FASCISTI E ANTIFASCISTI di Sandokan

«Siete insieme a Casapound. Questo non vi da la misura di quante grossolane puttanate sono infarcite le vostre analisi??»

Questo ci scrive “Giamblico” (nomen omen!) a commento dell’articolo MA CHE FILM VI FANNO VEDERE…?, col quale spiegavamo cosa fosse davvero accaduto a Roma nella manifestazione (non autorizzata) di #IOAPRO.

Quella del nostro è una condanna senza appello: siccome c’erano dei fascisti, è stato sbagliato partecipare alla manifestazione (non autorizzata) indetta dai ristoratori e altre categorie vittime del massacro sociale indotto dall’uso politico della pandemia. Non interessa quindi al nostro che le rivendicazioni su cui la manifestazione è stata indetta fossero sacrosante; non gli importa quel che è effettivamente accaduto in piazza (quindi il contegno da noi assunto nel portare via la gente dal casino); non importa che gli esponenti di spicco di #IOAPRO si sono sgolati nel condannare le azioni provocatorie di un manipolo di neofascisti incappucciati — per la cronaca: non erano quelli di Casapound, i quali per altro non stavano con striscioni o bandiere di partito ma solo coi tricolori (vedi foto sopra).

Il nostro non c’era. Su cosa quindi fonda il suo caustico giudizio? Ma è ovvio: sui resoconti tossici e infingardi dei media di regime. Solo per questo “Giamblico” dovrebbe vergognarsi e tacere, e non sparare velenose sentenze.

Ma andiamo al sodo.

  • Siamo antifascisti? Sì, così come siamo antiliberisti e anticapitalisti;
  • il nemico principale sono oggi i fascisti? No, è il regime di sfruttamento e di oppressione capitalista-mondialista che guarda caso fa dell’antifascismo una delle sue cifre ideologiche;
  • Non c’è oggi alcuna incombente avanzata fascista, la vera minaccia è oggi l’avvento di un regime di tirannia mondialista fondato sulla tecno-sorveglianza.
  • rifiutiamo qualsivoglia complicità ideologica, che equivale a connivenza politica, con questo regime;
  • Non ci appartiene dunque l’antifascismo psicotico stile “antifa”, per cui la lotta ai gruppi fascisti ha preminenza su tutti gli altri aspetti della lotta politica e sociale;

Non si sconfiggerà il nemico principale se non con un potente e capillare movimento di massa, con un fronte che mobiliti e unisca tutte le forze sociali popolari. Il passaggio da movimento eterogeneo a fronte vero e proprio non è cosa facile a farsi. Che forma prenderà questo fronte, che profilo e natura politica esso avrà, questo non si decide a tavolino, ma nella pratica, strada facendo. Ed è evidente che questo passaggio sarà possibile solo grazie ad una forza motrice, se ci sarà una forza egemonica e centripeta.

Dato il contesto segnato da scarsi livelli di consapevolezza politica, da mancanza di memoria storica e da primitivismo organizzativo, è inevitabile che in questo nuovo moto popolare si riverseranno le più svariate forme di insipienza politica, confluiranno i più diversi pregiudizi, strampalate stranezze e anche idee reazionarie. Vanno contrastate queste forme? Sì, vanno contrastate, ma lo si deve fare con intelligenza politica, evitando ogni atteggiamento di spocchia e arroganza intellettualistica.

Che nel gorgo possano agire correnti fasciste e/fascistoidi, a causa delle profonde radici che la tradizione fascista ha messo nel nostro Paese, non è solo possibile ma inevitabile. Si debbono contrastare e combattere queste correnti nostalgiche e revanchiste? Certo che si debbono combattere. Il problema è come farlo.

Pensare di agire lanciando anatemi, facendo esorcismi, con dichiarazioni unilaterali di ostracismo è il modo più sicuro per perdere la partita. La lotta per contrastare le idee e le posizioni sbagliate —posto che le idee fasciste sono sbagliate quanto quelle liberiste, e posto che parliamo di genuini ed eterogenei movimenti sociali e non di combriccole di intellettuali —, non può che seguire il metodo dell’egemonia. Il consenso alle proprie idee non si conquista lanciando scomuniche ideologiche a priori (che oggi capirebbero solo quattro gatti), ma ottenendo la fiducia delle masse e dei cittadini in lotta, strappando metro dopo metro spazio politico, possedendo donne e uomini sinceri ma astuti, e dotati di effettive capacità di politiche e organizzative.

La prima legge, per noi, è questa: un ruolo dirigente si conquista sul campo, nel fuoco della battaglia. La seconda: se parliamo di legittimi movimenti popolari di protesta, mai lasciare campo libero ai fascisti, ai liberisti, o ai sinistrati.

 “Giamblico sarà soddisfatto, gli abbiamo dato un’atra prova… «di quante grossolane puttanate sono infarcite le [nostre] analisi».




CON I LAVORATORI ALITALIA!

Con i lavoratori dell’Alitalia. Per un fronte unito di tutti i movimenti in lotta

La Marcia della Liberazione, che lunedì scorso era in piazza insieme ai lavoratori autonomi di “Io Apro”, esprime pieno sostegno ai lavoratori di Alitalia che oggi, 14 aprile, hanno portato la loro vibrante protesta nelle vie di Roma a difesa del proprio posto di lavoro.

Con il pretesto del covid l’attacco al lavoro, sia dipendente che autonomo, si fa sempre più devastante. La distruzione di centinaia di migliaia di piccole imprese va di pari passo con la prosecuzione delle politiche di privatizzazione e di svendita del vecchio patrimonio pubblico.

E’ questa la storia di Alitalia, dettata già negli anni ‘90 dalla cupola neoliberista di Bruxelles, che mentre diceva di agire in nome del “mercato”, decideva in realtà di sacrificare la nostra compagnia di bandiera a tutto vantaggio di Lufthansa, Air France e British Airways. E’ così che, dopo la lunga agonia di questi anni, con la perdita di migliaia di addetti e delle loro preziose competenze, siamo ora alla liquidazione definitiva della storica compagnia di bandiera.

Alitalia non è sotto tiro solo a causa dei diktat europei. Essa è ad un passo dalla morte anche per la politica prona ed accondiscendente del governo Draghi. Il progetto è infatti quello di una nuova mini-compagnia, con la rinuncia al nome ed al marchio, con soli 45 aerei al posto degli attuali 104, con meno di 3mila lavoratori rispetto agli 11mila di oggi! Che a fronte di questo scempio ci sia ancora qualcuno che osa parlare di “salvataggio” è un fatto che si commenta da solo.

C’è un solo modo per impedire questo nuovo disastro, quello di unire in un fronte unico tutti i settori sociali in lotta contro il governo e la sua politica. Lavoratori dipendenti, autonomi, partite IVA, disoccupati hanno oggi fortissimi interessi comuni. Troppo spesso però prevale la divisione e la dispersione in mille rivoli delle tante mobilitazioni in corso.

E’ necessario invertire questa situazione.

Proprio per questo motivo la Marcia della Liberazione ha indetto l’assemblea del 24 aprile al Circo Massimo: per unire quel che il nemico vuole dividere, per rendere più efficaci le lotte, lavorando alla costruzione di un coordinamento nazionale.

Quel che serve è l’unità! Se continueremo a lottare divisi saremo presto sopraffatti dai poteri forti e dagli eventi che correranno più rapidi delle nostre indecisioni. Invitiamo perciò i lavoratori dell’Alitalia, insieme ai loro sindacati di base, all’assemblea del 24 aprile.

Tutti i movimenti di protesta e di lotta fraternizzino tra loro!

Abbiamo lo stesso nemico, dobbiamo unire le forze!

Fonte: Marcia della Liberazione

* * *

Di  seguito alcuni degli articoli sulla vicenda ALITALIA pubblicati negli anni da SOLLEVAZIONE:

ALITALIA: PRIMA BUGIA (GRANDE E GROSSA) di Sandokan

ALITALIA: SECONDA BUGIA (GRANDE E GROSSA) di Sandokan

ALITALIA: TERZA BUGIA (GRANDE E GROSSA) di Sandokan

“SALVARE” ALITALIA? NO RILANCIARE! di Fabio Frati

ALITALIA: ECCO PERCHÉ LA NAZIONALIZZAZIONE È L’UNICA SOLUZIONE  di  Filippo Burla

ALITALIA ALL’ITALIA di Fabio Frati

ALITALIA DÉJÀ VU… di Antonio Amoroso (C.U.B. Trasporti)

ALITALIA: VERRÀ IL GIORNO… di Sandokan

ALITALIA: LA FINE O UN NUOVO INIZIO?

ALITALIA: MOBILITAZIONE PER LA NAZIONALIZZAZIONE

ALITALIA: È L’ORA DELLA LIBERAZIONE!

SALVARE ALITALIA O L’UNIONE EUROPEA?

CONVEGNO ALITALIA (C.U.B.): TUTTI GLI INTERVENTI

ALITALIA: “NON VI DAREMO TREGUA” di Antonio Amoroso

ALITALIA: ECCO L’ESPLOSIVA VERITÀ di Ugo Arrigo

NAZIONALIZZARE ALITALIA: GRANDE CONVEGNO A ROMA

ALITALIA ALL’ITALIA! OBBIETTIVO 3MILA FIRME IN VISTA

ALITALIA: I CONTI NON TORNANO di Ugo Arrigo

ALITALIA: OGGI ASSEMBLEA A FIUMICINO

ALITALIA: IL 21 LUGLIO SI APPROSSIMA di Sandokan

ALITALIA: INCHIESTA SUI CONTI  (E  I  BUCHI)  CHE NON TORNANO  di Ugo Arrigo*

SCIOPERO DEI TRASPORTI / ALITALIA: IL BILANCIO DEI SINDACALISTI  (DEGNI DI QUESTO NOME)

ALITALIA: IL TEMPO DELLE TENEBRE? di Sandokan

APPELLO ALITALIA CON IL VENTO IN POPPA

ALITALIA ALL’ITALIA: FIRMA L’APPELLO

ALITALIA: DOMANI IN PIAZZA A ROMA

ECCO LA RINASCITA DI ALITALIA di Sandokan

ALITALIA: LE PROPOSTE (GIUSTE) di Cub Trasporti e AirCrewCommittee

ALITALIA: NAZIONALIZZAZIONE SOLA VIA REALISTICA di Giorgio Cremaschi




PER UN FRONTE UNICO DEL LAVORO

«OCCORRE UNA SINCERA FRATERNIZZAZIONE TRA TUTTI I MOVIMENTI DI PROTESTA E DI LOTTA. DIVISI SIAMO NIENTE, UNITI POSSIAMO TUTTO».

Mentre scriviamo (ore 11:30) migliaia di lavoratori Alitalia stanno manifestando a Roma sotto il Ministero dell’Economia. Anche stamattina il governo sbarra la strada ai lavoratori con ingenti forze di polizia. Ad essi va tutta la nostra totale solidarietà.

Quante volte abbiamo parlato su questo sito  della vicenda Alitalia! Quante volte abbiamo richiamato il pericolo che si sarebbe arrivati al redde rationem. Sì, è così: la morte della compagnia di bandiera era da tempo stata stabilita, scritta dai cervelloni liberisti dell’Unione europea che già negli anni ’90 avevano deciso che in nome del “mercato”, ovvero delle privatizzazioni, si sarebbero salvate solo tre grandi compagnie, per la precisione Lufthansa, Air France e British. Alitalia doveva morire, malgrado il nostro Paese sia decimo nel mondo per traffico aereo. Al macero quindi, assieme alla compagnia di bandiera, migliaia e migliaia di addetti e, con loro, un patrimonio straordinario di competenze, non solo tecniche.

La crisi pilotata del Covid è il pretesto dei killer per realizzare l’ultimo atto del loro piano criminale, e il governo Draghi, da tutti i partiti sostenuto, è venuto apposta per organizzare i funerali di Alitalia.

Certo, le responsabilità sono evidentemente dei governi che si sono succeduti in questi anni. Di tutti i governi. Sono tuttavia anche delle maggiori organizzazioni sindacali del trasporto le quali, se a chiacchiere dicevano di difendere Alitalia ed i lavoratori, hanno nei fatti assecondato la strategia di smantellamento a dosi omeopatiche. I confederali hanno assecondato la tecnica della “rana bollita”.

I sindacati di base, pur forti tra i lavoratori del trasporto aereo, hanno fatto quel che hanno potuto, ma non sono riusciti ad evitare la morte annunciata. Perché? Diverse le ragioni, la prima chiama in causa i limiti del sindacalismo: quando la partita è tutta politica e di rilievo nazionale la lotta puramente sindacale, tanto più se categoriale, si dimostra un’arma spuntata, inefficace. Sarebbe stato necessario, siccome il destino di Alitalia riguarda l’Italia, unire e mobilitare in un unico fronte, tutto il mondo del lavoro.

E qui veniamo all’oggi. Se c’è una possibilità, la sola, di evitare un’ennesima e tremenda sconfitta; se c’è una possibilità di evitare la distruzione definitiva di Alitalia; se c’è una possibilità di evitare che le migliaia di lavoratori del comparto siano gettati sul lastrico; è solo unendo le forze, costruendo un fronte di lotta comune con tutti i settori sociali che da mesi si vanno mobilitando contro il governo Draghi e la sua gestione terroristica della crisi pandemica. Un FRONTE UNITO che comprenda lavoratori dipendenti, partite Iva, esercenti, disoccupati, in poche parole tutti coloro che stanno in basso. Superare la divisione, superare la frammentazione delle lotte, unire tutti i rivoli per dare vita ad un fiume in piena: solo così la resistenza avrà possibilità di difendere le ultime trincee. Il nemico è forte solo perché siamo divisi. Occorre dunque superare le diffidenze, i sospetti reciproci, i corporativismi.

Occorre isolare chiunque, da qualunque parte, mesta nel torbido e agisce per la divisione. Chi vuole la divisione fa il gioco del governo!

OCCORRE UNA SINCERA FRATERNIZZAZIONE TRA TUTTI I MOVIMENTI DI PROTESTA E DI LOTTA. DIVISI SIAMO NIENTE, UNITI POSSIAMO TUTTO.

Anche per questo è necessario partecipare all’Assemblea del 24 aprile (Roma ore 14:00, Circo Massimo) indetta dalla MARCIA DELLA LIBERAZIONE.




NO ALL’OBBLIGO VACCINALE di Luca Dinelli

Pubblichiamo questo testo di Luca Dinelli che, in qualità di sindacalista e membro della RSU, lo ha diffuso ai lavoratori dell’ASL Toscana Nord-Ovest.

CONTRO L’OBBLIGO VACCINALE, ANNESSI E CONNESSI

Come sappiamo, il D.L. 44/2021 ha introdotto l’obbligo vaccinale per la categoria dei sanitari.

Pur premettendo che si tratta di un provvedimento avente forza di legge, non posso non rilevare in maniera succinta alcune macroscopiche incongruenze che si collocano sulla falsariga del gigantesco strappo rispetto allo stato di diritto che con l’inizio della pandemia ha raggiunto il suo apice.

Fin qui il silenzio delle istituzioni, partiti e sindacati è stato assordante, tutti intenti alla gestione di un quotidiano sempre più incerto e precario.

Ebbene tutto ha inizio con la decretazione di uno stato d’emergenza che non trova basi giuridiche nella Costituzione; in base a questa nuova figura d’incerta classificazione, si sono introdotte chiusure forzate delle attività, coprifuoco, isolamento domiciliare, limitazioni alle libertà di riunione e alla libera circolazione dei cittadini. Il tutto bypassando un Parlamento sempre più soggiogato al potere esecutivo e alle norme eterodirette da istituzioni extranazionali alle quali abbiamo progresssivamente delegato la sovranità popolare.

Faccio notare per inciso che se la nostra sanità versa in condizioni precarie è proprio grazie ai vincoli di bilancio che, in nome del principio di austerità che ormai da trent’anni soggioga la nostra Costituzione, sono stati calati a cascata sullo Stato, le Regioni e gli altri enti territoriali.

Ancora oggi la ragioneria dell’Asl Nord Ovest combatte quotidianamente con i richiami regionali al mancato rispetto dei vincoli assunzionali. Ebbene, sappiatelo, abbiamo assunto troppi interinali, si pone con urgenza la necessità di un piano di rientro! In barba a tutte le panzane sui fondi europei, il recovery plan e le altre barzellette che i boia di regime ci propinano quotidianamente.

La gente fuori muore di fame, ma noi continuiamo a sopportare che ci raccontino che la colpa è sempre e comunque degli sconsiderati che vogliono uscire di casa e lavorare!

Mancano 35.000 infermieri all’appello e 10.000 medici negli organici! I nostri tassi d’occupazione di posti letto si aggiravano intorno al 95% già prima della pandemia, ma la colpa dei lockdown è dei ventenni rincoglioniti che vogliono uscire di casa. VERGOGNA!

Ultima trovata dei nostri illuminati è l’imposizione dell’obbligo vaccinale ai sanitari.

PREMESSO CHE MI SCHIERERO’ SEMPRE A DIFESA DI CHI IL VACCINO VUOLE FARSELO, DENUNCIO LA VERGOGNA DI UN OBBLIGO CHE MANCA DI OGNI PRESUPPOSTO ETICO, CLINICO E GIURIDICO.

Sappiamo, perché ce lo dicono le case farmaceutiche, oltre alle evidenze che ormai sono numericamente cospicue, che QUESTO VACCINO NON E’ EFFICACE CONTRO LA TRASMISSIONE DEL VIRUS, e oltretutto si sta dimostrando poco efficace nella protezione dalle molte varianti del virus sviluppatesi negli ultimi mesi. Nella migliore delle ipotesi, quindi, chi si fa il vaccino protegge se stesso dalle complicazioni dell’infezione MA NON GLI ALTRI NON VACCINATI. E’ CHIARO?

CADE QUINDI IL PRESUPPOSTO GIURIDICO, IMPLICATO DALL’ART. 32 DELLA COSTITUZIONE, DELL’INTERESSE COLLETTIVO ALLA VACCINAZIONE ALTRUI. Chi si vaccina è fonte di contagio come chiunque altro.

L’OBBLIGO VACCINALE E’ IL CAVALLO DI TROIA PER INTRODURRE DEMANSIONAMENTI E DECURTAZIONI STIPENDIALI A CHI SI OPPORRA’ ALLA VOLONTA’ DI REGIME.

CHI HA BISOGNO DI CONSULENZA PER DIFENDERSI DALLA VACCINAZIONE CONTRO LA SUA VOLONTA’, PUO’ CHIAMARMI AL 389 8396791.

Fonte: Liberiamo l’Italia




TESSERATI A LIBERIAMO L’ITALIA!

Sostienici e aderisci a Liberiamo l’Italia

La campagna di tesseramento a Liberiamo l’Italia (LIT) è in corso.

Per chi non è già in contatto con i nostri Comitati popolari territoriali (Cpt) è possibile richiedere l’adesione scrivendo a tesseramento@liberiamolitalia.org

Verrete ricontattati al più presto.

Chi invece, pur non intendendo ancora iscriversi a LIT, vuole però dare il suo sostegno economico alla nostra causa, può farlo effettuando un versamento su Paypal.

Sostenere ed aderire a Liberiamo l’Italia è il modo migliore per rafforzare le idee e le battaglie che stiamo conducendo:

  • Per costruire l’opposizione al governo Draghi
  • Per affermare i diritti sociali e le libertà oggi calpestate, dicendo no al regime del Grande Reset
  • Per farla finita col neoliberismo ed applicare la Costituzione del 1948
  • Per uscire dalla gabbia dell’UE e dell’euro
  • Per un forte partito del patriottismo costituzionale

Per tutti questi motivi ti chiediamo di aderire e sostenere Liberiamo l’Italia. Vieni con noi, è il momento di agire.




LIBERIAMO L’ ITALIA E IL GOVERNO DRAGHI

Risoluzione approvata dalla Direzione nazionale di LiT il 22 febbraio 2021

Qui il .pdf

1) L’arrivo di Draghi segna l’apertura di una nuova fase politica. Chi vuole impegnarsi nella costruzione di un’adeguata ed efficace opposizione deve comprendere anzitutto il significato e la portata di questo passaggio. Come è stato esplicitato nel suo discorso programmatico, quello di Draghi si preannuncia come il governo del Grande Reset; un disegno che punta a trasformare l’Italia in un luogo di sperimentazione avanzata delle nuove ricette della cupola globalista.  E’ da questa consapevolezza che bisogna partire. Costruire l’opposizione è dunque urgente, ma altrettanto importante è che tale opposizione sappia qualificarsi come proposta di una radicale alternativa, con una sua visione ed un suo diverso modello di società.

2) Il governo Draghi rappresenta l’ennesimo tentativo di reazione da parte del sistema neoliberista in crisi. Il neoliberismo è la forma concreta assunta dal capitalismo negli ultimi quarant’anni, dopo gli scricchiolii del sistema negli anni ‘70 del secolo scorso. Ma il neoliberismo, sviluppatosi a partire dalla Gran Bretagna e dagli Usa, è anch’esso un modello in crisi. Privatizzazioni, liberalizzazioni, deregulation, precarizzazione del mercato del lavoro, sono state delle droghe utili a rivitalizzare il corpo malato del capitalismo per alcuni decenni. Oggi, però, queste ricette (ancorché riproposte a beneficio dei soliti noti) paiono del tutto inadeguate allo scopo. Da qui l’obiettivo più ambizioso, del quale il governo Draghi è parte, di una ristrutturazione più violenta e profonda dell’intera società. Simbolo di questo progetto è la spinta alla digitalizzazione estrema, come mezzo per la disgregazione del mondo del lavoro, per la cancellazione di storici diritti, per la spinta ad un’atomizzazione sociale funzionale al dominio di una ristretta oligarchia.

3) Draghi, che nel suo discorso d’insediamento non ha mai fatto riferimento al rispetto della Costituzione, è arrivato a Palazzo Chigi anche per la disfatta di un intero sistema politico, di una crisi dei partiti che ha segnato una nuova e più pesante tappa, portando con sé lo stravolgimento di ogni regola di una repubblica parlamentare consegnatasi ormai ad un presidenzialismo de facto che potrebbe alla fine sfociare in presidenzialismo de jure. Nella penosa vicenda politico-parlamentare che ha portato al nuovo governo, spicca in particolar modo la  miseria  delle  forze che, sia  pure  ambiguamente,  avevano  flirtato  con un  atteggiamento critico, quanto  meno euroscettico, nei confronti  dell’Unione Europea. Oggi queste forze (Lega e M5s) sono addirittura entusiaste di un governo che afferma la centralità della collocazione  organica  dell’Italia  nella gabbia dell’UE e della NATO. Un governo che, per bocca del suo presidente, sorride alle ulteriori “cessioni di sovranità”, che rivolgendosi al parlamento italiano è giunto ad esprimere “rispetto” (sic!) per il “vostro paese”. Queste parole non sono un semplice lapsus. Esse rivelano, piuttosto, il ruolo effettivo di Draghi come commissario dell’UE. Un vero Gauleiter potremmo legittimamente definirlo! Ma ovviamente Draghi, a differenza di chi lo ha  preceduto, non è una banale pedina da utilizzare e sacrificare nella logica del gioco politico-strategico, bensì un componente di quella Cupola Transnazionale espressione  non  già  dei  paesi, delle  nazioni,  degli stati di provenienza,  ma essenzialmente  del capitale  finanziario  che  per  sua  natura  non  ha  né Patria né appartenenze se non al profitto o, per essere più precisi, al bisogno vitale della valorizzazione del  capitale nella sua forma più pura e conseguente.

 4) Al di là della sua durata temporale, l’obiettivo strategico del governo Draghi è dunque quello del definitivo ancoraggio dell’Italia al carro del “peggior padrone”, quella finanza speculativa transnazionale che ha nella UE – oltre che negli USA post-trumpiani di Biden – la sua dimensione territoriale ed istituzionale. Se Trump tendeva a considerare gli USA come un soggetto distinto dal capitalismo globalista, Biden è invece l’espressione di un nuovo indissolubile matrimonio tra il potere politico, Wall Street e le Big Tech della Silicon Valley rafforzatesi alla grande grazie al Covid. E’ questo il carro oggi vincente del globalismo del Grande Reset al quale Draghi cercherà di agganciare, portandola in dono, l’Italia. Da qui l’ossessivo richiamo alla Nato ed all’atlantismo, quasi il governo precedente non fosse stato sufficientemente servile.

5) Nonostante il suo attuale consenso, frutto non inatteso della pittoresca deriva delle forze parlamentari da sempre a parole contro il “governo dei tecnici”, il disegno di Draghi potrebbe incontrare ostacoli di non poco conto. Se la riforma della pubblica amministrazione sembra coincidere più che altro con un violento approfondimento del processo di digitalizzazione, se quella del fisco partorirà come sembra una modestissima riformucola in linea con quella immaginata dal governo Conte, ben più difficili sembrano le risposte sul piano economico e sociale. Mentre il dramma della disoccupazione di massa sta per esplodere con la fine del blocco dei licenziamenti, la stessa cosa può dirsi per la crisi infinita di centinaia di migliaia di piccole aziende disastrate da quella sciagurata politica di chiusura del Paese che si vuol continuare a perseguire. In questo quadro, le finte risorse del Recovery Plan (finte in quanto prestiti, dunque nuovo debito) nulla risolveranno. Certo, dopo il crollo economico del 2020 non sarà difficile mettere a segno un fisiologico rimbalzo, ma da qui ad uscire dalla crisi infinita iniziata nel 2008 ce ne passa.

6) E’ in questo contesto che dovremo misurarci con il primo dei compiti: la costruzione di una forte opposizione, l’elaborazione di una strategia per l’alternativa al sistema neoliberista. Non sarà un compito facile. Della dissolvenza delle forze istituzionali abbiamo già detto, ma in questo anno di Covid anche le forze del sovranismo costituzionale non hanno certo brillato. Occorre dunque una svolta! Un salto di qualità sul piano organizzativo, come pure sul terreno teorico, culturale e programmatico. Bisogna innanzitutto battere il settarismo e l’idea dell’autosufficienza. Liberiamo l’Italia è su questa strada, quella dell’unità, fin dalla sua costituzione. Ma oggi, di fronte alla sfida del governo Draghi, è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. A causa della capitolazione di M5s e Lega, lo spazio per una nuova opposizione popolare è ampio e tenderà ad allargarsi. Mentre nel campo leghista non si alza nessuna voce di dissenso (vedi l’ingloriosa fine di certi personaggi) è di grande importanza la pur tardiva frattura avvenuta nei gruppi parlamentari dei 5 stelle, che testimonia quanto largo sia il disssenso tra gli elettori di quello che fu il primo partito. Consideriamo nostro compito, pur nella profonda distanza culturale e politica dai valori e dai principi fondanti di questa forza, dialogare e incontrare questa parte viva del Movimento 5 Stelle. Compito ancora più importante e urgente visto che dobbiamo contrastare il palese tentativo del regime di consegnare alla destra liberista di Fratelli d’Italia il titolo di “nemico”  del governo Draghi così da consentirgli la possibilità di occupare ed egemonizzare il campo dell’opposizione.

7) Il fatto che il blocco dominante abbia infine deciso di giocare la carta estrema di Draghi è in fin dei conti un sintomo di debolezza, una scommessa ad oggi priva di un “piano b”. Ma con la nuova maggioranza di governo si è fatta pulizia anche delle forze pseudo-sovraniste. Sotto questo profilo la credibilità della Lega e del M5s è oggi pari a zero, ma lo spazio che si è così aperto potrebbe venire interamente occupato dai rottami di “Fratelli d’Italia” solo se le forze del sovranismo costituzionale restassero divise ed impotenti come negli anni passati. E’ questo uno scenario che va impedito in tutti i modi.

8) Liberiamo l’Italia mentre s’impegna a costruire un forte partito unitario del sovranismo costituzionale e democratico, agirà per rafforzare l’opposizione al governo Draghi, nella prospettiva di un Fronte del Rifiuto  che organizzi e sostenga tutte le mobilitazioni sociali per il diritto al reddito ed al lavoro, per la difesa delle libertà costituzionali contro la prosecuzione dell’emergenzialismo autoritario in materia di Covid.

La Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

22 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




QUESTO È IL MOMENTO di Liberiamo l’Italia

Il documento approvato dalla Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia il 22 febbraio 2021. Qui il .pdf

QUESTO È IL MOMENTO

Per un Partito unificato dei sinceri sovranisti

– Liberiamo l’Italia, fondatasi nel dicembre 2019, si diede due scopi principali: agevolare la costruzione di un ampio fronte antiliberista per la conquista della piena sovranità popolare e nazionale e, parallelamente, aprire la strada alla nascita di un Partito unitario del patriottismo costituzionale e democratico.

– Per quanto concerne la costruzione del fronte ampio un piccolo passo avanti è stato compiuto con la Marcia della Liberazione. Nell’annus horribilis segnato dallo Stato d’emergenza permanente indotto dal terrorismo pandemico, mentre alcuni sono piombati in uno stato di catalessi, la Marcia è stato il solo organismo unitario capace di promuovere mobilitazioni regolari, tra cui la grande manifestazione del 10 ottobre 2020.

– Malgrado la gravità della situazione imponesse alle minoranze sovraniste di farla finita con la cura dei propri orticelli, nessun progresso reale è stato compiuto sul terreno della fondazione di un unico soggetto politico.

– Proprio per sbloccare l’impasse abbiamo inizialmente aderito al tentativo di Italexit con Paragone. Purtroppo in Italexit prevalse un orientamento settario di autosufficienza: così che il gruppo divenne un altro ostacolo sulla via del dialogo e dell’unità.

– Per questo nel dicembre LiT avviò un tavolo di confronto con le due organizzazioni più importanti del campo del patriottismo democratico: Vox Italia e Riconquistare l’Italia (Fsi). Al terzo incontro proponemmo di sottoscrivere una Dichiarazione Congiunta che si concludeva con un appello all’azione comune e un impegno ad “avviare un processo costituente per dare vita ad un Partito unificato dei sovranisti costituzionali”.

– Mentre Riconquistare l’Italia (Fsi) respinse la proposta, la delegazione di Vox Italia dichiarò il suo assenso.

– Successivamente Diego Fusaro, dalla tribuna di Vox Italia Tv, rivolgeva il 18 febbraio un appello a formare un nuovo soggetto politico rivolgendosi, tra gli altri, proprio a  LiT. Contestualmente rendeva noto che Vox Italia avrebbe svolto il 27 febbraio una conferenza nazionale con la quale, oltre ad adottare un nuovo nome ed uno statuto definitivo, farà ufficialmente sua la proposta di aprire un processo costituente per un nuovo Partito unificato.

– Preso atto di questa positiva novità LiT dichiara sin d’ora la propria disponibilità a prendere parte a questo processo costituente e a questo scopo invierà una sua delegazione alla conferenza del 27 febbraio.

– Affinché alle parole seguano i fatti LiT auspica che nasca quanto prima un autorevole comitato promotore unitario composto dai rispettivi gruppi dirigenti per indirizzare e stimolare il processo costituente del nuovo Partito. Questo comitato promotore dovrà quindi essere affiancato da comitati unitari regionali.

DIFESA E ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE DEL 1948!

NO AL NEOLIBERISMO E ALLA MONDIALIZZAZIONE!

USCITA DALL’EURO E DALLA UE!

RICONQUISTA DELLA PIENA SOVRANITÀ POPOLARE, DEMOCRATICA E NAZIONALE!

BASTA CONFINAMENTO E STATO D’EMERGENZA!

La Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

22 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL GOVERNO DRAGHI E I CITTADINI DEL RIFIUTO di Umberto Spurio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 Nel 2020 il PIL bruciato è stato di 170 miliardi di Euro, la migliore previsione di crescita per il 2021 è del 4% . Si potrà obiettare che il recovery plan mette a disposizione 209 miliardi e dunque ci sono risorse sufficienti affinché il governo Draghi possa varare misure per far ripartire l’economia.  E’ vero? Il recovery plan contiene 127 mld di euro in prestiti e 82 mld di euro a fondo perduto, per un totale di 209 mld che dovranno essere spesi in 6 anni.

Partiamo dai prestiti: il vantaggio che l’Italia ottiene è dato dalla differenza tra i tassi di interesse europei stabiliti dalla BCE e i tassi di interesse nazionali. Tale risparmio sarà di mezzo miliardo all’anno, cioè nei 6 anni il risparmio sarà di 3 miliardi. Ma sono comunque prestiti da restituire, il che farà aumentare il debito dell’Italia che sarà monitorata e le verrà richiesto di dare prova che riuscirà a restituirli facendo nuovi tagli.

Adesso parliamo degli 82 mld a fondo perduto. Questi devono necessariamente avere una copertura a livello europeo che si ottiene con una tassa creata allo scopo. Al momento non c’è alcuna tassa europea in cantiere tranne quella, ancora ipotetica, sulla plastica. Questo significa che la copertura del prestito a fondo perduto dovrà essere garantita dai contributi dei singoli stati membri. Se verrà applicata la regola europea, ogni stato dovrà contribuire in base al proprio PIL. L’Italia dovrà contribuire al massimo con 40 mld. Se riceviamo 82 mld e ne dobbiamo versare 40, anche un bimbo delle elementari calcola che non riceviamo 82 ma 42.

Ricordiamo il risparmio sugli interessi di 3 miliardi visto prima? Bene, sommiamolo ai 42 mld che riceviamo e avremo come recovery plan 45 miliardi; considerando che il recovery plan va usato in 6 anni, spalmando la cifra in questo periodo avremo che l’aiuto europeo sarà di di 7.5 mld per ogni anno. E non è ancora finita: nei prossimi 7 anni l’Italia è contributore netto per il bilancio europeo con 20 miliardi. Cioè deve versare alle casse europee questa cifra. Quindi 45 meno 20 fa 25. Tenendo conto dei 6 anni, sono 4.16 miliardi di euro all’anno.

Con queste premesse cosa potrà fare il governo Draghi se la base di partenza sono i 170 miliardi di PIL bruciati nel solo 2020, senza considerare le previsioni fosche? E’ all’interno di questo scenario che va inquadrata l’azione di Draghi e lo scenario non è certo dei più promettenti. Che lo stesso Draghi ne sia consapevole lo dimostrano le sue parole nel discorso di insediamento: nel prossimo futuro la politica dovrà decidere quali imprese andranno sostenute e quali no. Intanto, al momento in cui scrivo (fine febbraio 2021) si apre una nuova fase di lock down che comporterà ulteriori danni economici. Ingenuamente potremo chiederci: possibile che un alto funzionario del mondo finanziario non sappia queste cose? Lo avrà di sicuro previsto e avrà l’asso nella manica! Un asso nella manica sarebbe quello di stampare moneta per far partire l’economia, ma qui andiamo a scontrarci con il credo fondamentale dell’Unione europea che si basa sul controllo dei prezzi. Emettere moneta cozza violentemente con le ragioni stesse che reggono l’Ue poiché a molta moneta circolante corrisponde un aumento dei prezzi.

Chi non ha la netta impressione che le classi dominanti siano in un vero e proprio cul de sac, in una strada senza uscita? In realtà l’uscita la tengono, si basa sulla distruzione di una parte dell’economia reale (le imprese che Draghi ha detto che non potranno salvarsi) per favorire altre imprese. Quali? Se il mercato finanziario e le borse speculative sono oggi il motore di ogni decisione, non saranno certo le piccole e medie imprese nazionali che i mercati premieranno ma le multinazionali quotate in borsa, i giganti del commercio on line. E’ immorale? E’ sbagliato? Falsi problemi: accadrà perché questo è il capitalismo neoliberista sotto il comando della finanza speculativa e non può essere diversamente perché se ciò avvenisse sarebbe il crollo del sistema.

I ceti dominanti sono obbligati a distruggere per poter ricostruire, è come una guerra, anzi è una guerra, ma senza sparare colpi di cannone. E per condurre questa guerra senza provocare un eccessivo malcontento tra le masse popolari, le misure come sempre saranno attuate a piccoli passi, usando la politica della rana nella pentola che bolle. Il tutto sostenuto da una campagna che per un verso incute paura nella popolazione e per l’altro santifica smisuratamente il signor Draghi. Ciò che interessa a noi che siamo cittadini del popolo lavoratore è che questo gigantesco resettaggio del sistema economico sta provocando il crollo verticale di molti settori del ceto medio, la chiusura di attività e il licenziamento del personale dipendente.

Le domande sono: fino a che punto il reset sarà digerito dalla popolazione? Fino a che punto i cittadini saranno governati con la paura? Non possiamo saperlo. Ma attendere che la disperazione salga e si formi come un fiume in piena è un errore, prima di tutto perché la storia è piena di insegnamenti in cui il popolo ha accettato ogni peggioramento senza opporsi, poi perché l’abilità dei lestofanti che ci governano è varare misure economiche per dividere l’area del malcontento e spegnerlo.

A questo punto entra in gioco il ruolo dei cittadini più attivi e consapevoli che si collocano nell’area del rifiuto di tutto questo, che non lo accettano passivamente. Ho il sospetto fondato che fino a quando il reset non sarà portato compiutamente a termine, investendo solo nelle imprese che fanno fare soldi ai mercati, la pandemia sarà gestita politicamente per mantenere lo stato di soggezione attuale e per far si che siano gli stessi cittadini a chiedere misure più dure, a dividere la popolazione, a criminalizzare coloro che protesteranno. Tuttavia se lo scenario è quello delineato, il malcontento tenderà ad aumentare almeno fino al 2023, anno che la Commissione europea considera quello in cui potrebbe esserci una ripresa, ma il condizionale è d’obbligo e la ripresa potrebbe venire persino al di là di quell’anno.

Non è immaginabile dunque una società pacificata, ma al più solo repressa, distratta e frantumata. Il reset non sarà un pranzo di gala e mieterà vittime oltre a quelle già mietute fino ad oggi. Le categorie più colpite sono e saranno i dipendenti di quei settori privati che hanno subìto blocchi dai lock down al pari dei titolari delle stesse imprese che già oggi si indebitano o hanno chiuso; in un economia fortemente globalizzata gli effetti sono a catena e non possiamo escludere che categorie professionali e produttive, per ora risparmiate, saranno in futuro coinvolte. Penso soltanto ai piccoli corrieri che a causa dell’accordo tra Amazon e Poste Italiane stanno subendo un drastico calo del fatturato. Oppure, sempre restando su Amazon, al progetto di fornitura di cibo da asporto ordinato on line, basato molto probabilmente su accordi con un produttore locale di pietanze, cosa che colpirà duramente il settore della ristorazione.

Dunque almeno per i prossimi due anni assisteremo ad un aumento della conflittualità sociale. Se il governo agirà nello scenario delineato non ci saranno misure adeguate a spegnere il malcontento. L’appiattimento di quasi tutto l’arco parlamentare sul governo Draghi porterà allo scollamento tra i partiti ed i loro elettori colpiti dalla crisi poiché non si vedranno tutelati dai loro referenti politici. Lo stesso vale per i sindacati, ormai proni al pensiero liberista.

Già oggi esistono diverse forze nel campo del rifiuto al governo Draghi e possiamo immaginare la formazione di un fronte del rifiuto composto dalle forze politiche e dai singoli cittadini che per ragioni oggettive, o per scelta politica, si collocano contro il governo delle forze neoliberiste, il governo del partito unico del PIL.

Al momento in cui scrivo si sta consumando la frattura nel M5S proprio sulla scelta di appoggiare o meno il governo; l’Italexit di Paragone, Vox Italia (il prossimo 27 febbraio si darà una nuova organizzazione), il PC con a capo Rizzo, Liberiamo l’Italia, il Fronte Sovranista e la galassia di altre sigle contro il neoliberismo, contrarie all’Ue, per la costruzione del socialismo, sono al momento le forze non ancora unite ma che possono fare da catalizzatore a tutti gli scontenti coalizzandosi in un fronte unitario.

Ma immaginare la formazione di un nuovo soggetto politico che agisca solo in termini elettorali è un errore. Ci attende una lunga marcia, occorre essere presenti sui territori, occorre saldarsi alle frange di popolazione scontenta, partecipare alle vertenze del mondo del lavoro dipendente e autonomo. E’ necessario unire tra loro i cittadini più attivi, coscienti, di buona volontà che hanno chiaro che il nemico è il neoliberismo impersonificato dal governo Draghi e che, al pari dei gilet gialli francesi, mettano da parte differenze ideali ed eventuali tessere di partito per impegnarsi nella costruzione di un fronte del rifiuto che si oppone all’economia al servizio dei mercati e si batte per costruire un economia al servizio del popolo applicando la Costituzione italiana. Dobbiamo immaginare gruppi di cittadini attivi sul territorio che si riuniscono con cadenza fissa per stabilire come agire nel proprio ambito locale facendo vivere la questione generale (il mercato che domina sulla politica); dobbiamo immaginare cittadini riconosciuti dalla popolazione per integrità morale e coerenza, dobbiamo immaginare che questo sarà un cammino non breve che richiede spirito di sacrificio e che se funzionerà a dovere sarà inevitabilmente attaccato con ogni mezzo.

Se pensiamo che questa è la proposizione di una nuova formazione politica che possa andare in parlamento senza una corrispondente forza sociale che le fa da sponda – e la controlla – sui territori stiamo facendo un errore grave. Al contrario i comitati popolari devono vigilare sugli eletti costantemente ed essere pronti a togliere loro la fiducia non appena si profila la perdita degli obiettivi per i quali sono stati eletti. Dobbiamo immaginare che questo processo possa approdare alla formazione di una forma di potere diffuso tra le masse popolari e che può essere la forza per giungere persino ad un governo popolare di emergenza che agendo sui territori e con la sua rappresentanza in parlamento crei le maggiori difficoltà ai nemici del popolo e ne ostacoli i piani.

Umberto Spurio, 21/02/2021




FASSINA: ADDIO PATRIA, ADDIO COSTITUZIONE

Riceviamo e pubblichiamo

«In tutti questi anni ho seguito Stefano Fassina, sperando che fosse capace di fungere da aggregatore  di una nuova sinistra no euro, lontana da consunti dogmatismi e diversa da certi sovranismi destrorsi.

Non ho quindi condiviso le vostre critiche a Fassina quando fondò Patria e Costituzione. Oggi debbo ammettere che invece vedeste giusto voi, quando faceste notare le reticenze e le ambiguità del Manifesto fondativo di Patria e Costituzione.

Arrivò quindi il voto di fiducia che Fassina diede al governo Conte, concesso a gratis in nome del “fermiamo Salvini”. Anche in quel caso lo perdonai, ancora sperando che quello fosse un errore di percorso. Passaggio che voi consideraste invece, con linguaggio colorito, “non una papera ma una  bestialità politica”.

Ora Fassina ha deciso di votare la fiducia al governo Draghi, schierandosi quindi coi Bersani & C. contro gli stessi compagni di Sinistra Italiana di Fratoianni.

So che per questa sua sconcertante decisione sta ricevendo durissime critiche da parte di molti compagni. Sarà per questo che ha scritto, a sua propria difesa, un articolo sull’ Huffington Post.

Purtroppo la sua autodifesa, l’alibi che ha utilizzato, rafforzano l’accusa.

Mi ha colpito in particolare, per la sua enormità, questa frase:

“Il Governo Draghi è un Governo del Presidente, un Governo di emergenza nazionale. Non è un Governo di programma. È composto da avversari politici, temporaneamente impegnati in una sorta di “Comitato di liberazione nazionale” dal virus e dalle sue devastanti conseguenze“.

Considero questa analogia col Cln un insulto all’intelligenza di ogni cittadino che abbia memoria storica e sale in zucca. Draghi, per unanime ammissione, nonché la sua propria, è stato chiamato a salvare l’Unione europea, a rilanciare l’alleanza con gli USA e la NATO, a far si che siano rispettate le condizioni del Recovery Fund. Non è un segreto, su chi siano i committenti di Draghi,  la sua protervia a proseguire nel disegno di un rafforzamento centralista dell’Unione superando gli stati nazionali.

La morale? Addio Patria! Addio Costituzione!

E quindi a me non resta che dire addio a Fassina.

Da parte di una che considerate “sinistrata”.

Roma, 15 febbraio 2021




LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli

Se ne sentono, riguardo alla missione affidata a Draghi, di tutti i colori. Ce n’è una che le supera tutte, quella secondo cui, con il nostro, ce ne andremmo più facilmente dall’euro. Patetico alibi di quelli che una volta si sarebbero chiamati rinnegati.

Nessuno abbia dubbi che le mosse di Draghi, quali che saranno gli inciampi che troverà sul suo percorso (grandi), si dispiegheranno dentro una ferrea cornice eurista ed atlantista.

Subito dietro, nella classica delle scemenze, c’è l’idea che il governo Draghi sarà un “Monti 2.0”, ovvero attuerà politiche fiscali restrittive e non espansive, ovvero di tagli alla spesa pubblica e forti dosi di ulteriore austerità.

No, il nuovo governo è un nemico ben più insidioso e temibile in quanto, pur sempre proseguendo sul solco del liberismo (l’idea della “crescita” fondata su alti tassi di disoccupazione, quindi bassi salari e alta precarizzazione del lavoro), tenterà di far leva sulla spesa pubblica per tentare di rilanciare la domanda aggregata (spesa in investimenti e consumi dei diversi comparti economici).

Posto che il settore privato non investe ed anzi tende a tesaurizzare usando i profitti decrescenti in rendita finanziaria, non può essere che lo Stato, con spesa in deficit, a tentare di far ripartire il motore economico capitalistico grippato. La qual cosa, sia detto di passata, è la lampante conferma del fallimento del draghiano Quantitative easing, che ha riconfermato la validità della nota “trappola della liquidità” di keynesiana memoria, o se si preferisce la metafora del “cavallo che non beve”.

L’ingente massa monetaria sfornata dalla Bce ha sì salvato l’euro, ma è restata imprigionata nella sfera della speculazione finanziaria — così che l’economia europea è in stagnazione con l’aggravante che la depressione è più grave di ieri visto che sono cresciuti sia l’ammontare del debito privato che quello pubblico.

Vedremo presto, a partire dal discorso con cui Draghi andrà a chiedere la scontata fiducia alle camere, e quindi dalla prova del nove del 31 marzo quando scadrà la proroga del blocco dei licenziamenti, se abbiamo torto o ragione poiché, una volta sciolto il dilemma, l’opposizione dovrà attrezzarsi alla bisogna e indicare linea e modalità della lotta al nuovo governo ed a quello che prenderà il suo posto.

Tuttavia una cosa dev’essere chiara, non si deve cadere nella trappola di un approccio economicista.

«Nata come legislatura populista, Mattarella ha avuto il merito di costringere, con pazienza morotea, Lega e M5S ad appoggiare l’ex presidente della Bce. E’ la conferma della definitiva costituzionalizzazione dei movimenti antisistema italiani. Il Capo dello Stato, dall’alto della sua lunga esperienza, tuttavia sa che la navigazione non sarà agevole né scontata. Quanto durerà questo governo? Almeno un anno, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, si scommetteva ieri tra gli stucchi del Colle. Nel febbraio 2022 a Mattarella potrebbe succedere Draghi». [Concetto Vecchio, la Repubblica, 14 febbraio 2021]

Il giornalista ha centrato il bersaglio. La funzione di Draghi, al netto di quella che potremmo chiamare “draghinomics”, è anzitutto politica: consacrare l’inclusione — sussunzione per usare un sofisticato sostantivo marxiano — degli ex-populisti nell’alveo sistemico, ovvero disinnescare quella bomba ad orologeria sotto le chiappe dell’Unione che il nostro Paese è stato e continua ad essere.

Un Grande Reset quindi — annullare la spinta sovranista emersa maggioritaria nelle urne del marzo 2018 — alla scopo di riportare l’Italia nei ranghi, e quindi salvare anzitutto l’Unione europea, col che sottrarci gli ultimi brandelli di sovranità per soggiogare il Paese con un “vincolo esterno” rafforzato.

Ci sono amici e compatrioti i quali, sulla scia dell’oligarchia dominante, deducono, dal passaggio di M5S e Lega nel campo euro-oligarchico, la fine del “momento populista”, dal che concludono un mesto ritorno a casa, immaginando che sia oggi plausibile e necessario rilanciare l’idea di un soggetto politico “di classe”, cioè una forza che, posto il  proletariato come forza rivoluzionaria in sé, faccia del marxismo (con il suo dogma che la lotta di classe tutto spiega e tutto può)  la propria cifra ideologica. Deduzione sbagliata, conclusione inverosimile. La verità è che né il proletariato possiede genetiche capacità rivoluzionarie, né si dovrebbe predicare un ritorno al marxismo “autentico”.

Chi non ha elaborato il lutto del ‘900, chi si dedica al culto dei morti, è destinato ad autoescludersi dal prossimo campo di battaglia. Il populismo, piaccia o meno, non è morto, è un fiume carsico, che per adesso scorre sottotraccia. Esso riemergerà presto, solo in forme differenti da quelle passate. Chi vuole stare in partita è a dargli forma che si deve attrezzare. Una cosa è certa, esso sarà più radicale di quelli che abbiamo conosciuto. E se è così potrà prendere, mutatis mutandis, solo due forme, che semplificando possono essere o neo-socialista o fascistoide.

Col “momento Draghi” il nemico ha il vento in poppa. Non durerà a lungo. Posto che l’oligarchia ha avuto successo nell’addomesticare i populismi, data la natura organica della crisi sistemica, quella affidata a Draghi (far uscire il Paese dal marasma), è una “missione impossibile” — impossibile date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su). Bisogna quindi prepararsi ad incontrare il vento quando cambierà, mai dimenticando che quel momento giungerà “come un ladro di notte”. Che sia il nemico ad essere colto di sorpresa, non noi.

Giorni addietro esortavamo, contro l’ultimo travestimento del nemico, a dare vita ad un grande FRONTE DEL RIFIUTO. Immaginiamo che dovremo indire degli Stati Generali dell’opposizione sociale e politica. Un fronte per un’alternativa di società, basato su un nuovo progetto di Paese opposto a quello dei dominanti (il regime biopolitico fondato sull’emergenza permanente, il liberismo economico rimodellato come sistema della sorveglianza e della punizione). Un fronte che non potrà quindi essere né sindacalistico, né corporativo, la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneista.

Chi riuscirà ad unire le prime forze di questo fronte si sarà guadagnato la prima linea, e solo chi avrà occupato quella prima linea potrà pretendere di fondare il Partito della Rivoluzione Italiana.