QUALE INTERNAZIONALISMO? di Thomas Fazi

[ martedì 8 ottobre 2019 ]

Il capitale oggi è rappresentano soprattutto da uni e zeri su un computer che si spostano alla velocità della luce da un punto all’altro del mondo, mentre il lavoro è rappresentato da esseri umani in carne e ossa la cui vita è per definizione relativamente stanziale, cioè legata a un determinato territorio e a una specifica comunità. In questo senso mi fa sempre sorridere quando sento parlare di “internazionalizzazione delle lotte” e altri slogan simili. È ovvio che sia auspicabile un’interazione e una collaborazione tra i lavoratori di diversi paesi, ma quello di pensare che la risposta all’internazionalizzazione del capitale fosse “l’internazionalizzazione delle lotte” — o più banalmente “l’internazionalizzazione della democrazia” — ha rappresentato un abbaglio di portata storica per la sinistra occidentale.

Pensare di poter competere con il capitale a livello internazionale è semplicemente assurdo, nella misura in cui questo presupporrebbe la costruzione di istituzioni politiche democratiche globali capaci di governare i processi capitalistici a livello, appunto, mondiale. Ma si tratta di una pia illusione. L’esempio dell’UE dimostra come sia impossibile costruire strumenti di controllo democratico anche solo a livello regionale, figurarsi a livello globale, e come anzi i processi di sovranazionalizzazione — o di mondializzazione che dir si voglia, con cui non intendiamo semplicemente l’internazionalizzazione dei processi produttivi ma la creazione di strutture, organismi e agenzie sovranazionali, di cui l’UE è l’esempio più lampante — abbiano avuto come obiettivo precisamente quello di scardinare le democrazie nazionali e dunque di ridurre la capacità dei cittadini di controllare e regolare il capitale. 

Il fatto che la sinistra, con poche eccezioni, abbia avallato — e continui ad avallare — questi processi in nome di un astratto “cosmopolitismo” rappresenta una delle grandi tragedie del nostro tempo.

Bisogna dunque ripartire dall’ovvietà per cui il conflitto capitale-lavoro non è e non potrà mai essere uno scontro tra due “internazionalismi”, o meglio tra due globalismi, quello del capitale e quello del lavoro, ma assume inevitabilmente la forma di uno scontro tra la logica intrinsecamente globale dell’accumulazione capitalistica da un lato e la logica intrinsecamente territoriale del lavoro dall’altro. 

Per citare David Harvey:

«il conflitto assume inevitabilmente la forma dello scontro fra flussi del capitale e luoghi dell’autoproduzione dei mondi vitali». 

È per questo che innumerevoli lotte sociali e di classe si combattono attorno alla formazione dei luoghi, i quali 

«sono i paesaggi dove si svolge la vita quotidiana, si stabiliscono i rapporti affettivi e le solidarietà sociali e dove si costruiscono le soggettività politiche e i significati simbolici».

Da ciò ne consegue che l’obiezione più ricorrente al “sovranismo di sinistra” — ossia quella secondo cui, nel contesto dell’attuale sistema capitalistico globalizzato, qualunque tentativo di un singolo Stato di resistere alla logica capitalistica sarebbe velleitario — risulta del tutto infondata a mio avviso: al contrario, ancora oggi lo Stato nazionale è l’unico strumento capace di resistere all’illimitata estensione geografica del dominio capitalistico, non solo per il fatto di essere democratizzabile, a differenza delle istituzioni sovranazionali, ma anche per il fatto di essere espressione di una specifica comunità territoriale, e dunque di permettere ai vari popoli e alle varie comunità di resistere al dominio capitalistico secondo le proprie modalità e specificità. 

Questo non implica affatto l’abbandono di una prospettiva internazionalista, ma vuol dire avere ben chiara la distinzione tra cosmopolitismo di sinistra — cioè l’idea per cui la lotta di classe si rivela in ultima istanza lo strumento per realizzare il trionfo dell’individuo razionale universale, indipendentemente dalle sue radici culturali, storiche ecc. — e reale internazionalismo, che dovrebbe invece fondarsi sulla relazione fra comunità diverse che si riconoscono reciprocamente quali portatrici di forme di vita legittime.




LUCIANO CANFORA E I MALATI DI MENTE di Piemme

[ martedì 19 agosto 2019 ]

Se c’è una rivista che più d’ogni altra esprime i luoghi comuni ideologici della sinistra sinistrata questa è LEFT —notare l’anglicismo.
Delle vere e proprie bufale di questa rivista questo blog si è occupato in almeno due occasioni. Nel novembre 2018 “LEFT: OVVERO LA SINISTRA PER I SACRIFICI” (di Leonardo Mazzei) e nell’aprile scorso, “TUTT ‘ ERBA… UN FASCIO” (di Piemme).

Nel branco che inneggia scomposto alla lotta contro il cosiddetto “rossobrunismo”, ovvero la sinistra patriottica, LEFT sgomita per occupare la prima fila, nell’ambizione di scalzare il gruppo Repubblica-l’Espresso e il manifesto.

Per portare acqua al mulino della lotta contro il rossobrunismo la rivista ha intervistato lo storico e esimio filologo Luciano Canfora, uno dei pezzi da novanta dell’élite progressista di sinistra. Il titolo dell’intervista è tutto un programma: Cosmopoliti di tutto il mondo unitevi. Un’intervista che va letta e attentamente studiata, in quanto è un distillato chimicamente puro del sinistrismo globalista e politicamente corretto.

Tre sono le grossolane (usiamo un eufemismo) mosse di Canfora: (1) chiunque sia contro l’anarco-immigrazione è un nazista, visto che gli immigrati di oggi sono come gli ebrei di ieri; (2) Il cosmopolitismo è la stessa cosa dell’internazionalismo proletario di cui parlava Marx; (3) chi a sinistra avoca a sé il patriottismo, anche ove fosse quello di radice democratica e costituzionale, è un “malto di mente”.

Leggere per credere:

D. Riprendere oggi a coltivare il cosmopolitismo potrebbe essere un antidoto rispetto all’ideologia suprematista e isolazionista alla Trump? È antistorica la sua visione condivisa da Salvini che dice: «Prima gli italiani»? 


R. Non direi antistorica. È pre culturale, al di sotto della media minima necessaria degli esseri pensanti, è una forma sub umana di pensiero (o meglio di non pensiero), che ha una sua forza soltanto nella campagna ferocissima di cacciata dei migranti, di disseminazione della paura, di additamento di un nemico che non è un nemico, esattamente come durante il nazionalsocialismo tedesco si additava l’ebreo come l’affamatore del popolo. È lo stesso meccanismo. 


D. Il cosmopolitismo è un antidoto? 


R. È ben più che un antidoto, noi abbiamo scelto questo tema qui a Genova, proponendolo alla cittadinanza e alle scuole, perché riteniamo che il mondo tutto corra pericolo, dall’America di Trump al nostro Paese. 


D. Cosa dire a chi anche a sinistra prospetta un ritorno a un’idea di patria seppur legata alla Costituzione? 


R. Di curarsi la mente e di studiare la storia.

Il massimo della scorrettezza e della malafede intellettuale. Tanto più se a sostenere certe fesserie è un personaggio colto come Canfora. Come ebbe a dire Lenin a proposito di Rosa Luxemburg, “… accade a volte che le aquile razzolino nell’aia assieme alle galline”.


Ps

Per la cronaca, segnalo che anni addietro dovetti occuparmi del Canfora. Per la precisione: L’IMMIGRAZIONE E NOI, RISPOSTA A LUCIANO CANFORA

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LA SINISTRA FA IL GIOCO DEI SOVRANISMI AUTORITARI di Diego Fusaro

[ mercoledì 22 maggio 2019 ]



«Per poter spezzare il giogo del globalismo liberista, bisogna anzitutto decostruire l’egemonia del pensiero unico santificante il nesso di forza realmente dato. In particolare, occorre destrutturare l’architettura ideologica della Sinistra fucsia del Costume, che legittima superstrutturalmente la struttura del dominio della Destra finanziaria del Danaro. L’inganno ideologico delle destre nazionaliste — se ancora si vuole impiegare, a fini euristici, l’obsoleta dicotomia di destra e sinistra — sta nel presentare il sovranismo autoritario e non democratico come se fosse la reale opposizione al cosmopolitismo capitalistico, del quale invece è l’altra faccia (rectius, il compimento).
L’impostura delle sinistre fucsia e arcobaleno sta, invece, nel contrabbandare per internazionalismo socialista quello che, a rigore, è il cosmopolitismo liberista, ossia il campo del conflitto favorevole al Signore competitivista. Con un atteggiamento che sempre oscilla tra l’incomprensione del rapporto di forza e la sua attiva legittimazione, le sinistre fucsia surrettiziamente credono — e in ciò sta il cuore del loro errare — che “il contrasto del cosmopolitismo implichi un ripudio dell’internazionalismo” (Alessandro SommaSovranismi): là dove è l’internazionalismo socialista a implicare un fermo rigetto tanto del nazionalismo imperialista, quanto del cosmopolitismo liberista.
Fu, peraltro, il Trattato di Maastricht del 1992 a certificare l’ormai avvenuta conversione dei comunisti italiani al neoliberalismo cosmopolita. In quell’occasione, venne scolpendosi la definitiva forma mentis integralmente cosmopolitica delle sinistre market-friendly, ora convinte che ogni opposizione al mondialismo no border fosse non già la possibile difesa delle classi dominate contro l’offensiva del mercato unificato senza frontiere, ma la via della chiusura identitaria e regressiva, necessariamente da abbinarsi al quadrante destro della politica. Per poter mantenere in vita questa narrazione ad alto tasso ideologico, le sinistre passate alla piena difesa del loro nemico storico debbono mantenere in vita l’antifascismo liturgico in assenza di fascismo.
Impiegato a mo’ di alibi permanente per evitare la via dell’anticapitalismo in presenza di capitalismo, l’antifascismo “archeologico” — come lo qualificava Pier Paolo Pasolini — permette alle sinistre di presentare all’opinione pubblica il cosmopolitismo liberista come percorso emancipativo rispetto all’eterno fascismo. Prova ne è, oltretutto, che a differenza dell’eroico antifascismo di Antonio Gramsci, che era patriottico, comunista e in presenza reale di fascismo, l’antifascismo fumettistico delle odierne sinistre è cosmopolita, liberista e in completa assenza di fascismo.
Quest’ultimo è, di fatto, illusoriamente identificato dall’ordine del discorso con ogni progetto di risovranizzazione dell’economia e, dunque, con ogni possibile contestazione del turbocapitalismo vincente, perfino con quell’internazionalismo socialista che — apice del “totalitarismo”, secondo la neolingua dei mercati — ha per propria condizione necessaria il rapporto inter nationes e, dunque, la sussistenza degli Stati sovrani nazionali.
Il paradosso è lampante: per combattere le derive nazionaliste a tinte nere, le sinistre odierne appoggiano appieno l’autoritarismo verticistico del cosmopolitismo liberista, che del nazionalismo capitalistico è semplicemente l’evoluzione. L’“incapacità della sinistra di combinare le sue istanze con il moto verso la riscoperta del contesto nazionale” (ibidem) è un ulteriore argomento circa la necessità di abbandonare la sinistra per tornare a Gramsci e, con lui, a tutto ciò che essa ha irresponsabilmente tradito nel proprio transito al ruolo di baluardo ideologico del polo dominante e del globalismo come teatro del massacro di classe».
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CONVERGENZE PARALLELE di Piemme

[ 12 novembre 2018 ]

«Siamo all’anticamera della dittatura. Siamo come nel 1994, avevamo allora il pericolo di un partito comunista ma con in più questa volta una più forte ispirazione all’invidia sociale, allo statalismo e un’assoluta incompetenza».

Con queste parole Silvio Berlusconi ha tentato di mettere il cappello ad un fine settimana segnato dalle manifestazioni contro il governo giallo-verde.

Quella di Torino per il sì alla TAV —c’era tutta la Torino borghese, da sinistra a destra, dal Pd a Forza Italia, passando per la Lega. Quella dell’estrema sinistra a Roma contro il “decreto sicurezza” e per “l’accoglienza per tutti”. Infine, in diverse città quelle femministe contro il cosiddetto “Ddl Pillon”.

In piazza non c’erano Moscovici e Juncker, Macron e la Merkel, il Fmi o i grandi banchieri. Di certo essi hanno gongolato. Tutto fa brodo, dal loro punto di vista, per preparare le condizioni al rovesciamento del governo giallo-verde, quindi spianare la strada ad un governo Monti 2.0 se non direttamente della troika.

Non si discute qui, beninteso, il diritto a protestare contro il governo, tanto più se fa delle porcherie come il “decreto sicurezza”. Nè si vuole dire che esse siano dello stesso segno, o che ubbidiscano ad un centro di comando. Si prende atto tuttavia che esse hanno avuto un caratteristica (negativa) comune: tutte quante hanno derubricato, anzi rimosso la questione centrale: lo scontro tra il governo e l’Unione europea. Scontro che formalmente è sullo sforamento del 2,4% ma che nella sostanza tira in ballo la questione della sovranità nazionale.

Sorge la domanda: questo rifiuto di riconoscere che in questo momento al centro c’è la questione centrale della sovranità, quindi la differenza tra nemico principale e secondario, è frutto di insipienza  politica? O c’è dell’altro?

C’è dell’altro, purtroppo. Da Forza Italia all’estrema sinistra, passando ovviamente per il Pd, pur declinata in forme diverse, c’è la medesima sciagurata idea, quella per cui la battaglia per recuperare la sovranità nazionale sarebbe un che di retrogrado e antiprogressista nazionalismo. Chi per un verso (“più Europa”), chi per un altro (“via tutte le frontiere”) ce l’hanno con lo stato nazione. 

Vagli a spiegare che democrazia e sovranità popolare sono nate e cresciute nell’involucro della stato nazionale; vagli a spiegare che il patriottismo democratico e costituzionale non è nazionalismo, o che spianare gli stati nazionali significa fare il gioco delle più potenti multinazionali mai viste. Vagli a spiegare che non c’è il socialismo dietro l’angolo bensì la forma più distante che ci sia dalla democrazia, ovvero quella imperiale e imperialista.

Quelle tra il cosmopolitismo liberista delle destre e il “cosmo-internazionalismo” di certa sinistra, saranno pure “parallele” ma sono pur sempre “convergenze”.




DIECI RAGIONI CONTRO IL COSMOPOLITISMO di Moreno Pasquinelli

[ 18 ottobre 2018 ]




Dobbiamo occuparci di Carlo Rovelli, fisico teorico e blasonato divulgatore scientifico — in gioventù, come molti, militante d’estrema sinistra. [1] Ma non è di filosofia della scienza che vogliamo parlare bensì di filosofia della storia, quindi politica. Parliamo di un articolo pubblicato per l’inglese The guardian, e che il CORRIERE DELLA SERA ha pubblicato il 31 luglio scorso dandogli un grande risalto. Il titolo è programmatico e apodittico: L’UNICA NAZIONE È L’UMANITÀ. Un trattatello in
 quattro teoremi nel quale egli ricapitola in modo esemplare la visione cosmopolitica dell’ultima borghesia. 



Primo teorema 

«Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitti, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza». 

In poche righe tre proposizioni. 

(1) La prima proposizione è che l’Europa avrebbe conosciuto un cinquantennio di pace grazie al processo che è sfociato nella nascita dell’Unione europea. In verità l’assenza di conflitti — il nostro non prende nemmeno in considerazione quelli sociali e di classe — è stata dovuta all’equilibrio del terrore tra le due superpotenze (USA e URSS), e quindi al fatto che l’Europa occidentale è stata incapsulata nella NATO (che è la piattaforma su cui è nata la Comunità europea prima e la Ue poi). Ed infatti, non appena crollata l’URSS e dissoltosi il Patto di Varsavia, la pace è andata a farsi benedire. Ricordiamo la guerra che ha squartato la Federazione di Iugoslavia coi suoi 250 mila morti, mezzo milione di feriti e centinaia di migliaia di sfollati — con l’Occidente che dopo aver fomentato i nazionalismi balcanici giunse nel 1999 a scatenare un attacco su grande scala contro Belgrado — prima tappa dell’accerchiamento NATO della Russia, culminata nell’appoggio alla “rivoluzione colorata” a Kiev e nella guerra contro il Donbass.
(2) La seconda proposizione suppone che prima della rinascita dei sovranismi il mondo vivesse in pace e armonia. Bugia grandissima! Il quarantennio della globalizzazione neoliberista, con i suoi meccanismi predatori (per non parlare di svariate sciagure sociali e ambientali) ha scatenato guerre in ogni dove, portandosi appresso una sterminata scia di sangue che ha riguardato tutti i continenti. Si chieda agli iracheni cosa pensino dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce: 650mila morti, il doppio tra feriti e mutilati, milioni si sfollati. E l’elenco sarebbe lungo, fino all’inenarrabile macello in corso in Siria, anche questo alimentato da quel “faro di civiltà” che è l’Occidente. Solo “Effetti collaterali” della luminosa globalizzazione? E’ vero invece quanto affermato dal Papa con efficace rappresentazione: il periodo che ci lasciamo alle spalle è stata null’altro che “Una terza guerra combattuta a pezzi”. 

(3) E veniamo dunque alla terza proposizione. Si tratta di un vero e proprio marchio di fabbrica della narrazione dell’élite globalista (e delle sue appendici sinistroidi) quella per gli stati-nazione per loro natura portano a conflitti armati tra i popoli, con l’addendum che le due guerre mondiali sarebbero il risultato della divisione in stati nazionali. Tesi ridicola quanto ingannevole l’addendum. Che forse prima che gli stati-nazione si affacciassero al proscenio della storia l’umanità non conosceva guerre? ce ne sono invece sempre state, solo che eran guerre tra imperi, tra città-stato, giù giù fino a quelle tribali e claniche. Rovelli, siccome faceva il rivoluzionario, dovrebbe poi avere contezza della categoria di IMPERIALISMO il quale, essendo per sua natura sistema predatorio e guerrafondaio, è prima e vera causa dei conflitti. Le due grandi guerre sono state conflitti tra imperialismi smaniosi di spartirsi il bottino mondiale, ed i nazionalismi erano solo maschere. Se volessimo infine andare alla radice sarebbe facile giungere alla conclusione che in regime capitalistico la pace, il mondo, non la conoscerà mai. 

Secondo teorema

«L’identità nazionale è falsa, è solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti. L’identità nazionale è un veleno, mentre noi siamo una combinazione di strati, incroci, in una rete di scambi che tesse l’umanità intera nella sua multiforme e mutevole cultura. Ognuno di noi è un crocevia di identità molteplici e stratificate. Mettere la nazione in primo luogo significa tradire tutte le altre. Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere. Sono narrazioni create consapevolmente per generare un senso di appartenenza a famiglie fittizie, chiamate nazioni. Le identità nazionali non sono altro che teatro politico».

Anche qui abbiamo tre proposizioni.

(4) La prima proposizione consiste in un vero e proprio imbroglio ideologico, per cui tutti i nazionalismi sarebbero maligni, mettendo nello stesso sacco il nazionalismo di un popolo oppresso e quello di un popolo oppressore, i patriottismi di matrice democratica e universalistica coi nazionalismi sciovinisti. Che ogni popolo sia “una combinazione di strati, incroci” ecc, è un’ovvietà. Ma questo che c’entra? Smentisce solo l’idea razzista della nazione e/o la sua versione tedesca di völkisch, della nazione fondata sull’idea della “purezza etnica”. Accanto e contro questa concezione, c’è quella democratica della nazione, fondata sul demos includente e non sull’etnos escludente. La concezione propria dei padri nobili e dei martiri del Risorgimento italiano, che con le armi in pugno combatterono per unificare il Paese liberandolo del giogo straniero. Se andasse fino in fondo signor Rovelli dovrebbe condannare, col Risorgimento, tutte le guerre di liberazione dei popoli oppressi per diventare nazioni in quanto fenomeni separatisti “dell’unica famiglia umana”, in quanto conflittivi e “velenosamente” identitari. Qualcuno potrà pensare che qui riecheggia il pacifismo irenico di Immanuel Kant, in verità è il suo sporco delle unghie, dato che Kant non si sarebbe sognato di sostenere che “l’identità nazionale è falsa”, che sarebbe “solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti” — che se poi quella nazionale è uno “strato sottile”, figuriamoci quanto è fino quello cosmopolitico.

(5) Ma veniamo alla seconda proposizione, quella per cui “le identità nazionali sarebbero false, fittizie, velenose, teatro politico”. Qui dal cielo di Kant si scende alla palude dei filosofi postmoderni per i quali tutto si ridurrebbe a “discorso”, a “narrazione”, ad ingannevole artifizio ideologico. Vivendo in Francia Rovelli potrebbe dire ad un francese che la Francia è solo una “invenzione”, una “famiglia fittizia”, che dovrebbe quindi dileguarsi… nell’umanità. Nel migliore dei casi riceverebbe una sonora pernacchia. Le identità nazionali, non solo in Europa, hanno invece profonde radici storiche e, come la storia recente dimostra, compresa la crisi ineluttabile dell’Unione europea, sono dure a morire. E’ un fatto oggettivo ed i fatti non solo hanno la testa dura, vanno finalmente spazzando via le teorie per cui i fatti non esisterebbero ma solo “discorsi” e “narrazioni”, che tutto quindi sarebbe mera sovrastruttura.

(6) E siamo alla terza proposizione. “Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere”. Una tesi, quella per cui le identità nazionali sarebbero tutte mere invenzioni dei dominanti, anche questa falsa, frutto avvelenato di certo filosofare postmodernista e poststrutturalista —da Lyotard a Foucault. Le nazioni possono essere effettivamente creazioni artificiali, è il caso ad esempio di molti stati sorti con la cosiddetta “decolonizzazione”. Ciò riguarda senza dubbio il mondo arabo-islamico e l’Africa, dove l’imperialismo occidentale ha tracciato spesso confini e barriere del tutto arbitrarie. Si può dire la stessa cosa della Cina, del Giappone o della Persia? Si può dire, per venire a noi, degli stati nazionali europei? No, non si può dire. In questi casi le identità nazionali dei popoli non sono affatto un prodotto artificiale delle classi dominanti, risultano invece dalla combinazione di numerosi e profondi fattori storico-sociali: economici, linguistici, culturali, religiosi. E ammesso e non concesso che le nazioni siano forme create dai dominanti che vuol dire? Tanti sono i frutti che le classi dominanti ci hanno lasciato in eredità, le arti e le scienze ad esempio; la stessa democrazia moderna e il diritto; dovremmo forse gettarli nel cesso perché non prodotti dalle classi subalterne? Il cosmpolitismo che Rovelli abbraccia con tanta sicumera non è forse un prodotto ideologico della borghesia?

Terzo teorema

«Le intenzioni dei padri fondatori del mio Paese erano buone nel promuovere un’identità nazionale italiana, ma solo pochi decenni dopo questa è sfociata nel fascismo, estrema glorificazione di identità nazionale. Il fascismo ha ispirato il nazismo di Hitler. La passionale identificazione emotiva dei tedeschi in un singolo Volk ha finito per devastare la Germania e il mondo».

(7) Qui abbiamo una proposizione che stabilisce un filo rosso di conseguenzialità tra il patriottismo democratico risorgimentale ed il nazionalismo imperialista del fascismo, quindi col nazismo. Affermazione gravissima, non solo perché mostra una seria ignoranza della storia italiana (il nazionalismo italiano, a partire da Crispi, sorse sulle ceneri del patriottismo democratico sconfitto, che venne parassitato per giustificare l’avventurismo colonialistico), anche perché accoglie e legittima la rappresentazione che il fascismo ha dato della storia d’Italia.

Quarto teorema

«Ma localismo e nazionalismo non sono solo errori di calcolo; traggono forza dal loro appello emotivo: l’offerta di una identità. La politica gioca con il nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza. Offrire una casa fittizia, la nazione, è risposta fasulla, ma costa poco e paga politicamente. Per questo la risposta alla perniciosa ideologia nazionale non può essere solo un appello alla ragionevolezza, ma deve trovare l’anelito morale e ideologico che merita: glorificare identità locali o nazionali e usarle per ridurre la cooperazione su scala più ampia non è solo un calcolo sbagliato, è anche miserabile, degradante, e moralmente riprovevole. Abbiamo un posto meraviglioso da chiamare «casa»: la Terra, e una meravigliosa, variegata tribù di fratelli e sorelle con i quali sentirci a casa e con i quali identificarci: l’umanità»

Qui, a parte le solite patetiche contumelie contro la nazione, abbiamo tre proposizioni.

(8) La prima proposizione riconosce che i nazionalismi fanno leva sul “nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza”. Quindi Rovelli, pur odiando la forma stato-nazionale ammette che tra le diverse cause storiche che l’han determinata ce n’è una di natura addirittura antropologica. Come diceva Aristotele l’uomo un un animale politico, più precisamente, per dirla con Marx, un essere sociale, per sua stessa natura comunitario.

(9) Con la seconda proposizione Rovelli afferma che non la nazione bensì l’umanità, anzi la Terra, sarebbe la sola “meravigliosa” casa che abitiamo.. E’ il noto discorso che noi saremmo anzitutto “cittadini del mondo”. Mai moralismo fu più astratto. Non c’è alcun “mondo” di cui si possa essere cittadini. Si è cittadini ove ci sia un demos, un luogo politico determinato ove cioè si esercitano diritti e si assolvono doveri civici. Ciò è possibile solo in seno a determinate comunità storico-politiche, nel caso quelle nazionali, non nel “mondo” il quale, fino a prova contraria ed in barba alla mito cosmopolitico, non è un entità politica, ma un affastellamento di demos nazionali che lungi dall’estinguersi proprio l’ultima globalizzazione spinge al rafforzamento. Una lampante riprova dell’astratto moralismo è che il nostro non tenta neppure di dirci come, rebus sic stantibus, le pie intenzioni cosmopolitiche dovrebbero materializzarsi: come l’umanità dovrebbe politicamente strutturarsi? Su quali basi sociali ed economiche? E quali forze o classi o potenze tirerebbero nella direzione cosmopolitica? Alle spalle del panegirico moralista resta solo l’apologia del presente, la difesa d’ufficio della globalizzazione che, denudata, è la distopia di un unico e totalitario impero mondiale, “meravigliosa e variegata” udite! udite!, “tribù di fratelli e sorelle”. Dalla comunità di nazioni ad un consorzio di tribù. Non c’è male! [2]
(10) E quale sia la tribù alla quale il Rovelli sente di appartenere, lo dichiara senza alcun pudore:

«Sono cresciuto all’interno di una determinata classe sociale, e condivido abitudini e preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta più che con i miei connazionali».

Una confessione abbagliante, che chiude il cerchio. Il Rovelli ammette che si sente anzitutto membro di una tribù, anzi di una classe, quella appunto dell’ultima borghesia globalizzata. Dichiara quindi che con i suoi compari “di tutto il pianeta” condivide “abitudini e preoccupazioni” (leggi interessi e visioni politiche), affinità che invece non sente verso gli sventurati connazionali. Non c’è solo ripugnanza per la sua Patria, qui c’è uno altezzoso disprezzo delle classi subalterne, popolino che abbraccia un sovranismo “miserabile, degradante, e moralmente riprovevole”. Il nostro ammette che in questo sovranismo c’è il profondo rancore sociale contro chi sta in alto da parte di chi sta in basso. E non si sbaglia. Gettata la maschera appare quindi in tutta la sua ipocrisia e inconsistenza la pretesa dell’ultima borghesia di essere essa portatrice di un “anelito morale e ideologico” superiore a quello patriottico delle classi subalterne.

Non contrastare il rancore di chi sta in basso, ma alimentarlo e trasformarlo in coscienza politica, in carburante del mutamento, questo è il compito di chi voglia davvero cambiare l’ordine di cose esistenti.

NOTE

[1] Numerosi i suoi libri in cui Rovelli, cimentadosi con epistemologia e filosofia della scienza, tenta di spiegare al lettore i misteri, le diavolerie, ed i veri e propri sortilegi della fisica quantistica e postquantistica. Noi abbiamo letto le sue Sette lezioni di fisica L’ordine del tempo, e tanto ci è bastato: un ritorno, per quanto camuffato, all’immaterialismo teologico del vescovo anglicano George Berkeley, nominalista radicale per il quale la materia non esiste, è solo un’illusione, al pari dei concetti di universale e di sostanza.

[2] Qui, vale la pena ricordarlo a chi fa confusione, vien fuori la distanza siderale tra l’utopismo cosmopolitico e l’internazionalismo di matrice marxista. Certo, anche Marx propugnava una futura repubblica socialista mondiale ma, primo, riteneva che essa sarebbe potuta sorgere solo sulle ceneri del capitalismo e, secondo, non si è mai sognato di sottovalutare la centralità dei fattori nazionali nella lotta rivoluzionaria. “Proletari di tutto il mondo unitevi” non è la medesima cosa che “cittadini di tutto il mondo amatevi”.
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L’ITALIA NON ESISTE? di Piemme

[ 6 maggio 2018]

Era il dicembre del 2016 quando su questo blog segnalavamo il pamphlet del piddino Fabrizio Rondolino L’ITALIA NON ESISTE (PER NON PARLARE DEGLI ITALIANI). 

Era, dicevamo “… un concentrato esplosivo di disprezzo del concetto di nazione, di vero e proprio odio auto-razzista dell’Italia e del popolo italiano. Un inno sperticato del “vincolo esterno” euro-tedesco, sotto le mentite spoglie di quel cosmpolitismo “progressista” di cui si ammanta la globalizzazione capitalistica”.

Si leggeva nel pamphlet:

«Tanto per cominciare, l’Italia non esiste. È un’espressione geografica, uno stivale che s’allunga pigro nel Mediterraneo, una graziosa penisola purtroppo in gran parte rovinata dagli italiani. L’idea di farne uno Stato, una Na­zione con la maiuscola, come se fossimo la Spagna o l’Inghilterra, è una sciocchezza sesquipedale, che perdoniamo al conte di Ca­vour soltanto perché, maturato nella lingua e nella cultura d’Oltralpe, pensava in buona fede di vivere in Francia. L’Italia non è mai stata una nazione, e non lo sarà mai».

Rondolino, segui le tracce di un altro sciacallo, Sergio Salvi, che nel 1996 (Erano gli anni della Lega di Bossi) pubblicò, appunto L’ITALIA NON ESISTE, ma radicalizzandole. Il Salvi almeno sosteneva che sì, gli italiani esistono,  hanno un’identità antropologica e sociale, ma l’Italia come Stato-nazione non era mai nata.


La pubblicistica auto-razzista e anti-italiana ha radici profonde, Gramsci avrebbe detto che la fonte sta nel cosmopolitismo di matrice cattolico-romana, che lui riteneva infatti essere stato il principale ostacolo alla (tardiva) formazione dello Stato unitario. 
E, ci avrebbe detto  il Gramsci, che proprio per questo il Rinascimento fu in verità una fase antirivoluzionaria rispetto al primo Umanesimo. Una tesi che egli giustificava appunto col ruolo cosmopolitico degli intellettuali italiani, ed il loro rifiuto di mettersi alla testa del popolo per farne una nazione. Di cui la sua ammirazione per Machiavelli…


Non c’è dubbio che tale pubblicistica anti-italiana, in nome di un antifascismo liberistico, è funzionale al disegno mondialista delle élite, ed in particolare a quelle euriste. Essa non solo deve dimostrare che ogni “sovranismo” è nazionalismo becero, reazionario; deve mostrare che il patriottismo, sotto le Alpi, è semplicemente destituito di qual si voglia fondamento storico.

Lorsignori non demordono.

Sul CORRIERE DELLA SERA del 2 maggio, tanto per fare un esempio, sotto le mentite spoglie di un articolo scientifico si poteva leggere:

«Gli Italiani? Non esistono. Si tratta solo di un’aggregazione di tipo geografico. Abbiamo identità genetiche differenti, legate a storie e provenienze diverse e non solo a quelle» spiega Davide Pettener, antropologo del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna…»

Qui addirittura si tira in ballo la genetica, a ben vedere facendo il verso alla demenziale idea hitleriana della nazione come basata su un presunta (inesistente ovunque) purezza biologica della razza.

E così veniamo a LA STAMPA di ieri. In prima pagina Mattia Feltri, facendo il sofisticato, ci da questo Buongiorno:

»L’Italia non esiste, non è mai esistita. Non prendetevela con me, se non vi piace, ma con Giuseppe Prezzolini. «Il suo tentativo di formare uno stato nazionale è fallito. Sarà forse una provincia dell’Impero europeo». Scritto nel 1958 da New York.  L’Italia non è una nazione, è una civiltà. Non ha nessuna idea di nazione. È municipale nella pratica e universale nelle aspirazioni. Quanto di meraviglioso ha prodotto, l’Impero romano, la Chiesa, il Rinascimento, Cristoforo Colombo e Marco Polo, Giotto e San Francesco, Enrico Fermi e Guglielmo Marconi, non ha niente di italiano, ha molto di più, ha il respiro del mondo. Poi c’è quella maledetta (o benedetta) pratica municipale, micragnosa, piccina, e l’abbiamo vista rappresentata alla grande negli ultimi sessanta giorni, durante i quali a nessuno è importato nulla dell’Italia perché semplicemente l’Italia non esiste. Nessuno che si voglia lordare le mani tendendole all’avversario per il bene dell’Italia, che tanto non esiste. Esistono gli italiani, a nome dei quali ognuno parla, gli italiani vogliono, gli italiani hanno detto, gli italiani hanno scelto, e poi quelli nemmeno sono «gli italiani», sono i loro tifosi schierati contro tutti gli altri tifosi, che chiamano delinquenti, traditori, al soldo del nemico, e gli riserverebbero il patibolo. Chi disse fatta l’Italia bisogna fare gli italiani forse si sbagliava, gli italiani esistono, sono sempre esistiti, oggi si chiamano Di Maio, Berlusconi, Salvini, Renzi, italiani esemplari per un’Italia che non esiste».  

Torneremo sull’argomento, ed anche su Prezzolini e la  letteratura nazionalistica che fece da concime all’imperialismo e poi al fascismo.


Una cosa si deve sapere: contro questa narrazione va condotta una lotta a tutto campo, spietata. Dall’esito di questa battaglia ideologica, non penso di esagerare, dipende il destino del nostro Paese.



LA RAZZA GLOBALISTA E IL GENOTIPO PIÙ TOSSICO

[ 23 dicembre 2017 ]

La razza dei globalisti, come le altre, contiene molti generi, con caratteri somatici molto diversi. Essi hanno tuttavia un genotipo che li accomuna. Quale sia è presto detto: è l’idea che non ci sia più posto nella storia per i “vetusti” stati-nazione. 

Oramai, si dice, la globalizzazione avrebbe condannato gli stati nazionali ad un inesorabile deperimento. Corollario inesorabile: chiunque neghi questo assioma è un reazionario nazionalista che vuole far girare all’indietro la ruota della storia.

L’egemonia ideologica di questa opinione —che si presenta come un dogma, come un articolo di fede— è, a ben vedere, la principale vittoria delle élite mondialiste e liberiste. Ed è dunque, di converso, il principale punto di contrattacco di ogni forza che presuma di essere  sovranista, il cui compito è quindi quello, tra gli altri, di smascherare i globalisti camuffati da antagonisti.

Sugli scaffali del supermarket della politica sono molte le merci contraffatte, ovvero prodotti che sull’etichetta indicano una cosa che non corrisponde al contenuto.
A sinistra, ad esempio è pieno di impostori e contrabbandieri. Li riconosci appunto dal loro rifiuto, declinato nelle più diverse maniere, dei concetti di nazione e di patria.

 

Prendiamo il supermarket italiano. In vista delle elezioni, sugli scaffali, il globalismo sinistroide fa bella mostra di sé. Ad esempio abbiamo LIBERI E UGUALI e POTERE AL POPOLO che, pur con toni diversi, ci propinano un’altra Europa, un’Europa sociale, un’Europa dei popoli..
Abbiamo infine la LISTA DEL POPOLO che nel suo programma, al punto 7, scrive: 

«Non siamo anti-europei. Al contrario vogliamo che l’Italia contribuisca a creare una entità europea capace di svolgere un ruolo cruciale in un mondo multipolare in difesa della pace. Se isolati, gli attuali stati europei saranno travolti dall’azione dei giganti mondiali, senza poter opporre resistenza. Vogliamo un’Europa democratica dei Popoli». 

Ampollosa quanto pelosa affermazione il cui succo è che l’Italia sarebbe spacciata, “travolta” addirittura, se se ne va dall’Unione europea e strappa piena sovranità. Dovrebbe, in altri termini, accettare di essere provincia di un “gigante” economico e geopolitico.

E’ la solita zuppa rancida del tipo di quella che Tsipras, Varoufakis e compagnia hanno ficcato a forza nello stomaco dei greci. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Vale dunque la pena leggere questo articolo pubblicato su EUNEWS il 10 giugno dell’anno scorso.
*   *   *

L’Europa e le illusioni della sinistra
di Will Denayer 

1. Varoufakis
Questo articolo parla di strategia, ma la strategia non può essere considerata indipendentemente dalle persone, dalle loro storie e dalle loro azioni. SYRIZA è sempre stata un complicato conglomerato di gruppi con convinzioni politiche eterogenee, ma da quando è salita al potere nel gennaio 2015 fino alla sua resa sette mesi più tardi, sono emerse al suo interno due fazioni nettamente contrapposte. Da una parte c’era una sinistra composita ma determinata a mantenere le promesse elettorali (il programma di Salonicco): fine dell’austerità, la cancellazione del debito e, se la troika non avesse lasciato al paese altra scelta, l’uscita dall’euro.
Come spiega Lapavitsas, la dirigenza di SYRIZA si era convinta che se avesse rifiutato un nuovo salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte al rischio di un nuovo tumulto finanziario e politico. La mente dietro a questa strategia era Yanis Varoufakis. Varoufakis trattò con i creditori per oltre sei mesi. Ma la Grecia non poteva condurre alcuna trattativa efficace se non disponeva di un piano alternativo – un piano che includesse anche l’uscita dall’eurozona. La possibilità di creare la propria liquidità sarebbe stato l’unico modo per evitare lo strangolamento da parte della troika. Ovviamente non sarebbe stato facile, ma avrebbe quantomeno fornito la possibilità di resistere di fronte alle catastrofiche strategie di salvataggio. Ma la dirigenza di SYRIZA non voleva sentirne parlare (si veda qui).
«SYRIZA ha fallito», scrive Lapavitsas, «non perché l’austerità fosse invincibile, né perché i cambiamenti radicali siano impossibili, ma solo perché era disastrosamente riluttante e impreparata a sfidare a viso aperto la questione dell’euro. Un cambiamento radicale e l’abbandono dell’austerità in Europa richiedono un confronto diretto con l’idea stessa di unione monetaria. Per i paesi più piccoli questo significa prepararsi a uscire, per i paesi più grandi significa accettare dei cambiamenti decisivi all’attuale assetto monetario» (si veda anche qui e qui la sua idea sulla Grexit).
Oggi Varoufakis si ripresenta come l’ideatore di DiEM2025 (Democracy in Europe 2025). L’ex ministro delle finanze greco gode ancora di grande credibilità presso la sinistra europea. Molta di questa credibilità si basa sulla leggenda metropolitana secondo cui il governo di SYRIZA avrebbe condotto una lotta eroica contro i poteri forti dell’Europa, che hanno dimostrato di disprezzare la democrazia e di non aver nessuna visione economica e nessuna considerazione del destino del popolo greco.
Secondo questa narrazione degli eventi, nel 2015 non vi sarebbe stata “nessuna altra scelta” per il governo greco se non quella di accettare le condizioni della troika. Oggi DiEM2025 vorrebbe riformare le istituzioni dell’UE. Ancora una volta, l’argomentazione è che “non c’è alternativa”. Una lotta a livello nazionale è impossibile, e dunque la sinistra di tutta l’Europa si dovrebbe unire e affrontare di petto le stesse istituzioni UE. Lo scopo di DiEM2025 è quello di «democratizzare la UE con la consapevolezza che altrimenti essa si disintegrerà e questo avrà un costo enorme per tutti» (si veda qui). Alle seguenti “opzioni spaventose” – ritirarsi dentro i cosiddetti «vecchi bozzoli degli Stati-nazione» oppure «arrendersi all’oligarchia europea» – DiEMI2025 propone una “terza via”: «costruire un’assemblea costituente» dove gli europei possano deliberare il modo in cui costruire, entro il 2025, una compiuta democrazia europea, che abbia un “parlamento sovrano” che «rispetti l’autodeterminazione nazionale e condivida i poteri coi parlamenti nazionali, le assemblee regionali e i consigli municipali» (si veda qui). Tutto ciò è, come ammette lo stesso Varoufakis sull’Independent, «utopistico». Eppure, continua lui, è «molto più realistico che cercare di mantenere il sistema così come è adesso» oppure «cercare di abbandonarlo». Che voi siate greci o britannici, “fuggire” è impossibile (si veda qui e qui). Vi ricorda qualcosa?
2. Quali riforme? 
La “democrazia sovranazionale” proposta da DiEM2025 dovrebbe basarsi su «un significativo potenziamento del Parlamento europeo, che dovrebbe essere l’unica autorità legislativa europea», affiancata da «un esecutivo completamente riformato, che dovrebbe includere un presidente europeo direttamente eletto». Questo sistema garantirebbe che la Commissione metta in atto solo le politiche che si basano sulla volontà popolare. Questo dovrebbe andare di pari passo con la creazione di nuovi partiti autenticamente europei (si veda qui e qui).
Bisogna subito prendere atto di alcuni problemi. Tanto per cominciare, la proposta assume, stranamente, che ci sia un legame diretto tra il potenziamento del Parlamento europeo ed il cambiamento politico e ideologico. Ma perché mai ciò dovrebbe avvenire? Gli europei dovrebbero decidere di eleggere un parlamento più orientato a sinistra solo perché i suoi poteri sono stati aumentati? E poi, da dove verrà questo potenziamento del parlamento? Il Parlamento europeo stesso non può deciderlo da solo, per cui servirà dell’altro. D’altra parte, perché iniziare il discorso proprio dal parlamento? Un tale cambiamento potrà avvenire solo quando saranno modificati i rapporti di potere all’interno della Commissione e dei due Consigli. In realtà ciò di cui ci sarebbe bisogno è una trasformazione totale delle istituzioni politiche europee. E ciò può avvenire solo in conseguenza di cambiamenti a livello nazionale. Ma allora perché concentrarsi sul livello sovranazionale come punto di partenza?
DiEM2025 ha una strategia (se volete chiamarla così) finalizzata al cambiamento politico. La nuova democrazia sovranazionale deve accompagnarsi alla creazione di un «elettorato post-nazionale o sovranazionale». Ma questo come funzionerebbe? Come nota giustamente Thomas Fazi, è evidente che per la grande maggioranza dei normali cittadini europei, le barriere linguistiche e le differenze culturali impediscono la possibilità di una partecipazione a livello sovranazionale (si veda qui). Può essere ovvio, ma è un problema reale. Perché mai avremmo bisogno di tali partiti? Cosa possono fare questi che non possono fare gli altri? Non c’è lo straccio di una prova che questo migliorerebbe le cose.
È vero il contrario, semmai. Una ulteriore integrazione, se anche venisse accompagnata da un potenziamento del parlamento, non sarebbe equivalente ad un maggiore controllo popolare. Ingenuamente, Varoufakis assume che una versione migliorata del Parlamento europeo sarebbe sufficiente per garantire un vero controllo democratico sulle decisioni dell’UE. Come sostiene giustamente Fazi, ciò ignora completamente la questione della “cattura oligarchica” (si veda qui). La ricerca dimostra che i problemi relativi alle pressioni lobbistiche possono solamente aumentare quando si passa al livello sovranazionale. Il trasferimento della sovranità a istituzioni sovranazionali contribuisce all’indebolimento del controllo popolare. Questi luoghi sono, in genere, fisicamente, culturalmente e linguisticamente più distanti dall’opinione pubblica di quanto non lo siano i loro corrispettivi nazionali. E questo li espone a maggiore probabilità di cattura da parte di forze oligarchiche (si veda qui).
Nell’Unione europea ci sono due fonti di legittimazione democratica: il Parlamento europeo, che viene eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri, e il Consiglio dell’Unione europea (il consiglio dei ministri) assieme al Consiglio europeo (la riunione dei governi nazionali). La Commissione europea viene nominata da questi due enti. Ci sono molte cose che si possono criticare del Parlamento europeo, ma la verità è che il Parlamento europeo non è molto diverso dai parlamenti nazionali. In teoria i membri dei parlamenti nazionali avrebbero il potere di proporre le leggi. Nel Parlamento europeo questo non avviene. Esso può solo fare degli emendamenti che poi la Commissione accetta o rifiuta. Tuttavia, anche nei parlamenti nazionali in media meno del 15 per cento delle iniziative legislative proposte dai membri parlamentari diventa poi legge (si veda qui). Ben pochi membri parlamentari (o addirittura nessuno) propone una legge che non sia già stata prima approvata dai rispettivi partiti o che non sia stata stabilita assieme agli altri partiti della coalizione. Di certo il Parlamento europeo non sta funzionando come dovrebbe fare un vero parlamento, ma questo vale anche per molti parlamenti nazionali. Questo significa anche che la lotta per la “democrazia in Europa” deve essere anzitutto condotta a livello nazionale. Non è un problema che riguarda solo le istituzioni europee. È un problema che riguarda tutta l’Europa.
Le istituzioni europee sono dei gusci vuoti se i governi nazionali non approvano le scelte politiche prese a quel livello. Il voto del Consiglio avviene o a maggioranza qualificata o all’unanimità. Tutte queste decisioni vengono prese da rappresentanti politici nazionali. Lo stesso vale per il consiglio di amministrazione della Banca centrale europea. C’è un presidente, un vicepresidente e altri quattro membri. Questi membri sono nominati dal Consiglio europeo. Le decisioni della BCE vengono prese da questi sei membri più i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 paesi dell’eurozona. Il collegamento con il livello nazionale è forte.
La situazione all’interno della Commissione è ancora peggiore. La Commissione ha un presidente che viene eletto dal Parlamento europeo. Ciò significa ben poco, perché l’ultima (e la prima) volta in cui ciò è avvenuto, il nome di Juncker era anche quello dell’unico candidato. Gli altri 27 commissari non sono eletti, il che significa che detengono la loro posizione come risultato di trattative tra i governi nazionali. Nel corso degli anni è diventata abitudine decidere le nuove legislazioni in un’unica lettura. Le nuove misure di governance economica, come il fiscal compact, il six-pack, il two-pack e il semestre europeo, sono state decise con modalità che sono fondamentalmente anti-democratiche. Tutto ciò è pessimo e va sicuramente cambiato, ma in cosa differisce realmente da ciò che avviene nelle legislazioni di molti parlamenti nazionali in Europa? L’austerità e le riforme vengono dibattute in parlamento finché l’opposizione non vota contro e la maggioranza le approva lo stesso, forse con qualche disertore solitario qui e là. Nessun governo nazionale in Europa è caduto a causa dell’introduzione delle misure di austerità. Questo dimostra che il problema non è localizzato solamente al livello europeo. In effetti, se non ci fosse questa macabra ossessione ordoliberista, monetarista e mercantilista, questa ossessione per la competitività e le “riforme strutturali” a livello nazionale, l’UE non avrebbe alcun potere per portare avanti questi programmi.
Al tempo stesso, come scrive Wolfgang Kowalsky, le ambizioni delle politiche sociali sono state decisamente abbassate verso standard del lavoro che sono ben al di sotto degli attuali standard minimi europei (si veda qui). Tutto ciò, ovviamente, è un male. Ma guardate a ciò che avviene a livello nazionale. Tutto ciò non è molto diverso da ciò che avviene in Francia, nel Regno Unito, in Belgio o in molti paesi dove governi conservatori (o di qualsiasi altro colore) mettono in atto (o provano a mettere in atto) una gran quantità di leggi anti-sociali.
Al posto di questa ossessione per la facciata («façadism», la chiama Kowalsky), ci sarebbero molte altre iniziative che la UE potrebbe promuovere se fosse interessata alla democrazia. Potrebbe, ad esempio, rendere reale la democrazia nei luoghi di lavoro e portare avanti una democrazia industriale – termini che nemmeno si trovano nei documenti sulle politiche europee (inclusi quelli del Parlamento europeo). Al contrario, le istituzioni europee (Parlamento europeo incluso) stanno attualmente cercando di intromettersi nel territorio della contrattazione collettiva nazionale, imponendo limiti all’andamento dei salari – una strategia chiaramente finalizzata a distruggere l’autonomia delle parti sociali (si veda qui). Ma questo, ancora una volta, sta avvenendo in un modo o nell’altro anche all’interno della maggior parte dei paesi europei e dunque, ancora una volta, è una battaglia che deve essere combattuta a livello nazionale, non da partiti transnazionali, ma da partiti socialdemocratici e di sinistra.
3. La TINA (there is no alternative) della sinistra 
La TINA (there is no alternative, ‘non c’è alternativa’) di DiEM è ben peggiore della sua fallace analisi sulle istituzioni europee e sulla questione rapporti di potere. Non c’è nulla di casuale in questo. È la conseguenza naturale della diagnosi che i leader di DiEM fanno di ciò che non va nel mondo: se le nazioni sono diventate impotenti a causa della globalizzazione – come sostengono – allora non ha senso iniziare una lotta politica a livello nazionale. Questa è la tesi di DiEM. Ma gli Stati nazionali non sono affatto diventati impotenti a causa della globalizzazione.
Il pensiero portato avanti da DiEM2025 e da altri è che il modello politico basato sugli Stati-nazione è «finito» (parola di Varoufakis). In Europa gli Stati-nazione hanno «responsabilità senza potere», mentre le istituzioni europee hanno «potere senza responsabilità». La sovranità dei parlamenti nazionali si sarebbe dissolta. Oggi i mandati elettorali nazionali sono intrinsecamente impossibili da rispettare. Per questo una riforma delle istituzioni europee (o più precisamente del Parlamento europeo) sarebbe l’unica opzione possibile. Varoufakis non è certo l’unico a pensarla così. Secondo Slavoj Zizek, la lezione che la sinistra deve imparare dalla vicenda di SYRIZA è che è impossibile combattere il capitalismo globale entro una singola nazione. Secondo Zizek, la «nuova tentazione social-democratica neo-keynesiana», che adesso è in voga in certi contesti e che mira a riportare la lotta al livello degli Stati-nazione, non sarebbe altro che una cortina fumogena di una pseudo-sinistra caduta nel nazionalismo e nel populismo, che illude la popolazione con l’idea di poter decidere ancora qualcosa (si veda qui). È un’argomentazione interessante, ma errata.
Come fanno lui e gli altri a essere così sicuri di quello che dicono? Un paio di anni fa Dani Rodrik introdusse il cosiddetto “trilemma politico dell’economia mondiale” (si veda qui). In condizioni di “vera integrazione economica internazionale“, la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale diventano mutuamente incompatibili. È possibile combinare due delle tre cose, ma non tutte e tre insieme in piena misura. Se volete più globalizzazione, dovete rinunciare alla democrazia oppure alla sovranità nazionale. Per esempio, se un paese decide di agganciare la propria valuta e permettere afflussi e deflussi di capitali senza restrizioni, allora non può stabilire indipendentemente il proprio tasso d’interesse. In questo contesto la sovranità dello Stato-nazione si riduce.
Il trilemma di Rodrik è molto noto. Come scrive giustamente l’economista Bill Mitchell, è stato abilmente propagandato da tutte le forze politiche di qualsiasi colore. La dottrina che trasmette è straordinariamente comoda. Dite alla gente che lo Stato-nazione è “finito“, che è impossibile garantire la piena occupazione (o lavorare a quello scopo) e vi sarete liberati perfino della responsabilità di doverci provare. Lo stesso vale per l’austerità e per qualsiasi altra cosa. Se lo Stato-nazione è “finito” è inutile opporsi a questa realtà. La questione se ciò sia vero, ovviamente, non viene quasi mai posta. “Tutti” sanno già la risposta. Ma questo non è ciò che Rodrik intendeva. Il titolo del suo articolo “Fino a dove arriverà l’integrazione economica?” dovrebbe darvi un indizio (si veda qui). Al contrario di ciò che comunemente si crede, Rodrik scrive che l’integrazione economica internazionale non è “vera”, ma continua ad essere molto limitata anche se viviamo in un mondo che si suppone globalizzato. È vero che l’articolo di Rodrik è del 2000, ma il mondo non è cambiato così tanto da allora. Come nota Mitchell, ci sono ancora i confini nazionali. C’è incertezza sui tassi di cambio, nonostante un’aumentata deregolamentazione. Ci sono importanti differenze culturali e linguistiche che impediscono una piena mobilitazione delle risorse attraverso i confini nazionali. C’è una propensione degli investimenti a restare dentro i confini. C’è una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali e i tassi di risparmio nazionali. I flussi di capitali dai paesi ricchi verso i paesi poveri sono inferiori a quanto predetto dai modelli teorici. Ci sono ancora forti restrizioni alla mobilità internazionale del lavoro (si veda qui). La verità è che non viviamo in un mondo completamente globalizzato, anzi siamo ben lontani da esso. Pertanto gli Stati-nazione possono perseguire le proprie politiche in relativa autonomia. Questa è la conclusione a cui giungono tutti coloro che analizzano il tema (si veda qui lo studio di Godar, Paetz e Truger sulle possibilità di redistribuzione e di politiche di crescita a livello nazionale nell’UE, e si veda qui per una panoramica sulla letteratura).
Non c’è evidenza che sostenga la TINA di DiEM. La loro tesi secondo cui il capitale sarebbe diventato completamente sovranazionale – e che “noi”, per poterlo combattere e avere una possibilità di vincere, dovremmo fare lo stesso e portare la lotta al livello sovranazionale – è sbagliata. Il carattere “libertino” del capitale va combattuto a livello nazionale, e questo porterà in seguito ad una cooperazione internazionale, o non ci sarà nessuna lotta. Se il capitale fosse diventato completamente “libero” e se gli Stati-nazione fossero “finiti”, perché mai Goldman Sachs e altri dovrebbero pagare milioni di dollari a Hillary Clinton per discorsi che poi devono rimanere segreti? Perché le lobby dovrebbero spendere miliardi per influenzare le istituzioni regolatrici all’interno dei singoli paesi? Perché dovrebbero esistere ovunque gruppi di esperti e agenzie di marketing che non hanno altro scopo se non quello di orientare le opinioni degli elettori? Perché il settore aziendale dovrebbe essere così interessato ad accaparrarsi i media in modo da salvaguardare la propria narrazione ideologica? Forse perché gli Stati-nazione non sono “finiti”?
Come scrisse Bill Mitchell sul suo blog un anno fa, «la realtà effettiva è che i politici hanno tuttora la capacità legislativa necessaria per limitare le attività economiche transfrontaliere… La vera sfida non è quella di cedere la sovranità nazionale a un qualche livello mitologico di integrazione economica internazionale, ma di resistere la corruzione e la “cattura” del sistema decisione a livello nazionale, che si sta orientando sempre di più verso la tecnocrazia; la vera sfida è assicurarsi che i sistemi democratici non vengano corrotti dai lobbisti che li vogliono orientare verso specifiche élite capitaliste» (si veda qui).
Ma perché tutto ciò non sta avvenendo? Si può accusare la destra di molte cose, ma non del fatto di essere di destra. La destra è la destra. Il problema è che lo stesso non vale anche per la sinistra. Bill Mitchell scrive: «Il problema è che nella loro stupidità i politici di sinistra hanno portato avanti il mito che l’integrazione economica internazionale sia giunta ad una fase così avanzata e inevitabile che ora è necessario abbandonare i tipici obiettivi progressisti e, al contrario, mettersi a servire gli interessi del capitale. La narrazione che fanno per distinguersi sta nell’improbabile pretesa che essi riusciranno in qualche modo a mantenere una posizione politica tale da assicurare degli esiti di maggiore equità» (si veda qui).
Questo, in parole povere, è quanto è avvenuto nel corso degli ultimi trent’anni. Non è la finanziarizzazione che ha distrutto la socialdemocrazia (come ha recentemente dichiarato Varoufakis alla televisione belga (si veda qui), ma la falsa ideologia secondo cui, in fondo, non vi è più niente da fare, che un cambiamento strutturale è impossibile, che la lotta politica al livello degli Stati nazionali è finita, che l’unica cosa rimasta da fare è cercare di gestire gli Stati secondo le regole neoliberiste ma con qualche “correzione sociale” qua e là. Correzioni che si dimostrano completamente insufficienti, quantomeno nella misura in cui tutto ciò che la socialdemocrazia fa, come il New Labour di Blair nel Regno Unito, è non accettare del tutto l’ideologia neoliberista in merito agli “scrocconi del welfare” e cose simili, mentre nel frattempo la situazione dei disoccupati e dei poveri continua inesorabilmente a peggiorare.
Resta il fatto che per i paesi che emettono la propria moneta è possibile perseguire politiche economiche in relativa autonomia – politiche che possono avere, tra gli altri, anche l’obiettivo della piena occupazione. Questa è la vera questione. Non è la democratizzazione delle istituzioni. Non è la necessità di una politica europea transnazionale. Non sono cose fumose, del tipo un modello di società che sia «al tempo stesso liberale, marxista e keynesiano», come ha detto Varoufakis (si veda qui e qui). Ciò di cui abbiamo bisogno sono partiti di sinistra capaci di vincere le elezioni nazionali.
4. Perché bisogna dare priorità al livello nazionale? 
Se DiEM2025 vuole combattere per «istituzioni UE più democratiche», lasciateli fare. Ma la battaglia più importante si combatte a livello nazionale. Nulla può danneggiare l’oligarchia europea più di un paese che abbandoni l’eurozona (o minacci di farlo), si rimetta in sesto, torni a crescere e faccia meglio del resto di un’eurozona disfunzionale e ultra-neoliberista. Dovunque in Europa il capitale sta disegnando linee di demarcazione fasulle lungo dimensioni etniche e culturali, portando avanti una strategia dividi et impera contro il lavoro. La sinistra deve combattere questa battaglia ad ogni livello possibile. L’internazionalismo non ha mai significato l’abbandono della lotta a livello nazionale. È vero il contrario. Tutto ciò non ha niente a che vedere con il nazionalismo. Non ha niente a che vedere con ciò che gli inglesi o i tedeschi possono fare per il fatto di essere inglesi o tedeschi, ma per il fatto che è a questo livello che si possono ottenere dei progressi. Gli irlandesi hanno sconfitto la privatizzazione dell’acqua. Non hanno per questo condotto una battaglia europea. La privatizzazione dell’acqua è probabilmente impossibile da sconfiggere a un livello europeo. Ma gli irlandesi lo hanno fatto entro la propria nazione. Si tratta semplicemente di una strategia volta a ottenere dei progressi laddove dei progressi possono essere ottenuti. Questo non esclude la solidarietà internazionale. Al contrario, è una condizione affinché la solidarietà internazionale possa esistere. Abbiamo bisogno di partiti autenticamente socialdemocratici che vincano le elezioni a livello nazionale, mandino dei rappresentanti di sinistra al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione, e mandino dei keynesiani alla BCE. La battaglia per gli investimenti, la crescita e contro l’austerità e il lobbismo corporativo deve essere intrapresa anche all’interno di queste istituzioni. Ma come possono essere dei partiti politici transnazionali a farlo? È a livello nazionale (e locale) che le persone possono relazionarsi direttamente coi politici. È qui che si trovano le maggiori forze.
Ovviamente Varoufakis non la pensa così. Come ha spiegato all’Independent, a quasi otto anni dall’inizio della crisi finanziaria, la disoccupazione nell’UE è ancora a livelli di crisi, ed è doppia rispetto alla disoccupazione nel Regno Unito o in USA – «che stanno raggiungendo ciò che gli economisti considerano “piena occupazione”». Per iniziare, nessuno crede a queste statistiche. Ci sono milioni di persone disoccupate anche in questi paesi. «Se la disoccupazione fosse al 10-11 percento nel Regno Unito o in USA, le rispettive amministrazioni politiche sarebbero già crollate», ha detto Varoufakis all’Independent (si veda qui, ma anche qui e qui per una critica). Come fa a dirlo? Il governo spagnolo, dove la disoccupazione è ancora sopra il 20 percento, è forse crollato? Il governo irlandese è crollato? No. Il principale partito sostenitore dell’austerità in Irlanda è perfino stato rieletto, e il vecchio primo ministro è di nuovo al potere. Nessun partito transnazionale potrà cambiare questo stato di cose. Lo possono fare solo dei veri, autentici partiti socialdemocratici, a patto che si sveglino.
Pubblicato sul sito di Flassbeck Economics il 24 maggio 2016. Traduzione di Voci dall’Estero rivista da Thomas Fazi. 



NAZIONE, STATO E IMPERIALISMO EUROPEO di Domenico Moro

[ 22 luglio 2017 ]

L’IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMOPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO. Si trattava della prima parte di un breve saggio. Qui la seconda.


[9-9-1931. Nella foto il simbolo della resistenza libica senussita contro il colonialismo fascista, Omar al-Mokhtar, in catene. Sarà poi impiccato]

 Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione
La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L’imperialismo italiano, tra gli anni ’80 dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d’Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale.
L’esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell’élite capitalistica. L’Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel ’43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all’interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.
1. Però, i limiti della mancanza di uno stato nazionale, che sostenesse gli interessi del capitale italiano, finirono alla lunga per farsi sentire negativamente.
A partire dalla seconda metà del XVII secolo l’Italia entrò in una lunga fase di decadenza economica, cedendo l’egemonia internazionale prima ai Paesi bassi e poi all’Inghilterra, che si erano dotati una forma statale nazionale ben strutturata e poderosa. Invece, in Italia la forma statale prevalente fu prima quella della repubblica comunale e poi quella della signoria locale o, al massimo, regionale. Inoltre, in Italia, tra il XIV e il XV secolo si sviluppò il Rinascimento, che, espressione delle corti delle città-stato, ebbe un carattere culturale cosmopolita e non nazionale.
2. L’Italia è stata il centro dell’impero più cosmopolita della storia, quello romano, e sede della sua erede, la Chiesa cattolica, la cui dottrina è universalistica per definizione.
La presenza in Italia del potere temporale cattolico, lo Stato della Chiesa, fu una delle cause principali del ritardo della unità nazionale italiana, completata soltanto con la conquista militare della Roma papalina da parte delle truppe italiane nel 1871.
A seguito di questo episodio, il Papa si confinò nel Vaticano e i cattolici si tennero fuori dalla politica del nuovo stato unitario, entrandovi con una loro formazione politica autonoma, il Partito popolare, soltanto nel 1919. Ma è dopo la Seconda guerra mondiale che essi, attraverso la Democrazia cristiana, saranno per quasi mezzo secolo il perno della politica italiana e uno dei motori della integrazione europea.
Un’altra importante causa dello scetticismo verso la nazione è collegata alle modalità con cui si è realizzato in Italia il processo di costruzione dello stato unitario nazionale.
3.
Alla fine, il Risorgimento fu egemonizzato dalla élite borghese del nord, alleata con i latifondisti del Sud, e in opposizione alle masse subalterne. Il Mezzogiorno venne definitivamente unito al resto del Paese solo dopo una lunga guerra contro il brigantaggio, in realtà una guerra civile, che costò all’esercito italiano più caduti della III Guerra d’indipendenza contro l’Austria.
La sfiducia verso la nazione da parte degli italiani, che hanno oggi, a un secolo e mezzo dall’unità, una identità culturale e linguistica definita e omogenea forse più di quella di altri popoli europei, rientra nel generale senso di sfiducia verso lo Stato, che, per ragioni diverse (genuine ma anche strumentali), investe sia le classi inferiori e subalterne sia quelle superiori e dominanti della società italiana.
Nella classe dominante il trauma della sconfitta della Seconda guerra mondiale, la consapevolezza di non poter portare avanti una politica di potenza nei nuovi rapporti di forza internazionali nonché il peggioramento dei rapporti di forza all’interno (forte presenza di un partito comunista e rapporti di forza sindacali e politici favorevoli alla classe operaia) hanno generato la convinzione della insufficienza (non certo della inutilità) dello stato nazionale e una tendenza a avvalersi anche di forze esterne, sovrannazionali (Nato e Ue), per riequilibrare i rapporti di forza esterni e soprattutto interni.
faux frais, cioè spese superflue, specialmente allorché si traducono in imposte sui profitti e sulle proprietà mobiliare e immobiliare. Infatti, l’avversione verso le spese statali in Italia si è tradotta in una diffusa elusione fiscale da parte delle imprese fino alla rivolta fiscale di cui la Lega si è fatta espressione negli anni ‘90, ed è stata particolarmente accesa, essendo motivata dalla dilatazione e dalla corruzione Pubblica amministrazione (Pa), giudicate come anomale rispetto al resto d’Europa.
Tale presunta anomalia è stata enfatizzata sin dagli anni ’70, allo scopo di favorire le privatizzazioni del welfare e delle partecipazioni statali e ridurre l’autonomia del ceto politico ad esse legato. Inoltre, le inefficienze e la dilatazione della Pa registrata in certe aree del Paese dipende dalla incapacità del settore privato di generare una sufficiente occupazione, dalla mancanza di un adeguato reddito di disoccupazione e da un divario economico tra Nord e Mezzogiorno molto più profondo di quelli presenti negli altri stati europei.
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In ultimo, ma non per importanza, la necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di un adeguato mercato di sbocco alle merci della manifattura italiana e poi la globalizzazione negli anni ‘90 si sono aggiunte a rafforzare, agli occhi dell’élite capitalistica italiana, l’utilità dell’Europa e dell’integrazione economica e valutaria, che ha trasformato o sta compiutamente trasformando le imprese maggiori da prevalentemente nazionali a internazionali.
In sintesi, l’Europa è stata vista (o venduta così all’opinione pubblica) come un necessario fattore esterno di costrizione all’efficientizzazione della Pa e alla moderazione del bilancio e della esagerata spesa statale, che gli italiani da soli avrebbero avuto difficoltà a realizzare.
Il punto, però, è che né l’euro né la Ue rappresentano un correttivo alle carenze dello Stato, tantomeno in direzione della sua efficientizzazione e contro la corruzione.
Al contrario, l’Europa rappresenta la riduzione degli aspetti “pubblici” e redistributivi dello stato e una accentuazione del suo carattere di dominio di classe, al servizio dei privati, che, anziché eliminare i vecchi sprechi e corruzioni, ne determina di nuovi, proprio a causa dell’aumento della commistione tra pubblico e privato a seguito delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici.
Il problema dell’euro non solleva la questione della nazione ma la natura di classe dello Stato. La questione dell’uscita dall’euro non è una questione inerente alla difesa della nazionalità bensì inerente alla democratizzazione dello Stato e, più precisamente, alla modificazione del rapporto tra Stato e classi subalterne al capitale.
In qualche modo, gli oppositori di sinistra all’uscita dall’euro vengono rafforzati nelle loro convinzioni dai cosiddetti sovranisti nazionali, che pongono l’accento sul recupero della sovranità nazionale anziché sul recupero della sovranità popolare o, meglio ancora, democratica.
Per la verità, una certa confusione tra i due aspetti si ingenera in modo abbastanza naturale. Infatti, visto che il problema è rappresentato dall’esistenza di organismi sovrastatali europei, il loro superamento implica necessariamente il ritorno allo stato. E, dal momento che lo stato territoriale classico è quello a base nazionale, ciò che risulta, almeno in apparenza, è che “si ritorni alla nazione”.
Ciononostante, il nodo della questione dell’uscita dall’euro continua a non risiedere nella nazione ed è bene che lo si ribadisca. Sarebbe facile considerare che alcuni stati europei non sono stati nazionali nel senso puro, ad esempio la Spagna e il Belgio, che riuniscono nazionalità diverse con lingue a volte di ceppo diverso (castigliano, catalano e basco, oppure francese e neerlandese). Più importante è chiederci verso chi la Ue e la Uem svolgono una funzione di oppressione o di sfruttamento.
Se, cioè svolgano una tale funzione verso una o più nazioni, intese come l’insieme delle classi di un dato Paese, oppure se svolgono tale funzione verso una o più classi sociali di tali nazioni, ma non verso l’insieme delle classi ossia della nazione.
In effetti, in Europa non c’è una nazionalità oppressa in quanto tale. L’azione della Uem colpisce alcune classi, che rappresentano la maggioranza della popolazione, ma non tutte con la stessa intensità. L’euro è diretto, in primo luogo, a neutralizzare la capacità di resistenza della classe salariata, in particolare di quella direttamente impiegata dal capitale (soprattutto nella manifattura), che subisce la deflazione salariale come conseguenza dei tassi di cambio fissi. Certi settori stipendiati o salariati ne sono colpiti di meno o meno direttamente, ad esempio il lavoro salariato non dipendente dal capitale.
Tuttavia, anche il settore pubblico ha subito, attraverso il blocco dei contratti e del turn over, conseguenze negative dell’austerity europea. Secondariamente tende a colpire anche alcuni settori piccolo-borghesi intermedi, nel commercio e nell’artigianato, e persino settori di imprese capitalistiche, quelle piccole e medie, che non riescono a inserirsi nelle catene internazionali del valore, dominate dalla grande impresa globalizzata, e sono state penalizzate dal crollo del mercato domestico a seguito di deflazione salariale e austerity.
Invece, i grandi e medi rentier generalmente beneficiano dell’euro. Soprattutto, per lo strato capitalistico di vertice, le grandi imprese industriali e le banche internazionalizzate, l’introduzione dell’euro ha rappresentato un vantaggio enorme. Alcuni hanno posto in rilievo, giustamente, il ruolo egemone della Germania in Europa e i benefici che, come Paese, ha ricavato dall’euro.
Tuttavia, per quanto la Germania abbia beneficiato dell’euro, non è possibile parlare di oppressione nazionale di questo Paese sugli altri. I benefici dell’euro si estendono, anche se non in modo uniforme, a tutta l’élite capitalistica europea, anche a quelle dei Paesi cosiddetti periferici.
6. Del resto, come ho avuto occasione di far notare altrove, l’integrazione valutaria rende più facile l’azione di quelli che Marx chiama i fattori antagonistici alla caduta del saggio di profitto (riduzione del salario, esportazioni di merci e capitale, concentrazione delle imprese, ecc.)7.
Infatti, non è un caso che tra le classi dominanti di Spagna, Francia e Italia le posizioni a favore di una uscita dall’euro non trovano udienza presso i media controllati dalle élite economiche “nazionali”. Ad esempio, il confindustriale Sole24ore, per quanto ospiti interventi critici verso gli “eccessi” rigoristici tedeschi, contrasta decisamente ogni ipotesi di fine dell’euro come fosse una catastrofe.
In ogni caso, le imposizioni della Uem non sono dirette contro l’autoderminazione “nazionale”, in quanto gli stati nazione non sono aboliti. Per la verità alcune loro attribuzioni sono state rafforzate e lo sono state proprio in funzione nazionale.
Fiscal compact, Six e Two pack), alla Ue o alla Uem. Infatti, la questione di fondo è che a essere indebolito non è il carattere di classe dello stato, inteso come perseguimento degli interessi specifici del capitale che ha base o opera in quel dato territorio. Anzi, tale carattere, per quanto possa sembrare paradossale, si rafforza e, del resto, né la Ue né la Uem assomigliano neanche lontanamente a uno stato in senso compiuto.
A questo punto, però, è necessario fare un passo indietro e chiederci: che cos’è, nella sua essenza, lo Stato? La definizione più diffusa è quella data da Max Weber: lo stato coincide con il monopolio dell’uso della forza entro i confini di una certa area geografica. Quindi, organismi statali per eccellenza sono quelli preposti a tale monopolio: Forze Armate, polizia, magistratura e il loro apparato immateriale di leggi e materiale di armamenti, caserme, tribunali, prigioni, ecc. Marx ed Engels aggiunsero a tale definizione che il monopolio della forza è esercitato in difesa dei rapporti di produzione dominanti. Pertanto, lo Stato, dal punto di vista di classe, non è mai neutrale, compreso quello formalmente più democratico, essendo sempre l’organismo della classe dominante.
8. Tuttavia, Marx ed Engels dissero anche altro: lo Stato non è solo oppressione mediante la forza fisica di una classe sulle altre ma anche mediazione tra le classi, per evitare che la lotta tra di esse giunga fino al punto di far collassare l’intero edificio sociale. In tal senso, sempre secondo Marx e Engels, la repubblica democratica rappresenta l’involucro migliore per l’esercizio del potere borghese9.
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Chi studia oggi Gramsci dovrebbe porsi la questione di attualizzare i suoi insegnamenti e mettere in pratica il suo metodo, che oggi non può prescindere dall’analisi della forma dei sistemi politico-istituzionali e di riproduzione del consenso, nel quadro della globalizzazione, dell’ideologia del cosmopolitismo e, in Europa, dell’integrazione economica e valutaria. Quindi, la forma che lo Stato assume è decisiva, perché la forma non è un mero involucro bensì un principio di organizzazione dei rapporti sociali.
Detto più chiaramente, la forma che lo stato assume definisce i rapporti e le modalità di mediazione tra le classi vigenti in un certo periodo storico.
Dopo la seconda guerra mondiale, la sconfitta militare del fascismo e della classe dominante italiana e il protagonismo dei partiti legati alla classe operaia avevano modificato i rapporti di forza, che furono cristallizzati, in Italia (e nel resto dell’Europa occidentale), in una nuova Costituzione antifascista e nella definizione di una forma di stato repubblicana e democratico-parlamentare.
Lo stato non aveva perso il suo carattere di classe ma la forma che assumeva garantiva alla classe lavoratrice un terreno di lotta più favorevole. Con gli anni, il confronto competitivo con l’Urss e le lotte di classe interne, combinate con una fase espansiva del capitalismo, portarono all’allargamento della democrazia e del welfare.
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Bisognava modificare i rapporti di forza e, per farlo, bisognava neutralizzare le Costituzioni e subordinare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale puro e presidiato da partiti di massa e organizzati, al governo, che era più facilmente influenzabile dalla classe dominante. La controffensiva neoliberista cui si assiste in tutto il mondo capitalistico avanzato dall’inizio degli anni ’80 si basava, sul piano politico, su questa strategia.
In Italia, si ricorse alla modifica in senso maggioritario delle leggi elettorali e, anche grazie all’operazione “mani pulite”, alla modificazione/distruzione dei partiti di massa tradizionali, cercando di adottare il sistema bipartitico anglosassone.
bipartisan consensus, cioè come ali di uno stesso partito, impedendo qualunque alternativa reale. Ma fu l’integrazione europea e in particolare l’introduzione dell’euro a fornire lo strumento decisivo per ribaltare i rapporti di forza.
Il Parlamento, in questo modo, viene bypassato dagli organismi sovrastatali e i meccanismi oggettivi dell’euro costringono alla disciplina di bilancio e alla compressione dei salari, permettendo l’imposizione di controriforme (come quella delle pensioni della Fornero) che in condizioni diverse non sarebbero mai passate.
In questa trasformazione, a essere rafforzati sono gli esecutivi nazionali, che, infatti, sono le uniche istituzioni statali ad avere un ruolo diretto negli organismi sovrastatali europei, affermando così quel principio di “governabilità”, ovvero la libertà dell’esecutivo di agire senza essere vincolato dagli altri poteri dello Stato, tanto auspicato dal capitale dagli anni ’70 a oggi.
Come ha ben spiegato Agamben e come abbiamo visto con il commissariamento europeo dell’Italia, all’epoca del governo di Mario Monti, tale trasformazione si è realizzata, evocando lo stato di emergenza o di “eccezione”, sotto il ricatto del default e dello spread.
parlamentare, basato sulla centralità del Parlamento, a un sistema di fatto (anche se non formalmente) governamentale, cioè basato sulla centralità dell’esecutivo e, all’interno di esso, del premier, il quale governa con un uso massiccio della decretazione d’urgenza (decreti legge)12.
democratico-oligarchica. Dunque, non assistiamo all’indebolimento dello stato nazionale.
Viceversa, assistiamo al rafforzamento del carattere di classe borghese dello stato.
La “governabilità” è il prodotto dello spostamento di certe decisioni a livello europeo e della subalternità ai meccanismi dell’euro, ma anche delle modifiche intervenute a livello statuale-nazionale. Infatti, mentre alcune funzioni sono delegate a organismi esterni, altre funzioni decisive non solo rimangono monopolio dello stato nazionale, ma vengono rafforzate e adattate alle esigenze delle imprese maggiori.
Negli ultimi anni gli apparati burocratici, polizieschi e militari degli stati europei occidentali non solo si sono rafforzati, ma, per quanto riguarda le Forze Armate, hanno assunto un ruolo sempre più interventistico all’estero.
Del resto, le Costituzioni antifasciste europee sono state bypassate o modificate non solamente sul piano dei meccanismi di governo e sul piano economico e in particolare su quello del bilancio pubblico (introduzione dell’articolo 81 sull’obbligo del paraggio di bilancio). Lo sono state anche sul piano dell’uso della guerra come strumento di politica internazionale, soprattutto in Italia, ma anche negli altri Paesi sconfitti della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone.
L’aspetto del monopolio della forza, che, come abbiamo visto, caratterizza lo Stato nazionale, non solo non è messo in comune, ma viene esercitato, seppure non nella forma di scontro armato diretto, in modo funzionale a una competizione tra Stati nazionali e tra capitali.
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Eppure, l’Italia e la Francia fanno parte della Ue e della Uem. Anzi, sono proprio l’euro e l’austerity a accentuare le tendenze imperialistiche e la competizione inter-imperialistica, già innescate dalla sovraccumulazione e dalla conseguente caduta del saggio di profitto.
Infatti, l’integrazione europea comprime i salari reali e la domanda interna riducendo i mercati domestici europei. Ciò accentua la contrazione della base produttiva domestica, rafforzando la spinta espansionistica all’estero, per la conquista di sbocchi alle merci e ai capitali eccedenti, oltre che di materie prime a basso costo. L’espansione economica estera è sostenuta, come nel passato, dal potere statale, con la diplomazia, gli incentivi economici e lo strumento militare. Quindi, con strumenti statali e nazionali.
Oggi, non esiste alcun esercito europeo né l’Europa interviene militarmente, in quanto Europa, in nessun luogo, se si eccettuano le missioni di scarso rilievo e importanza di Eufor.
Se stati europei intervengono insieme lo fanno come singoli stati sovrani, su mandato Onu o all’interno di alleanze, con o senza il cappello Nato, che sono quasi sempre a egemonia Usa. Né esistono una polizia e tantomeno una intelligence europea.
Del resto, la Ue non è capace di esprimere una sua vera politica estera, che senza Forze Armate europee non avrebbe senso.
Gli stati nazionali sono gelosi custodi di queste funzioni, peraltro non accessorie ma decisive e caratterizzanti la sovranità statale o nazionale che dir si voglia. Persino su altre tematiche, ad esempio sull’immigrazione, come si è visto recentemente, l’Europa è tutt’altro che prevalente sugli stati nazionali. Gli aspetti sui quali l’Europa è nettamente prevalente sul livello statale sono quelli relativi al bilancio pubblico e alla emissione valutaria.
Soprattutto sono la moneta unica, proprio per il suo carattere di meccanismo “neutro”, e la Bce, per il suo carattere sovrannazionale, a collocarsi al di sopra dello stato nazionale.
La Bce, infatti, è autonoma dai poteri statali e i governi esercitano su di essa un’influenza limitata: persino il governo più potente, quello tedesco, ne condiziona solo fino a un certo punto le decisioni.
intergovernativi, dal momento che le decisioni sono prese da organismi cui partecipano i capi di governo (Consiglio europeo) e i loro ministri (Consiglio dell’Unione europea), specie quelli economici e finanziari.
14 in una sorta di Fondo monetario europeo, come un modo per ridurre l’influenza della Commissione nelle decisioni su come affrontare il debito pubblico dei Paesi europei maggiormente in difficoltà.
Esiste un imperialismo europeo?
Questo è lo stato dell’arte. Bisogna, però, cercare di capire come la situazione evolverà o, almeno, quali sono le principali prospettive evolutive.
Una prospettiva si identifica con la tendenza verso la più o meno rapida disgregazione della Uem, a seguito dell’accentuazione della divergenza economica tra la Germania, da una parte, e gli altri Paesi, soprattutto Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ma anche a seguito delle pessime performance della Uem rispetto alle altre economie avanzate mondiali, e a seguito delle difficoltà a gestire in modo unitario le varie problematiche, a partire dall’immigrazione.
La seconda prospettiva è quella auspicata da molti governi, soprattutto da quelli dei Paesi più in difficoltà, che ritengono che la soluzione ai problemi dell’Europa sia più Europa, cioè la prosecuzione della integrazione europea, verso una maggiore centralizzazione sul piano economico, sul piano militare e della politica estera.
Questa strategia, che trae nuove speranze dalla elezione di Macron, punta sulla capacità, specie francese, di imbrigliare la Germania in un rinnovato asse franco-tedesco, e sembrerebbe aver trovato una sponda involontaria in Trump. Al vertice del G7 di maggio si è determinata una spaccatura tra il presidente Trump e i governi europei a causa del disavanzo commerciale statunitense nei confronti della Ue e in particolare della Germania e del ridotto contributo europeo al budget della Nato.
La risposta di Angela Merkel agli attacchi di Trump è stata tale (“Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani”) che alcuni vi hanno visto una storica rottura con l’alleato atlantico, interpretandola come il possibile avvio di un processo di autonomizzazione europeo. In realtà, Europa occidentale e Usa sono così l’integrate, sul piano economico, politico e militare, che risulta difficile parlare di rottura, almeno in un periodo breve.
force de frappe francese. Senza parlare della capacità di intervenire “fuori area” con adeguate forze aeronavali, che in Europa, specie dopo la defezione britannica, sono al momento risibili in confronto a quelle degli statunitensi.
La Germania sarebbe disposta a stornare ingenti risorse economiche, cambiando modello economico, per dotarsi e dotare l’Europa di forze armate adeguate a un ruolo mondiale?
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Il punto è che oggi in Europa (e all’interno del contesto mondiale) non esistono le condizioni per una vera unità sovrastatale, né di tipo federale e neanche di tipo confederale. Le divisioni sono molto forti e i meccanismi di funzionamento dell’euro, che nessuno sembra intenzionato a modificare, anziché favorire una unificazione statuale, la rendono ancora più problematica.
Del resto, la creazione di eventuali Stati Uniti d’Europa, per quanto a nostro parere poco probabili, per lo meno in questa fase storica, non sarebbero un risultato di cui essere contenti. Nelle condizioni e con i rapporti di forza attuali, essi sarebbero egemonizzati dal capitale europeo e rappresenterebbero lo strumento più potente per l’affermazione dei suoi interessi e per l’esercizio della violenza concentrata e organizzata nelle sue mani.
Tutto ciò ci porta a porci una ulteriore questione: esiste un imperialismo europeo o ne esistono le basi per il suo sviluppo? O meglio: esiste un imperialismo europeo autonomo e unitario che sia qualcosa di più della somma dei vari imperialismi dei Paesi europei?
La sua esistenza presupporrebbe due condizioni: l’esistenza di un capitale unitario con interessi convergenti, per quanto i capitali possano essere unitari e avere interessi convergenti in un contesto capitalistico di concorrenza, e l’esistenza di uno stato unitario.
In effetti, la definizione marxiana di “fratelli nemici” affibbiata da Marx ai capitalisti si attaglia piuttosto bene a quelli europei. Certamente è vero che i Paesi imperialisti europei, a parte l’unità da bravi fratelli contro i salariati europei, possono convergere e agire unitariamente in altre occasioni internazionali.
Sul piano commerciale e economico rispetto all’Europa orientale e, oggi, nei confronti degli Usa, c’è una certa convergenza. Ma in generale in queste e in altre occasioni gli interessi a un certo punto diventano divergenti e spesso i capitali e gli stati europei agiscono da fratelli nemici in concorrenza tra loro. Resta, infatti, da vedere quanto alcuni stati si sentano tutelati in una Europa finalmente unita e egemonizzata da una Germania, economicamente ingombrante e molto vicina, che non sia controbilanciata dagli Usa, potenti ma lontani.
Sarebbe sorprendente vedere le élite capitalistiche e politiche (e culturali) italiane sganciarsi dagli Usa, cui sono legate da più di 70 anni di relazioni, per aderire a un blocco egemonizzato dalla Germania (o anche da un asse franco-tedesco), esperienza peraltro già sperimentata poco positivamente nella Seconda guerra mondiale.
E non si tratta solo del piano militare, anche su quello commerciale gli interessi della Germania, ad esempio nel modo di rapportarsi con i dazi da imporre alle importazioni cinesi, sono in contrasto, ad esempio, con quelli italiani.
balance of power, seguente al tentativo egemonico, è stata sempre prodromica al conflitto continentale, dalla guerra dei Trent’anni alla Seconda guerra mondiale.
Appare poco probabile che si affermi una tendenza opposta, almeno in questa fase, visto che siamo in assenza di un processo di maggiore unificazione e che anzi ci sono molte tendenze centrifughe, a fronte di un allargamento delle divergenze economiche e della conflittualità tra Paesi europei.
E questo vale anche e soprattutto per Francia, che pure dovrebbe essere l’altro lato di un ricostituito asse franco-tedesco su cui rifondare l’Europa. I transalpini, infatti, hanno subito più dell’Italia le conseguenze dell’aggressività economica della Germania, registrando in Europa forse la decadenza politica e economica relativa maggiore, rispetto a quello che ancora all’epoca di Mitterand appariva ancora come un partner di pari peso.
E comunque, la mancanza di uno stato unitario, di una politica estera, di forze armate e di polizia europee sono un limite pesante, per la cui realizzazione non mi pare ci siano le condizioni, tantomeno in tempi storicamente brevi. Quindi, è difficile dire che esista oggi un imperialismo europeo in grado di porsi come polo imperialista autonomo o che esistano le basi perché si realizzi in tempi storicamente brevi.
Più probabile, invece, è la possibilità di realizzare alleanze o forme di integrazione militare o di politica estera a geometria variabile, specie tra la Germania e i suoi satelliti (Olanda, Austria, Romania), come in effetti sembra stia accadendo.
L’impedimento maggiore è proprio l’indisponibilità della Germania a essere vincolata in una struttura politicamente più centralizzata, dove gli altri stati, la Francia essenzialmente e, in misura minore, l’Italia e la Spagna, conterebbero maggiormente e, soprattutto, la costringerebbero a rinunciare a una parte dei suoi vantaggi competitivi e benefici economici.
La crisi del capitale non fa sconti a nessuno e la riduzione della profittabilità degli investimenti e delle quote di commercio mondiale non sono il migliore stimolo a dividere in modo concorde le prede con gli altri concorrenti, specie se sono meno forti.
Per il momento l’unico dato certo che va registrato è l’aumento delle contraddizioni tra capitali e tra stati a tutti i livelli, all’interno dell’asse atlantico e all’interno della Ue che a cascata si estendono alle varie aree di influenza, dal Medio Oriente all’Africa, all’Asia orientale. Ne consegue la necessità di seguire con attenzione l’evoluzione di queste contraddizioni per capirne gli esiti futuri e le implicazioni pratiche per le politiche delle classi subalterne, che, sulla base di quanto detto fino a qui, devono ruotare attorno al contrasto alla Ue e alla eliminazione della integrazione valutaria.
NOTE
Il lungo XX secolo, Il saggiatore, 2003.
Intellettuali italiani all’estero, in (a cura di) Giovanni Urbani, “La formazione dell’uomo”, Editori Riuniti, Roma 1974. Antonio Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, e Direzione politico-militare del moto, in A. Gramsci, “Quaderno 19 Risorgimento italiano”, Einaudi, Torino 1977.
 Interpretazioni del Risorgimento, Ibidem.
Una proposta contro la crisi, un milione di addetti nella Pa, Economia e politica, 11 maggio 2017. http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/una-proposta-contro-la-crisi-un-milione-di-addetti-nella-p-a/
Le vere cause del debito pubblico italiano, in Keynes blog, 31 agosto 2012. https://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/
6 Nelle imprese della manifattura il Mol (margine operativo lordo) sul fatturato delle imprese italiane al di sopra del livello di piccola impresa è superiore a quello tedesco. In particolare in quella al di sopra dei 250 addetti, tra 2008 e 2014, passa dal 5,8 al 6,9%, quello della Germania passa dal 5,6 al 6,3%. Eurostat, Industry by employment size class (Nace rev. 2 B-E).
Il capitale, Libro I, La genesi del capitalista.
 L’Origine della Famiglia, della proprietà privata e dello stato.
Il potere nella società contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1979.
 The crisis of democracy, il rapporto della commissione Trilaterale del 1975. Su questo e sul ruolo dell’integrazione europea nel contrasto all’eccesso di democrazia vedi Domenico Moro, Il gruppo Bilderberg, L’élite del potere mondiale, Imprimatur, Reggio Emilia 2014.
Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
La Terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.
14 Meccanismo di stabilizzazione finanziaria europea. Si tratta di un programma, gestito dalla Commissione europea, che recupera fondi sui mercati finanziari per aiutare gli stati in difficoltà, usando come collaterale il budget europeo.
Trump risposta alla crisi secolare e apertura della seconda fase della globalizzazione, Sinistra in rete https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/8531-domenico-moro-trump-risposta-alla-crisi-secolare-e-apertura-della-seconda-fase-della-globalizzazione.html



L’IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMOPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO di Domenico Moro

[ 20 luglio 2017 ]

Pubblichiamo la prima parte di un breve saggio di Domenico Moro dal titolo “Perché l’uscita dall’euro è internazionalista“.

 È possibile definire realisticamente una linea politica internazionalista in Europa soltanto mettendo al suo centro il tema dell’uscita dall’euro. Eppure, a sinistra molti continuano a opporsi all’uscita dall’euro, adducendo due tipologie di motivazioni, di carattere economico e politico-ideologico. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sul rifiuto a prendere persino in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale, siano le motivazioni politico-ideologiche. Infatti, le motivazioni politico-ideologiche appaiono meno “tecniche” e maggiormente comprensibili. Soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato nella sinistra e nella società italiana.
La principale motivazione politico-ideologica ritiene l’uscita dall’euro politicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Ciò significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni del Font National in Francia e della Lega Nord in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci, a causa delle dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.
Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione “è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria”. In particolare, per i lavoratori dei paesi avanzati il globale è una modalità di vita per rompere con “la barbara identità nazionale”(1).
Miopi noi ad aver sempre pensato, con Marx e soprattutto con i fatti, che la globalizzazione fosse una risposta del capitale per risolvere la sua sovraccumulazione e la caduta del saggio di profitto, mediante la riduzione dei salari e del welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a sfavore del lavoro salariato.
Ad ogni modo, le motivazioni politiche contro l’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione e lotta di classe non va preso alla leggera. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione, per come essi si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e ad essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale.
Altiero Spinelli e gli altri redattori del Manifesto di Ventotene, fino a oggi punto di riferimento della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo stato nazionale, o meglio alla “sovranità assoluta” dello stato nazionale, intesa come male assoluto, origine della guerra e del fascismo. Infatti, secondo Spinelli, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo stato nazionale o per lo stato internazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa.
Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e una “erronea deduzione” dai principi del socialismo, che porta necessariamente alla dittatura burocratica. Mentre l’Urss combatte una lotta feroce contro il nazismo e a fianco degli angloamericani, il Manifesto sembra soprattutto preoccupato di prendere le misure ai nuovi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopo-guerra: “Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo.”(2)
Il nazionalismo, però, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista e dirigente del PCI Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di stato (3).
Durante quel periodo storico l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni ’30 con l’economia cosiddetta autarchica. Gli scambi di merci e di capitali avvenivano soprattutto tra la singola potenza imperialista e le sue colonie.
È ovvio che, in un tale contesto, lo stato avesse un ruolo più interventista e diretto nell’economia. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, nella forma della competizione per la conquista di imperi territoriali.
Le ideologie nazionalistiche, come lo stesso fascismo, furono lo strumento per la mobilitazione delle masse per l’espansione del capitale nazionale uscito dalla Prima guerra mondiale schiacciato dalle condizioni di pace, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nel caso dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e i suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.
Oggi, la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa, in quanto l’accumulazione non avviene che in parte su base nazionale. Dalla forma di capitalismo monopolistico di stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato (4). In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti di portafoglio e investimenti diretti all’estero (IDE). L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi del centro a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione e integrazione dei capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia.
Senza trascurare, però, la capacità di intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura. Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, ormai desueto, e abbracciando il cosmopolitismo. Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va assolutamente confusa con quella internazionalista.
I classici del marxismo, compresi Luxemburg e Lenin (5), hanno definito quella nazionale come la forma statuale tipica del capitalismo. Ciò è sicuramente vero soprattutto per quanto riguarda la fase di sviluppo del capitalismo industriale moderno, avvenuta nel corso delle lotte democratico-liberali tra 1789 e 1871, e nella quale essi vivevano e lottavano. L’unione statale su base nazionale è stata fondamentale per il passaggio del capitalismo a una fase superiore di sviluppo, perché consentiva di riunire i mercati frammentati degli staterelli allora esistenti, partendo da un fattore di unificazione molto forte, la lingua.
In questo modo, l’Italia e soprattutto la Germania riuscirono a decollare dal punto di vista industriale, raggiungendo e superando (nel caso della Germania) gli stati nazionali più vecchi come la Gran Bretagna e la Francia. Tuttavia, si trattava di una forma necessaria e sufficiente in quella fase. Nelle fasi storiche precedenti il capitalismo aveva assunto altre forme, tanto che, secondo Giovanni Arrighi, nella sua storia il capitalismo oscilla tra due tipologie, il capitalismo monopolistico di stato, il cui tipo ideale era la Repubblica di Venezia, e il capitalismo cosmopolita, il cui tipo ideale era il capitalismo finanziario della Repubblica di Genova (6).
Nella prima la stato era forte e aveva un ruolo importante nell’economia, nella seconda lo stato era quasi inesistente e lasciava l’iniziativa economica, compresa quella coloniale, ai privati.
Ovviamente si tratta di due estremi e, di solito, le concrete manifestazioni dello Stato e dei rapporti produzione capitalistici contengono, a seconda dei periodi, quote dell’una e dell’altra forma in percentuali variabili.
La Ue e più ancora l’Unione economica e monetaria (Uem) sono la manifestazione di una fase del capitalismo nella quale l’elemento cosmopolita ha maggiore peso sia rispetto alla fase classica dell’imperialismo territoriale degli anni tra il 1890 e il 1940, sia rispetto alla fase di decolonizzazione e di pre-globalizzazione tra 1945 e 1989. La Uem, infatti, favorendo e accentuando la fuoriuscita dei meccanismi dell’accumulazione dal perimetro di controllo dello stato, asseconda lo spostamento del baricentro dell’accumulazione dal livello nazionale al livello sovranazionale.
Un movimento verso cui il capitale tende spontaneamente in un fase di sovraccumulazione e di crisi strutturale, durante la quale sconta una tendenza cronica all’abbassamento della redditività degli investimenti nei Paesi più sviluppati, che, non a caso, sono quelli che in Europa fanno parte della Uem. L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase del capitalismo globale, non in assoluto ma nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale.
È per queste ragioni che l’ideologia avversaria dominante, cioè l’ideologia della classe dominante, oggi non è quella nazionalista, bensì quella cosmopolita.
Allora, ci si domanderà, perché si assiste alla rinascita del nazionalismo, accompagnata dalla rinascita della xenofobia? In primo luogo, bisogna dire che non tutto ciò che accade è il risultato meccanico e necessario dei piani della classe dominante, anche se certamente è la conseguenza dialettica dei rapporti di produzione dominanti.
L’introduzione dell’euro e le politiche europee sono state funzionali a permettere la riduzione del salario e del welfare, ma anche a ridurre quella che Marx chiamava la pletora di imprese, ovvero le imprese e le unità produttive che la stessa accumulazione rende ridondanti e superflue. Così facendo l’euro e le politiche di austerity hanno allargato i divari in termini di crescita e ricchezza tra gli stati europei. Nel contempo, all’interno di essi, hanno prodotto o accentuato, insieme all’aumento della povertà e della disoccupazione di massa, la concorrenza tra indigeni e immigrati per il welfare e il lavoro e lo scollamento tra una parte dell’elettorato e il sistema politico tradizionale bipartitico ed europeista.
Ma, l’euro non colpisce solo il lavoro salariato impiegato direttamente dal capitale (la classe operaia). Esso, in quanto strumento facilitatore della riorganizzazione complessiva dell’accumulazione, colpisce anche altre classi sociali, tra cui alcuni strati intermedi (artigiani, piccoli commercianti, piccoli professionisti) e persino alcuni settori di impresa capitalistica. Infatti, la riorganizzazione e l’accorciamento delle catene di fornitura e subfornitura manifatturiera hanno comportato l’eliminazione di molte imprese piccole, medie e, in certi casi, anche grandi, rendendo difficile la vita alle rimanenti che non riescono a stare sul mercato internazionale.
Queste imprese, a differenza delle imprese multinazionali, non traggono beneficio dall’esistenza di una moneta unica a livello europeo, ma ne sono danneggiate. Non è un caso che la Lega, espressione storica della piccola impresa del Nord, abbia una posizione anti-euro, combinata con una posizione xenofoba anti-immigrati. Si tratta di un posizionamento articolato e, a suo modo, abile che, tende a mettere insieme settori diversi, piccola impresa e operai, in un nuovo blocco corporativo di destra.
Significativamente, dopo vent’anni, la Lega in salsa salviniana ha mandato in soffitta la secessione del Nord, riciclandosi come forza nazionale, a dispetto delle lamentele del vecchio Bossi.
Una dimostrazione ulteriore dei cambiamenti dei rapporti di produzione (la struttura) e di come questi si riflettano sulla politica e sulla ideologia politica (la sovrastruttura). Viene da chiedersi, a questo punto, se la Lega stia usando l’uscita dall’euro come, per circa vent’anni, ha usato la secessione, cioè come specchietto per le allodole e arma di ricatto per ottenere maggiori risorse statali per certi settori imprenditoriali del Nord. Ad ogni modo, la piccola borghesia, come ricordava Marx e come provano la storia (ad esempio quella del fascismo) e i risultati di venti anni di esistenza della Lega, non ha reale capacità di azione autonoma e presto o tardi viene subordinata al movimento oggettivo del capitale, quello vero.
Dunque, il nazionalismo e la xenofobia, così come il successo di partiti cosiddetti populistici o di estrema destra, sono la risposta immediata a una situazione, determinata dal capitale, di aumento dei divari di crescita economica tra Paesi della Uem e della polarizzazione sociale tra le classi di ciascun Paese. Ma il nazionalismo e la xenofobia non sono l’ideologia dell’élite capitalistica, cioè delle imprese multinazionali e transnazionali che rappresentato il vertice dell’accumulazione capitalistica in Europa occidentale e in Italia.
Così come il fascismo, inteso per come si è manifestato storicamente in Italia e in Germania, non è la forma di governo o di stato adeguata al capitale in questo momento storico. Anche perché i meccanismi oggettivi dell’euro e i vincoli europei sono tanto più efficaci quanto più appaiono politicamente neutrali e progressisti, in particolar modo rispetto al fascismo, al nazionalismo e alla xenofobia.
Nazionalismo e xenofobia sono una conseguenza non voluta e inattesa della riorganizzazione capitalistica gestita dagli apprendisti stregoni europeisti. Essi contrastano con gli interessi del grande capitale europeo, i cui mezzi di comunicazione, dal confindustriale Sole24ore a The Economist, controllato dalle famiglie tipicamente cosmopolite degli Agnelli e dei Rothschild, propagandano una ideologia cosmopolita e europeista, paventando come la peste in questi ultimi tempi il crollo della Ue e della Uem. Tale ideologia cosmopolita e europeista è quella che meglio si combina con il neoliberismo, esprimendo le necessità della mobilità dei fattori produttivi, soprattutto del capitale ma anche della forza lavoro, e affermando la progressività della globalizzazione.
Il blocco sociale alla base di questa ideologia, come ha spiegato bene la femminista americana Nancy Fraser (7), è l’alleanza tra élite capitalistiche e ceti medi “progressisti”, che trova il suo cemento ideologico nella combinazione di neoliberismo e diritti civili riferiti a particolari categorie, viste in termini rigorosamente interclassisti. Tale alleanza sociale sostituisce, a partire soprattutto da Clinton, il blocco sociale keynesiano, disgregatosi negli anni ’80 a seguito della globalizzazione, il quale si basava sull’alleanza tra i settori più organizzati della classe operaia e la grande impresa.
L’ideologia cosmopolita è ancora particolarmente forte in Europa occidentale tra l’élite capitalistica, perché si confà alla natura dell’economia europea che presenta una propensione maggiore agli investimenti di capitale all’estero (IDE) e soprattutto all’export di merci, i quali pesano in percentuale sul Pil europeo molto più che su quello statunitense (lo stock di IDE in uscita il 62% contro il 37% e l’export di merci il 35% contro il 9%) (8).
La Uem, coerentemente con l’indirizzo impresso dallo stato-guida tedesco, impronta la sua politica economica al neomercantilismo, cioè al raggiungimento di forti surplus del commercio estero a scapito del mercato e del consumo interno, contratti dalla crisi, dall’austerity del Fiscal compact e dalla deflazione salariale imposta dall’euro. In tale contesto, è particolarmente devastante per quella sinistra che voglia rappresentare il lavoro salariato assorbire pezzi consistenti dell’ideologia dominante cosmopolita. Ciò avviene in parte accettando che la liberazione di certi settori sociali avvenga separatamente dalla modificazione dei rapporti sociali e in parte confondendo la globalizzazione con l’internazionalismo.
L’internazionalismo si basa sul riconoscimento e il perseguimento degli interessi collettivi del lavoro salariato contro le divisioni nazionali e il ruolo dello Stato di potere concentrato del capitale. Il cosmopolitismo, invece, è il rovesciamento dialettico in senso borghese dell’internazionalismo. Esso si basa sulla affermazione globale degli interessi individuali dell’élite capitalistica al di sopra dello Stato-nazione di provenienza, mantenendone, però, l’utilizzo e ben salda la natura di classe.
Note
(1) Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17.
https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/9021-toni-negri-chi-sono-i-comunisti.html
(2) Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene, Agosto 1941.
(3) P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.
(4) Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.
(5) Lenin, Sul diritto delle nazioni all’autodecisione.
(6) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, Milano 1994.
(7) Nancy Fraser, Come il femminismo divenne ancella del capitalismo, The Guardian, 14 ottobre 2013. Nancy Fraser, La fine del neoliberismo progressista, in Sinistra in rete ttps://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/9190-nancy-fraser-la-fine-del-neoliberismo-progressista.html
(8) Domenico Moro, op. cit.
* Fonte: Felce Rossa



SE QUESTO È RAZZISMO di Enea Boria

[ 4 luglio 2017 ]

Anni passati a sentirsi dire “ma allora tu rivuoi le frontiere, terrore paura e morte, il fascismo, la guerra, il razzismo” e a cercare di rispondere su un terreno razionale: no, guarda, i confini sono sempre esistiti e in una certa misura esisteranno sempre e ringrazia il cielo perché senza quelli non hai politica ma solo gli interessi delle multinazionali e delle banche, il punto è come li gestisci”.

Niente.


Bisognava essere europeisti perché la retorica no border o barbarie.
Anni di scomuniche e insulti e te ne fai serenamente una ragione, finché anche tu gli insulti li commini in tempo zero perché tanto chettenefrega ormai e tempo da perdere coi minus habens non ne hai.

Poi in Italia gli europeisti si inventano il decreto Minniti Orlando, intrinsecamente razzista perchè di fronte alla legge gli immigrati hanno differente e ridotto diritto di ricorrere.
Io ho sempre detto che fatti salvi i rifugiati per i quali l’apertura deve essere incondizionata, sull’altro 80% abbondante che arriva bisogna avere la razionalità e il coraggio di ragionare per quote, a maggior ragion se il lavoro non c’è.


Ma questo, per carità, è razzismo.
Una cosa molto brutta, cioè la stessa identica cosa: COGLIONI!

In Spagna altro paladino della UE confermato, Mariano Rajoy.
Anche sul suo conto gli europeisti fanno finta di non vedere che nelle enclave spagnole in Africa, l’Europa dell’open border dei loro coglioni, si “difende” come io non farei e loro invece fan finta di non vedere, a Ceuta e Melilla: filo spinato elettrificato con l’alta tensione.

Tutto questo mentre sommergiamo Erdogan, notoriamente una bella personcina, con 5-6 miliardi di euro all’anno ripartiti in quota parte su tutti i paesi UE, perchè faccia lui in Turchia il lavoro di sporco di tener chiusa con le stragi la via balcanica, cioè la porta di accesso alla mitteleuropa.