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ARGENTINA: NÉ BANCAROTTA, NÉ DEFAULT E NEMMENO INSOLVENZA di Emmezeta

1 agosto. Ha ragione il governo argentino: questo non è un default, è invece una vicenda tutta politica, in cui le oligarchie finanziarie e i FONDOS BUITRES (fondi avvoltoio) hanno agito con tre obiettivi: colpire l’Argentina, minacciare tutti gli stati che dovessero ribellarsi al loro ordine, e poi dagli al “populista”…

Standard & Poor’s e dunque basta e avanza.  Secondo La Stampal’Argentina sarebbe addirittura «insolvente», mentre la Repubblica si spinge a scrivere che «il Paese non ha pagato gli interessi dovuti sui nuovi bond». Per il Corsera «l’Argentina è ufficialmente in default». Si tratta di tre incredibili falsità, ma chissenefrega, a loro basta scopiazzare la velina che lorsignori gli hanno recapitato da New York.
il Sole 24 Ore. Il giornale di Confindustria, che nell’edizione cartacea di stamane sembrava credere ad un accordo in extremis, arriva a scrivere nell’edizione on-line che «L’Argentina ha dichiarato default», precisando subito dopo che in effetti questo non è vero, ma solo per un non meglio precisato «realismo magico» del ministro dell’economia di Buenos Aires, Axel Kicillof.
Diciamo subito che quelle appena citate sono falsità davvero grossolane:
1. L’Argentina non è affatto insolvente, tant’è che in questi anni ha rispettato tutte le scadenze del proprio debito pubblico. Un debito peraltro di poco superiore al 50% del Pil, del tutto sostenibile sia in virtù della crescita economica degli ultimi anni, sia per la consistenza delle stesse riserve valutarie.
2. Contrariamente a quel che scrive il giornalaccio di Ezio Mauro, l’Argentina ha pagato gli interessi sui nuovi bond. Semplicemente un giudice americano, in combutta con alcuni fondi avvoltoio, ha impedito che questo pagamento avvenisse. Egli ha infatti bloccato i 539 milioni di dollari trasferiti allo scopo dalla Banca centrale argentina alla Bank of New York. Questi soldi dovevano servire a pagare gli interessi sui titoli in possesso dei creditori (la stragrande maggioranza, pari al 93% delle somme in gioco) che negli anni scorsi hanno accettato la ristrutturazione del debito proposta dal governo di Buenos Aires. Una proposta rifiutata invece dai fondi avvoltoio, che non ancora contenti di quanto già lucrato, pretendono ora – spalleggiati dalla giustizia americana – il pieno rimborso del valore nominale di titoli in realtà acquistati ad un prezzo anche cinque volte inferiore.
ufficialmente», come pretenderebbe invece il Corsera. Una tale dichiarazione formale, con quale effetto pratico non è peraltro per niente chiaro, potrebbe venire solo dall’ISDA, un ente sovranazionale con sede negli USA, che per ora ha preso tempo per esaminare il caso, ad oggi senza alcuna dichiarazione di default.
Questo non è un default perché default è non pagare. La vita andrà avanti anche senza un accordo sul debito». 
questo ottimo articolo dell’economista Margarita Olivera.

con dei precisi obiettivi politici
Mentre la stampa si lascia andare a paragoni con il crac del 2001 che non stanno né in cielo né in terra, limitiamoci ad alcune annotazioni.
In primo luogo non si è mai visto un default dove il creditore vuol pagare, ed in effetti paga, ma questo gli viene impedito dalla banca che funge da intermediaria in virtù di una sentenza a tutela di creditori ben più privilegiati di quelli che si sono visti bloccare il pagamento delle cedole.
fondi avvoltoio. Fondi che, come dice il nome, speculano al ribasso, acquistano a prezzi stracciati, per poi incassare cifre ben maggiori se non addirittura, come pretenderebbero in questo caso, il 100% del valore nominale.
Vediamo in concreto come funziona questa rapina, prendendo proprio il caso del maggior avvoltoio implicato in questa vicenda. Si tratta del miliardario ebreo-americano Paul Singer, proprietario della Elliot Capital Management. Nel momento più cupo della crisi argentina, questo fondo acquistò titoli per un valore nominale di 220 milioni, pagandoli però soltanto 49 milioni. Se avesse accettato, come il grosso dei creditori, la proposta del governo argentino, egli avrebbe in mano da anni titoli per un controvalore di 66 milioni (dunque avrebbe guadagnato già nel 2005 più del 30% sulla cifra iniziale), arrivando poi con gli interessi ad incassarne circa 150, cioè tre volte la cifra spesa nel 2001.
Gli Stati Uniti sono responsabili di non aver agito responsabilmente. E che non vengano con la scusa che il Potere giudiziario è indipendente, perché non lo è. Non è indipendente dai “fondi avvoltoio”, quei minuscoli gruppi che pretendono sabotare il pagamento del nostro debito». Capitanich ha toccato un punto fondamentale, quello della volontà politica che sta dietro a tutta questa vicenda.
Lo ripetiamo: non c’è default senza insolvenza, almeno parziale. E qui non c’è insolvenza, ma solo la volontà di non cedere ad un’estorsione che – qualora fosse stata accettata – avrebbe aperto la possibilità di un ricorso da parte dei creditori che hanno accettato i termini della ristrutturazione del debito. Ed in quel caso sì, con in gioco una somma potenziale di oltre 140 miliardi, che l’Argentina sarebbe stata costretta al default. Ecco perché il diktat newyorchese non poteva comunque essere accettato.
fondi avvoltoio che dal tribunale. Con la seconda, l’Argentina non avrebbe pagato direttamente gli hedge fund, ma al suo posto avrebbe garantito un pool di banche del paese sud-americano, aggirando anche in questo caso la possibilità del ricorso. 
fondi avvoltoio e dal loro amico “giudice”?
Certamente il signor Singer ed i suoi rispettabili colleghi non intendono rinunciare al malloppo, ma è evidente che qui sono entrate in gioco alcune questioni prettamente politiche. Viceversa l’accordo sarebbe stato trovato.

Gli scopi del potere finanziario

Come si sarà capito questa non è soltanto una questione di avvoltoi. E neppure di sola finanza, come ricordato dal governo argentino. C’è in gioco qualcosa di più. Tre sembrano gli obiettivi di questa operazione:
1. Colpire l’Argentina, la sua politica, certo non anticapitalistica ma tesa comunque alla difesa della sovranità nazionale, vista come condizione di uno sviluppo non solo economico ma anche sociale. Colpirla non con un default che non c’è, ma creando il panico per impedire a Buenos Aires l’accesso ai mercati finanziari internazionali per anni.
2. Inviare un segnale a tutti gli stati con un elevato debito pubblico: «Non fatevi venire in testa idee pericolose. Il debito va comunque onorato, anche quando può costare immani sacrifici. Se si sfugge a questa regola si avrà magari qualche anno di crescita economica (come ha avuto l’Argentina), ma poi, inesorabili, arriveranno sempre e comunque i conti che non avete voluto pagare».

Ma i mercati, i famosi mercati, cosa dicono?

Prima di concludere ci sia concessa una piccola curiosità. Abbiamo detto che quello argentino non è un vero default. Sicuramente qualcuno non si fiderà di una simile affermazione. Anche perché, come si è visto, tutti scrivono il contrario. C’è però un modo per cercare di capire come stanno veramente le cose.
mainstream, ci dicono dove stanno il bene e il male, dando giornalmente il loro giudizio su ogni fatto politico e sociale?
Bene, se li avete presenti, fate attenzione. Se questi sacri tribunali dell’odierno capitalismo possono dare un giudizio su una frase di Renzi, dovranno ben farlo nel caso del debito argentino. In fondo, in questa circostanza, di pura materia finanziaria si tratta.
Ci siamo dunque permessi di andare a consultare l’andamento dei titoli del debito argentino che sarebbero in default, ed abbiamo scoperto una cosa davvero interessante: che i primi a non credere al default sono appunto i mercati finanziari.
Vediamo. Se voi foste in possesso di uno di questi titoli, cosa fareste appena venuti a conoscenza del default, o meglio già al semplice profilarsi di un simile rischio? Vendere, vendere, vendere, come ovvio. Perlomeno fino al momento del totale tracollo dei prezzi. Il fatto è che non è avvenuto niente di tutto ciò.
Ovviamente le vendite ci sono state, ed i prezzi sono calati, ma in una misura assai modesta, certo non da “default”. Prendiamo il caso del titolo in dollari con scadenza 2038, quello che si è ritrovato con le cedole bloccate. Questo titolo quotava a febbraio intorno a 33, a metà giugno 38, ieri 30 luglio (con l’attesa di un accordo che comunque veniva dato per difficile) raggiungeva il massimo di 50, per scendere oggi poco sotto quota 47. Certo, in generale si tratta di quotazioni basse, ma lo erano già prima. Questo è dovuto alla lunga durata del titolo. Infatti, un bond analogo con scadenza 2017 registra una quotazione all’incirca doppia, ma con una curva temporale assai simile a quello precedente. Ad ogni modo l’odierna perdita del 6% non è certo da default, specie per un titolo per sua natura ad altissima volatilità, che ha comunque recuperato su febbraio oltre il 30% del suo valore.
Stesso andamento per gli altri titoli interessati. E, cosa ancora più significativa, con un trend assai simile tra quelli in euro (in teoria non a rischio) e quelli in dollari.