vive tra paura e risentimento. Vedremo presto chi vincerà.

* Traduzione a cura della Redazione




STATI UNITI: E ADESSO? di Robert Garner*

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa corrispondenza dagli Stati Uniti.

Cari amici,

mentre scrivo sembra ormai certa la vittoria di J. Biden. Tuttavia Trump esce fortissimo da questa tesissima prova elettorale. Ha ottenuto 68 milioni di voti, 5 milioni in più che nel 2016. Ha perso, ma col 48% del cosiddetto “voto popolare”.

Cosa accadrà adesso?

Trump potrebbe dar fuoco alle polveri, ma non lo farà. Egli è pur sempre un miliardario, un pezzo da novanta dell’élite oligarchica americana, per quando incendiario deve fare i conti con l’establishment repubblicano, che non lo seguirebbe se egli decidesse si scatenare l’inferno, ovvero mobilitare i suoi sostenitori per vie illegali [extra-parlamentari, NdT]. C’è una differenza enorme dal fare l’incendiario a parole e/o coi tweet ed esserlo effettivamente. Quel che certamente farà, sfruttando gli ultimi tre mesi in cui manterrà il controllo della Casa Bianca, da qui fino a gennaio, è usare la sua postazione per mettere i bastoni fra le ruote alla macchina istituzionale che dovrà assicurare il passaggio di consegne a J. Biden. Di sicuro saranno tre mesi di tensioni istituzionali e sociali. Ma Trump non si spingerà fino a scatenare i suoi sostenitori, tantomeno quelli organizzati in milizie armate e pronti a mobilitarsi in suo nome.

Nel giugno scorso, mentre molte città del Paese erano in fiamme, scrivevo:

«Azzardo un pronostico: chiunque sia il vincitore della presidenziali, Biden o Trump, dopo le elezioni l’incendio potrebbe diventare generale per cui, dalla bassa intensità , ci si incamminerà verso una guerra civile dispiegata».

Penserete che io mi contraddica. Non è così.

Che Trump e la sua ristretta cerchia di colonnelli non vogliano davvero oltrepassare la linea oltre la quale si rischia una guerra civile dispiegata, non vuol dire che questa linea non verrà superata.

“The devil makes the posts but not the lids” [Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, NdT].

La società americana era ed è sempre seduta sopra un vulcano. La vittoria di J. Biden non cambia nulla, non risolve nulla. Il vulcano prima o poi è destinato ad esplodere a causa della miscela esplosiva rappresentata dalla generale crisi economica e sociale (approfonditasi con la recessione causata dalla pandemia), dall’aumento massiccio delle aree di esclusione sociale (non dimenticate che qui da noi non c’è un vero sistema di welfare), dalle rinascenti tensioni razziali, dalle profonde divisioni comunitarie nelle grandi metropoli, dall’esistenza di zone di illegalità da tempo fuori controllo.

Trump userà i tre mesi che restano per causare il maggior numero di danni possibili ai suoi avversari e complicare l’inevitabile avvicendamento, cercando di evitare che i suoi sostenitori, soprattutto quelli che fremono per menare le mani, sfuggano al suo proprio controllo.

E qui sta, secondo me, la questione. Ci riuscirà Trump ad addomesticare le sue truppe imbestialite? Vedremo.

Per adesso queste truppe, che erano certe della vittoria elettorale del loro condottiero, sembrano spaesate, spiazzate dalla sconfitta. Ma non ci metteranno molto ad elaborare il lutto. Non solo questo gigante si è messo in moto, esso è destinato a conoscere un processo di metamorfosi. Il composito movimento trumpiano (che va da settori religiosi tradizionalisti a correnti anarco-liberiste, da pezzi dell’oligarchia repubblicana passando per agguerriti gruppi di suprematisti neonazisti) è destinato a transitare su posizioni vieppiù radicali ed estremistiche.

Non penso saranno i gruppuscoli neo-nazi e/ fascisti a guadagnare l’egemonia, penso che verrà componendosi un nuovo ectoplasma ideologico, un mix di sordido anarco-lberismo e tradizionalismo messianico di matrice cristiano-sionista. Dall’altra parte pure la galassia sociale e politica che ha spinto J. Biden è più disomogenea che mai.

Alle spalle del processo elettorale e all’ombra dei democratici è sorto e va consolidandosi un microcosmo di associazioni radicali che i sanderiani in confronto sembrano “pencil necks” [mammolette NdT]. Quel che vale nel campo trumpiano è insomma vero anche sul fronte opposto: si assiste ad una crescita del radicalismo politico e sociale.

Contrariamente alle accuse di Trump non si tratta solo di “Antifà”, né di correnti dell’estrema sinistra anarchica o comunista, sempre state marginali. E’ da tempo in atto negli Stati Uniti un processo di rinascita di un pensiero che a vario titolo possiamo definire “sovversivo”, che ha trovato nelle mobilitazioni antirazziste “black lives matter” [le vite dei neri contano, NdT] un momentaneo momento di coagulazione e attivazione. Il fatto che questi fermenti sino ad ora abbiano agito come truppe di complemento dell’elefante democratico non deve trarre in inganno.

Se dovessi esprimere un pronostico su quali sembianze potrà assumere questo risveglio dell’antagonismo, direi che esso sarà molto più anarcoide che marxista. Vedremo. Nel frattempo, data l’imminente certificazione della sconfitta, Trump riprenderà il pallino in mano. Vedremo fino a che punto vorrà spingersi nella sua promessa di guerriglia istituzionale. Secondo diversi analisti, se non riuscisse ad annullare per frode il risultato elettorale, punterà a calmare le acque pensando di ricandidarsi nel 2024.

* traduzione a cura della Redazione




U.S.A. VERSO UNA GURRA CIVILE? di Robert Garner*

Il 2 giugno scorso vi avevo inviato le mie riflessioni sull’ondata di rivolte dopo l’assassinio di George Floyd a Minneapolis.

Mi spiegavo l’estensione e la radicalità delle sommosse anche alla luce della durissima “lotta in seno al vertice del capitalismo americano”. Vi dicevo che “mai c’era stata negli USA una simile spietata lotta intestina. Una divisione che attraversa non solo la cupola del regime, ma tutti i suoi segmenti, i diverso comparti statuali”.

Da allora le rivolte, a macchia di leopardo non sono mai cessate, tra una tregua e l’altra i due fronti di strada hanno continuato a darsi battaglia, usando le pause per meglio organizzarsi. Al contempo, in vista di elezioni presidenziali, lo scontro in seno alla classe dominante, lo scontro tra la frazione trumpiana e quella anti-trumpiana si è approfondito. Sarebbe un errore pensare che tra la lotta di strada e quella nel palazzo non ci sia una correlazione.

Nella mia lettera così concludevo:

«Non è una tempesta in un bicchiere d’acqua, non andrà a finire a baci e abbracci. Siamo seduti sopra un vulcano. Non dimenticate che l’evento più profondo che ha segnato in modo indelebile la storia degli Stati Uniti, non è stata la Guerra d’Indipendenza del XVIII secolo bensì la cruenta guerra civile di quello successivo. Tra le due armate c’è adesso solo una guerra a bassa intensità. Chi può escludere che si trasformi in guerra civile…»

L’ennesimo omicidio a sangue freddo dell’afro-americano Jacob Blake da parte di un poliziotto, avvenuto a Kenosha, una cittadina sobborgo della grande Chicago (e se prendono fuoco le periferie di Chicago…) ha riacceso la miccia della rivolta.

Il fatto davvero nuovo questa volta è l’ufficiale e cruenta entrata in scena di pattuglie di vigilantes bianchi, vere e proprie milizie paramilitari, armate in un doppio senso: ideologicamente perché composte da estremisti suprematisti bianchi, di fatto perché dispongono di armi d’assalto d’ogni tipo. Così ci spieghiamo l’assassinio, da parte dello studente Kyle Rittenhouse di due manifestanti. Li ha ammazzati con un fucile automatico Ar-15 (lo stesso che venne usato dal suprematista Nikolas Cruz per massacrare 17 persone innocenti nella strage di San Valentino in Florida nel 2018). Non era solo ma faceva parte di un gruppo paramilitare di estrema destra. Negli ultimi mesi ne sono sorti tantissimi in giro per gli Stati Uniti. Si raccolgono in un fronte denominato “Blue Lives Matter” [le vite dei poliziotti contano, NdT], e non nascondo di essere tutti filo-Trump. Trump, va detto, a più riprese ha tentato di prender la distanze da questi miliziani, ma con scarso successo.

Non è un segreto per nessuno che questo “Blue Lives Matter”, fondato da poliziotti in pensione, arruoli anche quelli in servizio e che goda di ampie simpatie nella Guardia nazionale e negli altri corpi armati statunitensi. Del resto, a conferma della radicalizzazione razzista e suprematista nei corpi di polizia statali e nell’esercito federale, non ci sono solo diversi sondaggi ma diverse inchieste del Congresso, che tutte confermano come la polarizzazione sociale e ideologica razziale abbia permeato a fondo gli apparati repressivi dello Stato.

Per concludere. Temo che una grande tempesta sia in arrivo. Penso che siamo già dentro una guerra civile a bassa intensità, che si protrarrà fino alle elezioni presidenziali di novembre. C’è chi sostiene che svolte le elezioni tutto tornerà come prima. Non penso affatto. La crisi economica e sociale, anche a causa del Virus, è drammatica. E’ la crisi profonda del capitalismo americano il vero carburante che alimenta l’attuale scontro. Che si manifesti nuovamente come scontro razziale non deve trarre in inganno. La questione razziale è certo importante, ma lo è ancora più perché funge da potente catalizzatore sociale e ideologico.

Azzardo un pronostico: chiunque sia il vincitore della presidenziali, Biden o Trump, dopo le elezioni l’incendio potrebbe diventare generale per cui, dalla bassa intensità , ci si incammininerà verso una guerra civile dispiegata.

* traduzione a cura della Redazione