IL MONDO ALLA ROVESCIA DI FEDERICO FUBINI di Leonardo Mazzei

«La nuova emergenza». E’ questo il titolo dell’editoriale di Federico Fubini sul Corriere della sera di ieri. Che si parli dell’emergenza economica ed occupazionale, dopo quella sanitaria dei mesi scorsi? Neanche per sogno.

Per il Fubini la nuova emergenza ha tutt’altro nome, quello di uno “Stato-mamma”, dal quale bisognerebbe uscire al più presto.

Che milioni di italiani, esattamente quelli più bisognosi d’aiuto, lo “Stato-mamma” proprio non l’abbiano incrociato, è un particolare che al Fubini sfugge proprio. A lui basta riprendere la solita retorica cantilena contro l’assistenzialismo.

Polemizzando con chi vedeva nell’epidemia, e perfino nel disastroso confinamento che si è voluto imporre agli italiani, un’occasione per rilanciare il ruolo dello Stato, eravamo stati facili profeti nel prevedere come lorsignori sarebbero ben presto tornati ai santi vecchi ed ai tradizionali arnesi del neoliberismo. Tra questi, ovviamente, il loro argomento anti-statale preferito: quello contro l’assistenzialismo, vero o presunto che sia. Argomento che prevede naturalmente due pesi e due misure (e che pesi, e quali misure!). Ad esempio, secondo il loro metro di giudizio, 600 euro al mese ad un cassaintegrato sono “assistenzialismo”, 6 miliardi di garanzie ad Fca ovviamente no.

Ma non perderemmo tempo a scrivere un articolo solo per rilevare questo doppiopesismo.

La disonestà intellettuale di certi pennivendoli è infatti così evidente, che di fronte ad essa possono esistere di fatto solo due categorie di persone: chi ha già capito benissimo, chi non vorrà capire mai.

Nell’editoriale di cui ci stiamo occupando c’è però qualcosa di peggio del tradizionale doppiopesismo, c’è una descrizione della società italiana che fa a pugni con la realtà, e che proprio per questo merita di essere segnalata.

Prima di arrivarci è utile però cogliere in quale vuoto d’idee si ritrovi attualmente l’oligarchia dominante. Un vuoto ben evidenziato dai pittoreschi “Stati generali” voluti da Conte. Un vuoto che evidentemente non è esclusivo appannaggio della classe politica, ma che essa condivide con gli stessi pensatoi che generalmente ne ispirano l’azione.

In questo senso l’editoriale del Fubini è illuminante.

Nessuna riflessione sulla crisi manifesta del modello neoliberale incarnato dall’Unione europea.

Nessuna riflessione sui disastrosi danni del lockdown.

Nessuna idea su come uscire dalla crisi.

Ma in compenso un nemico giurato: l’assistenzialismo.

Ora, chi vuol vedere il mondo alla rovescia può sempre farlo. E se dispone delle pagine del Corsera può pure scriverlo.

Ma sostenere che i guai attuali dipendano da un presunto “assistenzialismo” richiede davvero una quantità industriale di faccia tosta che solo uno come il Fubini può possedere.

Il suo ragionamento muove da questa premessa:

«Mai prima nella storia d’Italia tanti italiani erano stati garantiti, sussidiati e tutelati dallo Stato allo stesso tempo. Già, ma ora? Quella rete di sicurezza non può restare lì troppo a lungo così com’è, perché costerebbe centinaia di miliardi (che non ci sono) e farebbe degli italiani un popolo di assistiti da uno Stato-mamma (che nessuno, o meglio quasi nessuno, dice di volere). Una crisi finanziaria e l’appassire dello spirito di iniziativa e responsabilità personale sarebbero dietro l’angolo. Moltissimi italiani hanno ancora bisogno di aiuto. Ne hanno bisogno e lo avranno. Ma lo Stato-mamma non può essere per sempre».

Per sempre? Ma è colpa di chi è rimasto senza lavoro se le scelte di un’intera classe dirigente hanno portato all’attuale disastro?

E’ un “per sempre” assai strano quello di un Fubini che si preoccupa che dal 17 agosto si possa tornare – finalmente!, si direbbe – a licenziare.

E’ un “per sempre” assai ravvicinato se ci si preoccupa del rifinanziamento di una cassa integrazione che scade tra due settimane per tanti lavoratori.

Altro che Stato-mamma!

La verità è che lo Stato-mamma esiste solo nella testa dell’editorialista del Corsera.

La verità è che milioni di persone gettate sul lastrico avrebbero veramente bisogno di assistenza, altro che “assistenzialismo”!

Ma come si fa a ragionare così? Al di là delle laute retribuzioni che certo concorrono a tali pensieri,  forse un modo per arrivarci è quello di raccontarsi (e raccontare, il che è decisamente peggio) una realtà completamente rovesciata.

Arriviamo così al punto che qui più ci interessa. Scrive il Fubini:

«Non per niente i consumi restano ibernati e il risparmio privato tipico delle fasi di insicurezza non fa che crescere: in aprile i depositi bancari delle famiglie erano già saliti di 25 miliardi dai livelli di febbraio, quelli delle imprese di cinque. Pensiamoci: in due mesi il risparmio liquido dei privati in Italia è cresciuto di una somma superiore a quanto sia cresciuto il debito pubblico con il decreto di emergenza di quel momento, il “Cura Italia”; è un indizio che lo Stato-mamma – magari era inevitabile, nel caos della pandemia – sta nutrendo anche qualcuno che potrebbe cavarsela da sé».

Ora, giusto per fare un esempio, sappiamo tutti che i notai non avevano certo bisogno dei 600 euro, ma non è certo di questo che vuol parlarci il Fubini.

Il trucco che egli usa è evidente, ed esso consiste nel mettere tutti gli italiani nello stesso calderone.

Siccome i risparmi sono cresciuti più del debito pubblico, questo vorrebbe dire che quei (pochi) soldi previsti dai decreti di marzo e di maggio non andavano proprio spesi. Assistenzialismo!

Anziché riconoscere la miserevole insufficienza di quelle misure, anziché denunciare come tanti ne siano stati di fatto esclusi, anziché rilevare ritardi ed inadempienze della macchina statale, il Fubini ci dice che i problemi sociali ce li siamo solo immaginati, che di fatto non sono mai esistiti. Ma si può!?

Naturale che qualcuno abbia visto aumentare i propri risparmi! Se disponi di un reddito certo e per un periodo non puoi spendere, è evidente che (peraltro solo temporaneamente) i tuoi risparmi crescono. E che ci voleva il Fubini per capirlo?

Ma il punto è un altro. Ed è che questo vale per una parte della società, quella più garantita. Quella che non ha avuto bisogno né di cassa integrazione, né dei 600 euro, né di altre misure di sostegno al reddito.

Ma c’è l’altra parte.

Milioni di persone private del lavoro e del reddito, spesso gettate nella povertà pura e semplice, con davanti un futuro più incerto che mai. E’ a questi milioni di persone che il Fubini pensa – considerandole di fatto una massa di “assistiti” da rieducare – quando vorrebbe tagliare la cassa integrazione, tornare ai licenziamenti ed abolire ogni sostegno (anche nel credito) alle piccole aziende.

La disonestà del suo argomentare sta nel voler far credere che gli italiani si siano arricchiti con le miserie dei due decreti di primavera, quasi che a risparmiare siano stati cassaintegrati, disoccupati, partite Iva, piccoli lavoratori autonomi.

Immaginatevi voi quanto si può risparmiare con 600 euro!

Chiudiamola qui, che basta e avanza. Tra i pennivendoli del regime neoliberista ed eurocratico, Federico Fubini è di certo uno dei più intelligenti. Se oggi è ridotto a questo miserevole argomentare una ragione ci sarà.

Fonte: Liberiamo l’Italia




BAGNAI, BRANCACCIO E BANKITALIA di Piemme

[ martedì 25 giugno 2019 ]




In coda alla critica di Brancaccio ai MiniBoT, da noi pubblicata ieri, un nostro lettore ha commentato:

«Dai, se uno non riesce nemmeno a entrare a via Nazionale e a sfrattare i vecchi inquilini, ma come spera di uscire dall’euro? Le mezze misure di Varou-fikis già abbiamo visto che risultati hanno dato! Borghi vuole seguire la stessa strada? No grazie! Molto meglio il Brancaccio leninista che ci invita a prendere palazzo Koch».

Premesso che le “mezze misure” di Varoufakis non vennero mai adottate dal governo Tsipras, siamo d’accordo che occorre “sfrattare i vecchi inquilini” (tutti di indefessa fede eurista) per quindi “prendere Palazzo Koch”, ovvero riportare Bankitalia sotto controllo pubblico. Nella partita a scacchi con Bruxelles e Francoforte questa mossa, equivarrebbe, come chiunque può capire, come fare scacco matto — sarebbe insomma la sanzione definitiva dell’uscita. Non per questo, come abbiamo segnalato, quello dei MiniBoT sarebbe un “falso problema”. A certe condizioni potrebbe essere una mossa difensiva per poi quindi mettersi nelle condizioni portare lo scacco matto.

Forse ci sbagliamo ma il giudizio stroncante di Brancaccio sui MiniBoT ne implica uno politico a monte, la radicale sfiducia non solo nell’attuale compagine governativa giallo-verde e, anzitutto, nel gruppo di economisti di Salvini, Bagnai e Borghi anzitutto. Egli pare escludere che essi abbiano un “Piano B” di uscita ove il “Piano A” di cambiare i Trattati fallisse (detto per inciso: noi pensiamo che fallirà).

Bagnai, la governance e l’oro di Bankitalia


Vale la pena ricordare, al di là delle acide polemiche con Alberto Bagnai, che la questione venne già affrontata da Brancaccio quando, si era nel 2014, mise in guardia dal “piano B” di Savona. Allora Brancaccio prese sul serio l’eventualità che l’uscita dall’euro potesse essere avocata proprio da potenti settori dell’establishment, di cui Savona era esponente. Col veto posto da Mattarella per scongiurare che Savona diventasse ministro dell’economia s’è capito che questi settori no-euro della grande borghesia, se ci sono, sono del tutto marginali. E questo allineamento della grande borghesia al partito dell’euro, ovviamente, è un serio problema per il governo giallo-verde. 

Tornando a Brancaccio e al suo invito ad espugnare il fortilizio di palazzo Koch, c’è un fatto nuovo, un fatto che ha messo in grande allarme gli euristi. Un fatto che dovrebbe far riflettere lo stesso Brancaccio.

SI tratta della proposta di legge, ispirata da Alberto Bagnai e firmata dai capigruppo di maggioranza al senato Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5s). Il crociato del “vincolo esterno” Federico Fubini ha lanciato l’allarme venerdì scorso, 21 giugno. Riportiamo più sotto per intero il suo articolo sul Corriere della sera. Obbligatorio leggerlo.

Cosa dice questa proposta di legge? Con essa

«… anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat».

Si tratta dunque di una misura per mettere le mani su Bankitalia. Misura sacrosanta! Da notare che malgrado la forma sia copiata dalla Germania, Fubini, per nome e per contro del partito eurista, la scongiura. I tedeschi sì, noi che siamo una semicolonia no, semicolonia dobbiamo restare.

Non si tratta solo della cosiddetta “governance” di palazzo Koch. Come Fubini segnalava allarmato c’è di mezzo l’oro di Bankitalia, i suoi mille miliardi di riserve. Ricordiamo la polemica dei mesi scorsi in merito e la mozione che sempre su iniziativa di Bagnai venne approvata a larga maggioranza dal Senato (141 sì, 83 no e 12 astenuti). La suddetta mozione in pratica segnalava un concetto decisivo: “L’oro non deve essere restituito allo Stato. L’oro è dello Stato”. Ben detto e ben fatto!

Ci pare che questi passi sollecitati da Alberto Bagnai, debbano essere interpretati come tappe verso lo stesso obbiettivo indicato da Brancaccio: liberare e occupare palazzo Koch. Lo riconoscerà Emiliano Brancaccio? Chiediamoci quindi e chiediamo a Brancaccio: i MiniBoT sono una mossa estemporanea o non invece un tassello di una medesima strategia di “piano B”? Vedremo…

*  *  *

LA MOSSA GIALLO-VERDE SU BANKITALIA NELLA PARTITA PER L’EURO

L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia

di Federico Fubini

La proposta di legge è firmata dai capigruppo di maggioranza al Senato, Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S). L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia. La relazione, resa nota ieri da Reuters con la proposta di legge, si propone di «evitare che attraverso l’indipendenza (dell’istituto, ndr) si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo tipico delle democrazie liberali».

Fiducia dei mercati fragilissima

Alcuni aspetti di questa revisione darebbero spazio alle preferenze dei partiti. È il caso del sistema di nomine, per esempio. Oggi solo il governatore viene indicato dal governo, mentre il resto del direttorio è proposto dal Consiglio superiore di Banca d’Italia (quest’ultimo è una sorta di organismo di saggi dell’istituto stesso). Con la nuova legge, anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat. Ma non è chiaro perché si debba cambiare proprio ora, quando sui mercati la fiducia verso l’Italia è fragilissima. Soprattutto, in nessun Paese europeo si ritrova l’altro aspetto della proposta Romei-Patuanelli: il parlamento potrebbe cambiare lo statuto della Banca d’Italia, che per ora invece dev’essere approvato dall’assemblea dell’istituto stesso. Quel documento definisce il sistema di governo interno e copre i temi più delicati per la banca centrale: «Le riserve — si legge all’articolo 39 — sono impiegate nei modi e nelle forme stabilite dal Consiglio superiore». In altri termini oggi è un organo di Banca d’Italia a definire l’impiego dei quasi mille miliardi di riserve dell’istituto, compresi i circa cento miliardi in lingotti e monete d’oro. Non sono possibili interferenze del governo o della maggioranza.
Battaglia pericolosa

Difficile ora dire se questa proposta di legge sia legata alla mozione fatta votare in marzo da Bagnai, dove si chiedeva «un intervento legislativo chiarificatore» sulla natura delle riserve auree. In realtà sul loro status già oggi non c’è alcun dubbio, perché la Banca d’Italia è un ente di diritto pubblico (a questo titolo nel 2018 ha versato al Tesoro 5,7 dei 6,2 miliardi del suo utile di esercizio, più 1,2 miliardi di tasse). Di sicuro, quel che accadrebbe all’eventuale approvazione della proposta Romeo-Patuanelli è fin troppo prevedibile: la Banca centrale europea esprimerebbe un parere negativo, perché dare al parlamento pieni poteri sullo statuto di Banca d’Italia ne comprometterebbe l’indipendenza. Un’opinione della Bce su una legge nazionale non è mai vincolante, ma se il parlamento di Roma ignorasse il parere legale di Francoforte la Commissione Ue trascinerebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea. Partirebbe una lunga e pericolosa battaglia sull’equilibrio fra i poteri dello Stato, sotto gli occhi del resto d’Europa e dei creditori internazionali. Perché in fondo le mosse di questi mesi sono di intensità crescente: prima la mozione sull’oro della Banca d’Italia; poi quella sui mini-Bot, chiaramente pensati per creare una specie di moneta parallela se l’Italia si trovasse tagliata fuori dalla liquidità della Bce come accadde alla Grecia nel 2015; infine l’affronto più audace, all’indipendenza della Banca d’Italia. È come se qualcuno cercasse l’incidente sui mercati che porti il Paese fuori dall’euro. Essere contro la moneta unica è legittimo. ovvio. Ma chi punta all’uscita deve dirlo apertamente, perché gli italiani possano decidere se questo è davvero quello che vogliono. Senza essere trascinati fuori strada — fuori dall’Unione europea, oltre che dall’euro — a fari spenti.


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ITALEXIT: SE LO DICE FEDERICO FUBINI

[ giovedì 6 giugno 2019 ]



Ultim’ora


Mentre pubblichiamo questo articolo arriva una notizia pesante. L’agenzia Moody’s entra a gamba tesa nel braccio di ferro tra il governo giallo-verde(BLU) e l’Unione europea con monito che dice: «l’emissione di mini-Bot sarebbe considerata come un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e una mossa preparatoria all’uscita dell’Italia dall’Eurozona».

Iniziano le danze, ovvero le prime avvisaglie dell’attacco che potrebbe essere portato all’Italia dalla finanza predatoria globale…

*  *  *
Sul Corriere della Sera di oggi Federico Fubini — quello che ha ammesso di aver nascosto i dati sulla mortalità infantile in Grecia a causa della cura da cavallo della Troika —firma un pezzo dal titolo “I tempi stretti del tesoro, si tratta sui risparmi 2019. il vero nodo è la manovra“.
Siccome c’è chi contesta quanto andiamo dicendo sulla partita con la Ue — che lo spazio per un nuovo compromesso con la Ue è strettissimo visto che da Bruxelles chiedono una finanziaria lacrime sangue che i populisti al governo non possono promulgare — lasciamo parlare proprio lui.

«Con questo percorso, per l’esecutivo giallo-verde non resta molto tempo per elaborare nuove concessioni come in dicembre scorso. Deve essere anche per questo che alcuni fra gli investitori esteri tornano a chiedersi se il futuro dell’Italia sia davvero nell’euro. Ormai sul mercato i derivati che assicurano contro il rischio che il Paese passi a una nuova lira svalutata sono più ricercati — e sempre più costosi — rispetto a quelli che assicurano solo contro un’eventuale insolvenza. I titoli pubblici di Roma emessi in dollari, non convertibili in caso di Ital-exit, tornano a offrire rendimenti decisamente più bassi di quelli in euro proprio perché solo i primi proteggono chi li possiede dal rischio di vedersi rimborsare in lire.Se l’Italia oggi paga sulla Spagna un aggravio nel costo dell’indebitamento persino superiore a quanto pagava sulla Germania 13 mesi faè anche per questi timori di “exit” che tornano a serpeggiare».

Solo un modo maligno per snidare i giallo-verdi o un timore reale?
Tutte e due le cose….






SOVRANISTI FASULLI di Piemme

[ 7 novembre 2018 ]


ciò che aveva già stabilito Programma 101: l’aggettivo “sovranismo” fa più confusione che chiarezza. La più parte dei gruppi “sovranisti”, cadendo nella trappola dei media di regime, non perde occasione per criticare, dissociarsi, lagnarsi e quindi condannare il governo giallo-verde. Si sono smarriti e non riconoscono più quale sia il fronte principale della battaglia, quindi la posta in gioco in questa fase.
Cosa è accaduto e quale sia la partita decisiva ce lo dice senza peli sulla lingua Federico Fubini sul CORRIERE DELLA SERA di oggi:

«Gli incontri dei ministri finanziari europei di questi giorni a Bruxelles hanno prodotto il risultato previsto e non ciò che, al contrario, non è mai neppure stato in discussione. Non c’è stato nessun passo verso un compromesso fra la Commissione europea e l’Italia, né alcun vero negoziato. Al contrario, dall’Eurogruppo e dall’Ecofin è emerso solamente il sostegno di 18 Paesi dell’area euro e di tutti gli altri esterni alla moneta unica per la posizione della Commissione contro il bilancio del governo di Giuseppe Conte.
Sui suoi piani di aumenti di spesa corrente in deficit, da ieri l’Italia gioca ufficialmente diciotto contro uno nell’area euro e ventisei contro uno nell’Unione europea (essendo Londra occupata ormai solo dalla Brexit). Da una parte un Paese senza alleati, dall’altra una rete europea di alleanze salda come poche volte in passato a sostegno della Commissione di Jean-Claude Juncker: non solo Germania, Olanda e Francia, ma senza distinguo anche Spagna, Olanda e Grecia e tutti i Paesi d’Europa centro-orientale
».




LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D’AMERICA E IL NOSTRO DESTINO di Moreno Pasquinelli

[ 30 maggio 2017 ]

RIFLESSIONI SUL FALLIMENTO DEL G7 DI TAORMINA E LE SUE CONSEGUENZE GEOPOLITICHE

Ricordo una delle diatribe che divideva negli anni ’70 e ’80 i trotskysti buoni da quelli cattivi. 
I cattivi erano favorevoli alla riunificazione delle due germanie, anche ove fosse avvenuta sotto l’egida di quella occidentale.
I buoni, invece, erano contrari, e per tre ottimi motivi, uno sociale e due di natura geopolitica. La riunificazione su basi capitalistiche avrebbe necessariamente distrutto il tessuto economico collettivistico della DDR causando la sua mezzogiornificazione. Le due ragioni geopolitiche son presto dette: la riunificazione sotto l’egida della Germania occidentale avrebbe sferrato un colpo micidiale immediato all’Unione sovietica (ciò che è avvenuto dopo un paio d’anni) e, sul medio periodo, portato ineluttabilmente alla rinascita di un potente imperialismo tedesco. E questo, in effetti, sta avvenendo sotto i nostri occhi.

Questa rinascita, qui sta il punto, è avvenuta sotto traccia, è proceduta per piccoli passi, camuffandosi sotto le mentite spoglie dell’Unione europea, crescendo sotto l’ombrello della NATO. C’è una connessione causale evidente tra la riunificazione tedesca (1989-90) e il passaggio dalla Comunità all’Unione europea (1992-93). Senza la riunificazione prima e la fondazione dell’Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E’ diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l’Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.

I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco. Ma che tipo di imperialismo è quello tedesco odierno? Lenin segnalò cinque principali contrassegni del fenomeno dell’imperialismo:

1. La concentrazione della produzione e del capitale, che è cresciuta al punto di creare i monopoli;
2. La fusione del capitale bancario con il capitale industriale, con la formazione del “capitale finanziario”;
3. La maggiore importanza dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci;
4. Il sorgere di associazioni monopolistiche di capitalisti che si spartiscono il mondo;
5. La ripartizione della terra fra grandi potenze capitalistiche.

Il grado di concentrazione del sistema economico tedesco, la potenza del suo sistema industriale e finanziario, la dimensione enorme della sua penetrazione economica all’estero, fanno appunto  della Germania la di gran lunga principale potenza imperialistica europea. Il fatto che questa penetrazione non sia avvenuta in Asia o in Africa, a spese delle periferie “arretrate”, ma anzitutto parassitando l’Europa e gli stessi Stati Uniti è la novità rispetto ai tempi di Lenin,

quando le potenze imperialistiche si combattevano per ripartirsi su basi neo-colonialistiche il mondo.


Qui sta il punto, a proposito del fallimento del G7 di Taormina. La Merkel ha trovato in Trump —gli altri capi di stato e di governo sono quasi tutti ai suoi piedi— un muro che non ha alcuna speranza di varcare. La portata della contesa e del dissidio tra la Grande Germania merkeliana e gli Stati Uniti d’America di Trump è ben espressa dall’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri, 29 maggio. Raccomando di leggerlo con attenzione, per questo lo riporto integralmente più sotto.

Cosa c’è oltre questa contesa? Oltre questo muro? 
C’è la necessità della Germania di sganciarsi dalla sudditanza strategica e militare rispetto agli Stati Uniti. C’è la strada lunga e insidiosa del riarmo. Sullo sfondo questa strada conduce ad un inevitabile e devastante conflitto militare. Un conflitto che rischia di sfociare giocoforza su due fronti, a Ovest contro gli Stati Uniti e ad Est contro l’orso russo. E quindi la Grande Germania andrebbe inesorabilmente incontro ad una terza e più devastante sconfitta.

Non lo sa la Merkel? Oh sì che lo sa, come lo sanno al Pentagono e al Cremlino. 
E allora? E allora addio sogni di gloria, l’imperialismo tedesco dovrà accettare la sua posizione di nano politico e militare, a meno che il latente suprematismo nazionalista tedesco, giungendo al potere a Berlino, non trasformerà l’ordoliberismo in un   E non sarà certo la francese a fare da scudo alle sue smanie espansionistiche. Non basta alla Germania il predominio nella Ue, gli servirebbe conquistare quello nello schieramento della NATO. Cosa teoricamente possibile, ma solo ad una condizione, un veloce declino della supremazia mondiale degli Stati Uniti. La qual cosa non mi pare sia alle porte. E comunque l’elezione di Donald Trump è il segno netto che l’America venderà cara la pelle e non cederà il comando senza combattere. Tutte cose che a Berlino sanno bene, per questo puntano ad un’affrancamento dagli USA a dosi omeopatiche, ciò che comunque implica la condivisione di questo disegno strategico dei principali paesi europei, tra cui l’Italia.

E qui veniamo finalmente a noi. 
Sappiamo quanto sia forte anche nel nostro disgraziato Paese quello che abbiamo chiamato “Partito tedesco”. Ci riferiamo a quella frazione del grande capitalismo che ha sposato la causa della saldatura definitiva con la Germania. I caporioni di questo partito li si riconosce facilmente, sono gli euristi-estremisti, quelli per cui, parafrasando Mao Zedong, “anche le scoregge dei tedeschi profumano”. Sono i milionari annidati nel mondo bancario e della finanza, della grande industria globalizzata e di quella media e piccola che si allattano alle mammelle tedesche. Sono i politicanti ed i pennivendoli al loro servizio (di cui, per inciso, fa parte anche Fubini), che pullulano al centro, a sinistra e a destra. Sono gli ordoliberisti per cui l’austerità auto-inflitta è la sola terapia salvifica. Sono gli ascari che non vogliono ammettere che un’Europa unita non nascerà mai, men che meno sotto comando tedesco, sono i ciechi che confondono il predominio con l’egemonia — e la Germania è stata sempre maestra nel dominare, e sempre incapace di esercitare egemonia.

Tuttavia nell’establishment c’è lotta, c’è dissidio, poiché c’è anche il “Partito americano”. Una parte della nostra élite ha chiara consapevolezza che il sodalizio con la Germania, quindi la distopia di un’Europa rafforzata, relegherebbe il nostro Paese a protettorato tedesco, ad un inesorabile declino, alla crescita del divario tra Nord e Sud, quindi ad un inevitabile marasma sociale. Non che quelli del “Partito americano” siano stinchi di santo, men che meno dei patrioti, tuttavia la loro ritrosia a servire la Grande Germania fa gioco alla causa sovranista, nazionale e popolare. Non solo è bene che i nostri nemici siano divisi e si combattano. Vale la massima di Sun Zu per cui un nemico lontano è preferibile ad uno vicino.

Come andrà a finire lo vedremo nei prossimi decenni. Sarà pure come disse Confucio che “L’esperienza è una lanterna appesa dietro la schiena, che illumina solo il cammino già percorso”, la storia, la storia europea in particolare, comunque qualcosa insegna. E cosa c’insegna di importante? Che l’Italia, potenza mediterranea, proprio perché costretta a guardare a Nord, mai accetterà di diventare provincia tedesca. Di esempi ce ne sarebbero tanti nella storia millenaria europea, ce ne bastano due, quelli del primo e del secondo conflitto mondiale. L’Italia monarchica e poi quella fascista, quindi sotto la spinta, la trama e le congiure del “partito tedesco”, nel primo caso ruppe la “Intesa” che legava il paese alla Germania all’ultimo momento, nel secondo entrò in guerra come alleata di Berlino, ma la concluse come nemica.

Ipsa historia repetit …


* * * 
Tutti i numeri di uno scontro (che ci riguarda)
di Federico Fubini

«Su un punto Donald Trump e Angela Merkel si sono trovati d’accordo alla fine del vertice delle sette grandi economie avanzate a Taormina: non era il caso di parlare oltre. Per la prima volta da quando esiste il G7, un presidente Usa e un cancelliere tedesco se ne sono andati entrambi senza accettare domande in pubblico.


Ciò che avevano già detto era già abbastanza. Durante la cena dell’Alleanza atlantica a Bruxelles giovedì sera Trump aveva descritto «i tedeschi» così: «Sono pessimi. Guardate quanti milioni di auto ci vendono negli Stati Uniti. È tremendo. Fermeremo questa storia».

A Taormina Merkel ha definito la polemica «fuori luogo» e si è limitata a sottolineare come la qualità dei prodotti tedeschi li renda ricercati all’estero. Poi però ieri, rientrata in Germania, ha avuto qualcosa da aggiungere: «I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono finiti, come ho potuto toccare con mano negli ultimi giorni — ha detto —. Noi europei dobbiamo davvero prendere il destino nelle nostre mani».

Merkel dunque non dimenticherà. E il fatto stesso che la polemica si sia consumata a Taormina rimanda simbolicamente agli italiani una verità scomoda: comunque vada a finire, sarà decisiva anche per noi. Lo sarà sia che prevalga lo status quo, sia che davvero Trump riesca a gettare sabbia negli ingranaggi degli scambi fra le economie avanzate.

Chiunque governi in Italia nei prossimi mesi, dovrà chiedersi da che parte sta. E se non è possibile farlo sulla base dei valori, in Paese profondamente diviso, allora diventa inevitabile scegliere una posizione sulla base dei fatturati e degli interessi. Questi dicono che l’Italia oggi sta con la Germania, quali che siano i giudizi dei singoli su Merkel e le idee diverse di Roma e Berlino sul futuro dell’euro. Sulla base delle realtà commerciali di questa fase, l’interesse italiano nei confronti degli Stati Uniti è molto simile all’interesse tedesco. E ogni passo indietro del made in Germany nel primo mercato del mondo rischierebbe di diventare presto un passo indietro anche per il made in Italy .

La dinamica dell’export di beni verso gli Stati Uniti segnala che la seconda economia manifatturiera d’Europa potrebbe addirittura avere qualcosa in più da perdere della prima, se gli scambi internazionali rallentassero. Dal 2010 al 2016 l’export di beni italiani in America è cresciuto del 59% in dollari correnti, secondo lo US Census Bureau: un’accelerazione superiore a quella della Germania (39%) e di altre grandi economie manifatturiere. Anche il surplus commerciale bilaterale dell’Italia con gli Stati Uniti è simile a quello tedesco, proporzione alle dimensioni dei due Paesi: arriva all’1,8% del reddito nazionale tedesco a all’1,5% di quello italiano.

Naturalmente i volumi restano diversi. L’anno scorso il made in Germany ha fatturato negli Stati Uniti beni per 114 miliardi di dollari, contro acquisti tedeschi di prodotti industriali americani per soli 49 miliardi. Il made in Italy ha venduto per 45 miliardi, mentre gli italiani hanno comprato beni manufatti statunitensi per appena 16. Si tratta in ogni caso di dimensioni sistemiche: l’America ormai è il secondo mercato per l’export italiano dopo la Germania e la sua quota di mercato in quel Paese è molto simile a quelle di Francia e Gran Bretagna.

In altri termini, il governo di Roma potenzialmente è esposto alle stesse accuse di Donald Trump che hanno già coinvolto Angela Merkel. Lo è a maggior ragione perché l’Italia e la Germania sono le due sole grandi economie a non aver aumentato gli ordini di beni americani dopo la Grande recessione. Con un dettaglio in più: l’export di componenti auto made in Italy vale oggi oltre dieci miliardi di euro l’anno ed è diretto soprattutto ai grandi marchi di Stoccarda e della Baviera, che poi rivendono molto negli Usa.

Dunque è inutile chiedersi per chi suona la campana, se e quando davvero Trump riuscirà a intralciare il commercio tedesco: essa suona (anche) per noi».




DISPARITÀ SALARIALI ( E POPULISMI) NELL’UNIONE EUROPEA di Piemme

[ 15  aprile ]

La tabella qui accanto raffronta il salario minimo nei paesi dell’Unione europea al 2015 (non sono espressi i valori italiani, ciò che sarebbe davvero interessante).

I dati al gennaio 2017, come riportati dal Corriere della Sera del 13 aprile (vedi tabella più sotto), ci dicono che le disparità si sono nel frattempo accresciute.

Si nota subito la spaccatura netta, tra i paesi cosiddetti “core” quelli “periferici”. Dove quelli “periferici non sono solo i paesi dell’Est ma pure Spagna, Grecia e Portogallo.

Abbiamo che il salario minimo portoghese un terzo di quello olandese. Quello spagnolo la metà di quello tedesco.
Il confronto diventa “sorprendente” se consideriamo i paesi dell’Est.
In Bulgaria il salario minimo è un undicesimo di quello del Lussemburgo, meno un ottavo di quello tedesco. Quello ungherese un quarto di quello olandese. Quello polacco meno di un terzo di quello tedesco. Quello rumeno un settimo di quello francese.

Che abbiamo? Una bella istantanea, per usare un eufemismo, delle “asimmetrie” interne all’Unione europea. La prova provata che il “mercato unico”, consentendo il libero movimento dei capitali, ha reso molti paesi “periferici” delle semicolonie di quelli più forti. Conferma poi che la moneta unica, lungi dal rendere armoniche le economia che hanno adottato l’euro, va accrescendo squilibri e distanze.

Questi enormi squilibri ci aiutano a capire le ragioni dei rinascenti nazionalismi e dei “populismi”, anzitutto nei paesi dell’Est Europa. Ce lo dice niente meno che l’eurista Federico Fubini, sul Corriere della Sera. Lungi da noi stabilire una connessione economicistica causa effetto tra processi economici e fenomeni politici. I nazionalismi hanno cause storiche profonde, ma è certo che il colonialismo economico, anzitutto tedesco, è un carburante, oggi come ieri, dell’avvento nei paesi colonizzati, di partiti e movimenti reazionari o d’estrema destra.

Le élite agitano gli spauracchi dei nazionalismi e dei “populismi” e lanciano i soliti anatemi, ma non possono fare a meno di ammettere che se essi avanzano è proprio grazie ai meccanismi perversi che sono alla base dell’Unione e dell’euro, i quali non possono che rafforzare nei popoli sottomessi l’aspirazione alla sovranità la quale, mentre affonda i partiti filo-Ue, porta al potere quelli che, in un modo o in un altro, quella aspirazione raccolgono. Questo processo, già molto avanzato nell’Est Europa, è incipiente nei paesi mediterranei, tra cui la stessa Francia, le cui elezioni presidenziali ci auguriamo sferrino un colpo letale all’euro-dittatura…

Colletti blu sottopagati 

E se i populismi dell’Est 
hanno origine all’Ovest?

I partiti nazionalisti in Ungheria e in Polonia vogliono aumentare il salario minimo legale. È una riforma che in quei Paesi cambiare la vita al 20% degli occupati. L’operaio tedesco, a 35 euro l’ora, guadagna al lordo oltre dieci volte quello polacco

di Federico Fubini


« In realtà una ripresa del populismo non sarebbe scontata sul fianco Est dell’Unione europea, dove prevalgono crescita rapida e piena occupazione. Eppure i partiti nazionalisti sono sempre più forti. Lo sono a Praga e a Bratislava, oltre che a Budapest o Varsavia, e proprio il primo punto nel programma di molti di essi rivela ciò che li spinge: vogliono tutti aumentare il salario minimo legale o lo fanno quando arrivano al potere, in Polonia e Ungheria. È una riforma che in quei Paesi può cambiare la vita al 20% degli occupati.
Confronto tra i salari minimi nella Ue. Gennaio 2017


Come segnala l’Etuc, la European Trade Union Confederation, le economie emerse dal socialismo presentano una differenza di fondo con quelle occidentali: in nessuna di esse esiste la contrattazione salariale —né in azienda, né per settore— salvo che per le sedi distaccate di poche multinazionali. Per chi lavora nelle fabbriche si applica solo il salario minimo di legge e questo è immancabilmente basso, anche rispetto al costo della vita dei territori centro-orientali. Non c’è un solo Paese passato dal Patto di Varsavia alla Ue nel quale il salario minimo si avvicini ai 3 euro l’ora o ai 500 euro al mese; è lo standard del settore manifatturiero. Qui affonda le radici il fenomeno sociale di decine di milioni di lavoratori poveri sul fianco Est della Ue, i quali però devono far fronte a costi occidentali sull’acquisto di beni tecnologici, prodotti alimentari industriali, farmaci o servizi medici.

Si alimenta di questa frustrazione il richiamo dei leader populisti «illiberali» alla Orbán. E si fonda (anche) sulle forniture di componenti a basso costo dalla frontiera orientale la competitività dell’industria tedesca. Secondo i dati dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo per il Sole 24 Ore, dal 2008 al 2015 nell’elettrotecnica, nella meccanica e nell’auto la quota di import tedesco da Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania è salita dal 18 al 23,4% (a scapito dell’Italia). Da lì arrivano a prezzi stracciati i pezzi del made in Germany. Le linee produttive ormai sono così integrate che il Fondo monetario parla «catena di fornitura German-Central European», un sistema produttivo unico dove la grandissima parte del valore è catturata dalle imprese di grande marchio in Germania. Così l’operaio tedesco, a 35 euro l’ora, guadagna al lordo oltre dieci volte quello polacco, ungherese o slovacco, ma la sua produttività effettiva è molto lontana dall’essere tanto superiore. Si spiega così perché dal 2011 quasi un milione di europei orientali, i più giovani e istruiti, sia affluito in Germania arricchendone le risorse umane.

Non si spiega, invece, perché la Ue si ostini a non raccomandare ai Paesi dell’Est ciò che sarebbe ovvio: permettere ai lavoratori di contrattare collettivamente i salari. Quanto a Merkel, anche su questo tace».

* Fonte: Corriere della Sera del 13 aprile