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DUGHIN E IL SECOLO DI DONALD TRUMP di OG

Riceviamo e pubblichiamo

Il 13 aprile 2021 A. Dughin ha diffuso un documento di eccezionale importanza sulla virata del liberalismo, si chiama Liberalismo 2.0 e consigliamo i lettori interessati a leggerlo con particolare attenzione.

Il filosofo russo è considerato dai globalisti “il pensatore più pericoloso del pianeta”, appartiene spiritualmente alla corrente degli Antichi Credenti ortodossi, la sua visione metafisica e filosofica è probabilmente superiore e più sottile di quella di tutti gli odierni pensatori occidentali. Dughin è quindi un capitale universale del movimento antiliberale e antagonista, va perciò trattato con molto rispetto.

In questo scritto Dughin sviluppa due concetti. Il primo è che il Trumpismo sarebbe stato l’ultima fase del liberalismo 1.0, sconfitto definitivamente, ad avviso del filosofo russo, dal liberalismo postumano o transumanista dei Sorositi/Bideniti i cui ideologi sarebbero Von Hayek e Popper, il maestro di Soros.  Alla nuova entità post-umana in arrivo — il tecno-centrico, gender-optional, post-individuale di-individuale che Dughin definisce dividuale in antitesi all’individualismo del Liberalismo 1.0 — il conservatore rivoluzionario russo oppone su scala globale la Quarta Teoria Politica, un superamento definitivo delle tre teorie politiche fondamentali del ‘900 — liberalismo fascismo comunismo — che ne sappia però inglobare i migliori aspetti. La Quarta Teoria Politica, una sintesi in divenire della destra e della sinistra non liberali, farà della lotta politica per le libertà individuali e comunitarie il senso della sua missione su scala internazionale.

Dughin considera dunque irreversibile il Grande Reset dei Rotschild/Davos/Sorositi/Bideniti. La più grande macchina da guerra globalista del capitalismo scatenatasi in tutti gli ultimi decenni contro un leader (Trump contro tutti e tutti contro Trump) avrebbe definitivamente dato i suoi frutti.

Vediamo però se Dughin ha realmente colto nel segno. Anzitutto, il Nostro trascura i rapporti geopolitici di forza; per l’affermazione globale del Grande Reset è necessario un deal concordato con Cina, India, Russia, mondo islamico e con la stessa Unione Europea, in cui sia la Francia da una parte sia Visegrad dall’altra hanno manifestato una chiara insofferenza verso il progetto di Davos.

Prescindendo dall’Unione Europa, che è un cantiere indefinito e indefinibile, questi modelli di civilizzazione sopra elencati non stanno affatto vivendo una fase liberale o globalista, ma loro specifiche fasi di civilizzazione nazionale o imperiale, comunque multilineari. Non hanno quindi alcun interesse concreto ad assecondare il progetto di Davos e dei Bideniti. Inoltre, punto realmente dolente, Dughin sembra aver completamente abbandonato la filosofia apocalittica e escatologica di scuola russa per inquadrare la realtà planetaria secondo certi e consolidati schemi di filosofia razionalistica hegeliana e occidentale con un po’ di Carl Schmitt qua e là, al punto che quello che sarà senza dubbio il più micidiale conflitto del secolo, quello tra Patrioti (Trump) e Liberalisti 2.0 (capitalismo globalista mondiale), è liquidato dal Nostro come un gioco dialettico di tesi e antitesi di cui la Quarta Teoria Politica sarà la sintesi.

Chi scrive ritiene invece che nella storia non esiste quasi mai una sintesi e che il divenire è frutto di una non logica né prescritta combinazione di scontri terribili e mediazioni interessate. Dughin finisce per liquidare il fascismo nel campo del nazionalismo storico e il comunismo nel campo della mera “lotta di classe”. E’ invece chiaro ormai che senza Sorel, con la sua apocalittica antiebraica, non avremmo avuto Mussolini e senza l’ebreo Otto Weininger non avremmo avuto Adolf Hitler; più che sul piano etnonazionale il fascismo andrebbe compreso come fenomeno di lotta metafisica contro l’ebraismo europeo. Allo stesso modo, spiega Berdjaev, il “comunismo russo” non sarebbe comprensibile senza l’antipersonalismo mondiale o il collettivismo scientifico assolutistico di un Trotsky, che anticipa anche certe motivazioni ideologiche del mondo odierno, e senza il populismo necaievista (da S.G. Necaev 1847-1882) o il nichilismo politico staliniano che si fa ordine di Stato non avremmo avuto “gli spiriti della rivoluzione russa” .

L’operazione di astratto riduzionismo del Trumpismo, inquadrato come fenomeno interno al liberalismo individualistico occidentale, grave errore di analisi che già fece Moreno Pasquinelli, inficia tutta la prospettiva del Dughin; il Trumpismo andrebbe letto invece nel senso dell’apocalittica giudaica o cristiana, come ha ben specificato Curzio Nitoglia (1) e come specificò il blog Sollevazione mesi fa, pur con errori di giudizio sulla religiosità della Flotus Melania Trump, che è cristiana ortodossa di rito serbo per quanto devota alla Madonna di Fatima, non cattolica conservatrice (2).

Non solo The Donald ha sdoganato, da rivoluzionario ben più che da liberalista, l’antiebraismo e l’antimperialismo repubblicano/populista negli Usa, identificando nella rappresentazione sociale comune l’ebraismo con il globalismo del liberalismo 2.0, della Silicon Valley, del Partito di Davos e definendo esplicitamente in almeno due casi pubblicamente il popolo Serbo come il popolo martire del ‘900 (3), ma ha addirittura invitato tramite l’ambasciatore Mcgregor i popoli europei a piantarla con la russofobia e con il complesso di colpa per la propria storia, che sarebbe artificialmente indotto dai Rotschild.

Il pregiudizio di Dughin e di Pasquinelli sul Trumpismo come individualismo occidentale deriva probabilmente dall’opposizione estremista di Trump al lockdown. Tale antagonismo a chiusure, dittatura sanitaria e coprifuoco mostra invece, secondo chi scrive, la profonda natura popolare e proletaria del Trumpismo. La base sociale di The Donald è stata non casualmente la più colpita e devastata, sia economicamente sia sul piano esistenziale, dalla sindemia postsociale élitista del partito di Davos e dei Rotschild, non vi era per il Trumpismo alternativa politica praticabile se non nella forma di un radicalismo individualista e “neo-libertario” che difendesse i diritti della proprietà e dell’individuo contro la Catastrofe sociale dei Big Tech e del Grande Reset.

Certo, Trump, il Machiavelli del XXI secolo (3), il profeta della insurrezione del mondo del lavoro e della piccola e media proprietà contro la delocalizzazione globalista e contro la tecnologia totalitaria, è caduto per ora sul piano della guerra dell’informazione, non essendosi dotato dal 2016, come avrebbe dovuto, di suoi canali informativi e mediatici. Cia, MI6, Mossad, Pentagono, FBI hanno chiaramente imposto ai big della Oscura Valle di silenziare il Presidente in carica, un fatto eccezionale ed epocale non sottolineato come meriterebbe dal Dughin. Così è stato possibile il Golpe del Liberalismo 2.0, dei Bideniti/Sorositi e del Deep State.

Ma da qui a dare il Trumpismo per fottuto ce ne passa. Lo abbiamo visto proprio con le recenti elezioni in Gran Bretagna, dove il definitivo processo di nazionalizzazione della classe operaia e della piccola e media proprietà ha frantumato ogni proposito di riscossa del progressismo globalista laburista, fautore del Grande Reset, dopo la Brexit.

La lucida profezia di The Donald, la marcia del lavoro e dei colletti blu contro i Big Tech, delle periferie contro il centro, come la autentica sfida del secolo, si è messa solo ora in marcia.

La lotta di frazione nel Deep State, integralmente antitrumpiano, in quel Deep State dei Rotschild, del Mossad, dell’MI6, di Davos e dei vari Epstein, è furiosa più che mai, nonostante il Golpe Bidenita. La separazione dei coniugi Gates è un chiaro fulmine a ciel apparentemente sereno che è in fondo l’annuncio di altre terribili scosse che a breve potrebbero arrivare. Il Trumpismo, a differenza di quanto pensa Dughin, è ai suoi primordi storici e finirà per prendere una forma che forse ora nemmeno ci possiamo immaginare.

Chi scrive ritiene perciò, a differenza di quanto pensa Dughin, che questo in cui siamo sarà il Secolo di Donald Trump. Il Secolo dell’unico POTUS della storia americana che si è messo di traverso ai Rotschild, alle plutocrazie, al Pentagono e all’MI6. Kennedy fu ucciso per molto meno.

NOTE

  • Curzio Nitoglia, I Lubavich e i Potenti del mondo, Effedieffe 2021, p. 158.
  • https://www.telegraf.rs/english/2458906-after-3-fingers-melania-amazed-serbs-again-they-asked-the-first-lady-of-usa-what-languages-does-she-speak-and-this-is-her-answer-video
  • https://balkaninsight.com/2016/11/11/serbian-radical-leader-seselj-plays-chetnik-song-dedicated-to-trump-11-10-2016/. https://www.youtube.com/watch?v=J5erWO-cbf8. Nel corso di un incontro con il Primo Ministro Serbo Vucic, secondo fonti di Belgrado, Trump disse di considerare i Cetnici di Draza Mihailovic la forma più nobile del patriottismo del ‘900 e il Kosmet la vera Gerusalemme dei cristiani. La politica trumpiana sul Kosovo fu chiaramente filo-ortodossa contro i diktat del Deep State e del Pentagono. Biden sta non a caso, già dalle sue prime mosse, radicalizzando la serbofobia e la Islamizzazione forzata dei Balcani e del Kosovo. A Belgrado si spera infatti in una controinsurrezione Trumpiana contro il Golpe Bidenita dello scorso novembre.
  • https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2018/12/07/news/machiavelli-riappare-in-america-1.34065897

 




L’ULTIMA MOSSA DI DONALD TRUMP di O.G.

Riceviamo e pubblichiamo

La tesi dell’autore è che Trump non sia solo partigiano di un “conservatorismo popolare”, che egli sia addirittura orientato a fondare un “partito operaio”. Non condividiamo questa tesi, ma è sicuro che il “trumpismo” è fenomeno singolare destinato a segnare in profondità la scena di un impero alle prese col suo tramonto.

*  *  *

Nel suo discorso del 10 aprile 2020, nel corso di una cena al Mar-a-Lago Club riservata ai donatori, Donald Trump, accompagnato dalla sua First Lady Melania, ha da una parte promesso ai repubblicani di aiutarli a vincere nelle elezioni di Midterm nel 2022, ma dall’altra si è anche scagliato contro due pezzi grossi GOP come il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell e l’ex vicepresidente Mike Pence, esponente della fazione neo-conservatrice. L’ex presidente ha in particolare accusato quest’ultimo per non essere intervenuto, dopo la colossale evidenza del caso dei brogli che avrebbero spianato la via al golpe globalista di Joe Biden e Kamala Harris,  per fermare la certificazione del Congresso e iniziare così l’impeachment di Biden.

Nel corso dell’intervento Trump ha dichiarato che esistono varie correnti e differenti linee nel Partito repubblicano americano, ma la sua frazione è quella che marcerebbe verso il futuro del secolo in quanto il conservatorismo di Trump — a differenza del neoconservatorismo globalista e dell’elitismo plutocratico dei democratici, altro non sarebbe quest’ultimo che il volto istituzionale del Deep State e del Pentagono —, non è solo “il campione della classe operaia americana ….ma di tutto il proletariato mondiale”. Il nome Donald Trump passerà quindi alla storia come manifestazione dell’operaismo americano in particolare, ma anche di quello internazionale ha dichiarato l’ex presidente americano alla folla ancora in estasi per lui. Questo perché il Partito repubblicano di Trump difende le esigenze giuridiche dei lavoratori e delle aziende contro lo sterminio plutocratico del Grande Reset e del partito di Davos, avanzante a colpi di Covid-19 e di lockdown. “Palm Beach è il nuovo centro del potere politico popolare e antiplutocratico e il presidente Trump è il miglior portavoce del Partito repubblicano storico” ha affermato Jason Miller, consigliere di Trump.

Quest’ultimo ha anche dichiarato che il suo movimento ha ormai fatto breccia tra le comunità oppresse, storicamente democratiche, come quella afroamericana e quella ispanica. Una ulteriore conferma, a giudizio dei nuovi strateghi del “patriottismo popolare antiglobalista”, che il movimento storico-politico del tycoon ben lungi dal rappresentare quelle pulsioni suprematiste che gli attribuiva la stampa liberal, è percepito dai lavoratori di qualsiasi razza o sesso come il legittimo rappresentante dei propri interessi. I democratici e i “progressisti” rappresentano il centro e l’America dell’alta borghesia, i leader del BLM non a caso, dopo l’elezione di Biden, sono stati ricompensati per il lavoro sporco svolto con le donazioni di case milionarie al centro di New York in quartieri riservati.  In tal senso Trump ha condannato di nuovo il progressista Biden, ha sostenuto che il suo fumoso piano economico, globalista e volto all’interdipendenza con la Cina a vantaggio di questa ultima, sarebbe già fallito, in quanto il leader cinese Xi Jinping ha azzerato proprio recentemente gli stimoli fiscali e la politica monetaria espansiva.

Stranamente Trump non ha citato i nuovi scandali che hanno investito Hunter Biden e i suoi noti legami con il PCC di Pechino, venuti di nuovo alla luce in questi giorni. Biden e Harris, per Trump, sono i massimi rappresentanti del Partito plutocratico di Davos e del Gran Reset e se non vi fosse stato il Covid 19 negli USA non sarebbero mai riusciti nella loro sedizione golpista. Il punto fondamentale, a detta degli strateghi del conservatorismo popolare di Trump, è che Biden, per riuscire a affermare il Grande Reset a livello globale, ha bisogno di una vera e propria guerra calda. Il Covid 19 non è stato sufficiente allo scopo, avendo in definitiva rafforzato il nazionalismo e l’esigenza dei diritti sociali e popolari su tutta la linea e dappertutto, nonostante la momentanea sconfitta del massimo rappresentante internazionale di tali diritti, ossia di Donald Trump.

Dal 2016 al 2020 il trumpismo è stato molte cose: tradizionalismo giudeo-cristiano, conservatorismo bigotto, cospirazionismo QAnon, libertarismo individualista antistatalista ma anche e soprattutto movimento popolare di massa. The Donald dal 2016 riportò, come un moderno Machiavelli, la prassi politica al centro della configurazione sociale occidentale, guidando di fatto un movimento popolare mondiale ma purtroppo senza esercito organizzato, senza armi e senza casematte. Ora Trump ha finalmente pianificato la nascita di organi social alternativi e antagonisti al WFO e alla Quarta Rivoluzione Industriale, sostenuta dai GAFAM della Silicon Valley.

La volontà di metamorfosare definitivamente l’originario e ondivago sovranismo in un movimento popolare, proletario, in un vero e proprio Workers Party che identifichi senza mezzi termini nel Partito di Davos il nemico e il regista della rivoluzione colorata globalista denominata Grande Reset vorrebbe  significare che se con il 2020 si è manifestato da un lato il peggiore, più disumano e più terribile volto delle elite globaliste e democratiche, dall’altro l’esercito popolare dei lavoratori e degli oppressi può riavviare la sua marcia storica e rivoluzionaria verso la democrazia, i diritti costituzionali e il diritto al lavoro contro la plutocrazia globalista e capitalista.




STATI UNITI E UNIONE EUROPEA CON L’ARRIVO DI BIDEN di Manolo Monereo

Riceviamo e pubblichiamo*

Ci mancherà Donald Trump? Temo di si. Per ora, il “senza Trump viviamo meglio” inizia a definire bene cosa sta succedendo. Alcuni di noi sapevano fin dall’inizio che la guerrafondaia era Hillary Clinton e che Trump era qualcos’altro. Abbiamo distinto tra gli effetti interni ed esterni di quello che sarebbe stato il suo mandato. È stata una ritirata protezionistica per definire una nuova strategia di fronte a un declino che sembrava inarrestabile e per garantire un’egemonia messa in discussione nelle sue fondamenta. Come spesso accade con i populisti di destra (il populismo è una parte costitutiva del sistema politico statunitense) le dichiarazioni sono una cosa e le politiche che vengono effettivamente attuate sono un’altra.

Come ho scritto all’epoca, sono rimasto sorpreso nelle ultime elezioni dalla forza e dalla coerenza del voto per Trump. È stato ripetuto fino alla nausea che Biden è stato il presidente più votato nella storia americana; Trump, non va dimenticato, aveva di fronte una coalizione molto potente guidata dai mass media e parte consistente dell’establishment economico-corporativo. Il presidente uscente ha fatto molto per perdere: ha minacciato troppo, ha gestito male la macchina del governo, ha maltrattato i suoi alleati e, peggio ancora, ha sottovalutato la pandemia e le sue conseguenze sociali fino alla stupidità. Anche così, c’è stato un voto particolarmente significativo, un’ampia mobilitazione militante e una proposta solidamente inserita nella società. Trump non sarà un fiore di un giorno.

La politica estera degli USA è stata chiara dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e la disintegrazione dell’URSS: impedire l’emergere di una potenza che potesse mettere in dubbio la propria egemonia. Su questo piano non ci sono differenze tra Trump e Biden; la divergenza ha a che fare con la strategia e il fattore tempo, piuttosto con l’uso del tempo. L’ex presidente non ha mai definito in modo rigoroso la sua proposta geopolitica: ha indicato nella Cina proprio il nemico esistenziale; ha chiesto un allineamento incondizionato dagli alleati; ha accelerato il riarmo e ha messo in discussione organizzazioni multilaterali che non erano più funzionali. Il suo grande errore è stata la Russia: non è stato in grado di stabilire politiche che promuovessero relazioni più equilibrate con l’Occidente e più autonome dalla Cina. L’ultima ragione ha molto a che fare con la pressione dei democratici, la posizione schiacciata su NATO/UE e il gruppo di paesi della “nuova vecchia Europa” ed anzitutto sui paesi del gruppo di Visegrad. C’è un fatto da non dimenticare, nonostante la sua brutalità, i toni autoritari e il linguaggio bellicoso, Donald Trump è l’unico presidente degli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni che non ha gettato il suo paese in una nuova guerra.

Biden è stato accolto come un salvatore, un paladino della democrazia e del multilateralismo. La parola d’ordine è “L’America è tornata”. Anche qui sarebbe opportuno non lasciarsi ingannare dalla propaganda. Si è già detto prima, la posizione del nuovo presidente è chiara: si opporrà con tutte le armi disponibili all’egemonia della Cina nell’emisfero orientale; insisto, con ogni mezzo, compresa la guerra economica, tecnologica, cibernetica e militare, più o meno ibrida o diretta. La cosiddetta “trappola” di Tucidide ritorna perché non se n’è mai andata del tutto. Graham Allison gli ha dedicato un’ottima monografia, che, guarda caso, i leader cinesi stanno studiando per chiarire se sia possibile governare l’attuale “grande transizione geopolitica” in modo che non si concluda in un puro e semplice conflitto nucleare.

La storia ritorna anche come conflitto di potere tra le grandi potenze, per l’egemonia e, in questo caso, per il mantenimento di un quadro istituzionale internazionale messo in discussione da Cina, Russia e, di conseguenza, da un gruppo di Paesi che non si sentono rappresentati da questo quadro e pretendendono cambiamenti profondi. Le relazioni internazionali e la geopolitica di questo ci parlano. Il declino di una superpotenza è sempre determinato dall’emergere di uno stato o di un insieme di stati che lo sfidano e portano a una crisi esistenziale. La dialettica amico / nemico ha qui il suo territorio più preciso e unico. Questo è il fatto più caratteristico del nostro tempo. Sarebbe bene interiorizzarlo per non cadere vittima di propaganda o manovre orchestrali che finiscono per confondere e scambiare la lotta per i diritti umani con la difesa degli interessi della grande potenza di turno.

La strategia Biden è a lungo termine, multidimensionale, di resilienza e contenimento. La cosa più determinante è che la nuova amministrazione sa che non può vincere questa guerra da sola; ha bisogno di alleati su una mappa del conflitto che deve essere ordinata, coordinata e diretta. È realismo offensivo in un senso preciso: prevenire, neutralizzare, ritardare il dispiegamento del potenziale della Cina, la sua forza economico-tecnologica, le sue capacità militari, la sua politica di alleanze e, soprattutto, esacerbare i conflitti interni fino a farli diventare crisi di governabilità. La democrazia liberale come alternativa, il libero mercato come mezzo e la promozione dei diritti umani alla maniera americana. Questo è stato scritto così tante volte e da così tanti autori diversi che è pleonastico doverlo ricordare. L’anomalia era Trump; il potere è Biden. Per dirla con il titolo di un libro di un noto falco repubblicano che finì come consigliere di Hillary Clinton: The Return of History and the End of Dreams. Ciò che Robert Kagan ha scritto quindici anni fa viene difeso dalla nuova amministrazione e ripetuto dai suoi portavoce nell’Unione europea. È solo l’inizio.

La nomina di Josep Borrell come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (una denominazione che è tutto un programma!) ha fortemente stimolato l’uso di concetti e lo sviluppo di politiche che mirano a mostrare che la UE si sta muovendo verso un tipo di organizzazione molto simile a uno Stato. Ecco quindi concetti come: sovranità (economica, commerciale, tecnologica, militare), autonomia strategica, pilastro europeo di sicurezza e difesa come priorità, sviluppo delle proprie capacità politico-militari. Tutto questo nel quadro della definizione di nuovi strumenti e nuove politiche che rafforzano i budget militari, accelerazione e applicazione di nuove tecnologie all’industria della difesa e della sicurezza. Il fatto che non vi sia dibattito pubblico in tempi di pandemia e crisi economico-sociale la dice lunga sulla misura in cui le questioni europee sono fuori dallo spazio pubblico e, sarebbe bene tenerne conto, il grande consenso che attira tra le classi dirigenti, compreso il governo di Pedro Sanchez. Una parte della manna dei fondi di mana europei andrà proprio in questa direzione.

Borrell non si stanca mai di dire che la “autonomia strategica europea” non implica una rottura con il legame transatlantico, ovvero con la NATO. Inoltre, ribadisce che maggiore è l’autonomia, maggiore è l’unità strategica con gli Stati Uniti e quindi una struttura militare comune. La domanda è pertinente: cosa significa la cosiddetta autonomia? Rinegoziare il ruolo di partner; essere presi in considerazione e guadagnare in questo quadro autonomia strategica. C’è un fatto che non dovrebbe essere ignorato; le critiche a Trump avevano a che fare con il suo allontanamento dalla NATO, con il disprezzo per gli alleati e con la convinzione che, quando fosse arrivato il momento critico, non sarebbe stato un alleato fedele, cioè che non avrebbe applicato l’articolo 5 del Trattato. Il Marocco così vicino e così lontano.

Dov’è il problema principale della geopolitica dell’Unione europea? Non definirsi sulla grande questione strategica dei prossimi decenni: accetti o no di andare in un mondo multipolare? Vuoi essere protagonista di questo passaggio decisivo come soggetto autonomo? Le due questioni sono una sola: prendere una decisione politica fondamentale in un mondo in rapida evoluzione. Ma qui non è ammesso fare confusione. Difendere il multilateralismo non è la stessa cosa che scommettere su un mondo multipolare. Sono concetti chiaramente differenziati. Il multilateralismo è un modo per organizzare l’egemonia da parte del potere dominante, un modo per ordinare le relazioni internazionali, rendendole prevedibili e riducendo la complicità di un mondo dominato dall’anarchia. La multipolarità è un processo di (ri) distribuzione del potere tra grandi potenze che implica un riordino gerarchico tra di loro. In altre parole, conflitti di base, guerre ad alta e bassa intensità, fratture politico-culturali. Il potere come bene sempre più scarso e in permanente disputa.

La linea di demarcazione è molto precisa: gli Stati Uniti si oppongono radicalmente a un mondo multipolare. La grande transizione geopolitica che stiamo vivendo romperà con le regole del gioco, la correlazione di forze e l’egemonia su cui ha basato il suo dominio. La vera autonomia dell’Unione europea sarebbe quella di collaborare attivamente a questa grande transizione con l’obiettivo di garantire un nuovo ordine, più giusto, democratico e pacifico. Ciò implicherebbe disconnettersi dalla NATO, definire nuove alleanze e regole appropriate per un’architettura mondiale senza precedenti. Temo che non sarà così.

*Traduzione a cura della redazione

** Fonte: QUARTO PODER




LA PRESA DI CAPITOL HILL di Carlo Formenti

L’America non è questo. No, l’America è proprio questo

Ascoltato in un talk show su La 7 dedicato all’assalto a Capitol Hill: l’ineffabile Veltroni rilancia il detto (del cui copyright non ricordo in questo momento il detentore) secondo cui l’assalto al Parlamento di Washington starebbe al populismo come la caduta del Muro di Berlino sta al comunismo, nel senso che entrambi gli eventi segnerebbero il culmine di una parabola, inaugurandone al tempo stesso l’inevitabile curva discendente. Dopo l’articolo di Aldo Cazzullo, che qualche giorno fa si è avventurato a celebrare l’inizio di una fase di “normalizzazione”, questo è un secondo esempio degli sforzi con cui le élite occidentali si impegnano a sostituire le loro speranze alla realtà.

Che il primo populismo (sia nelle varianti di destra che in quelle di sinistra) stesse esaurendo la sua spinta propulsiva era chiaro a chiunque dotato di un minimo di capacità analitica. A sinistra, movimenti come Podemos, France Insoumise, l’M5S (benché in quest’ultimo caso sinistra suoni come una parola grossa) e le ali di sinistra del Labour inglese e dei Dem americani, si sono lasciati irretire dalle sirene liberali, accogliendone l’invito a fare fronte comune contro il pericolo “fascista” (scambiare i populismi di destra con il fascismo storico è stato possibile perché la cultura delle sinistre è succube del pensiero di autori come Foucault, Deleuze e Guattari, i quali hanno de storicizzato il fascismo, derubricandolo a categoria psico-antropologica), perdendo autonomia e capacità egemonica. A destra, i trumpismi di ogni tipo hanno a loro volta esaurito la propria funzione di falsa alternativa alle politiche neoliberiste dopo essere andate al governo, dove hanno dimostrato la loro incapacità di fare meglio (e facendo se possibile peggio) delle élite tradizionali, e perdendo così l’effimera egemonia che si erano conquistate grazie all’inettitudine delle sinistre.

Questo vuol dire che le contraddizioni che hanno generato il primo populismo sono superate o in via di superamento? Assolutamente no. La crisi pandemica, che si è sovrapposta ai postumi della crisi del 2008, sta generando condizioni ancora più drammatiche per le classi subalterne del mondo intero (escluse quelle della Cina, che ha agevolmente assorbito l’impatto dell’epidemia, e quelle di altri Paesi non occidentali, che ne sono stati meno colpiti): la miseria e i livelli di ineguaglianza aumentano a ritmi vertiginosi, assieme alla rabbia per il disastro dei sistemi sanitari e scolastici e , in generale, di tutti i servizi pubblici, falcidiati da decenni di tagli e privatizzazioni. Le élite tradizionali di centro, destra e sinistra possono (e soprattutto vogliono) offrire soluzioni radicali a queste sfide? La risposta è ancora: assolutamente no. Non possono perché la crisi ha eroso drammaticamente i loro margini di manovra in materia di politica economica. Non vogliono perché, per riuscirci, dovrebbero compiere scelte (nazionalizzazioni, colossali investimenti pubblici in deficit, politiche espansive sul piano salariale e occupazionale, ecc.) tali da mettere in discussione tutti i vantaggi accumulati in decenni di “guerra di classe dall’alto”. Quindi, nella misura in cui ritengono di non correre più il pericolo di perdere il controllo, si limiteranno a tornare a gestire l’esistente: business as usual.

Purtroppo per loro (e per noi) questa fiducia è illusoria. L’assalto al tempio della “democrazia” Usa è solo l’ultimo di una serie di eventi (basti pensare all’assedio dei gilet gialli alla capitale francese, interrotto solo dalla crisi pandemica, o alle guerre commerciali e diplomatiche che segnalano il ritorno della guerra di tutti contro tutti che caratterizza le nuove relazioni fra grandi e medie potenze) che certificano come la crisi del sistema capitalistico fondato su globalizzazione, finanziarizzazione ed economia del debito stia ormai investendo anche le stesse istituzioni liberal democratiche, palesemente incapaci di ottenere l’indispensabile consenso e legittimazione popolari. Gramsci avrebbe detto che siamo in una situazione in cui le élite dominanti, non più in grado di esercitare egemonia, devono accontentarsi di esercitare il dominio. In passato ciò ha voluto dire ricorrere al fascismo. Oggi è stato il populismo di destra a svolgere la funzione di deterrente e ruota di scorta, ma il suo fallimento riduce ulteriormente i margini di manovra delle élite (costrette a reggersi quasi esclusivamente sui servigi delle “sinistre” convertite al liberalismo). E Lenin avrebbe detto che siamo in una situazione “oggettivamente” rivoluzionaria, aggiungendo tuttavia che mancano soggetti politici capaci di trarne profitto (per questo poco sopra scrivevo purtroppo anche per noi e non solo per loro, perché queste sono situazioni in cui l’assenza di vie di uscita può generare catastrofi).

Ma torniamo ai fatti di Washington. Parto da due aspetti che l’amico Andrea Zhok ha messo in luce in altrettanti post sul suo profilo Facebook: 1) la violenza quale fattore strutturale della politica americana; 2) il cieco atteggiamento delle élite democratiche benpensanti di fronte al popolo sporco, brutto e cattivo. La “novità” dell’invasione di Capitol Hill è puramente mediatico-spettacolare perché di simili eventi è punteggiata l’intera storia americana. Una storia che si potrebbe descrivere come una lunga, ininterrotta guerra civile che, per motivi antropologico-culturali  e storico-geografici (la giovane età in quanto nazione, le dimensioni subcontinentali, la disponibilità illimitata di terra e risorse strappate ai nativi nella fase iniziale, la popolazione cresciuta per successive ondate migratorie da tutti gli altri continenti e appesantita dall’onta dello schiavismo e del successivo apartheid, ecc.) non ha assunto la forma della lotta di classe come in Europa, bensì quella di una selvaggia guerra per bande (fra mafie etniche, fra boss locali e nazionali, fra lobby industriali e finanziarie, fra categorie professionali, fra corpi di polizia statali e federali, ecc.). Il film Gang of New York di Scorsese è forse il quadro più fedele di come funziona una “democrazia” che, quando il conflitto supera certe soglie, non esita a ricorrere all’assassinio politico (dai fratelli Kennedy a Malcolm X).

Quanto al secondo punto mi limito a citare quanto scrive Zhok perché non saprei dire meglio:

«Che di volta in volta l’elezione di qualche bruto sgrammaticato non rappresenti una soluzione, e finisca nel fango, non costituisce proprio nessuna consolazione (salvo che per i quaquaraquà dell’informazione di regime). Perché i bruti sgrammaticati e le plebi senza speranza, le famiglie disfunzionali e i patetici terrapiattisti, i seguaci di sette improbabili e di milizie terroristiche tutti questi sono coltivati accuratamente da quel sistema che sorride impomatato a sessantaquattro denti da programmi politicamente corretti, dal sistema che mette in piedi riti elettorali dove si sceglie tra i soliti inutili noti, dal sistema che esiste solo per autoperpetuare il potere del denaro e dei suoi cultori. Se il “popolo fa schifo”, cari i miei “democratici”, questo non è una ragione per compiacersi della propria benpensante superiorità, ma è il segno di un fallimento epocale, il vostro».

Aggiungo solo che è illusorio pensare che la sconfitta di Trump e il “ritorno all’ordine” dopo questa effervescenza preludano a una svolta radicale nelle politiche del regime. Non concedendo nulla alla sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez, Biden ha già fatto capire che non intende mettere in questione le politiche economiche che favoriscono il grande capitale finanziario, né pensa di concedere alcunché in termini di riforma sanitaria, accesso gratuito ai livelli di istruzione superiore, ecc. Continuerà certo a parlare il gergo politically correct per grattare la pancia a femministe e Lgbt, quanto ai neri: tutti hanno giustamente osservato che, se a manifestare fossero stati i militanti di Black Lives Matter, la polizia avrebbe ucciso decine di persone, mentre tutti abbiamo visto i poliziotti compiacenti che toglievano le transenne per agevolare l’accesso al palazzo agli esagitati trumpiani. Ma credete che le cose cambieranno, che le decine di migliaia di poliziotti razzisti e di estrema destra che formano le “forze dell’ordine” americane saranno licenziati o indotti a smettere di uccidere i neri?

E allora? Il nodo centrale resta (non solo per gli Stati Uniti ma per l’intero Occidente) quello della rappresentanza. La democrazia liberale fallisce perché non è più in grado di garantire rappresentanza politica agli interessi e ai bisogni della sterminata massa di perdenti, esclusi ed emarginati, proletari, sottoproletari, disoccupati e sotto occupati, indebitati, immiseriti, generati da quarant’anni di regime neoliberista e ai quali la pandemia sta dando il colpo di grazia. Non è quindi improbabile che morto un Trump se ne faccia un altro, che il suo popolo cerchi e trovi rappresentanza in qualche tipo di scissione di un Partito Repubblicano in ginocchio.

E la sinistra, o quel che ne resta? Se resterà impigliata nell’alleanza con i liberali “progressisti” in posizione subalterna, non ha futuro. Già ha visto fallire lo sforzo di Sanders (come dei vari Iglesias, Corbyn e Mélenchon) di costruire un blocco sociale che rinsaldasse le masse proletarizzate ai ceti medi riflessivi (e hanno fallito perché, con l’alleanza di cui sopra, hanno perso presa sulle masse proletarizzate restando con i soli ceti medi “riflessivi”).

L’unica via di uscita sarebbe rompere con i Dem e fondare un nuovo partito (sarebbe bello assistere a una competizione elettorale a quattro che sconvolgerebbe il dispositivo bipartitico made in Usa – che non a caso piace anche ai liberali nostrani – studiato su misura per negare rappresentanza politica agli ultimi) con l’obiettivo di contendere  alla destra l’egemonia sulle spinte sociali antisistema. Se non avrà il coraggio di farlo, non solo non riuscirà a cambiare le cose, ma rischia di fare la stessa fine della II Internazionale che fu complice della I Guerra Mondiale. Già perché, se la guerra civile permanente in America dovesse inasprirsi ulteriormente, l’unica via di uscita sarebbe puntare il dito (e il fucile) su un nemico esterno (del resto sta già facendo da tempo, orchestrando una violenta campagna anticinese che Biden pare deciso a condurre ancora più decisamente di Trump). E le “sinistre” occidentali non sembrano lontane dall’aderire a questo richiamo alle armi, come denuncia un preoccupato articolo del Qiao Collective.

Chiudo segnalando, in tema di venti di guerra, un boxino non firmato del Corriere dell’8 gennaio, dedicato alle reazioni internazionali. Già il titolo dice tutto: “La condanna di Merkel e il silenzio del nemico Xi”, ma nel testo troviamo di peggio: «Il suo (di Xi Jinping) ministro degli esteri osa parlare di doppio standard della comunità internazionale che sostiene i  manifestanti di Hong Kong». Qui a osare è piuttosto l’anonimo redattore che ha partorito questa buffonata, ove si consideri che l’intera informazione occidentale sulla Cina è vergognosamente ispirata al principio del doppio standard: da ex docente di sociologia della comunicazione mi piacerebbe condurre una piccola ricerca confrontando gli spazi che vengono dedicati alle “malefatte” del regime di Pechino (o dei regimi venezuelano, cubano, nordcoreano, ecc.) con quelli riservati alle magagne dei regimi liberal democratici.

SULLO STESSO ARGOMENTO: L’americanata di Sandokan




L’AMERICANATA di Sandokan

Capitol Hill è la sede del Governo degli Stati Uniti che ospita l’edificio con cupola del Campidoglio, il Senato, la Camera dei rappresentanti e la Corte Suprema.

L’assalto, com’è noto, era strombazzato da almeno un mese da quella corte dei miracoli che è il variopinto mondo degli ultrà trumpiani.

La domanda che ci si dovrebbe porre a me pare la seguente: com’è possibile che la folla inferocita sia riuscita a penetrare all’interno? Ovvero: non sarà che il “deep state” ha lasciato che l’assalto al suo vero e proprio sacro tempio si compisse, così da togliersi finalmente di mezzo (come puntualmente accaduto) The Donald?

Che l’arrembaggio abbia fornito il destro a Biden, che si sia quindi concluso con una débȃcle di Trump, non c’è infatti alcun dubbio.

C’è invece gente in Italia che discetta sulle ….”infiltrazioni degli antifà”, che sarebbero stati loro a prendere la testa dell’attacco a Capitol Hill. E per avvalorare questa cazzata sesquipedale hanno scambiato Jake Angeli, uno dei capifila dei rivoltosi e suprematista assatanato (che più che uno sciamano sembra la maschera del trapper Blek Macigno, protagonista di un noto fumetto italiano), per capobastone degli infiltrati antifà.

Sorvoliamo, per carità di patria, su queste ciucche che spingono il complottismo oltre la soglia del ridicolo.

Andrà invece fatto un ragionamento non solo sul perché Trump abbia sobillato la folla per poi tirarsi indietro. Si dovrà capire se, come sostengono compiaciuti i pennivendoli pro-Biden, questo evento sorprendente sia, come affermano “il canto del cigno del trumpismo”, o se, invece, esso è destinato ad approfondire la ferita che ha lacerato la società americana.

Io pendo, nonostante la scomposta sceneggiata, per la seconda ipotesi. Gli USA sono definitivamente entrati in un periodo di sconquassi, conoscono anzi una vera e propria crisi esistenziale d’identità. Insomma, con o senza Trump, il trumpismo sarà un protagonista della scena sociale e politica americana.

Intanto, consiglio ai complottisti de noantri, di aprire gli occhi e di chiedersi quale sia il giudizio di Dio, ovvero dei “mercati”. Se lo facessero scoprirebbero che esultano, ritenendo l’assalto a Capitol Hill una salvifica americanata.

Questi i titoli a caratteri cubitali de IL SOLE 24 ORE di questa mattina: «BORSE: L’EUROPA SCATTA SULLA SCIA DI WALL STREET. MILANO VOLA. PERCHE’ WALL STREET SUI MASSIMI STORICI IGNORA IL TERREMOTO POLITICO USA».




JOE BIDEN: IL NULLA AL POTERE di Umberto Bianchi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’intero planisfero occidentale sembra essersi riunito in una squallida e deprimente esibizione coreutica, una specie di disgustoso “peana”, a favore della (presunta sic!) elezione di Joe Biden al soglio della Presidenza Usa. Tutti assieme si tira un respiro di sollievo… Il tanto vituperato e cattivo Trump è stato ricacciato nei meandri della storia.

Già, quel Trump che aveva osato mettere in discussione la Globalizzazione, iniziando ad imporre dazi alla Cina ed a rilanciare quelle industrie americane, piegate da anni ed anni di sfrenata concorrenza cinese a base di manodopera a costo quasi zero. Senza dimenticare che “lui” si era permesso di criticare il presidente della Federal Reserve allorchè questi, anni fa, in vista di una ripresa dell’economia americana, aveva prospettato un aumento del costo del denaro che, tanto avrebbe fatto gola ai locali circoli finanziari e invece…niente! Non solo. Un consistente taglio delle imposte, aveva fatto da volano ad una spettacolare ripresa dell’economia Usa, gravata dai catastrofici effetti della crisi finanziaria globale del 2008.

Certo, sempre presidente della potenza-simbolo dell’imperialismo globalista per eccellenza, Trump è stato: la sua politica estera, altri non ha fatto che ricalcare in senso peggiorativo, i peggiori “clichè” della politica americana. Dall’omicidio Suleymani, ai rapporti con la Corea del Nord, passando per il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme ed al rapporto conflittuale con la Federazione Russa, sino all’uscita dagli accordi sul clima di Parigi, quella di Trump, è stata una politica estera improntata ad un isolazionismo, troppo spesso, aggressivo ed ottuso, che sembra aver fatto da perfetto contrappeso, ai già citati successi in politica interna.

Un atteggiamento, quello tenuto da Trump che, a causa del suo diretto rapporto con il popolo americano, accompagnato da una profonda avversità per le locali “elites”, animate da una visione geopolitica e geoeconomica “globalista”, si può definire, con un termine oggi molto in voga,  “populista”. Un populismo animato da una personalità, nel bene o nel male, ridondante, estroversa, tutta in contrasto con l’immagine del suo presunto successore, l’eterno “vice” Joe Biden, tutto immedesimato nel suo ruolo di slavato portabandiera di una controriforma globalista, all’insegna di slogan e parole d’ordine oramai impregnate di una stantia muffa ideologica, dietro le quali si cela, invece, ben altra realtà.




SINISTRATI AL BIDEN di Leonardo Mazzei

Leggere per credere:

«L’11 novembre 2020 Joe Biden è diventato Presidente eletto con il più alto numero di voti nella storia degli Stati Uniti. E’ una notizia che tutti volevamo sentire…».

Chi è l’autore di cotanto trionfalismo? Chi sono tutti quelli che quell’annuncio «volevano sentire»? Avrete già capito dal titolo che il pomposo scribacchino non è un piddiota, bensì un suo parente sinistrato. A parlare è infatti Heinz Bierbaum, presidente del Partito della Sinistra Europea. Il quale così prosegue:

«Inviamo i nostri auguri a tutte le forze che hanno lavorato per porre fine all’era dell’amministrazione Trump: dai Socialisti Democratici d’America (DSA) al movimento Black Lives Matter, dai sindacati agli ambientalisti, agli attivisti multirazziali e di partito, agli uomini e alle donne che hanno lavorato per assicurare l’alta affluenza e per porre fine a questa esperienza politica che si è dimostrata essere sfrontatamente fascista».

«Fascista», ecco la paroletta magica che tutto spiega e giustifica. Che esime da ogni analisi, da ogni sforzo di comprensione. Che giustifica le peggiori ammucchiate. Pure quelle per Biden.

In maniera sinceramente commovente il povero Bierbaum vorrebbe passare all’incasso:

«Oggi c’è un debito che è stato aperto e che dovrà essere onorato: l’instancabile sostegno di queste forze progressiste alla campagna elettorale democratica, che hanno votato per Biden nonostante non fosse il loro candidato».

Non era il loro candidato, ma lo hanno votato sostenendolo addirittura in maniera “instancabile”. Ed ora vorrebbero qualcosa in cambio. Un comprensibile quanto improbabile sogno. Sapendo di averla sparata grossa, l’ex sindacalista dell’Ig Metall riconosce che:

«Joe Biden è senza dubbio un liberale, profondamente radicato nel sistema neo-liberale, sostenuto dal grande capitale e da Wall Street».

Una scoperta sensazionale, non c’è niente da dire! E, tuttavia, il voto per questo uomo dell’oligarchia sarebbe giustificato dal fatto che egli «si è impegnato a rispettare le istituzioni democratiche e la costituzione degli Stati Uniti, entrambe gravemente minacciate dal suo predecessore». Auguri!

C’è poco da fare. La forza dell’opportunismo sta nel fatto che non mancheranno mai le motivazioni per praticarlo. E questa è una costante storica, non una novità dell’oggi.

A voler prendere sul serio Bierbaum ci sarebbe da trasecolare:

«I metodi e le politiche attuate da persone come l’ex Presidente degli Stati Uniti hanno danneggiato la vita dei cittadini, la vita dei lavoratori e la democrazia. Hanno avvelenato la politica».

Comprensibile la critica a Trump, ma che forse i presidenti che lo hanno preceduto stavano dalla parte dei lavoratori e della democrazia? Ma per favore!

Il presidente del PSE vorrebbe così accreditare uno spostamento del voto operaio verso Biden:

«I Democratici hanno riconquistato tre Stati chiave (Wisconsin, Michigan e Pennsylvania) a tradizione industriale e operaia, conquistati da Trump quattro anni fa».

Sì, li hanno “riconquistati”. Ma per un pelo e, probabilmente, con una serie di brogli. Sta di fatto che sono questi gli Stati dove si dovrebbe andare al riconteggio dei voti. Non è quantomeno azzardato costruire teorie e cantare vittoria in questo modo? Biden è il candidato che ha avuto più voti nell’intera storia delle presidenziali americane, ma un certo Donald Trump è il secondo. La società americana è spaccata in due, ed il grosso della classe operaia ha votato Trump. Si dirà che ciò è vero solo per i lavoratori bianchi. Ma che forse costoro sono tutti diventati razzisti e/o deficienti?

La verità è che tutto l’establishment ha sostenuto e foraggiato Biden. Che è stato votato dal potere economico al gran completo, da Big Tech a Wall Street. Un blocco che ha incluso praticamente il 100% dei media mainstream. E che nonostante tutto ciò ha ottenuto il consenso di solo un americano su due.

Come spiegare tutto questo senza vedere la profonda spaccatura sociale, tra garantiti e non garantiti, frutto del neoliberismo e della globalizzazione? Come non vedere che questo uragano sta arrivando anche in Europa?

Tanto dovremo lavorare affinché non si produca anche qui una dicotomia alla Biden versus Trump. Ma per farlo bisognerà avere chiaro quel che rappresentano i Biden delle due rive dell’Atlantico: un’oligarchia schifosa e prepotente, quella che domina veramente il mondo. E’ questo il nemico principale dei lavoratori e dei popoli, il pericolo più grave per la democrazia, la libertà e la pace.

Purtroppo questa oligarchia, in quanto “politicamente corretta” e priva di pittoreschi ciuffi dorati, viene invece considerata se non proprio amica, quantomeno il “male minore” da parte di una sinistra che se è sinistrata una ragione ci sarà. Qui ci siamo occupati del signor Bierbaum, ma egli non è certo un’eccezione nel panorama di questa “sinistra”. La cosa non stupisce. E giunti dove siamo giunti sinceramente neppure ci addolora.

Semplicemente ci correva l’obbligo di segnalare questo ulteriore passaggio verso il nulla. In questa traiettoria la “sinistra al Biden” un significato ce l’ha.

Fonte: Liberiamo l’Italia




STATI UNITI: E ADESSO? di Robert Garner*

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa corrispondenza dagli Stati Uniti.

Cari amici,

mentre scrivo sembra ormai certa la vittoria di J. Biden. Tuttavia Trump esce fortissimo da questa tesissima prova elettorale. Ha ottenuto 68 milioni di voti, 5 milioni in più che nel 2016. Ha perso, ma col 48% del cosiddetto “voto popolare”.

Cosa accadrà adesso?

Trump potrebbe dar fuoco alle polveri, ma non lo farà. Egli è pur sempre un miliardario, un pezzo da novanta dell’élite oligarchica americana, per quando incendiario deve fare i conti con l’establishment repubblicano, che non lo seguirebbe se egli decidesse si scatenare l’inferno, ovvero mobilitare i suoi sostenitori per vie illegali [extra-parlamentari, NdT]. C’è una differenza enorme dal fare l’incendiario a parole e/o coi tweet ed esserlo effettivamente. Quel che certamente farà, sfruttando gli ultimi tre mesi in cui manterrà il controllo della Casa Bianca, da qui fino a gennaio, è usare la sua postazione per mettere i bastoni fra le ruote alla macchina istituzionale che dovrà assicurare il passaggio di consegne a J. Biden. Di sicuro saranno tre mesi di tensioni istituzionali e sociali. Ma Trump non si spingerà fino a scatenare i suoi sostenitori, tantomeno quelli organizzati in milizie armate e pronti a mobilitarsi in suo nome.

Nel giugno scorso, mentre molte città del Paese erano in fiamme, scrivevo:

«Azzardo un pronostico: chiunque sia il vincitore della presidenziali, Biden o Trump, dopo le elezioni l’incendio potrebbe diventare generale per cui, dalla bassa intensità , ci si incamminerà verso una guerra civile dispiegata».

Penserete che io mi contraddica. Non è così.

Che Trump e la sua ristretta cerchia di colonnelli non vogliano davvero oltrepassare la linea oltre la quale si rischia una guerra civile dispiegata, non vuol dire che questa linea non verrà superata.

“The devil makes the posts but not the lids” [Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, NdT].

La società americana era ed è sempre seduta sopra un vulcano. La vittoria di J. Biden non cambia nulla, non risolve nulla. Il vulcano prima o poi è destinato ad esplodere a causa della miscela esplosiva rappresentata dalla generale crisi economica e sociale (approfonditasi con la recessione causata dalla pandemia), dall’aumento massiccio delle aree di esclusione sociale (non dimenticate che qui da noi non c’è un vero sistema di welfare), dalle rinascenti tensioni razziali, dalle profonde divisioni comunitarie nelle grandi metropoli, dall’esistenza di zone di illegalità da tempo fuori controllo.

Trump userà i tre mesi che restano per causare il maggior numero di danni possibili ai suoi avversari e complicare l’inevitabile avvicendamento, cercando di evitare che i suoi sostenitori, soprattutto quelli che fremono per menare le mani, sfuggano al suo proprio controllo.

E qui sta, secondo me, la questione. Ci riuscirà Trump ad addomesticare le sue truppe imbestialite? Vedremo.

Per adesso queste truppe, che erano certe della vittoria elettorale del loro condottiero, sembrano spaesate, spiazzate dalla sconfitta. Ma non ci metteranno molto ad elaborare il lutto. Non solo questo gigante si è messo in moto, esso è destinato a conoscere un processo di metamorfosi. Il composito movimento trumpiano (che va da settori religiosi tradizionalisti a correnti anarco-liberiste, da pezzi dell’oligarchia repubblicana passando per agguerriti gruppi di suprematisti neonazisti) è destinato a transitare su posizioni vieppiù radicali ed estremistiche.

Non penso saranno i gruppuscoli neo-nazi e/ fascisti a guadagnare l’egemonia, penso che verrà componendosi un nuovo ectoplasma ideologico, un mix di sordido anarco-lberismo e tradizionalismo messianico di matrice cristiano-sionista. Dall’altra parte pure la galassia sociale e politica che ha spinto J. Biden è più disomogenea che mai.

Alle spalle del processo elettorale e all’ombra dei democratici è sorto e va consolidandosi un microcosmo di associazioni radicali che i sanderiani in confronto sembrano “pencil necks” [mammolette NdT]. Quel che vale nel campo trumpiano è insomma vero anche sul fronte opposto: si assiste ad una crescita del radicalismo politico e sociale.

Contrariamente alle accuse di Trump non si tratta solo di “Antifà”, né di correnti dell’estrema sinistra anarchica o comunista, sempre state marginali. E’ da tempo in atto negli Stati Uniti un processo di rinascita di un pensiero che a vario titolo possiamo definire “sovversivo”, che ha trovato nelle mobilitazioni antirazziste “black lives matter” [le vite dei neri contano, NdT] un momentaneo momento di coagulazione e attivazione. Il fatto che questi fermenti sino ad ora abbiano agito come truppe di complemento dell’elefante democratico non deve trarre in inganno.

Se dovessi esprimere un pronostico su quali sembianze potrà assumere questo risveglio dell’antagonismo, direi che esso sarà molto più anarcoide che marxista. Vedremo. Nel frattempo, data l’imminente certificazione della sconfitta, Trump riprenderà il pallino in mano. Vedremo fino a che punto vorrà spingersi nella sua promessa di guerriglia istituzionale. Secondo diversi analisti, se non riuscisse ad annullare per frode il risultato elettorale, punterà a calmare le acque pensando di ricandidarsi nel 2024.

* traduzione a cura della Redazione




STATI UNITI: DISUGUAGLIANZE SOCIALI ED ELEZIONI di Jaehee Choi e James Galbraith

Le relazioni tra crescita della disuguaglianza economica e risultati del voto nelle elezioni presidenziali sono analizzate in un nuovo studio a livello dei singoli stati degli Usa negli ultimi vent’anni. Cattive notizie in arrivo per i democratici.

Le relazioni tra crescita della disuguaglianza economica e risultati del voto nelle elezioni presidenziali sono analizzate in un nuovo studio a livello dei singoli stati degli Usa negli ultimi vent’anni. Cattive notizie in arrivo per i democratici.

La crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti è strettamente legata all’elevata concentrazione della proprietà del capitale, in particolare patrimoni immobiliari e azioni delle imprese, e all’aumento del prezzo di tali attività negli ultimi decenni. Questi fenomeni a loro volta sono strettamente legati alla trasformazione strutturale dell’economia Usa negli ultimi cinquant’anni, in particolare il declino dell’industria manifatturiera con lavoratori sindacalizzati nel Midwest, l’ascesa della finanza sulla costa orientale del paese e delle attività ad alta tecnologia – soprattutto i settori legati alle tecnologie dell’informazione e all’aerospaziale – sulla costa occidentale.

A livello nazionale, questo processo ha avuto due effetti principali sulla vita politica americana. Uno è l’ascesa degli oligarchi e dei loro sostenitori, in particolare nel Partito Democratico, inizialmente nell’era di Clinton, al punto che oggi i miliardari contestano apertamente la nomina del partito alla Presidenza. Gli oligarchi hanno dominato a lungo il Partito Repubblicano, e così la politica americana è diventata in larga misura una contesa tra miliardari di diverso tipo, con la mediazione di altri miliardari che controllano i principali media, sia tradizionali che social. Ciò è ovvio per qualsiasi osservatore.

Molto meno ovvio è stato l’effetto delle nuove disuguaglianze americane sull’esito delle elezioni presidenziali. Il peculiare contesto istituzionale di quelle elezioni è che sono indirette, condotte attraverso un Collegio elettorale – il sistema di delegati che vota per il Presidente del paese – suddiviso approssimativamente in base alla popolazione ed eletto Stato per Stato, per lo più con un sistema maggioritario: chi prende più voti, ottiene tutti i delegati dello Stato. Se da un lato la crescente disuguaglianza a livello nazionale non ha avuto un chiaro effetto sul voto popolare ai due principali partiti, abbiamo dimostrato in un nuovo studio  che nelle elezioni più combattute a partire dal 1992, le crescenti disuguaglianze all’interno degli Stati americani sono state un fattore decisivo nel determinare i risultati Stato per Stato, l’esito nel Collegio elettorale, e quindi la presidenza.

La logica di questa dinamica è nella base economica dei due grandi partiti americani. Un tempo i democratici erano un’alleanza multirazziale di lavoratori del Nord e bianchi del Sud nell’era del razzismo istituzionalizzato. Sono diventati poi una coalizione di abitanti benestanti delle città, per lo più professionisti e impiegati, e minoranze a basso reddito, sia nere che ispaniche. Il partito quindi in linea di massima prevale nelle due estremità della distribuzione del reddito, la più alta e la più bassa. I repubblicani, anche se sempre dominati dai ‘super-ricchi’ del paese, hanno ora la loro base elettorale nelle aree suburbane, nelle città minori e nelle aree rurali, in gran parte bianche e, in generale, con una posizione centrale nella distribuzione del reddito.

Il nostro approccio a quest’analisi si basa sulle tecniche sviluppate per misurare la disuguaglianza all’interno dei paesi, utilizzando dati settoriali su salari e occupazione, e applicati per oltre vent’anni nell’Inequality Project dell’Università del Texas. L’adattamento di queste tecniche ai dati sugli Stati Uniti ci ha permesso di sviluppare buone stime sul cambiamento della disuguaglianza all’interno degli Stati federali su base annua dal 1969 fino al 2014 e successivamente. Precedentemente, le misure della disuguaglianza all’interno degli Stati erano disponibili solo per gli anni prima del 2000 su base decennale, poiché molti Stati sono troppo piccoli per consentire al tradizionale Current Population Survey di fornire stime affidabili della disuguaglianza. Siamo stati così in grado di valutare la relazione tra le mutevoli disuguaglianze economiche dopo il 1969 in ciascuno Stato e i risultati del relativo Collegio Elettorale per tutte le elezioni di questo secolo, in particolare 2000, 2004, 2012 e 2016.

Fino agli anni ’80, la disuguaglianza all’interno degli Stati americani era generalmente maggiore nel profondo Sud, e rifletteva il divario razziale, il sottosviluppo economico e l’eredità della schiavitù nelle piantagioni. Negli anni più recenti, il luogo della crescita maggiore delle disparità si è spostato a Nord e a Ovest. La California, un esempio importante, un tempo era principalmente bianca e suburbana, e sosteneva in modo stabile i repubblicani, da Nixon a Reagan. Oggi è una scacchiera di ricchezza tecnologica, ispano-americani e immigrati a basso reddito, tutti solidamente democratici.

Le nostre misure annuali sulla disuguaglianza in ogni Stato americano mostrano che i maggiori aumenti dal 1989 al 2014 si sono verificati in California, New York, Connecticut, New Jersey, Maryland, Nevada, Rhode Island, Massachusetts, Hawaii, New Hampshire, Washington, Illinois e nel distretto della Columbia. Tutti questi Stati hanno votato per Hillary Clinton nel 2016. E dei venti Stati con il minor aumento della disuguaglianza, tutti tranne due (New Mexico e Minnesota) hanno votato per Donald Trump, mentre nel caso del Minnesota il margine per Hillary Clinton è stato di un mero 1,2%.

Questa chiara relazione può far prevedere gli sviluppi in corso nella politica americana. Gli Stati dell’Upper Midwest, decisivi per l’elezione di Trump nel 2016 – Michigan, Pennsylvania e Wisconsin – si stanno allontanando dalla loro tradizionale fedeltà democratica, man mano che le loro città decadono, la loro popolazione lavoratrice declina, le minoranze invecchiano. Nel 2016 l’esito in questi Stati è stato molto combattuto e nel 2020 potrebbero essere vinti dai Democratici con un piccolo cambiamento nell’opinione pubblica generale, ma nei prossimi anni saranno sempre più difficili da conquistare o mantenere per i candidati democratici. Al contrario, nel Sud e nel Sud-Ovest, e in particolare in Arizona, Texas e Georgia, le città e le popolazioni non bianche stanno crescendo rispetto alle zone suburbane e rurali. L’Arizona potrebbe passare ai democratici (come già la California e il Nevada) già nel 2020; il Texas e la Georgia sono più lontani da questo ribaltamento e soggetti a estese campagne di limitazione del numero degli elettori (una vera e propria voter suppression) volte a scoraggiare il voto delle minoranze e a prolungare il dominio repubblicano. Ma i dati demografici sono inesorabili e quegli ostacoli cadranno con il tempo.

L’attuale dilemma per i democratici è che l’era di Roosevelt è finita da tempo e al tempo stesso la coalizione di Clinton non è più sufficiente, logorata dalla de-industrializzazione e dalla perdita di peso del sindacato – mentre la transizione del Sud non è ancora matura. Quindi i democratici nel 2020 hanno di fronte a sè la scelta tra tentare di recuperare l’Upper Midwest da un lato o lavorare per accelerare la nascita di un Sud democratico dall’altro. Ciascuna strategia è legata a politiche specifiche, in particolare per quanto riguarda gli scambi commerciali, le infrastrutture e i cambiamenti climatici, che possono non funzionare per i problemi dell’altra regione. E non vi è alcuna garanzia che le politiche e le promesse elettorali del 2020 – e eventualmente realizzate in caso di vittoria democratica – siano ancora appropriati per il 2024 e oltre.

È possibile, naturalmente, che le elezioni del 2020 saranno decise da altre questioni, come i gravi temi della guerra e della pace, o forse le profonde divisioni dell’opinione pubblica sul presidente in carica, Donald Trump. È anche possibile – sebbene lo riteniamo molto improbabile – che una crisi economica o una recessione possano sopraggiungere e decidere il risultato. Ma nel caso in cui il mondo sopravviva alla burrascosa apertura dell’attuale anno elettorale e l’economia americana continui nella sua crescita lenta ma costante, la cosa più probabile è che le linee di divisione del 2016 si formino di nuovo, e che le elezioni siano combattute sullo stesso terreno. In tal caso, possiamo prevedere che i risultati siano coerenti con quelli degli ultimi anni, con il Sud un po’ più conteso dai democratici rispetto al passato e il Midwest un po’ più difficile da conquistare per loro. Come nel 2016, un vantaggio democratico nel voto popolare complessivo potrebbe di nuovo rivelarsi inutile, perché nel sistema americano le elezioni presidenziali sono combattute e decise negli Stati contendibili – e questi non sono né i più egualitari né i più diseguali.

* Fonte: sbilanciamoci.info
**Quest’articolo appare anche sulla rivista Intereconomics, www.intereconomics.eu. James Galbraith e Jaehee Choi fanno parte dell’University of Texas Inequality Project alla LBJ School of Public Affairs dell’Università del Texas ad Austin.




NON C’È PIÙ LA DESTRA SOVRANISTA di Franco Bartolomei

[ sabato 6 luglio 2019 ]

Come abbiamo scritto la vicenda delle “nomine” ai vertici della Ue oltre ad essere una sconfitta per il governo giallo-verde, lo è per tutto il campo cosiddetto “sovranista” e la sua strategia di “cambiamento dall’interno”. Infatti il blocco ordoliberista a guida franco-tedesca conserva saldamente in mano tutte le leve decisionali dell’Unione europea.
L’amico Bartolomei da invece un’altra e assertiva lettura: il governo giallo-verde ha abbandonato del progetto dei MiniBoT e, del resto, la vicenda delle “nomine” mostra che c’è stato un “accordo” tra europeisti e “sovranisti”, “accordo” che a sua volta, deriva dalla pace siglata tra la Ue e la Casa Bianca trumpiana.

*  *  *

NON C’È PIÙ LA DESTRA SOVRANISTA 

di Franco Bartolomei

L’ ‘archiviazione della procedura di infrazione delle regole sul debito pubblico rappresenta la contropartita UE per l’abbandono del progetto dei Minibot da parte del governo italiano.


Sicuramente la nomina della Lagarde dal FMI alla BCE rappresenta un modo per rinsaldare i legami tra le due sponde dell’Oceano e, garantendo una continuità con Draghi nella gestione della BCE, conferma la valenza sistemica globale, e la essenzialità del sistema EURO per tutto il sistema bancario finanziario, commerciale e geopolitico dell’intero occidente capitalistico.

Esattamente quello che abbiamo descritto nelle nostre tesi congressuali [di Risorgimento Socialista, ndr].

La scelta della Lagarde sancisce, al di là delle chiacchiere della destra cosiddetta “sovranista”, di cui la lega si sente il fulcro, il segno di un accordo strategico di fondo tra la destra ( Visegrad e Le Pen/Salvini ) , che ormai rappresenta gli interessi internazionali e le esigenze di riequilibrio commerciale poste da Trump, facendosene spalleggiare in funzione anti germanica, e i di due tradizionali schieramenti liberisti di sistema ( PSE e Liberal Popolari ), che egemonizzano, facendo finta di alternarsi al governo, i sistemi politici del resto dei paesi della UE .

É un accordo di fondo che segna la fine di ogni velleità anti Maastricht da parte della destra sovranista e, contemporaneamente, smonta l ‘idea di un possibile attacco della amministrazione Trump al sistema monetario europeo.

Si tratta in ogni caso di un accordo fondato su una complessiva debolezza strutturale di un modello economico finanziario in crisi, incapace di garantire in prospettiva tasso di crescita adeguati a mantenere livelli di mobilità sociale e di garanzie di diritti tali da consentire una egemonia interna ed esterna al sistema.


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