LA TERZA ONDATA CHE NON C’E’ di Leonardo Mazzei

Dati aggiornati al 16 febbraio 2021: i casi di Covid nel mondo sono dimezzati (-49,9%) rispetto al picco dell’11 gennaio, quelli in Italia sono calati del 68,9% rispetto al picco del 14 novembre scorso. Si sa, col coronavirus i dati valgono quello che valgono, ma quelli ufficiali della media mobile a 7 giorni questo ci dicono. Il virus sembrerebbe dunque volerci lasciare, i virologi e gli espertoni non ne hanno invece intenzione alcuna. I Ricciardi, i Crisanti e i Galli (ma sono solo tre nomi tra i tanti) hanno conquistato il palcoscenico e non lo vogliono mollare.

Assieme a loro la solita stampa. Siccome il carnevale delle varianti non bastava, su la Repubblica di stamattina è spuntata perfino un’immaginifica supervariante. Ma super perché? Perché – ecco la solita scoperta dell’acqua calda del giornalone iper-draghiano – “può ridurre l’efficacia del vaccino”. Ma va! Chi l’avrebbe mai detto? Ma non erano proprio i vaccini l’indiscussa arma finale dell’epica battaglia di chi ci vuol portare nel distopico mondo del Great Reset?

Ora, che i virus mutino ormai lo sanno anche i sassi. Che di mutazioni ce ne siano già state a bizzeffe pure. Dov’è dunque la notizia? Sta di fatto che pure la “supervariante” verrebbe dall’Inghilterra. Eh, la perfida Albione, oggi resa ancor più malefica dalla Brexit! Verrebbe da pensare che lì, insieme alle sterline, fabbrichino varianti. In realtà gli inglesi hanno l’unica “colpa” di effettuare un numero di sequenziamenti dei campioni prelevati enormemente più alto rispetto agli altri paesi. Che se tutti adottassero la loro metodologia di varianti degne di nota ne spunterebbero anche altre, per la gioia di Repubblica e non solo.

Ma torniamo ai dati. Sicuramente è presto per affermare che la drastica diminuzione in corso sia finalmente quella buona, ma della tanto paventata “terza ondata”, quella annunciata dagli espertoni per questo periodo, proprio non c’è traccia.

E’ da notare come l’attuale trend positivo non abbia nulla a che vedere con l’inizio delle vaccinazioni. A metà gennaio, quando la curva dei casi (e due settimane dopo quella delle vittime) ha iniziato a scendere con decisione, i vaccinati non raggiungevano neppure lo 0,1% della popolazione mondiale. E pure oggi siamo ad uno 0,5% scarso. Dunque, come ci è parso da subito evidente, l’andamento dell’epidemia segue un suo percorso largamente indipendente dalle varie misure di contenimento adottate.

Questo è un dato ormai assodato e confortato da diversi studi. Oltre al ben noto caso della Svezia, oggi citato come esempio da seguire pure dagli scienziati dell’Università di Stanford, c’è adesso quello, non meno interessante, della Russia. Dal 22 gennaio scorso, la Russia ha riaperto praticamente tutto: scuole, palestre, strutture ricreative, parchi giochi, musei, cinema e teatri. Mentre bar e ristoranti possono ora stare aperti h24 senza restrizione alcuna. Ebbene, la Russia che (sempre come media mobile a 7 giorni) aveva raggiunto un picco di 28.616 casi il 28 dicembre, è scesa ora a 14.443 (-49,6%), perfettamente in linea con il trend mondiale già visto all’inizio.

Citiamo questi dati, non solo perché sostanzialmente oscurati dall’informazione mainstream, ma soprattutto perché fanno a cazzotti con gli espertoni, le cassandre seriali che tanto piacciono ai media, e che hanno il preciso scopo di terrorizzare, creare la massima incertezza, mettere in ginocchio tante piccole attività che in tutta evidenza si vogliono cancellare insieme ai milioni di persone che vi lavorano. Quel che è successo con lo stop agli impianti sciistici, annunciato poche ore prima della loro riapertura, non ha bisogno di particolari commenti. Idem per il passaggio di alcune regioni dalla zona gialla a quella arancione, decretato con sole 36 ore di anticipo e fatto in modo da impedire i pranzi di San Valentino. Che si tratti di “semplici” errori è davvero difficile da credere.

Mentre chiudo questo breve articolo, al Senato sta per andare in scena Mario Draghi. I suoi lecchini con licenza di video e di scrittura hanno già messo le mani avanti, decretando che Lui (con la maiuscola, ovviamente) si occupa solo di grandi cose. Dunque, delle quotidiane stoltaggini del suo governo in materia Covid, egli andrebbe comunque e preventivamente assolto. Eh no, oneri ed onori signori cari! Quando, negli anni ’90, si è trattato di svendere le più importanti aziende pubbliche del Paese, costui – dal Britannia al Ministero del Tesoro – ha sempre saputo occuparsi pure della bassa cucina, non solo dell’alta teoria.

Insieme a molte altre cose, vedremo cosa dirà oggi su chiusure e confinamenti, sul ruolo del Cts e dei troppi consulenti pagati a peso d’oro. Penso che in tanti resteranno delusi.




COVID-19: LA VERITA’ di Marcello Teti

Premessa

L’uso sistematico della disinformazione strategica, nei riguardi dell’epidemia da coronavirus, è stato  lo strumento più importante per riuscire a creare l’attuale clima di paura e di micidiale insicurezza nella popolazione. Una vera e propria epidemia di informazioni  artatamente subdole, ambigue, spesso appositamente gonfiate, altre volte false, surrettizie, subliminali. Quasi sempre  prive di ogni fondamento razionale, prima ancora che scientifico. Una campagna martellante di notizie date con lo scopo di pompare dosi sempre più massicce di paura e di angoscia in una opinione pubblica atterrita, incapace di distinguere e fare un minimo di scelte critiche. Che  accetta ormai supinamente ogni imposizione, ogni sopraffazione dei suoi diritti, quando non è essa stessa addirittura a chiedere ancora più restrizioni.  Una sorta di “infodemia” ben più grave della modesta epidemia in atto, la cui sorgente di infezione è proprio il Governo e la sua vasta corte di tecno-scientisti a caccia di fama, potere e lauti guadagni. In verità, senza questi mestatori, millantatori di pseudo verità scientifiche, difficilmente si sarebbero potute creare le condizioni  per ingenerare una psicosi collettiva così irrazionale. Va aggiunto subito anche il ruolo decisivo che hanno svolto i grandi mass-media (giornali, tv nazionali e locali, radio, ect) nel creare la situazione surreale che stiamo vivendo da quattro mesi a questa parte. Con grande compiacenza, essi  hanno amplificato a dismisura la pletora di informazioni distorte e tendenziose, quando non le hanno inventate direttamente essi stessi. Insomma, una sorta di Min-Cul-Pop (Governo-tecno-scientisti-mass-media) che sta svolgendo egregiamente il compito di soggiogare con il terrore sanitario la maggior parte della popolazione. Ma per quanti sforzi facciano gli strateghi della disinformazione, è pressoché impossibile oscurare i fatti, i dati oggettivi. I numeri hanno la testa dura, si dice. Per quanto possano essere abilmente manipolati, stanno lì e possono essere colti da chiunque, a patto di non avere il cervello obnubilato dalla paura e dal terrore circolante.

Il Rapporto ISTAT-ISS

E’ il caso del recente (è del 7 maggio u.s.) rapporto dell’ Istat-Istituto Superiore di Sanità (ISS) [1] in cui sono stati pubblicati i primi dati post Covid-19. Uno studio sufficientemente asettico che fornisce però (probabilmente al di la delle stesse intenzioni di chi lo ha compilato) elementi molto interessanti  per confutare la sciagurata narrazione di questa epidemia. Leggendo attentamente il rapporto Istat-ISS emerge come la tanto “mortale” epidemia Covid, sia invece una malattia a bassissima mortalità. Se in Lombardia c’è stata una discreta letalità, lo è stato non tanto in forza della virulenza del virus  (che non va confusa con la contagiosità, che invero per il Sars-Cov-2 è accentuata) quanto, in massima parte, per gli incredibili errori commessi da chi ha gestito l’emergenza: amministratori locali, Governo, tecnocrati di regime.

1.1 epidemia mortale o semplice epidemia influenzale

Il rapporto conferma, numeri alla mano, quanto era apparso chiaro fin dall’inizio.  L’attuale epidemia  non è  sostenuta da un agente patogeno particolarmente letale, perlomeno non lo è in misura maggiore degli altri virus influenzali con i quali conviviamo a decenni. Al pari di una banale influenza, su 100 persone che contraggono il coronavirus, 80 guariscono spontaneamente dai lievissimi sintomi dell’affezione, anzi la maggior parte di questi neanche si accorgono di aver avuto l’infezione; 15 hanno problemi del tutto risolvibili; infine da 2 a 5 (ma come vedremo, analizzando il rapporto, la percentuale è molto minore) hanno sintomi gravi e generalmente decedono, in larghissima parte anziani, ultraottantenni. Come per altri virus influenzali, anche nel caso del Covid-19, spesso la causa di morte non è direttamente il virus, ma le malattie di cui il paziente  era già portatore. Quindi non è corretto, anzi è fuorviante, attribuire, sic simpliciter, la causa di morte al coronavirus a soggetti a cui è stato fatto un tampone in vita o addirittura post-mortem ed è stato trovato positivo al Covid-19. Invece il conteggio dei morti  è stato fatto così fin dall’inizio. E’ noto che nei malati cronici con pluri-patologie, una qualsiasi noxa ambientale (termine usato per indicare un agente patogeno o una situazione nociva) compreso il Covid-19, può far precipitare un equilibrio di per se già molto precario. In questi casi, il Coronavirus al massimo  potrebbe essersi comportato come una sorta di “anticipatore” di decessi nei confronti di una coorte di soggetti “fragili” (ultraottantenni/novantenni con pluri-patologie) destinati fatalmente all’exitus in tempi più o meno brevi, anche a causa di affezioni molto banali, con o senza il coronavirus. Non vi era dunque alcun motivo razionale, anche solo da un punto di vista sanitario, che suggerisse la follia di bloccare una intera nazione agitando lo spettro di un pericolo che non è mai stato realmente grave, men che meno nel Centro e nel Meridione del Paese, Isole comprese. Come afferma il recente studio Meleam[2] sembrerebbe infatti che “il 30% della popolazione italiana è già entrata in contatto con il virus, fin dalla fine del 2019 e si sia già contagiata e immunizzata”. I casi di Ortisei (45% di positivi) e di Vò Euganeo (75%) confortano tale tesi, che probabilmente il virus si è già diffuso (forse già dal mese di ottobre) molto più di quanto pensiamo e che le misure restrittive poste in essere non erano affatto necessarie. Anzi decisamente inutili. Il succitato studio Meleam rileva inoltre che “il 90% degli infetti non ha manifestato alcun sintomo riconducibile al Covid-19”. Alla faccia, dunque, della terrificante letalità con cui la “scienza di regime” vuole accreditare il Covid-19. Quasi il 30% della popolazione italiana:18 milioni di individui, lo hanno già avuto e neanche se ne sono accorti (sic!).

1.2 I numeri del Rapporto ISTAT-ISS

Ma vediamo i dettagli dello studio curato da Istat e ISS, per valutare gli effetti dell’impatto della diffusione del Covid-19 sulla mortalità. Esso è stato elaborato sulla base di dati dell’86% della popolazione italiana e riguarda i decessi (per tutte le cause) avvenuti a partire dal 20 febbraio, data del primo decesso Covid-19 riportato dal Sistema di Sorveglianza Integrato, fino la fine del mese di marzo, quando si è avuta la rapida diffusione del contagio. Questi decessi sono stati confrontati con la media di decessi (sempre per tutte le cause) avvenuti nel periodo 2015-2019. Orbene i decessi passano da 65.592 media del periodo 2015-2019 a 90.946 del 2020. Sembrerebbe dunque che i 25.354 morti in più si possano ascrivere al Covid-19 [3]. In realtà non è affatto così. Intanto, lo stesso studio precisa che dei 25.354 morti in più solo 13.710 sono stati sottoposti a tampone, conseguentemente solo per questi è possibile prospettare una qualche correlazione con il Covid-19. Per i rimanenti 11.600 deceduti senza aver fatto il tampone si possono ipotizzare alcune possibili cause.

a) Una ulteriore mortalità associata al Covid-19 (decessi a cui non è stato eseguito il tampone). Detto per inciso, sono anche questi i famosi “morti non conteggiati” a cui si riferiscono i fautori, anzi, i pasdaran dell’estrema pericolosità del Covid-19, che arrivano persino a giustificare, pur se obtorto collo, la necessità del lockdown duro e ad oltranza decretato dal Governo. Ma anche se così fosse, i numeri, come vedremo, sarebbero lo stesso talmente esigui e non cambierebbero di una virgola il carattere sostanzialmente benigno della dell’influenza Covid-19.

b) Un’altra ipotesi è quella di una mortalità indiretta correlata al Covid-19. Ad esempio potrebbe essere il caso di uno scompensato cardiaco grave che può soccombere per una semplice febbre provocata dal coronavirus. Ma la stessa febbre può essere sostenuta da tantissimi e svariati altri agenti eziologici. In questo caso non ci sarebbe una specificità del Covid-19 nel determinismo del decesso. Va aggiunto inoltre che l’equilibrio di uno scompensato grave è talmente precario che anche un lieve rialzo pressorio, finanche una emozione intensa potrebbe provocarne il decesso. Come diceva saggiamente un mio vecchio professore di clinica medica: “sono cosi fragili che anche un alito di vento potrebbe abbatterli”

c) Infine l’atra ipotesi per giustificare gli 11.600 morti è quella di una mortalità indiretta non correlata al virus ma causata dalla crisi del sistema ospedaliero nelle aree maggiormente affette. Al riguardo c’è il recentissimo grido di allarme lanciato dall’Associazione dei cardiologi italiani, preoccupati dall’impennata delle morti nei soggetti cardiopatici, da imputare ai mancati controlli in ospedale a causa della chiusura di interi reparti e ambulatori provocato dall’allarme coronavirus e dal dirottamento in massa di medici e infermieri verso le aree Covid negli ospedali del nostro Paese. Ma anche la paura dei malati di contagiarsi andando in ospedale a fare i controlli, potrebbe aver influito su questa impennata di morti nei cardiopatici. Vedremo in futuro se l’ ipotesi sostenuta dai cardiologi è vera. Se così fosse il numero di questi morti “trascurati” lasciati colpevolmente nell’incuria (11.600) eguaglierebbe quasi il numero  di morti (13.710)  positivi al Covid-19. Questo per dire in che situazione pazzesca, irrazionale, paranoica siamo precipitati. Ma si sa, al Min-Cul-Pop interessano solo i morti Covid per continuare a tenere alti i livelli di preoccupazione e di allarme sociale.

1.3 Il Report del Gruppo di Sorveglianza Covid-19

Ma veniamo alla parte più interessante della relazione Istat-ISS: il Report [4] curato dai membri del Gruppo della Sorveglianza Covid-19. In questo report si descrivono le caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione Sars-Cov-2 in Italia, con dati aggiornati fino al 7 maggio. Conseguentemente il numero dei decessi è un pò più alto di quello visto innanzi. L’analisi si basa, infatti, su un campione (i dati pervenuti riguardano l’86% della popolazione italiana) di 27.955 pazienti deceduti positivi all’infezione da Sars-Cov-2 in Italia.

a-distribuzione dei decessi

Studiando la distribuzione dei decessi si nota che la maggior parte di questi, il 73,5% sono avvenuti in solo 3 regioni: la Lombardia, l’Emilia Romagna (più precisamente la parte nord di questa regione) e il Piemonte. Di queste nella sola Lombardia il numero dei decessi è stato il 52,3% del totale dei decessi in Italia. Il che la dice lunga sul fatto che in quella regione si siano commessi errori gravissimi, al limite dell’incredibile, forse troppo, per non considerare l’ipotesi che sotto ci sia dell’altro. Si pensi solo alle migliaia di morti nelle RSA, su cui ora stanno indagando molte procure della Repubblica. I dati ci consentono di sfatare la narrazione di un Nord  immerso in toto nella pandemia. In realtà, in molte regioni del Norditalia i numeri sono esigui, come quelli della maggior parte del resto del Paese: Friuli 1.1% di decessi, Valle d’Aosta 0.5%, Province di Trento e Bolzano rispettivamente 1.6% e 1.0%, Liguria 3.8%. Nello stesso Veneto, di cui tanto si è parlato in questi mesi, in realtà il numero dei decessi si attesta al 5.7%. Nel resto dell’Italia, al centro e al sud i numeri sono decisamente bassi. In molte regioni come il Molise, l’Umbria, la Basilicata, Val d’Aosta la Calabria, Sicilia, Sardegna addirittura da prefisso telefonico 0,1, 0,3 e così via. Dunque anche i numeri dei decessi e la loro dislocazione geografica, a distanza di mesi dall’inizio dell’epidemia, testimoniano che non vi era alcuna necessità sanitaria di procedere al blocco totale del Paese, con tutte le drammatiche conseguenze economiche e sociali che ciò ha comportato e in cui ora stiamo affogando. Che, nello stesso Nord, si sarebbe potuto e dovuto procedere meglio e più efficacemente con isolamenti selettivi dei focolai di infezione e identificazione dei portatori asintomatici, che sono le misure più corrette da adottare quando c’è la minaccia di una epidemia, per impedirne il diffondersi. Invece che chiudere tout court, prima lo stesso Nord e subito dopo tutta l’Italia, mettendo agli arresti domiciliari i suoi 60 e passa milioni di abitanti.

b-dati demografici

Analizzando i dati demografici si vede che l’età media dei pazienti deceduti e positivi al SARS-CoV-2 è di 80 anni, per le donne addirittura di 85. L’età media dei pazienti deceduti è più alta di circa 20 anni dall’età media dei pazienti che hanno contratto l’infezione (età mediana dei pazienti deceduti 81 anni- pazienti contagiati 62 anni). Anche questi dati ci permettono di fare alcune considerazioni. Intanto smascherare l’ambiguità di fondo dei mestatori professionisti che creano apposta la confusione dei termini morbosità (contagio)  e mortalità per lasciar trapelare surrettiziamente l’idea che l’epidemia non risparmia nessuno e che tutti indiscriminatamente: bambini, giovani, adulti, anziani siamo esposti al rischio di morire se veniamo contagiati, indipendentemente dall’età. Onde appare del tutto legittimo nonché salvifico, l’ordine che essi, assieme al Governo, hanno impartito di restare tappati in casa. Già lo studio Meleam ha evidenziato che “il Covid-19 non ha alcuna possibilità di uccidere un soggetto in buona salute e di età inferiore ai 55 anni”. In realtà, la stessa relazione Istat-ISS, ci dice che nelle fasce di età comprese tra 0-39 anni, sono decedute solo 66 persone a fronte dei 27.955 pazienti Covid-19 positivi morti nello stesso periodo. Inoltre di questi 66 giovani pazienti deceduti, 40 presentavano gravi patologie preesistenti (patologie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) dedotte dall’esame delle cartelle cliniche visionate dal Gruppo di Sorveglianza Covid-19. Di 14 soggetti non era disponibile alcuna documentazione sanitaria per analizzare correttamente le cause di morte. Solo 12 pazienti, infine, non presentavano patologie preesistenti degne di nota. Il che potrebbe fare supporre una azione diretta del SARS-CoV-2 nel determinare la morte di questi soggetti. Ma parliamo di 12 su 27.955 decessi positivi al Covid-19, ovvero un numero irrisorio. Per non parlare poi della mortalità assente completamente fra le fasce di età 0-19 anni (in cui sono ricomprese le fasce in età scolastica dalle elementari alle medie superiori, nonché i bambini che frequentano gli asili nido). Infatti il Report non evidenzia decessi in tale range di classi di età. Anche in questo caso non si capiscono le cervellotiche scelte del Governo e della sua “corte dei miracoli” di chiudere tutto, scuole, università fabbriche, uffici, ristoranti, bar, financo le chiese. Da una parte, questi sciagurati  hanno sostenuto ipocritamente  di voler salvaguardare la salute e la sacralità della vita, anche di chi teoricamente sarebbe al termine del suo ciclo naturale di esistenza, come gli ultraottuagenari, gli ultra novantenni. Ricordiamo tutti le loro declamazioni al riguardo: “noi teniamo alla salute e alla vita dei nostri anziani e vogliamo proteggerli….”  In realtà, li hanno lasciati morire a migliaia, non proteggendoli all’inizio della epidemia come si sarebbe dovuto e potuto, riducendo i contatti e il rischio infettivo alle persone anziane, specie quelle più a rischio. Dopo fornendo sconsideratamente l’occasione del contagio, mettendo i malati Covid in decine di RSA e Case di Cura per anziani (come mettere un fiammifero in una polveriera). Ma evidentemente ciò non bastava. Con lo scellerato lockdown stanno  ora distruggendo  anche la parte più vitale e produttiva della popolazione che è ridotta allo stremo, non ha più un lavoro o rischia di perderlo e sta morendo letteralmente di fame, a causa della spaventosa crisi economica e sociale in cui si è fatto precipitare, senza alcun valido motivo, il nostro sfortunato Paese. Sfortunato perché non merita una siffatta classe politica.

Ma al peggio non c’è fine. Sfruttando il clima di terrore psicologico creato ad arte nella gente con dosi massicce di ingiustificabile allarmismo, hanno pensato bene anche di sigillare tutte le scuole di ogni ordine e grado, università comprese. Milioni di individui, tra alunni delle scuole materne, elementari, medie, superiori, insegnanti, bidelli, studenti universitari, ect, repressi e confinati a casa, senza alcun serio motivo. Si sarebbero potute prendere decine di  altre scelte più realistiche e intelligenti come è avvenuto in altri paesi europei che non hanno chiuso le scuole. Lasciare le scuole aperte, con alcune semplici cautele, non avrebbe, infatti, rappresentato alcun rischio concreto. E non ci si venga a raccontare la barzelletta dei bambini e dei giovani che avrebbero potuto contagiare i loro nonni. Nell’epoca del neoliberismo, la famiglia patriarcale che tiene gli anziani in casa è ormai rara, almeno quanto le tigri del Bengala. E poi abbiamo già visto con che riguardo sono stati cautelati i nostri anziani. La verità è che anche la chiusura delle scuole rientra nel novero delle follie di questo surreale periodo.  Non solo in Italia, ma anche livello mondiale i casi di decessi di bambini e giovani adulti sono rarissimi ed è ormai un fatto assodato la pauci-asintomaticità (la scarsità di sintomi) nei bambini e nei giovani. In un pamphlet [5] il Prof. Gian Vincenzo Zuccotti, pediatra dell’Ospedale dei bambini V. Buzzi di Milano intervistato a proposito dell’incidenza del Coronavirus sulla popolazione pediatrica, fra le altre cose, riferisce come: “…nell’ultimo lavoro di Wu Zunyou, Responsabile del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, su 72.314 casi, si riportano 549 casi di infezione da Coronavirus tra i 10 e 19 anni, 416 casi tra 0-9 anni e si ribadisce che nessun decesso si è verificato al di sotto dei 9 anni di età”. Sempre lo stesso Prof. Zuccotti dice: “….un studio, pubblicato sul China CDC Weekly, il 17 febbraio, su un totale di 72.314 pazienti, 965 sono pazienti di età inferiore ai 19 anni e, tra questi si è registrato un caso di decesso nel cluster (raggruppamento) di età tra i  10-19 anni”. Insomma i bambini e i giovani sono colpiti in maniera irrisoria dal coronavirus, analogamente a quanto accadde nella precedente epidemia di SARS. Anche in Italia, nelle fasce di età 0-19 non si è verificato alcun caso mortale, come evidenziato nel Report ISTAT-ISS. Anzi, è presumibile che in Italia i giovani contagiati, grazie al loro sistema immunitario (immunità innata) integro, siano rapidamente guariti e altrettanto rapidamente si siano immunizzati. Non è dunque azzardato ritenere che in Italia, nelle fasce di età più giovanili, (a ragione della maggiore mobilità dei giovani rispetto agli anziani) si sia già creata una sorta di immunità di gregge. A tal proposito, il citato studio Meleam ritiene dannoso il lockdown perché “impedisce il crearsi di una forma di immunità di gregge, specie in un periodo in cui il clima più caldo ha indebolito il virus” Insomma niente indicava la drastica scelta di fermare sine die il mondo scolastico. Se si fosse utilizzata la stessa sciagurata logica di chiudere tutte le scuole, usata in questo frangente, allora in passato avremmo dovuto farlo ogni anno a causa dell’influenza stagionale. Anche questa, infatti, causa mediamente in Italia dai 4 a 10 mila morti indirette all’anno e dai 4 a 7 milioni di malati. Seguendo questo assurdo sillogismo, in futuro sarà giocoforza chiudere, non solo le scuole, ma l’intero  il Paese ed esodare tutti i 60.317.000  Italiani, dal momento che ci troveremo alle prese sia con il Covid-19 che con gli altri virus influenzali stagionali che, pur variando come tutti sanno, permangono endemici. Ma continuiamo con l’analisi del Report.

c-patologie preesistenti

I dati più interessanti sono quelli che vengono fuori dall’analisi delle patologie preesistenti dei soggetti deceduti Covid positivi. I dati sono stati ottenuti da 2.682 pazienti deceduti su 27.955 per i quali è stato possibile esaminare le cartelle cliniche. Rappresentano comunque un campione abbastanza significativo e i risultati possono essere estesi con sufficiente sicurezza al totale dei decessi: i 27.955 pazienti deceduti e positivi al Covid-19. Dall’analisi delle cartelle cliniche (2.682) si evince che 101 pazienti (3,9) del campione presentavano 0 patologie preesistenti. Anche qui, come nel caso dei decessi nei pazienti giovani (i 12 casi che abbiamo già esaminato), si può ipotizzare una azione diretta del Covid-19 nel determinare la morte. Ma ribadiamo, essi rappresentano solo il 3,9% del totale. Invece la maggior parte dei deceduti 1.569 (59,9%) aveva 3 o più patologie; 558 pazienti deceduti (21,3) 2 patologie; infine 393 pazienti morti (15,0%) aveva 1 patologia. Basta estendere queste percentuali al totale dei morti positivi al Covid-19 (27.955 alla data dello studio in questione) per rendersi conto che a determinare la morte di questi soggetti anziani e “fragili” siano state le patologie preesistenti e non l’azione diretta del coronavirus. Che questi malati con patologie gravi sono morti presumibilmente con il coronavirus e non per il coronavirus, per usare una espressione magari abusata ma lo stesso efficace. Invece la grancassa mediatica continua a sfornare con esasperante regolarità false cifre di morti da coronavirus, al punto da essere arrivati ormai al ridicolo. Ovvero che in Italia non si muore più di altro che non sia il famigerato Covid-19. A sentire i soloni del Min-Cul-Pop, il rapporto, invece, confermerebbe la pericolosità dell’epidemia, più simile alla peste che non ad una normale influenza. In questa corsa al sensazionalismo allarmistico si sono distinti particolarmente i massa media. Ecco alcuni titoli monstre : “boom di morti a causa del Covid”; Bergamo shock: decessi + 598%, Cremona + 391%, Lodi 371%  e giù con l’elenco delle citta più colpite; “il Nord paga all’epidemia un prezzo altissimo in vite umane”. Insomma, invece che un analisi seria e ragionata dei dati contenuti nella relazione, si sono preoccupati solo di estrapolarli e costruirci sopra il solito bollettino di guerra per continuare a terrorizzare l’opinione pubblica. Allo scopo hanno anche utilizzato delle grandezze di calcolo come  la percentuale di incremento dei morti che, come avremo modo di vedere, è del tutto ingannevole: uno specchietto per le allodole, buono per farci un titolone sui giornali, ma che non aiuta certamente a capire quello che realmente sta succedendo. Non a caso le misure più correttamente in uso in epidemiologia sono quelle di mortalità, letalità, morbosità, e questo vale per una qualsiasi malattia infettiva e non. In realtà le cifre che ci stanno sfornando da quattro mesi a questa parte sono fasulle come una moneta bucata. Per comprendere meglio, prima però va fatta una necessaria premessa sui termini di mortalità e letalità. La distinzione tra i due termini non è, infatti, semantica ma sostanziale. Il Tasso di mortalità è il rapporto tra il numero di morti sul totale della popolazione media presente nello stesso periodo di osservazione (e non sul numero di malati). Il Tasso di letalità è il rapporto tra morti per una malattia e il numero totale (sintomatici e non) di soggetti affetti dalla stessa malattia, entro il periodo di osservazione specificato. Quindi parlare mortalità del 2 o 3% (addirittura il 5% per alcuni) per il Covid-19 senza dire che cosa è il 100, è un errore macroscopico, anche se voluto, e non può che generare disorientamento, confusione, paura: si pensi che la mortalità per tutte le cause nel Nostro Paese è in genere poco più dell’ 1%. che corrisponde ai 647.000 morti che, ad esempio, si sono avuti nel 2019.

1.4 Mortalità del Covid-19: un artefatto

Rivediamo prima le cifre, dunque, applicando poi ad esse i vari tassi. Alla luce di quanto afferma il rapporto ISTAT-ISS, abbiamo visto che il numero dei morti che presumibilmente si possono ascrivere direttamente al Covid-19  sono solo il 3,9 dei 27.955 deceduti Covid positivi analizzati nel Rapporto (quelli con 0 patologie preesistenti). Quindi 1090 morti. Ne consegue che la mortalità (n° morti/ popolazione tot) da Covid-19 è dello 0,0018 (1090/60 milioni di italiani). Ma ammettiamo pure per assurdo che i 27.955 morti trovati positivi al Covid nel periodo in esame, siano effettivamente deceduti tutti a causa del Covid-19, (che è poi quello che vogliono lasciarci intendere gli “scienziati di regime”) avremmo sempre numeri decisamente irrisori. Infatti in questo caso il tasso di mortalità sarebbe dello 0,046 (27.955/60 milioni). Siamo dunque ben lontani dal  2-5%  di mortalità con cui è stato accreditato il Coronavirus per spargere il terrore sanitario e procedere senza intoppi alla chiusura del Paese.  La stessa manovra di propaganda alla Joseph Goebbels (dite una menzogna, pur se grande, continuate a ripeterla, alla fine vi crederanno) è stata fatta, sempre in occasione dell’uscita del rapporto ISTAT-ISS. Anche questa volta, a commento dei decessi avvenuti nel nord del Paese, si sono sparate cifre impressionanti, da shock (ad es. + 598% di decessi a Bergamo, +391% a Cremona, +371 a Lodi” e cosi via, senza però rapportarli a niente che facesse capire minimamente l’entità del problema. Anzi ad una grandezza si sono rifatti: l’ineffabile incremento della mortalità, nel 2020, rapportato ai morti dello stesso periodo (gennaio-aprile) del 2019. Ma anche qui la furbata è presto svelata. Facciamo un esempio per capirci meglio. Mettiamo che in un piccolo paese, nel 2019 sia morta 1 persona nel periodo gennaio-aprile,  nello stesso periodo nel 2020 ne muore 1 in più (quindi 1+1). Se volessimo fare i giochi di prestigio come fanno i nostri “tecno-scientisti”, potremmo dire che la mortalità è aumentata del 100%, specie se in maniera accorta omettiamo di dire cosa è il 100, ovvero il numero di abitanti di quel paese. Con questo ragionamento, se nel nostro immaginario paesino fossero morte 2 persone in più, diremmo che l’incremento della mortalità è stata del 200%, per 3 morti in più, del 300% e così via. Chiunque capirebbe, anche un bimbo di 3 anni con un pò di dimestichezza con l’abaco,  che non si può ragionare in siffatta maniera. A meno che non si intenda terrorizzare la gente, mandarla fuori di testa e non fargli capire più niente. Ed è quello infatti che sta avvenendo. Se invece analizziamo  correttamente i dati di mortalità, (morti/abitanti X 100) vedremo che l’incremento della mortalità ad esempio a Bergamo [6], che è stato uno dei centri più colpiti, è dello 0,5%; a Brescia dello 0.27%; a Genova dello 0,1%; a Milano dello 0,07; a Codogno e ad Alzano Lombardo, che sono i paesi simbolo di questa epidemia, l’incremento è stato rispettivamente dello 0,64% e dello 0,78%. Nel resto dell’Italia non vi è stato alcuno incremento, anzi i morti, nello stesso periodo, sono addirittura diminuiti. Certamente una cosa è dire che nelle zone più colpite la mortalità è aumentata di qualche decimale: fa meno impressione anche se corretto. Un’altra invece è scioccare volutamente  le persone, parlando di  incrementi di mortalità del 400-500% e via dicendo. Sta proprio qui il maleficio o se si vuole, l’anima della propaganda! Nessuno disconosce (men che meno chi scrive) che nelle zone più colpite del Nord i morti ci siano stati, vuoi per la contagiosità del Covid-19 e per il fatto che esso è circolato per la prima volta, ma innanzitutto, come vedremo, per l’insipienza con cui si è affrontata l’epidemia. Ciò non toglie che l’immagine drammatica che hanno voluto dare, del Nord, oltre che dell’intero Paese sia falsa. Come falsa è l’idea (come si è dimostrato) che fa risalire al Covid-19 tutti i morti che ci sono stati in Italia e in maggior misura al Nord. Insomma non è avvenuto niente che potesse giustificare il durissimo lockdown imposto a tutto il Nord prima e poi anche al resto del Paese. Men che meno, il fatto inammissibile che esso stia di fatto ancora perdurando, a causa delle strette restrizioni a cui siamo tuttora sottoposti. Già al momento di dare l’avvio alla cosiddetta fase 2, il Premier Conte ha ribadito che siamo ancora tutti a rischio, che la morte a causa del famigerato coronavirus, ci può cogliere in ogni momento. E quindi non solo è stato giusto lo sciagurato lockdown imposto al Paese, ma che esso deve sostanzialmente continuare. Che non sarà tollerata alcuna intemperanza alle norme, dove per intemperanza si deve leggere la legittima aspirazione di milioni di cittadini ad uscire fuori da questo  delirante incubo. Queste se dovessero verificarsi saranno punite, anche attraverso azioni repressive locali dei sindaci-sceriffi. Quel minimo allentamento della quarantena che è stato concesso, potrà in ogni momento essere annullato, qualora le condizioni epidemiologiche dovessero peggiorare….. o mutatis mutandi.  le “intemperanze” degli scriteriati cittadini dovessero aumentare.

1.5 Letalità del Covid-19: un artefatto ancora peggiore

Intanto la gang dei tecno-scientisti continua a giocare abilmente, oltre che sul conteggio fasullo dei morti che si sono avuti, anche sull’ambiguità con cui presenta i dati e utilizza alcuni termini. E’ il caso della famigerata letalità del Covid-19. Se dovessimo prendere per buone le grandezze date, la letalità del Covid-19 calcolata al 7 maggio 2020, ovvero alla data del rapporto ISTAT-ISS, arriverebbe in Italia  a quasi il 14% (13,9). In Lombardia al 18,4% (14.745:80.081=18,4). Una letalità molto alta e preoccupante. Basti pensare che la temibile SARS aveva il 10% di letalità. Questa percentuale si ricava ponendo al numeratore gli ormai famosi 29.958 decessi e al denominatore 215.858 il numero dei casi totali Covid, forniti dal ministero della Salute, sempre alla stessa data. In effetti, se il numeratore e il denominatore fossero veritieri avemmo certamente la percentuale del 13,9%, (infatti 25.354:215.858 x100 = 13,9). Ma anche qui c’è l’inganno. Intanto il numeratore va fortemente corretto. Lo stesso studio ISTAT-ISS, come abbiamo più volte affermato, ammette che  va sottratta una quota di 11.600  decessi a cui non è stato fatto il tampone e che quindi non  possono essere definiti correttamente come  morti da Covid-19. Scendiamo quindi a 18.358. Ma anche qui dobbiamo porci la solita domanda: Questi soggetti (generalmente anziani, malati cronici) sono deceduti per il Covid? O le cause del decesso vanno ricercate nelle pluri-patologie preesistenti che ne hanno determinato l’exitus. Ovvero sono deceduti con il Covid, ma non per forza per il Covid. Abbiamo  visto nello Rapporto del Gruppo di Sorveglianza Covid-19, come solo il 3,9 dei soggetti non avesse patologie preesistenti e solo per  questi soggetti si potesse affermare con certezza il ruolo fondamentale del virus nel determinarne il decesso. Se rapportiamo, quindi, questa percentuale ai 18.358 morti positivi al Covid, ne deduciamo che solo 716 decessi possono catalogarsi come morti per Covid-19 e possono essere messi con sicurezza al numeratore per calcolare la letalità del virus. Ma anche il denominatore è furbescamente artefatto. Infatti i 215.858 malati (il denominatore) sono solo i malati  contati negli ospedali e in isolamento domiciliare a casa. Ma questo calcolo non tiene conto di tutti gli altri ammalati: quelli hanno avuto sintomi lievissimi a cui neanche hanno badato e gli asintomatici. Orbene tutta questa pletora di persone (lo studio Meleam parla del 30 % della popolazione italiana) va inserita al denominatore, per poter determinare, con correttezza, l’effettiva letalità del Covid-19. Certo è difficile dire con sicurezza quanti siano questi soggetti, ma è probabile che siano milioni di individui. Per dare un generico riferimento si pensi che nell’ultima influenza stagionale 2019-2020 sono stati oltre 5milioni e mezzo  i contagiati. Non è azzardato ritenere che anche nel caso del Covid-19 ci possa essere lo stesso numero di contagiati. Ora se rimettiamo sia al numeratore che al denominatore i numeri reali e non artefatti, anche la letalità del Covid-19 su scala nazionale si riduce a percentuali molto basse. Si ribadisce insomma il fatto che sia la mortalità, sia la letalità del Covid-19 su scala nazionale, sono veramente basse, quasi trascurabili. Con buona pace del terrorismo sanitario dei tecno-scientisti e di tutti i pasdaran della “fine del mondo” targata Covid-19. Anche da questo punto di vista, dunque, il lockdown si è dimostrato per quello che è: una inutile pazzia. Se ci fosse una giustizia vera, dovrebbero incriminare  Conte e il suo Governo per attentato contro la Nazione, per aver voluto proditoriamente fare precipitare l’Italia nel baratro economico e sociale in cui ora ci troviamo, alla mercé dei pescecani della UE che, a dispetto delle illusioni che nutre questo Governo per la UE, non tarderanno a presentarci il salatissimo conto di questa  scelta folle. Infine ma non ultimo, per aver gettato sul lastrico, con criminale disinvoltura,  milioni di lavoratori.

1.6 Il caso della Lombardia: una Regione fuori controllo

E’ evidente che in Lombardia la situazione sia sfuggita al controllo. E’ la Regione con l’epicentro del contagio, dove si concentrano più di un terzo dei casi confermati (oltre 80 mila, al 7 maggio 2020) e quasi la metà delle vittime italiane (14.745 su un totale di 29.958 alla stessa data). I dati sono quelli forniti dal Ministero della Salute. Una situazione disastrosa. Tanto disastrosa  rispetto anche alle realtà regionali limitrofe, da non poter essere spiegata con la sola epidemia da Coronavirus, men che meno dal concorso di sfortunate circostanze, ma solo con l’inammissibile inettitudine del ceto politico locale (amministratori, assessori, presidente di regione, direttori generali, manager della sanità) del Governo centrale e della sua vasta corte di consulenti. Con i loro incredibili errori sono riusciti a provocare una ondata tale di decessi, malati, contagiati che il virus da solo non avrebbe in alcun modo potuto provocare. Un autentico capolavoro di scelte sbagliate, di decisioni improvvide prese sulla scorta di dati fasulli e sbagliati, di totale confusione sulle cosa da fare e quelle da non fare. Al punto che, il correo Conte, in assenza di qualsiasi strategia, ha pensato solo a sigillare l’immane vaso di pandora lombardo con un inutile lockdown esteso a  tutto il Nord. Ma vediamo in dettaglio questi errori che, effettivamente, in Lombardia hanno causato un consistente numero di decessi, considerando la brevità del tempo in cui sono avvenuti.

a) Il ritardo, nelle prime fasi dell’epidemia, nella chiusura delle aree più colpite che ha impedito di circoscrivere i focolai e consentire la tracciatura dei contagi. Questo ha avuto esiti tragici. Tant’è che  ben presto in quelle aree è divampato l’incendio. A quel punto, sigillare per decreto la Lombardia e altre 14 province del nord Italia, imponendo restrizioni a circa 16 milioni di persone, è stato inutile . Ormai era troppo tardi. E’ stato come voler “chiudere la stalla quando i buoi erano già scappati”. Nel Veneto, ad esempio, la reazione più rapida nel contenimento dei primi focolai – basata sull’immediata chiusura selettiva delle zone infette e su un maggior numero di tamponi  per tracciare la catena del contagio (eseguiti anche sugli asintomatici, contravvenendo alle indicazioni fornite dagli esperti del governo centrale) – ha permesso di tenere sotto controllo l’epidemia.

b) La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, identificazione dei focolai di infezione) determinata a monte dalla carenza in Lombardia di una vera e propria medicina di territorio. Il taglio delle spese sanitarie e l’accentuata privatizzazione della sanità lombarda, hanno, infatti, particolarmente pauperizzato questo fondamentale settore della sanità pubblica. Questa assenza di strategie nella gestione del territorio ha contribuito non poco a causare le gravi disfunzioni che si sono verificate in questa Regione. L’omesso coinvolgimento dei medici di base; la limitatezza nell’applicazione dei tamponi, fatti, in pratica, solo a coloro che giungevano in ospedale, (seguendo pedessiquamente le indicazioni sbagliate del Governo centrale di riservare i tamponi solo a chi presentava i sintomi della malattia in atto); la mancata predisposizione di luoghi in cui porre in isolamento le persone risultate positive che ha determinato ben presto la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere in un  territorio poco attrezzato dal punto di vista sanitario, pazienti anche gravi per altre patologie che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero. Tutto ciò ha determinato una pressione  pressoché  insostenibile sull’intera struttura ospedaliera lombarda e contribuito a determinare il dramma vissuto in molti ospedali della Regione, dove gli operatori sanitari sono stati costretti a operare senza protezioni adeguate, i pazienti più anziani sono morti soli senza ricevere neppure cure palliative e il conforto dei propri familiari. Per non dire delle tante persone che non hanno potuto essere ricoverate per mancanza di posti letto.

c) altro errore veramente inconcepibile, per non dire criminale è stato il trasferimento nelle RSA e nei centri diurni per anziani, dei malati accertati Covid provenienti dagli ospedali della Regione che hanno contagiato gli ospiti particolarmente fragili di queste strutture e prodotto il triste bilancio in termini di vite umane che tutti conosciamo e sul quale ora sta indagando la Magistratura. Parliamo di quasi 7 mila morti a livello nazionale, la maggior parte dei quali, nelle zone più colpite del Nord. Più precisamente di 773 [7] che si riferiscono però solo a un terzo (1.082 su 3.420) delle strutture contattate. Nel 40,2 per cento dei casi (2.724 su 6.773) le morti sono avvenute con infezioni da Covid-19 o con manifestazioni simil-influenzali: più di 1.600 solo in Lombardia (su 3.045 decessi totali). Sono numeri enormi perché, lo ripetiamo, stiamo parlando di un campione pari a un terzo delle strutture contattate. Una strage silenziosa di anziani resa ancora più ripugnante dal modo come le famiglie sono state tenute all’oscuro per mesi della sorte dei loro cari a cui non hanno potuto dare neanche l’estremo saluto, visto che qualcuno ha pensato bene di spettacolarizzare la tristissima vicenda, affidando ai camion militari il trasporto delle salme. Così come un altro errore tragico è stato quello di non aver separato da subito in queste strutture ma anche negli ospedali della Regione i percorsi Covid da quelli degli altri anziani residenti e, nel caso degli ospedali, da quello dei malati ordinari. Come ad esempio si è fatto negli ospedali veneti, fin dalle prime fasi dell’epidemia

d) Il mancato reperimento di strumenti di protezione individuale (DPI) soprattutto per i  medici e per il personale sanitario negli ospedali ma anche ai medici del territorio (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, continuità assistenziale e medici delle Rsa, al personale sanitario di queste strutture). Questo ha determinato la morte di numerosi medici e la malattia di numerosissimi di essi, ma principalmente ha favorito di molto la diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia, dal momento che gli stessi sanitari hanno operato come veri e propri “diffusori” inconsapevoli di contagio. La inspiegabile mancata esecuzione dei tamponi agli stessi operatori sanitari poi ha stimolato vieppiù la diffusione del contagio, in quanto non si è potuto individuare con certezza questi inconsapevoli “diffusori” e metterli in quarantena. Tant’è che essi hanno continuato ad operare negli ospedali, (pubblici, privati, nelle case di Cura, nelle RSA) in un contesto di assoluta promiscuità fra malati, sani, infetti asintomatici e quant’altro. Cosicché gli stessi ospedali sono diventati un notevole focolaio di contagio. Al riguardo la vicenda dell’ospedale di Codogno, anch’essa sotto la lente di ingrandimento della Magistratura, è emblematica.

e) la mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire imperfetti e fuorvianti (come del resto quelli nazionali che ci vengono forniti con emetica costanza dalla protezione civile) che, realisticamente, non sono in grado di descrivere la realtà epidemiologica nella Regione, come del resto in Italia. Con la conseguenza che nessuno intervento può essere orientato correttamente ed essere efficace. Si naviga a vista e nella più totale confusione. E quando è così si fanno danni enormi, come sta succedendo. Ciò accade quando la raccolta dei dati è impostata male dall’inizio e poi si perservera diabolicamente nell’errore. Nella fattispecie, nel caso del Coronavirus, esso è legato all’esecuzione di tamponi, fatta fin dall’inizio, solo ai pazienti sintomatici ricoverati e non anche alla moltitudine (si può fare rapidamente con i test sierologici) dei soggetti asintomatici (che nella della diffusione del virus sono quelli più pericolosi) o con lievi sintomi. Oppure  alla diagnosi di morte attribuita solo  alla positività Covid-19  dei deceduti in ospedale. Insomma i dati presentati meramente come “numero degli infetti” e come “numero dei “deceduti” (quelli della “liturgia” delle 18.00 di Borrelli), nonché la letalità calcolata sui decessi dei pazienti ricoverati, non servono a niente. Se non a fuorviare chi si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati. Che essa in Italia, in realtà è bassissima.

*Dott. Teti Marcello

Coordinatore del Cpt di Perugia

30 Maggio 2020

Fonte: Liberiamo l’Italia

NOTE:

[1] Rapporto ISTAT-ISS “Impatto dell’epidemia COVID-19 sulla mortalità totale della popolazione residente primo trimestre 2020”

[2] Meleam SPA Studio COVID19 dal 25 febbraio al 24 aprile a cura del Prof. P. Bacco

[3] Nei primi otto mesi del 2015 in Italia vi fu un’impennata epidemica di influenza stagionale con 45.172 morti in più rispetto a quelli osservati nello stesso periodo nel 2014. A nessuno venne in mente allora di chiudere l’Italia con il lockdown. Anzi, quasi non se ne parlò

[4] Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-Cov-2 in Italia. Dati al 7 Maggio 2020

[5] 50 domande sul Coronavirus; “gli esperti rispondono” del 6 marzo 2020, a cura di Simona Ravizza

[6] Bergamo: n° abitanti 121.639. morti periodo 1 genn-15 aprile 2019 n° 441, morti periodo 1 genn-15 aprile 2020 n° 1079.  Saldo positivo decessi 638. Mortalità 638:121.639 x 100=0,524. Tutti i  dati illustrati sui decessi nei vari comuni sono stati ricavati da: ISTAT per il Paese: Grafici interattivi sui decessi. Quelli demografici su  Comuniverso: il motore di ricerca dei comuni italiani

[7] Dati Istituto Superiore di Sanità (ISS): Terzo rapporto sul contagio da Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie in Italia dal 1 febbraio al 14 aprile 2020




NON SE NE PUO’ PIU’! di Leonardo Mazzei

“State in casa”: non se ne può più di questo ritornello. Non se ne può più degli insulsi bollettini delle 18. Non se ne può più della rincorsa a chi è più securitario. Non se ne può più della retorica, men che meno della sostituzione dello Stato con la beneficienza. Non se ne può più.

Ma c’è qualcosa di peggio. La favola secondo cui dopo l’epidemia il mondo sarà migliore, a condizione che adesso facciamo tutti i bravi – state a casa, state a casa, state a casa, amen. Intanto non è vero, il mondo sarà peggiore. Molto peggiore, a meno che i popoli non ritrovino la strada del protagonismo e della ribellione. Meglio, della rivoluzione.

Come non vedere poi, che se “tutto non andrà affatto bene”, parafrasando uno degli slogan più demenziali del momento, lorsignori vorranno che la colpa sia nostra? Tutta la loro comunicazione va a parare sempre lì, su un messaggio di colpevolizzazione. Se le cose andranno bene sarà merito loro e della clausura che ci hanno imposto, se invece andrà male sarà solo colpa nostra che non siamo stati abbastanza a casa.

Nessuna parola invece sulla sofferenza. Lo notava ieri sul Corriere della Sera Massimo Cacciari, che si è detto infuriato del fatto che:

«nessuno premetta “concittadini, sappiamo benissimo che stare a casa per voi è difficile, perché tre quarti di voi stanno in case che non sono precisamente quelle dei nani e ballerini che, dalle tv, vi dicono state a casa”. Invece, tutti a dire “state a casa, che bello stare a casa”. Sì, se hai una casa bella come la mia, può essere anche piacevole, un mese, due mesi. Non per me, ma può essere. Però in cinque in 50 metri quadrati, insomma».

Ma quanto pensano che si possa andare avanti così? Non vedono i milioni di persone messe sul lastrico? Sì che le vedono, ma tirano dritto rimettendosi ai tecnici. Già, i tecnici… Momentaneamente dismessi gli economisti bocconiani (non è più tempo di dotte disquisizioni sugli zerovirgola del deficit) ecco adesso l’allegra schiera degli “esperti” della malattia. “Esperti” che tanto esperti non sono, vista la montagna di contraddizioni in cui sono caduti all’inizio. Adesso, per non sbagliarsi, parlano invece con un’unica voce: state in casa, nessun allentamento, sarà lunga, nulla tornerà come prima, e chi più ne ha più ne metta.

Una settimana fa Matteo Renzi ha messo – giustamente, lo possiamo dire? – il dito nella piaga. Che l’abbia fatto per mania di protagonismo o per ridare un po’ di visibilità al suo partitino non importa, importano invece due cose: che abbia denunciato l’assenza di ogni visione politica sull’uscita dall’emergenza; che abbia riscosso, proprio per questo, una valanga di no.

No di Burioni e Lopalco, ci mancherebbe. No di Calenda, Salvini, Crimi e Grasso, tutti uniti nella lotta. Ma perché no ad ogni invito a ragionare, a progettare, ad immaginare la “riapertura” del Paese? Che politica è quella che sa solo dire “state in casa, state in casa, state in casa”?

Da notare, poi, che questa è la stessa politica (con grosso modo gli stessi politici) che ha tagliato e privatizzato la sanità per decenni, considerando la spesa pubblica un peccato a prescindere. Quella stessa politica (quegli stessi politici)  che neppure di fronte al disastro attuale ha trovato il modo di pronunciare una sola parola di autocritica. Stesso discorso per i tecnici e gli scienziatoni, quasi sempre gli stessi che quella politica hanno avallato. Gli stessi che hanno detto e pensato per anni che le malattie infettive erano ormai solo un brutto ricordo del passato.

Un altro esempio dell’attuale dominio del pensiero unico psico-securitario ci è stato dato dalla circolare del Ministero dell’Interno di qualche giorno fa. Un atto interpretativo, per quanto scritto coi piedi, che intendeva concedere una qualche minima apertura sia in materia di uscita dei bambini, che riguardo allo svolgimento dell’attività motoria. Non sia mai! Un minuto dopo la sua pubblicazione tutto il fronte rigorista l’ha gridato all’unisono, come pure il lumbard Fontana e l’incommentabile De Luca (quello dell’uso del bazooka). Sta di fatto che la mattina seguente la ministra Lamorgese ha ordinato il dietrofront. Del resto, se si gioca a chi è più duro, certe teste di legno l’avranno sempre vinta.

Ecco com’è ridotto oggi il Paese. Da una parte l’epidemia, che peraltro le misure di chiusura non sembrano fermare; dall’altra i danni umani e sociali del securitarismo. In mezzo un disastro economico che ancora in pochi sembrano davvero valutare.

Quel che è  sconvolgente non sono le incertezze dei politici, e neppure le oscillazioni del mondo scientifico. Queste sono cose comprensibili, perfino in certa misura scusabili. Quel che non si può in alcun modo tollerare – insieme alla criminale sottovalutazione del dramma sociale che si è prodotto con la chiusura – è il clima plumbeo che si è instaurato, la volontà di impedire ogni dibattito, quella di censurare il più piccolo dissenso.

Siamo ormai ad un clima orwelliano. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». State in casa, state in casa, state in casa: fine della discussione.

Consapevoli o no, stanno davvero passando il segno. Non potrà durare a lungo.




COVID-19: COSA CI DICONO I NUMERI? di Leonardo Mazzei

Sabato sera il governo ha deciso di “chiudere”, con misure più severe, la Lombardia ed altre 14 province del nord. Sedici milioni di italiani vivranno quindi, almeno fino al 3 aprile, in una condizione simile a quella delle ristrette “zone rosse” decretate già due settimane fa.

Dopo la chiusura delle scuole, decisa quattro giorni orsono, siamo dunque ad un nuovo tornante dalle serie conseguenze per il futuro del nostro Paese. E’ evidente come nel governo sia passata la linea dell’estrema drammatizzazione. Ma qual è la portata effettiva dell’epidemia in corso?

No al catastrofismo

Per cercare di capirlo è opportuno ricorrere ai numeri, ragionando sulle cifre note ed ufficiali. Indubbiamente i numeri non sono tutto, ma ci dicono comunque molte cose. Analizzarli è dunque necessario.

I raffronti con precedenti epidemie dell’ultimo secolo sono abbastanza noti, ma riassumiamoli in breve. L’influenza “spagnola” H1N1 (1918-1920) provocò la morte di 50-100 milioni di persone su un totale di 500 milioni di ammalati (il 25% della popolazione mondiale di allora). La meno grave “influenza asiatica” H2N2 (1957-1960) causò pur sempre due milioni di vittime; mentre le stime sulla successiva “influenza Hong Kong” H3N2 (1968-1969), probabilmente una mutazione del virus dell’asiatica, vanno da un minimo di 750mila ad un massimo di due milioni di morti. Ad oggi i dati del Covid 19, aggiornati a domenica 8 marzo, ci parlano di 106mila contagiati e 3.594 vittime. Da quattordicimila a ventottomila volte meno che nella “spagnola”, 556 volte meno che nell’asiatica, da 208 a 556 volte meno dell’influenza Hong Kong. Tutto ciò senza considerare il notevole aumento della popolazione mondiale avvenuto nel frattempo, che (se calcolato) distanzierebbe ulteriormente le diverse incidenze di queste epidemie. Di fronte a questa gigantesca sproporzione con le pandemie del recente passato, è davvero giustificato l’attuale catastrofismo? A mio modesto parere, assolutamente no.

Giusto per dare un’idea, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), nell’influenza del 1968-69:

«In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi».

Ventimila, è chiaro? Eppure l’informazione di allora fu tutt’altro che allarmistica. Questo video ce lo illustra in abbondanza.

Perché oggi tanto catastrofismo e cinquant’anni fa, quando probabilmente sarebbe stato più giustificato, l’esatto contrario? Ecco una domanda davvero interessante.

Certo, gli odierni catastrofisti possono sempre dirci (ed in effetti lo fanno) che siamo solo all’inizio, che il peggio deve sempre venire. Ovviamente nessuno ha la sfera di cristallo per sapere quel che avverrà nei prossimi mesi, tuttavia i numeri di queste settimane qualcosa già ci di dicono.

La virologa Ilaria Capua, già parlamentare di Scelta Civica, parlando apertamente di pandemia usa queste parole:

«Lo studio del collega Lipsitch di Harvard dice che potrebbe essere infetto il 60 per cento della popolazione della terra. La forbice di incertezza è gigantesca».

Appunto, la forbice di incertezza… Di fronte a certe sparate vorrei sommessamente ricordare due fatti. Il primo è che anche in occasione della Sars (2002-2003) si parlò di possibile pandemia, poi tutto finì con 8.096 casi e 774 decessi, mentre molti di noi ricorderanno pure gli allarmi sproporzionati per l’aviaria e la “suina”. Il secondo fatto è che con l’attuale numero giornaliero di casi su scala planetaria (mediamente circa tremila negli ultimi giorni), servirebbero 4mila anni per raggiungere i 4,5 miliardi di esseri umani ipotizzati dallo studio citato dalla Capua.

Naturalmente, anche su questo, i catastrofisti possono sempre affermare (ed in effetti lo fanno) che i numeri attuali nulla ci dicono, dato che la crescita dei casi non è lineare bensì esponenziale. Ma è davvero così? Assolutamente no. Almeno su scala planetaria, almeno fino ad oggi, fortunatamente non è così.

Le responsabilità politiche dei governi dell’austerità eurista

Prima di passare ad alcuni dati, chiariamo bene un punto. Quanto affermiamo non vuol certo sminuire la solidarietà con chi soffre, tantomeno il dolore per le persone decedute e per le loro famiglie. Né vuole sminuire gli enormi problemi cui sono sottoposte le strutture ospedaliere, in particolare quelle della Lombardia. Ma non possiamo neppure trattare quest’ultimo capitolo prescindendo dai tagli imposti alla sanità negli ultimi 10 anni: 37 miliardi di euro e 70mila posti letto in meno a causa delle politiche austeritarie imposte dai dogmi euristi.

Speriamo proprio che non si arrivi a tanto, ma se davvero i posti di terapia intensiva dovessero esaurirsi, chiara sarà la responsabilità politica di chi ha governato in questi anni. Altro che vantarsi delle cosiddette “eccellenze” (che pure ci sono) del sistema sanitario nazionale! La verità nuda e cruda è che, taglia oggi e taglia domani, l’Italia è arrivata ad avere 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania. Anche in materia di posti in ospedale, che in alcuni casi può fare la differenza tra la vita e la morte, l’Unione Europea è del tutto asimmetrica. E sappiamo tutti come ciò non sia per nulla casuale. Quel che è certo è che ai tempi della lira almeno problemi di posti letto non ci sarebbero stati, mentre ai tempi dell’euro ci sono eccome…

I dati ufficiali del Covid 19

Torniamo adesso ai dati ufficiali dell’epidemia in corso, ripartendo dalla domanda sulla sua pretesa crescita esponenziale.

Sul Corriere della sera di ieri Giorgi Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, lancia l’allarme: i contagi raddoppiano in 2,5 giorni e quadruplicano ogni 5. Detta così parrebbe una certezza assoluta, ma i dati ci dicono altro.

Esaminando gli ultimi 4 giorni (dal 4 all’8 marzo) scopriamo una realtà ben diversa e differenziata. Prendendo in considerazione 6 paesi tra quelli con il maggior numero di positivi si scopre che l’incremento è stato più alto in Francia (+ 347%), in Iran (+ 149%) ed in Italia (+ 135%); assai più basso in Giappone (+ 57%) e Corea del Sud (+ 34%). Clamoroso poi il dato della Cina, che nei quattro giorni suddetti ha registrato un modestissimo + 0,6%, con soli 44 casi nella giornata di ieri.

Il dato italiano, pur se inferiore, non è molto distante da quello indicato da Parisi, ma la grande differenziazione tra questi paesi ci indica velocità di raddoppio estremamente variabili. Ad esempio, con questo ritmo, per raddoppiare gli 80mila casi attuali alla Cina servirebbero più di due anni, alla Corea del Sud dodici giorni, all’Italia tre, alla Francia due. Cosa ci dice tutto ciò? Ci dice che ad un certo punto la curva esponenziale rallenta. La Francia, dove l’inizio dell’epidemia è più recente ha il massimo della crescita. La Cina, cioè il luogo da cui tutto è partito, ha invece il minimo. Corea del Sud e Giappone, dove il virus è arrivato subito dopo, stanno nella parte medio bassa della crescita. Italia ed Iran, dove il Covid 19 è arrivato più tardi, stanno invece in quella medio alta.

Tutto bene dunque? Assolutamente no. Chi scrive non ha certo la pretesa di conoscere meglio degli esperti quel che può attenderci. I dati ufficiali, però, sono questi. E tenerli a mente – sempre ricordando come sono finiti i catastrofici allarmi delle altre presunte pandemie del XXI secolo – non sarà male in questi giorni di psicosi alimentata dai media.

Naturalmente, qualcuno ci dirà a questo punto che lo straordinario risultato cinese è il frutto delle misure draconiane adottate a Wuhan dal governo di Pechino. In una certa misura sarà sicuramente così, ma – a parte il fatto che la Cina è grande e non si esaurisce con la provincia di Hubei – come spiegare allora il declino dei casi giornalieri in Corea del Sud?

I dati ufficiali sono attendibili?

 A questo punto del discorso bisogna però farsi una domanda. Finora abbiamo utilizzato soltanto i dati ufficiali, e del resto non potevamo fare altrimenti. Ma quanto sono attendibili questi dati? Ci facciamo questa domanda non per discutere la minore o maggiore attendibilità di questo o quel paese (che evidentemente c’è), né le diverse metodologie usate ed i diversi calcoli politici di ognuno, tantomeno gli inevitabili errori statistici. Tutto ciò è rilevante, ma resta comunque ben poca cosa rispetto ad un altro problema: il numero dei casi reali è probabilmente molto più alto di quelli ufficiali.

C’è un fatto che tutti avranno notato. Limitandoci all’Italia, su 5.800 positivi al Coronavirus troviamo Zingaretti, il governatore del Piemonte Cirio, il Capo di Stato maggiore dell’esercito, diversi sindaci tra i quali quello di Piacenza, i prefetti di Bergamo e Brescia, il questore di Bergamo, un assessore regionale lombardo, una collaboratrice di Fontana e financo un agente della scorta di Salvini. Ma questa situazione non è solo italiana: positivo Sepulveda, ma pure 23 parlamentari iraniani e 3 membri dell’assemblea nazionale francese.

Ora, escludendo che il virus abbia una sua particolare intelligenza, è mai possibile che esso si accanisca particolarmente con i personaggi pubblici e con chi gli sta accanto? E’ chiaro come questo alto numero di positivi nei palazzi del potere dipenda essenzialmente dal fatto che in quegli ambienti, a differenza che altrove, i tamponi si fanno senza troppi problemi.

Se questo è vero, e ci pare difficile ipotizzare il contrario, ciò significa che il numero reale dei positivi è decisamente più alto di quello ufficiale. Apparentemente questa considerazione di buon senso sembrerebbe portare acqua al mulino dei catastrofisti, ma non è esattamente così. Infatti, se il numero dei casi è sensibilmente più alto, ciò significa che il tasso di mortalità è decisamente più basso di quello oggi indicato. Ovviamente nessuno può dire quale sia il rapporto tra i casi ufficiali e quelli effettivi. Uno a dieci? Uno a cinquanta? Uno a cento? Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai, ma se per ipotesi questo rapporto fosse da uno a trentacinque ecco che il tasso di mortalità del Covid 19, scendendo dal 3,5% allo 0,1%, eguaglierebbe esattamente quello delle normali influenze stagionali.

Ovviamente, qui siamo solo nel campo delle ipotesi, ma questo ragionamento ci serve a dire che i casi sono due e solo due: o i contagiati sono davvero pochi, come dicono le cifre ufficiali; o sono invece molti di più, ma in quel caso il tasso di mortalità andrebbe rivisto decisamente al ribasso. Delle due l’una, anche se questa considerazione non può consolarci più di tanto.

Due parole ai complottisti

 Prima di concludere due parole le voglio dire ai complottisti. La maggioranza di costoro ha interpretato l’intera vicenda del Coronavirus come un attacco alla Cina. Adesso, a meno di due mesi dall’inizio di questa storia, la Cina si sta rimettendo in piedi, mentre l’epicentro dell’epidemia si è spostato in Europa. Come esito di un complotto anti-cinese niente male!

Ma c’è una ragione più profonda per contestare il complottismo. I virus esistono, l’umanità ci convive da sempre e sarà così anche in futuro. Perché non partire da questa semplice, perfino banale verità? La mia impressione è che ci sia di mezzo l’attuale deificazione della scienza, che fa pensare (sbagliando) che le malattie infettive siano solo un problema del passato.

I grandi progressi scientifici del nostro tempo, che sarebbe ridicolo negare, portano infatti a due ragionamenti, opposti ma convergenti nella comune lettura catastrofista di quel che accade. Siccome si ritiene erroneamente che la scienza possa tutto, se essa non riesce a contenere questo virus – pensano in tanti – allora vuol dire che siamo di fronte alla catastrofe. Se la scienza, considerata comunque onnipotente, non lo sconfigge – obiettano altri (i complottisti) – significa che in alto qualcuno non vuole farlo. In un caso, come nell’altro, saremmo al disastro totale.

Ora, i ragionamenti sui numeri del contagio proposti in questo articolo saranno certamente discutibili, ma il loro scopo è solo quello di ristabilire il senso della misura. Il che non significa negare il problema, ma vederlo nella sua effettiva dimensione, unico metodo che conosciamo per affrontarlo con scelte razionali, non con l’improvvisazione, tanto meno con quel panico che tanto piace ai dominanti della nostra epoca.

Per cosa dobbiamo batterci?

Ci sarà modo per tornare sulle enormi conseguenze economiche del Coronavirus e della sua gestione politica. Qui sottolineiamo invece agli aspetti più evidenti della crisi sanitaria in atto.

Prima ancora che a chiudere, con misure di dubbia efficacia, alcune aree del Paese, il governo avrebbe dovuto affrontare con decisione il tema dei posti letto, soprattutto di quelli nei reparti di terapia intensiva. Tutto ciò significa spazi, macchinari e personale adeguato da reperirsi in brevissimo tempo. E’ stato fatto? Lo si sta facendo? Speriamo di sì, ma la cosa non è così chiara.

Il Coronavirus non è la tragedia epocale che si vorrebbe, ma proprio per questo è grave che sia bastato così poco per mandare in tilt il sistema sanitario. Adesso si assumeranno alla rinfusa ventimila persone tra medici e infermieri, dopo anni di tagli senza tregua e dopo aver insistito sul numero chiuso nelle facoltà di medicina. E’ pazzesco che per arrivare ad invertire la follia austeritaria di un lungo decennio sia stato necessario un virus venuto dall’Asia.

Quel che dobbiamo fare in questo momento è batterci affinché sia garantita la migliore assistenza a tutti i malati, affinché gli operatori sanitari possano lavorare in sicurezza, per tornare al più presto a condizioni di normalità tali da impedire un tracollo economico senza precedenti.

Per ottenere questi risultati è necessario rompere con le regole europee. Gli spazi di “flessibilità” finora concessi dall’UE non solo non sono sufficienti, sono sinceramente risibili ed offensivi per il popolo italiano. Prenderne atto, e procedere con le rotture necessarie, è la prima cosa da fare. Il primo obiettivo di chi vuol superare questa crisi, insieme a quella più generale che da dodici anni opprime il popolo lavoratore del nostro Paese. Senza catastrofismi sempre amici del potere, ma con la consapevolezza del bivio che ci si para davanti: o un governo di emergenza frutto di una sollevazione popolare, o una svolta autoritaria verso un nuovo esecutivo tecnocratico ed oligarchico. I prossimi mesi saranno decisivi.

Post Scriptum

Come già specificato, questo articolo si basa sui dati dell’8 marzo. Quelli di stamattina, 9 marzo, ci confermano comunque quanto scritto. L’epidemia è in crescita in Italia e (in misura minore, ma sappiamo come i dati vengano trattati in maniera diversa) in parecchi paesi europei. E’ invece quasi del tutto sconfitta in Cina, ed in forte regressione in Corea del Sud, mentre anche in Iran il numero dei nuovi casi giornalieri sembrerebbe stabilizzarsi. A livello globale non c’è dunque la temuta crescita esponenziale. Decisamente una buona notizia, anche se questo non fermerà di certo un catastrofismo in grado di fare più danni dell’epidemia stessa.