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ECCO SVELATO L’IMBROGLIO DEL DEF di Leonardo Mazzei

Documento di economia e finanza (DEF), il bomba ha dovuto darsi una calmata: niente slide, né sforature dei vincoli europei, ma tuttavia tante balle da far impallidire perfino il ricordo delle performance del suo amico barzellettiere.

Ce ne occuperemo perciò nel dettaglio. Ma prima è necessaria una premessa: a Renzi oggi interessa solo e soltanto una cosa, il risultato che riuscirà a conseguire alle elezioni europee. Questo obiettivo viene prima di tutto, a questo obiettivo tutto è finalizzato. La sarabanda propagandistica è dunque destinata a continuare, con le mistificazioni populistiche su tagli, rottamazioni, costi della politica, semplificazioni, eccetera. Ma al Renzi populista dedicheremo un apposito articolo, qui ci interessa invece andare a vedere come le trovate propagandistiche del bomba vadano ad intrecciarsi con i vincoli europei. E da questo punto di vista il DEF è un buon banco di prova.

La leggenda del lieto fine

4. in questo quadro il Fiscal compact ci fa un baffo.

passepartout che imperversano ormai da un terzo di secolo: privatizzazioni, tagli, precarizzazione del lavoro, liberalizzazioni, più mercato e (oggi un po’ meno) più Europa.

I numeri falsi del DEF

Sole 24 Ore del 9 aprile. Secondo queste proiezioni, la «Riforma del mercato del lavoro» (alias precarizzazione estrema) varrebbe un incremento di Pil dello 0,8% al 2018; mentre un analogo incremento verrebbe determinato dalle «Liberalizzazioni e semplificazioni», e si potrebbe continuare con simili amenità. Qui, per brevità, mi sono limitato a citare il dato al 2018, ma valori in crescita progressiva sono indicati già a partire dal 2014.

Fiscal compact. Così, giusto per ribadire che da parte europea non c’è nessun allentamento dei vincoli, e che da parte italiana c’è il solito «obbedisco» di sempre.

Quanto sia credibile questo percorso di rientro del debito è un altro discorso, che vedremo più avanti. Sta di fatto, però, che il percorso rigorista viene accettato in pieno, come ci dicono i numeri che seguono. Il rapporto debito/Pil, al 132,6% nel 2013, viene previsto ancora in aumento (134,9%) nel 2014, ma dal prossimo anno dovrebbe iniziare a scendere con velocità supersonica fino al 120,5% annunciato per il 2018. Una picchiata in linea con la tempistica di rientro del Fiscal Compact.

fino al 25 maggio, naturalmente.

Quantitative easing americano – il peso degli interessi è diminuito negli ultimi tempi, il governo si spinge a prevederne un ulteriore calo nei prossimi anni (dal 5,3% sul Pil del 2013 al 4,7% nel 2018). Calcolo abbastanza azzardato, non solo perché nuove crisi finanziarie sono assai probabili, non solo perché il Quantitative easing europeo (ammesso che si faccia) andrà probabilmente a dirigersi verso titoli del sistema bancario piuttosto che verso i bond del debito pubblico, ma soprattutto perché se si auspica una ripresa dell’inflazione essa andrà sì ad incrementare il Pil nominale, ma giocoforza aumenterà nella stessa misura i tassi sui titoli pubblici di nuova emissione.

e-bay. Essi andranno a colpire in primo luogo la sanità (comparto dove si concentra il grosso dell’acquisto di beni), il welfare (pensioni di invalidità), nonché il pubblico impiego, non solo tagliando i salari, ma diminuendo drasticamente il numero degli occupati. Che è poi un modo assai singolare di ridurre la disoccupazione sotto il 10%, come da un’altra recente sparata del bomba.

Conclusioni (quando i nodi verranno al pettine)

Che il boccone elettorale gli vada di traverso!

LA PAPERA NON GALLEGGIA di Leonardo Mazzei

7 maggio. Con estrema precisione Mazzei smonta pezzo per pezzo cifre e impianto del DEF (Documento di economia e finanza) 2013, varato dal governo Monti il 10 aprile scorso e approdato ieri nelle aule parlamentari. Non ci sarà alcuna “crescita” rispettando il Fiscal Compact e i vincoli di bilancio e l’austerità imposti dall’eurocrazia.
 
[Nella tabella accanto saltano agli occhi le previsioni sballate formulate in base alle previsioni del governo Monti: si prevedeva (linea blu) la “ripresa” nel 2013 che non ci sarà; si prevedeva (linea rossa) il calo del debito rispetto al PIl, che non ci sarà; si prevedeva un avanzo del bilancio primario (istogrammi i giallo) che non ci sarà]


Puntuali come le piogge di primavera, le prime capocciate le hanno già battute. E sono arrivate dall’amata Europa. Per la quale si deve soffrire, sempre essendo disponibili a morire, come esplicitato nel titolo di un libro del 1997 – «L’euro sì. Morire per Maastricht», Laterza 1997 – scritto dall’attuale capo del governo.

La novità delle «larghe intese» è anche piaciuta a Berlino, ma non al punto da lasciarsi commuovere. Dalla Merkel il giovane Letta ha avuto più che altro l’incoraggiamento a proseguire la strada del rigore. E non è andata meglio a Bruxelles. E nemmeno a Parigi, dove si blatera di crescita ma non si vuol nemmeno sentir parlare di quella unità politica in cui sembrano credere ormai soltanto gli ectoplasmi dei defunti partiti italiani.

Fatto sta che la temuta parola che gli illusionisti avevano appena rimosso – «manovra» – ha conquistato le prime pagine dei giornali a neanche una settimana dal giuramento del nuovo esecutivo. Che vita breve hanno certe illusioni!

Eppure si erano dati un gran daffare: via l’IMU sulla prima casa, no all’aumento dell’IVA, slittamento della TARES, riduzione delle «tasse sul lavoro», cioè sgravi alle imprese e contentino sull’IRPEF ai lavoratori dipendenti. In realtà tutti interventi assai modesti e di facciata, ma che venivano presentati come l’antipasto di una più forte riduzione della pressione fiscale, come se i vincoli europei (a partire da quelli giganteschi previsti dal Fiscal compact) fossero misteriosamente finiti in qualche soffitta di Bruxelles.

Ora tutti sanno che non sarà così, ed i piccoli interventi su IMU, IVA e TARES dovranno essere immediatamente compensati, o con altre tasse o con nuovi tagli alla spesa pubblica. Anzi, siccome c’è bisogno di finanziare la cassa integrazione in deroga, nonché le cosiddette «missioni» militari all’estero (cioè la partecipazione alle imprese imperialiste americane, vedi Afghanistan) servirà una manovra più consistente. Si parla di un minimo di 6/7 miliardi, con tendenza a salire, da decretare entro giugno.

Insomma, la strana e pittoresca figura degli europeisti anti-tasse sembra già in affanno. Ma conoscendo i nostri polli, e ben sapendo che non dispongono di altra mercanzia propagandistica, si può star certi che non demorderanno. Del resto, per certi ultra-liberisti che imperversano sui media, ridurre le tasse non comporta alcun problema: basta tagliare la spesa a più non posso, come se non fosse già stata pesantemente compressa dai governi precedenti.

Ma la contraddizione decisiva è quella tra austerità e sviluppo, due termini che Letta avrebbe la pretesa di coniugare. Una pretesa condivisa con i sui predecessori italiani e con i suoi partner europei, ma di cui non si riesce a trovar traccia nella realtà dei paesi del sud Europa finiti nel tritacarne dei sacrifici per l’euro.

Il disastro del governo Monti nelle cifre del DEF

Per capire quel che ci aspetta è senz’altro utile riflettere un po’ sul lascito di Monti, tornando agli albori del governo del Quisling della Bocconi. Anche allora, ricorderete, si affermava che il rigore sarebbe stato la pre-condizione di un futuro, certo e radioso sviluppo. Le cose sono andate assai diversamente. Ed è a causa di ciò che oggi Letta non può vestire gli stessi panni del tagliatore Monti, presentandosi invece come colui che vorrebbe uscire dall’austerità (di cui si cominciano a riconoscere i danni), ma… rispettando in pieno trattati e vincoli europei.

E’ chiaro come un simile gioco di prestigio sia semplicemente impossibile. Le promesse del governo Letta sono dunque aggrappate ad un’unica possibilità: che l’Unione Europea decida di allentare (solo provvisoriamente, beninteso) i vincoli di bilancio. Ipotesi non strampalata, dato che la recessione morde in tutta l’eurozona, e che tuttavia non modificherebbe i problemi di fondo. Ma per gli euristi alla Letta od alla Napolitano, e per le oligarchie che rappresentano, l’essenziale è intanto prendere tempo.

Ci riusciranno? Molti sono i fattori – preminentemente politici – in gioco, in primo luogo l’esito delle elezioni di settembre in Germania. Ma ci sono anche altri elementi, di carattere economico, da tenere nella dovuta considerazione. Alcuni di questi fattori ci vengono consegnati dal DEF (Documento di economia e finanza) 2013, varato dal governo Monti il 10 aprile scorso, che approderà proprio oggi nelle aule parlamentari.

Ecco, se c’è un documento che inchioda Monti alle sue responsabilità storiche è proprio questo. Questo odioso curatore fallimentare, e con lui i suoi ministri, vanno dicendo da mesi che sì, effettivamente l’austerità ha penalizzato lo sviluppo, ma non si poteva far altro per salvare il Paese. Peccato che il «salvataggio» non vi sia proprio stato. Quando Monti entrò a Palazzo Chigi il debito ammontava al 120% del pil. Ora, dopo aver raggiunto al 31 dicembre 2012 il 127%, è lo stesso DEF a prevederlo oltre il 130% a fine 2013.

I soliti ingenui penseranno che questo disastro sia semplicemente la conseguenza delle politiche del passato, ma non è così. Il governo Monti ci ha lasciato tre documenti di previsione: il DEF 2012 (aprile), l’aggiustamento del DEF nel settembre successivo, ed appunto il DEF 2013. Confrontare le previsioni contenute in questi tre testi (che per semplicità chiameremo, in ordine cronologico, a – b – c) è assai illuminante.

Partiamo dal rapporto deficit/pil. Per il 2013 la previsione iniziale (a) era di un -0,5%, diventato in (b) un -1,8%, arrivato in (c) al -2,9%. Per la cronaca la differenza ammonta a circa 38 miliardi di euro (sempre per la cronaca, l’equivalente di 9,5 abolizioni integrali dell’IMU sulla prima casa). Analoghe correzioni riguardano il 2014 ed il 2015. Per il 2014 la sequenza è: (a) -0,1%, (b) -1,5%, (c) -1,8%. Per il 2015 abbiamo: (a) 0, (b) -1,3%, (c) -1,5%.

Vediamo ora il rapporto debito/pil, partendo sempre dal 2013: (a) 121,5%, (b) 126,1%, (c) 130,4%. La differenza tra la previsione iniziale e quella finale ammonta a circa 140 miliardi di euro (l’equivalente di 35 abolizioni integrali dell’IMU sulla prima casa). Correzioni ancora più ampie sono state apportate alle previsioni per il 2014 e il 2015. Per il 2014 questa è la sequenza: (a) 118,2%, (b) 123,1%, (c) 129,0%. Per il 2015: (a) 114,4%, (b) 119,9%, (c) 125,5%. Per chiudere sul tema giova solo ricordare che secondo la stessa Commissione UE queste stime sono troppo ottimiste. Per Olli Rehn il debito sarà al 131,4% nel 2013 ed al 132,2% nel 2014. Tuttavia l’esperienza fa ritenere che alla fine anche queste previsioni verranno corrette in peggio, forse non di poco.

Cosa ci dicono queste cifre?

In primo luogo ci dicono molto sul governo Monti. Perché i casi sono due: o Monti e i suoi ministri erano soltanto degli incompetenti totali, o (come pensiamo) nello stendere il DEF 2012 essi mentivano sapendo di mentire.

In secondo luogo le cifre del DEF evidenziano gli effetti reali della cura draconiana imposta all’Italia in nome dell’euro. Le cifre, anche se chiare, possono sempre risultare aride. Ma non occorre un grande sforzo di fantasia per capire il dramma sociale che si svolge dietro questi numeri, dato che l’aumento della disoccupazione e della povertà discendono direttamente dalla politica austeritaria e dalla recessione che ne è derivata. Il fatto è che oltre al dramma sociale che ha provocato, la politica dei sacrifici non ha risolto i problemi che sembravano giustificarla.

In terzo luogo, e questa è la conclusione più importante, queste cifre ci dicono che la massa del debito (con il corollario delle spese per gli interessi) è ormai insopportabile. Questo debito non può essere pagato, di certo non tutto. E qualora si proseguisse invece nella scelta di onorarlo, in nome degli interessi degli strozzini istituzionali che operano sui mercati finanziari, questo equivarrebbe al colpo finale alla disastrata economia nazionale.

In quarto luogo, queste cifre rendono ancora più insostenibile il Fiscal compact. Per una sorta di pigrizia mentale, ancora oggi i più conteggiano il costo annuo del Fiscal compact sulla base di un rapporto deficit/pil del 120%. Siccome l’obiettivo posto dal trattato è quello del 60% da raggiungere in 20 anni, si calcola il differenziale da recuperare annualmente in circa 47 miliardi di euro (120-60=60; 60:20=3; 3% del pil ipotizzato=47 miliardi). Ma visto che siamo ormai al 130% (in realtà ben oltre), la percentuale da recuperare non è più del 3 bensì del 3,5%. Altri 8 miliardi che portano il totale annuo (per 20 anni) a 55 miliardi.

C’è bisogno di aggiungere qualcos’altro per dimostrare il disastro targato euro ed Europa? Di questo dovremmo discutere, altro che delle buffonate sparse a piene mani in questi giorni dall’allegra brigata bipartisan degli europeisti anti-tasse! Se la follia eurista dovesse ancora una volta prevalere, le tasse non potrebbero che aumentare. E con le tasse i tagli ad ogni diritto sociale, all’occupazione ed ai salari. Del resto, governa un tale pronto a (far) morire (gli altri) per l’euro…




TECNICI O APPRENDISTI STREGONI?

Il Governo: «Pardon, ci siamo sbagliati ma solo di 142,8 miliardi di euro»


di Leonardo Mazzei*

, questo il titolo del nostro articolo di commento al Def del 20 aprile scorso. In cinque mesi hanno dovuto darci ragione, anche se naturalmente non ammetteranno mai di avere imbrogliato le carte al momento delle previsioni di primavera.

Non vanno meglio le cose per quanto riguarda il debito pubblico, la cui riduzione era lamission di questa banda di tecnocrati. Indebitamento, interessi e debito sono ora previsti su livelli assai più alti di quelli azzardati ad aprile.

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Perché questo peggioramento nei conti? Ecco la spiegazione posta a premessa nel documento del governo: «Dalla presentazione del Documento di Economia e Finanza nel mese di aprile lo scenario macroeconomico si è ulteriormente deteriorato a seguito dell’acuirsi delle tensioni sui mercati del debito sovrano e per effetto dell’incertezza che ha caratterizzato il contesto dell’area dell’euro, e soltanto di recente sembra esserci una svolta in termini di stabilità finanziaria che dovrebbe portare, sia pur con un inevitabile ritardo, anche ad una migliore performance dell’economia».

Ovviamente il peggioramento dei conti risente del maggior calo del Pil, un dato prevedibilissimo che avevano voluto occultare a tutti i costi. Ma risente anche del peso maggiore degli interessi, e qui il fallimento del tecno-governo Monti non è in alcun modo mascherabile. Vediamo i dati. Il peso degli interessi (sempre espresso come percentuale del Pil) è ora previsto con la seguente progressione (tra parentesi la previsione di aprile): 5,5% nel 2012 (5,3%), 5,6% nel 2013 (5,4%), 6,0% nel 2014 (5,6%), 6,3% nel 2015 (5,8%).

Per chi non ama le percentuali, ecco la sequenza 2010-2015 in cifra: il debito ammontava a 1.851 miliardi nel 2010, saliti a 1.907 nel 2011 e a 1.976 nel 2012, previsti a quota 2.010 nel 2013, a 2.038 nel 2014, ed infine a 2.065 nel 2015.

Manovre di rientro dal debito pubblico: le loro
previsioni (clicca per ingrandire)

E non serviranno neppure i tagli. Tra questi segnaliamo quello del monte delle retribuzioni del pubblico impiego che passerà da 172 a 166 miliardi, e quello dei cosiddetti «consumi intermedi» (che riguarda principalmente il settore della sanità), destinato a scendere da 136 a 131 miliardi.

Tutto ciò non basterà per due motivi: perché la recessione è e sarà ben più grave e prolungata del previsto, perché i tassi di interesse (al di là di qualche temporanea discesa, sempre di breve periodo) sono destinati a rimanere alti.

Per quanto potrà durare ancora?