LA MIA RICETTA di Mario Draghi

Per capire quale linea potrebbe adottare Draghi è utile rileggere la famosa intervista concessa il 25 marzo del 2020 al Financial Times. Sulla politica economica che contempla e gli orizzonti di ristrutturazione sistemica che invoca, torneremo. Per ora mettiamola così: il lupo si traveste da agnello…

Quella contro il coronavirus è una guerra, dobbiamo mobilitarci di conseguenza 

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura della loro vita o piangono i loro cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano sopraffatti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati.  Ma queste azioni hanno anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano una perdita di vite umane, molti di più affrontano una perdita di mezzi di sussistenza.

Giorno dopo giorno, le notizie economiche peggiorano. Le aziende devono affrontare una perdita di reddito nell’intera economia. Moltissimi stanno già ridimensionando e licenziando lavoratori. È inevitabile una profonda recessione.  La sfida che dobbiamo affrontare è come agire con forza e velocità sufficienti per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di inadempienze che lasciano danni irreversibili.

È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito subita dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve essere alla fine assorbita, in tutto o in parte, nei bilanci del governo. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

È compito dello Stato utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia da shock di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre — il precedente più rilevante — sono state finanziate dall’aumento del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15 per cento della spesa bellica in termini reali veniva finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei costi della guerra fu pagato con le tasse. Ovunque, la base imponibile è stata erosa da danni di guerra e coscrizione. Oggi questa base è erosa dal disagio umano della pandemia e dalla chiusura.

La domanda chiave non è se ma come lo Stato dovrebbe fare buon uso del proprio bilancio. La priorità non deve essere solo fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. In primo luogo, dobbiamo proteggere le persone dalla perdita del lavoro. Se non lo facciamo, usciremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità permanentemente inferiori, poiché le famiglie e le aziende lottano per risanare i loro bilanci e ricostruire il patrimonio netto. I sussidi all’occupazione e alla disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi.

Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un sostegno immediato della liquidità. Ciò è essenziale per tutte le imprese per coprire le proprie spese operative durante la crisi, siano esse grandi società o ancor più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto misure favorevoli per convogliare la liquidità verso le imprese in difficoltà.

Ma è necessario un approccio più completo. Sebbene diversi paesi europei abbiano strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni crack dell’economia è mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari: mercati obbligazionari, principalmente per grandi società, sistemi bancari e in alcuni paesi anche sistema per tutti gli altri. E va fatto subito, evitando ritardi burocratici. Le banche in particolare si estendono a tutta l’economia e possono creare denaro istantaneamente consentendo scoperti di conto o aprendo linee di credito.  Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende pronte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo stanno diventando un veicolo per la politica pubblica, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli scoperti o prestiti aggiuntivi. Né la regolamentazione né le norme sulle garanzie dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario a tal fine nei bilanci delle banche.

Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’azienda che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le rilascia.  Le aziende, tuttavia, non attingeranno al sostegno della liquidità semplicemente perché il credito è a buon mercato. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite potrebbero essere recuperabili e poi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così. Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare il debito per mantenere il proprio personale al lavoro. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere la loro capacità di investire successivamente. Inoltre, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero durare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito accumulato per mantenere le persone impiegate in quel periodo fosse alla fine annullato. O i governi compensano i mutuatari per le loro spese, o quei mutuatari falliranno e la garanzia sarà rimborsata dal governo.

Se l’azzardo morale può essere contenuto, il primo è meglio per l’economia. La seconda via sarà probabilmente meno costosa per il budget. Entrambi i casi porteranno i governi ad assorbire una quota significativa della perdita di reddito causata dalla chiusura, se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità.  I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa — una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale — sarebbe molto più dannosa per l’economia e alla fine per il credito pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, dati i livelli attuali e probabili futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non si aggiungerà ai suoi costi di servizio.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria granulare in grado di convogliare i fondi verso ogni parte dell’economia che ne ha bisogno. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una rapida risposta politica. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia. Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di guadagno non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è un ammonimento sufficiente.

La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causato da una chiusura economica inevitabile e desiderabile – deve essere affrontata con la stessa velocità nell’impiego dei bilanci pubblici, nella mobilitazione delle banche e, in quanto europei, nel sostenersi a vicenda nel perseguimento di quella che è evidentemente una causa comune.

* Fonte: Financial Times 

** Traduzione a cura della Redazione




NON SE NE PUO’ PIU’! di Leonardo Mazzei

“State in casa”: non se ne può più di questo ritornello. Non se ne può più degli insulsi bollettini delle 18. Non se ne può più della rincorsa a chi è più securitario. Non se ne può più della retorica, men che meno della sostituzione dello Stato con la beneficienza. Non se ne può più.

Ma c’è qualcosa di peggio. La favola secondo cui dopo l’epidemia il mondo sarà migliore, a condizione che adesso facciamo tutti i bravi – state a casa, state a casa, state a casa, amen. Intanto non è vero, il mondo sarà peggiore. Molto peggiore, a meno che i popoli non ritrovino la strada del protagonismo e della ribellione. Meglio, della rivoluzione.

Come non vedere poi, che se “tutto non andrà affatto bene”, parafrasando uno degli slogan più demenziali del momento, lorsignori vorranno che la colpa sia nostra? Tutta la loro comunicazione va a parare sempre lì, su un messaggio di colpevolizzazione. Se le cose andranno bene sarà merito loro e della clausura che ci hanno imposto, se invece andrà male sarà solo colpa nostra che non siamo stati abbastanza a casa.

Nessuna parola invece sulla sofferenza. Lo notava ieri sul Corriere della Sera Massimo Cacciari, che si è detto infuriato del fatto che:

«nessuno premetta “concittadini, sappiamo benissimo che stare a casa per voi è difficile, perché tre quarti di voi stanno in case che non sono precisamente quelle dei nani e ballerini che, dalle tv, vi dicono state a casa”. Invece, tutti a dire “state a casa, che bello stare a casa”. Sì, se hai una casa bella come la mia, può essere anche piacevole, un mese, due mesi. Non per me, ma può essere. Però in cinque in 50 metri quadrati, insomma».

Ma quanto pensano che si possa andare avanti così? Non vedono i milioni di persone messe sul lastrico? Sì che le vedono, ma tirano dritto rimettendosi ai tecnici. Già, i tecnici… Momentaneamente dismessi gli economisti bocconiani (non è più tempo di dotte disquisizioni sugli zerovirgola del deficit) ecco adesso l’allegra schiera degli “esperti” della malattia. “Esperti” che tanto esperti non sono, vista la montagna di contraddizioni in cui sono caduti all’inizio. Adesso, per non sbagliarsi, parlano invece con un’unica voce: state in casa, nessun allentamento, sarà lunga, nulla tornerà come prima, e chi più ne ha più ne metta.

Una settimana fa Matteo Renzi ha messo – giustamente, lo possiamo dire? – il dito nella piaga. Che l’abbia fatto per mania di protagonismo o per ridare un po’ di visibilità al suo partitino non importa, importano invece due cose: che abbia denunciato l’assenza di ogni visione politica sull’uscita dall’emergenza; che abbia riscosso, proprio per questo, una valanga di no.

No di Burioni e Lopalco, ci mancherebbe. No di Calenda, Salvini, Crimi e Grasso, tutti uniti nella lotta. Ma perché no ad ogni invito a ragionare, a progettare, ad immaginare la “riapertura” del Paese? Che politica è quella che sa solo dire “state in casa, state in casa, state in casa”?

Da notare, poi, che questa è la stessa politica (con grosso modo gli stessi politici) che ha tagliato e privatizzato la sanità per decenni, considerando la spesa pubblica un peccato a prescindere. Quella stessa politica (quegli stessi politici)  che neppure di fronte al disastro attuale ha trovato il modo di pronunciare una sola parola di autocritica. Stesso discorso per i tecnici e gli scienziatoni, quasi sempre gli stessi che quella politica hanno avallato. Gli stessi che hanno detto e pensato per anni che le malattie infettive erano ormai solo un brutto ricordo del passato.

Un altro esempio dell’attuale dominio del pensiero unico psico-securitario ci è stato dato dalla circolare del Ministero dell’Interno di qualche giorno fa. Un atto interpretativo, per quanto scritto coi piedi, che intendeva concedere una qualche minima apertura sia in materia di uscita dei bambini, che riguardo allo svolgimento dell’attività motoria. Non sia mai! Un minuto dopo la sua pubblicazione tutto il fronte rigorista l’ha gridato all’unisono, come pure il lumbard Fontana e l’incommentabile De Luca (quello dell’uso del bazooka). Sta di fatto che la mattina seguente la ministra Lamorgese ha ordinato il dietrofront. Del resto, se si gioca a chi è più duro, certe teste di legno l’avranno sempre vinta.

Ecco com’è ridotto oggi il Paese. Da una parte l’epidemia, che peraltro le misure di chiusura non sembrano fermare; dall’altra i danni umani e sociali del securitarismo. In mezzo un disastro economico che ancora in pochi sembrano davvero valutare.

Quel che è  sconvolgente non sono le incertezze dei politici, e neppure le oscillazioni del mondo scientifico. Queste sono cose comprensibili, perfino in certa misura scusabili. Quel che non si può in alcun modo tollerare – insieme alla criminale sottovalutazione del dramma sociale che si è prodotto con la chiusura – è il clima plumbeo che si è instaurato, la volontà di impedire ogni dibattito, quella di censurare il più piccolo dissenso.

Siamo ormai ad un clima orwelliano. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». State in casa, state in casa, state in casa: fine della discussione.

Consapevoli o no, stanno davvero passando il segno. Non potrà durare a lungo.




SUICIDIO DI STATO di Moreno Pasquinelli

Ieri sera, con lo stile che gli è proprio, ovvero sempre in bilico tra il solenne e il cazzeggio, il Presidente del Consiglio ha annunciato l’ennesima stretta – modello lombardo esteso a tutto il Paese. Alla fine Conte ha capitolato. Ha capitolato allo sciame di sindaci e governatori che lo pressavano da giorni affinché le misure, già draconiane, diventassero tiranniche.

La cosa si presta a svariate considerazioni, ed è destinata ad allargare il solco tra i due campi contrapposti, quello dei sicuritaristi incalliti (non solo le destre, visto quello che ha affermato il piddino De Luca) e quello dei libertari (tra cui, nonostante ne facciano parte dei liberali, il sottoscritto si inscrive). Che ci sia un’emergenza sanitaria in Padania, causata dal combinato disposto della grave epidemia e dello sfascio della sanità italiana, non c’è dubbio. E non ce n’è alcuno, tuttavia, che tutta questa vicenda è politica quant’altre mai.

Le destre sicuritarie dettano il ritmo delle danze, hanno imposto al governo ed alla sinistra sinistrata non solo la propria agenda, anche la loro visione del mondo. Lo fanno con cognizione di causa, certe che panico di massa, paura irrazionale e isteria collettiva sono un potente carburante per conquistare il potere. L’albero si vede dai frutti. In campo politico questo significa che in ultima istanza conta l’effetto, non la causa.

Governo e opposizioni, sostenuti (tenetevi forte!) da certo antagonismo salutista, hanno scelto la via dell’accanimento terapeutico sul corpo del Paese, con l’esecuzione di trattamenti di dimostrata inefficacia terapeutica, ricorrendo a mezzi chiaramente sproporzionati che per salvare migliaia stanno determinando la sofferenza di tutta la nazione..

Ammesso e non concesso che si abbia a che fare con una immane tragedia sanitaria, è sicuro che questa panoplia di misure di blocco, causerà una catastrofe economica. La peggiore della storia patria. Una catastrofe sociale che farà, vedrete, più morti di COVID-19. La verità è che per debellare la malattia di alcuni, si è scelto infatti il suicidio di stato di un’intera nazione. Delle disastrose conseguenze di questa morte nazionale indotta ne riparleremo presto, fra qualche mese. Poi faremo i conti.

Come l’inferno è lastricato di buone intenzioni, tutto questo meccanismo viene giustificato in nome della vita, ha la sua fonte morale di legittimazione nell’amore per la vita. Ho sentito dire, da gente sana di mente, che non c’è da stupirsi che Gran Bretagna, Olanda, paesi nordici e Germania non abbiano seguito la via italiana (che per inciso è più severa della fulgida democrazia cinese)… “perché sono dei protestanti i quali, credendo nella predestinazione, se ne fregano dei valori morali, mentre noi no, essendo di tradizione cattolica,  ci teniamo al rispetto per i deboli, gli emarginati ed i malati”.

Qui abbiamo la prova lampante che ogni giudizio di natura politica, per quanto abbia come oggetto una questione particolare, deve legittimarsi — prima ancora che con discutibili paradigmi scientifici —, con un principio non solo etico bensì filosofico. In effetti per l’antico testamento degli ebrei “la vita è il sommo bene, e lo è in quanto donatoci da Dio. Non serve essere atei per chiedersi cosa s’intenda per “vita”. La vita come ente meramente biologico? La vita come unità di benessere materiale e spirituale? La vita umana come autodeterminazione o quella delle pietre? Noi, come disse Croce, “non possiamo non dirci cristiani”.

Passi. Ma si tenga almeno conto di quanto venne affermato dal Vaticano II, per cui il valore della vita umana abbraccia le dimensioni sociale, economica, politica, culturale, morale e familiare — di qui il concetto olistico e onnilaterale di “salute pubblica” che molti aspetti contiene, tra cui anche quelli delle  libertà personali e dei diritti politici soppressi dal governo e senza i quali la vita è solo vita vegetativa. Che vita è, infatti, quella che subiamo? Senza felicità, senza amore, senza fratellanza, senza dignità? E’ forse vita quella che ci costringe a scannarsi l’un l’altro? In cui i nostri stessi corpi sono messi a valore per alimentare il sistema? So cosa mi risponderete: che è meglio piangere in questa valle di lacrime che morire. Col vostro permesso dissento. C’è qualcosa di peggio del coronavirus, è la peste di questo potere predatorio. Sono stanco di piangere e di ascoltare lamenti e mugugni. Io la vita la darei se servisse a rovesciare tutta questa merda e a fondare un mondo di uomini liberi ed uguali. Utopia, mi risponderete. E sia. Mi tengo la mia utopia, voi tenetevi pure attaccati alla macchina di ventilazione che vi tiene artificialmente in vita. Siete già morti e non lo sapete.




COVID-19: LONDRA NON SEGUE LA VIA ITALIANA

«Quanti moriranno di coronavirus nel Regno Unito? Uno sguardo più attento ai numeri

Ciò che le statistiche dell’epidemia finora possono dirci sull’infezione e sui tassi di mortalità

La sorprendente diffusione del coronavirus in tutto il mondo sta causando un comprensibile allarme. Ma anche se è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive su quanti decessi possano verificarsi, le statistiche indicano tendenze generali che possono andare perse nel dramma.

Al momento, una cosa che sembra chiara è che la stragrande maggioranza delle persone che soffrono della malattia sopravviverà.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha stimato che il tasso di mortalità da Covid-19 è del 3,4% circa. Questo è superiore all’influenza stagionale ed è motivo di preoccupazione — ma anche se il dato è cprretto è corretto, oltre il 96% delle persone che vengono infettate dal coronavirus guariranno.

Qualsiasi decesso è, ovviamente, devastante per le famiglie coinvolte. Ma vale anche la pena notare che la stima dell’OMS si basa su infezioni e decessi confermati, il che significa che non tiene conto dei casi lievi che potrebbero non essere diagnosticati — casi che abbasserebbero il tasso di mortalità.

In effetti, gli esperti affermano che, in realtà, è probabile che il tasso di mortalità sia più vicino all’1% o anche meno. In altre parole, oltre il 99% di coloro che vengono infettati dovrebbero sopravvivere.

E non tutti saranno infettati. Secondo il responsabile medico per l’Inghilterra, il professor Chris Whitty, lo scenario peggiore è che circa l’80% della popolazione del Regno Unito venga infettata. Ma ciò non significa necessariamente che ci saranno 500.000 morti — come ci si aspetterebbe da un tasso di mortalità dell’1%.

Uno dei motivi è che la cifra dell’80% è una stima. “Questo è un numero del tutto ipotetico”, ha detto Whitty alla conferenza stampa, aggiungendo che non si sa quante persone alla fine si sarebbero infettate.

Un altro fattore che influenzerà il numero di morti, e quindi il tasso di mortalità, è chi viene infettato. Secondo i dati dei Centri Cinesi per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, quelli di età compresa tra 10 e 39 anni hanno un tasso di mortalità dello 0,2%, mentre quelli sui 60 anni hanno un tasso di mortalità del 3,6%. Per quelli di età pari o superiore a 80 anni ciò aumenta a quasi il 15%.

Mentre tali cifre possono sembrare allarmanti, in particolare per gli anziani, significa che se la diffusione di Covid-19 alle popolazioni più vulnerabili può essere prevenuta, o almeno limitata, ci saranno molte meno morti di quanto altrimenti previsto.

In altre parole, è fondamentale proteggere i vulnerabili,  compresi quelli con condizioni di salute critiche.

Gli esperti attualmente mettono in guardia dal fare eccessivo affidamento sulle cifre del Regno Unito. Venerdì mattina ci sono stati 798 casi confermati di Covid-19 nel Regno Unito e 10 morti — sebbene il primo ministro, Boris Johnson, abbia suggerito che ben 10.000 persone nel Regno Unito potrebbero essere già state infettate dal virus.

Semplicemente guardare l’attuale istantanea può essere fuorviante — a causa del ritardo tra infezione, malattia e morte, coloro che sono già morti sarebbero stati infettati in precedenza, quando il numero di casi era inferiore, mentre si è verificato anche un rapido aumento in nuovi casi.

«È ancora tecnicamente precoce [nello scoppio]. Non si è del tutto sicuri se i casi e le morti siano rappresentativi di come andrà a finire nel lungo termine», ha affermato il dott. Michael Head, ricercatore senior in sanità globale dell’Università di Southampton. «Man mano che andiamo avanti, avremo sostanzialmente dati migliori», ha aggiunto.

Una cosa che è chiara è che i tassi di mortalità differiscono da paese a paese. Attualmente, è stato stimato che l’Italia abbia un tasso di mortalità superiore al 6%, mentre in Corea del Sud il tasso di mortalità è stato stimato al di sotto dell’1%.

È difficile deselezionare esattamente cosa c’è dietro tali differenze. Tuttavia, possono essere in gioco numerosi fattori, tra cui il numero di persone sottoposte a test: i test aggressivi possono segnalare casi più lievi che altrimenti sarebbero andati persi, il che significa che il tasso di mortalità grezza è inferiore.

In effetti si ritiene che il coronavirus circoli inosservato nel nord Italia da metà gennaio, mentre sono state necessarie ripetute visite in ospedale prima che a un uomo di 38 anni con sintomi sia stato diagnosticato Covid-19.

Altri fattori includono, il tipo di misure di sanità pubblica utilizzate, e la demografia della popolazione. L’Italia ha una grande quota di popolazione anziana — circa il 23% della popolazione ha più di 65 anni — ed è noto che le persone anziane sono maggiormente a rischio di Covid-19.

In breve, Boris Johnson ha ragione nel dire che il bilancio delle vittime nel Regno Unito aumenterà. Ma, a questo punto, non è possibile fare una cifra su quanti moriranno. Se le misure di sanità pubblica avranno successo, si spera che la stragrande maggioranza sarà risparmiata».

* Fonte: The Guardian del 13 marzo

** traduzione a cura di SOLLEVAZIONE




NELLE VISCERE DELLO PSICODRAMMA di Piemme

«Per salutem autem intelligi debet non sola vitae qualitercunque conservatio, sed quatenus fieri potest vita beata».
Thomas Hobbes, De cive, Editori Riuniti, 1989, p. 196

«Dalle prime luci dell’alba ci sono oltre 40mila tra carabinieri, poliziotti e finanzieri a controllare gli spostamenti degli italiani. Agli agenti di polizia occorre aggiungere l’Esercito, che conta, esclusi i 14mila soldati impegnati all’estero, 165mila effettivi disponibili».

Così le agenzie. La voglio dire in un’altra maniera: vita associata abolita, libertà individuale sequestrata, democrazia temporaneamente soppressa. Non c’era mai stata in Italia una simile militarizzazione del territorio, una mobilitazione repressiva di tale ampiezza e contundenza, a conferma dello “Stato d’eccezione” che ha sigillato il Paese, trasformandolo in un immenso reclusorio.

Si dice che siano le prove generali della dittatura. Forse è troppo. A loro signori basta che siano le prove generali del “governissimo”, Draghi o non Draghi a capo dell’Esecutivo. Di sicuro siamo davanti ad un atto eversivo, anticostituzionale, ad un auto-golpe mascherato.

Non a caso le opposizioni di destra per prime han chiesto di mettere sotto chiave il Paese, di qui l’assist al governo Conte bis. Di che stupirsi? Mica Salvini e la Meloni, che hanno costruito il loro successo sventolando la bandiera del sicuritarismo manettaro, potevano farsi sfuggire la ghiotta occasione!

Confesso che avevo sottovalutato la dimensione della tempesta in arrivo. Il 25 febbraio scorso mi ero soffermato sulla “assordante campagna allarmistica”, sostenendo che essa, assieme al panico ed alla paura, alimentava  “il rimbambimento di massa, la sterilizzazione politica della democrazia, la quale vive di cittadini consapevoli e coraggiosi”. Mi sbagliavo, siamo messi molto peggio di così.
Quelli che stanno in alto hanno voluto terrorizzare il popolo, ed il popolo, in larga parte è terrorizzato, con le spalle al muro, annichilito.

A chi altri fa comodo, questa clausura, se non al potere ed alla sua cieca volontà di potenza e sopravvivenza.

E c’è invece chi scambia e confonde questa determinazione al comando di chi sta sopra, con il legittimo bisogno di sicurezza di chi sta sotto. Sbagliato! Chi così ragiona, che se ne renda conto o meno, è prigioniero (dalla parte sbagliata) del dilemma sicurezza-libertà. Nello “Stato d’eccezione”, tertium non datur, o l’uno o l’altro. La Cina insegna, ci dicono.

Non è così. Una Repubblica democratica potrebbe e dovrebbe evitare che l’una, la sicurezza, come un Moloch, divori l’altra, la libertà.

E vengo così alla citazione di Hobbes: “Per salute non si deve intendere soltanto la conservazione della vita, a qualsiasi condizione, ma una vita per quanto possibile felice». E’ esatto! Non si deve accettare, col motivo di preservare la salute pubblica, di rendere la vita di tutti infelice, sacrificando quindi  la libertà e  saturando ogni spazio di vita associata.

Come è stato scritto su questo Blog citando Foucault, ciò accadeva ai tempi della peste, quando il sistema capitalistico muoveva i suoi primi passi. Cina e Italia, come in un inquietante e circolare ritorno alla genesi, sono diventati laboratori sociali di sperimentazione di clausura e segregazione di massa.

C’è solo un problema, la peste non c’è. Il potere invece, coi suoi tentacoli, quello c’è, e come.

Staremo a vedere come andrà a finire questo psicodramma, sento che ci riserva delle sorprese. “Di quali sorprese parli mai, che il popolo non è mai stato così pesantemente narcotizzato?” Non lo so nemmeno io. Forse le rivolte scoppiate nelle carceri, ovvero nel luogo dove il potere esercita e concentra il suo prepotente comando sulla vita, sono solo il sintomo di ciò che potrebbe accadere anche fuori….




EMERGENZA: LIBERIAMO L’ITALIA PROPONE

Mentre l’Italia è doppiamente sconvolta dall’epidemia del Corona-virus e dai draconiani dispositivi biopolitici di clausura, sorveglianza e sanzione; mentre il contagio si diffonde minaccioso in tutta Europa; mentre bussa alle porte una recessione più devastante di quella del 2009-2014, l’Eurogruppo (i Ministri delle Finanze dei 19 stati dell’eurozona) che si riunirà il prossimo 16 marzo, nel suo ordine del giorno, discuterà anzitutto di M.E.S. e banche, e solo per ultimo la questione dell’epidemia.

Nemmeno davanti a quella che si ritiene una minaccia gravissima alla salute pubblica i tetragoni burocrati che guidano l’Unione europea hanno il buon senso di cambiare la loro agenda.

Chiediamo che il Parlamento italiano si riunisca immediatamente per:

a.    Dare mandato al governo italiano di esigere che l’Eurogruppo discuta anzitutto dell’emergenza sanitaria Covid-19 affinché sia concesso agli Stati di farvi fronte, scardinando così gli assurdi vincoli di bilancio eurocratici i quali, oltre ad avere causato tagli esiziali al sistema sanitario così come allo stato sociale, se rispettati affosserebbero il nostro Paese;

b.    Di vietare al Ministro dell’economia Gualtieri di sottoscrivere sotto qualsiasi forma il Trattato del M.E.S.

c.    Chiediamo inoltre, tenuto conto della situazione d’emergenza, che dia mandato al governo di approvare con Decreto d’urgenza un piano economico che preveda lo stanziamento di almeno 30-40 miliardi per fare fronte alle immediate necessità del nostro Paese, cioè almeno cinque volte di più di quanto già deciso. E che lo stanziamento sia immediatamente operativo, vogliano o non vogliano a Bruxelles.

d.     che sia garantita la sospensione degli obblighi fiscali, inizialmente prevista per le sole zone rosse e per un arco di tempo assai limitato, e un adeguato sostegno al lavoro dipendente, alle partite iva, lavoratori autonomi ed alle aziende.

Ove i partiti dell’attuale maggioranza fossero sordi a queste richieste; ove i partiti rifiutassero di riunire in seduta d’urgenza il Parlamento; ove il governo, invece di difendere la Patria ferita ed i suoi cittadini, decidesse la via dell’abdicazione, una grande mobilitazione di popolo si renderà necessaria per mandarlo a casa, quale esercizio del diritto-dovere di resistenza contro atti eversivi che violino la libertà ed i diritti garantiti dalla Costituzione del 48.

Si faccia fronte all’emergenza sanitaria senza sospendere la democrazia e la vita sociale!

Basta ai criminali vincoli dell’Unione Europea!

Riprendiamoci la Sovranità Nazionale! 

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

9 marzo 2020

Fonte: Liberiamo l’Italia




COVID-19: COSA CI DICONO I NUMERI? di Leonardo Mazzei

Sabato sera il governo ha deciso di “chiudere”, con misure più severe, la Lombardia ed altre 14 province del nord. Sedici milioni di italiani vivranno quindi, almeno fino al 3 aprile, in una condizione simile a quella delle ristrette “zone rosse” decretate già due settimane fa.

Dopo la chiusura delle scuole, decisa quattro giorni orsono, siamo dunque ad un nuovo tornante dalle serie conseguenze per il futuro del nostro Paese. E’ evidente come nel governo sia passata la linea dell’estrema drammatizzazione. Ma qual è la portata effettiva dell’epidemia in corso?

No al catastrofismo

Per cercare di capirlo è opportuno ricorrere ai numeri, ragionando sulle cifre note ed ufficiali. Indubbiamente i numeri non sono tutto, ma ci dicono comunque molte cose. Analizzarli è dunque necessario.

I raffronti con precedenti epidemie dell’ultimo secolo sono abbastanza noti, ma riassumiamoli in breve. L’influenza “spagnola” H1N1 (1918-1920) provocò la morte di 50-100 milioni di persone su un totale di 500 milioni di ammalati (il 25% della popolazione mondiale di allora). La meno grave “influenza asiatica” H2N2 (1957-1960) causò pur sempre due milioni di vittime; mentre le stime sulla successiva “influenza Hong Kong” H3N2 (1968-1969), probabilmente una mutazione del virus dell’asiatica, vanno da un minimo di 750mila ad un massimo di due milioni di morti. Ad oggi i dati del Covid 19, aggiornati a domenica 8 marzo, ci parlano di 106mila contagiati e 3.594 vittime. Da quattordicimila a ventottomila volte meno che nella “spagnola”, 556 volte meno che nell’asiatica, da 208 a 556 volte meno dell’influenza Hong Kong. Tutto ciò senza considerare il notevole aumento della popolazione mondiale avvenuto nel frattempo, che (se calcolato) distanzierebbe ulteriormente le diverse incidenze di queste epidemie. Di fronte a questa gigantesca sproporzione con le pandemie del recente passato, è davvero giustificato l’attuale catastrofismo? A mio modesto parere, assolutamente no.

Giusto per dare un’idea, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), nell’influenza del 1968-69:

«In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi».

Ventimila, è chiaro? Eppure l’informazione di allora fu tutt’altro che allarmistica. Questo video ce lo illustra in abbondanza.

Perché oggi tanto catastrofismo e cinquant’anni fa, quando probabilmente sarebbe stato più giustificato, l’esatto contrario? Ecco una domanda davvero interessante.

Certo, gli odierni catastrofisti possono sempre dirci (ed in effetti lo fanno) che siamo solo all’inizio, che il peggio deve sempre venire. Ovviamente nessuno ha la sfera di cristallo per sapere quel che avverrà nei prossimi mesi, tuttavia i numeri di queste settimane qualcosa già ci di dicono.

La virologa Ilaria Capua, già parlamentare di Scelta Civica, parlando apertamente di pandemia usa queste parole:

«Lo studio del collega Lipsitch di Harvard dice che potrebbe essere infetto il 60 per cento della popolazione della terra. La forbice di incertezza è gigantesca».

Appunto, la forbice di incertezza… Di fronte a certe sparate vorrei sommessamente ricordare due fatti. Il primo è che anche in occasione della Sars (2002-2003) si parlò di possibile pandemia, poi tutto finì con 8.096 casi e 774 decessi, mentre molti di noi ricorderanno pure gli allarmi sproporzionati per l’aviaria e la “suina”. Il secondo fatto è che con l’attuale numero giornaliero di casi su scala planetaria (mediamente circa tremila negli ultimi giorni), servirebbero 4mila anni per raggiungere i 4,5 miliardi di esseri umani ipotizzati dallo studio citato dalla Capua.

Naturalmente, anche su questo, i catastrofisti possono sempre affermare (ed in effetti lo fanno) che i numeri attuali nulla ci dicono, dato che la crescita dei casi non è lineare bensì esponenziale. Ma è davvero così? Assolutamente no. Almeno su scala planetaria, almeno fino ad oggi, fortunatamente non è così.

Le responsabilità politiche dei governi dell’austerità eurista

Prima di passare ad alcuni dati, chiariamo bene un punto. Quanto affermiamo non vuol certo sminuire la solidarietà con chi soffre, tantomeno il dolore per le persone decedute e per le loro famiglie. Né vuole sminuire gli enormi problemi cui sono sottoposte le strutture ospedaliere, in particolare quelle della Lombardia. Ma non possiamo neppure trattare quest’ultimo capitolo prescindendo dai tagli imposti alla sanità negli ultimi 10 anni: 37 miliardi di euro e 70mila posti letto in meno a causa delle politiche austeritarie imposte dai dogmi euristi.

Speriamo proprio che non si arrivi a tanto, ma se davvero i posti di terapia intensiva dovessero esaurirsi, chiara sarà la responsabilità politica di chi ha governato in questi anni. Altro che vantarsi delle cosiddette “eccellenze” (che pure ci sono) del sistema sanitario nazionale! La verità nuda e cruda è che, taglia oggi e taglia domani, l’Italia è arrivata ad avere 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania. Anche in materia di posti in ospedale, che in alcuni casi può fare la differenza tra la vita e la morte, l’Unione Europea è del tutto asimmetrica. E sappiamo tutti come ciò non sia per nulla casuale. Quel che è certo è che ai tempi della lira almeno problemi di posti letto non ci sarebbero stati, mentre ai tempi dell’euro ci sono eccome…

I dati ufficiali del Covid 19

Torniamo adesso ai dati ufficiali dell’epidemia in corso, ripartendo dalla domanda sulla sua pretesa crescita esponenziale.

Sul Corriere della sera di ieri Giorgi Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, lancia l’allarme: i contagi raddoppiano in 2,5 giorni e quadruplicano ogni 5. Detta così parrebbe una certezza assoluta, ma i dati ci dicono altro.

Esaminando gli ultimi 4 giorni (dal 4 all’8 marzo) scopriamo una realtà ben diversa e differenziata. Prendendo in considerazione 6 paesi tra quelli con il maggior numero di positivi si scopre che l’incremento è stato più alto in Francia (+ 347%), in Iran (+ 149%) ed in Italia (+ 135%); assai più basso in Giappone (+ 57%) e Corea del Sud (+ 34%). Clamoroso poi il dato della Cina, che nei quattro giorni suddetti ha registrato un modestissimo + 0,6%, con soli 44 casi nella giornata di ieri.

Il dato italiano, pur se inferiore, non è molto distante da quello indicato da Parisi, ma la grande differenziazione tra questi paesi ci indica velocità di raddoppio estremamente variabili. Ad esempio, con questo ritmo, per raddoppiare gli 80mila casi attuali alla Cina servirebbero più di due anni, alla Corea del Sud dodici giorni, all’Italia tre, alla Francia due. Cosa ci dice tutto ciò? Ci dice che ad un certo punto la curva esponenziale rallenta. La Francia, dove l’inizio dell’epidemia è più recente ha il massimo della crescita. La Cina, cioè il luogo da cui tutto è partito, ha invece il minimo. Corea del Sud e Giappone, dove il virus è arrivato subito dopo, stanno nella parte medio bassa della crescita. Italia ed Iran, dove il Covid 19 è arrivato più tardi, stanno invece in quella medio alta.

Tutto bene dunque? Assolutamente no. Chi scrive non ha certo la pretesa di conoscere meglio degli esperti quel che può attenderci. I dati ufficiali, però, sono questi. E tenerli a mente – sempre ricordando come sono finiti i catastrofici allarmi delle altre presunte pandemie del XXI secolo – non sarà male in questi giorni di psicosi alimentata dai media.

Naturalmente, qualcuno ci dirà a questo punto che lo straordinario risultato cinese è il frutto delle misure draconiane adottate a Wuhan dal governo di Pechino. In una certa misura sarà sicuramente così, ma – a parte il fatto che la Cina è grande e non si esaurisce con la provincia di Hubei – come spiegare allora il declino dei casi giornalieri in Corea del Sud?

I dati ufficiali sono attendibili?

 A questo punto del discorso bisogna però farsi una domanda. Finora abbiamo utilizzato soltanto i dati ufficiali, e del resto non potevamo fare altrimenti. Ma quanto sono attendibili questi dati? Ci facciamo questa domanda non per discutere la minore o maggiore attendibilità di questo o quel paese (che evidentemente c’è), né le diverse metodologie usate ed i diversi calcoli politici di ognuno, tantomeno gli inevitabili errori statistici. Tutto ciò è rilevante, ma resta comunque ben poca cosa rispetto ad un altro problema: il numero dei casi reali è probabilmente molto più alto di quelli ufficiali.

C’è un fatto che tutti avranno notato. Limitandoci all’Italia, su 5.800 positivi al Coronavirus troviamo Zingaretti, il governatore del Piemonte Cirio, il Capo di Stato maggiore dell’esercito, diversi sindaci tra i quali quello di Piacenza, i prefetti di Bergamo e Brescia, il questore di Bergamo, un assessore regionale lombardo, una collaboratrice di Fontana e financo un agente della scorta di Salvini. Ma questa situazione non è solo italiana: positivo Sepulveda, ma pure 23 parlamentari iraniani e 3 membri dell’assemblea nazionale francese.

Ora, escludendo che il virus abbia una sua particolare intelligenza, è mai possibile che esso si accanisca particolarmente con i personaggi pubblici e con chi gli sta accanto? E’ chiaro come questo alto numero di positivi nei palazzi del potere dipenda essenzialmente dal fatto che in quegli ambienti, a differenza che altrove, i tamponi si fanno senza troppi problemi.

Se questo è vero, e ci pare difficile ipotizzare il contrario, ciò significa che il numero reale dei positivi è decisamente più alto di quello ufficiale. Apparentemente questa considerazione di buon senso sembrerebbe portare acqua al mulino dei catastrofisti, ma non è esattamente così. Infatti, se il numero dei casi è sensibilmente più alto, ciò significa che il tasso di mortalità è decisamente più basso di quello oggi indicato. Ovviamente nessuno può dire quale sia il rapporto tra i casi ufficiali e quelli effettivi. Uno a dieci? Uno a cinquanta? Uno a cento? Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai, ma se per ipotesi questo rapporto fosse da uno a trentacinque ecco che il tasso di mortalità del Covid 19, scendendo dal 3,5% allo 0,1%, eguaglierebbe esattamente quello delle normali influenze stagionali.

Ovviamente, qui siamo solo nel campo delle ipotesi, ma questo ragionamento ci serve a dire che i casi sono due e solo due: o i contagiati sono davvero pochi, come dicono le cifre ufficiali; o sono invece molti di più, ma in quel caso il tasso di mortalità andrebbe rivisto decisamente al ribasso. Delle due l’una, anche se questa considerazione non può consolarci più di tanto.

Due parole ai complottisti

 Prima di concludere due parole le voglio dire ai complottisti. La maggioranza di costoro ha interpretato l’intera vicenda del Coronavirus come un attacco alla Cina. Adesso, a meno di due mesi dall’inizio di questa storia, la Cina si sta rimettendo in piedi, mentre l’epicentro dell’epidemia si è spostato in Europa. Come esito di un complotto anti-cinese niente male!

Ma c’è una ragione più profonda per contestare il complottismo. I virus esistono, l’umanità ci convive da sempre e sarà così anche in futuro. Perché non partire da questa semplice, perfino banale verità? La mia impressione è che ci sia di mezzo l’attuale deificazione della scienza, che fa pensare (sbagliando) che le malattie infettive siano solo un problema del passato.

I grandi progressi scientifici del nostro tempo, che sarebbe ridicolo negare, portano infatti a due ragionamenti, opposti ma convergenti nella comune lettura catastrofista di quel che accade. Siccome si ritiene erroneamente che la scienza possa tutto, se essa non riesce a contenere questo virus – pensano in tanti – allora vuol dire che siamo di fronte alla catastrofe. Se la scienza, considerata comunque onnipotente, non lo sconfigge – obiettano altri (i complottisti) – significa che in alto qualcuno non vuole farlo. In un caso, come nell’altro, saremmo al disastro totale.

Ora, i ragionamenti sui numeri del contagio proposti in questo articolo saranno certamente discutibili, ma il loro scopo è solo quello di ristabilire il senso della misura. Il che non significa negare il problema, ma vederlo nella sua effettiva dimensione, unico metodo che conosciamo per affrontarlo con scelte razionali, non con l’improvvisazione, tanto meno con quel panico che tanto piace ai dominanti della nostra epoca.

Per cosa dobbiamo batterci?

Ci sarà modo per tornare sulle enormi conseguenze economiche del Coronavirus e della sua gestione politica. Qui sottolineiamo invece agli aspetti più evidenti della crisi sanitaria in atto.

Prima ancora che a chiudere, con misure di dubbia efficacia, alcune aree del Paese, il governo avrebbe dovuto affrontare con decisione il tema dei posti letto, soprattutto di quelli nei reparti di terapia intensiva. Tutto ciò significa spazi, macchinari e personale adeguato da reperirsi in brevissimo tempo. E’ stato fatto? Lo si sta facendo? Speriamo di sì, ma la cosa non è così chiara.

Il Coronavirus non è la tragedia epocale che si vorrebbe, ma proprio per questo è grave che sia bastato così poco per mandare in tilt il sistema sanitario. Adesso si assumeranno alla rinfusa ventimila persone tra medici e infermieri, dopo anni di tagli senza tregua e dopo aver insistito sul numero chiuso nelle facoltà di medicina. E’ pazzesco che per arrivare ad invertire la follia austeritaria di un lungo decennio sia stato necessario un virus venuto dall’Asia.

Quel che dobbiamo fare in questo momento è batterci affinché sia garantita la migliore assistenza a tutti i malati, affinché gli operatori sanitari possano lavorare in sicurezza, per tornare al più presto a condizioni di normalità tali da impedire un tracollo economico senza precedenti.

Per ottenere questi risultati è necessario rompere con le regole europee. Gli spazi di “flessibilità” finora concessi dall’UE non solo non sono sufficienti, sono sinceramente risibili ed offensivi per il popolo italiano. Prenderne atto, e procedere con le rotture necessarie, è la prima cosa da fare. Il primo obiettivo di chi vuol superare questa crisi, insieme a quella più generale che da dodici anni opprime il popolo lavoratore del nostro Paese. Senza catastrofismi sempre amici del potere, ma con la consapevolezza del bivio che ci si para davanti: o un governo di emergenza frutto di una sollevazione popolare, o una svolta autoritaria verso un nuovo esecutivo tecnocratico ed oligarchico. I prossimi mesi saranno decisivi.

Post Scriptum

Come già specificato, questo articolo si basa sui dati dell’8 marzo. Quelli di stamattina, 9 marzo, ci confermano comunque quanto scritto. L’epidemia è in crescita in Italia e (in misura minore, ma sappiamo come i dati vengano trattati in maniera diversa) in parecchi paesi europei. E’ invece quasi del tutto sconfitta in Cina, ed in forte regressione in Corea del Sud, mentre anche in Iran il numero dei nuovi casi giornalieri sembrerebbe stabilizzarsi. A livello globale non c’è dunque la temuta crescita esponenziale. Decisamente una buona notizia, anche se questo non fermerà di certo un catastrofismo in grado di fare più danni dell’epidemia stessa.




SOTTO IL SEGNO DELLA MORTE di Moreno Pasquinelli

Ho già avuto modo di commentare lo “Stato d’eccezione” a cui il governicchio Conte Bis ha sottoposto l’intero Paese con il Decreto legge del 2 marzo. Il nuovo approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri — quello con cui la Lombardia e altre quattordici province vengono sigillate e blindate come zone rosse — si presta ad ulteriori riflessioni  politiche. Politiche sottolineo, visto che quelle impolitiche, congetturali, superficiali se non addirittura stravaganti, vanno purtroppo per la maggiore.

*   *   *

Corona virus ha messo a nudo, assieme alla fragilità dell’Unione europea il carattere transeunte della globalizzazione. Gli Stati per far fronte all’epidemia, come non hanno fatto nemmeno davanti ai flussi migratori, si blindano, difendono i propri confini e ristabiliscono d’imperio la loro giurisdizione. Sono molti anni che lo andiamo dicendo: la crisi della globalizzazione riporta in auge gli Stati nazionali, le loro prerogative, a danno di quelle dei poteri mondiali o regionali sovraordinati. Questa è la tendenza oggettiva, inarrestabile e per questo mettevamo in guardia (euro o non euro) che eravamo dentro un passaggio di portata storica, forse epocale.

La battaglia ritorna in campo nazionale, è qui che si gioca la partita. La posta in palio sarà quindi la natura degli Stati che verranno fuori chiusa questa fase concitata di transizione. Avremo, dopo la parentesi neoliberista, mutatis mutandis, stati di tipo fascista o stati democratici?

*   *   *

Ci si chiede come sia possibile che un governicchio tanto traballante possa ricorrere ad una prova così muscolare e violenta. Consiglio di attenersi al principio metodologico di Occam che dice che ai fini della risoluzione di un problema, bisogna scegliere, tra più ipotesi possibili, quella più semplice — a meno che non sia necessario e utile prendere in considerazione più fattori. Qual è dunque quella più semplice? Per saperlo occorre immaginare quale sarà la situazione dopo che, com’è lecito attendersi, l’epidemia avrà fatto il suo corso, lo spettro della pandemia si sarà volatilizzato, e la vita l’avrà spuntata sulla morte. Il governicchio s’intesterà la vittoria, dirà ai quattro venti che le misure draconiane adottate hanno avuto pieno successo, che l’allarmismo era giustificato dal pericolo incombente. E così non avremmo più un governicchio ma un super-governo, e tutto il sistema di dominio ne sarà uscito più forte. Non dico che così andrà necessariamente a finire — il diavolo fa le pentole…; dico che con questa finalità ci spieghiamo le micidiali decisioni prese a Roma.

Si badi, dietro a tutto questo non c’è solo la meschina volontà di sopravvivenza del governo e chi ne fa parte, c’è anzitutto la volontà di potenza del sistema, le cui necessità e linee di forza s’impongono alle spalle dei suoi attori protagonisti. Un po’ come sosteneva Gadamer: il gioco ha le sue regole, che in ultima istanza prevalgono sui giocatori e impongono loro certe mosse.

Una recessione lunga e devastante era in arrivo (il Covid-19 l’ha solo avvicinata), il sistema avrà bisogno come il pane di governi e stati forti, in grado di attuare e far rispettare misure letali, quindi di far fronte all’eventuale sollevazione popolare. Ecco che l’epidemia è venuta a fagiolo per sperimentare nuovi dispositivi di controllo e dominio, nuovi metodi di assoggettamento dei cittadini, nuove modalità per imporre stringenti vincoli disciplinari, forme verticali di sorveglianza e sanzione. Come i dominanti stanno utilizzando l’epidemia conferma quanto scrisse Michel Faoucault: a differenza delle forme di potere premoderne, il potere capitalistico-borghese non usa la minaccia dell’uccisione e della pena di morte per tenere soggiogate le masse, ma s’infila nei loro corpi per assumerne il pieno controllo e diventare esso ciò che dispensa la vita, la potenza che la vita assicura, contro la minaccia della morte (biopolitica).

Per esercitare questo biopolitico potere sulla vita esso deve esasperare e drammatizzare l’emergenza sanitaria. Questo è ciò che, come in Cina, viene fatto in Italia. In barba ai “prodigiosi progressi” della scienza e della medicina, si attuano gli stessi rituali di esclusione, i medesimi protocolli (politici) di clausura, di auto-esilio, di sorveglianza, di coercizione e incasellamento disciplinare che vennero sperimentati davanti alla peste.

«Questo spazio chiuso, tagliato con esattezza, sorvegliato in ogni suo punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono controllati e tutti gli avvenimenti registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scritturazione collega il centro alla periferia, in cui il potere si esercita senza interruzioni, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito tra i vivi, gli ammalati, i morti — tutto ciò costituisce un modello compatto di dispositivo disciplinare. Alla peste risponde l’ordine; la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. Contro la peste che è un miscuglio, la disciplina fa valere il suo potere che è di analisi (…)

La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina. Dietro i dispositivi disciplinari si legge l’ossessione dei “contagi”, della peste, delle rivolte, dei crimini, del vagabondaggio, delle diserzioni, delle persone che appaiono e scompaiono, vivono e muoiono nel disordine».

Michel Foucault, Sorvegliare e punire, parte terza, cap. terzo




NON E’ VERO UN CAZZO

Vi manca solo lui, inesorabile è sceso in campo. Parliamo di Mattarella, che ha giustificato la sospensione del poco che restava della democrazia, quindi l’atto con cui il governo che ha dichiarato un de facto Stato d’eccezione. Era necessario mettere il Paese in quarantena? No, e non lo diciamo solo noi…

*  *  *

DI CHE EPIDEMIA STIAMO PARLANDO
Di Giulio Tarro*

“Care Mamme e cari Papà,
la sintomatologia di questa sindrome respiratoria da coronavirus viene considerata moderata per la maggior parte dei casi come un semplice raffreddore, che può però approfondirsi a livello bronco polmonare e dare una polmonite “mite”, secondo il centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, dichiarazione effettuata a fine febbraio dopo l’osservazione di circa 90mila casi.

Il rischio rappresentato dal COVID-19 è sostanzialmente uguale a quello delle tante epidemie influenzali che si registrano ogni anno senza per questo provocare scalpore.

Veramente, nel 1973, quando scoppiò il colera a Napoli, al di là di qualche folkloristica “barricata”, notai soprattutto confusione che avveniva in una città certamente preoccupata, ma che non vedeva l’attuale arrembaggio dei supermercati da parte di persone che, evidentemente, temono di dover morire di fame.

Panico generalizzato invece nel 1978 durante la malattia che colpì per lo più i bambini tra uno e due anni di vita affetti da bronchiolite, anche per sciagurate diagnosi e terapie, che cominciò a trasformarsi sui giornali in una epidemia di male oscuro che terrorizzò la popolazione finchè io scoprii il virus respiratorio sinciziale che la provocava.

Adesso facciamo un esempio. Ogni anno muoiono in Italia circa diecimila persone (per lo più anziane o affette da qualche patologia pregressa) per virus influenzale.

La cosa non fa notizia, soprattutto perché queste morti sono disseminate in tutto il territorio nazionale.

Immaginiamo ora che tutte le persone a rischio vengano ricoverate in un paio di posti, magari circondati da giornalisti alla ricerca di qualche scoop.

La conseguente “epidemia di influenza che può causare la morte” spingerà innumerevoli persone (ogni anno sono colpiti da sindrome influenzale circa sei milioni di Italiani) a pretendere analisi ed una assistenza impossibile ad ottenere.

Intanto dobbiamo staccare la spina ad una “informazione” ansiogena e ipocritamente intrisa di appelli a “non farsi prendere dal panico”. E questo, soprattutto, per permettere alle strutture sanitarie interventi mirati.

Quali questi debbano essere non mi permetto qui di suggerirli in quanto, nonostante lo sfascio del Sistema Sanitario Nazionale, abbiamo ancora in Italia ottimi esperti. L’importante è che siano lasciati in grado di lavorare.

Bisogna considerare che oltre il 99% delle persone che vengono contagiati dalla malattia guariscono ed i loro anticorpi neutralizzano il virus e possono pertanto essere utilizzati per i contagiati più gravi.

Come prevenzione si suggerisce quanto già conosciamo per raffreddore ed influenza: frequente ed approfondito lavaggio delle mani e del viso, coprirsi con il gomito da tosse e starnuti, anche con mascherine ad hoc, stare a casa se ammalati, richiedendo l’immediato intervento sanitario se intervengono difficoltà respiratorie.

Le prospettive a questo punto dipendono dal comportamento epidemiologico tipo prima SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome), esaurendosi e rimanendo una zoonosi nella provincia di origine oppure dando luogo ad epidemie sporadiche come la MERS (Middle East Respiratory Syndrome) e l’influenza aviaria relativamente per pochi individui ovvero, infine, diventando una virosi respiratoria umana stagionale come nel caso dell’ultimo virus influenzale della suina 2009 o degli altri coronavirus regionali meno aggressivi.

Da medico virologo una ultima considerazione: Oggi l’ansia di una intera popolazione si sta concentrando su come tenersi alla larga da questo maledetto virus.

Nessuno o quasi riflette che noi, in ogni momento, siamo immersi in un ambiente saturo di innumerevoli virus, germi e altri agenti potenzialmente patogeni.

E in questi giorni, quasi nessuno ci dice che se non ci ammaliamo è grazie al nostro sistema immunitario il quale può essere compromesso, – oltre che da una inadeguata alimentazione e da uno sbagliato stile di vita – dallo stress, che può nascere anche dallo stare in spasmodica attenzione di ogni “notizia” sul Coronavirus regalataci dal web e TV.

Non vorrei quindi che questa psicosi di massa faccia più danni dell’ormai famigerato Covid-19. Care mamme e cari papà confido nel vostro buon senso e nel vostro amore per i figli.”

* Giulio Tarro, allievo di Sabin e selezionato come Virologo dell’Anno dalla IAOTP International Association of Top Professionals. Nel 1978 fu il virologo che scoprì la causa del cosiddetto “male oscuro di Napoli”, isolando il virus respiratorio sinciziale nei bambini affetti da bronchiolite. Grande ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica]

Sintesi curriculum

Giulio (Filippo Giacomo) Tarro, nato a Messina il 9-7-38 si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli nel 1962, dove ha studiato con il Prof. F. Magrassi problemi di chemioterapia antivirale. Capitano di Corvetta della Marina Militare Italiana e successivamente di Fregata. Già professore di Virologia Oncologica dell’Università di Napoli, primario emerito dell’Ospedale “D. Cotugno”, è stato “figlio scientifico” di Albert B. Sabin. Per primi hanno studiato l’associazione dei virus con alcuni tumori dell’uomo presso l’Università di Cincinnati, Ohio, dove Giulio Tarro è stato collaboratore di ricerca presso la divisione di virologia e ricerche per il cancro del Children Hospital (1965-68) e quindi assistant professor di ricerche pediatriche del College of Medicine (1968-69). Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e del National Cancer Institute (USA) a Frederick, Maryland, è stato antesignano della diagnosi e della terapia immunologica dei tumori e coordinatore dell’ipertermia extracorporea in pazienti con epatite C per il First Circle Medicine di Minneapolis. Ha scoperto la causa del cosiddetto “male oscuro di Napoli”, isolando il virus respiratorio sinciziale nei bambini affetti da bronchiolite. Grande ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica, ha ottenuto numerosissimi riconoscimenti. Tra i molti ricordiamo: il premio Lenghi dell’Accademia dei Lincei, il conferimento delle medaglie d’oro da parte del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministero della Pubblica Istruzione e del Ministero della Salute, diverse cittadinanze onorarie italiane e lauree honoris causa all’estero. Nel 1996 è diventato giornalista pubblicista ed è iscritto all’albo dei giornalisti; ha ricevuto la “scheda di autorità” (autore) del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per le numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative. Presidente a vita della Fondazione de Beaumont Bonelli (DPR 3-1-78) per le ricerche sul cancro e della Commissione sulle Biotecnologie della Virosfera, WABT (Accademia Mondiale di Tecnologie Biomediche) UNESCO. Professore aggiunto del Dipartimento di Biologia alla Temple University di Philadelphia, è stato presidente della Società Consortile della Regione Campania, Centro Tecnologie e Ambiente (CCTA) e della Lega Internazionale dei Medici contro la Vivisezione (LIMAV). Negli anni 1995-98 è stato membro del Comitato Nazionale di Bioetica dalla Presidenza del Consiglio. Nominato, con decreto del Ministro della Salute 20-05-2015, Componente del Comitato Tecnico Sanitario Nazionale nella sezione Lotta contro l’AIDS. Direttore responsabile del Journal of Vaccine Research and Development, Singapore. Ha adottato il figlio Giuseppe, sposato con Antonella, dai quali è nata Giulia.




QUAL È LA RATIO DELLO STATO D’ECCEZIONE? di Moreno Pasquinelli

Non può sfuggire l’enorme portata del Decreto con cui il governo ha deciso di mettere in quarantena l’intero Paese. Una portata che incide su diversi piani: politico, istituzionale, economico, sociale, nonché quello della psicologia di massa.

Di contro allo stesso parere dei sacerdoti della scienza che il governo stesso aveva convocato per avere lumi e decidere il da farsi, esso ha optato per misure draconiane ed estreme, come nemmeno Pechino aveva fatto. In Cina era stata messa in quarantena una provincia, qui in Stato d’assedio è stato messo tutto il Paese.

Col suo sciagurato decreto il Governo ha confermato così al mondo intero che l’Italia, non più la Cina, è il centro mondiale degli appestati e di una fantomatica pandemia.

Con l’alibi della “difesa della salute pubblica” il governo, con un micidiale colpo di maglio, non ha solo messo fuorilegge la vita associata, né solo sospeso la democrazia; esso, tenuto conto del contesto economico già pessimo, ha spinto deliberatamente e scientemente l’Italia nel vortice di una recessione che potrebbe essere ancor più grave di quella di dieci anni fa.

Perché lo ha fatto? Qual è l’intelligenza che sottostà a quello che a tutti gli effetti corrisponde ad un golpe bianco?

Steso un pietoso velo sulle stupidaggini cospirazionistiche — per cui il virus sarebbe stato fabbricato in Occidente e iniettato da perfidi servizi segreti in Cina per annientarla, per poi scopire che colpisce anzitutto l’Occidente medesimo  —, salta agli occhi il paradosso: che questo atto di forza sia compiuto dal un governo traballante e debolissimo.

Ecco quindi la prima risposta: nel Palazzo si è deciso di cogliere la palla al balzo, di approfittare del momento di panico isterico e della paura collettiva del contagio per puntellare il governo e mettere fuori gioco le opposizioni di destra come ogni altra opposizione che dovesse bussare alla porte. Non deve infatti sfuggire il cinico (ma giusto) calcolo tattico: chi potrebbe in questo clima, azzardarsi ad apparire come l’untore? Come sabotatore della sacra unità nazionale?

Ogni rifiuto delle misure draconiane, ogni dissenso verrebbe additato al pubblico ludibrio, e chi se ne facesse araldo, sottoposto a dura sanzione.

Per la prima volta nella storia della Repubblica la democrazia è dunque sospesa.

Perché è stato fatto? Perché tutta Italia in quarantena? Perché sancire che tutto il Paese, al pari del lodigiano, è un focolaio — la qual cosa è evidentemente assurda?

Tra le altre plausibili ce n’è una semplice e una complessa.

Quella semplice: bloccare ad ogni costo l’eventuale contagio perché avrebbe causato il collasso del sistema sanitario — decimato da un ventennio di tagli lineari in nome del rigore di bilancio. Detto altrimenti: le autorità hanno voluto pararsi il culo. Ci sta.

Quella complessa. L’aver drammatizzato potrebbe essere strumentale ad un altro obbiettivo: forzare la mano ai falchi nordici e ordoliberisti dell’Unione europea.

Roma ha scelto deliberatamente la via della drammatizzazione (che accelera l’ingresso in recessione e aggrava il suo impatto) nella speranza di strappare così a Bruxelles, Berlino e Francoforte, una deroga sostanziale alle politiche di rigore economico e di bilancio. Altro che lo zero virgola! Già adesso si vocifera che il governo voglia chiedere uno scostamento sul deficit del 4,2%. Ma non basta questa eventuale manciata di miliardi. Il presidente della Confindustria ha dichiarato ieri che occorre un “piano europeo da 3mila miliardi”. Qui ne ballano quindi, solo per l’Italia, centinaia, quelli necessari nei prossimi anni per evitare la catastrofe economica e sociale. Una catastrofe che sconvolgerebbe i fragili equilibri sociali del Paese, e che porrebbe all’ordine del giorno l’uscita dell’Italia dalla Ue — uscita che a sua volta farebbe saltare la Ue stessa.

Una mossa spericolata dunque, quella del governo. Una scommessa azzardata. Ove la Germania e i suoi satelliti, invece di fare come Pechino — la Banca centrale ha immesso nell’economia 1.220 miliardi di yuan, 173 miliardi di euro; la Cina può farlo perché ha sovranità monetaria, l’Italia se n’è privata e deve elemosinare briciole a poteri sovraordinati — tenessero invece il punto e si rifiutassero di allargare i cordoni della borsa, non accettassero tra l’altro il rischio di condivisione dei debiti sovrani (eurobond e abbandono del dogma del pareggio di bilancio), non c’è alcun dubbio che il governo, e non solo esso, salterà per aria.

Se a Roma (evidentemente anzitutto dalla parti del Pd) hanno deciso di correre questo rischio, ritengono che la mossa abbia speranze di successo. E se questo accadrà vorrà dire che la Ue diventerà un’altra cosa rispetto quello che ora è.

Quale sarà l’esito di questa partita lo vedremo presto, nei prossimi mesi, forse nelle prossime settimane. Noi tendiamo a credere che la prova muscolare dell’attuale governicchio andrà a finire male e l’attuale governicchio ne uscirà con le ossa rotte — col che avremmo una crisi combinata senza precedenti: economica, sociale, politica e istituzionale.

*   *   *

Schmitt sosteneva che «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». [Teologia Politica]

Nella situazione d’emergenza, pur essendo sospeso il diritto ordinario (lo Stato di diritto nella fattispecie) permane sempre l’autorità dello Stato. Anzi, è proprio nella situazione d’emergenza che si manifesta la vera natura della sovranità e l’essenza del diritto. Il sovrano è precisamente colui che ha la prerogativa di decidere lo Stato d’eccezione.

«Il caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue dalla norma giuridica, e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto». [ibidem]

Non c’è dubbio che il governo Conte bis, dichiarando lo Stato d’eccezione, ha compiuto un atto sovrano. Ma di questi atti ce ne sono di due tipi: quello di tipo democratico e il suo opposto. Quello del governo è di questa seconda specie: l’alibi della salute pubblica copre un gesto, secondo chi scrive, eversivo dell’ordinamento costituzionale. Il governo ha posto sì d’imperio la sua sovranità assoluta, ma di contro al popolo, trattato come un branco di buoi da porre in quarantena, mentre persiste in ginocchio davanti all’Unione europea, di cui riconosce la supremazia assoluta nel momento in cui ne implora l’aiuto. L’Unico atto di sovranità democratica sarebbe di recedere dall’Unione europea, riconquistare la sovranità politica e monetaria, nazionalizzare la banca centrale e quindi immettere nell’economia tante nuove lire quante ne servono per evitare la catastrofe sociale ed economica.

Avemmo già centinaia di suicidi a causa della recessione del 2009-2012. Quella in arrivo ne farà molti di più di quanti ne potrà fare il Corona virus. Un giorno non lontano verrà a lorisgnori presentato il conto. Per mezzo della giustizia ordinaria, atrimenti per via di quella straordinaria.

E vedremo se non sarà il popolo lavoratore il sovrano di ultima istanza.