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Il presidenzialismo: l’ultima trincea delle canaglie di Leonardo Mazzei

6 giugno. «Non siamo qui a difendere un odioso presente sol perché si annuncia un futuro ancora peggiore. Siamo qui a proporre un’alternativa, un sistema davvero democratico e popolare».
E’ lì che andranno a parare. Il presidenzialismo non è solo il passaggio finale di un processo di accentramento e rafforzamento del potere esecutivo iniziato vent’anni fa. Non è solo la pietra tombale su quel che resta (poco in verità) del sistema parlamentare. E’ anche il modo in cui la casta dei politicanti espressione delle oligarchie dominanti punta a salvare se stessa.
Per tutti questi motivi era perciò inevitabile che dal cappello presidenziale delle «riforme» sbucasse fuori il coniglio presidenzialista. Eugenio Scalfari ci dice che così non è, che Napolitano parlerà, a giorni, contro il presidenzialismo. Vedremo, quel che è certo è che il modus operandi del «comunista preferito da Kissinger», ed ancor più le scelte che ne sono conseguite hanno portato acqua, più di ogni altra cosa, al mulino presidenzialista.
Le avanguardie dell’armata che punta al modello francese sono scese in campo, sulle colonne del Corriere della Sera, con un appello dal titolo «Un movimento di cittadini per la scelta diretta». Lo hanno fatto il 2 giugno, festa di quella Repubblica a cui vogliono fare la festa. I nomi dei firmatari non lasciano adito a dubbi: Augusto Barbera, Angelo Panebianco, Arturo Parisi, Mario Segni. Tutti costoro (in primis Segni) furono, vent’anni fa, tra i principali promotori del referendum per il maggioritario. Due di loro (Barbera e Parisi) sono esponenti di un certo rilievo del Pd. E già questo basta ed avanza per farci capire che l’offensiva non viene solo da destra.
Per costoro il presidenzialismo è in fondo il coronamento di quel percorso iniziato negli anni ’90 del secolo scorso. Non dimentichiamoci che proprio dal maggioritario è scaturita la figura del sindaco/podestà, mentre i presidenti delle giunte regionali sono diventati «governatori». Il tutto contornato dal progressivo svuotamento delle assemblee elettive a tutto vantaggio degli esecutivi di ogni ordine e grado. Chi ha avallato questo processo per tanto tempo, ha ben poco da lamentarsi oggi della sterzata presidenzialista, peraltro sostenuta dallo stesso Letta.
Una volta affermato il principio della «governabilità», dell’accentramento del potere, fino a consegnarlo nelle mani di una sola persona, come si poteva pensare che tutto ciò restasse confinato a comuni, province e regioni, senza arrivare ad imporsi un giorno come forma del potere centrale?
Abbiamo già detto che il maggioritario da un lato, e il presidenzialismo de facto alla Napolitano dall’altro, hanno funzionato da apripista alla svolta istituzionale in gestazione. Ma c’è di più. C’è che il presidenzialismo detto «alla francese» ben si sposa con il doppio turno di collegio. C’è che il presidenzialismo è anche un modo furbesco per (tentare) di rispondere alla cosiddetta «crisi della politica», che in realtà è crisi di un sistema di potere e di governo ben determinato.
Vediamo intanto il primo aspetto. Già nella primavera 2012, discutendo dell’annosa questione della riforma del Porcellum,  la destra offrì al Pd l’adorato doppio turno di collegio, ma a condizione che il partito di Bersani accettasse l’elezione diretta del presidente della Repubblica ed ovviamente il riordino dei poteri che ne consegue. Il Pd respinse l’offerta, non per ragioni di principio – non sia mai detto, che son finiti quei tempi! – ma solo perché i sui lungimiranti strateghi erano certi di fare il botto proprio grazie al premio di maggioranza della legge calderoliana. Ora che gli è andata come gli è andata, è naturale che l’offerta di Alfano suoni assai bene agli orecchi piddini. E le cronache già ci parlano di diversi big già schierati: da Veltroni a D’Alema, da Prodi a Renzi, per arrivare all’annebbiato Epifani, tutti in fila ad adorar la Francia.
Tutto ciò non deve stupire. Stupirebbe semmai il contrario. Costoro sono disposti a tutto pur di restare in sella. Ed il fatto che, insieme a Berlusconi ed ai berluscones, costoro siano in prima fila per il presidenzialismo, non può che dar forza a chi vorrà opporsi a questa ennesima deriva autoritaria. La loro credibilità, infatti, è ormai sottozero.
C’è però per noi un altro problema. Ed è che, almeno in questa prima fase, l’opposizione al presidenzialismo assumerà i volti di Rosy Bindi ed Eugenio Scalfari. La prima in nome di una Costituzione che non c’è più, che ella stessa ha contribuito a stravolgere in questi anni. Il secondo in nome del pericolo «populista», sia nella versione berlusconiana che in quella grillesca. Questo è un vero problema, perché se saranno quelli i volti dell’opposizione, il presidenzialismo ha già vinto in partenza.
Che fare allora? Essenzialmente due cose:
La prima consiste nello spiegare con linguaggio semplice che il presidenzialismo è l’ultimo rifugio delle canaglie che governano bipartiticamente il paese da vent’anni. Detto in linguaggio popolare, è la casta che non vuol mollare, che cambia la forma istituzionale perché niente cambi negli assetti del potere. In altri termini, è il tentativo di salvare un sistema che sa solo proporre sacrifici, tagli, tasse, disoccupazione in nome del Dio Euro e dei suoi sacerdoti di Bruxelles e Francoforte. Il sistema politico non è in crisi perché «troppo democratico»; al contrario la sua crisi deriva dal distacco dal bipolarismo di milioni e milioni di elettori, allontanatisi da esso proprio a causa dell’azzeramento della democrazia necessitato dalle scelte di cui sopra. Mai come oggi le classi popolari sono state escluse da ogni influenza sul potere, ma proprio per questo maggiore è la possibilità che decidano di rivoltarglisi contro.
La seconda cosa da fare è quella di non limitarsi ad una battaglia difensiva. Al «com’era bella la nostra Costituzione». Una Costituzione che a forza di decantarla ormai non c’è più. Con i cantori della domenica assai spesso impegnati nell’opera di sistematico smantellamento durante la settimana. Una battaglia solo difensiva darebbe le carte migliori proprio ai presidenzialisti. Nossignori, a ben poco servirebbe asserragliarsi in un fortino così sguarnito. La battaglia ha da essere offensiva. Come abbiamo scritto in un documento del Mpl l’estate scorsa: «A partire dallo spirito originario della Costituzione italiana, occorre promuovere un’Assemblea Nazionale Costituente al fine di riconquistare un’effettiva sovranità popolare». Ed è chiaro che riconquistare la sovranità popolare, e dunque nazionale, significa in primo luogo liberarsi dal giogo dell’Unione Europea e della sua moneta unica. Certo, questo obiettivo si inserisce necessariamente in un contesto di grandi trasformazioni, frutto di una vincente sollevazione popolare, ma visto che il nemico ci porta su questo terreno è necessario porsi all’altezza dello scontro fin da ora.
In conclusione: non siamo qui a difendere un odioso presente sol perché si annuncia un futuro ancora peggiore. Siamo qui a proporre un’alternativa, un sistema davvero democratico e popolare. Solo così potremo davvero contrastare il presidenzialismo. Ed anche una sconfitta sarebbe in quel caso meno amara, perché non pregiudicherebbe – a differenza della linea difensivista – l’esito delle battaglie che già si intravedono all’orizzonte.




IUS SOLI, IUS SANGUINIS di Graziella Bertocchi*

11 maggio. Il pronunciamento del neo-ministro Kyenge a favore dello ius soli ha scatenato innumerevoli polemiche, tra cui le critiche di Beppe Grillo. Diverse proposte di legge, con innovazioni simili, sono già state presentate dal l’avvio della nuova legislatura. Come si collocano all’interno del panorama europeo? Qui sotto una scheda informativa.

«Cerchiamo di ricostruire gli ultimi fatti. A inizio legislatura, il 21 marzo 2013, viene depositata alla Camera una proposta di legge in tema di cittadinanza firmata dalla neo-eletta e futuro ministro insieme a Bersani, Chaouki e Speranza, del PD. Negli stessi giorni diverse altre proposte vengono depositate. Le successive vicende politiche hanno poi visto la nascita del governo Letta, senza che tra le forze politiche coinvolte potesse essere discussa la questione e senza quindi alcun accordo di programma al proposito. Non sorprende quindi che saggiamente le dichiarazioni del ministro, pur ovviamente in favore del principio generale, non abbiano fatto specifico riferimento a una proposta di legge da lei presentata non in qualità di membro del governo Letta ma di parlamentare del PD.


Nonostante le proposte in campo siano numerose, per semplicità concentriamoci su quella sopra citata e su quella presentata da Scelta Civica, primi firmatari Marazziti e Santerini. I due testi hanno molti punti in comune, non solo tra di loro ma anche con i numerosi progetti che li hanno preceduti in passato, tra i quali la proposta Turco-Violante del 2001, il disegno di legge del ministro Amato del 2006, per arrivare alla proposta bi-partisan Sarubbi-Granata durante la scorsa legislatura. In tutti questi casi vengono proposte, se pur con sfumature diverse, innovazioni che introducono nella legge vigente elementi di ius soli, ovvero mirano a permettere l’acquisizione facilitata della cittadinanza italiana per chi è nato in Italia da genitori stranieri. (1)


Secondo lo ius soli il criterio per l’acquisizione della cittadinanza alla nascita è il luogo di nascita (chi nasce sul territorio nazionale di un certo paese è cittadino), mentre secondo lo ius sanguinis il criterio è la pura appartenenza genealogica (chi discende da cittadini di un certo paese è cittadino).
Le fondamentali innovazioni proposte dai due progetti sono le seguenti:

Doppio ius soli: questo sistema, già vigente da tempo in Francia, permetterebbe l’acquisizione della cittadinanza ai figli nati in Italia da uno straniero a sua volta nato in Italia, ma solo qualora lo straniero sia legalmente residente da almeno un anno. Dato che l’Italia è un paese di immigrazione intensa ma recente, nell’immediato sarebbero pochi i bambini che potrebbero essere interessati da questa norma.

Ius soli per i figli nati in Italia da stranieri legalmente residenti da almeno cinque anni: questo sistema è stato per esempio introdotto in Germania fin dal 2001 ma con il vincolo più stringente di otto anni di residenza legale. E’ il canale che permetterebbe l’acquisizione della cittadinanza al numero considerevole di bambini che potrebbero nascere da stranieri nel prossimo futuro.
Ulteriori corsie di ingresso sono previste per chi, nato in Italia o immigrato in Italia da bambino, abbia frequentato un certo numero di anni di scuola in Italia. E’ prevedibile che anche queste corsie potrebbero interessare un numero rilevante di figli dello stock di recenti immigrati.
Si tratta quindi certamente non di un’applicazione dello ius soli puro e incondizionato, tale da consentire l’acquisizione della cittadinanza per caso, o peggio da incoraggiare un “turismo” organizzato a questo fine. E in nessun modo le nuove regole inciderebbero sullo ius sanguinis, ovvero sul diritto di cittadinanza dei figli degli immigrati italiani nati all’estero, che resta immutato (così come era stato sancito ai tempi in cui il fenomeno aveva dimensioni di massa).

IL CONTESTO EUROPEO

E’ importante tuttavia capire come si inserirebbe una nuova legislazione con un orientamento a un regime misto nel contesto europeo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto dell’Europa viene tra una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione. Dagli anni Settanta, si sta assistendo però a una generale revisione delle norme, con la sempre più diffusa applicazione di regimi misti che accostano allo ius sanguinis elementi di ius soli.

Nella banca dati “The Citizenship Laws Dataset”, insieme a Chiara Strozzi ho ricostruito la legislazione di 162 paesi, non solo europei, dal 1948 al 2001. (2) Già nel 2001, in Europa per la maggioranza dei paesi l’acquisizione della cittadinanza alla nascita risulta regolata da regimi misti: dei 34 paesi rappresentati, solo uno (l’Irlanda) applica ancora lo ius soli incondizionato (abbandonato da tempo dal Regno Unito), mentre 14 applicano lo ius sanguinis e 19 hanno regimi misti. Nella maggioranza dei casi, si tratta però di regimi misti con elementi di ius soli molto tenui (come nel caso della legge italiana del 1992). Dal 2001 vengono introdotte in Europa tre riforme di rilievo. (3) Da un lato l’Irlanda, con un referendum del 2004, abbandona lo ius soli incondizionato, proprio a causa del crescente manifestarsi di un “turismo” della cittadinanza (aggravato dal fatto che il paese era ormai il solo caso di ius soli rimasto all’interno dell’Unione Europea). Dal lato opposto, Portogallo (nel 2006) e Grecia (nel 2010) ampliano marcatamente gli elementi di ius soli introducendo una combinazione di doppio ius soli e di ius soli per i residenti, molto simile alla combinazione prevista dalle due proposte di legge sopra descritte.


Riassumendo, attualmente sono pochi i paesi europei che contemplano questa combinazione: solo il Belgio aveva infatti preceduto Portogallo e Grecia in questo orientamento. Negli altri regimi misti viene applicato uno solo dei due principi: il doppio ius soli è adottato in Francia, Lussemburgo, Olanda e Spagna, mentre lo ius soli per residenti è previsto oltre che in Germania anche in Irlanda e Regno Unito. Per i restanti paesi europei, prevale ancora lo ius sanguinis.


Se le innovazioni proposte venissero approvate, l’Italia si troverebbe quindi con una legislazione tra le più avanzate. Di per sé questo non dovrebbe però fare necessariamente pensare a un’accelerazione eccessiva, in quanto una caratteristica della legislazione in materia di cittadinanza è la sua relativa inerzia, che comporta riforme rare e di conseguenza spesso non incrementali. Inoltre, in Italia il doppio ius soli avrebbe un impatto molto limitato per almeno altri venti anni.

INNOVAZIONI SOLO SE CONDIVISE

Non starò qui a ripetere i tanti buoni motivi per introdurre elementi di ius soli. (4) Una raccomandazione che però mi sentirei di fare è di introdurre innovazioni solo se largamente condivise. Il governo in carica, pur non avendo questa riforma nel suo programma, potrebbe avere la capacità di arrivare a un’intesa sufficientemente ampia da garantire che qualunque nuova norma possa sopravvivere agli sviluppi politici per anni e anni a venire. Non si può non pensare alla tragedia (nella tragedia) della Grecia: dopo la forzata promulgazione voluta dal Pasok nel 2010 e osteggiata dalla destra, a febbraio 2013 il Consiglio di Stato greco ha dichiarato la nuova legge anti-costituzionale. Anticipando questa decisione, il governo greco già da dicembre 2012 aveva di fatto bloccato la concessione della cittadinanza a chi ne avrebbe avuto diritto con i nuovi criteri e ha ora annunciato nuovi cambiamenti. Il peggiore epilogo, quando si tratta di diritti umani».

Note

(1) La legge in vigore dal 1992 già include un elemento molto tenue di ius soli, che si limita a prevedere per gli stranieri nati in Italia una corsia preferenziale per l’acquisizione della cittadinanza, fruibile però solo al raggiungimento del diciottesimo anno di età.
(2) La banca dati è presentata in Bertocchi e Strozzi, in “Immigrazione, inclusione e cittadinanza”, lavoce.info, 2009.
(3) Si veda Eudo-citizenship  per maggiori dettagli.
(4) Si veda per esempio Bertocchi e Prat, “La cittadinanza dei bambini”, lavoce.info, 2003


Fonte: La Voce




FIRMA LA PETIZIONE PER CACCIARE NAPOLITANO

Seconda: si può assolvere il golpista solo perché ha defenestrato Berlusconi?

di M.P.L.

Leggi l’appello «FERMIAMO IL REGIME CHANGE»!
Per firmare:
dimissioninapolitano@tiscali.it

Ci sono due obiezioni al nostro Appello per mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica.

Secondo questa critica, per quanto sia vero che Napolitano ha di gran lunga travalicato dalle sue prerogative costituzionali, sarebbe sbagliato appellarsi alle Camere e alla Corte costituzionale perché in questa maniera si finirebbe per legittimare questi poteri, dando loro una patente di democraticità, che invece non hanno. Questo tipo di critiche muovono dall’idea che la Costituzione italiana, essendo il fondamento giuridico di uno stato capitalista, può essere gettata nella spazzatura e che non è affare dei dominati difenderla, anche quando fosse sotto attacco da parte di frazioni reazionarie o golpiste della classe dominante.

A nostro parere questi critici non vedono che la Costituzione, con tutti i suoi limiti, resta pur sempre una Costituzione repubblicana e democratica, che sarebbe suicida non difenderla proprio nel momento in cui viene messa sotto attacco da parte di chi vuole sbarazzarsene per meglio comandare e opprimere. La Costituzione repubblicana va difesa anche perché rappresenta il frutto della vittoria sul fascismo e la monarchia e, per questo, contiene una serie di norme e conquiste del movimento democratico. Chi non sa difendere antiche conquiste minacciate non potrà domani ottenerne di nuove.

La seconda critica è quella di chi, per un ventennio, è stato preda dell’ossessione anti-berlusconiana, quella cioè di coloro che esultano dicendo che grazie alla astuta regia di Napolitano ci siamo finalmente liberati del Cavaliere e, quale che sia la maniera in cui ciò è stato fatto, meglio chiudere un occhio. E se anche Napolitano avesse compiuto il suo lavoro in maniera sporca, meglio è lasciar perdere. Queste persone giungono al punto di negare l’evidenza e arrivano a sostenere addirittura che Napolitano ha agito rispettando le prerogative che la Carta gli assegna. Questa posizione, per quanto opposta, è speculare alla prima: non si difende la Costituzione dai suoi becchini.

Noi riteniamo, ma è oramai senso comune, che Napolitano —a partire dal suo intervento nella Guerra contro la Libia (una violazione palese dell’Art.11, già stracciato nel 1999 dal Governo D’Alema con la guerra alla Iugoslavia), dalla sua difesa ad oltranza dei diktat dell’oligarchia europea, passando per l’investitura del “tecnico” Monti, per finire con la sua tetragona perorazione dello stravolgimento dell’Art. 81 (ovvero l’inserimento del pareggio di bilancio in Cosituzione)— abbia di gran lunga travalicato dalle prerogative che la Costituzione gli assegna. Da arbitro senza alcun potere esecutivo egli ha di fatto determinato un cambio di regime verso una Repubblica di tipo presidenziale. Questo salto va proprio nel senso dei desiderata delle ristrette oligarchie finanziarie e politiche sovranazionali (per le quali le democrazie sono oramai d’intralcio) le quali, per sottomettere l’Italia al loro protettorato avevano bisogno di una leva autorevole. Leva che hanno trovato proprio in Napolitano.

La questione ha un precedente.

Sotto ogni punto di vista ciò che ha fatto e sta facendo Napolitano è molto, molto più grave di quanto fece Cossiga. Napolitano non ha solo compiuto uno strappo presidenzialista, egli ha svenduto la sovranità nazionale facendosi garante del regime di protettorato euro-tedesco.

C’è poi una grande differenza tra il senso e lo spirito del nostro Appello e quanto fece il Pds di allora.

Noi non ci facciamo particolari illusioni sul fatto che le Camere o la Corte Costituzionale cacceranno Napolitano. Non lo faranno perché hanno paura che si apra una crisi istituzionale e politica di portata incalcolabile. Per noi è proprio questa crisi che occorre invece augurarsi, poiché solo mettendo in scacco l’attuale sistema e scompigliando le forze dell’avversario il popolo lavoratore potrà evitare di essere portato al macello, sacrificato sull’altare dell’Unione europea, dell’Euro e delle politiche d’austerità.

Per noi la richiesta alla Camere e alla Corte Costituzionale è una maniera per denunciare la gravità di quanto è accaduto e la minaccia che incombe sul popolo italiano, un Appello non fine a se stesso ma, appunto, finalizzato a stimolare la mobilitazione democratica, una sollevazione popolare quale via maestra per cambiare davvero lo stato di cose esistente.

11 aprile 2012


Firma l’appello: dimissioninapolitano@tiscali.it



Difendiamo la Costituzione

[ 02 novembre 2010 ]

 

Su Repubblica del 15 ottobre Riccardo Pacifici,  sionista tra i più facinorosi nonché Presidente della comunità ebraica di Roma, ha proposto una legge per introdurre il reato di “negazionismo”, per mandare in galera chiunque osi “ridimensionare i numeri della Shoah”. Ha quindi lanciato il suo ultimatum: 
«dev’essere promulgata entro il 27 gennaio, giornata della memoria». 
Questa proposta liberticida, figlia di una mentalità fascistoide, ha trovato l’immediato sostegno dei presidenti della Camera e del Senato, nonché quella delle principali forze politiche, tutte notoriamente prone davanti ad Israele e alla sua lobby italiana. Il tutto mentre Gaza resta sotto assedio e Netanyahu fa saltare ogni negoziato di pace costruendo nuovi insediamenti a Gerusalemme e in Cisgiordania. Una simile legge non deve passare. Sarebbe un’ulteriore attentato della casta contro la democrazia, la libertà di pensiero e la Cosituzione, che all’Art. 21 recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Ti invitiamo a far circolare questo APPELLO 
e ad apporre la tua firma, scrivendo a: riv.dem@gmail.com





Negazionismo e diritti costituzionali

[ 01 novembre 2010 ]

Libertà di opinione

di Marino Badiale e Massimo Bontempelli
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Un altro valore fondativo della civiltà occidentale e’ quello della libera espressione delle opinioni, della libertà di ricerca e di dibattito.
Si tratta di un valore garantito, per esempio, dagli articoli 21 e 33 della Costituzione Italiana e anche su questo tema stiamo assistendo ad un vistoso arretramento.
Alludiamo alle leggi che in vari importanti paesi europei hanno reso reato la difesa di alcune particolari opinioni, in particolare delle cosiddette tesi “negazioniste” sul genocidio ebraico.


E’ cioe’ diventato un reato avere opinioni difformi da quelle condivise dalla totalità degli storici e dalla quasi totalità della popolazione a proposito del genocidio perpetrato dai nazisti ai danni della popolazione ebraica europea durante la seconda guerra mondiale.
Queste leggi rappresentano una evidente e clamorosa  violazione di uno dei principi fondamentali della civiltà occidentale,talmente evidente e clamorosa da rendere difficile  persino discuterne.
Come dice correttamente Noam Chomsky «c’è qualcosa di deprimente e anche di scandaloso nel dover discutere di queste questioni due secoli dopo Voltaire».

Proviamo comunque a rendere il più evidenti possibile i motivi di questa enormità, e per questo confrontiamo questo tipo di opinioni con altre delle quali pure si sono occupate le legislazioni penali di vari paesi europei, fra i quali l’Italia. Ci riferiamo alle leggi che proibiscono la propaganda di tipi razzista e xenofobo. In quest’ultimo caso ci troviamo evidentemente su una zona di confine tra libertà di opinione e l’ incitamento alla violenza. Chi dichiari, ad esempio, che bisogna cacciare gli immigrati, o che i neri o gli ebrei sono razze inferiori, sta esprimendo un’opinione, e quindi in teoria dovrebbe essere protetto dalle garanzie istituzionali, ma attraverso tale opinione esprime dei giudizi di valore che possono determinare comportamenti che la collettività rifiuta, e allora può essere comprensibile l’esigenza di proibire anche l’espressione di quelle opinioni. Chi esprime poi un giudizio di valore del tipo «e’ bene uccidere gli appartenenti alla categoria X» sta di fatto invitando all’omicidio.
Se vivessimo in un mondo ideale, o quasi, un tale individuo verrebbe scansato da tutti, nessuno seguirebbe il suo invito, e non ci sarebbe nessun bisogno di proibirgli di esprimere i suoi nefasti pensieri. Ma nel mondo reale in cui viviamo ci può essere la possibilità che un simile individuo riesca ad influenzare altre persone, e che l’espressione delle sue opinioni possa in effetti portare qualcuno all’ omicidio.
Può essere allora comprensibile, come si diceva, l’istanza di proibizione legale della espressione di quelle opinioni: siamo, come anche dicevamo, in una zona di confine nella quale e’ difficile determinare quale sia la soluzione corretta.
Ma queste considerazioni non si applicano a chi esprime opinioni che riguardino semplicemente dei fatti.
Per capire la differenza prendiamo in considerazione queste due affermazioni:
“in Italia ci sono troppi immigrati” e “in Italia ci sono 2 milioni e mezzo di immigrati”.
La prima contiene chiaramente un giudizio di valore,espresso dall’ aggettivi “troppi” e intende dire che sarebbe bene che ce ne fossero di meno.
La seconda non contiene nessun giudizio di valore ma esprime un dato neutrale.
Immaginiamo ora che qualcuno affermi che” in Italia ci sono 20 milioni di immigrati”:si tratta,a quel che ne sappiamo,di un dato completamente sbagliato,ma si tratta pur sempre di una affermazione su dei fatti,e quindi analoga alla seconda e non alla prima.
Si può certo discutere se la prima affermazione (“in Italia ci sono troppi immigrati”) sia un’espressione di razzismo o di xenofobia,ma sicuramente non lo e’ la terza,anche se possiamo affermare che e’ sbagliata e anche se può essere usata da qualche razzista o xenofobo per sostenere le proprie posizioni.
Il punto fondamentale che qui ci preme sottolineare e’ che le opinioni “negazioniste” a proposito del genocidio ebraico sono proprio rappresentate dalla terza delle affermazioni che abbiamo sopra elencato.Il   negazionista non esprime infatti nessun giudizio di valore ma si limita a contestare alcuni fatti accertati dalla comunità degli storici. Ed e’ uno dei principi fondamentali del pensiero occidentale quello secondo il quale da una affermazione di fatto non si ricava una affermazione di valore.Pensare il contrario significa cadere in quella che i filosofi chiamano “fallacia naturalistica”.
Chi afferma che non e’ vero che i nazisti hanno ucciso 5 o 6 milioni di ebrei e che ne hanno invece uccisi 3 milioni o un milione o centomila sta facendo una affermazione ( sbagliata ci dicono gli storici) su dei fatti storici,non sta esprimendo nessun giudizio di valore sul fatto se sia giusto o no uccidere ebrei ( o chiunque altro,naturalmente).
Dall’ affermare che i nazisti non hanno ucciso ebrei non si ricava nessun giudizio di valore su cosa sua giusto o non giusto fare,e non e’ quindi possibile sostenere che le affermazioni dei negazionisti possano,di per se’,indurre comportamenti che la collettività condanna,osservazione dalla quale consegue che non vi sono argomenti per renderle penalmente perseguibili e che le leggi che lo fanno rappresentano una gravissima violazione di uno dei principi fondamentali della civiltà occidentale.



Rendere reato il negazionismo?

[ 01 novembre 2010 ]

RIDICOLO PACIFICI
di Piergiorgio Odifreddi
La lezione negazionista del professor Claudio Moffa all’Università di Teramo ha sollevato feroci polemiche. Il commento più adeguato mi sembra un’osservazione di Borges nel suo saggio su Nathaniel Hawthorne: «Il proposito di abolire il passato fu già formulato nel passato, e paradossalmente, è una delle prove che il passato non può essere abolito. Il passato è indistruttibile: prima o poi ritornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato».

Il commento più inadeguato, invece, mi sembra l’odierna lettera del presidente della Comunità Ebraica di Roma, nella quale egli propone un rimedio peggiore del male: elaborare in maniera bipartisan un testo di legge,  da far approvare al Parlamento, che «renda reato il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri della Shoah». La pretesa di poter stabilire per legge la verità dei fatti oscilla infatti pericolosamente tra il velleitario e il ridicolo.

Basta ricordare, ad esempio, la legge passata unanimemente (67 a 0!) dalla Camera dei Rappresentanti dell’Indiana il 5 febbraio 1897, nella quale si stabiliva che il valore corretto del rapporto fra la circonferenza e il diametro di un cerchio è 3. Come racconta la Storia di pi greco di Petr Beckmann, l’autore del testo di legge era un medico di nome Edwin Goodman, che sosteneva di aver quadrato il cerchio. Egli offrí il suo contributo come regalo gratuito allo Stato dell’Indiana, pensando forse che gli altri stati avrebbero dovuto pagare i diritti per la sua scoperta. Fortunatamente, al Senato dell’Indiana qualcuno si accorse dell’assurdità della cosa, e il 12 febbraio la discussione sulla legge fu rinviata a data da destinarsi.

Anche se il valore proposto per pi greco fosse stato corretto, la legge non sarebbe comunque stata meno assurda. Il motivo ovvio è che, come disse Antonio Labriola, «la verità non si mette ai voti». Anche perchè, quando i voti sono quelli dei parlamenti, si finisce non per stabilire la verità dei fatti, bensí per imporre una verità di stato. La quale, come ben sappiamo è tutt’altra cosa, e spesso si chiama semplicemente «menzogna».

Rendendo un reato il negazionismo, si finirebbe dunque per instillare il legittimo dubbio che veramente esso sia una verità, che si teme di sentire e si vuol impedire di divulgare. E poi, diciamoci appunto la verità: su quante altre menzogne bisognerebbe preoccuparsi di legiferare? Non si dovrebbe anche mettere fuori legge l’astrologia, ad esempio? O le teorie del complotto sull’11 settembre? O l’antievoluzionismo? O, perchè no, il cristianesimo stesso? Anche perchè, mentre i dubbi sulla Shoah sono ridicoli, quelli sull’esistenza storica di Gesù Cristo sono serissimi. Perchè mai preoccuparsi di un isolato professore che la dice grossa, a fronte di un esercito di preti che la sparano ancora più grossa?

Fonte: La Repubblica, venerdì, 15 ottobre 2010 





L’ORA DEGLI “ZOMBI”

[ 20 agosto 2010 ]

Quali sviluppi possiamo attenderci dalla crisi politica?
di Leonardo Mazzei*
 
Il governo Berlusconi è morente, ma ancora manca la certificazione ufficiale. La legislatura è agonizzante, ma il decesso non è ancora avvenuto. La Seconda Repubblica è agli sgoccioli, ma la parola fine non è stata ancora scritta.
Un’intera classe politica primo-secondo repubblicana-repubblichina, alla frutta quanto il governo, la legislatura e l’attuale assetto istituzionale messi insieme, si aggira attorno ai moribondi per cavarne ancora qualche vantaggio, in vista di un futuro quanto mai incerto. Di fronte al collasso di questa classe dirigente al gran completo, sarebbe l’ora delle risposte forti. Ma trent’anni di americanizzazione e di personalizzazione della politica, di istupidimento e di spoliticizzazione di massa, non sono passati invano: è dunque l’ora degli zombi.

Una scissione investe il principale partito di governo? In tempi normali gli scissionisti andrebbero a collocarsi all’opposizione, nell’Italia 2010 no, gli scissionisti restano (almeno formalmente) nella maggioranza e nel governo. In tempi normali il venir meno della maggioranza parlamentare darebbe immediatamente luogo ad una crisi di governo, nell’Italia 2010 la crisi verrà ma intanto è rinviata. In tempi normali un’opposizione degna di questo nome chiederebbe elezioni subito, nell’Italia 2010 si arrovella in ogni modo pur di evitarle. 
Tutto ciò è assurdo e irrazionale? Nossignori, basta ricordarsi che questa è l’ora degli zombi.
Con i fatti degli ultimi giorni la crisi italiana – che è un peculiare intreccio di crisi economica, politica, istituzionale e morale – ha compiuto un altro passo: la maggioranza (relativa) di governo è paralizzata, la cosiddetta opposizione parlamentare pure.
Mentre la disoccupazione aumenta, il ricorso alla cassa integrazione (vedi gli ultimi dati Inps) raggiunge il suo record storico, Marchionne delocalizza e straccia ogni diritto dei lavoratori, Unicredit e Telecom tagliano migliaia di posti di lavoro, il regime bipolare è nella migliore delle ipotesi muto, nella peggiore e ben più realistica completamente marchionnizzato.
L’autore della recente manovra economica, della stangata antipopolare licenziata dal parlamento un minuto prima che Berlusconi licenziasse Fini, è ora ad un tempo l’eroe del salvataggio economico per i berluscones ed il papabile premier di una “opposizione” allo sbando. 
Ma non di sola economia è fatta questa ammucchiata. Non più tardi di martedì scorso i senatori del Pd si sono uniti a quelli di Pdl, Lega ed Udc per votare il rifinanziamento della spedizione di guerra in Afghanistan; un voto che ha visto la sola opposizione dell’Idv.
Le scelte economiche e quelle di politica estera sono ormai da tempo condivise in maniera bipartizan. Non inganni il teatrino messo in piedi su questo o quel provvedimento economico, per lo più a scopi meramente propagandistici, al quale non corrisponde mai una visione ed una strategia minimamente alternativa.
Da cosa nasce allora lo scontro in atto? Esso ha origine da un lato da una furibonda lotta di potere all’interno del blocco dominante, sia nella sua componente economica (in linea generale in posizione preminente) che in quella politica (che gode comunque di un suo ruolo); dall’altro nelle spinte che provengono dall’esterno, cioè dagli USA e dalla UE.
Si tratta di un gigantesco scontro di potere, alimentato non soltanto dalla voracità senza pari di un ceto politico malavitoso e cleptomane, quanto soprattutto dalla volontà  delle oligarchie dominanti di posizionarsi al meglio in vista di un prevedibile incancrenirsi della crisi. In questo scontro i gruppi trasversali di interesse sono ben più di due, ma per ora essi andranno a rappresentare un’articolazione di due blocchi, non più raffigurabili come centrodestra e centrosinistra, bensì come blocco berlusconiano e blocco antiberlusconiano, che questo è diventato in concreto il mitico bipolarismo. 
In quanto alle pressioni internazionali, è vero che oggi sia gli USA che la UE possono contare sul massimo servilismo storicamente rilevato dal 1945 in poi dell’intera classe politica italiana, ma è anche vero che tanto Washington che Bruxelles-Francoforte vorrebbero la garanzia di una maggiore stabilità, non solo per la crisi ma anche per le prossime iniziative militari in cantiere.
Uno scontro di questo tipo non prevede ricomposizioni, né eccessivi traccheggiamenti. Esso prevede la resa dei conti. Ma la scelta del momento del redde rationem è un elemento decisivo della partita in corso. Come abbiamo già scritto lo scorso aprile il fattore tempo potrà essere determinante. E’ del tutto evidente che mentre Berlusconi ha fretta, pena un crescente logoramento politico e di immagine, il gruppo Fini-Casini-Rutelli ha bisogno di guadagnare tempo, sia per cementarsi che per lanciare un leader dotato di un minimo di appeal.
La lotta contro il tempo è dunque decisiva. Ecco perché Berlusconi ha cacciato i finiani non appena approvata la manovra economica. Ma tale cacciata si rivelerebbe addirittura un boomerang se non fosse seguita dallo scioglimento delle camere. E qui cominciano i problemi e le incertezze, perché gli altri non staranno certo a guardare.
Vediamo dunque quali sviluppi possiamo attenderci dall’attuale crisi politica. 
Campagna elettorale o campagna acquisti? Decisiva sarà la Lega
Se il governo non ha più i numeri e se un altro governo non è possibile, non resteranno che le elezioni anticipate. Detto così è semplice e lineare. Elezioni dunque al più presto, al massimo si dice in primavera. Ma la crisi non è ancora aperta e quel che non è possibile oggi potrebbe esserlo tra qualche settimana.
Da qui la fretta di Berlusconi. Il suo calcolo è fin troppo semplice: il Pdl è certamente indebolito, ma una parte dei suoi voti verranno recuperati dalla Lega; d’altra parte l’opposizione è debole e divisa e, soprattutto, come farà a concentrare il proprio voto su un candidato premier che vada bene a tutti, in teoria dai finiani al Prc? Quella di Berlusconi è una vera e propria sfida. Egli è ben consapevole della sua crisi di credibilità, ma sarebbe forse più credibile un’accozzaglia raccolta alla rinfusa?
Per tentare di vincere questa sfida Berlusconi ha bisogno di accelerare sul serio, puntando ad elezioni già in autunno, che la primavera è davvero lontana. Per muoversi con questa determinazione dovrà poter contare sul totale sostegno della Lega, che ancora una volta dovrà accettare di veder spostato in avanti nel tempo il trofeo del federalismo.
Per Berlusconi la carta elettorale è davvero l’unica, il che non vuol dire che il suo successo sarebbe certo. Contro di lui giocherebbero la disfatta di un governo che godeva di una maggioranza senza precedenti, i pesanti effetti della crisi economica, l’immagine di un leader logorato in lizza per la guida del governo addirittura per la sesta volta. Al tempo stesso, dall’altra parte, non è certo escluso che si possano usare le stesse armi della politica-spettacolo, magari lanciando in pista (Ferrari contro Milan) un Luca Cordero di Montezemolo.
Nel campo antiberlusconiano al momento c’è di tutto e di più. Se Bersani fa sapere che accetterebbe un Tremonti premier, gli ulivisti ed i veltroniani sono ovviamente contro, mentre alcuni democratici ex Ppi sarebbero tentati dal “nuovo centro”. L’Idv tuona contro l’Udc, Casini fa altrettanto contro Di Pietro, Vendola reclama le primarie, Ferrero le elezioni, Grillo pure ma prima vuole anche lui un “governo di transizione”, in quanto a Fini formalmente è ancora fedele all’esecutivo. Insomma, un manicomio. Potrà continuare così? Improbabile, anche gli zombi hanno un cervello. E per i loro interessi immediati funziona in genere abbastanza bene.
In mezzo a questo caos ha preso forma l’ultima creatura, meglio l’ultimo mostriciattolo: il cosiddetto “Terzo Polo”. Il suo battesimo ha perfino dell’epico: un voto di astensione sulla sfiducia ad un sottosegretario inquisito quanto  sconosciuto. Ammazzate oh!, è proprio vero che la classe non è acqua.
Questa aggregazione a quattro (Udc, Fli, Api, Mpa) mette insieme alla Camera 85 deputati, ma resta tutta da vedere la sua eventuale consistenza elettorale.
Così come si presenta, una via di mezzo tra una piccola Dc, un piccolo Centro ed un grande punto di riciclaggio di politicanti della peggior risma, è escluso che possa avere i grandi successi che gli pronostica con troppa faciloneria Mannheimer. Tutto potrebbe però cambiare con la discesa in campo – pardon! in pista – di Montezemolo, perché se Berlusconi è al tramonto il berlusconismo ha piantato solide radici nella società italiana. 
Seguendo il chiacchiericcio quotidiano della stampa, tutti sembrerebbero dare per scontata – in caso di elezioni anticipate – la presentazione autonoma del “Terzo Polo”. E’ questa una prospettiva realistica? Ne dubitiamo fortemente. Se Terzo Polo sarà (e senza dubbio questo è l’obiettivo strategico di Fini, Casini e Rutelli), questo non è per l’oggi, ma solo per un domani con una diversa legge elettorale.
Una cosa appare comunque certa: non sarà la campagna acquisti ad evitare la campagna elettorale. E’ prevedibile che altri parlamentari si stacchino dal Pdl per non seguire il destino della nave che vedono affondare, ma è altamente improbabile che il loro numero sia sufficiente a dar vita ad un nuovo governo, sia pure di “transizione”.
La verità è che per mettere in crisi il governo è stato sufficiente il “tradimento” di Fini, ma per evitare le elezioni sarebbe invece necessario quello di Bossi. Un’eventualità oggi recisamente esclusa dal diretto interessato. Ma lo svolgimento della crisi, una volta formalmente aperta, non sarebbe del tutto scontato.
Un possibile scenario di fine estate
Nelle prossime settimane molte variabili entreranno in gioco. Molti fattori potrebbero rendere più difficile il ricorso alle urne. In primo luogo i finiani ingoieranno più di un rospo pur di prendere tempo, costringendo Berlusconi ad una rottura di cui apparirebbe come l’unico responsabile. In secondo luogo l’emergenza economica, che potrebbe riacutizzarsi sempre sul versante dei debiti sovrani, verrebbe giocata per demonizzare la fine anticipata della legislatura. In terzo luogo, non è improbabile che altri siluri giudiziari possano raggiungere prossimamente Palazzo Grazioli e dintorni, rendendo sempre più insostenibile la posizione di Berlusconi. In quarto luogo, Napolitano cercherà comunque di inventarsi qualcosa pur di evitare il voto. Tenendo conto di questi elementi è difficile escludere del tutto un ripensamento della Lega. 
Insomma, in base ai fondamentali della politica le elezioni anticipate ad oggi non sembrano evitabili. Ma c’è ancora tempo, sappiamo quali poteri sostengono l’ipotesi del “governo di transizione”, ed è dunque bene essere prudenti.
Immaginiamoci ad esempio uno scenario in cui Napolitano, in base ad un criterio di priorità all’emergenza economica, assegnasse davvero l’incarico a Tremonti. Il Pd (sia pure con discreti mal di pancia interni) ed i terzopolisti non potrebbero che assecondare un tale tentativo, e la Lega?
Il partito di Bossi dovrebbe decidere tra la prosecuzione del matrimonio con l’uomo di Arcore, incluso il rischio dell’azzardo elettorale, e l’appoggio ad un nuovo esecutivo che dovrebbe garantirgli giocoforza l’agognato federalismo. Il tutto in cambio di una legge elettorale che dovrebbe comunque ridare un peso superiore all’attuale alla cosiddetta “territorialità”, nel qual caso la Lega finirebbe per incassare un altro vantaggio non indifferente.
Ovviamente questa ipotesi include oltre al “tradimento” della Lega, quello individuale di Giulio Tremonti. Al momento sia Berlusconi che Bossi fanno sapere che il ministro dell’Economia non si presterà a queste manovre, ma non risulta che il diretto interessato si sia preoccupato di pronunciarsi con chiarezza sulla questione…
I giochi appaiono dunque ancora aperti. Berlusconi ha buone possibilità di arrivare al voto anticipato, il che – lo ripetiamo – non gli darebbe comunque la certezza della vittoria.
Il tempo, però, gli giocherà inesorabilmente contro, specie nell’ipotesi che non possa accelerare di brutto per le elezioni in autunno. Un’ipotesi che sarebbe la conferma dell’inaffidabilità della Lega.
Se Berlusconi non potrà contare su Bossi nel giocare con spregiudicatezza la carta elettorale, allora e solo allora sarà certa la sua fine politica.
Le indiscrezioni delle ultime ore parlano di un Berlusconi deciso a chiedere una “fiducia pesante” alla riapertura delle aule parlamentari, agli inizi di settembre. Il tentativo è chiaramente quello di costringere i finiani alla rottura, facendone così i responsabili delle elezioni anticipate, od in alternativa a piegare umilmente la testa.
Politicamente parlando settembre è ancora lontano, ed una previsione su un simile passaggio è difficile, anche perché non bisogna dimenticarsi che questa è davvero l’ora degli zombi.
Il gioco è ancora nelle mani degli zombi. Fino a quando?
Da quanto scritto finora appare chiaro sia il degrado senza fine della politica italiana, quanto il fatto che ancora non si è toccato il fondo. La dimostrazione che questo sia il quadro sta nella semplice osservazione che il gioco è ancora nelle mani degli “zombi” che riempiono le caselle degli organigrammi del regime del centro-sinistra-destra. Quegli zombi che in trent’anni, ma in maniera ben più pesante negli ultimi venti, hanno privatizzato tutto il privatizzabile, hanno precarizzato il lavoro e la vita di decine di milioni di persone, hanno elevato a dogma i “verdetti” dei mercati finanziari. Quegli “zombi” che hanno teorizzato e praticato la politica spettacolo, la sua personalizzazione, la sua americanizzazione. Quegli “zombi” che presentavano il bipolarismo come la panacea di ogni problema politico, e che oggi di fronte al fallimento della Seconda Repubblica non sanno neppure accennare alla più piccola delle autocritiche.
Il Cavaliere barzellettaro è semplicemente odioso ed è giustamente odiato dalla maggioranza del popolo, alla faccia di quanti avevano esaltato i consensi ottenuti con la sua presunta vittoria nelle elezioni regionali della scorsa primavera. Ma gli “zombi” che stanno conducendo le macabre danze di un sistema in decomposizione non sono certo migliori. Ricordiamoci del baffetto bombardatore della Jugoslavia, della kippà del delfino di Almirante, della storia politica dell’attuale genero di Caltagirone, del presidente a stelle e strisce che siede al Quirinale.
“Zombi”, morti viventi che non hanno più niente da dire alla società italiana, lontani mille miglia dai problemi della vita quotidiana, ma tenuti in vita da una gigantesca fame di potere, per soddisfare la quale sono disposti ad ogni porcheria, in primo luogo all’assoluta sottomissione ai padroni del vapore (oggi prevalentemente finanziario) per non parlare di quella ai padroni d’oltreoceano.
Che fare dunque, sia nel caso di elezioni che in quello della nascita del cosiddetto “governo di transizione”? 
Il quadro generale è allarmante. Quasi vent’anni di bipolarismo hanno cancellato l’idea stessa della possibilità di un’alternativa. Mentre sul piano sociale si assisteva alla liquefazione del movimento operaio, ed all’inevitabile parabola di quello “no global”, su quello politico la società si è fatta muta se non indifferente. Alla fine, negli ultimi anni, il dissenso ha preso l’unica strada concessa dalla gabbia bipolare: quella dell’astensione, del distacco di massa dal regime oligarchico. Un distacco che si è fatto sempre più massiccio e che ha contribuito fortemente a mettere in crisi sia il sistema politico che lo stesso governo Berlusconi.
In parallelo, specie negli ultimi mesi, si avvertono segnali che fanno sperare nella fine della letargia popolare che il sistema ha saputo ottenere inoculando, per lo più per via mediatica, dosi sempre più massicce di istupidimento collettivo.
La condizione strutturale su cui si basava questo addomesticamento sociale – un diffuso relativo benessere, percepito fino a qualche anno fa come processo destinato ad estendersi -, è saltata.
Salterà anche la pace sociale? Certamente sì, ma non sappiamo quando.
In ogni caso, la via dovrà essere quella di congiungere l’opposizione sociale con quella democratica, unica strada per far nascere una nuova opposizione di massa. Quando le lotte, finalmente, si politicizzeranno, questo non potrà avvenire se non in contrapposizione ad un regime politico che è dilaniato all’interno da scontri ferocissimi, quanto chiuso all’esterno dalla sua natura oligarchica e dunque antidemocratica ed antipopolare.
Gli “zombi” non verranno sconfitti facilmente, il loro momento potrebbe durare ancora a lungo. Ma arriverà l’ora della resa dei conti, il cui esito, ovviamente, non è affatto scontato.
E’ dunque a questa decisiva battaglia che bisogna prepararsi.
* Fonte: Campo Antimperialista del 7 agosto




Non c’è due senza tre


[ 15 luglio 2010 ]

A PROPOSITO DELL’INTERVISTA DI D’ALEMA

Vale la pena leggere l’intervista rilasciata da D’alema al Corriere della Sera di oggi. La pena è in effetti la prima sensazione che essa suscita.
Egli afferma che sarebbe sbagliato andare alle elezioni anticipate, ovvero che sarebbe “dannoso” celebrare un referendum pro o contro Silvio Berlusconi. Da “politico con alto senso delle istituzioni” qual’è D’Alema pensa che l’Esecutivo berlusconi vada rimpiazzato con un governo di “larghe intese” che comprenda PD, UDC e i pezzi disponbili del PDL.
Ci risiamo! Riecco il  ribaltone

Disciplina nella quale, com’è noto, il nostro è davvero insuperabile, essendone stato artefice in almeno altri due celebri casi; il primo portò al governo Dini, il secondo, deponendo Prodi I, incoronò come primo ministro egli stesso.
Sbaglia chi, in odio alla Curia politica romana e a D’Alema, pensa si tratti soltanto di tatticismi diaboloci o di lotta per occupare poltrone. In entrambi i casi i due ribaltoni di cui sopra fecero da apripista ad eventi di gigantesche proporzioni: una draconiana e altrimenti impensabile “riforma” delle pensioni e l’entrata in guerra per squartare la Iugoslavia nonché un vero e proprio cupio dissolvi privatizzatore di enti e proprietà pubbliche.
Noi tocchiamo dunque ferro all’ipotesi che quanto vaticinato da D’Alema si avveri. Meglio dunque le elezioni anticipate? Certo che sì! Malgrado chi scriva ritenga che votare con un sistema truccato e in un sistema oramai  postidemocratico a poco serva (allo stato dell’arte difficile pensare che noi ci si sposti dalla posizione astensionistica), le elezioni anticipate sarebbero la prova che sarebbe fallito il tentativo della Curia romana, concepito in combutta con i poteri forti bancari e industriali, di tirara fuori Belusconi per adottare politiche anti-crisi di segno marcatamente antipopolare.
Meglio meno, ma meglio!





Crisi economica e “Tremonti pensiero”

[ 28 giugno 2010 ]
CRISI ECONOMICA E DERIVE AUTORITARIE
I presupposti economici dell’attacco alla Costituzione
Relazione per il Convegno dell’Associazione Marx XXI “Neoliberismo, crisi e attacco alla Costituzione” (Roma, 12 giugno 2010) 

di Vladimiro Giacchè
1. Cominciamo dalla fine cioè dalla proposta di Tremonti di stravolgere l’art. 41 della Costituzione per favorire la libertà d’impresa e d’intrapresa.
Vale la pena di farlo non soltanto per restare legati all’attualità.

Ma perché gli slogan con cui questo attacco è stato condotto ci dicono molto:

L’opposizione è, da un lato, tra:

– libertà (d’impresa)

– semplificazione

– mercato

E, dall’altro:

– regolamentazione

– procedure (“burocrazia”)

– presenza dello Stato / di un soggetto pubblico.


Vale la pena di notare che

in quest’ultimo attacco alla Costituzione troviamo i motivi di fondo di tutti gli attacchi alla Costituzione di questi anni, nonché ai presidi legali a difesa degli interessi dei lavoratori.

– Libertà contro regolamentazione: le polemiche contro i “lacci e lacciuoli” di Guido Carli

– Semplificazione contro la pesantezza di procedure “burocratiche”: non è questa la parola d’ordine di tutte le (contro)riforme elettorali, che hanno fatto del nostro sistema elettorale e parlamentare un sistema che è ormai da tempo a- o meglio anti-Costituzionale?

Dal proporzionale puro sino al porcellum passando per le varie leggi maggioritarie, ma anche i regolamenti parlamentari antiostruzionismo e l’abuso della decretazione d’urgenza (che come ha detto Agamben ha reso da tempo la nostra una “Repubblica… non più parlamentare, ma governamentale”: Stato di eccezione, p. 28), sino all’attuale sua generalizzazione di fatto.

Tutto questo è stato fatto in nome della semplificazione, della rapidità decisionale e dell’efficienza.

– E infine mercato contro Stato: non è questo il sigillo che reca l’introduzione del concetto di sussidiarietà nel nostro ordinamento e più in generale l’idea che il pubblico debba essere residuale (quindi fine dell’economia mista ecc)?

(Se poi allarghiamo lo sguardo ad altri Paesi europei, troviamo in fondo cose non tanto diverse da queste.

Il concetto aziendale di governance impresta la sua logica apparentemente efficientistica e realmente autoritaria all’ambito politico un po’ ovunque, e non da oggi.

Ma restiamo in Italia.)

Tutto questo va avanti (ossia il nostro Paese va indietro) da almeno 30 anni.

Da quegli anni Ottanta che si aprono idealmente

– con la sconfitta operaia alla Fiat (1980),

– con la scoperta della loggia P2 (1981)

– e, non molto più tardi (1983), con la prima commissione bicamerale per riformare la Costituzione.

Nello stesso 1980 Reagan viene eletto presidente degli Stati Uniti e ha inizio il trionfo ideologico del liberismo, ma anche quel brave new world della finanza e del credito che in poco meno di 30 anni porterà il valore degli asset finanziari mondiali, da un valore pressoché pari al valore del pil mondiale, a qualcosa come il 360% di quella cifra.

La conclusione convulsiva di questa fase la stiamo vivendo dal 2007 ad oggi.

La traiettoria da osservare dovrebbe essere almeno questa.

2. Vent’anni di pensiero unico – e di declino economico

In questa sede però mi limiterò a ripercorrere gli aspetti di fondo degli ultimi 20 anni.

Sono gli anni in cui il pensiero unico trionfa infine anche nel nostro Paese.

E sono anche gli anni in cui

pur tra alti e bassi, tra scivoloni e riprese di breve durata,

la crisi dell’economia italiana si approfondisce e si cronicizza.

Sino a diventare tendenza: ossia declino.


Dal punto di vista economico, le grandi linee di tendenza sono queste:

1) privatizzazioni e fine dell’economia mista (il grosso negli anni Novanta); si tratta di un importante cambiamento alla costituzione materiale del nostro Paese, pur senza cambiare la Costituzione (nel caso specifico l’art. 43).

2) fine della grande industria in Italia, facilitata dalle privatizzazioni, vera e propria scialuppa del Titanic per capitalisti industriali in crisi di profittabilità;

3) il nanismo industriale italiano cresce: le piccole imprese, magnificate a destra e sinistra (distretti ecc.), non solo resistono, ma crescono di numero e di importanza relativa; è una tendenza che si afferma dal 1971 in poi;

4) moltiplicazione dei rapporti di impiego, ma un’unica tendenza: precarizzazione;

5) di fatto le condizioni della competitività delle imprese italiane si riducono da tre a due: con la metà degli anni Novanta vengono meno le svalutazioni competitive, e il peso si distribuisce tutto su evasione fiscale e basso costo del lavoro;

6) gigantesco spostamento di reddito dai salari ai profitti (senza che però questi ultimi spicchino il volo durevolmente); decisivi per la perdita di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni sino ad oggi sono gli accordi del luglio 1992 e poi 1993 sulla scala mobile;

7) l’evasione fiscale cresce e raggiunge la cifra di 247 miliardi di euro (120 di minori imposte riscosse rispetto al dovuto: dati Istat);

8) cresce la rendita finanziaria e fondiaria/immobiliare;

9) la crescita diventa sempre più anemica, la produttività del lavoro ristagna, e lo stesso vale per la domanda interna; la situazione è di fatto di crisi – strisciante o conclamata – per tutto il decennio trascorso (un vero decennio perduto per l’economia italiana).

10) in questo modo è sempre più a rischio anche la tradizionale collocazione dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro: rapporto di subfornitura (rispetto alla Germania) e crescita trainata dal commercio estero.

Sintesi:

La sintesi migliore l’ha offerta Mario Deaglio in un suo articolo dello scorso anno: “sono circa 15 anni che l’Italia si limita a galleggiare e viene lasciata indietro dagli altri paesi avanzati”.[1]

Qualche parola di spiegazione, anche a chiarimento dei punti elencati sopra:

Quest’ultimo dato, che del resto era già stato reso pubblico dal governatore della Banca d’Italia nella sua relazione annuale, offre la chiave migliore per intendere la drammaticità e peculiarità della crisi italiana.

Quindici anni: non è una cifra casuale.

A metà degli anni Novanta, infatti, finiscono le svalutazioni competitive, una delle fondamentali leve della competitività delle imprese italiane sui mercati esteri. La penultima svalutazione della lira (del 30%) è del 1992, l’ultima (del 10%) è del 1995. Poi comincia la marcia di avvicinamento all’euro.

Dal 1999 le svalutazioni sono rese impossibili dalla nascita dell’euro (i rapporti di cambio irrevocabili tra le diverse valute nazionali e l’euro entrarono in vigore il 1° gennaio 1999, anche se sono dal 2002 l’euro le sostituì come moneta fisica). E dal 1999 al 2009 il divario di reddito medio tra l’Italia e gli altri paesi della zona euro triplica: era pari a 1.300 dollari pro capite nel 1999, sarà pari a 3.500 dollari a fine 2009.[2]

E questo, si noti bene, nonostante che tutti, ma proprio tutti, i dettami del pensiero unico neoliberista siano stati seguiti con diligenza da scolaretti modello: privatizzazioni, moderazione salariale, flessibilità (cioè precarizzazione) dei rapporti di lavoro, smantellamento del sistema pensionistico pubblico.

Ma torniamo ai “meravigliosi anni Novanta”: venuta meno la leva competitiva rappresentata dalle svalutazioni periodiche della lira, il padronato spinge l’acceleratore sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale.

Solo così si possono spiegare i dati apparentemente contradditori esibiti dall’economia italiana in questo periodo.

Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7% negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5%, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5%.

Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del pil che come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni 2000.

Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al prodotto interno lordo è crollato del 13% (contro un calo dell’8% nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al 23° posto (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati aderenti all’OCSE, e risultano inferiori del 32% rispetto alla media dell’Europa a quindici. Si può ancora citare un dato riportato in una ricerca della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: dal 1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8 punti percentuali di reddito, andati in maggiori profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale).[3]

A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati.

Questo è vero in particolare per la miriade di piccole imprese che caratterizzano il panorama industriale italiano. Sono imprese che da decenni ricevono oscuri nomignoli vezzeggiativi (il più noto è quello di “distretti industriali”, assolutamente privo di ogni valore scientifico) e vengono vantate e portate ad esempio nel mondo dai governanti di turno. Addirittura, sino a qualche anno fa, è impazzata la retorica del “piccolo è bello”, che presupponeva che in Italia – e solo in Italia – le economie di scala non rappresentassero un vantaggio competitivo. E in effetti la tendenza ad una dimensione di impresa media sempre maggiore, evidente tra il 1951 e il 1971, con gli anni Settanta si inverte, innescando una tendenza che perdura a tutt’oggi.

Le piccole e medie imprese non sono soltanto piccole: sono sempre più piccole. Se ai censimenti del 1981 e 1991 la dimensione media in termini di addetti delle aziende italiane risultava pari a 4,5, essa nel 2001 è scesa a 3,9 e rimasta stabile nel 2007: 4.

La media Ue a 15 è 6,4. Singoli Paesi: Spagna: 5,3; Francia: 5,8; Regno Unito: 11,1; Germania: 13,3.

Il 95 per cento delle aziende italiane oggi ha meno di 10 dipendenti; anche nell’industria la dimensione media è appena di 6,5 addetti.[4]

Per dirla con Mario Sarcinelli, “la piccola dimensione si è accentuata nella struttura industriale italiana negli anni 90. Tra il ’96 e il ’99 il peso della classe d’imprese composta da 1-2 addetti è aumentato; quella con 100 dipendenti e oltre rappresentava meno di un quarto dell’occupazione nelle industrie e nei servizi”.[5] Lo stesso può dirsi per il primo decennio del XXI secolo.

Volendo esprimere tutto questo in termini paradossali, si potrebbe dire che il nanismo industriale italiano cresce.

Come mai? Perché in Italia il consolidamento industriale capitalisticamente necessario viene evitato grazie al “keynesismo delinquenziale” (Marcello De Cecco), consistente in quel peculiare abbattimento dei costi di produzione rappresentato dall’evasione fiscale e contributiva. Di fatto, imprese che sarebbero fuori mercato se pagassero le tasse dovute, si autoriducono questo fattore di costo e riescono a tirare a campare. In parallelo, i profitti dell’impresa, quando ci sono, sono dirottati sul patrimonio personale e familiare dell’imprenditore.

Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti.

In altri termini si è affermato un modello di competitività miserabile, caratterizzato da bassissimi investimenti in innovazione tecnologica (in particolare di processo).

E questo, ancora una volta, vale non soltanto per le piccole e piccolissime imprese. Basti pensare che gli investimenti delle grandi imprese in immobili tra il 2000 e il marzo 2009 sono aumentati del 104,1%, mentre quelli in macchinari nello stesso periodo sono cresciuti soltanto del 13,4%: e sono quindi risultati, se commisurati all’inflazione del periodo (+21,5%), addirittura negativi. [6]

È il regno del plusvalore assoluto, non più del plusvalore relativo. Un’assurdità per un paese industrialmente avanzato. Anche la crescita dell’occupazione nei primi anni del nuovo secolo porta impresso questo sigillo: è cattiva occupazione, sottopagata e precaria.

All’interno di questo contesto, si ha una complessiva disarticolazione e riarticolazione della classe lavoratrice:

– frammentazione (diritti diversi a parità di mansione)

– creazione di pseudogerarchie interne

– supersfruttamento degli “ultimi” di cui beneficiano anche porzioni della classe lavoratrice (Rosarno docet)

– trionfo della mediazione e creazione di forme fenomeniche illusorie, per cui

* il lavoro salariato si presenta come lavoro autonomo (le partite iva)
* la controparte datoriale è mistificata (lavoro interinale)

Questo ci ha posto in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e dell’autentica batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti (c.d. accordo multifibre) ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni.

È su questo spiazzamento competitivo già in atto da tempo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. E determinando un drammatico salto di qualità.

3. Dopo il 2007: la Crisi

Continuità con la stagnazione degli anni precedenti:

tant’è che l’Italia va in recessione prima degli altri Paesi, già nel 2008.


Ma anche rottura, come dimostrano i dati relativi al 2009,

che segnalano una situazione a dir poco drammatica

(la fonte è la Relazione del governatore della Banca d’Italia relativa al 2009):

1) Pil: -5%

2) Attività industriale: -20% rispetto alla primavera del 2008

3) Reddito pro capite tornato ai livelli di metà anni Novanta

4) Consumi tornati al 1999

5) Produz industriale tornata ai livelli del 1986

6) Acquisti di beni durevoli: -10% in due anni

7) Acquisti di beni non durevoli, e in particolare alimentari e bevande: – 6,4% nel triennio; questa tendenza negativa riguardo a beni non durevoli non ha precedenti nelle serie storiche della contabilità nazionale (iniziate nel 1970)

8) Investimenti fissi lordi nel 2009: -12,9%; anche questo calo è senza precedenti;

9) Calo dell’accumulazione (=inv fissi netti, ossia sottraendo agli inv fissi lordi il deprezzamento dello stock di capitale): -58% nel 2009 (-19,8% nel 2008).

10) Esportazioni di beni e servizi: -19,1% (soli beni: -20,4%).

11) Importazioni di beni e servizi: -14,5% (soli beni: -15,5%)

12) Numero di ore lavorate: il calo maggiore dal 1980 (ma meno intenso del livello dell’attività, quindi con ulteriore caduta della produttività del lavoro, ora al di sotto del livello del 2000)

13) Al netto dei lavoratori in CIG, l’occupazione operaia è diminuita del 15%.

14) A questo va aggiunto il calo dei lavoratori “autonomi” ma che svolgono di fatto lavoro subordinato: -30% rispetto al 2007.

15) Il lavoro inutilizzato (disoccupati che cercano lavoro+scoraggiati+CIG) è al 16,5%. Si tratta di un valore superiore del 50% a quello di D, F, UK, Usa.

16) Valore aggiunto del settore manifatturiero: -15,8% nel 2009.


4. E ora? Il buio oltre la crisi

Quando sentiamo parlare di ripresa, è sempre bene tenere a mente che si tratterà (si tratterebbe) di ripresa rispetto a questi dati.


Ma soprattutto bisogna intendere

che la crisi segnala un punto di rottura irreversibile:

è un modello economico che è fallito.


Il “capitalismo dei piccoli”, semplicemente, non esiste più.

Interi distretti smobilitano.

Migliaia di piccole imprese chiudono.

Si affermano processi di concentrazione (probabilmente tardivi e insufficienti).

È – o dovrebbe essere – evidente che è impossibile continuare così:

pena un impoverimento inaccettabile delle c.d. “classi medie”, e un disastro competitivo.

Ma proprio questo è il tentativo.

È il tentativo di appropriarsi di una fetta sempre più grande di una torta che si va restringendo.

Per raggiungerlo bisogna

– rafforzare la presa sull’informazione (la crisi che non c’è, che è meno grave che negli altri Paesi)

– far pendere la bilancia tra i poteri in direzione dell’esecutivo (“governare così è un inferno”: Berlusconi), e questo sia rispetto al potere legislativo (che di fatto da tempo non è più tale) che rispetto al potere giudiziario

– distruggere i diritti sindacali e più in generale colpire le garanzie democratiche (dall’introduzione della contrattazione di secondo livello alla limitazione del diritto di sciopero)

– attuare una violenta deregulation

– disgregare lo Stato unitario (federalismo)

Su tutti questi terreni le garanzie previste dalla Costituzione rappresentano un ostacolo formidabile e quindi vanno eliminate.

Sono un ostacolo

– tanto da un punto di vista di garanzie invocabili, di diritti esigibili

– quanto (anche solo) da un punto di vista culturale: perché ci parlano di scenario enormemente diversi da quello, ormai deprimente, del pensiero unico neoliberista.

Per questo motivo negli ultimi anni (e ancora di più nei prossimi)

il disastro economico

è andato (e andrà) in parallelo con un attacco alla Costituzione su vari fronti, con particolare riguardo alla rappresentanza e ai diritti sociali (con un vero e proprio rovesciamento del concetto di democrazia progressiva che innerva la Costituzione).

A questo riguardo il punto di approdo ormai ben visibile non è più neppure quello di un regime oligarchico e censitario (questo stadio è stato già raggiunto da tempo), ma quello di un regime sempre più chiaramente bonapartista: bonapartismo mediatico, ma anche direttamente e chiaramente repressivo.

La risposta alla crisi da parte della classe dominante è in effetti:

1) “Come prima, più di prima”:

1. sul piano Costituzionale (la modifica dell’art.41 e seguenti annunciata da Tremonti è solo un tassello);
2. su quello del welfare: la distruzione di quello che ne resta.

(si può eccepire che si tratta di una tendenza a livello europeo:

ed è vero, anche perché la concorrenza tra aree valutarie euro/dollaro si è giocata sulla progressiva eliminazione dei margini ancora utilizzabili – il welfare, appunto – per vincere la competizione globale con gli Usa, che questi margini non li ha da tempo. Ma a ben vedere è proprio la generalizzazione di misure del genere che le rende così pericolose, soprattutto in un momento di domanda estremamente debole su scala europea: la verità è che oggi si possono aprire deflattivi da Anni Trenta.)[7]

2) Di fatto, si perpetuano i meccanismi regressivi che stanno disgregando il nostro Paese, facendolo scivolare verso caratteristiche da economia emergente (con la differenza che lì le differenze sociali stanno diminuendo, mentre da noi aumentano)

Battere tutto questo è necessario da più punti di vista:

ci sono tre cose da fare, tra loro strettamente legate:

1) Resistere

2) Respingere l’attacco al welfare oggi in corso

3) Rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia:

1. In termini di redistribuzione del reddito:

A questo riguardo è cruciale il tema della fiscalità. Nella sua concreta configurazione attuale in Italia il fisco è un vero Robin Hood alla rovescia. Non è difficile capirlo, né impostare una grande battaglia su questi temi: una battaglia di equità e di legalità al tempo stesso. Qui gli obiettivi devono essere essenzialmente tre:

i. Lotta contro l’evasione

ii. Riequilibrio delle aliquote (anche utilizzando quanto recuperato dal contrasto all’evasione per potenziare i servizi sociali e diminuire le aliquote su salari e pensioni più bassi)

iii. Progressività delle imposte (in attuazione del dettato costituzionale: si veda l’articolo 53, da sempre disatteso nei fatti).

1. Razionalizzando le prestazioni del welfare.

Cominciando con l’addebitarle a tutti i contribuenti e non soltanto ai lavoratori dipendenti:

ad esempio attuando la separazione tra assistenza e previdenza (in modo che le pensioni del primo tipo, che sono interventi assistenziali, siano a carico della fiscalità generale e non soltanto dell’INPS e quindi non siano pagate con le trattenute operate per le pensioni sulle buste paga dei lavoratori).

1. In termini di intervento economico diretto.

Occorre tornare ad assegnare allo Stato:

i. Non soltanto l’effettuazione di grandi investimenti infrastrutturali,

ii. ma anche una più complessiva funzione di regolazione dell’economia, in direzione di una pianificazione dello sviluppo economico.

Ovviamente, questo significherebbe tornare nei fatti a quel concetto di democrazia progressiva che rappresenta il più innovativo portato della nostra Costituzione. E il cui abbandono in questi ultimi decenni, oltre a peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori, ha concorso in misura non trascurabile al più generale declino dell’economia italiana e alla regressione della vita democratica del Paese.

Note:

[1] M. Deaglio, Il pericolo delle illusioni, «La Stampa», 22 agosto 2009.

[2] Elaborazione Nens su dati Fmi, riportata in G. Parente, Reddito pro capite, l’Italia perde quota, «La Repubblica», 6 settembre 2009.

[3] L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007. In argomento vedi M. Ricci, Il declino degli stipendi, la Repubblica, 3 maggio 2008, e M. Mucchetti, “Torna il tema della redistribuzione”, Corriere della Sera, 24 agosto 2008.

[4] P. Ciocca, L’economia italiana: un problema di crescita, relazione letta alla Società Italiana degli Economisti, Salerno, 25 ottobre 2003, n. 25.

[5] M. Sarcinelli, “Imprese, la sfida di essere grandi”, il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2003.

[6] Dati di un’indagine della CGIA di Mestre pubblicata il 16 settembre 2009.

[7] V. Giacché, “Con questi tagli si torna agli Anni Trenta”, “Il Fatto Quotidiano”, 30 maggio 2010.
Fonte: www.marx21.it del 25/06/2010





TREMONTI: TANTA PAURA E POCA SPERANZA

[ 15 giugno 2010 ]

IL COLBERTISTA 
DEI MIEI STIVALI (1)

Riproduciamo, dal Corriere della Sera del 31 maggio, l’intervista che Aldo Cazzullo ha fatto al ministro dell’economia proprio mentre veniva resa nota la cosiddetta “manovra”. L’intervista, su cui torneremo per segnalarne le enormi incongruenze, spazia tuttavia a tutto campo. Da rilevare anzitutto questo passaggio sulle dimensioni della crisi che vive il capitalismo occidentale: «Non siamo dentro una di quelle solite congiunture negative, che tante volte abbiamo visto nei secoli e nei decenni passati. Siamo a un tornante della storia. È la coscienza di questo che sta maturando in progressione, via via che passano i giorni, via via che si formano o si deformano i fatti. E, se posso aggiungere, l’ impressione è che questo processo sia avvertito più dal basso che dall’ alto, più che dai popoli che dalle élites».
ROMA – È una domenica decisiva per la manovra e per il futuro del governo. Il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti nega che ci siano stati contrasti con il Quirinale – «c’ è solo qualche dettaglio tecnico» – e spiega il decreto nel contesto di un’ analisi della situazione economica e finanziaria globale. 
Ministro Tremonti, cosa sta succedendo? 
«Succede che dal copione è venuto fuori il film. Per come lo vedo e lo vivo io, “La paura e la speranza” [l’ultimo libro di Tremonti, Ndr] era il copione, e quello che sta girando è il film. Quando ho scritto il copione non immaginavo di stare anche nel film, e di starci così dentro. E tuttavia è vero che nel copione c’ erano proprio le cause e le cose che sarebbero successe, che stanno succedendo, che vediamo. Mancavano solo le date. Il crollo delle piramidi finanziarie, simbolizzato dalla Lehman Brothers, c’ è stato nell’ autunno 2008, ma avrebbe potuto esserci anche nell’ autunno 2009 o nell’ autunno 2010. Niente sarebbe cambiato rispetto alla grande curva che sta facendo la storia». 
Intende dire che stiamo vivendo un passaggio di epoca? 
«Non siamo dentro una di quelle solite congiunture negative, che tante volte abbiamo visto nei secoli e nei decenni passati. Siamo a un tornante della storia. È la coscienza di questo che sta maturando in progressione, via via che passano i giorni, via via che si formano o si deformano i fatti. E, se posso aggiungere, l’ impressione è che questo processo sia avvertito più dal basso che dall’ alto, più che dai popoli che dalle élites». 
Come si può sintetizzare quanto accade? 
«Possiamo fare il punto sul quaderno della nostra vita, sul quadrante della nostra storia. Lo possiamo fare prendendo un foglio di carta e tracciandoci sopra in croce due assi, uno orizzontale e uno verticale. L’ asse orizzontale è quello dello spazio. Lo spazio si è improvvisamente dilatato; improvvisamente perché venti anni, quanti sono gli anni che vanno dalla caduta del Muro di Berlino a oggi, sono in senso storico un tempo minimo, un tempo interno alla vita di ciascuno di noi, e non come è sempre stato per le grandi trasformazioni un tempo di lunga durata, scandito sul ritmo lento del passaggio da una generazione all’ altra. Ora, superate le vecchie barriere, lo spazio è venuto improvvisamente a coincidere con il mondo e nel mondo in un tempo che va dal rapido all’ istantaneo circolano masse enormi di persone e di merci, di capitali e di informazioni». 
E l’ asse verticale? 
«E’ un asse su cui si segna, per la prima volta nella storia, il sopravvento dell’ economia di carta sull’ economia reale. Un tempo, l’ economia era economia reale – la fabbrica, la manifattura, il lavoro; alla base, le famiglie e le persone – e l’ economia di carta, quella delle vecchie banche e della vecchia finanza, era solo strumentale, era al servizio dell’ economia reale. Questo rapporto è stato più o meno fisso nei due secoli del capitalismo. Tra la fine del Novecento e il principio di questo secolo il rapporto si è invece improvvisamente rotto, e l’ economia di carta si è affrancata dal vincolo della realtà, si è progressivamente autoalimentata, è salita in verticale sull’ asse della ricchezza. Una volta, per una transazione reale – la compravendita di una balla di cotone, di un barile di petrolio, di un titolo pubblico – c’ erano una e poi al massimo due o tre transazioni finanziarie collegate e comunque strumentali rispetto alla transazione reale sottostante. Adesso non è più così. Il numero delle transazioni finanziarie è salito vertiginosamente sull’ asse verticale, ha perso il collegamento con la base, e si è caricato di pericolo. Perché sono le crisi verticali della finanza che si sono scatenate o possono scatenarsi sull’ asse orizzontale dell’ economia reale. Il crollo delle piramidi di carta, nell’ autunno 2008, ha istantaneamente causato il crollo dell’ economia reale, che invece per suo conto si stava sviluppando in positivo. Il salvataggio dell’ economia di carta, garantito dagli Stati, ha riprodotto in forma diversa le stesse condizioni di crisi potenziale che c’ erano appena due anni fa; con la differenza che ora a rischiare per un nuovo immanente crollo dell’ economia di carta non c’ è solo l’ economia reale, ma anche la struttura sovrana dei debiti pubblici e quindi dei governi. Da un lato sul mercato “over the counter” [il mercato parallelo alle borse, ovvero del tutto dregolamentato, delle transazioni finanziarie, Ndr], il mercato principe dell’ economia di carta, sono tornati gli stessi valori ante-2008; dall’ altro lato, nel mondo, ogni otto secondi si emette un milione di dollari o di euro di nuovo debito pubblico. Questa è la realtà che oggi abbiamo davanti. E questa è la fine dell’ utopia della globalizzazione come nuova età dell’ oro, come metafora dello sviluppo positivo e progressivo continuo. Era illusorio pensare che la globalizzazione, causando l’ emersione o lo spostamento epocale e improvviso di enormi masse di merci, di lavoratori e di capitali potesse svilupparsi senza squilibri a loro volta enormi ed epocali. Ed è stato, come ho scritto nel 1994 ne “Il fantasma della povertà”, un drammatico errore politico accelerare in modo forsennato sui tempi e sui metodi della globalizzazione». 
La globalizzazione non poteva certo essere fermata. 
«Certo, era un processo ineluttabile e non arrestabile, ma fattibile in termini e tempi meno sincopati e meno nevrastenici. La “globalizzazione in venti anni” è stata fatta tra l’ altro in un drammatico disordine: il mercato è diventato di colpo globale ma le regole sono rimaste nazionali, creando quel vuoto nel quale solo poteva crescere a dismisura l’ economia di carta». 
Ma come può intervenire la politica? 
«È già molto capire; e l’ impressione è che sopra i popoli, superato lo choc iniziale, anche segmenti sempre più ampi delle classi dirigenti comincino a capire. Un esempio: due anni fa, sul tema delle regole, ci si illudeva che la ricetta magica e salvifica potesse essere fabbricata e somministrata dalla finanza, che si sarebbe autoregolamentata. Sono stati persi due anni, ma adesso questa illusione è finita, la politica è tornata a fare politica, e a fare una politica all’ altezza del tempo nuovo che stiamo vivendo. In America, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso il voto su nuove grandi leggi coerenti con il nuovo tempo. In Europa, la Commissione ha proposto al Parlamento europeo un parallelo catalogo di nuove regole. Venerdì scorso, a Parigi, i 34 governi dei Paesi Ocse più il Brasile e la Russia hanno adottato una dichiarazione comune sull’ etica nell’ economia. Una dichiarazione articolata nella forma di trilogia “Propriety-Integrity-Trasparency”. È questo il nucleo di base del “Global Legal Standard” proposto dal governo italiano nel 2009. Venerdì a Parigi è avvenuto un fatto di enorme rilievo, con l’ accordo non solo dei governi ma anche delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Quello che voglio dire è che la cascata dei fenomeni ci è venuta addosso all’ improvviso non ci ha travolto, perché sta determinando una catena di reazioni positive ed è per questo che io continuo a vedere che nella nostra vita e nella nostra azione, nel nostro presente e nel nostro futuro, una luce di speranza». 
L’ Europa resta la parte del mondo più esposta alla crisi finanziaria, o no? 
«Il presidente della Commissione europea Barroso ha detto: con la crisi abbiamo perso dieci anni di crescita. Vorrei completare questa considerazione con una domanda: era crescita vera? O non-crescita? Non-crescita perché drogata dalle carte di credito che in realtà troppo spesso sono carte di debito, dalle bolle finanziarie e immobiliari. Nell’ anello che circonda l’ Europa, i paesi in crisi non sono tanto i paesi “Pigs”, acronimo spregiativo. Sono i paesi “Fire”: Financy, Insurance, Real Estate; finanza, assicurazioni, immobiliare. Ma c’ è qualcosa in più. Più nel profondo, la globalizzazione ha colpito la meccanica di crescita dell’ Europa. La crisi è particolarmente grave in Europa perché ha investito, oltre all’ economia europea, il processo stesso di costruzione europea. L’ architettura europea è stata costruita con sapienza ma tutta “Europa su Europa”, come se l’ Europa fosse chiusa in una serra. La crisi ci ha colpito non perché l’ Europa è entrata nella globalizzazione, ma perché la globalizzazione è entrata in Europa, trovandola ancora impreparata. Siamo un continente, abbiamo un mercato, abbiamo una moneta comune, ma non abbiamo ancora un governo comune. Il tempo istantaneo della crisi è andato contro il tempo lungo della nostra costruzione politica, creando il paradosso di un’ economia che è tanto forte, ancora la prima del mondo, quanto fragile, perché non ne è stato ancora completato il processo organizzativo. Eppure, ancora, un elemento di speranza: nel primo weekend di maggio, i capi di Stato e di governo hanno mostrato una comune leadership e hanno disegnato soluzioni che, se davvero applicate, possono essere positive, e formule organiche comuni alle quali ha contribuito con grande forza di visione anche il capo del governo italiano». 
A proposito, come sono i suoi rapporti con Berlusconi? 
«Ho giurato fedeltà alla Repubblica nel governo Berlusconi. E per me la fedeltà è un valore insieme morale e politico: politico perché morale, e morale perché politico». 
In attesa che le iniziative dei giorni scorsi maturino, qual è la situazione oggi? 
«Vede, oggi l’ Europa è un continente che produce più debito che ricchezza, più deficit che prodotto interno lordo. Ed è questa insieme una statica e una dinamica insostenibile. Non abbiamo più rendite interne o esterne, patrimoni accumulati o colonie, dalle quali continuare a estrarre ricchezza. Dobbiamo ridisegnare la struttura del nostro modello sociale ed economico. Dopo il primo weekend di maggio, l’ impegno comune è stato espresso nel senso della riduzione comune obbligatoria dei deficit e dei debiti pubblici. Ed è questa la ragione delle politiche di rigore che vengono fatte in queste settimane, in questi giorni in tutti i paesi europei, dall’ Inghilterra alla Francia, dalla Germania all’ Italia. Naturalmente sono politiche diverse secondo le condizioni specifiche dei diversi paesi, ma comuni nell’ indirizzo di massima». 
Ma queste politiche non contrastano forse con la crescita dell’ economia? 
«La nota dominante e comune è stata quella del “primum vivere”. Il patto europeo si chiama patto di stabilità e di crescita, e prima si intendeva la stabilità come presupposto necessario per la crescita. Adesso la politica che è stata decisa, e alla quale giusta o sbagliata nessuno ha voluto o potuto sottrarsi, è la stabilità finanziaria come condizione stessa di esistenza dell’ euro e dell’ Europa. Non tanto perché lo concordiamo noi, o perché lo consiglia la Commissione europea, quanto perché lo impone dall’ esterno la forza drammatica e ancora dominante dell’ economia di carta». 
Si metta dal lato di un investitore: è meglio investire in un continente vecchio e stanco, o in un continente giovane e vitale? 
«Appunto. Le rispondo con un esempio che riguarda l’ Italia. Le pare che possa avere uno sviluppo forte un paese che su 58 milioni di abitanti ha 2 milioni e 700 mila “invalidi”, che assorbono ogni anno da soli un punto di prodotto interno lordo? O che ha un’ evasione fiscale colossale, che dell’ economia alimenta magari il presente, attraverso il “nero”, ma non il futuro, sottraendo risorse per la ricerca, l’ università eccetera?». 
Per alimentare il futuro servono politiche di sviluppo. 
«Se lei vede, nella manovra c’ è il contratto di produttività, e cioè proprio il collegamento tra incrementi salariali e incrementi produttivi, fiscalmente sostenuto con detassazioni degli incrementi per i lavoratori e finanziamenti alla ricerca per gli imprenditori». 
È la stessa idea lanciata dalla fondazione De Benedetti? 
«È un’ idea già messa in atto dal governo Berlusconi in uno specifico articolo della manovra. Diciamo che per una volta la politica arriva prima della società civile. Per la produttività, oltre ad altro, come per esempio la fiscalità di vantaggio per gli insediamenti produttivi nel Sud, ci sono le zone a “burocrazia zero”, dove tutto quel che va fatto per aprire o per far funzionare un’ impresa o un laboratorio dipende esclusivamente da un commissario di governo, con il beneficio del silenzio-assenso. Quella della “burocrazia” è la questione fondamentale. Vede, i paesi poveri soffrono per un deficit di cibo, di mezzi di sussistenza, di mezzi per lo sviluppo. I paesi ricchi, al contrario, soffrono per l’ eccesso delle regole che si sono autofabbricati e da cui sono condannati. Le regole giuste sono un investimento; le regole eccessive sono prima un blocco e poi un costo. Un blocco che ferma l’ economia, alimenta la burocrazia, arricchisce la cattiva politica. Si può tentare di procedere con i gradualismi, eliminando un’ autorizzazione, una licenza, saltando un grado, ma è sempre troppo poco: come svuotare il mare con un bicchiere. Il nodo di Gordio, la metafora millenaria della semplificazione, non si scioglie ma si taglia con un colpo di spada. Non ci sono alternative: la maglia delle regole che pesa sull’ economia e la soffoca, cresciuta a dismisura negli ultimi tre decenni e aggrovigliata dalla moltiplicazione delle competenze – centrali, regionali, provinciali, comunali -, è ormai divenuta tanto soffocante da creare un nuovo Medioevo. Nel Medioevo tutta l’ economia era bloccata da dazi e pedaggi d’ ingresso e d’ uscita, alle porte delle città, nei porti, sui valichi: in Europa pensano che “accisa” sia una parola inglese, “excise”, invece è una parola che viene dal Medioevo e significa “incidere”; se portavi un tronco appunto te lo incidevano, se portavi un sacco di grano ne prelevavano un tanto, se portavi un salame te lo tagliavano. Come il Medioevo era bloccato e fu superato d’ un colpo dall’ illuminismo giuridico che poi prese forma nella semplicità dei grandi codici borghesi, base dello sviluppo industriale, così il territorio attuale è popolato da un’ infinità di totem giuridici o “democratici”, per cui un consiglio di quartiere blocca un Comune, un Comune blocca una Provincia, una Provincia blocca una Regione, una Regione blocca lo Stato e i Verdi o i ricorsi al Tar bloccano tutto».
Ma in Italia le liberalizzazioni le ha fatte il centrosinistra. 
«Le lenzuolate di Bersani ci sono ancora, non sono state abrogate, ma tuttavia pur nella loro generosa intenzione sono servite a poco, proprio perché erano disegnate all’ interno del sistema. Nessuna persona normale ci capisce nulla; figurarsi che messaggio passa dai geroglifici della gazzetta ufficiale a un artigiano nel suo laboratorio, a un giovane che vuole aprire una pizzeria. Per due o tre anni, per una finestra straordinaria di tempo se si vuole uscire dalla crisi, è inutile prendersi in giro, è inutile illudersi che l’ eliminazione di un pezzo qua e un pezzo là possa produrre l’ effetto spinta necessario per rimetterci in pista nella globalizzazione. Una cosa che vorrei fare è quella che ho indicato nel ‘ 97 ne “Lo Stato criminogeno”: una norma “rivoluzionaria” per cui “tutto è libero tranne ciò che è vietato dalla legge penale o europea”. Per due o tre anni». 
Ma richiederebbe una modifica della Costituzione. 
«Probabilmente sì. E io, oltre a proporla, vorrei essere tra i firmatari di una legge di riforma così fatta».