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ANCHE VAROUFAKIS CONTRO I MINIBOT

[ giovedì 20 giugno 2019 ]


Ci mancava solo lui, Yanis Varoufakis. Sul sito inglese PROJECT SYNDACATE, con data 17 giugno, è apparso un suo articolo col quale si sferra contro i MiniBoT. Dice Varoufakis che 
Il sistema di pagamento parallelo da lui proposto nel 2015 
(e mai realizzato) avrebbe rafforzato la zona euro mentre, al contrario, i “mini-buoni del tesoro” previsti dal governo italiano porterebbero alla scomparsa della moneta unica.  Ovviamente il nostro, da super-europeista qual è, scongiura questa eventualità. Ma ascoltiamo cosa scrive, tenendo a mente le discussioni svolte  anni addietro sulla moneta fiscale (CCF) e le nostre critiche ai suoi sostenitori…

*  *  *

LA MONETA FISCALE PUÒ SOSTENERE L’EUROZONA O ROMPERLA

di Yanis Varoufakis

ATENE – È una sensazione curiosa vedere il tuo piano dispiegato per fare l’opposto di ciò che intendevi. E questa è la sensazione che ho avuto quando ho appreso che il governo italiano sta pianificando una variante della moneta fiscale che ho proposto per la Grecia nel 2015.

La mia idea era quella di creare un sistema di pagamento digitale basato sulle tasse per creare uno spazio fiscale nei paesi dell’eurozona che ne avevano bisogno, come la Grecia e l’Italia. Il piano italiano, al contrario, userebbe un sistema di pagamento parallelo per rompere l’eurozona.

Secondo la mia proposta, ogni numero di file fiscale, appartenente a persone fisiche o giuridiche, sarebbe stato automaticamente dotato di un Conto del Tesoro (CdT) e di un numero PIN con cui trasferire fondi da un TA o per restituirlo allo Stato.

Da una parte i CdT sarebbero stati scontati per pagare gli arretrati. I contribuenti in possesso di moneta dello stato avrebbero potuto optare per pagare una parte o tutti gli arretrati da pagare sul loro Conto del Tesoro immediatamente, invece di aspettare mesi per essere pagati. In questo modo, i crediti arretrati sarebbero stati eliminati in una volta, liberando così liquidità in tutta l’economia.

Supponiamo ad esempio che all’azienda A dev’essere corrisposto 1 milione di euro (1,1 milioni di dollari) da parte dello stato, mentre essa deve versare 30.000 euro a un dipendente e altri 500.000 alla società B. Supponiamo inoltre che il dipendente e la società B debbano rispettivamente 10.000 € e € 200.000 in tasse allo stato. Se 1 milione di euro è accreditato dallo stato all’Attività della società A, e la società A paga il dipendente e la società B tramite il sistema, quest’ultimo sarà in grado di saldare gli arretrati fiscali. Almeno 740.000 € di arretrati sarebbero eliminati in un colpo solo.

Gli individui o le imprese potrebbero anche acquisire crediti CdT acquistandoli direttamente, tramite il web-banking, dallo stato. Lo stato li ricompenserebbe offrendo agli acquirenti significativi sconti fiscali (un credito di € 1 acquistato oggi potrebbe estinguere le tasse, ad esempio, di 1,10 € all’anno). In sostanza, emergerebbe un nuovo mercato del debito pubblico non intermediato (senza intermediari), che consentirebbe allo Stato di prendere in prestito somme piccole, medie e grandi dal settore privato in cambio di sconti fiscali.

Quando ho discusso l’idea per la prima volta, i fermi difensori dello status quo hanno immediatamente messo in discussione la legalità del sistema proposto, sostenendo che violava i trattati che istituivano l’euro come unica moneta a corso legale. Il parere di un esperto che avevo ricevuto, tuttavia, ha indicato che il sistema passò le maglie della legalità. La tesoreria di uno stato membro dell’eurozona ha l’autorità di emettere strumenti di debito a proprio piacimento e di accettarli al posto delle tasse. È anche perfettamente legale per le entità private negoziare tra loro in qualsiasi segno che essi scelgono (per esempio, le miglia accumulate dai viaggiatori). La linea dell’illegalità sarebbe stata superata solo se il governo avrebbe costretto i venditori ad accettare i crediti digitali come pagamento — qualcosa che io non avevo mai pensato.

Una reazione completamente diversa alla mia proposta proveniva da coloro che volevano porre fine all’euro come moneta unica, ma non necessariamente come valuta comune. Un ex capo economista di una grande banca europea ha esaminato le mie proposte e le considerò uno schema per una valuta parallela che l’Italia, la Grecia e altri membri della zona euro in difficoltà avrebbero potuto usare per pagare stipendi e pensioni. Ho risposto che una valuta parallela era al contempo indesiderabile e inutile, in quanto porterebbe ad una forte svalutazione della nuova valuta nazionale, quella in cui la maggior parte delle persone sarebbe stata pagata, mentre i debiti pubblici e privati sarebbero rimasti denominati in euro. Sarebbe stata una ricetta per una serie di veloci insolvenze, portando inevitabilmente alla fine della zona euro.

Poi c’era chi sosteneva che l’annuncio di un qualsiasi sistema di pagamento parallelo avrebbe scatenato una corsa in banca e una fuga di capitali, spingendo così il paese di nascosto fuori dalla zona euro, indipendentemente dalle sue intenzioni. Questa congettura contiene una verità importante: il sistema di pagamento che ho proposto avrebbe ridotto i costi di un’uscita dall’euro aprendo un sentiero roccioso ma navigabile verso una nuova valuta nazionale.

In effetti, se il mio sistema parallelo, denominato in euro, fosse diventato operativo nel giugno 2015, quando la Banca Centrale Europea chiuse le banche della Grecia per ricattare la sua gente e il governo ad accettare il terzo prestito di salvataggio, sarebbero stati possibili due risultati. In primo luogo, le transazioni si sarebbero spostate massicciamente dal sistema bancario al nostro sistema di pagamento pubblico basato sul CdT, riducendo così in modo sostanziale la leva finanziaria della BCE. In secondo luogo, sarebbe stato chiaro che, con la semplice pressione di un pulsante, il governo avrebbe potuto convertire il nuovo sistema di pagamento denominato in euro in una nuova valuta.

Un tale sistema avrebbe innescato una ridenominazione dall’euro alla dracma? O avrebbe concesso una pausa alla troika dei creditori greci (la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la BCE), inducendoli a pensarci due volte prima di chiudere le banche greche e lanciare le loro minacce di una Grexit?

La risposta sarebbe dipesa dalla politica di entrambe le parti. In questo senso, il sistema di pagamento parallelo è neutrale: può essere usato per sostenere l’eurozona con la stessa efficacia con cui può essere schierato per farla scoppiare.

Nel nostro caso, l’idea era di mantenere la Grecia in modo sostenibile all’interno dell’eurozona usando il potere contrattuale supplementare offerto dal sistema di pagamento parallelo per negoziare la profonda ristrutturazione del debito necessaria per rilanciare la crescita economica e garantire la sostenibilità fiscale a lungo termine. Fino a quando i nostri creditori vedevano che i nostri costi di ridenominazione si abbassavano, mentre le nostre richieste di ristrutturazione del debito erano sensate, ci avrebbero pensato due volte prima di minacciarci con la Grexit. L’azione congiunta della BCE e del mio ministero avrebbero permesso al nuovo sistema parallelo di venir considerato un nuovo pilastro dell’euro, annullando così ogni panico finanziario. Ponendo fine all’idea popolare per cui euro uguale permanente, il sistema parallelo sarebbe diventato l’amico della moneta unica.

Questo ci porta in Italia. Esistono due differenze tecniche tra il sistema che ho progettato e i mini-buoni del tesoro (o MiniBoT) previsti in Italia. Innanzitutto, i MiniBoT saranno stampati su carta, cosa a cui mi sono opposto, per evitare un mercato grigio. La nostra offerta totale di crediti digitali sarebbe stata gestita da un libro mastro contabile, per garantire la piena trasparenza e prevenire la sovrapproduzione inflazionistica dei crediti. In secondo luogo, i MiniBoT saranno obbligazioni senza interessi, perpetue, senza sconti fiscali futuri.

Ma la vera differenza tra lo schema italiano e il mio rimane anzitutto politica. Il sistema di pagamento parallelo che ho proposto è stato progettato affinchè i costi di uscita dalla zona euro fossero minori e per creare nuovo spazio fiscale e aiutare a civilizzare l’unione monetaria. Il sistema italiano è il primo passo verso una valuta parallela con la quale portare alla fine della zona euro.

* Traduzione a cura della Redazione

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LE VERE PAURE DIETRO AI MINIBOT di Domenico Moro

[ giovedì 20 giugno 2019 ]

La vicenda dei minibot, che da giorni riempie pagine dei giornali e talk show, è rivelatrice della difficoltà a coniugare il rispetto delle regole Ue con investimenti e crescita della produzione. 


Malgrado l’Italia sia sempre additata come poco virtuosa nella gestione della finanza pubblica, negli ultimi 20 anni ha speso meno delle entrate (al netto degli interessi), realizzando surplus primari del bilancio statale, con la sola eccezione del 2009, anno di picco della crisi. Molto meglio non solo della Spagna e della Francia, ma persino della Germania. Non parliamo poi di Paesi al di fuori dell’area euro, come Usa, Regno Unito e Giappone, sempre con deficit primari molto alti. Il problema è che il raggiungimento del surplus primario ha contribuito a ridurre gli investimenti pubblici, la cui contrazione non ha permesso di compensare il calo degli investimenti privati, che risulta il più accentuato in Europa dall’inizio della crisi. A dispetto di questa situazione, la recente lettera della Commissione europea richiama l’Italia a una maggiore disciplina di bilancio, che, come si vede da un decennio, è foriera di recessione, specie quando, come accade oggi, il mercato estero e quindi le esportazioni, su cui ormai è orientata l’economia italiana, calano.

In questo contesto dominato dal Fiscal compact si inseriscono i minibot, che hanno già sollevato le proteste della Bce, attraverso Draghi, e dello stesso ministro dell’economia, Tria. Ma che cosa sono i minibot? Sono titoli di debito cioè buoni emessi dal Tesoro per finanziare il debito dello Stato. A differenza dei Bot normali, non hanno tasso d’interesse e sono senza scadenza. Potrebbero essere utilizzati per pagare servizi o beni legati in qualche modo allo Stato (tasse, benzina, biglietti dei treni, ecc.). In base alla proposta iniziale su cui hanno votato favorevolmente tutti i partiti (compresi Pd e +Europa, che poi hanno fatto un rapido passo all’indietro), i minibot sarebbe dovuti servire a saldare i debiti dello Stato: quelli verso le imprese, i crediti d’imposta pluriennale dei cittadini e i crediti Iva delle Pmi e dei professionisti.

In sostanza i minibot diventerebbero simili al contante. Se lo Stato li usasse per pagare tutto l’arretrato si immetterebbero 70/100 miliardi di euro in minibot, pareggiando l’attuale stock di denaro cartaceo in euro. In questo modo, secondo alcuni, si creerebbe una moneta parallela all’euro. In realtà quello che accadrebbe sarebbe un recupero surrettizio della capacità dello Stato nazionale di emettere moneta autonomamente e così facendo si monetizzerebbe, almeno in parte, il debito pubblico. La monetizzazione del debito consiste nel suo finanziamento non più soltanto mediante entrate fiscali o collocando titoli di stato sul mercato internazionale (con la conseguente possibilità di innalzamento dei tassi d’interesse), ma anche attraverso l’emissione di moneta da parte dello Stato.

Appare abbastanza evidente che si tratta di un aggiramento della struttura dei trattati e dell’euro, che aliena queste funzioni dallo Stato alla Bce. Sono queste le vere paure nascoste dietro la polemica sui minibot e per questo si sono levati subito gli scudi contro la proposta, sostenuta dalla Lega. Addirittura alcuni paventano che i minibot siano l’anticamera dell’uscita dall’euro. Una conclusione francamente azzardata, perché una vera uscita dall’euro comporta la ripresa del controllo statale su tutto il sistema monetario a partire dalla Banca d’Italia. I minibot proposti dalla Lega rappresentano una provocazione o tutt’al più un granello di sabbia teso non tanto a uscire dall’euro, quanto a rimettere in discussione i meccanismi europei, o, più precisamente, a ottenere sul piano negoziale condizioni migliori per alcuni settori del capitale e della borghesia italiana penalizzati dalla Ue e dalla concorrenza francese e tedesca. Oltre ovviamente a dare una boccata di ossigeno a alcuni dei settori sociali, Pmi e professionisti, che fanno parte del blocco sociale della Lega e che sono i primi a trovarsi in difficoltà con il rallentamento dell’economia. I minibot possono rappresentare una valida alternativa a un credito bancario che rimane asfittico, anche a causa delle regole europee, per le piccole e medie imprese che, a differenza delle grandi imprese multinazionali, non accedono ai mercati dei capitali internazionali.

In ogni caso, i minibot sono rivelatori di tre fatti:


* Fonte: Laboratorio



LIBRA SÌ MINIBOT NO?

[ mercoledì 19 giugno 2019 ]

Pierangelo Soldavini su IL SOLE 24 ORE di ieri, ci spiega le fantasmagoriche potenzialità di LIBRA, “la nuova moneta globale che facebook metterà in circolazione nel 2020”. 

«Facebook vuole creare un nuovo sistema finanziario globale che sfrutti la blockchain per creare un sistema che sia economico, efficiente, accessibile a tutti e proprio per questo inclusivo, per cercare di includere quella fetta di popolazione mondiale che è esclusa dai servizi bancari e dai servizi finanziari».

Avete capito bene: LIBRA, la moneta di facebook è un’opera caritatevole, con cui si va in soccorso dei poveri del pianeta. Niente di nuovo sotto il sole: ogni porcata capitalistica, affinché sia accettata, dev’essere cosmeticamente e ideologicamente mascherata come un’opera pia.

Chi voglia capire le tecnicalità di LIBRA può sbizzarsi leggendo questa scheda
Mentre, per svelare i misteri della Blockchain si legga attentamente quanto scrisse Bazaar su questo blog
LIBRA conferma l’enunciato di Bazaar: 

«La tecnica non è neutrale: nasce sociopoliticamente orientata per raggiungere gli obiettivi di chi ne finanzia lo sviluppo e la diffusione».

Torneremo sull’argomento. Qui serve sottolineare che mentre il mondo capitalistico italiano ed europeo tesse le lodi della moneta parallela globale che facebook si appresta a lanciare sul mercato — si parla di un affare di migliaia di miliardi l’anno —, esso scomunica e condanna come fosse una minaccia sciagurata i MiniBoT, e li condanna proprio perché potrebbero diventare una moneta parallela all’euro — leggere per credere la condanna della Confindustria.

Un paradosso? No, qui c’è la quint’essenza stessa del capitalismo casinò, o del neoliberismo iperfinanziarizzzato, e cioè: mentre viene considerato lecito che una multinazionale, in queso caso facebook, crei una sua propria moneta, è ritenuto illegale (Draghi docet) che uno Stato, ancora formalmente sovrano, possa fare altrettanto.

Quando l’ingiustizia è legge, violarla è un dovere. 
Lo tengano bene a mente Salvini e Di Maio


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MINIBOT SÌ MA SENZA ESAGERARE di Massimo D’Antoni

[ martedì 18 giugno 2019 ]

Volentieri pubblichiamo questo breve saggio, condivisibile nella sostanza, dell’economista e amico Massimo D’Antoni.
Come Massimo, anche noi riteniamo che i MiniBoT siano uno strumento necessario, a maggior ragione ove Unione e Bce volessero adottare con l’Italia la stessa garrota che usarono contro la Grecia. Sul tema dei MiniBoT abbiamo già scritto QUI, QUI e QUI. Di passata quindi ribadiamo che quanto da noi scritto: sarebbe un errore fatale decretare che i MiniBoT potranno essere accettati solo su”base volontaria”


*  *  *
È chiaro che la proposta dei minibot, che larga eco ha avuto in tutto il continente, ha a che vedere con la questione della posizione dell’Italia nell’euro, ma per affrontare il tema cerchiamo innanzi tutto di capire di che si tratta dal punto di vista economico e della finanza pubblica, perché non sempre le opinioni di commentatori più o meno esperti sono state precise e complete a riguardo. Ricapitoliamo dunque. Tra i crediti che i privati possono vantare verso la Pubblica Amministrazione figurano anche i cosiddetti crediti commerciali, che corrispondono a pagamenti non ancora effettuati, e spesso effettuati con molto ritardo, per prestazioni e fornitura allo Stato o (specialmente) agli Enti locali. Per la P.A. sono passività, cioè debiti, e il loro ammontare, non facile da determinare, è stimato tra i 50 e i 60 miliardi. La necessità di ridurre l’ammontare di tali debiti è riconducibile sia al rispetto della normativa comunitaria (l’Italia è stata deferita dalla Commissione alla Corte di giustizia della UE per i suoi ritardi sistematici), sia al fatto che pagamenti più regolari avrebbero effetti positivi sull’attività economica e sull’occupazione.
Partiamo dalla mozione approvata in Parlamento la scorsa settimana. Essa impegna il governo ad accelerare i pagamenti, prevedendo modalità quali la compensazione tra debiti e crediti nonché, qui il punto che ha suscitato tanto scalpore, “attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”.
Massimo D’Antoni

Potremmo descrivere l’idea nel seguente modo: invece di reperire le risorse necessarie sui mercati finanziari con l’emissione di titoli, i titoli verrebbero offerti direttamente ai creditori, su base volontaria (la “base volontaria” non è specificata nella mozione ma è stata ribadita più volte in sede di dibattito precedente il voto). Il creditore potrebbe accettare il titolo, in alternativa all’attesa del pagamento, perché disporrebbe di uno strumento più facilmente liquidabile, presso una banca o sul mercato finanziario.

La prima obiezione


La prima obiezione sollevata a questa soluzione è che essa determinerebbe un aumento del debito pubblico. È bene chiarire dunque alcuni aspetti della questione dal punto di vista della finanza pubblica. I crediti commerciali sono l’effetto di spese già impegnate dalla pubblica amministrazione, e quindi già contabilizzate in bilancio (e quindi già conteggiate ai fini del deficit di bilancio), ma per le quali le risorse di cassa necessarie alla liquidazione non sono state ancora reperite. Sono, per l’appunto, debiti ancora da saldare. Una precisazione importante è che, per effetto delle convenzioni contabili adottate a livello europeo, i crediti commerciali non sono conteggiati nel debito pubblico “ufficiale” valido ai fini del rispetto delle regole UE sul rapporto debito/PIL.
È dunque corretto affermare che l’operazione porterebbe a un aumento del debito pubblico. Va tuttavia detto che è difficile immaginare modi per accelerare i pagamenti dei crediti commerciali alle imprese che non abbiano questo effetto. Nel 2013-14, quando il livello di tali debiti/crediti era più alto di oggi, le risorse per i pagamenti furono reperite con l’emissione di titoli sui mercati finanziari. Ma anche altre modalità con le quali le imprese rispondono al mancato pagamento hanno effetti simili: anche quando un’impresa cede il proprio credito a un intermediario (es. una banca), trasformando il credito commerciale in un credito della banca verso lo Stato, l’effetto contabile è la creazione di debito pubblico “ufficiale”.
L’unico modo per ridurre l’ammontare di crediti commerciali senza creare nuovo debito pubblico potrebbe essere quello di usare risorse fiscali “fresche”; ma nemmeno in questo caso potremmo dire che l’operazione è senza conseguenze per la sostenibilità del debito, visto che quelle risorse, se non utilizzate per ridurre i crediti commerciali, avrebbero potuto contribuire a una riduzione dello stock di titoli pubblici.
Si può infine obiettare che, in fondo, una riduzione nei tempi di pagamento non sia necessaria, o che comunque non sia “prudente” in un momento nel quale siamo a rischio infrazione per il rispetto della regola sulla riduzione del debito. Si può cioè argomentare che, debito per debito, è meglio che sia verso le imprese fornitrici, perché in questo modo resta meno visibile e non compare nel calcolo del parametro debito/PIL. Si può, avendo presente che è anche per questa minore visibilità che si creano incentivi perversi a ritardare i pagamenti.

Moneta parallela?


Naturalmente quello del debito è solo un aspetto del problema. A destare allarme e a far parlare di “moneta parallela” è quella specificazione “di piccolo taglio” contenuta nella mozione. Non BOT ma mini-BOT, appunto. Vediamo meglio il ragionamento che ci sta dietro: se il taglio è piccolo, i titoli potrebbero, invece che essere liquidati sul mercato finanziario, magari con uno sconto che tenga conto della loro scadenza, essere utilizzati direttamente dalle imprese come mezzo di pagamento. L’impresa fornitrice dello Stato potrebbe cioè girare il minibot ricevuto direttamente ad altra impresa disponibile ad accettarlo, per estinguere un debito della prima verso la seconda o in cambio di beni o servizi. Il taglio ridotto potrebbe facilitare questa possibilità.
Insomma, il minibot potrebbe diventare liquido al punto di svolgere un ruolo analogo a quello della moneta. Uso il condizionale perché questo passaggio richiede che i soggetti, imprese e individui, accettino tale mezzo come pagamento, ne riconoscano il valore; c’è qui, come sempre nel caso della moneta, un elemento fiduciario: accetto una banconota perché so che quella banconota sarà accettata da altri. Nel caso della cartamoneta in senso proprio, tale elemento è rafforzato in modo decisivo dal fatto che ad essa sia dato dallo Stato corso legale, cioè che sia obbligatorio accettare la banconota per estinguere un debito.
Il presidente Draghi ha commentato la proposta dei minibot dicendo che essi “o sono moneta, e quindi illegali, o sono debito”. Sulla seconda parte della frase abbiamo già detto. Quanto alla possibile illegalità dell’operazione, va precisato che l’affermazione di Draghi è corretta solo se per moneta intendiamo moneta legale, legal tender. I Trattati UE (v. art. 128 TFUE) attribuiscono infatti al sistema delle Banche centrali il monopolio nell’emissione di banconote, unico legal tendernell’eurozona. Come abbiamo detto, questa possibilità sembra essere stata esclusa in questo caso.
Nulla impedirebbe tuttavia di utilizzare una forma di debito (questo sono i minibot, come abbiamo detto) come strumento di scambio e di riserva di valore, cioè come moneta in senso economico, senza che questo comporti alcuna violazione dei trattati. Per capire cosa si intenda per moneta senza corso legale, possiamo pensare al caso dei gettoni telefonici, un tempo usati tranquillamente in sostituzione delle monete, ai miniassegni degli anni Settanta, o anche ai buoni pasto, che vengono spesso accettati in pagamento come sostituto delle banconote; chi ha viaggiato in paesi ad economia meno sviluppata ha inoltre presente l’ampio utilizzo delle valute “forti” (come il dollaro o anche l’euro), che sono spesso accettate più volentieri della valuta locale pur non avendo in senso stretto corso legale.
L’accettazione dei minibot come forma di “moneta” potrebbe essere facilitato dalla possibilità di utilizzarli per il pagamento delle imposte o per l’estinzione di altri debiti verso lo Stato. La scommessa dei proponenti è che tale convertibilità immediata (l’on. Borghi in passato ha parlato anche della possibilità di utilizzarli per pagare la benzina presso certi distributori) possa garantirne l’accettazione alla pari, al loro valore nominale. In questo caso, l’effetto economico sarebbe né più né meno quello di una monetizzazione del debito: i minibot resterebbero in circolazione, sarebbero per così dire assorbiti nella liquidità, e lo Stato si sarebbe finanziato senza pagare interessi (e senza imporre un costo alle imprese disposte ad accettare questo strumento). Aumentare la liquidità, al fine di stimulare l’attività economica, è del resto l’obiettivo di tutte le proposte di “moneta fiscale” avanzate in questi anni.

Quali sono i rischi?

Che l’operazione funzioni nel modo descritto, cioè che i minibot vengano accettati come un sostituto delle banconote con corso legale, è un esito tutt’altro che scontato. Tuttavia, i rischi sembrano essere limitati finché l’accettazione dei minibot resta su base volontaria, ovvero finché ci muoviamo nel campo della legalità delle norme europee. In questo caso, l’insuccesso dei minibot consisterebbe nel fatto che le imprese li rifiutano come forma di estinzione del debito oppure li accettano ma li vanno immediatamente a “scontare” presso una banca; o ancora, qualora ci fosse questa possibilità, li utilizzano immediatamente per saldare il proprio debito fiscale verso lo Stato, senza troppi passaggi di mano. In questo caso, il risultato sarebbe analogo a quel che già accade o a quello che accadrebbe prevedendo una compensazione diretta crediti/debiti tra impresa e Stato.
Un’altra preoccupazione è che le imprese possano essere nei fatti obbligate ad accettare i minibot se l’emissione dei titoli diventasse per lo Stato una scusa per abbandonare altre forme di estinzione del debito.
Vi è infine il rischio derivante da un eccessivo successo dei minibot: secondo qualcuno, questo potrebbe determinare comportamenti irresponsabili del governo, che si troverebbe a disposizione un canale per monetizzare parte della propria spesa, aggirando nei fatti il controllo che la banca centrale a questa possibilità e determinando effetti inflazionistici. La possibilità di un tale successo è ovviamente tutta da verificare e contraddice la previsione che i minibot sarebbero “carta straccia” o “patacconi” di nessun valore, come tali rifiutati dal pubblico.
Ma veniamo al punto che ha suscitato tanto scalpore, cioè il rapporto tra emissione dei minibot e uscita dall’euro. Ci muoviamo qui su un terreno più incerto, dove dominano supposizioni spesso ai limiti della fanta-economia (sebbene giustificate da dichiarazioni passate di esponenti della Lega).
Il punto è che, nel caso di un successo nell’operazione minibot, l’Italia disporrebbe di un canale di creazione di moneta alternativo a quello dell’eurosistema. È vero che tale moneta non sarebbe legal tender, ma in caso di necessità ed emergenza potrebbe facilmente diventarlo; le rotative dell’Istituto Poligrafico sarebbero comunque già in funzione. Ecco dunque la soluzione a una delle obiezioni spesso avanzate da chi ritiene impossibile un’exit dall’euro, prevedendo che nell’immediato la prospettiva dell’uscita determinerebbe una corsa agli sportelli e quindi una crisi bancaria, stante la difficoltà di reperire la liquidità necessaria a soddisfare le richieste del pubblico. È qualcosa che si è del resto già visto in Grecia nell’estate 2015, quando, nel duro confronto con la Commissione, il governo Tsipras-Varoufakis fu alla fine costretto a capitolare proprio per la pressione esercitata dal prosciugamento della liquidità del sistema bancario.
In questo senso, anche senza volere per forza l’uscita, la possibilità di disporre di una liquidità alternativa a quella rappresentata dalle banconote potrebbe costituire un’arma molto forte in sede di negoziazione. Naturalmente, quest’arma ha un prezzo: come stiamo vedendo in questi giorni, è sufficiente parlarne in termini di mera ipotesi per scatenare speculazioni sull’intenzione dell’Italia di uscire.

Strumento precauzionale

Non voglio minimizzare eccessivamente, ma pensare che la presenza dei minibot possa aumentare la probabilità di uscita mi pare sopravvalutare di molto la portata di questo strumento (anche in considerazione del fatto che il grosso delle transazioni non avviene con circolante bensì su piattaforme elettroniche). Insomma, delle due l’una: o l’uscita dall’euro comporterebbe, come si ritiene, un costo elevatissimo, e allora non sarebbero i minibot a fare la differenza, oppure, se veramente i minibot fossero in grado di ridurre significativamente tale costo, dovremmo ammettere che l’uscita è qualcosa di molto più concreto e alla nostra portata di quanto non crediamo.
D’altra parte, se i minibot sono uno strumento precauzionale per tutelarsi nel caso di una crisi di liquidità che potrebbe essere determinata anche indipendentemente dalla volontà di uscire, vedere la loro preparazione come segnale di un’intenzione concreta è un po’ come accusare l’armatore del Titanic di voler andare a sbattere contro un iceberg perché ha installato sulla nave delle scialuppe. Le scialuppe/minibot possono essere interpretate indubbiamente come un segno della sfiducia nel fatto che il nostro Titanic/euro sia realmente inaffondabile/irreversibile, ma occorre prendere atto che a questa irreversibilità ormai non crede nessuno; non ci credono in primo luogo i mercati, che da anni assegnano alla possibilità di rottura dell’euro una probabilità positiva.
Il problema è capire se continuare a negare questo rischio, continuando a considerare impossibile e impensabile la fine dell’euro e rinunciando quindi anche a qualsiasi forma di precauzione di fronte a questa possibilità, sia realmente il modo migliore per affrontarlo. Compito del governo è rassicurare rispetto alle proprie reali intenzioni, ma anche evitare di trovarsi del tutto impreparati ed esposti se l’evento temuto dovesse, alla fine, verificarsi comunque.
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LA VERITÀ (CHE LI SPAVENTA) SUI MINIBOT di Piemme

[ giovedì 13 giugno 2019 ]

Martedì 28 maggio il Parlamento ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il governo a rendere possibile il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese creditrici con titoli di Stato di piccolo taglio, altrimenti denominati MiniBoT.

Contro i MiniBoT è giunta fulminea la scomunica di Draghi — «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità» — si sono scatenati contro, oltre a  Moody’s, non solo i suoi mastini di guerra — a cominciare daministro Tria con piddini, berluscones e giornalisti al seguito — ma pure comunisti presunti, gli improbabili economisti di Coniare Rivolta, e neofascisti in pectore come l’avvocato (del diavolo) Marco Mori.

Ma andiamo con ordine


Cosa sono infatti i Buoni ordinari del Tesoro (BoT)? Spiega il Mef

«Sono titoli a breve termine, ovvero con durata non superiore a un anno, privi di cedole; il rendimento infatti è dato tutto dallo scarto d’emissione». 

Detto in parole semplici: chi compra un BoT presta i suoi euro allo Stato in cambio di un titolo, ma non incasserà alla scadenza alcun interesse, otterrà un guadagno solo ove il valore d’emissione sia inferiore a quello nominale — può evidentemente accadere il contrario. Ogni anno lo Stato lancia dei BoT e li mette all’asta. Per la cronaca: l’ultima asta, che c’è stata proprio ieri (BoT con scadenza al 12 giugno 2020) ha avuto una domanda per quasi 10 miliardi di euro.

Un “MiniBoT” (salvo “sorprese”, che più avanti vedremo) è un BoT come gli altri, niente di più niente di meno. Il suffisso “mini” sta ad indicare, così recita la mozione parlamentare, che con la liquidità ottenuta lo Stato non va a finanziare il debito pubblico (in essere o futuro) ma ci rimborsa le aziende che per lo Stato hanno prestato dei servizi. Come mai una misura tanto modesta, del tutto lecita e tutt’altro che eversiva (non a caso votata, salvo patetici mea culpa successivi in modo bypartisan) sta suscitando tutto questo grande casino? 

Perché la posta è tutta politica, simbolico-politica: si tratta di stabilire se lo Stato italiano, privato da tempo della sua sovranità in merito alla politica monetaria ed economica, possa o no aggirare le stringenti norme che derivano dal “vincolo esterno” e dall’appartenenza all’eurozona. Lassù, ovvero dalle parti di Francoforte e Bruxelles temono che questo “aggiramento” posa diventare “raggiramento”, “imbroglio”; ovvero che questi MiniBoT possano diventare una moneta nazionale complementare all’euro.


Torniamo dunque al monito di Draghi: «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità». 

Draghi ha formalmente ragione, ma…


Sul piano formale non c’ alcun dubbio che Draghi ha ragione. Dalla sua ha il Trattato di Lisbona — Articolo 105  A che tratta della politica monetaria — che stabilisce in modo inequivocabile che soltanto la “BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità”.

E, sempre sul piano formale, non ha torto nemmeno sul fatto che l’emissione di MiniBoT per rimborsare aziende creditrici della Pubblica amministrazione —  quindi non solo lo Stato, ma regioni, comuni, ecc — sia ulteriore debito —secondo i calcoli più recenti sono circa 53 i miliardi che le amministrazioni pubbliche debbono al settore privato. Anche qui Draghi si appoggia alle regole ed ai criteri europei, precisamente ai Criteri di convergenza di Maastricht che stabiliscono una distinzione tra il “debito pubblico allargato” ed il “debito pubblico”. In base a questi criteri il “debito della pubblica amministrazione” è da considerarsi un aggregato più ampio rispetto al “debito pubblico”, ovvero del settore statale. Per “debito pubblico” si intende infatti solo l’ammontare dei mezzi finanziari per ogni periodo che il settore pubblico destina alla copertura del proprio fabbisogno. “Mezzi finanziari” sono appunto i titoli di stato. Mele e pere, dice Draghi, non si sommano: un conto sono i debiti verso il mercato finanziario, un altro quelli verso privati che hanno fornito servizi per la pubblica amministrazione. Per fare un esempio: com’è noto il Comune di Roma ha un debito monstre di circa 12 miliardi. Nel “Decreto crescita” il governo se lo è caricato sulle spalle, ricorrendo quindi all’emissioni di titoli di stato. Va da sé che se invece avesse lasciato andare il Comune in default (come alcuni liberisti han chiesto), quei 12 miliardi non sarebbero diventati “debito pubblico”.

Quindi sì, se io trasformo crediti del settore privato verso la pubblica amministrazione in titoli, formalmente essi costituiscono “debito aggiuntivo”. Ed è anche vero, come spiega causticamente Massimo Famularo su Il Sole 24 Ore dell’altro ieri, che non si tratta di una procedimento di mera cartolarizzazione, che in effetti è un diverso dispositivo rispetto alla trasformazione di debito in obbligazioni di stato.

… Occorre badare al nocciolo della questione


Ma andiamo al nocciolo, evitando di restare impigliati in formalismi e/o diavolerie finanziarie — come già affermato dal Comitato centrale di P101, i debiti dell’amministrazione pubblica restano pur sempre debiti, anche ove non siano trasformati in titoli. La guerra dichiarata ai MiniBoT non è per questioni formali ma sostanziali. Il fatto è che tra le pieghe della mozione parlamentare c’è una frase sibillina che allude a quello che lorsignori temono potrebbe accadere, ovvero che i MiniBoT diventino una moneta parallela all’euro. Recita testualmente la mozione approvata (segnaliamo la frase che mette in allarma lorsignori):

«Premesso che la legge di bilancio 2019 ha previsto un meccanismo di anticipazione di tesoreria per gli enti locali e le regioni, con il coinvolgimento di banche, intermediari finanziari, Cassa depositi e prestiti S.p.a. e le istituzioni finanziarie dell’Unione europea, volto proprio all’ulteriore smaltimento dei debiti maturati alla data del 31 dicembre 2018,impegna il Governo:a dare ulteriore seguito al processo di accelerazione del pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni, come evidenziato in premessa, anche valutando di assumere iniziative per l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, implementando l’applicazione di tutte le misure adottate nella legge di bilancio 2019, relative anche alle anticipazioni di tesoreria, per garantire il rispetto dei tempi di pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ed uscire, così, dalla procedura d’infrazione che la Commissione europea ha avviato contro l’Italia sull’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento».

Qui si dice dunque che “oltre alla cartolarizzazione”, per saldare i debiti della pubblica amministrazione potranno essere utilizzati ed emessi anche “titoli di Stato di piccolo taglio”, i MiniboT appunto.

Lorsignori ritengono dunque che questa mossa dei MiniboT sia uno stratagemma per prepararsi all’uscita dall’euro, una tessera quindi di un disegno eversivo, altrimenti detto “Piano B”. Ecco quel ha scritto Andrea Boda su IL SOLE 24 ORE del 31 maggio subito dopo l’approvazione della mozione parlamentare (consigliamo di leggere per intero il suo allarmato articolo):

«Negli ultimi giorni, probabilmente corroborata dal successo elettorale alle europee, la Lega sembra aver fatto uno scatto nel progetto mai troppo nascosto di uscita dell’Italia dall’euro (o quantomeno di minaccia dell’uscita) attraverso un “piano B” che spesso sembra essere a tutti gli effetti un “piano A” che prevede una serie di mosse che finiscono per creare le condizioni per un irreversibile sentiero di uscita dal sistema monetario unico, visto da alcuni come una gabbia che non consente al paese di crescere».

Quindi, andando al succo che preoccupa gli euristi, aggiunge:

«Si tratta, in sostanza, dell’autorizzazione a procedere all’emissione di “MiniBOT”: di fatto banconote del Tesoro di piccolo taglio (in euro) sotto forma di titoli al portatore che sarebbero garantiti dalle entrate fiscali. “BoT” è l’abbreviazione di un buono del tesoro italiano, e la piccola denominazione li rende mini. I BoT convenzionali sono titoli elettronici di libri contabili, ma i mini-BoT verrebbero stampati, secondo quanto riferito, utilizzando le presse dei biglietti della lotteria statale, e i progetti sarebbero già stati selezionati».

Ciò che li spaventa non è tanto il fatto che il governo metta in circolazione dei MiniBoT per saldare i debiti della pubblica amministrazione, quanto invece che essi possano diventare una moneta parallela (quindi adoperata accanto all’euro come mezzo di scambio e di pagamento) in vista di un “piano B” di uscita dall’euro.

Il nostro, dopo aver segnalato che “il voto unanime della mozione renderà più complicato anche per il Quirinale opporsi ai prossimi passi del governo“, citando quanto ha dichiarato recentemente da Salvini, fa uno più uno, e teme che il governo abbia in effetti un “piano B” che tra le altre misure preveda:

«…di trasformare parte dei saldi di conti correnti privati in MiniBoT a pari importo *nominale* (per poter asserire di non aver fatto alcuna “patrimoniale”, che è un provvedimento a costo politico molto elevato) cercando, con la più ampia diffusione possibile, di rendere “liquido” il MiniBoT riducendo al massimo la possibilità che si svaluti rispetto al nominale e generando quindi una mossa descrivibile (populisticamente) come “a impatto zero”».

Ciò che lorsignori scongiurano, noi auspichiamo


E’ fin troppo noto che c’è nel Paese una massa enorme di liquidità che giace intrappolata e ristagna nella sfera bancaria, sarebbe non solo lecito ma necessario che il governo adotti ogni necessaria misura per mobilitarla. Il problema, delle due l’una, è che questa mobilitazione può avere due scopi diversi e opposti: può essere utilizzata per andare incontro all’eurocrazia, ovvero ridurre debito e deficit, oppure messa in circolazione per spezzare la spirale austeritaria, creare lavoro per dare una scossa potante al ciclo economico. E’ la seconda via che l’Unione europea non può tollerare in quanto aumenterebbe debito e deficit, ed è per impedirlo che ha preventivamente lanciato il siluro della “procedura d’infrazione”.

Vedremo nei prossimi mesi, in vista della legge di bilancio 2020, se il governo, come ci auguriamo, vorrà fare il bene del Paese, o se invece, tenterà di barcamenarsi dando una botta al cerchio e una alla botte. Se vorrà fare il bene del Paese, forte del consenso di cui gode ed anche della mozione parlamentare, tra le altre cose, emetterà i MiniBoT e aumenterà la spesa pubblica in deficit.

Per concludere: ciò che gli euristi scongiurano noi invece auspichiamo. Come ha dichiarato il Comitato centrale di P101:

«Se i Minibot funzionassero, e noi siamo convinti che funzionerebbero, essi potrebbero infatti trasformarsi all’occorrenza (ad esempio di fronte ad una restrizione di liquidità della Bce per piegare il governo italiano) in una vera e propria moneta parallela, normale mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali. Uno strumento dunque utilissimo per far uscire l’Italia dalla prigione della moneta unica. Proprio per questo, come Programma 101, vediamo con grande favore l’emissione dei Minibot: un primo passo verso la liberazione dalla gabbia eurista».

Non siamo sicuri che i “tuttosubisti” che frignano e sbraitano da ogni lato che questa dei MiniBoT sarebbe poco più di una pagliacciata si chiederanno a questo punto come mai l’eurocrazia ed i suoi vessilliferi contro i MiniBoT stanno sparando a palle incatenate. Sparano non solo perché temono questo atto sovrano di disobbedienza, lo fanno perché sanno che non sarà facile, né sul piano politico né su quello giuridico, impedire l’eventuale atto sovrano del governo giallo-verde.

NB

Marx diceva della merce che era “cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici”. Ciò vale a maggior ragione per la moneta. Non è questa la sede per addentrarci nella stratosfera metafisca del denaro e delle sue variopinte forme e metamorfosi. Basti dire che anche a Francoforte sanno bene, parlando di moneta, cosa siano gli “aggregati monetari”; che cioè possono valere, come mezzi di intermediazione e di scambio, non solo le banconote che essi monopolisticamente creano dal nulla (M1 o liquidità primaria), ma pure gli strumenti finanziari della cosiddetta “liquidità secondaria” (M2 ed M3), e tra questi anche i Buoni ordinari del Tesoro, così come tutte le obbligazione statali emesse con una durata inferiore ai due anni. Leggere per credere la definizioni di moneta del SEBC (Sistema Europeo della Banche Centrali).


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LE BANCHE, LO STATO, IL MERCATO di Antonio Martino


[ 1 marzo 2019 ]

In questa sede non si vuole analizzare il problema economico- ormai acclarato e da altri e ben più competenti in materia sviscerato nei dettagli-, bensì si cerca di evidenziare un’alternativa di struttura che possa evitare a quello che fu uno dei pilastri della crescita italiana la fine comatosa e la svendita assoluta.

Una breve panoramica storica per inquadrare nella giusta prospettiva l’analisi.


Autorizzato ad operare sia nel breve (esercizio del credito) che nel medio-lungo periodo (attività finanziarie e di investimento);

Autorizzato a svolgere attività in due modi: mediante servizio del credito e mediante concessione di quote partecipative nelle imprese.

Ci interessa evidenziare la commistione tra capitale industriale- sempre caratterizzato in Italia da asfissia di liquidità azionaria- e quello bancario, creato per l’appunto allo scopo di garantire flussi di cassa e immobilizzi alla grande industria nascente.




Il governo fascista affida la risoluzione del problema a un gruppo di tecnici raccolti attorno alla figura di Alberto Beneduce, tra i quali ruolo decisivo avrà Donato Menichella. Questa “covata”, si badi bene, lascia del tutto fuori dal progetto di riforma Banca d’Italia e la sua burocrazia, con il pieno avallo di Mussolini e del Ministro delle finanze Jung. Con tre distinte convenzioni la triade comit-credit-banco di roma cedono allo stato il capitale azionario e relative partecipazioni industriali: in sostanza, pur rimanendo società di diritto privato esse vengono “irizzate” e sottoposte al controllo dello stato.

Il risultato normativo è il R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375. “Disposizioni per la difesa del risparmio e per la disciplina della funzione creditizia.”, basato su un lungo lavoro di preparazione che ci permette di cogliere appieno la mutata finalità della banca nell’economia italiana. Citiamo per evidenziare il cambio di passo una relazione interna all’IRI:

è la raccolta di una enorme massa di cittadini a favore di determinate categorie di attività economica: nessun diritto individuale può giustificare in questo campo la assoluta libertà.”

Il punto dirimente viene affrontato subito dopo: Funzione preminente dello Stato è oggi dirigere e indirizzare lo sviluppo economico del Paese (…) i capitali monetari non applicati direttamente al lavoro e non sottoposti al rischio produttivo devono rendere meno. Ne conseguirà una spinta all’applicazione diretta alle produzioni, ossia una espansione dell’attività di lavoro.” (da La legge bancaria. A cura di Mario Porzio, Il Mulino 1981, pag. 321).



Pur essendo all’apogeo del regime fascista, il trait d’union con la concezione pubblicistica del credito e del risparmio espressa in Costituzione è evidente, così come cruciale risulta l’affermazione circa la eutanasia della rendita a mezzo diminuzione del tasso di interesse. Con questo passaggio l’Italia si dota di un sistema creditizio in grandissima parte pubblico, incardinato come segue:

        banche d’interesse nazionale (Comit, Credit, Banco di Roma): società per azioni, detenute dall’IRI;

        istituto di credito di diritto pubblico (banco di Napoli, di Sicilia, di Sardegna, Monte dei Paschi, San Paolo, BNL): controllati direttamente dal Tesoro;

        casse di risparmio: controllate dal Tesoro;

        aziende di credito: possono essere private, come la Banca Nazionale dell’Agricoltura;

A queste si accompagnano le banche popolari e i monti di pegno, gli “istituti Beneduce” (Crediop, ICIPU), il risparmio postale gestito da Cdp. Sugli istituti di credito a medio termine (il più importante sarà Mediobanca, seguito dal Medio credito centrale e altri) non ci dilunghiamo in questa sede.



I vantaggi di avere la piena disponibilità del sistema creditizio per uno Stato che vuole intervenire


In questo senso, tutta la Prima Repubblica è dominata dalla banca pubblica. Il capitale finanziario è sottoposto a una forte repressione, essendo il mercato borsistico quasi inesistente, mentre il risparmio popolare è intercettato in larga parte dall’amministrazione postale e dalle casse di risparmio. Volente o nolente, il miglior impiego della rendita diviene l’attività produttiva, con i riflessi positivi del caso e confermando quanto voluto in sede di riforma da Menichella e soci.


Naturalmente, doveva venire l’Europa a scardinare tutto.



Con quello della legge bancaria:

Da qui in poi il combinato disposto tra ingerenza comunitaria, insipienza della classe politica nazionale, crisi della Prima Repubblica, caos monetario del 1992, apriranno la strada al disastroso processo di privatizzazione.


 territorio (banco di Sicilia, banco di Napoli), la progressiva dispersione di esperienze peculiari sula via del capitale estero (BNL), la fine ingloriosa (MPS). Le casse di risparmio finiranno inglobate in processi di fusione tendenti a distruggere la radicazione territoriale e il legame fondante con le realtà di riferimento: su tutti, domineranno le fondazioni bancarie, creazioni incomplete e oggetto di numerose controversie.

La tabula rasa diviene completa con la dismissione del patrimonio IRI e la privatizzazione delle tre b.i.n., tra il 1994 e il 1995, a quotazioni largamente inferiori al valore di mercato. Ricordiamo che in Germania non fu affatto necessario privarsi del sistema creditizio pubblico per entrare nell’euro, così come il processo di concentrazione delle banche francesi non ha visto intromissioni estere.

La grande ipocrisia del liberismo ha così permesso la distruzione del patrimonio bancario pubblico in nome di una concorrenza mai vista, considerato il grado di concentrazione oligopolistica del mercato italiano, retto da due colossi, e impoveritosi in maniera impressionante di presenza nel territorio a favore di una progressiva e inarrestabile “commercializzazione” dell’attività: dalla banca di diritto pubblico alla banca-assicurazione il passo è stato breve e brutale.

Inutile poi ribadire le conseguenze dell’euro e della crisi del 2008 su un sistema oramai basato su spa private più attente all’estrazione del valore che al servizio alla clientela. In cinque anni sono falliti più istituti che nei cinquant’anni precedenti: basta (e avanza) per capire la traiettoria.


La carrellata storica, incompleta e parziale, serviva a mostrare come in un passato non troppo lontano è esistita un’alternativa pubblica- efficace ed efficiente- che ha tutelato meglio e più a lungo il risparmio e i risparmiatori. I fatti degli ultimi anni evidenziano come il potere delle banche- capitale finanziario- è tale in un’economia liberale che per forza di cose influenza l’andamento del governo e dell’economia ben più a fondo dei partiti e delle istituzioni democratiche. La questione, in sostanza, è tra stato banchiere e banchieri-stato, cioè tra il controllo pubblico del credito e dominio privato dei banksters sulla repubblica.



Pertanto il ritorno al controllo pubblico del credito è un’esigenza profonda, oggettiva, irreversibile se si vuole davvero ripristinare un minimo di legalità costituzionale in Italia. Per dirla con Lenin,

significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino” con parole pompose e promesse magniloquenti che si è deciso in anticipo di non mantenere».”


* Fonte: Orizzonte48



SEDUTI SULLA BOMBA TEDESCA

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[ 17 dicembre 2018 ]

Un grafico si aggira per l’Europa: sovrappone l’andamento delle azioni della Deutsche Bank all’andamento delle azioni della Lehman Brothers, prima del fallimento. I due grafici sono identici.

Deutsche Bank come Lehman Brothers. Identico andamento azioni. Grafico crack

di Antonio Amorosi




EUROEXIT: GLI SCOGLI DA SUPERARE di R.Lambert e S. Leder

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[ 14 novembre 2018 ]

descritte e auspicate da Programma 101. Tra gli economisti citati nell’articolo c’è Jacques Nikonoff, segretario nazionale di PARDEM (organizzazione sorella di Programma 101).

*  *  *
SE UN GOVERNO VOLESSE DAVVERO CAMBIARE LE COSE…
  di Renaud Lambert e Sylvain  Leder

Lo scenario di un braccio di ferro con i mercati
Dopo un primo articolo che analizzava il controllo della finanza sugli Stati (“L’investitore non vota”, le Monde Diplomatique del luglio 2018), questa seconda puntata si interessa alla maniera di resistervi. 

Nel dicembre 1997, l’allora direttore de Le Monde diplomatique Ignacio Ramonet lanciava l’appello a “disarmare i mercati”. A distanza di quasi ventuno anni, l’antagonismo tra finanza e sovranità popolare non è scomparso, come testimoniano le recenti convulsioni italiane, turche e argentine (1). Al di là delle proposte formulate nel 1997, rimane aperta una questione: come andare avanti? Se si sceglie di non rispondere, ci si espone a due minacce: la sindrome di Edipo e lo spettro di Medusa.


Nella mitologia greca, Edipo incarna un’illusione: quella di poter sfuggire al proprio destino. Quando la Pizia gli annuncia che ucciderà suo padre e sposerà sua madre, l’eroe fugge da Corinto, accelerando in tal modo l’avverarsi della profezia. Da tempo gli economisti di sinistra avvertivano: quando e se il loro campo politico fosse arrivato al potere e avesse preteso di attuare il proprio programma, la “dittatura dei mercati” lo avrebbe messo meccanicamente di fronte alla necessità di uno scontro. Tentare di ignorare questa realtà o spostare la riflessione sulle sue conseguenze – per non allarmare i mercati, per esempio – è l’equivalente contemporaneo della fuga edipica. Accelera la tragedia, come ha evidenziato, nel 2015, l’improvvisa capitolazione della formazione greca Syriza.

C’è un secondo scoglio, simboleggiato da un altro personaggio della mitologia greca: Medusa, che pietrificava chiunque avesse l’audacia di incrociarne lo sguardo. Diverse organizzazioni politiche e associazioni dispiegano preziose analisi per descrivere la Gorgone finanziaria. Ma al momento di immaginare un metodo per sconfiggerla, tutti sembrano colti da imbarazzo. Un recente saggio dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’azione cittadina (Attac) intitolato Dix ans après la crise, prenons le contrôle de la finance (Dieci anni dopo la crisi, assumiamo il controllo della finanza, Les liens qui libèrent, 2018), che si presenta come un “libro per l’azione”, spiega nei dettagli come la finanza abbia preso in ostaggio il mondo al momento del crollo dei mercati, nel 2008. Ma quando si arriva alla parte dedicata alle azioni da intraprendere per scardinare il sistema, gli autori lasciano cadere lo scalpello per far posto a una sorta di polvere di stelle: “Sogniamo un po’”, propongono, prima di tratteggiare la loro “utopia rea-listica”… in forma passiva: “Il peso degli investitori istituzionali viene ridotto”, “gli hedge funds sono vietati”, “la strategia di breve termine dei mercati finanziari viene abbandonata ”, “viene attuata una ristrutturazione dei debiti nel quadro di una conferenza internazionale sul debito”. Medusa minaccia; Medusa è morta. Chi l’ha uccisa e come? Al lettore non è dato saperlo.

E se Edipo non fuggisse? Se la sinistra osasse fissare il proprio sguardo in quello dell’avversario? Ci si potrebbe rivolgere alla storia per meditare su vittorie ottenute, in passato, contro i mercati; ce ne sono state. Ma il passato, pur fornendo ragioni di speranza, non dà ricette adatte allo stato attuale dei rapporti di forza. Gli investitori sembrano aver moltiplicato per dieci la propria capacità di nuocere a ogni crisi che hanno provocato. E questo, a proposito dei successi di ieri, suscita la domanda: ciò che è stato possibile, continua a esserlo?
 
Il simbolo del Coordinamento internazionale No euro

Un contesto politico ideale
Scegliamo qui un esercizio di immaginazione, che permette di isolare le variabili per concentrare il ragionamento sul conflitto con i mercati. Tratteggiamo un contesto politico ideale. Per esempio il seguente.
A causa di una crisi di grande portata, il paesaggio politico francese vacilla. La popolazione vuole voltare pagina rispetto al neoliberismo; elegge una persona determinata a farlo e le garantisce una comoda maggioranza in Parlamento. La squadra di governo può contare su una formazione politica matura, con quadri competenti e in numero sufficiente per poter sostituire gli alti funzionari recalcitranti al cambiamento. Nelle strade, la mobilitazione popolare, massiccia e festosa, fa da argine contro le manovre della reazione. I media privati, screditati, non riescono a giocare un ruolo di opposizione: la loro animosità nei confronti del potere conforta la determinazione della popolazione. Polizia ed esercito, dal canto loro, si attengono a un criterio di legalità, che scongiura la prospettiva di un colpo di Stato.

Un’atmosfera da cartolina, quando normalmente la realtà registra una lotta all’ultimo coltello? Certo. Eppure, malgrado questo scenario idilliaco (2), le forze progressiste dovranno impegnarsi in un conflitto di rara violenza. Infatti, la semplice volontà di mantenere le promesse elettorali equivale già a una dichiarazione di guerra: “Un leader progressista che si mostrasse determinato scatenerebbe immediatamente la reazione ostile dei mercati, e più in generale di tutte le forze del capitale, analizza l’economista e filosofo Frédéric Lordon. Reazione che lo costringerebbe a partire in quarta, in una escalation foriera di misure molto radicali, a meno di “capitolare””. La battaglia contro i mercati ha un costo – lo si vedrà in seguito – , ma rende possibili le trasformazioni in precedenza interdette dall’oligarchia finanziaria: fine della precarietà, della corsa alla produttività, dello sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, del consumo frenetico, del cocktail quotidiano di stress e sostanze psicotrope, delle diseguaglianze abissali… “Si tratta di misurare bene, precisa Lordon, il livello di ostilità al quale ci si espone, e di capire che una volta lanciati non ci si può fermare. Non sono possibili approcci gradualisti.

Per portare avanti questo esercizio di simulazione, ci affidiamo a tre muse poco disposte alla cautela in tempo di tempesta: Frédéric Lordon, che abbiamo appena presentato; Jacques Nikonoff, professore associato all’Istituto di studi europei dell’università Paris VIII, ex allievo dell’École nationale d’administration (Ena), già rappresentante della Caisse des dépôts et consignations (Cassa depositi e prestiti) negli Stati uniti e attaché finanziario per il Tesoro a New York; e Dominique Plihon, professore di economia finanziaria all’università Paris-XIII (3).

Le elezioni presidenziali e legislative hanno provocato la reazione dei mercati: lo spread (4) francese sale e gli investitori disertano i titoli della Francia. I grandi patrimoni, allarmati dalla promessa di Parigi di farla finita con l’ordine neoliberista, cercano di portar via una parte delle loro fortune. L’abbandono degli investitori e la fuga dei capitali si ripercuotono sulla bilancia dei pagamenti, mettendo in pericolo la solvibilità dello Stato.
A quel punto entra in scena l’Unione europea. Sul piano politico, la Commissione europea moltiplica le dichiarazioni che ricordano quella del suo presidente Jean-Claude Juncker nel 2015: “Non ci possono essere scelte democratiche contro i trattati europei ” (Le Figaro, 29 gennaio 2015). L’ordine di battere in ritirata è accompagnato da minacce di sanzioni per il mancato rispetto dei criteri di “buona condotta” fissati dal patto di stabilità e di crescita europeo adottato nel 1997: un deficit pubblico inferiore al 3% del prodotto interno lordo (Pil) e un livello di indebitamento che non superi il 60% del Pil. Siccome la Francia non è la Grecia, presto la crisi arriva a minacciare l’insieme dei paesi dell’eurozona. La situazione diventa praticamente insostenibile.
A questo punto, la Francia assomiglia a un colabrodo: gli euro escono dal territorio da ogni possibile apertura. In un regime di libera circolazione dei capitali (garantita dai trattati europei), le possibilità di fuga sono numerose. Tre, in particolare, richiedono una reazione più rapida di quella autorizzata dal ritmo normale delle procedure legislative: occorrerà dunque procedere a colpi di decreti.
In primo luogo la hot money, gli investimenti speculativi a breve termine. Capitali che svolazzano da un’occasione di investimento all’altra. Spaventati dall’orientamento politico di Parigi, fuggono dal territorio francese alla velocità dell’elettronica ed esauriscono le riserve in valuta del paese. Soluzione? “Un sistema detto “deposito”, come quello utilizzato dalla Malaysia durante la crisi del 1997-1998”, propone Lordon. Lo strumento impone ai capitali in ingresso o già presenti sul territorio dello Stato un deposito di garanzia (dell’ordine di un terzo) che viene restituito solo a certe condizioni: un tempo minimo di presenza sul territorio (per esempio, un anno, contro le poche decine di minuti – in media – di oggi), il che limita le attività speculative senza ostacolare investimenti produttivi, esportazioni e importazioni.
Secondo vettore di fuga dei capitali: le frontiere. I patrimoni dei più ricchi le valicano in modo massiccio. C’è un modo per trattenerli: fa parte della scatola degli attrezzi per il controllo dei capitali, che solo a evocarla provoca crisi di apoplessia in certe redazioni. Eppure, “questi meccanismi furono utilizzati in Francia fra il 1939 e il 1967, e poi fra il 1968 e il 1989”, ricorda Nikonoff.  È successo anche in Argentina durante la crisi del 2001. Si tratta di reintrodurre il contingentamento: la regola, semplice, limita le somme che i privati possono ritirare agli sportelli della loro banca. E disciplina anche le richieste di valuta da parte delle imprese e delle famiglie in funzione del loro utilizzo futuro.
Il terzo elemento che minaccia di rovinare l’economia francese si riferisce al debito. “La prima cosa da fare è annunciare una moratoria sul pagamento del debito”, pensa Nikonoff. “Questo offre l’occasione di lanciare un audit presso i cittadini, simile a quello organizzato dal Collectif pour un audit citoyen de la dette publique [Cac, Collettivo per un audit popolare del debito pubblico] nel 2014, aggiunge Plihon. L’assemblea, formata da cittadini, eletti, rappresentanti della società, dimostra che l’esplosione del debito, passato dal 60% al 100% del Pil fra il 2008 e il 2018, deriva in gran parte dalla crisi finanziaria. Si stabilisce dunque che una parte importante del debito non è legittima. In altre parole, i cittadini del paese non devono rimborsarla. ” Nel 2014, le analisi del Cac avevano stimato che il 59% dell’ammontare attuale del debito non doveva essere rimborsato.
A questo punto l’esercizio di immaginazione si complica: “Una moratoria sul debito francese, superiore ai 2.000 miliardi di euro, provocherebbe immediatamente una crisi sistemica importante, avverte Lordon, pur senza consigliare di rinunciarvi. Tutti gli investitori internazionali (e nazionali) esposti al rischio sovrano francese ne sarebbero destabilizzati. Sarebbe il panico a tutti i livelli, e diverse banche crollerebbero”. Che fare allora in queste condizioni? L’economista indica almeno due strade: “Avvertire abbastanza tempestivamente che la Francia onorerà gli impegni presso i suoi creditori, a delle condizioni che fisserà in modo sovrano e senza contrattare nuovi debiti sui mercati. Oppure lasciare arrivare il caos e approfittarne: raccattando con il cucchiaio le banche fallite, per… 0 euro”.
In uno scenario di scontro con i mercati, quest’opzione consente di organizzare la transizione verso un sistema socialista del credito. “La cosa più importante, continua Nikonoff, è che, d’improvviso, il rapporto di forze è stato invertito: non è più lo Stato a subire la pressione degli investitori, ma il contrario. E a quel punto il primo è in grado di creare incertezza nel campo dei secondi, dividendoli – è un punto cruciale, per evitare l’emergere di un fronte unito.” In che modo? “Annunciando, ad esempio, che alcuni attori verranno rimborsati e altri no. E sulla base di tassi la cui entità il potere politico si riserva di decidere…
“Ci vuole un po’ di ruvidezza”

Una volta tappato il colabrodo francese gli euro non escono più; ma nemmeno entrano, perché gli investitori non hanno intenzione di investire in un paese che non potrebbero più lasciare. La moratoria ha offerto un margine di manovra finanziaria a Parigi, ma questa non basta a colmare il deficit primario del paese (lo scarto fra le entrate e le spese della pubblica amministrazione). Nel 2017, le somme destinate al pagamento degli interessi sul debito ammontavano a 42 miliardi di euro: il disavanzo primario, a ulteriori 15 miliardi. Occorre dunque trovare le liquidità necessarie a pagare i funzionari, far funzionare le scuole ecc. In altri termini, allentare il cappio dei mercati “implica immaginare un modo di finanziamento dello Stato che non passi più per i mercati stessi, riassume Lordon. Sembra una logica elementare… visto che si cerca appunto di liberarsene”.
In un primo momento, Parigi può rivolgersi alla Banca centrale europea [Bce] per chiederle di comprare titoli del debito”, suggerisce Plihon. Tentativo vano: come previsto, Francoforte respinge la richiesta, contraria allo statuto dell’istituzione. “In questo caso la Francia si rivolge alla banca centrale nazionale, spiegando il proprio rifiuto del diktat della Bce”, conclude l’economista.
A lungo gli Stati si sono finanziati presso le proprie banche centrali, spiega Nikonoff. Queste ultime prestavano a tassi di interesse che potevano essere inferiori a quelli del mercato; a volte a tasso zero. Accadeva anche che facessero anticipi non rimborsabili.” E se il governatore della Banque de France, a sua volta, si mostra riluttante rivendicando l’“indipendenza” dell’istituto? “Bisogna far leva sui rapporti di forza, taglia corto Plihon. Non si può vincere senza un po’ di ruvidezza.” Lordon è sulla stessa linea: “Le strutture dell’economia internazionale e delle economie nazionali sono state congegnate in modo tale che, per piegare le forze della finanza, bisogna proprio spezzarne la colonna vertebrale. Sono richieste misure brutali. Si cambia l’universo politico.
Ecco così la Banque de France è liberata dalla sua indipendenza a geometria variabile, che la teneva legata unicamente agli interessi del mondo della finanza. Il governo si rivolge dunque al risparmio interno, sufficientemente importante – una fortuna di cui i greci non disponevano – da offrire una seconda fonte di finanziamento solida: “Il solo patrimonio finanziario (escluso l’immobiliare) delle famiglie è stimato intorno ai 3.800 miliardi di euro, 1.300 dei quali sotto forma di assicurazioni sulla vita, scriveva il giornalista economico Jean-Michel Quatrepoint nel 2010 (La Tribune, 27 dicembre 2010). Quello dello Stato (sempre escludendo gli immobili) si aggira intorno agli 850 miliardi di euro. Un totale di attivi per casa Francia (imprese a parte) di 4.650 miliardi di euro. A fronte di questo, il debito delle famiglie è pari a 1.300 miliardi, tre quarti dei quali in crediti immobiliari. E quello dello Stato, a 1.600 miliardi. Il saldo è dunque ampiamente positivo”. Da allora il debito francese è salito a 2.000 miliardi, ma il ragionamento non ne viene inficiato.
Per raccogliere questo risparmio, Nikonoff propone di emettere obbligazioni non negoziabili, un dispositivo già utilizzato in California nel 2009. Questo Stato, minacciato dal default, distribuì promesse di pagamento (Iou, dall’inglese I owe you, “ti devo”) per pagare i propri conti. I titoli, remunerati, potevano in seguito essere utilizzati dalla popolazione. All’epoca, la California era guidata da un governatore repubblicano: Arnold Schwarzenegger.
Per il resto si ottengono prestiti forzosi presso banche e compagnie di assicurazione, continua Nikonoff. In altri termini, lo Stato impone a quelle società l’acquisto di una determinata quota dei suoi titoli di debito.” Un meccanismo di confisca? “Attualmente una quindicina di banche francesi e internazionali ha firmato un disciplinare per ottenere lo status di specialista in valori del Tesoro [Svt] presso l’Agence France Trésor. Fra i loro obblighi: acquistare ciascuna almeno il 2% di ogni emissione, dunque un totale del 30% per le 15 Svt. Eppure, nessuno denuncia questo sistema come una forma di risparmio forzoso. Potremmo limitarci a estendere lo status di Svt all’insieme degli istituti bancari.” Prima, per esempio, di allargare il meccanismo dei prestiti forzosi alle famiglie. “Nel 1976, ricorda Plihon, durante la grande siccità, lo Stato aveva obbligato quella parte di popolazione che aveva un certo livello di imposta sul reddito a prestargli denaro a condizioni non negoziabili.” La Caisse des dépôts et consignations, che è tuttora pubblica in Francia, offre lo strumento ideale per raccogliere e gestire questi flussi.
I margini di manovra finanziaria così conquistati permettono al governo di attuare un programma sociale in grado di confermare il consenso popolare: miglioramento della protezione salariale, rivalutazione delle pensioni, sforzo generale per migliorare il livello di vita senza passare per un aumento dei consumi (gratuità dei trasporti pubblici, delle mense scolastiche, degli alloggi sociali…).
Ma la situazione va stabilizzata nel lungo periodo. Per lavorare in tal senso, lo Stato ha uno strumento efficace: le tasse. Le forze politiche al governo in Francia non hanno dimenticato che, prima della progressiva erosione della fiscalità sui grandi patrimoni e sul capitale a partire dagli anni 1970, governi conservatori avevano praticato livelli di imposizione che oggi la stampa economica giudicherebbe da confisca. Fra il 1950 e il 1963, gli inquilini della Casa bianca non si chiamavano né Lenin né Ernesto “Che” Guevara, ma Harry Truman, Dwight Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy. Eppure, tutti mantennero un’aliquota marginale (la più elevata, e applicata unicamente alla frazione superiore del reddito delle famiglie più agiate) superiore al 90%. Ispirato da questo precedente, il governo francese ristabilisce un sistema di prelievi obbligatori progressivi sull’insieme dei redditi, eliminando le nicchie fiscali e sociali che permettono di sfuggire alla misura. Inoltre, reintroduce l’Imposta di solidarietà sul patrimonio rendendola abbastanza decisa e progressiva da indurre le famiglie più ricche – il 10% dei francesi più abbienti possiede il 47% del patrimonio nazionale – a vendere una parte dei propri beni per ottemperare.
Ben presto si pone la questione delle banche: “Sarebbe piuttosto difficile spiegare che tutto quanto descritto è stato realizzato per permettere al sistema bancario di proseguire le sue attività sui mercati finanziari e per esporre la società alle loro tendenze squilibranti”, osserva Lordon. Indeboliti dall’annuncio di una moratoria sul debito o dalla disciplina (severa) delle loro attività speculative, alcuni istituti perdono la propria ragion d’essere. Parigi ne approfitta per nazionalizzare quelli di cui ha bisogno. Per poi, riprende Plihon, “affidarne la guida ad assemblee di utenti e dipendenti, così da evitare le difficoltà del 1981, quando i gestori di Stato si erano rivelati disposti a gestire come società private gli istituti nazionalizzati”. Per evitare interruzioni alla circolazione monetaria, il governo se ne attribuisce il controllo, in modo da garantire la disponibilità di moneta sull’insieme del territorio, ad esempio attraverso la rete delle agenzie de La Poste.
Naturalmente, la moneta unica vacilla. Delle due l’una: o la Francia viene espulsa dall’Unione europea per il mancato rispetto dei trattati che vietano, ad esempio, ogni ostacolo alla libera circolazione dei capitali (il principio stesso delle misure che mirano a lottare contro i mercati); oppure l’euro va in pezzi a causa delle tensioni provocate dallo sconvolgimento francese. A questo punto, si presentano due scenari: uno ottimista, l’altro meno. Nell’ipotesi ideale, il momento politico vissuto dalla Francia trova una eco all’estero. Altri paesi cambiano a loro volta, o in seguito a una crisi della stessa natura che produce effetti analoghi, o perché l’esempio francese pungola altre forze politiche. Insieme a Parigi, questi paesi elaborano una strategia per sbarazzarsi del dominio dei mercati e si uniscono per dotarsi di una moneta comune che permetta di proteggere le monete nazionali dai mercati (5).
Essere pronti quando verrà il momento

Ma niente garantisce che altri popoli si ispireranno – e con lo stesso slancio – alla determinazione francese. Parigi potrebbe rimanere isolata. In questa ipotesi, la sua espulsione dalla zona euro (che avverrebbe nel momento in cui la Banque de France iniziasse a stampare carta moneta su ordine del governo) oppure il crollo della moneta unica provocano un ritorno al franco (con gli euro in circolazione che vengono convertiti alle condizioni fissate dal governo). “Almeno in un primo tempo, il franco è dichiarato non convertibile per le famiglie e le imprese, suggerisce Nikonoff. Questa disposizione non ostacola il commercio internazionale, perché le imprese che hanno bisogno di valuta si rivolgono alla loro banca la quale, a propria volta, sollecita la Banca centrale. Ma consente di lottare efficacemente contro la fuga dei capitali e di proteggere la moneta dallo scatenarsi dei mercati.” In seguito, lo Stato aggiusta il tasso di cambio del franco in funzione delle sue priorità (industriali, sociali ecc.), cioè politicamente. La presenza di funzionari affidabili consente di evitare l’emergere di fenomeni di corruzione.
Il nuovo franco, associato o no a una moneta comune, sperimenta una svalutazione. Quest’ultima, benefica nella misura in cui aumenta la competitività delle produzioni francesi destinate all’export (calcolate in una moneta più debole, costano meno care agli importatori), gonfia simmetricamente il costo delle importazioni.
A questo punto, il governo propone di distinguere fra i beni. Per quelli indispensabili, come il petrolio, si sforza di ridurre il fabbisogno, anche introducendo incentivi fiscali ed economici. Alcuni beni vengono importati solo finché la Francia non arriva a produrli da sé. “Bisogna effettivamente passare per una fase protezionista di sostituzione delle importazioni”, riassume Nikonoff, il che implica la protezione degli sforzi industriali nascenti tramite barriere doganali (visto che il mercato unico si è disgregato). “Parigi deve anche concludere accordi con le società che hanno le tecnologie che mancano alla Francia, offrendo loro l’autorizzazione a vendere sul territorio francese contro trasferimenti di tecnologia”, completa Nikonoff. Resta il campo dei beni che la pubblicità ci ha indotti a considerare indispensabili (una determinata marca di smartphone, un’altra di jeans, ecc.) e di cui ognuno deve imparare a fare a meno, o che il governo decide di tassare pesantemente. Ricordando alla popolazione che la trasformazione economica chiede anche la modifica delle abitudini di consumo, in un contesto nel quale ciascuno comprende come gli attuali eccessi stiano spingendo il pianeta verso la catastrofe. Dal momento che dovremo cambiare i nostri comportamenti, perché non fare in modo che questa evoluzione ci avvicini a una società che corrisponda meglio alle aspirazioni della maggioranza?
A un certo punto, bisogna accettare l’idea che non si può avere tutto: il mantenimento integrale del consumo e la rottura con il neoliberismo. Del resto, il “consumo neoliberista” ha un costo, e pesante: diseguaglianze, precarietà generalizzata, disagio sul lavoro ecc., fa notare Lordon. L’abbandono del neoliberismo ci propone ben altra coerenza, e benefici reali: liberati dall’austerità di bilancio, quella dell’euro e quella dei mercati, possiamo nuovamente sviluppare i servizi pubblici e il lavoro utile; protetti dalla possibilità di svalutare e da un protezionismo intelligente, i salari possono crescere nuovamente senza danneggiare la competitività; infine, la messa in riga della finanza può avviare lo smantellamento del potere degli azionisti, per ristabilire un’organizzazione del lavoro meno infernale.
Rilancio dell’economia reale, trasformazione della democrazia sociale, centralità della questione ambientale, riforma delle istituzioni… Altre misure dovranno certamente aggiungersi. Ma i mezzi per lottare contro i mercati, esistono: nessuno dei provvedimenti qui presentati rappresenta un’innovazione. Dunque, il problema che il progetto di emancipazione pone rispetto ai mercati non è tecnico bensì politico.
Nessuno immagina che lo scenario appena descritto (rivoluzione monetaria e fiscale, trasformazione dei circuiti produttivi, rivoluzione delle abitudini di consumo) possa ottenere il consenso di una maggioranza politica in tempi ordinari. Ma il futuro non induce alla serenità. Quando scoppierà la prossima tempesta, i liberisti saranno di nuovo pronti, e sappiamo – lo abbiamo visto in Grecia – fin dove possono spingersi le loro road maps. Perché allora non ci prepariamo ugualmente alla lotta, ma affinché apra il cammino a un mondo più solidale?

* Fonte: Le Monde diplomatique, OTTOBRE 2018, ed. italiana di il manifesto


NOTE

(1) Si legga “L’investitore non vota”, Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2018, prima tappa del ragionamento qui svolto.

(2) Gli autori sono ben coscienti che si tratta di un paradosso; come preparare la popolazione alla lotta che ci si appresta ad affrontare e alle fatiche che essa comporta senza provocare l’ira dei mercati e la catastrofe economica alla quale questa può condurre… prima ancora di essere arrivati al potere?

(3) Rispettivamente autori, fra l’altro, di Jusqu’à quand? Pour en finir avec les crises financières, Raisons d’agir, Parigi, 2008; Sortons de l’euro! Restituer la souveraineté monétaire au peuple, Mille et une nuits, Parigi, 2011; e La Monnaie et ses mécanismes, La Découverte, Parigi, 2017.

(4) Differenza fra il tasso d’interesse applicato ai titoli di debito emessi da un determinato paese e quello applicato ai titoli emessi da un altro paese ritenuto solido (la Germania, per esempio).

(5) Si legga Laura Raim, “De la monnaie unique à la monnaie commune”, Manuel d’économie critique de Le Monde diplomatique, 2016. (Traduzione di Marianna De Dominicis)




SE ” I MERCATI” (E LA UE) SCATENANO L’INFERNO…..

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[ 10 novembre 2018 ]

IL SOLE 24 ORE del 21 ottobre scorso, mentre Moody’s declassava il rating dell’Italia, dava conto della ricchezza finanziaria privata dei cittadini italiani: 4400 miliardi di euro, più di due volte e mezzo il Pil, e largamente più grande del debito pubblico (2.327 miliardi). 

D’altra parte, come segnalato dal recentissimo studio di Bankitalia la ricchezza totale delle famiglie italiane nel 2017 è ammontata a poco meno di 10mila miliardi di euro. [1]
Una riserva di valore enorme che, per quanto molto diseguale per composizione di classe, [vedi tabella a sinistra] può aiutare il Paese a resistere (e vincere) l’urto di un attacco frontale congiunto degli squali della finanza speculativa (i famigerati mercati) e della Ue.
Ma come è composta questa ricchezza finanziaria? E come usare questa riserva? Il governo avanza l’idea dei CIR (Conti Individuali di Risparmio), proposta simile a quella da noi avanzata dei BTP famiglia. Ma occorre fare presto, e non ritrovarsi a chiudere la stalla a buoi scappat…
*  *  *
Rischio Paese e ricchezza privata, se fossero i cittadini a salvare lo Stato?
di Andrea Franceschi

La notiza del declassamento di Moody’s era già abbondantemente scontata dai mercati. Meno il fatto che l’agenzia ci riservasse la clemenza di mantenere stabile l’outlook. Una decisione, quest’ultima, motivata con i punti di forza che ancora l’Italia conserva. Tra questi l’agenzia cita ad esempio «l’economia ampia e diversificata» del nostro Paese, il «surplus della bilancia commerciale», lo stabile «flusso di investimenti internazionali» nonché «l’elevata ricchezza privata». E’ in particolare su quest’ultimo punto che Moody’s si sofferma segnalando il fatto che il patrimonio delle famiglie rappresenta «un’importante valvola di sicurezza per lo Stato e, potenzialmente, «una fonte di finanziamento per il governo».

I numeri d’altronde parlano chiaro. Lo Stato italiano ha un debito pubblico molto elevato ma anche una ricchezza privata tra le più alte al mondo. Il patrimonio netto delle famiglie italiane, calcola l’Ocse, è pari 5,56 volte il reddito medio disponibile. Meglio di noi ci sono solo Stati Uniti, Giappone, Belgio e Olanda —  [ con la decisiva differenza che in questi paesi il debito privato dei cittadini è molto alto, NdR]

Elaborando i dati Bankitalia Unimpresa calcola che, a settembre 2017, la ricchezza privata delle famiglie italiane ammontava a 4290 miliardi di euro. Il grosso di questo tesoro (circa 1400 miliardi) risulta parcheggiato in conti correnti e depositi. Il resto è investito in azioni (991), obbligazioni (456), fondi comuni (517) e riserve assicurative (993).


Un vero e proprio tesoro di cui ha parlato di recente anche lo stesso vicepremier Matteo Salvini. «La forza dell’Italia – ha dichiarato – è un risparmio privato che non ha eguali al mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano».



Smentita ipotesi patrimoniale
Queste parole sono state interpretate in vario modo. Molti vi hanno letto il segnale che il governo si prepara a fare una patrimoniale e sui social network è partita l’ironia sull’oro alla patria di mussoliniana memoria. Dall’esecutivo si sono affrettati a smentire ogni ipotesi in questo senso e anche ieri sia il premier Conte che Salvini e Di Maio hanno ribadito il loro no a un’ipotesi di questo tipo. Una smentita comprensibile. Una mossa del genere avrebbe un’impatto elettorale disastroso per due partiti ancora affamati di consenso in vista delle europee. Un prelievo forzoso come lo fece Amato nel 1992, non è all’orizzonte. E anche se fosse nei piani dell’esecutivo non verrebbe annunciato ai quattro venti ma attuato e basta.
Incentivi agli acquisti di BTp
La strategia dell’esecutivo è semmai un’altra e fa perno sui cosiddetti CIR, i conti individuali di risparmio. Uno strumento che, sulla scia dei fortunati Pir, dovrebbe spingere gli italiani a tornare a investire in titoli di Stato italiani sulla scorta anche di importanti agevolazioni (fiscali e non) che il governo è pronto a garantire.
Riportare le famiglie italiane a comprare BTp d’altronde potrebbe contribuire non poco a stabilizzare lo spread. Soprattutto in un contesto come quello attuale in cui i grandi investitori stranieri, titolari di circa il 30% del debito in circolazione, stanno riducendo pesantemente la loro esposizione in BTp (da maggio ad oggi il saldo con l’estero è negativo per oltre 66 miliardi).
Non si può tuttavia pretendere che le famiglie fideisticamente decidano in massa di aderire ai Cir. Come qualunque altro creditore anche un privato cittadino deve potersi fidare del suo creditore. Anche se si tratta dello Stato italiano. Ad oggi non si vede la corsa dei risparmiatori ai BTp. Anzi, stando a molte segnalazioni arrivate a Il Sole 24 Ore da private banker e gestori patrimoniali, si riscontra un fenomeno opposto.

NOTE

[1] La ricchezza totale delle famiglie italiane nel 2017 è ammontata a poco meno di 10mila miliardi di euro con una crescita di quella finanziaria (azioni, bond e depositi per 4400 miliardi) rispetto a quella reale (soprattutto abitazioni e terreni, 6300 miliardi). E’ quanto emerge da uno studio di Banca d’Italia secondo cui la ricchezza reale è 5,5 volte il reddito disponibile e quella finanziaria è 3,8 volte. La ricchezza totale netta, tenendo conto dei debiti, è 8,5 volte il reddito. Il dato italiano è simile in Francia e Spagna mentre la finanza prevale in Stati Uniti e Germania. Depositi bancari e liquidità rappresentano la maggior componente della ricchezza finanziaria al 31%) per le quali i titoli pubblici sono scesi a circa il 20% del totale, quota simile a quella delle azioni(24%). La gran parte dei titoli pubblici è detenuta in maniera indiretta tramite fondi pensione e gestioni. In termini assoluti i Bot e Btp detenuti direttamente (a 121 mld di euro) sono la metà di vent’anni fa.   




DEBITO: LA FRANCIA NON DIA LEZIONI

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[ 1 novembre 2018 ]

Chi ci segue (e siete in tanti) si sarà accorto che siamo assidui lettori del SOLE 24 ORE, il giornale della Confindustria, quindi dell’élite economica italiana, quella che più europeista non si può. C’è tuttavia molto meno spazzatura ideologica ne IL SOLE che negli altri bollettini di regime. Ogni tanto proprio su IL SOLE passano notizie a analisi che smentiscono la narrazione dominante, tipo che l’Italia sarebbe (in base ai criteri fondativi dell’Unione) il più grave malato d’Europa a causa del suo alto debito pubblico che quindi dovrebbe sottostare al famigerato “vincolo esterno”.  E i debiti privati — quelli che, come la grande crisi finanziaria del 2008-2009 partita dagli USA ha insegnato, sono ben più devastanti — dove li mettiamo? 
Prendiamo ad esempio la Francia. Vito Lops, dati alla mano, dimostra, con un articolo del 19 ottobre scorso, che sta messa molto peggio di noi. Sullo stesso tema Lops scrisse un pezzo dell’agosto 2017 che riteniamo doveroso riportare.

* * *

Italia? No, è la Francia il Paese 
più indebitato dell’area euro
di Vito Lops
Nella classifica del debito pubblico in rapporto al Pil (che in Italia fa 130%, in Francia e Usa 100%, e nella media dell’Eurozona 90%) l’Italia ne esce, da tempo, come tra le economie più “a leva” del pianeta. Ma se si amplia lo sguardo al debito aggregato, ovvero ai livelli di indebitamento di tutti gli attori economici (Stato, imprese, banche e famiglie) l’Italia si rivela d’emblée un Paese nella media, senza grossi problemi di debito.

Sempre seguendo questa classifica – che però al momento non fa parte delle griglie con cui l’Unione europea giudica l’operato dei suoi membri – si scopre che è la Francia il Paese più esposto finanziariamente; il Paese che ricorrendo al debito sta vivendo l’oggi più di tutti con i mezzi del domani. È vero, il debito pubblico in rapporto al Pil è più contenuto rispetto all’Italia ma se si somma l’esposizione delle società (circa 160% del Pil), delle banche (90% ) e delle famiglie (60%) vien fuori che il sistemaFrancia viaggia con una leva enorme, che supera il 400% del Pil, pari a 9mila miliardi di debiti cumulati. L’Italia, sommando tutti gli attori economici, supera di poco il 350% a fronte del 270% della Germania.
IL CONFRONTO 
Dati in % del Pil (Fonte: Bloomberg)
Questi numeri devono far riflettere, in particolare i tecnocrati europei che elaborano le soglie che stabiliscono se un Paese è virtuoso o no. Ignorare – o non pesare come probabilmente meriterebbe – il debito privato è un doppio errore. Sia perché c’è una stretta correlazione storica tra debito pubblico e debito privato (è dimostrato che laddove i Paesi sono chiamati a ridurre il debito pubblico con forme di austerità, sono quasi costretti ad andare a “pescare” la crescita attraverso l’aumento della leva privata). E sia perché, se con l’introduzione del bail-in (che stabilisce che i privati partecipano con i propri risparmi ai salvataggi delle banche) passa il principio che il risparmio privato è un “asset istituzionale”, allora forse sarebbe più logico considerare tale anche il debito privato.

* Fonte: IL SOLE 24 ORE del 31 agosto 2017