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TEOLOGIA E GEOPOLITICA DELLA CHIESA DI BERGOGLIO di F.f

[ domenica 2 giugno 2019 ]

«Quella è Roma, e neppure tutta Roma — ho sbagliato… Quelli sono i peggiori tra i cattolici, sono gli Inquisitori, sono i Gesuiti». 

Dostoevskij (Alioscia nella Leggenda del Santo Inquisitore)

Che cosa è il “neo-francescanesimo” di Bergoglio?


Non condivido la tesi liberale (ben sintetizzata da Loris Zanatta) secondo cui Bergoglio, a causa di un presunto passato militante peronista, sarebbe oggi il portavoce universale della tradizione nazional-cattolica e populista. Non la condivido in quanto il peronismo, che traduce istanze politiche di “sinistra fascista” in America Latina [Cfr. ad es. G. F. Benedini, Il Peronismo. La democrazia totalitaria in Argentina, Riuniti 2009], rappresentò, anche nella sua fazione evitista (da Evita Peròn), un processo di totale rottura con la tradizione politica cattolica e gesuitica latino-americana. 


La storia argentina insegna che, nelle fasi decisive, l’imperialismo nordamericano poté proprio usufruire della calda e “neocoloniale” accoglienza del locale clero, progressista o tradizionalista, per contrastare e seppellire la rivoluzione politica peronista. I teologi della liberazione, nel paese laboratorio politico per eccellenza dell’America latina, ossia l’Argentina, furono significativamente sempre marginali e minoritari; questo permette anche di depotenziare il ruolo geopolitico complessivo della Teologia della liberazione al quale Zanatta dà un peso ed una rilevanza eccessive. 

Non condivido però nemmeno la tesi di talune fazioni della Nuova destra occidentalista bannoniana secondo cui egli sarebbe il “papa di Soros”. 
In alcuni ambienti cattolici conservatori, Bergoglio è l’Anticristo…

La odierna declinazione del Gesuitismo sul piano globale operata dal pontefice presenta solo ad una osservazione superficiale una coincidenza finalistica, strategica, con la sponda di “sinistra” della globalizzazione rappresentata dal partito di Soros. Papa Francesco è infatti, come sostiene proprio il massimo ideologo del bergoglismo, ossia il padre gesuita Antonio Spadaro, “un apocalittico”. Il pontefice ritiene non a caso che il suo simbolico avvento “neo-francescano” corrisponda ad una definitiva accelerazione del senso della catastrofe possibile e dell’azione definitiva delle forze del male, il cui fine nascosto sarebbe quello di risvegliare la fiducia unica nel mistero di Dio. 
L’accettazione di tale futuro escatologico si basa sulla consapevolezza che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi, puri e impuri, santo e profano [Cfr. A. Spadaro, M. Figueroa, Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo, “La Civiltà cattolica”, III, 2017, pp. 105-113]. 

Di conseguenza, la strategia “neo-francescana” finisce per dileguarsi tutta in due cardini operativi e sperimentali. Il primo si fonda sulla negazione assoluta dell’azione del pontificato quale “potere che frena” (katèchon) l’assalto dell’Anticristo; il pontificato del futuro escatologico confida in Dio solo, ed in Gesù uomo umano tra gli umani, e chiuderebbe definitivamente ad ogni “illusione” di “sacro impero” e ad ogni politicizzazione del sacro. Ateismo? Secolarizzazione? No, rivelazione del principio cosmologico secondo cui “Gesù si è fatto diavolo e serpente per noi” (4 aprile 2017).

La pratica dell’ “integrazione”, totale e totalitaria, non esistendo in assoluto il male o il cattivo, sarebbe la via maestra per condurre gli uomini sulla via del bene pur nella “tentazione del mondo”. L’unica via politica contemplata da tale strategia del “futuro escatologico” dovrebbe quindi essere quella fondata sulla “diplomazia delle ginocchie”, cioè quella retta dalla virtù taumaturgica della preghiera e dei loyolani (da Ignazio di Loyola) Esercizi spirituali

A tale diplomazia, Francesco ha accompagnato l’esercizio della parresia [franchezza e sincerità nel dire le cose, Ndr], soprattutto con il costante riferimento a quello che nella sua rappresentazione “geopolitica” sarebbe il “nodo politico globale” (Cit.,febbraio 2017) ovvero “la tragedia dei migranti”. Dunque, strategia fondata sulla negazione del potere costituito politico e diplomatico: in tale contesto, di contro al grande statista machiavellico cinese, Xi Jinping, secondo il New York Times papa Francesco emerge globalmente nella sua statura di “anti-uomo forte” (Cfr 24/03/2018). 

Per quanto, dunque, vi sia o vi possa essere coincidenza tattica con il partito mondiale della sinistra di Soros, l’anarchismo mistico e millenaristico di papa Francesco non è assolutamente conciliabile con l’oligarcato mondialista del sionismo liberale di Soros. 

Francesco ha effettivamente tentato di spogliare il potere spirituale dei suoi panni temporali, non indossa più il rosso, colore associato alla tradizione imperiale espressione dell’imitatio imperii del romano vescovo ed il suo abito bianco vorrebbe ricondurre il “gregge” alla purezza delle origini. Ma dopo appena sei anni dall’elezione di papa Francesco si può osservare come il bergoglismo escatologico si sia rivelato un mito incapacitante. Non solo il male non è propriamente quell’astratto bene sotto altra forma che si voleva fosse ma probabilmente una precisa forza cosmica, come lo stesso Bergoglio notò di ritorno dalla Corea del Sud (agosto 2014, mese di furiosi bombardamenti ebraici sul popolo palestinese), facendo una parziale marcia indietro, comunque notevole, rispetto all’ideologia bergogliana originaria: 

«Siamo di fronte a un nuovo conflitto globale, la terza guerra mondiale è iniziata ma a pezzetti. Nel mondo c’è un livello di crudeltà spaventosa, la tortura è diventata ordinaria. Sì, un aggressore ‘ingiusto’ deve essere fermato, ma senza bombardare o fare la guerra».

 Ma l’Escatahon gesuitico-bergogliano è sempre più spostato avanti in un futuro astratto e forse non più rappresentabile nemmeno con gli occhi della fede, come si vedrà più avanti nelle riflessioni conclusive. Il bergoglismo originario nacque annunciando il superamento dei fronti strategici e politici. Ma a cosa ci ha portato in concreto?


Il “neo-francescanesimo” bergogliano senza maschera: mito incapacitante e Russofobia razzista


La narrazione bergogliana e spadariana ha finito così per mostrare i suoi punti deboli. Il punto di partenza era probabilmente giusto: il teologo gesuita al quale Francesco si ispira, Erich Przywara, ha ragione nel descrivere la fine storica dell’epoca costantiniana e dell’esperimento di Carlo Magno. L’europeismo globalista gesuitico teorizza allora la legittimità costituente europeistica. 


Papa Francesco non è il “papa del Sud” e non è il papa dei poveri: è il papa del Nord imperialista ed occidentalista, medesimi i mantra ideologici, medesimo il campo di appartenenza. A un salariato con famiglia che perde il lavoro proponi il mantra dell’ambiente e dei diritti umani? E dove sarebbe il grande respiro escatologico? Nei discorsi di Greta Thunberg, intrisi di neo-darwinismo antiumanistico (l’uomo come specie animale) e di utilitarismo puro, accolta con i tappetti rossi dal papa gesuita a Roma?
Bergoglio, “Papa comunista” per certo cattolicesimo conservatore…

Dunque, la dialettica politica e sociale di papa Francesco, nonostante l’utilitaristico patto tattico con quello stesso Xi Jinping che manda migliaia di cristiani nei “Laogai”, è comunque tutta interna al disegno strategico imperialista ed occidentalista.

Seconda riflessione è che l’attuale pontefice, nonostante la intima dimensione escatologica e postcostantiniana che nessuno, va comunque ribadito, che sia un onesto osservatore gli può negare, non è però quel pontefice della “diplomazia delle ginocchia” che i suoi ideologi amano proporci, o almeno non è solo quello. Il papa che ormai in ogni suo quotidiano sermone, sino ad annoiarci, vede bene di attaccare frontalmente le forze populiste e sovraniste, è il medesimo papa gesuita che ha più volte rivendicato (Cfr. La Croix marzo 2019, maggio 2019) l’intimo europeismo del suo pontificato, è quello stesso che ha del tutto silenziato la questione greca, tra i più grandi “genocidi capitalistico-finanziari” dei nostri tempi, con migliaia di bambini fatti morire o mutilati a vita, è quindi il medesimo pontefice che assiste con sostanziale indifferenza al genocidio del popolo palestinese e che, infatti, si è apertamente schierato con i golpisti sionisti e gli imperialisti nella lotta che a Caracas li vede contro il legittimo Governo democratico del presidente Maduro. 
Dove è la escatologia del futuro in questo vile e neo-doroteo appiattimento politicistico? Non c’è nemmeno qua. Classico politicismo gesuitico.

Ora la terza ed ultima riflessione. Nonostante le iniziali riserve, i gesuiti sono tra quelli cattolici, infatti, storicamente e dottrinariamente l’ordine più russofobo e imperialista uniatista, il patriarca russo Kirill finì poi per considerare papa Francesco un valido interlocutore. Lo storico incontro dell’Avana (2016) fu certamente un grande evento, raggiunto al prezzo di una sofferta vittoria interna su ferme (e alla luce attuale forse ben più che giustificate) resistenze antigesuitiche del clero ortodosso russo. Il punto di incontro tra i due religiosi fu rappresentato dal motivo dell’Ucraina quale nodo decisivo per le due chiese, la cattolica e la russa ortodossa, ma ben più, come è evidente, per la seconda. Fu espressa appunto la consapevolezza della necessità di elaborare una nuova concezione del mondo e del cristianesimo, che sapesse andare oltre l’eurocentrismo razzista ed imperialista, come precisò in più casi il metropolita Ilarion, ovvero colui che preparò lo storico incontro.
Viceversa, secondo una fazione del clero ortodosso vi sarebbe stata di recente l’attesa svolta russofoba e imperialista dei “neo-francescani” Gesuiti.
Tale svolta ben svelerebbe allora, agli occhi guardinghi di Mosca, la trama politica Gesuita. E’ la trama di sempre, quella tradizionale: circondare la Russia, assaltare la Russia, conquistarla sino a privarla del suo cuore spirituale, l’Ortodossia. Tale fazione, analizzando lo scisma ucraino tragicamente consumatosi con il poco oculato strappo del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, ha puntato il dito non solo contro l’interferenza americana ma anche contro quella gesuita. I gesuiti sono infatti in tali zone strategiche, storicamente, un tutt’uno con la comunità greco-cattolica ucraina, invitata da papa Bergoglio a Roma. Invitare in tale contesto a Roma la comunità greco-cattolica significa chiaramente sposare la causa dell’uniatismo imperialista russofobo, almeno agli occhi del clero ortodosso russo. Dopo l’ottobre 2018, Ilarion, il quale era solito incontrarsi cordialmente con papa Francesco, avrebbe deciso unilateralmente di interrompere le visite. In due casi, di recente, lo stesso patriarca Kirill avrebbe, come il lettore noterà si usa il condizionale, declinato gli inviti del papa gesuita.

Anche il viaggio in terra ortodossa romena del papa Francesco non favorisce di certo la distensione, il patriarcato romeno, infatti, non è solo il più distante da Mosca ma è anche assai vicino alla fazione scismatica di Kiev. Vari motivi e fatti, questi portati, che danno bene l’idea di come il pontificato gesuitico, più che neofrancescano, per quanto escatologico, sia assai cattolico, romano e machiavellico. Nessuno di più di un gesuita, per riprendere le parole di Machiavelli, sa che occorre politicamente procedere “con la qualità dei tempi effettuali”. Ma non può allora stupire che fazioni consistenti del patriarcato russo indichino ai fedeli esempi concreti e positivo di cristianesimo “orientale” come punti fermi in una presunta lotta di civiltà con il gesuitismo occidentale: dai siriani ortodossi nell’eroica resistenza del monastero Malooula alla diffusione interna di documenti teologici, di provenienza athonita [del Monastero del monte Athos, in Grecia, NdR], in cui si afferma che il Papa cattolico è “degli ebrei, dei rabbini, dei massoni, dei dittatori, dell’America, dell’ecumenismo e del “nuovo ordine mondiale”. Un tale Papa avrebbe, a detta di tali fazioni, “esonerato il popolo ebraico dalla cosmologica responsabilità per la crocifissione di Gesù”; motivo ricorrente di questa propaganda politico-religiosa russofila è che questo papato Gesuita, in odor di eresia, non può avere nulla da offrire agli ortodossi, sarebbe anzi il maggior pericolo che potesse capitare ai russi in tale contesto storico.


Ideologia del potere politico universalistico



Da qualunque parte si osservi la questione, in conclusione, ciò che emerge è che, nonostante la strategia escatologica, il bergoglismo è una ideologia di volontà di potenza e potere politico come tutte le altre. Forse, dato il suo presentarsi in veste da agnellino, più di tutte le altre.
Nulla di nuovo sul fronte occidentale.

In tal senso, l’ideologia Gesuita del futuro escatologico e della diplomazia delle ginocchie è sì un mito incapacitante, già fallito e foriero di ulteriori fallimenti, ma anche un disegno di potere universalistico che cavalca le istanze del globalismo finanziario di sinistra, perché certo di avere ragione di queste, ragionando come suo solito non sui tempi lunghi ma su quelli lunghissimi.


In definitiva, passati i vari Soros e Bannon, i Trump e gli Obama, tutti incerti se avremo ancora un globalismo americanistico a dettare la linea, avremo di certo qui a Roma ben saldo il prossimo Bergoglio del caso. Dunque, cercare di comprendere la “mentalità politica” di un pontefice significa comprendere la portata e la missione universalistica che tale carica e funzione millenaria porta con se stessa. 

Alla luce di tale missione e funzione possono essere meglio comprese molte svolte strategiche e prese di posizione che accompagnano l’ideologia politica cattolica-gesuitica. Il Vaticano è sempre stato uno stato universalistico e “antinazionale”, che ha giocato una sua partita strategica utilizzando sistematicamente la sua ragion di stato. Viene in mente solo la Cina di Xi che oggi abbia un orizzonte universalistico di tale potenza e ambizione; la Cina è però sì Impero ma anche, al tempo stesso, Stato nazione.
Il patriarcato di Mosca, con ogni probabilità, non sarà comunque la vittima sacrificale di questo gioco geopolitico caratterizzato da legittime ambizioni universalistiche ma anche da antichi e mai sopiti pregiudizi eurocentrici Russofobi e razzisti, per quanto abilmente mascherati da motivi liturgici e teologici.



CINA: DAL MAOISMO AL CONFUCIANESIMO di F.S.

[ venerdì 24 maggio 2019 ]


Come ha più volte dichiarato Xi Jinping,
il confucianesimo è l’identità cinese. Di conseguenza, il maoismo distruggendo il confucianesimo nel corso della “grande rivoluzione culturale” ha annientato l’identità cinese, soccorrendo scioccamente la grande borghesia tecnocratica interna, filo-occidentale, avanzante contro il “partito confuciano” di Lin Biao (Cfr. Qiu Jin, Il potere della cultura, Beijing 1999), il fronte dei soldati e dei contadini. 


Volgarizzando e semplificando, l’occidente imperialista interpreta tuttora il denghismo come confucianesimo (cfr. Kissinger, La Cina). Si porta, a base ideologica del presunto utilitarismo confuciano di Stato innalzato nella fase postmaoista, la sineddoche denghiana “arricchirsi è glorioso”. Questo è pero un procedimento ermeneutico scorretto. Il
Confucio in un’antica stampa cinese

confucianesimo non significa utilitarismo né materialismo, ma invece, come spiega correttamente il professor Arena, un idealismo morale e comunitaristico organicistico del “giusto mezzo” e della “armonia”. Il confucianesimo non unicizza assolutisticamente il materialismo (come fanno l’occidente e l’ebraismo) né lo spiritualismo (come fanno talune filosofie orientali). L’ideale dell’Armonia è il fondamento etico della ortoprassi confuciana. 

和谐 “héxié” è il termine che noi in italiano traduciamo con “Armonia”. Il primo carattere 和 significa “armonioso, di buone qualità”; è usato in parole come “pace” o “Repubblica” ed anche nel nome della Repubblica Popolare Cinese. Il secondo carattere 谐 significa in armonia” ed è usato anche spesso per termini legati al suono e alla musicalità, ma significa anche “venire ad un accordo”.

Identificare il denghismo con l’ideologia ortopratica confuciana è perciò una grave scorrettezza politica. Deng, maoista di ferro e della prima ora, fedele al suo maestro sino alla “grande rivoluzione culturale”, si comportava poi, dalla fine degli anni ’70, da
Deng Xiaoping

marxista ortodosso, legando lo sviluppo del socialismo interno alla massimizzazione del valore e delle forze produttive tecnologiche. La strategia denghiana non era fondata sull’ideale di “Armonia Globale” ma sullo sviluppo assoluto ed estremista delle forze moderniste rappresentanti “il valore”, presenti nel campo del Partito Comunista Cinese. Deng, come del resto Mao, non puntava alla sfida geopolitica e di civiltà all’occidente, in quanto l’avvento del socialismo assoluto sarebbe stato di per sé un ideale unitario universalistico. 


In tale prospettiva, Deng e Jiang Zemin, suo successore, furono comunque degli autentici comunisti modernisti, o comunque dei marxisti ortodossi, se non maoisti puri, comunque posmaoisti. E’ con Hu Jintao, invece, che si afferma il confucianesimo politico cinese a dimensione globale, prendendo il posto del socialismo marxista. Esperti economici vicini a Hu arrivano addirittura a spostare e modificare dei processi di pianificazione economica poiché in contraddizione con l’ideale della “società armoniosa” della tradizione Han. Ciò non sarebbe stato possibile in un’ottica denghiana postmaoista. Ma è con Xi che il paneticismo confuciano diviene la più importante e significa ideologia di Stato potenza a trazione globale. 

Nel novembre 2013, Xi visita Qufu, luogo natale di Confucio; nel 2014 introduce in pompa magna l’inaugurazione rituale alla commemorazione ufficiale nell’anniversario della nascita del saggio. Le televisioni cinesi iniziano a trasmettere di continuo film sulla vita di Confucio e sulla storia confuciana. Nel 2013 il ministero dell’Istruzione ha pubblicato una serie di linee guida sull’insegnamento della cultura cinese tradizionale nelle istituzioni educative;i funzionari di partito vengono incoraggiati da Xi, e talvolta costretti se manifestano segni di “sovversivo ateismo” e materialismo, a “sessioni di studio” ed indottrinamento confuciano presso le università del Pcc. Alle tre storiche “fiducie” Xi ha aggiunto la quarta fiducia, che sintetizza le altre tre, ossia la “fiducia nella cultura tradizionale” confuciana.

Questo sviluppo rappresenta una manifestazione della distanza, ormai irreversibile, che lo Stato cinese ed il Partito hanno preso dal marxismo. Parlare oggi di Cina marxista o socialmarxista significa purtroppo travisare la sostanza della forza dinamica in atto. Se per certi versi, che in altro contesto eventualmente vedremo, ciò è ancora possibile farlo con la democrazia popolare nordcoreana, non si può assolutamente fare con lo Stato etico confuciano di Xi.

Già con Hu Jintao, come detto, la missione storica del Partito si è spostata dalla lotta di classe, dal materialismo storico, dalla rivoluzione permanente (definita “ininterrotta” alla maoista) ad un neoconfucianesimo politico fondato sulla competizione globale con

l’oppressione secolare dell’occidente imperialista (con cui maoisti e denghiani furono invece in vari momenti decisivi alleati) e sull’affermazione planetaria del “Sogno cinese”. Il partito, nella prassi di Xi, è guidato dalla morale confuciana, e dalla volontà assoluta di riequilibrare i crimini storici e sociali subiti dai capitalisti occidentali nel cosiddetto “secolo dell’Umiliazione”, non dalla strategia materialista marxista o dall’utopismo maoista.

In questi giorni, con la dichiarazione pubblica e statale di “Huawei Orgoglio nazionale” vari osservatori presenti in Cina segnalano l’affermazione di un sentimento anti-occidentale e anti-americano che rimanda al patriottismo della “guerra dei boxer”. Non si tratta ora di un confuso antimperialismo destinato alla sconfitta ed a vanamente abbaiare, ma di un chiaro progetto globale ed imperiale di sostanza confuciana. 


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FUSARO E LA NOTTE DEL MONDO di Eos

 [  11 maggio 2019 ]

SOLO IL FILOSOFO IN QUANTO FILOSOFO DELLA POLITICA PUÒ CANGIARE IL MONDO E LA STORIA


LA NOTTE DEL MONDO, MARX HEIDEGGER E IL TECNOCAPITALISMO, il saggio di Diego Fusaro per i tipi della UTET si iscrive a pieno titolo in quel filone dell’idealismo immanentistico e soggettivo, di cui esemplare forma teoretica si ha proprio con il precedente scritto: Filosofia dell’Azione. Il Futuro è nostro (Bompiani 2014). 

E’ un saggio di profonda filosofia della politica, oltre che teoretica, laddove crocianamente e schmittianamente, se non si vuol dire platonicamente, si sappia concepire la Politica come la sfera più alta e “divina” della filosofia. L’autore di questo pregevole e voluminoso  saggio rende un grande servizio, oltre che alla pura conoscenza e alla retta ermeneutica filosofica, al marxismo rivoluzionario, attualizzando con arguzia quella che, sulla scia di Giovanni Gentile, è concepita come l’aurea sostanza del marxismo, ben oltre lo stesso Das Kapital: le Tesi su Feuerbach. La visione del mondo marxiana ha qui un cuore, appunto le famose Tesi e tante sue ramificazioni, che sarebbero rappresentate da quelle opere marxiane che hanno indubbiamente avuto più “fortuna” storica. Il nostro fa in questo caso i conti con Heidegger letto proprio attraverso quell’idealismo prassistico marxiano de le Tesi e con Marx riletto alla luce della teoria heideggeriana dell’Abbandono. Quale la soluzione rispetto al monoteismo fanatico e fondamentalista del Mercato che ha disgregato l’Occidente nelle sue fondamenta etiche e esistenziali?

Azione o abbandono?

Il Fusaro precisa da subito (p. 15) che Marx mira appunto alla riconquista e all’emancipazione dell’uomo per via rivoluzionaria, ovvero tramite una attiva trasformazione del mondo alienato, concepito quale oggettivazione storica e temporale mai definitiva del fare soggettivistico. 

Heidegger, viceversa, soprattutto dopo la Kehre [la svolta Ndr] rifiutando ogni prassi politica, punta all’ “abbandono” del fare tecnicistico cosale, all’estinzione della metafisica quale oblio nichilista e notturno dell’essere, alla inevitabile riproposizione della “questione dell’essere” ed ad un nuovo aurorale inizio, capace di superare la quintessenza nichilista cui l’esito della metafisica occidentale, da Platone in avanti, ha condotto. Fusaro riconosce che il filosofo tedesco abbia valorizzato la teoria marxista dell’alienazione come cifra dell’ “assenza di patria” dell’uomo in balia del tecnocapitalismo  schiavo del pensiero scientista, matematico-quantitativo. Ma per Heidegger il marxismo, figlio legittimo dell’idealismo tedesco, e dunque della concezione dell’essere come esito dell’azione noetica e pratica dell’uomo, non potrebbe per questo fare luce sull’essenza della tecnica, essendo giustappunto un episodio, per quanto centrale, dell’ontostoria segnata dalla grande dimenticanza dell’essere.

«La metafisica idealistica della mediatezza del porre…per cui l’essere è dedotto dal fare (tanto l’hegeliano autoprodursi storico dello Spirito, quanto il fichtiano Io determinante il non-Io), prospetta una riduzione dell’essere a esito del porre soggettivo che, insieme con la nietzschiana “volontà di potenza” (Wille zur Macht), è, per Heidegger, il fondamento stesso su cui viene costituendosi la tecnica planetaria come infinita volontà di autopotenziamento». (p. 18).

Di conseguenza, la concezione della realtà e del mondo quale contrassegnata dalla strategia irriducibile della prassi rivoluzionaria, ben lontana dal poter essere una terapia guaritiva e purificatrice rispetto al demonismo tecnoscientista e nichilista, sarebbe parte non secondaria del male che si pretenderebbe di curare, inquadrabile com’è per sua essenza, in quella jungeriana “Mobilitazione Totale” intorno al mito della tecnica che tutto ridurrebbe a attivismo scomposto e caotico. 

E’ importante comprendere questa posizione heideggeriana poiché qui si svolge una profonda metanoia di paradigma, di sostanza idealistica e immanentistica,  che Diego Fusaro svolge rispetto al tema dell’ “impianto” e dell’ “abbandono”. Per il nostro, infatti, Heidegger non solo non comprende l’essenza dell’alienazione e della tecnica capitalistica moderna né nelle radici socioeconomiche né nella loro vera natura di prodotti sociali dell’agire umano scaturenti dalla eraclitea lotta nella storia del mondo, in quanto la irruzione stessa della tecnica non sarebbe altro che un destinale messaggio dell’essere. Ma non comprenderebbe neanche l’idea della Praxis, anzi proprio la visione heideggeriana dell’ “abbandono” e del “lasciar essere” si mostrerebbe come il completamento ideologico destinale del capitalistico regno animale dello Spirito e della moderna alienazione (lo smarrimento nesciente del soggetto nei propri prodotti oggettivati non più riconosciuti come tali). 

Il primato delle cose e della tecnica

Lo “storicismo destinale” heideggeriano può rivendicare sull’astratto e infondato culto marxiano della scienza di radice positivistica e sulla teoria del filosofo di Treviri basata su una presunta neutralità della tecnica la comprensione dell’inversione metafisica del regno tecnocapitalistico operato dalla plutocrazia occidentale, per cui l’uomo tecnico è un prodotto finale e irreversibile dell’uomo metafisico occidentale, precisamente frutto di quella metafisica fondata perciò sulla rappresentazione soggettivistica illusoria come Heidegger la concepisce; ma di contro, per Fusaro, lo storicismo idealistico ed umanistico marxiano finisce per consacrare, ben oltre il fatalismo ontologico heideggeriano, l’oggettività assoluta dell’azione soggettiva in quanto l’oggetto che questa mira a contemplare è un prodotto della prassi del soggetto agente (è, di più, il soggetto visto come oggettivato a se stesso). Il lavoro è infatti concepito da Marx come una delle fondamentali estrinsecazioni della prassi umana, in particolare di quella che permette il ricambio organico tra uomo e natura. L’uomo, che pure è parte della natura, si contrappone mediante la prassi lavoristica alla pura materialità primitivistica della natura originaria umanizzandola, piegandola alle proprie esigenze. Marx, seppure da una prospettiva differente rispetto a quella heideggeriana, delinea il processo di autonomizzazione del Gestell tecnocratico del capitale [con Gestell Heidegger vuole intendere propriamente il darsi perentorio, impositivo della tecnica, Ndr], concentrando l’attenzione sull’adorante primato delle cose sugli uomini: il paesaggio capitalistico si presenta come un mondo capovolto e stregato, dominato come è da rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose (p. 449). 

Il soggetto non è più l’uomo, nel capitalismo dispiegato, ma il mercato, la produzione, l’apparato con le sue macchine, i suoi strumenti tesi alla creazione di plusvalore, con l’uomo decaduto appunto a mero esecutore di una attività che tradisce la essenza e la missione autenticamente umane. Ma se Heidegger, di fronte alla “fuga degli dei” (Holderlin), si rifugia nella ricerca esasperata del silenzio logos originario, nell’allontanamento strategico dalla demonologia tecnica che anche simbolicamente diviene una ritirata assoluta e assolutistica, territorialistica, “ultra-provincialistica” e anche oltre (nel cuore della Foresta Nera) dall’erranza, dell’oblio dell’essere, considerando infine il pastore-custode dell’essere la figura apicale di un pensiero che non può pensare l’essere con la sua idea stessa di “verità” (Wahrheit), ma solo può domandare pietosamente con il pensiero restando passivamente in attesa oltre ogni ipotesi di umana, e dunque fallibile e fallimentare, progettazione, nell’universalismo marxiano manca come detto la più profonda comprensione dell’essenza tecnica oltre il suo uso capitalistico fondato sul valore d’uso. Ma il Marx teorico del valore e della dinamica di autovalorizzazione del capitale, finisce per configurare il capitalismo come un teatro, una messa in scena in cui i singoli individui, quale sia il loro ruolo sociale (compreso il capitalista), sono gli attori forzati della recita, costretti a giocare per forza di cose un ruolo in un mondo storico che essi stessi hanno creato e che ora si è autonomizzato da loro (p. 448).

Quale rivoluzione?

Fusaro, infine, riallacciandosi a quanto in parte intuì Marcuse, mira a rivoluzionare mediante la “rivoluzione ontologica di Heidegger” ( P. 453), lo stesso concetto marxiano di rivoluzione. Di conseguenza, però, portando alle necessarie conseguenza la giusta ermeneutica del nostro, l’ “idealismo filosofico marxiano” non può che concretarsi, oltre ogni riduzionismo di unilaterale e deviante economicismo, così come oltre ogni psicologismo pseudosoggettivistico marcusiano, in progettazione politica rivoluzionaria. Lo storicismo marxismo, se è realmente fedele alle Tesi, non può che essere potenza metafisica di penetrazione-trasformazione della “realtà effettuale”, come spiegò acutamente Benedetto Croce, il quale dette al Marx l’onore storico-politico di essere “il Machiavelli del proletariato”. Scrive proprio Diego Fusaro:

«Per Marx, si tratta di operare la Werwirklichung der Philosophie, la “realizzazione della filosofia”….Dal punto di vista marxiano, la filosofia è chiamata a donarsi al mondo, filosificizzandolo, ossia permeandone le strutture, secondo l’identità dinamica di Hegel … Per Marx, la “realizzazione della filosofia” consiste nella soppressione del classismo e del dominio tecnico-capitalistico: la filosofia si realizza trasformando il mondo e rimuovendo la contraddizione. Per Marx, la realizzazione inverante della filosofia si dà come superamento prassistico del mondo tecnocapitalistico». (p. 368, 370).

Diego Fusaro

“Concetto”, nell’idealismo marxiano caro al Fusaro, diviene perciò egemonismo storico etico-politico, preciso strumento tattico e chirurgico di un Fronte strategico dell’essere Uomo e Soggetto di nuova civiltà antimaterialista e anticapitalista, il quale, abbia ancora qualcosa da dire e “donare” con spirito di universale comunione, sappia allora attualizzare il suo originario pathos sovversivistico nella strategia definitiva finalizzata a perforare ed “oltrepassare” il dramma metafisico della “notte del mondo” di radice tecnocapitalistica.

Marx tolse l’idea di potenza alla realpolitik internazionale e la trasportò nella lotta di classe. Ma l’egemonismo, nel campo imperialista occidentale, appartiene, oggi più che mai dopo decenni di fallimentare “lotta di classe”, alla volontà di potenza impositiva del capitalismo assoluto, perfetta incarnazione del grande potere totalitario della plutocrazia scienza. Togliere l’idea di potenza alla scienza totalitaria e plutocratica del “Grande Satana” d’Occidente (come è definito dal Dottor Ahmadinejad, ma non, stranamente, da Greta Thunberg, né dagli “antimperialisti”di sinistra  al servizio permanente di Soros e del pensiero ultraprogressista e genderista del “marxista” Saul Alisky) significherebbe, oggi, togliere il terreno sotto i piedi alle “élite” plutocratiche dell’ imperialismo occidentale. 

Imam Khomeini, il protagonista carismatico della grande “Rivoluzione platonica” del ‘900, colui che, primo eroico Iniziatore del nuovo ciclo multipolare, sovvertendo la logica di Yalta, “oltrepassò” concretamente, nella e con la pura prassi mistico-politica, lo stordimento da “intossicazione demonologica occidentale” (cit. Ahmad Fardid), ricevette nel corso del suo esilio francese discepoli di Heidegger, appartenenti al gruppo di ricerca spirituale di “Antaios”. Nel corso della conversazione, l’Imam premise loro che pur conoscendo il pensiero heideggeriano riteneva essere il Goethe de Il Divano occidentale orientale il più grande tra i pensatori e filosofi tedeschi. Dell’epoca contemporanea Goethe, infatti, lì prefigurava il futuro dell’umanità guidato da una saggia élite “populista” e sociale che, di contro al materialismo super-razzista e imperialista anglosassone in particolare, occidentale in generale, fosse veridicamente ispirata a un Islam globale temperato e non particolaristico. Quando poi si passò a considerazioni di taglio geopolitico o specificamente politico organizzativo, Imam Khomeini disse loro:

«Gli Oppressori, le potenze del sionismo e del capitalismo occidentale….temono anzitutto e soprattutto l’Uomo. Non vogliono uomini ma automi. Il loro sistema è creato e concepito per l’annientamento dell’uomo…. Per questo loro diffamano e infangano la memoria dei più grandi rivoluzionari di questi tempi, per questi li hanno uccisi e processati, per questo ancora morti li temono. I rivoluzionari sono morti per gli Oppressi, i capitalisti affogano nel loro regno di tenebra…Ma la lotta contro l’arroganza globale del Nemico dell’Uomo non si fermerà sino a quando vi sarà anche un solo Uomo sulla faccia di questa terra…».

La lotta centrale e strategica, per quegli uomini che aspirano ad essere ancora tali in un mondo occidentale-sionista totalmente e religiosamente assoggettato al potere totalitario del Grande Apparato è dunque la lotta contro la ideologia plutocratico-capitalistica fondata sul dominio algoritmico tecnoscientifico. 

E’ ancora una volta la lotta dell’Uomo contro il Nemico dell’Uomo.

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APOLOGIA DELLA SOVRANITÀ di Carlo Galli

[ 5 maggio 2019 ]

La sovranità è condizione dell’esistenza di ogni corpo politico. Compresa l’Italia, che ne è assai carente. I limiti inevitabili del suo esercizio, dettati dal contesto. Le polemiche sul “sovranismo” in nome degli “Stati Uniti d’Europa”, metafora ipersovranista.

* * *

1. La sovranità è il modo in cui un corpo politico si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini. Va quindi considerata nella sua complessità: nel fuoco della sovranità si forgiano i concetti politici moderni, e i conflitti storici reali.
Da ciò alcune considerazioni: in primo luogo, come non esiste un’anima senza corpo, né un corpo vivente senz’anima, così non esiste una sovranità senza il corpo politico di cui è l’impulso vitale, né un corpo politico privo di sovranità.
In terzo luogo, la dinamica storica della sovranità è data dalle prevalenze politiche che si instaurano fra le tre dimensioni già ricordate: avremo così la sovranità del monarca, dello Stato, della legge, del popolo. La forza sociale e politica di volta in volta egemonica dentro lo spazio della sovranità è portatrice anche della legittimità di cui la sovranità ha bisogno: la legittimità è la ragione per la quale si chiede e si concede obbedienza. Si avrà quindi una legittimità monarchica per diritto divino, una liberale per diritto individuale, una democratica per diritto popolare, una rivoluzionaria per diritto di classe, una oligarchica per diritto di nascita o di censo, una tecnocratica per diritto di conoscenza e di efficienza. Nella legittimità si scopre che la sovranità non è solo protezione ma anche proiezione, progetto, idea di convivenza.
Da questa «formazione» dell’individuo dall’alto prenderà vita il reclamo dal basso, dei singoli e del popolo, dei «diritti» e della libertà contro il sovrano, ovvero la rivendicazione pubblica di una energia politica che travalica l’obbedienza alla legge e l’obbligo di non-resistenza al sovrano, e che attraverso la rivoluzione sarà accolta in una nuova legittimità: quella dei cittadini.
governance privatistica – si vede piovere addosso la violenza e l’eccezione, il disordine e la paura.
Per concludere, la sovranitàesprime certezze e sicurezze, ma anche contraddizioni: economiche (conflitti di interessi), politiche (conflitti di potere), esistenziali (conflitti di libertà e volontà). Portatrice di problemi, oltre che di soluzioni, in essa si esprime l’essenziale serietà e rischiosità della politica, ma anche la capacità di un popolo di regolare in autonomia la propria vita e di tutelare i propri interessi.
2. La sovranità è stata l’obiettivo polemico delle potenze ostili alla politica e allo Stato. Il diritto ha infatti voluto vuole impedire che per la sovranità tutto sia possibile, ovvero ne ha voluto contrastare l’arbitrio, tanto all’interno (introducendo i diritti umani e le Corti costituzionali come limite alla sovranità) quanto sulla scena internazionale (imbrigliando l’esercizio delle sovranità attraverso trattati e istituzioni sovranazionali, per impedire il dilagare selvaggio delle volontà di potenza e per sviluppare la collaborazione pacifica). L’economia neoliberista, nel suo espandersi globale, ha a sua volta preteso di relativizzare l’esercizio delle sovranità, scavalcandole con la libertà di commercio e di scambio, avvolgendo il mondo nelle maglie della interdipendenza e del perseguimento cosmopolitico dell’utile, del profitto, indicato come finalità che deve essere assunta come principale anche dalla politica. La morale ha poi esercitato una critica asprissima contro uno degli strumenti di cui la sovranità si serve per garantire la sicurezza, cioè i confini, particolarmente in merito alla questione delle migrazioni. Mentre la sovranità divide e classifica secondo la cittadinanza, che è per definizione particolare, la morale unisce nel nome di valori universali, che coinvolgono l’intero genere umano senza differenza alcuna. Buona parte della filosofia, infine, chiede che la sovranità cessi di bloccare le infinite possibilità politiche della vita concreta, e cerca di valorizzare un radicale principio di pluralità e di movimento contro l’unità e la fissità che ineriscono alla sovranità. Pensare e praticare la politica senza la sovranità sarebbe da questi punti di vista un obbligo non solo scientifico (il concetto «sovranità» è obsoleto: non spiega più nulla) ma anche politico (lo strumento «sovranità» è controproducente: crea più problemi di quanti ne risolva) e morale (la sovranità è la prima portatrice sistematica di violenza anti-umana).
Heartland, dalla Norvegia alla Corea; Russia e Cina cercano sempre, ciascuna a modo suo, di svincolarsi dalla stretta marittima statunitense; e l’Italia ha pur sempre da difendere le rotte attraverso le quali importa la maggioranza delle merci di cui ha bisogno. Tutto ciò avviene anche in modalità non tradizionali: la pressione russa sull’Europa può allontanare questa dagli Usa, che peraltro, impegnati nel confronto con la Cina, non ne fanno più il centro della loro strategia imperiale.
Quelle statualità restano insomma il centro di imputazione e di irraggiamento di potenza militare, economica e culturale, in uno spazio globale che ha nuovamente assunto un volto pluralistico (posto che lo avesse davvero superato negli anni Novanta, al tempo della globalizzazione trionfante). Certo, devono scontare un alto tasso di interdipendenza finanziaria (basti pensare che la Cina finanzia di fatto il debito degli Usa), un alto livello di conflittualità militare in forma di guerre asimmetriche o a bassa intensità, disperse in fronti diversi, e devono fronteggiare imponenti movimenti di migranti e di profughi: il mondo intero è attraversato da lineedi conflitto e da insorgenze nomadiche, e da nuove frontiere che cercano di arginarle e che delimitano vecchi e nuovi spazi politici, carichi di violenza.
governance contrattualistica, e neppure si è trasformata in un’unica dominazione globale. Il pluralismo delle sovranità ancora esiste, poiché la globalizzazione non è solo una grande convergenza verso un unico sistema di produzione, ma è anche l’emergere, all’interno di questa, di divergenze storiche, economiche, culturali, sociali, che si presentano come specifiche contraddizioni e disuguaglianze, che sono gestite in modo differenziato da decisioni, egemonie, esclusioni, che variamente organizzano nei territori la politicità che si genera nel sistema, e variamente la orientano in proiezioni di potenza, o in forme di subalternità.
spread. La Ue è oggi inchiodata a una «situazione intermedia», a una impasse tra Stati e Unione, che deve essere superata, ma non si sa in quale direzione. E che nelle more ha generato quelle richieste popolari di protezione, di ritorno allo Stato, di difesa dalle dinamiche globali e dalle regole europee, che si è soliti definire “sovranismo”. Richieste che non sono manifestazione di nuova barbarie ma di paurosi scricchiolii nella costruzione europea. E mentre si assiste al rilancio delle logiche sovrane, al perseguimento sempre più evidente degli interessi strategici nazionali, in Regno Unito, Francia e Germania, si accendono al contempo furiose polemiche anti-sovraniste, il cui senso va chiarito.
Manifesto di Ventotene): forze armate europee, una politica estera europea – in un contesto internazionale che non si può sperare divenga, da anarchico e pericoloso qual è, pacifico e ordinato – una polizia federale, una politica giudiziaria, fiscale e del lavoro europea. Dovrà prevedere un sistema istituzionale in cui il Consiglio dei capi di Stato valga come il Senato degli Usa, la Camera sia eletta direttamente dal popolo e sia centrale nel sistema politico, e l’esecutivo federale sia di fiducia parlamentare, oppure sia eletto anch’esso direttamente dal popolo, con la conseguente “provincializzazione” della politica dei singoli Stati. Dovranno esistere sindacati e partiti europei, e dovrà essere possibile una discussione politica radicale del paradigma economico oggi vigente, che va liberato dalle sue destabilizzanti contraddizioni. Dovrà insomma essere affermato a livello continentale il primato della politica.
élite politica europea dimostra. Implica una rivoluzione politica ed economica, un atto costituente su scala continentale, che non sembra al momento all’ordine del giorno presso nessuna delle élites di governo, al di là di affermazioni retoriche, e che in ogni caso renderebbe gli “europeisti” ancora più sovranisti degli odierni “sovranisti”; una sovranità europea, anche federale, sarebbe davvero un super-Leviatano.
performance complessiva del Paese, nelle sue articolazioni pubbliche e private (efficienza del sistema politico, della pubblica amministrazione e della formazione di base e avanzata; tasso di innovazione e di produttività delle imprese e del lavoro; costi dell’energia), sia, infine, dalla mancanza, oltre che dell’elemento di “protezione” (di un praticabile e funzionante welfare), anche della “proiezione”, di un’idea geopolitica del Paese, che alla sovranità pertiene.
Inutile quindi rilanciare la palla ai futuri e auspicati “Stati Uniti d’Europa”: per farne parte, semmai ciò avverrà, occorrerà in ogni caso essere Stati robusti e consapevoli. Ci sono sfide politiche del presente da affrontare, interessi permanenti da tutelare, e la ricostituzione della nozione di sovranità è a tal fine uno degli strumenti indispensabili. Da utilizzare con realismo, senza demonizzazioni e senza esorcismi.
Ragioni politiche
Pubblicato in «Limes», n. 2, 2019, pp. 159-165.



CHE COS’È LA POLITICA

[ 23 aprile 2019 ]
PERUGIA
VENERDÌ 3 MAGGIO, ORE 17:00
Hotel Mater Gratiae
via San Galigano, Rimbocchi, 12
promuove
Associazione Culturale ALETHEIA


«Il Principe del Machiavelli potrebbe essere studiato come una esemplificazione storica del “mito” sorelliano, cioè di una ideologia politica che si presenta non come fredda utopia né come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disposto e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva. Il carattere utopistico del Principe è nel fatto che il Principe non esisteva nella realtà storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale; ma gli elementi passionali, mitici, contenuti nell’intiero volumetto, con mossa drammatica di grande effetto, si riassumono e diventano vivi nella conclusione, nell’invocazione di un principe, “realmente esistente”. 

Nell’intiero volumetto Machiavelli tratta di come deve essere il Principe per condurre un popolo alla fondazione del nuovo Stato, e la trattazione è condotta con rigore logico, con distacco scientifico; nella conclusione il Machiavelli stesso si fa popolo, si confonde col popolo, ma non con un popolo “genericamente” inteso, ma col popolo che il Machiavelli ha convinto con la sua trattazione precedente, di cui egli diventa e si sente coscienza ed espressione, si sente medesimezza: pare che tutto il lavoro “logico” non sia che un’autoriflessione del popolo, un ragionamento interno, che si fa nella coscienza popolare e che ha la sua conclusione in un grido appassionato, immediato. La passione, da ragionamento su se stessa, ridiventa “affetto”, febbre, fanatismo d’azione. Ecco perché l’epilogo del Principe non è qualcosa di estrinseco, di “appiccicato” dall’esterno, di retorico, ma deve essere spiegato come elemento necessario dell’opera, anzi come quell’elemento che riverbera la sua vera luce su tutta l’opera e ne fa come un “manifesto politico”».
Antonio Gramsci, Note su Machiavelli





COS’È E DOVE VA LA CINA di F.S.

[ 20 aprile 2019 ]

E’ uscito, per i tipi della Bocconi, il saggio di Aberto Bradanini — ambasciatore italiano prima in Iran, poi in Cina —, sui fini e la strategia della Repubblica popolare cinese. Bradanini, che ebbe anni fa una controversia con Clini, mostra di essere un buon conoscitore sia di filosofia cinese, sia di storia del movimento comunista internazionale che delle vicende interne del Partito Comunista Cinese. 


Il Nostro riporta così, nel corso della sua analisi, le tesi degli ideologi marxisti cinesi come di quelli non cinesi, tra cui spicca Samir Amin. Il giudizio sui marxisti cinesi è per lo più critico, in quanto il regime cinese non sarebbe una forma di socialismo, ma un regime diversamente capitalista. Per Amin, viceversa, la Cina popolare sarebbe socialista in quanto il possesso della terra non risponde a criteri privatistici, di conseguenza il proletariato inurbato che non fa fortuna nella metropoli può tornare ad una vita rurale dignitosa: tale carattere, che distingue lo sviluppo cinese da quello degli altri paesi del Terzo Mondo per non parlare dei regimi a capitalismo avanzato occidentale, farebbe ancora della Cina il faro del Socialismo globale. Purtroppo Bradanini non cita H. Jaffe, economista sudafricano di spessore il quale, di contro al marxismo eurocentrico, ritiene essere il denghismo il paradigma del socialismo del ventesimo secolo. La Repubblica popolare postmaoista, per Jaffe, non sarebbe stato capitalista di stato, ma autentico stato socialista, in quanto a differenza del populismo protosocialista maoista, gli elementi diversamente capitalistici e privatistici presenti non hanno il potere strategico di intaccare, sovvertire e destabilizzare il primato strategico, politico del Partito comunista, che sarebbe, nell’analisi del Jaffe, l’avanguardia del socialismo mondiale, teso al superamento della grande divergenza Nord-Sud o Occidente-Oriente. La non conoscenza del pensiero economico e politico di Jaffe è forse il più grande limite nello studio, peraltro ottimo, del Nostro. 

Le tesi principali dell’autore sono 

1) L’ascesa globale cinese è certa ed irreversibile, ma non tale da impensierire il primato della superpotenza americana — al massimo si arriverà ad un multipolarismo se Cina-Russia-Iran continueranno a convergere su minimi obiettivi tattici in funzione antioccidentale; 2) La Cina, secondo l’ambasciatore italiano, non è socialista né liberista — in sostanza diversamente capitalista — esperimento positivo di uno Stato anzitutto orientato al benessere del popolo piuttosto che al dominio socio-politico di oligarchie plutocratiche, come sta, di contro, avvenendo in occidente; 3) La Cina non diventerà una democrazia rappresentativa borghese liberista, in quanto il pragmatismo Confuciano, quintessenza della “linea Socialista” di Liu Sao Chi (1898-1969) e Deng Xiaoping (1904-1997) di contro al Taoismo materialista assoluto e maoista, è antitetico al relativismo del metodo scientifico sperimentale galileiano e illuministico.

“Cercare la Verità nei fatti” significa che per il Confucianesimo socialista cinese esiste una verità morale e ideologico-politica, a differenza dell’illuminismo borghese politico occidentale, per il quale realismo totale empiristico corrisponde esplicitamente a dominio dell’inessenziale del Non Veridico. Qual è la Verità della fazione Confuciana dominante? Il principio dell’Armonia politica, simbolo di etica, sia sul piano politico interno che su quello geopolitico globale. In questo senso, l’élite Confuciana “rossa” si sta dimostrando in grado di dominare politicamente e sul piano sociale la tecnica e il modernismo — secondo il pensiero del Nostro, viceversa, il relativismo illuministico occidentale sta conducendo a società fuori controllo, come già intuì profeticamente il professor Gaetano Calabrò decenni fa nel suo celebre volumetto dedicato al tema; 

4) La Cina sta affrontando problemi tragici che uno sviluppo così veloce che non ha paragone nella storia umana ha inevitabilmente portato con sé, ma proprio lo sperimentalismo pragmatistico Confuciano è il criterio che permette all’élite politica “rossa” di sviluppare e consolidare un metodo concreto di veloce risoluzione di altrimenti irresolubili problemi strategici interni.

Consiglio dunque la lettura del libro, assai ricco di aneddoti cinesi frutto dell’esperienza dell’ambasciatore e di preziose precisazioni geopolitiche, ai lettori di SOLLEVAZIONE.


Divergo però sul punto 1. La Cina popolare e Confuciana, entro il 2049, primo anniversario della Rivoluzione nazionale e “nazionalista” del 1949, dovrà estendere a livello universale il principio dell’Armonia sotto il Cielo, realizzazione definitiva del grande sogno cinese. Ciò evidentemente non è conciliabile con il protrarsi del primato della superpotenza americana. Questo significa che sotto il Cielo non vi è spazio per due superpotenze a trazione globale.


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ESISTE UNA VERITÀ? di Alétheia

[ 13 marzo 2019 ]

«Occorre un tuffo del pensiero nel pensiero per… oltrepassare il presente, rischiarare l’oscurità, disvelare il necessario, rifondare il futuro».


 DIECI DOMANDE SULLA VERITÀ davamo notizia della costituzione dell’Associazione culturale ALÉTHEIA. La prima iniziativa dell’Associazione — CHI COMANDA IN CASA NOSTRA? Identità, sovranità, cosmpolitismo nell’era della globalizzazione —, che ha avuto grande successo di pubblico, si è svolta a Bologna il 2 febbraio scorso. Venendo incontro alle sollecitazioni di alcuni lettori pubblichiamo ora il Manifesto dell’Associazione.
*  *  *

MANIFESTO DI ALÉTHEIA

Pesante è il fardello che grava sul pensiero. A esso non spetta solo comprendere questo destino, non soltanto scoprire se esso sia, come il “fatum” per gli antichi, inesorabile, bensì disvelare quale possa essere un’eventuale altra destinazione. Questa disvelazione implica quella che Hegel definì la “fatica del concetto”, dato che il Vero non si da’ mai nella forma dell’immediatezza.
Col tramonto del filosofare postmoderno si chiude un intero ciclo nella storia dell’Occidente. Nella sua pretesa nichilistica di abolire le “grandi narrazioni” che hanno alimentato le potenti speranze della modernità, il postmodernismo ha finito per diventare a sua volta una grande e maligna narrazione.
Ha inneggiato a una Storia priva di direzione ed esaltato l’astensionismo etico e normativo, respinto ogni plausibile orizzonte di senso, negato ogni criterio di validazione della verità, demolito ogni idea di soggetto a vocazione universale, decostruito e per ciò ridotto l’essere in poltiglia.
Il dubbio la sola certezza, l’assenza di ogni essenza.
Ha esaltato il caos dell’apparenza, la frammentazione, lo spaesamento, la contaminazione, le trasmutazioni d’identità. Il mondo è stato immaginato come un cyber spazio immateriale, privo di confini, luogo di passaggi osmotici, privo di ogni principio ordinatore.
Il mondo, insomma, come un sidereo non-luogo, come discarica di feticci, come mercato nel quale una cosa sola possiede valore, il valore di scambio, in cui tutto, l’uomo stesso, è mercificato dunque reificato.
Nel mondo delle post-verità, cacciata la teologia e cancellata ogni traccia del sacro,si è finiti a divinizzare un’invisibile e improbabile mano che tutto metterebbe al suo giusto posto ma che tutto invece scompagina e sbaraglia.
Non il sapere veritativo ma la performatività è diventata il solo principio di autovalidazione e verificazione.
La potenza, unico criterio di legittimazione del sapere, dell’agire e del potere, trasformata perciò in onnipotenza.
Il pensiero occidentale, a forza di decostruzione, sconfessato se stesso, si è smarrito.La scienza, superata la crisi d’identità del primo Novecento, ha approfittato di questa autodissoluzione della filosofia, l’ha parassitata, impossessandosi del suo spirito e deprendandola della sua missione.
Terapie, alterazioni e potenziamento genici, clonazione umana, farmacogenetica, combinazione tra intelligenza umana e artificiale. Assistiamo a un’accelerazione senza precedenti della capacità umana di manipolare il vivente, senza tuttavia che la scienza sia in grado di far fronte alle sue responsabilità, incapace di dare senso al suo incalzare smisurato, se non quello di presentare se stessa come soteriologia, come nuova metafisica del “progresso”, se non ponendo la sua propria prometeica potenza come esclusivo e tirannico criterio di verità e validazione.
In questo tuffo del pensiero nel pensiero, in questa anticipazione della prassi, consiste la missione di ALETHEIA: oltrepassare il presente, rischiarare l’oscurità, disvelare il necessario, rifondare il futuro.



MACHIAVELLI E LA POLITICA ITALIANA di Eos

[ 9 marzo 2019 ]

Il breve saggio che presentiamo ai lettori prosegue il dibattito in merito all’autonomia della politica ed il pensiero politico e filosofico italiano (da Machiavelli a Gramsci) iniziato conLE EMIGRAZIONI E IL DILEMMA ETICO-POLITICO — a cui han fatto seguito ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA, quindi ANTONIO GRAMSCI E IL GIACOBINISMO.



Il dilemma centrale machiavelliano è quello tra etica e politica. L’idealismo italiano, più conseguente di quello tedesco, radicalizzando la questione epistemologica, lo ha posto non a caso al centro della propria gnoseologia. Immanenza o trascendenza? Giovanni Gentile ne “La Filosofia di Marx” ritiene di aver espunto dal marxismo il nocciolo di trascendentismo naturalistico che ancora gli restava; ne “La riforma della dialettica hegeliana” la stessa operazione compie con la trascendenza teologica luterana che ancora rimarrebbe entro l’hegelismo. L’Assoluto hegeliano, quale Spirito santo luterano, si tramuta nell’Io immanente, atto in atto  e liberamente Pensante. La “riforma religiosa” dell’attualismo gentiliano permette di individuare la posizione di Gentile come unica nella storia della filosofia; quella che portando l’immanentismo alle conseguenze ultime, giunge ad affermare l’autentica visione e prassi religiose, sottraendola alle critiche dei panteisti e degli atei. 

Forza e limiti di Machiavelli

Si comprende dunque la grandezza di Machiavelli e perché Croce consideri Machiavelli e Vico gli autentici filosofi moderni, pratici. La “filosofia della prassi” nascerebbe nel contesto della spiritualità rinascimentale italiana, come il Burckhardt ben intuì. Il pensiero moderno e universale ha radice così nella Firenze di quei tempi, in Italia non in Inghilterra non in Germania. Ma questo concretamente che significato ha? Metodo scientifico basato sulla mera osservazione della dura necessità della lex naturae (dunque Machiavelli) o creativa intuizione pura fondata sulla azione libera della guida spirituale-politica, o dell’elite religiosa ispirata dal divino (Savonarola)? Comunque si studia la storia moderna e contemporanea tutto ci riporta, continuamente, alla cultura italiana, ultima fortezza in un occidente obnubilato da un trasvalutante nichilismo tecnoscientista, antiumanistico.

Etica e politica significa d’altra parte, oggi, metafisica o scienza, regno umano o finanza tecno scientifica? E il saggio di Burnham sui machiavelliani ed i difensori della libertà andrebbe oggi ripreso in quanto conteneva intuizioni che i fatti poi confermeranno. In sostanza: autentico machiavelliano colui al quale arride il successo? Dunque prototipo dello statista e dell’uomo immanentista colui o coloro i quali vinsero la guerra sganciando le atomiche? E’ veramente questo il metro di giudizio della “grande politica” e della arte di stato? E Machiavelli sarebbe concorde con tali valutazioni così crudamente empiriche? Proverò ora a sciogliere questi enigmi, pur sapendo che sono di difficilissima risoluzione, mai definitiva del resto.

La contraddizione eraclitea, anche violenta e drammatica purtroppo, come la storia ci ha tristemente insegnato, è il cuore di ogni realtà e in fondo di ogni autentica “ascensione”. Machiavelli è il teorico per eccellenza del conflitto politico.  Ben diverso, in tal senso, da Hobbes come da Rousseau. Il regno della definitiva Armonia e della pace collettiva non è per lui possibile. Probabilmente, oggi, accuserebbe di astratto e pericoloso utopismo l’ideologia imperiale cinese di Xi Jinping. Sarebbe concorde allora, vivesse oggi, con i neocon americani e con la dottrina Rumsfeld come disse Leeden, autore di un importante saggio su Machiavelli nel XXI secolo? Difficile dirlo, ogni sforzo di attualizzazione neo-machiavelliana risente della duplice lettura dell’autore, ossia quella de “I Discorsi” e quella de “Il principe”. Vedremo, comunque, che Machiavelli può essere attualizzato soprattutto alla luce dei poli ideologici risorgimentali. 


Il segretario fiorentino non risolve però il dilemma etica politica, come anche il “machiavelliano” Croce riconosce. I concetti di Virtù e Fortuna non si realizzano in una superiore sintesi immanentistica e umanistica, per quanto dinamica non qiuetistica, ma finiscono per riesplodere in tutta la loro molecolare contraddizione atomistica. Si sbaglia, comunque, a rappresentare come mero cinismo la “filosofia della prassi” del segretario fiorentino. Vuole anzi essere una apologia della buona etica. Aver il coraggio di fare pure il male, di calarsi nel regno demoniaco del potere tellurico pur di attuare il trionfo del bene. Si guardi primariamente al fine — il bene della patria, la ragione di Stato — e i mezzi saranno perciò stesso onorevoli. 


Per Machiavelli contano le “forze naturali” della storia, non “le cagioni superiori” immanenti nella storia, poiché non vi sono. Questa la nuda logica del Machiavelli: in essa la sua grandezza, la sua eterna originalità ma anche il suo limite. Uno Stato non si regge sulle “cagioni superiori” e nemmeno sulla pura Virtù tecnica del principe. Machiavelli rimane perciò nel mezzo tra la trascendenza medioevale e la nuova trascendenza del naturalismo. Egli fa così rinascere una nuova forma di trascendenza, quella della natura che non si può spiritualizzare od umanizzare, della natura che rimane al di qua dell’uomo stesso. Natura diviene a tal punto lo stesso mondo umano; natura la stessa Fortuna machiavelliana, la quale opera spesso a suo arbitrio. Il Centauro machiavellico, per metà uomo per metà bestia, è appunto il simbolo del naturalismo trascendente che caratterizza la visione del mondo del cancelliere di Firenze. 

Quindi Croce e Gramsci han torto quando vedono nel Machiavelli l’anticipatore della consapevolezza storicistica, immanente, dei nuovi tempi? No. In Machiavelli, come del resto vide Hegel, c’è un balzo qualitativo, un balzo in avanti nello “spirito del tempo”. In tal senso, Machiavelli, come dice giustamente Gramsci, è il primo Giacobino della storia, è il teorico per eccellenza dello Stato borghese e democratico rivoluzionario. L’autonomia della politica di cui fu eccelso pensatore è il dominio, l’unico, che l’élite strategica o “il principe” può strappare al regno del caso e dell’ignoto. Qui si affaccia il germe di umanismo italiano nel segretario fiorentino. 

Savonarola il rivoluzionario


Non si può però parlare del Machiavelli senza parlare del Savonarola. Chi lo fa, ed oggi molti professori lo fanno veramente a cuor leggero, va a mio modesto parere fuori strada. Tale umanismo machiavelliano, che è quasi un punto di rottura nel suo generale sistema formale-reale, non potrebbe scaturire proprio dall’impulso rivoluzionario savonaroliano? Entrambi, sia il segretario fiorentino sia il frate ferrarese, insistono su due momenti eterni dello spirito umano. Se Machiavelli è il naturalismo trascendente, Savonarola è forse, proprio, l’immanentismo spiritualistico? Carlo Curcio, professore di filosofia della politica nell’Università di Perugia tra gli anni ’30 e ’40 dello scorso secolo, rilevava come il momento centrale della temperie politica e sociale dell’epoca fosse rappresentato dall’irruzione sulla scena del Savonarola, ben più che da “Il principe”, il quale, a gran dispetto dell’ultrarealismo conclamato, avrà nell’immediata storia patria nulli effetti pratici. Occorrerà infatti attendere il conte di Cavour perché in Italia vi sia “Il principe” di scuola machiavellica. Il savonarolismo, il misticismo politico fratesco, nell’ermeneutica del Curcio, non è una realizzazione della teologia tomistico-aristotelica, non è medievalismo. E’ invece una differente declinazione sperimentale di realismo immanentistico e attivistico che appartiene alla tradizione politica italiana . Cosa avrebbe dovuto, concretamente, fare di più il povero frate domenicano per risvegliare le coscienze, obnubilate dall’eccesso unilaterale di stordimento empiristico-materialistico, dal “vizio e dal peccato”? Il frate del Curcio diviene perciò un idealista antiborghese  ed un “populista” che mira all’instaurazione di una concreta dittatura rivoluzionaria antiplutocratica e antioligarchica, una dittatura rivoluzionaria purificatrice, che sappia affermare la libertà repubblicana, lo Stato popolare ierocratico, lottando sino alla morte per impedire la fatale nascita dello Stato guardiano notturno degli interessi materialistici della borghesia. Dice il Curcio durante una sua lezione universitaria nel 1939:

«Savonarola è un rivoluzionario politico e un conservatore nei valori eterni. A parte quel suo atteggiamento ribelle di fronte alla Chiesa, di fronte agli uomini del suo tempo, Egli è un iniziatore dei nuovi tempi, ben più del Machiavelli e degli scienziati del Rinascimento. In Savonarola troviamo accenni così attuali e rivoluzionari che allora non si compresero. La volontà di distruggere il passato, di “rinnovare ogni cosa alla luce dell’ideale”, il suo concepire la vita come “una milizia sacra e continua sopra la terra”, la sua speranza nei giovani cui i tempi nuovi sono commessi: e soprattutto la coscienza di un fatale istaurarsi di un ordine nuovo, morale, in seguito alla spaventosa ecatombe provocata dai vizi e dai peccati suoi contemporanei, in seguito a avvenimenti straordinari che dovranno segnare l’avvento dell’era nuova. Lo spirito del Savonarola incarnava il momento antiborghese, era la reazione spiritualistica e idealistica a una rivoluzione già avvenuta, che aveva partorito lo stato borghese, realistico, terreno. Accanto allo spirito “utopistico”, immanente, della rivoluzione del Savonarola, l’Italia prepara il terreno alla concezione machiavellica della politica come ostetrica dello stato e del diritto».

In Savonarola prende vita e corpo, per la prima volta nella storia, l’impulso del Cristo quale motore sociale e anche politico, oltre la classica distinzione dualistica tra città celeste e regno terreno. La visione del Curcio ha trovato conferma, oggi, in quello che è filosoficamente il più ponderoso scritto sul savonarolismo politico millenaristico, ovvero quello di Donald Weinstein. Si dirà ora: “Savonarola sconfitto”, “profeta disarmato”. 

Secondo la lettura di Luigi Russo, grande interprete del pensiero machiavelliano, il seme del martirio dei frateschi viceversa fruttificò. Fruttificò con Vico e i vichiani, i quali accanto alla “realtà effettuale” fecero valere la “realtà ideale”; fruttificò, soprattutto, con il processo stesso della storia italiana, quando l’unità della penisola, profezia astratta sul limitare del ‘500, finì per tramutare il pathos profetico savonaroliano nel verbo e nelle azioni del Mazzini. 

Sorel e il mito


Diviene così centrale, nella filosofia politica contemporanea, come ben videro sia Gramsci sia C. Schmitt, la categoria spirituale del “mito politico”. Entrambi, il sardo e il giurista tedesco, identificano nella dottrina del “mito politico” del Sorel la metamorfosi del machiavellismo nel XX secolo. E’ una lettura però unilaterale. Entrambi rileggono l’ideologia soreliana attraverso il tatticismo politico strategico del Mussolini. E’ dunque una lettura forzata e astratta. Mussolini, che in più casi, come noto, si dichiarò discepolo del Sorel, lo fece perché non poteva, per evidenti motivi, dirsi discepolo del Croce. Il sorelismo arrivò in Italia tramite Benedetto Croce e tutto il periodo “socialista nazionale” (si trattava naturalmente di un socialismo non illuministico, non giacobino, non russoviano) del filosofo italiano, che arriva più o meno sino all’avvento del fascismo e di Mussolini, fu all’insegna di una teorizzazione filosofica della sociologia politica soreliana. 

Scavando dunque, sarebbe pur interessante vedere quanta filosofia politica crociana vi sia nell’antidemocraticismo, nell’antindividualismo, nell’organicismo, nella lotta di vita o morte alla “mentalità massonica” e al modello di civilizzazione anglosassone, attuati dal capo del fascismo. Certo, l’israeliano marxista Sternhell, autore dei più notevoli saggi sull’ideologia fascista (Cfr. “La nascita dell’ideologia fascista”, “La destra rivoluzionaria”, “Contro l’illuminismo”), ha probabilmente ragione quando individua nell’ideologia soreliana una delle fonti centrali di tale sommovimento storico. Ma il Sorel politico fu uno “spontaneista”, avverso, come tutta la tradizione marxista del resto (Gramsci a parte), a quell’autonomia del politico, che fu il grande punto di forza del tatticismo strategico mussoliniano. Il culto della tecnica e della produzione, con l’orizzonte ultimo dell’estinzione dello stato e della politica, continua a vivere come impulso strategico nel Sorel spiritualista e moralista, che si considera prosecutore di Pascal, ammiratore di Corbeille, Racine, Moliere e nel Sorel neostoricista, collaboratore di Benedetto Croce e ammiratore di Vico e Mazzini. Inoltre, se il bagaglio ideologico dell’elite del sindacalismo rivoluzionario fluì poi nel fascismo, occorrerebbe vedere come e quanto, nella fazione sindacalista italiana, il sorelismo si integri col mazzinianesimo. Quanto Sorel c’è, ad esempio, nel machiavelliano elitista Michels, sindacalista rivoluzionario prima, ideologo fascista poi? Molto, non v’è dubbio. Non si vuole perciò sminuire, affatto, la forza d’urto storica del “mito politico” soreliano, considerato da Gramsci una forma drammatica di “fantasia sociale immaginativa”, capace di operare su un popolo disperso e polverizzato per suscitarne ed organizzarne la volontà collettiva nazionalpopolare. 

Nel “mito politico” soreliano convivono però i due momenti, quello machiavelliano e quello savonaroliano. Sorel era ossessionato dalla decadenza cui il materialismo borghese stava, a suo avviso, conducendo la Francia e l’Occidente e per questo si mise a studiare la storia degli ordini monastici italiani, nulla di più facile, dunque, che abbia incontrato Savonarola. Che lo abbia incontrato tramite Machiavelli, o senza di lui, è secondario. Tale concreta storicizzazione della forza del “mito politica” fu attuata appunto in Italia da Mussolini, non in Francia; non  a caso Sorel, poco prima di morire, considerò l’Italia la sua patria ideale. Tutto ciò ci rimanda ancora al punto da cui si è partiti, ai due poli dell’ideologia italianistica. Machiavelli e Savonarola. 

Mazzini e Cavour


La tesi, come si sarà compreso, è che non è possibile la teoria della fase drammatica machiavelliana del “conflitto”, del “turbamento”, se non alla luce della concreta rivoluzione storica e mistico-politica realizzata dal Savonarola. Il savonarolismo influenzò dunque il pensiero machiavelliano ben oltre quanto comunemente si riconosce o si possa credere. Machiavelli e Savonarola come i due vettori del più ardito pensiero politico moderno. Di conseguenza, con uno sforzo di immaginazione, Cavour l’ultrarealista e Mazzini l’idealista rivoluzionario creatore del mito metafisico, “antilluminista” e antigiacobino, di Dio e Popolo. I due grandi Statisti dell’800. Disraeli fu grande, per vari analisti fu il vero creatore del “mondo moderno” e del globalismo contemporaneo. Fu il più grande, insomma. Ma Cavour e Mazzini non furono da meno. Tutt’altro, e sia detto senza boria nazionalistica. Furono loro due i prototipi dell’autentica arte di stato, tramutando il momento machiavelliano e quello savonaroliano in azione politica moderna, politicizzando con grande coraggio d’ignoto i due perenni momenti dello spirito umano. Più ardito e coraggioso il Mazzini, non v’è dubbio. Ma lo stesso Cavour, lo statista di un Risorgimento che era considerato impossibile da tutte le legazioni dell’epoca, fece il suo viaggio nell’ignoto “metastorico” politicizzandolo. Sacrificò però tutto al successo empirico e di questo paghiamo, come italiani, ancora oggi le pesantissime conseguenze. Giuseppe Mazzini, lo statista della Repubblica romana del 1849 che svanì in fuoco e olocausto dei migliori, come narrano le cronache, lo statista repubblicano che influenzò tutti i movimenti patriottici del mondo, dalla Russia all’India, agiva di contro per amore dell’uomo — o ancora meglio del sacro nell’uomo — e della storia. Il successo non era per lui il fine immediato: creare una avanguardia di minoranze sacrificali e “religiose” era il veridico successo. Se ben studiato, nelle sue varie fasi tattiche, si trova molto spirito machiavelliano, molta realpolitik nello stesso Mazzini. 

Alla luce della filosofia della prassi del Mazzini e del suo oggettivismo mitico, il “realismo” cavouriano, col suo liberalismo massonico strumentale, sarebbe un elemento regressivo che ha compromesso alla radice l’Autocoscienza morale italiana. L’astratto realismo cavourista avrebbe degradato nelle sue fondamenta l’anima del popolo romano-italiano. Il cavourismo, di conseguenza, è l’assalto Scientista al Mito italianistico. Questo fu il pensiero del Mazzini dal 1860. Cavour fu un corruttore e un sovvertitore. Fu massone, cosa che Mazzini dispregiava, ma fu anche un cattivo politico, nella sua prospettiva. A Cavour, come ad ogni utilitarista politico, sarebbe mancata una superiore, onnilaterale prospettiva strategica. Non avrebbe saputo immaginare il bene storico, sacrificando tutto alla astratta immediatezza; non uno stratega dunque, il Cavour del Mazzini, ma un tattico machiavellico della deteriore specie. Mazzini ammira lo statista prussiano Bismarck, nonostante le differenze ideologiche, vagheggia una alleanza italogermanica contro il blocco massonico occidentale franco-britannico, ma considera viceversa Cavour una pura catastrofe per il popolo e per la storia italiana. Ed in effetti, a più di 150 anni di distanza dai fatti, ancora ci trasciniamo dietro, come Italia, problemi sorti con una unificazione formale, che pare aver radicalmente lacerato l’autocoscienza patria. L’incontro tra i due perenni momenti dello spirito da lì, nella storia italiana, non sarà più possibile. Ma proprio i fatti mostreranno che quando, fugacemente, un incontro vi sarà, sarà tale grazie al dominio ideologico del polo mazziniano, non viceversa. E se pensiero utilitaristico ed individualistico moderno vuol dire “autonomia della coscienza morale”, questa va per Mazzini assolutamente integrata nel simbolo oggettivo (Dio-Popolo) della filosofia della prassi. Altrimenti sarà la catastrofe. L’onnipotenza anglosassone ed estremo- occidentale dell’io, dice con spirito preveggente il Genovese da Laystall Street nel 1852, condurrà all’abisso dell’Io, al rifiuto dello spirito nell’ente uomo.

Gramsci e la filosofia della praxis


La critica gramsciana del mazzinianesimo filosofico-politico, come la sua apertura entusiastica al “giacobinismo teorico” giobertiano, non colgono a mio avviso il nocciolo dell’ideologia nazionalpopolare italiana. Che è anche il nocciolo d’un certo “carattere” italiano che Mazzini, il gran Pedagogo cultore dell’organicità dello stato etico, piaccia o non piaccia, ha comunque formato. Quando i grandi intellettuali dei nostri giorni, senza fare nomi, dal Corriere della sera, irridono il Genovese, “perdente di successo”, “nebuloso teorico della dottrina del martirio”, mostrano chiaramente di ignorare la quintessenza d’una certa italianità, che è di minoranza, d’avanguardia, non è di massa, ma che comunque esiste ed è storicamente operante. Il volontarismo “idealistico” e neostoricistico gramsciano, in evidente rottura epistemologica con la tradizione marxista, dovrebbe corrispondere per il sardo, nella storia italiana, al nesso Riforma protestante più Rivoluzione francese. 

La filosofia gramsciana, come quella crociana, è assolutamente storicistica e antigiusnatutalista. Ma il grave limite, strategico, del gramscismo è rincorrere astrattamente il misticismo civile e politico mazziniano senza avere consapevolezza che quello è il fine di tutta la sua filosofia politica. L’Italianismo si è trasformato in movimento storico-universale senza una Riforma protestante, né una rivoluzione francese, né una guerra civile all’ inglese. Dostoevskij ben lo comprese. Il limite strategico della filosofia politica gramsciana diviene perciò il limite della “via italiana al socialismo”, che è un serio progetto strategico. E non a caso lo statista di riferimento di Togliatti era Camillo Benso conte di Cavour. 

A. Del Noce ha ragione: l’Italia è stata il teatro strategico del più intenso e evoluto conflitto politico novecentesco. Prima il fascismo, unico movimento che nella storia occidentale ha abbattuto una forma di solida democrazia liberale. Poi il “comunismo gramsciano” in salsa togliattiana e berlingueriana, robespierrista più che marxista ortodosso, fu anche esso più volte sul punto di farlo. Non lo fece però. Perché?  Per la sua subalternità strategica all’Urss, sintomo di dubbio metodico e incertezza intima. Non si comprese sino in fondo l’essenza del machiavellismo giacobino gramsciano; il senso del pensiero politico gramsciano era che solo dall’Italia poteva irradiare nell’universo il “vero Comunismo”.  Ma ciò avrebbe significato “via religiosa” al Socialismo. Il recupero togliattiano del mazzinianesimo sarà, invece, solo formale, astratto e verrà compiuto per motivi di mera concorrenza ai “fratelli in camicia nera” e ai ceti umili fascistizzati. “Via italiana al socialismo” (Togliatti), ma non percorsa sino alle conseguenze ultime.

Comunque due forme di delnociana “rivoluzione, ulteriore e più intensa di quella marxista pura”, quella fascista e quella parziale togliattiana. Proprio Leeden, che conosce la storia e la politica ben più delle presunte e autoproclamatesi elites europeistiche, scrisse in un testo alla fine degli anni’70 che i soli concreti elementi politici e ideologici strategici-universali, nel Novecento, furono irradiati dall’Italia fascista prima, dalla via italiana al socialismo di Togliatti poi. Motivi geopolitici (il sempre centrale Mediterraneo)? Sicuramente. Ma anche motivi ideologici e “religiosi”. 

Il laboratorio italiano

Ed oggi, in conclusione, oltre tutte le doverose critiche del caso, di nuovo l’innovazione che origina dall’Italia, da questo non Occidente che si è venuto a trovare nel campo occidentale. Anche oggi l’innovazione dell’Italia primo laboratorio strategico del “Populismo di stato”. Essere contro o essere a favore non ha importanza. E’ il significato storico e “ideologico” concreto che va colto e che le presunte élite cosmopolitiche non a caso non colgono né coglieranno. Mazzini scrive che spiritualismo e materialismo sono due vie entrambe errate, unilaterali, foriere di un astratto dualismo. La via filosofica religiosa dell’apostolo genovese si fonda sul pensiero quale Rivelazione universale del sacro originario che penetra nell’umanità quale Dio politico e Popolo attivo, creatore di storia e di egemonia mediterranea, universalistica. Una anticipazione del mito soreliano, visto da Gramsci e Schmitt quale incarnazione del machiavellismo del XX Secolo. 


Tornando al contesto italiano odierno, sarà in grado tale “populismo” di incarnare, attualizzandola, la missione qualitativa del grande pensiero politico italiano, che oggi non può che significare totale opposizione filosofica, politica e religiosa, sul piano di una autentica Concezione del mondo, moderna e non “primitivistica”, all’alienazione totalitaria tecno-scientifica? Ma è veramente “populismo” quello del governo gialloverde? Quale connessione ha questo governo con l’”Evitismo” peronista argentino, che può essere considerato, oggi, il riferimento più immediato, o storicamente meno lontano, per un serio “populismo di stato” che voglia fare la Storia? Sono in grado queste guide populiste italiane di mobilitare il popolo sulla base del “santo politico” e del mito nazionalpopolare? Quale mito sanno concretamente opporre alla tecnoscienza dilagante? Interrogativi a cui, evidentemente, per ora non si può rispondere. Hanno, in definitiva, costoro la coscienza della lotta vorticosa interna allo spirito del tempo? Qualunque cosa si possa pensare del peronismo, a detta di Kissinger ha modificato non solo la storia argentina, ma anche dell’intero Sud America, ben oltre il castrismo e il caudillismo. Si dirà lo stesso di Salvini e Di Maio tra 50 anni? O saranno ricordati a guisa di meteore inessenziali del divenire storico spirituale? 


Perché, tornando al punto di partenza, se “gli stati non si governano con i paternoster”, come era solito dire Cosimo de Medici — il grande nemico di Savonarola —, Mazzini, certo della presenza del divino nella Coscienza umana, affermava lapidariamente: “La più santa Preghiera è l’azione”. Così, la prassi politica o è una arte che incarna, nella praxis, una attiva spiritualità o è destinata a perdere strada rispetto all’eterno naturalismo che sempre avanza, oggi appunto in forma robotica, intellettualistico-artificiale e tecno-scientifica, sino a porre le basi del definitivo scacco del “progetto uomo”. 


Opposizione al totalitarismo, in forma soft e liberal, dell’alienazione meccanicistica e tecno-scientifica non può quindi significare neo-luddismo o statico conservatorismo ma viceversa balzo in avanti di quello che proprio Mazzini, in “Fede e Avvenire”, definisce “Pensiero Vivente e Assoluto”.




ANTONIO GRAMSCI E IL GIACOBINISMO di Eos

[ 21 febbraio 2019 ]

Giorni addietro, nel breve saggio ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA, Eos già segnalava il fondamentale legame tra Antonio Gramsci e Benedetto Croce. Egli torna sulla questione, contestando il punto di vista di chi invece, come Del Noce (e Diego Fusaro) sottolinea il filo rosso tra Gramsci e Giovanni Gentile. 

*  *  *

GRAMSCI SECONDO DEL NOCE 

La lettura delnociana del gramscismo è un passaggio ermeneutico fondamentale. La massima realizzazione storica della filosofia gramsciana si ha nel periodo della contestazione italiana, che rappresenta da una parte il definitivo tramonto della via sovietica e del maoismo, dall’altra il declino gnoseologico della via della Scuola di Francoforte, di Luckàcs, Althusser, a vantaggio del volontarismo neo-idealistico gramsciano. L’iter storico ed esistenziale della contestazione italiana mette in evidenza che è la via gramsciana l’unica attraverso cui il comunismo può affermarsi in Occidente; lo storicismo antiplatonico di tale via incarna la tensione di una maturità politica e tattica, rispetto al vitalismo puro, al dionisismo irrazionale ed utopistico tipico delle rivolte giovanili. Il comunismo gramsciano è il fronte più avanguardistico del socialismo mondiale, non solo perché l’Italia è un paese più “avanzato” rispetto a Cina o Russia e dunque il passaggio rivoluzionario è, nella filosofia della prassi, di valore e sostanza superiore, ma anche perché la filosofia gramsciana fronteggia sia il liberalismo classico sia il fascismo storico, che concretizza l’assolutismo tradizionalista, mitico e metastorico.

Di conseguenza la concezione del mondo egemonica gramsciana sostituisce all’astrazione economicistica del “nemico di classe” e all’antitesi capitalismo-proletario, quella ben più importante tra fascismo-antifascismo. Ma cosa sarebbe il fascismo, nella filosofia gramsciana? Fascismo gramscianamente significa, secondo Del Noce, falso immanentismo, antilluminismo sostanziale, falsa filosofia della prassi, falsa modernizzazione. Il risultato è dunque, che in Gramsci “la ricomprensione italiana del marxismo attraverso la versione rivoluzionaria dello storicismo si risolve in una sua ricomprensione illuministica”. Gramsci è così il teorico del compromesso con la borghesia, in funzione antitradizionalista e antifascista e qui si situa la quintessenza del progetto gramsciano di egemonia. Per Gramsci il blocco storico e sociale della modernità deve includere sia il mondo borghese sia quello comunista, i comunisti sono l’elite intellettuale giacobina dei nuovi tempi che hanno la missione di scindere, ideologicamente e definitivamente, la borghesia dalla dimensione tradizionalista, spazzando via ogni resistenza all’avanzata della modernizzazione intesa come secolarizzazione, trasformazione della trascendenza metastorica in immanentismo storicistico. La “riforma intellettuale e morale” gramsciana è letta da Del Noce come la dissociazione completa dello spirito progressivo borghese dal cristianesimo storico. In termini hegeliani, il comunismo gramsciano potrebbe essere interpretato come la mediazione assoluta verso il borghese come tipo storico originario, il quale negando se medesimo, realizza la sua antitesi in un processo di diveniente auto-superamento. “Rivoluzione senza rivoluzione”, dice Del Noce, intuendo già dai primi anni ’70 che, come accennato, il fronte del comunismo storico novecentesco più avanzato fu grazie alla filosofia della prassi quello italiano: “il comunismo italiano è la forza più adeguata a mantenere l’ordine in un mondo in cui qualsiasi religione è scomparsa; non soltanto la religione cattolica, ma ogni sua forma anche immanentistica e secolare; anche la fede nel comunismo”. La sinistra radicale marxista contestava, gnoseologicamente, il gramscismo in quanto vedeva sia nella “filosofia della prassi”, sia nell’immanentismo radicale un paravento idealistico o comunque una forma di materialismo storico eterodosso: filosofia della prassi ed immanentismo non appartenevano alla tradizione filosofica marxista. Del Noce radicalizza la questione ed arriva alla radice: egli riflette sul nesso tra filosofia della praxis e nichilismo. Gramsci porta, nella lettura delnociana, alle estreme conseguenze la filosofia gentiliana dell’Atto come primato ontologico del divenire. E’ lo scacco del pensiero filosofico italiano novecentesco, la realizzazione compiuta del nichilismo, da cui la piena modernità della visione gentiliana.

L’attualismo gentiliano è la radicale negazione di ogni essenza platonica archetipica, di ogni valore metafisico. Il risultato inevitabile è la dissacrazione, la dissoluzione etico-religiosa, l’irreligione neo-positivista occidentale. Gentile e Heidegger, apparentemente così distanti, sono in realtà due facce della medesima moneta viste solo da lati opposti. “La filosofia di Gentile è la conferma ante litteram della diagnosi di Heidegger” dice Del Noce. Gramsci, credendo di incontrare Marx, in realtà ha incontrato l’attualismo gentiliano. Il passaggio gramsciano dal materialismo storico marxista alla filosofia della prassi è il vero soggetto filosofico in questione. E qui subentra l’assoluta novità storico-mondiale italiana, “la rivoluzione ulteriore alla marxleniniana che ha il suo paradigma in Italia, e i suoi principali personaggi politici assolutamente opposti sono Mussolini e Gramsci”. Opposti ma per Del Noce epifenomeni della medesima tensione originaria sovvertitrice e nichilistica. L’Italia del ‘900, ben più della Francia del ‘700 e dell’800, abbatte il platonismo metafisico e così facendo diviene la terra eletta del nichilismo. E’ dunque assolutamente rivoluzionario e profondamente gramsciano il grande blocco storico antifascista degli Anni ’70, dalla borghesia progressiva al proletariato, in quanto il postfascismo della Repubblica Italiana successivo al secondo conflitto mondiale impedirebbe il pieno modernismo storicistico, illuministico e cosmopolitico, che un’Italia socialista, gramsciana, centro egemonico sul piano ideologico globale, invererebbe.


Questa la visione delnociana, che ho cercato di raccogliere in estrema sintesi. Se sul piano filosofico tale concezione presenta caratteri di forte fascino teoretico, sul piano storico-politico presenta una decisiva lacuna. Secondo Del Noce, sia l’attualismo sia il gramscismo comunista sarebbero in definitiva mere mediazioni storico-formali verso il trionfo della “società aperta” tecnocratica, scientista e neo-positivista, “irreligiosa”, che per il Nostro (che fu uomo solitario, di pensiero coraggioso e intellettualmente onesto come altri pochi) è l’autentico totalitarismo contemporaneo, ben più del Nazionalsocialismo e dell’Urss, che sono invece “gnosi” secolarizzate.

IL GIACOBINISMO DI GRAMSCI

Questa lettura, giustificabile nell’orizzonte cattolico-tradizionale del Professore, evidenzia a mio modesto avviso un fortissimo punto debole. Il punto debole è proprio rappresentato dalla vicenda umana e storica sia di Gramsci sia di Gentile. Del Noce fallisce sul piano della crociana filosofia pratica. Che due filosofi, i quali scelgono consapevolmente, volontariamente, di farsi martiri di un’Idea e della propria Concezione del mondo, caso veramente raro nella storia dell’umanità, ma guarda caso meno raro nel così demonizzato ‘900, che dunque due filosofi di tale statura morale possano essere considerati degli agenti del nichilismo contemporaneo e del materialismo borghese, tale ipotesi delnociana, se meditata a fondo, non solo indurrebbe a un pessimismo senza più speranza ma dovrebbe allora decretare la parola fine su ogni possibilità di riscatto umano.

Attuando proprio il pensiero cattolico delnociano, si dovrebbe dire che il nichilismo è la sostanza metafisica del cattolicesimo occidentale il quale, nell’intero ‘900, a differenza dell’Ortodossia russa e dell’Islam sciita, non ha inteso impostare la propria linea storica e politica sull’etica del martirio e del sacrificio, ma esclusivamente su quella dell’accomodamento borghese (anche con i “nichilistici” regimi fascista e comunista), quando ciò gli era tatticamente utile e credendo con questo di aver ragione, ancora una volta, della storia. Ma i fatti mostrano oggi che l’Ortodossia russa è ben più viva  moralmente e politicamente ben più salda del cattolicesimo occidentale. E lo stesso si potrebbe dire dell’Islam sciita. E se Del Noce, sia detto en passant, è, sulla linea del Fabro — un critico severo, e assai acuto, del cattolicesimo progressista — lo è assai di meno di quello conservatore. Inoltre Del Noce, come visto, calibra il Gramsci alla luce del primato del divenire antimetafisico gentiliano, ma dalla lettura dei due saggi fondamentali che il Nostro dedica al filosofo sardo, traspare tra le righe che tutto lo sforzo del gramscismo, quale filosofia politica di un nuovo Comunismo, è quello di tradurre la lezione di Benedetto Croce sul piano dell’elite politica “rossa”.

Sorel

Il gramscismo incontra dunque l’oggettività storica e politica dello storicismo immanentistico crociano ben più che l’attualismo prometeico-soggettivistico: i concetti filosofico-politici fondamentali di Gramsci, da quello di ideologia a quello di elite, scaturiscono dalla meditazione profonda dei fondamentali motivi dello storicismo crociano. La filosofia politica di Gramsci è crocianesimo completamente liberato dall’influenza di Sorel e Clausewitz, i quali, come opportunamente sottolineato da G. Calabrò, discepolo e più acuto interprete di Croce, sono oggettivamente centrali nel pensiero politico crociano. L’antilluminismo crociano, come il suo antigiacobinismo, debbono infatti per Calabrò assai molto al Sorel.

Gramsci è invece il teorico di un esperimento storico e filosofico in cui il giacobinismo politico assurge a dimensione centrale. Giacobinismo significa in tale logica gramsciana élite politica di intellettuali militanti e progressivi che guidino il processo di modernizzazione tecnico-scientifica e industriale, significa anche e soprattutto Partito come esigenza soggettivistica e machiavelliana dell’autonomia della politica, Partito come grande pedagogo di una nuova religione civile di massa. Certo, ha ragione qui Del Noce, si tratta di una visione “illuministica”, progressista e borghese (e d’altra parte il giacobinismo, come il “partito puritano” di Cromwell in Inghilterra, così apprezzato da Gramsci, sono la fazione rivoluzionaria della borghesia), ovvero di una concezione fondata su una nuova “religione” comunista etico-razionale da riaffermare nel mondo secolarizzato, di una concezione immanentistica che vuole assolutamente espellere da se la “religione” del Mito soreliano. Tale concezione del Mito è considerata da Gramsci platonica e pascaliana, radicalmente anticartesiana. E’ questo lo pseudo-immanentismo che Gramsci vuole colpire a fondo sia filosoficamente, sia politicamente, in quanto è chiaro l’influsso culturale esercitato da Sorel, tramite Croce. Storicismo immanentistico progressivo e razionale, quello di Gramsci, ben diverso dal platonismo immanentizzato di Sorel e dei fascisti. E qui ci siamo.

Ma è una evidente forzatura storica e politica identificare il Comunismo eretico gramsciano, assai eterodosso rispetto all’escatologismo marxista, rispetto a cui oppone una continuità basata su una evidente rottura di paradigma, con quell’instaurazione di un nuovo Potere diagnosticato da Pier Paolo Pasolini nei suoi Scritti corsari e nelle sue Lettere Luterane. In base all’ermeneutica delnociana, Gramsci sarebbe il teorico ante litteram del “compromesso storico” e dell’apogeo Neo-Azionista o Socialdemocratico. Se l’elite dirigente comunista fece il compromesso storico con quella cattolica democristiana in nome di un nuovo Azionismo laicista, liberalsocialista, ultramodernista e ultraprogressista, la causa filosofica, per Del Noce, sarebbe da collocare nel comune secolarismo implicitamente nichilista.
Viceversa, Gramsci, cultore del potere machiavelliano, che definisce protogiacobino e della supremazia dell’intelletto politico sia sulla ragione scientifica e tecnologica sia sul mito e sull’insurrezionalismo soreliano, è il teorico del robespierrismo maturo e evoluto dopo Marx e Croce. Egli legge tutta la storia contemporanea alla luce della consapevolezza che le armi teoriche e politiche del proletariato, per quanto potenti e ben nutrite, sono armi scariche se l’elite borghese non si scinde ontologicamente mettendosi al servizio del divenire storico razionale-comunista e delWeltgeist collettivista. E’ la necessità tattica, in cui la strategia deve dileguare e si deve estinguere, necessità tattica tutta italiana, e per questo cosmopolitica e universalistica, del blocco storico antifascista, dove appunto fascismo indica per il Nostro la metafisica “platonica” e tradizionalistica, la pura Tradizione originaria (il Mito soreliano) che ancora resta da annientare.

In tale prospettiva, la storia del Comunismo italiano successivo alla seconda guerra mondiale è, ben più che socialdemocratica o hegelo-marxista, neo-giacobina e dunque profondamente gramsciana. E, forse, fenomeni particolari e eretici come Lin Biao in Cina, Ali Shariati in Medioriente, lo stesso fochismo guevarista come il castrismo latinoamericano, potrebbero ben rientrare nella chiave di volta del “giacobinismo rosso”, che senza la filosofia gramsciana non avrebbe senso politico né storico. E’ l’elite politica che si salda con il blocco sociale, sola questa forza storica, che può conferire uno spessore storico e universalistico al concetto strategico di “egemonia”. Qui tutto l’immanentismo gramsciano. Qui la legittimità politica della guerra di posizione. Gramsci parla, come noto, della robusta struttura della società civile e dietro lo Stato, in Occidente, a differenza della Russia, si erge l’autentico Potere con la sua robusta catena di fortezze e casematte, ben più ardue da espugnare del mero Stato politico. E vediamo oggi quanto sia potente ed inespugnabile, nel profondo Occidente, questa ferrea e imprigionante catena di fortezze e casematte.  Se si esclude ciò, crolla l’impianto di Gramsci. Ma non escludendo questo, che non può essere eluso a meno di fare di Gramsci un positivista marxista, crolla tutta la forzata lettura delnociana di un presunto attualismo gramsciano.
E scavando dentro la teoria gramsciana dell’elite giacobina moltissimo, se non tutto, riemerge della concezione dell’elite di illuminati di crociana memoria. Si tratta dunque, per Gramsci, di purificare lo storicismo rivoluzionario da ogni traccia di sorelismo neo-religioso, da ogni traccia di “furore pascaliano e giansenistico”. Il balzo in avanti, o comunque il tentativo autentico di superamento gnoseologico-attivistico è, da parte della filosofia gramsciana, rispetto all’immanentismo soreliano che ha sedotto Croce, non rispetto all’attualismo. Guido Liguori, acuto interprete del filosofo sardo, non sembra comprendere questo passaggio decisivo. A Gramsci preme sottolineare in diverse parti dei “Quaderni” che il Sorel non è un semplice conservatore, sarebbe dunque un rivoluzionario, o un particolare tipo di “rivoluzionario” conservatore. Quando scrive questo, Gramsci è ben consapevole che ciò che è per lui un “falso immanentismo”, ossia il sorelismo tradizionalistico, ha ingabbiato però nella sua rete e l’elite sindacalista rivoluzionaria, che sarà poi il veicolo principale della fascistizzazione d’Italia, ed anche, seppur in parte minore, l’antifascismo armato più serio e determinato dell’epoca, che è neo-pisacaniano, laicista, socialisteggiante ma senz’altro non comunista. Ciò rende strategica l’operazione di liberazione purificazione dell’immanentismo storicistico-politico dal sorelismo. 
 
La vittoria del nuovo Azionismo social-liberale e tecnocratico-scientista, definitivo con il “compromesso storico”, come in pagine insuperate ci ha spiegato il Professor Del Noce, è, in conclusione, conseguente all’incapacità ed alla miopia politica dell’elite giacobina neo-gramsciana del PCI, che stravolse la tattica nella strategia, invece di risolvere la strategia nella tattica e che non fu all’altezza della sua missione di valorizzare, per intensificazione qualitativa, il momento economico dell’utile politico e del compromesso in una logica strategica di “guerra assoluta” (Clausewitz). Guardare all’Urss come al centro globale del comunismo da cui dipendere strategicamente significava applicare Gramsci solo a metà, dubitando, in fondo, della propria qualità politica e della propria strategia di civiltà. Inutile girare troppo attorno al punto. In quanto, per Gramsci, solo in Italia si poteva realizzare il vero comunismo che non corrispondeva nella sua concezione né ad una socialdemocrazia dal fianco largo, né ad un esperimento di hegelomarxismo né tantomeno ad una metamorfosi di “socialismo in un solo paese”. Era invece, come ho tentato di mostrare, un robespierrismo strategico assoluto, rivisitato e aggiornato alla luce del grande insegnamento filosofico del materialismo storico, ma in cui l’oggettività realistica dello storicismo crociano finiva per pesare concretamente di più del marxismo stesso. E che la guerra di movimento corrispondesse alla fase più acuta del “salutare Terrore giacobino” è al riguardo chiaro, nonostante le poco serie smentite di molti studiosi gramsciani della nuova sinistra.
Gramsci era un politico concreto, oltre che un filosofo, basti pensare come s’impossessò della segreteria del Partito contro Bordiga. La guerra di posizione, supportata dal costante, metodico avanzamento tattico della nuova élite intellettuale e dal compromesso culturale con la borghesia, non è socialdemocrazia, è proprio il suo contrario, ovvero un nuovo Giacobinismo rosso, un neo-robespierrismo autenticamente Comunista adeguato però alla nuova fase moderna o postmoderna di civilizzazione  scientifica e razionalistica occidentale e universale.

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ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA di Eos

B. Croce

[ 16 febbraio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

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In riferimento al saggio filosofico politico pubblicato in questo sito — L’emigrazione e il dilemma etico-politico   — si impongono talune brevi, speriamo sintetiche, riflessioni. Lo sforzo dell’autore sembra tutto intento nel programma della possibilità concreta dell’eticizzazione dell’azione politica, l’autore ritenendo in sostanza esistere un “fine buono” che possa eventualmente nobilitare l’uso, limitato e circoscritto, di mezzi amorali. Il suo bersaglio diretto è dunque la filosofia crociana neo-machiavelliana, che sarebbe troppo cinica col suo iper-realismo politicistico.

La filosofia dello Spirito crociano è la filosofia più radicalmente politica e storica che vi possa essere, ben oltre l’hegelismo e l’attualismo gentiliano, i quali non espellono dalla propria sostanza uno spiritualismo teologico trascendentistico di sostanza “provvidenzialistica” o deterministica, secondo i rispettivi punti di vista.

La stessa critica si potrebbe fare all’escatologismo marxista, sebbene Marx, considerato da Croce “il Machiavelli del proletariato”, colui che nonostante tutto non riuscirà mai a risolvere il suo debito con la teologia neo-luterana di Hegel, pone però a cavallo dello spirito concreto del lavoratore, nella filosofia della prassi dunque, il destino della storia. Croce, come dice giustamente Del Noce, è viceversa “un vichiano dopo Hegel”.

Sia secondo Croce, sia secondo Gentile la filosofia moderna non si identifica affatto con l’Hegel neoriformatore luterano, ma nasce in Italia col Rinascimento. Sia Kant sia Hegel sviluppano il pensiero di Bruno e di Vico, riprendono per la loro concezione del mondo decisivi elementi sostanziali dei filosofi italiani rinascimentali e Burckhardt non  a caso definì gli italiani il popolo più moderno e più evoluto d’Occidente. La frattura tra Medioevo e modernità nasce dunque in Italia e questo ai fini specifici del tema affrontato è fondamentale perché ne va della connessione tra trascendenza ed immanenza e poi di quale immanenza si tratta di mettere in campo.

Gentile e Croce, a differenza di Hegel, di Neumann e di Weber, concepiscono l’Umanesimo italiano come ben più rivoluzionario della Riforma tedesca: il fondatore dell’attualismo, ad esempio, ritiene che per la prima volta nella storia, il pensiero pratico si scinde totalmente dalla trascendenza teologico-religiosa medioevale e gli umanisti, pur usando le armi del pensiero classico, aprono una nuova epoca dello Spirito: il regnum hominis, l’umanismo vero e proprio. L’Umanesimo gentiliano è però tutt’altra cosa da quello crociano. L’Umanesimo di Gentile si risolverà definitivamente, dal 1937 sino alla morte del filosofo siciliano, in Umanesimo del lavoro, un’altra forma di marxismo dunque, quella attualistica di Gentile, quello crociano, nel momento più alto del filosofare crociano, che a mio modesto avviso va dai primi anni del ‘900 ai primi anni Venti, si concretizza invece come Umanesimo storicistico che afferma la somma spiritualità dell’atto politico dello statista o dell’eroe.

Quella di Croce, come quella vichiana, è una filosofia assolutamente pratico-eroica. Lo spiritualismo più alto, storicamente causa di maggiori effetti morali, è dunque per Croce quello dello statista, del politico maestro di tattica o del guerriero che si sacrifica per l’ideale di Nazione o di Stato. La differenza è sostanziale.

G. Vico

Gentile teorizza da grande filosofo, creatore di una nuova filosofia che ha preso molto sul serio le Tesi su Feuerbach di Marx e di conseguenza pensa che missione del filosofo sia cambiare il mondo. Il marxismo per Gentile è una grande filosofia e dottrina, per nulla inferiore a quella idealista hegeliana, anzi una sua diretta, per quanto incoerente, emanazione. Per Croce, viceversa, la grandezza di Marx è storica, avendo saputo incarnare il motivo dello spirito del tempo come spirito proletario. Per Gentile, come per Marx e come mi pare di capire per l’autore dell’articolo analizzato, se il “fine è buono”, se l’idea è buona, eticamente, essa trionferà.

Di contro Croce, ammiratore di Sorel, del cui influsso mai si libererà, e di von Clausewitz, pensa che solo una élite politica possa cambiare la storia, incidere storicamente. Questa elite solamente può spiritualizzare e purificare la storia; mentre in Gentile, neo-mazziniano, il popolo è il Dio che si rivela nella comunità, per Croce la massa, se non vuole perire nell’individualismo astratto e nell’atomismo democraticistico, deve seguire l’elite politica-religiosa, l’élite che dispensa “virtù politica”. Ed inoltre, poiché un’idea politica si possa concretizzare esige una congiuntura storica propizia e un lavorio tattico intenso, freddo, poiché gli avversari puntano logicamente al fallimento del buon progetto storico-politico, che è buono o il migliore tra i tanti, poiché il più effettuale e realistico non perché il più ideale ed escatologico.

Croce non è dunque un rappresentante filosofico dell’homo sapiens, come sostiene erroneamente Del Noce riprendendo l’interpretazione gentiliana, è invece un teorico della filosofia delle Opere e lo spirito può vivere esclusivamente nell’azione storica. La realtà è tutto Spirito, nello storicismo assoluto, si invera perciò, nel divenire, la presenza immanentistica d’un momento economico nella vita spirituale. Storia come realtà originaria d’una pura Forza, che significa antagonismo assoluto sia all’empirismo sia all’illuminismo massonico-borghese (il più grande nemico del Croce politico, quest’ultimo, si ricorderanno le sue dure polemiche contro la “mentalità massonica”), al giusnaturalismo e al contrattualismo razionalistico; storia come campo di battaglia di interessi politici religiosi reali, che possono essere espressione di una saggia politica, ove predomina la categorizzazione spirituale dell’interesse e dell’utile, o di una cattiva politica, ove il momento economico sommerge tutto il resto.  L’humanitas crociana è tutta caratterizzata dal tentativo di affermare storicamente la prassi umanistica come Volontà spirituale in atto (politica pura). Scopo della filosofia pratica crociana non è dunque l’ “intelligere” (come dicono Gentile e, di seguito, Del Noce), ma è la salvezza dello Stato facitore di Grosse politik, come concreta opera storica, dalla democrazia parlamentaristica (l’oligarchia demagogica di paretiana memoria), che degrada sistematicamente la politica ad un astratto conflitto interno consacrato da una ideologia legalitaria costituzionale di radice giacobina, giusnaturalista e umanitaria.

Croce scrive a Douglas Ainslie il 22 ottobre 1917:

«Il Marx aveva tolto l’idea di potenza alla politica internazionale, e l’aveva trasportata alla lotta di classe. Criticando il marxismo, io restituii quella idea dalle classi alla grande politica di Stato».

Nel 1911 Croce dichiara la vittoria della sua filosofia politica storicista e spirituale sul materialismo marxista. Dunque Machiavelli. Dunque Vico. Ma che vuol dire allora autonomia della Politica? Che vuol dire che il Rinascimento rivoluzionario italiano apre il grande ciclo storico della pura humanitas? Vuol dire veramente che il Machiavelli crociano distrugga ogni concetto e pratica etiche dileguandole nella “Ragion di stato”? No affatto. Per quanto Croce ammiri Bismarck e la Realpolitik dello Stato di potenza prussiano, la meineckiana ragion di stato per lui non vuol dire nulla, considerandolo un residuo pseudopolitico di teologismo materialistico.

N. Machiavelli

Non si comprende la quintessenza della filosofia politica crociana se non si identifica virtù morale con virtù politica. La filosofia storicista assoluta incarna in ambito moderno la concezione del mondo di Machiavelli e quella di Vico. Per quest’ultimo, la politica, la forza, l’energia creatrice degli Stati diviene il momento per eccellenza dello Spirito e della storia, un eterno momento, il momento del certo al quale segue in eterno il momento del vero, della ragione tutta spiegata, della giustizia e della morale, dunque dell’eticità. Il simbolo machiavellico del Centauro si mostra inadeguato, alla luce dell’inconsapevole vichismo del Machiavelli e del non voluto machiavellismo del Vico: quella che sembrava la parte ferina e amorale dell’uomo si discopre così anche essa umana, la prima forma della volontà e dell’azione, premessa di tutte le altre. Così se il Machiavelli teorico dell’arte di Stato si fa mistico e religioso, il Vico fa l’apologia della “divinità” della forza; ed entrambi approvano nei popoli barbari una più vigorosa energia politica, onde generano, assai meglio dei popoli corrotti nella decadenza materialistica e utilitaristica (non più riformabili per Croce stesso), nuovi Stati e nuove civilizzazioni spirituali.

Dice Benedetto Croce che:

«la durezza e l’insidiosità, inevitabili nella politica e che il Machiavelli riconosceva e raccomandava pur provandone a volta ribrezzo morale, vengono spiegate dal Vico come parte del dramma dell’umanità, che in perpetuo si crea e si ricrea; e sono riguardate nel loro duplice aspetto di bene reale e male apparente, apparenza presa dal bene al lume del bene superiore, che dalle sue viscere stesse prorompe e si innalza».

 

Il pessimismo antropologico machiavelliano si integra, nella filosofia crociana, con l’ansia di purificazione che l’avanguardia di politici illuminati può impugnare. Non per il bene assoluto, sia chiaro, la diversità con Marx e Gentile è irreversibile. Il bene ed il buono, sul piano del realismo filosofico-politico crociano, come in Machiavelli, non possono egualmente esistere, il bene non appartiene al piano conflittuale del regno umano, i principi democratici-borghesi dell’89 francese – libertà, eguaglianza, fraternità – sono solo “alcinesche seduzioni”, grosse realtà passionali, è l’ideologia paretiana di una minoranza che si accordi con la massa, portandola dalla propria parte, che potrà se non altro, come male minore, arrestare il caos democratico e materialistico avanzante che corrompe i popoli nelle fondamenta ontologiche del vivere e morire. Croce, nei primi anni Venti, contro l’elite liberale saluta in Mussolini e nel movimento fascista l’avvento della salutare barbarie che rialzerà l’Italia ad una “Machtpolitik globale”. Nella Storia d’Italia, sebbene ormai ufficialmente antifascista, Croce continuerà a lodare Mussolini come grande politico decisionista che ha abbattuto il positivismo, il neoilluminismo e il contrattualismo, autorappresentandosi peraltro come l’artefice teorico del distacco di Mussolini dal socialismo materialistico al fascismo. Lo stesso Gentile, nel marzo 1925 scrive che i fascisti sono discendenti politici della filosofia crociana, massimamente antidemocratica, teorica dell’elite politica, paretiana, antiplutocratica.

G. Gentile

Del Noce, alla luce di tutto questo quadro, arriva alla conclusione del “suicidio della rivoluzione”. I punti storici ed ideologici più avanzati di questa “rivoluzione” delnociana sarebbero rappresentati dal fascismo da un lato, dal comunismo pratico-teorico gramsciano dall’altro. Il leninismo non sarebbe adeguatamente rivoluzionario, in quanto l’Italia degli anni Venti presenta le caratteristiche di un paese che sarebbe stato culturalmente e economicamente più sviluppato, liberaldemocratico, rispetto al semi-feudalesimo assolutistico russo. Il suicidio della rivoluzione sarebbe però lo scacco dell’immanentismo attualista gentiliano, secondo Del Noce ispiratore del clima teorico e ideale che produrrà il fascismo da una parte, il grande ciclo del comunismo storico novecentesco gramsciano dall’altra. Ma questa lettura è errata.

Sia scavando a fondo nel sorelismo fascista mussoliniano, sia nel comunismo gramsciano, troviamo la grande filosofia politica di Croce. Furono entrambi forme di teoria politica neo-machiavellica, declinata in senso soreliano ed elitista quella fascista, in senso democratico-giacobina (ben prima che marxista) quella gramsciana. In entrambi i casi, e ci si trova di fronte ad esempi storici concreti, vi fu la produzione effettiva di una strategia politica assolutamente etica; condivisibile o meno, ma di quello si trattava. Sia l’elite fascista, sia l’elite gramsciana neocomunista, figlie dello spirito politico realista crociano, dettero vita ad un preciso modello di civilizzazione.

A. Gramsci

Il problema odierno della sinistra dunque, sconfitta l’elite gramsciana già dai primi anni ’80 per motivi che non costituiscono ora materia di analisi, non è quello della mancanza del “buon fine” ma quello del vuoto tattico politico, solo elemento su cui avanza o può avanzare il buon fine.