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LA SCISSIONE DI VOX ITALIA di Sandokan

A poco più di un anno e mezzo dalla sua comparsa, VOX ITALIA ha subito una spaccatura in due gruppi. Il primo, che mantiene lo stesso nome, capeggiato da Giuseppe Sottile e Marco Mori. Il secondo, capeggiato da Diego Fusaro e Francesco Toscano, ha deciso di chiamarsi ANCORA ITALIA.

Perché è accaduta questa scissione? Non sono in grado, né di smentire né di confermare le diverse illazioni, che spesso sfociano nel pettegolezzo. Voglio credere a quanto affermano i protagonisti nelle loro dichiarazioni.

Il primo gruppo (Sottile-Mori), imputa al secondo gruppo (Fusaro-Toscano) di non agire per l’unità, di essere chiuso in una bolla autoreferenziale, di lavorare sui tempi lunghi, avere una visione culturalista e paralizzante del partito. Cosa dunque propone questo primo gruppo? Sottolineata l’urgenza dell’unità dei diversi raggruppamenti “sovranisti” , posto che l’asse della battaglia è l’uscita dalla Ue, considerato di vita o di morte l’appuntamento delle elezioni parlamentari del 2023, sostiene che occorre unirsi a “ITALEXIT CON PARAGONE”, visto che il gruppo di Paragone è il solo che, data la sua visibilità mediatica, ha chance di successo.

Il secondo gruppo respinge l’accusa di settarismo visto che anch’esso avanza l’esigenza di unire la forze ma… Dopo un anno di terrorismo pandemico e di stato d’emergenza e dopo la defenestrazione di Trump, siamo entrati in un nuovo periodo politico per cui non basta limitarsi a invocare l’Italexit, ma occorre mettere al centro sia la battaglia contro il “regime sanitario” sia quella per l’uscita dalla NATO. Dato che Paragone glissa sulla battaglia contro lo stato d’emergenza e la narrazione terroristica e, peggio ancora, considera l’atlantismo il campo geopolitico in cui si dovrebbe restare, questo secondo gruppo respinge ogni unificazione con “ITALEXIT CON PARAGONE”.

Posto che la mia chiave di lettura sia giusta, mi pare evidente che il gruppo di Fusaro-Toscano abbia ragione nella sostanza, mentre quello di Sottile-Mori abbia torto e, se mi è concesso, torto marcio.

Condivido la tesi che giunti al punto in cui siamo, fondare l’unità o addirittura un partito solo sull’italexit non solo è insufficiente, è sbagliato e conduce ad una sconfitta certa. Quando i poteri forti ci dicono che dopo il Covid “nulla sarà più come prima”, quando essi evocano il “grande reset”; essi non scherzano. Per come la vedo io se ne debbono tirare due conseguenze. Prima conseguenza: occorre sì un partito politico, ma data la nuova drammatica situazione non può più essere di “scopo” (ovvero tutti dentro basta essere d’accordo con l’Italexit) ma deve fondarsi su una visione strategica e su un progetto di alternativa di società. Seconda conseguenza: occorre sì un fronte unico ma, anche qui, non può essere solo basato sull’obbiettivo dell’uscita; la piattaforma dell’eventuale fronte unico deve accogliere le istanze delle categorie sociali gettate sul lastrico (i nuovi “eslcusi”) e quelle dei pezzi di società civile che in questo anno di Covid si sono battuti per difendere i diritti costituzionali di libertà (bollati dal regime come “negazionisti”).

La metto giù così: il gruppo Sottile-Mori va con Paragone perché è affetto da quella sindrome che una volta si chiamava “cretinismo parlamentare” o elettoralismo. Si mettono da parte visioni e divergenze pur di avere un successo elettorale. Di qui l’idea che tutto dipenda dalla “comunicazione”, dalla visibilità mediatica — la comunicazione pirotecnica prima della identità politica e di una seria visione strategica. C’è poi qualcuno che ha già fatto l’esperienza di un avvicinamento a Paragone, parlo di Liberiamo l’Italia. Coloro che oggi vanno a spiaggiarsi farebbero bene a leggere come andò a finire quel tentativo di unificazione.

A sentire Sottile-Mori, Paragone avrebbe capito la lezione, avrebbe rinunciato al suo delirio di onnipotenza e avrebbe capito che da solo non va da nessuna parte e quindi adesso sarebbe disposto a unificare le forze. Fosse vero, sarebbe una bella notizia. Per ora tuttavia è solo l’auspicio con cui essi giustificano la loro manovra. Staremo a vedere.

In questo quadro mi pare importante cosa dica e anzitutto faccia Liberiamo l’Italia. Segnalo il comunicato del 24 febbraio QUESTO E’ IL MOMENTO, in cui, date le numerose consonanze in quanto ad analisi e proposte, si annuncia l’avvio di un confronto serrato con il gruppo di Fusaro e Toscano, confronto che possa fare da apripista ad un più ampio e inclusivo processo costituente per dare vita ad un partito unitario del patriottismo costituzionale. Il gruppo di Fusaro e Toscano, dopo il convegno del 27 febbraio scorso, celebrerà un primo congresso d’organizzazione il 2 e il 3 aprile. Vedremo che verrà fuori.

Qualcuno ora mi chiederà: e in tutto questo dove sta il Fronte Sovranista Italiano di Stefano D’Andrea? Guarda caso anche questo gruppo celebra il suo congresso domani e dopodomani (27 e 28 marzo). Sempre stando a quel che ci dice Liberiamo l’Italia il FSI ha respinto la proposta di far parte di un processo d’unificazione. La cosa non mi stupisce. Mi dicono tuttavia che proprio in vista del congresso si sono manifestate voci interne di dissenso rispetto alla tradizionale linea isolazionista.

Vada come vada, di una cosa si può stare certi: un anno di Covid e di stato d’emergenza non hanno solo sconvolto il quadro sociale e il perimetro politico sistemico (vedi il governo Draghi), stanno terremotando il campo occupato dai “sovranisti”. E’ in atto un assestamento. Fra qualche mese vedremo cosa verrà fuori.




MARCIA DELLA LIBERAZIONE: MENO 29

MARCIA DELLA LIBERAZIONE: 10 OTTOBRE 2020 – ore 14:00 Piazza San Giovanni, Roma

L’Appello del filosofo e scrittore Diego Fusaro




MASSACRO DI CLASSE di Diego Fusaro

Questo virus è classista: colpisce i deboli, favorisce i (già) ricchi

Anche a un primo sguardo, sono diversi e niente affatto secondari gli aspetti che permettono di asserire che il Coronavirus ha accelerato e potenziato alcune tendenze già da tempo in atto nella globalizzazione capitalistica. Sotto questo riguardo, si potrebbe ragionevolmente sostenere che pienamente di classe si è rivelata, se non il contagio, sicuramente la sua gestione economica, politica e sociale. Tant’è che, quasi da subito, la pandemia del Covid-19 si è mutata in pandemia della disuguaglianza, assumendo connotati inaggirabilmente socio-economici.

Anzitutto, il Covid-19 ha accelerato il già collaudatissimo processo di privatizzazione delle esistenze. Se, come sappiamo, il capitalismo si fonda su un’antropologia “insocievolmente socievole” (Kant), basata sul distanziamento dell’altro da ogni legame che non sia il mero cash nexus (Carlyle), possiamo con diritto asserire che il Coronavirus ha confermato e rafforzato questa tendenza: e l’ha fatto ergendo il principio del “distanziamento sociale” a nuova norma organizzativa della società degli atomi in lockdown; i quali, appunto, sono liberi solo di acquistare merci, peraltro in forme che sempre e solo avvantaggiano i colossi dell’e-commerce e le multinazionali (le quali, per inciso, a differenza di artigiani e piccole imprese “strapaesane”, non sono state sottoposte al lockdown).

E con ciò già siamo al cospetto di una seconda tendenza della globalizzazione, potenziata dal Covid-19: alludo al “massacro di classe”, come l’ho appellato in Storia e coscienza del precariato. Esso è gestito univocamente dall’élite globocratica, finanziaria e multinazionale contro le classi lavoratrici e contro il ceto medio.

Lungi dal colpire tutti allo stesso modo, come pure l’ordine del discorso ha spesso ripetuto, la pandemia rivela una sua chiara vocazione classista: in sintesi, colpisce i deboli e agevola i forti. Più precisamente, la pandemia supplizia e flagella lavoratori e partite Iva, salariati con contratti atipici e piccole imprese locali, artigiani e ceto medio. E, insieme, permette alle multinazionali (se non a tutte, a moltissime), ai colossi dell’e-commerce e ai potentati economici sans frontières di intensificare la produzione del plusvalore.

Non deve, poi, essere obliata un’altra tendenza, anch’essa decisiva e già da tempo coessenziale ai processi della produzione del plusvalore capitalistico: la società tende a spostarsi online e le relazioni si digitalizzano. Il mondo vero diventa favola e la società umana si disumanizza assumendo la forma della nuova “società senza contatto” (contactless society): una società alienata in ogni suo atomo, in cui il lavoro si muta in smartworking da casa e l’insegnamento si perverte in e-learning.

Il capitale, in tal maniera, si garantisce una doppia vittoria: a) cancella lo spazio tra “tempo della vita” e “tempo del lavoro”, permettendo al secondo di colonizzare il primo (l’azienda si innesta nel cuore stesso dell’oikos); b) neutralizza a priori ogni possibile contestazione concreta, ogni “movimento reale” (Marx) che possa organizzarsi come autocosciente soggettività rivoluzionaria – e, per ciò stesso, in piazza e non on line – e lottare per rovesciare l’ordine dominante.

Il Coronavirus ha, inoltre, rafforzato le già dilaganti tendenze neoliberiste potenziando smisuratamente quello che, a ragione, è stato definito il “capitalismo della sorveglianza” (Shoshana Zuboff). I droni in cielo e le app di tracciamento sui telefoni cellulari ne sono l’emblema massimo e, peraltro, non esclusivo.

Infine, appare evidente come l’emergenza del Coronavirus – ed è un tema su cui non ci stancheremo di insistere – abbia potenziato (non solo in Italia, ovviamente) il dominio della classe egemonica mediante una riorganizzazione verticistico-autoritaria del rapporto di forza. Come più volte ho sostenuto, il potere esecutivo ha scavalcato quello legislativo (si pensi, exempli gratia, ai “DPCM”), alcuni princìpi della Costituzione sono stati sospesi in nome dell’emergenza pandemica e alcune libertà fondamentali sono state congelate, sempre in nome del pericolo connesso con la diffusione dei contagi. Ciò, con buona pace di alcune narrazioni ampiamente fumettistiche, non ha dato luogo a una gestione “equa e solidale” della situazione: una volta di più, secondo un’altra tendenza propria del liberismo imperante, s’è assistito allo Stato che governa – per riprendere la distinzione di Foucault – non “il” mercato, ma “per il mercato”. E, ovviamente, per i suoi agenti, di cui s’è detto in precedenza.

A riprova di questa svolta verticistico-autoritaria, si considerino le task force e, in particolare, quella per la “ripartenza economica del Paese”. Le si esaminino nei modi e nei contenuti. Per quel che concerne i modi, si tratta di gruppi non eletti, ma direttamente imposti dall’alto: e ciò sempre in nome di quell’emergenza che – anche in ciò sta la sua ratio governamentale – impone scelte immediate, senza le pericolose perdite di tempo del parlamento e del voto democratico. L’emergenza si annovera tra i modi più efficaci per sospendere de facto le procedure democratiche, lasciandole però sopravvivere de jure. Per quel che riguarda i contenuti, la summenzionata task force ha, quale propria guida, il top manager Vittorio Colao. Sul cui reale posizionamento nel diagramma dei rapporti di forza, ogni parola sarebbe davvero superflua.

Una cosa è certa: dietro il sobrio nome dei “tecnici” super partes della task force, si nasconde, evidentemente, un nucleo d’azione della classe dominante, che, con ogni probabilità, contrabbanderà come “interesse nazionale” e “ripartenza del Paese” il ben noto programma delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Insomma, il virus, fin dalla sua sciagurata comparsa, è stato “arruolato” dal polo dominante nella sua spietata “guerra di classe dall’alto” (Gallino): e, in effetti, si è rivelato un prezioso alleato.

* Fonte: IL FATTO QUOTIDIANO




DIEGO FUSARO E LO SPECISMO di Mauro Pasquinelli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Diego Fusaro, oramai “simpaticamente” votato a Dio, Patriarcato, Patria e Famiglia, ieri ha emesso di nuovo la sua Fatwa contro l’antispecismo, di cui mi ritengo ardente sostenitore.
Dopo aver tessuto le lodi della figura del padre oggi de-identificato, passa ad accusare gli antispecisti, che a suo dire fanno il gioco del globalismo, annullando l’identità superiore dell’uomo e riducendolo al livello animale.


Fusaro non ha capito che l’antispecismo non agisce ad effetto clessidra. Non svaluta l’uomo innalzando l’animale, ma rivaluta la posizione dell’animale, togliendola dal rango di oggetto, di cosa inanimata, ad uso e consumo della specie umana.

Come non si degrada la figura del maschio riconoscendo parità di diritti alla donna, così non si aliena l’uomo, ma anzi lo si eleva, lo si sacralizza facendolo parte di un insieme chiamato vita, essere, cosmo.

Ma la metafisica occidentale, di cui il pensiero di Fusaro è l’ultima espressione in ordine di tempo, dimentica l’essere in favore dell’ente, ponendo quest’ultimo come semplice materia prima, subordinata alla volonta’ di potenza, o hybris umana.

In un vero e proprio slittamento semantico che riflette l’ordine del discorso dominante, pone l’uomo come il vero ed unico essere, relegando gli animali a figure entituali.

Come insegna Severino, di recente scomparso, il risultato di questo slittamento è proprio il nichilismo, perché ove l’ente prende il posto dell’essere, esso viene nientificato, ridotto a nulla, a non essere.

QUI SOTTO LA PROLUSIONE DI DIEGO FUSARO


La nietzchiana morte di Dio, ponendo l’uomo come sovrano assoluto, nella forma dello Zaratustra-superuomo, fa a sua volta di quest’ultimo un niente, poiché lo separa dualisticamente dalle fonti nientificate della sua stessa esistenza.

Il delirio di onnipotenza si rovescia nel nulla cosmico, o nel cosmo visto come nulla.

Il nulla cosmico è il regno dei mezzi che prende il posto del regno dei fini. E’ la potenza della tecnica che si erge a telos assoluto, ad alfa ed omega dell’agire umano.

La follia dell’Occidente affonda le sue radici nella metafisica e nel nichilismo, cioè nella visione dualistico cartesiana del rapporto uomo natura, preannunciata nella Bibbia e nel pensiero greco.

Il comandamento biblico “non uccidere”, in una civiltà avanzata di liberi ed uguali, non dovrebbe essere rivolto solo agli umani ma a tutti gli esseri viventi, tranne quelli che minacciano l’esistenza dell’uomo.

Verrà il giorno in cui il grado di civiltà dell’uomo, come auspicavano Pitagora, Leonardo da Vinci e Tolstoi, si misurerà dal rapporto tra uomo e animale.




SARDINE AL SERVIZIO DEI POTERI FORTI di Diego Fusaro

[ venerdì 22 novembre 2019 ]

QUI e QUI. Ci torniamo segnalando quel che pensa Diego Fusaro.
Solo collante di facciata l’antisalvinismo a prescindere, la sostanza nascosta è ben gradita all’élite neoliberista: l’antisovranismo e l’antipopulismo. Che così si fermi l’avanzata di Salvini è improbabile.

Benvenuti in mare aperto

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.
Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla.

Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare. Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara. Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.
Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.

Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. E’ stata energia pura. Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi.

Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto.

Bologna

Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.

Non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo. Perché grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare.

Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo.Vi siete spinti troppo lontani dalle vostre acque torbide e dal vostro porto sicuro. Noi siamo sardine libere, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto. 

“E’ chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare”.

Firmato “6000 sardine”

*  *  *

Sardine: la contestazione alleata del potere 

che ignora i veri nemici del popolo

di Diego Fusaro

I moti di contestazione si moltiplicano sotto il cielo. E, così, dopo i “venerdì per l’ambiente”, spuntano ora le “sardine” di Bologna. Occorre procedere seguendo la via regia del pensiero critico: con le parole del “Trattato politico” di Spinoza, “nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere”. La domanda da porre, decisiva per inquadrare la questione, è una soltanto: come reagisce il potere rispetto al moto contestativo in questione? Con manganelli e diffamazione mediatica permanente, se il moto mette davvero in discussione la tenuta sistemica del potere, i diagrammi di forza asimmetrici: così è stato con le giubbe gialle galliche, massacrate a colpi di manganello e diffamate come antisemite e sovversive.


Celebrati dai media come Greta


Se, invece, il moto contestativo in questione è portatore di un dissenso conservativo, che non mette in discussione i rapporti di forza e magari distrae rispetto ad essi, allora la reazione del potere si risolve nella celebrazione mediatica permanente e nella beatificazione giornalistica immediata. Così è stato, appunto, con i “venerdì per l’ambiente” indetti da Greta Thunberg: la classica protesta conservativa, che mai menziona il conflitto di classe e l’emancipazione del basso. Ebbene, come si collocano le sardine di Bologna? È evidente. Rientrano nella seconda tipologia. È l’apoteosi del dissenso conservativo, della contestazione alleata del potere. La loro lotta, salvo errore, non menziona nemmeno la violenza dei mercati, il manganello invisibile dello spread e della Ue, i soprusi della global class dominante. No. Il loro problema è, sic et simpliciter,Salvini.

Modena

Premesso che Salvini, con il suo liberismo thatcheriano, non è la soluzione, e sarebbe anzi un avversario nel quadro di un conflitto nazionale tra liberisti e socialisti: premesso tutto questo, è evidente che il nemico principale oggi non si chiama Salvini. Si chiama invece globalismo capitalistico, cosmopolitismo dei mercati apolidi, openness mercatistica. Rispetto a tutto questo, le sardine non hanno nulla da dire, ovviamente. Chi tace acconsente, usa dire.


L’antifascismo liturgico ignora il manganello dei mercati

Insomma, siamo al solito antifascismo liturgico delle sinistre fucsia e arcobaleniche da Ztl, sideralmente lontane dalla classe lavoratrice, che usano la lotta contro il fascismo per nascondere la loro adesione integrale al capitalismo, il proprio vile tradimento di Marx, di Gramsci e dei lavoratori. Combattono contro un manganello che non c’è più, per accettare in religioso silenzio il manganello arcobaleno dei mercati e dello spread, del fiscal compact e del precariato. Per questo, le sardine sono celebrate in modo ubiquitario dal circo mediatico e dal clero giornalistico. Sono perfette per dirottare l’attenzione dalla contraddizione reale a quella fittizia, per evitare che si crei una vera contestazione – modalità giubbe gialle – contro il fanatismo economico del mercato globale.

Ormai il nostro timore sembra guadagnare lo statuto di solida certezza: le rivolte fucsia al servizio – consapevole o inconsapevole – del padronato cosmopolitico rendono indisponibili gli offesi del pianeta, li rendono schiavi in lotta per le loro catene. Pronti a battersi unicamente contro eventuali liberatori. Rimodellando le parole di una nota canzone: avanti élite, alla riscossa, bandiera fucsia trionferà…



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CHE CI FA DIEGO FUSARO CON L’ASPIRANTE RE? di Sandokan

[ domenica 17 novembre 2019 ]

Nel casino italiano ci mancava solo questa.

«Sta arrivando il momento. È per me un dovere, ma anche un grande onore, annunciarvi l’imminente ritorno della Famiglia Reale».

Il nipote dell’ultimo Re d’Italia, Emanuele Filiberto di Savoia deve aver buttato un sacco di quattrini per il suo grande annuncio: “i reali stanno tornando”.
Ascoltate lo spot che rimbalza da giorni in rete:


In cosa consista questo ritorno? Si tratta forse di una cosa semi-seria, come venne fuori nell’agosto dell’anno duemila “Se il popolo italiano mi vuole come re, io sono pronto”, oppure di un’astuta mossa pubblicitaria per lanciare, che so, un nuovo prodotto commerciale? Forse la seconda vista la penosa caratura del personaggio…

In contemporanea a questo “solenne” annuncio, me ne segnalano un secondo, francamente più sconcertante: si è svolto un «Pranzo di discussione filosofico-politica» tra l’aspirante Re e Diego Fusaro.

Lì per lì, quando me l’han detto non ci ho creduto e ho chiesto la prova. E la prova l’ha fornita proprio Fusaro [vedi tweet accanto]. Mi sono cascate le braccia.

Non sono titolato per dare un giudizio di Fusaro come filosofo. Un giudizio di lui come politico tuttavia mi sento di darlo: è una frana! 

Fusaro è infatti non solo l’ideologo del neonato partito VOX, a torto o a ragione egli è considerato, anche grazie alla sue ininterrotte presenze in TV, uno dei più importanti esponenti del cosiddetto “sovranismo”. 

Un cittadino comune che dovrebbe pensare di un “sovranista” che si vanta di andare a pranzo con l’aspirante sovrano? Anche ammesso che non si tratti di simpatie per la monarchia, come minimo penserà che siamo proprio messi male. 
Atro che “pensare e agire altrimenti”.








VOX: L’ERRORE DI DIEGO FUSARO di Mauro Pasquinelli

[ martedì 1 ottobre 2019 ]

Io sono per l’unità di tutti i sovranisti (compresi quelli settari e celoduristi cresciuti alla scuola del Marchese del Grillo) ma mi riservo sempre il diritto di critica. 


Ed oggi questa la rivolgo all’amico Fusaro che ha fondato il nuovo partito Vox Italia. Sorvoliamo sul nome, tristemente uguale a quello dell’estrema destra spagnola (un mix di franchismo e ordoliberismo in salsa iberica) che ha sfondato alle ultime elezioni. 

Con tanti bei nomi che ci regala la nostra lingua proprio quello si va a pescare?

Sorvoliamo anche sul fatto che Fusaro fonda un partito, ne viene incoronato come l’effettivo ideologo e tuttavia non si tessera ad esso per mantenere la propria indipendenza di pensiero, come se temesse la sua involuzione prima di fondarlo.

Soffermiamoci per ora sullo slogan che è stato innalzato a vessillo del nuovo partito: “valori di destra, idee di sinistra“. Siamo — e Fusaro stesso lo ha ammesso apertis verbis in occasione della fondazione di Vox — allo sdoganamento ufficiale e non richiesto del rossobrunismo. Si può perdonare un comitato di liberazione nazionale (CLN) che tenga dentro rossi, bruni, bianchi e grigi in nome dell’autoderminazione, ma farlo in un partito è follia pura, perché lo condanna inevitabilmente all’inconsistenza e alla indeterminatezza ideologica.

Inoltre “valori di destra e idee di sinistra” è un puro ossimoro, una contraddizione in termini. Le idee non sono anche valori e i valori non sono anche idee? Famiglia, Nazione, Stato e Religione, che Fusaro fa passare per valori di destra, consegnandogli un aura di eternità, non sono idee e concezioni che implicano una visione del mondo in un periodo storico determinato?


Mi chiedo inoltre per quale santa ragione le idee di patria religione e nazione devono essere derubricate come valori di destra.


Che forse l’idea di nazione, libera, unificata ed indipendente non era lo slogan dei giacobini, dei patrioti rivoluzionari, marxisti compresi, nei due secoli passati? Patria o Muerte non è forse il motto scritto a caratteri cubitali sulla bandiera della rivoluzione cubana? E non è forse condiviso, lo slogan Patria o Muerte, da tutti i movimenti antimperialisti di liberazione? 

E dove sta scritto che la religione sarebbe un valore di destra? Non è stato lo stesso Marx ad avvertirci che la religione è sia oppio dei popoli che forma di protesta degli ultimi contro le loro condizioni di oppressione? Il cristianesimo, come anche il buddismo e l’Islam, non nacquero forse come protesta messianica ed escatologica mirante alla giustizia e all’uguaglianza tra gli uomini?

Riconosco a Fusaro una grande energia, forza di volontà e chiarezza espositiva, ma proprio da lui, che da anni professa la fine della dicotomia destra-sinistra, non mi aspettavo l’incartamento in un dilemma privo di ogni sostanza politica e filosofica.



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MANOLO MONEREO INCONTRA DIEGO FUSARO

[ domenica 22 settembre 2019 ]





12 OTTOBRE: DALLA SPAGNA CON AMORE di Manolo Monereo

[ martedì 6 agosto 2019 ]

La notizia della manifestazione del 12 ottobre, grazie a Manolo Monereo, è giunta fino in Spagna. 
Come un sasso nello stagno. 
E’ subito scattato il tentativo di satanizzazione: “C’è anche Fusaro? Allora è una manifestazione fascista”. 
I teorici del politicamente corretto, agiscono come gli inquisitori della Santa Inquisizione (e la Spagna ne sa qualcosa) i quali, in base a istruttorie truccate, condannavano al rogo, non solo presunte streghe, ma liberi cittadini ed avversari politici. E’ molto probabile che anche in Italia tenteranno di sabotare la manifestazione del 12 ottobre lanciando una campagna di intossicazione dell’opinione pubblica. Non debbono riuscirci. Non ci riusciranno se ogni patriota farà la sua parte, intanto firmando l’Appello e facendolo firmare.

*  *  *

La dittatura del politicamente corretto e i suoi scagnozzi

di Manolo Monereo

»Liberiamo l’Italia è un manifesto che difende la sovranità popolare, 
la Costituzione italiana del 1948 e si oppone all’UE e alle sue politiche”
“Diffamano come fascisti coloro che criticano l’UE, 
l’oligarchia finanziaria e industriale che la dirige e l’egemonia tedesca”
“Il vero obiettivo non è altro che prevenire l’emergere di una 
sinistra patriottica, sovranista e socialista in Spagna»


Tutto è iniziato ieri mattina [ 5 agosto, Ndr]. Ero a conoscenza di un tweet del mio amico

Il tweet di Manolo Monereo del 5 agosto

Victor Lenore che diceva che Fusaro stava organizzando una manifestazione a Roma il 12 ottobre con il motto “Liberiamo Italia” e che io ci sarai andato.

Ho subito pensato che mi avrebbero sputato addosso. Infatti non c’è voluto molto affinché agissero comesempre, direttamente alla gola e all’onore personale. Sono gli stessi che hanno massacrato Hector Illueca, Julio Anguita e il sottoscritto. È un discorso disciplinare basato sulla manipolazione, in un inganno che nasconde le loro vere intenzioni. Alcuni di noi si sentono sotto sorveglianza. Il vero obiettivo non è altro che prevenire l’emergere di una sinistra patriottica, sovranista e socialista in Spagna.


Ho immediatamente ritwittato la pagina web in cui è stata convocata la manifestazione del 12 ottobre. Riproduco la traduzione del manifesto e l’Appello:

«LIBERIAMO L’ITALIA 

Usciamo dalla gabbia della UE! Riprendiamoci la sovranità monetaria! Riconquistiamo la democrazia! Applichiamo la Costituzione del 1948! 

Lavoro e dignità per tutti! 

L’Italia è a una svolta. O le pretese europee verranno respinte una volta per tutte, o il declino del Paese sarà inarrestabile.

Povertà, disoccupazione e precariato possono e devono finire, ma le regole europee ci impediscono di farlo. Esse, mentre garantiscono ogni diritto alla finanza privata e speculativa, impediscono agli Stati la possibilità di perseguire il bene comune.

Al popolo italiano si vuol negare ogni diritto, perfino quello di uscire dalla crisi. Per la UE l’unica politica consentita resta quella dei sacrifici, mentre la stessa Costituzione del 1948 viene calpestata dai moderni carri armati giuridici e finanziari euro-tedeschi.

E’ ora di uscire da questa gabbia. L’Italia ha le risorse ed i mezzi per venire fuori dalla situazione in cui è stata cacciata, quasi trent’anni fa, da una classe politica irresponsabile e corrotta.

L’Italia può e deve farcela. Le idee e le proposte per venire fuori dalla crisi ci sono. E’ ora di unire tutte le forze disponibili per un grande disegno di rinascita. E’ ora di battere la paura diffusa dalle èlite dominanti (ad esempio quella dello spread) affinché nulla cambi.

La liberazione è possibile, ma bisogna crederci.

Essa diventerà realtà solo con la mobilitazione popolare.

Invitiamo tutti coloro che si riconoscono nei valori del patriottismo democratico e costituzionale a partecipare alla manifestazione del 12 ottobre. Una manifestazione aperta ed inclusiva, per dire intanto due cose: lottare è necessario, vincere è possibile! 

Liberiamo l’Italia! 

Alla manifestazione non saranno ammessi simboli di partito ma solo il tricolore della Repubblica»

Come si può vedere, è un Appello che difende la sovranità popolare, a partire dalla  Costituzione italiana del 1948 e si oppone all’Unione europea e alle sue politiche, il tutto basandosi su un patriottismo democratico. Si può essere d’accordo o meno, si può qualificare l’Appello in modi diversi, ma esso difende lo stato nazionale, la democrazia repubblicana e si oppone risolutamente all’euro. 

Cosa fa Fusaro? Si unisce a questo Appello, sottoscrive un manifesto proposto da persone appartenenti al sovranismo di sinistra contro il populismo di destra rappresentato da Salvini.

La manipolazione è spudorata ma efficace. Innanzitutto, una persona viene demonizzata: Fusaro è fascista. In secondo luogo, ciò che Fusaro sostiene è il fascismo; siccome Monereo lo sostiene anch’egli è un fascista. 


È chiaro che lorsignori non conoscevano l’Appello il contenuto del manifesto; ma gli insulti erano stati lanciati ed è stato difficile rettificarli. 

Sono stato squalificato, insultato e minacciato. Mi fa arrabbiare doverlo dire: sono un antifascista cosciente, almeno da quando avevo 18 anni. Milito nel movimento comunista da 46 anni e il mio patrimonio morale e intellettuale si basa su Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti.

La dittatura del politicamente corretto esiste e ha i suoi scagnozzi. Stabiliscono ciò che è corretto e ciò che è incorretto, e schiacciano letteralmente coloro che si oppongono a queato discorso dominante. Non sopportano una sinistra scorretta e rivoluzionaria. Diffamano coloro che criticano l’UE, l’oligarchia finanziaria e industriale che la dirige e l’egemonia tedesca con l’etichetta di fascismo. Confondono e manipolano perché non accettano che, ancora una volta, la storia non vada dove essi desiderano. 

È la stessa sinistra che ha distrutto il Partito Comunista Italiano, che ha reso possibile Salvini e favorito il Movimento a 5 stelle.

* Traduzione a cura della Redazione
** Fonte: Cuarto Poder
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MARXISMO E SOVRANISMO di Diego Fusaro

[ giovedì 11 luglio 2019 ]

Non è possibile risocializzare l’economia, in assenza di un preventivo recupero della sovranità nazionale. Lo Stato nazionale può essere democratico: l’economia globalizzata e senza politica non lo sarà mai. La liberazione dal giogo globalista e dai suoi “vincoli esterni” (modalità Unione Europea), che sovranazionalizzando le decisioni annichiliscono ogni spazio democratico, figura come conditio sine qua non per la ripoliticizzazione dell’economico e per la ridemocratizzazione della realtà socio-politica (con politiche welfaristiche e manovre nazionali orientate alla piena occupazione).
Senza sovranismo politico, non possono esservi democrazia e diritti sociali. Senza populismo, ossia senza movimento dal basso del Servo glebalizzato e uscito dalla passività, non può esservi un sovranismo democratico e socialista.
Contro le anime belle del globalismo dei diritti e della global democracy, occorre ribadire, con il realismo di Antonio Gramsci, che “ogni conquista della civiltà diventa permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (Lo Stato e il socialismo, 1919).
Finché ci si limita a immaginare o – à la Toni Negri di Impero – un taumaturgico rovesciamento del globalismo nel comunismo, o una lineare evoluzione della mondializzazione verso la democrazia e l’uguaglianza, l’idea socialista – ancora con le parole del Gramsci di Lo Stato e il socialismo – resta “un mito, una evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale”.
Per attuarsi, il socialismo democratico necessita di una soggettività organizzata in movimento rivoluzionario, coincidente oggi con il Servo nazionale-popolare (momento populista). E, insieme, abbisogna della forma Stato (momento sovranista), come forma in grado di istituzionalizzare le conquiste del movimento e di renderle governo centrato sulla sovranità popolare.
Non si registrano, del resto, forme di socialismo più o meno perfettamente realizzato se non nel quadro di Stati nazionali concreti: dal patria o muerte di Che Guevara al “socialismo in un solo Paese” di area sovietica, passando per le socialdemocrazie scandinave e per i socialismi patriottici “bolivariani” dell’America Latina (Bolivia, Venezuela, ecc.)
Così inteso, il populismo sovranista – variante del marxismo nel nuovo millennio – è il movimento mediante il quale il popolo, abbandonando la condizione di passività subalterna, torna a essere protagonista della propria vicenda storica. Recupera la propria sovranità e il proprio protagonismo conflittuale e rivendicativo, partecipativo e deliberativo: e prende a muoversi, con la propria “volontà collettiva”, direbbe Gramsci, secondo linee concettuali opposte rispetto a quelle del blocco dominante e tutte orbitanti intorno al fuoco prospettico del recupero della sovranità come base della riapertura del conflitto biunivoco tra Servo e Signore e del possibile ritorno alla democrazia e ai diritti sociali.
Per questo, il populismo sovrano, come bene ha mostrato Carlo Formenti in La variante populista, è oggi la sola possibilità di restituire potenza all’elemento democratico.
Senza sovranità “dello” Stato, non può esservi quella sovranità popolare “nello” Stato che coincide, in ultimo, con la democrazia come autodeterminazione del demos: nell’ordine della lotta di classe condotta dall’alto dall’élite globalista liquido-finanziaria, la rimozione delle sovranità “degli” Stati è sempre funzionale alla rimozione delle sovranità popolari “negli” Stati, di modo che le decisioni si spostino dai parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione post-nazionali.
Anche da ciò si evince l’inevitabile nesso tra democrazia e spazio nazionale, da una parte, e tra dittatura dell’economico e spazio cosmopolitizzato, dall’altra. La lotta di classe è, oggi, tra l’illimitata apertura finanziaria e l’autonomia nazionale come base della possibile decisione del demos.

Il Signore, che un tempo fu nazionalista, ora è cosmopolita. Il Servo, per parte sua, deve essere sovranista e internazionalista, mai nazionalista in senso regressivo o, alternativamente, cosmopolitico in chiave liberista. Il nazionalismo, in quanto individualismo capitalistico riferito alla nazione, applica il competitivismo del bellum omnium contra omnes al nesso con le altre nazioni: se potesse, le neutralizzerebbe per tutelare il proprio egoismo acquisitivo. Il cosmopolitismo, per parte sua, battaglia contro la dimensione nazionale in nome della openness e della libera circolazione deregolamentata.
L’internazionalismo socialista, infine, valorizza la dimensione nazionale, ma non nazionalista: sa bene che non si può essere internazionali senza essere nazionali, e che non si può essere democratici e socialisti senza rovesciare il nazionalismo imperialista e la sua evoluzione globalizzata, il cosmopolitismo liberista come dominio planetario di un’unica nazione (la monarchia del dollaro) e di una sola maniera di pensare, esistere, parlare e relazionarsi.
Per questo l’internazionalismo socialista, coniugando il populismo sovranista con l’internazionalismo e con la democrazia socialista, si oppone fermamente tanto al nazionalismo imperialista, quanto al cosmopolitismo mercatista. Fa valere l’idea-guida di una costellazione nazionale (e non post-nazionale, à la Habermas) di patrie solidali e comunitarie, socialiste e democratiche, rispettose della propria irriducibile alterità e, insieme, concepite come sorelle e non come competitors nell’arena della guerra di tutti contro tutti.
* Fonte: Il Fatto Quotidiano 11 luglio 2019

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