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NO AL “PROGRAMMA DRAGHI” di Moreno Pasquinelli

La cosiddetta “pandemia” COVID-19 ha gettato nel marasma la già malmessa economia mondiale. A ben vedere è proprio l’Occidente a subirne le più gravi conseguenze e, in questo perimetro, è anzitutto l’Unione europea ad essere letteralmente terremotata.
E’ in questo contesto che dobbiamo leggere la nuova e pesante scesa in campo di Draghi, col suo intervento sul Financial Times.
Con la sua sortita, l’ex-governatore della Bce non solo certifica la sua auto-candidatura a guidare il nostro Paese — dato il precipitare degli eventi più come primo ministro che come presidente della Repubblica. Egli indica la terapia per guarire il malato, la via per tirar fuori l’Unione europea dalla sua crisi mortale.

Di che terapia si tratta? Quale via suggerisce?

Come c’era da aspettarsi l’uscita del nostro ha immediatamente ricevuto il plauso dell’establishment italiano, non solo dei potentati economici, ma della gran parte degli esponenti politici, a sinistra e a destra. Pressoché tutti lo invocano come salvatore della Patria, affinché, passata la buriana, prenda il posto di Conte. Tecnicamente, questo passaggio di consegne ci riporterebbe all’autunno 2011, quando venne defenestrato Berlusconi. Anche questa volta lorsignori non pensano affatto di passare per le urne. La differenza (e che differenza!) è che il passaggio sarebbe pilotato e blindato con accordo bipartisan preventivo centro-destra-centro-sinistra.

Che chi sta sopra, in alto, cioè le classi dominanti e i loro fantocci politici siano pronti a consegnare pieni poteri a Draghi non deve stupire. Essi sanno chi è costui, si fidano ciecamente, e dal loro punto di vista di classe non si sbagliano.

Ciò che semmai sorprende, che suscita massima inquietudine, è che vi siano alcuni “insospettabili”  — evitiamo per carità di patria di fare i nomi — che stanno avvelenando i pozzi. Codesti, dopo avere conquistato la stima di molti per aver gridato contro il regime e le politiche neoliberiste, dopo avere detto e scritto che occorre una radicale inversione di rotta, ci stanno dicendo che non bisogna opporsi pregiudizialmente all’operazione Draghi, che anzi occorre aprirgli una linea di credito. Questi cretini (concediamo loro la buona fede) per sostenere il loro spostamento di campo, adombrano ad una resipiscenza keynesiana di Draghi: “egli fu allievo di Federico Caffè”.

Resipiscenza keynesiana?

Basta leggere con la dovuta attenzione cosa precisamente abbia indicato Draghi sul Financial Times per smentire questa idea come una gigantesca bufala. Il fatto che Draghi ammetta che sarà necessario fare debito pubblico non significa che egli si è convertito. Il debito è solo uno strumento, dipende da come lo si usa e dagli scopi di chi lo usa. Un coltello serve al cuoco per cucinare un buon piatto, in mano ad un omicida serve per uccidere.

Quando il mercato ed il settore privato entrano in coma, anche i liberisti più sfrenati chiedono aiuto allo Stato, ma affinché torni il vecchio Ambaradan.

Come scrive Emiliano Brancaccio

«L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose».

Thomas Fazi, dopo aver rinfrescato la memoria agli smemorati che sono caduti con tutti e due i piedi nella trappola — ricordando per filo e per segno le numerose e gravissime mosse  che Draghi ha collezionato nella sua carriera —,  scrive:

«Veniamo ora alla lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace deludervi, ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro. Più banalmente, Draghi sta invocando quella che è la strategia da manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009. Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente com’ è accaduto del decennio post-2007. Il senso dell’intervento di Draghi sta tutto qui».

Non c’è dubbio che chi abbia sale in zucca, chi abbia davvero a cuore gli interessi ed i diritti delle masse popolari, ovvero della maggioranza dei cittadini, deve opporsi all’operazione Draghi.

Non basta, evidentemente dire no a Draghi ed al suo programma liberista. Occorre opporre un programma opposto, che descriva un’alternativa di società.

Se non ora, quando?




COS’È VERAMENTE IL MES? di Tiziana Alterio

[ mercoledì 27 novembre 2019 ]

Nel video che segue la giornalista Tiziana Alterio (nella foto) tra i promotori della manifestazione del 12 ottobre scorso LIBERIAMO L’ITALIA) ci spiega in parole semplici la grande truffa del MES.

Ricordiamo che sotto il Parlamento, venerdì 6 dicembre, dalle ore 15:30 alle 18:30, indetta da LIBERIAMO L’ITALIA si svolgerà la manifestazione CONTRO IL MES e in DIFESA DEL CONTANTE.
Previsti diversi interventi di attivisti, economisti, intellettuali e sindacalisti.





LE VERE PAURE DIETRO AI MINIBOT di Domenico Moro

[ giovedì 20 giugno 2019 ]

La vicenda dei minibot, che da giorni riempie pagine dei giornali e talk show, è rivelatrice della difficoltà a coniugare il rispetto delle regole Ue con investimenti e crescita della produzione. 


Malgrado l’Italia sia sempre additata come poco virtuosa nella gestione della finanza pubblica, negli ultimi 20 anni ha speso meno delle entrate (al netto degli interessi), realizzando surplus primari del bilancio statale, con la sola eccezione del 2009, anno di picco della crisi. Molto meglio non solo della Spagna e della Francia, ma persino della Germania. Non parliamo poi di Paesi al di fuori dell’area euro, come Usa, Regno Unito e Giappone, sempre con deficit primari molto alti. Il problema è che il raggiungimento del surplus primario ha contribuito a ridurre gli investimenti pubblici, la cui contrazione non ha permesso di compensare il calo degli investimenti privati, che risulta il più accentuato in Europa dall’inizio della crisi. A dispetto di questa situazione, la recente lettera della Commissione europea richiama l’Italia a una maggiore disciplina di bilancio, che, come si vede da un decennio, è foriera di recessione, specie quando, come accade oggi, il mercato estero e quindi le esportazioni, su cui ormai è orientata l’economia italiana, calano.

In questo contesto dominato dal Fiscal compact si inseriscono i minibot, che hanno già sollevato le proteste della Bce, attraverso Draghi, e dello stesso ministro dell’economia, Tria. Ma che cosa sono i minibot? Sono titoli di debito cioè buoni emessi dal Tesoro per finanziare il debito dello Stato. A differenza dei Bot normali, non hanno tasso d’interesse e sono senza scadenza. Potrebbero essere utilizzati per pagare servizi o beni legati in qualche modo allo Stato (tasse, benzina, biglietti dei treni, ecc.). In base alla proposta iniziale su cui hanno votato favorevolmente tutti i partiti (compresi Pd e +Europa, che poi hanno fatto un rapido passo all’indietro), i minibot sarebbe dovuti servire a saldare i debiti dello Stato: quelli verso le imprese, i crediti d’imposta pluriennale dei cittadini e i crediti Iva delle Pmi e dei professionisti.

In sostanza i minibot diventerebbero simili al contante. Se lo Stato li usasse per pagare tutto l’arretrato si immetterebbero 70/100 miliardi di euro in minibot, pareggiando l’attuale stock di denaro cartaceo in euro. In questo modo, secondo alcuni, si creerebbe una moneta parallela all’euro. In realtà quello che accadrebbe sarebbe un recupero surrettizio della capacità dello Stato nazionale di emettere moneta autonomamente e così facendo si monetizzerebbe, almeno in parte, il debito pubblico. La monetizzazione del debito consiste nel suo finanziamento non più soltanto mediante entrate fiscali o collocando titoli di stato sul mercato internazionale (con la conseguente possibilità di innalzamento dei tassi d’interesse), ma anche attraverso l’emissione di moneta da parte dello Stato.

Appare abbastanza evidente che si tratta di un aggiramento della struttura dei trattati e dell’euro, che aliena queste funzioni dallo Stato alla Bce. Sono queste le vere paure nascoste dietro la polemica sui minibot e per questo si sono levati subito gli scudi contro la proposta, sostenuta dalla Lega. Addirittura alcuni paventano che i minibot siano l’anticamera dell’uscita dall’euro. Una conclusione francamente azzardata, perché una vera uscita dall’euro comporta la ripresa del controllo statale su tutto il sistema monetario a partire dalla Banca d’Italia. I minibot proposti dalla Lega rappresentano una provocazione o tutt’al più un granello di sabbia teso non tanto a uscire dall’euro, quanto a rimettere in discussione i meccanismi europei, o, più precisamente, a ottenere sul piano negoziale condizioni migliori per alcuni settori del capitale e della borghesia italiana penalizzati dalla Ue e dalla concorrenza francese e tedesca. Oltre ovviamente a dare una boccata di ossigeno a alcuni dei settori sociali, Pmi e professionisti, che fanno parte del blocco sociale della Lega e che sono i primi a trovarsi in difficoltà con il rallentamento dell’economia. I minibot possono rappresentare una valida alternativa a un credito bancario che rimane asfittico, anche a causa delle regole europee, per le piccole e medie imprese che, a differenza delle grandi imprese multinazionali, non accedono ai mercati dei capitali internazionali.

In ogni caso, i minibot sono rivelatori di tre fatti:


* Fonte: Laboratorio



BRAVO SAVONA! di Leonardo Mazzei

[ lunedì 17 giugno 2019 ]


Orrore, orrore! Il debito, il debito, quello pubblico naturalmente! L’Europa ci spezzerà le reni, dopo averlo mussolinianamente fatto con la Grecia! E ben ci starà, perché peccatori siamo!

Ad interrompere almeno per un giorno questa trista litania ci ha pensato un signore di 82 anni, Paolo Savona. Fa un po’ specie che per ascoltare, finalmente, alcune note di buon senso sulla questione del debito si debba andare a leggere il discorso tenuto venerdì dal presidente della Consob. L’occasione è stata, pensate un po’, l’annuale “incontro con il mercato finanziario”. Un titolo che è tutto un programma.

In assenza del mitico “mercato”, il parterre era costituito da più concreti banchieri e finanzieri che in quel mercato giornalmente operano. Ed il bello è che questi ultimi, con chiaro disappunto della stampa eurista, non si sono affatto turbati per quel che le loro orecchie hanno udito. Trattandosi di persone “informate dei fatti” la cosa può stupire solo gli ignoranti, una categoria ben rappresentata tra i giornalisti.

Ma cosa ha detto Savona?

In primo luogo, il mancato ministro dell’Economia – sempre ricordarsi dell’abuso compiuto da Mattarella! – ha smontato pezzo dopo pezzo la narrazione sul debito: 

«La teoria economica e la ricerca empirica non hanno fornito una risposta univoca su quale sia il legame ottimale tra il debito pubblico e il PIL, soprattutto se il rapporto è valutato in modo indipendente dallo stato della fiducia. L’esempio del Giappone è istruttivo: se la fiducia nel paese è solida e se la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell’ordine del 200% rispetto al PIL non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica». 

Giappone? Debito al 200%? Agli euristi, gente che drammatizza uno 0,1% in più sul deficit – è per questa iperbolica cifra che l’Italia rischia le sanzioni europee – è crollato il mondo addosso. E pensare che in realtà il debito del Giappone non è al 200 bensì al 250%, roba da distruggere le coronarie a Fubini, Calenda, Monti e Cottarelli messi insieme.

Savona, precisando ovviamente che «ciò non significa che non esista un limite all’indebitamento», ha ricordato come tale livello debba essere messo in relazione alla base di risparmio ed alla solidità della fiducia di un Paese. C’è in realtà un terzo decisivo elemento, che il presidente della Consob non poteva citare in quella sede, sempre per un problema di coronarie nell’uditorio. Esso è però implicito nel suo discorso. L’elemento mancante è la sovranità monetaria, che è il vero fattore che ci distingue dal Giappone. A Tokio ce l’hanno, a noi ce l’ha sequestrata l’euro.

Chi lavora contro l’Italia


Rammentata la forza dell’industria nazionale, come pure l’elevato livello del risparmio, Savona se l’è presa con chi lavora alla sistematica distruzione della reputazione del nostro Paese:

«I giudizi negativi non di rado espressi da istituzioni sovranazionali, enti nazionali e centri privati appaiono prossimi a pregiudizi… E’ come se l’Italia fosse collocata dentro la “caverna di Socrate” dove le luci fioche della conoscenza che in essa penetrano proiettano sulle pareti un’immagine distorta della realtà. Per giunta in presenza di un continuo vociare a senso unico, che stordisce. E’ compito di chi riveste posizioni di vertice della politica, dell’economia e dei mezzi di informazione rafforzare la luce e abbassare i toni per ristabilire la fiducia sul futuro del Paese. Non esiste alcun vincolo oggettivo insuperabile alla nostra crescita». (sottolineature nostre)

Chiaro come il professor Savona abbia voluto denunciare l’incessante opera di denigrazione proveniente dalle istituzioni europee. Un’azione aggressiva che può avere successo, però, solo grazie al blocco eurista di casa nostra, autore di quel «continuo vociare a senso unico» messo in atto dai vari Mattarella, Visco, Boccia, con il quotidiano coro a sostegno del sistema mediatico al gran completo.

Ma non si tratta solo di chiacchiere. Da quando Bankitalia (divorzio del 1981) non funziona più come “prestatore di ultima istanza”, da quando siamo ingabbiati nella trappola dell’euro, c’è quella decisiva conseguenza chiamata spread. Ecco cosa ci dice Savona a tal proposito:

«Il potere di valutare il rischio di rimborso si è trasferito sul mercato senza un adeguato contrasto alla speculazione, che non di rado trova alimento nell’attitudine delle autorità a usarlo come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare i parametri fiscali concordati a livello europeo». (sottolineature nostre)


Qui l’accusa è chiara. Di fatto speculatori e tecnocrati europei sono in combutta fra loro. Ai primi il vincolo esterno serve per paralizzare la risposta della vittima dei loro attacchi speculativi; ai secondi la speculazione serve per imporre i loro diktat politico-economici. Ma c’è un terzo soggetto che prima o poi dovrà finire sul banco degli imputati, ed è sempre quel blocco eurista nazionale – meglio: anti-nazionale – di cui abbiamo già parlato. Quali siano i nomi di chi compone questa cupola è facile a dirsi, basta elencare tutti quelli che non riescono ad aprir bocca senza pronunciare la parola “spread“.

Dal debito agli investimenti: far lavorare i risparmi


Scopo di Savona non è però solo la denuncia dei nemici (esterni ed interni) dell’Italia. Con il suo ragionamento egli pone una decisiva questione economica: quella del rilancio degli investimenti. Ma prima bisogna restituire 

«ai debiti sovrani, incluso quello italiano, la dignità di ricchezza protetta che a essi attribuiscono giustamente gli investitori. Il raggiungimento di questa condizione allontanerebbe i sospetti sulla possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico, oggettivamente infondati».

Chi scrive pensa che, arrivati al redde rationem, un default ragionato sul debito sia una scelta politica utile e motivata sia sul piano economico che su quello sociale. Al tempo stesso, però, Savona ha perfettamente ragione ad affermare che in base ai fondamentali dell’economia italiana il rischio di insolvenza è del tutto infondato. Uno spauracchio agitato dai soliti noti per seminare caos e paura, che sono poi le armi preferite dalle èlite ai giorni nostri.

Ma perché i debiti sovrani dovrebbero avere «dignità di ricchezza protetta»? Semplice, per riportarne la proprietà all’interno, dunque per sfuggire al dominio della finanza internazionale. E’ possibile questa operazione? Ovviamente sì, dato che le famiglie italiane hanno una ricchezza finanziaria enorme, pari a 4.218 miliardi di euro. Una ricchezza un tempo in buona parte investita in titoli di Stato, ma oggi – a causa della campagna terroristica su di essi – non più. Con la conseguenza che buona parte di questi risparmi prende adesso la strada dell’estero, andando così a finanziare le economie di altri, piuttosto che la nostra. Paradosso e mostruosità (ma più mostruosità che paradosso) della moneta unica.

Ecco quel che ci dice Savona sul punto:

«Contrariamente a importanti paesi sviluppati come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, nell’eurozona Grecia e Francia, e nel resto del mondo Turchia e l’intero continente sudamericano, l’Italia non assorbe flussi di risparmio dall’estero, ma ne cede in quantità superiori al suo debito pubblico… Per la comunità europea e globale l’Italia non rappresenta un problema finanziario, ma una risorsa alla quale molti paesi attingono per soddisfare le loro necessità».

Come si comprenderà, qui il discorso si chiude. Perché continuare a finanziare altri paesi — magari quelli che ci vorrebbero strozzare finanziariamente — anziché lavorare per far rientrare i risparmi in patria? Il senso del discorso sul 200% è tutto qui. Perché senza una forte ripresa degli investimenti non si uscirà dalla crisi. Ma questa ripresa non potrà esservi senza il ruolo centrale dello Stato. Ed affinché esso vi sia occorrerà liberarsi dal vincolo esterno, da Maastricht e dal Fiscal compact. Dunque, per quanto ci riguarda, dall’euro e dall’UE.  

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LA VERITÀ (CHE LI SPAVENTA) SUI MINIBOT di Piemme

[ giovedì 13 giugno 2019 ]

Martedì 28 maggio il Parlamento ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il governo a rendere possibile il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese creditrici con titoli di Stato di piccolo taglio, altrimenti denominati MiniBoT.

Contro i MiniBoT è giunta fulminea la scomunica di Draghi — «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità» — si sono scatenati contro, oltre a  Moody’s, non solo i suoi mastini di guerra — a cominciare daministro Tria con piddini, berluscones e giornalisti al seguito — ma pure comunisti presunti, gli improbabili economisti di Coniare Rivolta, e neofascisti in pectore come l’avvocato (del diavolo) Marco Mori.

Ma andiamo con ordine


Cosa sono infatti i Buoni ordinari del Tesoro (BoT)? Spiega il Mef

«Sono titoli a breve termine, ovvero con durata non superiore a un anno, privi di cedole; il rendimento infatti è dato tutto dallo scarto d’emissione». 

Detto in parole semplici: chi compra un BoT presta i suoi euro allo Stato in cambio di un titolo, ma non incasserà alla scadenza alcun interesse, otterrà un guadagno solo ove il valore d’emissione sia inferiore a quello nominale — può evidentemente accadere il contrario. Ogni anno lo Stato lancia dei BoT e li mette all’asta. Per la cronaca: l’ultima asta, che c’è stata proprio ieri (BoT con scadenza al 12 giugno 2020) ha avuto una domanda per quasi 10 miliardi di euro.

Un “MiniBoT” (salvo “sorprese”, che più avanti vedremo) è un BoT come gli altri, niente di più niente di meno. Il suffisso “mini” sta ad indicare, così recita la mozione parlamentare, che con la liquidità ottenuta lo Stato non va a finanziare il debito pubblico (in essere o futuro) ma ci rimborsa le aziende che per lo Stato hanno prestato dei servizi. Come mai una misura tanto modesta, del tutto lecita e tutt’altro che eversiva (non a caso votata, salvo patetici mea culpa successivi in modo bypartisan) sta suscitando tutto questo grande casino? 

Perché la posta è tutta politica, simbolico-politica: si tratta di stabilire se lo Stato italiano, privato da tempo della sua sovranità in merito alla politica monetaria ed economica, possa o no aggirare le stringenti norme che derivano dal “vincolo esterno” e dall’appartenenza all’eurozona. Lassù, ovvero dalle parti di Francoforte e Bruxelles temono che questo “aggiramento” posa diventare “raggiramento”, “imbroglio”; ovvero che questi MiniBoT possano diventare una moneta nazionale complementare all’euro.


Torniamo dunque al monito di Draghi: «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità». 

Draghi ha formalmente ragione, ma…


Sul piano formale non c’ alcun dubbio che Draghi ha ragione. Dalla sua ha il Trattato di Lisbona — Articolo 105  A che tratta della politica monetaria — che stabilisce in modo inequivocabile che soltanto la “BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità”.

E, sempre sul piano formale, non ha torto nemmeno sul fatto che l’emissione di MiniBoT per rimborsare aziende creditrici della Pubblica amministrazione —  quindi non solo lo Stato, ma regioni, comuni, ecc — sia ulteriore debito —secondo i calcoli più recenti sono circa 53 i miliardi che le amministrazioni pubbliche debbono al settore privato. Anche qui Draghi si appoggia alle regole ed ai criteri europei, precisamente ai Criteri di convergenza di Maastricht che stabiliscono una distinzione tra il “debito pubblico allargato” ed il “debito pubblico”. In base a questi criteri il “debito della pubblica amministrazione” è da considerarsi un aggregato più ampio rispetto al “debito pubblico”, ovvero del settore statale. Per “debito pubblico” si intende infatti solo l’ammontare dei mezzi finanziari per ogni periodo che il settore pubblico destina alla copertura del proprio fabbisogno. “Mezzi finanziari” sono appunto i titoli di stato. Mele e pere, dice Draghi, non si sommano: un conto sono i debiti verso il mercato finanziario, un altro quelli verso privati che hanno fornito servizi per la pubblica amministrazione. Per fare un esempio: com’è noto il Comune di Roma ha un debito monstre di circa 12 miliardi. Nel “Decreto crescita” il governo se lo è caricato sulle spalle, ricorrendo quindi all’emissioni di titoli di stato. Va da sé che se invece avesse lasciato andare il Comune in default (come alcuni liberisti han chiesto), quei 12 miliardi non sarebbero diventati “debito pubblico”.

Quindi sì, se io trasformo crediti del settore privato verso la pubblica amministrazione in titoli, formalmente essi costituiscono “debito aggiuntivo”. Ed è anche vero, come spiega causticamente Massimo Famularo su Il Sole 24 Ore dell’altro ieri, che non si tratta di una procedimento di mera cartolarizzazione, che in effetti è un diverso dispositivo rispetto alla trasformazione di debito in obbligazioni di stato.

… Occorre badare al nocciolo della questione


Ma andiamo al nocciolo, evitando di restare impigliati in formalismi e/o diavolerie finanziarie — come già affermato dal Comitato centrale di P101, i debiti dell’amministrazione pubblica restano pur sempre debiti, anche ove non siano trasformati in titoli. La guerra dichiarata ai MiniBoT non è per questioni formali ma sostanziali. Il fatto è che tra le pieghe della mozione parlamentare c’è una frase sibillina che allude a quello che lorsignori temono potrebbe accadere, ovvero che i MiniBoT diventino una moneta parallela all’euro. Recita testualmente la mozione approvata (segnaliamo la frase che mette in allarma lorsignori):

«Premesso che la legge di bilancio 2019 ha previsto un meccanismo di anticipazione di tesoreria per gli enti locali e le regioni, con il coinvolgimento di banche, intermediari finanziari, Cassa depositi e prestiti S.p.a. e le istituzioni finanziarie dell’Unione europea, volto proprio all’ulteriore smaltimento dei debiti maturati alla data del 31 dicembre 2018,impegna il Governo:a dare ulteriore seguito al processo di accelerazione del pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni, come evidenziato in premessa, anche valutando di assumere iniziative per l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, implementando l’applicazione di tutte le misure adottate nella legge di bilancio 2019, relative anche alle anticipazioni di tesoreria, per garantire il rispetto dei tempi di pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ed uscire, così, dalla procedura d’infrazione che la Commissione europea ha avviato contro l’Italia sull’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento».

Qui si dice dunque che “oltre alla cartolarizzazione”, per saldare i debiti della pubblica amministrazione potranno essere utilizzati ed emessi anche “titoli di Stato di piccolo taglio”, i MiniboT appunto.

Lorsignori ritengono dunque che questa mossa dei MiniboT sia uno stratagemma per prepararsi all’uscita dall’euro, una tessera quindi di un disegno eversivo, altrimenti detto “Piano B”. Ecco quel ha scritto Andrea Boda su IL SOLE 24 ORE del 31 maggio subito dopo l’approvazione della mozione parlamentare (consigliamo di leggere per intero il suo allarmato articolo):

«Negli ultimi giorni, probabilmente corroborata dal successo elettorale alle europee, la Lega sembra aver fatto uno scatto nel progetto mai troppo nascosto di uscita dell’Italia dall’euro (o quantomeno di minaccia dell’uscita) attraverso un “piano B” che spesso sembra essere a tutti gli effetti un “piano A” che prevede una serie di mosse che finiscono per creare le condizioni per un irreversibile sentiero di uscita dal sistema monetario unico, visto da alcuni come una gabbia che non consente al paese di crescere».

Quindi, andando al succo che preoccupa gli euristi, aggiunge:

«Si tratta, in sostanza, dell’autorizzazione a procedere all’emissione di “MiniBOT”: di fatto banconote del Tesoro di piccolo taglio (in euro) sotto forma di titoli al portatore che sarebbero garantiti dalle entrate fiscali. “BoT” è l’abbreviazione di un buono del tesoro italiano, e la piccola denominazione li rende mini. I BoT convenzionali sono titoli elettronici di libri contabili, ma i mini-BoT verrebbero stampati, secondo quanto riferito, utilizzando le presse dei biglietti della lotteria statale, e i progetti sarebbero già stati selezionati».

Ciò che li spaventa non è tanto il fatto che il governo metta in circolazione dei MiniBoT per saldare i debiti della pubblica amministrazione, quanto invece che essi possano diventare una moneta parallela (quindi adoperata accanto all’euro come mezzo di scambio e di pagamento) in vista di un “piano B” di uscita dall’euro.

Il nostro, dopo aver segnalato che “il voto unanime della mozione renderà più complicato anche per il Quirinale opporsi ai prossimi passi del governo“, citando quanto ha dichiarato recentemente da Salvini, fa uno più uno, e teme che il governo abbia in effetti un “piano B” che tra le altre misure preveda:

«…di trasformare parte dei saldi di conti correnti privati in MiniBoT a pari importo *nominale* (per poter asserire di non aver fatto alcuna “patrimoniale”, che è un provvedimento a costo politico molto elevato) cercando, con la più ampia diffusione possibile, di rendere “liquido” il MiniBoT riducendo al massimo la possibilità che si svaluti rispetto al nominale e generando quindi una mossa descrivibile (populisticamente) come “a impatto zero”».

Ciò che lorsignori scongiurano, noi auspichiamo


E’ fin troppo noto che c’è nel Paese una massa enorme di liquidità che giace intrappolata e ristagna nella sfera bancaria, sarebbe non solo lecito ma necessario che il governo adotti ogni necessaria misura per mobilitarla. Il problema, delle due l’una, è che questa mobilitazione può avere due scopi diversi e opposti: può essere utilizzata per andare incontro all’eurocrazia, ovvero ridurre debito e deficit, oppure messa in circolazione per spezzare la spirale austeritaria, creare lavoro per dare una scossa potante al ciclo economico. E’ la seconda via che l’Unione europea non può tollerare in quanto aumenterebbe debito e deficit, ed è per impedirlo che ha preventivamente lanciato il siluro della “procedura d’infrazione”.

Vedremo nei prossimi mesi, in vista della legge di bilancio 2020, se il governo, come ci auguriamo, vorrà fare il bene del Paese, o se invece, tenterà di barcamenarsi dando una botta al cerchio e una alla botte. Se vorrà fare il bene del Paese, forte del consenso di cui gode ed anche della mozione parlamentare, tra le altre cose, emetterà i MiniBoT e aumenterà la spesa pubblica in deficit.

Per concludere: ciò che gli euristi scongiurano noi invece auspichiamo. Come ha dichiarato il Comitato centrale di P101:

«Se i Minibot funzionassero, e noi siamo convinti che funzionerebbero, essi potrebbero infatti trasformarsi all’occorrenza (ad esempio di fronte ad una restrizione di liquidità della Bce per piegare il governo italiano) in una vera e propria moneta parallela, normale mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali. Uno strumento dunque utilissimo per far uscire l’Italia dalla prigione della moneta unica. Proprio per questo, come Programma 101, vediamo con grande favore l’emissione dei Minibot: un primo passo verso la liberazione dalla gabbia eurista».

Non siamo sicuri che i “tuttosubisti” che frignano e sbraitano da ogni lato che questa dei MiniBoT sarebbe poco più di una pagliacciata si chiederanno a questo punto come mai l’eurocrazia ed i suoi vessilliferi contro i MiniBoT stanno sparando a palle incatenate. Sparano non solo perché temono questo atto sovrano di disobbedienza, lo fanno perché sanno che non sarà facile, né sul piano politico né su quello giuridico, impedire l’eventuale atto sovrano del governo giallo-verde.

NB

Marx diceva della merce che era “cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici”. Ciò vale a maggior ragione per la moneta. Non è questa la sede per addentrarci nella stratosfera metafisca del denaro e delle sue variopinte forme e metamorfosi. Basti dire che anche a Francoforte sanno bene, parlando di moneta, cosa siano gli “aggregati monetari”; che cioè possono valere, come mezzi di intermediazione e di scambio, non solo le banconote che essi monopolisticamente creano dal nulla (M1 o liquidità primaria), ma pure gli strumenti finanziari della cosiddetta “liquidità secondaria” (M2 ed M3), e tra questi anche i Buoni ordinari del Tesoro, così come tutte le obbligazione statali emesse con una durata inferiore ai due anni. Leggere per credere la definizioni di moneta del SEBC (Sistema Europeo della Banche Centrali).


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COSA SONO DAVVERO I MINIBOT?

[ sabato 8 giugno 2019 ]

Dopo la minacciosa bocciatura di Moody’s (che segnalavamo l’altro ieri), inesorabile, è giunta quella, certo più pesante, del Presidente della Bce Mario Draghi che da quel di Vilnius ha affermato: 

«O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità».

Il problema nasce il 28 maggio quando la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità (con voto favorevole sia del Pd che di +Europa) una mozione che impegna il governo, appunto, a varare i minibot — vecchio cavallo di battaglia del leghista Borghi Aquilini.

Apriti cielo!! Pd e frattaglie euriste, dopo il parere contrario (guarda caso!) di Tria, fanno immediatamente dietro front, denunciando la mossa come “una subdola manovra per portarci fuori dall’euro”. Stefano Fassina, denunciando il servilismo del Pd e la sua sudditanza ai poteri forti, invece, spiega:

«Il minibot è un titolo di Stato definito ‘mini’ perché, a differenza del valore ordinario dei buoni ordinari del Tesoro, è di taglio più piccolo. Attenzione alle strumentalizzazioni però. L’obiettivo della mozione in Parlamento riguardava il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese, che notoriamente hanno dei ritardi cronici, molto spesso causa della morte delle stesse piccole imprese. Non è una moneta parallela, è un titolo di Stato – continua – che su base volontaria può essere utilizzato come metodo di pagamento di un debito commerciale che è già stato fatto. Visco ha dichiarato la sua contrarietà ai minibot definendoli sempre ‘debito’? Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito. Il debito commerciale esiste già e prima o poi la pubblica amministrazione lo deve pagare, solo che viene scaricato sulle imprese. Coi minibot invece il debito, che è dello Stato, viene riconosciuto allo Stato. E, ripeto, resta un’opzione su base volontaria».

Sulla delicata questione, su cui ci promettiamo di dire la nostra. Nel frattempo segnaliamo quanto sostiene Jacques Sapir, per il quale, invece, i Minibot potrebbero diventare moneta a tutti gli effetti (per quanto fiduciaria e non scritturale).

*  *  *

Riflessioni sui Mini-bot (moneta fiduciaria)

Jacques Sapir

A) Si stima che il governo italiano debba circa 50 miliardi alle imprese, le quali di converso hanno accumulato debiti fiscali e contributi sociali in misura significativa. L’utilizzazione di Mini-bot come strumento di compensazione finanziaria avrebbe il vantaggio di alleggerire il peso delle imposte sulle imprese.

Si avrebbe il ciclo: Stato —> Impresa —> Stato

Potendo utilizzare i mini-bot emessi dallo Stato per il pagamento degli arretrati, l’impresa vedrebbe alleggerita la propria posizione finanziaria e potrebbe aumentare i propri investimenti e consumi.
Una semplice compensazione avrebbe già il vantaggio per il governo italiano di liberare una buona parte di quei 50 mld congelati e reintrodurli nell’economia.
Ma nulla assicura che l’impresa abbia dei crediti verso lo stato uguali a quanto essa deve in termini di imposte e contributi. Possono essere superiori. In questo caso l’impresa riceverebbe più mini-bot di quanti potrebbe utilizzare. Essa può dunque rifiutare l’eccedenza, a meno che essa li possa trasferire in pagamento di beni e servizi ad altre imprese che possano a loro volta utilizzarli per il pagamento delle loro imposte.

Di fatto, si vede che il sistema dei mini-bot è davvero efficiente se diventa possibile la loro circolazione non solo fra Stato e impresa ma fra impresa e impresa.

Il ciclo sarebbe dunque: Stato —> Impresa (a) —> Impresa (b) —> Stato

Questo implica che il mini-bot abbia potere liberatorio per i debiti fra imprese e per l’acquisto di beni e servizi.


Se si stabilisce questo potere liberatorio, si impone allora la questione del “valore” del mini-bot. Esso sarebbe lo stesso di una banconota in Euro di importo equivalente, nella misura in cui l’ammontare dei Mini-bot emessi sia inferiore o uguale all’ammontare delle imposte dovute dalle imprese. In pratica, finché 100 euro d’imposte potranno essere pagate da 100 euro in mini-bot, questi avranno lo stesso valore delle banconote: un Mini-bot di 100 euro varrebbe 100 euro.
Da notare che il Mini-bot sarebbe esclusivamente una moneta fiduciaria, mentre l’Euro resterebbe l’unica moneta scritturale.

Condizioni di equilibrio:
Volume totale dei Mini-bot = volume totale delle imposte e dei contributi sociali dovuti dalle imprese

B) La massa monetaria italiana sarà aumentata dall’ammontare delle imposte e dei contributi. Dunque, l’introduzione del Mini-bot non sarà più una compensazione tra debiti dello Stato verso le imprese e debiti delle imprese verso lo Stato, ma una creazione monetaria ex-nihilo in un’economia attualmente in recessione per il declino della domanda interna, e ciò dovrebbe dunque avere un effetto positivo sulla crescita.
Di fatto la creazione di moneta non sarà più prerogativa della BCE ma direttamente del governo.


C’è da aspettarsi perciò che la BCE e l’Eurogruppo prendano misure di ritorsione, la più classica delle quali [vedi Grecia] potrebbe essere la restrizione di liquidità all’Italia.
La replica possibile del governo italiano sarebbe allora di estendere il potere liberatorio dei Mini-bot decretando che tutti gli agenti economici, imprese e famiglie, possano regolare le loro imposte attraverso i Mini-bot. Questo allargherebbe in modo sostanziale la circolazione dei Mini-bot, soprattutto se lo Stato decidesse di utilizzarli non solo per il pagamento delle propri debiti verso le aziende private ma anche per la corresponsione degli stipendi pubblici. Le imprese a loro volta potrebbero pagare una parte dei salari dei loro dipendenti in Mini-bot.

Condizioni di equilibrio:
Volume totale dei Mini-bot = volume totale delle imposte e dei contributi sociali di imprese e famiglie.
Si può inoltre immaginare che il governo italiano incoraggi i commercianti ad accettare i Mini-bot a pagamento dei consumi, trasformando così i Mini-bot in una moneta scritturale a tutti gli effetti.
Nei fatti, sarebbe lo stesso volume di Mini-bot in in circolazione a rendere necessaria la misura.
Una Banca nazionale potrebbe dunque ricevere i Mini-bot detenuti da imprese e salariati (linee di conto in Mini-bot) e organizzare su questa base una compensazione tra spese e ricavi. Questa banca nazionale diverrebbe la banca dei Mini-bot e potrebbe consegnare ai propri clienti libretti di assegni e carte di credito.
C) Cosa succederebbe se il governo italiano superasse i limiti di emissione, disattendendo le condizioni di equilibrio? Il Mini-bot inizierebbe a deprezzarsi in rapporto all’euro, ma in misura meno che proporzionale all’eccesso di emissione, secondo la formula:
1 x (A/B)x 1/C

dove

A = volume totale imposte e contributi
B = volume totale Mini-bot emessi
C = valore compreso fra 1 e 1/(A/B)

Beninteso, in queste condizioni ci sarebbe da aspettarsi un’accelerazione della fuga di capitali all’estero (i.e. Germania) contro la quale il governo dovrebbe prendere le misure necessarie a contenerla. Nei fatti, si entrerebbe in un periodo estremamente instabile per la politica economica, e ognuno comprenderebbe che il ritorno alla lira è la giusta soluzione.

SI vede dunque che i Mini-bot aprono nuove prospettive all’economia italiana. Nella minore delle ipotesi, appaiono come uno strumento per alleggerire la stretta monetaria e fiscale che pesa sul paese.
È un peccato che France Insoumise non si pronunci in merito»



* Traduzione di Mauro Poggi

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DEBITO PUBBLICO: IL MISTERO SVELATO di Piemme

[ venerdì 31 maggio 2019 ]


«Era prevista e, puntuale come la morte, è arrivata. Parliamo della lettera con cui la Commissione europea, preso atto che l’Italia non avrebbe mantenuto gli impegni sulla riduzione del debito pubblico, avverte il governo che potrebbe scattare la famigerata “procedura d’infrazione“, con tanto di pesanti sanzioni». [SOLLEVAZIONEdel 30 maggio]
Da decenni l’imperativo categorico del rimborso del debito, è il mantra assillante con cui i tecnocrati dell’Unione europea ed i pescecani della finanza predatoria giustificano la necessità di tenere l’Italia incatenata al ceppo dell’ortodossia ordoliberista. Ove non vi fosse la certezza del rientro, almeno nei parametri di Maastricht, sarebbe la catastrofe economica, lo sfacelo del paese.
In questa cornice sono cadute le “sorprendenti” dichiarazioni del ministro dell’Economia Giovanni Tria sulla “monetizzazione del debito”:

«Non dobbiamo dimenticare che esiste un secondo modo di finanziare un deficit, che è il finanziamento monetario».

Cosa sia, in ambiente Ue, la “monetizzazione del debito”, è presto detto: la Bce finanzierebbe le politiche fiscali di uno Stato stampando moneta, col che verrebbe meno il problema dello spread poiché i titoli di debito sarebbero acquistati direttamente dall’Istituto di Francoforte. L’idea di Tria, malgrado sia come la scoperta dell’acqua calda, ha suscitato vibranti rimostranze degli ambienti ordoliberisti oltranzisti. Rimostranze ingiustificate poiché, come vedremo, la proposta di Tria, si presta ad una lettura inquietante. Ma ci torneremo in fondo.

Tabella 1

Default non è bancarotta

La verità è che il debito italiano — per quanto, come si evince dalla tabella sopra (dati Bankitalia) esso sia in mano per il 70% a creditori “residenti”, ovvero a banche italiane —, è debito destinato restare insoluto, a rimanere impagato. Lorisgnori lo sanno bene e, dicendo il contrario, sanno di mentire. Quel che essi temono come la peste è che prima o poi l’Italia, come han fatto nel passato decine e decine di stati (notare: l’Italia mai) lo metta in quel posto ai creditori facendo default. Al che sentiamo già alzarsi l’urlo degli ordoliberisti: “Default? Ma siete matti!? Sarebbe la bancarotta!”.

Ma questa equivalenza, se si parla di uno Stato è falsa. Uno Stato può ricorre al default (insolvenza) ove non riesca più a rimborsare le proprie obbligazioni coi suoi creditori. E’ vero l’inverso semmai, che in bancarotta, rischiano di andarci propri i creditori che

s’ingrassano con lo strozzinaggio a spese degli stati. La bancarotta (colposa o dolosa) designa infatti il fallimento di un’azienda privata quando questa, non potendo più far fronte ai suoi debiti, è costretta a chiudere i battenti ed a consegnare quindi il proprio patrimonio ai suoi debitori. Uno Stato non può, con tutta evidenza, chiudere i battenti, a meno che esso non venga fagocitato ed il suo patrimonio passi nelle mani dei suoi creditori. Nei centinaia di casi di default della storia moderna ciò è accaduto una sola volta, per la precisione al piccolo Stato di Terranova (oggi Canada) quando, in conseguenza della crisi del 1929 che fece impennare il suo debito pubblico, esso perdette la sua autonomia per ridiventare colonia dell’Impero britannico — che era il suo unico creditore.

Debito pubblico: numeri alla mano

Non passa giorno che gli ordoliberisti esortino l’Italia (per il suo proprio bene s’intende) a ridurre il debito pubblico, quindi invitando chi governa a ridurre la spesa pubblica. In verità, non sembri un paradosso, quel che interessa davvero ai pescecani della finanza privata che finanziano lo Stato — dato che l’Italia non avendo più la sua propria Banca centrale come principale finanziatore — è infatti che il debito resti perpetuo, così prendendo due piccioni con una fava: mantenere l’Italia sotto permanente ricatto a fare profitti predatori staccando le cedole dell’interesse sul debito appunto. La sola reale preoccupazione di chi detiene i titoli di debito è che non si svaluti il loro valore.

Vediamo, numeri alla mano, di dimostrare perché il debito dello Stato italiano è destinato ad essere perpetuo, a meno che, appunto, non giungerà quel fatidico giorno in cui non si trovi il coraggio sovrano di dichiarare default
Teniamo a mente due dati: il Pil italiano (2018) è stato di 1.753 miliardi di euro, mentre il debito (a fine 2018) si è attestato a 2.359 miliardi — il 134,5%.
Ora supponiamo che l’Italia, nel rispetto del pareggio di bilancio, decida di rispettare il famigerato parametro di Maastricht (il rapporto tra il debito pubblico lordo e il Pil, com’è noto, non deve superare il 60%), di abbassare il debito da 2.359 miliardi a 944 miliardi
Si tratta di racimolare la bellezza di 1.415 miliardi.
E supponiamo pure che avvenga il miracolo che la Ue accetti che la Bce adotti politiche di “monetizzazione del debito” pubblico italiano, portando quindi l’interesse sul debito futuro a zero — si tenga a mente che pur in calo a causa del Qe l’Italia ha sborsato, nel 2018, 65miliardi di euro solo per interessi, ovvero il 3,7% del Pil.
Si tratterebbe quindi di trovare questi 1.415 miliardi.
Supponiamo infine che l’Italia s’impegni a concordare coi suoi creditori un piano di rientro trentennale. In questo caso, dividendo 1.415 per 30 anni avremmo che ogni anno l’Italia dovrebbe sborsare la cifra di 47 e passa miliardi.
Ci sono solo due maniere per reperire queste risorse: o con tagli draconiani e costanti nel tempo alla spesa pubblica o incrementando stabilmente il Pil.
Ebbene, visto che la spesa pubblica italiana è già tra le più basse d’Europa, ovvero secondo gli analisti difficilmente comprimibile, non resta che affidarsi alla lotteria della “crescita”.
Chiediamoci, in questa ipotesi di scuola, di quanto dovrebbe crescere, il Pil ogni anno a spesa pubblica invariata?
Risposta: se oggi il Pil sta a 1753 miliardi — aggiungendo ogni anno 47 miliardi —, il Pil italiano dovrebbe raggiungere nel 2049 la cifra di 3.168 miliardi. Ciò significherebbe nei primi anni una “crescita” attorno al 2,7%, e comunque superiore al 2% per tutto il primo quindicennio.
Viene dunque la domanda: è realistico questo tasso di “crescita”?Ovviamente no, e per diverse ragioni, la prima delle quali, visto che entrano in gioco rilevanti fattori esogeni, è che a scala mondiale l’economia globale, nei prossimi trent’anni, non solo non conosca gravi recessioni ma  registri una “crescita” costante. Condizione altamente improbabile dato che l’economia capitalistica è un susseguirsi di cicli espansivi e recessivi —impossibile ove avessero ragione quegli economisti che sostengono che saremmo entrati in una “stagnazione secolare”.

Piedi per terra signori!

Ricapitoliamo. (1) Abbiamo posto l’ipotesi (ripetiamo, di scuola) che l’Italia adotti un piano di rientro trentennale per far scendere il suo debito al 60% del Pil; (2) abbiamo quindi considerato che, anche ammesso che la Bce accetti di “monetizzarlo”, cioè finanziarlo in prima persona, ciò non basterebbe, poiché (2) ci sarebbe bisogno di una seconda e più importante condizione: una “crescita” economica costante di un 2% costante nell’arco del periodo considerato.
Abbiamo visto che questa seconda condizione è, come minimo, altamente improbabile. Resta ora da stabilire quanto realistica sia la prima, ovvero che la Bce si decida per la monetizzazione.

Ebbene, anche questa è irrealistica, per la precisione inverosimile, dato che essa, come abbiamo detto, implica che i paesi dell’Unione europea, all’unanimità, cambino lo statuto della Bce, detto altrimenti che aboliscano il principale dei dogmi ordoliberisti, che consiste appunto nel divieto fatto alla banca centrale di finanziare il fabbisogno degli stati. Una decisione che ognuno che abbia i piedi per terra sa quanto sia impossibile.
Per la verità la Bce può acquistare già oggi titoli di debito pubblico di uno Stato ma solo nel quadro dell’Outright monetary transactions (Omt). Lo Stato che chiedesse alla Bce di attivare l’Omt, che cioè si trovasse in una situazione di grave crisi con lo spread fuori controllo, dovrebbe aderire ad un programma draconiano di “riforme strutturali e consolidamento fiscale (leggi: austerità e macelleria sociale).
E quindi veniamo alle dichiarazioni di Tria. Perché abbiamo detto che sono inquietanti? Perché essendo che l’Omt è di fatto una forma di monetizzazione, è proprio a questa che il Tria, da bravo segugio del mondo finanziario e bancario ordoliberista, allude.
Per concludere: resta che il debito pubblico italiano non è solvibile, che è impagabile e che, a meno di non fare la fine della Grecia, fare default è inevitabile. Aggiungiamo noi: sarà uno degli atti con cui il nostro Paese riconquisterà la sua sovranità.

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DEBITO PUBBLICO E PROPAGANDA

[ 18 dicembre 2018 ]

Il debito pubblico italiano? Tra i più sostenibili dell’Eurozona. Parola della Banca d’Italia

di Giuseppe Liturri

Rapporto sulla stabilità finanziaria n. 2 del 2018. 69 pagine fitte di dati e tabelle, spesse ostiche anche per gli addetti ai lavori, che fanno il punto sulla situazione di famiglie ed imprese, mercati finanziari e monetari, banche, assicurazioni e fondi di investimento.
soddisfatte tutte le necessità di propaganda.
Chi si fosse premurato di giungere fino a pagina 61, avrebbe trovato la seguente tabella che torna molto utile in giorni in cui il paragone tra Francia (che fa il deficit che le pare) ed Italia (che fa il deficit che vuole la UE) è diventato di grande attualità.
E cosa si scopre, con (relativa, molto relativa) grande sorpresa?
Che Italia ha un indicatore di sostenibilità del debito pubblico tra i migliori dell’Eurozona e migliore di quello francese. Infatti, oltre ad avere un avanzo primario di bilancio tra i più elevati, dovrebbe aumentarlo solo di 0,6 per soddisfare la sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico. In sostanza impedire che il rapporto aumenti senza controllo, dato l’avanzo primario, il tasso reale di crescita del PIL ed il tasso reale di interesse.
Si scopre anche la quota di debito pubblico detenuta da non residenti, quella in genere più soggetta a repentine variazioni e che provoca la maggiore volatilità dei prezzi, è del 37%. La Francia è attestata al 61%.
Il viaggio prosegue scoprendo che i debiti finanziari del settore privato italiano, la cui abnorme entità, non dimentichiamolo, fu la causa della crisi del 2008/2009, mostrano valori di gran lunga inferiori a quelli di tutti gli altri Paesi. Il dato della Francia è fra i peggiori, le imprese francesi siedono su una pila di debiti. Fino a quando dura, dura…
Le scoperte non finiscono. Infatti il dato del conto corrente della bilancia dei pagamenti, che rileva l’interscambio di beni e servizi (ed altre voci minori) con l’estero, mostra un saldo positivo pari a circa il 3% del PIL, mentre la Francia è in deficit. In Eurozona siamo esportatori netti, secondi solo alla Germania ed ai Paesi Bassi.
Infine, la perla. Come fa la Francia a finanziare i suoi deficit gemelli (bilancia dei pagamenti e conti pubblici)? Con un bel debito verso i finanziatori esteri, da cui dipende per il 20% circa del PIL. L’Italia è pressoché in pareggio (-3% circa).
Tutto questo significa che, quando la musica dei tassi bassi e del credito facile all’improvviso si interromperà, come accadde nel 2008/2009, la Francia avrà molte più difficoltà rispetto a noi.
In quel caso, non so se basterà dire che ‘La Francia è la Francia”.
* Fonte: startmag



DEBITO: LA FRANCIA NON DIA LEZIONI

[ 1 novembre 2018 ]

Chi ci segue (e siete in tanti) si sarà accorto che siamo assidui lettori del SOLE 24 ORE, il giornale della Confindustria, quindi dell’élite economica italiana, quella che più europeista non si può. C’è tuttavia molto meno spazzatura ideologica ne IL SOLE che negli altri bollettini di regime. Ogni tanto proprio su IL SOLE passano notizie a analisi che smentiscono la narrazione dominante, tipo che l’Italia sarebbe (in base ai criteri fondativi dell’Unione) il più grave malato d’Europa a causa del suo alto debito pubblico che quindi dovrebbe sottostare al famigerato “vincolo esterno”.  E i debiti privati — quelli che, come la grande crisi finanziaria del 2008-2009 partita dagli USA ha insegnato, sono ben più devastanti — dove li mettiamo? 
Prendiamo ad esempio la Francia. Vito Lops, dati alla mano, dimostra, con un articolo del 19 ottobre scorso, che sta messa molto peggio di noi. Sullo stesso tema Lops scrisse un pezzo dell’agosto 2017 che riteniamo doveroso riportare.

* * *

Italia? No, è la Francia il Paese 
più indebitato dell’area euro
di Vito Lops
Nella classifica del debito pubblico in rapporto al Pil (che in Italia fa 130%, in Francia e Usa 100%, e nella media dell’Eurozona 90%) l’Italia ne esce, da tempo, come tra le economie più “a leva” del pianeta. Ma se si amplia lo sguardo al debito aggregato, ovvero ai livelli di indebitamento di tutti gli attori economici (Stato, imprese, banche e famiglie) l’Italia si rivela d’emblée un Paese nella media, senza grossi problemi di debito.

Sempre seguendo questa classifica – che però al momento non fa parte delle griglie con cui l’Unione europea giudica l’operato dei suoi membri – si scopre che è la Francia il Paese più esposto finanziariamente; il Paese che ricorrendo al debito sta vivendo l’oggi più di tutti con i mezzi del domani. È vero, il debito pubblico in rapporto al Pil è più contenuto rispetto all’Italia ma se si somma l’esposizione delle società (circa 160% del Pil), delle banche (90% ) e delle famiglie (60%) vien fuori che il sistemaFrancia viaggia con una leva enorme, che supera il 400% del Pil, pari a 9mila miliardi di debiti cumulati. L’Italia, sommando tutti gli attori economici, supera di poco il 350% a fronte del 270% della Germania.
IL CONFRONTO 
Dati in % del Pil (Fonte: Bloomberg)
Questi numeri devono far riflettere, in particolare i tecnocrati europei che elaborano le soglie che stabiliscono se un Paese è virtuoso o no. Ignorare – o non pesare come probabilmente meriterebbe – il debito privato è un doppio errore. Sia perché c’è una stretta correlazione storica tra debito pubblico e debito privato (è dimostrato che laddove i Paesi sono chiamati a ridurre il debito pubblico con forme di austerità, sono quasi costretti ad andare a “pescare” la crescita attraverso l’aumento della leva privata). E sia perché, se con l’introduzione del bail-in (che stabilisce che i privati partecipano con i propri risparmi ai salvataggi delle banche) passa il principio che il risparmio privato è un “asset istituzionale”, allora forse sarebbe più logico considerare tale anche il debito privato.

* Fonte: IL SOLE 24 ORE del 31 agosto 2017




LA FEBBRE DEL DEBITO AI MASSIMI STORICI di Marcello Minenna

[ 30 ottobre 2018]

Il debito globale ha raggiunto un nuovo picco, salendo a 260 trilioni di $ (260.000 miliardi) nel secondo trimestre del 2018. Il rapporto globale tra debito e prodotto interno lordo (PIL) ha superato il 320%. Del totale, il 61% (160 trilioni) è debito privato del settore non finanziario mentre solo il 23% è rappresentato dal tanto vituperato debito pubblico.
Gli USA hanno emesso oltre il 30% del debito pubblico in circolazione, con una decisa accelerazione negli ultimi 2 anni di gestione Trump seguiti da Giappone e Cina e, a distanza, dai Paesi dell’Eurozona. Il valore riportato dalle agenzie pubbliche cinesi va preso con le molle per via dei ripetuti casi di falsificazione delle statistiche, anche da parte di funzionari governativi. È verosimile dunque che non solo il debito pubblico del Dragone ma anche quello delle sue corporations, già il più alto al mondo, sia parecchio superiore alle stime ufficiali.
Ovviamente vale la regola generale per cui il debito, sia pubblico che privato, tende a crescere nel tempo insieme alle dimensioni dell’economia, a meno di improvvisi default. Dunque l’elevata dimensione del debito complessivo non può fornire informazioni sulla sua sostenibilità. Né è possibile inferire che un debito complessivo basso sia segno di stabilità finanziaria; anzi è più verosimile che implichi una completa mancanza di fiducia da parte dei mercati tale da escludere qualsiasi prestito, come è stato nel caso dell’Argentina nei 5 anni successivi al default del 2002. 
Pertanto è opportuno valutare le dimensioni relative del debito rispetto al PIL.
DEBITO GLOBALE 
Percentuale rispetto al Pil 2017 (Fonte: Bank for international settlements)
La situazione in questo caso si ribalta: il Lussemburgo finisce al primo posto con un debito totale pari al 434% del PIL, quasi tutto composto da debito corporate. A distanza appare il debito del Giappone con il 373% ed un peso preponderante della componente pubblica (216%). L’alta incidenza sia del debito pubblico che di quello privato pone Francia, Spagna e Regno Unito ai primi posti della classifica mentre l’Italia appare solo al 9° posto, con un rapporto debito totale/PIL ben bilanciato al 265% per via del basso debito delle famiglie e delle imprese che compensa l’alto debito pubblico.
Ma anche un rapporto debito/PIL basso non è sintomo di virtù o salute economica. Al fondo della classifica spiccano i casi paradossali di Argentina e Turchia. Nonostante entrambi i Paesi abbiano debiti sotto controllo (inesistente il debito privato argentino e quello pubblico turco, al 2,5% del PIL) stanno rischiando comunque di perdere l’accesso ai mercati per via di una crisi valutaria e di bilancia dei pagamenti. In un paradosso apparente, i tassi di interesse a breve termine sono al 70% nell’Argentina a basso debito e stabilmente negativi nel Giappone del debito monstre.
Fare riferimento al solo dato del debito pubblico, magari rispetto a soglie arbitrarie, per emettere sentenze sullo stato di un‘economia è sempre una cattiva pratica che porta a conclusioni erronee. I criteri che il mercato utilizza per valutare la solvibilità del debito sono multipli: la percentuale di debito detenuto da investitori esteri/nazionali, il fatto che il debito sia emesso sotto la legge nazionale/estera, la crescita dell’economia, la ricchezza finanziaria dei cittadini, l’efficienza della raccolta fiscale, la sovranità monetaria etc. Nel caso del Giappone ad esempio, il 90% del debito è nelle mani della banca centrale, dei fondi pensione e banche domestiche ed è controbilanciato quasi perfettamente da un’elevata ricchezza finanziaria delle istituzioni pubbliche. È quasi impossibile immaginare una crisi di fiducia sulla solvibilità del governo.
Allo stesso modo, il fatto che i Paesi dell’Eurozona non possano gestire la leva monetaria in maniera autonoma rende de facto tutto il debito pubblico come se fosse assoggettato a legge estera, e cioè enormemente più complesso da gestire. Inoltre questo debito è in media per oltre il 70% detenuto da investitori esteri, più reattivi nel negoziare sui mercati secondari e nell’alimentare fenomeni di vendita generalizzata.
Peraltro le statistiche ufficiali non considerano il tema scottante del c.d. “debito implicito”, rappresentato dal valore attuale degli impegni finanziari presi dai governi in tema di pensioni e salute. In generale questi debiti futuri non appaiono nella contabilità nazionale per fondati motivi legati alla difficoltà di stima di costi che sono spalmati su orizzonti temporali lunghissimi; se si dovesse tenere conto di questi oneri occulti il debito USA ad esempio quintuplicherebbe ad oltre 100.000 miliardi. Sorte peggiore toccherebbe a Spagna, Lussemburgo ed Irlanda che vedrebbero salire il proprio debito di oltre 10 volte, fino ad oltre il 1.000% del PIL nel caso irlandese. L’Italia invece dal punto di vista del debito implicito – a legislazione vigente – risulta il Paese europeo più virtuoso.
A livello globale è più che altro il debito corporate a preoccupare gli operatori sui mercati. Un settore privato molto indebitato è vulnerabile a tassi di interesse più elevati, dopo anni di tassi artificialmente bassi che hanno favorito l’espansione dei prestiti e la riduzione del capitale di rischio delle imprese tramite il riacquisto di azioni proprie. L’instabilità intrinseca del funding attraverso il debito rispetto alla raccolta di capitale azionario suggerisce che il prossimo rallentamento della crescita potrebbe ribaltarsi in modo insolitamente forte sulla spesa per investimenti delle imprese. In Italia è già successo durante la recessione del 2008-2009: ogni punto percentuale di discesa nella crescita del credito ha provocato una contrazione degli investimenti di 4 punti nelle imprese più dipendenti dal credito bancario e di 2 punti in quelle finanziariamente più indipendenti. Un disastro da non ripetere.

Fonte: IL SOLE 24 ORE del 29 ottobre 2018