IL RICATTO DEL RECOVERY FUND di Leonardo Mazzei

Abbiamo già spiegato quanto sia infondata la leggenda del Recovery Fund. L’analisi del funzionamento tecnico di questo nuovo strumento europeo non lascia spazio ai dubbi. In esso non c’è nulla di virtuoso, tantomeno di risolutivo rispetto alla crisi in corso.

Ma limitarsi a vederne la sostanziale inefficacia economica sarebbe un grave errore. Dedichiamo perciò questo nuovo articolo agli aspetti più propriamente politici. Il tentativo è quello di capire quale sia il vero accordo che sta dietro il Recovery Fund. Impresa in verità non troppo difficile.

Lo choc di primavera

Di fronte alla crisi innescata dal Covid, e più ancora dalla sua disastrosa gestione, l’UE ha dovuto prendere atto del baratro che gli si parava davanti. Un baratro che avrebbe potuto aprire la strada alla disintegrazione. Sulla base di questa banale constatazione i soliti illusi hanno perfino immaginato la tanto sognata “riforma” dell’Unione. Ma la riforma di ciò che è irriformabile è per definizione impossibile. Nel caso dell’UE le dimostrazioni in tal senso sono talmente tante che non è necessario insistervi.

La cupola eurista ha dovuto perciò inventarsi l’ennesima soluzione che serve a prender tempo, che non risolve i problemi ma che è utile intanto a salvare la baracca. Tutti sanno che, di fronte al drammatico crollo dell’economia, l’unica misura sensata ed efficace sarebbe stata la monetizzazione del debito. Lo hanno fatto i più importanti stati del pianeta, ma l’UE non può farlo. E, cosa ancora più importante, chi al suo interno detiene le leve del comando non vuole farlo.

Ecco allora il pannicello caldo col trucco denominato Recovery Fund. Pannicello caldo in quanto strumento del tutto inadeguato. Col trucco, per il suo meccanismo teso ad azzerare la residua sovranità dei Pigs, gli “stati maiali” dell’immaginario del mainstream eurista, di cui l’Italia è senz’altro il bersaglio più grosso.

Ma come far digerire questo rospo alle vittime designate? Banale, con un ricatto semplice, semplice. Un ricatto forte quanto invisibile. Che, proprio perché basato su un patto non scritto, tiene sempre in canna il colpo mortale mirato alla tempia della vittima.

Il ruolo della Bce

La chiave di volta di questo ricatto si chiama Bce. Abbiamo detto che la Banca Centrale non può e non vuole monetizzare il debito, e difatti non lo fa. Però acquista i titoli degli stati più in difficoltà, e questo è uno strumento di ricatto formidabile. Reso ancora più forte proprio dal fatto di non essere tenuta a farlo.

Ovviamente la Bce non agisce da sola. La leggenda della sua autonomia è solo una storiella per gonzi. Per tutti gli altri dovrebbero essere evidenti due cose: che essa si muove di concerto con la Commissione e con l’intera cupola eurocratica; che la sua azione è parte di un disegno e di un patto più complessivo.

Qual è questo patto?

Ovviamente non abbiamo la sfera di cristallo, ma con un pizzico di immaginazione non è difficile figurarsi quel che in primavera devono aver detto i caporioni di Bruxelles e Berlino ai timorati rappresentanti del governo di Roma:

«Col vostro debito, che ora crescerà a dismisura, solo la Bce potrà salvarvi dal default. Noi silenziosamente glielo consentiremo, ma voi dovrete accettare un bel pacchetto di interventi diretto giusto ad impacchettarvi, ma ovviamente confezionato in modo da apparire attraente, così voi potrete addirittura vendervelo in patria come salvifico. Cosa volete di più?».

Ora, è chiaro come questo accordo ha visto anche altri contraenti, sia sul lato dei ricattatori che su quello dei ricattati, con la Francia sempre intenta a barcamenarsi tra i suoi problemi e le sue velleità. Ma la sostanza non cambia. E l’obiettivo grosso della manovra resta comunque l’Italia.

A chi pensa che si tratti solo di fantasie di un fissato anti-UE, risponderò con le parole scritte da un personaggio autorevole quanto schierato con il blocco eurista, Lucrezia Reichlin. Sul Corriere della sera del 24 ottobre, la figlia di quello che fu un importante dirigente del Pci vuota il sacco, riconoscendo di fatto la natura e la sostanza del patto (e del ricatto) in questione.

Il ricatto spiegato da Lucrezia Reichlin

Ci eravamo arrivati da soli, ma l’editoriale di Reichlin conferma quanto era già intuibile da maggio. Il patto politico c’è, quello che ci viene chiesto è di rispettarlo, di non giocare col fuoco, che in caso contrario saranno solo guai.

Eccola di nuovo la bella Europa! Quella che conosciamo da anni, che ci dice cosa fare e cosa no. Che ci prepara per bene i “compiti a casa”. Che estorce il consenso con la minaccia. Ma che lo fa sempre per il nostro bene.

Cosa ci dice la Reichlin?

Dopo aver criticato la convinzione secondo cui, qualunque cosa accada, la Bce garantirà comunque all’Italia bassi tassi di rifinanziamento del debito, Reichlin avverte che il patto che l’ha consentito finora potrebbe saltare.

E questo perché:

«I margini di flessibilità di Christine Lagarde dipendono dal grado di consenso politico alla condivisione del rischio all’interno dell’Unione. In generale, una banca centrale, nonostante la sua grande potenza di fuoco, non ha legittimità ad intervenire in modo illimitato senza il sostegno dell’autorità di bilancio che a sua volta si poggia su una decisione politica».

Fino a qui siamo all’esposizione di una cosa perfino banale. Dove sta quindi il problema?

«Ma se è così, la posizione dell’Italia riguardo al Mes o quella della Spagna che dice di non volere attingere ai prestiti del Recovery Fund è molto pericolosa. Il pacchetto europeo prevede una molteplicità di strumenti e su questo si basa l’accordo politico».

Eccoci dunque al famoso “pacchetto”, che di fatto non è rappresentato solo – come si usa dire – da Recovery Fund, Mes, Sure e prestiti Bei, ma include pure il non detto: la politica della Bce. Che ovviamente non è incondizionata, laddove le condizioni per gli Stati sotto ricatto stanno proprio nella piena accettazione degli altri strumenti messi graziosamente a punto dalla Commissione Ue. Tra questi il più sostanzioso è appunto il Recovery Fund.

Pretendere di svincolarsi da questo patto, dice l’economista che della Bce è stata per tre anni (2005-2008) Direttrice generale alla Ricerca, sarebbe una mossa semplicemente azzardata. Il perché ce lo dice in poche righe che, se lette attentamente, sono la più autorevole conferma di quel che andiamo dicendo sul “pacchetto europeo” fin dalla primavera scorsa.

Leggiamo:

«Pensare che il rubinetto Bce sia incondizionato è pericoloso. Inoltre va sfatata un’altra illusione. I prestiti, certo, andranno restituiti nel tempo ma anche gli interventi della Bce non sono gratis. Permettono oggi di espandere il debito pubblico senza impennate sui tassi così da poter prendere tempo, ma non prevedono un aumento permanente del debito finanziato con emissione di moneta… Aggiungo che anche i sussidi non sono gratis e andranno finanziati con tasse europee in modo ancora da definire». (sottolineature nostre)

Grazie Reichlin! Grazie per aver liquidato in poche frasi la montagna di sciocchezze che viene normalmente raccontata su Recovery Fund e dintorni. Grazie poi per aver precisato un punto decisivo, quello sul vero scopo dell’intero pacchetto, che non ha la pretesa di avviare l’uscita dall’ultradecennale crisi, tantomeno quella di uscire dall’austerità con la svolta verso un’immaginifica quanto inesistente “Europa solidale”, quanto piuttosto quello di prendere tempo per salvare la baracca eurista.

Casomai la notazione del fatto che non ci sono “sussidi gratis” andrebbe segnalata ad un altro illustre editorialista del Corriere, quel Paolo Mieli che ancora ieri sparlava, sull’assai meno autorevole testata, di una metà dei soldi del Recovery Fund come semplicemente “donata” dalla caritatevole UE. Ma si può? E poi questi sarebbero i campioni della lotta alle fake news…

Ma torniamo a Reichlin. La cui conclusione, dopo quanto detto, è perfino scontata:

«In conclusione, mentre ci si prepara a sostenere l’economia con nuovi strumenti nazionali e ad emettere nuovo debito, dobbiamo stare attenti a non fare errori sulla strategia europea. Questo comporta chiari programmi per il Recovery Fund e un piano per la sanità da finanziare subito con il Mes».

Mettiamoci subito in gabbia! Ecco l’inevitabile parola d’ordine di questa nostrana esponente dell’oligarchia eurista. Facciamolo obbedendo ai diktat europei sul come utilizzare il Recovery Fund e, per sovrapprezzo, aggiungiamoci pure (unici di un’Unione a 27!) il simpaticissimo Mes!

Il vero obiettivo politico (il gioco tedesco)

Le parole di Reichlin trovano un puntuale riscontro in quando detto negli ultimi giorni dai vertici della Bce.

Il lussemburghese Yves Mersch, membro del board della Banca Centrale Europea, ha detto minacciosamente che:

«La Bce dovrebbe agire se scoprisse che i governi stanno approfittando dei costi di indebitamento estremamente bassi che ha contribuito a creare per evitare di sfruttare i 750 miliardi di fondi dell’Unione europea».

«Evitare di sfruttare». Da notare qui quanto lorsignori tengano più di ogni altra cosa all’utilizzo di quei fondi, che pure insistono a presentarci come una magnifica opportunità che ci viene gentilmente concessa. Chissà perché!

A tagliare la testa al toro sulle reali intenzioni della Banca centrale è poi intervenuta direttamente la sua presidente, Christine Lagarde. La quale, in merito all’ipotesi di una cancellazione del “debito Covid” timidamente accennata dal presidente del parlamento di Strasburgo, David Sassoli, ha così stroncato quell’idea:

«Leggo sempre con interesse tutto quello che dicono i rappresentanti del Parlamento Ue e soprattutto i presidenti, la mia risposta è molto breve: tutto ciò che va in quella direzione è contro i trattati, c’è l’articolo 103 che proibisce quel tipo di approccio e io rispetto i trattati. Punto».

Bene, chiarito anche a Sassoli chi comanda in Europa, quel che emerge è il vero disegno politico dell’oligarchia eurista a dominanza tedesca.

Il famoso “pacchetto” trainato dal Recovery Fund non ha una mera funzione economica, peraltro limitata al solo prendere tempo allo scopo di impedire l’implosione a breve dell’edificio eurista. L’obiettivo principale è politico: incatenare in maniera ancor più stringente a quell’edificio i Paesi (in primis l’Italia) che dal sistema dell’euro subiscono danni micidiali fin dai tempi della sua instaurazione.

Giova qui ricordare quanto scritto a luglio a proposito di quale sia il vero gioco della Germania rispetto al futuro dell’UE ed a quello del nostro Paese. In estrema sintesi il punto è questo: contrariamente a quel dicono diversi confusionari, la Germania non ha alcuna intenzione di veder crollare l’UE, tantomeno quella di tirarsene fuori. Il suo scopo è invece quello di tenere in piedi la baracca pagando il minor prezzo possibile. Da qui dunque misure straordinarie come il Recovery Fund, ma a condizione che siano solo temporanee e che non mettano in discussione l’impianto ordoliberale con il suo corollario austeritario.

Riguardo all’Italia, il discorso di Berlino è semplice. L’Italia non può essere schiacciata come la Grecia. Il rischio che il nostro Paese sia costretto a chiamarsi fuori dalla gabbia dell’euro va infatti impedito come la peste. I tedeschi sanno benissimo come l’uscita italiana segnerebbe la fine della moneta unica e forse della stessa Unione. Dunque l’inizio di molti guai per la Germania ed i suoi governanti.

Da qui una politica tedesca che non può essere quella dello strangolamento dell’Italia, bensì quella di tenerla in qualche modo in piedi ma sempre con l’acqua alla gola. Ovvio come lo strumento principe di una simile politica sia il ricatto. Il costante ricatto che viene dalla sottrazione della sovranità monetaria, senza la quale la sovranità politica è semplicemente azzerata.

A questo serve la trappola del Recovery Fund. Uno strumento che, come abbiamo dimostrato nel precedente articolo, non consentirà una vera politica espansiva, tantomeno la fuoriuscita dalla crisi infinita iniziata nel 2008 ed oggi aggravata dal Covid. Un meccanismo pensato proprio per consentire un galleggiamento sempre in forse, sempre soggetto a nuovi ricatti, nuove pressioni, nuove richieste. E proprio per questo da accettare, come chiede Reichlin, senza indugio alcuno.

Ma davvero si può andare avanti così? Ecco la vera domanda alla quale dovrebbero rispondere tutti i soloni del Gotha eurista. Non lo faranno mai e sappiamo bene il perché.

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL PARTITO DI CUI C’È BISOGNO di LiT

Liberiamo l’Italia svolgerà il 28 novembre la sua prima conferenza nazionale per delegati. Pubblichiamo le Tesi sulla questione del  Partito che saranno sottoposte alla Conferenza. Qui il Documento Politico pubblicato ieri.

IL PARTITO DI CUI C’È BISOGNO

Bozza di Tesi in vista della I. Assemblea nazionale di Liberiamo l’Italia

LA FINE DEI PARTITI DI MASSA E IL NEOLIBERISMO

1.1 La Costituzione, dopo aver stabilito, art. 18, che “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente e senza autorizzazione”, all’art.49 ribadisce e precisa: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico e determinare la politica nazionale”.

1.2 I costituenti non si sono limitati a sacramentare il diritto di libertà di associarsi e il principio inviolabile del pluralismo politico, hanno indicato come fondamentale e superiore forma di associazione politica il partito-politico-di-massa. Essi intendevano i partiti non solo come espressione di interessi corporativi o di categoria, ma come portatori di diverse visioni della società e del mondo.

1.3 Dopo decenni di attacchi i partiti di questo stampo sono stati smantellati. Diverse sono le cause di questa dissoluzione. Se determinante è stato il declino delle grandi ideologie sociali che hanno segnato la storia italiana moderna — quella socialista-comunista, quella liberale, quella cattolica e quella fascista —, decisivo è stato il colpo di grazia inferto loro dal colpo di stato giudiziario cosiddetto “mani pulite”. Al posto di queste “grandi narrazioni” s’è imposta una variante del liberalismo classico, il pensiero unico neoliberista.

1.4 Esso si camuffa come post-ideologico ma in verità non è che una ideologia a due facce: da un lato il mito individualistico e antistatalistico del mercato — facente perno sull’idea che sia il capitale e non il lavoro a produrre ricchezza sociale —, dall’altra un libertarismo che vorrebbe liquidare ogni tradizionale vincolo sociale e comunitario come un ostacolo al “progresso” — di qui l’apologia della globalizzazione e dell’europeismo, il disprezzo per lo stato-nazione, l’esaltazione delle migrazioni, il culto acritico delle nuove tecnologie.

1.5 Questa nuova ideologia ha potuto dilagare perché si è sposata con una profonda mutazione in seno al capitalismo. Quest’ultimo, per sua natura, s’imbatte in regolari crisi sistemiche che possono sfociare in tre diverse direzioni: in rivoluzioni sociali, in grandi catastrofi reazionarie, oppure in salti in avanti destinati a trasformare la stessa struttura economico-sociale.

1.6 E’ questa terza via che il capitalismo occidentale imboccò per venir fuori dalla grande crisi degli anni ’70 del secolo scorso. Le frazioni dominanti del grande capitalismo occidentale decisero di farla finita con le politiche keynesiane e gettarono, con una serie di mosse strategiche, le fondamenta del nuovo ordine neoliberista.

1.7 Organizzarono anzitutto la progressiva demolizione delle grandi concentrazioni industriali fordiste esternalizzando gran parte della produzione in una miriade pulviscolare di officine, così demolendo le roccaforti del movimento operaio e dei suoi partiti di massa. Parallelamente venne smontato lo Stato come dominus della stessa sfera economica, vennero privatizzati i beni pubblici per appropriarsene a man bassa, venne deregolamentato il mercato e ottenuta l’incondizionata libertà di movimento dei capitali.

1.8 Il risultato è stata una finanziarizzazione sistematica che ha portato ad un decisivo cambio al vertice del capitalismo: i tradizionali settori della borghesia industriale hanno lasciato il posto e/o si sono trasformati a loro volta in rentier i cui profitti, attraverso sofisticati meccanismi speculativi, vengono ottenuti per depredazione, cioè estorcendo indirettamente plusvalore a spese di quelli che lo producono.

1.9 Il catastrofico crollo del “socialismo reale”, la restaurazione del capitalismo e la conseguente integrazione nel mercato mondiale di gran parte di quei paesi, hanno dato una spinta formidabile a questo nuovo capitalismo transnazionale predatorio consentendogli di diventare dominante.

AVVENTO E CRISI DELLA “SECONDA REPUBBLICA”

2.1 L’avanzata egemonica capillare del sistema neoliberista è stata utilizzata dai nuovi ceti vincenti del capitalismo occidentale per sbarazzarsi, assieme ai partiti del movimento operaio della democrazia costituzionale sorta dopo l’abbattimento del fascismo. Processo necessitato in quanto non c’è democrazia costituzionale senza l’ossatura dei partiti di massa.

2.2 Questo fenomeno ha trovato proprio in Italia un fondamentale laboratorio. Abbiamo assistito ad un duplice fenomeno: mentre l’Esecutivo ha scippato il Parlamento dei suoi poteri legislativi, il Presidente della Repubblica ha assunto una funzione extra-isituzionale di comando — è il fenomeno del bonapartismo, che nel Novecento è stato spesso l’anticamera della dittatura. Ogni luogo apicale nelle istituzioni è stato infiltrato e conquistato da corifei neoliberisti. Tutti i partiti principali, a partire dalle spoglie del Partito comunista italiano, sono diventati meri comitati d’affari di questa o quella frazione della plutocrazia neo-liberista. La cosiddetta “seconda repubblica”, in piena simbiosi con la nascente Unione europea, è nata quindi con lo stigma di regime oligarchico, di una democrazia patrimoniale in cui la procedura elettorale conferma che è il censo e la disponibilità finanziaria a decidere chi abbia il titolo per ottenere uno scranno.

2.3 Avendo preso in consegna tutte le roccaforti del potere (istituzioni politiche, enti economici, banche, media, ecc.) l’operazione strategica dell’élite neoliberista sembrava destinata ad una vittoria di lunga durata. Non è stato così. Il posto dell’opposizione, una volta presidiato dai partiti di massa di estrema sinistra (ed estrema destra), è stato occupato da due formazioni populiste: anzitutto il Movimento 5 Stelle quindi la Lega salviniana.

2.4 Da versanti diversi queste due formazioni hanno raccolto il diffuso disprezzo per le diverse frazioni dell’élite dominante nonché il dilagante malessere delle classi subalterne causato dal generale peggioramento delle condizioni di vita, materiali e immateriali venuto avanti con la sudditanza alla Ue. Non è un caso che il punto più alto del loro consenso esse lo abbiano ricevuto grazie ad una, per quanto incoerente, linea no-euro no-Ue. Sull’onda di questa pressione popolare M5S e Lega salviniana hanno addirittura conquistato, nella primavera del 2018, il governo del Paese.

2.5 Il miserabile fallimento del governo giallo-verde non si spiega solo col  boicottaggio delle potenti élite eurocratiche (esterne ed interne). Il repentino spostamento di campo di entrambi le formazioni populiste (ognuna prestatasi e ricostruire lo schema bipolare tanto caro ai dominanti) mostra fino a che punto il loro populismo fosse sconclusionato e opportunistico, fino a che punto fossero prive di qualità e attributi. I  compromessi cercati con l’élite non erano solo degli “errori” bensì la prova della loro succubanza al neoliberismo.

2.6 Del resto essi si sono ben guardati dal mobilitare le masse subalterne, mobilitazione che sola avrebbe potuto sostenere una svolta reale. I populisti le hanno anzi deliberatamente tenute alla larga, sacrificando la loro aspirazione al cambiamento sull’altare di narcisitiche ambizioni da parvenu.

2.7 La spinta al cambiamento delle classi subalterne non va per altro sopravvalutata. I suoi limiti risultano evidenti. Dopo decenni di assuefazione e disincanto politico questa spinta era sostanzialmente passiva e indolente, per di più non era sostenuta da una chiara consapevolezza su chi fosse il vero nemico (l’élite neoliberista e il suo sistema), con quali mezzi si dovesse combatterlo, quali drastiche misure sarebbe stato necessario adottare per vincerlo.

2.8 Ciò ha consentito il voltafaccia dei due populismi, diventati comprimari del tentativo di restaurazione del sistema oligarchico bipolare. Questo ribaltone trasformista lascia tuttavia un enorme spazio vuoto che può e deve essere politicamente riempito. Si tratta di un campo ampio che non sta tra i due campi del centro-sinistra e del centro-destra bensì al loro esterno. Una domanda che chiede un’offerta politica adeguata. Quale forma dargli?

NELLA FASE POPULISTA

3.1 Noi riteniamo che sarà ancora una forma populista. Ciò per due ragioni fondamentali. Non siamo usciti dalla decadenza (il tempo ci dirà se si tratta di tramonto o eclissi) delle grandi ideologie, quindi dalla messa fuori scena dei partiti basati su quelle ideologie. La caratteristica e la forza del populismo sta proprio nella sua capacità di dare voce, di rappresentare politicamente e offrire una speranza di riscatto alle nuove ed eterogenee classi subalterne, quelle che stanno sotto, contro quelle, plutocratiche, che stanno sopra. Ciò da cui discende la sua trasversalità interclassista e la sua indeterminatezza ideologica.

3.2 La seconda ragione consiste nel fatto che esso può plasticamente adattarsi ai nuovi rapporti sociali venuti avanti nell’ultimo cinquantennio, La società fordista, caratterizzata da una stabile polarizzazione di classe tra classe operaia di fabbrica e la borghesia di vecchio stampo, è stata rimpiazzata dalla cosiddetta “società liquida”, segnata tra l’altro dall’instabile miscuglio di strati sociali un tempo fortemente diversificati. Una poltiglia composta dal lavoro dipendente a basso reddito e privo di diritti sostanziali, dal multiforme mondo del proletariato non garantito e precarizzato, dal  ceto medio pauperizzato, ed infine dagli stessi comparti di borghesia imprenditoriale fatti a pezzi da una parte dalla spietata competizione mercantile indotta dalla globalizzazione neoliberista.

3.3 Dall’altra parte il populismo non sfonda tra i colletti bianchi (un tempo si sarebbe parlato di “aristocrazia operaia”), il cui status non dipende solo dalla quota di reddito di cui possono disporre ma dalla maniera in cui lo ottengono e quindi dalle diverse garanzie sociali di cui godono rispetto agli altri strati di lavoro salariato. Questo ampio settore sociale, i cosiddetti “garantiti”, per quanto sia destinato ad essere anch’esso travolto dalla perdita dei diritti acquisiti, funge ancora da base sociale di massa della democrazia patrimoniale ovvero del regime oligarchico neoliberista. Sarebbe vano illudersi che sarà il corso delle cose a ricomporre in un grande blocco questi frammenti sociali. Solo un Partito Politico può riuscire a trasformarli in una potente forza sociale.

3.4 Non sarà quindi un partito ideologico di massa di vecchio stampo che riuscirà a rappresentare questa oppressa “polvere d’umanità”. Come detto non ve ne sono più le condizioni, né sociali, né culturali, né spirituali. Manca anzitutto l’humus rappresentato dalla politicizzazione di massa, è assente una autentica spinta dal basso ad occuparsi direttamente degli affari dello stato e della nazione. Sic stantibus rebus avremo un partito d’élite, composto da avanguardie agguerrite, o meglio da “minoranze creative” che dovranno battersi per ottenere un consistente seguito di massa.

3.5 Un Partito d’élite di tipo populista. Ma quale populismo? Se ci guardiamo attorno notiamo che ve ne possono essere almeno di tre tipi e tutti e tre occupano lo spazio nazional-popolare avverso all’oligarchia eurocratica e al discorso europeista e globalista. Un populismo di primo tipo che resta nell’alveo della tradizione non solo liberale ma neoliberista (ed è quello che va oggi per la maggiore in Occidente); un populismo di secondo tipo, antiliberale di marca reazionaria (egemone in alcuni paesi dell’Europa dell’Est); un populismo di terzo tipo democratico, anti-liberista ed a vocazione socialista.

3.6 Il nostro è il “populismo di terzo tipo”, un populismo costituzionale che punta dì a rappresentare chi sta in basso contro chi sta in alto sulla base di idealità democratiche e socialiste. Profonde sono nel nostro Paese le radici di questo populismo: le troviamo nella tradizione patriottica e democratica del Risorgimento, trapassata nella prima e seconda resistenza antifascista, fondamenta sulle quali è stata fondata Repubblica e poggiata la sua Costituzione. Una Costituzione che è dunque la nostra stella polare in quanto, fissati i diritti inviolabili della persona, sancisce e prefigura una Repubblica di democrazia sociale pluralista fondata sulla centralità del lavoro.

UN PARTITO PER IL GOVERNO DEL PAESE

4.1 La Costituzione del ’48 è la stella polare che indica la via al partito che vogliamo e che serve, il Partito nazionale e popolare dell’Italexit. Esso può e deve organizzare quella che in questa fase è la madre di tutte battaglie, quella per conquistare piena sovranità nazionale e quindi uscire dall’Unione europea. Le ragioni per cui l’uscita è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per uscire dal marasma e dal rischio di una catastrofe nazionale di dimensioni storiche, le abbiamo spiegate a iosa.

4.2 Non si deve mai cessare di insistere sulla centralità della Costituzione del ’48. Essa non è solo la Grundnorm, la norma formale che conferisce validità e senso a tutto l’ordinamento giuridico. Essa è stata concepita come norma sostanziale in quanto prefigura un ottimale sistema democratico fondato sull’eguaglianza non solo giuridica ma sociale. Per questo i governi neoliberisti da decenni la stanno smontando pezzo dopo pezzo.

4.3 Che si possa uscire dalla gabbia dell’Unione europea e dell’euro e stato mostrato dalla Brexit. Ma le differenze tra il nostro Paese e il Regno Unito saltano agli occhi. L’uscita del Regno Unito è stata possibile per l’incontro di due fattori essenziali: a favore della Brexit non c’era solo il grosso delle classi subalterne ma pure quello di potenti settori della classe dominante, organizzate nel Partito conservatore. Proprio questi settori hanno capeggiato l’uscita, evitando che questa fosse anche una rottura col neoliberismo.

4.4 La battaglia nel nostro Paese è molto più difficile, sia perché le classi subalterne sono divise sulla questione dell’uscita, sia perché quella dominante è saldamente ancorata al discorso europeista, nonché stretta da un vincolo stringente col grande capitalismo tedesco. Ciò rafforzato dal fatto che l’élite intellettuale italiana è composta in larghissima parte da paladini dell’Unione e da corifei del globalismo cosmopolitico.

4.5 Se nel Regno Unito potenti erano le frazioni anti-Ue della classe dominante, da noi l’egemonia quasi totale spetta a quelle anti-nazionali e non si vedono all’orizzonte decisive fatturazioni. Sarebbe dunque un grave errore,  invece che puntare decisi a rappresentare l’enorme spazio popolare esterno ai campi del centro-sinistra e del centro-destra, si immaginasse il Partito dell’Italexit come loro comprimario o satellite.

4.6 Occorre invece attestarsi su una posizione indipendente e di attacco a questi poli per rappresentare l’enorme spazio che ad essi sfugge ma per compiere incursioni nei loro stessi campi allo scopo di strappare loro ogni fetta di consenso politico. Questo orientamento strategico non deve impedire al Partito dell’Italexit una momentanea alleanza ed un eventuale sostegno tattico a quelle forze sistemiche che un domani fossero obbligate a uscire dalla Ue e riconquistare la sovranità nazionale. Alleanza tattica doverosa nel caso di

un’accelerazione improvvisa della crisi strutturale dell’Unione, accelerazione che è nell’ordine delle cose e che potrebbe aiutare il Partito dell’Italexit a diventare un protagonista assoluto della vita politica del Paese.

4.7 Non si possono commettere gravi errori, pena il fallimento. Il primo di questi è quello di chiudersi nella propria autosufficienza. Il Partito dell’Italexit dev’essere la casa di tutti gli antiliberisti che vogliono combattere per l’uscita e per ripristinare l’ordinamento costituzionale. Esso dovrà poi fare il massimo sforzo per mobilitare e raggruppare le indispensabili forze intellettuali e culturali disponibili. Un Partito dunque che sia in grado di essere la fucina per forgiare dirigenti, donne e uomini di stato adeguati non solo alla grande sfida dell’uscita ma che sappiano prendere in mano le redini del Paese risovranizzato.

VERSO IL CONGRESSO

5.1 Per uscire dall’attuale iniziale stato di soggettiva debolezza si deve saper parlare alla maggioranza del popolo lavoratore, di tutti coloro che stanno in basso,  avendo la capacità intercettare l’indignazione sociale, senza esitare a prendere la testa della resistenza popolare, poiché è anche lì che si dovranno misurare le capacità politiche dei nostri militanti di essere non solo propagandisti ma pure tribuni del popolo.

5.2 Il Partito che immaginiamo, non è né autoreferenziale né settario, dev’essere in grado di diventare il lievito e/o l’asse di un fronte popolare ampio e multiforme. Da soli non riusciremo a portare l’Italia fuori dall’Unione europea, a farne un Paese sovrano. Sarebbe sbagliato immaginare che tutte le energie che è necessario mobilitare per la vittoria possano essere contenute in un partito. Data la pluralità di correnti e forze in campo ogni ipotesi di reductio ad unum è campata per aria e ci condannerebbe al minoritarismo.

5.3 Occorre invece agire per arginare e convogliare i tanti rivoli in cui sono disperse le energie e le forze sociali del cambiamento. Vanno immaginati gli Stati Generali della liberazione nazionale e dell’emancipazione sociale, nella prospettiva di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che si candidi a salire al governo quando se ne presenterà l’occasione.

5.4 La selezione, a cominciare dal processo costituente, avverrà strada facendo. Sarà vincendo la sfida della fondazione di un Partito non liquido ma ben organizzato e socialmente radicato, democratico, che esso prenderà definitiva forma. Un partito che dunque non può essere un mero agglomerato di comitati elettorali locali che per sua natura rischia di respingere militanti sinceri per attirare opportunisti che se la potrebbero dare a gambe levate davanti alle grandi difficoltà dell’impresa.

5.5 Le elezioni politiche nazionali non sono alle porte. E’ il tempo per concentrare tutte le nostre forze per portare a compimento, con un grande congresso fondativo, il processo costituente di un Partito che si pone una grande ambizione. Un processo che, avviata l’iscrizione, deve vedere la massima partecipazione dei tesserati e dei circoli territoriali. Un Congresso che chiuderà la fase cooptativa per passare ad un regime interno di effettivo centralismo democratico per cui a maggioranza, dopo seria e ordinata discussione generale, approva le tesi politiche ed elegge ad affida il proprio mandati agli organismi dirigenti, segretario politico incluso.

5.6 La qualità dei gruppi dirigenti è fondamentale. Il Partito potrà attivare migliaia di militanti e conquistare consenso e fiducia dei cittadini solo a condizione che abbia una squadra dirigente sperimentata, coesa e di alto profilo. Ciò richiede che il Partito si doti di una sua propria e forte identità politica, un progetto di paese che lo distingua nettamente da tutti i suoi avversari. Richiede quindi che esso dia grande priorità alla lotta nel campo culturale e intellettuale. Ci occorrono come il pane nuovi intellettuali, sia strappandoli all’intellighentia di regime sia forgiandoli ex novo.

5.7 E’ molto probabile che il nostro Partito —visto come funziona la comunicazione di massa nella “società dello spettacolo”, dato che siamo ancora nel cosiddetto “momento populista” —,  abbia bisogno di un capo politico che sia suo portabandiera. Un primus inter pares tuttavia, non certo l’uomo solo al comando che contraddistingue i diversi partiti di sistema. Per meritare un ruolo tanto importante è necessario che, oltre al carisma (certo non quello degenerato proprio dei populismi autoritari), esso possieda spiccate qualità politiche e di visione, acume tattico. Deve infine saper dialogare, ascoltare e accogliere le diverse opinioni e proposte che emergessero dal seno del Partito. Un capo che sia quindi capace di tenere unito e compatto il gruppo dirigente ed il Partito trovando il punto di sintesi e di equilibrio interni nei tanti insidiosi tornanti che si incontreranno.




L’INFONDATA LEGGENDA DEL RECOVERY FUND di Leonardo Mazzei

La leggenda secondo cui il Recovery Fund avrebbe cambiato l’Europa, ponendo fine all’austerità per iniziare un nuovo periodo di espansione economica, è una clamorosa bufala. Una gigantesca fake news, per chi ama gli anglicismi. Chi scrive non ha mai avuto dubbi sul punto, ma adesso ci giunge in aiuto un’attenta analisi del professor Gustavo Piga sulla Nota di Aggiornamento del Def (Nadef).

Premesso che in tempo di Covid i numeri contenuti nei documenti previsionali valgono quel che valgono, cioè quasi nulla, resta però interessante lo schema di ragionamento che il decisore politico ha posto come cornice al quadro previsionale. Mentre i numeri sono destinati ad essere smentiti, riaggiornati e rismentiti, quello schema di ragionamento resta invece la traccia indelebile di una precisa impostazione politica: quella degli euroinomani impenitenti, che scrivono di “espansione” anche quando sanno benissimo che avremo invece la solita austerità. Tra questi adoratori del “Dio Europa” il ministro Gualtieri non è l’ultimo arrivato.

Ecco così la sua Nadef 2020, come sempre co-firmata col Presidente del consiglio Giuseppe Conte. Su di essa il giudizio di Gustavo Piga è stroncante.

Diamo la parola a Piga

«La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è», questo il titolo chilometricamente liquidatorio del suo articolo. E non lo è – spiega Piga – proprio perché il tanto sbandierato Recovery Fund verrà utilizzato in tutt’altro modo. Probabilmente perché, questo lo aggiungiamo noi, non potrebbe essere diversamente proprio in virtù delle clausole previste da quel fondo, tanto decantato dai media quanto volutamente sconosciuto nei suoi meccanismi essenziali.

Vediamo allora le riflessioni di Gustavo Piga, partendo dall’inizio del suo articolo:

«Il nostro Paese ha ed avrà ancora di più nei prossimi mesi un bisogno immenso di crescita economica. Non solo per mantenersi stabile socialmente ma anche finanziariamente: una crescita solida è senza dubbio l’unico modo credibile per garantire infatti anche la discesa del rapporto debito pubblico su PIL. Il Recovery Fund doveva raggiungere proprio questo fine, dare garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di maggiori investimenti pubblici. Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo il documento fondamentale per capirne di più, la Nota di Aggiornamento al DEF recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il DEF in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery. L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia».

Fatta questa premessa, Piga passa ad esaminare i numeri del Recovery Fund così come tradotti nelle previsioni programmatiche della Nadef:

«Cominciamo subito dalla questione dei fondi europei – più semplice da capire ma anche capace di sollevare perplessità – che si suddividono in trasferimenti a fondo perduto e in prestiti a tassi vantaggiosi. I primi sono pari a 14, 20 e 28 miliardi nel triennio a venire: 0,8%, 1% e 1,5% di PIL circa. L’effetto stimato, ancora per il triennio, di crescita economica in più è pari rispettivamente a 0,3%, 0,4% e 0,8%, con un moltiplicatore della crescita da parte della spesa pubblica inferiore dunque allo 0,5. Numero che non è foriero di buone notizie: da un moltiplicatore degli investimenti pubblici ci si aspetta che sia almeno pari ad 1, e un valore così basso non può che voler dire che i fondi UE a fondo perduto non verranno tutti spesi là dove l’impatto è maggiore per la crescita, nell’accumulazione di capitale fisico ed immateriale, ma piuttosto in mille rivoli e trasferimenti».

Bene Piga, ma il “fondo perduto” non esiste

La denuncia di Piga è chiara ed incontestabile: non c’è nessuna politica espansiva alle porte, né il Recovery Fund segnerà quell’uscita dall’austerità tanto propagandata dai media. Piga ha dunque il merito di svelare – numeri alla mano – la situazione reale dell’Italia reale, così come esce dalle stesse carte previsionali del governo. Un governo che, con i numeri di quelle carte, smentisce anzitutto se stesso, le sue promesse, le roboanti dichiarazioni dei suoi esponenti di punta.

Tuttavia Piga commette un grave errore, quello di parlare di inesistenti «trasferimenti a fondo perduto». Un errore che ne porta con sé un altro: quello di attribuire all’impiego di questi trasferimenti un moltiplicatore sul Pil inspiegabilmente basso, a suo avviso dovuto ad una dispersione in mille rivoli dei fondi in questione.

Ma è davvero questa la causa? O non sarà, piuttosto, che la Nadef – pur senza dichiararlo – tiene già conto del fatto che l’Italia dovrà contribuire a finanziare gli stessi fondi di cui poi usufruirà? A me pare che la spiegazione di un moltiplicatore talmente basso da risultare irrealistico, per altro indicato in un documento che in genere chi governa tende sempre ad improntare in maniera fin troppo ottimistica, non si spieghi altrimenti. Ed i numeri ce lo confermano.

Abbiamo già visto come la Nadef preveda l’utilizzo delle cosiddette “sovvenzioni” del Recovery Fund per complessivi 62 miliardi nel triennio a venire, circa 3,3 punti di Pil, cui corrisponderebbe invece un incremento della crescita economica di un solo punto e mezzo. L’arcano sta nel fatto che il “fondo perduto” proprio non esiste, mentre esiste una sorta di partita di giro con la quale gli Stati con una mano vengono “sovvenzionati”, mentre con l’altra restituiscono all’UE una cifra complessivamente equivalente.

Il documento “Finanziare il piano di ripresa per l’Europa“, elaborato dalla Commissione Europea, spiega come verrà finanziato il Recovery Fund. Pur auspicando l’aggiunta di nuove tasse europee, a Bruxelles si sono tutelati con una norma secca e chiara:

«Per garantire un margine di manovra adeguato, la Commissione propone di modificare la decisione sulle risorse proprie, il testo giuridico che stabilisce le condizioni per il finanziamento del bilancio dell’UE, per consentire l’assunzione di prestiti e aumentare di 0,6 punti percentuali il massimale delle risorse proprie in via eccezionale e temporanea. Questo aumento delle risorse proprie va ad aggiungersi al massimale permanente delle risorse proprie di 1,4 % dell’RNL proposto tenendo conto delle incertezze economiche e della Brexit».

A scanso di equivoci lo stesso documento precisa che:

«Il massimale delle risorse proprie determina l’importo massimo delle risorse in un dato anno che possono essere richieste agli Stati membri per finanziare la spesa dell’UE».

Dunque il massimale verrà portato dall’1,4% dell’Rnl (Reddito nazionale lordo) di ciascuno Stato al 2%. Per l’Italia significa un aggravio di circa 11 miliardi annui, equivalenti a 33 miliardi nel triennio. Trentatre miliardi da succhiare dalle casse dello Stato, sottraendoli dunque ad altri utilizzi (spesa od investimenti) dello stesso.

Ecco allora che i 62 miliardi della Nadef diventano al massimo 29. Il che spiega abbondantemente il modesto incremento quantificato dal governo sul Pil. Se l’aumento di spesa effettivo è quello da noi calcolato, il moltiplicatore non sarebbe più sotto allo 0,5, bensì leggermente superiore ad 1. Il che appare assai più ragionevole  Tutto questo sempre nel “fortunato” triennio 2021-23, perché in quello successivo (2024-26) le cose potrebbero peggiorare drasticamente. Come si legge a pagina 12 della Nadef, le sovvenzioni in quel triennio caleranno infatti a soli 13,4 miliardi, mentre l’uscita aggiuntiva dello Stato (direzione Bruxelles) potrebbe restare a quota 33 miliardi. Insomma, una cuccagna!

Se così andranno le cose – e questo ci dicono le carte – il famoso “fondo perduto” ammonterebbe a soli 9,4 miliardi in 6 anni, pari ad un miliardo e mezzo all’anno! Una miseria – peraltro tutta da vedere, vista la possibilità di una serie di tassazioni aggiuntive -, ma ad ogni modo più che compensata dalle stringenti condizioni cui verrà incatenato il nostro Paese.

E i prestiti?

Fin qui abbiamo parlato delle cosiddette “sovvenzioni”, sperando che si sia almeno capita una cosa: che nella sostanza il “fondo perduto” proprio non esiste, che per l’Italia ci saranno al massimo delle miserevoli briciole, del tutto irrilevanti dal punto di vista macroeconomico.

Ma il Recovery Fund prevede anche i prestiti, che per il nostro Paese sono peraltro la parte prevalente. Un totale di 127,6 miliardi, la maggior parte da utilizzarsi nel triennio 2024-26. Inutile dire – qui l’inganno semantico non può funzionare come con le “sovvenzioni” – che i prestiti andranno restituiti.

Poiché la Nadef arriva solo fino al 2023, Piga non può far altro che analizzare l’impatto di questi prestiti soltanto sul primo triennio. Ed il suo giudizio è tombale:

«Passiamo ai prestiti a tassi vantaggiosi: essi sono pari a 11, 17,5 e 15 miliardi di euro. Una bella cifra. Purtroppo una buona parte di questi non andranno a finanziare nuovi progetti di investimenti ma a sostituire il finanziamento in deficit da parte del Tesoro di spese già previste. Effetto addizionale dunque nullo, se non per un minuscolo risparmio di spesa per interessi. Qualcuno potrebbe dire che vanno a finanziare comunque maggiori investimenti pubblici già previsti da questo Governo, ma il DEF di aprile non lascia scampo nemmeno a questo riguardo: l’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023. Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo».

Queste affermazioni trovano puntuale riscontro in quel che si legge a pagina 11 della Nadef:

«I prestiti… non si tradurranno in un equivalente aumento dell’indebitamento netto in quanto potranno in parte sostituire programmi di spesa esistenti (anche corrente) e in parte essere compensati da misure di copertura. La porzione di prestiti che si traduce in maggior deficit è determinata per ciascun anno secondo gli obiettivi di indebitamento netto illustrati più oltre».

Qui l’aspetto principale da cogliere, quello che taglia la testa al toro di ogni retorica europeista, è che i prestiti nulla aggiungeranno alle prospettive economiche del Paese. Trattandosi di debiti, da contabilizzarsi come tali, prendere soldi in prestito dall’UE non sarà per nulla diverso dal prenderli sui mercati finanziari con la normale emissione di titoli. Con il piccolo particolare che l’UE ci imporrà pure come spenderli! Una trappola ben congegnata ai danni dell’Italia, che solo i piddini possono vendere come un affarone.

Conclusioni

Arriviamo adesso ad alcune conclusioni.

Molte sarebbero le cose da dire ancora sul Recovery Fund. Una su tutte la tendenza di alcuni Stati (Spagna in primis) a non volere più i prestiti di questo fondo. Ma ancora più importante è capire le ragioni politiche del perché di tanta insistenza affinché gli Stati mediterranei siano costretti a ricorrervi. Un’insistenza che in Italia arriva perfino all’invocazione piddina, mediatica e confindustriale a favore del Mes. Per non farla troppo lunga torneremo su questi temi in un prossimo articolo, per provare a comprendere oltre al trucco economico (di cui qui ci occupiamo) anche quello politico.

Adesso torniamo invece al professor Piga, più esattamente alle conclusioni del suo articolo.

«C’è un ultimo aspetto che va considerato, e che rimane quello più importante. Questa manovra è stata “venduta” come manovra espansiva, di supporto all’economia. Ma lo è solo rispetto a quanto deciso in primavera nel DEF; se guardiamo piuttosto alle scelte complessive del Governo, includendo quelle decisioni, vediamo che – in tempi di Covid! – la posizione del Governo rimane molto restrittiva. Meno austera di qualche mese fa, ma pur sempre molto austera».

L’austerità dunque prosegue. In forme nuove, dato che con l’attuale crisi il rispetto dei vincoli formali del Fiscal compact non potrebbe chiederli neppure un Valdis Dombrovskis, ma prosegue.

Detto questo, la conclusione di Piga è pienamente sottoscrivibile:

«Insomma, invece di confermare e stabilizzare il deficit al livello odierno per tutto il triennio e utilizzarne le risorse per fare investimenti pubblici e invece di dedicare le risorse europee a massimizzare i progetti che generano crescita, ci ritroviamo con una programmazione austera e male allocata, in quella che è la maggiore crisi economica del dopoguerra. E perché mai? Per quanto riguarda l’austerità è semplice, basta tornare ai numeri finali del 2023, quell’avanzo primario in pareggio e quel deficit su PIL che tocca la soglia “critica” del 3% del PIL su cui si è costruita la logica del mai abolito e austero Fiscal Compact. Non sono infatti numeri casuali: sono frutto di quella promessa che il Governo italiano ha fatto, implicita nell’accordo sottostante al Recovery Fund, che l’Italia accede a questi fondi purché … si cimenti nell’austerità richiesta dall’Europa appena fuori dal Covid. Con una mano si dà, con l’altra si leva. Cosa si leva? La crescita».

Che dire? La leggenda di un Recovery Fund virtuoso e risolutivo è oramai smascherata. Solo la disastrata politica italiana può ancora far finta che così non sia. Una faccia tosta che prima o poi dovrà fare i conti con la realtà.

Ogni previsione economica e politica è in questo momento difficile. Ma una cosa è certa: solo l’uscita dalla gabbia europea potrà dare all’Italia la possibilità di riprendersi. Purtroppo le forze al servizio del blocco eurista hanno potuto utilizzare a loro vantaggio l’epidemia in corso. La paura è un potente strumento di dominio. Vedremo fino a che punto sarà sufficiente a coprire le malefatte della maledetta congrega al potere.




MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ, LA DEMOCRAZIA E L’AUTODETERMINAZIONE

In occasione dell’anniversario della ratifica del Trattato di Maastricht (1 novembre 1993), il nascente partito Italexit con Paragone, Brexit Party, Génération Frexit e Somos España hanno sottoscritto il seguente Manifesto.

MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ, LA DEMOCRAZIA E L’AUTODETERMINAZIONE
Le organizzazioni firmatarie, provenienti da vari paesi membri dell’Unione europea, sottoscrivono la seguente dichiarazione di principi:
1. 28 anni dopo la firma del Trattato di Maastricht e 63 anni dopo la firma del Trattato di Roma, l’Unione europea è diventata una tirannia tecnocratica che opprime gran parte dei paesi dell’Europa, calpestandone la sovranità e condannandoli alla deindustrializzazione e alla stagnazione economica. Lungi dall’unire i popoli d’Europa, l’UE ha seminato discordia tra di loro. È arrivato il momento di prendere atto dell’inequivocabile fallimento sociale, economico e politico dell’UE e dell’euro e di chiedere il conto ai politici che hanno sostenuto – e continuano a sostenere – il processo di integrazione sovranazionale.
2. A coloro che decretano la morte dello Stato-nazione, rispondiamo che la sovranità deve risiedere solo ed esclusivamente nel popolo, e che non c’è popolo senza nazione. Questo è in netto contrasto con la natura sovranazionale dell’Unione europea e delle sue istituzioni antidemocratiche. Non esiste democrazia senza nazione e l’Unione europea, indipendentemente dai desiderata degli europeisti, non è uno Stato-nazione.
3. Il ritorno del ruolo dello Stato-nazione non implica, come alcuni vorrebbero farci credere, un ritorno alle ostilità e alle guerre del passato. Questo perché siamo patrioti e non nazionalisti. Come disse Charles de Gaulle, «un patriota è colui che ama il suo paese, un nazionalista è colui che odia il paese degli altri». Vogliamo un’Europa fondata sulla cooperazione internazionale, sugli scambi culturali e studenteschi, nonché sul commercio equo tra i paesi. Ma questa Europa che vogliamo dovrà necessariamente essere costruita al di fuori dell’Unione europea. Amiamo l’Europa; per questo ci opponiamo all’Unione europea.
4. A vent’anni dalla sua creazione, l’euro si è dimostrato un clamoroso fallimento. Soffoca l’economia di molti paesi europei, contribuisce alla loro deindustrializzazione e avvantaggia solo un gruppo ristretto di paesi – Germania in primis. Asseriamo che il diritto di battere la propria moneta è un attributo fondamentale dello Stato-nazione, alla pari del controllo dei confini, delle forze armate e dei corpi diplomatici. Questo è il motivo per cui sosteniamo la fuoriuscita dei nostri paesi dall’euro (richiesta che le parti firmatarie che non fanno parte della zona euro sostengono appieno).
5. Lungi dall’essere una fatalità della storia, il globalismo – un progetto essenzialmente volto a scindere i processi economici e politici dal processo democratico, di cui l’UE rappresenta l’esempio più lampante – non è una realtà ineluttabile. Asseriamo che è possibile e necessario che gli Stati riprendano il controllo delle loro economie, nella misura in cui ogni paese valuterà opportuno. È una questione di volontà politica. Ma questo richiede dei veri patrioti alla guida dei nostri paesi, e la liberazione di questi ultimi dai vincoli dell’UE e dell’euro.
6. I grandi Stati-nazione d’Europa, emersi tra il XVII e il XX secolo, sono un tesoro da preservare e fanno parte del patrimonio comune di tutta l’umanità. Questo è il motivo per cui ci opponiamo alla loro disarticolazione e alla loro frammentazione in micro-Stati, come aspira surrettiziamente a fare la politica delle euroregioni. Lo scopo della creazione di tali micro-Stati è garantire che il rullo compressore del globalismo non incontri più nessun ostacolo alla sua politica di soggiogamento dei popoli. Solo gli Stati-nazione possono resistere all’offensiva globalista. Per questo affermiamo che la questione della sovranità nazionale è strettamente collegata a quella dell’unità nazionale.
7. L’Unione europea non può essere riformata. Dalla firma del Trattato di Roma, abbiamo sentito più e più volte promesse di “un’altra Europa”, ma questo non si è mai tradotto in fatti concreti. Per recuperare la sovranità e dunque la democrazia è necessario abbandonare l’Unione europea e l’euro, e prima è meglio è.
8. Per tutti questi motivi, ci impegniamo a perseguire l’obiettivo di far uscire i nostri paesi dalla gabbia dell’Unione europea (se necessario, per quei paesi che lo riterranno utile, promuovendo un referendum sull’uscita, come è stato fatto nel Regno Unito), accelerando così il suo inevitabile scioglimento.
Organizzazioni firmatarie:
Brexit Party
Italexit con Paragone
Génération Frexit
SOMOS España
Qui il sito dell’appello multi-lingua: eurexit.org

 




CLAUDIO BORGHI AQUILINI: L’ANTICICLICO di Sandokan

L’Italia, ma lo sapevamo, è un paese bizzarro. Tanto per fare un esempio: è l’unico nell’Unione europea in cui ci si accapigli sull’eventuale uso del MES, chi a favore chi contro.
L’unico visto che tutti gli altri non vogliono saperne.
Per la verità, gli altri, pare non vogliano ricorrere nemmeno agli “aiuti” del “Ricoveri Fund”.
E’ il caso di Spagna e Portogallo.
La ragione è presto detta: c’è talmente tanta liquidità sui mercati che nessuno Stato ha problemi a spacciare i suoi titoli di debito. La stessa Bce ne sta comprando a gogò.
C’è una tale quantità di domanda che spesso i tassi sono addirittura negativi, oppure il costo in interessi (per gli stati) è pari allo zero.
Come ha dichiarato ieri Gualteri ciò vale anche per l’Italia. Perché mai accettare “aiuti” vincolati a questa o quella condizione dettata dall’esterno? Perché mai legarsi le mani sul come e quando spendere?
 
Allora perché tutto ‘sto casino nostrano sul MES?
La ragione è doppia.
La prima è ideologica: da una parte piddini e Confindustria, che dettano l’agenda, debbono infettare col loro ossessivo europeismo i cittadini, provando a convincerli che senza il MES andremmo ramengo.
La seconda è che, essendo l’Italia l’anello debole della catena unionista, si deve dimostrare a Berlino e all’oligarchia burocratica che essi sono servi affidabili. D’altra parte è evidente l’uso strumentale che M5S e Lega fanno del loro no al MES. Si fanno belli agli occhi dei cittadini euroscettici, fanno i duri, ma per poi accreditare gli “aiuti” del “Ricoveri Fund” come aiuti buoni. Si guardano bene dal dire che il “Ricoveri Fund” è un vero e proprio “Super-MES”, che toglierebbe al Paese un’altra quota di sovranità politica ed economica.
 
A questo gioco sporco si presta, hainoi, anche Claudio Borghi Aquilini, che si è fatto un nome come condottiero del no-euro. Dopo che Conte, nella conferenza stampa dell’altro ieri, ha detto che si potrebbe fare a meno di ricorrere al MES, ha fatto un tweet esilarante. Ecco il testo: 
 
«Sette mesi di battaglia contro il MES. Vittoria. Non potete immaginare quanto sia felice. Grazie a tutti quelli che ci hanno supportato. Grazie anche ha chi ha lavorato lontano dai riflettori. Viva l’Italia».
 
Se non si può perdonargli l’acca al posto sbagliato, davvero insopportabile questa boria con cui tenta di intestarsi “la vittoria”. Vedremo come va a finire la vicenda, ma davvero Conte ha cambiato idea grazie Borghi? Non pesa forse molto di più il no dei 5 stelle grazie al cui appoggio occupa il posto di Presidente del Consiglio?
Una sbruffonata per galvanizzare e infervorare i suoi e di Bagnai supporter nella Lega che, visto l’andazzo da quelle parti, sono delusi e incazzati assai.
 
Del resto il Borghi è un personaggio pittoresco assai. A chi gli chiese anni addietro se volesse uscire dall’euro per attuare politiche keynesiae o se volesse uscirne ma per restare nell’alveo del liberismo, la risposta del nostro fu a dir poco comica: “Io sono statalista in recessione e liberista in crescita. Diciamo che sono anticiclico”. Un fantastico caso di cerchiobottismo economico.



DEDICATO ALL’AMICO ANTONIO MARIA RINALDI di Moreno Pasquinelli

Sembra una legge inesorabile del teatrino politico italiano, quella per cui, una volta che ci sei entrato, per poterci restare, accetti di vendere l’anima al diavolo.
Ci si dirà che non c’è da stupirsi, in fondo siamo nell’Italia del “trasformismo”. Forse è così, o forse è qualcosa di peggio. Forse si tratta, dopo decenni di putrefazione politica e morale del Paese e di nichilismo morale, di qualcosa di peggiore e di più profondo. Per dirla con Erich Fromm:

«Nella nostra società l’individuo, se ancora possiamo chiamarlo tale, fa dipendere il proprio valore unicamente dal suo essere più o meno commerciabile, dal fatto che quello che ha da offrire sia più o meno richiesto. La percezione che ha di sé, la fiducia che ripone in se stesso, non sono più determinate dall’apprezzamento delle sue reali e concrete qualità, della sua intelligenza, della sua onestà, della sua integrità, del suo senso dell’umorismo, di tutto quello che costituisce la sua identità; la percezione che ha del proprio valore e il senso di sicurezza dipendono piuttosto dalla sua capacità di vendersi».

Voglio augurarmi che questo non sia il caso dell’amico Antonio Maria Rinaldi. Voglio sperare che non si sia smarrito anch’egli in quel postribolo che è il Palazzo della Politica. Lo fa pensare, ahimé, l’intervista che il nostro ha rilascitao a La Verità di ieri, 5 ottobre.

In un’intervista che più “sdraiata” non si può, il Daniele Capezzone (che in fatto di salti della quaglia è campione olimpico) gli pone alcune domande il cui scopo è smentire che nella Lega ci siano sì voci dissononanti sulla questione dell’euro, ma tutto sommato c’è una sostanziale assonanza di fondo. Anzi autentica concordia tra la “Santissima Trinità” (Bagnai, Borghi e Rinaldi appunto) e Giorgetti e la potente ala euro-padana capeggiata da Giorgetti. Il nostro conferma affermando che si tratta “di una contrapposizione creata dai media”. Ovviamente non è vero che anzi, d’amore e d’accordo, non vanno nemmeno il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Tuttavia Rinaldi sciorina concetti pesanti e per la prima volta, a conferma di chi sia davvero a dettare la linea in Lega, afferma:

«Ma guardi che noi non siamo contro l’Europa: siamo contro ad alcune (ALCUNE!) regole di questa (QUESTA!) Ue. Per molti versi, i veri europeisti siamo noi: l’Ue rischia (RISCHIA!) se va avanti con questo tipo di governance».

Né più e né meno che un dietrofront, per dirla tutta un’abiura delle idee e delle posizioni che il nostro ha perorato per anni e su cui ha costruito la sua credibilità politica e il suo, debbo dire, meritato successo politico. Che differenza c’è da questo voltafaccia e quello compiuto dai grillini? Nessuna.

Come se non bastasse, alla domanda se sia vero che il gruppo leghista all’EuroParlamento potrebbe aderire al PPE (come desidererebbe l’ala euro-padana di Giorgetti), Rinaldi sbrodola e nel giustificare il suo niet risponde:

«Oggi la Merkel, anche per tenere in piedi la sua coalizione coi socialdemocratici, sta sterzando a sinistra anche in Ue. (…) Non vedo spazi in questo Ppe che guarda a sinistra».

Confesso che mi sono cascate le braccia. Capite? Non è che non si va nel PPE perché è l’asse portante delle politiche euro-liberiste, perché è un’associazione a delinquere che ha distrutto la Grecia, perché rappresenta gli interessi di chi vorrebbe colonizzare il Paese, perché rappresenta il braccio politico del predominio imperialistico tedesco. No, non ci si va perché… “guarda a sinistra” (sic!).

Il nostro poi non smentisce, bensì conferma, che in seno alla Lega il passaggio è davvero all’ordine del giorno.

E come stupirsi? Stiamo parlando della Lega e di niente altro. La stessa Lega che nell’ottobre del 1992 votò Sì al Trattato di Maastricht (Salvini compreso e la Meloni pure). Non fu un errore di percorso, visto che sempre la Lega, alleata di Berlusconi, votò tutte le porcherie europeiste successive. [1]
Le origini, le radici, contano. Alla fine, se queste non vengono sradicate, la pianta che vien fuori è data, è neoliberista.

«La Lombardia e il Nord se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta». Matteo Salvini

NOTE

[1] (1) L’euro entra in circolazione il 1 gennaio 2002, col pieno assenso della Lega Nord che faceva parte del governo Berlusconi.
(2)  Il 1 febbraio 2003, con l’assenso del governo italiano (di cui fa parte la Lega Nord) entra in vigore il Trattato di Nizza (Costituzione europea). Il Trattato viene firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Stiamo parlando della “Costtiuzione” che verrà bocciata dai francesi e olandesi con referendum nel maggio e giugno 2005.
(3) Nel 2003, con il pieno consenso in seno al Consiglio europeo del governo Forza Italia-Lega-An, sono sottoscritti i Trattati di adesione alla Ue di Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia.
(4) Il 1 maggio 2004, col pieno consenso del governo Forza Italia-Lega-An in seno al Consiglio europeo,  entrano nella Ue: Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia. XVI Legislatura Governo Berlusconi IV (dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011)
(5) Il 19 giugno 2008 il Consiglio europeo (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) accetta la Slovacchia nell’euro-zona.
(6) Il 1 dicembre 2009 (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) entra in vigore il Tratto di Lisbona. Il 23 luglio 2008 il Senato approva il Trattato di Lisbona all’unanimità con 286 sì. Il 31 luglio 2008 la Camera approva all’unanimità il Trattato di Lisbona con 551 sì.
(7) Il 3 dicembre 2008 il Parlamento approva,  su proposta del governo Pdl-lega Nord, il ddl Salva Banche contenente i cosiddetti Tremonti bond.
(8) Il 17 giugno 2010 il Consiglio europeo (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) accetta l’ingresso dell’Estonia nell’euro-zona.
(9) Il 18 novembre 2009 il Parlamwento approva definitivamente il decreto Ronchi presentato dal governo Berlusconi-Lega sul pieno adempimento degli obblighi comunitari.
(10) Il 8 settembre 2011 il Consiglio dei Ministri (voto favorevole della Lega Nord), dopo la famigerata “Lettara della Bce” vara la proposta di legge Costituzionale sull’introduzione del principio del pareggio del bilancio nella Costituzione.
(11) Il 26 ottobre 2011, causa “crisi dello spread” e i conseguenti diktat dell’Unione Europea, il presidente del Consiglio Berlusconi, col consenso della Lega Nord, invia una lettera con la promessa di adottare le misure austeritarie di macelleria sociale, quelle che saranno poi adottate dal successivo governo Monti.
(12) Il 3 e il 4 novembre 2011 dopo che Berlusconi partecipa a Cannes al summit del G20, il governo Pdl-Lega accetta che una delegazione del Fondo Monetario Internazionale “monitori i progressi sulle riforme economiche e gli effetti di queste sui conti pubblici”, ovvero il definitivo commissariamento.
(13) Poco prima di dimettersi, il Presidente del Consiglio Berlusconi, 12 novembre 2011, fa approvare dalla Camera dei deputati i disegni di legge, già approvati dal Senato (consenso della Lega in entrambi le aule), contenenti le disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012), il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 ed il bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014. Tutto ciò che poi Monti metterà in pratica.




DAVVERO SIAMO MESSI MALE? di Piemme

Nel nostro mondo la vittoria del SÌ ha gettato nello sconforto diversi amici e compagni.
Avevano creduto che la rimonta del NO avrebbe potuto addirittura sfociare in una vittoria.
Lo sconforto è comprensibile, ma non è giustificato.
Il NO ha ottenuto un rotondo 30% — vi sembra poco? Non è affatto poco anche visto il contesto di panico pandemico e di terrorismo biopolitico.
La contestazione dell’ordine di cose presente, pur in una forma che in altri tempi avremmo definito “qualunquistica”, attraversa anche il campo del SÌ.
Del resto è simmetricamente vero il contrario: anche nel campo del NO c’è una zona grigia di voto conservatore, liberista ed eurista.
In assenza di un forte polo antagonista, patriottico e democratico, la battaglia referendaria è stata infatti monopolizzata dalle due cosche sistemiche di centro-destra e centro-sinistra.
Per questo (anche se suonerà retorico), affermo che invece di lasciarsi prendere dallo scoramento c’è da intensificare l’attività per dare vita al “terzo polo”, alternativo ai rinascenti centro-sinistra e centro-destra.

Ora più che mai, dopo il suicidio dei 5 stelle. Scomparso il M5s, il campo dell’opposizione sociale e politica non è scomparso, è solo sguarnito, privo di adeguata rappresentanza.
Si tratta di un campo ampio, che la crisi sistemica tenderà anzi ad allargare.
Se siamo dunque messi male non è perché non abbiamo spazio politico.
Siamo messi male perché non siamo ancora riusciti a costruire né un fronte unito delle forze antagoniste e patriottiche, né un partito forte e strutturato.
Le due cose sono connesse e interdipendenti.
Solo un potente partito può essere il soggetto capace di aggregare un fronte ampio, ma un simile partito non sorgerà se i suoi nuclei fondanti non agiranno come elementi di agglutinazione politica e di saldatura tra i diversi settori sociali duramente colpiti dalla crisi sistemica.
Due e solo due, a me pare, sono i fattori che, rebus sic stantibus, possono determinare un salto verso il terzo polo ed aprire quindi una fase nuova: la Marcia della Liberazione e il nascente Partito dell’Italexit con Paragone.
Se la Marcia sarà un successo, non solo essa darà coraggio a tanti cittadini, richiamanadoli alla lotta, darà una spinta propulsiva al costituendo Partito dell’Italexit.




MARCIA DELLA LIBERAZIONE: MENO 24

MARCIA DELLA LIBERAZIONE

LAVORO, REDDITO, SOVRANITA’, DEMOCRAZIA

10 ottobre 2020, h. 14:00 Piazza San Giovanni – Roma

L’ Appello di Daniela Di Marco (Liberiamo l’Italia – Foligno)

www.marciadellaliberazione.it
Adesioni
Promotori e Comitato organizzatore
per aderire: segreteria@marciadellaliberazione.it

Vogliamo la fine del neoliberismo, un modello economico e di pensiero che sfrutta molti per arricchire pochi.
Vogliamo più Stato e meno mercato e vogliamo che venga, finalmente, applicata la Costituzione del 1948.
Per questo marceremo insieme, per una profonda svolta, contro un governo schiavo dell’Unione europea e della grande finanza.
Il 10 ottobre i mille rivoli sparsi si uniranno per diventare un fiume in piena, inarrestabile!

I. MONETA SOVRANA IN UNO STATO SOVRANO
II. LAVORO E REDDITO MINIMO PER TUTTI
III. DIFESA DELLE PMI E DEL TESSUTO PRODUTTIVO NAZIONALE
IV. PORRE UN FRENO ALLE MULTINAZIONALI
V. TASSE EQUE CON UN 2020 TAX FREE
VI. MORATORIA SUL DEBITO PUBBLICO
VII. LIBERTA’ DI SCELTA TERAPEUTICA, NO ALLA DITTATURA DIGITALE, STOP AL 5G
VIII. NAZIONALIZZAZIONE DELLE BANCHE E DELLE AZIENDE STRATEGICHE
IX. PIU’ INVESTIMENTI PUBBLICI NELLA SANITA’ E NELLA SCUOLA
X. FINE ALLO STATO D’EMERGENZA, RIPRISTINO DELLA DEMOCRAZIA E DELLA LIBERTÀ




MA GUARDA UN PO’: SONO DEBITI… di Leonardo Mazzei

Ma guarda un po’, sono debiti…

Questa la sensazionale scoperta dell’impagabile Federico Fubini, che sulle pagine del Corriere del 7 settembre scopre l’acqua calda sul Super-Mes, pardon NextGenEu.

Alla vigilia della stesura degli autunnali documenti di bilancio – Nota di aggiornamento del DEF e Legge di Bilancio, cui si aggiunge quest’anno la bozza del Recovery Plan per attingere al fondo di cui sopra – il problema del governo sembra quello di come nascondere ciò che tutti sanno: che la cosiddetta “solidarietà europea” è fatta di prestiti, cioè di nuovi e giganteschi debiti per l’Italia.

Una verità che mette in crisi la narrazione dominante, quella che da mesi si sforza di far credere che i soldi europei siano “aiuti”, mentre si tratta invece di un nuovo e più pesante guinzaglio. Una catena talmente forte da far perdere all’Italia quel poco di sovranità rimasta.

Passata un’estate in cui si sono descritti i fondi predisposti dall’Unione Europea quasi come soldi da prendere gratis dal generoso tavolo di Bruxelles, arriva ora la verità autunnale.

Le cose stanno come abbiamo sempre detto – del resto ad un prestito corrisponde sempre un debito – ma quanto scritto da Fubini la dice lunga sui batticuore del governo italiano.

Leggiamo:

«Non sarà necessario per l’Italia presentare entro metà ottobre un piano già compiuto sui 209 miliardi di Next Generation EU, anche perché troppi dettagli restano da precisare a Bruxelles. Il più importante è apparentemente di natura tecnica, ma può avere profonde implicazioni finanziarie e politiche. La parte prevalente di «NextGenEU», il Recovery fund, non sarà infatti in trasferimenti diretti di bilancio ma in prestiti. A tassi quasi zero, rimborsabili in trent’anni e oltre, ma pur sempre prestiti. Per l’Italia questa parte vale circa 125 miliardi di euro nei prossimi anni. Il governo italiano ha dunque rivolto una domanda alla Commissione europea di recente: come vanno trattati sul piano contabile quei prestiti? Se andassero semplicemente aggiunti al calcolo del debito pubblico – uniti ai 28 miliardi del fondo europeo Sure per il lavoro – si arriva a 152 miliardi di oneri in più. È il 9% del prodotto interno lordo, che può diventare 11% nel caso si sommi anche il prestito sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Il governo vuole dunque sapere se quelle somme vanno iscritte nella normale contabilità del debito pubblico – facendolo salire molto di più, quando già quest’anno sarà attorno al 160% del Pil – o possono essere trattate a parte».

Capite che cavalli di razza abbiamo a Palazzo Chigi e dintorni? Dopo decenni in cui si è drammatizzato il più piccolo zerovirgola di debito in più, adesso il problema non è più il debito – che in quanto targato Europa si è anzi accettato di far crescere a dismisura – bensì la sua formale contabilizzazione.

Ma il debito resta debito comunque lo si contabilizzi. Se la situazione non fosse drammatica ci sarebbe da ridere.

Con l’accordo di luglio, l’oligarchia eurista guidata da Berlino ha lanciato all’Italia (ma anche alla Spagna) la nuova parola d’ordine: indebitatevi, basta che lo facciate con noi!

Ovviamente con tutte le conseguenze del caso. Sapevano che sarebbe arrivato il signorsì, che anzi Conte e soci si sarebbero pure vantati del gran risultato…

Sulla disonestà intellettuale dei governanti italiani, e del giornalistume che li sorregge, possiamo tranquillamente fermarci qui.

Ma c’era un’alternativa a questo disastro? Sì, c’era: il debito non andava aumentato, andava invece monetizzato come hanno fatto tutti gli Stati più importanti.

Piccolo particolare, poiché la Bce mai e poi mai avrebbe accettato la monetizzazione, né l’accetterà in futuro, l’unica strada percorribile era ed è quella della riconquista della sovranità monetaria, dell’uscita dall’euro e dall’Ue, di un’Italexit che prima avverrà e meglio sarà.




IL PREZZO DEI SOLDI di Piemme

Partiamo da un dato di fatto difficilmente contestabile: se l’Italia decidesse di alzare i tacchi, verrebbe giù non solo la moneta unica, ma tutta l’Unione europea.
Così ci spieghiamo i prestiti offerti al nostro Paese e le concessioni e le deroghe in quanto a Patto di stabilità.
In merito a questi aiuti abbiamo mostrato non solo che sono poca cosa,ma che sono una gravissima minaccia per l’Italia.
L’abbiamo detto e lo ripetiamo: l’Unione europea sostiene l’Italia come la corda sostiene l’impiccato.

Fioccano analisi dettagliate degli accordi sottoscritti a Bruxelles: recovery fund, sure, ecc.
Pochi si soffermano sul dato più importante, quello politico, lì dove trapela il disegno strategico dell’élite eurocratica e si annida la vera minaccia.
Lo fa Sabino Cassese in un editoriale pubblicato dal Corriere della Sera del 21 luglio scorso.
Il Cassese elenca “tre principi essenziali che riguardano il futuro dell’Unione europea”.
Il terzo è quello che in questo caso ci riguarda. Egli lo chiama “il potere di distribuire e di controllare l’uso delle risorse che vengono assegnate agli Stati”.
Sentiamo:

«Una volta dotata del “potere della borsa” [un più potente bilancio europeo e la capacità di raccogliere fondi propri sul mercato, NdR], l’Unione deve operare attraverso gli Stati ai quali vengono trasferiti i fondi europei, assicurandosi, alla pari di ogni finanziatore (come lo Stato italiano quando assegna fondi alle regioni) che le finalità per le quali i fondi sono assegnati vengano rispettate».

Cassese svela quale sia — al netto delle tecnicalità e dei trabocchetti finanziari, al netto della visione neoliberista della società — la vera ratio che sottostà al faticoso compromesso raggiunto a Bruxelles: un passo verso la trasformazione della Ue in una vera e propria federazione statuale in cui i tradizionali Stati nazionali sarannono precipitati al rango di regioni.

Che poi questi Stati mantengano la loro attuale configurazione non è affatto detto, visto che il passo successivo (previsto) sulla via dell’Unione federale sarebbe quello di smembrare gli Stati per rimpiazzarli e rimescolarli nelle cosiddette “macro regioni”.

Chi ci accusa di essere “nazionalisti” perché ci battiamo contro questa prospettiva chiediamo: ma come fate a non vedere che l’Unione che le élite hanno in mente sarebbe un pilastro mondiale del capitalismo neoliberista e parassitario?

Ma come fate a non vedere che essa è un mostro antipopolare?

Ma come fate a non capire che se vogliono spianare gli Stati nazionali è perché li considerano ostacoli al loro predominio totale?