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LA TESI-TRUFFA DELLA FINAZIARIZZAZIONE di Stavros Mavroudeas

[ venerdì 30 agosto 2019 ]

Un articolo duramente polemico questo di Stavros Mavroudeas, professore di Politica Economica presso l’università Panteion di Atene. Conoscemmo Stavros in Grecia come intellettuale e militante attivo della sinistra no-euro ellenica.

Duramente polemico con tutti quegli economisti che parlando del capitalismo globale attuale, ritengono che la finanziarizzazione rappresenti un cambio strutturale del sistema capitalistico, un nuovo stadio del capitalismo. Stavros non solo non lo crede, ritiene che i “finanzialisti” gettino alle ortiche,  assieme all’analisi marxiana del modo capitalistico di produzione, la teoria del valore e della crisi di sovrapproduzione di Marx — finendo per recuperare la visione keynesiana e quella dei teorici marginalisti.
Negli anni, su SOLLEVAZIONE, abbiamo molto scritto sulla tematica.
Segnaliamo in particolare quattro brevi saggi: 
*  *  *


LE TEORIE FALLACI DEI FINANZIALISTI

di Stavros Mavroudeas

Di recente, mi sono imbattuto in un’intervista a Dick Bryan e Mike Rafferty per la rivista JACOBIN. L’intervista riguarda la loro analisi della finanziarizzazione.

L’intervista ha il titolo COME LA FINANZA CI SFRUTTA. Non è un caso che un libro sulla finanziarizzazione di Costas Lapavitsas abbia lo stesso titolo (“Guadagnare senza produrre: come la finanza ci sfrutta tutti”). Questa somiglianza non è casuale ma denota elementi comuni più profondi delle diverse teorie della “finanziarizzazione”. In particolare, come verrà mostrato di seguito, questo identico titolo mostra la loro comune partenza dalla teoria marxista dello sfruttamento del lavoro attraverso il lavoro verso una teoria dell’espropriazione attraverso l’usura nella distribuzione. Mostra anche la loro condivisa dissoluzione della classe lavoratrice in una massa interclassista di persone finanziariamente espropriate. Non sorprende che questa massa sia dominata dalla “classe media” (che è principalmente la piccola borghesia). 

Costas Lapavitsas

Ciò che rende interessante questa intervista è che rivela sia le contraddizioni (non dialettiche) sia gli errori empirici non solo di Bryan e Rafferty ma dei “finanzialisti” in generale.

Bryan e gli altri. si propongono: (a) di innovare l’analisi economica marxista concentrandosi sulla finanza e (b) di avzìanzare una politica di classe sulla base della loro analisi. In tutti e due i casi essi falliscono completamente.

Per quanto riguarda il loro primo punto, considerano la finanziarizzazione — e in particolare i derivati finanziari (che si presume siano le differentiae specificae della loro teoria della finanziarizzazione) – come una nuova era del capitalismo. Sostengono che i derivati costituiscono un’innovazione rivoluzionaria nel XXI. secolo simile a quella della società per azioni nel XIX. secolo. C’è una prima inesattezza qui. I derivati finanziari nel capitalismo sono piuttosto vecchi. Anche la loro recente proliferazione ed espansione risale agli anni ’90.


Ma i problemi analitici del loro approccio sono persino maggiori delle loro imprecisioni empiriche. Adottano: (a) una comprensione neoclassica del profitto (come ricompensa per l’assunzione di rischi) e (b) un’enfasi keynesiana sulla liquidità. Entrambi sono estranei e incompatibili con il marxismo. Ma, per di più, sono errati in quanto hanno travisato l’effettivo funzionamento dell’economia capitalista.


Una concezione neoclassica

il rischio come fonte di plusvalore


L’essenza della loro analisi è che il rischio (incorporato e gestito tramite derivati) è una fonte di plusvalore. Il seguente passaggio è caratteristico:

“Sosteniamo che l’assorbimento del rischio è un contributo al surplus di capitale”.


È noto che il neoclassicismo giustifica il profitto come la ricompensa all’assunzione di rischi (imprenditoriali). Il marxismo ha svolto una critica devastante a questo errore.


Un prestito keynesiano: la liquidità


Keynes e la tradizione keynesiana fondarono la Teoria della preferenza per la liquidità – Liquidity Preference Theory). Con ciò si sostiene che la domanda di moneta non deriva

Dick Bryan

dalla necessità di prendere in prestito denaro, ma dal desiderio di rimanere liquidi di fronte ai rischi futuri. Inutile dire che questa prospettiva può essere facilmente adattata alla concezione del rischio come fonte di profitti. Per questo motivo, la Teoria della preferenza per la liquidità è stata facilmente incorporata nella sintesi hicksiana di keynesismo e neoclassicismo e anche nelle successive teorie neoliberali (con modifiche significative).

Il marxismo ha una prospettiva totalmente diversa da quella. Il capitale (e non tutti, come sostengono sia i neoclassici che i keynesiani) ha la tendenza a cercare fluidità. Ciò significa che è in grado di spostarsi facilmente, in particolare in forma monetaria, da un’attività all’altra. Ma questa fluidità ha una marcia in più: il capitale vuole passare facilmente da un’attività all’altra perché cerca un profitto maggiore. E il profitto, per il marxismo, deriva dalla creazione di plusvalore (ovvero nuova ricchezza). Ciò costituisce una generica contraddizione del capitale. Da un lato, vuole passare liberamente da un’attività di produzione di plusvalore all’altra in cerca di rendimenti più elevati. D’altra parte, è obbligato a legarsi alla produzione di valore (e plusvalore) in specifiche attività produttive. La preferenza tra fluidità e “schiavitù produttiva” (productive bondage) dipende dalla redditività. In ogni caso, almeno una parte significativa del capitale, per produrre valore, è vincolato ala “schiavitù produttiva”. Naturalmente, le forme più fluide di capitale sono sostanzialmente quelle finanziarie.

Il tentativo di Bryan e gli altri di sposare rischio e liquidità con il marxismo è un fallimento totale. Il marxismo spiega il rischio e la liquidità con riferimento al valore e al profitto. Il marxismo ha un’analisi centrata sulla produzione mentre Bryan e C. adottano la prospettiva centrata sulla circolazione del neoclassicismo e del keynesismo. Vedi, ad esempio, il seguente passo:

“Quindi il capitale è diventato liquido, ma la forza lavoro rimane illiquida”

Per quanto riguarda il secondo scopo che Bryan e C. si prefiggono — cioè offrire una politica di classe per la “nuova era del capitalismo finanziario” — essi falliscono ancora di più. Primo, non hanno una teoria marxista delle classi. Le ultime parti della loro intervista sono indicative. Alla fine considerano le “classi” come categorie di reddito. E adottano il

Mike Rafferty

termine fuorviante Mainstream non di classe di “famiglie” come categoria analitica. Queste sono le tipiche concezioni borghesi. Inutile dire che il marxismo ha una teoria delle classi totalmente diversa. Nonostante le loro smentite (“Nel marxismo c’è un’avversione nel definire la classe in termini di reddito, ma in realtà non lo stiamo facendo”), in verità è proprio quello che stanno facendo. Il seguente passaggio è anche caratteristico:

“Questo ruolo di generatore di surplus raggiunge in modo significativo la “classe media”

Inoltre, nonostante la loro retorica di classe, dissolvono il lavoro in capitale siccome sostengono che il lavoro è diventato una forma di capitale, poiché la riproduzione del lavoro è diventata, con la “finanziarizzazione della vita quotidiana” una fonte di trasferimento di plusvalore sotto forma di pagamenti di interessi Con questa

Rosa Luxemburg

formulazione, Bryan, Martin e Rafferty suggeriscono che esiste uno sfruttamento che non si limita al tempo di lavoro non retribuito ma si estende all’usura. Questo sfruttamento non riguarda solo il lavoro ma soprattutto le “classi medie”. Il seguente passaggio ci dice infatti:

“Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la “classe media”.

Tipicamente, Bryan e C., nel loro studio empirico sull’Australia scoprono che non sono le persone a più basso reddito (una metafora per dire classe operaia) che sono soggette a questo nuovo meccanismo di sfruttamento capitalistico attraverso l’assorbimento del rischio da parte della famiglia ma le persone a medio reddito. Ancora una volta, il seguente passaggio afferma:

“Stiamo solo dicendo che se sei interessato al modo in cui l’assorbimento del rischio delle famiglie rende redditizio il capitale, e guardi dove viene assorbito questo rischio, scopri che non guadagni con le persone a reddito più basso perché esse sono escluse dalla finanza, perché non possono ottenere prestiti.
Non tutte le persone della classe operaia hanno un reddito basso, ciò che chiamiamo “classe operaia” rimane questionecontroversa, specialmente con l’ascesa di falsi contratti indipendenti (come la Gig economy). Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la “classe media”.

Quindi, alla fine e nonostante la loro dettagliata “politica di classe”, la strampalata teoria del valore e le dichiarazioni operaiste — “il capitale che ruba lavoro spostando il rischio in senso distributivo”), Bryan e C.,. si finisce per riconoscere che è la “classe media” che viene sfruttata principalmente in questa nuova era del capitalismo finanziario. Bel finale per i nuovi guerrieri di classe !!!

Il programma politico che propongono è totalmente idiota. Il “mancato pagamento strategico delle fatture che sono state cartolarizzate” è una questione di esperti finanziari, ma non la questione centrale dei sindacati dei lavoratori. Il rifiuto di rimborsare l’affitto è stata una modalità tradizionale delle lotte dei lavoratori e non è una novità. Tuttavia, questo programma politico idiota ha una conseguenza veramente catastrofica per il movimento operaio. Rimuove il suo obiettivo principale di lottare nella sfera della produzione e del lavoro e lo traspone a problemi distributivi tra le classi. Inoltre, come Bryan e C.,. ammettono, questi problemi riguardano principalmente la “classe media”. Pertanto, pongono essenzialmente la classe operaia al servizio delle richieste della classe media. Un bel consiglio ai sindacati che Bryan e C. cercano di guidare !!!

Il resto dell’intervista è pieno di errori minori.

Vedi ad esempio la dichiarazione idiota secondo cui “Dato che le famiglie stanno dove si trova la maggior parte della ricchezza”. Ciò non è sostenibile nemmeno in termini neoclassici.

Un altro errore palese commettono Bryan e C.,. la comprensione del valore della forza lavoro. Il valore della forza lavoro non è “sostanzialmente sussistenza” in quanto

Stavros Mavroudeas

comprende anche una parte sociale. E, naturalmente, la loro tesi secondo cui “la sussistenza riguarda l’illiquidità familiare” è totalmente assurda.

Il nuovo riformismo della finanziarizzazione


Gli errori di Bryan e C. riguardo alla teoria della finanziarizzazione sono tipici della contemporanea razza del Nuovo Riformismo della Finanziarizzazione. Questo nuovo riformismo viene da molte parti. Il post-keynesismo coi suoi compagni di viaggio marxistoidi (Lapavitsas, Bryan ecc.) è una corrente. Un altra viene dal Rosa Luxemburg Institute con M. Heinrich ecc. D. Harvey è una specie a sé stante poiché prende da tutti le loro perle teoriche con sorprendente leggerezza e altrettanto sorprendente mancanza di coerenza economica.

Non sorprende che i temi comuni di questo nuovo riformismo della finanziarizzazione siano i seguenti.

In primo luogo, spostano l’analisi marxiana della centralità della produzione nel circuito di capitale verso la prospettiva circolazionista mainstream. La finanza diventa il luogo centrale di questo circolarismo.

In secondo luogo, deformano il concetto di sfruttamento capitalista spostandolo dalla estrazione nella sfera di produzione allo sfruttamento nella distribuzione. Questa mossa è stata fatta anche in passato dalle teorie marx-keynesiane (o piuttosto viceversa).

Tuttavia, questa volta c’è un nuovo elemento. Lo sfruttamento nella distribuzione viene condotto non solo attraverso meccanismi economici ma, in larga misura, attraverso la coercizione politica. Ciò è meno evidente in un’economia in quanto l’usura è il meccanismo di sfruttamento finanziario. Tuttavia, come Bryan e C. affermano in questa intervista, lo stato svolge un ruolo cruciale nella creazione di questo meccanismo. Questo meccanismo politico primario è più evidente nella fallace teoria del nuovo imperialismo.

Terzo, offuscano la loro analisi di classe dissolvendo la classe lavoratrice all’interno dei ceti medi. Ciò facendo, abbandonano la teoria marxista delle classi. Quindi, finiscono per sostituire la classe lavoratrice con una brodaglia sociale quasi post-moderna (che ricorda la “moltitudine” di Negri).

In quarto luogo, negano l’esistenza di una teoria marxiana della crisi (per non parlare di quella basata sulla caduta della redditività) e sostengono che possono esserci molti tipi di crisi (alcuni sostengono addirittura che ogni crisi è un caso speciale). Ma praticamente vedono ogni crisi moderna come una crisi finanziaria; quindi, d’accordo con i Mainstreamer.

In quinto luogo, in termini politici praticamente abbandonano il socialismo a favore di un vago anticapitalismo. Invece di essere indipendenti dall’organizzazione politica borghese della classe operaia, preferiscono i programmi populisti interclassisti che esprimono principalmente le esigenze della media e piccole borghesia. Il fine ultimo non è il socialismo ma un capitalismo umano riformato. 


** Traduzione a cura della Redazione


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LIBRA SÌ MINIBOT NO?

[ mercoledì 19 giugno 2019 ]

Pierangelo Soldavini su IL SOLE 24 ORE di ieri, ci spiega le fantasmagoriche potenzialità di LIBRA, “la nuova moneta globale che facebook metterà in circolazione nel 2020”. 

«Facebook vuole creare un nuovo sistema finanziario globale che sfrutti la blockchain per creare un sistema che sia economico, efficiente, accessibile a tutti e proprio per questo inclusivo, per cercare di includere quella fetta di popolazione mondiale che è esclusa dai servizi bancari e dai servizi finanziari».

Avete capito bene: LIBRA, la moneta di facebook è un’opera caritatevole, con cui si va in soccorso dei poveri del pianeta. Niente di nuovo sotto il sole: ogni porcata capitalistica, affinché sia accettata, dev’essere cosmeticamente e ideologicamente mascherata come un’opera pia.

Chi voglia capire le tecnicalità di LIBRA può sbizzarsi leggendo questa scheda
Mentre, per svelare i misteri della Blockchain si legga attentamente quanto scrisse Bazaar su questo blog
LIBRA conferma l’enunciato di Bazaar: 

«La tecnica non è neutrale: nasce sociopoliticamente orientata per raggiungere gli obiettivi di chi ne finanzia lo sviluppo e la diffusione».

Torneremo sull’argomento. Qui serve sottolineare che mentre il mondo capitalistico italiano ed europeo tesse le lodi della moneta parallela globale che facebook si appresta a lanciare sul mercato — si parla di un affare di migliaia di miliardi l’anno —, esso scomunica e condanna come fosse una minaccia sciagurata i MiniBoT, e li condanna proprio perché potrebbero diventare una moneta parallela all’euro — leggere per credere la condanna della Confindustria.

Un paradosso? No, qui c’è la quint’essenza stessa del capitalismo casinò, o del neoliberismo iperfinanziarizzzato, e cioè: mentre viene considerato lecito che una multinazionale, in queso caso facebook, crei una sua propria moneta, è ritenuto illegale (Draghi docet) che uno Stato, ancora formalmente sovrano, possa fare altrettanto.

Quando l’ingiustizia è legge, violarla è un dovere. 
Lo tengano bene a mente Salvini e Di Maio


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IL DEBITO PUBBLICO MONDIALE

[ 17 novembre 2017 ]

Oggi pubblichiamo due tabelle, davvero istruttive.

La prima tabella indica il contributo di ogni nazione al Prodotto interno mondiale, e il peso dei tre principali settori (servizi, industria e agricoltura) al Pil medesimo.

La seconda mostra la composizione del debito pubblico mondiale e la percentuale Paese per Paese.

Vediamo quindi la prima tabella.

Essa non mostra solo il PIL di dozzine di paesi in relazione tra loro in base alle dimensioni, ma divide anche ogni economia nei suoi settori principali: agricoltura, servizi e industria. L’ombra più leggera in ogni Paese corrisponde all’attività economica più primitiva, che è l’agricoltura. L’ombra media è l’industria, e l’ombra più scura corrisponde ai servizi che, come si vede, costituisce una grande parte del PIL delle economie sviluppate. La vogliamo chiamare “terziarizzazione del mondo”?
Per una maggiore chiarezza la visualizzazione ombreggia anche i paesi in base all’appartenenza continentale, ad indicare i relativi contributi economici del Nord America, Europa, Sud America, Asia, Oceania e Africa.

Veniamo ora alla seconda e quanto mai istruttiva tabella (in fondo). 
Abbiamo la composizione, Paese per Paese, del debito pubblico mondiale (nota bene: i debiti del settore privato sono esclusi). 
A quanto ammonti il debito pubblico mondiale (dati Fmi 2016) è presto detto: 63 trilioni (63mila miliardi) di dollari.

Il Rating di Standard & Poors

Cosa scopriamo? Che gli Stati Uniti detengono, da soli,  il 31,8% del debito pubblico mondiale.
Gli Stati Uniti (non solo Giappone e Italia) rappresentano, oltre tutto, un caso esemplare di aumento del debito. Gli USA non registrano un surplus di bilancio dal 2001. Allora il debito federale era di 6,9 trilioni di dollari (il 54% del PIL). Da allora esso è aumentato di quasi tre volte, salendo a circa 20 trilioni di dollari (107% del PIL), che è pari al 31,8% del debito sovrano mondiale nominalmente.

Viene da sola la domanda: come mai il debito pubblico americano (e quello giapponese) non sono considerati problematici (vedi grafico sul rating di Standard & Poors) mentre quello italiano (che rappresenta solo il 3,9% di quello mondiale) lo sarebbe? Forse che la cosa ha a che fare con i Trattati europei ed il loro impianto ordoliberista? Forse che ciò dipende dall’euro, ovvero dal fatto che l’Italia ha ceduto la sua sovranità monetaria?


La fonte delle Tabelle è Visual Capitalist




PRODUCI/CONSUMA/CREPA: LA MODERNITÀ DI ZYGMUNT BAUMANN

[ 7 ottobre 2017]

«Liquida è questa nostra società, che ha perso il senso della comunità, priva di collanti al di là del profitto e del consumo: una società il cui imperativo, posto in essere dai ricchi contro i poveri, dai potenti contro gli umili, è ridotto alla triade “Produci/Consuma/Crepa»

Così Angelo d’Orsi ricorda su “Micromega”, all’indomani della sua scomparsa, il grande sociologo polacco Zygmunt Bauman [nella foto], massone progressista e celebrato teorico della “società liquida”: «Il messaggio che ci affida è appunto di non smettere di scavare sotto la superficie luccicante del “mondo globale”, come ce lo raccontano media e intellettuali mainstream, che non solo hanno rinunciato al ruolo di “legislatori”, trasformandosi compiutamente in meri “interpreti”, ossia tecnici, ma sono diventati laudatores dei potenti». Nato a Poznan nel 1925, Bauman aveva attraversato il “tempo di ferro e di fuoco” dell’Europa fra le due guerre, «tra nazismo, stalinismo, cattolicesimo oltranzista, antisemitismo». Di origine ebraica, «si era allontanato dalla sua terra, per sottrarsi proprio a una delle tante ondate di furore antiebraico, che da sempre la animano». Era stato comunista militante, poi allontanatosi dal marxismo canonico, fino alla “scoperta” di un grande italiano, Antonio Gramsci, «che lo aveva aiutato a leggere il mondo con occhi nuovi», rispetto alla vulgata marxista-leninista e alle scienze sociali angloamericane.

Bauman aveva studiato sociologia a Varsavia, con maestri come Stanislaw Ossowski, prima di trasferirsi in Israele, all’università di Tel Aviv, e quindi a Leeds, in Inghilterra dove insegnò per decenni. «Sarebbe però riduttivo definirlo sociologo – scrive d’Orsi – sia per il tipo di sociologia da lui professata e praticata, poco accademica e nient’affatto canonica, sia per la vastità dello sguardo, la larghezza degli interessi, la molteplicità degli approcci». Filosofo, politologo, storico del tempo presente: uno studioso prolifico, autore di una cinquantina di opere, preziose per «l’osservazione critica della contemporaneità». Bauman si era occupato «in modo nient’affatto banale dell’Olocausto, messo in relazione alla modernità», in qualche modo riprendendo spunti di Max Horkheimer e Theodor Adorno, «puntando il dito contro l’ingegneria sociale e il predominio della tecnica (in questo vicino a Jürgen Habermas), che uccide la morale, contro l’elefantiasi burocratica che schiaccia gli individui senza aumentare l’efficienza del sistema sociale». In più, aggiunge d’Orsi, Bauman «aveva studiato la trasformazione degli intellettuali, passati da figure elevate, capaci di dettare l’agenda politica ai governanti, a meri tecnici amministratori del presente, al servizio del sistema». In altre parole: la degenerazione progressiva del potere.

Fra i tanti meriti di questo pensatore, Angelo d’Orsi segnala «la sua capacità di descrivere gli esiti della forsennata corsa senza meta della società post-moderna, attraverso un’acutissima analisi del nostro mondo», in cui «la globalizzazione delle ricchezze ha oscurato quella ben più mastodontica, gravissima, delle povertà». Studiando “le conseguenze sulle persone”, ridotte a “scarti”, «residui superflui che vanno conservati soltanto fin tanto che possono esser consumatori», Bauman ha svelato «il volto cupo e tragico dell’ultra-capitalismo, feroce espressione di creazione e gestione della disuguaglianza tra gli individui, dove all’arricchimento smodato dei pochi ha corrisposto il rapido, crescente impoverimento dei molti». Quell’uomo, continua d’Orsi, «ci ha aiutato a guardare dietro lo specchio ammiccante del post-moderno, sotto la vernice lucente dell’asserito arricchimento generalizzato e universale, dietro lo slogan della “fine della storia”, ossia della proclamata nuova generale armonia tra Stati e gruppi sociali», oltre alla quale «era apparso l’altro volto della globalizzazione, ossia una terribile guerra dei ricchi ai poveri, ennesima manifestazione della lotta di classe dall’alto».

Ha guardato, Bauman, alle “Vite di scarto” (altra sua opera), generate incessantemente «dall’infernale “megamacchina” del “finanzcapitalismo”», scrive sempre d’Orsi, citando un’espressione di un altro grande scomparso, Luciano Gallino. Il nuovo, grande problema denunciato da Bauman è il “capitalismo parassitario”: «Quella che chiamava “omogeneizzazione” forzosa delle persone (un concetto che richiama la pasoliniana “omologazione”), era l’altro volto della società anomica, che distrugge legami, elimina connessioni, scioglie il senso stesso della convivenza». Volumi, saggi, articoli, conferenze: «E’ come se quest’uomo mite e affabile avesse voluto tendere una mano a tutti coloro che dal processo di mostruosa produzione di denaro attraverso denaro, erano esclusi; quasi a voler “salvare”, con le sue parole, gli schiacciati dai potentati economici, a voler dar voce a quanti, in una “Società sotto assedio” (ancora un suo titolo), dominata dalla paura, dal rancore, dall’ostilità, vedevano e vedono le proprie vite disintegrate».

I “Danni collaterali”, elencati in uno dei suoi ultimi libri, «sono in realtà l’essenza di questa società, che egli ha definito, felicemente, “liquida”, con una trovata che è poi divenuta formula, ripetuta, un po’ stucchevolmente, negli ultimi anni, applicata a tutti gli ambiti del vivere in comune», scrive ancora Angelo d’Orsi, nel suo intervento su “Micromega”. «Liquida è questa nostra società, che ha perso il senso della comunità, priva di collanti al di là del profitto e del consumo: una società il cui imperativo, posto in essere dai ricchi contro i poveri, dai potenti contro gli umili, è ridotto alla triade “Produci/Consuma/Crepa”». Di conseguenza, diventano tristemente “liquidi” anche «i rapporti umani», così come la cultura. In altre parole: «Liquido tutto il nostro mondo, che sta crollando mentre noi fingiamo di non accorgercene».

* Fonte: Libre



IL CAPITALISMO È MORTO MA…. di Riccardo Ruggeri

[ 30 luglio 2017 ]

Nel suo famoso libro “Capitalismo, socialismo e democrazia” il grande economista austriaco e liberale Joseph Schumpeter teorizzava che che nel suo sviluppo il capitalismo avrebbe fatto fuori i classici capitani d’industria, i singoli proprietari, i quali sarebbero stato sostituti da burocrati-manager. 
Scriveva Schumpeter seguendo la profezia di Marx: «L’unità industriale gigante perfettamente burocratizzata soppianta non solo l’azienda piccola e media e ne “espropria” i proprietari, ma soppianta in definitiva l’imprenditore ed espropria la borghesia, come classe destinata a perdere tanto il suo reddito, quanto (cosa molto più importante) la sue stessa funzione».
Tesi, questa della tendenziale scomparsa della borghesia (trapasso al “capitalismo assoluto”), a sua volta ripresa dal compianto Costanzo Preve.
Dalla sua previsione Schumpeter, ancora una volta sulla scia di Marx, sentenziava: “Può sopravvivere il capitalismo? No, non lo credo. Può funzionare il socialismo? Certamente”.
Marx e Schumpeter avevano intravisto una tendenza che effettivamente si è inverata. 
Il risultato tuttavia non è stato il socialismo, bensì il capitalismo casinò o, come lo definisce Ruggeri (che dall’interno ha vissuto la metamorfosi), ceo-capitalism —dove ceo sta per amministratore delegato.
Di Ruggeri avevamo pubblicato giorni addietro il suo grido di battaglia contro il “neofeudalesimo” delle grandi multinazionali californiane.
I 25 milioni per Cattaneo potrebbero essere pochi
Alcuni lettori mi chiedono di commentare, come ex manager ed ex ceo di una multinazionale quotata a Wall Street, la fuoriuscita di Flavio Cattaneo da Telecom, con maxi liquidazione di 25 milioni. Lo confesso come ex non sono in grado di farlo. Stiamo parlando di due ere geologiche diverse, culturalmente lontanissime, anche se pochi sono gli anni trascorsi. Ho operato nell’ultimo periodo del capitalismo classico, quello che scompare a metà degli anni Novanta, con l’esplosione della cosiddetta New economy. Lì nasce e muove i primi passi il ceo capitalism. Cos’è il ceo capitalism? Per chi non si accontenta della mia sintesi brutale “Una versione criminale del capitalismo classico”, vada a leggersi da pagina 39 a 54 del mio ultimo libro America. Un romanzo gotico (Marsilio): racconto un celebre modello di quella fauna. Nel capitalismo classico l’imprenditore e il manager (spesso convivevano) erano leader culturalmente “rotondi”, si muovevano secondo protocolli, a volte anche spregiudicati, ma sempre definiti e rigorosi. Nel ceo capitalism l’imprenditore è scomparso (surrogato da azionisti, in genere Fondi), il manager sostituito da una versione pseudo manageriale “concava”, che trovo più corretto chiamare deal maker.

Manager e deal maker sono due figure lontanissime fra di loro. L’uno, il manager, doveva far crescere (mi si passi il termine, armonicamente) l’azienda in termini di prodotti-mercati, quindi era attento all’innovazione, allo sviluppo del business, degli uomini, e aveva come orizzonte il medio lungo termine. L’altro, il deal maker, deve perseguire la crescita attraverso l’abbattimento dei costi (tanti e subito), per far aumentare il valore di borsa, e come orizzonte ha il trimestre, al massimo l’anno. 

In un caso ci si comportava come i generali di un tempo che giuravano sulla bandiera della patria, nell’altro il modello è quello dalla pirateria del Seicento. I contratti dei deal maker attuali sono la versione moderna delle “lettera da corsa”, documenti di incarico dei Re che autorizzavano il “corsaro” a depredare, per conto loro, le navi nemiche di proprietà di altri Stati, di altri Re. L’importante è stabilire di volta in volta se trattasi di “corsari” (mercenari che depredavano solo le navi nemiche al loro Re) o di “pirati” (banditi liberi che depredavano chi capitava). Allora e oggi, quello da depredare resta sempre lo Stato, le sue proprietà, le sue leggi-regolamenti, ovvero tacitare i suoi magistrati. Come? Con la corruzione appunto, ma nuova, non sta più nelle valigette 24 ore, ma nelle teste dei contraenti (lo scambio si può materializzare a distanza di anni, a volte in forme anche curiose), infatti la chiamano lobbying, disruptive innovation, etc. dandogli una dignità culturale che ovviamente non ha.

In questo senso il caso di Telecom è stato affascinante fin dalla nascita, vent’anni fa, perché è un caso di scuola, è un caso di vita, io l’ho studiato molto fin da quell’incontro (magico per alcuni, sciagurato per altri) Van Miert-Andreatta che mise in moto il successivo Ambaradan, ma mai ho voluto scriverci, perché mi vergognavo. L’ho sintetizzato recentemente in un tweet (Twitter è la mia seconda pelle, quella dell’ironia, verso gli altri e verso me stesso). Eccolo: “Telecom? La carcassa di un elefante che da anni alimenta, sempre con carne fresca, diversi animali della savana”. 

Andando alla ciccia, non sono in grado di stabilire se i 25 milioni di € dati a Cattaneo siano giusti, troppi, troppo pochi, bisognerebbe conoscere cosa c’era scritto nella “lettera di corsa” e a quanto ammonta, subito o in prospettiva, il bottino consegnato al Re (francese). Secondo me, sono pochi.

* Fonte: Riccardo Ruggeri




QUANTITATIVE EASING: IL SUCCESSO DI UN DISASTRO Dan Glazebrook

[ 27 luglio 2017 ]

Ma è stato un completo successo dal punto di vista dello spostamento di ricchezza da chi sta sotto a chi sta sopra.

Un editoriale di RT esamina le conseguenze redistributive degli ultimi cicli di QE nel Regno Unito, in Giappone e nei paesi del Sud del mondo, ed i possibili scenari che si presenteranno dopo l’abbandono di tali politiche.
Sembra che l’enorme trasferimento di ricchezza verso i ricchi, durato circa un decennio e noto come ‘quantitative easing’, stia per volgere al termine. Delle quattro principali banche centrali del mondo – la Federal Reserve americana, la Bank of England, la Banca centrale europea e la Banca del Giappone – due hanno già abbandonato la politica di acquisto di attività finanziarie (la Fed e la BoE), e la BCE intende smettere gli acquisti da dicembre. La Fed dovrebbe infatti iniziare a vendere nei prossimi due mesi i 3500 miliardi di dollari di titoli acquistati in tre cicli di QE.

Dal momento che —valutato alla luce degli obiettivi ufficiali —il QE è stato un completo disastro, ciò appare perfettamente sensato. Grazie ad un’”iniezione” di denaro nell’economia, il QE avrebbe dovuto portare le banche a prestare nuovamente, rilanciando gli investimenti e la crescita economica. In realtà, dopo l’introduzione del QE il credito bancario totale nel Regno unito è invece diminuito, e il credito a piccole e medie imprese – responsabili per il 60% dell’occupazione – è in caduta verticale.

Come notato da Laith Khalaf, senior analyst presso Hargreaves Lansdown:

«Dopo la crisi finanziaria, le banche centrali hanno inondato l’economia globale con denaro a buon mercato, ma la crescita globale è tuttora in una situazione di stallo, in particolare in Europa ed in Giappone, dove sono state prese imponenti misure di stimolo per fronteggiare il problema».

Persino Forbes ammette che il QE ha “in gran parte fallito nel rivitalizzare la crescita economica”.

Ciò non sorprende, o quanto meno non dovrebbe. Il QE era destinato fin dall’inizio a mancare i suoi obiettivi dichiarati, perché il motivo per cui le banche non finanziavano

Dan Glazebrook

investimenti produttivi non era la carenza di denaro – al contrario, già nel 2013, molto prima degli ultimi cicli di QE, le imprese inglesi disponevano di quasi 500 miliardi di riserve liquide —ma piuttosto perché l’economia globale si trovava (e si trova tuttora) in una profonda crisi di sovrapproduzione. In poche parole, i mercati erano (e sono) saturi, e non ha senso investire in un mercato saturo.

Per questo motivo, tutto il nuovo denaro creato dal QE ed “iniettato” nelle istituzioni finanziarie – come fondi pensione e compagnie d’assicurazione – non è stato poi investito nelle attività produttive, ma si è invece riversato nei mercati azionari ed immobiliari, gonfiando i prezzi delle azioni e degli immobili, senza generare nulla in termini di ricchezza reale o occupazione.

I titolari di beni come azioni e immobili hanno tratto molti vantaggi dal QE, che in UK si stima abbia accresciuto la ricchezza del 5 percento più ricco mediamente di £128,000 a testa.

Com’è stato possibile? Da dove è venuta tutta questa nuova ricchezza? Dopo tutto, anche se il denaro – a dispetto degli slogan dei Tory – può essere effettivamente creato “dal nulla”, precisamente come è stato fatto col QE, non è così per la ricchezza reale. Ed il QE non ha prodotto ricchezza reale. Eppure, il 5% più ricco oggi dispone di £128,000 extra da spendere in yacht, ville principesche, diamanti, caviale e così via. Ma da dove viene questo denaro?

Semplice. La ricchezza che il QE ha trasferito ai titolari di asset proviene, in primo luogo, direttamente dai salari dei lavoratori. Poiché ha praticamente svalutato la moneta, il QE ha ridotto la capacità d’acquisto del denaro, il che ha causato nei fatti una svalutazione dei salari reali, che in UK sono tuttora del 6% al di sotto dei loro livelli pre-QE. Il denaro sottratto ai salari forma dunque parte di quel dividendo di £128,000. Ma viene anche dagli ultimi arrivati nei mercati gonfiati dal QE – principalmente gli acquirenti di una prima casa e chi è recentemente andato in pensione.

Chi oggi acquista una casa (che il QE ha reso molto più cara), ad esempio, dovrà lavorare migliaia di ore in più per pagare un mutuo a prezzi più alti. Sono queste ore in più a creare la ricchezza che sovvenziona le stravaganti spese del 5% più ricco. Ovviamente, questi prezzi immobiliari più alti sono pagati da chiunque acquisti una casa, non solo da chi lo fa per la prima volta – ma per chi è già proprietario il costo aggiuntivo è compensato dall’aumento di prezzo della casa già di proprietà (o delle azioni, per chi è abbastanza ricco da possederne).

Un’altra conseguenza del QE è che chi va in pensione adesso è costretto a sovvenzionare il 5% più ricco. I nuovi pensionati usano il loro fondo pensione per acquistare una ‘rendita’ — un pacchetto di titoli azionari fruttiferi che produce reddito. Ma poiché il QE ha causato un’inflazione del prezzo dei titoli, ciò ha ridotto il numero di titoli acquistabili con questo fondo. E dato che all’aumento di prezzo dei titoli non corrisponde un aumento dei dividendi, ciò si traduce in una pensione ridotta.

In realtà, la teoria che il QE servisse ad incoraggiare gli investimenti e stimolare l’occupazione e la crescita è sempre stata un artificio fantasioso creato per dissimulare quello che stava realmente accadendo —un colossale trasferimento di ricchezza verso i più ricchi.

L’economista Dhaval Joshi faceva notare nel 2011: 

«La cosa più sconvolgente è che, dopo due anni di apparente ripresa, i lavoratori [inglesi] in realtà guadagnano meno che nel momento più drammatico della recessione. Salari e stipendi reali sono calati di £4 miliardi. I profitti sono aumentati di £11 miliardi. I benefici della ripresa sono stati distribuiti nel modo più iniquo possibile».

Nel marzo di quest’anno il Financial Times riportava che, nonostante il PIL della Gran Bretagna sia ritornato ai livelli pre-crisi già dal 2014, i salari reali sono ancora più bassi del 10% rispetto al 2008. “La contrazione dei salari reali in UK si è arrestata nel 2015“ aggiungeva, “ma ciò non è destinato a durare”.

Così è stato. Nello stesso mese di pubblicazione di quell’articolo, i salari reali hanno iniziato nuovamente a scendere, e sono da allora in costante diminuzione.

Lo stesso è successo in Giappone, dove, secondo Forbes, “il reddito delle famiglie si è effettivamente ridotto dopo l’introduzione del QE”.

Il QE ha sortito un effetto simile nei paesi del sud del mondo: aumentare la ricchezza dei detentori di asset a spese di chi non ne ha. Così come l’afflusso di nuovo denaro crea

bolle nei mercati immobiliari e finanziari, allo stesso modo crea una bolla nei prezzi delle materie prime, dovuta ad esempio alla corsa degli speculatori all’acquisto di quote di petrolio e di materie prime alimentari. Per alcuni paesi produttori di petrolio ciò ha comportato effetti positivi, con la messa a disposizione di denaro inatteso da investire in programmi sociali, come inizialmente è accaduto nel caso di Venezuela, Libia ed Iran. In tutti e tre i casi, le forze imperialiste sono state costrette a ricorrere a vari livelli di intervento militare per contrastare queste conseguenze indesiderate. Ma l’aumento del prezzo del petrolio è certamente deleterio per paesi che non ne producono – e qualsiasi aumento dei prezzi alimentari è sempre devastante.

Nel 2011 il Daily Telegraph sottolineava

«la correlazione tra i prezzi alimentari e gli acquisti da parte della Fed di titoli di stato americani (ossia, programmi di quantitative easing)…Si può notare come l’indice dei prezzi alimentari si è pressoché stabilizzato tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, ed è poi nuovamente salito a partire dalla metà del 2010 dopo il nuovo avvio del quantitative easing…con un aumento dei prezzi di circa il 40% durante un periodo di tempo di otto mesi».

L’aumento dei prezzi ha spinto 44 milioni di persone in povertà nel solo 2010 —il Telegraph riteneva che ciò stesse alla base del malcontento manifestato nelle cosiddette Primavere Arabe. Robert Zoellick, ex-presidente della Banca Mondiale, all’epoca commentava:

«L’inflazione dei prezzi alimentari è oggi la più grave minaccia incombente sui poveri del mondo…basta un episodio di maltempo estremo per finire nel baratro».

Sono questi i costi del quantitative easing.

I paesi BRICS erano anche critici nei confronti del QE per un altro motivo: lo consideravano un metodo subdolo di svalutazione competitiva. Riducendo artificialmente il valore delle loro monete, la “triade imperiale” USA, EU e Giappone causavano a tutti gli effetti un apprezzamento delle valute di tutti gli altri paesi, danneggiando così le loro esportazioni. Nel 2015 Forbes scriveva:

«Gli effetti si iniziano già a sentire anche nei paesi esportatori più dinamici al mondo, nell’est asiatico. Le loro esportazioni in dollari americani hanno subito una drammatica variazione, da una crescita annua del 10% ad una contrazione del 12% nella prima metà di quest’anno, e questi risultati non cambiano, che si tenga conto o no della Cina».

Il vantaggio principale del QE per i paesi in via di sviluppo avrebbe dovuto essere l’enorme afflusso di capitali da esso innescato. Si stima che circa il 40% del denaro generato dalla prima espansione di credito QE della Fed (‘QE1’) si è spostato all’estero —in particolare nei cosiddetti ‘mercati emergenti’ del sud del mondo— e circa un terzo durante il QE2.

Tuttavia, contrariamente alle apparenze questo non è necessariamente un vantaggio. Gran parte del denaro, come si è visto, è stato utilizzato per acquistare scorte di materie prime (rendendo così beni essenziali come il cibo esorbitanti per i poveri) invece di essere investito in attività di produzione, ed un’altra buona parte è servita per acquistare scorte valutarie, causando ancora una volta un apprezzamento nocivo alle esportazioni. Per di più, un afflusso di ‘hot money’ (capitali speculativi erranti, in contrapposizione al capitale per gli investimenti di lungo termine) accentua la volatilità e vulnerabilità delle valute in caso, ad esempio, di aumenti dei tassi esteri.

Se, ad esempio, i tassi d’interesse dovessero nuovamente salire in USA ed in Europa, ciò rischierebbe di scatenare una fuga di capitali dai mercati emergenti, che potrebbe innescare un tracollo valutario. Fu infatti proprio un afflusso di ‘hot money’ nei mercati valutari asiatici, molto simile a quello visto durante il QE, a precedere la crisi valutaria asiatica del 1997.

* Dan Glazebrook è un giornalista politico freelance che collabora, fra gli altri, con RT, Counterpunch, Z magazine, il Morning Star, il Guardian, il New Statesman, l’Independent e Middle East Eye. Il suo primo libro “Divide and Ruin: The West’s Imperial Strategy in an Age of Crisis” è edito da Liberation Media nell’ottobre 2013. Include una collezione di articoli a partire dal 2009, che esaminano i legami tra la crisi economica, l’ascesa dei BRICS, la guerra in Libia e Siria e l’”austerità”. Attualmente conduce ricerche per un libro sull’impiego di squadroni della morte contro stati sovrani e movimenti politici, dall’Irlanda del Nord e dall’America Centrale negli anni ‘70 e ‘80 fino al Medio Oriente e all’Africa di oggi.





MENO MALE CHE C’É IL COMPAGNO XI JINPING di Carlo Formenti

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[ 19 gennaio ]

Meno male che c’è il compagno Xi Jinping: questo il mantra che politici, giornalisti e intellettuali europei recitano in coro dopo il discorso del presidente cinese a Davos. L’uomo che fino a ieri dipingevano come l’incarnazione del peggiore totalitarismo, oltre che come il più pericoloso concorrente nella corsa all’egemonia sui mercati globali, è improvvisamente divenuto il loro eroe, il campione delle leggi della libera concorrenza contro l’usurpatore Trump, la “traditrice” Theresa May e il principe del male Vladimir Putin.

Quale migliore prova del fatto che le litanie sulla democrazia delle élite occidentali non sono (né sono mai state) altro che una maschera dietro la quale nascondono i loro obiettivi di dominio politico ed economico sul resto del mondo? Il guaio dell’Europa è che, per lei, questi obiettivi, malgrado la potenza della locomotiva tedesca che guida manu militari il trenino Ue, possono essere realizzati solo sotto lo scudo della leadership politica e militare degli Stati Uniti, per cui ora, di fronte alla svolta anti europea e anti Nato di Trump, gli alleati del Vecchio Continente sono letteralmente in preda al panico, al punto da ammettere quello che da decenni vanno dicendo i critici marxisti del neoliberismo, cioè che il divorzio fra capitalismo e democrazia è fatto compiuto da almeno trent’anni. Quanto era già stato chiarito con la riduzione della Grecia a paese semicoloniale, culmine di un processo di espropriazione della sovranità popolare e nazionale a danno di tutti i popoli europei, viene ora ribadito con la nomina del tiranno Xi Jinping a campione del nuovo ordine globale contro la marea “populista”.

Ma a Davos c’è stato un altro acting out: in un empito di resipiscenza “buonista” i cacicchi che guardano il mondo dall’alto hanno riconosciuto che le batoste politiche subite nell’ultimo anno sono l’effetto collaterale dei livelli intollerabili di disuguaglianza che loro stessi hanno contribuito a creare: qualche mese fa si era detto che i 62 uomini più ricchi del pianeta possiedono la metà delle risorse mondiali, ora abbiano saputo che per realizzare il record ne bastano otto! Tutta brava gente, beninteso, dedita alla beneficienza nei confronti dei miliardi di pezzenti che lottano per sopravvivere ai loro piedi. Peccato che la beneficienza non basti più e che l’incazzatura cominci a montare dal basso; e peccato che non bastino più nemmeno le professioni di correttezza politica, come se le concessioni di diritti individuali e civili e l’adozione di un linguaggio pseudo femminista, “tollerante” e benevolente verso tutte le forme di diversità non fosse più in grado di far dimenticare le pratiche criminali di liquidazione dei diritti sociali che le classi subordinate avevano conquistato a costo di dure lotte.

Così, correndo qua e là come un branco di scarafaggi colti dall’improvvisa apparizione di piedi umani minacciosi, politici, finanzieri, imprenditori, accademici, giornalisti si agitano e corrono alla ricerca di un mobile sotto cui infilarsi e anche la credenza cinese diventa promessa di porto sicuro.

A fare tristezza è il fatto che in quel branco di insetti troviamo anche diversi (per fortuna non tutti) esponenti di una “sinistra radicale” che, più che di tradimento, appare colpevole di idiozia: incapace di leggere la natura politica (crollo sistemico di consenso e legittimazione) più che economica della crisi in corso, incapace di riconoscere la rabbia popolare e di assumerne la direzione (oggi in mano al populismo di destra, con poche eccezioni come quelle di Podemos in Europa e dei regimi bolivariani in America Latina), incapace di capire che solo lottando per riconquistare la sovranità popolare e nazionale si possono creare le condizioni di una riscossa delle classi subalterne, insegue improbabili progetti di riforma di una Europa agonizzante in cerca di nuovi protettori. Non è la lezione del tiranno antioperaio Xi Jinping che dovrebbe ispirarci la Cina, bensì la saggezza del vecchio detto maoista “bastonare il cane che affoga”.


* Fonte: Micromega



NAZIONALIZZARE! di Leonardo Mazzei

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[ 11 dicembre ]

Perché la nazionalizzazione del sistema bancario è necessaria, giusta e perfino conveniente.
Piccolo problema: per farla come si deve ci vuole la Nuova Lira



Ieri la vicenda del Monte dei Paschi di Siena (Mps) si è tinta di giallo. C’è o no lo stop della Bce alla richiesta di proroga dei termini per la ricapitalizzazione chiesta dalla banca senese? Ad oggi non si sa: le agenzie hanno battuto la notizia, ma il vertice di Mps dice di non aver avuto comunicazioni ufficiali…

Ovvio perciò il dubbio che si sia trattato del solito trucchetto della tecnocrazia eurista per ottenere una rapida soluzione della crisi di governo, cercando di indirizzarla verso uno sbocco che non dispiaccia a Bruxelles e Francoforte. Per costoro l’Italia è solo una scomoda colonia da tenere sotto controllo, ed a tal fine ogni mezzo è lecito.

Se questo è il risvolto politico delle mosse di ieri, nulla cambia riguardo agli aspetti di fondo della crisi bancaria italiana, della quale Mps è solo la punta dell’iceberg.

Ricapitoliamo perciò rapidamente la questione per trarne alcune conclusioni più generali. Da molto tempo le cose al Monte dei Paschi vanno male. Anzi, malissimo. Negli ultimi cinque anni la banca ha dovuto effettuare due ricapitalizzazioni da 5 e 3 miliardi, convertendo inoltre in azioni 240 milioni dei Monti bond. Al tempo stesso la capitalizzazione borsistica è scesa dai 6 miliardi del 30 giugno 2011 ai 600 milioni di ieri. Detto in altri termini, in questi cinque anni sono stati bruciati complessivamente 13 miliardi e 640 milioni, senza che questo abbia consentito di arrestare un’emorragia senza fine. Sta di fatto che dal gennaio scorso il valore delle azioni è calato dell’84%!


Il nodo di fondo di Mps è noto e si chiama “sofferenze”, un problema sia di quantità che di prezzo.  Nella scorsa estate il governo aveva annunciato l’ennesimo “salvataggio” di Mps, accompagnato da un ambizioso piano di cessione delle “sofferenze” ad un prezzo ben superiore a quello di mercato. Eh già, il mercato! – quella mitica entità evocata come la sola salvifica dal duo Renzi-Padoan. Anche se non è chiaro se vi credessero davvero, secondo loro il mercato avrebbe risolto tutto, assorbendo e facendo perfino affari con le “sofferenze”, nonché partecipando gagliardamente alla nuova ricapitalizzazione di altri 5 miliardi.

Ma è su quest’ultimo punto, mentre la partita delle “sofferenze” è ancora in sospeso, che tutto è andato ad incagliarsi. Nel mondo della finanza internazionale non c’è un grande interesse per Mps, mentre di quello della finanza nazionale è meglio non parlare.

Eccoci dunque arrivati al capolinea. La cosiddetta “soluzione di mercato” non tiene, nonostante l’avvenuta conversione di una parte delle obbligazioni subordinate in azioni avvenuta a fine novembre.

Ecco che si torna giocoforza a parlare dell’intervento dello Stato. Ma guarda un po’! Da parte nostra abbiamo sempre detto e scritto che senza intervento dello Stato non può esserci salvataggio del sistema bancario italiano, non del solo Mps.

E i fatti ci hanno dato ragione, a partire dalla ricapitalizzazione delle due banche venete fatta attraverso il Fondo Atlante. Il problema è che il governo Renzi non ha voluto (e certo non ce ne stupiamo) affrontare la questione nel modo dovuto. La politica è stata quella di muoversi in maniera diversa caso per caso, sempre inneggiando al mercato (ci mancherebbe!) nel mentre si interveniva con soldi e garanzie pubbliche in modo alquanto mascherato.


Andrà così anche nel caso di Mps? Ovviamente sì. Il fatto è che non si vuole il patatrac, non si vuole neppure l’applicazione del bail in (che pure il governo Renzi ha a suo tempo sottoscritto), ma ci si rifiuta di infrangere il tabù mercatista e di rompere con le regole euriste, che sono poi due facce della stessa medaglia.

Torniamo così alle cronache di queste ore. Cronache che ci parlano del varo di un decreto legge che dovrebbe mettere in sicurezza (per l’ennesima volta!) Mps. I dettagli di questa misura non si conoscono, ma la chiave non può che essere la garanzia statale sull’operazione. La certezza cioè che lo Stato metterà il denaro mancante per arrivare ai mitici 5 miliardi di euro della nuova ricapitalizzazione.

Parallelamente alla definizione di questo decreto sta andando certamente avanti la trattativa con Bruxelles e Francoforte, con l’obiettivo di aggirare il bail in (che potenzialmente potrebbe toccare tutti gli obbligazionisti) con l’applicazione della regola del burden sharing (ripartizione degli oneri), che l’Europa potrebbe concedere trovandosi in presenza di un “rischio sistemico”. A differenza del bail in il burden sharing prevede la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, non il loro azzeramento. Il che significa, in concreto, che un possessore di uno di questi titoli (si calcola diffusi presso circa venti-trentamila famiglie) rischia comunque una perdita consistente (50%?) ma non più l’azzeramento totale. Si capisce comunque come mai Renzi abbia voluto posporre in tutti i modi il problema a dopo il 4 dicembre…

Si dice anche che il decreto non si occuperebbe solo di Mps, ma che conterrebbe una  garanzia su tutte le ricapitalizzazioni che dovranno avvenire a breve, a partire da quella gigantesca (18 miliardi?) prevista per Unicredit. Per far fronte a tutto ciò lo Stato metterebbe a disposizione una cifra massima di 15 miliardi di euro.

Fin qui la cronaca. Ma, più in generale, cosa ci dice questo passaggio della politica bancaria del governo italiano?

In verità ci dice molte cose, non ultima l’improntitudine del tanto celebrato ministro dell’economia, ma qui vogliamo soffermarci su un solo punto: quello delle nazionalizzazioni.

Come si vede questo tema è stato imposto dai fatti. Il problema è come verrà maneggiato, a quale visione della società verrà conformato. Nella testa dei neoliberisti al potere il discorso è semplice: si nazionalizza solo in casi estremi, per tornare a riprivatizzare non appena ve ne saranno le condizioni. E comunque la gestione degli istituti bancari non dovrà mutare: avrà da essere privatistica in ogni caso, e guai a pensare di trasformare le banche in strumenti di una politica economica rivolta agli interessi delle classi popolari.

Domenica scorsa si è votato (e si è vinto) sulla difesa della Costituzione Repubblicana, che all’articolo 47 così recita: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito».

Come si possa coordinare e controllare l’esercizio del credito con un sistema bancario fatto di Società per azioni è un mistero. Così com’è altrettanto oscuro come possano applicarsi questi principi costituzionali avendo di fatto ceduto le attività di disciplina, coordinamento e controllo alla Bce.

Ebbene, l’attuale dipanarsi della crisi delle banche italiane ci dà almeno l’occasione di porre il tema sia in termini di principio che in quelli di un’estrema concretezza che il momento richiede.

Qui l’abbiamo detto innumerevoli volte: le banche italiane vanno salvate ed al tempo stesso nazionalizzate.

Che si discuta dell’opportunità dell’intervento pubblico nel settore fa perfino tenerezza. In questi 8 anni di crisi (dal 2008 in avanti), e limitandosi all’Europa, gli interventi statali sono stati giganteschi. Solo in Germania, per tenere in piedi le banche locali (Landesbank Sparkasse), lo Stato ha investito (questo è il termine esatto) 230 miliardi di euro, mentre altri 10 miliardi sono andati a rifinanziare Commerzbank. In Spagna l’intervento è stato di 40 miliardi, così come potremmo ricordare i salvataggi in Irlanda, Austria e Portogallo.

Spostandoci fuori dall’area dell’euro, troviamo il caso ancor più gigantesco della Gran Bretagna, dove le nazionalizzazioni sono costate 500 miliardi di sterline. E che dire degli USA dove, secondo i dati della Fed, sono stati impiegati (a partire dal 2008) ben 1.200 miliardi di dollari per tenere in piedi le maggiori banche del Paese?

Quel che oggi è riconosciuto da tutti è che quei salvataggi hanno avuto effetti benefici sull’economia, ed addirittura un ritorno direttamente positivo per le casse dello Stato.

In Italia si è invece preferito la stretta osservanza del dogma ordoliberista, ci si è insomma affidati al mercato ed al rispetto di regole europee semplicemente suicide. Regole peraltro varate solo dopo che i paesi citati erano intervenuti con le masse di denaro di cui sopra.

Ben difficilmente la classe dirigente che ci ha portati sin qui rivedrà i suoi dogmi, ma chi guarda ad un’alternativa politica e sociale ha il dovere di dire parole chiare sulla materia.

La parola chiave è nazionalizzazione.

Nazionalizzare è una necessità, questo ce lo dicono i fatti. Ma bisogna nazionalizzare con metodo e convinzione, non come extrema ratio impostaci dal mercato. Nazionalizzare è giusto, perché non si capisce per quale motivo un settore decisivo come quello della finanza e del credito debba essere lasciato ai giochi della speculazione e dell’interesse privato. Ed è giusto e necessario al tempo stesso se si vuole cambiare politica economica, visto che un governo ha bisogno anche della leva bancaria per fare una politica per la piena occupazione, per la difesa dei redditi del popolo lavoratore, per uno sviluppo indirizzato al bene comune nel rispetto dei vincoli che la natura ci ha consegnato.

Ma gli  esempi citati ci dimostrano come nazionalizzare è in genere conveniente anche dal banale punto di vista dei conti pubblici. Soprattutto nel caso italiano, considerato che le cifre necessarie non sarebbero per niente esagerate, la nazionalizzazione sarebbe anche un investimento dal sicuro ritorno economico.

La cifra necessaria per mettere in sicurezza l’intero sistema bancario nazionale è valutata in 30/40 miliardi di euro. E’ grosso modo la stessa cifra che l’Italia risparmia attualmente sugli interessi del debito ogni anno grazie alla recente riduzione dei tassi. O, se preferite, è poco più di quanto spende il nostro paese per le spese militari in un anno. In una parola: non è affatto una cifra monstre, tanto più che non di una spesa, bensì di un investimento si tratterebbe.


Perché allora non si procede con decisione su questa strada? Per due motivi, strettamente collegati tra loro: perché lo vieta il dogma neoliberista in cui si riconosce il 100% della classe dirigente (politica e non); perché non lo consentirebbe l’Unione Europea, e meno che mai l’Unione monetaria e le sue regole, che di quel dogma è il più fedele custode.

A dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che l’euro non è solo una moneta, bensì un preciso sistema di dominio. E che liberarsene è necessario per affrontare ognuno dei grandi problemi nazionali. Senza questa liberazione avremo solo una stagnazione infinita, e nessun problema verrà davvero risolto, ma solo rimandato. Che è esattamente quello che il duo Renzi-Padoan ha fatto fino ad oggi, sulle banche e non solo.




MONTE DEI PASCHI DI SIENA: “SALVATA” DA J.P. MORGAN? di Leonardo Mazzei

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[ 3 agosto ]

Leonardo Mazzei [nella foto], è uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no euro che si terrà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre. 

Dunque il Monte dei Paschi di Siena è “salvo”? E, se sì, può essere questa la svolta decisiva della crisi bancaria italiana? Se la risposta alla prima domanda è assolutamente prematura, quella alla seconda è un rotondissimo no. Ma c’è un’altra domanda. Nel caso il salvataggio si concretizzi, quale sarà il nome del proprietario della nuova good bank? Non sarà, per caso, quello di JP Morgan?
La paura fa novanta, e gli oligarchi della finanza si son dati da fare ad architettare una via d’uscita da una situazione che rischiava di avere pesanti ripercussioni su tutto il settore bancario. Idem i decisori politici, semplicemente atterriti all’idea di dover applicare il bail in – che pure hanno approvato in sede europea – alla quarta banca italiana.

Insomma, Mps è stata considerata da tutti costoro Too big to fail, anche se nel caso non di fallimento si sarebbe trattato, bensì (come si dice nell’insuperabile eurocratese) di una “risoluzione“. Il problema è che il conto di queste “risoluzioni” (vedi il caso delle quattro banche “risolte” l’autunno scorso) spetta oggi a chi possiede obbligazioni, in primo luogo quelle subordinate.


Il governo si è dunque preoccupato dei risparmiatori che sarebbero stati colpiti? In parte sì, perché un simile esito avrebbe tolto altri consensi ad un Renzi già in affanno. Ma la preoccupazione maggiore è stata un’altra, quella del cosiddetto “contagio”. Non solo l’applicazione del bail in ad Mps avrebbe determinato perdite vistose (nell’ordine di qualche miliardo) agli investitori istituzionali (altre banche, assicurazioni, fondi), ma avrebbe fatto crollare il valore dei bond emessi dagli altri istituti di credito, con un effetto a cascata difficile da valutare ma certamente imponente.


Il Sistema (con la maiuscola) – intendendo con tale termine l’insieme (spesso intrecciato) dei poteri economici e politici – ha dovuto perciò reagire. Prima con la ricerca di una scappatoia che consentisse un intervento pubblico in deroga alle norme europee, poi, vista l’indisponibilità della Commissione Europea, con la predisposizione di un piano che viene pomposamente definito di “mercato”, ma che ha come protagonisti alcuni dei principali avvoltoi della finanza internazionale.


E siccome un siffatto “mercato” piace assai dalle parti di Francoforte, ecco che gli uomini di Draghi hanno dato l’atteso via libera ad un’operazione che, più che a Siena od a Roma, sembra concepita a New York. Per l’esattezza all’indirizzo di Park Avenue 270, dove si trova il quartier generale di JP Morgan, una delle più grandi banche d’affari del mondo.


Già, JP Morgan, quella simpatica istituzione che in un rapporto del 28 maggio 2013 si premurò di definire le costituzioni nazionali del Sud Europa come «inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea», a causa di una «forte influenza delle idee socialiste» e di una «licenza di protestare» che proprio non si attaglia ai tempi dell’attuale dittatura finanziaria. Insomma, come compagni di strada, sulla via del referendum costituzionale, Renzi non avrebbe potuto trovarne di migliori.


Ma torniamo ad Mps, cercando di mettere a fuoco 5 aspetti: 1. come si è arrivati al piano attuale,  2. l’architettura della cessione degli npl, 3. le incertezze della ricapitalizzazione, 4. il permanere delle ragioni di fondo della crisi del sistema bancario italiano, 5. la probabile fine non solo della “senesità” del Monte, ma pure della sua italianità.


1. Come si è arrivati al piano attuale


Abbiamo già visto sommariamente le ragioni che hanno portato al piano approvato dal cda di Siena venerdì scorso. In generale, l’enorme mole di sofferenze (d’ora in poi, per comodità, npl) detenute dalla banca era ormai insostenibile. A riprova di ciò il crollo borsistico nei primi sette mesi dell’anno (-74,98%). Ma la botta decisiva è arrivata dall’Europa. A giugno la letterina della Bce con la richiesta di cedere 10 miliardi di npl; a luglio il disastroso esito degli stress test, che hanno collocato Mps di gran lunga all’ultimo posto nella graduatoria della solidità (si fa per dire) delle maggiori 51 banche dell’Unione. 


Agli inizi di luglio si è perciò iniziato a parlare insistentemente di un salvataggio da parte dello Stato. E’ quindi cominciata una dura trattativa con la Commissione Europea. Mentre il governo italiano ipotizzava un intervento pubblico nella necessaria ricapitalizzazione, ma senza far scattare il bail in, dunque con una deroga alle norme dell’Unione Bancaria; da Bruxelles si è risposto con un fermo no ad una simile possibilità. Di questo scontro, e della successiva ritirata italiana, la stampa nazionale ha preferito riferire in maniera alquanto soft, sia per non presentare un’immagine troppo arcigna dell’Europa, sia per non dover scrivere di un Renzi con la coda tra le gambe. Ciò non toglie che le cose siano andate esattamente in questo modo.


Ecco allora che è spuntata come un fungo la cosiddetta “soluzione di mercato”, che proprio di “mercato” non è  – come vedremo, il ruolo dello Stato c’è eccome -, mentre che sia davvero una “soluzione” ce lo dirà solo il tempo. Già, il tempo. Mai dimenticarlo, perché in effetti l’unica cosa certa è che lorsignori ne hanno guadagnato un altro po’. Nell’ottica di Renzi quello che gli serve per arrivare indenne al referendum…

2. L’architettura della cessione degli npl


Vediamo ora l’architettura del “piano di salvataggio”. I tasselli che lo compongono sono davvero tanti, ma all’ingrosso esso si compone di due fasi. La prima consiste nella cessione degli npl, la seconda nella ricapitalizzazione. Questo ordine temporale non è certo casuale, dato che senza la ripulitura del bilancio dagli npl la ricapitalizzazione sarebbe destinata ad un sonoro fallimento.


Secondo il piano la cessione degli npl dovrà avvenire entro l’anno. Una tempistica brutale, ma garantita in parte da un prestito ponte da 6 miliardi di JP Morgan. Il valore lordo del blocco di npl in vendita è di circa 27 miliardi, ma siccome il prezzo stabilito è pari al 33%, gli acquirenti dovranno sborsare 9,2 miliardi.


Questa montagna di crediti in sofferenza verrà acquisita da una società veicolo  – una cosiddetta Spv, Special purpose vehicle,  un tipo di società che viene creata appositamente per le operazioni di cartolarizzazione. Gli npl verranno infatti cartolarizzati, con l’emissione di bond suddivisi in tre tranche, corrispondenti ai tre diversi livelli di rischio individuati. 


La tranche senior, quella meno rischiosa, perché rappresentata da crediti coperti da garanzie immobiliari,  potrà giovarsi della Gacs (Garanzia cartolarizzazione sofferenze). In pratica lo Stato garantisce i bond emessi a copertura di questa tranche, in cambio del pagamento di una cedola periodica al Tesoro. Questo strumento, già predisposto nei mesi scorsi, ha avuto l’approvazione della Commissione Europea, che non classificandolo come “aiuto di Stato” evita l’applicazione del bail in. Nel caso di Mps il valore di questa tranche è pari a 6 miliardi di euro.


La seconda tranche, quella intermedia, chiamata appunto mezzanina, vale invece 1,6 miliardi e verrà sottoscritta interamente dal Fondo Atlante II, che dovrà essere rapidamente finanziato allo scopo. Si tratta di un pacchetto di crediti assai più rischioso del primo, coperti in genere da garanzie personali. Siccome il prezzo medio di vendita degli npl previsto nel piano (33% del valore nominale dei crediti) è nettamente superiore al valore di mercato, che si posiziona attorno al 20%, è evidente che Atlante II si espone al rischio di perdite anche rilevanti. Questo rischio viene parzialmente compensato al Fondo con l’assegnazione di warrant, che se esercitati darebbero ad Atlante II il 7% delle azioni di Mps post-ricapitalizzazione. E’ da notare che il finanziamento di Atlante II avrà almeno in parte una natura pubblica, visto che vi contribuirà in maniera decisiva la Cassa depositi e prestiti, controllata all’80% dal ministero dell’economia. 


La terza tranche, la junior, costituita dai crediti peggiori (quelli privi di qualsiasi garanzia), andrà invece agli attuali azionisti.


Fin qui la prima fase di ripulitura dagli npl. Una ripulitura però ancora parziale, e da completarsi con un’altra operazione di copertura sui crediti deteriorati che rimarranno in pancia ad Mps (circa 20 miliardi lordi). Con la cessione di cui ci siamo fin qui occupati, Mps si porterebbe ad un rapporto tra npl e totale crediti residui pari al 19%, un livello ritenuto accettabile e comunque allineato con la media delle altre banche italiane. Il fatto è che questi npl residui sono sopravvalutati nel bilancio della banca. Da qui la necessità di aumentare le coperture sia sulle rimanenti sofferenze in senso stretto, sia sulle altre tipologie di npl.


In base al prezzo del 33%, le sofferenze residue dovranno avere una copertura del 67%, con un costo aggiuntivo di un miliardo. Gli altri tipi di crediti deteriorati, quelli che un tempo venivano chiamati “incagli” ed oggi vengono suddivisi in “inadempienze probabili” ed “esposizioni scadute”, avranno invece una copertura del 40%, con un costo di 2,2 miliardi.


La somma di queste coperture (3,2 miliardi), più la differenza tra il prezzo di cessione dei 27 miliardi lordi di npl (33% rispetto al 40% iscritto a bilancio, che fa esattamente 1,8 miliardi) ci porta appunto alla cifra di 5 miliardi, che è quella della prevista ricapitalizzazione di cui ci occuperemo al punto successivo.

3. Una ricapitalizzazione incerta, ma JP Morgan…


Tecnicamente la fase della ricapitalizzazione è la più semplice a capirsi. Praticamente è quella dove potrebbero determinarsi i maggiori inciampi. Ripulita la banca dagli npl, si tratterà di trovare 5 miliardi e di farlo entro il gennaio 2017. 


A leggere certi giornali sembrerebbe una cosa tranquilla e comunque garantita da un pool di banche di prim’ordine. Ma è davvero così? Non sembra proprio. Nella primavera scorsa in tanti commentatori economici scommettevano sull’appetibilità delle nuove azioni della Banca Popolare di Vicenza e di Banca Veneto. Secondo costoro la garanzia di Atlante I era sufficiente ad attrarre nuovi investitori, ed i soldini del fondo sarebbero forse rimasti tutti in cassa. Risultato? Sottoscrittori pari a zero ed Atlante I che ha sborsato l’intero importo delle ricapitalizzazioni per un totale di 2,5 miliardi. Come precedente niente male. 


Ma, si dice, la nuova Mps sarà una vera good bank. Peccato lo si dica anche delle 4 “nuove” banche uscite dalla “risoluzione” del novembre 2015 (Banca Etruria, CariChieti, Banca Marche, Carife). Ricapitalizzate con 3,6 miliardi, ripulite dagli npl, non le vuole comunque nessuno. Messe recentemente all’asta per ricavarne almeno un valore pari alle risorse spese, hanno ottenuto solo due offerte da 500/600 milioni dai fondi speculativi Apollo Lone Star. Non proprio un buon auspicio per Mps.


D’accordo, si può replicare, ma qui c’è la garanzia di un corposo consorzio di banche, costituito da autentici giganti del settore. Apparentemente le cose sembrerebbero stare in questo modo. Il consorzio è infatti formato da JP Morgan e Mediobanca (che fungono da coordinatori), Santander, Bofa Merrill Lynch, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank e Goldman Sachs. Otto giganti, ed altri, si dice, potrebbero aggiungersi. Tralasciando adesso il significato di tanti avvoltoi sulla preda, di cosa preoccuparsi rispetto alla ricapitalizzazione?


Già domenica scorsa il Sole 24 Ore chiariva che nelle lettere firmate da queste banche «ci sarebbero però diverse condizioni sospensive: dall’obbligo per Mps di vendere le sofferenze fino alle consuete “mac clause”, cioè clausole che consentono una via di fuga alle banche in caso di situazione avversa di mercato». Insomma, la ricapitalizzazione non è affatto garantita dalle otto banche con una somma pro-quota di poco più di 600 milioni, come hanno scritto in tanti. La garanzia ci sarebbe, ma fortemente condizionata ad una serie di requisiti che in tutta evidenza conoscono per intero solo i soggetti direttamente coinvolti.


Più pessimista (e, sembrerebbe, più informato) Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri: «Nessuna delle banche dell’affollatissimo consorzio, per ora, ha garantito che comprerà le azioni di Montepaschi nel caso in cui nessuno le volesse. Da parte di JP Morgan e delle altre c’è oggi solo un impegno a fare il “massimo sforzo” a trovare investitori. Questo significa che il rischio che l’aumento di capitale non vada in porto e debba intervenire il governo, con una sforbiciata sui creditori di Siena, formalmente non è ancora eliminato (…) L’operazione resta dunque sul filo, anche se non è mai accaduto negli ultimi decenni che Jp Morgan abbandonasse un incarico del genere senza condurlo in porto».


Qual è il problema? E’ – lo dice Fubini, ma è facile essere d’accordo – che non sarà semplice trovare acquirenti per una banca che dal 2014 ha bruciato 8 miliardi di capitali freschi e che oggi vale solo 900 milioni. L’articolista accenna al possibile interessamento di importanti istituti cinesi, mentre tralascia pudicamente l’ipotesi di un interesse di qualche banca d’affari americana. D’accordo, Jp Morgan e le altre consorelle incasseranno cospicue commissioni per il loro lavoro, ma siamo certi che il vero interesse della banca newyorkese non sia invece quello di mettere le mani su Mps alle migliori condizioni possibili?


Del resto i legami tra Renzi e JP Morgan sono noti a tutti (leggi, ad esempio, QUI). Non solo il premier ha incontrato l’amministratore delegato della banca americana, Jamie Dimon, agli inizi di luglio, ma centrale sembrerebbe il rapporto con il capo italiano della stessa, il fiorentino Francesco Rossi Ferrini. Costui viene definito da La Stampa come un uomo «vicino ad alcuni esponenti del Giglio magico come Marco Carrai».


Ora noi non possiamo sapere come finirà la vicenda della ricapitalizzazione, ma i casi più probabili ci sembrano due: o finisce male, come adombra il preoccupato Fubini (che se non altro ha l’onestà di riconoscere che il problema è il fosco panorama economico in cui avviene l’operazione), o sarà JP Morgan a fare la parte del leone. In fondo, il marchio della banca senese, insieme ad un bilancio ripulito con garanzie pubbliche, può far gola anche a New York.


Insomma, la “soluzione di mercato” o non esiste proprio, o se esiste ha un altro nome: JP Morgan. Ma anche in questo secondo caso si tratterebbe di un “mercato” ben assistito dallo Stato.

4. La profondissima crisi del sistema bancario italiano (altro che “svolta”!)


Che la situazione del sistema bancario nazionale sia gravissima ce lo dice proprio la “soluzione” adottata per Mps. Già il modo in cui vi si è arrivati, con un piano approvato dalla Bce lo stesso giorno in cui è stato annunciato il disastroso esito degli stress test, ci parla ancora una volta di un’affannosa corsa contro il tempo. L’ennesimo rattoppo. In tutta evidenza l’esatto contrario di un piano organico in grado di affrontare l’emergenza bancaria. 


Il fatto è che un simile piano – basato necessariamente, a nostro avviso, su un programma di nazionalizzazione del settore – è semplicemente impossibile senza rompere unilateralmente con l’Unione Bancaria. Di più, è impossibile senza riconquistare la sovranità monetaria. Ma su questo abbiamo scritto tante volte e non insistiamo.


In questi giorni si vorrebbe far credere che quello di Mps diventerà un modello per uscire dalla crisi bancaria in una logica di mercato. Si tratta di una bugia condita con diverse menzogne. La verità è che se davvero si credesse al mitico “mercato”, l’unica soluzione per Mps sarebbe stato il fallimento. O, al limite, la piena applicazione del bail in. Si è visto invece il terrore delle oligarchie finanziarie di fronte anche all’ipotesi minimalista di un’applicazione parziale del bail inalle sole obbligazioni subordinate detenute dagli investitori istituzionali. 


Come mai questo terrore? Perché, altra bugia, non è affatto vero che Mps sia l’unica mela marcia in un bel cestino di frutta sana ed attraente. Nell’articolo che abbiamo già citato, Fubini paragona significativamente le incognite che incombono da un lato su Mps, dall’altro sull’intero sistema bancario, a quelle che l’allora ministro della difesa americano Donald Rumsfeld indicava negli anni della Resistenza alle sue truppe di occupazione in Iraq: «Rumsfeld distingueva fra le incognite ben note per le quali non abbiamo ancora risposte, e quelle delle quali per il momento non conosciamo neppure l’esistenza». 


Dopo questo incipit, Fubini conclude con un esempio concreto sulla fragilità del sistema bancario nazionale: «Proprio in queste settimane un altro istituto fragile, la Popolare di Vicenza, sta cercando il modo di liberarsi dei suoi crediti in default. Se il modello di Siena si applica anche altre aziende di credito, come probabile, allora anche Vicenza dovrà riconoscere forti perdite e trovare ancora nuovo capitale diluendo il valore delle quote del fondo Atlante che oggi la controlla. E altri casi simili sembrano dietro l’angolo. Dopo tutto anche l’Iraq è stata una campagna più lunga di quanto Rumsfeld, con il calcolo delle incognite, fosse mai riuscito a prevedere».


La conferma di tutto ciò è arrivata già ieri dalla Borsa di Milano. L’apparente paradosso delle azioni Mps che salgono sia pure di poco (ma già oggi hanno ripreso a perdere alla grande), mentre quelle delle altre banche crollano (interessanti il -9,40 di Unicredit ed il -6,20 di Ubi Banca) ha una sua razionale spiegazione. Quello di Mps è un modello? Bene, aldilà della scarsa probabilità di replicarne il piano di salvataggio, questo significa che il livello delle coperture sugli npl adottato dalla banca senese diventa un punto di riferimento – un benchmarksi dice oggi – per gli investitori che contano, per i fondi in primo luogo. Che quindi, mettendo nel conto le inevitabili ricapitalizzazioni, cominciano da subito a vendere le azioni in loro possesso. 


Qual è la dimensione del problema? Ce lo dice uno studio di Mediobanca realizzato a caldo. Applicando la “cura” Mps alle altre banche avremmo ad esempio che Unicredit dovrebbe aumentare le coperture dal 52 al 58%, Intesa Sanpaolo dal 47 al 57%, Ubi dal 28 al 54%, Banco Popolare dal 34 al 54%. Si tratta di miliardi. Tanti.


Solo per portare al 40% le coperture sugli “incagli” serviranno all’ingrosso circa 20 miliardi. Ecco cosa scrive in proposito stamattina sul Sole Morya Longo: «La vera sorpresa riguarda proprio gli incagli. Sulle banche italiane gravano infatti 140 miliardi di incagli lordi, iscritti in bilancio con tassi di copertura ben inferiori rispetto al 40% fissato per Mps. Nel bilancio 2015 Unicredit li copre al 34,4%, Intesa al 24,8%, Ubi al 16,71%, il Banco Popolare al 25,44% e Bpm al 22,1%». 


Che il problema sia ben concreto, aldilà delle fisiologiche montagne russe della Borsa, ce lo dicono le voci su Unicredit, che prevedono la necessità di un aumento di capitale come minimo da 6/7 miliardi. E già questo dovrebbe essere più che sufficiente a chiarire che il problema delle banche italiane non si chiama solo Mps.


Si profila dunque una lunga sequenza di ricapitalizzazioni. Ma da dove verranno i soldi? Salvo casi particolari, ben difficilmente dagli investitori privati. Avremo allora tanti bail in in serie come prevedeva (ed addirittura auspicava) il consigliere economico della Merkel, Lars Feld, nel dicembre scorso?


Vedremo, di certo ‘a nuttata delle banche italiane sembra ancora all’inizio. Del resto c’è un dato di fondo da non dimenticare mai. Non è un caso che il primo problema degli istituti di credito nazionali sia rappresentato dagli npl. Questi ultimi altro non sono che una delle spinose conseguenze di una crisi economica interminabile. Che, essendo ben lungi dalla mitica luce in fondo al tunnel, continuerà senza dubbio ad alimentare il problema anche nel prossimo futuro.


Ecco che torniamo così a bomba, alla crisi, alle sue ragioni, a quei potenti elementi del suo aggravamento ed incancrenimento che si chiamano euro ed Unione Europea.

5. Altro che “senesità”! In discussione è la stessa italianità del Monte


In questi anni ci è capitato tante volte di leggere della fine della “senesità” di Mps. Una fine che non data da oggi, ma che con l’ultimo piano di salvataggio avrà la definitiva sepoltura. In cosa consistesse la “senesità” della banca è racchiuso in una cifra, i 2,2 miliardi riversati sul territorio senese dalla Fondazione Mps dal 1996 al 2013, arrivando ad incidere sul pil provinciale nella misura del 3%.


Poi, con la crisi, le cose sono cambiate. La Fondazione, che fino al 2011 controllava oltre il 50% della banca, si è stufata delle continue ricapitalizzazioni (nelle quali ha bruciato a vuoto circa 5 miliardi) ed oggi possiede solo l’1,49% delle azioni Mps, per un controvalore di 13 milioni. Adesso, con un patrimonio ridottosi a 500 milioni, la Fondazione non ha alcuna intenzione di partecipare al nuovo aumento di capitale. Un altro e definitivo capitolo della fine della “senesità” di Mps.


Ma se possiamo capire i senesi, quel che sembra profilarsi oggi è qualcosa di ancora più grande: la fine della stessa italianità del Monte. Già il fatto che tra le 8 banche del consorzio incaricato della ricapitalizzazione una sola (Mediobanca) parli italiano, la dice lunga su ciò che potrebbe accadere.


Ma ancor di più ci dice il ruolo tuttofare degli uomini di JP Morgan. Chi scrive non può sapere come andranno a finire le cose, e quanto fin qui detto ci parla delle difficoltà dell’intera operazione. Tuttavia, ben sappiamo come nelle crisi qualcuno faccia affari. E come in genere il pesce grosso mangi quello piccolo. Il boccone Mps può contenere lische insidiose, ma alla fine potrebbe rivelarsi interessante per chi ha una strategia di lungo periodo e nel frattempo – avendo il coltello dalla parte del manico – potrà agire in modo da strappare tutte le migliori condizioni possibili.


Se andrà così avremo la conferma di quanto abbiamo detto più volte. Le politiche europee, mettendo in ginocchio l’economia di intere nazioni, preparano il terreno ad acquisizioni estere in tanti settori. Tra questi, quello bancario è certamente in prima fila.


Vedremo i prossimi sviluppi, ma è bene sapere da subito che il rischio di una chiusura del cerchio targata JP Morgan esiste, essendo di fatto la più probabile delle alternative al semplice fallimento dell’operazione messa in piedi. 




STAGNAZIONE SECOLARE: IL KEYNESISMO È IL RIMEDIO? di Vladimiro Giacchè

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[ 14 maggio ]


«Sei anni sono passati dallo scoppio della Crisi globale e la ripresa non è ancora soddisfacente. I livelli di prodotto interno lordo sono stati superati, ma poche economie avanzate sono tornate ai tassi di crescita pre-crisi nonostante anni di tassi d’interesse praticamente a zero.

Inoltre, cosa preoccupante, la crescita recente ha un sentore di nuove bolle finanziarie.

La lunga durata della Grande Recessione, e le misure straordinarie necessarie per combatterla, hanno originato una diffusa sensazione che qualcosa sia cambiato. A questa sensazione ha dato un nome a fine 2013 Lawrence Summers, reintroducendo il concetto di “stagnazione secolare”. Così scrivevano Teulings e Baldwin nel 2014. Gli anni sono diventati otto, ma il resto non è cambiato-

Se l’Eurozona è l’area in cui l’ipotesi della stagnazione secolare riceve maggiori conferme, il problema è chiaramente di portata più generale: “La crescita economica media negli Stati Uniti – ricorda Summers – è stata appena del 2 per cento negli ultimi 5 anni, a dispetto del fatto di partire da una situazione estremamente depressa” e nonostante l’enorme incremento della massa monetaria. E le radici del problema precedono la crisi: “E’ chiaro che la difficoltà di conseguire una crescita adeguata, emersa negli ultimi anni, era già presente da molto tempo, ma era stata occultata da una finanziarizzazione insostenibile”.


In altri termini: la crisi del 2007 è la fine di un modello che ha comprato la crescita nei paesi capitalistici avanzati con un’insostenibile crescita di debito e asset finanziari (passati secondo una ricerca Mckinsey dal 119% del pil mondiale nel 1980 al 356% del 2007). Finanza e debito hanno spinto i consumi pur in presenza di un calo dei redditi da lavoro, hanno garantito sostegno a interi settori industriali afflitti da eccesso di capacità produttiva, e offerto capitali che non trovano più impieghi redditizi in ambito industriale la via di fuga della finanza.

Quando è scoppiata la crisi, fiumi di parole contro la “finanza cattiva” sono stati seguiti da fiumi di denaro pubblico per puntellare quel meccanismo che si era rotto, nella speranza che esso tornasse a funzionare. In questi anni la benzina delle politiche monetarie ultraespansive ha alimentato i mercati finanziari (in attesa dello scoppio della prossima bolla, probabilmente quella del debito); nel frattempo aumenta la disuguaglianza, gli investimenti ristagnano, e il motore della crescita continua a perdere giri. L’Occidente sembra incapace di fare a meno del modello di crescita trainato da debito e finanza, che neppure keynesiani e teorici dell’ “austerità espansiva” (elegante ossimoro) sembra mettere in discussione.

In altre parti del mondo si vedono le cose in modo diverso. L’economista cinese Justin Yifu Lin, ad esempio, nel suo Against the Consensus (2013), considera insufficienti tutte le principali ipotesi di soluzione della crisi proposte nei nostri paesi. La soluzione austerity – pur consigliabile in teoria per affrontare l’elevato livello del debito pubblico e privato delle economie avanzate – comporta una contrazione dell’economia, almeno nel breve periodo, e può quindi ridurre l’occupazione, la crescita economica e le stesse entrate dello Stato. D’altra parte, controbilanciare gli effetti di queste politiche con politiche di Quantitative Easing e conseguentemente di svalutazione della moneta (la soluzione “banche centrali”) può essere finanziariamente destabilizzante (creare nuove bolle finanziarie) e innescare guerre valutarie. 


Infine, il problema non può essere risolto semplicemente attraverso più spesa per rilanciare la domanda (la soluzione keynesiana), alla luce dell’alto debito già in essere.

Secondo l’economista cinese bisogna invece puntare su investimenti che abbiano elevati ritorni in termini di occupazione e crescita. Servono investimenti infrastrutturali che eliminino colli di bottiglia dello sviluppo (ad esempio aprendo nuove vie di comunicazione), così da liberare un potenziale di crescita economica oggi inespresso. Per investimenti del genere c’è poco spazio nelle economie avanzate, “dal momento che il loro stock di capitale infrastrutturale è già elevato”. Diversa è però la situazione nei paesi in via di sviluppo: “Un’iniziativa infrastrutturale a livello globale” per finanziare progetti di questo tipo creerebbe secondo Yifu Lin “posti di lavoro di cui vi è estremo bisogno nei paesi sviluppati e in via di sviluppo. Essa darebbe un forte impulso alla domanda e creerebbe lo spazio per realizzare le riforme strutturali necessarie in eurozona e in altri paesi ad alto reddito”. E’ facile scorgere in queste parole il modello che ispira il progetto cinese della nuova Via della Seta.

Un modello troppo old economy? Forse. Ma comunque preferibile a un altro genere di investimenti anti-crisi, cui lo stesso Summers non manca di accennare: ricordando che “Alvin Hansen enunciò il rischio di una stagnazione secolare alla fine degli anni Trenta, in tempo per assistere al boom economico contemporaneo e successivo alla seconda guerra mondiale”; per concludere: “E’ senz’altro possibile che si produca qualche evento esogeno di grande portata in grado di aumentare la spesa o di ridurre il risparmio in misura tale da rendere irrilevanti le mie preoccupazioni. Guerra a parte, non è chiaro quali eventi del genere possano verificarsi”.

* Fonte: Il Fatto Quotidiano