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SCHUMPETER E LA “DISTRUZIONE CREATRICE”

Con l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi torna di moda Schumpeter, considerato l’economista di riferimento del nuovo Presidente del Consiglio. C’è di vero, in questa considerazione, che Draghi condivide l’idea principale  dell’economista tedesco, la cosiddetta “distruzione creatrice”. Pubblichiamo di seguito una scheda che aiuta il lettore a capire in cosa questa “distruzione” consista e perché Schumpeter la considerava la molla decisiva che muove lo sviluppo capitalistico. Il nostro spiega la sua scoperta nel testo del 1912 Teoria dello sviluppo economico. Concetto, quello di “distruzione creatrice”, oggigiorno più attuale che mai, visto che le élite mondialiste concepiscono il “Grande Reset” come un devastante passaggio da un  modo d’essere del capitalismo ad un altro — passaggio il quale, non lo nascondono, lascerà sul campo, assieme a quelli che chiamano “settori zombi”, centinaia di milioni di posti di lavoro.

Il lettore si chiederà se Schumpeter sia classificabile come “neoliberista”. Se per neoliberismo intendiamo la corrente dei Milton Friedman e dei Von Hayek la risposta è no. Il nostro è certo un liberista, se per liberismo s’intende la teoria per cui capitalismo e mercato riescono sempre a superare ogni crisi ritrovando un equilibrio più avanzato.

C’è da dire, tuttavia, che la “Grande depressione” mondiale del 1929 e le recessioni successive degli anni ’30 faranno cambiare idea a Schumpeter, spingendolo a riconsiderare la sua teoria. Parliamo del testo del 1942 Capitalismo, socialismo e democrazia. Il nostro, dopo aver sostanzialmente fatto sua la teoria delle “onde lunghe” del russo Nikolai Kondratiev — l’economia capitalistica vive cicli lunghi di circa  cinquanta anni composti di cicli di recessioni e ripresa più brevi — in Capitalismo, socialismo e democrazia recupera la principale profezia di Karl Marx, quella per cui il capitalismo è destinato al declino e ad essere rimpiazzato dal socialismo. Conclusione alla quale era giunto nel 1931 lo stesso J. M. Keynes nel noto paphlet Prospettive economiche per i nostri nipoti.

Proprio la conclusione che condividiamo noi e che farà venire l’orticaria al Prof. Mario Draghi.

*  *  *

La vita

Joseph Schumpeter nasce nel 1883 in Moravia, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, da una famiglia di origine tedesca. Dalla Moravia la famiglia si trasferisce in Austria dove Joseph studia diritto ed economia e consegue un dottorato nel 1906 presso l’Università di Vienna. Pochi anni dopo inizia la carriera accademica, che lo porterà ad insegnare prima presso l’Università di Graz, poi presso quella di Bonn e, infine, presso quella di Harvard. L’insegnamento viene interrotto solo per un quinquennio, dal 1919 al 1924, nel corso del quale Schumpeter viene prima nominato ministro delle finanze della giovane Repubblica Austriaca e poi presidente di un istituto bancario. Schumpeter muore negli Stati Uniti nel 1950. Le sue opere di maggiore rilevanza sono la Teoria dello Sviluppo Economico (1912) e Capitalismo, Socialismo, Democrazia (1942).

Le idee

Il principale contributo di Schumpeter alla teoria economica è quello di aver spiegato i meccanismi che rendono il capitalismo un sistema intrinsecamente dinamico ed in continua evoluzione.

La teoria economica prima di Schumpeter descrive le economie di mercato come dei sistemi essenzialmente statici in cui le imprese producono sempre gli stessi beni ed utilizzano sempre le stesse tecnologie produttive. In questo schema, la concorrenza per la conquista di nuovi clienti si svolge essenzialmente sul fronte dei prezzi. La concorrenza è una battaglia tra imprese combattuta esclusivamente a colpi di ribassi sui prezzi.

Il mondo reale però è molto diverso da questa costruzione teorica. Nel mondo reale, osserva Schumpeter, le imprese non producono sempre gli stessi beni con tecniche immutate ma introducono di tanto in tanto nuovi prodotti, migliorano la qualità dei prodotti preesistenti, adottano nuove tecnologie produttive come pure nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Anzi, l’introduzione di prodotti innovativi oppure di processi produttivi più efficienti rappresentano proprio gli strumenti più usati dalle imprese per farsi concorrenza. I clienti non si conquistano solamente con prezzi più bassi ma, soprattutto, si conquistano sfornando beni più appetibili e sviluppando tecniche di vendita più sofisticate. Insomma, l’interpretazione tradizionale della concorrenza basata solo sul prezzo non rappresenta per Schumpeter una descrizione soddisfacente di quello che accade nel mondo concreto degli affari. In questo mondo, gli imprenditori non combattono solo con i prezzi ma anche con altre armi come l’innovazione ed il marketing.

Il termine solitamente usato per sintetizzare la visione del capitalismo di Schumpeter è quello di Distruzione Creatrice. Al centro di questa visione si staglia la figura dell’imprenditore. L’imprenditore è colui che rischia sia risorse proprie sia risorse prese in prestito per investire in innovazione. L’innovazione, a sua volta, assume forme diverse. In alcuni casi, si tratta dell’introduzione di un prodotto a cui nessun altro imprenditore ha pensato prima. In altri casi, invece, consiste nell’introduzione di macchine e di tecniche produttive che abbattono i costi di produzione. Altre volte ancora, l’innovazione consiste nell’adottare nuove forme di organizzazione del lavoro che permettono di reagire con maggiore prontezza ai mutamenti del mercato.

Quando lo sforzo di innovazione è coronato da successo allora si può affermare che l’imprenditore ha modificato lo scenario economico, ha fatto sorgere un nuovo mercato oppure ha introdotto un nuovo metodo di produzione. Questo è il lato creativo dell’innovazione. Ma se questa creazione genera profitto per chi ne è stato l’artefice, è anche vero che essa genera perdite per coloro che ne subiscono le conseguenze negative. Si tratta degli imprenditori le cui merci e tecniche sono soppiantate dai nuovi prodotti e dai nuovi metodi di produzione, le loro imprese sono destinate al declino ed alla chiusura. Questo è il lato distruttivo dell’innovazione.

Un corollario della teoria della distruzione creatrice è la critica di Schumpeter agli schemi tradizionalmente usati per giudicare se un settore sia concorrenziale o meno. In base a questi schemi, la concorrenzialità di un settore dipende esclusivamente dal numero di imprese che vi operano. Se queste imprese sono numerose il settore è molto concorrenziale, se invece sono poco numerose il settore è poco concorrenziale. Al limite, se esiste una sola impresa, siamo agli antipodi della concorrenza dato che il settore è in monopolio.

Per Schumpeter, tuttavia, il grado di concorrenzialità di un settore non può essere identificato e misurato solo sulla base del numero di operatori. Anche un robusto monopolista, infatti, potrebbe essere destinato ad un improvviso ed imprevisto declino se un innovatore insidia la sua posizione. In breve, Schumpeter sostiene che oltre alla concorrenza effettiva occorre anche tener conto della concorrenza potenziale da parte di nuovi soggetti che potrebbero irrompere con nuovi prodotti o con nuove tecniche. In questo contesto, anche un’impresa che appare in una solida posizione di forza deve comportarsi come se avesse dei concorrenti e tentare di prevenire le mosse dei potenziali concorrenti futuri. Un valido metodo di prevenzione consiste proprio nell’anticipare le innovazioni altrui cosicché la spinta innovativa dei monopolisti potrebbe essere uguale se non maggiore rispetto a quella delle imprese più esposte alle pressioni competitive.

La distruzione creatrice è il meccanismo primario che governa l’evoluzione dei sistemi capitalistici. Per Schumpeter, le guerre, le rivoluzioni e, più in generale, i fattori esogeni di ordine sociale, politico, demografico etc. possono essere causa di mutamento economico. Ma si tratta comunque di fattori che hanno una rilevanza secondaria rispetto alla distruzione creatrice stimolata dalla ricerca di profitto. E’ come se il capitalismo, per sua stessa costituzione, disponesse di un meccanismo endogeno di rinnovamento.

Questo meccanismo di rinnovamento, però, non agisce con la stessa efficienza e la stessa velocità in tutti sistemi economici concreti. In alcune economie, infatti, le innovazioni vengono introdotte più velocemente mentre in altre più lentamente. E’ pertanto compito degli economisti scoprire quali sono i fattori responsabili di queste differenti dinamiche ed, in definitiva, spiegare che cosa decreta il successo o l’insuccesso di un paese sul piano dello sviluppo economico.

La risposta che Schumpeter fornisce a questo interrogativo è soprattutto basata sul ruolo delle banche e della finanza privata. Per Schumpeter, la finanza e le banche private svolgono un compito essenziale nel convogliare le risorse dell’economia nella direzione di investimenti destinati a produrre innovazione. Esse, infatti, da un lato consentono di mobilitare il capitale necessario per innovazioni particolarmente costose e, dall’altro, sono in grado di giudicare meglio di un qualsiasi funzionario pubblico se una certa idea imprenditoriale meriti di essere finanziata o meno.

Il tasso di sviluppo economico di un paese è dunque direttamente legato al buon funzionamento del settore finanziario e creditizio.

L’eccezionale dinamica tecnologica degli ultimi venti anni offre un’incredibile serie di esempi che confermano l’analisi di Schumpeter. E nelle università, nei corsi introduttivi di economia, non manca mai un accenno al videoregistratore sconfitto dal dvd ed alle vecchie pellicole fotografiche spazzate via dai sensori ottici digitali.

Spesso però non si riflette abbastanza sulle conseguenze ultime di queste piccole storie di vincitori e di vinti. Il vincitore non è il sensore ottico ma le imprese e le persone che lo producono ed il perdente non è la pellicola fotografica ma tutti coloro che partecipavano alla vecchia filiera della fotografia, dai produttori di pellicole ai piccoli negozi in cui veniva fatto lo sviluppo. Nel corso degli ultimi 5-10 anni, ad esempio, sono stati chiusi quasi tutti gli stabilimenti che producevano pellicole e numerose persone hanno perso il loro posto di lavoro. Si tratta dell’aspetto più drammatico della distruzione creatrice.

La capacità di descrivere la dinamica capitalistica in modo così convincente ha reso Schumpeter molto popolare all’interno della professione economica negli ultimi due decenni. La moderna teoria della crescita deve molto alla sua eredità intellettuale. In particolare, gli economisti moderni danno ormai per acquisito che la crescita del benessere nelle economie avanzate sia frutto della capacità innovativa delle imprese. Gli schemi usati da buona parte della moderna teoria della crescita non sono altro che gli originari schemi di Schumpeter integrati ed arricchiti per tener conto del fatto che, in ultima analisi, la capacità innovativa è guidata dall’obiettivo del profitto ma non può realizzarsi senza lo sviluppo delle conoscenze scientifiche di base e senza il buon funzionamento delle leggi e delle istituzioni.

* Fonte: FEduF




LA MIA RICETTA di Mario Draghi

Per capire quale linea potrebbe adottare Draghi è utile rileggere la famosa intervista concessa il 25 marzo del 2020 al Financial Times. Sulla politica economica che contempla e gli orizzonti di ristrutturazione sistemica che invoca, torneremo. Per ora mettiamola così: il lupo si traveste da agnello…

Quella contro il coronavirus è una guerra, dobbiamo mobilitarci di conseguenza 

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura della loro vita o piangono i loro cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano sopraffatti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati.  Ma queste azioni hanno anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano una perdita di vite umane, molti di più affrontano una perdita di mezzi di sussistenza.

Giorno dopo giorno, le notizie economiche peggiorano. Le aziende devono affrontare una perdita di reddito nell’intera economia. Moltissimi stanno già ridimensionando e licenziando lavoratori. È inevitabile una profonda recessione.  La sfida che dobbiamo affrontare è come agire con forza e velocità sufficienti per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di inadempienze che lasciano danni irreversibili.

È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito subita dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve essere alla fine assorbita, in tutto o in parte, nei bilanci del governo. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

È compito dello Stato utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia da shock di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre — il precedente più rilevante — sono state finanziate dall’aumento del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15 per cento della spesa bellica in termini reali veniva finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei costi della guerra fu pagato con le tasse. Ovunque, la base imponibile è stata erosa da danni di guerra e coscrizione. Oggi questa base è erosa dal disagio umano della pandemia e dalla chiusura.

La domanda chiave non è se ma come lo Stato dovrebbe fare buon uso del proprio bilancio. La priorità non deve essere solo fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. In primo luogo, dobbiamo proteggere le persone dalla perdita del lavoro. Se non lo facciamo, usciremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità permanentemente inferiori, poiché le famiglie e le aziende lottano per risanare i loro bilanci e ricostruire il patrimonio netto. I sussidi all’occupazione e alla disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi.

Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un sostegno immediato della liquidità. Ciò è essenziale per tutte le imprese per coprire le proprie spese operative durante la crisi, siano esse grandi società o ancor più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto misure favorevoli per convogliare la liquidità verso le imprese in difficoltà.

Ma è necessario un approccio più completo. Sebbene diversi paesi europei abbiano strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni crack dell’economia è mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari: mercati obbligazionari, principalmente per grandi società, sistemi bancari e in alcuni paesi anche sistema per tutti gli altri. E va fatto subito, evitando ritardi burocratici. Le banche in particolare si estendono a tutta l’economia e possono creare denaro istantaneamente consentendo scoperti di conto o aprendo linee di credito.  Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende pronte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo stanno diventando un veicolo per la politica pubblica, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli scoperti o prestiti aggiuntivi. Né la regolamentazione né le norme sulle garanzie dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario a tal fine nei bilanci delle banche.

Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’azienda che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le rilascia.  Le aziende, tuttavia, non attingeranno al sostegno della liquidità semplicemente perché il credito è a buon mercato. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite potrebbero essere recuperabili e poi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così. Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare il debito per mantenere il proprio personale al lavoro. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere la loro capacità di investire successivamente. Inoltre, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero durare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito accumulato per mantenere le persone impiegate in quel periodo fosse alla fine annullato. O i governi compensano i mutuatari per le loro spese, o quei mutuatari falliranno e la garanzia sarà rimborsata dal governo.

Se l’azzardo morale può essere contenuto, il primo è meglio per l’economia. La seconda via sarà probabilmente meno costosa per il budget. Entrambi i casi porteranno i governi ad assorbire una quota significativa della perdita di reddito causata dalla chiusura, se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità.  I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa — una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale — sarebbe molto più dannosa per l’economia e alla fine per il credito pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, dati i livelli attuali e probabili futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non si aggiungerà ai suoi costi di servizio.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria granulare in grado di convogliare i fondi verso ogni parte dell’economia che ne ha bisogno. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una rapida risposta politica. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia. Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di guadagno non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è un ammonimento sufficiente.

La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causato da una chiusura economica inevitabile e desiderabile – deve essere affrontata con la stessa velocità nell’impiego dei bilanci pubblici, nella mobilitazione delle banche e, in quanto europei, nel sostenersi a vicenda nel perseguimento di quella che è evidentemente una causa comune.

* Fonte: Financial Times 

** Traduzione a cura della Redazione




IL VACCINO IN BORSA di Graziano Priotto

Riceviamo e pubblichiamo
Premessa
Sull’utilità di un vaccino creato e collaudato secondo i dettami della scienza medica e  sperimentato per un periodo sufficiente a rivelarne gli eventuali rischi a medio e lungo termine, al di là di posizioni ideologiche (legittime se documentate) non ci dovrebbero essere opposizioni ragionevoli.
Da bambini tutti abbiamo ricevuto un certo numero di vaccini, ultimo durante il servizio militare, se siamo ancora vivi e non abbiamo avuto problemi direttamente derivanti in maniera provata da questi vaccini vuol dire che non erano nocivi e, se ci hanno risparmiato gravi malattie, erano anche utili se non indispensabili. Dunque non ho personalmente simpatia alcunna per i “no vax” (che brutta formula linguisticamente!) che negano a priori ogni forma di vaccinazione. Avranno le loro buone ragioni valide in un mondo ideale e incontaminato, che probabilmente non è mai esistito, ma pragmaticamente, nel mondo attuale sfregiato anche in ambito sanitario da una globalizzazione selvaggia, da inquinamento e da stili di vita nocivi alla salute (uso smodato dei sistemi di comunicazione a distanza, teledipendenza, nutrizione con cibi adulcorati e scadenti, quindi obesità già infantile, ecc.ecc.) il ricorso a vaccini purtroppo non si può più escludere: certo sono un palliativo poiché sano sarebbe modificare le condizioni di vita deleterie che ne impongono l’uso, ma nella situazione attuale sono divenuti tragicamente necessari per sopperire ai danni che gradualmente annientano l’immunità naturale.
Medicina ed economia
Se si accetta e comprende questa premessa, ne deriva altresì il suo limite: non si possono accettare non importa quali vaccini soltanto perché i produttori ne vantano le qualità miracolose: sono in larga misura gli stessi produttori di quei medicamenti che inducono assuefazione e danneggiano il sistema immunitario naturale.
Dunque le campagne di vaccinazione assomigliano sempre di più a campagne pubblicitarie per il lancio di nuovi prodotti sui mercati: le strategie di “marketing” (preferei usare il termine italiano “imbonimento dei potenziali clienti” con esagerazioni, mezze verità o promesse non verificabili.
Sono dunque situazioni ben diverse ad esempio dal caso del Dr. Sabin, il quale rinunciò a divenire miliardario lucrando sul brevetto e preferì mettere subito a disposizione dei bambini di tutto il mondo il vaccino che aveva sperimentato per primo sui propri figli. Scienziati altruisti di questo tipo non se ne conoscono più nei nostri tempi, abbiamo unicamente i miliardari “filantropi” che possiedono quote cospicue delle industrie farmaceutiche produttrici di vaccini.
E dunque può essere istruttivo esaminare i vaccini d’annata (Anti-Covid) sotto l’ottica economica. L’andamento dei corsi delle azioni delle principali ditte farmaceutiche hanno un andamento a” V rovesciata” o a “M”, attualmente tutte ben al di sotto dei massimi toccati poche settimane or sono, cioè al momento del grande lancio pubblicitario dei rispettivi vaccini. Quale insegnamento possiamo trarre da questa osservazione ?
1) I grandi guadagni borsistici sono già stati fatti: da coloro che hanno previsto e soprattutto da coloro che hanno pianificato la campagna di vendita dei vaccini. Come insegna la curva ad “M” o a “V” rovesciata , vi sono stati vari momenti in cui i corsi salivano e le brusche discese successive erano semplicemente dovute alle vendite di chi portava a casa i profitti. Ma quando si portano a casa i profitti ? ovviamente quando non si crede a sviluppi positivi e soprattutto quando si temono sorprese negative (es. effetti indesiderati dei vaccini o loro scarsa utilità).
2) A differenza del popolino intontito dal martellamento terroristico dei quotidiani più diffusi, la stampa specializzata sui temi economici aveva ed ha un’opinione ben diversa sulla cosiddetta pandemia. Certamente  pensionati o lavoratori dipendenti o anche piccoli imprenditori non leggono questo tipo di informazioni, ma se lo facessero si meraviglierebbero che proprio fra coloro che alla fine dei conti suggeriscono ai governanti le scelte che questi poi nella loro dabbenaggine e/o stupida ignoranza, obbedendo agli ordini, impongono ai cittadini.
Ma la gente si porrebbe ben altre domande se avesse letto, tanto per citare un esempio, quanto scriveva “Il Sole 24 ore”  il 29 marzo 2020:
«Qualsiasi notizia sul virus basta ormai a mandare nel panico la gente. Le previsioni dei modelli di analisi sono inquietanti. Eppure, per le azioni, non sono queste stime a costituire il problema principale.
Innanzitutto, sono probabilmente esagerate. In secondo luogo, il COVID-19 finirà di fatto per ridurre silenziosamente il tasso di mortalità complessivo nelle due fasce più a rischio, causando solo sintomi influenzali non gravi nel resto della popolazione. In base al comprovato “Effetto Peltzman”, quando i timori riguardo a un dato fenomeno aumentano, le misure intraprese finiscono per ridurre il rischio di incidenza o i rischi paralleli o quasi paralleli. Gli stessi provvedimenti adottati per evitare la propagazione del Coronavirus riducono l’incidenza e il tasso di mortalità di malattie più diffuse e caratterizzate da modalità di trasmissione analoghe come la normale influenza, la polmonite non influenzale e altre patologie dell’apparato respiratorio. Queste patologie stanno in effetti diminuendo più di quanto aumentino i decessi provocati dal virus COVID-19. In pochi se ne rendono conto e nessuno lo dice. Credeteci».
Negazionisti a Piazza Affari ?
Sembrano quasi parole da “negazionisti”! Chi avrebbe mai supposto che un quotidiano economico serio avrebbe dato spazio a discorsi contrari alla campagna mediale terroristica ? Ebbene, dovrebbe essere chiaro che un conto è il discorso alle masse, l’altro è quello agli investitori.
Ai primi si devono raccontare le balle utili a generare comportamenti che poi coloro che hanno invece ricevuto le altre informazioni per investire sanno utilizzare per ricavare profitti.
Infatti all’inizio dell’articolo veniva ricordato il famoso dogma di uno dei maggiori speculatori della storia:
“”Dopo il crollo di Piazza Affari, qual è la mossa giusta? Ricordate il famoso monito di Warren Buffett: «Abbiate paura quando gli altri sono avidi, e siate avidi quando gli altri hanno paura».””
E quindi la logica conclusione ed il suggerimento a coloro che dalla miseria altrui creata dal terrorismo terapeutico volessero trarre profitto era semplicissima:
«Senza alcun dubbio, nel momento in cui i dati economici confermeranno la recessione, i mercati azionari avranno già ampiamente e rapidamente voltato pagina. Il panico è iniziato senza alcun preavviso, e probabilmente terminerà allo stesso modo, delineando un’ampia ripresa a “V”. Quindi, sì, è un momento di grande paura. Ed essere avidi è la mossa giusta».
E ora a meno di dieci mesi da questo suggerimento vediamo che le cose sono andate esattamente cosí.
Ma vi è un ulteriore elemento di cui si deve tener conto, un insegnamento che dall’economia passa alla medicina: quanto sono utili i vaccini? A chi sono serviti comicamente lo sappiamo con dovizia di particolari. Resta da stabilire quanto e come serviranno realmente ai cittadini comuni. E soprattutto resta da chiarire quanto siano pericolosi: difficile saperlo, e tutto sommato non interessa a nessuno di coloro che li hanno utilizzati per trarne profitti. A chi si farà vaccinare potrebbe invece e dovrebbe interessare un pochino di più.
I semplici cittadini potrebbero utilmente porsi una domanda e darsi contestualmente la risposta: se i corsi delle azioni collegate allo sviluppo dei vaccini scendono, se cioè nemmeno la borsa più ci crede, possiamo veramente fidarci di questi improvvisati toccasana soltanto perché i governanti, i media popolari ed addirittura il Papa li benedicono?
Forse non sarebbe male vedere da vicino perché i “negazionisti” sono così attivi a Piazza Affari.



IL GRANDE RESET di Ilaria Bifarini

Dalla pandemia alla nuova normalità. Fresco di stampa il libro di Ilaria Bifarini

Nulla tornerà come prima. Dimentichiamoci il mondo come lo avevamo conosciuto prima di febbraio 2020.

Esagerazione? Catastrofismo? No, è l’inizio di una nuova era. La crisi che stiamo vivendo farà da catalizzatore a cambiamenti necessari per accelerare la realizzazione di un disegno già predisposto, che prevede l’annientamento dell’attuale sistema socioeconomico. È il Grande Reset, il tema del prossimo Forum di Davos, il consesso annuale dove si riuniscono i grandi della terra per decidere su questioni che riguardano la governance mondiale. Un piano preciso, ufficiale e ben documentato, sul quale istituzioni internazionali, filantropi, organizzazioni non governative e mega-aziende private collaborano apertamente già da tempo.

Nelle menti di chi progetta il nuovo mondo la dichiarata pandemia rappresenta un’occasione troppo preziosa per essere sprecata: nulla dovrà tornare come prima. Le misure restrittive adottate dai  governi hanno sdoganato definitivamente pratiche comportamentali funzionali alla nuova normalità, dallo smartworking alla teledidattica. Le nuove abitudini acquisite dalle popolazioni durante la crisi del coronavirus hanno apportato quell’impulso alla digitalizzazione e all’automazione decisivo per implementare la Quarta Rivoluzione Industriale, che finora stentava a realizzarsi. Milioni di imprese spariranno, molte avranno un futuro incerto. Altri nuovi mercati verranno a crearsi, sulle ceneri dei vecchi che dovranno far posto alla trasformazione.

Intanto, mentre si procede alla realizzazione del piano, presentato dai suoi fautori come l’alba di un mondo migliore, più equo e sostenibile, ovunque si assiste a un ulteriore aggravamento delle disuguaglianze e della concentrazione di ricchezza, con un’impennata straordinaria dei redditi dei miliardari e uno scivolamento di milioni di cittadini nella fascia di povertà. Una tendenza destinata ad aggravarsi, con la distruzione di milioni di posti di lavoro e dell’economia di produzione, destinata a dissolversi per far posto ad altri mercati, sempre più digitalizzati e supportati dalle nuove intelligenze artificiali.

A differenza delle rivoluzioni tecnologiche del passato, che inauguravano un periodo di crescita e di creazione di nuovi lavori, oggi l’azione combinata delle tecnologie informatiche e di quelle biologiche apre scenari inediti. L’essere umano, minacciato da un’intelligenza artificiale sempre più performante e capace di sostituirlo in attività un tempo impensabili -dalla medicina al giornalismo- si troverà a fare i conti con un senso di inutilità e inadeguatezza. La crescente disoccupazione e la distruzione dell’economia reale, frutto della gestione della crisi del Covid, lasceranno una desertificazione industriale e lavorativa,  destinata a rimanere tale secondo i progetti stessi del Grande Reset.

Riuscirà questo piano nel suo compito di trasformare non solo l’economia e la società, ma anche la natura stessa dell’essere umano? Una sfida aperta, su cui fa luce questo mio ultimo lavoro.

* Fonte: Ilaria Bifarini



IL PARTITO DELLO STATO FORTE E LA BATTAGLIA SU KEYNES di Vadim Bottoni

La battaglia su Keynes è politicamente importante.

Si ritenga importante tatticamente, strategicamente, dialetticamente o che si condivida integralmente, il pensiero keynesiano ben interpretato fornisce uno strumento utilissimo per chi crede nella centralità dello Stato in economia.

D’altronde basta pensare a quante volte vengono tirate in ballo le politiche keynesiane come risposta alla crisi, come naturali implementazioni della parte economica della Costituzione, come aspetti costitutivi delle moderne economie monetarie, e così via.

Se questo dà la misura della sua importanza, un altro aspetto dà la misura della fragilità del richiamo al pensiero keyenesiano: il fatto è che Keynes risulta tanto nominato quanto poco letto e questo vale sia per i sostenitori che per i detrattori.

Questa fragilità presta il fianco a due tipi di attacchi da parte del mainstream liberista: o il loro qualificarsi come veri keynesiani mentre in realtà ne stravolgono il pensiero, o identificare chi crede nello Stato interventista come falsi keynesiani statalisti, i keynesiani de’ noantri, il cui pensiero non avrebbe non solo nulla a che fare con il (probabilmente) più grande economista del Novecento, ma che per giunta neanche avrebbero letto.

Il caso in questione rientra in quest’ultimo tipo di attacchi, che non sono solo pretestuosi e capziosi, ma sono anche perpetrati spesso senza assumersi l’onere della prova, perché se si scrive su testate prestigiose agli occhi del grande pubblico si eredita quel prestigio che consente di esimersi dalla giustificazione delle invettive.

Questo è il caso dell’articolo su “Il partito del debito di Stato” scritto il 4 Agosto dal “liberista” Panebianco sulla prima pagina del Corriere della sera che riporta come occhiello “I finti keynesiani”.

Purtroppo chi crede nella centralità dello Stato nell’economia, che difficilmente potrebbe scrivere nelle prime pagine dei quotidiani nazionali più venduti, ha il compito di assumersi l’onere della prova per far valere le proprie ragioni.

Questo è quello che vorrei fare in questo articolo di risposta, ovviamente nei limiti di un articolo, passando in radiografia i punti salienti dell’attacco liberista e riportando anche qualche rigo preso direttamente nelle pagine scritte da Keynes, che in buona parte troviamo in pamphlet presentati in stile brillante, dai quali emergono le intuizioni più profonde che hanno orientato le sue innovazioni teoriche.

Certamente abbiamo anche scritti tecnici ma, come afferma il suo più importante biografo Skidelsky, non dobbiamo dimenticare che per Keynes « la ricerca della conoscenza significava filosofia ed economia, e più la prima che la seconda… Negli anni della maturità, Keynes si lamentava spesso del fatto che i giovani economisti non avevano una preparazione adeguata – non potevano contare su una vasta cultura per l’interpretazione dei fatti economici. Ciò può spiegare che cosa non ha funzionato con la teoria economica e, segnatamente, con la rivoluzione keynesiana. Keynes aveva illuminato una strada ai tecnici – ma questi erano rimasti dei tecnici. Usavano i suoi strumenti, ma non riuscivano ad aggiornare la sua visione complessiva».

Procedendo come detto con una “radiografia” dell’articolo del Corriere emergono tre stigmi affibbiati ai cosiddetti neo-statalisti o falsi keynesiani che, per l’editorialista, « a differenza dei keynesiani veri non hanno mai letto un rigo di John Maynard Keynes ». Come accennato Panebianco non scrive egli stesso un solo rigo per qualificare i tratti dei veri keynesiani, lasciando il concetto largamente indefinito e a noi l’onere di dire qualcosa in breve: i “veri keynesiani” sono quelli che hanno compreso la portata rivoluzionaria delle innovazioni teoriche keynesiane, rivoluzionarie nel senso che sgretolano la rappresentazione edificante che il libero operare delle forze di mercato consenta all’economia di auto-stabilizzarsi e quindi di evitare la china della depressione economica e della disoccupazione strutturale.

Da qui emerge la necessità dell’intervento dello Stato nell’economia che non è una semplice “comparsata”, una spinta alla macchina che si è fermata per farla ripartire come prima, così come professato dai falsi keynesiani o meglio definiti keynesiani bastardi dalla brillante Joan Robinson. Infatti per i “veri keynesiani” è un intervento che modifica il motore e istruisce sulla guida: non si riparte più come prima perché il cambiamento è strutturale. Se così non fosse non riusciremmo a comprendere perché Keynes stesso iniziò a parlare di rivoluzione, e non più di semplice cambiamento di opinione, alla vigilia della pubblicazione della sua più importante opera, così come riportato in questo passo di una lettera destinata a George Bernard Shaw nel 1935:

«Per comprendere lo stato della mia mente, tuttavia, devi sapere che ritengo di stare scrivendo un libro di teoria economica che rivoluzionerà ampiamente – non tutto in una volta, suppongo, ma nel corso dei prossimi dieci anni – il modo come il mondo pensa ai problemi economici».

Tornando all’articolo di Panebianco i tre stigmi dei neostatalisti sono articolazioni del concetto centrale di ogni buon liberista: “i costi”. Nel primo punto ci sono i costi del debito pubblico in termini di interessi, nel secondo punto i costi del debito dati dalla spesa pubblica e dall’ingerenza dello Stato nell’economia, nel terzo punto i costi derivanti dall’impedire l’azione efficiente delle forze di mercato. Passiamoli in rassegna.

Punto 1. Per la parte sui costi del debito pubblico in termini di interessi in apertura dell’articolo di Panebianco troviamo un riferimento di “stretta attualità” che recita così: « Nella Francia assolutista di fine Seicento…le finanze statali erano dissestate…perché i creditori prestavano denaro allo Stato con altissimi tassi d’interesse. La ragione è che non si fidavano».

Il riferimento non solo ad epoche passate, ma precapitalistiche, denota una costante difficoltà del pensiero liberista nel confrontarsi sul terreno specifico delle moderne economie monetarie di produzione, che è il contesto per noi politicamente rilevante e per Keynes teoricamente significativo. Il motivo per cui Keynes si concentra nell’analisi del capitalismo avanzato può essere compresa nelle poche righe che riportiamo dal saggio Sono un liberale? (1925):

« metà della scolastica saggezza della nostra classe dirigente si basa su assunti che un tempo erano veri- o parzialmente veri – , ma che lo sono sempre meno ogni giorno che passa. Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era.  E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici. Pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori. In campo economico questo significa innanzitutto che dobbiamo escogitare nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale».

Chi si muove nel solco del pensiero keynesiano osserverà le moderne economie monetarie di produzione e quindi guarderà al ruolo che dovrebbero ricoprire le Banche Centrali nella politica monetaria: proprio dalla riflessione keynesiana sulla natura monetaria del saggio d’interesse si determina la possibilità delle Banche Centrali, che si muovono di concerto con il Tesoro, di disciplinare il livello dei tassi d’interessi in modo funzionale allo sviluppo dell’economia reale. Quindi tanto il riferimento di Panebianco ad economie precapitalistiche quanto le determinanti dei tassi d’interesse (in contesti privi di Banche Centrali) sono da rimandare al mittente, tanto più nel capitolo finale della Teoria Generale (1936) Keynes evidenzia l’opportunità di comprimere i tassi d’interesse e quindi il rendimento finanziario al fine di realizzare:

« l’eutanasia del redditiero e di conseguenza l’eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del   capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale».

Punto 2. Per la parte sui costi del debito pubblico in termini di spesa pubblica e di ingerenza dello Stato nell’economia vediamo che nell’articolo del Corriere viene puntato il dito sulla « età ormai degenerata del capitalismo di Stato all’italiana, [in cui] i sofisticati discorsi sulla bontà dell’economia mista coprivano clientelismo e lottizzazioni… [I neostatalisti] pensano che sia un progetto esaltante “far fare buche” (a spese dello Stato) e poi farle riempire. Costoro ce l’hanno con il liberismo…puntano il dito contro i “fallimenti del mercato” che, certamente, di tanto in tanto ci sono. Ma glissano sistematicamente sui numerosissimi e gravissimi fallimenti dello Stato. Autostrade torna allo Stato…L’acqua, perbacco, deve essere pubblica [voleva essere ironica]…E che diciamo dell’Alitalia? O dell’Ilva? [Dulcis in fundo] I neostatalisti non ritengono che il debito pubblico e la sua sostenibilità siano un problema [mentre va] a danno delle generazioni successive ».

La nostra critica a questo articolato passaggio la suddividiamo così:

  1. evidenziamo un infelice giudizio sui casi concreti di gestione pubblica evocati dall’autore dell’articolo (autostrade, acqua pubblica ecc.);
  2. integriamo il discorso con un esempio di “fallimento del mercato” per non consentire di sminuire l’importanza della questione come fa l’autore;
  3. avanziamo un motivo per comprendere l’importanza del modello di “economia mista”;
  4. portiamo una netta critica alla rappresentazione dei cosiddetti neostatalisti che “va bene lo Stato” anche per scavare e poi riempire delle buche;
  5. demistifichiamo il sempreverde concetto di debito pubblico come danno per le generazioni successive.

L’elenco dei casi concreti di gestione pubblica (punto a) dopo le drammatiche evidenze degli ultimi anni conseguenti ai tagli dissennati dei servizi pubblici, pensiamo solo al settore della sanità nella crisi economico-sanitaria, ha l’aria di una recrudescenza della narrazione liberista che cerca disperatamente di uscire dall’angolo facendo finta niente. All’angolo invece va rimandata immediatamente perché:

l’Ilva è stata portata al fallimento da una gestione privata che per mancanza di investimenti ha aggravato il danno ambientale;

l’Alitalia risulta essere stata, dai documenti ufficiali, gestita da cordate di privati in buona parte italiani nel decennio precedente all’amministrazione straordinaria;

le Autostrade, in quanto monopolio naturale privato, sono state per banale logica economica fonte di grandi rendite derivanti dal lievitare delle tariffe, ovvero da rendimenti superiori alle medie di mercato in condizioni di azzeramento del rischio di mercato e di investimenti effettivi ben al di sotto delle previsioni a danno della sicurezza, e la mente qui corre alla drammatica vicenda del Ponte Morandi;

l’Acea è sì per il 51% di proprietà del Comune di Roma, ma anche qui l’acqua pubblica è stata gestita da privati che hanno lucrato sulla differenza tra tariffe idriche imposte e sugli scarsi investimenti su una rete in cui c’è una dispersione di acqua che si aggira sul 40%.

La letteratura scientifica d’altronde è pressoché unanime nel giudizio sull’inefficienza (punto b) del monopolio naturale privato (uno dei diversi fallimenti di mercato), in quanto al costo della tariffa (che avrebbe anche un operatore pubblico) si aggiungerebbe una remunerazione in condizione di protezione dalla concorrenza, quindi in buona parte arbitraria. Se poi pensiamo alla parte degli investimenti che garantiscono le regole di sicurezza, un gestore privato avrebbe un incentivo a tagliare per aumentare la quota di rendimento da intascare, mentre un gestore pubblico non avrebbe alcun interesse a rischiare di non seguire le regole per trovarsi responsabile di un danno, a meno che non vi sia un privato che avrebbe interesse a superare certe regole corrompendo la parte pubblica: ma a questo punto le parti si esporrebbero al rischio di una sanzione o a una pena, mentre la gestione diretta del privato renderebbe più facile raggirare l’ostacolo per raggiungere il medesimo risultato con un rischio inferiore.

In questa parte dell’articolo poi troviamo una critica all’ “economia mista”  (punto c) che non solo è un modello iscritto nella parte economica della nostra Costituzione (di stampo appunto keynesiano), ma è quel modello che (seppur applicato parzialmente) ha consentito all’Italia di realizzare nei trent’anni successivi al secondo dopoguerra una crescita irripetibile grazie ad enti pubblici con funzioni di politica industriale come l’IRI e a manager pubblici con una loro autonomia decisionale. Il segreto sta nel fatto che le imprese pubbliche collocate in settori strategici, per quanto detto prima e per quanto mostrato da diverse ricerche empiriche, utilizzano maggiori quote di profitto per finanziare gli investimenti. D’altro canto proprio la progressiva marginalizzazione del manager pubblici e l’ingresso della politica nelle leve decisionali ha costituito l’anticamera del superamento dell’economia mista, a vantaggio dei successivi processi di liberalizzazione e privatizzazione perseguiti dalla politica sempre più succube dell’ideologia liberista.

Altro passaggio dell’articolo è l’immancabile contrapposizione tra l’apparenza dei liberisti produttivi senza l’aiuto dello Stato e i neostatalisti che pur di avere lo Stato interventista accetterebbero con piacere l’attività tanto improduttiva quanto faticosa di “scavare buche per poi riempirle” (punto d).  Dobbiamo allora contestualizzare l’affermazione di Keynes relativa alle famose “buche da scavare”. Keynes diceva che in tempi di crisi sarebbe più saggio prendere i lavoratori disoccupati per far scavare delle buche e poi riempirle, che non lasciare a casa migliaia di persone…questo è un paradosso per significare che in tempi di crisi, in cui c’è ristagno di liquidità, qualsiasi forma di sostegno alla domanda è preferibile all’austerità, definita come prodotto parodistico dell’incubo di un contabile. Aver compreso cum grano salis il senso di questo paradosso avrebbe aiutato a comprendere la necessità dell’intervento tempestivo dello Stato in settori ad alta utilità sociale nel manifestarsi di condizioni critiche quali quelle della crisi economico-sanitaria.

In conclusione abbiamo il classico richiamo del debito pubblico come fardello intergenerazionale (punto e) senza la benché minima comprensione che la vera ricchezza della collettività può essere alimentata dalla spesa pubblica nei termini di creazione di lavoro e di servizi pubblici (scuola, sanità, infrastrutture ecc.) che le generazioni future dovrebbero ereditare.

Utilizziamo il seguente passo di Keynes di Autarchia economica (1933) per condensare le critiche riprese in questi ultimi punti:

« …il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente dei risultati finanziari… Tutta la condotta della vita era stata ridotta a una specie di parodia dell’incubo di un contabile. Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell’Ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano d’opinione che fosse giusto ed opportuno di costruire delle catapecchie perché le catapecchie, alla prova dell’iniziativa privata, “rendevano”, mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell’idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe “ipotecato il futuro”, sebbene non si riesca a vedere, a meno che non si abbia la mente obnubilata da false analogie tratte da una inapplicabile contabilità, come la costruzione oggi di opere grandiose e magnifiche possa impoverire il futuro».

Punto 3. Proseguendo nell’articolo arriviamo ai presunti costi derivanti dall’ostacolare la salvifica azione delle forze di mercato:

«I costi delle politiche sostenute dai “liberisti” sono bassi ma anche visibilissimi…Se si chiude una fabbrica improduttiva ad esempio ci sono costi immediati e visibili».

In sostanza qui si afferma che se si salvano i lavoratori di una fabbrica in fallimento la percezione immediata è positiva ma si alimenta l’inefficienza, mentre il mercato potrebbe provvedere alla riallocazione di quei lavoratori in contesti più produttivi. Questo argomento presuppone una serie di ipotesi fallaci, soprattutto allo stato attuale di crisi generalizzata. Si presuppone che le imprese che falliscono sono meno produttive, mentre invece abbiamo tantissimi casi di imprese che erano competitive ma che a causa della logica di breve periodo votata al conseguimento non di una strategia di crescita ma degli utili immediati, tipica di una economia finanziarizzata, sono state smantellate strutture produttive lasciando a spasso i lavoratori. D’altronde la finanziarizzazione accorcia l’orizzonte del rendimento distorcendo la logica economica e snaturando gli investimenti perché per produrre serve tempo: nella Teoria Generale (1936) Keynes coglie questo aspetto affermando che

«lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebbe essere sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece, lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun come dicono gli americani (scattare prima del segnale di partenza), metter nel sacco la gente, riuscire a passare la moneta cattiva o svalutata».

Le logiche della globalizzazione poi possono poi indurre, come noto, a delocalizzazioni in paesi con minori salari e minori tutele di standard lavorativi, avviando processi deflattivi nelle nazioni che subiscono il ricatto. Soprattutto nel caso di crisi per carenza di domanda, magari passeggera, senza l’aiuto dello Stato nel sostenere i livelli di domanda si potrebbero verificare affrettate chiusure di battenti di imprese con ulteriore aggravio in termini di crollo di redditi e costi per ammortizzatori sociali. Tra l’altro un numero significativo dei più noti macroeconomisti (quindi in definitiva mainstream) come Summers, Blanchard, Eggertsson, Krugman ecc. concorda sul fatto che, anche prima della crisi del Covid i paesi più sviluppati si trovassero nel lungo solco di una crescita stagnante (fenomeno della “stagnazione secolare”) le cui caratteristiche in condizioni di trappola della liquidità sconsiglierebbero altamente le soluzioni mainstream “classiche” per il rilancio dell’economia: una su tutti è sconsigliabile il taglio dei costi del lavoro tramite la flessibilità, che avrebbe un effetto ancor più depressivo riducendo ancor di più i redditi e l’occupazione.

Insomma da questa situazione, oggi più che mai, non ci possono sollevare le forze salvifiche del mercato tanto più deleterie quanto più azionate tramite politiche di austerità e di flessibilizzazione del lavoro (le cosiddette riforme strutturali). Occorre invece che lo Stato intervenga attraverso investimenti pubblici e politiche di sostegno del lavoro. D’altronde, come ricordato da Keynes nei I mezzi per raggiungere la prosperità (1933):

«E’ un grossolano errore credere che le politiche per aumentare l’occupazione e quelle per portare il bilancio in equilibrio siano incompatibili. E’ vero piuttosto il contrario. Non c’è possibilità di equilibrare il bilancio eccetto che con l’aumentare il reddito nazionale, che corrisponde in gran parte ad un incremento di occupazione»

In conclusione nell’articolo del Corriere viene lanciato un monito per neostatalisti italiani che non si starebbero accorgendo del fatto che « si sta determinando una pericolosa sovrapposizione fra la divisione mercato/Stato e la divisione Nord/Sud, una sovrapposizione che alla lunga potrebbe far correre qualche rischio alla stessa unità nazionale». Al di là dei risvolti politici interni agli schieramenti dei partiti italiani, tale affermazione non tiene conto di quella che Rodrik ha definito come una verità fondamentale dell’economia: i livelli di sviluppo nei paesi avanzati sono in relazione positiva con i livelli di spesa governativa, ovvero anche le economie di mercato per svilupparsi hanno bisogno dello Stato (pensiamo alle infrastrutture, ai beni di pubblica utilità alla ricerca ecc.). Poi certamente quanto sia attivo lo Stato nell’indirizzare l’economia è questione che può dividere e che vede i liberisti sulla difensiva, ma comunque se lo Stato non fornisce le condizioni di sviluppo questo non può venire dal solo mercato.

Tirando le fila di quanto fin qui detto, in chiave strategica o tattica che sia, non si può lasciare l’appropriazione del pensiero keynesiano alla narrazione neoliberista del mainstream, sia nella forma di impossessamento (i veri keynesiani sarebbero i liberisti “rivisitati”) sia nella forma di accusa (i falsi keynesiani sarebbe chi vuole realmente uno Stato interventista). Questa narrazione mainstream giustificherebbe un utilizzo dello Stato nella classica dinamica di un intervento estemporaneo finalizzato alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione delle perdite, per poi ripartire con la vecchia logica economica e un tessuto sociale definitivamente lacerato da una crisi che non ci abbandonerà per lungo tempo.

Una critica completa e rigorosa al neoliberismo non può esimersi quindi dallo scontro in questo campo, una critica che Keynes aveva elaborato come visione di società ben prima di realizzare l’architettura economica che l’avrebbe potuta rendere effettiva. Ci riferiamo a una visione di società necessaria a concepire il ruolo di uno Stato forte ed interventista che non è mera somma di individualità, ma è una “unità sociale” portatrice di una utilità sociale, così come espresso nel La fine del lasseiz-faire (1926):

«il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e quelli sociali coincidano sempre; né condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Ne è vero che l’interesse egoistico sia sempre illuminato…L’esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un’unità sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agiscono separatamente».

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL MONDO ALLA ROVESCIA DI FEDERICO FUBINI di Leonardo Mazzei

«La nuova emergenza». E’ questo il titolo dell’editoriale di Federico Fubini sul Corriere della sera di ieri. Che si parli dell’emergenza economica ed occupazionale, dopo quella sanitaria dei mesi scorsi? Neanche per sogno.

Per il Fubini la nuova emergenza ha tutt’altro nome, quello di uno “Stato-mamma”, dal quale bisognerebbe uscire al più presto.

Che milioni di italiani, esattamente quelli più bisognosi d’aiuto, lo “Stato-mamma” proprio non l’abbiano incrociato, è un particolare che al Fubini sfugge proprio. A lui basta riprendere la solita retorica cantilena contro l’assistenzialismo.

Polemizzando con chi vedeva nell’epidemia, e perfino nel disastroso confinamento che si è voluto imporre agli italiani, un’occasione per rilanciare il ruolo dello Stato, eravamo stati facili profeti nel prevedere come lorsignori sarebbero ben presto tornati ai santi vecchi ed ai tradizionali arnesi del neoliberismo. Tra questi, ovviamente, il loro argomento anti-statale preferito: quello contro l’assistenzialismo, vero o presunto che sia. Argomento che prevede naturalmente due pesi e due misure (e che pesi, e quali misure!). Ad esempio, secondo il loro metro di giudizio, 600 euro al mese ad un cassaintegrato sono “assistenzialismo”, 6 miliardi di garanzie ad Fca ovviamente no.

Ma non perderemmo tempo a scrivere un articolo solo per rilevare questo doppiopesismo.

La disonestà intellettuale di certi pennivendoli è infatti così evidente, che di fronte ad essa possono esistere di fatto solo due categorie di persone: chi ha già capito benissimo, chi non vorrà capire mai.

Nell’editoriale di cui ci stiamo occupando c’è però qualcosa di peggio del tradizionale doppiopesismo, c’è una descrizione della società italiana che fa a pugni con la realtà, e che proprio per questo merita di essere segnalata.

Prima di arrivarci è utile però cogliere in quale vuoto d’idee si ritrovi attualmente l’oligarchia dominante. Un vuoto ben evidenziato dai pittoreschi “Stati generali” voluti da Conte. Un vuoto che evidentemente non è esclusivo appannaggio della classe politica, ma che essa condivide con gli stessi pensatoi che generalmente ne ispirano l’azione.

In questo senso l’editoriale del Fubini è illuminante.

Nessuna riflessione sulla crisi manifesta del modello neoliberale incarnato dall’Unione europea.

Nessuna riflessione sui disastrosi danni del lockdown.

Nessuna idea su come uscire dalla crisi.

Ma in compenso un nemico giurato: l’assistenzialismo.

Ora, chi vuol vedere il mondo alla rovescia può sempre farlo. E se dispone delle pagine del Corsera può pure scriverlo.

Ma sostenere che i guai attuali dipendano da un presunto “assistenzialismo” richiede davvero una quantità industriale di faccia tosta che solo uno come il Fubini può possedere.

Il suo ragionamento muove da questa premessa:

«Mai prima nella storia d’Italia tanti italiani erano stati garantiti, sussidiati e tutelati dallo Stato allo stesso tempo. Già, ma ora? Quella rete di sicurezza non può restare lì troppo a lungo così com’è, perché costerebbe centinaia di miliardi (che non ci sono) e farebbe degli italiani un popolo di assistiti da uno Stato-mamma (che nessuno, o meglio quasi nessuno, dice di volere). Una crisi finanziaria e l’appassire dello spirito di iniziativa e responsabilità personale sarebbero dietro l’angolo. Moltissimi italiani hanno ancora bisogno di aiuto. Ne hanno bisogno e lo avranno. Ma lo Stato-mamma non può essere per sempre».

Per sempre? Ma è colpa di chi è rimasto senza lavoro se le scelte di un’intera classe dirigente hanno portato all’attuale disastro?

E’ un “per sempre” assai strano quello di un Fubini che si preoccupa che dal 17 agosto si possa tornare – finalmente!, si direbbe – a licenziare.

E’ un “per sempre” assai ravvicinato se ci si preoccupa del rifinanziamento di una cassa integrazione che scade tra due settimane per tanti lavoratori.

Altro che Stato-mamma!

La verità è che lo Stato-mamma esiste solo nella testa dell’editorialista del Corsera.

La verità è che milioni di persone gettate sul lastrico avrebbero veramente bisogno di assistenza, altro che “assistenzialismo”!

Ma come si fa a ragionare così? Al di là delle laute retribuzioni che certo concorrono a tali pensieri,  forse un modo per arrivarci è quello di raccontarsi (e raccontare, il che è decisamente peggio) una realtà completamente rovesciata.

Arriviamo così al punto che qui più ci interessa. Scrive il Fubini:

«Non per niente i consumi restano ibernati e il risparmio privato tipico delle fasi di insicurezza non fa che crescere: in aprile i depositi bancari delle famiglie erano già saliti di 25 miliardi dai livelli di febbraio, quelli delle imprese di cinque. Pensiamoci: in due mesi il risparmio liquido dei privati in Italia è cresciuto di una somma superiore a quanto sia cresciuto il debito pubblico con il decreto di emergenza di quel momento, il “Cura Italia”; è un indizio che lo Stato-mamma – magari era inevitabile, nel caos della pandemia – sta nutrendo anche qualcuno che potrebbe cavarsela da sé».

Ora, giusto per fare un esempio, sappiamo tutti che i notai non avevano certo bisogno dei 600 euro, ma non è certo di questo che vuol parlarci il Fubini.

Il trucco che egli usa è evidente, ed esso consiste nel mettere tutti gli italiani nello stesso calderone.

Siccome i risparmi sono cresciuti più del debito pubblico, questo vorrebbe dire che quei (pochi) soldi previsti dai decreti di marzo e di maggio non andavano proprio spesi. Assistenzialismo!

Anziché riconoscere la miserevole insufficienza di quelle misure, anziché denunciare come tanti ne siano stati di fatto esclusi, anziché rilevare ritardi ed inadempienze della macchina statale, il Fubini ci dice che i problemi sociali ce li siamo solo immaginati, che di fatto non sono mai esistiti. Ma si può!?

Naturale che qualcuno abbia visto aumentare i propri risparmi! Se disponi di un reddito certo e per un periodo non puoi spendere, è evidente che (peraltro solo temporaneamente) i tuoi risparmi crescono. E che ci voleva il Fubini per capirlo?

Ma il punto è un altro. Ed è che questo vale per una parte della società, quella più garantita. Quella che non ha avuto bisogno né di cassa integrazione, né dei 600 euro, né di altre misure di sostegno al reddito.

Ma c’è l’altra parte.

Milioni di persone private del lavoro e del reddito, spesso gettate nella povertà pura e semplice, con davanti un futuro più incerto che mai. E’ a questi milioni di persone che il Fubini pensa – considerandole di fatto una massa di “assistiti” da rieducare – quando vorrebbe tagliare la cassa integrazione, tornare ai licenziamenti ed abolire ogni sostegno (anche nel credito) alle piccole aziende.

La disonestà del suo argomentare sta nel voler far credere che gli italiani si siano arricchiti con le miserie dei due decreti di primavera, quasi che a risparmiare siano stati cassaintegrati, disoccupati, partite Iva, piccoli lavoratori autonomi.

Immaginatevi voi quanto si può risparmiare con 600 euro!

Chiudiamola qui, che basta e avanza. Tra i pennivendoli del regime neoliberista ed eurocratico, Federico Fubini è di certo uno dei più intelligenti. Se oggi è ridotto a questo miserevole argomentare una ragione ci sarà.

Fonte: Liberiamo l’Italia




BENVENUTO “SPIRITO DEL TEMPO” di Carlo Formenti

“In nulla vogliamo somigliare alla Cina”: questa secondo Panebianco la lezione che andrebbe tratta dalla tragedia della pandemia. Nemmeno sul piano dell’efficienza che lo Stato cinese ha dimostrato nel limitare il numero delle vittime? Assolutamente no, perché quell’efficienza è frutto dell’autoritarismo e dello statalismo che soffocano il mercato assieme alle libertà politiche e civili (che secondo i liberali alla von Hayek come Panebianco sono un tutt’uno).

Poco importa – il nostro non lo dice ma lo pensa – che la libertà in salsa lombarda (che ha voluto dire, fra le altre cose, privatizzazione della sanità e sistematica distruzione della capacità di assistenza pubblica) sia costata 15.000 morti (senza contare quelli stroncati da altre malattie, perché gli ospedali potevano occuparsi solo dei contagiati dal virus) e che in altre grandi culle della libertà, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, senza dimenticare il Brasile di Bolsonaro, il bilancio sia stato dieci volte più pesante. La guerra allo “statalismo” varrà pure qualche sacrificio (soprattutto se a morire sono i vecchi, che con le loro pensioni appesantiscono quella spesa pubblica che resta in cima alla lista degli anatemi).

Preoccupato perché “stando ai sondaggi, ci sono ormai in questo Paese estese simpatie per le potenze autoritarie, Russia e Cina”, il nostro stila l’elenco dei nemici che, attenzione, non sono solo quelli “lucidi”, quelli cioè che come il sottoscritto (Panebianco si rassicuri: siamo ancora troppo pochi) pensano che, dagli anni 80 del 900, democrazia e libertà abbiano divorziato mentre il “libero mercato” – nella forma estrema del capitalismo finanziarizzato e globalizzato – ha distrutto tutti i diritti sociali acquisiti in decenni di lotte delle classi subalterne; sono anche quei nemici “inconsapevoli” che accarezzano l’idea di un ritorno dell’economia mista del trentennio postbellico.

Fra questi “utili idioti” – che si pongono inconsapevolmente al servizio del complotto autoritario filo cinese perché non capiscono che una volta che si sia permesso allo Stato di riallungare le mani sulle imprese, poi diverrebbe difficile, se non impossibile, sottrarle al suo mortale abbraccio – il nostro mette perfino Cottarelli (che abbiamo visto imperversare in tutti i talk difendendo a spada tratta la necessità di restare fedeli al verbo ordoliberale che viene da Bruxelles e Berlino) e Prodi. Prodi! L’uomo che ha contribuito a realizzare i sogni di Carli e successori, svendendo la nostra sovranità monetaria e dando via libera allo smantellamento della nostra industria di Stato che era l’unica in grado di reggere il confronto con i colossi mitteleuropei e angloamericani (per cui oggi le nostre ”libere” imprese possono al massimo aspirare al ruolo di terzisti per conto delle aziende straniere).

Purtroppo, lamenta Panebianco, questo è lo “spirito del tempo” per cui sarà difficile contrastare la sbornia neostatalista. Qui si coglie bene quello che Polanyi spiegava nel suo attualissimo capolavoro, “La grande trasformazione”: il liberal-liberismo nelle sue forme più radicali – di cui Panebianco è un esempio paradigmatico – non è affatto una visione realista del mondo, è una perniciosa utopia che, se perseguita senza se e senza ma, può portare solo a catastrofi come quelle della grande crisi del 29 e delle due guerre mondiali, se non addirittura al suicidio della stessa civiltà capitalista occidentale. Le élite capitaliste mondiali ne sono ben consapevoli, al punto che il Financial Times – che ne è il più autorevole organo mondiale – nelle ultime settimane ha pubblicato diversi articoli in cui si sostiene che è arrivato il momento di rivalutare il ruolo dello Stato in economia.  Quanto ai discorsi secondo cui esisterebbe una relazione di inscindibile identità fra libertà, democrazia e mercato, sono ignobili falsificazioni che trovano sempre meno estimatori. Eppure a Panebianco noi nemici consapevoli dobbiamo riconoscere un merito: ove messe integralmente in atto, le sue idee svolgerebbero un formidabile ruolo di acceleratore dei conflitti sociali.

* Fonte: Micromega




CHI DIMENTICA È PERDUTO di Thomas Fazi

Draghi ha assunto la carica di nuovo Presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una “brillante” carriera come Vicepresidente e managing Director di Goldman Sachs (2002-2005), Governatore della Banca d’Italia (2005–2011) e Direttore generale del Tesoro italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi, negli anni ’90, si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni selvagge di buona parte dell’apparato industriale pubblico italiano, pur essendo perfettamente consapevole, come dichiarò nel suo intervento sullo yacht Britannia nel 1992, che questo avrebbe “indeboli[to] la capacità del Governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”. Tuttavia – come disse sempre Draghi – quel processo era da considerarsi “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”.

Fu sempre Draghi, sempre nella veste di DG del Tesoro, a far sottoscrivere allo Stato italiano una serie di derivati (finalizzati a mascherare la reale entità del debito pubblico italiano) – i cui dettagli non sono noti perché coperti dal segreto di Stato – che negli anni sono costati al nostro paese svariati miliardi. Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato alla negli anni ’00 mentre stava alla Goldman Sachs.

Ora, volete che, dopo essersi prodigato in maniera così infaticabile per vent’anni a favore degli interessi del grande capitale internazionale, Draghi non fosse ripagato come minimo con un bel ruolo da banchiere centrale? E infatti così è stato. Con l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo per tutti noi. Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE, e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore, Trichet, inviarono al governo italiano quella famosa “letterina”, che poi sarebbe entrata nella storia, in cui intimavano al governo italiano “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, “privatizzazioni su larga scala”, “la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari”, “la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale”, “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e persino “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per “ripristinare la fiducia degli investitori”.

Evidentemente, però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del Governo italiano, e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa – “decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE” per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, spianando così la strada all’ascesa del Governo “tecnico” di Monti. È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente “indipendente” e “apolitica” che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un Governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto ha fatto Draghi nel 2011 nei confronti dell’Italia.

Non contento, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia, Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact“): “una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: “Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato”.

Fu sempre Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il Movimento 5 Stelle emerse come il primo partito del Paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: “Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico”. E infatti così è stato. Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole”.

È precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari “per preservare l’euro”. L’implicazione era che, se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa. L’annuncio di Draghi fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla “fiducia dei mercati”, come Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

Tuttavia, se da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, come abbiamo scoperto in questi giorni, comporta l’adesione da parte del Paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES). In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, che gli sono valse così tanti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di matrice neoliberista.

Questo è diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche, per costringere il Governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un fatto pressoché senza precedenti nella storia. Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di  Draghi se oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non è la banca centrale ad essere dipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale . Più in generale, alla luce del suo “curriculum”, ci sarebbe solo che da tremare alla prospettiva di un eventuale Governo tecnico guidato da Draghi. Il fatto che oggi non ci sia praticamente un solo politico in Italia – da Salvini in giù – che non invochi questa soluzione dà veramente il senso della caratura della nostra classe politica.

* Fonte: L’Intelletuale dissidente




NO AL “PROGRAMMA DRAGHI” di Moreno Pasquinelli

La cosiddetta “pandemia” COVID-19 ha gettato nel marasma la già malmessa economia mondiale. A ben vedere è proprio l’Occidente a subirne le più gravi conseguenze e, in questo perimetro, è anzitutto l’Unione europea ad essere letteralmente terremotata.
E’ in questo contesto che dobbiamo leggere la nuova e pesante scesa in campo di Draghi, col suo intervento sul Financial Times.
Con la sua sortita, l’ex-governatore della Bce non solo certifica la sua auto-candidatura a guidare il nostro Paese — dato il precipitare degli eventi più come primo ministro che come presidente della Repubblica. Egli indica la terapia per guarire il malato, la via per tirar fuori l’Unione europea dalla sua crisi mortale.

Di che terapia si tratta? Quale via suggerisce?

Come c’era da aspettarsi l’uscita del nostro ha immediatamente ricevuto il plauso dell’establishment italiano, non solo dei potentati economici, ma della gran parte degli esponenti politici, a sinistra e a destra. Pressoché tutti lo invocano come salvatore della Patria, affinché, passata la buriana, prenda il posto di Conte. Tecnicamente, questo passaggio di consegne ci riporterebbe all’autunno 2011, quando venne defenestrato Berlusconi. Anche questa volta lorsignori non pensano affatto di passare per le urne. La differenza (e che differenza!) è che il passaggio sarebbe pilotato e blindato con accordo bipartisan preventivo centro-destra-centro-sinistra.

Che chi sta sopra, in alto, cioè le classi dominanti e i loro fantocci politici siano pronti a consegnare pieni poteri a Draghi non deve stupire. Essi sanno chi è costui, si fidano ciecamente, e dal loro punto di vista di classe non si sbagliano.

Ciò che semmai sorprende, che suscita massima inquietudine, è che vi siano alcuni “insospettabili”  — evitiamo per carità di patria di fare i nomi — che stanno avvelenando i pozzi. Codesti, dopo avere conquistato la stima di molti per aver gridato contro il regime e le politiche neoliberiste, dopo avere detto e scritto che occorre una radicale inversione di rotta, ci stanno dicendo che non bisogna opporsi pregiudizialmente all’operazione Draghi, che anzi occorre aprirgli una linea di credito. Questi cretini (concediamo loro la buona fede) per sostenere il loro spostamento di campo, adombrano ad una resipiscenza keynesiana di Draghi: “egli fu allievo di Federico Caffè”.

Resipiscenza keynesiana?

Basta leggere con la dovuta attenzione cosa precisamente abbia indicato Draghi sul Financial Times per smentire questa idea come una gigantesca bufala. Il fatto che Draghi ammetta che sarà necessario fare debito pubblico non significa che egli si è convertito. Il debito è solo uno strumento, dipende da come lo si usa e dagli scopi di chi lo usa. Un coltello serve al cuoco per cucinare un buon piatto, in mano ad un omicida serve per uccidere.

Quando il mercato ed il settore privato entrano in coma, anche i liberisti più sfrenati chiedono aiuto allo Stato, ma affinché torni il vecchio Ambaradan.

Come scrive Emiliano Brancaccio

«L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose».

Thomas Fazi, dopo aver rinfrescato la memoria agli smemorati che sono caduti con tutti e due i piedi nella trappola — ricordando per filo e per segno le numerose e gravissime mosse  che Draghi ha collezionato nella sua carriera —,  scrive:

«Veniamo ora alla lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace deludervi, ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro. Più banalmente, Draghi sta invocando quella che è la strategia da manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009. Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente com’ è accaduto del decennio post-2007. Il senso dell’intervento di Draghi sta tutto qui».

Non c’è dubbio che chi abbia sale in zucca, chi abbia davvero a cuore gli interessi ed i diritti delle masse popolari, ovvero della maggioranza dei cittadini, deve opporsi all’operazione Draghi.

Non basta, evidentemente dire no a Draghi ed al suo programma liberista. Occorre opporre un programma opposto, che descriva un’alternativa di società.

Se non ora, quando?




NON ANDRA’ TUTTO BENE Comitato Centrale di Programma 101

Comunicato n. 3/2020 del Comitato centrale di P101

Salvare l’Italia, ITALEXIT

Siamo nel cuore di una vera catastrofe. La Caporetto della sanità italiana è sotto gli occhi di tutti. Forse non sapremo mai quante persone sono morte per non aver trovato un posto di terapia intensiva negli ospedali della Lombardia, ma sappiamo già adesso che ciò è accaduto. Questo fatto, unito alla mancanza delle mascherine, alla carenza del personale, alla strutturale insufficienza dei posti letto e dei laboratori di analisi, ci parla degli effetti disastrosi delle politiche degli ultimi decenni. L’esito di un mix mortale fatto di liberismo ed austerità.

Ma c’è un’altra catastrofe in corso, quella prodotta dal blocco dell’intero Paese. E’ una catastrofe economica e sociale senza precedenti nel dopoguerra. Milioni di posti di lavoro a rischio, milioni di persone con il proprio reddito già oggi azzerato, mentre lo spettro dell’impoverimento aleggia su tante famiglie italiane. Si aggiunga il rischio di perdere parti significative dell’apparato produttivo, con la chiusura di un numero oggi incalcolabile di aziende, ed il quadro è fatto.

Di fronte a tutto ciò il governo, mentre da una parte è ricorso ad una serie scriteriata di draconiani decreti di chiusura totale, dall’altro non ha dato risposte minimamente adeguate ai problemi che quella scelta ha portato con sé.

Siamo così precipitati in uno stato d’eccezione dalle conseguenze gravissime. Mentre l’attività del parlamento è sospesa sine die, tutto è accentrato nelle mani del governo, per certi aspetti in quelle del presidente del consiglio. I diritti costituzionali sono di fatto sospesi e non si sa fino a quando. Che questo sia il prodotto di un governo debole non deve ingannarci, perché spesso sono proprio gli esecutivi di questo tipo a ricorrere all’emergenzialismo per farsi forti.

Nessuna delega va dunque data al governo Conte. Non solo per ragioni di principio, ma anche per l’inefficacia della sua azione, per il suo modo pasticciato di procedere, per l’assenza di una linea chiara su come affrontare l’emergenza in tutti i suoi aspetti (sanitari, economici e sociali). Ma c’è una ragione ancora più importante per chiedere le dimissioni immediate dell’attuale governo: la sua sudditanza alle oligarchie europee.

Mentre un piano d’emergenza nazionale è sempre più necessario, mentre è chiaro che esso potrà funzionare solo mettendo in campo uno sforzo finanziario eccezionale (quantificabile in almeno 500 miliardi), i governanti italiani sono ancora a piatire misere elemosine dal bilancio UE o, peggio, un prestito del Mes che, benché comunque del tutto insufficiente, pagheremmo a caro prezzo.

E’ necessario uscire da questo vicolo cieco. La momentanea sospensione del patto di stabilità, dunque la temporanea possibilità di spendere in deficit, non devono illuderci. Si tratta appunto di una sospensione, finita la quale i padroni del nord Europa tornerebbero a spennare l’Italia con ogni mezzo.

Non è dunque il momento delle mezze di misure. L’atteso shock finanziario è arrivato viaggiando sulle ali di un virus venuto dall’Asia. Di fronte ad esso l’UE traballa, strutturalmente incapace di dare risposte all’emergenza che sta colpendo vari paesi, ma in primo luogo ed in maniera più pesante proprio l’Italia. Non è dai palazzi del potere eurocratico che potranno venire risposte positive per il nostro popolo, anzi da lì potranno arrivare solo nuove imposizioni e nuove sofferenze.

E’ dunque il momento di prepararsi all’Italexit, adottando tutte le misure necessarie a tale scopo. E’ su questo obiettivo che bisogna convogliare tutte le forze migliori del Paese.  

Presto l’Italia si troverà davanti ad un bivio: o la riconquista della sovranità nazionale, a partire da quella monetaria, o la disfatta totale di fronte alle pretese dell’euro-Germania. O un percorso di liberazione nazionale, per quanto difficile; o la certezza di finire schiavi (in una situazione alla greca, se non peggio) per lungo tempo.

E’ difficile mobilitarsi nella situazione attuale, perché mentre lorsignori possono muoversi in tutte le direzioni, noi siamo attualmente reclusi in casa. Ma non durerà a lungo, come anche gli scioperi nelle fabbriche stanno a dimostrarci.

– Fuori dall’euro e dall’Unione europea

– Per un piano di ricostruzione che assicuri a tutti reddito e lavoro

– Per difendere la democrazia e la Costituzione del 1948